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ISABELLA ORSINI

DUCHESSA DI BRACCIANO,

RACCONTO

DI F.-D. GUERRAZZI.

UNDECIMA IMPRESSIONE.

FIRENZE.

SUCCESSORI LE MONNIER.

1880.

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AL MARCHESE

GINO CAPPONI.

Col desiderio di porre l’onorato tuo nome a cosa maggiore in segno di gratitudine per la tua benevolenza, di rispetto pel tuo carattere, e di ammirazione per la dottrina, ti dedico frattanto questa domestica storia.

Il tuo rispettoso e affezionato amico

F.-D. GUERRAZZI.

3 aprile 1844.

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INDICE

[pg!7]

[CAPITOLO PRIMO.]

LA COLPA.

Ma Gesù chinatosi in giù scriveva col dito in terra. E com’essi continuavano a domandarlo, egli rizzatosi disse loro: Colui di voi ch’è senza peccato gitti il primo la prima pietra contro a lei. — Gesù le disse: Io ancora non ti condanno: vattene, e da ora innanzi non peccar più.

S. Giovanni. VIII.

Ave Maria! Creatura di cui la vista persuase l’Eterno a offerirsi vittima espiatoria per la stirpe onde nascesti alla giustizia irrevocabile della sua legge; — Vergine, nel seno della quale Dio penetrò come raggio purissimo in acqua pura;[1] — Madre, che nel tuo grembo, meglio che nell’Arca Santa, la Divinità conservasti, abbi misericordia di me.

Ave Maria! Regina dei cieli: Dio con gli Angioli più amorosi, che mai creasse nella esultanza della sua gloria, ti circondava. Dio pei campi del suo firmamento le stelle più luminose per tessertene una corona sceglieva; sotto i tuoi piedi il sole poneva, e la luna. Cristo riposa sopra il tuo braccio come sopra un trono eccelso a governare il creato. Tu, che puoi tutto, abbi misericordia di me! [pg!8]

Ave Maria! Dio versò il suo sangue in osservanza dei fati della sua legge. Tu vinci anche i fati; imperciocchè, quando ti vennero meno le amorevoli inchieste, tu deponesti l’Eterno dal tuo braccio divino, e davanti lui ti prostrasti, e con la preghiera ottenesti quello che non aveva potuto impetrarti la domanda: — perchè quale uomo mai, o qual Dio, potrebbe vedere la propria madre prostrata al suo cospetto, e respingerla sdegnoso da sè?[2] Dio è sopra la natura, non contro la natura. Misericordia dunque, misericordia di me!

Ave Maria! Solo che tu volga uno sguardo di benignità sopra l’anima del parricida, ecco diventerà candida come quella del pargolo battezzato pure ora. Tu, che hai una lacrima per ogni sventura; — tu, che dalla miseria a soccorrere i miseri apprendesti; — tu, che possiedi una consolazione per ogni tribolato, un buon consiglio per ogni traviato, un soccorso per qualunque fallo, una difesa a qualsivoglia colpa, tu sarai sorda solamente per me?

“La contemplazione delle tue glorie nell’alto ti dissuade dallo abbassare più oltre i tuoi sguardi a questa valle di lacrime? Le laudi dei celicoli ti hanno reso forse molesti i gemiti dei tuoi divoti? Madre del tuo Creatore, ti sarebbe per avventura incresciuta la tua origine terrena? Lassù nel cielo si costuma egli come nel mondo?....

“Ahi trista me! Me misera! La mente mi vacilla a modo di ebbra: pur troppo, pur troppo m’inebbriò [pg!9] il dolore, e la parola m’imperversa procellosa per le labbra quasi un vento di bufera.

“Maria, perdono! Tu sai se infante non aborrendo io bagnarmi i piè nudi per l’erbe rugiadose, lasciato il letto tepido, mi conducessi a sceglierti i fiori, che dai calici aperti bevevano i raggi primi del sole mattutino; tu sai se io vigilava sempre a guisa di vestale, perchè il lume della lampada domestica a te consacrata non si estinguesse; — e se qualche fatto non degno della tua santa vista commisi, io prima ti velai il volto, e poi te ne chiesi perdono. In te sola confido.

“M’infiamma il sangue, anzi pure le midolle mi consuma e le ossa uno amore....

“Chi è che ha detto amore? Ho io profferito amore? Ah! per pietà, che nessuno lo sappia.... che nessuno lo intenda.... che le mie orecchie non lo ascoltino dalle mie labbra! Folle! E che importa questo, se ho l’inferno nel cuore? — Sì, un amore infame mi arde tutta, un amore da far piangere gli angioli. Maria, non mi guardare nell’anima! Tutti i confessori del paradiso, non che tu, Vergine immacolata, diventerebbero rubicondi per vergogna a guardarmi nell’anima!

“E non pertanto questa fiamma così arde segreta, che nessuno contemplando la mia pallida faccia potrebbe dire: — Ecco un’adultera! — Chi dei viventi saprà distinguere in me come tinga la colpa, o come il dolore? In quella guisa, che la lampada sepolcrale [pg!10] arde illuminando gli scheletri umani senza comparire di fuori, così l’amore mi vive nell’anima, splendendo sopra le reliquie miserabili della mia contaminata virtù.

“Ma in questa fiera battaglia ogni spirito vitale è venuto meno. Già si approssima l’ora in cui si aprirà lo abisso entro il quale rovineranno verecondia di donna, reverenza di marito, decoro di famiglia, e amore di madre, e tutto insomma, e la salute dell’anima con essi!

“La salute dell’anima! la perdizione eterna! E se io, disperata ormai di superare la corrente, mi lasciassi sopraffare dalle acque....? Se, anima piena di amarezza, io ardissi fuggire dal tristo carcere del corpo....? Se prima della chiamata io disciogliessi le ali fuori della vita, e riparassi sotto il manto del perdono di Dio....? si apriranno esse le braccia di Dio per accogliermi, o mi respingeranno? E di vero, non sono io intieramente corrotta? Dio non penetra nei nostri cuori, e non vede come li abbia rosi il peccato? In questa acerba contesa io difendo quella parte di me che diventerà polvere; l’altra, che ha da vivere immortale, ormai è perduta. Sia che io rimanga, o che fugga; sia che mi abbandoni, o che resista, Isabella, tu sei dannata.... dannata per sempre!

“Dov’è, chi è colui che pose questa legge iniquissima? Se io non valgo a rompere, voglio mordere almeno questo fato di ferro. Non ho combattuto, e non combatto tuttora? Qual è in me la colpa, se io [pg!11] non posso vincere? In che cosa peccai, se un serpe mentre io dormiva mi si è insinuato nel cuore, vi ha fatto il nido, e lo ha reso a vedersi più tremendo della testa di Medusa? In che peccai, se non mi basta la lena a portare questa croce? I caduti non s’irridono, non si condannano, ma si aiutano. Ebbene, poichè colpa pensata vale colpa consumata, e portano ambedue la pena medesima, scendiamo interi negli abissi del delitto, e moriamo....”

Queste ed altre parole in parte profferiva, in parte mormorava fra i denti una giovane donna bellissima di forme, davanti la immagine della Madonna, opera divina di Frate Angelico.

E cotesta immagine, simbolo di celeste verecondia e di casti pensieri, sembrava come sbigottita da preci siffatte; imperciocchè per le parole assai, ma più pel modo col quale venivano pronunziate, paressero e fossero in parte immani empietà. La donna non istava atteggiata a reverenza, ma dritta, proterva, a fronte alta, con occhi torvi ed intenti, affannoso il petto, tremule le labbra, dilatate le narici, strette le mani, inquieti i piedi, — leonessa insomma, piuttostochè donna, e molto meno poi donna supplichevole.

Aveva ella ragione?

I Greci ricercando sottilmente la natura di questo nostro cuore, conobbero tali vivere vizi così inerenti alla sostanza umana da non si potere vincere dalle forze unite della volontà, delle leggi, dei costumi, nè dalla religione: però con quello ingegno portentoso, [pg!12] che a loro soli concessero i cieli, resero amabile il vizio, e lo fecero contribuire al bene della repubblica: invece di aspettare quello che non poterono prevenire, gli andarono incontro. A modo di quanto si narra di Mitridate avendo a bere veleno, vi si abituarono per tempo, togliendogli la facoltà di nuocere. Osarono anche di più: fecero gli Dei complici dei misfatti degli uomini; non potendo sollevare questa polvere fino al cielo, abbassarono il cielo fino alla polvere, e il colpevole diventò argomento non di odio, ma di compassione, come quello che aveva ceduto alla onnipotenza del fato, cui Giove non che altri cedeva, e che guidando i volenti, i repugnanti strascina.

Il quale concetto esteso ad ogni maniera di azioni, sopra modo accoglievano nelle cose di amore. — Anacreonte, al quale cominciano già a incanutire le chiome tante volte coronate della lieta edera e di pampini, se ne sta solo davanti al fuoco in una trista notte d’inverno. Borea imperversa per lo emisfero e pei mari, e un turbine di gragnuola forte percuote la casa del poeta. Egli non ricorda i raggi del sole di primavera diffusi sopra i fiori e sopra i capelli delle donne bellissime, non le molli erbe piegate appena dai piè fugaci delle danzatrici, non l’aure pregne di vita, che gli parevano susurrare nelle orecchie: — amore, amore; — i suoi pensieri versano intorno alla caducità delle nostre sorti quaggiù; vede la vita volgere più veloce della ruota del carro vincitore [pg!13] nei giuochi olimpici, i nostri giorni dileguarsi più ratti di un’ombra sopra la parete: le rose della sua fantasia appassiscono alla considerazione della morte. All’improvviso è battuto alla porta del poeta, ed accompagna il colpo una voce di pianto. — Può non sentire pietà il poeta, se la pietà è una delle più armoniche corde della sua lira celeste? Apre Anacreonte la porta, e comparisce un fanciullo, molle di pioggia, e pel dolore allibito: povero fanciullo! i capelli grommati di diacciuoli gli stanno giù distesi lungo le guance; le labbra ha livide, le membra intirizzite. — “Qual mala ventura, o bel fanciullo, ti sforza a vagare per questa notte consacrata agli Dii dello inferno?” E intanto senza aspettare risposta gli spreme il gelo dai capelli, lo spoglia, lo asciuga, e col calore del fuoco lo ravviva; nè ciò gli bastando, le mani del fanciullo si ripone in seno per iscaldarle soavemente co’ tepidi effluvii del suo sangue. Poichè tornò sopra le labbra il cinabro, e la tremula luce alle pupille, il fanciullo sorridendo dice: “Or vo’ provare se la pioggia mi ha guasto l’arco;” — e lo tende dopo avervi adattata la freccia. Anacreonte improvviso si sente ferito prima di accorgersi che Amore irridendo abbandonava la sua casa. — Vendetta di Apollo fu, se Mirra arse di fiamma incestuosa per Ciniro; vendette di Venere gli amori di Pasifae pel tauro, di Fedra per Ippolito; e volere di Giunone e di Minerva lo immane affetto di Medea per Giasone: poche commisero colpe, o nessuna, di cui non attribuissero [pg!14] la causa a qualche Nume; e così i tragedi, giovandosi della fede universale nel fato, rappresentarono sopra le scene quegli orribili fatti, che diversamente non si sarieno potuti sopportare. E certo vive, piuttosto sembra talvolta vivere in noi qualche cosa che può meglio di noi; nè le nostre credenze, comunque tanto procedano lontane dalle dottrine antiche, vi repugnano affatto. Forse non crediamo noi, che la prima madre venisse tentata dal serpente? E da cotesta ora in poi le orecchie della donna si lasciano andare più facili delle altre alle insinuazioni del tentatore. Forse il tentatore non istà fuori, ma dentro alla femmina, e le siede nel sangue sottile, nel finissimo tessuto delle vene, nei pori della pelle dilicata, nel mobile cervello, e nel cuore mobilissimo: e quando pur fosse così, il tentatore apparirebbe più inevitabile e gagliardo. Ma le donne sole cedono alle persuasioni di un demonio, che ora va tentando con l’odio, ora con la voluttà, ora con lo amore, ora con la copia dei beni, e, per non discorrerle tutte, con quante passioni hanno potenza di muovere il cuore dell’uomo? Oimè! a pochi bastò la costanza contro la lascivia e l’oro, crudelissimi, sopra ogni altro, tiranni dell’anima nostra. Personaggi incliti delle antiche e delle moderne storie, uomini venerati e venerabili, o per quanto durò ai medesimi la vita ebbero a combattere siffatte passioni, o troppo spesso vi giacquero sotto: — e se tra noi fu inalzata alla degnità del sacramento la penitenza, parmi evidentissima [pg!15] prova, che neppure Dio sperò che ci avessimo a mantenere innocenti; no, non lo sperava, dacchè imponeva a Simone Pietro, che perdonasse non solo sette volte, ma bensì settanta volte sette.[3] — Povera Isabella, chi è senza peccato ti scagli la prima pietra....

Aveva ella torto?

Il primo sorso non inebbria mai, e chi vuole, può deporre la tazza, e dire: — Basta! — Che Amore nato appena, il grande arco crollando, e il capo, sieda re dello spirito, e gridi: — Voglio, e vo’ regnar solo, — lo cantano i poeti immaginando;[4] ma la verità non è questa. Amore di momento in momento si compone l’ale di dolci pensieri e di ardenti desiri, e i suoi dardi si fanno duri in proporzione che il cuore, contro il quale si dirigono, diventa molle. Nè Delia accecava perchè contemplò il sole una volta sola; e chi vuole fuggire le Sirene imiti lo esempio di Ulisse, e turi le sue orecchie con la cera. Noi fidiamo troppo, o troppo poco, in noi stessi. Quando la fiamma di uno sguardo, o il fáscino di una voce ci lusingano, e la Provvidenza con senso arcano ci avverte, non tenghiamo conto dell’ammonizione; e diciamo, — “Non anche questo affetto trasmoda; ove trasmodasse, basteremo al riparo:” — quando poi lo sentiamo soverchiare, differiamo il rimedio di giorno in giorno; vinti finalmente, accusiamo il destino, che ci siamo fabbricato con le nostre mani medesime. Così avendo il potere ci manca il volere, e avendo il volere [pg!16] ci manca il potere; noi siamo i nostri reziarj.[5] Delle leggi del fato l’uomo può subire quelle che stanno fuori di lui; le altre, che stanno dentro di lui, non hanno forza: vincesi il corpo, l’anima no. E se Dio ci concesse l’anima capace da poterne adoperare le facoltà perfino contro il suo trono immortale, perchè, o come vorremo incolparlo, se combattenti codardi gettammo lo scudo sul principiare della battaglia, o se aborrimmo adoperare la spada che ci fu posta nelle mani? Atomi queruli ed ingiusti, noi vorremmo che il Creatore, rompendo gli ordini eterni delle cose, s’inchinasse ad ogni momento dalla volta dei cieli per riparare ai nostri falli, e per acquietarci le procelle del cuore, che vi andiamo suscitando; egli.... il Creatore, che lascia rotare vorticosi nello infinito i frammenti di mondi lacerati, e distendersi nella orribile sua immensità la tempesta dell’Oceano! Anche la colpa conosce una specie di dignità; osiamo averla. Lucifero bandito dalle sedi celesti non accusava veruno, oppure incolpava sè stesso perchè non era riuscito nello intento; e Lucifero nella sua tetra grandezza ci apparisce tale, che se noi non possiamo desiderargli destini migliori, non ci possiamo astenere da imprecare per male augurato il momento nel quale egli provocava lo sdegno dello Eterno. Ma noi troppo siamo inferiori, sia nel bene sia nel male, alle angeliche nature. Per darci ad intendere che valghiamo qualche cosa, presumiamo farci l’onore di credere che Satana ne abbia tentato. Dove Satana potesse [pg!17] volgere sopra di noi i suoi sguardi di fuoco, non ci tenterebbe ma riderebbe. Può egli darsi Satana peggiore delle triste nostre inclinazioni, e del volere nostro intentissimo a educarle ed a crescerle? — Io non voglio per certo togliere e diminuire alla povera anima d’Isabella la compassione degli uomini e la misericordia di Dio, ma solo persuadere che la misera morte alla quale venne condotta fu pena condegna ai meriti, o piuttosto ai demeriti suoi.

Mentre Isabella profferiva la strana preghiera che in parte è stata riferita qui sopra, un cavaliere di fiera sembianza, aitante della persona, sporse la testa dal limitare della sala, e stette ad ascoltare le parole della donna; poi con placido passo le si accostava chiamando: — “Isabella!....”

La donna a quella voce improvvisa rimase percossa: le si fece il volto più bianco, le labbra si mossero senza suono; e la palpebra pesa le cadde, mentre intorno l’occhio si diffuse un lividore cagionato dalla rete delle tenui vene diventate sanguigne, o di colore di piombo. Ella stramazzava per certo, se il cavaliere era meno pronto a sorreggerla. Dopo breve silenzio, il cavaliere riprese a dire così:

— “Isabella! voi avete qualche cosa sul cuore, che desiderate celarmi: perchè questo, Isabella? Sono io forse così povero amico vostro, che non mi reputiate degno di essere messo a parte dei vostri più riposti segreti? O così mi credete voglioso delle mie contentezze, che non sappia anteporre loro, comecchè [pg!18] con mia angoscia inestimabile, il riposo e i desiderii vostri? Parlate; io per amor vostro mi chiamo parato a tutto, ma parlate una volta.... Ahi misero me! E quale vi ha bisogno, Isabella, che voi favelliate? Io ho inteso anche troppo: non mi credete animoso voi? Ecco che io vi provo il contrario. Voi pregate la mia morte; ed io posso, anzi voglio unire le mie preghiere alle vostre; io richiamerò sopra le mie labbra la più soave delle preghiere che m’insegnasse la madre dilettissima. Giù via, Isabella, prostratevi; io, lo vedete, mi son già prostrato.”

E la donna, male sapendo che cosa si facesse, cadde genuflessa; ed ambi pregarono.

Ma coteste non furono preghiere pure e serene, che s’inalzano al cielo come un profumo di anime innocenti, e gli angioli si piacciono portare sopra il dorso delle ale candidissime al trono dello Eterno, e Dio le accoglie come ospiti celesti, e le consola non altramente, che se afflitte figlie del suo amore si fossero. Coteste preghiere volarono dai petti anelanti, rubiconde e scomposte, per modo che non sarebbero apparsi diversi i delirii della lascivia; e per l’aria si aggirarono fosche, a guisa di nuvole sorte da impuri effluvii terreni; nè toccarono le soglie del cielo, ma ricaddero respinte come il fumo della offerta del primo omicida, ad accrescere la passione dei peccatori.

E fu ragione; imperciocchè coteste preci non uscissero sincere dal cuore, e chi le profferiva temeva [pg!19] venissero esaudite, e dette appena avrebbe voluto revocarle. — Mente mortale, o come mal ferma nel desiderio del bene! Però le guance accese si toccarono; le mani convulse si cercarono, e si tennero intrecciate; e le preghiere terminarono con giuramenti orribili di amarsi sempre in onta dei sacri vincoli, del decoro geloso di famiglia, della morte, e dello inferno. Tanto procederono immemori di loro, che dello iniquo giuramento chiamarono in testimonio la Donna divina, alla quale intendevano supplicare per salute; e la Madre della misericordia non torse altrove la faccia, persuasa che se bugiarde furono allora coteste preci, le avrebbe poi dovute ascoltare anche troppo sincere il giorno del pentimento.

