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LA
BATTAGLIA DI BENEVENTO
Storia del secolo XIII
SCRITTA
DA F.-D. GUERRAZZI.
Edizione nuovamente rivista e corretta dall'Autore
……. Io son Manfredi
Nepote di Gostanza imperatrice
DANTE
FIRENZE
FELICE LE MONNIER
1852
L'Editore intende valersi dei diritti accordati dalle Leggi sulla Proprietà letteraria.
Non avrei tanto tardato a dar luogo nella Biblioteca nazionale a questa opera di F.-D. Guerrazzi, s'egli avesse avuto prima d'oggi facoltà di cedermene il diritto. L'indugio però fu largamente compensato dalle cure poste ora dall'Autore intorno a questa Opera della sua giovinezza, che nell'angustie del carcere (com'egli stesso dicevami) rilesse con inesprimibile amore, volgendo omai il trentanovesimo mese della sua prigionia.
F. LE MONNIER.
Giugno 1852.
AL BENEVOLO LETTORE.
Quando Omobuono Martini milanese riprodusse co' suoi tipi la Battaglia di Benevento, a me piacque preporle un Discorso intorno alle ragioni della Letteratura moderna in Italia, e il Libro e il Discorso dedicai alla egregia donna Signora Angelica Bartolomei nata Palli. Comparendo adesso questa opera nuovamente alla luce per le stampe di Felice Le Monnier senza Discorso e senza Dedica, parmi cosa dicevole manifestarne la causa, onde uom non creda, che per sopraggiunto pentimento io gli abbia voluti omettere. Per certo, come la fama della illustre donna per la mia Dedica non aumentò, così nemmeno, per sopprimerla ch'io mi facessi, punto diminuirebbe: tuttavolta, tôrre quello che una volta si diè, e sia pure povera cosa, non sembra onesto; ed a me poi recherebbe gravezza grandissima, ove altri pensasse alterata verso Lei la mente, che un dì mi persuase a renderle, giusta le forze mie, quel tributo di onore. Anzi, poichè per questa guisa mi viene schiusa la via di favellare delle Dediche preposte alle altre opere mie, mi par bene valermi del destro per tenere proposito di tutte con brevissime parole.
A Niccolò Puccini io dedicava la Veronica Cybo in pegno di antica amicizia, ed ebbi sempre in pensiero intitolare al suo nome opera di maggiore momento, ch'Egli lo meritava pur troppo; ma mi mancò il tempo, e forse me ne sarebbe mancato anche lo ingegno. Di questo mio difetto mi consola ampiamente conoscere come Egli abbia saputo, troppo meglio che non saprebbero fare opere d'inchiostro, raccomandare la propria fama ai posteri, dando, se non unico, radissimo esempio del modo col quale hassi ad amare il Popolo di vero amore: avvegnadiochè di due cose abbisogni principalmente il Popolo, di esempii buoni, e d'insegnamento, che di parole ormai che cosa farsi non sa, tante ne furono sprecate, quasi tutte invano; talune poi, peggio che invano. Di questa verità udii sovente porgere testimonianza allo stesso Puccini, il quale con quel suo vispo linguaggio soleva dire, che i fatti erano maschi, e le parole femmine. Intitolando a lui il mio Libro, io volli pertanto rendere omaggio al savio cultore della carità verso il prossimo, ed allo amatore della Patria zelantissimo; onde fra le amarezze, di cui non è penuria nel turpe carcere, acerba mi percosse quella di non potere, come avrei voluto, dettare del morto amico sincerissima qual Ei non temeva, e quale a me non sarebbe riuscito concepire diversa, la Orazione funeraria. Ma poichè farlo liberamente mi era conteso, mi parve degno tacere; e così, ne vado persuaso, sembrerà anche allo spirito di Lui, se pure lo toccano le miserie alle quali noi siamo, infelicissimi, rimasti.
E tanto più duolmene, in quanto che a veruno poteva per avventura riuscire quanto a me di palesare al mondo il cuore ch'Egli ebbe, e certo poi a nessuno più che a me ne correva obbligo religiosissimo. Talora vagando insieme con Lui pei silenzi della notte nelle sue sale solitarie, a parte a parte mi apriva gli affanni che contristarono la sua infanzia, e le angoscie pungenti che gli derivarono dalla infermità miserabile di cui pure la Natura non lo aveva percosso…. e spettacolo veramente portentoso era e lacrimevole a un punto contemplare come tanta copia di amaritudine non fosse bastata a corrompere le acque dolcissime della sua esistenza, nè il rigido alito della tristezza a spegnere la sua fede;—le lotte, le cadute, il rilevarsi più gagliardo, e il proponimento osservato fino al termine della vita di adottare per figliuolo il Popolo intero, dacchè le gioie di marito e di padre Ei si vietava; contemplare insomma quello affannarsi indefesso a mescere intera la sua grande anima nell'anima del Popolo, onde ei se ne avvantaggiasse. E se ne avvantaggerà, però che il Popolo abbia viscere di gratitudine, e se mai avvenga che traviato o corrotto da consigli pessimi prorompa in offese a danno dei suoi benefattori, presto si pente, e piange, e adora mutate in oggetto di culto le vittime del suo furore:—altri non si pente mai, nè piange.
La morte, che immatura colpì quel caro capo, se non prodotta, fu per lo meno assai accelerata dalla sventura sopraggiuntagli per cagione mia, e fu questa. Apprendendo quel gentile con inestimabile fastidio, come gli Accusatori miei si fossero prevalsi a danno mio di certe sue lettere a me dirette nella festosa giocondità del suo spirito, non mise tempo fra mezzo a scendere giù dal Castello della Cavinana dov'erasi ridotto a circondarsi di ombre e di memorie, per cercare fra le sue carte le lettere che io con gravità di consiglio gli era venuto rispondendo, e quante gliene capitarono a mano tante me ne mandò: compito l'ufficio, nel tornarsene alla stanza del Castello infelice, i cavalli aombrando su di una erta diruparono con la carrozza a precipizio dentro un burrone: comecchè Ei restasse semivivo sul colpo, pure si rilevò, porgendogli anche cotesto infortunio argomento per manifestare lo amore suo verso il Popolo, il quale con ogni maniera di pietoso aiuto lo sovvenne; ma da quel giorno in poi Egli non ebbe più bene, e conobbe soprastargli il fato supremo, nè punto gliene dolse, anzi desiderò essere morto quattro anni avanti…. E adesso siamo pochi, chi per un verso, chi per un altro, che come Lui non desideriamo; e dei superstiti, beati quelli cui verrà concesso morire senza rimorso, e senza vergogna….
L'antivigilia della sua morte, rinvenuto da lungo svenimento, quel gentile spirito ricordò di me, e commise al Medico, che in nome di Lui mi scrivesse, e mi offerisse quelle consolazioni le quali tornano grate sempre, da chiunque si muovano; se poi da amico, gratissime. Ricevuta appena la lettera, non mi trattenni un momento per rispondere come la stupenda cortesia dell'atto persuadeva… e non pertanto, ahimè! egli era tardi, imperciocchè io scrivessi ad un cadavere….
A Giovambatista Niccolini io dedicai il volume degli Scritti varii, e nel dedicarglielo lo salutai la migliore coscienza d'Italia; e tale fu, e tale si rimase, e si manterrà certamente, avvegnadio se da un lato quotidiani esempii c'insegnino come uom non possa celebrarsi incontaminato prima dei suoi funerali, dall'altro piaccia e giovi credere quanto sentenziò Sofocle nel Filottete,—che i cuori grandi non può fare a meno, che non sieno anche buoni;—e di vero, se lo inclito concittadino nostro sia più grande o più buono tu pendi incerto, comecchè grandissimo e buonissimo il mondo lo veneri meritamente. Cotesto suo intelletto pacato, senza ira come senza sdegno, dalla sapienza dei tempi ricavò la dottrina che tenace professa, onde non è da dirsi quanto rimanesse sbigottito sì, non iscosso, dal fragore di eventi che parvero prima, e poi sperimentammo mostruosi: molti ancora dei suoi amici vecchi a Lui oggimai declinante nella bene adoperata vita andavano susurrando dentro le orecchie: «Tu hai sbagliato….» Allora l'austero vecchio tacque crollando il capo, e tenne per fermo, e tenne bene, che co' morti di Santa Croce non si sbaglia, e lasciò dire i vivi.
Amareggiato nella mente quando i casi parevano dargli torto, Egli si sentì ferito nel cuore allorchè tornarono a dargli ragione; però non pose giù sul pavimento l'animo invitto, e, richiamate le ispirazioni antiche, diè opera a tale impresa (se la fama porge il vero) che gli uomini vedranno maravigliando, conciossiachè vivano, ma rari, intelletti nel mondo, che non conoscono tramonto; e Niccolini è tra questi.
Non senza supremo consiglio la Provvidenza ordinò, che in questi luoghi vivesse Vittorio Alfieri, ed ora viva Giovambatista Niccolini, ponendo in certa guisa più gagliardi i puntelli là dove è minacciata la mina maggiore; e se costoro non erano, chi sa fin dove il Popolo nostro si sarebbe sprofondato nell'abiezione, che il tempo vile appella civiltà!
Dura pertanto questa Dedica, e la ragione della Dedica; e con essa dura il rammarico di avere presentato così povera offerta al genio tutelare della dignità toscana.
Ad Angelica Bartolomei nata Palli intitolai la Battaglia di Benevento. Nacque Ella in Livorno di greca stirpe, e giovanissima ancora, tanto le vennero a grado le greche e le italiane lettere, che potè leggere l'originale greco di Omero in quella età in cui, troppo più che non vorremmo, fanciulle italiane appena appena sanno compitare un libro nel paterno idioma. Di forti sensi dotata, la giovanetta fu udita improvvisare tragedie, di cui talune vanno attorno stampate, onde per giudicio universale Lei reputarono piuttosto maravigliosa, che rara. Posato alquanto quel ribollimento dello spirito, Ella ebbe in pregio più riposati studii, ed in questi perseverò con tale costanza, che io stesso ve la vidi versare quotidianamente per parecchie ore, sia in città, sia in campagna, nè mai le uscì dal labbro detto, o dalla penna scritto, che non promovesse il culto di quanto veneriamo quaggiù per decoro, per gentile, per buono, e per bello.
Delle opere di Lei piacemi rammentarne sol due: l'Alessio, ch'ella dettò per sovvenire alla Grecia pericolante nelle fiere fortune della guerra turchesca, e il Libro non ha guari stampato a Torino per sovvenire alle fortune pencolate della Italia, non senza speranza però di possibile riscossa; conciossiachè come Patria Ella amasse Italia e Grecia; questa, perchè vi nacquero i suoi; quella, perchè a Lei diede vita: e certo Ella non poteva sortire dai cieli Patrie che più fossero degne di amore, nè più sventurate.
Consiglio non solamente buono, ma caritatevole altresì io per me non dubito dichiarare quello, che indusse la onoranda Signora a comporre l'ultimo Libro intorno ai costumi delle donne; avvegnadio far pressa che leggi mutinsi e stato, è nulla, se prima il costume non mutisi; e grande cosa paia questa, che mentre tutti si affannano a tutto mutare per di fuori, nessuno attenda a mutar niente in sè stesso; e pure bisogna o cominciare di qui, o rassegnarci a restar come stiamo.
Però, quantunque appaiano degnissimi di lode i meriti letterarii della illustre donna, io mi trovai disposto a farle onore non tanto per questi, quanto assai più per le doti morali, che la rendono spettabile: di vero in Lei conobbi strette con fraterno abbracciamento la pietà profonda pei parenti, la indole buona con tutti, voglie pronte a soccorrere i travagliati dalla fortuna, e sensi virili, e amor di Patria antico.
Non è mio istituto raccontare partitamente le virtù di Lei, molto più che la sua modestia potrebbe richiamarsene; nondimeno parlerò di alcune, perchè più che di lode a Lei tornano di esempio o rimproccio alla viltà che ci affoga. Quando prima arrise speranza di fati men tristi alle fortune afflitte della Patria, Ella non distolse già il marito dal proposito di accorrere su le pianure lombarde a combattere quella guerra, che allora senza eccezione da tutti celebravasi santa, e più da quelli, che, valicato ormai il confine ultimo della umana turpitudine, più la vilipendono adesso. Infamia di secolo, che vince in abbiettezza il paragone di ogni più vile metallo!—Certo a Giovampaolo Bartolomei non faceva punto mestieri incitamenti: tuttavolta glieli diè la consorte, diversa in questo dall'antica Andromaca e più animosa di lei; nè si ristette qui, che tolto seco l'unico e dilettissimo figlio, lasciando le morbidezze di vivere opulento, si condusse a perigliare su le orme del marito, affinchè il figliuol suo si educasse di vista nei paterni esempii ad operare fortemente per la Patria. E quando per disposizione dei cieli, o come credo piuttosto per punta virtù nostra, le italiane sorti di liete mutaronsi in lacrimevoli, la egregia donna non disperò, bensì cheta cheta, senza iattanza, condusse il figlio in Piemonte, e quivi lo arruolò semplice soldato nello esercito che unico drappella adesso la insegna italiana. Stanziata a Torino, Ella si mostra cortese di consiglio e di aiuto a quanti giovani toscani, e non sono pochi, si avviarono colà pel medesimo scopo; onde a molti di loro lontani dalle paterne case non sembra avere lontana la madre, che lo affetto in Lei per espandersi che faccia non menoma di calore e di luce. Quindi invece di scemare crebbero le ragioni di usarle ogni debito ossequio, e se qui non occorrono riprodotti il Discorso e la Dedica al suo nome, ciò vuolsi attribuire al trovarsi già stampati nel volume degli Scritti varii, ch'è parte della collezione della Biblioteca nazionale del Le Monnier; per la quale cosa parve superfluo ristamparli, molto più, che la esperienza dimostra, come coloro che acquistarono qualche volume separato di questa Biblioteca, di rado avviene che non si studino completarne la collezione, invaghiti dalla eleganza dei tipi, dalla correzione diligente, e dal pregio non grave.
Èmmi confessarlo amaro, tuttavia non negherò essere rimasta per alcun tempo offuscata l'amicizia che mi stringeva con la onorevole famiglia Bartolomei; la mutua stima non già, e di questo io mi ebbi nobilissime prove, fra le quali ricorderò perpetuamente con animo commosso quella di tutelare con paterna cura il sangue mio in tempi calamitosi, e nell'ospizio cortese con tanto solenne diligenza custodirlo, che, se fosse stato proprio, eguale avrebbe potuto essere, difficilmente maggiore. Narra Plutarco nella vita di Demostene, come trovandosi questo oratore costretto ad esulare di Patria, arrivato che fu non molte miglia discosto dalla città, sentisse alcuni cittadini dei suoi avversarii, che lo inseguivano, dai quali egli s'ingegnava a tutta possa cansarsi; ma essi il chiamarono, e profferendogli i sussidii che seco loro portavano, lo confortarono a starsi di buono animo, e a sopportare pazientemente la presente disavventura. Per la qual cosa Demostene si mise a piangere: «E come potrò» egli disse «allontanarmi pazientemente da una città dove i miei nemici sono tali, quali in un'altra si troverebbero appena gli amici?» Onde io, che sento la fortuna apparecchiarsi a darmi colpo uguale, nel presagio mi attristo, e vado meco stesso ripetendo le parole di Demostene. Una gente crudele ha preso a versare vituperio su la mia terra, e a torto. Dio la perdoni! Per ora a me non si addice pronunziare che una sola sentenza, ed è questa, che se vivo non potrò, morto almeno mi fie grato trovarvi la pace che desidero. Ordinariamente cessano gli odii sopra la sacra soglia della morte, e spesso convertonsi in fervidi amori ed in cocenti rimpianti: che anche di me abbia a succedere questo io spero, ed in tale speranza mi acquieto.
Lo Assedio di Firenze dedicai a persona anonima, e così rimanga: questo è un segreto fra un sepolcro e me, nè a me giova levare il sigillo della morte.
La Isabella Orsini dedicai a Gino Capponi.
La Battaglia di Benevento incontrò fortuna oltre il merito: di questa può dirsi, che fu quasi il Beniamino della critica, e fino ad oggi essa ebbe l'onore di ben quattordici edizioni: però in siffatta specie di trionfo letterario, nei tempi novissimi si levarono parole acerbe, come anche in Roma accadeva in ogni trionfo. Non avendo mai speso inchiostro a difendere il pregio degli scritti miei, non mi prende vaghezza d'incominciare a farlo adesso: dello ingegno giudichi ognuno come gli piace, dell'onor mio come deve. Tuttavolta se m'interdico dir bene dei miei scritti, prego licenza per dirne alcun poco di male. Rileggendo adesso la Battaglia di Benevento, parmi libro ardentissimo e non di bella fiamma: vi traspira dentro certo sgomento per nulla naturale alla età in cui lo dettai, che fu il mio ventunesimo anno, e un alito di dubbio, che appena si perdona agli uomini i quali sviati dalle decezioni si sentono sazii di vita: fra tutti i tristi peccati, pessimo. Di ciò ne incolpo tre cose principalmente: i molti guai, che me fino dai primi anni inasprirono, e la pazienza corta a sopportarli; la condizione dei tempi, che parve agli inesperti irrimediabile; e il culto che professavo e professo ancora a Giorgio Byron. Ma se questo basta alla scusa, non giova alla lode, conciossiachè l'uomo deva tenere in sè la sua tristezza, e non ispanderla a sgomentare l'anima altrui; abbia virtù di adoperare egli vivo la carità della quale io rinvenni cortese un morto. Nel Cimiterio inglese dentro le mura di Livorno, occorre una lapide dove si legge incisa la iscrizione che parla così. «Morii di tristezza¹ sul fiore degli anni: passeggiero, leggi il mio nome, e affrettati ad allontanarti, per sospetto che il vento ti soffii addosso parte della mia polvere, e ti attacchi il male crudele che mi condusse a morte.»
