LA VENDETTA PATERNA
BIBLIOTECA CLASSICA POPOLARE
Volume VII
F. D. GUERRAZZI
LA VENDETTA PATERNA
LETTERE INEDITE
PREDICA DEL VENERDÌ SANTO
CON PREFAZIONE DI G. STIAVELLI
ROMA
Edoardo Perino, Tipografo Editore
Via del Lavatore 88
1888
FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI
Pochi, in verità, diedero sè stessi alla patria quanto Francesco Domenico Guerrazzi. Pochi ebbero la sua fede in un avvenire di libertà e di civiltà, la sua tenacia nei propositi, il suo carattere, il suo ingegno. Pochi lavorarono come lui alla effettuazione di un ideale.
E l'ideale di F. D. Guerrazzi fu una Italia democratica, veramente libera, senza padroni e senza servi, senza moderati e senza preti, una Italia conscia di sè, senza tutori e senza pupilli, una Italia infine che non avesse paure, che non commettesse vigliaccherie. A questo ideale bellissimo, che fu pure quello di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, consacrò egli la giovinezza, la virilità, la vecchiaia.
L'ideale di Mazzini, di Garibaldi, di Guerrazzi e tanti e tanti altri e pensatori, e soldati, e martiri, non si è per anche tradotto in fatto. Ma non disperiamo dei destini della patria. Ma lavorino i giovani, ma non si addormenti il popolo, e l'Italia vagheggiata da quei pensatori, da quei soldati, da quei martiri, sarà.
In alto i cuori, o gioventù d'Italia! Fede e ardire, o popolo italiano! e l'alba dei giorni promessi, dei giorni tanto aspettati, arriderà alla patria, veramente a libera vita risorta.
Ma questo non avverrà fino a che «l'odio per qualunque servitù e l'odio per qualunque tirannia» non avrà messo ben salde radici nei petti, come per tempo le mise in quello fortissimo di F. D. Guerrazzi.
Nato a Livorno il 12 agosto del 1805, da gente antica, dedita un tempo all'agricoltura e alla guerra, il Guerrazzi ebbe educazione «popolana e severa», come egli stesso ci dice nelle sue auree Memorie. Il padre, che era lettore fervidissimo della storia di Roma antica, gl'inculcò primo nell'anima l'amore alla libertà e l'odio verso ogni tirannide. Un giorno che il piccolo Francesco Domenico si mostrava meravigliato delle geste di Pompeo e di Catone, il padre gli disse: «Eppure uomini erano e mortali come te!...», facendogli in questo modo capire che egli pure, quando gli fosse bastato l'animo, li avrebbe potuto emulare. E certamente una grande impressione fece sul giovinetto questa sentenza che il padre gli andava spesso ripetendo: «Meglio vale vivere un giorno come un leone, che venti anni come una pecora»; sentenza che Tippoo-Saib volle incisa sui gradini del suo trono.
Per la libertà e per la patria, suoi santissimi amori, incominciò presto il Guerrazzi a fare, a soffrire.
Sedicenne, mentre studiava legge a Pisa, venne per un anno bandito dalla università, reo di aver letto e commentato ai compagni i giornali che recarono le novelle di Napoli tumultuante. Gli parve quell'atto, come era, un abuso di potere, e, adiratissimo, andò a Firenze per chiedere giustizia al presidente del così detto buon governo, Aurelio Pilotini. — Questi gli disse di non potere far nulla in suo favore. Egli allora gli rispose, spartanamente: «Io ti compiango, signore, se occupando un posto, dove, anche senza volere, fate del male, e al malfatto non potete riparare, neanche volendo, la vostra coscienza vi consente di rimanere.» — Sono parole che ci dicono quanta fierezza, nella quasi universale paura, albergava nell'anima del giovinetto Guerrazzi; parole che pochi, anche oggi, in tanto strombazzamento di libertà, avrebbero il coraggio di pronunziare dinanzi all'ultimo rappresentante del potere costituito.
Laureatosi poi in legge, e ritornato a Livorno, nel 1831 ebbe una condanna di sei mesi di confino a Montepulciano, apparentemente per avere espresso idee troppo ardite in un elogio di Cosimo Del Fante, vecchio soldato delle guerre napoleoniche, elogio che egli lesse nell'Accademia labronica, ma in realtà perchè caduto in sospetto di avere aiutata l'Umbria ad insorgere.
A Montepulciano fu a visitarlo Giuseppe Mazzini. Quelle due grandi anime s'intesero, e suggellarono in un bacio fraterno la loro fede all'Italia. Noi non sappiamo le parole che il Mazzini e il Guerrazzi si scambiarono; ma certamente dovettero essere parole di fuoco.
Dopo i sei mesi di confino, il Guerrazzi andò a Firenze, smaniosissimo di fare. Colà strinse amicizia con Pietro Colletta, con Gabriele Pepe, col Giordani, col Leopardi, col Capponi, col Ranieri, con quanti erano a Firenze e letterati e patriotti, ma non trovò in tutti lo ardimento che lo animava. I più credevano immaturi i tempi ed erano di avviso che si dovesse ancora aspettare. Egli no; e, d'accordo con pochi, fece. Cercò di rovesciare il governo granducale e di dare così alle cose di Toscana un più libero assetto. Ma, scoperto, fu rimandato a Livorno «con ordine di non uscire dalle porte e ritirarsi a casa alle ore ventiquattro», com'egli ci narra. Oggi si direbbe: fu ammonito. Ciò non per tanto, continuò in Livorno a darsi da fare; e fu largo di aiuti di ogni sorta coi perseguitati dal governo papale che, fuggiti di Romagna, erano di passaggio per la Toscana.
Stretto in dimestichezza con Giuseppe Mazzini, il profeta dell'Italia, del popolo, fondò con lui e con Carlo Bini, candidissima anima, lo Indicatore Livornese, un foglio che, con la scusa di propugnare il romanticismo, propugnava la rivoluzione.
Accusato poi di avere aiutata la impresa di Savoja, fu arrestato di notte tempo, messo in prigione «fra, omicidi, donne di mala fama e facinorosi di ogni maniera», e rinchiuso indi a poco nel forte Stella di Portoferrajo, tra i prigionieri di Stato. Colà dentro, nel 1834, in mezzo a patimenti di ogni fatta, scrisse l'Assedio di Firenze, il suo capolavoro, il libro che non morrà. Già il Guerrazzi aveva scritto una tragedia intitolata da Priamo, i Bianchi e i Neri, che furono rappresentati al Teatro Carlo Lodovico di Livorno, tra un uragano di fischi, e la Battaglia di Benevento. Ma dello scrittore diremo poi.
Nel 1847, ai primi fremiti di libertà che novellamente corsero l'Italia, lanciò fuori la rovente sua lettera al Mazzini, una lettera che quei fremiti aumentava, una lettera che era una scossa elettrica. In essa diceva al grande agitatore genovese: «Vieni, prima che la mia vita cessi, come rivo tra i sassi, nei giorni del sole. Io per aspettarti mi soffermo sopra il limitare della morte, che invoco. Impotente a stringere la spada come il Bardo normanno, mi ti porrò al fianco nel giorno della battaglia vicina; m'avanza qualche immagine di poeta nella testa, qualche affetto nel cuore da potere inalzare un ultimo canto — o la requie — o il trionfo dei valorosi.»
Corso a Firenze, dove Leopoldo II ondeggiava tra gli austriaci e le riforme, il Guerrazzi arringa il popolo, gli parla di patria, di libertà, lo sprona a fare, a sorgere, a imporre il suo volere al Granduca titubante. È arrestato nel gennaio del 1848 per ordine del Ridolfi, e rinchiuso nel Falcone di Portoferraio. Uscito di carcere in marzo, dopo la proclamazione della Costituente, ricomparisce in Firenze, allora tutta sottosopra, e dagli elettori di San Frediano viene eletto a far parte del Consiglio generale toscano. Nel settembre di quello stesso anno è mandato a Livorno perchè plachi il popolo e lo consigli a non commettere violenze, le quali molto avrebbero compromessa la causa della libertà. Ascoltata è la sua parola, seguito il suo consiglio. Ritornato a Firenze, vien nominalo ministro dell'interno; e, con Montanelli e con Mazzoni, pure ministri, cerca di mantenere il Granduca sulla via delle riforme. Ma il Granduca, impauritosi, fugge. Allora il Guerrazzi, il Montanelli, il Mazzoni, prendono le redini delle cose e costituiscono il governo provvisorio della Toscana. Sventano la congiura del generale Laugier, stato incaricato di sottomettere nuovamente il paese, e si rendono molto benemeriti della patria.
Nella notte del 27 marzo 1849, viene il Guerrazzi nominato dittatore della Toscana: e, in quella carica, dà prova di alto coraggio e di grande energia. Ha da lottare contro gli austriacanti, contro i lorenesi, contro i moderati, anche contro il popolino, ma non si sgomenta per ciò; lotta e non si lascia vincere. È una fibra di ferro che, non soltanto non si rompe, ma nemmeno si piega. In quei giorni, F. D. Guerrazzi fu veramente grande; grande quanto un reggitore di stati espertissimo; grande quanto un eroe antico.
Avvenuta, il 12 aprile, la restaurazione granducale, il Guerrazzi fu imprigionato nel forte di Belvedere. Indi, prima che gli Austriaci entrassero in Firenze per accompagnarvi Leopoldo II, fu trasferito nel Maschio di Volterra. Da quel carcere passò, nel novembre del 1849, in quello delle Murate di Firenze; e vi rimase fino al 1853. In questo secondo carcere scrisse parte della Beatrice Cenci e La Vendetta paterna. Così non rimaneva egli inoperoso.
Fattogli il processo, venne condannato all'ergastolo: ma la condanna gli venne poi commutata in quella di confino in Corsica.
Si cercò nel processo di coglierlo in fallo per abuso del pubblico denaro, che egli avrebbe commesso nella sua qualità prima di ministro, poi di Dittatore: ma non vi si riuscì. Fu anzi provato che, in tutto il tempo che egli rimase al potere, non solo non aveva abusato del denaro del pubblico, ma vi aveva rimesso «del suo più del doppio dello stipendio.»
A propria difesa scrisse il Guerrazzi l'Apologia, nella quale vi hanno pagine eloquentissime, che anche oggi non si leggono senza ammirare.
