F. D. GUERRAZZI
IL SECOLO
CHE
MUORE
VOLUME Iº
ROMA
Casa Editrice Carlo Verdesi e C.
Via del Mortaro, 17
—
1885
PROPRIETÀ LETTERARIA
Roma, Tipografia Nazionale.
INDICE DEL PRIMO VOLUME.
| [Prolegomeni] | Pag. 3 |
| [Capitolo I.] | 55 |
| [Capitolo II.] | 75 |
| [Capitolo III.] | 103 |
| [Capitolo IV.] | 123 |
| [Capitolo V.] | 145 |
| [Capitolo VI.] | 171 |
| [Capitolo VII.] | 205 |
| [Capitolo VIII.] | 239 |
| [Capitolo IX.] | 303 |
ALLA MEMORIA
DI
GIORGIO PALLAVICINI
PREFAZIONE
Trent'anni fa gli editori italiani, i quali avessero saputo che il Guerrazzi aveva un libro nuovo da pubblicare, avrebbero fatto a gara a presentargli le loro offerte; e la pubblicazione di quel libro sarebbe stata un avvenimento. Quand'io penso a ciò, mi pare un sogno che quest'opera postuma, che è forse letterariamente la migliore, certo una delle migliori del Guerrazzi, veda la luce soltanto oggi, dopo dodici anni ch'egli è morto. E sì che nell'ultimo periodo della vita di lui si parlò molto di questo nuovo romanzo ch'egli stava allora componendo; e il titolo di esso e ciò che si sapeva o supponeva degli sdegni che l'autore vi avrebbe sfogati contro le istituzioni, i costumi e gli uomini del suo tempo, e l'umore sarcastico di lui dovevano naturalmente accendere la curiosità dei lettori. E la curiosità, almeno per un momento, fu accesa: ma la pubblicazione che di lì a poco, molto improvvidamente, e con poco rispetto verso l'autore, s'incominciò a fare del romanzo a pezzi e bocconi sopra un giornale, bastò subito a spengerla. Varie le cagioni di ciò; politiche e letterarie; ma cagione, forse non ultima, anche il modo poco conveniente di quella pubblicazione, che fu presto troncata.
*
Il Guerrazzi, che tanto contribuì co' suoi scritti a fare l'Italia, si trovò nel regno d'Italia fra gli spostati e gli scontenti. Certo, a chi non sa scompagnare dal bene della patria le idee di grandezza, di forza e di dignità nazionale, non mancarono cagioni di dolore e di sdegno in quelli anni dal 1859 al '70. Se ne togli i piccoli ma gloriosi fatti d'arme del 1859 e la mirabile epopea garibaldina nelle provincie del mezzogiorno, i fasti della nostra unità sono abbastanza dolorosi, e non tutti molto onorevoli; la cessione di Nizza e Savoia, le battaglie di Custoza e di Lissa, Aspromonte, Mentana, e la presa di Roma (quando, abbandonata dai Francesi, non rimanevano a difenderla che i soldati del Papa). Con tutto ciò chi vorrebbe, piuttosto che averla avuta a questo patto, rinunciare all'unità della patria? Ma il Guerrazzi vide tutto più in nero che realmente non fosse, e fu, finchè gli durò la vita, continuo profeta di sciagure, le quali per fortuna non si avverarono. La miseria pubblica, il fallimento, il disonore nazionale, la perpetuità della dominazione francese e del Papa a Roma, erano gli spettri che assediavano la sua mente, ed erano, per lui, come tutti gli altri malanni della patria, le conseguenze inevitabili, fatali, del governo dei moderati.
Prima del 1870, volgendosi ad essi, scriveva nei prolegomeni di questo libro: «mettete in Campidoglio la monarchia; compite l'unità italiana; procacciate che cessi la dominazione dei Francesi, come cessò quella degli Austriaci.» E quando, finito di scrivere il libro, vide la monarchia italiana portata a Roma e la dominazione francese cessata, aggiunse in nota: «La dominazione francese cessò non per virtù nostra, ma per infelicità altrui, epperò senza nessuna sicurezza di libertà vera. A Roma andammo, ma sarebbe troppo più lo scapito che il guadagno se ci avessimo a stare ai patti proposti dal Governo.» Si può scommettere che, se avesse vissuto qualche anno di più, e avesse visto all'infame setta dei moderati, come egli la chiamava, succedere nel governo gli uomini della sinistra, non avrebbe mutato linguaggio, o l'avrebbe mutato per poco. Forse avrebbe finito col persuadersi essere fatale in Italia che il governo duri perpetuo in mano all'infame setta, perchè anche i sinistri, arrivati al governo, diventano, pare, moderati.
Agl'Italiani, assuefattisi a poco a poco a pagare le tasse e a fare a meno d'ogni alto ideale di patria, adagiantisi ogni dì più nel pensiero bassamente utilitario che oramai coll'acquisto di Roma l'Italia, o bene o male, era fatta, e che quindi agl'Italiani non restava altro che cercare di adagiarcisi ciascuno il meglio che fosse possibile, a questi cosiffatti Italiani non poteva che riuscire molesta la voce di un uomo il quale anche morto non cessava di annunciare il finimondo alla patria. A buon conto, pensavano, di tutte le tristi profezie da lui fatte non se n'era avverata nessuna.
*
Questa, credo, una delle cagioni della poca rèssa che gli editori fecero intorno al libro, dopo la morte dell'autore. Un'altra è, che nel primo decennio dalla costituzione del regno d'Italia la fama del Guerrazzi scrittore andò declinando.
Il Capuana ha detto recentemente che il D'Azeglio, il Guerrazzi e il Niccolini, nello scrivere, quelli i loro romanzi, questi i suoi drammi, non badavano molto all'arte, badavano sopra tutto alla necessità politica; onde, passata questa, non è rimasta di tanti loro lavori nè una pagina nè una scena. Anch'io dissi una volta qualche cosa di simile; dissi che «l'Arnaldo da Brescia e l'Assedio di Firenze non erano opere d'arte, erano bombarde e cannoni contro i tiranni e gli stranieri accampati in Italia.» E soggiunsi che «poichè i tiranni e gli stranieri se n'erano andati, non era gran male lasciar dormire quelle bombarde e quei cannoni nelle armerie.» Ora, ripensandoci, mi pare che tanto ciò che dissi io quanto ciò che disse il Capuana non sia molto giusto; perchè potrebbe lasciar supporre che quelli scrittori non avessero avuto un ideale loro proprio dell'arte; mentre l'ebbero e lo proseguirono con tutte le forze dell'ingegno. Altro è dire che il loro ideale non è precisamente il nostro, altro lasciar credere che non ne ebbero alcuno.
E ci vuole un bel coraggio a sentenziare, come ha fatto il Capuana, che delle opere di quelli scrittori non è rimasta una pagina nè una scena; e più ancora ce ne vuole a dire quello che dissi io, che quelle opere non è male lasciarle dormire negli scaffali. Chi dà a noi il diritto di affermare che il nostro ideale artistico è migliore del loro? Che ne sappiamo noi se di qui a cinquant'anni, e forse meno, gli scritti che noi leviamo a cielo non saran gittati nel fango, e quelli che noi disprezziamo esaltati? A buon conto, il Guerrazzi (per restringere a lui solo il discorso) fu un uomo di ingegno straordinario: e noi degli uomini di ingegno straordinario quanti ne abbiamo? Uno forse. Sarei molto impacciato se dovessi trovare il secondo. Noi abbiamo qualche erudito, qualche critico, qualche novelliere, tutta gente di ingegno poco superiore al mediocre; e abbiamo una quantità innumerevole di scrittori che non sanno scrivere. Con tutto ciò parliamo a bocca piena del nostro amore per l'arte, per la grande arte, per l'arte pura; come se cotesto amore fosse qualche cosa che avessimo proprio inventata noi, e come se si potesse essere grande scrittore e perfetto artista, senza aver grandi cose da dire, senza conoscere a perfezione lo strumento necessario per dirle, la lingua.
*
Fra quanti scrivono oggi in Italia, dove c'è uno, se ne togli il Carducci, che conosca la lingua italiana come la conosceva il Guerrazzi? Anzi, dirò di più, quanti ce n'è che la conoscano mediocremente? Pigliamo alcuni di quelli che presso il volgo (ristretto volgo) dei lettori italiani passano per bravi scrittori, di quelli che meritano le lodi delle signore che han passato la quarantina, dei segretari e dei capisezione dei Ministeri, dei maestri elementari e di tutte in generale le persone che si dilettano di letteratura domenicale; e pigliamo de' migliori: il Nencioni, per esempio, il Verga, la Serao (cito i primi che mi capitano sotto la penna). Chi mi sa dire che lingua è quella in cui scrivono costoro? Italiana no certo. E il meno male nei loro scritti sono i barbarismi; il peggio è l'improprietà frequente della parola, e l'atteggiamento del pensiero quasi sempre contrario all'indole della lingua nostra. La barbarie dilaga terribilmente e ci trascina tutti senza che quasi ce ne accorgiamo.
Il Nencioni, il Verga, la Serao, se per caso cadranno loro sotto gli occhi queste parole, debbono sorridere; come in sulle prime sorrisi io leggendo le disposizioni a proposito di un lascito fatto dal signor Orazio, un personaggio di questo romanzo, per un premio annuo da conferirsi al giovine autore della miglior poesia in conforto o in lode di qualche virtù guerresca. «Queste raccomando, diceva il signor Orazio, abbiano ad essere le norme del giudizio e del partito. I commissari considerino prima di tutto la purità della favella, in seguito l'altezza dei concetti, per ultimo la novità e lo splendore delle immagini.»
«Una sola locuzione, ed anco una sola parola straniera sarà sufficiente a rendere la composizione immeritevole di premio, quantunque per altri lati possa comparire degnissima.»
Già, io sorrisi; ma dopo aver sorriso pensai quanta precisione di linguaggio, cioè di pensiero, c'è nella prosa del Guerrazzi in paragone di quella del Verga o della Serao; e il Nencioni, dopo aver sorriso di me, ricorrendo con la mente al tempo ch'eravamo giovani insieme, penserà che non per nulla s'è stati amici pedanti. La volpe perde il pelo, ma non il vizio.
*
E tuttavia io non nego quel che c'è di buono nello spirito letterario da cui procede la nostra barbarie; e intendo perchè la fama del Guerrazzi scrittore venisse declinando. Atteggiatosi arditamente a novatore quanto alla sostanza e alle forme dell'arte, il Guerrazzi rimase fedele al dogma della lingua italiana scritta. Per quanto toscano e studiosissimo delle vivezze del parlar popolare, delle quali versò non poca parte nella sua prosa, questa, considerata nell'insieme, discende in linea retta dalla prosa degli scrittori: la lingua e lo stile del Guerrazzi hanno carattere essenzialmente letterario. Perciò i personaggi de' suoi romanzi, di qualunque tempo e condizione sieno, parlano tutti troppo bene e troppo allo stesso modo; si rassomigliano troppo al Guerrazzi scrittore e troppo poco ai personaggi che dovrebbero rappresentare.
Oggi invece si vuole la verità e la naturalezza innanzi tutto; si vuole che lo scrittore interroghi direttamente da sè la natura, e scriva col suo linguaggio d'uomo il più schiettamente che può le risposte. Chi non riconoscesse che in alcuni dei nostri scrittori, nel Verga, per esempio, e nella Serao, nonostante la povertà e la barbarie della lingua e dello stile, l'impressione del vero c'è spesso più immediata e più schietta che non nel Guerrazzi, sarebbe ingiusto.
Ma sarà giusto perciò dare l'ostracismo dall'arte al Guerrazzi? Sarà giusto buttare in un canto, come ferri vecchi, i suoi libri, dove c'è tanta ricchezza e vivezza di lingua e di pensiero? S'ha paura forse che, raschiandoci un po' di dosso la nostra barbarie, e assuefacendoci a pensare un po' più che non facciamo, quella unica buona qualità di alcuni nostri scrittori, si perda anche quella? Io credo al contrario che, educandola meglio, si afforzerebbe.
*
Da parecchi anni io non aveva letto più niente del Guerrazzi, finchè il Carducci pubblicò l'Epistolario di lui, ch'è forse la sua opera più dilettevole e più bella. Poi son tornato a qualche libro e ho ammirato la ricchezza e la potenza del pensatore e dello scrittore meglio che non facessi da giovine; finalmente m'è venuto alle mani questo Secolo che muore, e il piacere della lettura è stato così vivo e così grande, che ho sentito rimorso di non aver desiderato di leggerlo prima.
In quest'opera, che è come il testamento del cittadino e del letterato, il Guerrazzi scrittore, pur conservando il suo carattere e le principali qualità del suo stile, mi pare artisticamente più perfetto. Direi che ha sentito anche lui un'aura delle nuove idee. Egli è un po' sempre di quella razza di scrittori, che, nuotando nella opulenza, han bisogno (esempio sopra tutti insigne Victor Hugo) di profondere a larga mano nei loro scritti i tesori della loro mente. La proporzione, la misura, la sobrietà, è ciò che manca quasi sempre a cotesti signori del pensiero e della parola. Pure in questa opera una occulta intenzione di maggiore sobrietà mi pare che ci si senta. Come romanzo essa accostasi al genere del Buco nel muro. Anche qui, descrivendo il signor Orazio e la famiglia di lui, l'autore, si sente, ha pensato più d'una volta a sè stesso e alla propria famiglia. Ma anche qui, anzi qui più specialmente che altrove, l'uomo politico con tutte le sue fantasie, con tutte le sue passioni, con tutte le sue ire personali, giuste e non giuste, il pensatore, il filosofo, il poeta, l'umorista si fondono, o meglio, si alternano col narratore; e se qualche volta ti secca che questi sia interrotto da uno di quelli, quando poi l'interruzione è finita, perdoni ben volentieri all'interruttore.
Io non so quali ingredienti ci vogliano per fare un romanzo; e non saprei per ciò dire se questo del Guerrazzi sia un romanzo buono o cattivo: benchè credo che, se c'è scrittore al quale dovrebbe essere lasciata la più gran libertà, questi è il romanziere; salvo a dirgli poi: m'avete divertito, o: m'avete seccato. Dato che tale mia opinione potesse diventare un canone di critica, io quanto a me dovrei dire che il Secolo che muore è un romanzo ottimo. Mi contenterò di dire che è un buon libro.
Ma bisogna saperlo leggere.
Giuseppe Chiarini.
Roma, 7 luglio 1885.
PROLEGOMENI
Il Secolo muore.
O come fai ad affermare ch'ei si muoia? O non mangia, o non bee, non veste panni? Sì certo, egli mangia, egli beve, egli veste panni; e che per ciò? Forse Silla, Filippo secondo di Spagna, e Ferdinando di Napoli, e Ferecide non vivevano essi, mentre li portava via il fastidio?
Tre tiranni e un filosofo, imperciocchè i pidocchi, che rispettano l'asino e il montone, divorino principi e filosofi[1].
Il Secolo muore; l'ira di Dio gli ha stracciato le vele e rotto gli alberi; l'abominio dei popoli gli aperse i fianchi; mira, il Secolo pravo come sospeso sopra l'abisso vacilli; odi il gorgoglio delle acque irrompenti nelle squarciate latebre per sommergerlo giù nello inferno.
Prometeo roso perpetuamente dallo avoltoio: Laocoonte soffocato co' figliuoli dai serpenti non offrono immagine più dolorosa di lui: egli si dibatte negli spasimi della morte, e non una mano, non una bocca cessa dallo imprecare alla desolazione di lui: vittima al mondo non discese mai agli Dei infernali consacrata da tante maledizioni come il Secolo, che muore.
Ma Secolo ch'è mai? Ed in qual guisa ei muore? Quali appaiono le cause che lo conducono a morte? Che cosa morirà di lui? Chi gli darà il colpo di grazia? Chi ne sarà l'erede? Quali i superstiti? Ed essi come dureranno nella vita?
In parte a queste domande si potrebbe dare risposta precisa, perchè le scienze politiche in taluni giudizi non fallano, o poco fallano; ma un'altra parte sta nel dominio della divinazione, e l'avvenire tiene chiuso nel pugno quella Forza suprema che governa, travolgendoli, uomini e cose.
Non basterebbero volumi per soddisfare ai quesiti proposti; ed io qui detto un proemio: nè lo compongo già a modo di libro scientifico, bensì vado significando quanto mi spira l'anima: altri più savio gli darà ordine ampliando le ricerche e le considerazioni.
E prima di tutto io avverto come per Secolo non s'intenda mica lo spazio di cento anni, bensì l'epoca intera nella quale si compie una trasformazione della umanità ed un'altra ne incomincia. E vi ha chi assegna cinquecento anni fra il nascere e il morire di ciascheduna di queste trasformazioni, ma il fatto non corrisponde; bene la fantasia umana armò il Tempo di falce e di orologio a polvere: col compasso in mano egli non apparve mai. Dove tu ponga mente alle varie e moltiplici cause, così interne come esterne all'uomo, onde hanno moto i casi nostri, ti persuaderai di un tratto come questi periodi non sieno nè possano essere per lo appunto di cinquecento anni. Tutto ciò che prima camminava adesso corre; e il Secolo, che correva, adesso a sua posta precipita: però il termine delle rivoluzioni indi in poi più breve; forse brevissimo.
Per ora taccio delle cause che menano a morte il Secolo; ed anco mi passo dal discorrere intorno al modo col quale per avventura morirà: consideriamo quello che sembra sicuro deva morire in lui.
Sembra destinata a morire nei suoi derivati, come morì già nei suoi principii, quella che noi chiamiamo autorità, e gli antichi distinsero col nome di polizia. Io esaminerò le vicende del solo popolo latino, perchè principalissimo fra gli altri, e perchè degli altri, quando più, quando meno, pur sempre ei fu mente e moto.
Nel giro di milleottocentosettanta anni la repubblica romana si tramuta nello impero, e lo impero casca sotto le battiture degli oppressi, cui noi appellammo barbari pel rovello di non averli saputi vincere. In mezzo ai barbari sorse la potestà dei sacerdoti: amici prima per calpestare i popoli coi piedi uniti; nemici in breve per la contesa di chi dovesse rimanere a calpestarli solo; dura lotta questa, dove or l'uno, ora l'altro parve toccare terra per non risorgere più; prevalse lo impero; ma sul punto ch'egli, stretto a mezza vita il sacerdote, lo teneva in alto per soffocarlo, ecco si ravvisa, e depostolo a terra gli dice: «Sacerdote, se servirai a me ti lascerò dominare e ti pascerò co' rilievi della mia mensa.»
Quando Satana profferse a Cristo i regni della terra a patto che lo adorasse, Cristo n'ebbe pietà, e gli disse: «È scritto che tu non tenterai il tuo Signore.» Colui che temerario ardisce vantarsi sacerdote di Cristo piegò le ginocchia, stese la mane e visse.
Tutte le trasformazioni genera la necessità delle cose; ci si mescola talora la volontà, ma sempre in piccola dose; e poi anco il volere dominato dallo effetto piglia carattere di necessità. Ai Romani da prima, se vollero vivere, fu mestieri combattere; vinsero, e poichè la vittoria inebria peggio del vino, dalla difesa trapassarono alla offesa; in questa via avendo bisogno di forza, lei soprattutto onorarono, e a lei unicamente imposero il nome di virtù; oltre questa, certo ne possederono altre, però secondarie, e tenute in pregio sol quanto contribuirono a renderli insuperabili nella virtù militare: nella medesima guisa che le verghe di ferro aggruppate intorno alla scure formavano insieme il fascio romano.
E come favoleggiarono i poeti, che i Ciclopi con un occhio solo facessero maravigliosamente i fatti loro, così le repubbliche con una virtù sola possono operare cose grandi: i Romani poi ne compirono grandissime. Tuttavia se una virtù sola basta a fondare gli Stati, a mantenerli non basta; e necessità, o provvidenza ordinò che qualunque si trasforma in tarlo del mondo più presto o più tardi ci si scavi la fossa. La giustizia, e la libertà importa che guidino con la loro luce i passi dei mortali: una sola di queste due scorte senza dubbio è divina, ma come il sole quando illumina un lato, lascerebbe l'altro nelle tenebre: mentre fa di mestieri che entrambe esse splendano, e senza tramonto, agli universi figliuoli degli uomini, altrimenti il cammino di questi attraverso ai secoli va e viene come l'onda sopra il lido del mare, e non progredisce mai.