¹ Umor nero.
Rispetto alle condizioni dei tempi, la esperienza dimostra unicamente vero il consiglio che dava Focione al suo giovane amico: «Non è lecito, o Nicocle, disperare giammai della salute della Patria.» Ma la esperienza, anche per coloro a cui frutta, è pianta tarda. Rispetto al Byron poi, giova rammentare che nè sconforti, nè dubbii, lo trattennero di dare vita e sostanze per la causa di Cristo e della Libertà.
Certo, lo scopo della Battaglia di Benevento fu quello, che altrove annunciai, compreso nel detto dello Alfieri:
«…… oh! ben provvide il cielo,
Che uom per delitti mai lieto non sia.»
Tuttavolta di leggieri confesso, che il modo col quale apparisce dettato il Libro, toglie non poco alla efficacia del fine proposto.
Questa edizione comparisce notabilmente emendata, e nello stile corretta, non però mutata: avvegnachè per volgere degli anni o in meglio o in peggio lo stile muti, e i rattoppi stridano con la stoffa, come i ritocchi a secco sopra gli affreschi: nonostante questo, per varianti, emende e correzioni, la edizione Le Monnier è l'unica che io ritenga normale della Battaglia di Benevento.
Vivi felice.
Dal Carcere delle Murate, questo dì 4 giugno 1852.
F.-D. GUERRAZZI.
LA BATTAGLIA DI BENEVENTO.
CAPITOLO PRIMO.
FURORE.
Gli occhi infiammati, e pregni
Di lagrimevol riso;
Roca sonar la voce, e le parole
Con subiti sospiri;
Stare inquïeto, andare
Frettoloso, e voltarsi
Spesso, quasi altri il chiami.
Son certissimo segno
Di un antico furore.
CANACE, tragedia antica
È mai vissuta creatura umana, che sollevando le pupille al cielo d'Italia abbia negato esser questo il più puro sereno che mai rallegrasse il sorriso di Dio?—È mai vissuta creatura umana, che sollevando le pupille al cielo d'Italia allorchè il figlio primogenito della Natura lo veste della pompa dei suoi raggi non abbia sentito suscitarsi la mente pei grandi che non sono più, di cui il nome è rimasto nell'anima come armonia di arpa che cessò di esser tocca?—Quali braccia non si prostesero a quell'astro di vita, mentre abbandonando alla notte il dominio del cielo, dai confini dell'oceano lo saluta con gli ultimi raggi, e non implorarono che rimanesse nella sua celeste dimora?—Ma s'egli partì con la sera tornò col mattino, e vide i secoli dileguarsi nella eternità, le generazioni incalzarsi nella tomba, e la vicenda infinita delle virtù e dei delitti. Breve fu la sua luce sopra l'onore d'Italia; lunga sul dolore, e su l'onta. Ahimè! io non avrei creduto giammai che i popoli potessero morire della morte degl'individui.—E su quale occhio non ispunta la lacrima, allorchè la mesta luco della luna e delle stelle sogguarda dall'alto i campi silenziosi della terra? Voce di celeste armonia suona dal rotearsi delle stelle pel cielo, voce di sempiterno canto: e quantunque per troppa distanza non percuota l'orecchio del figlio della terra, pure gl'ispira un senso secreto, una invincibile pietà, che destandogli nell'anima le rimembranze tristamente soavi lo sforza al pianto.¹ Bello sei, o cielo d'Italia, sia che la notte od il giorno ti allegri, e veramente opera divina. Quando la Italia sedeva regina del mondo, tu l'eri convenevole padiglione; ma ora….. i valorosi sono morti, i monumenti dispersi, la fama stessa dileguata….. e perchè, o cielo, a tua posta non muti?—Il manto funerale della bellezza non è oscuro; la gente lo sceglie di lieto colore, l'orna co' fiori della gioia, e tenta ingannarsi sopra una vita che non è più: onde i sospiri, e gli addii, che le si fanno al suo discendere nella fossa, non sono come a persona morta, ma come a tale che deve lungo tempo starsi lontana da noi. L'eterna sapienza che governa il creato concesse questo bel cielo alla Italia, onde le fosse splendido testimonio nei suoi giorni di gloria, e conforto in quelli più lunghi della sventura. Egli solo è rimasto, perchè l'ira degli uomini non ce lo ha potuto rapire….
¹ Questa è opinione di Pitagora
E la terra!—Ogni zolla contiene la cenere del cuore di un eroe. I nostri passi sono su la polvere dei grandi… i passi di noi più meritevoli di andare sepolti sotto la polvere! Solo lo straniero conosce le nostre storie, e pieno di reverenza teme ad ogni orma che muove si sollevi dalla terra una voce che gridi: codardo, perchè calpesti un valoroso? Va pur franco, straniero, chè ogni avanzo di vita sia bene spento sul limitare della morte, nè questi tramonti conoscano crepuscolo; nè dai sepolcri esca grido di trapassato, dove non ve lo ponga il valore, o la pietà dei viventi. Agli avviliti le tombe offrono la stanza del cadavere sformato, piuttosto che l'altare dei magnanimi sensi; la mente trascorre al lezzo, piuttostochè alla gloria: e noi siamo da gran tempo tali, che non osiamo popolare gli avelli co' sublimi fantasmi della grandezza. A che mai sorgerebbero le forme venerate dei padri? Forse a vedere di qual condanna vada fulminata la loro schiatta infelice? Forse a conoscere che non vive cuore italiano che palpiti per le glorie italiane? Risparmiatevi, o padri, questo amaro cordoglio: risparmiateci, o padri, la rampogna delle vostre sembianze: la morte stia convenevole spazio tra noi.—Possano questi secoli non essere rammentati nella Storia! Possano i posteri lasciarci il retaggio che solo aneliamo…. l'oblio!
Per cui sono quei frutti? La terra non cura saperlo: ella li presenta liberale a chiunque stende la mano per raccoglierli. Una spada di fuoco fu posta a guardia dell'Eden, e i padri peccatori ed i figli innocenti ne perderono la speranza della vista…. Se in voi non rugge ardimento di battaglia…. maledetto colui che manderà il gemito della viltà…. abbiatevi almeno quello che può avere di grande il vituperio…. soffrite muti.
Io racconto una storia di delitti, delitti atroci e crudeli, quali uomini scellerati, che hanno in odio il Creatore e la creatura, possono commettere: quali appena si stimerebbe che vi fosse orecchio da intenderli, non che anima da divisarli, e braccio da eseguirli. Nè alcuno mi accusi ch'io mi proponga atterrire anzichè ammaestrare la gente. Lieve cosa è il detto, ma la parola della sapienza non vola sovente dal labbro degli uomini. Mediti prima chi tale avvisa accusarmi su le vicende dei secoli; mediti sopra il cuore degli uomini, e veda la storia dei generosi esser fatta pei generosi. Di niun sorriso va lieto l'aspetto della virtù; suo solo compenso la gloria:—altissimo e primo veramente tra i conforti concessi alla decaduta schiatta di Adamo! ma altissimo e primo pei cuori gentili che sanno amarla, vivere per essa, e per essa morire. Laddove il vizio abbia inaridito le menti, e le anime languiscano appassite dalla costumanza del male, che sono essi mai i fantasmi della gloria? Nomi di scherno, soggetti di riso. Più veemente forza si vuole che non è la voce della virtù. Lo aspetto delle rovine del misfatto può commuovere quegli spiriti, o nessuna altra cosa lo può. La sola voce tremenda dell'Arcangelo spezza le lapide, e suscita i trapassati dal letargo della morte….
È l'ultimo grado del crepuscolo; un raggio mestissimo si diffonde lungo i lidi fiorenti di Napoli. Le vette dei monti Tifata, Vesuvio, e degli Appennini che lo ricingono da un lato, ardono di luce vermiglia, che a mano a mano degradando nelle montagne più lontane si smarrisce nel buio della notte sorvegnente, come il tempo si confonde nella eternità. Soave spira il venticello della sera, che ora sommuove a fior di ala la marina, ora lambisce l'alito odoroso del melarancio, dell'aloè, e di ogni più doviziosa pianta dell'orientale vegetazione, che allegra le coste di Posilipo e di Mergellina, e quasi per vaghezza ne circonda il passeggero, e lo sospinge al cielo come un tributo che offre la terra al suo Creatore. Dolce suona il canto della sera col quale il vassallo si annunzia da lontano alla sua famiglia. Dolce s'inalza l'inno del saluto che il pescatore volge alla luna sorgente dai monti opposti, mentre co' remi percuote a misura le onde del golfo di Napoli. Bella è la tua terra, o infelice contrada, bella quanto il paradiso terrestre nei primi giorni della creazione!
Ma sotto una volta del castello capuano, splendida dimora del Re Manfredi, che mena ai giardini reali, un giovane insensibile a tanta magnificenza della Natura traccia sopra la sabbia disordinati segni con la punta della spada. Bello e maestoso si presenta allo aspetto: i biondissimi capelli divisi in mezzo alla fronte gli pendono giù per le spalle; il volto per ogni parte leggiadro; ma i suoi grandi occhi azzurri spesso si avvolgono ferocemente sotto le ciglia abbassate, spesso si fissano immobili, e in diversa direzione, per la intensità del pensiero, come se osservassero alcuna cosa al di là di questo mondo. Sopra la sua fronte sta un segno che non vide mai la fronte della giovinezza. Qual cosa può avere impresso questo marchio inamabile degli anni su la testa di colui che ne vide trascorrere venti soltanto? L'amarezza dell'anima numera gli anni nel volto del travagliato, e quel segno sta sopra il suo capo come la corona del dolore.
Sciagurato! Non carezza materna acquietò mai il suo pianto; non bacio di padre lo rallegrò nei giorni della infanzia; egli non conobbe padre, nè madre. Sta nella vita come pianta nel deserto.—Ricerca la sua memoria, e trova in quella la solitudine dell'intelletto: solo lontano lontano alcune rimembranze di sangue…. ma confuse, ma oscure per modo, che invano si sforza richiamarle più specialmente al pensiero. La sua anima arde quanto il sole sotto il quale egli nacque; la sua nascita lo affanna: un senso segreto di grandezza lo travaglia; anela una cosa che neppure egli conosce; vorrebbe con uno sguardo penetrare nei misteri della creazione, vorrebbe con un moto dominare i popoli della terra, vorrebbe essere un Dio con gli attributi dell'uomo, o un uomo con la scienza e la folgore di Dio. Ma l'alta fantasia, considerando il suo misero stato, sviene nello ardore della immagine; il suo cuore allora geme straziato dall'angoscia, sente tutto il tormento del delirio dell'ambizione. Forse questo fuoco avrebbe da gran tempo consumato la sorgente della vita, dove una forma di celesti sembianze non gli sorgesse nell'anima, e ne acquietasse alcuna volta le tempeste. Certo, quello è un amore disperato; e ben degno di lui. Il solo pensiero, se gli uomini potessero conoscere il pensiero, sarebbe punito. Uno scudiero osa sollevare lo sguardo alla figlia de' Re? Quali sono le sue speranze? Confida che la vergine del sangue svevo piegherà il cuore fino a lui? Conosce i pericoli, pensa ai tormenti che sono per occorrergli? Egli ama, e disperatamente ama.
Ma i suoi sguardi da lungo tempo insensibili a quanto di più solenne gli profferiva la Natura, si affissano a un tratto su la magione del figlio di Federigo. Il castello capuano sembrava veramente dimora da Re: ma se per la mole appariva quale la creatura memore esser parte del Creatore può immaginare, per la sua fortezza era pur quale il tiranno nell'agonia della paura può eleggere: conciossiachè Guglielmo il Tristo della stirpe normanna a difesa della propria vita lo fabbricasse. Mura grossissime, frequenti torrioni, cavalieri, baloardi, e tutti gli accorgimenti che l'arte nel dodicesimo secolo consigliava, erano stati adoperati per sicurare il tiranno tremante: ma invano!—dove la vendetta degli uomini manchi, veglia il giudizio di Dio: egli moriva, e non di ferro: ma la sua stirpe fu spenta; il trono fondato dal valore di Roberto Guiscardo, e dal Conte Ruggiero, cadde sotto la eterna giustizia, che i delitti di Guglielmo I fece scontare allo sventurato Guglielmo figlio di Tancredi Conte di Lecce.
Federigo II volle rendere più lieto il castello, allorchè, condusse, a Napoli Niccola Pisano, il più grande artefice del suo secolo, e gli commise la cura di adornarlo. Ma il genio dell'architetto piegò suo malgrado alla vista dello edifizio che migliorava, e i suoi trovati non fecero che aumentarne l'orrore.—Così l'armonico Trovatore se nel silenzio della notte si avvisa cantare la canzone giocosa, gli sfuggono suo malgrado mestissime note, e finisce con la ballata del dolore.
La luna, che tutta lieta di trascorrere i cieli, non cura se in terra sia maladetto o benedetto il suo raggio, e lo diffonde sul volto dell'amante che accelera col desio l'ora del colloquio di amore, e sul volto del sicario che si slancia dalla tenebra, stende il colpo, e ritorna nella tenebra, manda la sua luce sul castello capuano. Le parti illuminate di questo edifizio sembrano anche più grandi pel contrasto delle ombre in cui le altre parti sono sepolte. Alcuni torrioni paiono non aver fondamento sulla terra, e starsi così sospesi per l'aria; altri mezzo rovinati; e presentano alla fantasia uno di quei castelli che i romanzieri descrivono nelle loro leggende: dove gli spiriti maligni si ragunano a celebrare il nefando sabbato e a inebbriarsi di sangue. La calda immaginazione dell'osservatore può vedere avvolgersi per quelle rovine lo spettro di Guglielmo il Malvagio condannato a visitare la casa da lui eretta, abitata da stirpe non sua; e può sentire il singulto dell'ira, o della coscienza, ch'ei manda nella disperazione dell'anima.
Tale era lo edifizio che il giovane considerava. Poichè l'ebbe con lentissimi sguardi e più volte misurato, scosse la testa, e parlò: «L'opera della tirannide è grande quanto l'opera della generosità…. La paura ha dato il suo sublime, come lo ha dato la pompa…. il buono e il tristo produssero parimente le maraviglie del volgo, che sono la compassione della debolezza umana per coloro che han cuore.—Santa Maria! Che cosa egli è mai questo castello? Che i tesori che trovò Manfredi in Luceria? Che la potenza di Federigo Barbarossa, e di Federigo II? Essi non poterono conquistare la Italia: quegli fu arrestato da mura di creta e di paglia; questi disfatto da gente, dalla quale si allontanava per non vedere la morte.¹ E poi che sarebbe l'impero d'Italia, quello del mondo? Potresti essere il più grande di tutti i mortali, ma pur sempre mortale; il più forte tra gli uomini:—ma chi vanta nel braccio la forza del turbine? Il più sapiente dei figli della terra:—ma chi ha lo intelleto dei figli del cielo? Pure l'anima mia potrebbe questo sentimento che mi travaglia la vita obliare o almeno lenire, dove potessi posare la testa sul seno…. di cui? Non l'ho io nominata? Non sono i passi di uomo questi che si allontanano?—No… tutto è tranquillo. Fino tremare di nominarla! O capuano! io sarei contento delle tue mura; o soglio del mio Re, comunque angusto, mi giungeresti ben grato, dove io mi vi potessi sedere con quella che ho fatto donna dei miei pensieri? Io ho amato sempre il trono perchè mi sento nato per quello: ora poi questo desiderio è diventato furore, perchè in altro modo che sul trono non si può vivere con lei…. nè, se si potesse, il vorrei…. Ma io sono un oscuro…. nudrito per pietà in casa non mia, costretto a servire con mente da dominare…. non conosco padre nè madre…. e devo tremare di conoscerli, perchè forse il mio nascimento va macchiato con nota d'infamia.»
¹ Il Barbarossa nel 1175 fu costretto a levare l'assedio d'Alessandria detta della Paglia per la ragione esposta. L'esercito di Federigo fu disfatto nel 1248 dai Parmigiani, mentre egli sicuro del conquisto di Parma si allontanava dal campo per sollazzarsi alla caccia del falcone.—Vedremo in seguito questi fatti.
E qui tacque: un pallore mortale gli si diffuse pel volto: stette immobile con intentissimi sguardi, e con la bocca mezza aperta, come il tormentato dalla sete; giù per le guancie gli trascorrevano grosse stille di sudore che gli scaturivano frequenti dalla fronte, quasi spremute dal cervello compresso dall'angustia. Dopo alcun poco il sangue tornò impetuoso per modo a infiammargli la faccia, che le vene inturgidite e i muscoli dilatati pareano doversi spezzare alla violenza del moto: allora tutto il suo corpo si agitò convulso, e si pose ambe le mani sul capo quasi per impedire che si rompesse. Stato tanto miserabile non poteva prolungarsi più oltre, ed egli cadde gemendo sopra un sedile di pietra.