Il Guerrazzi giunse a Bastia nell'agosto del 1853 e vi rimase fino all'ottobre del 1856. Ivi terminò la Beatrice Cenci e scrisse la novella «Fides».
Intimatogli poi il «domicilio coatto», fuggì a Capraja, e di lì andò a Genova. Vi rimase fino a che il danno e la vergogna della patria durarono. Nell'epico cinquantanove ricomparve in Toscana, e molto si adoperò per l'annessione di quella terra al regno unito d'Italia. Fu quindi eletto deputato prima a Rocca S. Casciano, poi a Livorno, poi a Casalmaggiore, poi a Caltanissetta, finchè, nelle elezioni del 1870, con patente ingiustizia ed ingratitudine, non venne lasciato in disparte; di che molto egli si accorò ed indispettì.
Nella camera dei deputati il Guerrazzi sedè costantemente a sinistra, e spesso parlò, ascoltato sempre. Memorabile è il discorso che pronunziò contro la cessione di Nizza alla Francia. Disse parergli delitto levare col voto la patria a Garibaldi, quando egli, per ridarci con la spada la nostra, aveva messo a repentaglio la vita; e ammonì che cedere Nizza alla Francia era lo stesso di conficcare un chiodo nella bara della unità italiana.
Generose, magnanime parole, ma vane!
Contro la setta dei moderati, come egli la chiamava, il Guerrazzi se la prese a morte, e attribuì ad essa tutte, o quasi, le disgrazie che poi all'Italia derivarono. Ma se egli avesse vissuto ancora, avrebbe detto forse egualmente di coloro che ai moderati successero nel governo della cosa pubblica, poi che gli uni non gli sarebbero parsi molto migliori degli altri.
Ritiratosi a vita privata, nella sua nativa Livorno, fu spettatore di vergogne e di codardie senza nome, e ne rimase stomacato. La ingratitudine della nuova Italia, al cui risorgimento sapeva di aver tanto contribuito, lo ferì nel più vivo dell'anima. Mentre il governo livornese gli aveva fatto offrire una cattedra di letteratura nella università di Pisa, cattedra che egli sdegnosamente rifiutò, nessuna offerta gli venne mai fatta dal governo della nuova Italia, nemmeno quella del più umile posto di professorucolo, quasichè valesse egli di meno dei tanti ex preti, ex frati, ex austriacanti, ex Borbonici, ex papalini, verso dei quali i ministri della monarchia furono così prodighi d'impieghi e di onorificenze.
Il Guerrazzi, nauseatosi della vita cittadina, ove tanto fango aveva visto agitarsi, si ritirò nei suoi ultimi anni al Fitto di Cecina, nella forte Maremma toscana, e colà visse «in compagnia del mare, delle foreste scarmigliate dal vento e della malaria, invocando, e non potendo ottenere, pace», come egli stesso ebbe a scrivere. Dalla fiera solitudine del Fitto di Cecina levava di tanto in tanto la voce a difesa dei diritti del popolo e a condanna di coloro che quei diritti ledevano, e le parole del vecchio solitario avevano un'eco potente in tutta l'Italia. — Vicino a morire, e conscio del suo prossimo fine, manteneva tutta la fierezza della gioventù, tanto da scrivere ad un amico: «Riapro il mio testamento per ordinare che, morto, mi brucino, e la cenere conservino in casa. La mia pelle, per gli Dei superi ed inferi, non servirà da tamburo in fiera ai ciarlatani moderati.»
La morte lo colse improvvisamente al Fitto di Cecina nella sua villa della Cinquantina, la sera del 23 settembre 1873. Ebbe grandi funerali di popolo, ai quali tutta Italia prese parte in ispirito, ed onorata sepoltura vicino alle ossa paterne, sul monte a capo della terra che gli fu culla, come, prima che lo sdegno gli suggerisse le sopra riportate parole, era stato suo desiderio.
A quella tomba le madri italiane conducano i figli, e dicano loro le parole che nella splendida introduzione alla Beatrice Cenci il Guerrazzi scrisse di sè:
«Qui dentro riposa un uomo, che ebbe la fortuna nemica fino dall'ora che gli versarono sul capo l'acqua del battesimo: tutta la sua vita fu una lunga lotta con lei; ma le lotte con la fortuna assomigliano a quella di Giacobbe con l'Angelo. Superato, non vinto, amò, soffrì e si travagliò del continuo pel decoro della Patria. Non provò amici popoli, nè principi; — lo saettarono tutti. Dall'alto e dal basso gli lanciarono strali crudeli. Parte di vita gli logorarono le carceri; parte l'esilio. Prigioniero, meditò e scrisse: libero, si affaticò per la salvezza comune, e principalmente per quella de' suoi nemici ed emuli. Invano la ingratitudine tentò riempirgli l'anima d'odio. Le acque dell'affanno lasciavano ogni amarezza nel passargli sul cuore. Offeso, gli piacque la potenza, e la ebbe per dimostrare col fatto, che tenne la vendetta passione di menti plebee: nè perdonava soltanto, ma (più ardua cosa assai) egli obliò.
«La spada della legge, confidata nelle sue mani, non convertì in pugnale di assassino. — Quando altro non potè fare, col proprio seno tutelò la vita di uomini che sapeva essergli stati, e che avrebbero durato ad essergli, nemici. — Il popolo un giorno lo ruppe come un giuoco da fanciullo; i potenti lo gittarono alle moltitudini insanite come schiavo nel circo delle fiere. Consumato nelle viscere, egli cadde sopra un mucchio di rovine e di speranze; e non pertanto, morendo, lasciava alle genti il desiderio di costumi migliori, e di tempi meno infelici. Le sue dita, con ultimo moto, segnarono per testamento sopra questa terra desolata le parole: Virtù, Libertà.» —
La forte, l'eroica, la socialistica Livorno decretò a quel suo grande figliuolo un monumento; e questo sorse il 17 maggio 1885, nella piazza che da F. D. Guerrazzi prese nome. Bene! Ma perchè raffigurare il Guerrazzi seduto, in atteggiamento di un notaio che stia rogando un suo atto, o di un fattore che pensi i saldi annuali? — Il Guerrazzi, o scultore Lorenzo Gori, doveva essere raffigurato su dritto della bella, della nobile persona, su fieramente impettito, tutto muscoli, in atto o di contemplare, superbo e sdegnoso, le bassezze pullulantigli ai piedi, o di gittare alle turbe la parola della libertà, la fatidica parola contenuta nei libri di lui. Oltre che con le azioni valorosissime, il Guerrazzi lavorò alla effettuazione del suo bello e forte ideale con le opere dello ingegno: esse, può dirsi, furono tutte a questo scopo dirette.
E bene a ragione poteva egli scrivere al Mazzini: «Scopo supremo per me era tentare se scintilla alcuna restasse nel corpo della patria per accendere di vita le presenti e le future generazioni. Non mi pareva che corresse stagione di badare come le acconceremmo il manto o la corona; la questione era quella d'Amleto: essere o non essere. Tutto il mio concetto sta in questi versi di Francesco Petrarca:
«Che si aspetti non so, nè che si agogni
Italia, che i suoi guai par che non senta,
Vecchia, oziosa e lenta.
Dormirà sempre, e non fia chi la svegli?
La man le avess'io avvolta entro i capegli!» —
«Quindi reputai carità adoperare tutti i tormenti praticati dagli antichi tiranni, e dal Santo Uffizio, ed altri ancora più atroci inventarne per eccitare la sensibilità di questa patria caduta in miserabile letargia; io la feriva e nelle ferite infondeva zolfo e pece infocati; la galvanizzava, e Dio solo conosce la mia tremenda ansietà quando le vedevo muovere le labbra livide e gli occhi spenti».
Non potendo egli combattere una battaglia, scriveva un libro; ed il libro, diremo con Giuseppe Mazzini «aveva in sè tutte le ispirazioni, tutte le alternative, tutto il furore d'una battaglia»; — il libro era una battaglia veramente. Contro chi? — Contro i nemici della patria e del popolo, chiunque si fossero, da dovunque venissero, prima contro i tiranni estranei, poi contro quelli indigeni, contro tedeschi, contro preti, contro moderati, contro tutti furfanti. E le pagine del Livornese bruciavano come tizzoni ardenti, come bottoni infocati, tagliavano come spade affilate, come baionette, come mannaie, facevano piaghe profonde, sanguinanti permanentemente, non rimarginabili.
I colpiti dalla prosa del Livornese non trovavano più pace, quella prosa li stigmatizzava, l'infamava, li metteva alla berlina. Erano allegre vendette quelle del Guerrazzi, fatte in nome dell'Italia e del popolo! Si leggano la Battaglia di Benevento, l'Assedio di Firenze, la Beatrice Cenci, il Pasquale Paoli, il Secolo che muore, l'ultimo lavoro di lui, e si giudichi. Si giudichi se i libri del Livornese sono o no battaglie campali; se in essi il Livornese riuscì o no a rimescolare cielo, terra e inferno. L'Italia la rimescolò tutta, da un capo all'altro. La sua Battaglia di Benevento e il suo Assedio di Firenze furono il «sorgi e cammina» gridato alla patria che pareva cadavere.
In proposito del Guerrazzi bene osserva Giuseppe Mazzini: «L'ufficio dello scrittore s'è rivestito nel suo concetto dei caratteri d'una missione. Audacie, pericoli, dolori inseparabili da ogni missione, egli ha tutto accettato. Ei s'è incarnata la patria. Le ferite della patria son sue ferite; i nemici della patria son suoi nemici; ed egli ha cacciato, non potendo altro, il guanto a tutti; papa, impero, oppressori o seduttori stranieri, oppressori o seduttori domestici, sono flagellati, flagellati a sangue uno per uno.»
Dalla lettura dei libri del Guerrazzi i giovani italiani si alzavano soldati, si alzavano eroi, come se tocchi da un qualche intuibile nume benefico. Ed entravano pieni di fede nelle cospirazioni, affrontavano sorridendo il patibolo, salivano cantando sulle barricate, si scagliavano come leoni nelle battaglie, e morivano col santo nome d'Italia sulle labbra....