Ma ai Romani non piacque altro che forza, quindi venuta meno alla repubblica, la necessità costrinse Cesare a raccoglierla nella sua mano: non l'uomo creò i casi, bensì i casi crearono il tiranno; difatti spento Cesare pullula più che mai rigogliosa la tirannide: e non la vogliono intendere che per rivendicarsi davvero in libertà bisogna principalmente schiantare la mala pianta del servilismo abbarbicata dentro noi, non già il tiranno, il quale sta fuori di noi. Dove un popolo duri abietto, vile e servo, che monta la morte del tiranno? Non formicolano nel suo sangue i germi di venti tiranni? Uno avulso non deficit alter; Cosimo dei Medici, il quale se ne intendeva, si fece ritrattare contemplando un arbore fronzuto avvolto da una fascia che porta cotesta leggenda.
Cosimo fondatore della tetra tirannide medicea ai nostri dì salutano tuttavia padre della Patria, ed ha l'onore della statua; dopo ciò, o come maravigliarci se non cessano le piaggerie ai presenti mentre non le sanno smettere neppure ai tiranni di quattro secoli fa? In verità vi dico che tale statua oggi eretta agli eroi della giornata prima, che volga un lustro porterà invidia alle statue dello antico Demade, le quali furono ridotte in orinali.[2]
Senza olio non illumina la lampada, senza virtù viene meno la forza, sicchè lo impero non salvò la repubblica; anzi la potenza romana di giorno in giorno decrebbe; taluno imperatore compì gesti famosi, ma siccome la virtù del singolo non può supplire alla virtù del popolo, così cotesti furono guizzi del delfino tratto fuori dell'acqua, tutti belli a vedersi, ma uno più languido dell'altro, e precursore della morte.
Nè poteva fare a meno, imperciocchè con quale allettamento il despota avrebbe richiamato la virtù intorno a sè? Il valore che l'uomo noleggia perde perfino il nome di virtù, e si chiama servizio. Ora, come vorrà il monarca acquistarsi il sangue altrui? A contanti forse? Compra e vendita cotesta, non virtù. Il soldato mercenario, pieno che abbia lo zaino, e in questo modo conseguito il fine della sua milizia vendereccia, dirà: «Finchè non seppi in qual modo tirare innanzi la vita io sfidai la morte, adesso, che lo so, che preme a me se il padrone muore o ruina? Muoia; io vivo.» Così i pretoriani; e se i marescialli del primo Napoleone così non dissero, così fecero. Chè se taluno mi obietti: i nostri eserciti si formano con la leva, io gli domanderò: se egli reputi virtù quella a cui il cittadino è condotto come il malfattore in prigione, vo' dire con gli sbirri e co' nottolini.
Lo scrittore dello Spirito delle Leggi dichiarò espresso la virtù non somministrare fondamento alle monarchie, bensì l'onore. Quale mai onore? Può darsi onore dove non si appoggi alla virtù? Per certo egli scambiava l'onore con la vanità; il dabbene uomo si peritò a palesare quello che per avventura sentiva, chè filosofo e cortigiano non si può essere ad un tratto, e per arroto egli esercitava la magistratura e tirava salario. Vanità e interesse, sostegni unici della monarchia.
Larghissima, anzi infinita la schiera di coloro i quali appetiscono le distinzioni, chè in essi ne cresce l'agonia alla stregua che sentono meritarle meno: epperò trovano il proprio conto a credere, o piuttosto a fingere onde altri ci creda, che un segno di onorificenza tenga luogo di onore; e più oltre arrisicandosi affermano che senza un segno che lo attesti non si dà onore. Ai monarchi poi non sembra vero che il bestiame reputi dignità la principesca marca, impressa sopra la groppa, o il campanaccio appeso al collo. Titoli e fregi di re corrispondono ad un puntino con le indulgenze del papa. Finchè si trovi chi se ne contenta, i papi e i re si tengono le tasche piene di questo becchime, ed operano divinamente. Se ti piglia vaghezza di conoscere così ad un tratto la diversità che passa fra i tempi nostri e gli antichi, giudicalo da questo: i cittadini i quali per bene operare soperchiavano la uguaglianza civile degli Ateniesi bandivansi per via dell'ostracismo: ora accadde che dopo avere a quel modo esiliato Aristide, per poca considerazione il popolo esiliasse anche Iperbolo, uomo indegno: della quale cosa pentitosi il popolo, abolì cotesta pena perchè disonestata da colui. Le pene dunque se da cittadino indegno avvilite sopprimevansi presso gli antichi, presso noi le onorificenze deturpate da uomini perduti si confermano e si ampliano![3] Di qui la differenza.
E alla ferocia, anco ai dì nostri, che esaltiamo civili, non mancarono capitani, i quali diedero sembianza e nome di virtù militare: noi rivedemmo i tempi di Attila, dov'essi poterono letiziarsi nel gaudio della strage; durarono poco, ma la traccia dolorosa che si lasciarono dietro non è scomparsa ancora. La folgore e l'uomo possiedono la facoltà di operare più male in un giorno, che non valga a ripararlo un secolo.
Ferocia e morbidezze non possono stare insieme lungamente, imperciocchè la ferocia come espressione di barbarie sia acerba e rude, mentre le delizie amolliscono le anime e i bracci. Difatti i Romani perdono prima con la virtù il valore militare, e poi con la barbarie perdono perfino la ferocia, sicchè quando abbisognano di braccia per sostenere scudi di ferro (eglino ci avevano sostituito scudi di vimini) e di ferocia per combattere, le presero in prestanza dai barbari confinanti.
Taluno giudica le invasioni dei popoli oppressi sopra le terre dei ladroni del mondo persuase da voglia di vendetta, ovvero da cupidità di rapina, e può darsi, imperciocchè con ambedue queste guise si manifestassero pur troppo, tuttavia per me penso ch'eglino obbedissero a legge più generale, legge dinamica, che vuole pigli il di sopra chi troppo lungo tempo rimase di sotto. Forse leggi dinamiche non reggono la materia? E se la reggono, come il mondo morale dovrebbe procedere scomposto? Quando nelle nostre zone si abbassa la marea si alza nelle settentrionali, e quando colà il sido intepidisce, s'inacerba fra noi: il moto dei barbari incominciò dai mongolli e dagli abitatori della palude meotide; in che e come avevano potuto offenderli i Romani?
Ed ora volgiamo alla potestà sacerdotale, e miriamo un po' come s'innestasse alla principesca. Forse da per tutto fu prima il sacerdote, chè le principali passioni dell'uomo appena aperse gli occhi alla luce furono la paura e l'errore; donde il sacerdote; su gl'inizi egli vi accoppiò ancora la forza, e apparve ad un punto guerriero, se non che in breve gl'increbbero le fatiche ed i pericoli delle battaglie; la natura delle cose ordinando che il prete sia imbelle e crudele: però ei si prese a nolo un guerriero, pensando acquistarsi un servo, e si trovò ad avere comprato un padrone; per la quale cosa i barbari non pativano penuria di sacerdoti, tuttavia li tenevano in conto di gente da poco; e veramente bestiali si mostravano essi, e grossiere erano le superstizioni professate da loro; mentre dei preti romani splendidi i riti, la dottrina cristiana, comecchè guasta, amica alla umanità e consolatrice degli afflitti, la sapienza scarsa, ma unica. Il prete romano aveva piluccato dai gentili la pompa dei canti, dei suoni, degl'incensi, delle faci: prima che le arti risorte tornassero a somministrargli ornamenti scenici, arraffò le statue degli antichi numi e le adattò al suo uso: anch'egli aveva fatto provvisione di terrore, conciossiachè senza terrore il sacerdote non regge; di paura e di errore egli nacque; di paura e di errore bisogna ch'egli viva; però più tardi, avvisandosi meglio, mise al lato dello inferno il paradiso: al purgatorio non ci aveva ancora pensato. Di qui tormenti, di là gaudi; angioli da una parte, demoni dall'altra; luce e tenebre del pari eterne; stridore di denti e cantici celesti; timiami ad un punto e leppo di carni abbrustolite; dolore e piacere eterni poli della creatura umana: a rinfuso ogni cosa, e turbinante con moto vertiginoso, in brillamento perpetuo da abbarbagliare il barbaro così, ch'ei si reputasse vestito allora quando lo avevano spogliato. Il sacerdote investiva il Sicambro del regno ampio dei cieli, a patto che per senseria gli donasse mezza la terra; egli solo mezzano patentato di Dio, epperò valevoli solo i partiti conchiusi da lui; gli altri no perchè guasti dallo intervento del prosseneta marrone.[4] Arrogi che il sacerdote latino con quanta maggior cura seppe conservò la lingua romana, e con essa la notizia delle leggi antiche, le quali, sebbene ei rabberciasse a suo vantaggio, pure lo resero venerabile ai barbari ignorantissimi, quanto e più le sue dalmatiche e le sue mitre. Il barbaro si confessava ingenuamente bestiame da demonio, mentre il sacerdote lo serpentava a persuaderlo, che in lui ci era lievito da farne un santo; solo che lo sapesse trovare. Se il barbaro tuffava il braccio nel sangue fino al gomito, ove si rendesse in colpa, ecco lì il sacerdote pronto a lavarglielo coll'acqua benedetta. Il barbaro acciuffa il pane dell'orfano e della vedova, (grave colpa in vero), non importa, a patto ch'ei lo divida con la Chiesa, il sacerdote gli consacra il rimanente coll'olio santo. Tenerissima lega fra pastorale e coltello: quello guida il gregge alla beccheria, questo lo scanna.
Forse con simile accordo potevano durare insieme barbaro e sacerdote, senonchè questo abusando del credito acquistato sul barbaro, un giorno saltò fuori con la dottrina, che lo spirito essendo senza dubbio superiore alla materia, egli prete, come quegli che governava lo spirito, doveva per necessità reggere la materia: se egli consacrava i re, se questi gli si prostravano dinanzi, gli è chiaro ch'egli dovesse stare sopra di loro, ed essi in ginocchioni sempre davanti a lui. Al contrario il barbaro, bollendo, argomentava: o il prete che mi fa? Egli mi viene dietro per leccare il sangue grondante dalla mia accetta, e invece di pagarlo a me pretenderebbe che io lo pagassi a lui. Gli avevo concesso seguitarmi da lontano nelle battaglie perchè spogliasse i morti e mi desse mezze le spoglie, ed oggi le vuole tutte per sè. Di saccomanno ch'ei fu, adesso presume imporsi imperatore. Certo manda luce salutevole la fiaccola che tiene accesa il prete, ma per illuminare unicamente i passi suoi, sicchè quando ci siamo accostati a lui supplicandolo col suo invitatorio, onde ci accendesse la nostra candela, ci ha respinto gridando: «Che lumen de lumine? Addietro sciagurati; non sapete, che chi primo toccherà l'albero della scienza morrà; così ha detto il Signore.» E allora, soggiungeva il barbaro, o come vi mantenete in vita voi altri? Forse come noi non nascete, e come noi non morite? Roma dei Quiriti un dì ci conquistò con la spada, Roma dei Preti ci vorria forse conquistare con l'aspersorio? E bene; tenga per sè la sua scienza il prete, a noi non fa mestieri raffazzonarci romani, bensì mantenerci barbari, cui la necessità ammaestra, secondochè porge la nostra natura: quindi si composero leggi proprie; anzi, se la fama riferisce il vero, Carlo Magno costumò dettarle mentre si lavava il viso.
Di qui la guerra fra sacerdozio ed impero, che fu contesa tra pirata e corsaro: l'uno bandiva al mondo, l'altro truffatore, e sacrilego, e ladro: avevano entrambi ragione. La potestà sacerdotale condusse il rappresentante della potestà secolare a morire dentro una cantina a Spira; la potestà secolare diede uno schiaffo al Sommo Sacerdote e lo condusse a morire di rabbia come un cane: si sciuparono, si stracciarono i panni addosso, si rovesciarono a vicenda sul capo clamide e piviali; e in grazia dei loro scambievoli vituperii il mondo apprese come essi fossero non solo formati di creta al pari di ogni uomo, bensì del limo, onde si fanno i serpi.
Rotto lo incantesimo la umanità ardì guardarli in faccia ed ammonirli che il male loro non era bene, nè si fermò a tanto, chè i guerrieri vollero provarlo a loro con l'arme, e i sapienti con le argomentazioni: allora i re ed i sacerdoti commossi dal pericolo comune rifecero lega, a patto che il sacerdote in apparenza fosse più cosa del re, ma in sostanza il re comandasse al sacerdote; poi di amore e di accordo si posero a rassettare la catena antica, alternandoci ad un anello di paura dello inferno un anello di paura del boia: però, per quanto ci si assottigliassero, tutti non li poterono risaldare; ancora Dio, scoprendosi alcun poco la faccia, mandò un raggio di consolazione sopra la terra, e fu la stampa, conciossiachè Dio per ben due volte donasse la luce ai mortali, e la seconda assai più largamente della prima, chè la luce materiale si alterna con le tenebre, nè tutta a un modo illumina la umanità, mentre la seconda rischiara tutto il mondo del pari, e non tramonta mai. La stampa pertanto supera in virtù la luce.
Per benefizio di siffatta luce prese a sorgere nella mente del popolo un concetto, che lo condusse a ragionare così: «Se il sacerdote rappresenta Dio, o chi para che le creature se ne rapportino direttamente al loro Creatore?[5] Se al re tedia la cura di governarci, noi lo esoneriamo: e poi in che e come egli dimostra essere più sapiente o migliore di noi? E supposto ch'egli sia tale, con quale ragione si manterranno sempre così i successori suoi? E anco posto tutto da parte, i re e i sacerdoti divorano per mille, anzi per diecimila e più.»
I sacerdoti e i re si restrinsero insieme per avvisare intorno alla risposta da darsi, e stabilirono di amore e di accordo che la si avesse a fare, ma in certa lingua inventata da loro, composta di ferro, di piombo e di fuoco. Il popolo allora a sue spese imparò che per cavare dal sacerdote e dal re una risposta in voce umana, bisogna interrogarli con voce di corda.
Ed in vero i re e i sacerdoti udendo favellare il popolo, rimasero attoniti quanto Balaam, allorchè la sua giumenta lo interrogò dicendo: «Perchè mi percuoti?» E ch'è, che vuol dire popolo? — borbottavano fra loro — popolo, e polvere non hanno fatto fin qui tutta una cosa? E camminando sopra la polvere chi di noi avvertì l'orma che ci stampavano i nostri piedi? Chi mai avrebbe creduto che il popolo sentisse scalpicciarsi, e se sentito avesse potuto adontarsene? O non ci è avvezzo?
Pur troppo ci era avvezzo, ma un giorno gli mancò la pazienza, e avendo conosciuto come col solo sollevarsi avrebbe potuto accecare i potenti della terra, ei si sollevò e gli accecò: dacchè il potente non volle rammentarsi ch'egli aveva ridotto il popolo in polvere, il popolo lo ricordò al potente.
Ma accecare altrui non significa illuminare sè stesso: nel dì della vendetta al popolo appartiene il còmpito della distruzione. Quando egli con supremo conato arriva a rompere le sue catene, altro non sa ed altro non può saper fare, eccettochè sbatacchiarne i tronconi nel volto agli oppressori: quando il ferro delle catene si converte in armi, più che per le spade si trova adattato ai pugnali; a questi stende la mano la libertà, però insieme con essa la ferocia e la vendetta. E poi che il popolo possieda l'ira e la forza per distruggere, ma gli manchi la scienza per ordinare, così egli commise l'opera della sapienza ai suoi fratelli. Di questi alcuni perfidissimi lo trucidarono, altri prosuntuosi lo delusero; ma i più lo venderono come fu venduto Giuseppe ebreo agli Egiziani; poi i venditori si misero a gridare co' lupi dimostrando come non odiassero già la tirannide, bensì la combattessero per essere chiamati a parte della dominazione. Di qui lo sbracciarsi loro per le monarchie costituzionali, col solo fine che i convitati antichi si stringessero a tavola per far posto ai nuovi commensali; e l'interesse privato sublime nella sua terribile nudità stette in capo al desco costituzionale come lo scheletro a quello dei re di Babilonia; il popolo sempre somministrò la vivanda; chi nacque agnello ha da morire arrosto, tale è il fato.
Un giorno, un'ora per ischerzo lo salutano padrone, perchè si metta addosso o si ribadisca un padrone: lupercali del secolo nostro degli antichi più strazievoli assai. Un dì la razza arrogante donde si cavano i re ebbe cuore per derivare il principato da Dio, ma questi essendosene lavato le mani, fu mestieri trarlo fuori o dal popolo, o dal diavolo: dal diavolo non conveniva, imperciocchè il diavolo aborra dominare sopra gli schiavi, bensì sia primo a soffrire tra gli uguali; ora questa maniera di principato ai nostri signori non garba, chè godere vogliono per mille, e soffrire per nessuno; dunque dal popolo, e il popolo partorì il principe, il quale appena nato, alla rovescia di Saturno, che divorava i figliuoli, venne in pensiero di mangiarsi il padre a pranzo, e lo faceva se altri non lo ammoniva dicendo: «Se mangi il popolo a desinare con che cenerai?»
E poi il diavolo possiede intelletto e coscienza, però come uomo poteva augurarsi ottenere da lui l'alienazione non pure della propria libertà, ma eziandio in perpetuo quella dei suoi discendenti nati e nascituri? Queste enormezze non si possono pretendere, eccetto dal popolo, sul quale non rimane nè manco l'orma del piè che lo calpesta.
Buttiamo da banda i perfidi, e discorriamo dei saccenti: che volete? al popolo parve che il berlingare fosse senno, epperò elesse gli alchimisti di libertà, i quali lambiccarono il concetto delle monarchie temperate: il governo ha da essere colonna che ha fusto, capitello, e base; quindi il capitello sia il principato, i maggiorenti in mezzo e il popolo in fondo. Scrissi altrove, e ripeto adesso, che la esperienza mi ha insegnato come le colonne a quel modo possano stare, i reggimenti no: imperciocchè in questi i pezzi non durino mai fermi, seguitando ognuno la natura e le passioni sue: quindi, dimenandosi, avviene che uno sbilanci su l'altro, e allora dopo una guerra clandestina di frodi, ovvero aperta di violenza, che logora le forze dello Stato, e corrompe le coscienze se conservi il nome di temperato o di misto; in sostanza il governo diventò o monarchico, o aristocratico, o democratico; l'aristocratico si mantiene di più, ma ed anco cristallizza ed impietra quanto gli sta dintorno: la storia lo dichiara furiere eccellentissimo mandato innanzi ad apprestare le stanze alla tirannide; Venezia informi: ella, o piuttosto chi presume rappresentarla si volta indietro di tratto in tratto sospettoso che lo sbirro della inquisizione o il poliziotto austriaco sopraggiungano a riagguantarlo: la Venezia per ora ha paura della libertà.
A mio parere, per eccesso di bontà, o per manco di arditezza unicamente si può negare il bisogno della distruzione come prodromo della creazione; e mi sembra che la esperienza avrebbe dovuto a quest'ora ammaestrare che i due metodi non possono esercitarsi contemporaneamente perchè il vecchio ammazza il nuovo, o piuttosto lo perverte tramutandolo in nudrimento a prolungare la propria vita. Così, per esempio, la istruzione sola può migliorare le sorti della umanità, ma quale istruzione? E come, e da cui compartita? La intellettuale non basta; vuolci eziandio la morale, ed anco per la intellettuale bisogna distinguere, imperciocchè in buona parte ella si adatti al progresso come al regresso. Ora prevalgono i preti, e però i loro fautori invocano a tutt'uomo la libertà d'insegnamento, chè andando eglino scevri da famiglia, di poca mercede abbisognano; e talvolta per interesse di partito la rinunziano; a loro avanza sempre tempo o perchè liberi o gravati meno da cure pubbliche o domestiche.