«Oh questo non può durare,» dopo lunga ora riprendeva in fievole accento «non può durare, nè durerà.—Poichè la morte è certa, proviamo morire con ardimento, e sveliamoci.—Con ardimento! Ma questo potrebbe fruttare l'onta del rifiuto; e mentre stimava morire da generoso, sarò sprezzato dall'orgoglio, e forse vilipeso come stolto. Santa Maria! Che vita è questa dove la pratica di una virtù partorisce il frutto del delitto, e la pratica del delitto la mercede della virtù? Chi è il sapiente che ne ammaestra a distinguere l'uno dall'altra? Chi quegli che ne insegna in che cosa consistano? Il delitto di questo secolo stimarono e stimeranno il delitto dei secoli futuri? Virtù che mi nuoce è sempre virtù? Devo praticarla a mio danno? Dove ha scritto la natura le sue leggi?—Nel cuore? Io sovrappongo la mano al cuore, ma egli palpita al sussulto delle passioni.—Che serve meditare su la ragione della necessità? Meglio vale subirla con le mani incrociate sul petto, e starci a vedere che cosa ne viene. Così farò.
—Dunque sono io tanto sventurato? La mia memoria non può ricordare nulla che giovi a blandire con le illusioni un'anima lacerata da tante angoscie reali?—Oh! bello lusinga il regno delle immagini, ma il loro fascino è come quello del serpente; questo finì col peccato, quelle finiscono coll'inaridire la mente che a loro si abbandona.—Pure il giorno che il suo genitore assunse la corona de' Re, ella lasciava cadere ai miei piedi la grimpa che le cingeva la persona: io la raccolsi…. e meco trionfò nel torneo…. ed ora mi posa sul cuore, e sarà la compagna della mia vita, e mi coprirà la faccia nella fossa.—E il giorno del torneo? O sola luce dei miei anni passati! Oscuro donzello, ricoperto di maglia, coi colori della figlia di Manfredi, mi confusi tra i superbi Baroni e capitani famosi, ed osai giovinetto giostrare di lancia co' maestri dell'arte, con cavalieri incliti per mille prove, e vinsi. Rimaneva il prode Conte Giordano di Angalone: ci affrontammo; ei cadde rovesciato sopra la polvere. Egli ne dette la colpa alla cinghia della sella, e sarà, ma cadde.—Io mi nascosi, egli ebbe il premio della giostra, dacchè il vero vincitore non si presentava; nè io lo invidiai, chè mi parea avere più alto premio conseguito che il suo non era,—l'amore della figlia del Re.—E il giorno veniente? Oh! non dimenticherò mai il giorno dodicesimo di agosto. Io le guidai il bianco palafreno:—ella in salendo pose la sua nella mia mano…. e tremò…. ed io pure tremai, ed arrossii.—Ma ed ella arrossì? Io non osai sollevare gli sguardi. Oh! quella fu gioia, e…. forse fallace. Chi sa che il velo non cadesse per caso? Chi mi assicura che il suo tremore non venisse da pericolo di caduta? o piuttosto da sdegno del mio tanto ardimento? Il sangue svevo ribolle superbo: ma se orgoglio facesse lignaggio, io pure mi sentirei sangue di Federigo.—E quando ella inchinandosi dalla sua altezza m'interrogasse: chi sei?—Chi sono?—Uno ignoto a me stesso, e ad altrui; un respinto per la colpa materna dal seno dello stesso genitore, un monumento vivente del peccato, una onta a me, una vergogna ai miei. O chiunque voi siate che mi donaste una vita che non avrei accettata giammai, dove si potesse rifiutare di nascere, grandi devono essere stati i vostri peccati, perchè atroce è la pena che ne porto!»
Così parlava il travagliato, alternando la vicenda del dolore e della gioia, allorchè la natura lo sovvenne con la stanchezza, e il bisogno del riposo lo costrinse a sedersi. Le sue labbra presero ad articolare le note di una mesta ballata, e la mente seguace dell'armonia si deliziò nei concenti divini, nati e custoditi sotto il cielo d'Italia.—All'anima confortata si affacciò quindi il suono delle imprese guerresche: egli lo cominciava leggero leggero: a mano a mano cresceva; finalmente si sollevò al punto, in che si ode quando il nemico si riversa sull'inimico. Allora trascorse nei giorni della gloria, sentì l'alito della fama, sorse, tolse la spada, e nobilmente avvolto nel mantello camminò nell'orgoglio della mente sollevata fino al pensiero dell'Onnipotente Distruggitore.
CAPITOLO SECONDO
AMORE.
Pargoletta ella era
Tutta sorriso, tutta gioia: ai fiori
Parea in mezzo volar nel più felice
Sentiero della vita.—Ecco ad un tratto
Di tanta gioia estinto il raggio, estinto
Al primo assalto del dolor.
FRANCESCA DA RIMINI, tragedia.
Perchè una tomba prodigio di marmi peregrini e dell'arte copre le ceneri di tale, che non si conosce essere stato vivo, tranne pel monumento della sua morte?—Perchè forme celesti, dilicati contorni, leggerezza di leggiadrissimo corpo, vestono l'anima della femmina? Perchè ci dierono un cuore che balza a quelle sembianze, una fibra che si raccapriccia a questo bellissimo spettacolo della creazione? Nessuno animale ha potuto contribuire a formare il corpo della femmina. I colori dell'uccello di paradiso, della farfalla di Casimira, non possono paragonarsi ai divini che imporporano le guancie della bellezza. La gazzella non ha l'occhio della donna: le pietre preziose non brillano di quella luce; e i poeti, per assomigliarli a qualche cosa di convenevole, hanno dovuto ricorrere al firmamento. Ma nessun rettile, quantunque schifoso, fu eccettuato dal somministrare parte nella composizione dell'anima che agita i moti delle sue membra; nessuno, meno lo scorpione, che circondato dal fuoco volge in sè stesso il dardo velenoso, e generosamente si uccide. Tu sei bella, o creatura, ma la tua bellezza porta una impronta tenebrosa; tu nasci figlia di un sublime pensiero, ma come Lucifero decadesti; i tuoi raggi come quelli del sole che tramonta feriscono, non consolano la vista; la tua bellezza è il nostro tormento. Ma andiamo affannosi in traccia di quella innocenza che Eva lasciava nell'Eden, e questo è il più fiero travaglio del cuor nostro. Ma il tuo cuore ugualmente fu condannato a spezzarsi per la nostra incostanza. Forse tu dovresti essere maladetta, perchè la prima a peccare; ma il serpente abita nelle tue fibre dilicate: la curiosità genera la sapienza, in te partoriva la colpa.—Tu schiudesti la via dei delitti, noi vi ti abbiamo superato…. Oh, figli della polvere, non vi maladite, ma abbiate misericordia tra voi!
Nelle sale del castello capuano vive una creatura divina nelle forme, divina nell'anima. Ella teneva la faccia adagiata sopra un origliere, e gli sguardi dimessi: una bellezza maestosa compariva per tutto il suo aspetto. Molte damigelle le stavano attorno, e tacite tacite facevano voto che sollevasse gli sguardi, i quali, sollevati, non potevano sostenere; perchè siffatta luce ne usciva, che svelava un'anima, la quale non si sarebbe mai creduto avessero potuto reggere quelle sue membra dilicate. Ella era leggiadra quanto la madre degli uomini, che il divino Ghiberti effigiava sorgente dalla carne di Adamo, e sorretta dagli Angioli a riporre in pegno di amore la sua mano nella mano di Dio. Certo ella non pareva figlia di nozze mortali: forse i connubii dei figli di Dio, allorchè sentirono amore per le belle figlio di Caino, l'avrebbero potuta generare, ma lo spirito dell'Eterno non benedisse quei maritaggi, perchè esse nacquero nel peccato, onde ne vennero i Giganti e Nembrod il feroce cacciatore al cospetto di Dio.
Invano cercheremmo voci nelle favelle della terra che valessero a ritrarre quella immagine di beltà: e sarebbe più facile suscitare la luce dalle tenebre, e dare anima ai figli d'Italia……
Dopo lungo tempo si levò dal suo seggio, e si fece verso il balcone: era il suo passo leggero, come vento che folleggi tra le rose, o come incenso che s'innalzi alla Divinità: l'onda delle vesti ventilando spargeva odorosa fragranza: non mesta, nè lieta; ma nella calma solenne della considerazione, allorchè il lampo del pensiero balena su gli avvenimenti dei secoli, allorchè l'orecchio del divino intelletto intende l'arcana armonia del creato, e il suo occhio finge nel cielo i figli della sublime immaginazione.
Fattasi al balcone, soprastette a considerare il firmamento, e sospirò; quindi rivolta alla damigella che le stava al fianco fece suonare una voce, quale certamente si diffonde quella di Eloa, l'angiolo che canta lo inno dei cieli innanzi al trono di Jehova.¹
¹ Klopstock, Messiade
«Vedi, Gismonda, come esulta il firmamento! Anche quando la religione non ce lo avesse insegnato, la mente nostra lo terrebbe per la dimora di Dio.—Oh! piacesse a lui chiamarmi presto alla sua pace!»
«Nobile Yole, il Signore è sapiente in ogni opera sua; egli solo conosce il bene e il male; noi dobbiamo aspettare adorando i decreti della sua giustizia.»
«Guardimi il cielo dal mormorare contro il mio Creatore, ma i voti dell'afflitta non possono giungere disgrati innanzi al suo trono.»
«Mia dolce donna, sta a voi innalzare a Dio i voti degli afflitti? A voi figlia del Re Manfredi, sorella della Regina di Arragona, nepote dei Federighi? A voi sangue della casa di Svevia, posta dalla fortuna nel più alto grado che mente mortale possa desiderare? La vostra vita si sprolunga innanzi a voi come sentiero di fiori; i vostri giorni numera il piacere: voi desio di ogni prode cavaliere; voi sospiro di ogni Trovatore, voi amore di tutti, non avete a temere le sciagure che travagliano la più parte della schiatta di Adamo.»
«Pure io sono tale che ormai più nulla mi resta a temere fuorchè l'ira di Dio.»
«E l'ira sua non verrà; ch'ei tempra i rigori del freddo all'agnello tosato, e versa il balsamo su le piaghe del doloroso.»
«Gismonda, la nostra casa venne respinta dalla comunione dei fedeli fin dal Concilio di Lione, dove, malgrado la difesa di Taddeo da Suessa, Innocenzo scomunicò Federigo. Certo, noi non patiamo difetto degli ufficii della Chiesa, ma Papa Clemente ha tolto appunto motivo da questo per confermare l'anatema contro di noi. Egli ha sciolto i vassalli dal sacramento di fedeltà, e senza questo già troppi ne circondavano traditori: egli cerca pel mondo un nemico del sangue nostro, e senza questo erano assai coloro che anelano un trono. La fortuna non ha concesso che Riccardo di Cornovaglia accettasse la nostra corona offertagli da tale che non sa acquistarla per sè e la dona altrui; nè che Edmondo d'Inghilterra abbia potuto muovere le armi contro di noi; ma al nemico vigilante di rado il tempo non porge la occasione, e Clemente è tale uomo da non lasciarla fuggire.»
«Figlia di Manfredi, il nemico non ha mai vedute le spalle del vostro genitore: se non avremo la pace, avremo la vittoria.»
«Amen, Gismonda, amen. Ma vedi quella cometa lassù nell'orizzonte, che sorgendo da oriente percorre il cielo verso occidente, e si ferma sopra di noi?¹ Hai tu inteso quello che ne dicono gli astrologhi? Ella è certo segno di morte di Re, e di tramutamento d'Imperii. Io stimo non vivere persona al mondo che sappia sostenere la sciagura senza gemere, quanto la figlia di Manfredi:—ma la sciagura, comunque tu la sopporti, è pur sempre sciagura.»
¹ Questa cometa apparve nell'agosto del 1264 e si fece vedere fino a novembre. Al momento in cui poniamo questa scena ella era scomparsa, perchè cessò di farsi vedere la notte appunto nella quale morì Urbano IV; ma farla rimanere sull'orizzonte qualche mese di più non è cosa che meriti osservazione.
«Nè io vo' porre in dubbio la influenza delle stelle: ma per gli effetti comparsi fino ad ora sopra la terra, parmi che ne possiate andare piuttosto lieta che mesta. La cometa apparve di agosto, e Urbano IV moriva di novembre.»
«Ma la cometa non per anche scomparve. Credilo, Gismonda; un gran
Re deve morire, e Carlo d'Angiò è Conte di Provenza soltanto.»
«Ed egli sarà Re prima di entrare nel Regno. La sua strada non dove essere per Roma? Quivi riceverà certamente la corona, e la benedizione; e possa questa giovare alla sua anima, come quella non fregerà mai la sua fronte.»
«Oh!—se i Baroni del Regno fossero fedeli come sono potenti, la corona di Manfredi non circonderebbe mai le tempie di Carlo:—ma qui i traditori vivono infiniti, e più che di altrove sembrano pianta naturale a questa terra, e a questo cielo. Molti i nemici di mio padre, che egli nel percorrere la via del trono vinse, e perdonò: ma il perdono non sana la piaga dell'orgoglio ferito, nè toglie l'odio, perocchè non v'abbia cosa al mondo che tanto avvilisca quanto il perdono del nemico; e questi al primo grido di ribellione vedrai riparare allo stendardo dei gigli, e combattere con quel furore che solo possono dare i rimorsi del tradimento. Pure non questi soli si scuopriranno nemici: vi sono uomini pei quali l'altrui felicità è una spina: sempre tristi per la invidia che li tribola, guai se osi manifestare il sorriso della tua gioia innanzi il cospetto loro! essi ti notano, t'inseguono, nè ti lasciano mai, finchè con molti anni di ambascia tu non abbia scontata la gioia di un momento.—Il pianto è la loro armonia, l'urlo della disperazione il diletto; e il cuor loro non sussulta tranne alla vista delle rovine. E gli amici?… Essi son molti nel tempo felice: nè in ciò io accuso gli uomini, no; la natura ha posto nel nostro cuore una voce che grida: sii felice solo: nè io già gli maledico come spietati; poichè sia bello salvare l'amico, ma dove non tel concedano i casi tu non devi amare l'amico più di quello che ami te stesso. E tu, mia diletta Gismonda, che meco fosti nutrita e cresciuta, e che un vincolo di scambievole amore unisce meco in fraterna corrispondenza, tu stessa a cui adesso sembrano nulla il disagio, il vituperio, e la morte, rispetto al dovermi abbandonare per sempre, tu pure un giorno mi dimenticherai.»
Gismonda vinta dal dolore non rispose; chinò la testa, e grosse lacrime le ricorsero agli occhi: gli socchiuse l'affettuosa per nasconderle alla vista di Yole, ma la passione nol sofferse: tornò a sollevarli verso la sua donna; e non vedendola commossa, la piena del cuore gittato ogni freno proruppe. Un singhiozzare frequente dimostrava quanto grande fosse stata la offesa per la gentil damigella.
Yole la sogguardò, e soggiunse: «Ella è così…. l'uomo s'offende al detto di quello che deve praticare col fatto. Un senso arcano e generoso, cui non sappiamo da qual parte ci venga, ne ammaestra che partecipare lo infortunio con l'amico è bene, ma la natura nol consente, chè non ne ha conformati in guisa, che il nostro più fiero nemico sia il patimento, e più possano in noi gli strazii dell'angoscia, che non le lusinghe dell'amore…. Ella è così; nè io voglio accusartene, o mia dolce Gismonda; il fallo proviene da più alta cosa che non sei tu. Chi è che osi contrastare al grido della natura? Noi non siamo da tanto, nè io vorrei da te più di quello che puoi darmi. Gismonda, mia cara Gismonda! se alcuna cosa ti ho mai fatto di grato; se la mia memoria sarà tale che possa dilettare la tua mente, io ti prego, che quando in questo stesso castello la voce del nuovo signore ti chiamerà a stare appresso alla sua consorte, od alla figlia (poichè tu sei il più nobil sangue del Regno), se mai avvenga che acciecate dalla vittoria rigettino le preghiere degl'infelici, e dall'altezza in che le pose la fortuna schivino chinarsi al gemito che si solleva dalla polvere, rammenti a costoro ch'esse pure sono di polvere.—mutabile cosa essere la fortuna:—e poi soggiungi: era il sangue di Svevia quanto quello di Francia famoso: era la figlia di Manfredi anch'essa illustre, e pure il Trovatore e il Menestrello non avevano canzoni che tanto la dilettassero, quanto le parole interrotte e le lagrime dell'infelice confortato. E se il mio nome varrà a vincere l'orgoglio dei cuori, e dalla via della superbia dirizzare le avventurose sul sentiero del paradiso, sarà questo il gaudio più profondo che giunga all'anima mia, dovunque piaccia al mio Creatore collocarla. E dove mai la nobile consorte o la figlia del Conte avessero cuore che palpita alle miserie dell'umanità, e sorridessero del mio sorriso, allora amale, Gismonda, amale come mi amasti: non turbarle giammai col racconto delle mie triste vicende, nè col mio nome sminuire una gioia che il Signore non mi ha voluto concedere, e che a loro, siccome più meritevoli, ha compartita. Ma quando lontana da tutti, ridotta nella tua segreta cameretta, potrai liberamente trattenerti nella memoria degli anni che furono, oh! allora, mia cara Gismonda, allora donami un sospiro…. un pensiero…. una lagrima…. Certo io conoscerò quella lagrima, e con una lagrima ti risponderò.»