Oh immortale rettorica, se rettorica è questa! —
I pedantuzzi d'Italia, essi che mai non fur vivi, ostentano oggi un grande disprezzo per le opere letterarie del Guerrazzi, sembrando loro che l'arte in esse difetti. Ma il popolo ama il Guerrazzi, lo legge sempre, e vi piange, e vi freme, e vi si entusiasma. E le opere letterarie del Livornese si continuano a ripubblicare, ed è giustizia che sia così.
Un grande artista, ce ne duole pei pedantuzzi d'Italia, fu F. D. Guerrazzi. Se l'arte di lui non è più quella che noi, oggi, seguiamo, quella che i nuovi tempi richieggono, non vuol dire; è sempre arte, e rispettabile sempre. — Ma come si debbe scrivere la lingua che parliamo, può il Guerrazzi insegnarci anche oggi.
Egli diede alla prosa italiana atteggiamenti nuovi, scultorii. Egli, in tempi nei quali belavano le arcadie e sfringuellavano le accademie, infuse nella prosa italiana l'anima che l'era venuta a mancare, le ridiede il sangue, il colore, la forza. — Fu egli chiamato il Titano della prosa, e la denominazione sta, poi che titanica è invero la prosa sua, così straordinariamente insolita.
Ma guai agli imitatori di lui! Guai a chi volesse, soprattutto, imitarne lo stile. Questo, noi pure ne conveniamo, è, nei primi lavori del Livornese, gonfio e rettorico assai. Ma se ne corresse il Guerrazzi; e ciò può vedersi nel Pasquale Paoli, nell'Asino, nel Buco nel muro, nelle Vite del Doria, del Ferrucci, del Burlamacchi, nello Assedio di Roma, nel Secolo che muore, nei quali libri lo stile non ha i voli turbinosi che si notano negli altri, ma procede quasi sempre calmo e sereno per via naturale e piana.
Nei primi lavori il Guerrazzi, come scrittore, non s'era ancora fatto; non aveva ancora una individualità propria. Era bensì l'innamorato di Giorgio Byron, il suo scolare. Il Guerrazzi si fece di poi e divenne originalissimo scrittore. A qualunque genere letterario ei si accostasse, sapeva trasformarlo ad immagine sua, vi lasciava la sua impronta.
La fantasia che egli ebbe fu alata, fu poderosa, fu straordinaria; proprio. Se fosse stato poeta nel vero senso della parola, avrebbe rivaleggiato con l'Ariosto. Ma un Ariosto molto triste e fosco sarebbe stato egli!
Romanziere, è il più immaginoso che abbia l'Italia. I romanzi di lui, sebbene s'intitolino da soggetti storici, sono, più che altra cosa, parti della sua fantasia.
E, questa, nella sua corsa sbrigliata, non gli dava agio di fermarsi a considerare se quel carattere era umano, se quella situazione era naturale. Ed è cosi che i romanzi guerrazziani difettano spesso di umanità e di naturalezza. Ma non debbonsi giudicare coi criteri che del romanzo oggi abbiamo. Si pensi che il Guerrazzi non poteva essere un romanziere naturalista. Poi, egli aveva un genere di romanzo tutto suo; e, si aggiunga, un genere di storia, un genere di satira tutti suoi speciali. E, in quanto al genere satirico, che autore di satire il Guerrazzi! Ricorda Sterne ed Heine, ma non è nè l'uno nè l'altro; è lui, nessun altro che lui.
Oltre che immaginosissimo romanziere e fine satirico, oltre che prosatore eletto, fu pure un erudito dei primi, da non scomparire nemmeno di fronte al Voltaire, che egli, anzi, si studiò d'imitare.
La erudizione che egli ebbe fu varia e profonda, e la si trova disseminata nelle sue opere, siano romantiche, siano storiche, talora anche a scapito di queste, poi che a volte ne intralcia l'andamento e ne rende difficile la lettura.
Se si fosse messo di proposito a scrivere di estetica sarebbe oggi tra i più poderosi nostri critici. Di questo ci assicurano moltissime sue pagine, nelle quali si ragiona d'arte con un senso del bello che pochi invero posseggono.
Il Guerrazzi non va certamente immune da difetti, e noi, sebbene ammiratori fervidissimi di lui, ci guarderemmo dal proporlo in tutto e per tutto ad esempio. Ma egli va preso com'è, e, così com'è, è grande: grande tanto come scrittore quanto come cittadino.
Livorno agosto 1888.
G. Stiavelli.
LA VENDETTA PATERNA
«Maledetto chi non onora suo padre; — maledetto nella città, maledetto nella campagna —; io ti percuoterà con miseria, febbre, freddo, ardere, melume e malaria finchè tu muoia. — Il cielo sopra te sia di bronzo, la terra che tu calpesti di ferro. Il Signore sommuova dalla terra polvere, dal cielo piova cenere finchè tu vi rimanga sepolto; — ti dia in mano ai tuoi nemici; e mentre tu sorti per una via contro di loro, tu ne fugga per sette andando disperso per la terra. Il tuo cadavere diventi pasto di tutti i volatili del cielo, di tutte le bestie della terra, e nessuno lo porti via... Sii percosso d'insania, di pazzia, di furore di mente. — Va di mezzogiorno tentoni come il cieco nelle tenebre. — La tua moglie accolga nel suo braccio adulteri. — Fabbricherai la tua casa, ma non vi abiterai; pianterai la vigna, ma non la vendemmierai; ti uccideranno il bove, e tu non ne mangerai... e di questo si vedranno in te segni espressi, e prodigi.»
Deuteronom. Cap. 27. 28.
§ I. Orazio, come tutti i personaggi di romanzo, prima ricusa a raccontare, e poi racconta; però che diversamente non si stamperebbe la storia.
«In quanto a capelli diventati bianchi tutto ad un tratto, notò un bandito mentre scuoteva la pipa per farne uscire la cenere del tabacco, ho inteso raccontare, che quando don Flaminio il Marchese di santa Prassede maledisse i suoi figliuoli, le imprecazioni del vecchio bruciassero i capelli su cotesti loro capì, e ne calcinassero i cervelli come pietra in fornace: insomma, che il fuoco di Sodoma non facesse men peggio, nè più tardi.»
«Fanfaluche!» esclamò Orazio avviluppandosi nel gabbano, e mutando fianco sopra il letto di foglie, che si era fatto sotto la quercia.
«E come potete voi affermare che le sono fanfaluche?»
«Perchè lo so. — Ah!, soggiunse poi, troppo più dura sorte incolse a quei miseri.»
«In fede di Dio, interrogò una voce diversa che usciva da un cespo, che cosa mai poteva loro accadere di peggio?»
«Marco, rispose Orazio con parole lente, e parti poi gran male la morte se ti coglie subita, e improvvisa? Di minuto in minuto limarti anima e corpo, e mandarteli dispersi come limatura di ferro, allungarti l'agonia, e non darti la morte, lasciarti la smania di rifuggirti sotto terra, e levarti il fiato di percuoterla, e dire: o terra, cuoprimi! Questo vedi, Marco, è troppo peggio della famosa spinta che un giorno o l'altro ti darà mastro Alessandro, per la quale fa conto di trovarti nello altro mondo senza che tu te ne accorga nemmeno.»
«E pure, riprese il bandito che fu primo a parlare, che il caso dei figli del Marchese di santa Prassede fosse successo per lo appunto come io l'aveva contato seppi per cosa certa da un cugino della cognata del guardaportone del palazzo Massimi, che di coteste faccende doveva essere a parte meglio di voi. A voi chi lo ha raccontato, Orazio?»
«A me? Nessuno.»
«Or dunque, come lo sapete?»
«Io ho veduto morire i figli maledetti.»
«La notte è lunga; e al sonno, quando posa su le palpebre del bandito, par di sedere su i pettini da lino: or dunque narraci questa storia, Orazio; noi ti staremo a udire.»
«Io conto, e narro quando me ne piglia l'estro, disse Orazio riponendosi a giacere sopra il letto di foglie: — voi poi, soggiunse poco dopo, se non sapete logorare meglio o peggio il vostro tempo, fischiate.»
Ma il giovanetto, che soleva cantare le canzoni composte da Orazio, gli si pose accanto; mise le mani incrociate sopra la sinistra spalla di quello, e sopra le mani appoggiò la guancia; poi levando dolcemente gli occhi, così prese piuttosto a mormorare, che a dire:
«Racconta, mio buono Orazio, racconta. Dio ti ha creato apposta per raccontare, come il rosignolo per cantare. — Orazio, in dieci colpi di archibugio tu ne sbagli due; ma le tue storie valgono anche meglio dei tuoi tiri. Orazio, tu sai condurre una imboscata come il Cavaliere dei Pelliccioni[1]; ma più hai talento per esporre un racconto. Tu sai tutto; tu ti sei trovato a tutto. Io penso, che tu ti fossi presente quando Dio appiccò in mezzo al cielo il gran lampione del Sole; tu devi avere insegnato a Noè a pigiare l'uva; e se non portasti mattoni alla torre di Babele ha da essere caso. Se non sapessi che tu sei carne battezzata, io ti crederei quel cane di giudeo che negò a Cristo di riposare all'ombra della sua casa, onde ei ne va condannato a ramingare pel mondo fino alla consumazione dei secoli. Se il Papa ci offrisse una coppia dei suoi cardinali in cambio di te, noi gli diremmo: — Santo Padre, tienti i tuoi cardinali, e lasciaci il nostro Orazio. — Veda un poco papa Clemente se possiede in corte un fiore di lingua come sei tu: forse il Baronio, che scrive storie da far dormire ritti? Racconta, Orazio, racconta una storia; tando tu ci metti quanto a cogliere una rappa di finocchio, e a strofinartene i denti.»
Orazio a mano a mano che il giovanetto parlava si levò su la vita a sedere, gli toccò carezzando i capelli, e così prese a dire:
«E non ci è verso; bisognerà che racconti la storia. Finchè l'uomo vive ha mestieri di un cappellinaio per appiccarvi il gabbano dei suoi affetti, per quanto logoro e rattoppato e' sia; ed io non posso negare niente a questo ragazzo. Il mondo va alla rovescia; gli usignoli incominciano a prendere i rospi: tu mi sforzi a parlare, Genesio, e poi tu piangerai; guarda bene ve' ch'io non ti veda nè ti senta; che alla croce di Dio ti do uno scavezzone da intronarti la testa; e il peggio è, che il caso al solo pensarci sopra mi stringe la gola, e nella zucca non ho goccia di vino. Ad ogni modo udite.»