I principii onde si compone l'ottimo reggimento spettano alla teoria, ma i metodi per attuarli quasi sempre, per necessità, sono empirici; e chi troppo fida nella virtù dei principii come capace di per sè sola a partorire effetti copiosi, e peggio poi a vincere la potenza antica dei principii opposti, s'inganna amaramente. Se mai vi fu lume, il quale meritasse andare riparato con amorosissima cura, per certo è quello della libertà: se non giunsero mai a spegnerlo, ciò avvenne perchè Dio lo volle immortale: del pari che il nafta non si estingue per acqua, la libertà non si smorza nel sangue: però la sua fiamma fin qui non fu vista divampare trionfale; all'opposto, vacilla sempre; e se contro i venti avversi congiurati a suo danno non la sovvengano più validi aiuti, il suo valore sarà di cui combatte, non già di cui sta per vincere; e molto meno di chi ha già vinto.
Dirò quello che sento; uno sconforto infinito mi opprime l'animo, quando odo bandire ad uomini senza dubbio amici della libertà: «lasciamoli fare!» Ah! quando i topi vi sono entrati in dispensa, quando i tarli nel mantello, lo sapete voi che cosa significhi lasciarli fare? — Nè mi si obietti: o che dovremo predicare la crociata addosso ai preti? Gli arderemo noi? No, questo fecero essi quando poterono, e lo farebbero ancora se potessero; quantunque noi usando così contro loro altro non faremmo che saldare una partita, che la umanità tiene da tempo antico accesa sopra i suoi libri a debito di cotesti spietati; pure tolga Dio che allignino in noi siffatti pensieri: ma almeno vorrei che ognuno tirasse innanzi pei fatti suoi, senza rabbia come senza persecuzione. Pretende il papa la infallibilità, e infallibile sia a casa sua: il Concilio dei vescovi lo dichiara luogotenente generale di Dio sopra la terra, e veruno glielo contrasti, ma noi intanto aboliamo il primo articolo dello Statuto; proclamiamo intera la libertà di coscienza. Ma noi predichiamo la libertà dello insegnamento, che ci nuoce, taciamo su la libertà della coscienza, che ci giova; e perchè questo? Perchè, ammoniva un giorno certo mio collega nella legislatura italiana, la libertà di coscienza essendo cosa di Statuto, bisogna andar cauti a metterci le mani sopra, per paura che i servili onnipotenti adesso non ce lo riformino tutto in peggio. Dunque non faremo, nè possiamo fare noi. Il collega ha ragione: fermi pertanto per timore di peggio. E la monarchia non può volere la educazione, che scalza il principio di autorità, il quale, o sia clericale, o secolare, in fondo è un principio solo: chè se adesso questi due principii si trovano in iscrezio, andate franchi a credere che essi sentono entrambi la necessità di accordarsi, e si accorderanno: ponete mente al caso di Forlì: colà il municipio aboliva nelle scuole elementari pubbliche lo insegnamento religioso; ma il Governo si spaventa dello scandalo, e vuole che lo Stato convertito in sagrestano educhi la gioventù nella dottrina del cardinale Bellarmino per ammannire l'intelletto delle nuove generazioni a ricevere il seme dell'odierno Concilio Vaticano. La monarchia per propria natura e per istinto di conservazione non può procedere amica alla libera dottrina, per la ragione che questa per propria natura non può essere amica a lei. Che giova agguindolare? Tempo perso: il gioco è scoperto. Chiesa e monarchia, delle scienze amano quelle le quali giovano a loro; le altre, che non le danneggiano, sopportano; aborrono quello che presentono infeste. Chi pretende diversamente sarebbe pari a colui che le volesse costringere a spaccare le legna per comporsene il rogo: coloro poi che si arrovellano a vedere nei bilanci degli Stati massima la partita per mantenere la forza, e minima quella per diffondere la scienza, bene dimostrano avere ottima volontà, non mente.
Il Secolo muore, e secondo che sembra a me, bisogna che prima muoia e poi si rinnovelli. Siccome le catastrofi spaventano, e che che se ne dica incerto è sempre il porto dove i venti fanno capitare le rivoluzioni, così nei tempi passati molti s'industriarono ad operare in guisa, che il nostro consorzio mettesse un tallo sul vecchio, cioè che mentre da un lato mano a mano si demoliva, dall'altro con proporzione uguale si fabbricasse: commisero errore, imperciocchè anco Cristo condannò l'arte di mettere toppa nuova sopra panno vecchio. Io tuttavolta confido che i posteri li perdoneranno, se essi con volontà eccellente, ma con fallace consiglio prolungarono le miserie della umanità, forviandola dal suo corso fatale.
Ma nè i presenti, nè i posteri perdoneranno coloro i quali, dopo la prova fatta, con pienezza di conoscenza ricalcano la medesima via. Voi siete maschere col nome scritto dopo le spalle: vi conoscono tutti, e tutti sanno i fini a cui tendete, vanità ed interesse. Voi siete scappati fuori nei campi dello Stato come un fior di ruta, la monarchia non vi vuole, la democrazia vi rifiuta: se fossi in voi disarmerei addirittura; o non vedete, che mentre vi proclamaste capitani di lungo corso capaci di condurre la umanità per mari inesplorati e procellosi, vi siete mangiato il biscotto del viatico prima di uscire dal porto?
Delle rivoluzioni si compiono quelle che tutti presagiscono come portate dalla necessità. Gli avversari del vivere libero non hanno mestieri di spie per essere informati: gli avverte lo istinto, e non errano mai: quando minaccia il terremoto, gli animali domestici, presentendolo, fuggono dalla casa destinata alla ruina; vorreste voi che gli uomini di Stato possedessero meno perspicacia dei gatti? — Questo non si può concedere; nè simile concetto contradice punto allo smanioso rovistare che fa il Governo, e a non trovare mai nulla, perchè altro è non esserci una cosa, ed altro non saperla cercare; altro è persuadere la propria coscienza, ed altro raccoglier prove per persuadere altrui; altro ostinarsi a credere che la faccenda cammini ad un modo, ed altro che la vada diversamente.
Ora le monarchie tremano che i conati dei popoli si appuntino nel volere mutata la forma del governo: per opinione mia s'ingannano; la repubblica è una forma, un grido, una voce; la distruzione o la trasformazione (se ti piace meglio), ma pur sempre la morte del presente è la cosa. La repubblica offre qualche cosa di concreto sopra la quale tu puoi mettere la mano, mentre la distruzione non ha forma, benchè disformi quanto le si para davanti. Ed io qui dissento da quanto mi sembra affermato da Giuseppe Mazzini, il quale giudica che i passati rivolgimenti non attecchissero in Italia, perchè i fattori di quelli o non avessero, o non sapessero mettere in pratica un concetto di reggimento nuovo non solo per ciò che appartiene alla politica, ma sì anche agli ordini del vivere sociale. Con la reverenza che si deve a tanto e a tale uomo, a me pare che cotesti rivolgimenti non allignassero, perchè non accaddero per unica virtù di popolo: se mi sia lecito usare linguaggio mercantile, in negozio che seppe tanto del mercante, essi furono fatti in conto a metà con la monarchia; onde come per ordinario avviene nelle società, ognuno dei soci vantando avessero messo la maggiore porzione pretendeva pigliare tutto per sè; e a diritto, perchè i benefizi delle rivoluzioni non sono di quelli che possano spartirsi fra monarchia e democrazia. Ancora, chi può dire prima della tempesta quello che egli opererà dopo? Quali elementi gli avanzeranno? E come vorranno essere foggiati? Pericoloso poi è proporre generalità, però che comprendendo esse o troppo o troppo poco, quando si arriva a specificarle a modo di cui le propose generano sempre perplessità ed equivoci. Se non erro, qui dentro sta l'agonia del tempo: mietere la messe maledetta del presente, e sul campo sgombrato spargere il seme che si conoscerà più utile alla specie umana. La distruzione e la trasformazione del presente implica per necessità miglioramento avvenire.
Coloro che un dì congiurarono, adesso vituperano la congiura, allegando che la cospirazione non è il diritto, e che non si deve cospirare quando la legge dà modo di conseguire il tuo scopo con argomenti civili; per ultimo conchiudono che chi non consente negli ordini odierni politici ha da uscire dal Parlamento. — Cospirare bisogna, non fosse altro per trovarci concordi in ciò, che dobbiamo proseguire sotto pena di presentare ai popoli lo spettacolo di perpetuo screzio e di contradizione con iscapito di credito. A voi piace la monarchia costituzionale, e bene sta che ve ne palesiate sostenitori ripromettendovi, mercè la sapiente opera vostra, renderla non solo tollerabile, ma desiderabile; però altri opina che la sia per propria indole incapace di ammenda; ora è chiaro che voi potreste con sicurezza discutere dei rimedi per guarirla, ma certo nè apertamente, nè sicuramente avvisare intorno ai partiti di abolirla: voi trovate il vostro pro a plasticarvi alla maniera che fate; altri non ce lo trovano: voi siete contenti, scontentissimi gli altri. Quanto al diritto, vi rispondono che il consenso dell'universale n'è il fondamento; concedeteci dunque che noi procuriamo di guadagnarcelo; la forza poi è il modo con cui si attesta il diritto; però abbiate la pazienza di lasciarcela raccogliere; vedrete, a cose fatte, non solo plaudirete dalla platea, ma darete la scalata al palcoscenico per montarci su a sostenere la vostra parte, fosse pure quella di comparse. Industrie vecchie e rinnovate sempre: il buono arcadore non porta mai una sola freccia nel turcasso.
Qui sopra fu scritto voi potreste discutere con sicurezza i rimedi per emendare la monarchia; però non è certo; e ad ogni modo senza profitto, imperciocchè ella aborra i vostri beveroni sapendo come essi, comecchè da voi propinatile senza malizia, la farebbero morire di colica. Considerate che cosa i monarchi accusino di cospirazione: cospirazioni sono i consorzi artigiani, le adunanze democratiche, i sodalizi dei tiri al bersaglio, le compagnie degli esuli, le fraternite per associare alla fossa i patriotti defunti, i comizi popolari, le scuole promosse dalla carità di privati cittadini, le banche del popolo, e soprattutto la stampa; e senza andare tanto per la sottile, alla rinfusa perseguitano ogni cosa. L'uomo della legge, come l'arciere nella corte dei re di Persia, sta lì con l'arco teso per frecciare chiunque ardisca sollevare la testa dal piatto.
E poi chi potrebbe dire che quanto avviene si operi per virtù di congiura? Ai tempi che corrono ci bisogna davvero molto apparecchio perchè la gente si trovi d'accordo in qualche impresa? La rivoluzione rode.... ha roso le viscere della società nostra. Le autorità un dì conformi, oggi fra loro pugnaci, non generano rivoluzione? L'ordinare e il disordinare continuo dello esercito, è rivoluzione; rivoluzioni le tasse eccessive e tuttodì crescenti. Rivoluzione la finanza disastrata così, che ormai non altro rimedio, eccetto il fallimento, pare che giovi. Le armi in terra e in mare infelici, le persecuzioni aperte, o segrete, l'ostinato favore di una setta astiosa, intenta sempre a deprimere i migliori, la improbità degli ufficiali, le prevaricazioni dei giudici, la corruttela da per tutto non furono sempre tenuti come il ventipiovolo delle rivoluzioni?
Gli amici dell'ordine presente di cose gridano: bisogna provvedere, ed hanno ragione; mandino in esilio la memoria di Custozza e di Lissa: in prigione il fallimento: alle gemonie la miseria pubblica: mettano in Campidoglio la monarchia: compiano la unità italiana: procaccino che cessi la dominazione dei Francesi come cessò quella degli Austriaci[6]. La rivoluzione non è un demone, bensì una necessità. Se fosse un demone, i fautori interessati del Governo lo avrebbero evocato troppo più che i suoi avversari; e se fosse comparso vi avrebbe detto come l'ombra di Samuele a Saulle: «Domani sarete tutti morti.»
E noi? Con voi forse, e certo dopo di voi. Di qual morte? Il fato degli uomini sta chiuso nel pugno di Dio.
Quanto all'atto, alla forza, o al moto materiale non si comprende come altri lo rinneghi, imperciocchè la forza compaia necessaria onde il pensiero si traduca in azione. Carica quanto sai un orologio, se tu non dai impulso al pendolo questo rimarrà fermo in eterno; fa' pure maturare quanto vuoi il frutto, e' ti sarà mestiere un dì stendere il braccio per istaccarlo, che se casca da sè lo raccorrai fradicio, se rimanga su l'albero indozzerà. Certo, chi suona la campana prima che sia venuta l'ora riceve il battaglio sopra la testa, e tuttavia se non fossero questi avventurosi saggiatori, chi avvertirebbe i dormenti che l'alba è nata? Se voleste o poteste dare sicurtà alle monarchie che il popolo non fosse per menare mai le mani, esse si leverebbero d'attorno i soldati come il chirurgo ripone la lancétta, quando ha cavato sangue.
Gli Stati si difendono con la milizia così all'esterno come all'interno, e per la stagione che corre più per di dentro che per di fuori; però leggendo le storie l'uomo rimane percosso dalla inanità delle difese, non meno che dalle molteplici ed inopinate vie dalle quali la rivoluzione prorompe: a modo dei fiumi ella strappa dove te lo aspetti meno. Ora è un volo dal balcone, come Jezabele; ora un sasso nel capo, come a papa Lucio; ora un piumaccio sopra la bocca, come a Federico II; ora un ferro rovente introdotto negl'intestini mercè un corno bucato, come Eduardo II; ora una mina incendiaria come a Dudleio di Scozia; ora veleno, come a Leopoldo II di Austria; ora strozzamento, come a Pietro II di Russia; ora soffocazione a mezza vita, come a Paolo I di Russia; ora pugnale, come Enrico III ed Enrico IV; ora mannaia, come Carlo I e Luigi XVI; ora piombo, come a Massimiliano I; ora un colpo di baionetta nel femore come a Ferdinando di Napoli; ora battaglia cittadina, come a Carlo X e Luigi Filippo di Francia; e via, e via. Le occasioni infinite; le più frequenti, le gravose imposte.
E se vuoi andare chiarito come le monarchie non imparino mai nulla, mira in qual modo in tutta Europa, se togli la Svizzera, si stringano i popoli nello strettoio, senza pensare al poi: anzi uno, che fu ministro, e aspira a ridivenirlo, dichiara essere arte di governo mettere su le spalle al popolo una tassa, subito dopo una seconda, quindi la terza, e la quarta, imperciocchè non costumando così come ci sarebbe dato conoscere quanta sia la potenza del portare, che il popolo possiede comune coll'asino? E dice santamente.
Adesso parrebbe che la rivoluzione si fosse messa per una via senza dubbio strana, intendo accennare agli scioperi; dove questi si allargassero tanto da percotere l'odierno ordinamento di cose come rimediarci? Che pesci pigliare con proletari, i quali dicessero al capitale: «Noi moriremo di fame, ma tu con noi; cucinati il tuo danaro?» E' la sarebbe la rivoluzione presagita a Filippo II dal suo giullare di Corte: «Se tutti quelli, egli diceva, che oggi accennano di sì di un tratto si mettessero al no, chi sarebbe il più buffone di noi?»
E dopo la distruzione, che mai verrà? Io già l'ho detto, questa è scienza di auguri: peggio di così non parrebbe, e la cessazione del presente ci sembra massima parte di bene. Taluni filosofi non hanno perfino insegnato, che il piacere in questo solo consista, nella cessazione del dolore? Il genio dei tempi porta la distruzione delle monarchie, costituzionali o no; anzi le prime più aborrite, come quelle le quali o per necessità d'instituto, o per voglia di persone hanno introdotto nello umano consorzio maggior copia di corruttela. Difatti, vanno ripetendo gli agitatori, le monarchie in generale non contengono più causa di vivere: le più innocenti e sincere sorsero un dì dal bisogno di raccogliere le forze della tribù sotto la guida di un guerriero per la difesa degli assalti altrui, ovvero per assaltare: adesso questo fine ha da smettere, però che i popoli, fatti bene i conti, conoscono a prova come nelle guerre, se i vinti rimangono col capo rotto, anco i vincitori lo riportino incrinato, e lo scambio pacifico dei prodotti di una terra con quelli di un'altra ti reca a casa i beni che i popoli desiderano di godere.
La Prussia se ne accorgerà; la monarchia costà si tramuta in impero; potrebbe darsi che di crisalide diventata farfalla, non si trovasse costretta a battere le ale da Berlino.
E quantunque i principi, non esclusi i più mansueti, usino assisa soldatesca (forse per bene imprimerci nella mente che il diritto sta nella forza), ciò non significa già che tutti sappiano di guerra, e veramente se cingere spada importasse virtù militare, i Cesari e gli Scipioni si comprerebbero in mercato mezza lira la serqua. Se consideri i modi di governare delle monarchie, vedrai come le assolute quasi sempre, e le costituzionali sempre tracollassero le fortune dei popoli. Quando nella monarchia assoluta volere e fare scoppiano come due faville dal medesimo tizzo acceso, ella benefica le genti con la piacevolezza del fulmine; quando nella costituzionale è costretta ad accompagnare con la sua la volontà degli altri, ella risucchia ed addormenta come il vampiro del Ceylan. Fiera necessità quella di guastare e lasciarsi guastare per vivere: stendere la manca alla elemosina per atteggiare la destra al comando. Allorchè venne meno la forza, il principe è costretto ad usare la blandizie; di adulato farsi adulatore: e se Giove un dì si mostrava pei doni propizio, oggi a sua posta Giove ha da tenersi co' doni bene edificati gli Dei minori. Si maravigliano dell'armonia nella quale si accordano Governo costituzionale e Banche di credito, e sembra strano, imperciocchè arieggino fra loro come fratello e sorelle. Di qua, di là si traffica, si cambia e si merca, si sciolgono e stringono affari, si fa faccende, distinte è vero, ma senza nè anco volerlo, talvolta si avviticchiano alle gambe della gente dabbene, sicchè dalla Banca sdrucciolano nel Parlamento e dal Parlamento nella Banca. Presidio dei Governi le Banche, e poichè le Banche si compongono co' sussidi dei privati, sembra ufficio di ottimo cittadino sovvenirle, onde sovvengano; nè sa vedersi la ragione per cui abbia a gridarsi la croce addosso al legislatore, che vi piglia parte. O che la Banca forse è una di quelle case, donde Pompeo uscendo di soppiatto sentì dirsi da Catone: «Tu dovevi vergognarti quando ci entrasti, non ora che n'esci»? Nemici dei legislatori banchieri tutti coloro cui mancò il potere, o l'arte per essere accolti nel concilio di cotesti semidei.
Chè se alle monarchie vennero meno le cause di vita, ogni dì crescono le cause di morte: precipua fra le altre gli eserciti stanziali da loro meritamente considerati àncora estrema di salvazione; e di quante miserie essi sieno origine non importa ripetere, chè la è materia trita. Le bocche non si stancano da predicarla, ma ci hanno orecchie a cui la voce non basta; per isturarle ci vuole il trapano.[7]
Pure chi considera pacato non può dare torto alle monarchie, comecchè temperato: se la volontà degli eletti, ch'esse procurano guadagnare, e che guadagnano, procacciasse altresì le volontà degli elettori, allora potrebbero licenziare lo esercito: ma i denti che leva alla democrazia non può adattare alle sue mascelle; trapiantati non barbicano; ed a cotesta benedetta democrazia i denti rinascono tanto presto! Dunque rimane abbondantemente dimostrato come alle monarchie faccia mestieri tenersi in serbo apostoli di bronzo e confessori di piombo per ricondurre il gregge (dove mai traviasse) sopra il diritto sentiero.
Le monarchie divorano troppo: sembra che la infermità alla quale vanno più che alle altre soggette sia la bulima: ora mentre da tempi rimotissimi eroi e semidei si perigliarono tanto laudabilmente a purgare la terra dai Lestrigoni e dai Ciclopi, come il secolo nostro sopporterà un uomo che consuma la sostanza di diecimila? Gli antichi predicarono e il Gioberti confermò essere i re animali carnivori.
Occorrono nel mondo instituzioni affatto pari agli archi fabbricati co' mattoni senza calcina, donde levando un mattone tutto l'arco si scompagina per tracollare; le monarchie fra queste; finchè si credeva emanassero da Dio, non ci era da ripetere: correva l'obbligo di venerarle in tutto e per tutto come articoli di fede; e la fede è la ragione (lo ha detto il papa anche ieri); ma ai dì nostri, che i cervelli ricusando ogni imbeccata pretendono ragionare a modo loro, sembra presunzione, anzi insolenza, che liberi cuori ed intelletti arguti ti si sottomettano, non perchè tu prevalga per magnanimi sensi, o per sapere, bensì perchè il caso ti fece nascere da una madre piuttostochè da un'altra (non ho accennato a padre, per attenermi al certo). Un giorno sostennero necessaria la eredità del trono per fuggire le contese sanguinose fra i concorrenti al principato, e fu vero; ma ai tempi nostri non abbiamo veduto che nei governi popolari la elezione del magistrato supremo dia luogo a guerre civili.