Qui si rimase la bella addolorata: e mestamente volgendo gli sguardi, vide tutte le suo damigelle confuse di vergogna, e la gentile Gismonda in tale stato da non potere più intendere tanto disperate parole. Tacque: un lungo silenzio si sparse per la sala: i doppieri mandarono una pallida luce su quelle donzelle atteggiate in sembianza di pianto.—Pareano statue d'illustre artefice destinate ad ornare le tombe dei potenti.
Yole, poichè lungamente stette pensosa, si scosse a un tratto, corse, si recò in braccio Gismonda, e con amore materno la confortava, o col suo proprio lino le sue lagrime asciugava: quindi con piacevole voce riprese:
«Oh! non piangere, Gismonda, non piangere. Malaugurata colei che sforza al pianto la faccia della bellezza!—Santa Vergine! la mia miseria soverchia l'anima mia, e mi conviene trasfonderla in altrui.—Madre degli afflitti! già troppe mi trafiggono amarezze,—bastino. Io sono innocente; ma s'è destinato ch'io beva il calice delle pene, non consumi meco i giorni della sua gioventù questa cara donzella.—Sia la mia causa separata dalla sua: io sola soffrirò per lei, pei miei parenti, per tutti.»
Gismonda si rimase dal piangere, e chiamando su i labbri il sorriso, comunque una lagrima le tremolasse tuttavia tra le lunghe palpebre, corrispose allo abbracciamento della nobile Yole, e in atto soave le disse:
«Voi non mi affliggete, nè potete affliggere nessuno, voi solo mia gioia, unica e diletta amica mia, quando anche la sorte avesse posto tra noi lo spazio che passa tra vassallo e il barone, le anime nostre avrebbero sentito lo scambievole desiderio. Comunque pensiate di me, io vi amo, Yole, vi amo, quanto si può amare cosa terrena dopo Dio, e i suoi Santi. Ma per quanto amore portate alla gran Donna del cielo, calmate quel vostro disperato dolore…. Oh! se sapeste quale affanno mi travaglia qui dentro» ed accennava il seno «nel vedere a poco a poco inaridire la fonte della vostra vita, il fiore della vostra giovanezza appassire, e le floride guancie impallidire, e quei begli occhi oscurarsi…. certo, benigna come siete, vi provereste a non apportarmi tanto sconforto. Oh! il vostro dolore, concedete che ve lo dica Gismonda, non muove cosa che si tema, bensì cosa da lungo tempo avvenuta. Il Conte di Provenza non si partiva ancora da Marsilia; nè egli parmi persona da temersi poi tanto, sebbene il Vaticano lo benedica, e lo armi contro di noi: e dove fosse da temersi, il pericolo non successo vuole fermezza di cuore, non pianto, che questo torna inutile prima che la sventura accada; dopo, ridicolo e codardo. La figlia del Re Manfredi non si sente tale…. Da più alta cagione che questa non è, traggono origine cotesti furori: una cosa che ormai non istà più in potere della ragione e del tempo,… un sentimento profondo invano represso, forse….»
«Gismonda!» riprese Yole, fattasi pel volto e pel seno tutta vermiglia, «si danno arcani che l'amico non può dire all'amico; che ricercarli in ogni nome è indiscretezza e crudeltà, nei Sovrani delitto. Hanno i Regnanti segreti che non possono svelare a persona, perchè a noi più che al rimanente degli uomini dette il cielo un senso squisito di dignità. Al Conte Ruggiero e alla sua nobile consorte, assediati sul monte Etna, rimase un solo mantello reale; essi non pertanto non mostrarono la loro nudità, ma ora l'uno, ora l'altro si fecero vedere in pubblico sempre vestiti del manto che non può onestamente tralasciare l'altezza del sangue.—Se il mio segreto fosse stato da svelarsi, a te più che altrui avrei voluto manifestarlo; ma da che mi piacque non dirtelo, guardati bene dal cercare di saperlo. Ti basti questo, che dove la mia destra lo rivelasse alla mia sinistra, io vorrei subito mozzarla.»
La damigella le stette dinanzi sbigottita, come quella che non aveva mai inteso tanto acerbo rimprovero. Yole gravemente aggiungeva:
«Porgimi il velo, Gismonda; sento il bisogno di aere più puro.—Voi tutte restate, Gismonda sola mi accompagni nel giardino.»
Gismonda corse ad eseguire il comando; ma confusa, mal sapendo che si facesse, tolse quel velo stesso che assunse Yole allorchè si seppe in corte la morte di Corrado, e glielo porse senza sollevare gli sguardi.
Lo vide Yole, e mesta sorrise: poi premendo leggermente il braccio a Gismonda: «Accetto l'augurio» le disse «che mi viene dalla eletta del cuore.»—E tolto il velo se lo avvolge alla persona, e s'incammina ai giardini reali.
Gismonda, sollevati gli occhi, si accorge dell'errore, prorompe in un grido sommesso, e segue la sua donna asciugandosi col dosso delle mani le pupille lacrimose.
Potevano avere di appena venti passi trapassata la porta, allorchè le damigelle, gittando via quella mentita sembianza di afflizione, si mossero festose qua e là per la sala, alternando mille lieti ragionamenti. Adelasia di Ansalone, damigella di forme leggiadre, e di cuore vano, sopponendo al suo braccio quello d'Isolda Cavella, sorridendo le disse: «In verità, Isolda, io non ho mai in mia vita pianto siccome oggi; neppure allorchè la mia zia Contessa Serena, di gloriosa memoria, nelle lunghe sere d'inverno, mi poneva nella sala del castello di Campobasso presso il focolare dei suoi maggiori.»
«Oh! per me poi» soggiunse Isolda «sento che il pianto ristora; non l'onoriamo noi come segno di cuore tenero? Quello che adorna l'anima, deve ornare anche il corpo.» E così dicendo si sciolse dal braccio di Adelasia, e presa una tersissima lastra di argento si pose tutta leziosa a mirarvi dentro la propria immagine.
«Domine, falla trista!» guardandola dietro, e scuotendo il capo disse Matelda d'Arena antica damigella. «Da che il più scioperato Menestrello che mai venisse in corte le cantava i suoi occhi lagrimosi non avere paragone in cielo o in terra, io credo che per cavarne una lagrima gli esporrebbe, non che ad altro, al fumo di zolfo.»
«E dovete sapere,» soggiunse spedita spedita una magra, lunga, di brutte sembianze, chiamata Andolina Benincasa, «e dovete sapere, che in que' tempi Isolda piangeva, quando anche la prendeva vaghezza di ridere, e la cagione la sa il medico saracino Sidi Abdallah che la guarì dalla fistola.»
«Andolina, paionvi cose queste da tenersi lungamente celate ad amiche quali noi siamo? Per poco sta ch'io non mi corrucci con voi,» riprese sorridendo Adelasia; «ma di grazia rammentate, Matelda, la canzone del Menestrello: il caso merita bene di sapersi intero.»
«Non so,» rispose Matelda «perchè non soglio faticarmi la mente col ritenere tanto tristi versi quanto furono quelli del Menestrello; pure proviamo.» E qui poneva l'indice alla fronte, e chinava la testa in atto di riunire tutta l'anima in una sola facoltà, finalmente dopo aver cominciato, desistito, e ripreso da cinque e più volte: «Ecco!» soggiunse ella «diceva così:
«Brillano silenziose in ciel le stelle
Di benigno splendor,
«Ma le tue luci ancor
Brillan più belle;
E se suffuse di pietose stille
Rimira il Trovator
Le gaie del tuo amor
Belle pupille,
Brillin pur luminose in ciel le stelle
Di benigno splendor,
Che le tue luci ancor
Brillan più belle….»
Isolda, che intenta a vagheggiarsi il volto non aveva fin qui posto orecchio a queste parole che si mormoravano a breve distanza da lei, appena ricovrati i sensi dalla vanità che la occupava, udì quegli ultimi versi, e subito dubitò della beffa: onde fattasi presso Matelda con un suo riso di dispetto le domandò: «Madonna, se Dio vi aiuti, poichè per vostra ventura avete udito i Trovatori del secolo passato, vorrestemi dire, la mercè vostra, se valorosi quanto i moderni essi fossero?»
«Tengo per fermo, rispose tutta stizzosa Matelda quantunque per la età non gli abbia potuti udire io, che i moderni Trovatori sieno tanto al di sotto agli antichi nella gaia scienza, quanto le moderne gentildonne sono al di sopra delle antiche in iscortesia.»
«E voi ci offrite prova vivente della differenza, Matelda.» riprendeva Isolda, e stava per aggiungere, allorchè Adelasia, temendo non venissero a brutte parole, troncò quel ragionamento dicendo:
«E la povera Gismonda!» e sospirò. «Davvero che ricava la bella mercede del suo grande affetto!»
«Non andò mai così bene a sposa gioiello, siccome a lei il rimprovero di Yole,» soggiunse Matelda, cui forse fu grato trovare altro soggetto che dilungasse l'attenzione delle circostanti dal proposito dei suoi anni.
«Ella ha voluto regnare sola nel cuore della nostra signora» disse Andolina; «ella ha voluto vincerne tutte per soverchiarci, perchè sebbene in volto modesta, credetemelo, è superba quanto l'Angiolo delle tenebre. Ha scosso l'albero, ora mangi il frutto che n'è caduto.»
«Santa Nimfa! S'ella è superba!» disse Isolda. «lo per me credo la sua superbia uguale alla sua vanità. Se le proponete fare alcuna cosa, ella vi risponde: ne terrò motto a Yole; se la ricercate perchè si affligga, ed ella perchè Yole è afflitta; e Yole sempre, e sempre Yole, ostentando così tenere proposito di lei, siccome di sorella o di amica, anzichè di sovrana o padrona.»
«Il mal vien dalla radice,» rispose Adelasia, «nè posso darmi pace come costei abbia scelta per favorita la nostra signora. Guardimi Dio da sparlare di tale amica quale mi si professa Gismonda; ma per me la reputo la più insipida gentildonna del Regno. Pel sangue poi credo che il nostro valga bene il suo, Matelda.»
«Sant'Agata benedetta! che dite mai, Adelasia? Io ho inteso le mille volte narrare dal Marchese Pier Corrado mio nonno, di buona memoria, la famiglia di Gismonda discendere da linea bastarda della casa normanna, cioè, se non erro, da Clemenzia Contessa di Catanzaro, figlia illegittima del Re Ruggiero; e valga il vero, comunque ella vanti la impresa normanna, voi potrete osservare le fasce rosse e bianche in campo d'oro tramezzate dalla sbarra della bastardigia; ma il nostro, Adelasia, ma il mio, Adelasia…. ah! il mio mi scorre purissimo nelle vene quanto quello del Re. I miei antenati di Sicilia hanno trasmesso ai loro nepoti la impresa del monte di argento, e del lion d'oro in campo azzurro, gloriosa, com'essi la riceverono dai loro antenati di Arragona; poichè importa che sappiate, Adelasia, la famiglia Arena derivare dall'Arragona.» Tutto questo discorso velocemente parlava Matelda, alla quale la gran voglia di mordere altrui ed esaltare sè stessa fece obliare, che il Marchese Pier Corrado suo nonno, di buona memoria, era da ben trent'anni defunto, come ne faceva fede il suo fastoso sepolcro nella cattedrale di Palermo.
Ed ecco che queste frivole, abbandonato affatto il soggetto di Gismonda, si lanciarono impetuose a favellare di fasce nere in campo di argento, e di sbarre di argento in campo nero, e di Lioni rampanti, e di Pantere passanti, e scudi, e cimieri, e corone. Matelda poi, siccome quella che sentiva assai addentro nella scienza del Blasone, fece maravigliare le compagne col dare la spiegazione dell'arme Bonaccolta che fa fascia rossa, e testa di porco nera, tenente sul grifo croce rossa in campo di argento.¹
¹ Per la verità di queste armi vedi il Teatro delle famiglie sicule (3 vol. in fol.) di Mungos commendatore dell'ordine di Cristo.
Appena ebbe finita Matelda la sua dimostrazione, che tutte le compagne le si strinsero attorno, tanto ella piacque, onde narrasse loro qualche bel fatto antico. Madida fece lungamente sembiante di ricusare; alla fine, mostrandosi vinta dalle istanze loro, parlava:
«Ma che credete voi, che io abbia per le vene storie in vece di sangue? Io faccio conto di avervene fino adesso contate ben mille, e la vostra sete cresce a proporzione che vi porgo da bere. Che faro adunque? Ripeter le antiche tornerebbe in vostro fastidio, e mio; narrarne di nuove non mi riesce agevolo, poichè tante ne furono dette da me: pure,» e qui sollevò la persona in atto contegnoso, «pure fidata alla cortesia vostra, mie leggiadre e belle ascoltatrici, non dubiterò pormi in pelago, sicura che la benignanza delle vostre stelle mi dimostrerà il porto dove possa ricovrare la debole navicella del mio ingegno.» Dopo questo proemio, tenuto per un capo di opera di eloquenza, Matelda soprastette alquanto pensosa, e dopo breve ora volgendo gli occhi attorno così prese a favellare:
«E' dovete sapore, donne mie care, che nei tempi nei quali l'Amira Aureliano regnava su Roma, donde aspramente perseguitava i fedeli di Cristo, un certo Solino Prefetto dei soldati reggeva a suo nome la Sicilia, ed aveva tolto a dimorare nella Conca d'oro, la bella Palermo, sopra tutte le altre città della Isola felicissima e bella. Ora questo Prefetto non diverso dal suo feroce signore, anzi, siccome nei servi suole tuttogiorno accadere, affatto a lui somiglievole, con frequenti rapine, e feroci martirii, affrettò il punto della vendetta di Dio; il quale, quantunque paia venire tardi, piacendo alla sua misericordia dar tempo al peccatore affinchè si ravveda, nondimeno giunge inaspettato, e tremendo. Stavasi dunque certa sera il crudele Solino seduto sur una loggia del suo palazzo a rimirare il sole cadente. Una turba di uomini e di donne gli dimorava attorno cantando, suonando, e a mano a mano copiosamente bevendo preziosissimi vini, che quivi aveva fatto imbandire, allorchè di repente rizzatosi in piedi tutto smorto nel viso, tolto pel braccio un suo paggio che gli stava vicino:—Vedi, Lampridio, gli disse, l'ultimo raggio del sole? Questa sera apparisce sanguigno; che Allah e il suo Profeta ci guardino, ma questo raggio, piuttostochè addio, sembra maledizione…. guarda fisso…. fisso…. egli sparì…. egli non ha parlato…. ma una voce che non è entrata per gli orecchi ha detto al mio cuore ch'io non vedrò più i raggi del sole.—Mentre quel tristo, compunto dalla coscienza, in questo modo parlava, e susurrava bassamente scellerate preghiere, nel mezzo della città franò con orribile rumore gran parte del terreno, e da quella rovina ecco s'innalza un densissimo e fetidissimo fumo, il quale gradatamente diradandosi lasciò vedere un Mostro che la gente ha poi chiamato il Gran Diavolo di Sicilia, le sembianze del quale furono queste: sei palmi era alto, ed aveva la testa tutta calva, se non che su la nuca un po' di pelame ispido: dalla fronte gli scappavano due corna, a somiglianza di quelle dei capri ritorte: delle due braccia uno stendeva lunghissimo oltre il ginocchio, l'altro cortissimo sopra il fianco; le mani aveva come orso, la testa larga quanto le spalle, e queste lucide come specchio: la faccia pendeva all'umano, meno che per un solo occhio vedeva, e per una sola narice fiutava: dalla cintola in giù andava coperto, stando seduto sopra un carro di quattro ruote guidato da due fieri lioni davanti, e sospinto da due orsi dietro. Or questo spaventevole animale si mosse pianamente per la città, scintillando dagli occhi faville di fuoco: e tanta ne fu la paura, che molte donne si sconciarono, altre tramortirono, e tutti insieme uomini e donne rifuggivano al tempio degl'Idoli implorando perdono con preghiere maladette. Ma queste cose il Mostro non vedendo, o non curando, dappoi che ebbe ricerca tutta la città, giunse alle porte del palazzo di Solino, dove tagliata un'orecchia a un lione, scrisse con quel sangue su pel muro M. N. M. P. V. D.—Le quali lettere non sapendosi da nessun savio interpretare, certa donna non mai più vista comparve, e affermò poterlo fare, dove Solino mostrasse cuore di udire. Solino, sebbene non avesse membro che gli stesse fermo, pregò anzi, che volesse dimostrargli lo scritto: al quale ella parlò:—Solino, _Azzael_¹ ti sta sopra, perocchè le lettere significhino: la tua morte non sarà morte, ma principio di vita di dolore. Ora poi, che il cielo ti è chiuso, ti conforto a disperarti e a morire.—Così favellando, proruppe in altissime risa, e disparve. Solino cadde tramortito per terra, e insanguinandosi la bocca e la fronte rimase oscenamente deturpato nel volto. Sorse il mattino, ma il raggio del sole non rallegrò la terra: il fumo si era diffuso per l'orizzonte e vi stava immobile come tenda. Il mostro però non si vedeva: solo si udiva il ruggito dei lioni, e il bramire degli orsi. In quel giorno d'ira e di vendetta non un uccello fu visto pel cielo, ma tutti paurosi si rimasero nel nido a tutelare sotto l'ale i figliuoletti loro: non una fiera percorse la foresta: chè il senso del terrore strinse più forte di quello della fame; i cani a testa bassi, a coda dimessa, vagavano incerti qua e là in traccia dei soliti abituri, e se quelli trovavano chiusi, mandavano tanto lamentosi ululati, che veruno uomo, per quanto crudele, gli ascoltava senza pietà. Rinnuovavano i cittadini le preghiere; ai loro Idoli le più care preziosità profferivano: e si trovarono di tali che per placarli le vene delle mani e dei piedi si segavano, e quel sangue scorrente presentavano in oblazione. Venuta la fine di quel terribile giorno, la nuvola nera cominciò a tuonare per modo che toglieva l'udire, l'atmosfera apparve tutta infiammata e offendeva il vedere, un fetore intensissimo tolse l'odorato; poi la terra mise vento rombando, e un terremoto scosse la città, sì che la più parte delle case ruinò, e meglio di centomila cittadini perirono. Il Mostro adesso apparve su la piazza di contro al palazzo di Solino. Il suo sguardo dapprima spento si accese, a proporzione che quel flagello della natura cresceva, e allora quando vide le sparse viscere dei tanti miseramente schiacciati, e l'orrore delle rovine, divenuto affatto di fuoco, mandò scintille, le quali appresesi di subito al palazzo di Solino suscitarono in un momento tale incendio che i legni e i ferri non solo, ma le pietre stesse infiammate si liquefacevano.