§ II. Le Terzettate.
Voi altri tutti siete romani di Roma, o della campagna; però di raccontarvi quale e quanta sia la famiglia dei Massimi di santa Prassede io mi passo. Questo poi importa che sappiate, come il marchese don Flaminio requiescat rimanesse vedovo di donna Vittoria Savella, nobile e virtuosa dama se altra mai ne fu pari nel mondo, dalla quale egli procreò cinque figliuoli grandi della persona secondo la loro età, ben fatti a maraviglia e belli... parevano cinque di quelle sette stelle là dalla parte di tramontana, che hanno forma di un pastorale di vescovo: e poi parlavano come Marco Tullio; alcuni di loro cantavano di poesia all'improvviso, ch'era un portento; a spada e a pugnale da stare a petto e a mettere in cervello qualunque cavaliere, o vogli spagnuolo od italiano, che portasse cappa; nelle brigate piacevoli con tutti, festosi; insomma, fra i baroni romani per universale giudizio facilmente primi. Se il vecchio Marchese se ne tenesse lascio considerarlo a voi; e quando gli udiva lodare (cosa che di frequente gli accadeva) dava in pianto di tenerezza, il povero signore, ed esclamava: «Dio, Dio, questa è maggiore felicità di quella che il tuo servo possa sopportare: deh! temperamela con un poco di amaro, onde il troppo giubilo non mi ammazzi!»[2]. Va pur là, sciagurato, che moristi di giubilo! Questo degno barone aveva un cuore come il sole, che quando si leva fa bene a tutti così ai buoni come ai malvagi; alla rosa e all'aconito, a chi piange e a chi fa piangere; e là glorioso, affacciato dalla cima del colle, sembra che voglia dire propriamente così: «il mio ufficio è illuminarvi, esultate: più tardi verrà il mio creatore e il vostro a giudicarvi: io frattanto non condanno, rischiaro.» E poi non poteva fare a meno che non fosse così, perchè egli si reputava, ed era beatissimo; e l'anima nostra quando si sente serena vorrebbe che tutti fossero contenti. L'allegria rende l'uomo buono, e in fondo al fiasco, Dio mi perdoni, si pescano più sentimenti da galantuomo che su la bocca di un padre predicatore: ad ogni modo le prediche mi fanno dormire, e il vino cantare; e da noi vuolsi cosa ben truce stanotte, dacchè è chiaro che il signor nostro lasciandoci senza vino intende che ci sprofondiamo in pensieri di tristezza, brutta semenza d'iniquità.
«Pur troppo! sospirò il vecchio Ciriaco, Orazio parla come un libro stampato. Ed io ancora mi buttai alla foresta quando mi ebbero impiccato Trofimo... il povero figliuolo. Che cosa aveva io a fare?... Lo aveva unico, e solo... e sua madre... meschina! ne morì di dolore... oh! oh!»
Queste parole caddero sopra l'anima dei circostanti lugubri quanto l'antifona del miserere. Il buio denso della notte rotto a quando a quando dalla fiamma, che prorompeva crepitante... cessava, e tornava a comparire; il singulto degli uccelli notturni nel profondo del bosco, l'ora, la esitanza delle lunghe insidie, la memoria del passato, la minaccia dell'avvenire e l'aspettativa paurosa del racconto percuotevano il cuore, e lo empivano di affanno.
Orazio proseguiva con voce più cupa:
Voi potreste giuocare più presto agli aliossi con gli obelischi di papa Sisto, e mettervi in capo la cupola di san Pietro per morione, che cancellare una virgola dallo scartafaccio della sorte. Che cosa è mai questa sorte? Lo sapete voi? no: ed io? nemmeno. La sorte è una forza, che ti conduce per mano, se acconsenti, e ti strascina pei capelli, se resisti. La sorte è una necessità, che quando tu vai a dormire si pone a giacere teco, e ti si caccia sotto il capezzale; quando ti levi ti salta addosso prima della camicia: non dorme, perchè non ha palpebre; non si commuove, perchè ha viscere di pietra; le preghiere entrano nelle sue orecchie come la brinata in quelle delle statue di bronzo, e vi fanno effetto pari... ed ora, che cosa avete capito? Nulla; ed io quanto voi. La sorte è sorte; ciò è il più e il meglio che possiamo dirne, come di mille altre cose di questo mondo; e tiriamo innanzi.
Marcantonio Colonna, il famoso nostro barone, che fu tanta parte della batosta che dettero i Cristiani a quei cani senza fede dei Turchi nella battaglia di Lepanto, pei molti meriti suoi venne eletto vicerè di Sicilia, dove sua virtù corrompendosi, siccome suole ordinariamente avvenire al soldato negli ozi della pace, ed essendo per natura inchinevole alle cose di amore, viziò una fanciulla bellissima di nobile parentado, e la tenne seco pei suoi piaceri. Le passioni nei petti di questi signori fanno come le rondini; sono di passo. Ormai al signor Marcantonio della sua bella Siciliana premeva più, che tanto; ma la generosità romana, la quale abita come in casa propria nel cuore di cotesto barone, non gli consentendo lasciare dietro sè quella meschina in balia del furore dei suoi parenti, i quali l'avrebbero senza fallo ammazzata, quando cessò dall'ufficio se la condusse a Roma. Però donna Rosalia, che tale aveva nome la bella Siciliana, stavasene in palazzo Colonna albergata magnificamente, e nutrita in sembianza di dama della Principessa madre; la quale essendo quella saputa e discreta matrona che tutti voi conoscete, andava pietosamente rammendando come meglio poteva gli strappi del figliuol suo.
Ora don Flaminio Massimi, per essere nato da donna Fulvia Colonna e per la molta bontà e piacevolezza sue, aveva entratura grande con Marcantonio e con la madre di lui: per la qual cosa usando frequentissimo in casa Colonna, non potè fare a meno di mettere gli occhi addosso alla bella Siciliana; e parendole, come veramente ella era, leggiadra molto e sventurata, gli venne al cuore una immensa passione di conoscere i casi suoi, e quelli, potendo, sollevare. Oh bella! egli è tanto meritorio sentir compassione per le belle desolate, che il Papa le dovrebbe assegnare indulgenza plenaria per cento anni almeno. E se al Marchese urgeva consolare, a donna Rosalia urgeva del pari essere consolata, e sfogare le sue pene vecchie e nuove nell'animo di creatura disposta a compatirla; cosa che non poteva fare con altri, perchè da confidarsi con gente della famiglia la tratteneva pudore; e donna Fulvia la proteggeva, è vero, ma con quel suo fare alla spagnuola intirizziva la povera fanciulla per di dentro e per di fuori. Su cento consolatori novantanove diventano amanti; e questo è provato: nè chierica salva, che non è fatatura contro i colpi di amore; nè età, perchè il legno più arde quanto meno è verde. Breve; il vecchio Marchese tanto andò di giorno in giorno infervorandosi in cotesto suo sconsigliato amore, che certa volta propose a donna Rosalia di condurla per sua legittima sposa, e donna Rosalia rispose: «magari!»
O perchè la giovane donna acconsentiva? Vallo a pesca. Forse in grazia degli anni di don Flaminio? Dio ne guardi: già essi erano troppi, e poi l'amore per gli anni camminava alla rovescia dello amore pei ducati; e di esperienza, amore che vive di scapataggine, non sa che fare: io so di certo, che le corde con le quali il carnefice fastidio strozza l'amore sono attorte co' primi capelli bianchi che spuntano sul capo degli amanti. In grazia della sua persona? Ahimè! Dallo insieme del corpo del vecchio Marchese si argomentava di leggeri come la bellezza fosse passata per di là, ma qual via avesse tenuto era difficile dire; — bottiglia di vino buono bevuto un anno fa! — E neanche io voglio credere, che la Siciliana il facesse per cupidità di averi; — forse per la molta piacevolezza e bontà del Marchese di che ho parlato; forse lo studio di uscire dalla abiezione in cui ella si trovava, che in queste faccende si ha un bel dire i panni non rifanno le stanghe, e vergogna non cuopre broccato d'oro; forse anche veruno di questi motivi, e la vaghezza di mutare stato, fosse anche in peggio, governa i cervelli degli uomini, e quelli delle donne molto più.
Don Flaminio, come i vecchi amanti costumano, sospettoso non gli venisse sturbato il disegno, sposò in segreto e senza farne motto a nessuno la sua bella donna; e un bel mattino, parendogli avere espugnato Cartagine, ne menò trionfo per Roma a mo' di Scipione Affricano. — I vecchi, come pratichi delle faccende del mondo, vedendo quella nuova cosa stringevansi nelle spalle, tentennavano il capo, e tiravano innanzi. Giunto al palazzo don Flaminio petulante e festoso come fanciullo, raduna i figliuoli e la famiglia dei servi; e presa per mano la bella Siciliana, la presentava loro dicendo:
«Figli miei, della mia esultanza esultate; io vi ho dato una nuova madre in questa mia consorte...... Marchesa di santa Prassede....»
I figliuoli lo interruppero levando al cielo un grido acutissimo di dolore e di rabbia, dal quale rimasto il vecchio Marchese sbalordito, non seppe che cos'altro aggiungere di buono; ma perduta affatto la tramontana se ne andò per le corte, aggiungendo con voce commossa, che indarno però sforzava di rendere severa:
«Voi, miei figliuoli, onoratela come mia consorte; e voi, servi, obbeditela come padrona: non occorre altro; andate.»
Io che, come staffiere in casa al Marchese, chiamato con l'altra famiglia mi trovava presente a cotesto fatto, pensai vedere, ma avrei giurato aver veduto per certo una mano di scheletro girare lenta lenta per l'aria, e tracciare un cerchio dentro del quale venivano come ad essere comprese tutte quelle teste.