Intanto la giustizia registrò la colpa nel libro ove nulla cancella se non che il sangue.

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[pg!22]

[CAPITOLO SECONDO.]

L’AMORE.

E bevea da’ suoi lumi

Un’estranea dolcezza,

Che lasciava nel fine

Un non so che di amaro.

Sospirava sovente, e non sapeva

La cagion dei sospiri.

Così fui prima amante, che intendessi

Che cosa fosse amore:

Ben me ne accorsi alfin....

Tasso.

Messer Antonfrancesco Torelli era dei migliori uomini della terra di Fermo: copioso dei beni di fortuna, onorato dai suoi, riverito dagli stranieri, lieto di moglie egregia, e di un figlio in cui aveva riposta ogni speranza dei suoi anni cadenti.

Beato lui, se avesse creduto vero quello che pur troppo è verissimo; cioè, il migliore ammaestramento che possono apprendere i figliuoli derivare dagli esempii degli ottimi genitori; e non avesse mai accomiatato da casa il dilettissimo suo Lelio! che non avrebbe prodotto contristati di amarezza i suoi ultimi giorni verso il sepolcro. Ma egli compiacendo ai tempi, desiderò il figlio perito nelle arti cavalleresche, ed il suo cuore paterno esultò nel presagio che le gentili donne di Fermo salutassero il figliuolo suo pel [pg!23] più compito e cortese gentiluomo di tutto il paese. — In questo pensiero, avendo Antonfrancesco servitù grande col cardinale dei Medici in Roma, gli venne fatto molto di leggieri accomodare nella corte del granduca Cosimo il suo Lelio in qualità di paggio nero. Ma Cosimo, logoro per lo smodato esercizio di tutte le passioni, essendo venuto a morte non bene ancora maturo, Lelio, giovanetto di leggiadre maniere e di forme venuste, piacque a donna Isabella figlia di Cosimo, duchessa di Bracciano, la quale ottenne che il bel paggio si acconciasse al servizio di lei.

In quei tempi, i gentiluomini servendo in corte dovevano apprendere a trattare le armi di taglio e di punta, a combattere con la spada e il pugnale, ed anche a difendersi inermi dagli assalti improvvisi di stilo o daghetta, e su ciò andarono per le stampe eccellenti trattati, che servirono di modello alle altre nazioni.[6] Non trascuravano il trarre di arcobugio, comecchè questa non fosse reputata nobilissima cosa; molto importava maneggiare cavalli, sia nella corsa, sia armeggiando, sia (arte più difficile assai) corvettando davanti alle dame, solenni giudici allora di simili industrie.[7] Venivano poi le destrezze della caccia, tra le quali primeggiava quella di lanciare opportunamente gli sparvieri grifagni e i falconi, adesso caduta in disuso, o per quello che io sento solo mantenuta in Olanda; seguitavano gli accorgimenti dello scalco, e del complire con leggiadria le nobili donne. A onore del vero, quei gentiluomini facevano [pg!24] sembianza tenere in pregio le lettere, ma non le virili, nè quelle che sgorgano nuove e bollenti dalla immaginazione infiammata per la virtù del cuore, sibbene le altre calcate sopra forme già ricevute e castrate ad usum Delphini; e queste lettere componevano la delizia degli arnesi di corte, a cui la esperienza e la paura aveva insegnato a toccare cautamente siffatta pericolosa materia. Certamente sarebbe ingiustizia lasciare inosservato qualche scrittore, che acceso dagli estremi aneliti della Repubblica, osò dettare libri se non fortemente, almeno con coscienza; ma gli ultimi sospiri durano sempre poco, e lo scrittore tacque, o piegò il capo ai destini. Ve ne fu qualche altro che scrisse la verità, ma non osò pubblicarla, come se avesse voluto instituire eredi delle vendette i remoti nepoti; e per quello che sembra, i nepoti fecero aprire il testamento, ma conosciuto il legato repudiarono la eredità. Le arti poi e le scienze accoglievansi con migliore viso; ma la chimica era studiata principalmente pel fine di comporre l’oro e i veleni di cui gli uomini di quel tempo, in ispecie i Medici, diventarono solenni manipolatori, e per quello che ne leggiamo, sembra che le ricerche moderne non arrivino a gran pezza l’antica tossicologia. Michelangiolo, immortale monumento della dignità umana, e testimonianza eterna della verità che l’uomo fu creato a similitudine di Dio, quando non ebbe più patria, si consacrava intiero al Paradiso, e gli subentrava Benvenuto Cellini, uomo di arguto ingegno [pg!25] ma scemo di cuore, che logorò la sua potenza nei lavorii di cinti, di monili, boccali, piatti, e simili altre quisquilie del lusso; onde, allorquando egli ebbe a condurre la statua del Perseo, non seppe più sollevare a grandi cose la mente avvezza agli arnesi del mondo muliebre, per la quale cosa Alfonso dei Pazzi la morse con lo acerbo epigramma:

Corpo gigante, e gambe di fanciulla

Ha il nuovo Perseo: sicchè tutto insieme

Ti può bello parer, ma non val nulla.

Ma ritornando al nostro Lelio Torelli, egli era riuscito a maraviglia in tutti gli esercizi che desiderano forza e scioltezza di membra. Alle discipline, ove bisogna assottigliare lo intelletto, o non avea rivolta la mente, o non vi era arrivato; e nemmeno prendeva vaghezza dei suoni, dei canti, o dei balli; i suoi sguardi cadevano sopra un coro di femmine leggiadre, con minore compiacenza di quella che si fermassero sopra un cespuglio di rose, e infinitamente poi minore di quella, con la quale per piani o per boscaglie teneva dietro al cignale ferito. Nessuno più prestante di lui a balzare di un salto in sella; nessuno più infallibile a lanciare un dardo, o ad assestare un colpo di arcobugio; e per non distenderci in troppe parole, in ogni maniera di prodezza superava facilmente non pure tutti i giovani coetanei, ma si trovava appena chi, anche tra i maggiori, potesse vantarsi a seguitarlo di gran lunga secondo. [pg!26]

Però, assai più che non conveniva a nobile fanciullo, si mostrava voglioso di garbugli e di risse, e in queste palesava indole feroce; imperciocchè se per forza o per inganno gli veniva fatto superare l’avversario, non così di leggieri si placava, ma chiuso ai miti sensi della pietà e del perdono, continuava a percuotere, finchè o la stanchezza, o gli accorsi al trambusto non glielo avessero cavato di sotto. E poi gli durava il rancore; e guai se un giorno avesse avuto luogo a sfogare il tesoro di vendetta accumulato nel profondo dell’anima! i suoi nemici avrebbero fatto bene a procedere, come suol dirsi, con l’olio santo in tasca. Del rimanente, tenace negli amori quanto negli odii, a esporsi nei pericoli sempre primo, anzi egli solo voleva correrli, e quelli che prediligeva avevano a ristarsene; e ciò non si creda già per amore di lode, o per istudio della gratitudine altrui, chè queste cose non cercava, o sprezzava; ma per generosità naturale, ed anche per un certo sentimento di prevalenza ai suoi compagni, di cui lo ascendente era più facile aborrire che evitare. Piuttosto temuto che amato, piuttosto riverito che seguitato, egli sembrava degnissimo d’impero.

Ma certa volta accadde, che donna Isabella avendolo chiamato a gran fretta, egli ebbe appena tempo di sbrigarsi dalle mani del suo avversario, e le comparve così com’era sanguinoso davanti. La nobile signora, vedutolo in cotesto stato, con voce sdegnosa gli disse: [pg!27]

— “Toglietevi dal mio cospetto; voi mi fate orrore.”

Da quel giorno in poi Lelio non sembra più lo stesso: se intende profferire qualche motteggio, che nei tempi passati avrebbe fatto rientrare in gola con furia di colpi allo incauto parlatore, oggi dal comprimere forte che fa delle labbra, dal rossore che gli accende il viso fino alla radice dei capelli, ci accorgiamo come usi violenza a sè stesso per frenarsi, e sorride più dolce, e benignamente guarda. Nella persona va più composto di prima, e cura con diligenza maggiore la chioma biondissima, e la mondizie degli abiti; però quel bel colore di amaranto, che sfumato gli rendeva così fiorite le guance, adesso è impallidito; il volto ha pensoso, e gli occhi azzurri un poco rientrati sotto le sopracciglia. Ma non è tutto ancora: Lelio si apparta spesso dai compagni, e sta mesto e taciturno a considerare lunga ora o un fiore, o un falco che gira con magnifiche ruote per lo emisfero, una nuvoletta che oscilla perplessa pel sereno celeste, come se i venticelli innamorati se la contendessero; e molto più spesso la sera, sopra il pendío di un colle, con ambe le mani intrecciate davanti alle ginocchia, e la faccia elevata con intentissimo sguardo, contempla il sole che declina, e l’oro, e la porpora, e i doviziosi colori della madreperla e dell’iride, co’ quali il potente padre della vita circonda il suo sepolcro momentaneo. Appena guarda il suo giannetto spagnuolo, che si affatica invano risvegliare [pg!28] lo inerte signore co’ nitriti, e invano il levriere gli corre davanti, poi cuccia uno istante, gli torna incontro, fugge di nuovo a precipizio, gli abbaia intorno, lo guarda, gli lambisce le mani, gli salta addosso: Lelio placidamente co’ cenni e con voce gl’impone starsi quieto, sicchè il povero animale, veduti riuscire inutili tutti i suoi accorgimenti, con gli orecchi bassi e con la coda dimessa si pone a giacere ai piedi del padrone: nè incontravano sorte migliore le armi, quantunque talora le afferrasse come mosso da subita smania, e le trattasse così smoderatamente, da venirne tutto molle di sudore, e sentirsi per alcun giorno prostrato di forze.

Madonna Isabella possedeva un volumetto delle rime di messer Francesco Petrarca che si toglieva quasi sempre a compagno delle sue passeggiate solitarie: quel libro disparve, chè Lelio se lo era appropriato, e non si saziava mai di leggervi dentro.

Com’era avvenuta tanta mutazione nel giovane? — Un giorno, mentr’egli tutto sprofondato nel libro si avvolgeva a sghembo pei sentieri del bosco di Cerreto, certe sollazzevoli giovanette della villa lo aspettarono in cima del viale nascoste dietro alle roveri, e gittandogli copia di viole nella faccia, gli dissero ridendo: — “E’ non sono occhi cotesti da logorarsi su i libri: ridi, e fa all’amore!” — E un castaldo giovialone, che passava portando un paniere di uva sopra il capo, ridendo più forte favellò: — “O voi sì, che ve ne intendete! o mira come ei sia innamorato [pg!29] fracido! Si avvicina il finimondo, le nostre ragazze non conoscono più amore.”

E quando nelle notti serene madonna Isabella, aperti i balconi della sala, diffondeva pel bruno aere torrenti di armonia, cantando e sonando, sia che ripetesse numeri e poesie già composte, o sia che lasciandosi andare alla ispirazione che l’agitava, componesse allo improvviso i versi, e le note alle quali gli sposava, Lelio, come cosa inanimata, se ne stava giù nel giardino appoggiato a un tronco di albero, o ad un piedestallo di statua, e beveva uno incanto fatale, reso più intenso dal tempo, dall’ora, dagli odorosi effluvii, che l’erbe ed i fiori spruzzati di rugiada tramandano, e dalla luce dolcissima che piove dal firmamento stellato; e tanto cotesta estasi rapiva fuori di sè il povero giovane, che chiusi i balconi, remossi i lumi, abbandonati tutti gli animali alla quiete che loro persuade la natura, egli solo rimaneva, immemore, sempre fisso nel luogo medesimo, finchè i primi raggi del sole ferendogli gli occhi non lo richiamassero agli ufficii consueti della vita.

E prima ch’io continui nel racconto di questo amore, mi giovi dichiarare quello che accennava qui sopra; voglio dire come non per finzione di poeta, ma con verità di storico affermassi la Isabella duchessa di Bracciano dotta in comporre versi e prose e musiche non solo pensatamente, ma anche allo improvviso. Nè qui restavano le virtù della inclita donna, che oltre la lingua materna favellava e scriveva [pg!30] speditamente gl’idiomi latino, francese, e spagnuolo; nelle arti del disegno intendeva quanto qualsivoglia più celebrato maestro; ed in ogni ornamento, che a perfetto gentiluomo si addice, e in ogni maniera di donnesca leggiadria così compita, da esserne reputata meritamente piuttosto maravigliosa, che rara. E tutte le cronache che ci sono capitate tra mano, le quali parlano di questa infelice principessa, quasi concordi adoperano le seguenti parole: — «Basti dire, che ella era estimata da tutti, così vicini come lontani, una vera arca di virtù e di scienze, e per queste sue eroiche virtù l’amavano tutti i popoli, e il padre le portava svisceratissimo amore.»[8] — Beata lei, se tanti bei doni di natura, e tanto frutto di discipline gentili avesse saputo, o potuto adoperare a rendere avventurosa la sua vita, e la sua memoria immortale!

Lelio, quando gli veniva fatto, s’introduceva nella sala d’Isabella, e quivi, speculato bene che nessuno l’osservasse, prendeva gli strumenti sopra i quali le agili dita della sua signora avevano volato, e li baciava smanioso, al cuore se li accostava e alla testa, e di largo pianto bagnavali; e se rinveniva fogli dove Isabella avesse vergato qualche verso, leggeva e rileggeva, e poi provava a formare rime egli stesso; ma comunque l’anima gli traboccasse di poesia, non rispondeva la voce amica a significare tanto e bollentissimo affetto, nè forse sarebbe riuscito a cui per lungo studio si fosse esercitato nell’arte del dire: [pg!31] sicchè fremeva, seco medesimo si corrucciava, e finalmente concludeva cancellando con le lagrime quanto aveva scritto con lo inchiostro. Però quel conforto, seppure possiamo considerarlo tale, gli venne meno: donna Isabella, trovando le sue polite carte imbrattate, nè le riuscendo rinvenire il colpevole, di ora in avanti le ripose con molta avvertenza.

Ma veramente, eccetto quel guasto dei fogli, donna Isabella non poteva desiderare paggio più assiduo e più diligente di Lelio: dai moti del volto, tanto ei la contemplava fisso, aveva appreso a conoscere i più riposti pensieri dell’animo di lei, nè gli faceva mestieri di altra dimostrazione per soddisfare alla sua signora; la quale assiduità poi cresceva al punto, da comparire fastidiosa quante volte la Isabella conversava col signor Troilo, dacchè egli allora immaginasse mille trovati, o per entrare non chiamato nella stanza, o per non uscirne più. E siccome di rado avviene, che due creature che si odiino, o che divisino nuocersi, per quanto s’ingegnino celare giù nel profondo il proponimento loro, a cagione di qualche indizio non se ne porgano scambievole avviso, così gli sguardi di Troilo e di Lelio s’incontravano acerbi come due spade nemiche; e quanto più Troilo si ostinava a guardarlo bieco, perchè o per reverenza per timore Lelio declinasse gli occhi, questi tanto più si ostinava a tenerglieli fitti nella fronte con espressione inenarrabile di rabbia: il senso delle poche parole che si ricambiavano conteneva sempre [pg!32] qualche cosa di amaro; amaro il suono della voce; amari gli atti, il portamento, ed i gesti.

Lelio, certo giorno, insinuatosi secondo il costume nella stanza d’Isabella, si era recato in mano il suo leuto, e facendo sembiante tasteggiarlo, prese a cantare una canzone, che più di ogni altra piaceva alla Isabella: non si attentava spiegare tutto il volume della sua voce limpidissima, trattenuto dalla reverenza del luogo, e perchè, ignaro di musica, l’aveva appresa a aria ripetendola chi sa quante volte; ma infervorandosi a poco a poco, cesse allo impeto che lo moveva, e di rado, o non mai, gli echi di cotesto sale risonarono di canto così poderoso. Sopraggiunse inosservata Isabella, e commossa a tanta dolcezza, si accostò pianamente, e quando Lelio ebbe terminato la canzone, gli pose una mano sopra i capelli, palpandoglieli per vezzo, ed esclamò:

— “Chi ti ha insegnato cotesto, mio bel fanciullo?”

— “Amore.... grandissimo, che mi ha preso per la musica.”

— “E tu, segui i consigli di cotesto amore, perocchè lo esercizio delle belle discipline affinando lo intelletto ingentilisca il cuore.”

E siccome la duchessa gli teneva sempre la mano sul capo, Lelio con voce sofferente così se le raccomandò:

— “Madonna..., per amore di Dio, io vi supplico di levarmi la vostra mano dal capo....” [pg!33]

— “Doveva io non porvela mai....” risponde la duchessa con voce un cotal poco risentita; e la ritira a sè prestamente.

— “O signora mia, abbiatemi misericordia, chè ella mi ardeva il cervello.”

— “Io non vedo perchè la mia mano deva farvi ufficio della camicia di Nesso.”

— “Non lo so neppure io.... ma lo sento.” E queste parole profferiva il fanciullo con voce sì tremula, così pietosa, che la duchessa gli accostò il palmo della destra alla fronte, e come atterrita riprese:

— “Dio mio, come ti brucia! povero Lelio!... non vorrei che male lo prendesse.... Aimè! ti svieni! E qui non giunge nessuno per soccorrerlo.... Lelio! Lelio! Ahi, che mi muore fra le braccia! Vergine santa, aiutatelo voi!”

E Lelio fattosi bianco in volto come voto di cera, tutto madido di freddo sudore, chiuse le palpebre, abbandonava il capo sopra il seno di donna Isabella, che lo reggeva con ambedue le braccia; ma di lì in breve rinveniva, e aperte con un gran sospiro le palpebre, poichè riconobbe dov’era, e rammentò il modo e la cagione del suo venir meno, disse mestamente:

— “Mi era parso morire — oh! perchè non sono io morto davvero?”

Allora la duchessa si affaccendò a prendere certe sue acque stillate preziosissime, e gliene bagnò [pg!34] le tempie, comunque il giovane per reverenza ripugnasse.

— “Lascia, lascia,” diceva la duchessa; “io vo’ farti da madre: già per età potrei esserlo....... quasi.... e per amore..... di certo. Bisogna bene ch’io ti ami, perchè tua madre vera è lontana, e non può aiutarti, povero figliuolo. Ma che cosa sono queste smanie? donde viene questo disperarti? Parlami, aprimi il tuo cuore intero: io mi sono accorta del tuo impallidire, del tuo struggerti, e vedo come ti tremi il braccio allorchè me lo porgi per salire a cavallo. — Ami forse? Male accorto, non lo celare a me! Anch’io conobbi gli affanni dello amore e so compatirli. Tu, gentile come sei, non puoi avere posto i tuoi affetti in basso luogo, e se fosse troppo alto, oltre che non vi ha disuguaglianza che amore non uguagli, tu, e per natali incliti, e per censo, e molto più per bontà, mi sembri degno di qualunque più illustre parentado; e se io nulla valgo, ti prometto adoperarmi con tutte le forze per vederti contento.”

Frattanto Lelio era ridivenuto sano come se non avesse avuto nulla; anzi, deposta ogni tristizia, si mostrava ridente, e le guance gli comparivano floride del colore della giovanezza, primavera della vita.