¹ Azzael angelo della morte presso i Maomettani. È inutile avvertire lo strano miscuglio di cose di questo racconto, il quale dimostra la poca notizia delle storie che in quel tempo si aveva.
Il Mostro si precipitò tra le fiamme, e di lì a poco, rovinando tutte le pareti del palazzo, rimase in piede una sola stanza dove Solino steso sopra un letto si dibatteva disperatamente contro il Mostro, che appuntellategli le ginocchia sul petto con atroce compiacenza lo strangolava.» ¹
¹ Questa superstizione del Gran Diavolo si mantiene anche oggi in Sicilia. Vedi Inveges, Palermo Sacra. Tomo 2.
A queste parole era giunta la novella di Matelda; le damigelle disposte in circolo stavano tutte intente al suo volto, mostrando per gli occhi smarriti e per la pallida faccia la paura che occupa va le anime loro, allorchè le porte della sala si schiusero fragorose; l'aria ventando con impeto spense ogni lume; un'alta voce si fece udire, e il mutare de' passi pesanti, e lo strisciare di vesti sul pavimento.
Un súbito terrore percorse veloce le vene di tutte le damigelle, e l'una afferrando strettamente l'altra pel braccio o per la veste, sospinte dalla medesima paura si volsero al luogo donde usciva il romore, gittando altissimo grido.
E qui, infastidito di avvolgermi in tanta bruttezza d'invidia, di vanità, e di errore, abbandono volenteroso il soggetto. Turpi o frivole sono ordinariamente le passioni di femmina, ma altri sia il Cam delle loro vergogne,¹ siccome altri l'adulatore. Vago di manifestare quello che occorre di bene nello spirito loro, ne lascio la sozzura all'ira, al disprezzo, od alla compassione degli uomini.
¹ Cham pater Chanaan cum vidisset verenda patris sui esse nudata, nuntiavit duobus fratribus suis foras. (Gen., c. 10.)
CAPITOLO TERZO.
IL PRIMO BACIO.
Il mattin lucido lei sospirosa,
Lei sospirosa vede dal tacito
Suo cocchio d'ebano la notte ombrosa;
Di tutta l'anima divien signore
Amor, se sola, se inerme trovala;
Donzelle tenere, temete Amore.
ARMINIO, tragedia.
Che cosa è mai il tremito dilettoso che sorprende il corpo e la mente all'aspetto della bellezza?—Forse l'anima fu destinata a sentirsi commuovere per tutto quello che è bello? Forse il principio divino dell'uomo gode vagheggiare quaggiù tutto quello che sembra di Dio? Ma perchè dunque il pensiero non si esalta alla vista dei cieli? Perchè scorgiamo tranquilli il torrente della luce? Perchè se pietà di consorte o di amico non ci compunge, non mandiamo sospiro allo aspetto del pianeta della notte?—Che ha mai la terra da agguagliare alla grandezza dei cieli? Ahi! non l'anima si sublima alle forme della beltà: non il pensiero divino si esalta alla emanazione del Padre delle cose perfette; bensì il furore di turpe voluttà ci turba nel profondo, è l'idea di sozzo piacere quella che ci stringe il cuore, e ci rapisce la voce. Uomo, tu puoi essere solo convenientemente paragonato al fango dal quale nascesti! O amaro frutto della scienza del bene e del male, tu ci bai tolto perfino le illusioni che potessero essere magnanime, i palpiti del cuore!
La gioia dello intelletto suscitata da un istante di esaltazione, dove non trovi cosa reale che la mantenga, poco dura. Colui che travaglia le anime immortali troppo profondamente conosce tutti i modi della pena per non lasciarle lungo tempo in una medesima angoscia; perocchè allora o questa angoscia diverrebbe natura per forza di prepotente abitudine, o, se tale da non potersi durare, la morte correrebbe veloce su le tracce di quella; onde il Tormentatore che allontana quanto più può la morte dalla sua vittima, conoscendo il travaglio consistere meno nella intensità che nella durata, si mostra sollecito a variarle il modo di supplizio, onde non si abitui o non soccomba. Arimane,¹ allorchè si avvisa perdere lo sventurato viandante, non lo aggrava di subito con tutta la forza della sua potenza, ma a quando a quando gli manda tra le frasche della foresta una luce, o suscita una voce di gente vicina, affinchè il suo cuore si apra alla speranza, che poi gli faccia più amaro lo sconforto della tenebra, e della quiete spaventosa che precede la tempesta. Stanco finalmente il mal Genio di questo giuoco spietato, appresta l'ultimo danno, e lo scherno più feroce.—L'abituro degli uomini dista pochi passi dal viandante; già il suo spirito si rallegra nel piacere del calore che renderà il moto alle sue membra irrigidite, e nel ristoro del cibo; ma tra lui e l'abituro è aperta una voragine…. egli dirizza il guardo alla luce, nè bada alla via…. la terra gli manca sotto i piedi…. precipita alzando urla disperate; alle quali fanno eco le risa di Arimane, che, sporgendo la testa dall'orlo del precipizio, gode vedere su quante rocce percotendo lascerà viscere e sangue, prima che giaccia lacerato nel fondo.
¹ Arimane genio del male presso i Persiani, siccome Oromaze il principio del bene.
I fantasmi della gloria aveano abbandonato il giovane scudiero posto a guardia dei giardini reali: ad ora ad ora cupamente gemeva, ed esclamava: «O ambizione! o amore!»
Al pronunziare che fece questa sentenza, un leggerissimo moto lo trasse a sollevare gli occhi da terra, e…. non sarebbe questa una illusione della sua mente di fuoco?… No…. una forma leggiadra più che fantasia può immaginare, e poesia descrivere, gli stava dinanzi. La sua persona era tutta avvolta in lungo velo nero chiamato grimpa, che a quei giorni le belle Siciliane adoperavano per cingersi collo e seno, e parte del corpo, facendo più lieta la bellezza col suo migliore ornamento,—il pudore. Mortale la dimostravano il ventilare delle vesti, che svelava tutti i cari contorni di quel corpo delicato; ma il passo leggero, che appena piegava le foglie calpestate, poneva il risguardante in forse, se più che alle terrene appartenesse alle spirituali sostanze.—Il fantastico poeta l'avrebbe detta il Genio della Malinconia, che scende tacitamente nella notte a mormorare in basse voci un lamento, per non isvegliare i figli della terra ora solo felici:—ora, perchè oppressi dal sonno fratello della morte.
La vergine del sangue svevo, ignara da cui movesse quel sospiro, si volse al luogo donde era uscito per consolare l'afflitto;—perchè in qual cosa mai consisterebbe gentilezza del cuore, se il grido della miseria fosse invano ascoltato?
«Santa Maria dello Spasimo!» diss'ella, entrando sotto la volta che i raggi della luna non rischiaravano; «i tuoi devoti sono più di quelli che vorrebbono, e dovrebbero essere.—Chi è che geme qui dentro? Parla…. se sei sventurato, sappi che nessuno si dipartì senza conforto dal cospetto della figlia del Re Manfredi.»
La risposta fu indarno lungamente aspettata; i labbri dello scudiero non si prestarono all'usato officio, ma tremarono, e il soffio della morte parve estinguere in lui la fiamma della vita.
«Parla,» riprendeva Yole «non mi muove già vano desio a conoscere le tue sventure. Se in me non fosse potere da consolarti, non avrei la crudeltà di domandare i tuoi patimenti; perchè sebbene la curiosità ostenti la favella della compassione, io per me aborro colui, che pretende conoscere il cuore dell'uomo per lo indolente piacere di conoscerlo. Io ti sollecito a parlare; se i tuoi mali possono consolarsi, tu avrai conforto da Yole; dove io non basti, aspettalo dal tempo; se neppure questo giova, aspettalo….»
«Dalla morte!» gridò lo scudiero.
Qual fu il senso segreto di Yole a questa voce, e a questa sentenza? E' fu tal senso, che favella umana non può riferire; la quale cosa crederemmo pietà, se mancando i modi di significarlo non ci fosse stato compartito cuore da sentirlo. E il volto? Ah! le tenebre le coprivano il volto, ma certo fu quello della creatura che dal tempo precipita nell'infinito.
Un lungo silenzio seguiva: alfine Yole con voci interrotte continuava:
«Dalla Religione,—Rogiero,—dall'esempio della pazienza del
Signore.»
«Pazienza!—E sempre pazienza! S'eravamo nati a soffrire, perchè non ci fu data un'anima più forte a sostenere, o perchè fummo tolti dal fango, che non sente di essere calpestato, alla forma che freme per la gravezza dell'oppressione?»
«Profondi sono i misteri del Creatore…. sperate…. I cieli annunziano la gloria di Dio, ed egli non può fare a meno che reggere giusto;… mantenete la vita, non perchè ella sia bene, ma perchè la morte è ineffabile dolore.»
«Ma solo…. Spenta la vita dell'anima, che è la speranza, la distruzione del corpo segue necessariamente, e con ambascia infinita. Or tutto sta nella scelta di sopportarla sparsa per lungo spazio di vita, o concentrarla in un punto, e morire. Guardimi il cielo da vituperare colui al quale la natura non ha dato la forza di vedersi brillare la punta del pugnale sul cuore, con lo stesso sorriso che altri accoglie l'aspetto della bellezza;—ma neppure chi lo può, sia biasimato. La via di colui che sta in cima al monte va alla pianura; altri stende il corpo sul pendio, e trasvola al termine del sentiero; altri vi perviene movendo il piede in brevi passi, tentando prima il luogo, ritraendosi, e nuovamente provando. Chi di costoro vuolsi lodare, chi riprendere? Nessuno: quegli fu ardito, questi cauto;—ma la via di ambedue tendeva alla pianura, ed ambedue la fornirono.»
«Rogiero, le vostre parole suonano come quelle del serpente.»
«Principessa, non so se fosse scellerata la favella del serpente, ma per certo fu vera.»
«No…. scellerata, e fallace. Non promise egli di farci uguali a Dio? Infelici traditi! noi abbiamo imparato il duro mistero, che la nostra mente non è capace a comprendere. Atrocissima scienza! E dalla nudità della mente oseremo sollevare la fronte ribelle fino al Creatore? Ma di ciò basti, chè al cuore indurato riesce ributtare ogni argomento di salute, e lo spirito del male ragiona più sottile di quello del bene, il quale è piuttosto lieto della sua gioia che valente a dimostrarla. Poniamo che la morte deve soccorrere il disperato; ditemi,—sapete voi quale sia il momento in che la speranza vien meno?»
«Allorchè le cose presenti appaiono passate, e le passate presenti; allorchè divisando la tua via a oriente ti trovi a settentrione; allorchè gli occhi vedono senza lagrime le rovine del vulcano, e la gioia dei prati in primavera; allorchè la mano di tutti si alza contro di te, e la tua mano si solleva contro di tutti,¹ e il saluto di tuo padre ti suona come maledizione, e quello dei figli come rampogna; e il labbro volendo profferire la preghiera, mormora bestemmie, e i cieli nessuna altra cosa presentano fuorchè una volta della terra che il caso ha fabbricato e che il caso può distruggere…. ovvero l'eterna dimora del forte Signore del fulmine….»
¹ …. Ferus homo: minus ejus contra omnes, et minus omnium contra eum. (Gen., c. 16.)
«Santa Vergine! voi bestemmiate….»
«Io dico che allora la speranza è morta.»
«Cotesta è la vita del dannato; nè in così miser stato siete caduto, Rogiero. Le vostre parole scesero nell'anima mia, voi sarete consolato.»
«Che! Avreste voi intese tutte le mie parole? Oh! non vi badate, le profferii nel delirio…. La ragion in quel punto era ebbra di dolore…. Ma vivaddio! si addice a cortese donzella porgere orecchio alle parole del delirante?»
«Io trapassando nient'altro ho inteso proferire che amore….»
«Amore! sì…. poichè lo intendeste…. ma disperato amore…. e non solo…. e pure di per sè stesso potente a consumare ogni anima che ardisca nudrirlo. Un amore, di cui il pensiero è fremito, la conoscenza delitto, la rivelazione pena….»
«Ma questi sono gli attributi del misfatto!»
«Gli uomini lo direbbero tale, perocchè il delitto non compaia delitto, se non per essere perseguitato con le pene; egli però in sè stesso non è colpevole, ma alto…»
«Rogiero, il Trovatore canta spesso su l'arpa, che amore può molto più che noi non possiamo; non è la prima volta che la bellezza e il potere hanno coronato il valore; nè vi ha spazio sì ampio tra due amanti, che il buon cavaliere non possa percorrerlo con la spada.»
«Sia: ma nessuna dama mi ha cinto la spada: niun Barone mi ha stretto gli sproni; il ferro del mio Re non ha toccato la mia fronte; nè la sua voce mi ha ammesso all'ordine della cavalleria.—Io sono oscuro donzello che porto spada per ornamento, non per arnese di guerra: e la mia mano, usa a tenere la briglia del palafreno di femmina, non sa come si tratti la lancia.»
«Voi dite il falso, Rogiero;… pensate che non vi riconoscesse Yole nel torneamento della _Sala verde_¹ il giorno della incoronazione di mio padre? Non portavate i miei colori, la grimpa celeste che smarrii il giorno innanzi? Volenterosa vi avrei posto sul capo il premio della vittoria, ma vostri furono soltanto gli applausi delle dame del torneo.»
¹ Sala verde, luogo destinato ai tornei in Palermo. Vedi Inveges. Palermo Sacra. Tomo 1.
«Fui…. sì, fui; ma qual forza mortale poteva vincere l'uomo che portava la divisa della figlia di Manfredi? Ecco: ella mi posa sul cuore, ed ella sentirà i suoi palpiti, finchè palpiti saranno in lui. Io la porto meno per vincere le battaglie terrene, che quelle del nemico infernale: perdonimi Dio! ma io non la cambierei, con la grimpa miracolosa di Sant'Agata.¹ Io combattei, e la idea di combattere per voi mi era sufficiente guiderdone; nè io avrei sperato giammai che a voi si manifestasse. Ora tanta mi recano esultanza le parole vostre, che ogni sconforto della passata mia vita mi fanno interamente obliare.—Perchè mai non mi degnaste di uno sguardo? Perchè tenevate sempre dimessa la fronte?—Il giorno appresso io toccai la vostra mano… ella tremava… Vi offendeste forse del mio ardimento di correre lancia ornato dei vostri colori co' più prestanti Baroni del Regno?»
¹ Grimpa miracolosa di Sant'Agata, di cui la vista sola fece fermare la lava infuocata dell'Etna che minacciava Palermo. Vedi Inveges
«A dama di alto sangue non tornò mai disgrato il trionfo della propria divisa. Ma se quivi convenne la vostra donna, e vi conobbe, il suo cuore certamente diè sangue in vedervi combattere per altra….»
«Oh! ella v'era presente; nè le spiacque….»
«V'era dunque!» gridò Yole ponendosi una mano alla fronte. «Oh! s'ella v'era e non le spiacque, voi siete amante mal corrisposto. Manifestate chi sia. Voi già foste mio cavaliere, e il dovere più prezioso di dama cortese sta nel prendersi cura dei giorni di colui che gli ha esposti per onorarla.—Parlate, Rogiero: io vi giuro sopra la fede del sangue di Svevia, per quanto sta in me, di farvi andare contento.»
«Spirito del male, oh! come tentano feroci le tue lusinghe su la terra!…»
«Che mormorate, Rogiero? Forse vi riesco importuna? Sprezzate le mie promesse? V'infastidisce la mia voce? Ah! vogliate perdonarmi, e attribuirlo al forte amore e soverchio, che porto per…. tutti gl'infelici.»