Il vecchio Marchese si chiuse nelle sue stanze, e quivi rimase tutto giorno presso l'amata donna, consolandola con molli carezze e dolci parlari come giovanotto per la prima volta innamorato. I padroni giovani non furono visti in palazzo che a notte tarda, tranne Pompeo, il quale per essere tuttavia fanciullo stette in casa, ricusando però ostinatamente sempre sedersi in grembo alla bella Siciliana, che lo tirava a sè con modi soavi, e gli andava offerendo baci e confetti; anzi avendogli detto:
«Don Pompeo, io vi farò da madre,» il giovanotto le rispose stizzito: «A me non fa mestieri altra madre che donna Vittoria Savella, la quale a quest'ora è lassù;» e col dito indicava il cielo.
Non pareva davvero che in casa fossero state celebrate nozze, bensì mortorio; però che assai prima del consueto il palazzo fosse sepolto nel silenzio e nelle tenebre, — precursori della tempesta.
Fortuna volle che a don Flaminio, il quale in corte del Papa teneva ufficio di camerario privato, ricorresse la volta nella prossima mattina; onde egli per non mancare si levò per tempissimo, e si abbigliò squisitamente di gala come costumano i vecchi, che studiano riparare con l'arte le offese degli anni: premeva a lui (che passata la prima notte aveva incominciato ad accorgersi del granchio preso) non gli fruttassero discredito in corte gl'improvvidi sponsali; e raddoppiando di reverenza e di zelo sperava che non glieli apponessero a torto, o alla più trista valessero a temperarne la sinistra impressione. La donna poi che viveva con sospetto grande, e a cui il sangue non porgeva nulla di buono, andava consolando dicendole:
«Deh! cuore mio dolce, fatevi animo: per un po' di nebbia, o che credete voi che non abbia più a comparire il sole? Tutto si accomoda in questo mondo con un poco di pazienza e di piacevolezza, e voi di ambedue queste cose possedete dovizia. Orsù, fatevi animo; che a fine di conto i Marchesi miei figli sono cavalieri compiti, e fiore di gentiluomini, i quali si guarderebbero bene di far piangere quei due bei soli che avete in testa. Sicchè, vita mia, state lieta, e pensate stanotte, quando tornerò a casa, di farmi ritrovare la luce in un raggio dei vostri labbri divini.»
E qui abbracciatala, e baciatale rispettosamente la mano, tolse commiato da lei cacciandosi festoso giù per le scale.
Le camere dei giovani padroni stavano chiuse, e silenziose come sepolcri: noi altri servitori alzavamo gli occhi di ora in ora al campanello per vedere se si agitava: ma no, esso rimaneva come impietrito: verso mezzo dì si fece sentire un tocco solo — acuto, stridente, che parve gridasse: — ahi! — Accorsi, e trovai tutti i padroni vestiti da viaggio, tranne Pompeo, il quale io non vidi con essi loro. Don Marcantonio senza levare gli occhi di terra, con parole lente e stentate come se recitasse il de profundis:
«Andate, Orazio, mi disse, ed avvisate la clarissima Marchesa di santa Prassede, che i suoi figliastri le domandano in grazia di essere ammessi all'onore di baciarle la mano, e di augurarle il buon giorno.»
Mentr'egli così meco favellava, udii i suoi fratelli commettere ad altri famigli accorsi alla chiamata, che prendessero le valigie, e le accomodassero subito subito in groppa ai cavalli, che dovevano tenere in cortile insellati, e in punto di partire. Io sbirciando di traverso notai quattro sedie remosse da canto alla parete, e disposte intorno alla tavola dove pareva si fossero trattenuti a consulta, e vidi ancora sopra la tavola una carta scritta, e quattro para di pistole. Mala parata mi sembrò cotesta, e l'obbedire mi doleva; ma chi mangia pane altrui non ha la scelta: però senza badare ad altro portai l'ambasciata.
Donna Rosalia udita l'ambasciata stette alquanto sopra di sè; poi come se di moto proprio non si sapesse risolvere, girò intorno la faccia quasi cercando chi la sapesse consigliare in cotesto frangente; ma non vedendo altri che me parve esitare, poi risolversi, e mosse le labbra per articolare parola: ad un tratto diventò vermiglia, punta forse dalla vergogna di consultarsi con un fante; e se fosse così, ben le incolse quello che le avvenne; forse anche non volle mostrare paura, e allora la compiangerei di più: fatto sta, che mi disse animosa:
«Vengano, e saranno i benvenuti.»
E come mi disse io referii. Ecco (mi pare di averli sempre davanti agli occhi) i padroni muovere lenti, pallidi, muti nel modo col quale è fama, che le anime dei morti nella notte precedente al giorno dei defunti se ne vadano a processione incontro alla tempesta, che Dio manda perchè i vivi si rammentino di loro.
Appena si furono affacciati nella stanza ove si era fatta ad attenderli donna Rosalia, ella si levò in piedi e mosse un passo o due verso di loro, atteggiando il sembiante a lieta accoglienza. Quando i padroni le furono discosto un paio di braccia, e nè anche tanto, poco più di un braccio, il marchese Marcantonio così parlò:
«I Marchesi di santa Prassede, prima di abbandonare per sempre, in grazia vostra, il palazzo dei loro onoratissimi antenati, sono venuti a darvi il buon giorno, e ve lo danno.»
Quattro terzettate sparate a un punto stesso, che parvero una sola, fecero quattro finestre nel petto alla povera donna, che gridò Ge, e non ebbe balìa di compire Gesù, e cadde giù bocconi morta sul colpo.
I padroni giovani com'erano venuti se ne andarono lenti, muti, senza pur degnare di uno sguardo il cadavere: scesi nel cortile inforcarono i cavalli, ed uscirono di Roma. Per la bella Siciliana non ci fu mestieri nè medico, nè prete. La copersi con uno arazzo; dalla parte del capo le posi il crocifisso grande di argento fitto sur un candelabro, che il marchese don Flaminio teneva nella camera da letto; da piedi le accomodai una lucerna accesa; le dissi presto presto un po' di de profundis, e poi mandai al Vaticano pel Marchese onde venisse subito a casa per affare, che non pativa dilazione; — e feci male; perchè a quello che era accaduto, o un giorno o un secolo oggimai non guastava più nulla.
§ III. La Maledizione.
Il marchese don Flaminio non si fece lunga pezza aspettare: improvvido e spensierato, il cuore non gli presagiva nulla di sinistro: saliva le scale canterellando, senza porre mente ai volti lugubri e al favellìo sommesso dei servi: non lo percosse la frequenza straordinaria della gente accorsa al rumore delle pistolettate, e nemmeno alla inchiesta dei curiosi: «dov'è successo lo ammazzamento?» Tanto lo teneva assorto quel suo matto amore!
Quando entrò in sala, e vide il sangue prima, poi il cadavere in modo così disonesto fracassato, come colto da fulmine stramazzò. — Il medico accorso in fretta gli allentò la vena, gli applicò le ventose: e adoperandovi intorno ogni sforzo dell'arte, con infiniti argomenti gli riusci a farlo rinvenire; ma colpito il povero vecchio dal male di gocciola, ne rimase come morto: anzi si può dire morto addirittura, tranne il capo, rimasto mezzo vivo; imperciocchè non riuscisse, anche balbettando, a farsi capire: cibo e bevanda ricusava; mai di piangere rifinava; due rivi perenni gli scendevano giù per le gote, ed immollavano le lenzuola e i pannilini che ci soprammettevamo. Come quel cristiano potesse cacciar fuori tanta acqua dal capo, per me non sapeva capire davvero. Voi intendete, che andando avanti di cotesto passo poco cammino si poteva fornire: e fu così; difatti il medico sul far del giorno gli tastò il polso, lo guardò in faccia, e voltato ai parenti susurrò: «andate pel prete.»
E il prete venne, che fu monsignor Romei vescovo di santa Sabina, il quale remossi tutti gli ostacoli lo confessò. O come fec'egli a confessarlo? direte voi, e questo dissi ancora io perchè della lingua non si poteva valere, e nelle altre membra era impedito; e pure monsignor vescovo dichiarò averlo inteso ottimamente punto per punto, e così com'ei disse si ha da credere che fosse; imperciocchè la virtù di Dio per operare miracoli sia onnipotente. Sempre più poi aggravandosi il male lo munirono dell'eucarestia, l'unsero con l'olio santo; breve, lo provvidero del viatico per imprendere il gran viaggio. In quel punto monsignor vescovo si allontanò un momento per confortarsi. A dire il vero suonavano allora le ventuna, e monsignore aveva pranzato a mezzogiorno; ma la fatica sofferta, e forse anche, chi sa, la vista dei patimenti dello agonizzante gli avranno messo appetito: a fin di conto non lo abbandonava solo; anzi lo lasciava in buona compagnia: stola su i piedi, e Cristo al capezzale.
Noi altri servi stavamo intorno al letto pensando che di ora in ora passasse, quando il moribondo mandò fuori dalla gola un suono inarticolato dal quale intendemmo, si può dire a caso, ch'egli prima di morire desiderava vedere il suo figliuolo Pompeo. Andai pel putto, e lo collocai tra suo padre e il crocifisso di argento: il povero figliuolo si struggeva in lacrime; e veramente egli era un caro garzone come i suoi fratelli, eccetto quel negozio della matrigna, che non vo' negare un tantinello abbrivato. Il vecchio cessò dal pianto alla vista di don Pompeo: con occhi infiammati guardava prima fisso fisso il putto, poi il Cristo: stringeva i labbri, gonfiava le gote: le vene ingrossate e di colore di piombo stavano a un pelo per iscoppiargli su per le tempie e nella gola: si conosceva espresso com'egli si adoperasse a raccogliere tutti i suoi spiriti vitali in uno sforzo supremo, e, come piacque a Dio, secondochè desiderava gli riuscì; avvegnachè gli venisse fatto di sciogliere la lingua, e pronunziare distinte le seguenti parole[3]:
« — Signore, tu hai detto: chi di coltello ammazza, di coltello conviene che muoia. Io nel tuo santo nome maledico gli scellerati, che uccisero di mala morte quella povera creatura senza pietà per l'anima sua, e me loro padre precipitarono violentemente dentro il sepolcro. Assenti col tuo volere alla mia maledizione, e fa che se ne vedano anche in questa vita i segni espressi per terrore dei malvagi, e per conforto dei buoni. Esalta poi questo innocente, benedicilo in ogni pensiero del suo cuore, in ogni opera delle sue mani; e come solo si astenne da contaminare di sangue la dimora dei suoi nobili maggiori, così rimanga di sua schiatta solo ad abitarla, ed a lasciarla in retaggio ai figli dei suoi figli.» — E forse intendeva favellare di più; ma la lingua ingrossata gli negò lo ufficio, ed ei si tacque: — nella notte passò.