— “Oh! sì, giusto,” rispondeva con finta verecondia; “sanno eglino di coteste cose i fanciulli? sono pensieri da diciotto anni? Che cosa è amore? un frutto, un’arme, uno sparviero? Ho inteso sempre dire che crescendo il giovane smagrisce, ma torna [pg!35] poi più rigoglioso di prima. Io, signora mia, mi sento così lieto, così bene disposto, che non mi riesce desiderare di più; e profferendovi con tutte le viscere quella mercè, che io posso maggiore, per la vostra pietà, mi raccomando affinchè vogliate continuarmi la benevolenza di madre che voi mi avete promessa, dandovi fede di gentiluomo, che io dal canto mio mi studierò sempre a non demeritarla giammai.”

— “Lo farò, Lelio,” soggiunse quasi suo malgrado Isabella: “perchè io abbisogni più che non credi di persone che mi amino davvero.... Io, vedi, Lelio, sono misera, ma misera assai, e nessuno sopra questa terra mi ama; mi amava, e svisceratamente, il padre mio, ma mi ha lasciata. O padre mio, perchè mi hai lasciata così sola.... senza consiglio.... derelitta da tutti....?” — E mentre in siffatto modo favellava, Lelio, posto un ginocchio a terra, e baciandole il lembo estremo della vesta, profferiva queste parole:

— “Io faccio voto a Dio essere tutto vostro fino alla morte.”

La duchessa, come quella che per necessità e per uso sapeva padroneggiare i moti dell’animo, accorgendosi essersi lasciata andare più che a lei non convenisse, per distrarre sè e Lelio dai mesti pensieri e dagli eventi.

— “Orsù,” disse, “Lelio, io non voglio che vada perduto il tesoro della voce che ho in voi discoperto: io intendo che non dobbiate più cantare ad aria, e mi vi offerisco disposta a insegnarvi la musica. Se [pg!36] voi proseguite con la medesima prontezza con la quale avete incominciato, non passerà molto tempo che non troverete pari in corte del serenissimo mio fratello Francesco. Prendiamo la musica della canzone che avete cantato pur dianzi; io vi mostrerò le note, e i luoghi dove conviene alzare, dove abbassare la voce: il signore Giulio Caccini, musico romano, l’ha composta espressamente per me; ella è piana, e soavissima per melodia....”

— “Se avessi saputo prima, onoranda signora, di cui ella fosse opera, mi sarei guardato bene apprenderla a mente, e molto più cantarla.”

— “Perchè questo, Lelio? avete per avventura inimicizia col signor Giulio?”

— “Io non ci ho cambiato mai parola; ma cotesto suo volto mi torna sinistro, mi pare che abbia tutto intero un collegio di Farisei dentro il cuore....”

— “A me sembra l’opposto: con tutti è amorevole e discreto; dolce parla, e dolce ride; io mi vi confesserei....”

— “Ed io lo tengo per il più solenne traditore che mai sia stato da Giuda in poi. Notate cotesto suo riso: non sembra suo; io credo che lo abbia accattato da qualche rigattiere; in quelle sue manine vellutate non vedete le zampe del gatto, che ha ritirato gli ugnòli? A tutti raccomanda carità, amore del prossimo, ma per amore suo, perchè non trova conto che la gente cerchi pel minuto, e dopo giusto esame metta i bianchi co’ bianchi e i neri co’ neri.” [pg!37]

Ed Isabella sorridendo: — “Non giudicate, Lelio, se non volete essere giudicato.”

— “Queste sono parole sante, che devono intendersi per filo e per segno, avvegnachè bisognerebbe in caso diverso rinnegare la esperienza e la vita. E poi io posso giudicare, perchè non repugno di essere giudicato.”

E Lelio aveva ragione; e ne fu prova un fatto di sangue. — Le cronache raccontano, come il capitano Francesco degli Antinori dovendo portare a Eleonora di Toledo, moglie di Piero dei Medici, una lettera amatoria del cavaliere Antonio suo fratello, per cagione di cotesto amore confinato a Portoferrajo, aspettato il destro che don Piero uscisse con la sua comitiva, salisse subito in Palazzo-Vecchio, recandosi alle stanze di donna Eleonora, la quale allora abitava quelle dipinte che riescono sopra la Piazza del grano, e subito chiedesse udienza al portiere: ma questi aveva ordine assoluto di non lasciare passare anima al mondo, però che la signora si acconciasse la testa. Il capitano instava trattarsi di cosa importantissima: non badasse a cotesto ordine; gli concedesse passare, o almeno andasse ad avvisarne la signora. Il portiere, nato ed educato in Inspruck, non volle intendere ragione; la signora aveva ordinato che per lo spazio di un’ora non consentisse lo ingresso a persona, e finchè tutti i sessanta minuti non erano scorsi, nessuno doveva passare: e non ci era rimedio. Il capitano prese a passeggiare su e giù [pg!38] per l’anticamera sbuffando; e venutogli presto a fastidio quell’oscillare a modo di pendolo da orologio, vide che anche il mansueto Caccini stava aspettando udienza: mutate seco lui alcune parole di cortesia, e sembrandogli tutto dolcezza, e per di più svisceratissimo della signora Eleonora, cui egli con aria di compunzione e con le lacrime agli occhi chiamava la sua adorata e virtuosa padrona, gli dette incautamente la lettera, raccomandandogli che per quanto amore portava a Dio, guardasse bene di non consegnarla altrui, se non se proprio nelle mani di donna Eleonora. Il musico, appena il capitano ebbe voltato le spalle, si nascose nel vuoto di una finestra dietro la tenda, e aperta la lettera perfidiosamente, conobbe quello di cui correva generale il sospetto, cioè gli amori del cavaliere con la principessa; laonde, nella speranza della buona mancia, ne andò difilato al granduca, ove domandato prima umile perdono dello avere aperta la lettera, scusandosi col dire che a ciò lo aveva condotto lo infinito amore che portava alla dignità del graziosissimo e serenissimo suo signore e padrone, gliela ripose in mano. Il granduca leggendo si mutò in volto; ma, terminata che l’ebbe, con apparente pacatezza la ripiegò a bello agio, e dopo aversela messa nel seno, a voce cupa, com’era il suo costume, così è fama che gli favellasse in brevi parole: — “Musico, qui vedo quattro colpevoli: il cavaliere Antinori che scrisse, il capitano Antinori che portò, Eleonora che doveva ricevere, e te che apristi [pg!39] la lettera: va; ognuno avrà mercede secondo i meriti.”

Isabella per eccellenza di naturale singolarissima femmina, e dai casi ardui della vita resa mesta, non diffidente, di subito soggiunse:

— “Chiunque mi vuol bene, ha da smettere questi mali umori senza ragione: a mio parere, sono disonesti ed ingiusti, e per lo più palesano indole inchinevole alla tristizia. Tutti abbiamo diritto di essere giudicati a seconda delle opere: tu fa, Lelio mio, di avere sempre migliore l’animo della mente, e ti parrà la vita meno infelice che agli altri figliuoli di Adamo. Ora vieni, e impara la canzone di questo valoroso Romano. Come vuoi tu che l’uomo capace di concepire così dolci note, abbia dentro di sè un cuore malvagio?”

Vedi maniera di giudicare degli uomini!

La duchessa, recatasi in mano la carta della musica, e ordinato a Lelio male repugnante le sedesse a lato, incominciò a indicargli dove la voce avesse a posarsi, e come e dove scorrere distesa, o avvolgersi in gorgheggi melodiosi; insomma tutti gli accorgimenti del musico arguto. Ma Lelio badava assai più alle mani candidissime, che non alle note; più che alle mani, al volto angelico che si animava al canto; e rimasto estatico, non pure cessava dallo accompagnare la signora Isabella, ma egli era gran fatto se durava in lui l’alito vitale. Ed Isabella gli diceva: — “Ma seguita.” — Ed egli, traendo a fatica [pg!40] un filo di voce, continuava per tacere un momento dopo; ed Isabella di nuovo: — “A che ti stai?” — E così alternavano i rimproveri e il silenzio. Lelio poi, come lo persuadeva l’amoroso desio, accostava il suo al volto della duchessa; onde avveniva sovente che qualcheduno degli anelli della chioma nerissima di lei, agitati dal moto della testa, gli toccassero la guancia: allora vedevi trepidare il fanciullo per tutte le membra, corruscargli gli occhi di luce maravigliosa e di lacrime; le labbra aride crisparglisi; pareva gioia, ed era dolore. E poi la guancia (maraviglioso caso!) nel punto tocco dai capelli diventava ad un tratto vermiglia come se vi avessero applicato una piastra candente di metallo, e la voluttà che ne veniva al giovane paggio così lo agitava acre e convulsa, da non la potere sopportare; ma riavutosi alquanto, tornava alla prova, in quella guisa appunto che vediamo la farfalla condotta dallo istinto fatale ostinarsi ad aleggiare intorno alla fiaccola che la consuma. Così, nulla badando al tempo che fuggiva, dimorarono lungamente i nostri personaggi; finchè la duchessa, levando a caso gli occhi, vide starle davanti messere Troilo Orsino.

Troilo dalla pallida fronte. — I suoi occhi sotto le ciglia nere ed irsute sfolgoravano come quelli del milvio intenti alla preda. La destra teneva dentro la sopra-veste di velluto nero, con la sinistra sopra il fianco reggeva il cappello a larghe falde ornato di piume nere, immobile così, che lo avresti creduto [pg!41] inanimato. Isabella senza sospetto al mondo sostenne cotesto sguardo sinistro, e non lo badò; e con modi facili disse

— “Benvenuto, messere Troilo, prendete parte nelle mie contentezze: ecco che io ho scoperto in questo dabben giovane una nuova virtù; canta come un angiolo, ed io mi propongo coltivargliela, finchè arrivi alla eccellenza; onde tornato a casa, sua madre ne abbia gioia, ed egli sia la delizia delle gentildonne di Fermo.”

E Troilo:

— “Voi rinnoverete la ingiustizia di Amerigo Vespuccio, dacchè io prima assai di voi aveva scoperto che cotesto fanciullo col debito governo sarebbe riuscito, più che altro, musico maraviglioso.”

Sentì Lelio l’acerba e disonesta puntura, e divampò per la faccia; pur tacque.

— “Signora duchessa,” proseguiva Troilo “io ho da parlarvi di cose che non sono senza rilievo: piacciavi concedermi ascolto. — Paggio, prendete; riponete nella mia stanza, e avvertite di non comparirci davanti prima della chiamata.”

— “Salvo il vostro onore, messere Troilo, io m’intrattengo qui ai servigi della clarissima duchessa mia signora; epperò, ove a lei non piaccia diversamente, pregovi a tôrre in pace s’io di qui non mi rimuovo.”

Questa volta toccò a Troilo farsi rosso; e già muoveva le labbra a qualche acerba risposta, quando Isabella interpostasi prestamente così favellò: [pg!42]

— “Lelio, obbedite a messere Troilo.”

E Lelio, presa spada, guanti e cappello, inchinatosi prima in atto di ossequio, s’incamminava lentamente verso la porta.

— “Paggio!” gli gridò dietro l’Orsini, “fate di sostenere la mia spada con ambedue le mani; è pesa, e potrebbe cadervi.”

E Lelio, tratta di un lampo la spada dalla guaina, e la volgendo in velocissima ruota attorno alla sua persona, con voce baldanzosa, e senza interrompere il cammino, rispose:

— “State di buon animo, messere Troilo; chè il cuore e la lena mi bastano da sostenerla come conviene a gentiluomo contro a qualunque cavaliere onorato; — intendete, contro a qualunque cavaliere....”

E non fu sentito se aggiungesse altre parole, perchè già si era fatto lontano.

— “Ed ecco come,” parlò dispettoso Troilo chiudendo l’uscio della sala, “la tua biasimevole rilassatezza ti educa intorno una corona d’insolenti.”

— “Degli insolenti non mi era anco accorta, bensì di qualche ingrato, Troilo....”

E qui sedutosi accosto, cominciarono a favellare con parole sommesse, ma concitate; e dagli atti e dalle sembianze era dato argomentare come non piacevolezza, non benevolenza, o affetto altro più tenero, reggessero cotesto colloquio, sibbene rampogne, e rancori, e paure, avendo la Provvidenza nei suoi eterni [pg!43] consigli ordinato che l’uomo per delitti non abbia ad essere lieto giammai.

Ora io voglio che i miei lettori, e meglio le mie leggitrici, conoscano essere decorsi tre buoni anni dal giorno in cui costoro si giurarono eternità di un affetto, che non avrebbe mai dovuto avere incominciamento; e tre anni fanno molte eternità nelle cose di amore. — Eternità! vedete un po’ voi se sia concetto o parola che alla mente e alle labbra dell’uomo, e più a quelle della femmina, convengano! I contratti di amore principiano ordinariamente bilaterali, e spesso terminano unilaterali; il meglio sta, ma è raro, nello scioglierli a tempo fisso per consenso scambievole. I contratti di amore hanno di particolare anche questo, che mentre nelle permute, nelle compre, nelle locazioni, e simili, il contraente prima di obbligarsi vuole conoscere il fatto suo circa le stime, gl’inventarii, e gli accessorii, con diligenza consueta praticarsi da qualunque che non sia improvvido del tutto, qui poi stipula e si obbliga col capo nel sacco, riserbandosi a cose consumate di stimare e inventariare quanto abbisogna. E questo giorno tristissimo dello inventario per Isabella e per Troilo era arrivato e passato, e a questa ora chi sa quante volte lo avevano compilato. La verità della storia però ci consiglia a manifestare come la donna si fosse trovata in grande scapito, cosa che aveva contribuito assai ad alienare gli animi. Infatti, in lei era ardore di arti ingenue, e scienza, e vaghezza di scienza; ingegno pronto e felice, ed [pg!44] entusiasmo grandissimo; bontà d’indole somma; sensi disposti alla compassione; modi eletti, leggiadrie donnesche, e cortesie veramente regali. Rimane il sentimento di amore: e che in lei mancasse potenza di amare, io non vorrei dire perchè non sarebbe vero, ma ella stessa restava delusa scambiando lo impeto della immaginazione per una necessità invincibile del cuore; e siccome nulla conosciamo di più etereo della fantasia, nè che più presto svapori, così ella si sentiva sovente non pure maravigliata, ma atterrita di trovarsi fredda per cose o per uomini, verso le quali ed i quali l’era parso ardere poco anzi. Avventurosa lei, se la natura o l’arte avessero equilibrato meglio il suo cervello col suo cuore! Maestri gravi e solenni insegnamenti non l’erano mancati; ma se fra i precetti suasivi rigidezza, ed i precetti consiglieri di facilità, vediamo come più amabili preferire i secondi, tra rudimenti severi poi, e sciolti esempj, non è da domandarsi nemmeno se ottengano preferenza questi ultimi! E nella casa paterna la circondarono esempj pessimi; e poi, misera! punirono in lei, più di tutti innocente, colpe o conseguenze di colpe di cui avrebbero dovuto più giustamente portare le pene i fratelli. Infatti, le varie cronache che ho esaminate concordano in un giudizio medesimo, espresso così da una di quelle:« — E ciascuno diceva, che bisognava averci rimediato prima che il principe Francesco e gli altri suoi fratelli si servissero del mezzo suo per cavarsi le loro voglie con le altre gentildonne [pg!45] della città; menandola tutta notte fuori vestita da uomo, e pretendere poi ch’ella fosse una santa.»[9] — Isabella pertanto possedeva, o, a meglio dire, era padroneggiata da ciò che chiamano temperamento poetico; cuore caldo in balía d’immaginazione ardente, o cavallo sfrenato a cavaliere furioso, condizioni piene di eventi luttuosissimi.

E Troilo, quale era egli comparso nel dì dello inventario? Troilo dalla pallida faccia, dalle ciglia irsute, e dall’occhio grifagno? Se consideriamo la persona, a vero dire, pochi sarebbero occorsi cavalieri in Italia da sostenere il paragone con lui, avvegnachè così comparisse in ogni suo membro ottimamente composto, e nel volto formoso, che artisti di grido lo pregarono a voler fare da modello, onde non è da dire in quanta superbia fosse salito costui. Costumava rasi i capelli, polite le guance, e copia di peli nerissimi sopra il labbro e sul mento: avendo anche sentito dire, come Alessandro Magno declinasse alquanto il capo sopra l’omero destro, egli per non essere da meno di lui, aveva imitato quel vezzo: vestiva panni o velluti sempre neri; mesto le più volte, e pensoso; di rado parlante; non già perchè si reputasse poco valente favellatore, che all’opposto presumeva tanto di sè, da degradarne Marco Tullio, ma perchè la sua natura porgeva così. E quando discorreva poco, lasciava la gente persuasa ch’ei fosse uomo di alti spiriti e sottile speculatore delle cose umane; ma se lasciava andarsi a troppo lungo sermone, [pg!46] allora tutta si faceva manifesta la vanità dell’animo suo, siccome avvertivano i nostri vecchi, che dal suono si conosce la saldezza del vaso. Come poi i cieli avessero lasciato sdrucciolare quel capo sopra coteste spalle, era tale quesito da non si potere sciogliere così sopra due piedi: certo è, che avrebbe formato la disperazione di quanti si avvisarono argomentare dai segni esterni le passioni o i concetti dell’anima. Di mano era prode quanto qualunque gentiluomo dei suoi tempi, e più feroce di tutti; negli scontri sanguinosi fra i baroni, pei quali andavano infami le strade di Roma, primo sempre al cimento, era ultimo nella ritirata; forte nacque, e forte combatteva, sebbene la prodizione fosse il bello ideale delle sue imprese, e il suo eroe prediletto quel famoso Alfonso Piccolomini, guastatore di strade, che Ferdinando dei Medici da cardinale salvò di sopra alle forche, e da granduca ve lo mise.[10] Ma nelle battaglie, dove più che la ferocia giova lo ingegno, o l’una temperata dall’altro, mostrò tanta dappochezza, da non potergli mai affidare la condotta di un colonnello di fanti: e nei negozj non riuscì punto meglio, perchè talora con importuno silenzio inspirò sospetto; tale altra con vaniloquio anche più importuno, dispetto; onde ristettero da spedirlo più oltre e lo tennero in casa come il Bucintoro, arnese dorato ed inutile che i Veneziani mettevano fuori per la pompa delle nozze del doge con la Teti adriatica; così le sue commissioni consisterono in congratulazioni, [pg!47] come ne fanno testimonianza le tre ambascerie di Francia, dove una volta fu mandato per rallegrarsi della vittoria riportata dal duca d’Angiò a Moncontour contro l’ammiraglio Coligny, la seconda quando Carlo IX condusse per moglie la secondogenita dello imperatore Massimiliano, e finalmente la terza allorchè il duca d’Angiò, che poi fu Enrico III, venne eletto re di Polonia. E non ostante, vanitoso com’era, non rifiniva mai di volere fare toccare con mano alla Isabella quale e quanto sacrificio durasse per lei non combattendo le guerre che non avrebbe mai combattuto, e sospirando le vittorie che non avrebbe riportato giammai. L’amore suo per Isabella fu ozio, fu impeto di sangue giovanile, fu superbia di vincere donna venustissima di forme, e chiara per meritata celebrità; e presto gl’increbbe, imperciocchè le forme, comunque belle, piacciano svariate, e lo ingegno della donna, come quello che lo umiliava, era per lui argomento piuttosto di odio che di ammirazione. Io non affermerò che odiasse Isabella, ma soffriva impazientemente quel laccio, e con tanta maggiore impazienza, quanto conosceva non potere ormai liberarsene, e stringerlo irrevocabilmente con nodo fatale: chiuso l’animo al gentile, al decoro, al retto, e al bello, se Isabella declamava le poesie altrui o le proprie, il sonno lo prendeva: atroce ingiuria per qualsivoglia poeta, ma per una poetessa fuori di misura sanguinosa! La musica gli provocava la emicrania. Con tutto questo, una gelosia fredda e [pg!48] spassionata lo agitava, non perchè egli amasse Isabella, ma perchè Isabella dovesse amare lui: tutti doveano leggere intorno al collo di lei le parole che usavano anticamente incidere sopra il collare degli schiavi: — Appartiene a Troilo Orsini! — Insomma sopraggiunsero i tempi in cui la lieve ghirlanda di dittamo e di rose tessuta dallo amore si era convertita in una catena grave di rimorso e di rampogna uscita dalle mani delle Furie infernali.