Così parlava Yole, e queste ultime parole le uscivano appena distinte dalle labbra: mesta, abbattuta, già moveva il piede per abbandonare quel luogo, allorchè Rogiero, come uomo al quale il destino abbia rapito il senno, le andò incontro, e senza nessuno rispetto afferratala violentemente pel braccio, la trasse fuori dell'arco al raggio della luna; quivi, gettando per terra la celata, si scoperse la fronte, appose sopra quella per forza la mano di Yole; e poichè alquanto ve l'ebbe tenuta ferma, in tronche parole le disse: «Che parvi, Yole, della fronte mia?»
«Che tutti i Santi del Paradiso vi guardino!» rispose esitando la figlia di Manfredi; «ella è fredda come il marmo di un sepolcro.»
«Deve esserlo.—Odimi, divina fanciulla, odi la parola di tale che saprà punirsi di avere parlato.—Io spesso nel fervore delle mie preghiere, nella rabbia delle mie maladizioni, ho sollevato un voto, inesaudito fin qui. Dammi, gridai, nè sapeva a cui, dammi un momento di gioia, e poi lascerò la vita.—Ora, sia ventura, sia destino, questo momento è venuto; questo momento è passato; nè in me dura costanza da aspettarlo lungamente, e forse indarno, nel supplizio della vita.—Concedi uno sfogo di parole e di lagrime al moribondo; esse non ti offenderanno; e quando anche ti offendessero, la mia morte non basterà alla espiazione?…»
«Rogiero!…»
«Yole, sai tu da quanto tempo io porto la tua immagine nel cuore?—Ella vi stava prima del palpito…. prima del nascimento; imperciocchè prima di vederti ti amassi. Nel cammino della vita ho mirato le belle figlie degli uomini, ed ho vôlto l'occhio alla terra accorgendomi che venivano da essa. Ho veduto l'altera nell'orgoglio delle sue forme, e non ho desiato. Ho veduto il rossore della timida amorosa, e non ho sospirato…. e diceva a me stesso: cuore di bronzo, non v'è grazia di amore che possa commuoverti?—Ma una immagine di bellezza turbava pur troppo il mio spirito, nè io l'aveva tolta da sembianze mortali…. forse mi si affacciò alla mente, allorchè l'anima ristorata dal riposo torna agli ufficii della vita, e i suoi sogni sono ridenti come le rose dell'aurora. Io anelava angoscioso dietro la figlia della mia fantasia, e sovente nel delirio della passione le indirizzava parole, e: forma divina,—io le diceva,—esisti tu veramente? Oh! non sparirmi sul primo raggio del sole che sorge. Io per te rinunzierei alla sua luce. Vieni, celeste pellegrina, o silfide, o gnomo,¹ o angiolo, o demone, a fare lieti i giorni della mia vita, e allora Rogiero sospirerà di amore.—Yole…. un giorno ti vidi…. Troni del cielo! le tue sembianze erano quelle della immagine della mia fantasia.»
¹ Silfidi spiriti dell'aria, Gnomi della terra, come le Ondine dell'acqua, e le Salamandre del fuoco. Mitologia cabalistica. Vedi Dizionario Infernale.
«Rogiero,» disse Yole sollevando maestosamente il suo corpo, «sono parole queste, che un servo fedele possa favellare alla figlia del suo signore? Può la nepote della Imperatrice Gostanza convenientemente ascoltarle?»
«Non so, Principessa, se a voi stia bene ascoltarle, ma sapeva bene che in me era delitto profferirle.»
«Abbiatevi il mio perdono…. vivete…. ponete l'amore vostro in più avventurosa donzella, e che possa corrispondervi; me obliate.» E questo disse con voce soffocata; poi soggiunse con maggiore amarezza: «Rogiero, tanta corre la distanza in questo mondo tra noi, che non potete sperare di essermi unito in nessuno altro luogo che in cielo, dove, tolta ogni molesta distinzione, siamo tutti uguali nell'amore di un Solo.»
«Questo non ignorava, e però senza speranza vi amava, senza speranza i miei interni tormenti vi apriva. È vero che amore può molto più che noi non possiamo; ma è vero ben anco, che occorrono distanze a percorrere impossibili; e voi, orgogliosi, balzati dalla ingiustizia o dal caso sui troni della terra, stimate avere onnipotente impero sopra le anime immortali. Miserabili! e non sapete che l'anima ha tali ferite, che nessuna potenza al mondo vale a sanare!—Dovrei forse accusarti di presunzione, per avere voluto conoscere un male che non istava in tuo potere di volgere a bene, e farti sentire che sei polvere…. coronata sì, ma polvere? No: valgati l'animo cortese, e la lusinga del potere che troppo ti fa baldanzosa, e più valgati trovarmi io disposto da gran tempo alla morte, e disperato affatto. Pareami morire con un peso sull'anima tenendo celato il mio amore; ora, poichè l'ho potuto svelare, parmi che poserà su di me più leggera la terra del sepolcro.—Yole, la religione e il cuore ammaestrano di una seconda vita, e più durevole: la mente abbandonata a temerarii pensieri la nega. Comunque ciò sia, quello che ora ti domando, con la preghiera più profonda della mia anima lacerata, o farà lieto lo spirito se sopravvive alla mia morte, o il solo istante della mia partenza dalle cose viventi:—un sospiro ti chiedo, un solo sospiro. Il tempo non ha velocità da misurarne la durata, ma egli è una eternità di contento per colui al quale s'invia; e quando, sposa felice di un potente della terra, vedrai le spoglie delle vinte nazioni al piè del tuo trono, e te sollevata a tanta grandezza che dopo Dio l'uomo volga a te le sue preghiere e i suoi voti, e udrai il tuo sposo chiamarti l'eletta del cuore, e dirti per te avere ornate le sue tempie di alloro, per te acquistato il premio maggiore che la gloria può concedere all'uomo, e nel tuo nome avere combattuto, e nel tuo nome aver vinto…. oh! allora ti ricorra alla mente il pensiero del povero Rogiero che ti amò tanto…. e ricorda sospirando: egli mi amava così;—e tu piangerai, e alla storia della mia feroce sventura forse piangerà anche il tuo magnanimo consorte,—piangeranno tutti.—Nessuna altra gioia occorre in questa vita, tranne la speranza di un sepolcro lagrimato…. Yole, l'ora della mia dipartenza è arrivata; prega per un'anima che passa, i di cui ultimi pensieri non possono essere di Dio….»
Pallido come quello che viene strascinato al patibolo, ma fermo nel suo fiero talento, Rogiero cavò il pugnale, e fece atto di rompersi il seno.
Forse non aveva Yole sopportato fin qui la più grave battaglia, che femmina al mondo voglia e possa sostenere? Doveva ella resistere anche a questa ultima prova, e, dovendolo, lo poteva? La passione repressa proruppe impetuosa, imperciocchè le passioni tengano della natura del fuoco; e la bella addolorata, a guisa di furente, mal sapendo che si facesse, si gittò al collo di Rogiero, ponendo il suo corpo tra il pugnale e il seno di quello. Pure così veloce fu l'atto, nè egli seppe di tanto trattenere il colpo, che a lei non iscendesse su la destra spalla, stracciasse le vesti, e la pelle lievemente sfiorasse. Ma il pugnale cadde, e rimasero abbracciati; il cuore dell'uno palpitò sul cuore dell'altro…. le lagrime loro scesero confuse…. le guancie, i labbri, si toccarono,—e il primo bacio di amore fu dato.
Io per me quando considero le sorti umane, credo che la gioia sia tremendo delitto davvero, perocchè la veda tanto gravemente punita; onde per quell'amore che porto ai miei compagni di maledizione, se alcuno ne incontro che adesso per anima, o per cosa acquistata, si dica felice, io mando una preghiera dalle interne mie viscere al Creatore del fulmine, e lo supplico che si degni nella sua pietà d'incenerirlo, e spargerne la polvere ai quattro venti della terra, onde l'uomo conosca, che può morire felice….
Ma perchè si rimangono tuttavia abbracciati? Oh! v'è una gioia in questa terra, che due amanti credano possa, non che superare, uguagliare gli abbracciamenti loro? Dov'è l'orgoglio del sangue? dove la paura della pena? Essi non hanno più da temere o da desiderare. Questo diletto trascorse, nè tornerà mai più. Il tempo, che essi hanno obliato, non si rimane dal percorrere la sua durata, e confondendo con le ore passate quella breve dolcezza mena velocissimo le sventure che devono intenebrare la rimanente lor vita.
La regina Elena, sposa di Manfredi, benchè per la nobiltà del suo sangue (chè discendeva dai Comneni di Epiro) alquanto orgogliosa, fu nondimeno affettuosissima madre. Una figlia ed un figlio avevano rallegrato il suo matrimonio. Gostanza, sua figliastra nata a Manfredi dalla sua prima moglie Beatrice di Savoia, portava di già corona reale, essendosi unita con Piero figlio di Giamo, potente Re di Arragona; rimaneanle però in casa Yole e Manfredino, vezzosissimo fanciullo, speranza del padre, di appena dieci anni nato; ma la sua tenerezza era per Yole, che considerava infelice; nè mai, per quanto s'ingegnasse, poteva trarla da quell'ostinato abbattimento. Le sue sembianze adesso erano maestose, una volta furono leggiadre quanto quelle della sua figlia Yole; se non che un tenue velo di malinconia, come dice il buon Pellico, diffuso per tutta la persona di questa, facea sì, che la gente piuttosto oggetto di reverenza, che di desiderio, la riputasse. Ora dunque in questa stessa sera la Regina seduta accanto il letticciuolo di Manfredino, poichè ebbe scôrto che il sonno era disceso su gli occhi della innocenza, si alzò diligentemente, e soffermatasi a considerare la pace che spirava dal volto di quel caro angioletto sentì spuntarsi una lagrima su le palpebre; allora curvò leggiera leggiera la persona, e datogli un bacio nella fronte gli susurrò sopra queste parole:—Dio sa, se pure te amo, o dolce figliuol mio; ma i tuoi sonni sono quelli del felice. Possa la pietà dell'Eterno concederti lungamente questi sonni!—Quindi lasciatolo in custodia di alcune damigelle, volse alla camera della sua diletta Yole.
Giunta che fu, aperse l'usciale; il vento, che soffiava nel corridore, glielo svelse di mano, e lo percosse con impeto alla parete. I doppieri della stanza tutti ad un punto si spensero: ella nondimeno avanzò; e sebbene acute strida la percotessero, avvisandosi di quello che era, senza turbarsi disse alle circostanti: «È qui la mia figlia Yole?»—Matelda, riconosciuta la voce, rispose tutta affannosa: «Santa Oliva di Palermo! siete voi, Regina? Voi ci avete fatto la più grande paura che mai sia stata al mondo.»
«Matelda,» soggiunse gravemente la Regina Elena «non su la vostra paura, ma di mia figlia io vi ho fatto domanda.»
«Regina, è nel giardino.»
«Rimanetevi con Dio, damigelle, e mostratevi in avvenire di più forte spirito, perchè sappiate la paura essere presentissimo segno di animo non retto.»
Così Elena, senz'altra compagnia, lasciando quelle codarde a rassicurarsi del terrore, e a dolersi del conseguito rimprovero, mosse al giardino reale, dove, poichè alquanto si fu aggirata, occorse in Gismonda, la quale, assorta nel pensiero degli ultimi casi, non le badò, se non dopo che l'ebbe per ben tre volte chiamata. A lei domandava di Yole; e vedutala mesta, volle saperne la causa, e conosciutala confortò la gentile damigella. Quindi unite si mossero a ricercare Yole.
Avvicinandosi alla gran porta che conduceva fuori del giardino, si offerse alla vista loro una donna distesa sull'erba; accorrevano affannose.—Dio eterno! Yole in quella abbandonata riconoscevano. Elena, vedendole la veste stracciata, e intrisa di sangue, riputandola morta, con orrenda ansietà le si gettò addosso cercando la parte del cuore per sentire se batteva… egli debolmente sì, ma pure batteva: allora guardò la ferita, conobbe essere leggiera, e sospirò.
«Gismonda, corri alla fontana, e porta un po' d'acqua.»
Gismonda partiva.—Elena, postasi a sedere su l'erba, si recò in grembo la figlia, la scinse, e le soprappose una mano alla fronte, pietosamente riguardandola. Ella aveva gli occhi chiusi, e non di meno era bella. La luna la vestiva di una luce modesta, e parea godere d'illuminare quel volto, gentile quanto il suo raggio medesimo.—«Povera figlia!» ad ora ad ora diceva singhiozzando: ma allorchè il pianto le ingombrò gli occhi per modo, che più non potesse contemplare quel volto, gli volse al cielo e parlò:
«Accettate, Signore, questo sacrificio di lagrime: egli deriva da un'anima profondamente addolorata. Oh! dalla nascita di questa infelice figliuola non ho avuto più un'ora di bene.—Povera Yole! pur troppo tu fosti generata nella sventura,… ma… Dio onnipotente! se voi sapeste che sia per una madre vedere queste guance, su le quali non erano per anco sbocciate le rose della giovanezza, ora a un tratto impallidirsi: che queste membra, non ancora arrivate all'incremento loro, a poco a poco disfarsi, non mi affannereste così.—Povera innocente! La sua anima non conosce il peccato, e pure una pena orribile la turba, le avvelena la vita un secreto tormento, cui ella non può nè allontanare, nè conoscere, perchè Dio si mostra misterioso nei suoi stessi tormenti. Chiamasi pietà questa di ragunare tutte le procelle dell'inverno per atterrare un fioretto, testè apparso sul prato?¹ Tua è questa carne,—quest'anima, tua: ma creasti tu forse per godere l'atroce diritto di distruggere?—Toglitela se ti piace, ma deh! non provarla con tanto dura battaglia… Elena! sciagurata Regina! tu hai ardito mormorare dell'Eterno…—Io?—Signore, le mie pene sono ben grandi… perdonatemi. L'angoscia accieca la mente: perdonate ad una madre, che lietamente darebbe in questo punto la vita, anzichè piangere sul sepolcro dei proprii figliuoli.»
¹ Dicam Deo……. Numquid bonum tibi videtur si calumnieris me, et opprimas me opus manuum tuarum? (Job, c. 40)
In questo Gismonda a mani curve, a guisa di tazza, giungeva dalla fontana; ma la fretta fece sì, che appena poche stille di acqua vi si conservassero: queste nondimeno, spruzzate sul volto di Yole, ebbero virtù di ritornarla alla vita. Apriva la vergine languidamente gli sguardi, e tratto un gemito domandò: «Dove sono?»
«Nel grembo di tua madre.»
«Oh! non ne fossi mai uscita.»
«Che? Respingi il grembo che ti ha portato… il seno che ti diè il latte? Santa Maria! anche a questo era riserbata la Regina Elena?… Ah! le mie ambasce si fanno maggiori della mia pazienza.»—Così dicendo lasciava di sostenere la figlia, e, lacrimando disperatamente, cadeva.
«Gismonda!» disse allora Yole a questa damigella, che sola era rimasta a sorreggerla, «perchè mi ha lasciato mia madre? Le sono forse divenute troppo gravoso incarico le membra di sua figlia? Ah! io incresco a tutti, e a me stessa….—Chi è che piange? Gismonda, dimmi, chi piange?»
«La madre vostra.»
«Perchè?»
«Voi avete desiderato di non averla avuta per madre.»
«Io ho detto questo?… Io!» esclamò Yole: e il rimorso dell'anima gentile le ricondusse su le guance i colori del pudore. «Sciagurata! Oh! l'ottima delle madri, non vogliate piangere a quelle cose che ho detto, ma piangete piuttosto per quello spirito che mi costringe a dirle.—Certo, il mio cuore non vi assente…. ma una forza feroce mi agita l'ossa, e il sangue. Io vi amo, madre mia, vi amo di quell'amore stesso che voi amate me:—prescrivete; ogni qualunque prova, e sia pure quanto si voglia dolorosa, incontrerò lieta per amore vostro. Io non vi offro la vita, che il togliermela sarebbe il più grande benefizio, che il cielo e gli uomini mi potessero fare; ma cessate di piangere per cagion mia…. cessate, od io muoio di affanno ai vostri piedi.»
«Io sono lieta, Yole,» disse la Regina, abbracciando la figlia, ed amorosa baciandola; «ma tu, via, cessa di darmi tanta afflizione. Parla…. dimmi: qual cosa mai tanto duramente ti molesta?—Qui nel mio cuore deponi il tuo segreto…. nel cuore di tua madre, che darebbe la vita per vederti felice. La tua sorella lo è già: e quando te pure io vedrò così, il giorno della mia morte sarà il più avventuroso di tutta la mia vita.»
«Gostanza» rispose Yole con accento solenne «è, e si manterrà lungamente felice. Al cielo piacque separare la causa della figlia di Beatrice di Savoia dalla causa della figlia di Elena di Epiro. Su me…. su noi pesa un atroce destino. Noi morremo illagrimati, giaceremo insepolti, monumento di pietà, d'invidia, e di ferocia. A che vi arrancate, madre mia, per ricercare nel mio spirito la cagione del dolore? Sollevate gli sguardi;—la causa della nostra disperazione scintilla nel cielo….»