§ IV. Don Marcantonio Massimi.
Ora voi altri, se già non lo sapete, avete da sapere come in Roma s'incontrino tre maniere di giustizia: una per noi cavalieri della foresta e gentiluomini delle strade maestre, ed è di canapa bianca rattorta a meraviglia, e bella: la seconda pei signori della città che possiedono più lignaggio che ducati, ed è di ferro forbito e tagliente, da mettere la voglia in corpo di provare una seconda volta a cui l'assaggiò la prima: la terza spetta ai signori che hanno più scudi che nobiltà; e questa è di cera, avvegnadio prenda il marchio dalla moneta che vi s'impronta sopra. Ora i Massimi possedevano ricchezze stragrandi e parentado potentissimo, in ispecie li signori Principi Colonna, i quali tanto e tanto s'industriarono presso Cardinali e Auditori di ruota, che ottennero, quantunque con difficoltà assai, la liberazione del bando pei signori di santa Prassede.
Tornarono i padroni a Roma — notte tempo: — taciti, guardinghi rientrarono nel palazzo dei loro maggiori, non altrimenti che se fossero ladri venuti per rubare. Salite le scale si avviarono alla stanza mortuaria del marchese Flaminio; ma per arrivarvi fu loro mestieri attraversare la sala dove avevano ammazzata la bella Siciliana. Appena misero i piè sopra la soglia, invece di passare addirittura per lo mezzo, furono visti studiarsi a rasentare la parete; e don Marcantonio in ispecie, per costume di persona oltre ogni credere lindissimo, passò in punta di piedi come si usa da cui vada per guazzo, per amore della calzatura. Arrivati che furono nella stanza del defunto genitore s'inginocchiarono tutti intorno al letto in sembianza di pregare, ed appoggiarono il capo alle materasse: di subito però, come se avessero toccato fuoco lavorato, si levarono d'impeto e partirono[4]. Don Marcantonio quando tornò a passare per la sala mi chiamò a sè con un cenno del capo; e mostratomi col dito il luogo dov'era caduta la matrigna, mi disse sotto voce:
«Mi sembra, che in tanto tempo avreste pur dovuto trovare un momento per tòrre via cotesta macchia.»
«Macchia! risposi io, e di che?»
Tutti allora mi furono addosso, susurrandomi nel medesimo punto all'orecchio:
«Di sangue... di sangue...»
Ond'io, inchinatomi rispettosamente, soggiunsi loro:
«In verità di Dio, padroni miei riveriti, si assicurino che con le mie proprie mani ho lavato sette volte il pavimento.»
Allora si strinsero nelle spalle, e senza arrogere motto si partirono: io mi rimasi lì attonito, pensando che vagellassero.
Breve però fu il convivere loro in famiglia: uno non poteva sopportare la vista dell'altro: ingiurie aperte non alternavansi mai, nè mai si levava rumore in casa, bensì di tratto in tratto si laceravano con motti coperti, che parevano morsi di cane da presa. Alfine chi se ne andò a ponente, e chi a levante: insieme rimasero soli due fratelli, stati per lo innanzi svisceratissimi, don Marcantonio e don Luca, di cui lo amore aveva retto alla forza segreta, che li menava a odiarsi scambievolmente: però ognuno di questi faceva vita nelle proprie stanze.
Quinci a breve io vidi don Marcantonio farsi giallo in volto quanto i fiorini di oro di Firenze: gli occhi gli s'infossarono, e incominciò a guardare strambo; le gote e le tempie gli apparvero stranamente infossate, e su queste certe vene scure gli camminavano a modo di serpi verso il cervello. Ma quello che parve, e fu singolare davvero, consistè in questo: che di tanto magnifico egli era stato in prima, incominciò ogni giorno ad assottigliare la Spesa fino al puro necessario; licenziò i famigli; vendè i cavalli. Inoltre sul principio poco, più tardi punto uscì di casa, anzi dalla sua camera da letto: soffriva molestamente che io gliela nettassi: ed un bel giorno mi disse alla scoperta che me gli togliessi davanti agli occhi, e che non aveva bisogno dei miei servizi; lasciassi da mutargli lenzuola, salviette, nè niente, perchè era meglio tenersi intorno biancherie sudice, che servi assassini che spiano tutto, e ad altro non attendono che a rubarvi, e forse anche ad ammazzarvi.
E siccome mi era saltato il grillo di non trangugiarmi cotesti improperi in santa pace, e faceva le viste di rispondere, egli agguantata una partigiana me la scagliò con tanta rabbia contro al corpo, che per miracolo la scansai; ed ella andò a conficcarsi nella porta, dove dopo avere tentennato un bel pezzo si tacque. La barba e i capelli gli crebbero sordidi e rabbuffati; lerce le mani; le unghie nelle punte nere come collari di tortora.
Non accoglieva quel tristo nelle sue stanze nessuno, tranne certi sensali giudei e certi poveri diavoli con esso loro, che si menavano dietro come pecore condotte al macello: entravano cheti e languidi; cheti partivano, e barcollanti: qualche volta s'intendeva da cotesta porta uscire un rumore come di disputa, ma a voce fioca, che indi a breve diminuiva e poi cessava, quasi grido di gallina a cui venga tirato il collo; tale altra egli schiudeva un tantinetto la imposta perchè si mutasse l'aria della stanza, e vi si metteva davanti a fare la guardia: allora si spandeva fuori per la casa un fetore di lezzo da ammorbarne così, che tre bocce di acqua nanfa non bastavano a cacciarlo via. Agli operai, mercanti ed altra gente siffatta, quando venivano per danari, comecchè per la sua misera vita pochi fossero quelli che avevano credito con lui, faceva rispondere essere andato in campagna; a san Martino tornassero. I fratelli non trovavano la via a fargli metter fuori le pensioni a loro assegnate, che ora con questo, ora con quell'altro sotterfugio gli andava scarrucolando; finalmente dopo subbugli e minacce ottenevano formale promessa di pagamento; il giorno seguente venissero; troverebbero i danari belli e contati. Ma non eravamo a nulla: allorquando la notte seppelliva nel sonno ogni animale, ecco don Marcantonio alzarsi da letto, e con un lumicino, che pareva spento, appressarsi al forziere, aprirlo, e ai ducati quivi dentro con molto ordine disposti volgere queste parole:
«Ah sciagurati, sconoscenti! che Dio vi danni, e il diavolo vi porti: perchè voi volete abbandonarmi? In che vi offesi? quando vi nocqui? quale mai danno avete riportato da me? Sopra l'anima, avanti di Dio vi adoro: io m'inchino, mi prostro davanti la vostra divinità: io vi ho ordinati, io messi in compagnia, io vi ho fatto gustare le dolcezze della famiglia. Sperperati nulla siete, uniti fate forza al cielo[5]; e perchè dunque, dopo avervi raccolto a prezzo della eterna salute e della mia fama di gentiluomo, volete lasciarmi in così grossa brigata? Che vi manca? ingratissimi! Forse non vi trovate in cassa forte? o forse non è bastante il serrame? o mancai mai pure una volta di chiudervi con diligenza? Qual madre vegliò mai il suo figliuolo com'io faccio con voi? Ed io mi sto qui del continuo seduto, pronto alla vostra chiamata, vigile per sovvenire ai vostri bisogni di notte... ma voi punto non vi commuovete; la pietà è chiusa nel vostro cuore di metallo. Andate; chiunque affligge suo padre non può far sì che non capiti male, ed io lo so; — fuori, serpenti, di casa mia; fuori, tizzoni d'inferno... io vi maledico... vi maledico... vi maledico.»
E qui farneticando co' capelli ritti abbrancava ducati, e a manca e a diritta li sbatacchiava furiosamente per terra. Quando poi di ducati andava piena ogni cosa, e del forziere già si vedeva il fondo, tocco da raccapriccio, don Marcantonio sentiva cascarsi il cuore, gli pareva avere commesso sacrilegio; onde mutati ad un tratto intento e voglie, con mano paralitica si dava a raccogliere la sparsa moneta camminando su le ginocchia per ogni parte del pavimento, e in cotesta attitudine bestiale così andava in suono pietoso lamentandosi:
«Ahi finalmente vi prende ribrezzo della ingratitudine vostra... voi piangete... Cessate le lacrime, in nome di Dio, o che il cuore mi si spezza: tiriamo un frego su gli errori passati: punto, e da capo: voi sapete che non posso fare a meno, ch'io vi ami... tremendamente io vi ami. Tornate tornate, figliuoli prodighi, a casa vostra; — tornate nelle braccia del padre; oggi bandiremo festa solenne, ammazzeremo la vitella grassa... Ma i fratelli pretendono le loro pensioni...? Che pensioni, e non pensioni? Quale hanno diritto costoro di strapparmi il cuore? E gli operai, e i creditori, e le loro famiglie come faranno a vivere se tu non paghi i tuoi debiti? E dov'è la necessità, che tutti cotesti uomini campino? Crepino cento volte prima ch'io mi separi dal mio dio, dal mio tutto.»
Intanto aveva riposto, e chiuso come prima i ducati nel forziere. Allora, asciugatisi il sudore e la polvere dalla fronte, guardava con occhi stralunati il forziere, e in suono cupo di voce aggiungeva:
«Mi hanno prima a scorticare vivo da capo a piedi, che tormi di sotto il più piccolo baiocco.» E la mattina se si presentavano i fratelli, ed ei li bistrattava; se operai e mercanti, ed ei per quanto era lunga la sala li rincorreva con la partigiana, e gli avrebbe seguitati giù per le scale, se la paura di lasciare la camera incustodita non lo avesse richiamato a dietro più che di passo. Alla fine dai oggi, dai domani, venivano i birri di corte a gravare i mobili di casa; e il marchese don Marcantonio si chiudeva nella sua stanza, tirava chiavistelli, metteva bracciòli, rizzava puntelli come se avesse dovuto sostenere l'assedio: ma sentiti i primi colpi alla porta, pauroso che gli atterrassero l'uscio, e vedessero le sue ricchezze e il suo stato, calava subito agli accordi; e domandato a quanto sommava il debito, udiva per il buco della chiave la voce del birro ammonirlo cosi:
«Eccellenza! ducati mille per sorte principale.»