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[pg!54]

[CAPITOLO TERZO.]

IL CAVALIERE LIONARDO SALVIATI.

Essendo di fortuna e d’ingegno meno che mediocre, mi sento non dimanco avere dalla natura un bene particolare ed egregio, nel quale io mi sento tanto superiore a molti, quanto quasi di ogni uomo in tutte le altre cose mi conosco più basso. Questa è una cotal mirabile inclinazione, ed una come natural conoscenza ch’io ho nella amicizia... Io sono a questa parte quasi rapito dallo Dio del mio ingegno.

Salviati, Dialogo dell’Amicizia.

Come i poeti immaginano una vergine mesta sopra il margine del rio sfiorare una rosa, darne le foglie sparte in balía della corrente, e contemplare l’onda che passa con essa, così Isabella, con la guancia appoggiata alla mano destra, chiuse le palpebre, considerava le care rimembranze trasportate dalla fiumana del tempo. Dove la innocenza? dove le giovanili affezioni? dove la serena purità dell’anima? L’albero della vita, che l’era apparso un giorno sì lieto di perpetua fronda, adesso, oh come orribilmente brullo! E le scarse foglie rimaste crepitano aride, e pronte a staccarsi al primo fiato che vi soffi dentro. È rimasta sola delle figlie di Cosimo: Maria morì di diciassette anni per colpa di amore; Lucrezia, forse [pg!55] pel medesimo fallo, a ventuno spariva dal mondo. Stella d’influsso sanguinoso era stata per le donne di casa Medici l’amore! Quel caro giovanetto don Garzia, da lei amato tanto,[11] l’aveva abbandonata pur egli; ed ora non le riusciva pensare a lui, senza che la immaginazione le presentasse quel sembiante di angiolo, che vorrebbe parlare, e non può, e si sforza accennarle col capo, e i capelli grondanti sangue gli contaminano tutta la bellissima faccia. E questo pensiero, Dio sa se le pungeva il cuore! imperocchè la fama della tragedia domestica fosse arrivata fino alle sue orecchie, ma la sua anima rifuggisse inorridita nel crederla vera. Il padre Cosimo, che agli altri figliuoli o rigido, o crudele, ella aveva provato tanto benigno, si era dipartito non vecchio ancora dal mondo; e sebbene morendo le avesse lasciato, come segni manifesti della sua predilezione, scudi settemila, un palazzo, scudi tremila sul Pisano, orti ed abitazioni in Firenze, e gioie che valevano un tesoro, tutta questa copia di beni non giovava a procurarle persona amica, in cui sfogarsi, e da cui tôrre consiglio. Del cardinale Ferdinando non era da farsi conto, come quello che uscito giovanissimo di casa, e ridottosi ad abitare Roma, colà aveva riposto il cuore e i pensieri, o se pensava alla casa, lo faceva per orgoglio, e per istudio di maestà, verso la quale si mostrava propensissimo per modo, che in processo di tempo, assunto al trono della Toscana, prese per insegna il re delle api col motto: majestate tantum. [pg!56] E per di più, ella aveva motivo di reputarselo poco amorevole, avendo nei tempi passati favoriti piuttosto che ripresi gli amori di don Francesco con la Bianca; ma si accorgendo poi come cotesta passione mettesse radici profonde, e tali da partorire disordini, aveva tentato riparare al mal fatto, attraversandola con tutto il suo potere; la quale cosa, siccome valse a concitarle contra il rancore cupo di don Francesco e la vendetta della Bianca, non fu efficace del pari a riacquistarle l’amore del cardinale Ferdinando, e molto meno quello della regina Giovanna sua cognata; Giovanna, piissima donna, ma pure donna, e umiliata nelle più dolci affezioni di consorte, di madre, e nella dignità dell’alto lignaggio, vedendo preposta a lei figlia d’imperatore, e regina nata di Ungheria e di Boemia, una avventuriera Veneziana. E quella angoscia, che del continuo le cruciava l’anima e le guastava la salute, la rese all’ultimo desiderosa di vendetta per modo, che una sera passando sul ponte a Santa Trinita, s’incontrò nella Bianca, e fatta fermare la carrozza, ordinò agli staffieri la prendessero e la gettassero in Arno; e se non era il conte Eliodoro Bastigli, uomo veramente dabbene, che le facesse considerare quanto sconvenisse cotesto atto a regina e a cristiana, aggiungendo che se ne rimettesse a Dio, e gli offerisse le tribolazioni in isconto dei peccati, cotesto era l’ultimo giorno della Bianca;[12] imperciocchè gli staffieri, non la guardando tanto pel sottile, già si muovevano per metterle addosso [pg!57] le mani. Però non tanto poteva vincere sè stessa la povera donna, che non aborrisse mortalmente chiunque avesse contribuito ad alienarle il cuore del suo consorte; e tra questi parendole, e non a torto, che primeggiasse Isabella, per questa cosa, e per essere d’indole, di voglie, di esercizj, e di studii non solo diversa, ma contraria, non v’era male che non le desiderasse; e comecchè se ne pentisse poi e se ne confessasse, nonostante, prevalendo la inferma natura umana, tornava a odiarla più ardentemente di prima. Di don Pietro, rotto ad ogni più vituperevole atto, immemore non pure della dignità principesca, ma perfino dello essere dell’uomo, non era da parlarne nemmeno. Ahimè! in tanta angustia si trovava sola: nessuno poteva sovvenirla di consiglio e di aita; in quel momento volgeva tra sè pensieri pieni di amarezza; di quei pensieri che lasciano traccia con una ruga sopra la fronte, e nel cuore tal piaga, che Dio solo può sanare, e la morte far porre in oblio.

Lelio, schiusa la porta della sala, annunziava:

— “Il molto magnifico cavaliere Lionardo Salviati domanda salutarvi, signora.”

— “Lionardo Salviati!” ella esclamò: e stata alquanto sopra di sè, soggiunse: “per certo, Dio me lo manda.”

E Lionardo venne introdotto con le debite cerimonie.

Non vi è che dire: — l’arte vorrebbe ch’io facessi [pg!58] parlare subito questi due personaggi, e m’ingegnassi inventare un dialogo vivo, gagliardo, e vibrato bene, onde non venisse meno il calore della narrativa; tutto quello che nei racconti o nei drammi impedisce che l’azione proceda spacciatamente al suo fine, vuolsi riprendere come errore: le diverse parti hanno da cospirare allo scioglimento a modo di altrettante linee rette, le quali, come sappiamo, compongono il passaggio più breve da un punto all’altro. E a coloro che avessero potuto dimenticarlo lo ricordava quel dabbene Guizot allora quando ambasciatore a Londra non volle che sopra le sue argenterie s’incidesse altra arme tranne una linea retta col motto «linea recta brevissima;» onde ebbe nome di Catone francese, e a Parigi ne fecero le luminarie e i falò: — non vi pare egli che si acquisti a buon mercato in Francia il titolo di Catone? — Io per me non posso ripetere altro che questo, che chi tale si avvisa ha ragione, ma che io non posso astenermi dal commettere il peccato. Quante volte non succede anche a voi, gentili mie leggitrici, di vedere il bene, ed appigliarvi al peggio! E poi io comincio a invecchiare, ed i vecchi nestoreggiano: di più, allorquando consentiva il mio ingegno a esporre queste ed altre vicende per via di racconto drammatico, io disegnai, dietro la scorta di simile accorgimento, fare conoscere quante maggiori cose per me si potesse relative alle persone e ai tempi sopra le quali e sopra i quali verserebbe il mio racconto. Infatti, io non dico a tutte, ma [pg!59] alla più parte di voi, amabili mie leggitrici, chi darebbe simili notizie ov’io non fossi? Ora che siamo qui in famiglia, confessate se voi avreste mai tempo e pazienza di attingerle dai tomi in-foglio o in-quarto, donde io l’estrassi! volumi pesanti e tarlati, che contaminerebbero la lindura dei vostri candidissimi guanti con una traccia di polvere punto meno orrenda a vedersi del sangue sparso sopra il fianco di Adone. Lasciatemi dunque favellare a mio talento; siate un poco amiche a me, che mi professo tutto vostro, e che quanto più posso, con le ginocchia della mente inchine, vi onoro. Forse potrebbe darsi che io non v’infastidissi: dove però andassi errato, il rimedio sta in facoltà vostra: voi potete fare in quel modo, che in caso simile consigliava messere Lodovico Ariosto:

Passi chi vuol tre carte o quattro, senza

Leggerne verso....

che non per questo rimarrà mozza la storia, o procederà meno chiara.

Chi era pertanto, e donde veniva questo magnifico messer Lionardo Salviati?

Messer Lionardo nacque da Giovanbatista di Lionardo Salviati e da Ginevra di Carlo di Antonio Corbinelli. La sua famiglia spesso fu nemica dei Medici. Il cardinale Salviati congiurò co’ Pazzi per distruggerli fino dalle radici, andò fallito il disegno, [pg!60] e così com’era in roccetto, lo appiccarono alle finestre del Palazzo della Signoria. Questo accidente non guastò punto la buona amicizia, e molto meno la buona parentela delle famiglie; ed un Salviati fu genero del Magnifico Lorenzo, cognato di papa Leone Decimo, ed avo del granduca Cosimo, nato da Maria d’Iacopo Salviati, per modo che Lionardo poteva considerarsi parente d’Isabella. Lionardo (sebbene questo non si avesse a dire in quel tempo, ma che può bene palesarsi adesso) contava appena due anni più d’Isabella, ed erano stati educati insieme; sicchè questi le aveva portato e portava svisceratissimo affetto, non altramente che sorella o altra persona più congiunta per sangue si fosse. Dotato di temperatura gentile, e di complessione dilicata,[13] poco si trovò acconcio ai violenti esercizj cavallereschi del tempo, e si dette intero agli studii delle lettere e della filosofia. Era pallido in volto, con barba scarsa, ed in sembiante mesto; di lena fu debole, e nonostante ebbe voce assai gagliarda, pronunzia chiara e soave da guadagnarsi l’attenzione; e rendendosi nel discorso più simile a pregante che a comandante, a sua voglia delle orecchie e dello animo s’insignoriva di chiunque favellare lo ascoltava. Il granduca Cosimo nel 1569 lo aveva insignito della dignità di cavaliere di Santo Stefano, ed egli, poco uso a vedere delle cose oltre la scorza, portava la croce rossa devotamente sopra il petto, persuaso che non avesse avuto altro scopo, tranne quello di liberare il sepolcro [pg!61] di Cristo dalle mani dei cani (chè in quei tempi così per vezzo appellavano i Turchi, i quali a posta loro ci pagavano a misura di carboni). Lionardo, nato quando i destini della repubblica erano sepolti, nudrito in corte, parente del principe, e ben veduto da lui, non avendo mai accolte nell’animo le parole ardenti dei libertini, di cui parte ramingava in miserabile esilio, parte aveva spento o la morte naturale, o la scure giuridica, o il pugnale dello assassino; anzi avendo sentito fino dalla infanzia vituperarli come facinorosi susurratori per pescare nel torbido, e nemici infestissimi di Firenze, aveva preso a considerare davvero Cosimo I liberatore della patria, tutela fidatissima e sostegno della salute di quella, personaggio insomma di alto affare, da preporre piuttosto agli antichi che da paragonare ai moderni. Aggiungi, che la sua vanità di scrittore rimase pienamente soddisfatta da Cosimo, il quale «pareva bene che amasse i virtuosi, e ne faceva segno alcuna volta piuttosto colle parole che coi fatti; conciossiachè essendovene pure alcuni, nessuno ne fu da lui aiutato, onorato e sollevato, se non leggermente.»[14] E di vero, quando Lionardo ebbi recitata la orazione in lode della sua incoronazione, senza far bocca da ridere gli disse: «che tra le altre cose per le quali teneva cara la dignità ricevuta, era questa così degna e così alta orazione che ne succedette:»[15] come se Cosimo, che non credeva più al bianco che al nero, fosse uomo da starsi sopra [pg!62] coteste novelle; ma lo faceva così per acquistarsi rinomanza a buon mercato, e perchè, come dettava il proverbio fiorentino, sapeva quanto la carne di allodola[16] vada a genio ai letterati, i quali se spesso mandano fuori vento, più spesso ancora vengono di vento pasciuti. E certo non fu colpa di Lionardo se Cosimo non rimase per le sue scritture famoso nella memoria dei posteri, imperciocchè non lasciasse sfuggire occasione di levarlo a cielo con ogni maniera di encomii.

Ma con quanto coraggio, o con quale giustizia potremmo muovere rampogna a Lionardo Salviati, se scrittori solenni, di cui giovi ricordare soltanto Bernardo Davanzati, nel quale il volgarizzamento di Tacito avrebbe dovuto inspirare lo esempio se non dello ardire, almeno del pudore, senza mutare fronte recitavano dai pergami: «la creazione di Cosimo contenere laude divina, avendo egli acquistato il principato, bene di tutti gli umani il più desiderabile e soprano, chiamato per amore, modo di tutti gli altri il più santo e il più giusto; — e per virtù dell’animo, già conosciuta dai suoi in guisa eroica e naturale, averlo spontaneamente fatto principe; — Siena pel suo dolce e piacevole imperio potere quasi dire come Temistocle, fuggitosi in Persia: Se io non perdeva, guai a me, ch’io sarei perduta! — avere a tutti gli sbanditi restituito la patria e gli averi; mite, benigno, pio, clementissimo, diligente a tenere provveduta l’annona [pg!63] onde il popolo non patisse penuria di viveri, a diminuire le pubbliche gravezze studiosissimo sempre, e così alacre cultore della giustizia, che quella amò più di sè stesso; di cui porse manifesto segno allorquando, mentre la guerra ardeva contro Piero Strozzi, pregò Dio che facesse vincere non lui, ma chi avesse mente migliore, e la causa più giusta?»[17] Se dunque, dico, da simili e da altre enormezze scrittori nè parenti nè amici non aborrivano, male potremmo muovere rimprovero contro Lionardo, se ignorasse o volesse ignorare le armi apparecchiate dal cardinale Cybo, e la perfidia di Francesco Vettori, di Roberto Acciaiuoli, di Matteo Strozzi, e del più tristo di tutti, Francesco Guicciardini, e i terrori sparsi, e le violenze commesse; e la notte dell’8 gennaio 1537, in cui, Cosimo presente, fu tra i mentovati di sopra, e Alessandro Vitelli, stabilito si eleggesse Cosimo duca, e se il bisogno lo richiedesse, vi si adoperasse la forza; e la mattina del 9, ove tra gli urli dei soldati che gridavano: — Viva il duca e i Medici! — e le minaccie del Vitelli, che giurava se i senatori non si affrettavano ad eleggere il signore Cosimino, erano tutti morti, venne creato spontaneamente duca.

Cosimo aveva promesso al Guicciardino lasciarsi governare da lui; ma per questa volta lo schermitore fu vinto di scherma, e, parve impossibile, da un giovanetto di diciotto anni! Gli aveva promesso ancora di tôrre per moglie una sua figliuola; sennonchè [pg!64] a lui non bastò neanche il cuore di rammentarglielo, e morì avvilito dal disprezzo altrui, e di sè stesso.

È ufficio dello storico (ma io sono un povero narratore di novelle), ebbene, è ufficio di qualsivoglia onesto, riferire i bei tratti di cui si onora questa nostra umana natura. Benedetto Varchi generosamente racconta nel libro quindicesimo delle Storie un’azione generosa: prima di tutto ci ammonisce come nella notte precedente alla elezione spontanea di Cosimo, in una pratica segretissima venisse concluso, ch’ei si creasse duca in ogni modo, quando bene bisognasse adoperare la forza; e poi narra di quell’ottimo Palla Rucellai, che disse arditamente non volere più nella repubblica principi o duchi, e per palesare fatti consuonanti alle parole, prese la fava bianca, e mostratala a tutti la gettò nella borsa esclamando: — “Questa è la mia sentenza.” — Al Guicciardini poi e al Vettori, che di ciò lo riprendevano, notandogli che la sua fava non valeva più che una, rispose: — “Se voi avevate deliberato quello che disegnate di fare, non occorreva chiamarmi;” — e rizzatosi per uscire, il cardinale Cybo lo ritenne con astuta dolcezza, spaventandolo con la mostra delle armi circostanti, e col pericolo che avrebbe potuto correre; ma il valentuomo per nulla sbigottito riprese: — “O messere cardinale, io ho passato sessantadue anni, sicchè poco male oggimai possono farmi.” — Magnanimi esempii sono questi, i quali non possono ricordarsi nè lodarsi [pg!65] abbastanza; e quante volte meco stesso considero, come Benedetto Varchi queste storie per commissione di Cosimo dettasse, a lui medesimo le leggesse, ed egli senza dimostrare animo turbato le ascoltasse, mi è forza concludere, che gli uomini capaci di dire la verità mi paiono anche più rari dei principi capaci di udirla, e le piaggerie essere più spesso una viltà dei cortigiani che una pretensione dei governanti.

Siena, ecco come fu lieta! Di trentamila anime che conteneva sul principio della guerra, si trovò ridotta a dieci: tra miserie, battaglie, e strazii da fare drizzare i capelli, e che possono, da cui ne avesse vaghezza, riscontrarsi nel diario del Sozzini e nei racconti del Roffia, perirono cinquantamila contadini, senza contare punto coloro che in paesi stranieri si refugiarono. Il contado ne rimase deserto, rovinata la cultura dei campi, le industrie distrutte, sicchè tuttavia Siena se ne risente. E così a dire di Tacito, ove fanno solitudine appellano pace. Scipione Ammirato, forse per coscienza, o per orrore, volendo non tradire la verità, e per altra parte non rincrescere ai Medici, con ordinamento dei quali scriveva, prese il partito di lasciare una laguna alla sua storia, e parve il velo dipinto da Timante sul volto ad Agamennone nel sacrificio d’Ifigenia. Bernardo Segni,[18] all’opposto, nelle storie che furono pubblicate dopo la sua morte, descrisse questa infamia di Siena concludendo: «Si arresono al duca, avendo perduto [pg!66] tutto il dominio, distrutta ogni loro facoltà; e quasi la vita di tutti gli uomini di quella patria e di quella provincia.»