Elena sollevò gli sguardi all'orizzonte, e vide, o le, parve vedere, la cometa scuotere minacciosa i suoi raggi. Non ne sostenne l'aspetto, ma riabbassata la faccia passò il suo braccio in quello di Yole, e mestamente silenziosa prese a incamminarsi verso il castello. Le seguitava Gismonda, mormorando a bassa voce una preghiera per la pace allo spirito travagliato delle sue dilette signore.
CAPITOLO QUARTO.
OFFESA.
Che temi, animo mio, che pur paventi?
Accogli ogni tua forza alla vendetta,
E cosa fa sì inusitata, e nuova,
Che questa etade l'abborrisca, e l'altra
Che venir dee creder la possa appena…
Sono innocenti i figli? Sieno,—sono
Figli di traditore.
ORBECCHE, tragedia antica.
Nella parte occidentale del castello del Conte di Caserta era una cameretta remota nella quale nessuno, per quanto fosse ardito, osava di penetrare. I servi, allorchè nella notte faceva bisogno per alcuna faccenda passarvi vicino, commettevano alla sorte la scelta di quello che doveva andare; nè questi apprendeva mai il suo nome senza impallidire; e sebbene si raccomandasse al suo Santo protettore, e si munisse col segno santissimo della fede, pur tuttavia s'incamminava sempre tutto pauroso, senza volgere la testa, a passi accelerati, mormorando un esorcismo. Ciò non accadeva senza forte motivo, imperciocchè la tradizione portasse che quivi fosse stato commesso un molto terribile delitto; e sovente vi udivano pianti, gemiti, ed urla disperate. V'era perfino qualcheduno della famiglia che giurava su l'Evangelo aver veduto uno spettro di donna con un pugnale nel seno, dal quale sgorgava un vivissimo sangue, farglisi incontro, e dimandarla con voce lamentevole: «Il mio figlio? Il mio figlio?» Insomma, al naturale orrore del luogo si aggiungevano le fantastiche paure di menti superstiziose e ignoranti.
Questa camera appariva internamente poco più lunga di dieci passi, altrettanti alta, e larga; perfettamente cubica. Le pareti, il soffitto, il solaio, tutti coperti di nero. In essa non occorrevano suppellettili di sorta alcuna, nè sedie, nè tavola, o che altro; solo una lampada involta dentro velo nero, appesa al soffitto, tristamente la illuminava. Traccia di balcone nessuna. Nella parete volta a mezzogiorno si vedeva un tabernacolo simile in tutto a quelli che, con troppo generale denominazione, soglionsi oggi giorno chiamare gotici, e questo pur nero, quantunque se di marmo o di legno non abbia conservato la cronaca. Ma se di tabernacolo gotico aveva la tavola, sporgente dal muro, sostenuta da beccatelli traforati a fogliami, le colonne a spirale contro ogni regola di architettura soverchiamente sottili, e frontone protratto in angolo acuto, frastagliato di ornati, senz'altro sodo o cornice posato sui capitelli delle colonne, non aveva però in sè Santo, o Madonna, siccome nei tabernacoli gotici anche oggidì osserviamo. L'aspetto di questa camera faceva supporla destinata ad uffizio di Oratorio, benchè non si discernesse a cui fosse consacrata.
Lì presso al tabernacolo stava immobile un uomo di persona più alta della comune; vestiva cappa di panno oscuro, cinta strettamente alla vita. Il suo sembiante…… oh! il suo sembiante era tale, che chi lo mirava per nessuna altra cosa sapeva più supplicare l'Eterno, se non per ottenere dalla sua pietà la dimenticanza di cotesto volto. La sensazione che agitava la gente alla sua vista non può ridirsi che per via di paragone, assomigliandola a quella che suscita nel cuor dell'uomo sospeso sopra lo abisso delle acque l'urlo salvatico del mostro marino. I colori della malattia e della paura gli stavano su la fronte: le guance aveva emaciate, il labbro tumido, e acceso. Nessuna scintilla, che accennasse la vita, balenava nei suoi occhi incavati, coperti di un velo, intenti, ghiacciati. Angeli del Paradiso! Parevano quelli di un Vampiro.¹ La sua immobilità, e le membra abbandonate a sè stesse, facevano riputarlo un morto, così fissato in piedi lungo la parete per indurre a penitenza con tanto spaventoso spettacolo chiunque si fosse vôlto a pregare là dentro;² ma facendosegli assai da vicino, vivo lo manifestavano il grave respiro, e il tremolare del labbro superiore in brivido affannoso.
¹ Errore che anche oggi regna in Ungheria, in Moldavia ec. ec., e specialmente in Grecia: credono che il corpo di uno scomunicato esca dalla fossa a succhiare il sangue dei vivi. Il Dottor Polidori descrivendo gli occhi di un Vampiro dice: «che cadeano su la pelle come un raggio di piombo che gravitàsse senza penetrare.»
² Costume siciliano. Vedi Pindemonte.
Poichè lungamente stette così senza dare quasi segno di vita, prese a camminare per la stanza; ma l'anima, assorta in ben altri pensieri, non dirigeva quei moti. Il suo corpo era lo stesso che abbiamo descritto qui sopra, se non che si moveva; ma i suoi passi non avevano oggetto nessuno. Ora andava direttamente fino alla parete, dove percotendo si ritraeva; ora giunto alla metà della camera piegava a destra, o a sinistra; spesso anche in circolo si aggirava. Io ho veduto il sonnambulo, ho veduto il maniaco, ma non vive cosa nel mondo che possa uguagliare l'orrore che ispirava costui.
Con gli occhi sempre fissi al soffitto, si volse a un tratto verso il tabernacolo: brancolando per lo interno, pervenne a trovare un bottone appena visibile, lo spinse, e si manifestò certa apertura dalla quale trasse una cassetta nera sottilmente ornata di lavori di argento. Ricercandosi poi sotto le vesti, rinvenne la chiave: la sua mano, adesso divenuta fuori di misura paralitica, errò assai tempo prima di trovare il serrame: trovatolo, applicò la chiave, lo schiuse, e la cassetta aperta lasciò vedere un teschio umano politissimo, con estrema diligenza conservato. Lo prese costui con ambedue le mani, e, postolo sulla tavola del tabernacolo, lasciò con dura percossa cadersi prostrato innanzi di quello, tenendo la faccia sempre vôlta al soffitto, e le braccia incrociate in atto di preghiera.
Era certamente trapassata un'ora ch'ei stava in questa posizione, quando, abbassato il capo, si mise a riguardare fissamente il teschio. I suoi occhi prima velati ardevano adesso di terribile luce; bentosto si fecero rossi, scintillanti, ma non versarono lagrima; forse la sua disperazione aveva esaurito anche questo ultimo conforto della sciagura. Le sue labbra anelavano proferire parola, ma non potevano mandar fuori che urla indistinte. Mi sia permesso il detto, questa era l'ora dell'uracano dell'anima. Commozioni tanto profonde, come ogni altra cosa fuor di natura, lungamente non durano; simili però all'uracano, lasciano dove passano traccie indelebili, e le sembianze affatto tramutate. Quest'uomo, che dapprima poteva paragonarsi ad un morto richiamato per forza di negromanzia ad alcuno ufficio della vita, adesso il vedevi divenuto tutto moto, e tutto velocità. Il volto già così pallido avvampava acceso di colore febbrile: le membra, d'immobili fatte convulse, in diversi atti del continuo agitavansi, benchè non ardisse alzarsi davanti quel teschio che sembrava adorare.
Nè passò molto che quei suoi urli indistinti si accostarono a qualche cosa che parve favella umana: allora se alcuno avesse avuto coraggio di porgere orecchio, ne avrebbe ricavato queste parole:
«Ecco!—Qui stavano quelle labbra che tanto soavemente sorridevano…. ora le nude mascelle par che ridano tuttavia…. sì…. ma del riso del serpente, allorchè delusa la madre degli uomini la intese condannata con tutte le future generazioni alla morte.—Qui i mesti occhi…. e pur belli…. Qui la bianca fronte, e le floride guance….—Or che rimane di tanta bellezza? Nude ossa…. la parte più vaga del corpo in celere dissoluzione si consumò…. l'ossa rimangono…. l'ossa, come spaventoso testimonio di morte… Oh! per pietà di me…. per pietà di te, perchè non fingesti?… L'anima mia geme orrendamente travagliata. Giaccio sopra letto di fuoco, dal quale non posso levarmi, e sul quale, malgrado ogni tormento di questa vita, e la eterna dannazione, tornerei a giacermi…. O frutto amaro di vendetta non per anche compíta!—Io non posso più offerire il cielo, che da gran tempo sta chiuso per me; non lo intelletto ormai più che a mezzo perduto…. ma io consentirei a sentirmi eternamente trasportato dai venti della terra, percosso dall'onda procellosa contro le roccie del mare, trabalzato per secoli e secoli negli abissi del caos, arso ad ogni istante dal fuoco del cielo, tormentato con tutte le angosce, che mente umana, o infernale, può immaginare, purchè potessi conseguire la intera vendetta…. Allo spirito che albergava in questa testa giungeranno funeste tali novelle…. Oh! questa è nuova pena, ed a un punto nuovo incitamento per me.»
Mentr'egli così tra sè fantasticava, fu aperto pianamente l'uscio della camera, ed entrò un uomo vestito doviziosamente, il quale, postosi inosservato al fianco del genuflesso, stette senza profferire parola ad ascoltare il discorso che abbiamo esposto qui innanzi.
Dicono i maestri dell'arte, che la esatta descrizione del sembiante e degli abbigliamenti di un personaggio, la qual cosa chiamano prosopografia, valga maravigliosamente a procacciare attenzione al racconto. Noi non sappiamo quanto questo possa esser vero; ma siccome i maestri meritano sempre rispetto, così non esitiamo un momento a descrivere il nuovo personaggio, protestando, che se ad alcuno non andasse a' versi, voglia attribuirne la colpa ai maestri, che m'insegnarono cotesta figura rettorica.
Il nuovo personaggio dunque, che, come io diceva, entrò tacito, e, per così dire, furtivo, nella stanza dove l'altro si lamentava, poteva essere tre braccia alto; forse meno, che più: di corpo gracile per natura, e fatto maggiormente tale dalla abitudine del vizio. Forse egli non annoverava molti anni, tuttavolta appariva da buon tempo arrivato a quel punto nel quale l'uomo non potendo più sorgere è forza che declini. La sua testa, su la fronte un po' calva, andava non so se ornata, o deturpata, da radi capelli rossi e distesi, ognuno dei quali pareva sorgere a bello studio in diversa direzione dal suo vicino, offrendo in tutto la immagine di quel capo che un moderno poeta con tanta evidenza di espressione assomigliava
«Ad un campo di biada già matura
Nel cui mezzo passata è la tempesta.»
Nè mai teneva il volto levato quando si trovava al cospetto di altro uomo; solo di tanto in tanto alla sfuggita lo guardava per traverso; e di subito, quasi timoroso che i suoi piccoli occhi grigi non disvelassero i pensieri della sua mente, gli riabbassava. I labbri strettamente chiusi avrebbero detto a chiunque si fosse alcun poco dilettato a considerare le umane sembianze, lui essere uomo tremante che non gli sfuggisse suo malgrado tal parola che potesse condurlo direttamente al capestro. Vero è però che una passione, che egli non sapeva frenare, glieli costringeva talvolta ad allungarsi verso lo orecchie, e le guance a piegarsi in molte minutissime rughe; allora egli sembrava sorridere. Che tutti i Santi del cielo ci salvino da cotesto sorriso! Parlava tardo, ed amaro; e poichè la tranquillità della sua anima era da gran tempo distrutta, godeva d'immenso piacere a distruggere l'altrui. Se in quel punto l'angiolo delle tenebre avesse amato comparire nel mondo con forme a lui convenevoli, certamente non poteva immaginarne più triste di quelle del Conte di Cerra.
Il suo abbigliamento consisteva in sopravvesta di velluto verde doviziosamente ricamata di argento, e foderata di vaio, lunga fino al ginocchio, e dalle parti sotto in fianco divisa; preziosa cintura, in mezzo alla quale stava effigiata l'aquila del Re Manfredi tutta di argento sopra smalto celeste, gliela stringeva alla vita; sul petto era nuovamente aperta, e le maniche non oltrepassavano la piegatura del braccio. La sottovesta poi tessuta di seta, varia di molti colori, e ornata d'infiniti bottoni di argento, aveva le maniche strette, e lunghe fino al polso. Opera di ricamo maravigliosa a vedersi era la tela che gl'ingombrava gran parte del petto e delle spalle. Una roba di panno cremisino gli fasciava strettamente le coscie, e le gambe sottili. Le scarpe erano pur rosse, appuntatissime, cinte sul grosso con un bottone di argento. Questo era a un dipresso il suo abbigliamento, quantunque molte cose per amore di brevità tralasciamo; come la berretta, a foggia di corona imperiale, ornata di belle piume; la catenella di oro che gli teneva appeso sul petto un ricco medaglione, e la spada lunghissima con l'elsa a modo di croce, secondo il costume di coloro che a quei tempi passavano in Terra Santa; i quali la usavano in questo modo, affinchè nell'ora della preghiera, la spada confitta su la sabbia presentando il segno della fede, gl'incitasse alla conquista della patria del Redentore, che volle per la salute nostra morire su cotesto istrumento di pena.
Il genuflesso, volgendo la testa, vide sopra di sè questo uomo, che lieto del suo misero stato non aveva potuto frenare il riso schifoso di cui qui sopra abbiamo fatto menzione; gli corse involontariamente la mano alla fronte, e cominciò il segno della salute, che poi invano si sforzò di compire: allora dimise la fronte, e mormorò…. forse una preghiera;—ma certo ella fu detta con l'amarezza della bestemmia. Di lì a poco rialzando il volto, s'incontrava di nuovo in colui, che la sua compassione in nessuno altro modo sapeva manifestare fuorchè col sorriso, ed egli di nuovo si volse e guardò il teschio…. poi lui…. e poi il teschio, e da capo lui; nè quel riso cessava…. All'improvviso balzato in piedi, lo afferrò per la gola; e bestialmente feroce lo atterrò, gli pose le ginocchia sul petto, e fece atto di strangolarlo. Ora la vita del Conte di Cerra era giunta al suo fine, dove non lo avesse sovvenuto il caso. Il teschio, smosso dalla sua caduta, balzava a terra mandando un rumore che parve un grido lamentoso, e rotolava fino su gli occhi dell'uomo che lo teneva per la gola: questi, dimentico di ogni altra cosa, lasciava la presa, correva anelo a raccoglierlo, lo guardava attentamente per vedere se si fosse in alcuna parte guastato, e veloce come lampo nella cassetta, e quindi nel tabernacolo, lo riponeva. Intanto il Conte di Cerra rilevatosi si aggiustava le vesti scomposte, mostrando nella faccia livida la paura del passato pericolo.
«Conte di Caserta,» dopo alcun tempo disse il Conte di Cerra accostandosi all'uscio della camera; «ditemi di grazia: che cosa farete ai vostri nemici, se tale vi comportate con gli amici e fedeli servitori vostri?»
«Anselmo,» rispose il Conte di Caserta, «vi ho detto io forse che dileggiate la mia miseria, e scherniate il mio dolore, e mi suscitiate nell'anima un'ira più profonda dei miei rimorsi? Doletevi con voi stesso, perocchè conoscete quali passioni imperversino qua dentro:… Da lungo tempo ardono…. ma il cuore; non è peranco tutto cenere….»
«Prendetevela con la natura, Conte di Caserta, che mi ordinò in modo da ridere, dove altri piange. Ma parvi questa cosa da piangere, vedervi tutte le notti tormentarvi innanzi un teschio inanimato, che non può sentire le vostre bestemmie, o le vostre preghiere: nè può maledirvi, nè perdonarvi? Io ve lo ho già detto le mille volte, e vel ripeto adesso: voi ne perderete l'intelletto.»
«E conservarlo giova? E perderlo nuoce? Il rimorso vive con lui; e perduto, gli sopravvive. Un giorno l'aveva intero, capace di tutto comprendere, nè fui meno sventurato; ora io l'ho più che a mezzo perduto, nè mi sento più felice per questo.»
«Ma via, concedete una volta che io vi tolga dagli occhi quell'ossame, che di giorno in giorno vi diminuisce la ragione.—Pensate alfine, che fu capo di donna che tradì il letto maritale, e portò nel suo seno….»
«Taci per l'amore che hai per la vita…. taci…. Il tuo ufficio contro questa creatura terminò col colpo che le tolse la vita. Io ti ho comandato essere il suo assassino, non già il suo detrattore.—Basta. Io l'ho punita come colpevole, ora amo fingermela innocente.»
«Allorchè da giovanetto studiava le leggi nella Università di Federigo, intesi, Conte, che chi vuole il più deve necessariamente volere anche il meno. Mi deste il diritto di ricercare nelle sue viscere,—e vorrete negarmi adesso quello di ricercare nella sua fama?»
Il Conte di Caserta si accostò alla parete accennando cadere; lo sostenne subito il Conte di Cerra che aggiunse:
«Oh! di ciò dunque non si faccia più parola. Messere, se alcuna cosa può in voi la preghiera di un fedele servitore vostro, abbandonate questi luoghi spaventosi, date alla terra quello che appartiene alla terra,—le reliquie dei morti. Voi sapete se adesso sia più che mai necessario star vigilanti, e avere il senno ben retto…. In questo modo operando, i vostri disegni di vendetta contro colui, temo forte non vadano a finire col diventare voi stesso folle.»