«Ahi!» — E traeva un guaio acuto come gli avessero strappato un dente.
«Eccellenza! ducati trentadue e baiocchi quindici per interessi scaduti alla ragione...»
«Ahi! ahi! — Ecci altro?»
«E ducati settantadue di spese, nelle quali vostra eccellenza è stata condannata...»
«Ahi, boia! tu mi fai morire a poco per volta, tagliami di un colpo solo la testa.»
«E ducati ottanta ammenda, nella quale la sacra Ruota vi ha condannato come temerario litigante...»
«Ahi!»
«E le spese del gravamento ducati dodici, e un po' di mancia, se piacerà a vostra eccellenza.»
«Un paio di forche alte quanto il Colosseo.»
«In tutto, eccellenza, ducati mille... cento... novantasei e baiocchi quindici.»
«Senti, famiglio, fatti in qua; mi pare ravvisarti dalla voce, e tuo padre fu certo dei familiari di casa mia... Che fa egli il padre tuo?...»
«Egli è morto cinquanta anni fa.»
«Ouf! Senti, famiglio, tu sai quanto sia il credito di casa Massimi, in ispezie pel suo parentado con la clarissima casa Colonna, e tu mi pari garzone troppo...»
«Eccellenza! garzone io? Traverso il buco della chiave vi servono male gli occhi; io ho sessanta anni suonati...»
«Ciò non monta, famiglio; io posso farti favore se ti preme avanzarti di ufficio.»
«A me non preme altro, che riscuotere i millecentonovantasei ducati e baiocchi quindici...»
«E non si potrebbe risparmiarne almeno cento, e più... vedi un po' se ti riesce...»
«Me li date, o non me li date...?»
«Via, anche sei...»
«Famigli, atterrate la porta.»
«Al diavolo te e la tua infame schiatta, brutto Giuda Scariotte: statevi indietro se la vita vi preme, che or ora vi pagherò.»
Quindi a breve si schiudeva a mala pena la porta, e ne usciva una mano scarna, che agguantava un sacco di moneta; e questo in gran fretta rovesciato si ritirava la mano come lampo, si chiudeva la porta con impeto, e si udiva per dieci minuti il cigolio di catenacci, paletti e bracciòli. — In una parola, il diavolo dell'avarizia aveva preso possesso dell'anima sua.
§ V. Don Luca Massimi.
A don Luca poi capitò per la testa un'altra strana fantasia: si mise a voler trovare il modo di fabbricare dell'oro, non mica per vaghezza di oro, oibò! bensì per comporre l'oro potabile da prolungare la vita; ed affermava come questo fosse altra volta accaduto, e doveva rinnovarsi: anzi su tale proposito raccontava che certo bifolco, nelle parti di Sicilia, ne aveva trovato pieno un fiasco; ed essendoselo bevuto tutto di un fiato, campò cinquecento anni e non so quali mesi[6]. Fece pertanto nelle sue stanze fabbricare fornelli, e quivi notte e giorno si tribolava il cervello fra le storte, i lambicchi, vetri e pentole a soffiare, rimestare, mescolare, bollire e squagliare, ch'era pietà: poi leggi e rileggi certi libracci che pareano messali, e puzzavano d'inferno cento miglia alla lontana: nè qui terminava la strana passione dell'uomo, che quante bestie gli cascavano sotto ammazzava, ricercandone poi studiosamente le viscere; piante, minerali e sassi, niente insomma sfuggiva alla perpetua sua investigazione: frattanto anch'egli trasanda le mondizie del corpo, e a lui pure diventano gli occhi torti e feroci. Un altro demonio aveva preso possesso dell'anima sua.
Ora non istette guari che vedemmo comparire in casa uno accidente pieno di terrore: non vi era animale, o vogli cane o vogli cavallo, che più di tre giorni potesse durarci vivo; dagli animali la morìa passò negli uomini; morì il lacchè; morì poco dopo la sua moglie; morirono quattro staffieri uno dopo l'altro in un giorno solo; morì il cappellano che veniva a celebrare la messa nella cappella di palazzo: appena ebbe mangiato e bevuto il pane e il vino della eucarestia incominciò a urlare disperatamente: ohi! ohi!, a rotolarsi per la terra, e in breve, così parato com'era con la pianeta addosso, vomitando frammenti di ostia e il vino consacrati, e dibattendo la testa sopra i gradini dell'altare, se ne morì. Don Luca a tutte queste morti accorreva, tastava i polsi agli agonizzanti, ne speculava sottilmente le sembianze prima e dopo la morte loro, e raccolto con diligenza il vomito, si rinchiudeva dentro il suo laboratorio.
Questi casi misero addosso ai suoi tanto fiera paura, che chiesta licenza abbandonarono il servizio; e taluni furono spaventati per modo, che se ne fuggirono senza domandarla nemmeno: nè solo i servi uscirono di casa, ma i vicini eziandio fuggivano la contrada. Anch'io andai per tòrre commiato da don Marcantonio come maiorasco di casa; ed egli schiusa alquanto la porta di camera, per l'apertura guardatomi in viso un cotal poco alla trista, mi rispose:
«O chi vi para? chi vi ha mai parato? Potete andarvene quando vi piace: un mangiapane di meno.»
«Sta bene; ma prima di andarmene, eccellenza, capisce che sarebbe di dovere mi saldasse il salario.»
«Non vo' malinconìe: — oggi mi duole il capo — ne parleremo la settimana entrante....»
E mi chiuse furiosamente la porta sul viso. Sicchè non potendo ottenere meglio, mi rassegnava ad andarmene; quando ecco con pari furia torna quel tristo ad aprire la imposta, e, fatto capolino, e' mi dice spedito:
«Bene inteso però, che da oggi in poi non vi corre più paga.»
E da capo giù la porta a scavezzacollo, e tira catorci, e metti bracciòli, come se si accostassero i turchi. Quinci me ne andai difilato nelle stanze di don Luca, e lo trovai secondo il solito intorno ai fornelli col soffietto in mano: mi udì senza guardarmi in volto, e cessare la sua bisogna; ma terminato ch'ebbi di parlare, mi battè sopra la spalla, e con sembiante umano mi disse:
«Orazio, hai paura, eh? Non temere... io... qui... no, tu in casa non incontrerai niente di male..... fede di galantuomo..... anzi ho bisogno di te..... non te ne andare....»
«Eccellenza, gli risposi, avendo avuto congedo da sua eccellenza don Marcantonio....»
«Se don Marcantonio non ti vuole, starai con me; io ti voglio far del bene, e non voglio che tu te ne vada, hai inteso? Rammentati che ho le braccia lunghe, ed uscendo di qui mio malgrado, vattene difilato a prendere a pigione una fossa al camposanto: hai inteso?»
«Eccellenza sì.»
In questo modo rimasi.
Nella stessa notte sento raspare alla porta della mia camera.
«Chi è là?» — domando un cotal poco spaventato.
«Zitto. Sono io; vèstiti prestamente, e vieni meco.»
«Oh Dio! a quest'ora; ed a che fare, don Luca? Veda, casco proprio dal sonno!»
«Vèstiti.» — E me lo disse con tale un suono di voce, ch'io reputai prudente vestire i miei panni e presto, senza altri discorsi; se non che fingendo di cercare qualche cosa sotto il capezzale, agguantai il mio bravo coltello, e me lo nascosi nel petto. Allora mi parve essere rinato. Don Luca, vestito che fui, mi diè a tenere la lanterna, ed ordinò mi avviassi alle cave del palazzo; e come mi venne comandato feci. — Scesi là dentro, egli chiuse cauto le porte, ed io di traverso gli stava attento alle mani; ma egli liberamente si accostò a me, mi tolse la lanterna di mano, e sollevatala verso il soffitto mi disse:
«Vedi?»
«Eh! vedo una bellissima carrucola agganciata dentro una campanella murata nella volta; — vedo una fune lustra e insaponata infilata nella girella toccare da due parti terra: e' non fa punto mestieri essere profeta per vedere chiare e distinte tutte queste cose.»
«Or bene; fatti in qua.»
Ed io mi accostai: quando gli fui presso egli si chinò, e accolse dal pavimento la fune; poi rialzò la persona, e mi pose una mano sul braccio. Allora mi cadde in pensiero ch'egli disegnasse fare su di me qualche suo matto esperimento con la corda, ond'io detti di un balzo indietro gridando:
«Eh! don Luca, non vi sarebbe saltato in testa di darmi la colla?»
«Oibò! all'opposto; tu la devi dare a me.»
«Senti questa, che è nuova di zecca! — In fede di Dio mi sembrano gusti guasti; ma che vi par egli, eccellenza, che io vi abbia a collare?»
«Fa' quello che ti comando, Orazio, e non badare ad altro.»
«Ma don Luca.... pensate...»
«Corpo di Pluto! Vuoi tu fare com'io ti comando? o che con le mie mani ti scanno qui come un cane;» e traendo il pugnale faceva le viste di corrermi addosso.
«Don Luca, rimettete il coltello nel fodero: non ci abbiamo mica ad ammazzare per questo: corda volete, ed io vi darò corda a beneplacito.»
«Or be'; legami le mani, le mani dietro la schiena...»
«Eccole legate....»
«Adesso tirami in su un poco per volta.»
«Eh! Oe! Ecco, che vi tiro: faccio a dovere?»
«Sì.... così pian piano...»
«Don Luca, eccovi in cima...»
«Bene: ora giù lo squasso...»
«Che diavolo! volete anche lo squasso?»
«Lo squasso! lo squasso! Traditore.... tu mi mangi il pane a tradimento... dammi lo squasso.»
«Non v'incollerite, don Luca, ecco lo squasso.»