Circa all’annona, dieci volte fu carestia, e tre volte strinse per modo, che la gente si periva di fame; nè già si creda in piccolo numero, perchè nella carestia del 1554, tra la città e il dominio, morissero meglio di sessantamila persone:[19] nel 1549 il grano costò lire ventisette al sacco, nel 1551 lire trentadue; nel 1554 lire trentasei e soldi sedici; e nel 1556 lire quarantadue e soldi dodici.[20]

Se mite ei fosse e clemente, ne fanno fede certi estratti di memorie manoscritte delle Librerie Magliabechiana e Riccardiana,[21] dai quali ricaviamo, centotrenta e più dei principali cittadini di Firenze nel breve giro di pochi anni dichiarati ribelli: quanti capitavano nelle mani, impiccati o decapitati; qualcheduno mandato alle Stinche, a beneplacito, o in galea; parecchi assassinati; a tutti levata la roba, e fino alle donne la dote. Nella più parte dei memoriali in cui veniva supplicato per la vita di qualche ribelle, Cosimo di mano propria scriveva brevemente: s’impicchi.[22] In qualche luogo ho letto, che degli assassini stipendiati ne tenesse fino a mille; nè già tutti uomini plebei, ma in parte costituiti in dignità: e poi faceva anche da sè, avvegnachè, lasciando da parte il figlio don Garzia, nessuno storiografo nega che di propria mano trucidasse Sforza Almeni perugino, «lasciando però,» aggiunge Aldo Manuzio, [pg!67] «che i beni di lui andassero agli eredi, ed adempiendo alle volontà del trafitto espresse in certa carta che gli fu rinvenuta nelle tasche.» Non vi pare egli questo un tratto di benignissimo principe?... Della preghiera fatta a Dio nella guerra dello Strozzi perchè desse vittoria alla causa più giusta, possono somministrare buono argomento di verità, e la commissione del vescovo di Cortona mandato in Francia sotto pretesto di complire la regina, ma in sostanza per corrompere i famigli di Piero Strozzi onde gli propinassero il veleno recato seco entro un’ampolla, per cui gli venne nome di vescovo dell’Ampollina,[23] e la lettera scritta al capitano Giovanni Orandini conservata nello Annale XII della Colombaria, nella quale leggiamo queste parole intorno all’ordine di assassinare lo Strozzi: «Onde per qualche modo andando a Siena, per via di una archibusata, o in qualunque altro modo che migliore paresse a voi, levarci dinanzi l’arroganza di costui; — il che facendo, si può promettere diecimila scudi di fermo, oltre ad acquistare la grazia nostra, e gradi, e provvisioni.»[24] Per la quale cosa è mestieri confessare, che se molto fidava in Dio, moltissimo confidava ancora nelle archibugiate; o piuttosto, che se è vero che invocasse il nome di Dio, ciò facesse perchè chi usa ingannare gli uomini arriva a tanta insania, da credere di potere prendere a gabbo anche Dio. E per dire qualche cosa ancora intorno alla temperanza d’imporre nuovi carichi al popolo, bastino [pg!68] queste poche parole di uno storico lontano dalle cupidigie del principato, quanto dalle enormità dei libertini: «Aggravò i cittadini e i sudditi con inaudite gravezze, raddoppiando gli antichi tributi, e dei nuovi aggiungendone molti; — nel maneggiare lo imperio ha in gran parte distrutto l’onore e la facultà della patria e di tutta la Toscana.»[25]

Pio certamente egli fu, imperciocchè pene immanissime promulgasse contro la bestemmia ed altri peccati, dopo che un terremoto subissò Scarperia, spaventò Firenze, ed in un giorno sette saette fulminarono il Palazzo della Signoria; e soprattutto poi, perchè con prontezza non mai lodata abbastanza, appena ricevuta la lettera di Pio V, che gli faceva pressa di consegnare al Maestro del sacro palazzo monsignor Pietro Carnesecchi, accompagnata dalla commendatizia del cardinale Pacheco; il quale ammoniva Cosimo com’egli di due cose lo avesse lodato presso il papa, cioè non esservi principe in tutta la cristianità più zelante di lui della Inquisizione, e non esservi atto che per suo particolare contento e consolazione, comecchè grave, non fosse per fare eseguire;[26] senza punto mettere tempo fra mezzo, avendo il Carnesecchi in casa, anzi pure seduto alla propria mensa, lo fece arrestare, e consegnare al padre Maestro.[27] — Questo sagrifizio dei doveri della ospitalità e dei vincoli dell’amicizia, avvegnachè il Carnesecchi in tutta la sua vita si fosse dimostrato devotissimo a casa Medici, ed avesse servito lungamente [pg!69] Clemente VII come protonotaro, e Cosimo come segretario in Venezia; questo sagrifizio di uomo celebrato per bontà e per dottrina dal Sadoleto, dal Bembo, dal Mureto, e dal Manuzio, comecchè l’Ammirato, studioso di scemare la importanza dell’uomo, lo dichiari non ignorante;[28] questo sagrifizio, dico, meritava un premio proporzionato, il quale, se non leggiamo pattuito espressamente, apparisce abbastanza promesso nelle seguenti parole nella lettera del 19 giugno 1566, del cardinale Pacheco a Cosimo: «Tenendo ancora per certo, che da questo caso dipenderà gran parte della buona corrispondenza che V. E. deve tenere col papa in questo pontificato.» Infatti, Pietro Carnesecchi nel 3 ottobre 1567 fu decapitato in ponte, e abbruciato,[29] e Cosimo nel 4 marzo 1569 fu per privilegio del papa coronato granduca, con facoltà di usare corona ed armi reali. Ma il Carnesecchi andò a morte con maravigliosa costanza, anzi si direbbe con qualche ostentazione di forza, conciossiachè volesse vestire panni elettissimi, e guanti bianchi: Cosimo poi, quando chiuse gli occhi al sonno eterno, era egli ugualmente tranquillo?

Nonostante questi fatti, noti adesso per trovarsi stampati in tutte le storie, ed allora notissimi per le cose discorse largamente di sopra, io per me vorrei perdonare al Magnifico cavaliere Salviati, se celebrando Cosimo non rifinisse di levare a cielo la clemenza, la strenuità, la prodezza e la mansuetudine sua, e lui ad Augusto preponesse, però che [pg!70] questi ebbe ad usare le proscrizioni, e Cosimo no, quantunque Cosimo si contentasse assomigliare ad Augusto, sotto la costellazione del quale, ch’era il Capricorno, il suo astrologo D. Basilio lo assicurava essere nato;[30] ma una colpa, che nè io nè altri possiamo perdonare al Salviati, si è lo insegnamento contenuto nelle parole seguenti, alle quali sentendo ribrezzo di mettere la mano, le riporterò tali quali occorrono scritte: «Quelli che i principati dalle loro patrie o dalle loro repubbliche stati loro profferiti ricusano; ciò facendo, non pure di viltà di animo, ma di empietà ancora, o di arroganza manifestissimo indizio hanno dato. Di viltà, dico, mancando di coraggio, e gli onori rifiutando, e i governi, che sono cose appetibili; di empietà, se atti conoscendosi, hanno negato, in quello che per sè si poteva, di prestar l’opera loro alla patria; d’arroganza, se stimatisi inabili, hanno in questo giudizio a quello della repubblica il lor parere anteposto.»[31]

Ahi! messere Lionardo, come tristo ragionare è cotesto! Come suona sofistico e callido, e affatto indegno di uomo grave! Come e dove vi trasportava il mal genio, o il bisogno di mentire adulando! Parrebbevi onestà, se alcuno si prevalesse dei doni di uomo preso da manía? Molto più dei doni che non si possono fare, come la libertà della patria che da Dio viene, e a Dio spetta, ed è inalienabile, perchè non appartiene a nessuna, ed appartiene a tutte le generazioni; e la generazione presente, che disereda [pg!71] i posteri, come nemica del suo sangue non opera alto valido. Sarà arrogante il medico, se non abusa della malattia dello infermo, ma pietosamente lo risana? — I popoli, quando stanchi della propria dignità si accasciano in terra come il cammello invocando qualcheduno che li cavalchi (posto che ciò non avvenga, come suole quasi sempre accadere, per tradimento o per fraude), o si possono, o non si possono guarire: nel primo caso, si guariscono, e poi, se lo esempio di Licurgo sembra duro a seguirsi, si adoperi quello di Solone e di Andrea Doria, o piuttosto scelgasi volontario esilio, dacchè l’uomo mal vive cittadino là dove principe imperava; nel secondo caso, consumato ogni sforzo, come Silla getti la scure, e lo abbandoni alla ira di Dio: almeno tali devono governarsi le anime che il mondo saluta grandi, che partite da questa terra esercitano le lingue degli oratori e le fantasie dei poeti, e finalmente che ricordano derivare l’uomo origine divina. Per forza o per ingegno, offerta od usurpata, a verun cittadino è lecito togliere la libertà alla propria patria: questo contende la morale, questo la pietà, questo la religione di tutti i popoli, e principalmente poi la cristiana. — Sì certamente, la carità cristiana, perchè rigettata la distinzione di San Tommaso come scolastica, e proposta piuttosto a modo di disquisizione astratta che vera in pratica, di tiranno imposto a forza, di tiranno recatosi addosso volontariamente, onesta è quella azione che possiamo eleggere sempre, conforme [pg!72] insegna Aristotele. Ora, come l’occupare la libertà della patria può essere cosa eleggibile in ogni tempo? Per la parte dell’occupante, potrà o vorrà consultare vie via il volere degli occupati? Saprà o vorrà egli conoscere se fu spontaneo davvero, e universale il moto che lo spinse in alto, o quando declini, o quando cessi? Per la parte degli occupati, non può essere a meno che non sia momentanea afflizione e infermità della patria: avvegnachè la patria consista nella fida cittadinanza alla quale consacriamo affetti, reverenza, e, al bisogno, le sostanze e la vita; e questa tolta, la città in cui viviamo non può chiamarsi patria altrimenti, nè merita i mentovati sacrificj. E se la patria è più che madre, chi può ridurre in servitù la propria madre? Se questo offerisse la madre, come insana non si deve ascoltare; se questo accettasse il figliuolo, come empio si deve aborrire. E notate, che simili usurpazioni, come odiosissime, vanno circondate da simulacri bugiardi di libera dedizione; e Giulio Cesare stesso ordinò, nei lupercali lo presentassero di una corona. Inoltre, la libertà, dopo la vita, è preziosissima cosa: ora quanto più ci torna cara una cosa, tanto meno se ne presume il dono; e quando pure potesse alienarsi, potremo supporre ceduta legalmente la libertà in un momento di ebrezza, di furore o di errore? Finalmente la città inferma, immaginiamo, che chiami un cittadino a racconciarle il freno; per certo lo chiama e lo desidera fino a tanto che sia stato conseguíto un simile scopo. Ora, [pg!73] o il cittadino è capace a compiere il presagio della patria, o no: se capace, soddisfaccia al bisogno per cui venne chiamato, e si parta; o non è capace, manca al fine, e si parta. Ma io forse mi affatico a dimostrare quello che non abbisogna punto di prova; quale presunzione, quale insania è mai questa di concludere per via di argomento ciò che la natura e Dio scolpivano nel nostro cuore? — E Lionardo Salviati scrivendo le riferite sentenze, forse non le credeva; lo fece per apparato di eloquenza, o piuttosto per amplificazione rettorica, e si accôrse, comecchè tardi, del torto: ma ormai non era più tempo a ripararlo; sicchè non n’ebbe in seguito mai il viso lieto, maledì l’ora che apprese a scrivere prose, e sconfortato dai disinganni, atterrito da memorie di sangue, supplicò Dio, che lo intese, ad abbreviargli una vita tanto male impiegata in disutile della verità e degli uomini da lui pure amati ardentissimamente.

Rimarrebbe far conoscere adesso quanto nelle lettere il Salviati nostro valesse; ma non lo concedendo, com’io vorrei, la indole di questo libro, m’ingegnerò come meglio io possa, stringendo in poco il molto. Nelle lingue latina e greca egli fu intendentissimo, della italiana maestro solenne; più apprese, e acquistò tesoro maggiore di dottrina di quella che insegnasse o mettesse fuori, secondo l’uso di quei letterati, i quali, meglio che ad altro, possiamo assomigliare alle arche degli avari; compose copia di poesie, gravi e giocose, che come piace a [pg!74] Dio ai giorni nostri ignoriamo, e non istampansi. Dettò a venti anni il Dialogo dell’Amicizia, in cui introduce Girolamo Benivieni a favellare delle lodi dell’amicizia a Iacopo Salviati e a Piero Ridolfi. La occasione sarebbe stata commuovente davvero, fingendo egli che Girolamo per la perdita dell’amicissimo suo Pico della Mirandola, portentoso giovane, chiamato la fenice degl’ingegni, si fosse deliberato lasciarsi morire; ma poi, di repente mutato consiglio, convertì in gioia il dolore, pensando che Dio aveva, come meritevolissimo, chiamato per tempo il Pico al premio dei Santi: ma la parola priva di calore, le distinzioni scolastiche, il difetto di fantasia e di passione, muovono a tutto altro che a piacere o a pietà, e il fastidio precede di troppe pagine il laus Deo. Le commedie, la Spina e il Granchio, e’ sono uno impasto fatto con lievito avanzato nella madia di Plauto e di Terenzio, sicchè pensate voi se infortito! — Solite balie mezzane, soliti bari e truffatori, e vecchi che credono tutto, e vicende impossibili, e riconoscimenti inverisimili, e riboboli fiorentini, e favella dura, sicchè noi restiamo maravigliati come la gente prendesse diletto a coteste rappresentanze che oggi oseremmo appena imporre come penitenza dei peccati. Delle cinque lezioni sopra un sonetto del Petrarca, è da dirsi che ci somministrano piuttosto la misura della pazienza grandissima dei nostri padri, che del grande ingegno dell’oratore. Le orazioni, le funebri in ispecie, paiono proprio fiori da morto. [pg!75] Sotto il nome dello Infarinato, contristò con acerbe scritture l’anima dolorosa di Torquato Tasso; ma la Gerusalemme rimane, e cotesti scritti non si leggono più da nessuno: e questa azione fa torto al Salviati come scrittore e come uomo, seppure anche in questo non lo scusa la sua cieca devozione per casa Medici. Castrò, come si diceva in quei tempi, il Decamerone di Giovanni Boccaccio; ma i posteri hanno riso della castrazione, e, lasciato al Salviati il frutto della castrazione, hanno voluto il Boccaccio intero. Grande però fu la sua venerazione per questo sommo scrittore, e scrisse tre volumi di Avvertimenti intorno alla lingua ricavati dal Decamerone: questi volumi possono anche ai giorni nostri, e forse più che mai nei giorni presenti, consultarsi dagli studiosi della gloriosissima nostra favella. La lingua adoperata dal Salviati è pura, ma non dice nulla; pare un ornamento di cadavere: non idee, non pensieri, non immaginazioni; costretto a evitare il grande, che sta nel vero, forza è che ricorra al falso, e già vediamo spuntare in lui la sinistra aurora del secento. Di ciò sia prova questa figura della Orazione per la incoronazione di Cosimo I: — «Queste mura, Beatissimo Padre, e queste case, e questi tempii, pare che ardano del desiderio di presentarsi davanti ai piedi di Vostra Santità; e questo fiume, e queste piaggie, e questi monti, par che piedi desiderino per venire; e questi mari e questo cielo, lingua per favellare, e per potere di tanto beneficio, se non quello [pg!76] che hanno in animo, rendervi almeno qualche grazia, e presenzialmente riconoscersi debitori.» — Parole copiose, eloquenza nessuna; epiteti, aggiunti, riempitivi a ribocco; un periodo intramezzato vie via da molti altri periodi tra loro parimente rompentisi, sicchè la locuzione procede confusa, ardua, imbarazzata, e sopra modo penosa. Parini reputò potesse leggersi con profitto: io, tranne gli Avvertimenti che ho detto sopra, non lo credo; e Annibale Caro, sebbene indirizzasse il suo giudizio al medesimo Salviati, lascia conoscere abbastanza che non reputava commendabile il suo stile, come quello che abbondava di parole, vagava incerto, era pieno di epiteti oziosi, di periodi lunghi, e di molti più membri che non bisogna alla chiarezza del dire; il che sapete che fa confusione; e si lascia indietro gli auditori.

Insomma messere Lionardo non fu buono cittadino, e nemmeno valoroso scrittore, e nonostante uomo di eccellente naturale, tenero degli amici, e del bene loro studiosissimo. Alcuni reputeranno impossibile che possa uno individuo essere uomo ottimo e cattivo cittadino; pure, se contrarietà è, noi la vediamo in natura, e potrei citare esempii moderni, se la discretezza lo consentisse.

Lionardo, entrato nella stanza, ebbe cura di assicurarsi prima se bene il paggio avesse chiuso la porta, tirò la portiera, poi si mosse alquanto sorridente verso Isabella, le stendendo in atto amico la [pg!77] destra. Ma Isabella gli andò incontro con impeto, ambe le mani gli pose sopra le spalle, ed appoggiò il capo al suo seno, esclamando:

— “O buono, o egregio mio Lionardo, voi almeno non vi siete dimenticato della vostra Isabella!”

Lionardo confuso per cotesto abbandono, e commosso profondamente, replicava:

— “Mia cara Isabella, signora duchessa, o come, e perchè avrei dovuto dimenticarvi io?”

Così rimasero alcun poco di tempo; e quindi postisi a sedere sopra al lettuccio, Isabella guardandolo in faccia continuò:

— “È tanto tempo che non ci siamo veduti! E’ mi parete un po’ male disposto. Lionardo, il soverchio studio vi nuoce....”

— “O Isabella,” disse Lionardo, “il mio male sta qui dentro,” e si percosse il cuore; “ed io prego continuamente Dio che mi chiami alla sua pace, e sembra che egli, com’è misericordiosissimo, già cominci ad ascoltarmi. Ma lasciamo di me, ch’io per me qui non venni, o duchessa. Ora vi scongiuro, ascoltatemi come fratello. Finchè io vi conobbi, se non felice, sicura, stetti lontano da voi. Avrei desiderato che voi vi manteneste felice...., perchè” e qui abbassò la voce “felicità vera consiste nello esercizio della virtù; — ma i miei sforzi tornarono inutili, e inutili gli avvertimenti di Cosimo vostro padre, il quale pure vi ammoniva sovente, dicendo: — Isabella, io in questo mondo non ho da vivere sempre....”[32] [pg!78]

Isabella riprendendo la donnesca alterigia, lo interrompeva così:

— “Messere Lionardo, ch’è questo che voi dite? S’io male non mi appongo, voi mi recate oltraggio....”

— “Isabella, per certo io non veniva a questo. Credete ch’io goda parlandovi come faccio? Pensate ch’io abbia così male spesi i miei anni vivendo, da avventurare parole inconsiderate, o peggio? Perchè mi respingete? Perchè infingervi meco? Ma non importa: io non cerco i segreti del vostro cuore; se non mi credete degno di parteciparmeli, io consento ignorarli; ma udite quello che si crede di voi, udite il pericolo e provvediamo al riparo....”

— “Io non commisi errore: chi può incolparmi? Quale traccia....?”

E il Salviati le susurra nell’orecchio: — “La traccia è fuori della Porta a Prato....”

— “Ah!” gridò spaventata Isabella: e dopo alcuni momenti balzando in piedi in atto di partire, soggiunse: — “Almeno egli sia salvo....”

E Lionardo trattenendola per la vesta: — “Fermatevi, meglio provvederemo noi qui.”

E Isabella, scotendo il capo, e con ambedue le mani tirandosi indietro dalla fronte i capelli, come se, fatta audace per la disperazione, volesse che vi leggessero intera la propria vergogna, mormorava:

— “Ebbene, io sono colpevole....!”

— “Isabella voi correte pericolo di vita....” [pg!79]

— “Io, e da cui?... Forse tornava di Roma Giordano?”

— “No; ma e che cosa importa Giordano?”

— “E chi, se non egli, vorrebbe con giustizia attentarmi alla vita? Francesco forse? Punirebbe in altrui il suo peccato? Piero?... così sprofondato in ogni maniera di più sozzo vizio, che l’acqua di Arno non basterebbe a lavarlo?”