Oggimai la stemperatezza del vivere si confessa ulcera delle nostre generazioni: il lusso è il campo dove semina la corruzione e la servilità raccoglie; un dì bastava all'universale soddisfare ai primi bisogni della vita e poi alle oneste comodità, le quali e piacciono e giovano: oggi gli è appunto questo a cui meno si bada, anzi questo si sagrifica alle apparenze della vanità. Invade le menti dei cittadini il furore di rovinarsi, come una volta le Baccanti il furore di ubriacarsi; dal colpevole scialacquio nascono a frotte le fraudi, le morti, i falsi, le prevaricazioni, i furti, il pudore venduto, le anime a nolo: insomma la tetra miliare che infradicia il corpo sociale. — Di tanto male non è ignota la origine; all'opposto palese, e non dissimulata, imperocchè gli eccitamenti e lo esempio alle sontuosità lo dieno le monarchie alle quali par debito lo scialacquio per corrispondere alle profusioni insensate di che gli adulatori le dotarono a danno dei popoli: e queste, giudicano, prova solenne del vizio della istituzione tornando a detrimento comune fino quella parte di lei che si presenta sotto forma di bene. Le monarchie, alla rovescia dei fari, i quali si pongono nei luoghi eminenti a fine di avvertire i naviganti perchè se ne discostino, tirano i cittadini a naufragare nello sperpero.
Ma ond'è che le monarchie caddero tanto nello abbominio delle genti? Le religioni tutte poggiano sopra la fede di un Dio, il quale fu creduto somministrasse la prima radice alle monarchie, sicchè correva universale il dettato: un solo Dio, un solo Papa e un solo Imperatore; la Divinità poi dura eterna, mentre l'eredità ha termine; che cosa la Divinità sia ignoriamo; definirla è follia, temerarietà questa da lasciarsi ai sacerdoti; tuttavolta Iddio deve essere meno una volontà che una legge; che se un momento fu volontà, di subito si convertì in legge, nè più ora può alterarsi o disfarsi vigilando al suo adempimento la necessità; e questo forse volle significare la sapienza antica quando nell'Olimpo pose a piè del trono di Giove il Destino, dalla cintola in giù nascosto dentro le nuvole, con le mani intrecciate sopra l'urna dei fati e gli occhi volti in su, quasi per ammonire il Saturnio di stare a segno. E su questo meditando ogni uomo che abbia discorso, si condurrà agevolmente a conoscere quanta sterminata diversità interceda fra la nozione di Dio e la idea del monarca.
La distruzione si proverà di mettere le mani addosso alla religione, tuttavia s'ella mai arriverà a sceverarne il guasto e il vano, non la schianterà, però che eterno affatichi i petti mortali il bisogno di credere; quei dessi, i quali non si rendono capaci del come lo spirito possa sopravvivere alla materia, si spaventano morire interi, e per la nostra intelligenza riesca meno arduo alla vista di una fattura supporre un fattore che immaginare la fattura venuta su a caso e senza legge. Noi parliamo della religione cattolica, una delle più ree di quante abbiano contristato la stirpe umana, sebbene tutte le religioni in mano di tutti i sacerdoti sieno state farina per farne pane ad uso di casa loro; ma sollevando il piviale del nostro papa e vedendo che roba ci sta sotto, l'uomo trasecola come lo sopportino popoli civili. Se non era lo imperatore dei Francesi a quest'ora il Papato era da gran tempo sospeso al palco di qualche spezieria come un coccodrillo impagliato.
E come i Francesi ci nocquero col volere conservato troppo, così ci nocquero quando vollero abbattere troppo. Nel secolo passato per distruggere il prete si rifecero a demolire Cristo. Ora Cristo non si rovescia, imperciocchè la sua dottrina si allarghi così da potere abbracciare ampissimo tratto del perfezionamento umano. Allora i preti, a modo del diavolo, il quale, com'essi ci diedero ad intendere, si schermisce dagli schizzi dell'acqua benedetta dietro la Croce, procurarono salvarsi dietro Cristo dalle aspersioni della filosofia. Intanto non si dimentichi mai che i Francesi, o trascorrendo troppo, o troppo stornando, fin qui guastarono i fatti nostri ed i loro più che non giovassero: grande è il debito loro verso la umanità, ma lo salderanno; così giova sperare, e rammentiamoci eziandio che il prete romano ha cavato i chiodi dal corpo di Cristo per conficcarli in quello dell'umanità. Bisogna calare giù dalla croce questa desolata, e porla in grado di citare il prete di Roma davanti Dio, perchè le renda il suo Cristo, ch'egli ritiene come una cosa furtiva.
Allora con Cristo il papa renderà durevolmente Roma, dacchè il prete verun'altra ragione accampa della rapina, eccetto il tempo lungo; ma il tempo prescrive la pena, non già assolve dalla restituzione. Giova ripeterlo: come acquistò egli? Per donazione del popolo? Questo non è, e fosse i padri mancarono di potere per alienare la libertà dei figli. O forse per mancia dello aiuto prestato al Conquistatore? Violenza non partorisce diritto, e la facoltà del riscatto dura eterna. Origine perenne del diritto la volontà del popolo esercitata dentro i suoi confini naturali; chè se alla volontà si aggiunge la necessità, qual riparo ci metteranno le parole? È legge di natura che i gravi tendano al centro; ora quella che spinge gl'Italiani a Roma vuolsi giudicare della medesima qualità.
Spazzate via le ciurmerie romane, le quali da tanto secolo usurpano il nome della religione, la dottrina di Cristo consolerà col puro suo raggio molta parte del genere umano.
Eppure Roma avrebbe potuto la terza volta dominare il mondo. Quando Attila incedeva alla distruzione di lei, le immagini dei santi Pietro e Paolo, agitando spade di fiamma, lo respinsero indietro: questa fu favola, comecchè Raffaello l'abbia immortalata co' suoi dipinti divini, ma sarebbe stata verità la terza dominazione di Roma sul mondo, se il Sommo Sacerdote avesse bandito ai popoli: «Le antiche dominazioni nacquero tutte dalla violenza o dalla frode: egli è mestieri che cessino tutte. La gente che mi fu tanto lungo tempo soggetta torni in libertà e si governi a suo arbitrio: riabbia i suoi consoli, e se le talenta restituisca il suo Senato ed i suoi tribuni: io qui starò norma di giustizia; dispensatore di lode o di biasimo ai meritevoli, che si convertiranno in premio, ovvero in pena in questo mondo ed in quell'altro.»
Simili parole non solo gli avrieno difeso la porta Pia meglio dei suoi zuavi, ma ei le avrebbe agevolmente potute convertire in leva da sovvertire qualunque trono fondato sopra la iniquità, per quanto apparisse potente.
Senonchè Roma tirata in giuso dalle cupidità della terra non ebbe virtù di volgere gli occhi al cielo ed ispirarsi dall'alto: adhesit pavimento anima mea; l'anima di lei sta attaccata alla melma. Troppo ella trascorse nella via della perdizione per poter tornare in dietro. Roma diventò troppo terra, e come terra bisogna che si disfaccia; il suo divorzio da Cristo è irrevocabile: finchè può, duri come si trova; ogni moto ne affretterà la fine, fosse pur quello di accostarsi un sorso di acqua alla bocca riarsa dall'agonia: ove si volga in fuga, ad ogni passo le cascherà un brandello. Strana coincidenza: Roma imperiale finì con Augustolo, Roma sacerdotale doveva cessare con Pio IX: però spettava al sacerdote comportarsi in modo da privare la vecchiezza del conforto, che non le negano i cuori più duri, la compassione.
L'uragano minacciava le istituzioni, che si vantano e si appellano giustizia: le leggi, cresciute peggio della gramigna, male concepite, pessimamente significate, ti presentano un laberinto, dove la ragione si smarrisce, e in mezzo a quello il giudice l'aspetta per divorarla: ho detto giudice non minotauro, perchè questo almeno, ci contano, fosse mezzo uomo e mezzo belva; mentre nel giudice talora tu cercheresti inutilmente l'uomo anco con la lanterna di Diogene. Troppo spesso vediamo il retto senso in mano al giudice prevaricatore e all'avvocato preso a nolo come la gallina fra i denti della volpe: dei curiali tenuti per eccellenti coloro che meglio riescono a convertire la ragione in torto e viceversa: fra tanta stortura di giudizio, fra così immane depravazione d'intelletto, la corruzione piglia nel garbuglio domicilio come in casa propria. Il giudice prevaricatore non teme più la scotennatura, a cui un giorno lo dannò Cambrise, imperciocchè a quale stravizio d'iniquità non può egli apporre la maschera della buona coscienza e della dignitosa rettitudine? Le leggi adesso, come gli stivali di Teramene, si adattano a tutti i piedi.[8]
Pare dono, ed è giogo, il codice posto in mezzo alla via per ritardare il cammino della umanità; tutti i termini, se forti, impediscono e si odiano: se deboli si scavalcano e si disprezzano. Massime poi se come i nostri non si accordino fra loro nel concetto, e meno ancora nel significato delle parole che adoperano; quello di procedura poi un museo di tagliole. E' si sbracciano ad emendarli; il meglio sarebbe metterli in un bucato d'inchiostro; o darli a rivedere a Vulcano.
Orribile a dirsi! Magistrati preposti alla tutela pubblica seminano i delitti, li coltivano, e poi ne cavano vantaggio di privato interesse: il Governo da prima finge ignorare, informato nega; quando non può più negare attenua, o scusa: il paese, che dovrebbe rimescolarsi, ode, stira le braccia e sbadiglia; la notizia di coteste infamie è cascata nel paese come un sasso dentro la mota; ha levato qualche sprazzo, poi silenzio; ovvero segno unico di vita il consueto gracidare dei ranocchi.
Al magistrato, che piglia nome di difensore della legge, se mai avvenga che la coscienza dei giudici giurati salvi il collo del prevenuto dalla corda, pare che tu abbia rubato l'orologio di tasca; mentre un'altra volta, dove ci trovi il suo conto o il superiore glielo comandi, ed anco non glielo comandi, ma egli presenta che gli fia accetto, sigillerà il sepolcro, e negherà e potrà negare che si scoperchi a raccontare il delitto! Anche ai magistrati preme la unità delle leggi, come agli uomini di Stato piace la unità politica, quindi si studiano estendere la corda alla universa Italia, e ciò perchè a questo modo costuma presso la gente egemonica, ed è assurdo pretendere che questa gente dabbene, ormai usata alla corda, allunghi il passo per mettersi in riga co' popoli più civili di lei, bensì questi devono dare indietro per aspettarla a srugginirsi: finchè ciò non avvenga, si feliciti l'Italia anco nella unità della corda.
La magistratura si loda non per quello ch'è, sibbene per quello che dovrebbe essere; se vi hanno giudici buoni (e ve ne hanno) non rileva, perchè travolti dai pessimi istituti. Dicono che le passioni umane rompono su la soglia del tribunale come onde in frangente; non è vero: i giudici ogni giorno mettono il capo alla finestra per ispecolare da che lato il vento spiri. Tutte le passioni entrano in tribunale per la porta maestra, e ci ha chi spalanca loro le due imposte a un tratto, nè può fare a meno, imperciocchè i giudici non formino collegio a parte come di sacerdoti, consacrati unicamente al culto della giustizia; all'opposto si mescolino nelle lotte della vita politica; parteggino alla scoperta; nei Parlamenti contendano; come gli altri, e più degli altri, smanino pel trionfo dei propri interessi. Ora male si pretende dall'uomo qualità più che umana: sia caldo e freddo ad un punto, appassionato e tranquillo, e possa da un punto all'altro spogliare un abito morale per vestirne uno diverso. Tutti sanno come fosse ordinato in Atene che gli Efori giudicassero al buio, e ciò dopochè Iperide, in dubbio di salvare Frine incolpata di empietà, ricorse, quale supremo argomento, per commuovere gli Efori, a stracciarle i panni di dosso, mostrando la meravigliosa bellezza delle sue forme; ma molti ignorano l'ufficio del Filacto, magistrato presso i Cumei, il quale consisteva di tener per mano il re nelle adunanze notturne, finchè i senatori non avessero sentenziato al buio se da lui bene o male fosse stata amministrata la giustizia.
La legge nel medesimo tempo permette e punisce il medesimo fatto secondo le qualità di cui l'opera e la gravità sua; se gravissimo concesso, e concesso altresì al Governo; nei privati, e se lieve, percosso. Il Governo, dopo aver tassato il sangue e la fame, impone il balzello anche alla disperazione: ei si compiace mostrare che dal gioco del lotto ricavi la entrata più grossa del suo bilancio, deplora il male e lo provoca, confessa la colpa e la rinnova; ogni altro gioco meno proditorio pel giocatore perseguita; e al magistrato sembra sul serio amministrare giustizia da un lato condannando la femmina che allotta galline, dall'altro lasciando in pace il Governo, il quale trova modo di risucchiare dalle vene del popolo ottanta e più milioni di lire.
Ma il Governo divora per essere divorato; Polifemo, che dopo avere mangiato ad uno ad uno i compagni di Ulisse, serve di pasto ai Ciclopi. Gli usurai nomadi hanno piantato i tabernacoli loro nelle viscere dello Stato; e quinci mandano le mandrie delle arpie a pascere dintorno: tuttavia tremano, e spaventati spaventano; al popolo parlano di disperazione, come se la disperazione del popolo non dovesse mettere in pensiero loro, piuttostochè questo; e percotono altresì le teste vuote dei legislatori, le quali ripetono come tamburi: «fallimento». Allora tutti quelli che stanno uniti al Governo col vincolo del debito si commovono fieramente per la salute della Patria, ch'essi hanno soccorso alla ragione del dodici per cento e più; maledicono come nemici della Patria chi non paga i balzelli vecchi, ovvero si oppone ai nuovi; non corre tempo di pace adesso; le forze tutte dello Stato importa convertire in uscieri per dichiarare la guerra dei gravamenti ai debitori morosi. Avete ragione, tuttavia considerate come per molti quello che voi chiamate ricchezza mobile sia miseria stabile, e come il meschino guadagno non basti ai primi bisogni della vita. Che rileva ciò? Rispondono, virtù sono la sobrietà e la temperanza; digiunino una volta la settimana, il digiuno viene raccomandato dal Vangelo, rincalzano i Giudei. Bene sta, ma allora come il popolo giocherà al lotto? Anch'esso è necessario per pagare l'interesse del cinque sopra cartelle comprate al quaranta, ed anco meno per cento. Digiuni un altro giorno, ripicchiano i governatori della Banca Nazionale. Ormai il debito e il credito hanno partorito una feroce complicità: se guardi alla intenzione ed agli effetti tu vedrai uscirne le medesime sequele dei capitali delitti, e tuttavia mentre del processo Stastings si parlò con orrore per tutta Europa, oggi discorrono di amministrare a cotesta maniera parecchi Stati con mirabile tranquillità: tutto si connatura, anco il morbo asiatico. Se io mi fossi trovato nei piedi del Peabody avrei istituito un premio di dieci milioni di dollari per colui che trovasse la maniera d'inoculare la fame; dormono i grandi ingegni in Italia? Su, sorga qualcheduno, il quale con questa scoperta faccia impallidire la gloria dell'Jenner.
Un dì si vedeva una nobilea spennacchiata, che se ne stava in sussiego come uccello che mudi nella aspettativa di rinnovare le piume, le quali non si rimettevano mai: pure crogiolandosi nei suoi titoli ella guardava con occhio obliquo la gente nuova, e i subiti guadagni aveva in dispregio; Napoleone I, il grande schernitore della razza umana, promosse a tutt'uomo la miscela del danaro plebeo con la povertà superba della nobilea; buttò il concio a far rinvenire le terre sterilite, e lo diceva. I nobili allora allungavano la mano, prendevano e disprezzavano: adesso non più così; su la sera vennero i nobili a parte delle baratterie, e ci si misero con l'agonia di cui sente avere tardato troppo ed ha bisogno di rimettere il tempo perduto; libidine di vergine trentenne; un giorno i nobili spregiavano gli usurai, ma non gli odiavano, e avevano ragione; gli usurai odiavano i nobili, ma non gli spregiavano, e non avevano torto; oggi stanno insieme, e a buon diritto si disprezzano e si odiano da entrambe lo parti: in turpe gara titoli, rapina, e servitù.
Le cause di vivere in società sono mutate, o piuttosto diventarono opposte: in vero, gli uomini si condussero ai civili sodalizi per sovvenirsi, oggi stanno insieme per divorarsi con maggiore comodità: parco chiuso di belve dove l'una tira addosso l'altra col ferro poco, molto co' tradimenti e moltissimo con le frodi.
E la famiglia di cui il nido si compone di casti affetti e di soavi pensieri come non doveva appassire in mezzo al morbo? Già da tempo le nozze erano diventate paretaio per chiappare mariti; contratto da prima, oggi mercato; verun rito religioso vi presiede; nè manco si cerca qualche vecchio virtuoso la benedirle: difatti sarebbe superfluità; o che forse nelle fiere dove si vendono e si barattano bestiami si chiama auspice un Dio? Nei giorni andati nel contratto si poneva la condizione che la sposa o serbasse, o prendesse il suo galante, e il marito acconsentiva: oggi si omette il patto, perchè non ce n'è più bisogno: si appetiscono le nozze per onestare le libidini vecchie, o mantellare le nuove. Un dì fornivano alle femmine occasioni di non tenere mai i piedi in casa le pratiche religiose, adesso ferme queste, ci hanno aggiunto il continuo visitarsi, e la frequenza agli asili, alle scuole e ad altri luoghi di beneficenza: tutto è in maschera, la tirannide va larvata di libertà, la lascivia di virtù: spesso la femmina svolta il canto dello asilo infantile, e sguizza furtiva nel misterioso lupanare dove l'attende l'adultero della giornata.... della giornata, perchè anco l'adulterio stampi il suo lunario in capo all'anno e in ogni giorno metta un santo nuovo. Baci maritali diacci come falde di neve, o se tepidi, perchè le labbra conservano un po' di ardore col quale le accese la bocca dell'amante: e nodi sono eglino questi? Sì certo nodi di cui Tisifone staccandosi un paio di vipere dal capo somministrò il legame. Già già le nozze forniscono alle spose materia per sperimentare la virtù dei veleni sopra i mariti. Nè questi meglio di quelle; adulteri anche essi, e gelosi: mettono le mani nel sangue meno per ispasimo di affetto tradito, che per rabbia di superbia offesa: la figliuolanza, quantunque per cause diverse, spaventa l'un genitore e l'altro; la madre vana, che vede nei figli molesti testimoni della età che avanza, il padre, che ha da apprestare la dote alle figlie e sostenere le spese della educazione della famiglia. Oh! quanto volentieri i padri costumerebbero coi figli, siccome i fanciulli fanno con le bolle di sapone; i quali le spingono per l'aria soffiando nella cannella, e dopo che hanno vagato alquanto in balìa del vento le vedono scoppiare ridendo. Però nei demolitori sorse il tetro proposito di distruggere la famiglia, sfiduciati di poterla emendare; così taluni selvaggi delle isole dell'Oceano quando pensano che il padre infermo non possa più riaversi, lo gettano a ritemperarsi sul fuoco. — Senza Dio, senza patria, senza famiglia, qual mai consorzio può darsi fra gli uomini? Prima, che ciò avvenga Dio ripieghi il cielo come un rotolo, sigilli le stelle e spenga il sole, abbandonando la terra alle tenebre e al freddo.