«Ah!—Molto vi preme la mia vendetta? Molto la conservazione del mio intelletto? Gran mercè!… Gran mercè! Cerra, io ve l'ho detto più volte, siete sottile, e frodolento, quanto lo spirito del male; pure gli accorgimenti vostri tornano inutili con me: io da gran tempo vi conosco; deponete la lusinga d'ingannarmi; non vi date studio di parlare con tant'arte. Voi temete che io perda il senno,—e lo temete per me? Lo splendore di vostra casa era decaduto, e i tempi presenti non concedevano sollevarsi con pubbliche o con private virtù.—-Voi non pertanto la riponeste nell'antico splendore.—Io vi ho fatto Gran Camerlingo del Regno, e ricco, e potente;—tristo eravate già troppo per non osare incolparmi sfacciatamente delle vostre scelleraggini. Voi temete ch'io perda il senno,—e lo temete per me?—E nessuna cura vi stringe, che io nella piena dell'affanno sveli con un solo detto tal cosa, per la quale le nostre teste cadrebbero sotto la scure del carnefice? E nessuna, ch'io, divenuto soggetto di compassione e di riso, non abbia più facoltà di disporre in favor vostro di quei beni, che adesso non posso più lasciare al mio figlio, perchè voi gli avete portato la morte fin colà dentro dove la natura ha posto il luogo acconcio all'opera della vita?
«Conte, che vi giova affannarvi a conoscere il cuore dell'uomo? Forse i vostri dubbii sono veri, forse anche falsi.—È prudenza questa, logorare la ragione e il tempo in tale arte, della quale il dubbio è il frutto meno amaro? Dio non volle darsi a conoscere agli uomini, e si avvolse col mantello dei cieli profondi. Volete voi penetrare i cieli, e investigare i pensieri di Dio? e, volendolo, lo potrete?¹ La natura non ha voluto che il cuore nostro fosse manifesto, e lo ha avvolto dentro un viluppo di ossa e di carne. Qualunque più temerario pensiero della vostra anima immortale potrà mai, Conte di Caserta, trapassare questo riparo di creta? Contentatevi dunque delle opere, e non vi curate dei sentimenti. Tutto questo discorso io ho voluto tenervi, onde non già abbiate di me migliore opinione, ma perchè voi l'abbiate minore di voi quando saprete che il vostro figliuolo vive.»
¹ Forsitan vestigia Dei comprehendes?…. Excelsior est coelo: et quid facies profundior inferno; et unde agnosces?
Il Conte di Caserta divenne pallido come la morte, vacillò, e stette lungo tempo pensoso; poi si fece a lenti passi verso il Cerra, lo prese pel braccio con la sinistra, e con la destra gli fece tale atto, che la favella, quel nobile attributo che distingue l'uomo da ogni altro animale, sembrò quasi sdegnosa di profferire. Il Conte di Cerra, per quanto visibilmente si sforzasse, non potè di tanto reprimere quel suo riso, che due o tre volte non gl'increspasse la faccia; nondimeno si contenne, e parlò:
«E che, Caserta?—Tremate voi così presto essere ridivenuto padre? Non avete voi detto ch'egli è figlio vostro? Or dite, via, che io l'ho spento nelle viscere materne, e che la ingordigia di acquistare conduce i moti dell'anima mia! Presuntuoso che siete, rinunciate alla conoscenza del cuore umano!»
«Egli vive! Tu lo hai detto…. dunque tu mi hai tradito? Va, Anselmo, va per l'amore di Dio, uccidilo avanti che la notte sparisca…. prevaliti di queste ore di notte che avanzano…. egli…. egli è un monumento di peccato…. egli non è mio figlio…. non è mio figlio…. bisogna che muora.»
«Bisogna che viva, Conte di Caserta.»
«Da quando in qua ricusa Anselmo di fare il sicario? Lo conoscerò, lo ucciderò io stesso in questa medesima notte.»—E così dicendo si precipitava verso la porta: gli si parò davanti il Conte di Cerra, e gli disse ad alta voce: «Importa che voi mi ascoltiate.»
Qui cominciava tra loro un velocissimo conversare in tanto basse parole, che appena gli avrebbono potuti sentire alla distanza di quattro o sei passi; ma frequenti e feroci erano i gesti, terribili i volti, romorosi i giuramenti. Alfine parve tutto convenuto tra loro; allora il Conte di Cerra, giubbilando, con quella sua orribile contorsione di volto, domandò: «Messere, che parvene di questo mio ritrovato?»
«E' parmi cosa» rispose il Caserta «che l'età presenti e le future malediranno,—cosa che il narratore dei casi antichi schiverà riporre nella sua cronaca come troppo favolosa;—cosa in somma che lo stesso Lucifero non avrebbe potuto immaginare maggiore nella sua stessa potenza del male. Il tradimento, e il parricidio, commesso per amore di vendicare il padre, era un pensiero degno di meditarlo il Cerra.»
«E di ascoltarlo il Caserta.»
Dopo queste parole il Conte di Caserta accennò ad Anselmo di andare.
Questi, curvata la persona in atto ossequioso, partiva.
CAPITOLO QUINTO.
INGANNO.
Ne diè Natura, è vero,
La lingua perchè serva
A palesar del cuor gli occulti sensi;
Ma l'artificio uman così l'adopra,
Che non gli manifesta, anzi gli asconde;
E ben io so ch'è folle
Chi mirar crede entro la voce l'alma.
CLEOPATRA, tragedia del Cardinale
Delfino Patriarca d'Aquileia.
E se la vita fu bene, perchè mai ci vien tolta?—E se la vita fu male, perchè mai n'è stata concessa?—Oh! l'ora della morte travaglia d'ineffabile angoscia. Io, che, per felice disposizione della natura, posso senza dolore e senza gioia guardare la contesa della distruzione e della esistenza, ho considerato l'uomo spento col ferro: egli aveva i capelli ritti…. le pupille terribili…. la bocca in atto di profferire una minaccia…. tutte le membra disposte a disperata difesa. Ho considerato l'uomo spento coll'arme da fuoco: i suoi occhi erano languidi…. il volto abbattuto, come quello dello estenuato da lungo patire. Finalmente ho considerato la forza della malattia mortale sul giovane, e sul provetto: in quello la vita lottò con vigore proporzionato alle sue forze, e gli ultimi suoi istanti furono atrocemente dolorosi; in questo, di cui l'alito avrebbe a mala pena potuto muovere una piuma, e appannare il cristallo accostatogli alla bocca, la morte parve imperversare meno furiosa, anzi calare lieve lieve la mano ghiacciata a stringergli il cuore.—Ma e nello spento per ferro, e nello spento per fuoco, nel giovane, e nel vecchio…. in tutti ho osservato il gravoso affannarsi dell'agonia…. il ravvolgersi degli occhi desiderosi della luce…. il brivido celerissimo a fiore di pelle precursore della cessazione del moto…. la grossa lagrima distillata dal cervello gocciare giù per la pallida guancia…. tutte le membra contrarsi…. raccogliere coll'ultimo anelito in un sul punto la vita, e…. con un sospiro il cuore ha cessato di battere: l'eterna immobilità inceppa le fibre:—l'uomo diventò tutto materia?—Oh! è amaro, è amaro il punto della distruzione della vita.
E pure più amaro parve a Rogiero quello in cui, ascoltando i passi di persona che si dirigeva alla sua volta, e la voce che di mano in mano si approssimava, fu costretto di sciogliersi dalle braccia di colei che tanto aveva amato senza speranza…. Dio eterno! Era la di lei fronte ghiacciata…. le membra irrigidite; nè di per sè stessa poteva reggersi in piedi:—e la bocca? Un alito leggerissimo annunziava la vita.—Le voci e i passi si fanno ad ogni momento più vicini.—L'adagerà Rogiero su l'erba del prato, o la sosterrà sempre stringendosela al seno? Veramente sarebbe la forte prova di amore abbandonarla così fuori di sè a persona sconosciuta! Ma l'averla tra le braccia è misfatto.—Nè la infamia del misfatto, nè il dolore della pena ricuserebbe Rogiero, purchè gli fosse concesso riporla nelle mani delle sue damigelle, o di sua madre.—All'improvviso la sua mente, più che dai molti anni, ammaestrata dalle molte scelleratezze degli uomini, ricorre al pensiero, che invidiato si solleva il bel giglio; vede il rettile schifoso anelante di contaminare quella intemerata candidezza; ode il malignare della razza del fango; un senso generoso lo esalta; vince la presente passione, adagia Yole sul terreno, china verso di lei i suoi sguardi, giunge le mani, si volge al cielo, e fugge senza mandare un sospiro.
Certo, non si vuole dubitare, che in ogni caso quell'addio sarebbe stato muto, perchè la passione loro non era da esprimersi con parole; pure se Yole fosse stata in sè, avrebbe veduto un tale sguardo, che poi invano avrebbe tentato di cancellare dalla memoria; uno sguardo che svelava il desiderio di cose che l'uomo non può conseguire, l'irremovibile giuramento di non declinare per casi o per tempi dalla stabilita proposta, e la coscienza di vivere senza speranza, e senza speranza morire. Fu senza dubbio nasconderle quel guardo profonda pietà: egli avrebbe accelerata la perdita della ragione, alla quale la misera era condannata fino dal suo nascimento.
Intanto Rogiero, ripostosi a guardia sotto la volta, non poteva condurre lo intelletto a meditare sopra i casi avvenuti, però che il cuore avvolgendosi per le memorie di quelli amava commettersi allo impeto delle sensazioni.
In questo modo dimorando, intese il romore di un passo che pareva avvicinarsegli; porse l'orecchio, e allorchè fu tempo domandò ad alta voce: «Chi è che passa?»
«Che San Germano vi aiuti!» rispose un uomo di sembianze piuttosto dure, di aspetto vigoroso, tutto coperto di piastre e maglie di ferro, come usavano portare gli uomini d'arme del Re Manfredi; «buona guardia, Rogiero.»
«Oh! siete voi, Roberto?» disse Rogiero riconoscendo la voce; «qual diavolo vi porta in questi luoghi a questa ora?»
«Voi stesso.»
«Gran mercè alla cortesia vostra, Roberto; un amico qual siete voi giunge opportuno a tutte le ore, specialmente poi a quelle della guardia.»
«Rogiero, io ho le molte cose a dirvi.»
«Ed io, come vedete, luogo e pazienza da ascoltarle; parlate,»—disse Rogiero, facendo aspetto di non volere porgere grande attenzione a quello che stava per dirgli l'uomo di arme, e continuando a passeggiare.
«Giovane!» parlò cupamente Roberto, ponendosi a sedere, «io posso con una sola parola rendervi immobile per più lungo tempo che voi non vorreste: però accostatevi, sedetemi qui a canto, e sopra tutto parliamo basso, che nessuno ci senta.»
Rogiero non sapendo il perchè, senza alcuna cosa rispondere, obbediva; l'uomo di arme continuava così: «Rogiero, avete voi ripensato a quello, che nel mese scorso vi predisse l'astrologo saracino Ben Hussein?»
«Santa Rosalia! Codeste sono vanità; io le ho affatto dimenticate.»
«Se voi le credevate vanità, perchè le avete ascoltate? Voi avete interrogato le stelle, ed esse vi hanno risposto la verità; voi l'avete dimenticata, ma vi è tale che la rammenta per voi.»
«Manco male: parmi che parlasse del Sagittario….»
«Appunto: voi nasceste sotto questa costellazione, e il vostro oroscopo porta, che dovrete travagliarvi in lunghi viaggi. Furono ancora consultate le vostre mani; infatti, che cosa dice il sapiente Re Salomone? la lunghezza della vita è nella sua destra, le ricchezze e la gloria nella sua sinistra.¹ L'arte manifestò la ruga della grandezza vermiglia e profonda; ma la ruga della vita comparve a un tratto interrotta, e fece andar pensoso l'astrologo, che una morte violenta innanzi tempo….»
¹ Longitudo dierum in dextera ejus, et in sinistra ejus divitiæ et gloria.
«Roberto,» disse Rogiero, alzandosi con impazienza, «è egli forse vostro pensiero atterrirmi? Che serve che mi tentiate l'anima? Oggimai dovreste sapere, che il mio volto non impallidisce al pericolo.»
«Giovane! è vero quello che dite, ma voi siete troppo impetuoso; «—rispose Roberto costringendolo a sedersi di nuovo, e quindi riabbassando la voce lo domandò:
«Conoscete voi il padre vostro?»
«Io?—no.»
«Sapete voi chi vi ha salvata la vita?»
«Io ignoro quando mai sia stata in pericolo.»
«Lo fu.»
«E voi lo sapete forse? E perchè non me ne avete fatta parola prima d'ora?»
«Perche la notte viene a cacciare la luce dal firmamento?»
«Voi invece di risposta mi fate nuova domanda, Roberto.»
«Perchè la notte viene a cacciare la luce dal firmamento?»
«Perchè?… Perchè la legge della natura ve la costringe.»
«E me costrinse la forza degli uomini potenti quanto Lucifero.»
«Ma ora, se vi viene concesso, ditemi: qual'è mio padre? che fa? quale il suo stato? Fu per suo volere, o per altrui, che mi lasciò fino a questo momento languire nella oscurità?»—Roberto non rispondeva parola. Allora Rogiero, quasi supplichevole, riprendeva: «Parlate, Roberto, parlate; il vostro silenzio mi lacera il cuore.»
«Voi mi fate tante domande, alle quali risponderò due sole cose. Vostro padre vive, ma sta presso al morire. La vostra condizione vi sarà manifesta in questa notte.»
«Dove? In qual luogo? Ecco, io mi chiamo pronto a seguirvi.»
«Andiamo,» disse Roberto; e Rogiero levandosi moveva già il passo per andare, quando a un tratto ristette, e parlò:
«No…. adesso è impossibile; fermatevi qui, Roberto, finchè la mia guardia sia finita…. poco più manca a finirla,… altrimenti non potrei senza mancare al mio Re, e dare sospetto di tradimento.»
«Sospetto!»—In verità voi dovrete tradirlo: innanzi che passi questa notte, desideroso di vendetta, vi porrete a capo dei traditori di colui che ora custodite dai tradimenti, ed il fine di ogni operazione di vostra vita sarà la morte di Manfredi.»
«Ribaldo! allontanati, o la mia lancia farà conoscenza col tuo sangue: tu vuoi ingannarmi, e tradirmi,—codardo!—Ed io che era già presso a darmi per vinto!… Allontanati.»
«Tradirvi io? ingannarvi io?» senza punto commuoversi soggiunse l'uomo d'arme. «Il bel suggello che siete, per ingannarvi! Giovane, non presumete tanto di voi stesso. L'oscurità, la miseria, il nulla in che giacete, più che l'ingegno vostro vi salvano dall'essere argomento d'inganno. Io ho fornita la mia commissione presso di voi; solo mi piace rammentarvi, che quando si diffida di un uomo, non conviene dirglielo così palese in faccia; poichè i momenti della vita di vostro padre sono numerati…. e in questo punto medesimo è ormai troppo tardi il muoverci.—Buona notte….»
«Fermatevi: in nome del Santo Sepolcro, concedete un momento…. Io non ho da conservare l'onore dei miei maggiori, perchè non appartengo a nessuna famiglia…. non ho che il mio; ma questo mi è caro, come se mi fosse stato trasmesso da Roberto Guiscardo, o da Enrico l'Uccellatore:—ma mio padre muore, dite voi; e se non lo vedo adesso, nol rivedrò mai più, e rimarrò nelle tenebre dentro le quali sono nato…. Ma il mio onore, il mio onore! Roberto, deh! per pietà, non vogliate ingannarmi.»
«Povera anima, sai tu veramente che cosa sia onore, che, cosa infamia?» proruppe Roberto. «Getta uno sguardo su i Baroni della corte di Manfredi; essi sono grandi, perchè i loro padri tradirono Guglielmo il Normanno: i loro figli si manterranno in grandezza nella corte dell'Angioino, perchè tradiranno Manfredi lo Svevo.»
«Ah! questa è dura verità.»
«Ne apprenderete ben altre, Rogiero, nel cammino della vita. Ma or via venite, se volete: affrettandoci, potrete tornare se volete, e, se vi parrà, essere piuttosto schiavo di un tiranno che vendicatore del padre.» E tale dicendo, Roberto camminava.
Rogiero stava tuttavia esitante, ed ora portava i suoi sguardi su l'asta che doveva abbandonare, ora su l'uomo di arme che si allontanava. «E v'è un destino!» finalmente proruppe; «noi tutti governa il destino. Invano ti adopererai tenerti a sinistra, tu ti troverai a destra, se così fu scritto nei cieli; e da che la resistenza non giova, il meglio è lasciarmi ire ciecamente nelle braccia della sorte che governa i miei giorni.» E gittava l'asta, e risoluto come colui ch'era ormai disposto ad affrontare ogni più dura occasione, si pose dietro alla sua scorta, e la raggiunse alla uscita della volta.
«Roberto,» disse Rogiero in andando «avete mai ascoltato la parola di Dio?»