— “Giustizia!.... E voi, figliuola di Cosimo, cercate giustizia quaggiù? — Francesco odia in altrui quanto indulge a sè stesso: una fama incerta gli è pur giunta all’orecchio, che i suoi nemici, estrema gioia dei vili, dileggiano la sua casa pubblicando vituperii, che o non sono veri, o, se veri, la più parte procedono da lui; e poi nel cupo animo teme della sua Bianca, e intende spaventarla, ove mai pensasse ad altro affetto che non fosse il suo....”

— “Lionardo, voi favellate fiere parole, le quali come non posso impugnare, così non posso accogliere interamente. Insomma, e’ paiono timori più o meno verosimili; ma da pensare una cosa a volerla, e da volerla a farla, corre sempre un gran tratto....”

— “Sì certo, i parenti vostri sono usi di commettere le feroci voglie alla ragione: ma io farei tristo ufficio sparlando presso voi delle persone di cui la fama vi è cara. — Isabella, credetelo sopra l’anima mia, voi correte pericolo di vita....”

— “Lionardo, voi così savio capirete troppo bene come in casi tanto importanti male può l’uomo [pg!80] convincersi dell’altrui convinzione; voi avete fatto molto, avete fatto anche troppo, onde mi neghiate onestamente il meno....”

— “È vero; e poi io venni qua disposto a mettere in avventura la vita: non vi raccomando discrettezza per me, ve la chiedo per voi, e per tale, che so che amate più di voi....”

— “Sta bene, parlate.”

— “Ieri mi recai di buon mattino da Francesco, il quale mi aveva mandato a chiamare, ond’io lo informassi intorno alla correzione del Boccaccio, che ho impreso dietro gli ordini di lui: egli era sceso nella officina chimica; io nonostante mi feci annunziare da uno staffiere, il quale di lì a poco tornò dicendomi, che andassi pure costà, che il serenissimo padrone, come persona di casa, mi riceveva senza cerimonie nella officina. Io rinvenni Francesco tutto affaccendato intorno ad un fornello, considerando certa sostanza chiusa dentro un’ampolla di vetro. Appena mi vide, così mi parlò: — «Buon giorno e buono anno, cugino Lionardo; io sto dietro ad una esperienza che non mi riesce condurre a termine; or ora leggerò il vostro lavoro del Decamerone, che avrete emendato da pari vostro, lasciando stare le bellezze, e togliendo quanto offende i buoni costumi e la religione. Peccato, che cotesto grande uomo non avesse costumi buoni! Ma non vi è pericolo, Lionardo, ch’ei sia andato perduto? N’è vero, cugino, che messere Giovanni prima [pg!81] di morire si pentisse, e lasciasse il mondo in odore di santità?» — Alla quale domanda risposi, che il Beato Giovanni Colombini nella vita del Beato Pietro dei Petroni ci assicura, come il Beato Pietro, poco prima che si partisse a vita migliore, mandasse Giovacchino Ciani a riprendere il Boccaccio dei suoi scritti e dei suoi costumi meno che onesti, e nel tempo stesso a svelargli certi segreti così riposti nel proprio animo, che il Boccaccio teneva per fermo nessuno, tranne lui, potesse saperli. Della quale cosa percosso, messere Giovanni pianse amaramente i trascorsi passati, e rendendosi a Dio ne fece mirabile penitenza.[33] — «Gran mercè, riprese Francesco; voi mi avete dato una consolazione desideratissima, accertandomi che il nostro messere Giovanni adesso stia in luogo di salute. Or via, siatemi cortese di aspettarmi per un po’ di tempo, tanto ch’io mi sbrighi da questa faccenda: andate costà in libreria, vi troverete in buon dato libri, e parecchi nuovissimi.» — Entrai nella libreria, fingendo leggere il primo libro che mi capitò tra mano, ma seguitava con occhio obliquo il lavorío di Francesco. Costui non finiva mai di soffiare nei carboni, guardare attraverso l’ampolla, e poi volgersi a un vasetto sopra la tavola; e quindi presa un pocolino di polvere tra le dita, considerandola attentamente diceva: «Bisogna dire che i nostri vecchi ne sapessero più di noi, che ce ne abbiano date ad intendere a serque: il colore ci è; l’apparenza l’ho [pg!82] trovata; ma il sapore.... il sapore...., e l’arsenico sembra fuori di dubbio che ci entrasse: eppure nelle note al mio Poggio, e nella Cronaca Trivigiana leggo che il Conte di Virtù.... — in fè di Dio, gli era proprio tagliato a suo dosso questo titolo! — avvelenasse con tossico che pareva in tutto e per tutto sale, lo zio Bernabò, facendoglielo porre così naturale sopra i fagiuoli.... ma non mi riesce a trovarlo; io darei mille ducati....!» — In questa, ecco uno staffiere entrare nella officina, ed annunziare il bargello. Io non so per quale motivo presi a tremare; guardai la stanza, speculando se vi era modo di quinci partirmi, e trovai una porta che metteva in cortile. Sul punto di uscire. Dio m’inspirò tornare: seguitai la prima ispirazione, che quasi sempre ho provato buona, e mi posi cautamente in ascolto. Il bargello era entrato, e così favellava: «Il cavaliere Antinori, come sa la Eccellenza Vostra Serenissima, arrivò ieri da Portoferraio....”

— “Come!” interruppe Isabella, “il cavaliere Bernardo venne a Firenze senza che noi ne abbiamo notizia?”

— “Il cavaliere Antinori a questa ora è sepolto. Dio faccia misericordia all’anima sua!”

— “Gran Madre del Signore! ch’è quello ch’io sento! Lionardo, ne siete voi sicuro?”

— “Lasciate che io termini. — Il bargello continuava: — «Lo conducemmo subito dal cavaliere Serguidi, che gli fece una bravata terribile per [pg!83] l’onta recata al suo principe, ammonendolo che si costituisse in colpa, e si commettesse alla clemenza vostra. Ma il cavaliere negava a spada tratta, finchè il Serguidi con voce minacciosa cavò una lettera dicendo: — «Or via, negherete voi questa?» — Il cavaliere, visto appena quel foglio, diventò come un panno lavato; tutto sbaldanzito alzava le mani supplichevole, senza potere articolare parola. — «Andate via;» conchiuse il Serguidi, «voi non meritate perdono.» — Il cavaliere si partiva che pareva ebbro, sì gli tremavano le gambe sotto, e tirava di lungo per andarsene a casa come se non fosse fatto suo: io gli tenni dietro con la famiglia, volendomi un po’ prendere spasso di costui.» — «Delle tue,» — interruppe Francesco; «porgimi quel soffietto; va innanzi, ch’io ti ascolto: non mi tacere nulla, chè ci prendo propriamente gusto.» — E il bargello: — «Ei camminava d’inspirazione, perchè si avviava verso il Palagio. Quando fu alla porta dei lioni, io me gli scopersi, e gli dissi: — Messere, togliete in pace ch’io vi serva da maggiordomo: il serenissimo nostro padrone vi ha preparato un quartiere da pari vostro qua dentro.... — Il cavaliere mi guardò come trasognato, e si lasciò condurre a modo di agnello: stamane poi prima di giorno sono entrato in prigione col cappellano, e se la dormiva ch’era uno incanto....» — «Dormiva?» interrogò Francesco alzando la faccia, che pareva imbrattata di sangue, di sopra agli ardenti carboni. — «Dormiva.» — «Egli [pg!84] non doveva dormire!» — «Eppure dormiva.» — «Voi gli avete lasciato passare l’ultima notte in pace. Così si può dire che non abbia sofferto nulla! E non posso tornare da capo.... n’è vero?» — Il bargello faceva col capo cenno affermativo. — «Io l’ho scosso, ed egli si è svegliato alzandosi a sedere sopra il letto; e ha domandato: — Che ci è egli? — Svegliatevi un momento, gli ho risposto; poi dormirete a bello agio: eccovi un prete; voi non avete più di una ora a morire.» — «Ed egli?....» cercava di nuovo Francesco. — E il bargello: «Egli ha risposto: sia fatta la volontà di Dio.» — «Come, propriamente così?» — «Così per l’appunto.» — «Ma che non hanno paura di morire?» — «E’ pare che ce li abbiate avvezzati.» — «No, in questo modo è troppo poca cosa la morte: provvederemo. Séguita.» — «Si è confessato per filo e per segno, e poi mi ha chiesto in grazia di scrivere: gli ho dato carta, penna e calamaio; ma tremava così forte, che non poteva formare lettera. Vedete, Serenissimo.» — E mostrava una carta. Francesco, deposto il soffietto, l’ha tolta in mano, e la esaminando parlava: — «Mira un po’ i bei grotteschi! non vi leggo nulla.» — «Ve lo diceva che non potè scrivere parola. Allora io ho creduto bene osservare: Messere cavaliere, poichè mi accorgo che voi non potete fornire il fatto vostro, consentite ch’io faccia il mio; e messegli prima le manette, gli ho passato la corda al collo, e l’ho fatto strangolare in buona [pg!85] regola....» — «Va bene: e il capitano Francesco?» — «Oh! Il capitano ha preso vento; si è cacciato la calcosa tra i viandanti, ed in Firenze non si trova....» — Qui non è da dirsi in quale matta frenesia abbia rotto Francesco: mandava spuma dalla bocca, sangue dagli occhi: — «Va, corrigli dietro!» urlava; «spedite cavallari apposta, scoppiate cavalli.... ai confini.... ai confini.» — E il bargello non sapeva che cosa farsi. Intanto l’ampolla di vetro, non so per qual causa, si è spezzata: le schegge in parte hanno colpito la faccia del bargello internandosi nella carne; quel tristo cacciava fuori dolorosissime strida. Allora Francesco ad un tratto è tornato cupo e silenzioso; se non che volgendosi al bargello, gli ha detto freddamente: — «Affrettate a curarvi, perchè il vetro è avvelenato.» — Il bargello fuggiva a precipizio mugolando: — «Povera moglie! poveri miei figliuoli!....» — Se in quel punto mi avessero tratto sangue, non me ne sarebbe uscita una goccia: mi sentivo come inchiodato là dov’era; già mi tenevo spacciato raccomandando la mia anima a Dio. Per ventura Francesco si è lasciato andare giù sopra una sedia, abbassando la testa come uomo che si sprofonda dentro un pensiero; ed io distintamente più volte, e ve lo giuro sopra la vita di mia madre, ho sentito mormorargli fra i denti: — «Ora provvederemo alle femmine, e presto; — ma Giordano è in Roma, — e senza il consentimento suo non mi parrebbe ben fatto; — potrei [pg!86] arbitrare, — ma no; — pensi egli a renderne conto.... — a cui? A Dio, a Dio.... O questo Dio ne pretende pure tanti dei conti!....» — Avendo intanto ripreso animo, mi sono appressato pianamente alla porta del cortile, e sono uscito a ripararmi sotto il cielo; imperciocchè io temeva, da un punto all’altro, che sprofondasse la volta del luogo maladetto....!”

Isabella a quel truce racconto si era rimasta come impietrita; e il misero Leonardo, nascondendosi il volto tra le mani, in suono quasi di pianto diceva:

— “O Signore! Ed io ho potuto usare la favella, il nobile dono che voi avete compartito alla creatura, per laudare costoro! Che cosa penseranno i posteri di me? Possano andare disperse le opere mie! Possano dimenticarle presto i nepoti! — E tu. Dio, che vedi se sia dolore il mio di augurare la morte ai figli della mia mente, intorno ai quali la salute ho spesa e lo ingegno, tu sai ancora se questo voto si parta proprio dal cuore.”

Veramente io penso che grandissima dovesse in quel momento l’amarezza contristare la povera anima di Lionardo Salviati!

Ma indi a poco richiamando lo spirito ai casi presenti, il Salviati voltosi alla Isabella favellò:

— “Orsù via, Isabella, coraggio....”

— “Non è viltà la mia.... è raccapriccio, è ribrezzo. — Infelice Eleonora! così giovine, così lieta, tanto affezionata ai piaceri e alla vita! Bisogna salvarla.... bisogna avvisarla.” [pg!87]

— “Duchessa, ricordatevi non essere vostro il segreto; intorno a salvarla ci adopreremo.... poi.”

— “Sì, unico amico mio, mio padre, mio tutto; io mi rimetto, anima e corpo, nelle vostre braccia....”

— “Bene! il tempo stringe. Voi dovete scrivere una lettera a madama Caterina di Francia: ella è donna di cuore alto; educata nei mali, deve avere appreso a soccorrere i miseri; e nata Medici, aborrirà che la sua casa s’infami con tragedie domestiche. Il sangue ancora può darsi che qualche cosa faccia: sicchè ognuna di queste considerazioni per sè, o tutte insieme riunite, mi sembra pure che abbiano ad essere attissime per muovere il reale animo suo a concedervi asilo, e provvedervi mezzi di fuga. Io assumo il carico di farle pervenire la lettera fino a Parigi: stasera parte un mio congiunto dei Corbinelli, accorto giovane e discretissimo, per Lione, e la consegnerà al luogotenente della città, o se non gli parrà mezzo affatto sicuro, per amore mio si condurrà sino a Parigi. Tosto che torni la risposta, non sarà arduo trasportarvi a Livorno, e colà imbarcarvi per a Genova, o meglio per a Marsiglia: quivi giunta, si può dire che siate in salvo....”

— “Ma, e la Eleonora...?”

— “Allora faremo in modo avvisarla, e potrà venire con esso voi, o andare in Ispagna dal duca di Alva, meglio dal suo fratello vicerè a Napoli. — Or via dunque, scrivete la lettera, chè il tempo vola....” [pg!88]

E Isabella si pose a scrivere; ma comecchè ella possedesse maravigliosa facilità a comporre, adesso le mancavano le parole, cancellava, tornava a cancellare, faceva da capo; gli affetti che molti e profondi le turbavano la mente, di leggieri possono immaginarsi. Alla fine la lettera fu scritta, e:

— “Lionardo,” prese a dire, “sentite un po’ se così va bene. Io non ho mai durato tanta difficoltà nel mondo, quanta nello scrivere questa lettera. Dimenticate che siete lo Infarinato, vi prego....”

— “Porgete.” — «Onorandissima come Madre. Persona che vi è congiunta per sangue, la sola superstite delle figlie di Cosimo dei Medici, vi scongiura che le salviate la vita. Se io sia innocente o no della colpa che intendono vendicare nel mio sangue, concedete che io taccia; ma se pure fossi in colpa, la giovanezza, la lontananza del marito, e le occasioni, e gli esempj, e il cuore di femmina pur troppo inchinevole ad amare, parmi che non mi dovessero fare considerare del tutto indegna di perdono. Molto ho da temere dal duca di Bracciano, più molto dal mio fratello Francesco. Io mi vi raccomando quanto più so e posso: porgetemi aiuto secondo che la urgenza del pericolo domanda, affinchè non venga tardo. A me salverete la vita, alla casa nostra la fama, e voi farete azione da quella magnanima Reina che siete, di cui vi darà Dio condegno merito. Dove meglio reputerà la prudenza vostra opportuno, io [pg!89] mi chiuderò in qualche santo monastero, intendendo e volendo spendere al servigio di Dio quanto mi avanza di questa misera vita, per ottenere dalla infinita sua misericordia la remissione delle mie colpe.

»A Caterina reina di Francia....»

— “Mi sembra che vada a dovere; copiatela, e aggiungete, che la risposta sia con sopraccarta diretta al mio nome.”

— “Ma!” riprese Isabella abbassando gli occhi e tingendosi in volto di rossore.... “e Troilo lo abbandonerò io...?”

— “Troilo,” disse gravemente messere Lionardo, “conosce come il Turco minacci la Cristianità: egli deve andare in Ungheria a combattere contro i nemici della fede, e con morte onorata acquistarsi il perdono di Dio.... Ma a lui soprattutto guardatevi di fare trapelare cosa alcuna; egli vi perderebbe di certo, e sè stesso con voi....”

Isabella sciolse un profondo sospiro, e si pose con mano tremante a copiare la lettera. Appena fu terminata, Lionardo arse la minuta, e con molta diligenza compose un plico. Mentre che il Salviati, dopo avere suggellata la lettera con le armi dei Medici, stava per iscrivere la sopraccarta, si sentì un rumore come di corpo che sospinto con violenza investa in parete, o percuota nel pavimento; e schiusa allo improvviso la porta, fu visto Troilo, che alzando la portiera, e mettendo in avanti il capo, teneva la faccia di profilo, esclamando con ira: [pg!90]

— “E’ pare che ti sia venuta in fastidio la vita....”

Lionardo quanto più speditamente potè nascose la lettera in seno; ma non gli venne fatto con tanta prestezza quel moto, che Troilo non se ne accorgesse. Troilo, mutati due passi oltre la porta, si fermò, volse attorno quel suo sguardo sinistro, e poi, fissando la duchessa con amaro sorriso, favellò:

— “Dacchè ponete guardie alla vostra porta, io vi conforto, signora, a sceglierle se non più proterve, chè questo è impossibile, almeno più gagliarde....”

— “Io aveva creduto che in casa mia la manifestazione della mia volontà fosse bastevole....”

— “E voi avete creduto male, dacchè vedete come io sia penetrato qua dentro.” — E in questo punto deposto il riso, e dandosi in balía al furore, continuò: — “Che sotterfugi, che tradimenti sono eglino questi? Voi mi volete condurre alla mazza, madonna Isabella! e se alla mazza si ha da andare, dobbiamo essere in due. Se voi siete dei Medici, io sono degli Orsini; e fo voto a Dio che cane mai non mi morse, ch’io non volessi del suo pelo. — Che fate voi, cavaliere? Che cosa è il foglio che vi siete nascosto nel seno? Presto, mettetelo fuori; io voglio vederlo....”

— “Cavaliere,” riprese il Salviati con voce pacata, “ella è cosa che non riguarda punto voi, e non potete pretendere onestamente....”

— “Questo è ciò che vedremo quando avrò letta la carta.” [pg!91]

— “Concedete ch’io mi astenga dal soddisfarvi.... cavaliere.”

— “Signor Salviati, io sono poco uso a sentirmi contrariare: datemi la lettera, che buon per voi!”

— “Troilo, per quanto avete cara la nostra grazia, io vi comando tacervi, ed uscire....”

— “Isabella, è tempo ormai che dismettiate i comandi, e cominciate a obbedire....”

— “Messere Troilo, io vi assicuro sopra la coscienza di cavaliere onorato, che questa lettera non vi riguarda....”

— “La coscienza! forse quella con la quale diceste le lodi del serenissimo signor Cosimo? Un cavaliere onorato non s’introduce fuggiasco in casa altrui, non si mescola dei fatti che non lo riguardano, non viene a ordire trame; e se trame non fossero, non repugnereste a darmene conto....”

— “E chi siete voi dunque, messere Troilo, di grazia....?”

— “Io...! Io sono quegli a cui dava in custodia la sua donna il duca di Bracciano....”

— “Ed osate farvi un diritto di questa custodia? Ah! messere Troilo....”

— “Che cosa intendete? Salviati, guai a voi! Io sono uomo da mozzarvi la lingua.... sapete....”

— “Troilo! ove trascorrete? Voi gli dovete onoranza, non altrimente che se mi fosse fratello....”

— “Onoranda gente davvero sono i fratelli vostri.... La lettera, Salviati, la lettera!” [pg!92]

— “Io non sarò per darvela mai....”

— “Badate, ch’io vi adopererò la forza....”