Ma quando striderà la tempesta qual voce potrà farsi sentire o sarà ascoltata? Se a taluno arridesse questa speranza io vorrei che con magna voce gridasse: «Piuttosto che la famiglia distruggete le città, e seminatene l'area di grano, così vi forniranno messe di spighe, mentre ora vi producono messe di vizi, o di delitti: uscite dai chiusi, le città sono prigioni di prigioni, parchi per avere sotto mano le belve; spargetevi pei campi. La terra vi generò, la terra vi alimenta, la terra vi dà nel suo grembo riposo; madre sempre la terra; al cielo levate le preghiere, alla terra chiedete soccorso: vi è pane per tutti. Se la immensa pecunia sparnazzata dai re per comperare la ignominia o l'angoscia dei popoli fosse stata spesa in opere utili alla umanità, quanta miseria e quanti delitti sarebbero stati risparmiati! — Poche idee, ma sicure con le quali possiate solcare le menti dei mortali come col vomere la terra, o vi redimeranno, od altra industria nol potrà: ma intanto la presente società bisogna che muoia: Dio non vuole, e gli uomini non possono sanarla: che resta dunque a noi altri? Accogliere speranze e formare voti pei futuri destini dei nostri nipoti, imperciocchè se questi voti e queste speranze non gioveranno, male certamente non ne potranno fare; e poi bene auspicando e bene sperando si acquieta l'amarezza, che sorprende l'animo nostro alla contemplazione dei mali presenti, e meglio ancora ci disponiamo a morire con la maggiore pace possibile.»
Capitolo I.
L'ANTIVIGILIA DI NATALE.
— Oh! che lo invito glielo abbia a mandare?
— Fa' quello che il cuore ti detta; io per me non glielo manderei...
Era ormai un quarto d'ora e più che Orazio e Marcello se ne stavano seduti avanti al fuoco, senza alternarsi parola, ed i ragionamenti loro, prima che tacessero, non avevano avuto nemmanco alla lontana relazione di sorta a cotesta domanda e nè a cotesta risposta; non pertanto s'intesero perfettamente.
Ora come avviene ciò? Decifrarlo è difficile, ma io credo che nel modo stesso col quale i corpi si mettono in corrispondenza fra loro per virtù di correnti elettriche, o di fluidi animali, così gli spiriti si compenetrino, mercè un'aura di pensiero, che muove da una parte e dall'altra. Basta; comunque la cosa accada, non si potrebbe negare come due creature s'intendano, e conversino insieme senza significare con parole gli interni concetti.
Difatti le menti di Orazio e di Marcello stavano in quel momento appuntate in Omobono Compagni, padre d'Isabella, il quale, secondo il presagio che un dì si ebbe a fare Orazio, era riuscito alla prova cattivo a farina e peggio a pane.
Sarebbe spietà e travaglio pretto dell'anima chiarire come le subitanee conversioni dei tristi occorrano tanto frequenti nei desiderii e nelle immaginazioni degli scrittori, quanto rade nel mondo reale: non impugno qualche caso di convertito sul serio: avis rara, ma però tanto straordinario, tanto pericoloso, tanto incerto, che di tratto in tratto parmi lecito domandare a sè stesso, se la carne valga il giunco.
Poniamo da parte se l'uomo obbedisca a propensioni naturali; io credo di sì; certo è poi che un abito morale formato da diuturne meditazioni, da propositi continui e da pratiche giornaliere talmente ti si converte in natura, che tu non potrai spogliarlo senza che ne venga via anche il pezzo.
Cedendo all'impeto di una spinta violenta, il cuore dell'uomo al pari dell'ago calamitato devia dal suo polo, ma poi e cuore ed ago lasciati a sè stessi tornano oscillando al punto dove la necessità li costringe; tanto più il cuore, in quanto gli fanno forza molte e diverse passioni incrostate, per così dire, nello essere suo; però che ora ceda alla vendetta, ed ora alla cupidità, talvolta alla vanità, tal'altra alla superbia, e così via, le quali passioni tutte spesso procedono nel medesimo individuo non già alla spicciolata, bensì congiuntamente.
Così Omobono, nato falco e vissuto sparviere, entrando nel cammino della onestà parve un pulcino dentro la stoppa; sopportava fatica da sudare acqua e sangue; a mantenersi saldo sulla via del galantuomo sentiva proprio dolore quanto e più ne pativa l'uomo condotto a sostenere il giudizio di Dio delle braccia aperte in croce, finchè durava la messa.
Nella insolita scalmana di affetto verso la figlia e il nipote, che mai non disse e non fece Omobono! Donò ad Isabella tante gioie pel valsente di oltre trentamila lire; volle costituirle la dote di ben oltre quattrocentomila; il neonato, ben intesi, doveva esser suo, propriamente suo, e però erede di quanto egli si trovava a possedere nel mondo. Lasciasse, per amore di Dio, Marcello quei suoi tisicuzzi negozi, dove assottigliandosi anima e corpo avrebbe raggranellato una dozzina di mila franchi per anno: pensiero suo sarebbe stato di avviarlo per modo che, senza un suo risico, dodicimila lire le avrebbe guadagnate in un bacchio baleno: si lasciasse fare!
E troppo tempo non corse, ch'egli s'industriò con ogni maniera di astuzie riagguantare le gioie donate ad Isabella, la quale, tuttochè buona femmina fosse, pure era femmina, e però a pigliare generosa, a rendere parca, massime quando si trattava di gioie: la dote Omobono non pagò mai; l'aveva promessa e basta; il figlioccio gli passò per la mente con la frequenza con la quale gli ci veniva Attila re degli Unni; e quanto allo allogamento del genero Marcello, lo tolse appunto ai suoi modesti traffici, gli aperse la Banca, dove sul principio non fece penuriare capitali, chè in breve rimasero assorbiti da un giro vorticoso di cambiali del suocero; e poi, il male pigliando vizio, incominciò a tempestare Marcello con uno uragano di tratte a vuoto, sicchè Orazio ne rimase spaventato per modo che, ristrettosi con Marcello, deliberarono insieme di cavarsi fuori da cotesto pelago, e lo fecero con infinita querimonia di Omobono, che liquidati i conti, essendo rimasto debitore, mise in campo un sacco di ganci, da sgomentare ogni fedele cristiano, per non pagare il saldo, onde per la meno trista fu mestieri lasciare parecchi bioccoli di lana in cotesta siepe. Pertanto il civanzo che fece Marcello col suocero magnifico fu questo, perdita del suo antico avviamento e scapita di non poca moneta; e tuttavia Omobono non rifiniva di lamentarsi che quel suo genero gli costava un occhio.
Allora scappò la pazienza ad Orazio, il quale prese a far cosa a cui avrebbe dovuto pensare prima; chè del senno del poi ne vanno piene le fosse: mise sopra al suo trespolo Omobono, raccolse prudentemente quante maggiori notizie sul conto suo potè e incominciò a studiarlo per di dentro e per di fuori. Lo seppe di progenie malnata e indigente e feroce. Uscì di casa come una fusta di pirati una volta sferrava da Algeri per corseggiare sul Mediterraneo: suo viatico questo, paura del diavolo poca, del codice penale nessuna, odio immortale alla miseria; però nei primordi facendo di ogni erba fascio, qualche penna in mano ai giudici correzionali l'ebbe a lasciare. Essendosi in lui imbattuta per caso la sfrontatezza cadde in deliquio sospirando: «Ahimè, il mio padrone è nato!»
Strano a dirsi, e pure vero, veruno più di lui credeva alle proprie menzogne: di parola osservata non si discorre nemmanco; dei contratti eseguiva quelli che tornavano a lui; se no litigava; i giuramenti falsi si tirava giù come ciliege in guazzo: fu marito senza affetto, fece un affare, donde cavò facoltà da costituirsi sgozzino: le arti dello strangolatore apprese tutte ed altre ce ne aggiunse di suo, e così bene l'esercitò, che quasi persuase il tapino, da lui spogliato in camicia, di averlo rivestito da capo a piedi; e come fu marito senza affetto, così diventò padre con paura, che nell'unica figlia altro non vide che una nuova Eva venuta al mondo per portargli via una costola; vano, non ambizioso, imperciocchè non si proponesse scopo alcuno nel procurarsi dovizie, però che, più di essere, gli premeva comparire straricco; e se avesse potuto avrebbe istituito erede sè medesimo: ambì reputazione di Mecenate, e comperati quadri a tanto il metro li sciorinava battezzando il più tristo almeno un Raffaello: uccellato, da principio non se ne accorse, poi conosciuta la ragia relegò le tele in soffitta e vendè le cornici. Ostentava lusso e penuriava del necessario: stoffe di seta e luminare di bronzo dorato in sala, in camera lenzuola di tela canapina e un candeliere di ottone; nella scuderia cocchiere con livrea e mozzi di stalla, in casa un servitore unto e bisunto da disgradarne Guccio Imbratta di sudicia memoria, al quale per giunta egli truffava il danaro del salario, dandogli ad intendere che glielo faceva fruttare venti per uno mettendolo a parte dei suoi negozi, e costui lo credeva, perchè cosa mai non crede la ignorante cupidità? Se temeva che qualche cittadino informato di talune delle sue marachelle potesse sbottonare di lui, eccolo pronto a soffiare nelle orecchie di quanti gli si paravano davanti una procella di calunnie a carico di quel galantuomo, di cui la minore o l'uxoricidio, o aver lasciato morir di fame il padre, o truffato la eredità al fratello: dove, per ventura, lì per lì si fosse presentato il trafitto dai suoi improperi, ecco farglisi incontro festoso, blandirlo con parole umili, ricercarlo con premura della sua salute, dei figli, del padre morto, della moglie strangolata e via discorrendo. Costui partitosi, se l'altro, col quale aveva messo male del festeggiato, gli domandava: — Per caso non sarebbe egli il parricida di cui testè mi favellaste? — Egli ghignando, con una crollatina di spalle rispondeva: — Appunto è quel desso. — Tetra impostura forse non mai più vista al mondo. La onestà degli altri si recava a insulto, anzi credeva che taluno si mantenesse uomo dabbene proprio per fargli dispetto: il suono della lode per la virtù altrui gli giungeva grato all'orecchio quanto quello della sega quando la limano; e si racconta come certa volta essendogli caduto il portafoglio di tasca con di molti biglietti di banca, un popolano avendolo trovato per via glielo riportasse; di che rimase inferocito, onde cavatosi uno scudo di tasca lo porse al popolano, e guardatolo a straccia sacco gli disse: «Va': comprati tanta fune ed impiccati: il far da galantuomo costa caro.» Quando morì la sua povera moglie, avendo trovato vero il proverbio, che nella vita matrimoniale il marito gode due giorni di contentezza massima, quello cioè delle nozze e l'altro dei funerali della moglie, volle metterli a confronto, e calcolare quale dei due costasse meno: fatti i debiti riscontri, trovò che nel secondo aveva risparmiato sul primo settantatrè e un quarto per cento. Procurò altresì che sopra la lapide, che le pose con lunga diceria, si dichiarassero le virtù della morta e quelle di lui vivo, e il pianto inconsolabile e lo affetto imperituro, con tutte le altre ciurmerie, le quali generarono il proverbio: «Bugiardo come una lapide.» Tuttavia volendo mettere d'accordo l'epitaffio lungo e la spesa, ci adoperò una lastra sottile di marmo ravaccione di Serravezza, spendendoci in tutto lire novantatrè, e non so che soldi.
Due cose sopra ogni altra nequizia inspiravano paura nel pravo talento di Omobono, ed erano queste: sgraffiato una volta dal pettine della polizia correzionale, ei procedeva a mo' del cane, il quale scottato dall'acqua calda teme la fredda; quindi al di là degli articoli del codice egli guardava con lo struggimento dei nostri primi padri, quando, espulsi dal paradiso terrestre, oltre i suoi muri contemplavano il frutto proibito; ed Omobono di cotesti frutti non poteva astenersi, nè voleva, comecchè di lasciarci il pelo aborriva: allora attese a istituire intorno a sè un semenzaio di giovanotti di belle speranze, destinati a svilupparsi nella pienezza del furfante; questi con amore coltivava, forniva di danaro; perchè mano a mano in ogni maniera di vizi s'impantanassero; noviziato iniquissimo di corruttela: nel medesimo tempo Omobono per via di ambagi, e come di mezzo ad una nebbia, gli ammaestrava nella infinita famiglia degli scrocchi, onde si accorcia la via della fortuna, e poi senza ordinare nulla di preciso aggiungeva: «Io vorrei essere inteso, figliuoli miei, a volo, chè tutto non si può dire; il mondo è di chi se lo piglia, e per fare roba presto, bisogna avere un parente a casa del diavolo.»
E il giorno stesso nel quale aveva dato al giovane uno spintone verso la galera a vita, egli era fantino da mandargli di mancia un cento o duecento lire per sopperire ai bisogni di casa sua, accompagnandole con una lettera gremita di buoni consigli e di salutari avvertimenti da disgradarne una serqua di missionari; la quale egli aveva cura di riportare sul copia lettere del banco, e ciò pel medesimo fine per cui gli accorti capitani nel presagio della difesa muniscono le rocche. Così addestrato, il nostro cane, uomo spontaneo o sguinzagliato, irrompeva nelle bandite del codice penale, donde tornando con qualche truffa in bocca glie l'agguantavano Omobono, o gli sbirri; finchè raccoglieva Omobono, la faccenda andava a pennello; se il disgraziato capitava in mano al bargello, era un altro paio di maniche: allora Omobono non rifiniva d'imprecare alla corruttela dei tempi, le lettere di ammonimento scritte al giovane mostrava a chi voleva, ed a cui non le voleva vedere:
«Come si fa?» bisbigliava in modo che lo sentissero tutti; «gran brutta dote mi donò natura, col farmi affezionare troppo a chi mi sta dintorno: se mi dessi la disciplina ogni quattro ore di filo, non basterebbe a scontare questo viziaccio.»
Verso sera scivolava guardingo a casa del giovane; quivi padre e madre consolava; certo quel benedetto ragazzo l'ha fatta grossa; pure stessero di buon animo, che egli per quanto gli bastassero le forze gliel'avrebbe accomodata. E qui figuratevi le benedizioni, i pianti, i baci sulle mani e sulle falde del vestito, e l'accendere i quattro lucignoli delle lucerne per fargli lume sino all'ultima scala. Svoltato il canto, Omobono, senza frapporre indugio, si recava al giudice istruttore, dove sulle prime pigliava le difese del giovane per terminare col mettere il magistrato sulla via di scoprire il giovane e coprire sè.
L'altra nequizia di costui consisteva nel seminare discordia tra persone amiche, e, se congiunte per sangue, tanto meglio; nè si ristava dal soffiare in cotesto fuoco, finchè non lo vedesse divampare in odio immortale; allora pareva scaldarcisi le mani con ineffabile contentezza. Insomma, per le qualità dell'anima Omobono Buoncompagni era tale da credere che, a suo tempo capitato allo inferno, Giuda Scariotte, fattogli di berretta, si alzasse dal suo seggio e gli dicesse: «Ci si metta lei.»
Quanto poi alle doti fisiche ogniqualvolta Orazio si riportava al pensiero le forme di Omobono, rideva ad un punto e rabbrividiva, imperciocchè davvero il corpo di lui rappresentasse una truce buffoneria; veduto di profilo pareva una figura composta di tre sette: dal cucuzzolo del suo zuccone scendeva una linea inclinata sopra la fronte, ed un'altra dal cucuzzolo fino alla nuca; questo il primo sette: dalla collottola giù per le spalle chine in avanti partendosi un'altra linea terminava all'osso sacro, donde ripiegandosi lungo le cosce toccava il ginocchio; e questo il secondo sette: il terzo sette composto dalla medesima linea delle cosce e da quella delle gambe arrembate, fino al tallone: costumava inoltre portare le braccia a guisa di manichi di brocche, e le mani nascoste o in tasca dei calzoni, o nella cintura, chè aveva
Dita e man dolcemente grosse e corte
come quelle dell'innamorata del Berni. I piedi, zoccoli veri di animale solipede, onde, o perchè male ci si reggesse sopra, o per qual altra causa, saltellava sempre: vera scimmia affricana, e di scimmia egli mostrava altresì la faccia gialla come lardo invietito, grinzosa e scura sotto gli occhi grigi. Come i pensieri sotto, così i capelli sopra cotesto cranio rari, scarmigliati, bianchi e neri come se avessero lite fra loro: camuso il naso, di cui le narici, o piuttosto froge, si dilatavano e si crispavano, unico segno in lui di sensibilità: si sarebbe detto che il cuore, accortosi della sua inutilità in cotesto corpo, avesse depositato la facoltà del palpito sopra le alette del naso a costui: la barba rigida e mozza, che ritta sempre in su più che ad altro rassomigliava ad una zeppa per ispaccare le legna: la bocca sdentata, chè forse i denti non avevano potuto reggere alla fiumana corrosiva delle ribalderie del continuo irrompente dalla gola di Omobono: breve, onde io ponga fine a questa miniatura, cotesta era faccia che la molta virtù di Socrate valse a rendere tollerabile, e non potè nobilitare; faccia, che, a mio parere, fruttò più di un voto nella sentenza che condannò il povero filosofo a bere la cicuta; faccia, che prima di Socrate, ai tempi di Socrate e dopo lui fu giudicata sempre dagli intendenti faccia di ladro. Difatti narrasi dal dottore Zimerman[9] cosa o ignota a tutti, o a pochi manifesta, come un giorno capitasse in Atene certo fisiomante, al quale, prima ch'egli avesse preso lingua in città, i discepoli di Socrate mostrarono il maestro, affinchè dai lineamenti del suo volto tirasse a indovinare la natura di lui; sicuri che egli avrebbe preso un granchio, ed essi una riprova della inanità della sua pretesa scienza. Il fisiomante, considerata un cotal poco la faccia del filosofo, sentenziò reciso: «Questa è faccia di ladro.»
I discepoli di Socrate diedero in uno scoppio di risa; ma qual fu mai la maraviglia loro e lo spavento, quando Socrate, dopo aver racquetato col cenno cotesto rumore, disse placidamente: «Quest'uomo ha ragione; sortii da natura lo istinto del ladro, e me dominò per lungo tempo la passione del furto, la quale avendo spinto a furia di combattimento fuori dell'animo mio, tanto non seppi fare, che ella non abbia lasciato qualche traccia di sè sopra la mia sembianza.»
Intanto tu, lettore, poni in sodo questo assioma: faccia bianca con occhi grigi e naso camuso, ordinariamente è faccia di ladro.
*
Nel punto stesso in cui Orazio terminava di susurrare le parole: «io per me non glielo manderei» ecco levarsi dall'altra parte della sala uno strepito di voci gioconde, che in diversi tuoni gridavano:
— È fatta! È fatta!
Le voci movevano da un gruppo composto di una donna e da cinque giovanetti, tre maschi e due femmine. La donna era Isabella, splendida di matura bellezza, la quale pendesse piuttosto alla seconda che alla prima metà dello autunno, lieta di casti pensieri e di santi affetti, disgradava ben mille primavere di più giovani donne: ella deliziavasi nella gloria della sua maternità, come il cigno gode sull'aurora bagnarsi le ali nella rugiada; lei circondavano i figli, formosissimi nella stessa guisa che i nostri famosi maestri dipinsero la madre di Cristo sempre accompagnata dagli angioli; vari gli atti, e un po' anche i volti, ma non più di quanto conviene essere a' fratelli; i capelli di tutti pari a quelli della madre, di un bel biondo di oro; per lo che stando essi raggruppati insieme gli inondasse dall'alto un torrente di luce, che scendeva dalla lumiera appesa al soffitto, e paressero circonfusi dal nimbo radiato a modo di angioli. Di statura diversi, pari alle canne dell'organo disposte a spirare armonia di paradiso, dove la mano esperta sappia ricavarne il suono; e la mano esperta è quella appunto della madre.
O madri, non vi lasciate sedurre dalle piaggerie; meglio varrà per voi allevare sani i vostri figliuoli in casa, che medicare gli altrui fuori di casa; meglio educare i suoi, che confondersi con quelli degli altri; stiamo al sodo; che tu madre possa amare gli altri più dei tuoi non ci credo, e non è; se fosse, come storto amore si avrebbe a riprendere: in tutto ciò che non si uniforma alla natura gatta ci cova: la carità incomincia da sè e dai suoi, lo ha detto Cristo, tenerissimo della umanità; se ve ne avanza, prodigatela altrui; per la donna, che non è madre, la faccenda procede altrimenti; ella può, invece che all'uomo, consacrarsi al bene del genere umano.
La celebrità della madre di famiglia è un sole, che smonta il vermiglio della verecondia; spettabile sopra tutte la donna la quale, per sentenza di Teofrasto, non diede mai a dire di sè nè in bene, nè in male. Delle donne latine di una si conosce la tomba e il nome, Cecilia Metella, non già la famiglia e le opere; di un'altra solo la tomba: di questa sappiamo unicamente che domi mansit et lanam fecit.
A coloro poi che incauti amici s'industriassero persuadere a voi madri di famiglia come questo sarebbe pensare solo a sè, e nulla agli altri: se così costumassero tutte, l'umano consorzio si sfilaccerebbe sotto le dita dell'egoismo; la loro vita sarebbe quella dello insetto caduto nel calice del fiore, dove oblioso del mondo esterno sugge, si rinnuova e muore, voi rispondete: «Coteste le sono novelle; di che cosa andava composto il fascio romano? Di verghe: ebbene, come il fascio romano si formava di verghe, la società si costituisce dall'aggregazione delle famiglie, e chi coltiva la propria famiglia è buono operaio nel campo dell'umanità.»
*
— Che cosa è quella che voi avete fatto? — interrogò Marcello.
— Ecco, rispose sorridente Isabella, io aveva commesso a tutti questi figliuoli che componessero una lettera, secondochè il cuore loro dettava, col proposito che io poi avrei scelto la meglio, ovvero ne avrei formata una io, togliendo ora dall'una, ora dall'altra quanto mi fosse parso più adattato: ora avendo giusto fatto così, mi venne di comporre questa, approvata dal consenso universale. La volete sentire? Non dite di no, perchè bisogna che di santa ragione voi la leggiate, non si potendo spedire se prima non vi apponiate il nome vostro.
E lesse:
«Carissimo, nonno, suocero, ed amico.»
Il parroco, il quale essendosi posto con tanta poca riverenza a sedere sopra le reliquie di Santa Filomena, sentì di un tratto, convertite in carboni accesi, ardergli il fondamento, non diede in maggiore sbalzo di quello che facesse Orazio all'udire cotesto principio di lettera; ma subito dopo si contenne e aggrinzò la bocca come i bambini quando incominciano a piangere.
Isabella, non avvertendolo, proseguiva: «Se provassi mezza la voglia che abbiamo noi di vederti, di vedere noi, tu a quest'ora avresti preso a nolo le ali di una colomba per volare a casa nostra. Vieni dunque a rallegrarci con la tua presenza, siccome tu ti rallegrerai nella nostra: sagrifichiamo tutto un dì sopra l'altare domestico al Genio della famiglia. Vieni; a nome di quanto hai di più sacro al mondo (e dovremmo essere noi) t'intimiamo a comparirci davanti il giorno del santo Natale all'ora di desinare, e prima potendo.»
Marcello, finita la lettura, dondolava il capo da destra a sinistra, nè assentendo, nè disdicendo. Orazio chiuse gli occhi, e s'incrociò le mani sul petto in atto di cui dica: «in manus tuas commendo.» Tuttavia Isabella, assorta nel suo fervido amore, non badando a cosifatti segni, ripiglia:
— Ed ora la segneremo tutti, e la manderemo alla posta, chè abbiamo ad essere sempre in tempo; così babbo la potrà ricevere domani, a mezzo giorno al più tardi, e se glielo permettono gli affari, farci la sorpresa di venire la sera. Tenga, zio, a lei sta scrivere il primo il suo riverito nome.
E così dicendo gli porgeva la penna intinta nello inchiostro. Al povero Orazio pareva gli macinassero il cervello; lo colsero i brividi, si sforzava a non battere i denti, e appena ci riusciva: due pensieri si combattevano nel suo spirito, che uno gli mormorava dentro l'orecchio destro come un moscone dentro a un fiasco: — come onesterai la schifezza che ti assale contro il perdutissimo, che pure è padre della tua nuora? Da che parte ti rifarai a spalancare intero l'animo tuo? Informerai il padre al cospetto della figlia? Dell'avo alla presenza dei nepoti? — Ma, santo Dio, s'egli non ebbe viscere mai nè di padre, nè di nonno! Non importa, essi non lo credono, e giova così; e tu vorresti versare in cotesti cuori un'amarezza che non ha confine, avvelenare i giorni di quei cari innocenti? E bada, tu corri il rischio che alle tue parole neghino fede; e dopo tanta fatica per procurarti il loro affetto ti piglino in odio... libera nos Domine.
L'altro pensiero nell'orecchio sinistro gli ronzava: — nota bene, che se tu respingerai la proposta benevola senza addurre motivo alcuno, ti giudicheranno a ragione cervellino, zotico, e peggio. Diranno che hai aspettato sul chiudere bottega a buttare sul mercato questi fondacci di magazzino, questa merce avariata. Su, Orazio, da bravo, dacchè tu sei prossimo al laus Deo del tuo libro mortale, e non lo nascondi a te stesso, chiudi gli occhi, butta giù anco questo, e non isconciarti sul più bello le uova nel paniere. Ricorda come il tuo Signore, il quale vede le azioni più riposte dell'uomo, e legge gli arcani del cuore, te ne ricompenserà; sì, Orazio, credi ch'ei te ne ricompenserà. Tienti fermo a questa fede: alla svolta si provano i barberi!...
Orazio prese bravamente la penna, e segnava, ma la mano tremando gli negò l'ufficio, sicchè lasciò cascare sopra il foglio uno scorbio, e subito dopo la penna scivolandogli dalle dita lo imbrattava con una seconda macchia più grossa della prima; non ci fu verso potere scrivere più innanzi, e ormai la lettera concia a quel modo non poteva andare, quindi deliberarono ricopiarla. Intanto tutti dintorno allo zio Orazio a domandargli se si sentisse male; forse lo aveva indisposto il fuoco, anzi certissimamente il fuoco; e Orazio assentiva dicendo: «può essere, può essere»; ed aggiungeva «il meglio sarà ridurmi in camera»; e preso in fretta il braccio di Marcello si sottrasse alla nuova persecuzione.
E così accadde che la lettera d'invito ad Omobono Buoncompagni fu spedita senza la sottoscrizione di Orazio.
Capitolo II.
ANIMA DI BANCHIERE.
Orazio davvero avrebbe potuto dire: «Non son qual fui, morì di me gran parte», e pur troppo parecchie cose avevano contribuito a buttarlo giù: primieramente gli anni, i quali, taciti e cheti, gli erano piovuti addosso come falde di neve e come neve ghiacci: Orazio non si curava rammentarsi di loro, ma essi troppo bene si rammentavano di lui. Il tempo, che da prima sembrò avere esitato a tirare un solco sopra cotesta fronte serena, da un pezzo in qua, terminato un solco dava subito di volta a tracciarne un altro, nè ora più sopra la fronte sola, bensì sotto le ciglia a modo di zampe di uccello, lungo le gote, agli angoli della bocca; insomma da per tutto: nè egli si sgomentava del prossimo fine della vita, anzi ci si era di già apparecchiato quasi ad un viaggio lontano; e siccome sovente teneva gli occhi chiusi, a cui lo veniva interrogando costumava rispondere: parergli onesto in una cosa sola imitare Cosimo dei Medici il Vecchio, ed era assuefare gli occhi a morire, come egli diceva, tenendoli chiusi. E più degli anni lo aveva abbattuto la morte della Betta. Povera Betta! Egli aveva scorticato lei, e in verità nè lo aveva desiderato, nè voluto. Chi conobbe la Betta facilmente giudicò che non sarebbe arrivata a lunghi anni, perocchè sebbene ella sentisse tutti i dolori di Orazio per via di riverbero, noi sappiamo come il fuoco riverberato scotti e più forte. Orazio poi, di natura pugnace, non prevedeva i pericoli soprastanti, o se pure li prevedeva non li curava; percosso dalla fortuna, egli attendeva a rifarsi con tutte le potenze dell'anima, e dall'altissimo scopo a cui mirava egli traeva argomento di rinnovato coraggio: infelice lo ricompensava la coscienza; felice la coscienza e il plauso della gente: laudumque immensa cupido, per la quale benedizione o maledizione gli eccelsi spiriti, come si favoleggia del pellicano, squarciansi il petto per alimentare col proprio sangue le generazioni degli uomini. La Betta non possedeva tante provvisioni per lenire le trafitte dell'anima: ella le sentiva intere, ed il cuor suo ne rimase infermo senza rimedio; presaga del suo prossimo fine, pose studiosa cura nel celare il proprio stato ad Orazio: finchè potè aiutarsi salì le scale di casa; mancatale la balìa, ella si diede ad inventare un monte di scuse per dormire al pian terreno: tuttavia per quanto le bastarono le forze contrastò al male, chè, dovendo lasciare creature a lei tanto caramente dilette, le rincresceva proprio di morire; ma certa sera mentre Marcello accompagnava lo zio alle sue stanze, Betta, ponendogli la bocca sull'orecchio, ebbe a dirgli:
— Quando lo zio dorme, vieni giù a trovarmi, e fa' che nessuno se ne accorga.
Allorchè Marcello le venne davanti, in brevi accenti Betta gli favellò:
— Figlio mio, io sto per partirmi da questo mondo, e dubito più presto che non vorrei; bisognerà pertanto risparmiare più che noi possiamo questo dolore allo zio: domani innanzi giorno fa' di condurmi il dottore, e avverti che veruno di casa lo veda; tacine anco ad Isabella, se non chiedo troppo: quando avremo saputo quanti giorni potremo tirare avanti, allora qualche santo aiuterà.
E così fu fatto; il medico venne, il quale da prima si dolse non essere stato chiamato in tempo; e dopo, esaminata con ogni diligenza l'inferma, disse reciso: arduo determinare per lo appunto il momento nel quale il lume si spegnerebbe; forse fra tre, forse fra quattro dì, ma per suo giudizio alla fine della settimana non arriverebbe di certo.
Se taluno maravigliasse dell'acerba sincerità del medico, e sto per dire ferocia, sappia che egli era stato medico militare, però uso a modi spicci, e che la Betta prima di lasciarsi visitare gli aveva fatto promettere sopra il suo onore che le avrebbe palesato la verità intera. La Betta non mutò colore, gli porse grazie, e tolto di su la comoda da notte certo suo anello, che si era levato a cagione del gonfiamento delle dita, lo porse al medico dicendo:
— Questo, caro dottore, vorrà portare per ricordo di me.
E il dottore con voce alterata:
— No, signora Betta, per conservare memoria di lei non fa bisogno ricordi; creda — e qui il dottore si toccò il petto — se potessi prolungare la sua vita con alcuni anni dei miei, io glieli darei di tutto cuore.
— Grazie, dottore, grazie; ma a che pro? Poichè andare bisogna, ormai che ci siamo, andiamo.
Marcello accompagnando, secondochè si costuma, il dottore fino all'uscio di casa, gli domandò per mettere in quiete la sua coscienza, la quale gli rimproverava non aver prima ricorso a lui, se la malattia della Betta fosse di qualità che, curata a tempo, potesse guarirsi.
— No, rispose il medico; le si poteva prolungare per qualche giorno, in mezzo ai dolori, la vita: mi sono doluto, che non mi aveste chiamato prima così per abitudine, che per altro, costumando noi altri medici mettere le mani avanti per non cascare; ed io, sappiate, sono di quelli che credono in coscienza carità cristiana in questa maniera di malattie abbreviare le sofferenze del paziente, ma ciò non usa, e il costume fa legge. Vi rammentate la storia degli appestati di Giaffa? Napoleone costretto ad abbandonarli presagiva di certo che i Turchi gli avrebbero lacerati in brandelli, onde gli parve partito umano ministrare loro forte dose di oppio perchè morissero in pace, senonchè il medico Desgenettes ci si rifiutava netto con una frase da tamburo, che suona perchè è vuoto: «l'arte mia consiste nel restituire agli infermi la salute, non già privarli di vita.» No, signore, io non la intendo così; per me l'arte medica si mette dinanzi due fini del pari importanti; il primo, e principale, rendere la salute quando si può, e di rado si può; il secondo, di alleviare con tutti i mezzi la sofferenza. Qui nel caso nostro si tratta di vizio organico, il cuore è guasto profondamente, il palpito, irregolarissimo, minaccia da un punto all'altro cessare: le acque spandendosi per tutta la persona hanno compìto l'anasarca... Vi manderò una pozione oppiata... gliela ministrerete spesso in piccole dosi... Se anche in copiose, non ci sarà niente di male.
— Capisco, — rispose Marcello, — ma io gliela porgerò in piccole; perchè, sarà la mia, se volete, una virtù codarda, ma dall'altro canto considero che persuadendo l'uomo di sostituire il proprio arbitrio alla regola, non sapremo più dove andremo a cascare una volta scavalcato il fosso.
Il medico tentennando il capo parve assentire, e nel prendere licenza raccomandò a Marcello, sia di notte, sia di giorno, non si rimanesse di mandarlo a chiamare; soprattutto badasse allo zio; e strettagli forte la mano si partì.
Con pietoso inganno (la Betta in ciò adoperandosi massimamente) Marcello ed Isabella giunsero a nascondere allo zio Orazio lo stato in cui si versava l'affettuosissima donna; ma giunta la terza sera dopo la prima visita del medico, Betta fece cenno a Marcello le si accostasse; allora di un tratto gli gettò le braccia al collo e pianse; poi con un filo di voce gli disse:
— Figliuolo mio, non ne posso più... ecco, mi sento proprio morire: ho considerato se mi riusciva astenermi da rivedere lo zio, ma non ho forza che mi basti: vammelo a chiamare; tanto questo dolore ha da soffrire... ed io qualche parola che lo consoli potrò pure dirgliela.
Orazio, udita la chiamata, antivedendo sciagura, si gettò giù dal letto, e avvolto appena dentro una coperta fu al capezzale di Betta, la quale tostochè lo vide così sciorinato prese affannosa a parlare:
— Marcello, per l'amore di Dio, fa' di coprire lo zio, che non abbia a chiappare qualche malanno.
— Sì, giusto — replicava Orazio respingendo stizzoso Marcello — adesso è caso di pensare a reumi! Che novità son queste, Betta? Betta, Signore! Betta, non mi spaventare.... dimmi? Come ti senti? Bene, non è vero? Via, non tanto male.
— Signor Orazio non si spaventi; si metta a sedere qui accanto a me. Senta io l'ho conosciuto sempre uomo di stocco e cristiano: dunque si chiami le sue virtù intorno al cuore per sopportare l'annunzio che fra poco.... stanotte.... di qui a due ore Betta la lascerà.... la lascerà per sempre.
— Oh! — con voce roca proruppe Orazio, e cadde in ginocchioni accanto al letto, stringendo con ambedue le mani la destra della Betta, la quale con molto sforzo proseguì:
— La mi perdoni, caro signor Orazio, se la lascio così in asso, mentre più che mai, poveretto, lo vedo bene, ha bisogno di cura.... la colpa non è mia.... però aveva pregato tanto il Signore che mi permettesse di starmi per un altro po' di tempo in questo mondo: egli, che legge nei cuori, sa se lo facessi per me.... a lui non piacque esaudirmi, pazienza! Basta che ella non se la pigli a male, chè, quanto a me, me la terrò in benedetta pace. E tu, Marcello, con la tua Isabella raddoppiate l'assistenza a questo santo vecchio.... ve lo raccomando con tutto il cuore e con tutta l'anima.... povera me!.... vagello.... o non siete voi suoi figliuolo e figliuola di amore? Che bisogno avete delle mie raccomandazioni? Proprio pensieri del Rosso.
Qui tacque, che la commozione le tolse il respiro: dopo alquanti minuti di sosta riprese:
— Signor Orazio.... Orazio.... senti.... vorrei domandarti una grazia.... mi scuserai? Ora qui presso a morte.... ti contenti che io ti baci.... la mano.... il primo e l'ultimo.
Orazio aveva la gola come stretta da una tanaglia; si sforza parlare e non gli riesce; si leva, e presa con ambedue le mani la faccia della Betta, la bacia e la ribacia in fronte, su la bocca, e sugli occhi, e Betta a posta sua lo baciò più volte, fra un bacio e l'altro alternando i cari nomi di padre, di fratello e di sposo dell'anima. — Di un tratto a Orazio vennero meno le gambe di sotto, vampe infocate gli turbinarono dinanzi agli occhi, finchè perduti affatto gli spiriti cadde sul pavimento a' piedi del letto. Allora Betta bisbigliò:
— Sia ringraziato Dio, che la è andata a finire così! Marcello, aiuta lo zio, che si è svenuto. La Provvidenza ebbe misericordia di lui, lo tolse al senso dei mali presenti. Or va'!... non ho più bisogno di nulla... lasciatemi morire in pace.
Marcello sovvenuto dai famigli trasportava lo zio nella sua camera, nè lo abbandonò se prima nol vide tornato in sè. Il povero uomo, tostochè ebbe ripreso gli spiriti, volle ricondursi presso la cara donna, ma gli mancarono le forze, ond'egli sospirò dal profondo e pianse; poi disse a Marcello:
— Tu almeno va', figlio mio, ad assisterla fino all'ultimo... ahimè! Povera Betta?...
Marcello cheto cheto si pose dappresso alla morente, la quale ansava in molto orribile maniera e con sempre crescente affanno: ad ora ad ora apriva gli occhi, ma si vedeva espresso che pupille irrequiete e strambe erravano prive di conoscenza. Secondochè accade ordinariamente sullo spegnersi dello intelletto, si ravvivò nella Betta, mandò un ultimo lampo, e potè dire:
— Orazio! Orazio!
E Marcello chinato all'orecchio di lei mormorò sommesso:
— Sono io.....
— Chi io?
— Marcello, il tuo Marcello.
— Sii benedetto... dammi la mano... ti vedo appena... un'ombra... insegna ai bimbi il mio nome, se non ti affliggerà... se no tacilo addirittura... tu amami sempre... Marcello... O Dio! non ti vedo più... non... più...
*
Strana cosa a dirsi! Orazio, morta Betta, non pronunziò mai, mentrechè visse, il nome di lei, quantunque si conoscesse che ella gli stava sempre dinanzi la mente: a mensa talora fissava il posto che ella aveva occupato in vita, e col braccio levato stava lì per non pochi minuti, quasi le volesse parlare: i pietosi figliuoli provarono da prima distrarlo da cotesta fantasia, ma ebbero a pentirsene, perocchè subito dopo lo assalissero le convulsioni: se avveniva che altri pronunziasse il nome della defunta, subito, quasi per iscatto, la destra gli saltava sul cuore. Talvolta sulla sera egli penetrava nella stanza mortuaria della Betta, e quivi posto il capo sopra il capezzale ov'ella era spirata si tratteneva lungo tempo; quando ei ne usciva pareva ci avesse lasciato un frammento di vita. Non si attentarono impedirlo; diede alla cara salma onorata sepoltura, e fece incidervi sopra il desiderio ardentissimo di tenerle dietro, espresso con le parole: A rivederci presto.
Una tristezza senza fine amara erasi aggravata sul cuore di Orazio nel considerare le fortune afflitte della patria. Egli fu dei pochi che sotto il tremore della tirannide universale ardirono primi levare la faccia, e saettarla con tutte le armi che amore e furore metteva loro nelle mani; nature eroiche ed immaginose, razza di Titani, i quali quante volte erano stramazzati a terra, tante ne sorgevano più rubesti che mai: gaudi i pericoli, le cospirazioni sollazzi, tripudio percuotere, essere percosso, e per taluno perfino la morte. Vollero e operarono affinchè la patria rifiorisse nella gloria e nella libertà, ed ora la vedevano strema di sostanza, e di onore: presi in uggia i magnanimi, e peggio ancora calunniati o derisi; le memorie loro rase via dalle carte e dai marmi. Adesso sopraggiunse la invasione dei lumbrichi; essi regnano e governano; e gran parte di questi una gioventù presuntuosa e corrotta. Pochi, per sottrarsi alla infamia dei tempi presenti, s'inebriarono con la voluttà della morte, e corsero là dove si parava la occasione di morire, e morirono; ma raccolto prima nelle palme le ultime stille di sangue, lo avventarono contro gli abietti deturpatori della patria, perchè almeno ne restassero segnati. Divini gesti un giorno, e celebrati nei tempii, oggi scherniti ed inani, imperciocchè il popolo un giorno stupido di paura, ed oggi risentito male, invece di nobilitarsi nella dignità del lavoro, e procedere sobrio e severo nel cammino della rigenerazione, noi lo vediamo dare mano egli stesso alle arti della corruttela. Una volta il tiranno si assottigliava il cervello per somministrare al popolo pane e circensi; adesso il popolo gli ha tolto questo incomodo; pensa da sè a inschiavirsi.