— “Userestemi voi villania? Non vedete voi ch’io sono disarmato....?”

— “Tanto meglio: così verrò più agevolmente a capo dei miei desiderii. E, aveste spada, tornerebbe lo stesso: chi tratta la penna regge male la spada....”

— “La lettera mi sta sul cuore,” disse il Salviati, facendo croce delle braccia sopra il petto; “e non l’avrete se non mi strappate ambedue....”

— “E lo farò....”

— “Forsennato! Prima di giungere a lui, e’ vi sarà forza passare sopra il mio corpo!” grida Isabella ponendosi tra mezzo a Troilo e a Lionardo.

— “Indietro!” proruppe Troilo; e di un urto mandò la duchessa traverso al lettuccio.

— “Ahi misera! misera Isabella! a quale uomo sagrificasti la tua vita....”

— “La lettera....!”

— “Vi ho detto il modo per averla....”

— “Il sangue vostro sia sopra di voi.” — E traendo fuori la daghetta, Troilo cacciò innanzi la mano manca per afferrarlo. Lionardo non mosse passo; imperterrito, con le braccia incrociate sul petto, si disponeva a patire una violenza contro la quale, e per la fievolezza della persona e per trovarsi disarmato, non poteva opporre nulla. Troilo già lo afferrava, quando si aperse fragorosa la porta, [pg!93] ed entrando in sembianza turbata Lelio Torelli, a voce alta gridò:

— “Il magnifico signore duca di Bracciano....!”

Questo nome parve la testa di Medusa per Troilo: dette indietro, ripose prestamente la daga nel fodero, e s’ingegnò ricomporre il volto; se non che quei due affetti contrarii, di furore e di reprimento, invece di ricondurvi la serenità, glielo sconvolsero in modo che metteva paura a vederlo.

Isabella, che giaceva tolta fuori di sè, si drizzò sopra il lettuccio come per virtù di elettricismo, e stette disfatta con gli occhi intenti verso la porta.

Il cavaliere Salviati, pensando che non essendo di casa poteva allontanarsi onestamente salutando il duca così di passaggio, salvo a complirlo in modo convenevole a suo tempo, senza affrettarsi troppo, e con la solita sua compostezza quinci si tolse.

Percorrendo le sale, e giù per le scale, maravigliò forte di non incontrare il duca, nè vedere nel cortile o alla porta vestigio alcuno che indicasse l’arrivo di tanto personaggio: non sapeva come spiegare la cosa, ma non riputando prudente tornare addietro per chiarirla, pensò che gli sarebbe bastato un’altra volta.

Isabella e Troilo tennero per alcuni istanti gli occhi drizzati verso la porta, pure aspettando di vedere comparire messere Paolo Giordano; ma poichè ebbero atteso invano, Troilo rinvenuto primo dal suo sbigottimento, domandò a Lelio: — “Ebbene, il duca..?” [pg!94]

E Lelio, che avvisava ormai avesse potuto mettersi in salvo il cavaliere Salviati, con aria ingenua a un punto e beffarda si volse a Isabella, e riprese a dire:

— “Il magnifico signore duca di Bracciano manda a salutare la signora duchessa, e le fa sapere che sbrigate alcune sue faccende a Roma, conta venire a starsi con esso lei verso la metà del prossimo mese di giugno....”

E fatto un profondissimo inchino, non senza sogguardare così un tal poco alla trista Troilo, si ritirò. Troilo si accôrse dell’inganno, e forte mordendosi le mani, mormorò fra i denti:

— “Sozzo cane traditore, tu me la pagherai!”

————

[pg!95]

[pg!97]

[pg!98]

[CAPITOLO QUARTO.]

L’OMICIDIO.

FRANZ — Voi volete farmi morire di languore. Io morrò di disperazione nella età della speranza, e voi ne avrete la colpa.... Dio mio! io che non ho goccia di sangue che non sia vostro! io, che respiro soltanto per amarvi, e per obbedirvi in tutto....

ADELAIDE — Esci dal mio cospetto....

FRANZ — Signora!

ADELAIDE — Va, accusami dunque al tuo signore:

Goethe. — Goetz di Berlichingen.

La diffidenza si era insinuata nel cuore d’Isabella come un aspide in fondo al nido: le suonavano a modo di ronzio insopportabile le immani parole di Troilo; vedeva il sospetto codardo, sentiva che anche da lui avrebbe potuto essere tradita e accusata; e fissando questo abisso d’infamia, ne risentiva una vertigine morale punto diversa dalla vertigine fisica, che sorprende il risguardante qualche dirupo delle Alpi: però non è da dirsi se studiasse ogni argomento per non trovarsi insieme con Troilo, o trovandovisi, fare in modo che qualcuno l’accompagnasse. Per altra parte, era cresciuto il bisogno di [pg!99] tenere il Torelli presso di sè; e la solerzia del giovane, la sua devozione, e l’assiduità dal medesimo posta a bene servirla, fecero sì che la Isabella non potè trattenersi dal guardarlo con occhio di singolare amorevolezza. Procedendo sempre, come fu suo destino, improvvida, non pensò che il fanciullo era oggimai diventato uomo, che in cotesta età le passioni mandano sottosopra l’anima a guisa di uragani; non temè, nè si accôrse dello ardore funestissimo, che infiammava il sangue di Lelio. Tranne baciarlo in fronte, siccome costumava quando era garzoncello, si compiaceva tuttavia a scompartirgli la bella chioma sopra la fronte, e percuoterlo dolcemente nelle guance, a usargli insomma ogni maniera di vezzi co’ quali le madri accarezzano i figliuoli dilettissimi; e se tutto questo fosse un mettere zolfo sopra il fuoco, lascio pensarlo a coloro, che o sentono il furore di un primo affetto, o si ricordano averlo pure una volta provato. Quasi sempre assorta nei casi imminenti, la Isabella non badava nè si accorgeva di certi moti di Lelio, che in condizione più riposata di animo avrebbe agevolmente conosciuto. Allorchè ella si recava a passeggiare in giardino, chè ormai di casa usciva più poco, le accadeva tanto spesso trovarsi come tolta fuori di sè, che per non investire o pianta, o statua, od oggetto altro qualunque, si apprendeva al braccio di Lelio, e secondo che l’agitavano gl’interni pensieri, ora più, ora meno fortemente glielo stringeva; sicchè [pg!100] l’anima di lei per via di coteste strette meglio che elettriche si trasfondeva nel giovane, il quale con lunghissimo sguardo come delirante la contemplava, e a larghi sorsi beveva il veleno che già gli aveva attossicato irrimediabilmente la esistenza.

La faccia del Torelli, oh quanto mutata! Ormai non poteva più conoscersi qual fosse la sua età: con le labbra accese ed aperte come uomo arso da tormentosa sete, le guance scarne, la pelle tesa sopra le ossa, tutt’occhi; spesso madido di sudore. L’acceso desiderio, che gli stava confitto come un ferro tagliente nel mezzo del cuore, aveva partorito tale e siffatto disordine nel sistema dei nervi, che la sensazione più leggera bastava per farlo tremare da capo alle piante per ispazio di tempo grandissimo; le vene gli si erano infiammate, e ad ogni moto, comecchè tenue, il petto gli anelava in guisa, che pareva gli si volesse rompere; lo travagliava un affanno continuo; la vista gli si smarriva allo improvviso in una massa di luce sparsa in miriadi di faville, o aggirantesi in circoli vorticosi; e nelle tempie sempre un martellare senza posa, e schifo di cibo, e notti insonni, o travagliate da spaventosissime fantasime. Cosiffatta miseria non poteva durare, e non durò.

Volgeva a sera il giorno più bello del mese di giugno: il sole tramontato con i suoi ultimi raggi empiva in parte lo emisfero di una luce serena di oro purissimo, e dal punto in cui cotesta luce cessava [pg!101] cinque raggi pure di oro si diffondevano mirabilmente in su per lo azzurro dello empireo, in modo che alla commossa fantasia rappresentavano la mano del Creatore, che si stendesse pacata a benedire la natura; le foglie trionfali degli allori, quelle acute dei mirti, le frastagliate delle quercie, e tutte insomma della famiglia multiforme degli alberi, apparivano contornate distintamente in quel campo magnifico, sicchè avresti creduto potere annoverarle; il venticello vespertino agitava le cime delle piante, le quali movendosi l’una verso l’altra parevano ricambiarsi misteriosi colloquii: e gli uccelli prima di chiudere gli occhi alla quiete, con dolcissimo coro, che la natura insegna, e sola può insegnare la natura, cantavano un inno di gloria al Signore; le acque rotte tra i sassi non sembra più che piangano, ma liete mormorino pel continuo incalzarsi che fanno; più soave spirano il profumo dagli aperti calici i fiori; con le facoltà concesse dai cieli alle cose create, il cielo, la terra e le acque instituiscono una gara a cui meglio riuscirà di manifestare la gratitudine verso il Gran Padre del mondo, e da tutte insieme nasce uno incanto, e sorge una favella, che sembrava dire, e diceva certo: siamo nate ad amare!

Isabella si era condotta sopra il verone, e qui seduta, pone il braccio su l’omero di Lelio, e sopra il braccio appoggia la faccia: gli occhi solleva al cielo, in atto che rammenta Niobe; o piuttosto una [pg!102] testa di Maddalena penitente, come poi seppe immaginare il nobile pensiero di Guido. Quella sembianza di preghiera, di mutuo dolore, e di pace stanca, è sovraumana a vedersi: bene l’aveva disfiorata la sventura; la febbre lenta che le consuma la vita gliela vela di mesto pallore, ma cotesta fronte comparisce pur sempre portentosa di bellezza; — bella come quella di un angiolo decaduto!

Ella guardava il cielo, e Lelio lei, dacchè nel volto di cotesta donna egli avesse riposto il suo paradiso; e così stava immobile e intento, che non pareva cosa viva; gli si empirono gli occhi di lagrime, che presero a sgorgare copiose giù per le guance, senza fare atto di angoscia, nè di altro: così talora ho veduto cadere la rugiada raccolta nel cavo degli occhi di qualche statua, e mi parve che piangesse: ma quindi in breve le lagrime cessarono, arido gli divenne lo sguardo, dilatato, e corrusco di luce sinistra; lo invase un tremore come se fosse il ribrezzo della febbre, e fors’egli era; e allo improvviso, non sapendo quello che si facesse, vinto da troppo maggiore potenza, che a lui fosse dato di superare, le gittò le braccia al collo, e la coperse di baci pel capo, pel volto, e pel seno, con una smania convulsa, con tale e siffatto delirio, che in verità metteva compassione, conciossiachè si saria detto: costui versa l’anima in quei baci.

Isabella un momento smarrita, richiama l’alterezza della dignità offesa, e forse, assai più della dignità, [pg!103] la principesca superbia; e tremante anch’essa, ma per altissimo sdegno, respinge energicamente il giovane paggio, e si svincola dalle braccia di lui; quindi senza far motto, con occhi orribili, s’incamminava alla stanza per cui si giungeva al verone; e Lelio, annientato, le trasse dietro come immemore del commesso misfatto. Isabella si accosta con veloci passi verso una tavola, e risolutamente stende la mano al campanello di argento; poi allo improvviso sosta, quasi che il volere e il disvolere le contendessero nella mente; già un pensiero più mite sembrava che spuntasse tra la procella della passione, comecchè l’ira durasse: così vediamo pei mari la furia del vento gareggiare con la furia dell’onda; ma placato il vento, tornata a splendere l’alma luce del sole, continuare il mugghio dei marosi minaccevoli e turbati. Dopo qualche esitanza pur vinse il primo consiglio, e scosse a più riprese il campanello. Non bastò la prima nè la seconda volta; finalmente comparve uno staffiere, al quale la duchessa ordinò: — “Venga il maggiordomo....”

E il maggiordomo, passato altro buono spazio di tempo, si recava a ricevere i comandi della duchessa. Era il maggiordomo don Inigo, gentiluomo spagnuolo, fidato e discreto come una buona lama di Toledo: non rideva mai; oltre quelle richieste dalla necessità, era un gran caso se in capo a un mese lo udivano favellare tre parole. Di forme robustissimo, torvo il ciglio, il volto di colore bilioso; — chi [pg!104] sa che cosa mai si volgesse in cotesta anima! Era chiuso come un sepolcro.

— “Mea Señora!” disse inchinandosi.

— “Don Inigo, Lelio nostro ci ha dimostrato desiderio di ridursi a vivere a casa con i suoi vecchi parenti; e a noi è sembrato non doverci nè poterci opporre a così onesto desiderio.... La madre sua, poveretta! chi sa con quanti voti lo richiama, e mi parrebbe crudeltà differirle più oltre questa consolazione. Riveda il figliuol suo cresciuto in ogni maniera di studii che a valente gentiluomo si addicono; lo riveda virtuoso e dabbene.... e soprattutto innocente, — e sia l’orgoglio della sua vita. Don Inigo, voi accompagnerete Lelio sino a Fermo, e direte ai suoi parenti, che Lelio ci faceva sempre buona ed onesta guardia, che ci sarà sempre ricordanza amorevole come di figlio; che in ogni cosa dove possano avvantaggiarlo le mie facoltà, si valgano di me non altrimenti che se io fossi di loro; in ispecie poi alla madre assicurate che i costumi pravi su di lui non poterono punto, che io non ebbi a dolermi in nulla del giovine, tranne certe fanciullaggini, ardimentose troppo, ma che col tempo si perdonano, appunto perchè fanciullaggini; nonostante, confortarla io a scegliergli presto tra le fanciulle di Fermo chi per venustà di persona, per soavità di modi, e corrispondenza di affetti possa ridurre in pace uno spirito di soverchio ardente, un cuore che non è senza qualche procella. Inigo, condurrete il suo giannetto [pg!105] bianco con tutti gli arnesi di velluto cremisino, vesti, masserizie, insomma ogni cosa, sicchè non rimanga presso di noi pure una piuma di lui, che la intendiamo donata, e doniamo. Dalla guardaroba del duca nostro marito scerrete una collana e un medaglione da appuntarsi alla berretta, e glieli porrete nella valigia; vi porrete ancora cento ruspi di oro, e il certificato amplissimo dei suoi onorati servigi, che voi firmerete e munirete del nostro sigillo ducale. Se il caso facesse che il giovane si trovasse male disposto, prendete una delle nostre carrozze, e a nome nostro chiedete le pulledre della posta, che ve le daranno, e partite ad ogni modo. Domani il sole non deve vedervi a Firenze. Addio.”

E qui, alzata la destra, faceva il cenno col quale l’orgoglio dichiara alla umiltà che gli si tolga davanti. Ma poi, premurosa di temperare la durezza dell’atto, aggiungeva:

— “Andate, Lelio, andate; noi formeremo sempre mai voti per la vostra felicità, e ci torneranno accettissime sempre le nuove del vostro buono essere.”

Don Inigo non sapeva darsi pace intorno alle tante parole spese per tale negozio, a cui gli sembrava bastante la parola — andate, — se togli quanto concerneva il giannetto, i ruspi, la collana, e simili; ma prima di essere carico di tutti quei discorsi, aveva seco stesso deliberato lasciarli a casa, o farne getto per la via. Lelio con volto dimesso, composta [pg!106] ad arco la persona, quasi rotto per la immensità dello affanno che l’opprimeva, si allontanò seguendo il maggiordomo, più che altro somiglievole al condannato dietro al carnefice che lo mena a guastare.

Isabella lo guardò fisso; stette ancora a guardare lungamente la porta dond’era scomparso, poi dandosi forte della palma nella fronte esclamò:

— “Ahi! sciagurata femmina! quanti infelici per te....”

Isabella non mosse piede fuori della stanza, ch’era la sua maritale. Questa stanza compariva spartita in due sezioni: la prima, che faceva capo a tre finestre sopra il verone, spaziosissima, tappezzata di damasco operato ad armi dei Medici e degli Orsini, di colore verde: intorno alla camera, a certe distanze ricorrevano dei medaglioni di bassorilievo in marmo rappresentanti varii ritratti di famiglia dentro grosse cornici dorate: due porte l’una contro l’altra al termine della stanza andavano distinte per larghi pilastri di porto-venere; e sopra le porte un cornicione con due corridietro, od orecchioni, come dicono in arte, in mezzo ai quali un busto composto di marmi di qualità diverse, bianco la testa, il rimanente broccatello; e sotto, la portiera con due cortine a frange di oro: nei canti due ampissimi vasi chinesi, o piuttosto giapponesi, turchini, con mascheroncini, maniglie, ed altri ornamenti di argento dorato condotti con sottile magistero; appoggiati [pg!107] alle pareti due stipi di ebano intarsiati di madreperla, maraviglia a vedersi, e seggioloni, e sgabelli di ebano ricoperti di damasco pur verde; in mezzo, una tavola di ebano e di argento, del medesimo lavoro degli stipi. Questa prima sezione terminava in un arco di cui l’estremità posavano sopra una cornice assai sporgente sostenuta da colonne, la base e il capitello delle quali erano di bronzo dorato di ordine corintio, ma il fusto a spirale di porto-venere ricinto nel cavo della spirale da un ramo di foglie di mirto in bronzo dorato; il vano dell’arco coperto da tende di damasco. Oltre l’arco era il letto, immenso di mole, e carico piuttosto che ornato d’intagli, di amorini, di fogliami, e frutta, e piume, da mettere sospetto in chiunque avesse dovuto giacervi sotto: quali e quante fossero suppellittili, arnesi, e masserizie là dentro, troppo riuscirebbe lungo a descrivere; basti all’uopo nostro conoscere che a canto al letto si vedeva una tavola del Crocifisso con la Madonna da un lato, e San Giovanni dall’altro, che posava sopra un zoccolo alto un braccio circa dal solaio: questa tavola mercè d’ingegni volgeva sopra mastietti incastrati nel muro, e lasciava l’adito ad una porta segreta, la quale mediante certa scala a chiocciola conduceva nelle stanze terrene meno frequentate dalla gente.

Le ombre avevano occupato il cielo da lunga ora quando a Isabella parve tempo convenevole a chiamare le sue cameriste, le quali ebbero ordine [pg!108] di accendere una lampada, metterla sopra la tavola, e andarsi con Dio. Avendo esse domandato se desiderasse che le dessero mano a spogliare le vesti, rispose breve: — che farebbe da sé; — ed avendole accomiatate di nuovo, andò alle porte, e tirò le stanghette, per cui nessuno, mal suo grado, avrebbe potuto penetrare là dentro.