Però uno stringimento incessante logorava l'anima di Orazio, il quale se la sentiva disfare in polvere come ferro sotto l'azione della lima. «Il padre delle misericordie potrà perdonarmi forse, ma non mi perdonerò mai io, per avere creduto che la causa della libertà potesse confidarsi nelle mani dei re — spesso andava dicendo Orazio, ed aggiungeva: — non vi confondete, il popolo nelle monarchie lo proverete più schiavo che non è tiranno il principe.»
E lo rodeva altresì la sollecitudine di non sapere quale avviamento dare ai figli del suo nipote: le femmine gli parevano uccelli, a cui educhiamo le ali perchè lascino il nido; e giova appunto che sia così: pei maschi, il nostro consorzio civile possedeva un giorno parecchi indirizzi lodevoli, oggi li sperimentiamo tutti cattivi, anzi pessimi. Le varie professioni delle quali si onora la vecchia civiltà, mirale adesso, e dimmi poi se non ti paiano tante serpi sul capo di Medusa. Il sacerdozio campa di errore, la milizia o di ozio o di sangue; la mercatura arrena dove due interessi armati stanno l'uno contro l'altro, nè possono uscirne altrimenti che o ficcando la botta o buscandola. I banchieri impiccatori destinati ad essere a suo tempo e luogo appesi dagl'impiccati. Gli avvocati redivivi Mitridati, che si pascolano e ingrassano co' veleni dell'ira e della calunnia venduti: i buoni rari, e questi perseguiti a morte, perchè minaccia ad un punto ed accusa alla turba dei tristi. La scienza anch'essa servile, e intesa più a nocere che a prosperare la umanità, laddove non la esercitino persone favorite dalla fortuna: di vero, confrontate lo speso nel traforo del Moncenisio con quello nel bombardamento di Parigi, e giudicate. Rifugio unico l'agricoltura; agricoltori i romani e soldati; ma Orazio non possedeva tanta terra che bastasse ad occupare tre figliuoli; tuttavia questo era il meno che lo affliggesse, imperciocchè egli costumasse dire che a buona lavandaia non mancò mai pietra per lavarci i panni, e così per via di motti si consolava.
*
— Verrà....?
— Non verrà....
— Sì le dico, che verrà; o non sente il rumore di una carrozza.
— Bella riprova! Como se a Torino si trovasse la sola carrozza che condurrà il tuo suocero, posto che ei venga in carrozza.
— Ma ecco si è fermata all'uscio.
— Va' a vedere....
— Andiamo tutti: senz'altro è nonno.... sicuramente è babbo.... il signor Omobono.
Ed i fanciulli tutti con Isabella e Marcello corsero ad incontrare Omobono.... Orazio no, il quale per trovarsi in cotesto giorno più dello antecedente indisposto, si era rimasto seduto, e poi amava Omobono quanto il fumo agli occhi o giù di lì.
Omobono entrò in sala strepitoso e festante, tenendosi abbracciati da un lato e dall'altro, a mezza vita, figlia e genero: i fanciulli seguivano urlando, ed egli pure schiamazzava ingegnandosi sopperire con la chiassosa ostentazione al difetto di gioia verace.
— Guardatevi bene, signor Orazio, diceva Omobono, dopo avergli stretta la mano, di venire meco a contesa, perchè, voi lo vedete, la vostra bandiera al mio solo apparire andrebbe deserta, e voi cadreste prigioniero. Come state signor Orazio? Già, bene; oh! noialtri vecchi siamo schiappe di legno ferro, noialtri....
— Benvenuto signor Omobono, e vi ringrazio della visita che vi siete compiaciuto farci.
— Veramente, senza superbia, non ci voleva altro che voi per tirarmi qua: domani a casa è giornata di affari: stasera aspetto dispacci privati per regolarmi in Borsa; da un punto all'altro sono per arrivarmi i miei commessi dal Giappone, dalla China e dalla Tartaria, perchè quest'anno, vedete, ho fatto esplorare anche la Tartaria, per procurarmi seme extra; ho intenzione di mettere su bigattiere, strade ferrate, credito fondiario, società di miniere.... un mondo di cose senza contare la mia Banca, gli sconti di piazza, le anticipazioni su mercanzia.... basta, ho colto a volo la occasione di venire a Torino per concertarmi col ministro sopra certi negozi del Banco Sete, e dei Canali Cavour, e così ci ho fatto incastrare senza danno, o senza troppo danno, la contentezza di rivedere il mio sangue, e voi, signor Orazio, che mi siete più caro della pupilla degli occhi miei....
— Voleva ben dire che tu ti fossi mosso proprio per noi, — pensò Orazio; ed anco Isabella avvertiva il marrone paterno: quindi Orazio a voce alta si fece ad osservare:
— Tanto travaglio e tanto arrotarsi a che pro?
«Tutti torniamo alla gran madre antica,
E il nome nostro appena si ritrova.»
— Magnifiche, signor Orazio, stupende queste sentenze, dentro un libro di filosofia e nei confetti parlanti; e voi, ditemi, perchè vi affaticate sempre e non quietate mai?
— Ma mi sembra, soggiunse Orazio, che tra porri e porri un divario ci corra: io mi industriai prima con ogni onesta sollecitudine a procacciarmi tanta roba, che bastasse a sostentarmi la vita; ottenutala, smisi di arrovellarmi, pigliando parte nelle faccende pubbliche, ovvero attendendo agli studi geniali.
— E che rileva cotesto? O che io, senza superbia, non avrei potuto con plauso esercitare qualcheduna delle belle arti? Anzi, se mi tasto, mi sento forte per affermare che sarei riuscito in tutte: ricordano a Bergamo la perizia con la quale suonava il flauto in gioventù; ed anco un dì mi sorrise la Musa, ma io elessi invece dedicarmi intero ai grandi affari, ai quali mi chiamava la mia propensione naturale, sicchè, senza superbia, io posso, con solerzia e sveltezza pari, condurre di fronte quattro aziende o sei, tra loro svariatissime, come sarebbe a dire bonificamento di terre, direzione di banche, di case di commercio, d'industrie agricole e commerciali, setifici, miniere, e via discorrendo. Impertanto il mio arrotarmi pari al vostro, il fine diverso; e se non temessi di recarvi dispiacere, io vorrei sostenervi come le mie fatiche sieno più generose o più utili delle vostre.
— Davvero?
— Ne dubitate? Ebbene, io ve lo dimostro. Quando voi alla vostra premura di radunare facoltà diceste: basta, ditemi un po' a chi pensaste voi? Alla vostra persona, e non oltre: ora io all'opposto mi occupo dei figli, e dei figli dei miei figli; difatti la roba vostra non credo, e non è sufficiente per la famiglia uscita da Marcello e da Isabella, per mantenerla nel grado in cui l'avete messa voi. E poi la opera mia torna non pure vantaggiosa alla famiglia, ma approfitta altresì allo universale.
Orazio buono uomo era, ma risentito alquanto, ed ab antiquo i sassi chiamava sassi e pane il pane, onde rendendo artatamente blanda la voce soggiunse:
— Ecco, se voi non aveste peggiorato Marcello di un cento di mila lire, e vi compiaceste pagare la dote alla Isabella, la sostanza di casa mia avrebbe potuto sopperire a tutto; chè io mi tengo al sodo, e le girandole sono fuochi di artifizio; ma a ciò diamo di taglio; quanto ai banchieri io aveva sentito dire che quando s'incontrano co' pesci cani si fanno di berretta, e si salutano col nome di fratelli.
— E fosse così, anzi poniamo che la sia per lo appunto così; dite, signor Orazio, forse si divorano unicamente fra loro i pesci cani e i banchieri? Tutti ci divoriamo a vicenda; e siccome la batte fra divorare ed essere divorati, o la sa come ella è? Io stimo più spediente per me entrare nell'arciconfraternita dei divoratori.
— Già cotesto è il discorso e non fa una grinza, ma non ci vedo spuntare nè anche un crepuscolo di benefizio universale.
— O che abbacate voi di crepuscolo, mentre ci splende mezzogiorno sonato: mirate qua: è vero o non è vero, che i pesci nutriti ottimamente, secondo la usanza vecchia per la quale il più grosso divora il più piccolo, generano una moltitudine di nuovi pesci, che servono di gradita vivanda ai pesci fratelli ed a noi: se così non facessero morirebbero tutti: del pari fra gli uomini; se uno non si avvantaggiasse sull'altro, finiremmo tutti di miseria e d'inedia. Il sagace ridona in pioggia quanto ha risucchiato di nebbia. Affermano gli uomini venuti in società per sovvenirsi mutuamente, ed è vero, però col mezzo del divoramento scambievole; tanto vero questo, che mentre da un lato troviamo antichissimo l'uso di mangiarci fra noi, dall'altro vediamo crescere la umanità e prosperare.
— Sentite, Omobono, coteste vostre sono opinioni trovate fra le carabattole del misantropo Hobbes; hanno la barba bianca, e nessuno ci pensa più; per me ignoro se l'uomo sia fatto a immagine di Dio, e non ci credo; ma so di certo ch'egli gli infuse nel cuore nobili istinti, gli diede senso di pietà e amore di gloria; in mezzo all'anima gli stabilì un tribunale che si chiama coscienza, presso cui non ci ha barba di avvocato che valga ad imbrogliare le carte.
— Se le mie opinioni hanno la barba bianca, i vostri discorsi fanno dormire ritti. Sensi di pietà affermate voi? come va che quanto più risalghiamo alle prime origini dell'uomo, e più noi lo troviamo divoratore del proprio simile, con buona fede perfetta e con piena quiete dell'animo; e ai giorni nostri per avventura gli uomini hanno smesso la tenera usanza? Voi la sapete più lunga di me, e potete insegnarmi come costumassero portoghesi, olandesi, spagnuoli, inglesi nelle due Americhe, nelle isole del grande Oceano e nelle Indie. Gli spagnuoli adoperarono mastini per isterminare le razze dei popoli aborigeni, gl'inglesi i missionari; i primi distrussero co' morsi, i secondi con la bibbia. Lo rammentate voi Beniamino Franklin? Egli mandò in dono al Pitt una cassa piena di serpenti a sonagli, per mercede del bene che egli aveva fatto agli americani. Poco tempo mi avanza a leggere, ma ho sentito più volte levare a cielo i russi perchè, dopo conquistato mezza l'Asia Settentrionale, ci conservarono gli antichi abitanti, gli istruirono e li protessero; ci fondarono città, c'instituirono fiere, ci promossero l'agricoltura; insomma, essi, barbari, si mostrarono a prova più civili di noi. Fiori rettorici! cose da ecloghe e da buccoliche: veniamo al sodo; non ci è caso, per giudicare un tristo ci vuole un tristo e mezzo. Gli storici avrebbero a discendere tutti in linea retta dal Machiavelli ovvero dal Guicciardini, e se di questi valentuomini non si fosse sperso il seme, di lieve avrebbero compreso come nel settentrione asiatico regni tale una temperie, a cui è impossibile che altri si adatti, eccetto lo indigeno, mentre le terre occupate dagli spagnuoli e compagni di rapina apparivano comodissime a pigliarsi ed eccellenti a tenersi: quindi torna ai russi conservarci gli aborigeni ed incivilirli fino al punto, che da un lato essi diventino buoni a produrre quello ch'ei ci cavano, e dall'altro a consumare quello che ei ci portano. — È affare di bilancio. La chiamerai carità cristiana? No signore, è carità pelosa.
— Ma la coscienza, signor Omobono; vorreste voi negare la coscienza?
— La coscienza è come il solletico; chi lo patisce e chi no; e poi, caro mio, ditemi in grazia, la mia coscienza è proprio sorella della vostra?
— Oh! no.
— Voi ridete? Ebbene, io v'incalzo e vi domando se la coscienza vostra si rassomigli giusto alla coscienza di Pio Nono, del conte Menabrea, di santa Caterina da Siena, del Bismark, e via discorrendo? Vi ha tale spagnuolo, il quale si farebbe mettere a fette piuttosto di cibare carne il venerdì, e ammazzerebbe un uomo per un lupino. Che cosa pensate voi che abbia a dire la coscienza a cotesti cari re di Viti Leven, i quali si mangiano i propri sudditi a desinare? O santa ingenuità di sacra corona alterata in Europa![10] La coscienza di un tempo diversifica dalla coscienza di un altro; la coscienza di un paese non è più quella del paese accanto, pensa se del paese lontano! Caro mio, chi sa quanti, e quanti secoli la nostra razza ha vissuto senza intendimento del bene e del male, ed anche adesso riuscirebbe difficile chiarire quanti uomini vivano in simile ignoranza: la qual cosa, a parer mio, dimostra espresso che il bene e il male, secondochè gli intendiamo noi, siano faccenda del tutto artificiata, non già di natura. Caro mio, se colui che presiedè alla creazione di questo basso mondo ordinava che tutte le creature dovessero conformarsi ad una regola prestabilita, egli l'avrebbe appesa in alto in mezzo al firmamento, affinchè tutti l'avessero potuta vedere così di giorno come di notte. O non ci ha messo il sole, e la luna? Dacchè egli aveva le mani in pasta, ci voleva tanto a fare un sole guidatore al ben vivere? Se pertanto su in cielo il sole splende di giorno, e la luna di notte, egli è perchè non ci diamo dello zuccate, fra le quali, ho sentito dire, che non corre differenza in veruna parte del mondo; e se non ci fu messa la regola universale del vivere, significa aperto che si lascia in potestà nostra comportarci in un modo piuttostochè in un altro. Accade dei costumi appunto come delle lingue; la favella ci viene da natura, le guise del favellare dal talento degli uomini.
— Oh! la stirpe dei mortali pur troppo si divide in diverse classi, sani ed infermi, forti e deboli, belli e deformi, ingegnosi e stupidi, buoni e tristi, e che perciò? La bellezza è cosa affatto corporea; ebbene, forse una brutta razza non si può fare divenire bella? Sicuramente si può; e se mi opponeste che della bellezza non si dà norma certa, io vi risponderei che avete torto marcio: provate ad animare la Venere di Milo, o piuttosto quella dei Medici, datele moto, datele affetto, datele accento e lo splendore degli occhi, e il lampo del sorriso, e mostratela al Caffro o all'Ottentoto, e mi conterete poi se la preferiranno o no alle orribili loro femmine. Come della bellezza del corpo così di quella dell'anima. O sta' a vedere che voi vorrete darmi ad intendere che ferocia piaccia più dell'amore, tradimento più della fede, e così di seguito. Anco tu metta da parte il senso di umanità, che ci viene da natura, l'uomo ha da condursi a preferire le passioni buone alle ree, imperciocchè queste seminino la distruzione, mentre le prime fecondano uomini e cose.
— Ed anco qui noi ci troviamo distanti quanto gennaio dalle more; io, e meco altri moltissimi, crediamo dannoso questo moltiplicarsi alla scapestrata del gregge umano; o che torcete il grifo? I vescovi nelle loro Omelie salutano sempre i diocesani col nome di gregge; e sono uomini santi, ed io, che non mi reputo uomo santo, non potrò appellare la università dei miei dilettissimi fratelli gregge ed armento? La Provvidenza per rimediare alla meglio a questa smania di crescere, vedendo restringersi la voglia di cibare carne umana, supplì con la smania della guerra; le bestie, uscite di mano alla natura meno perfette dell'uomo, non poterono educarsi a tanto raffinamento di civiltà; talvolta gli uomini stanchi, non sazi, cessano le stragi; allora la Provvidenza sempre pronta, alla mancanza della guerra sopperisce con la fame, o con la peste, o con qualche altro partito. Eh! caro mio, la Provvidenza non per nulla si chiama Provvidenza.
— Codeste vostre proposizioni furono facilmente dette e ripetute, ma provate mai. Prima di sgomentare con siffatte maledizioni vorrei che mi diceste se la superficie del mondo, nelle zone abitabili, fu coltivata tutta e bene? Che la vita sia una prova, e lunga, e dura l'arte di migliorarci, pur troppo è vero, ma nobile scopo rendere buoni noi, nobilissimo altrui. O che presumereste voi, stamane, negare il progresso della umanità al meglio? Considerate che trecento anni fa un uomo che si fosse avvisato a ragionare come voi lo avrebbero arso vivo in qualità di eretico....
— Ebbene, o che questo sembra a voi veramente progresso?
— Eh! per me lo lascio giudicare a voi....
— Via, mettiamo da parte questo tasto e passiamo ad un altro; parliamo di gloria — soggiunse Omobono nel concetto maligno di trafiggere Orazio nella parte più tenera: — fumo di gloria non vale fumo di pipa, scrisse una donna, che per caso aveva giudizio. Quante e quante vissero migliaia di uomini, così detti grandi, dei quali oggi va spento il nome! Per un Attila, che si rammenta, cento Jenner annegarono nell'oblio. Gli uomini sono così fatti, che chiudono nella loro memoria, come dentro un ciborio, i nomi di coloro che li straziarono; chi li benificò pigliano in uggia, ed a ragione; perchè i primi somministrino materia di esercizio all'odio, ch'è dote naturale alla nostra stirpe, mentre i secondi ci obbligano alla gratitudine, cosa del tutto contraria alla nostra natura. E poi, o che cosa è questo lusso orgoglioso nell'uomo di voler superare l'altro uomo? Questa superbia di vivere anco dopo morto? Questa fisima di rompere la testa, anco sepolto, al genere umano? Tutti tacciono nella fossa, e ci stanno tranquilli: chi ha dato a quattro o a sei il diritto di far chiasso anche nel camposanto? A me sembra questa una sconvenienza grandissima; chi leva la testa fuori del suo sepolcro non si deve lamentare se altri ci dà dentro co' piedi. E qual pro, ditemi per vita vostra, in questo diluvio di libri in prosa e in rima? O che importa sapere a me che il Petrarca amasse una donna maritata? E che cosa che ella morisse? Per me avrebbe operato il signor Canonico da galantuomo a starsi chiotto come un olio. Vorrei altresì sapere quanti ragnateli gli uomini cavarono dal buco con la Divina Commedia o con la Gerusalemme Liberata? All'opposto non rifinirei lodare taluni trovati della scienza, ma ad un patto, che non ne potessero approfittare tutti, però che a questa guisa torna lo stesso che non se ne avvantaggi nessuno; a modo di esempio, ottima la invenzione del telegrafo elettrico, ma doveva destinarsi all'uso esclusivo dei banchieri, ed anco non di tutti. Nel sottosopra però nelle scoperte della scienza troviamo essere più gli sbirri che i preti, sicchè a occhi chiusi io la do vinta all'antico borgomastro di Strasburgo, il quale fece gettare nel Reno l'inventore del telaio meccanico, che mandava a spasso tanti operai. Ognuno si agiti, e goda a modo suo, a condizione però di non infastidire altrui.
— E a patto di stare bene con sè medesimi; e voi signor Omobono come vi trovate con voi?
— Io? Ci sto amicamente, quantunque non mi possa astenere da confessarvi che stava meglio prima che tanti spiriti irrequieti mi scappassero fuori con le diavolerie della libertà e della indipendenza nazionale. Ignoranti da mitera, libertà che è? Nè manco voi lo sapete? E a quanti sommano coloro che di quella libertà godono? E a quanti quelli che la sanno godere? Fanciullacci piagnucolosi e strepitanti pel balocco, che appena ottenuto buttate via. Con simile generazione di uomini fra la tirannide e la libertà gli è un fare perpetuamente a scarica barili, una porta l'altra, e l'altra l'una. Per me alla granfia col guanto preferisco la granfia ignuda. Non vi confondete, voi potrete vedere giusta l'ora che fa nella vita del popolo, quando il pendolo dell'orologio sociale va dal prete al gendarme, e dal gendarme torna al prete: e queste verità ormai si sentono bandire fino dalla tribuna del Parlamento italiano. Quanto alle vantate nazionalità, bisogna proprio avere la benda su gli occhi, per non vedere come le sieno altrettanti triboli messi sotto i piedi della umanità, perchè quanto più piccolo sei e meglio t'impasteranno; così gli individui si agglomerano più facilmente dei comuni, i comuni delle Provincie, le provincie delle nazionalità. Il singolo come possiede meno forza così ha minori motivi di starsi separato dai corpi collettivi; ma quando promovete le nazionalità, e favorite lo sviluppo delle loro passioni dominanti, e i modi tutti di vivere e prosperare esclusivi, separati sempre, bene spesso ostili a quelli delle altre nazionalità, voi lavorate senza addarvene a perpetuare la divisione, la prepotenza e la guerra fra gli uomini. Volete la repubblica universale e la fratellanza del genere umano, e ogni giorno scavate loro i trabocchetti, e gittate randelli fra le gambe; volete libertà e siete più schiavi voi che non è tiranno il monarca. Perchè ci vituperate voi, e perchè volete montarci addosso? Siete forse più onesti, più sapienti, più animosi di noi?