In balía dei suoi pensieri, si pose a percorrere in tutti i lati la stanza con passi ora lenti, ora concitati; un momento si fermò a contemplare la lampada. Di lavoro singolare, rammentava questo arnese uomini e cose di cui appena giunse a noi fama incertissima: era di bronzo, e presentava di faccia una testa di elefante con la proboscide rivolta in su, donde usciva il lucignolo; di profilo, un cigno di cui il collo ritorto sopra il petto componeva il manico; di pianta, ti offriva la testa di Medusa con la bocca atteggiata a disperato dolore, e per questo pertugio versavano l’olio; di sotto poi, un altro mascherone, col quale componevano uno insieme ingegnoso le altre parti della lampada. Isabella, nel guardarla fisso come faceva, pensava meno alle rovine dei popoli che alla madre sua, la quale gliela aveva donata insieme a molte altre antichità etrusche trovate negli scavi fatti a Castiglione della Pescaia. Certo, Eleonora di Toledo fu donna aspra di modi, di spiriti alteri, e poco per natura disposta al perdono; nonostante, le sue viscere di madre si sarebbero commosse, ed avrebbe sovvenuto alla figlia deserta, [pg!109] che adesso per la partenza di Lelio rimaneva affatto priva di un’anima in cui confidare. Isabella si affaticava a imprimere séguito ai suoi pensieri per condurli a sciogliere le imminenti difficoltà, ma i pensieri a modo di cavalli sfrenati, vinta la mano alla ragione, divagavano ora qua ora là, in mille andirivieni, secondo che o il sangue o gli affetti scotevano il suo cervello; si stancava per cercare, ma lo intelletto gli si sprolungava infinito davanti, sterile di trovati, come un deserto dell’Affrica si presenta alla caravana privo di qualunque pianta e di asilo. Stanca di cotesto stato, si mosse finalmente verso la sezione della stanza ov’era il letto; alzò la tenda dell’arco, e passata oltre lasciò di nuovo caderla. Il letto compariva sopra modo lindo, con lenzuoli bianchissimi di tela di Olanda, ornati di trine di Malines, e coperta bambagina ricamata con sottile lavoro: le accorte cameriste vi avevano sparso sopra rose fresche e fiori di arancio, sicchè poco più si sarebbe accomodato un letto da sposi. Isabella prese un lembo del lenzuolo, e lo piegò traverso al letto, come usa fare chiunque intende giacersi; ma scoperto che l’ebbe, non andò oltre in cotesto suo disegno, e si rimase immota accanto a quello.

— “Ecco!” dopo un lungo guardarlo ella diceva, “questo letto maritale apparisce lindo e odoroso come la prima notte delle mie nozze: è bianco, è polito quanto l’ala del cigno; eppure qual miserabile [pg!110] giaciglio di popolo davanti a Dio non è meno contaminato di questo? Sopra il capezzale stanno due chiodi, che, o a destra io mi volga o a sinistra, mi si conficcano dentro le tempie, — l’adulterio e l’omicidio; perchè questi due pensieri nascono gemelli, ed io lo so. Qui a capo del letto un demonio, contro cui acqua santa non giova, agita l’ale, e scuote sul dormente sonno di febbre, e fantasime di paura.... — Eppure qui ebbi un giorno quiete di paradiso: qui fui salutata con la dignità di madre; qui adagiandomi pensai che se il sonno si fosse prolungato eterno, la mia anima poteva sperare di essere accolta come ospite nelle sedi celesti. — Ricordo il momento in cui Giordano tolta dall’altare qui mi condusse, ed accennatomi il letto mi disse: — «Sposa mia, io ti consegno questo letto, e con esso il mio onore, e la buona rinomanza della famiglia. Io, sovente impiegato in lontane ambascerie, o nella milizia, non potrò starti sempre al fianco per consigliarti e sovvenirti: assumi per tempo virile animo, e impara a guardarti da te stessa: sappi che niuna cosa è tanto necessaria a te, e accetta a Dio, e a me grata, e onorata ai figliuoli che hanno a nascere da noi, quanto la tua onestà; imperocchè l’onestà della donna è una corona di gloria sul capo al marito; l’onestà della madre fa la massima parte della dote alle figliuole, chè i costumati giovani domandano sempre, e con buona ragione, donde nasca la fanciulla che intendono togliere a moglie; la onestà [pg!111] in ogni femmina assai più pregiasi della bellezza; anzi, senza onestà e senza verecondia, o non è bellezza o presto trapassa. Lodasi il viso bello, ma gli occhi disonesti lo fanno lordo di biasimo e di vergogna, pallido di dolore e di tristizia di animo. Piace una bella persona, una speciosa femmina; ma un cenno disonesto, un disonesto atto d’incontinenza subito la rende vile e brutta. La disonestà dispiace a Dio, e di niuna cosa si trova essere Iddio tanto severo punitore nelle donne quanto della loro poca onestà; rendele infami, contennende, e male per tutta la vita soddisfatte. E pertanto, donna mia, se tu vuoi fuggire ogni apparenza di disonestà, dimóstrati a tutti onesta, non fare dispiacere a Dio, a te stessa, a me, ai comuni figliuoli, e ne avrai lode, e grazia da tutti.»[34] — Se qui davanti mi comparisse adesso Giordano, e mi domandasse: Come hai conservato i miei ricordi? Come i tuoi giuramenti mantenesti? — Non parlerebbe il mio rossore per me? Queste pareti, questi ornati; e soprattutto queste immagini di santi non griderebbero ad una voce: noi siamo polluti! noi siamo polluti! Potrei, o dovrei io, postergata ogni pudicizia, domandargli a mia posta: e voi come avete conservato i vostri? — La colpa altrui, se toglie il diritto di accusare, non iscusa per questo la tua colpa; e poi, quando la donna si abbandona in braccia diverse che quelle del suo marito non sono, sempre le viene in odio il marito, non cura i figli, la famiglia distrugge; la qual cosa [pg!112] nel marito rispetto alla moglie non sempre vediamo apparire. Aggiungi, che i figli adulteri stanno in casa monumento perpetuo di vergogna; non possono, o mal possono cacciarsi per legge, ma dal cuore si cacciano per odio, fanno nascere la voglia di spengerli, o si sopportano come nemici, perseguitati dagli altri, che come ladri della loro sostanza li considerano, percossi, avviliti, così che l’anima affannosa della madre non sa bene se deva desiderare che vivano in tanto miserabile vita, o se piuttosto si muoiano; e ciò nei trascorsi degli uomini fuori di casa difficilmente avviene, o non mai. Ecco la moglie infedele guasta l’anima di tutti: già sono sparsi i semi dell’odio; la colpa ha seminato il delitto, e la pena lo mieterà. Oh! fossi morta prima di perdere la mia innocenza! o piuttosto non fossi io nata! Isabella, sei sola; lascia l’alterezza del sangue, abbandona il contegno che t’impone alla vista delle genti la tua nascita reale; e siccome ai miseri convengono lo squallore e le lagrime, piangi ora, che puoi, la tua fama perduta, la tua innocenza, la tua salute, i tuoi figli, e la tua famiglia; piangi dirotta, chè forse questa facoltà, che ti senti di piangere, è il primo segno che la misericordia di Dio ti manda a farti palese che la sua collera si mitiga verso di te....”

E piangendo forte si lasciò andare boccone sul letto, movendo il più doloroso lamento che mai femmina facesse in questo mondo. Così lunga pezza si giacque, quando le parve udire, ed udì certo un [pg!113] rumore di passi nella parte antecedente della stanza. Si alzò ratta, e levata la tenda dell’arco, ella vide comparirle davanti, non senza maraviglia e paura, Lelio Torelli. Quantunque un funesto presentimento tutta la sconvolgesse, pure, resa animosa dalla urgenza del pericolo, ella si trasse innanzi, e domandò:

— “A che venite voi? Che cosa cercate?”

— “Io vengo a domandarvi il mio cuore, che avete spezzato, la mia vita, che avete spenta, la mia anima, che voi avete perduta....”

— “Ah! Lelio, abbiate pietà di me, non vogliate crescere la mia sventura, già tanto per sè stessa insopportabile....”

— “L’avete voi sentita per me? Voi mi avete rotto come un fiore, che spensierata troncate dal gambo giù nella spalliera del giardino, e odorato appena gettate lontano da voi. Ma l’anima di un cristiano si getta via come una rosa vizza? si calpesta egli un cuore, che non ha sangue se non per voi, a modo di una pietra? No, no, la vostra ferocia ha suscitato la mia; ed io vengo....”

— “E a che vieni, forsennato?”

— “Io vengo a chiedervi amore, e a mantenermi la promessa antica: io vengo a pretendere la mercede dei patimenti sofferti....”

— “Tu vaneggi, figliuolo mio! Di quale promessa mai parli? Chi ti ha persuaso a soffrire?....”

— “E i baci, e i sorrisi, e le dolci parole, e lo stringere delle mani, e gli sguardi pietosi.... li avete [pg!114] voi dimenticati? Non io ho potuto obliarli; eglino accesero nel mio seno questa fiamma che mi divora. Che è la parola? Quale vi fa mestiero di favella? Il labbro è la più inerte di tutte le parti del corpo a manifestare l’amore; egli dice una cosa sola, ma gli occhi, ma il volto, svelano mille affetti in un punto: e voi con tutte queste lusinghe mi avete promesso. Come! voi, donna di così alto senno, avete potuto credere che la mia povera anima valesse a resistere a tanto? Abbiate voi pietà di me! A voi sta sentire compassione di una miseria, che pure è colpa vostra. Isabella, per Dio, un po’ di amore, una goccia di amore a questo disperato....”

— “Lo pensi tu, Lelio! O non vedi ch’io ti posso essere madre...?”

— “Che importa a me cotesto? La vostra faccia è bella. Quando mai l’uomo amò col calendario alla mano? Che monta il tempo? Tutta la vita è un baleno. Chi sa se il cielo domani coprirà la terra! Almanco questo baleno, questo soffio fugace sia consolato di un poco di amore.... Non me lo sono io forse meritato?”

— “Lelio, ma non sai, ma non vedi che io sono donna altrui?...”

— “Vi trattenne questo forse di darvi altrui? Perchè farete impedimento a me di quello che per altro non vi trattenne? Sarete avara meco di uno affetto, del quale faceste così larga copia ad uomo che ne fu sempre indegno...?”

— “Odimi, Lelio.... Io, vedi, non mi sdegnerò [pg!115] teco; ma se tanto non basta, pensa alla mia eterna salute....”

— “E se io mi darò la morte con queste mani; se io per voi andrò dannato; pensate voi che possa salvarsi l’anima vostra che fu cagione si perdesse la mia?”

— “Errai; e della mia colpa ne porto le pene, e non sono le meno amare quelle che adesso mi dai. Tu mi vedi avvilita davanti a te. Dov’è l’orgoglio del sangue? Ecco, io sono una peccatrice contrita ai piè del suo servo. Lasciami la virtù del pentimento. L’anima nostra può tornare mercè la penitenza così candida come la rese il battesimo....”

— “Vi pentirete poi; — ma adesso amatemi.”

— “Io non posso amarvi....”

— “Ebbene, lasciatemi amare....”

— “Quali parole invereconde? Quali improntitudini sono queste? Partite, o io chiamerò la mia gente....”

— “Guarda bene da pure tentarlo, Isabella! Io sono deliberato di uccidermi, e di uccidere....”

— “Madre di Dio! Lelio, abbi pietà di tua madre: torna alla madre tua, che ti aspetta....”

— “Mia madre! Sì, tu, donna crudele, senti pietà della madre mia! — le hai tolto un figlio, e le rendi un cadavere. Io non so più di madre, nè di padre, nè di me stesso; tu sola sei la mia vita, tu il sangue mio. Isabella, mercè di Lelio; io sto nelle tue mani. Vuoi tu ch’io sia uno eroe? lo sarò; uno [pg!116] assassino? lo sarò. Desideri ch’io mi precipiti giù dal verone ove mi sono arrampicato a gran pena per venire da te? ti giuro che lo farò; ma inebriami una volta del tuo amore; dimmi che mi ami; un sorso.... un sorso solo a queste aride labbra....”

— “O vendetta di Dio, come grave mi percuoti! Mi si spezza il cuore di affanno....”

— “Senti se io merito da te un benigno risguardo. Quando ti vidi presa per Troilo, io ti amava, e tacqui. Non basta: per non ti contristare, io non ti dissi in quanto basso luogo tu ponevi il tuo affetto, nè come lo indegno in altri volgari amori si mescolasse; io per tuo amore ricopersi agli occhi delle genti le sue iattanze; io non meno mi affaticai a velare le tue stesse incautezze: a me si deve se la fama dei vostri amori non giunse agli orecchi del duca; io vi circondai di mistero; giorno e notte vegliai intorno a voi. Quando Troilo in punta di piedi pel buio della notte veniva alla tua stanza, io gli tenevo dietro con taciti passi.... poteva ucciderlo a mano salva, e Dio sa se spesso me ne prese la tentazione; eppure nol feci, pensando allo affanno che ne avresti sentito. Però lo accompagnai, lo guardai; atterrii i famigli con la novella di uno spettro notturno, perchè non ardissero vagare per le stanze prima di giorno; e mi posi a vigilare fuori della porta, insonnia non curando nè freddo, per salvarvi dalla sorpresa, alla quale voi nella imprevidenza vostra tanto poco pensavate.... Immagina tu qual cuore fosse il [pg!117] mio quando sentiva dopo lunga ora i teneri commiati, i dolci baci, e la promessa di rivedervi la notte appresso! E tutto questo feci, e tutto questo penai, per amore tuo, e sempre avrei sofferto in silenzio, se tu lo amassi ancora: ma adesso tu lo conosci; sai esserti nemico, di lui hai da temere più che di qualunque altro, e temi; e quindi te adesso supplico ad amarmi, ad accettarmi, qual più mi vuoi, difensore, servo.... e tutto insomma, tutto... purchè tuo....”

— “Lelio, figliuol mio, cálmati: io, sebbene con mio sommo rossore, comprendo la immensità del tuo affetto; freddo cenere ed ossa, io serberò memoria di te; tu amasti più che ad uomo è concesso di amare: ma ascolta la preghiera di una caduta in fondo ad un abisso di miseria: ascoltala come se movesse da tua madre; abbi pietà di me; esaudisci la supplica che ti manda dalle profonde viscere una moribonda, chè ormai sento non potere più vivere, ed anche potendo non vorrei. Un giorno ti compiacerai di avermi usata misericordia; al capezzale del letto, dove lo sguardo della mente rivede la trascorsa vita, e l’anima anela nel dubbio, se da cotesta indagine le verrà speranza di salvazione, l’opera santa che mi farai adesso ti precederà come la nuvola del popolo ebreo a sgombrarti la via del paradiso. Il tempo ti sanerà questa piaga: forse Dio tenta ora la tua virtù per vedere se ne uscirai vittorioso, e già ti apparecchia guiderdone condegno dei meriti; gli [pg!118] angioli stessi in questo momento ti guardano. Non essere da meno di quello che di te si ripromette il paradiso. A te buona e casta consorte, a te onorati figli in questa vita; e a te fama duratura, e gloria immortale dopo la morte....”

— “Sirena! incantatrice! maliarda! Chi è che ti negherebbe il vanto d’immaginare cose vane, e di cantarle allo improvviso? Va, il tuo cuore è più bronzo di questa lampada. Ora, che temi di essere venuta in forza altrui, favelli lusinghiera e fallace; dianzi, al cospetto d’Inigo, minacciavi e schernivi; nè so bene se adesso tu sii più abietta, di quello che dianzi tu fossi insolente. Dianzi mi dileggiavi come un fanciullo; come presuntuoso mi riprendevi, quasi tu avessi derivata la tua origine da altri che da Adamo; nulla che mi appartenesse consentivi a tenerti dintorno; volevi cancellarmi dalla tua memoria, e, se onestamente il potevi, anche dalla vita; per istrazio maggiore, la collana del tuo marito mi gettavi intorno al collo, come la corda del condannato; e un pugno di monete per sanare le ferite grondanti sangue del cuore desolato. — Eh! taccia una volta l’amore, che accolsi per così vile, così bassa, così feroce creatura. Lo esempio dell’altrui crudeltà mi faccia crudele. A che mi tengo io più? Perchè non corro a manifestare la tua infamia a Paolo Giordano? Perchè non godo almeno vederti precipitare nel sepolcro con morte disonorata, e di sangue?”

— “Va, accusami....” [pg!119]

— “No, non andrò ad accusarti; io ti segherò le vene....”

— “Uccidimi....”

— “Accusarti! ucciderti! E che mi giova cotesto? Ah! no, Isabella, il tuo amore, dammi il tuo amore....”

— “Indietro...!”

— “È impossibile! è impossibile! Bisogna che tu sia mia.... un momento.... poi venga la morte.... e lo inferno....”

E tale dicendo, si avventa ad Isabella per ghermirla: ella indietreggia, egli incalza. Isabella, palpitante, non vedeva aperta nessuna via allo scampo: voleva di nuovo raccomandarsi a Dio, ma dubitava che come indegna non la volesse esaudire; si teneva spacciata. — Allo improvviso di sopra la spalla della duchessa comparisce una lama lunga e forbita; si spinge innanzi ratta come il fulmine, e con immane ferita apre il seno di Lelio, e lo trapassa fuor via da un lato all’altro. Il ferito dà indietro un passo, agitando le mani levate come uomo che stia presso a naufragare, ma non può profferire parola intera; solo alcuni suoni indistinti, ed anche pochi; il sangue traboccando ribollente e fumante con uno spruzzo cuopre la lampada, e spenge il lume: nel buio fu sentita la tavola andare rovesciata sottosopra a cagione dell’urto col quale il Torelli l’aveva investita, e il trabalzare, e il cadere, e il rotolare dell’infelice trafitto. [pg!120]

Isabella proruppe in un grido così pieno di angoscia disperata, da disgradarne quello che avrebbe gittato Lelio, se il cuore fesso orribilmente in due parti non gli avesse troncata a un punto la favella e la vita; e quindi ella pure stramazzò sul pavimento, per modo che parve essere lo spirito anco da lei dipartito.

Isabella stette lungamente immemore di sè; poi quando, comunque tuttavia in mezzo al letargo, l’anima fu tornata agli ufficii consueti della vita, la percosse una voce, ed era voce di femmina, e di femmina piangente, che diceva: — Rendimi il mio figliuolo; — e poichè ella non poteva rispondere, chè la lingua le stava fitta nel palato, dopo alcuna dimora sentiva aggiungere: — Sii maledetta! Il sangue di colei che fece versare sangue, sarà versato! — Poi le appariva Lelio davanti, senza sguardo, per occhiaia spaventevole, sconcio tutto nella faccia di enchimosi, co’ capelli sozzi di sangue e di polvere; e si poneva lì dritto davanti a lei, ma non faceva parola: ben si vedeva come si affaticasse a muovere le labbra per cavarne una voce articolata, ma riuscendogli con grande stento a trarne appena un singulto, raccoglieva nel cavo della destra il sangue atro, grondante giù dalla ferita, e glielo gittava nel volto, in atto di maledizione! Qui Isabella svegliatasi, balza a sedere, e non osa schiudere gli occhi; pure alla fine, mossa da coraggio o da paura, si sforza di aprirli, e li apre. Ch’è questo? Ella si trova adagiata nel [pg!121] proprio letto: la tavola era in mezzo della stanza, e la lampada di bronzo ardeva, comecchè di pallida luce. Precipita dal letto; prende la lampada, vi fissa sopra ansiosamente lo sguardo, e non vede traccia di sangue in veruno dei tanti incavi co’ quali era lavorata, nè tampoco traccia che fosse stata ripulita e rasciutta, e neppure le sembra che vi abbiano rinnuovato l’olio. Con la lampada in mano, sebbene esitante, si accosta allo specchio per vedere se avesse il volto macchiato di sangue, e lo contempla come per l’ordinario polito: guarda la tavola, guarda il pavimento, e riscontra tutto terso più che mai fosse, e asciutto bene. Non sa che cosa pensare: ondeggia in tempesta grandissima di pensieri, e tra sè dice: — Per certo io ho sognato; — e siccome noi siamo inchinevoli sempre a credere massimamente quello che a noi piace e giova, così Isabella a forza di dire a sè stessa: — E’ fu un sogno; un mal sogno in verità! a questa ora chi sa quante miglia si trova lontano da noi il povero Lelio! — aveva quasi persuaso la sua mente a dubitare dell’atrocissimo caso.