— Il fatto sta per voi: vi parlerò per via di parabole: date tempo al tempo, signor Omobono, e se pensate che rimettendovi a casa voi non saliate una scala per volta, bensì scalino per iscalino, vi sarà chiarita la ragione di parecchie cose, che sembrate ignorare. Di quest'altro persuadetevi, che voi vi metteste a puntelli all'edifizio che si sfascia; ora il puntello non è l'edifizio, sebbene si troverà un giorno travolto nella medesima rovina.
— Caro mio, voi v'ingannate; il vizio è il mercato dove si trafficano le virtù; e siamo tali puntelli noi, che alla occasione diamo la pinta alla fabbrica. Quando sarà istituita sopra buon fondamento la repubblica, noi offriremo i nostri umili servizi alla repubblica italiana, ed anco alla repubblica universale: però non vi augurate mai di passarvi dell'usuraio e del prete; prete e usuraio sono ossa delle ossa, e carne della carne della umanità. Tuttavia mentre queste cose hanno da venire, io per me penso che non valeva il pregio di capovolgere questo mondo, e quell'altro per isfrattare gli austriaci di Italia; anzi sarebbe tornato meglio sovvenirli ad occuparla tutta, che senza tanti disturbi adesso ci troveremmo ad aver fatto maggiore cammino; invece ora il popolo scorrazza a scavezzacollo per l'aperta campagna, e ci vorrà il diavolo perchè i sullodati prete e giandarme ce lo riconducano alla fune.
Si vedeva chiaro come Orazio, o per fastidio, o per istracco, non si curasse rilevare le invereconde enormezze di Omobono, sebbene coteste sconce trafitture lo pungessero, oltre ogni credere, dolorosamente; ma alle ultime proposte di costui il suo volto presentò di transito tutti i colori dell'arcobaleno, e già la bile troppo a lungo repressa stava per gettare giù gli argini e prorompere, quando un servo si affacciò sul limitare della sala annunziando il pranzo in ordine.
Capitolo III.
L'UOMO FELICE.
Ottimamente avvisarono gli antichi, quando posero i conviti sotto la protezione di un Dio, e meglio i cristiani sul principiare delle mense rendono grazie all'Ente supremo, imperciocchè gli uomini, se tristi, confortati dai doni della natura, balenino di bontà, e se buoni appaiano divini. Omobono poi immaginando avere coi suoi ragionamenti mandato sottosopra Orazio, gonfiava di vanità; lo avresti preso per un tacchino quando imporpora i bargigli e fa la ruota; mentre Orazio a cui non pareva vero essere liberato da cotesto fastidio, per tema di non porgergli lo addentellato a ricominciare, non proferiva parola, sicchè il pranzo procedeva d'amore e d'accordo. In seguito diventò anco lieto, avendo preso i fanciulli a far vezzi ai loro maggiori, risa alternando e discorsi, correndosi dietro, e perseguitati troppo da vicino riparandosi in grembo ai genitori ed ai nonni.
Eccetto il maggiore, il quale, come sappiamo, fu chiamato Omobono, agli altri Orazio aveva imposto nome romano; dalle eroine e dagli eroi greci si astenne, perchè egli diceva sentirsi più consanguineo alla razza latina che alla greca, ma che cosa intendesse significare con simile proposizione io non saprei: fatto sta, che le femmine egli appellò Arria ed Eponina, gli altri due maschi Curio e Fabrizio.
Giunti a quella parte del convito dove per usanza vecchia si propina, Marcello contemplando Eponina seduta sopra le ginocchia di Orazio, abbracciarlo intorno al collo e consolare il vecchio con frequenti baci, Arria in grembo alla consorte Isabella, Omobono e Fabrizio posti uno a destra, l'altro a sinistra, stretti a mezza vita dal suocero, di cui la faccia era quasi diventata di uomo giusto, sorreggendosi sopra Curio, che gli sedeva al fianco, si alzò e levato in alto il bicchiere pieno di vino disse:
— Alla prosperità della mia famiglia, cominciando dai nostri padri fino ai nostri figliuoli: possano durare per tutta la loro vita felici, come io mi sento in questo punto felice...
Levarono tutti i bicchieri e risposero al brindisi amoroso; solo uno rimase sopra la tavola, e fu quello di Omobono. Cotesto suo atto fece l'effetto dell'acqua fredda rovesciata nella pentola quando spicca il bollore: costui dopo avere aspirato con compiacenza l'universale sbigottimento esclamò:
— Vi paio strano io? Ebbene, vi dirò cosa la quale, ne vado sicuro, me l'assentirà anco il signor Orazio; e tu, Marcello, da' retta. Ci fu tempo addietro a Milano un certo Foscolo, che mise sulle scene una maniera di tragedia, dove non so quale regina dei Salamini (figuratevi che razza di regina avesse ad essere costei) tra le altre belle cose diceva: «Torni il sorriso al mio pallido volto: il ciel non ama i miseri.» Ora se il cielo ami i miseri, o no, ignoro; quest'altro io so di certo, che nè cielo, nè terra amano gli sventurati. Dunque, se tu sei savio, Marcello, nascondi la tua contentezza, come l'avaro il suo tesoro, per tema che i ladri non te la rubino. Tra noi a Milano si conserva una tradizione del nostro santo Ambrogio, il quale, secondochè si narra, essendosi fermato colla sua compagnia a certo albergo e vistolo oltre la usanza benissimo in assetto, interrogò l'oste come gli andassero i fatti suoi; a cui l'oste rispose: «Di bene in meglio; io case, io poderi, avventori a isonne, e tutti di quelli che vanno per la maggiore, baroni e mercanti grossi, che possono spendere; io bella moglie, in somma nulla mi manca e di molto mi avanza.» Il santo allora pensò che dove era tanta prosperità quivi non potesse trovarsi anco Dio, per la quale cosa ordinava tosto ai famigli si affrettassero a rinsellare i cavalli ed a ricaricare i muli, per allontanarsi quanto più presto potessero, e così fu fatto; nè di troppo eransi dilungati per la pianura, che avendo udito uno schianto accompagnato di strida e di guai da fendere il cuore, si voltarono e videro come dal terreno spaccato uscissero fuori fiamme, le quali ebbero in piccola ora ridotto in cenere l'albergo e tutto quanto di persone e di cose si ci trovava dentro. Certo questa non può essere che novella, pure contiene dentro di sè una verità evangelica...
Omobono volse dintorno uno sguardo, e considerata la tristaggine diffusa su tutta la compagnia se ne compiacque, dicendo in cuor suo: «dunque io faccio paura!» Ed era un vanto, che egli possedeva in comune con gli spauracchi piantati nei campi quando si semina il grano. Nè stette guari che, travolto dalla sua insanabile contradizione, levatosi ad un tratto, prese il bicchiere e con alta voce esclamò:
— Ad ogni modo io bevo alla maggiore prosperità del mio sangue, del signore Orazio e di me.
Quindi stretti più forti nelle proprie braccia i due fanciulli, i quali sentendosi far male strillarono, con parole scarmigliate continuò a favellare così:
— Questi due, Curio e Fabrizio, voglio io; io, ragazzi miei, vi arricchirò, vi tufferò fino agli occhi nel godimento: statevi un anno meco, e metto pegno che direte poi: se il Padre Eterno sfrattò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, nonno Omobono ci ha ricondotto noi altri due, Curio e Fabrizio.
— Come! — gridò un fanciullo svincolandosi dalle sue braccia, — e dovrò restarne fuori io, che tu hai tenuto al battesimo?
— Oh, no; anzi tu, Omobono mio, tra i primi primissimo.
Il banchiere si era perfino dimenticato il nome del figlioccio: anzi, volendo riparare a cotesto sconcio, rovesciò le tasche del corpetto e sparse parecchie monete di oro e d'argento sopra la mensa chiamando:
— Arria, Ponina, Fabrizio, accorrete anco voi.... volate.... pigliate.... assassinatemi.... a che vi rimanete? Infingardi! Quando è tempo bisogna assassinare.
Veruno accorse, veruno sporse la mano; anzi le fanciulle si strinsero più forte al seno della madre e dell'avo; sicchè egli o punto nella sua vanità, ovvero già pentito di cotesta sua capestreria, raccolte borbottando le monete, se le ripose con molta diligenza in tasca: indi trasse fuori l'orologio, e dopo guardatolo disse:
— Orsù, la è ora che io mi rechi al ministero; non mica perchè il ministro non si terrebbe onorato di ricevermi a qualunque ora, però ch'egli abbia più bisogno di me ch'io di lui.... e poi lassù mi temono.... tuttavolta anco volendo spesso non si può! Marcello, manda per una vettura. Signor Orazio, senza cerimonie, e voi altri tutti accomodatevi, non vi disturbate per me.... non istate ad aspettarmi, ch'io non vi so dire quando sarò sbrigato: potrebbe anco darsi benissimo che piacesse al ministro consultarmi sopra i provvedimenti finanziari, che egli sta per proporre alle Camere, e allora ce ne andremmo a giorno. Addio dunque; a rivederci a domani.
E strepitoso e arrogante uscì seguito dalla sua figliuola Isabella, la quale gli mise addosso la cappa foderata di pelle, molto raccomandandogli ad aversi riguardo in cotesta rea stagione; a cui egli così verdemezzo rispose:
— Sta' di buon animo, che a mantenermi vivo ci penso da me.
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Lo zio Orazio in cotesta sera si dolse più che mai di gravezza di capo, e desiderò anco prima del solito ritirarsi nella sua camera, quantunque sembrasse non si potesse distaccare dai nepotini; li baciò più volte, e diresse ad ognuno avvertimenti i quali andavano giusto a colpire il difetto già sviluppatosi in essi: anco abbracciò e baciò la Isabella, cosa che costumava di rado, e le susurrò nelle orecchie: «la buona madre di famiglia è corona di gloria sul capo del marito: e tu sei tale, figlia mia; ti raccomando Marcello; egli non sa sopportare a lungo i colpi della sventura, massime se troppo spessi o troppo violenti.»
A Marcello, che lo accompagnò secondo il consueto, prese nel licenziarlo ambe le mani, disse:
— Marcello, io ti avrei a parlare lungamente, ma stasera non me ne sento la voglia; sarà per un'altra volta: questo mi stringe a imprimerti bene nell'anima che per verun caso mai tu ti risolva a confidare alcuno dei tuoi figliuoli al suocero.... io so che tu perderesti il figliuolo e col figliuolo te stesso.
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Omobono, contro il presagio, tornò presto a casa con una faccia da disgradarne Longino quando diede la lanciata a Cristo: ad Isabella, che gli chiese se alcuna cosa desiderasse, rispose alla trista:
— Nulla; un lume: maledetti i pranzi di famiglia; al diavolo i brindisi: sono arrivato tardi, e il ministro avea strinto il negozio con un altro banchiere. Ecco qui un centocinquantamila lire almeno di perduto.... un pranzo centocinquantamila lire, per Dio, costa caro; maledetto.... e strappato più che preso dalle mani d'Isabella il candeliere, si ridusse alla camera chiudendone l'uscio strepitosamente.
— Che vuoi? — favellò Isabella, considerando il suo marito sgomento pel contegno paterno — la passione del guadagno gli leva il lume dagli occhi: gli è fatto così.
— Capisco, ma egli è fatto male.
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Però i nostri coniugi la mattina si levarono innanzi l'alba per blandire l'animo esacerbato di Omobono; invano, che costui se l'era già svignata, senza pure lasciare un saluto. Il servo narrò com'egli non rifinisse maledire e pranzo e brindisi et reliqua, mugliava, come se lo travagliasse il mal di denti, di non so quanto denaro perduto, ed aggiungeva che avendo egli sceso le scale in fretta fino all'uscio, di un tratto si fece a risalirle a due scalini per volta: al servo, per seguitarlo in furia, erasi spento il lume, col quale, riacceso, essendo entrato in camera trovò il signore Omobono in ginocchioni sotto il letto, che cercava a tasto le sue ciabatte, e rivenutele, in un attimo aperse la sacca da viaggio, ce le ripinse dentro, e poi fuggì via come se mille diavoli lo avessero cacciato.
— Che vuoi, Marcello mio, egli è fatto così.
— Capisco, Isabella mia; ma bisogna confessare che egli è fatto male, e di molto.
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Attesero lo zio Orazio, oltre l'usato un buon quarto d'ora, sperando vederlo comparire da un punto all'altro per pigliare parte alla colazione; non comparendo, chiamarono il suo cameriere per sentire un po' che novità fosse cotesta: il cameriere disse che forse lo zio aveva preso a sonnecchiare sul mattino, come qualche volta gli veniva fatto, onde egli si era rimasto da sturbarlo; tuttavia, lo indugio pigliando vizio, Marcello gli commise che aprisse senza rispetto la camera e domandasse allo zio se di alcuna cosa abbisognasse. Andò il servo, ma pari al corvo della Bibbia non ricomparve; allora Marcello, agitato da indistinta e pure pungente sollecitudine, s'incamminò con passi precipitosi alla camera del dilettissimo zio.
Ahimè! spettacolo di pietà e di orrore. Orazio, colpito nella notte da accidente apopletico, giaceva morto nel letto. Mi passo di narrare la desolazione della famiglia, massime quella di Marcello, il quale per la morte dello zio sentì perduta molta parte di sè. Trasportato semivivo sopra il suo letto, quivi rimase per lunghi giorni in balìa del delirio; temevano non rinvenisse; infine per le cure della moglie e per le carezze dei figli, mitigato alquanto lo spasimo, ebbe la consolazione delle lacrime. Durò un pezzo a vivere come cosa balorda, improvvido di sè e di altrui: all'ultimo riprese gli spiriti, non tanto però che altri non si accorgesse l'anima di cotesto uomo dabbene essere rimasta quasi percossa da parziale paralisia.
Quanto ad Omobono, allorchè seppe la morte di Orazio, si strinse a dire che era stata una morte economica, da vero padre di famiglia.
Isabella, valorosa donna, dominando la passione che la travagliava, in cotesti frangenti ebbe avvertenza a tutto: qualcheduno l'appuntò di durezza di cuore, ma se costui l'avesse vista ritirarsi, appena le capitava il destro, nei più segreti penetrali della casa a sfogarsi in pianto, e dal pianto desumere costanza per durare in mezzo a tante tribolazioni, certo si sarebbe morso la lingua; ma pur troppo la va così, le virtù chiassose e volgari si comprendono e lodano, le profonde e le insolite non si capiscono, od anche si calunniano. Quando le parve tempo, la egregia donna mise sotto gli occhi del marito un foglio, che Orazio aveva scritto nella notte, che fu l'ultima del viver suo: ella aveva curato che i desiderii dello zio, nella parte che non pativano dilazione, sortissero il compimento.
Il foglio pertanto diceva così:
Marcello, da parecchi giorni mi si è cacciato addosso uno sfinimento insolito, il quale, aggiunto agli anni ed ai disgusti che provo, giudico addirittura precursore del mio prossimo fine. Manco male: non ho affrettato nè temuto la morte; e quantunque a costei non sia mestieri dare licenza, pure io le concedo accomodarsi come meglio le pare e le piace; che posto ancora che il Tempo in capo ad ogni mezza notte mi venisse snocciolando ad uno ad uno un sacco di giorni sonanti e ballanti, come marenghi nuovi di zecca, io a quest'ora mi sentirei più che disposto a dirgli: basta. Ed altresì ho da dirti che da un pezzo in qua ogni notte mi sogno Betta, che cammina davanti a me, per una via lunga lunga, e di tratto in tratto si volta come per aspettarmi: decisamente egli è tempo di andarcene.
Non ho voluto dettare testamento, imperciocchè questo mi paresse sempre, e in vero egli sia, un mezzo legittimo per levare la roba a cui va: tu per via dell'adozione fatta in buona regola essendomi diventato figliuolo mi succedi in tutto e per tutto. Prima che il cielo benigno e la virtù nostra ci deliziassero con le beatitudini del regno italico, costumava pagare per le successioni tra ascendenti e discendenti un tenue diritto fisso; oggi non è più così, e il figlio succedendo al padre deve contribuire una gabella proporzionale sul valore della eredità; il quale dazio in compagnia dei suoi fratelli già nati e dei nascituri costituiscono in pro del Governo quel comunismo che perseguita a morte in altrui per creare a sè un monopolio; nella stessa guisa, che da esso imprigionansi i gallinai per raccogliere solo la vendemmia del gioco del lotto.[11]
Io pertanto sul limitare della morte chiedo con tutto il cuore e con tutta l'anima perdono a cui me lo può dare, per avere creduto che la causa del popolo potesse senza pericolo commettersi nelle mani del principe. Bestia carnivora è il principe; anco il Gioberti lo ha scritto, ed io ho ripetuto più volte e ripeto.
Ti scongiuro dunque, o Marcello, di non servire, nè concedere che veruno dei tuoi figliuoli serva principe, perchè ho conosciuto a prova come il principe considerandosi di schiatta diversa dalla tua, e senza fine superiore a te, tutto quello che gli potrai fare di bene, quantunque con grave tuo incomodo, ei terrà per tributo dovutogli, onde non crede avere a professartene gratitudine, nè può sentire amicizia per te; e venendo il caso, il quale o presto o tardi non manca mai, che l'interesse del principe si abbia a trovare in contrasto con quello del popolo, allora se parteggierai pel principe, il popolo ti odierà addirittura come parricida e assassino, ovvero ti scoprirai favorevole al popolo, e il principe ti affibbierà, niente meno, che la taccia di traditore.
Nè, procedendo amico al popolo, tu hai da augurarti andare immune da fastidi: accade sovente che taluno paia padroneggiare il popolo, mentre insomma egli n'è servo, e di servitù peggiore di ogni altra, imperciocchè stando col principe tu servirai un padrone solo, mentre seguendo le parti del popolo ti troverai a servire tutti. Il popolo poi stima davvero averti eletto capo quando ti ha attaccato alla sua coda; nè ciò mica per malizia, ma sì perchè in buona fede reputi che la tua signoria deva consistere nel procurargli subito quanto gli frulli per la mente: per la quale cosa tu spesso lo udrai rinfacciarti ingenuamente il benefizio che ti fa di cavalcarti da mattina a sera finchè tu gli sia crepato fra le gambe.
Mi ricordo, ma le sono storie vecchie che oggi non usano più, come certa volta un Curiazio tribuno della plebe, essendo caro grande in Roma, proponesse una legge, che a diligenza del Senato si mandasse fuori a comperare grano, la quale avendo Scipione Nasica combattuto come improvvidissima, avvenne che la plebe pigliasse a tumultuare, onde egli con gran voce esclamò: «tacete voi altri del popolo, che io so troppo meglio di voi quello che convenga alla vostra salute.» Attestano che i romani allora tacessero, il popolo adesso lo avrebbe preso a sassate; e se tu domanderai se avrebbe avuto torto o ragione, dirò che la sconfinata diffidenza presente del popolo corrisponde all'antica sua sconfinata fiducia: tante volte abbindolato e tradito, si rassomiglia al cane, che scottato dall'acqua calda teme la fredda.
E poi tu nota questo, che il popolo ravveduto chiede talvolta perdono e piange: il principe non chiede perdono, nè piange mai: vero è bene che la riparazione del popolo, se mai arrivi, arriva tardi: non importa, che tu prima di chiudere gli occhi al giorno la prevedi, e nel presagio di quella consoli l'anima afflitta. La coscienza aprendoti la nebbia del futuro ti fa manifesto come i semi di sapienza e di amore sparsi da te frutteranno più tardi, ma inevitabilmente per la umanità, la quale, per tardare che faccia la stagione di mettere dentro la falce, non perde la messe.