Dopo lo squasso volle i piombi, ed io i piombi; dopo i piombi lo squasso ed i piombi, ed io lo squasso co' piombi; insomma le asperità della corda ei volle provar tutte, che voi, onorandissimi colleghi, già sapete per pratica, o saprete in seguito, come dobbiamo fermamente sperare. Don Luca sostenne da pari suo il tormento senza nè anche stringere ciglio; e così per bene un mese durammo, facendosi ogni dì più gagliardo a sostenere; per la qual cosa, su l'ultimo, quando lo sospendeva alla corda gli pareva andare a nozze.[7]
Un giorno sul cadere delle foglie (saremo stati a fin di ottobre, o a mezzo novembre) il cameriere, che unico aveva conservato presso di sè don Marcantonio, venne ad avvisarci tutto atterrito, come il suo padrone da bene ventiquattro ore non avesse aperta la stanza; non osare aprirla egli stesso, perchè il padrone glielo aveva divietato; poi, perchè si era chiuso per di dentro; ed in ultimo, perchè sforzando la porta aveva sospetto di buscarsi una pistolettata; non sapere per tanto che pesci pigliare, essere ricorso a noi per consiglio.
«Che vuoi tu ch'io ti consigli? rispose don Luca: quel tristo del tuo padrone sarà morto di fame, tanto è misero costui; e tu pure, vedi, barelli per la fame; vieni qua, sciagurato, prendi un sorso di questa acqua arzente, ch'io stesso con le mie proprie mani ho distillata, e so ben io che ti rimetterà l'anima in corpo»[8]. Il povero uomo dopo qualche smorfia buttò giù il bicchiere fino all'ultima goccia, e gli parve, com'egli disse, sentirsi riavere. — Io era lì presente, ma non lo potei impedire.
Don Luca incominciò a pensare; sembrava sostenesse dentro una qualche battaglia, imperciocchè le gambe come impazienti di andare si agitavano, ed egli con le mani si aggrappava ora a questo, ora a quello altro oggetto a guisa di uomo che caschi giù dalla tettoia rasentando la parete della casa; e quando io lo confortai a rompere gl'indugi, e ad accorrere in soccorso del fratello, egli mi lanciò contro uno sguardo da basilisco, e mormorò fra i denti:
«Che tu sii maledetto!»
Finalmente ripiegò la persona, chiuse gli occhi, giunse ambe le mani facendo scricchiolare le dita incrocicchiate, e la sua faccia gli diventò verde: tacque lunga pezza a bocca aperta, poi susurrò con parole tronche:
«Il demonio mi vince.... io non posso resistere al demonio.... e tra me e Dio si distende la maledizione paterna.»
Ciò detto, prese risoluto certo suo astuccio con entrovi varie caraffine, e venne via. Ci fu mestieri abbattere le porte, però che don Marcantonio, come dubitava il servo, si era sprangato per di dentro; e quando, atterrati gli usci, ponemmo il piè sopra il limitare, un molto stupendo spettacolo si offerse agli occhi nostri.
Il soffitto da un angolo all'altro sosteneva festoni di ragnatele, donde i ragni a modo di stelle cadenti precipitavano giù sopra gl'insetti: due gatti stavano accovacciati a piè del letto sbalorditi dalla fame e dal grave odore, che là dentro esalava: sopra un seggiolone a bracciòli foderato di velluto cremisino sedeva un rospaccio dalla vista maledetta, che pareva tutto un avvocato fiscale: di sotto lo stipo di ebano, per tarsìe di madreperla e di argento prezioso, sbucavano fuori due pizzughe: qua e là escrementi, ossa e rimasugli di sozzi cibi aborriti o rigettati dagli animali; da per tutto immondezze. In un canto, coperto da parecchie lenzuola, appariva un monte di argento lavorato: ve n'era d'ogni maniera; candelieri, calici, reliquiari, lampade da cristiani, lampade a sette becchi da giudei, cangiarri, ed altre più cose, tutto sottosopra a rifascio: una lunga tavola andava ingombra di lavori di oro e di gemme sciolte, o legate: alcune cantere dello stipo aperto lasciavano vedere inestimabile quantità di moneta di oro e di argento.
Don Marcantonio giaceva sul letto supino con gli occhi stralunati; sopra le labbra gli ribolliva la spuma; contorcevasi smanioso, e mugolava ora sommesso, ora con urli spaventevoli; e i gatti allo schiamazzo infernale rispondevano miaulando, e il rospo gracidando. Don Luca, quando lo ebbe contemplato in faccia, disse:
«Tra le altre belle doti, che il cielo gli ha dato, ci mancava il benedetto[9]: adesso può chiamarsi compita: tenetelo fermo, ch'io vi farò vedere mirabilia.»
E così favellando andò allo stipo, donde tolse una manciata di ducati di argento, e questi prese a contare vicino agli orecchi dello infermo battendoli forte fra loro: — ecco don Marcantonio cessa dalla convulsione, e fa vista di porgere ascolto. Allora don Luca gli apre le mani, e vi mette cinque o sei ducati per parte.
Volete crederci, o non ci volete credere? Se volete crederci fatelo gratis, però che io non voglia nè possa pagarvi. Don Marcantonio sgranchiò le dita; e quantunque fosse sempre fuori di sè faceva l'atto di contare la moneta: alla fine rinvenne[10]. — Oh come ratte e feroci vibrava le pupille d'intorno! parevano lingue di vipera.
«Chi siete? — urlava. — Che cosa volete? come qui dentro? Non mi portate via la roba; piuttosto l'anima.... Non mi scannate..... vi do uno scudo per uno.... quanti siete?»
«Tacete là, sciagurataccio, lo interruppe don Luca; chi mai vorrebbe avere la vostra ricchezza a costo della vostra miseria? Lo vedete! La trista vita che menate; — lo starvi qui perpetuamente intufato a tribolarvi su l'oro e su l'argento vi ha fatto capitare addosso il mal concitale. Adesso a che vi gioveranno le vostre ricchezze?»
«Io mi vi farò stendere sopra, e morirò contento... Io comando, e voglio essere seppellito col mio argento, col mio oro, con le mie gioie....»
«La è cosa da barbaro, fratel mio. Alarico è fama che ordinasse come voi[11]; ma forse si giacque costui più morbido degli altri morti sotto terra? I vermi vedendo l'oro del re gli fecero di berretta, o si rimasero a rispettosa lontananza? — Pensate che ogni testa di queste vostre tante monete nel giorno del giudizio, per virtù di Dio, acquisterà lingua e loquela per raccontare il misfatto pel quale voi lo estorceste alla vedova e all'orfano per seppellirle nello inferno del vostro forziere...»
«Don Luca, se il demonio vi ha deputato suo procuratore per prendere l'anima mia, potete andarvene: tanto per ora non ho volontà di morire.»
«In quanto a questo, Marcantonio mio, la vita e la morte non istanno nella volontà dell'uomo: e voi, vedete, tornate a sbadigliare e a torcere la bocca: indizio certo, che vi riprende il male.»
«Andate via.... lasciatemi morire solo.... Taddeo, chiudi le cantere... portami le chiavi...»
«Prendete presto una cucchiarata di questo elisirvite se non volete tornare a svenirvi.»
E fattosi dare un cucchiaro pieno di acqua vi gettò dentro quattro gocce o sei di liquore da una delle caraffine dello astuccio, e l'acqua ribollì fremendo, e fiammeggiò come se fosse fuoco. Don Marcantonio vedendosi accostare il cucchiaro alla bocca lo allontanò rabbioso, dicendo con amaro sogghigno:
«Don Luca, don Luca! E sì.... e sì che dovrebbe bastarvi quello che avete fatto fin qui...»
«E che ho fatto io?» — rispose don Luca spaventato.
«Voi? Siete presso a colmare la misura d'iniquità, che vi è stata assegnata per vostro compito.»
Don Luca allora trangugiò il liquore che aveva mesciuto pel suo fratello: poi favellò pacato le seguenti parole:
«Vedete, io l'ho bevuto; volete che io ne mesca un'altra cucchiarata per voi? La sincope sta per ripigliarvi... io vi assicuro che vi ristorerà...»
«Ebbene, mescete,» — rispose don Marcantonio; e bevve senza sospetto.
Di vero tanta parve esercitare virtù lo elisirvite di don Luca, che indi a breve don Marcantonio si levò in piedi e ci accomiatò con pessimo garbo, tenendo di occhio alle nostre mani; nè di ciò contento, quando fui per uscire me lo agguantò di forza, e aprendomi le dita mi disse;
«Avete preso nulla? — E visto, ch'io le aveva vuote, soggiunse: — non mica per non fidarmi; ma talvolta, senza volere, qualcosa si attacca alle mani, e allora si passa per ladri... sicchè il meglio è ben guardare avanti.» —
«Accomodatevi a vostro bell'agio, signor Marchese,» io gli risposi.
E don Marcantonio, prima che avessi profferito le parole intere, mi pose le mani in tasca frugandomi così squisitamente, che un gabelliere non poteva far meglio; e tuttavia andava dicendo:
«Non mica per non fidarmi... ma perchè in caso di mancanza... io non abbia a sospettare di voi, Orazio, che siete un galantuomo... pare...»
E mentre con le mani frugava me, con gli occhi ricercava don Luca: però di un senso solo sembrava non si volesse fidare, e con qual pretesto mettere le mani addosso al suo fratello non sapeva: di repente gli cadde in pensiero un suo trovato, e fu di gittarsi alla vita, e abbracciarlo con affettuosissimo amplesso, intanto che con bel garbo gli andava palpando le tasche. Che pocanzi ci avesse accomiatati così villano o non ricordava, o faceva le viste di non ricordare. Don Luca rideva; e mentre don Marcantonio gli stringeva la vita, egli col pollice e lo indice delle mani allargati circondava il collo di lui esclamando:
«O ineffabile dolcezza dello amore fraterno!»
Nella giornata don Marcantonio mandò pel fabbro, e fece mutare tutte le serrature, e raddoppiare i ferramenti alle imposte. Inutili cure! Indi a due giorni egli venne sorpreso da orribili convulsioni e da sincopi, che lo lasciarono per morto. I fisici, dopo avere tenuto lunga consulta fra loro, lo dichiararono spacciato. Allora sentendosi egli in fine della vita, e degli umani rimedi senza speranza, ordinò gli si chiamasse il prete; il quale accorse senza farsi pregare, e sedutosi a canto al letto richiese il moribondo in che cosa potesse avvantaggiarlo. Don Marcantonio, dopo avergli aperta la intenzione sua di lasciarsi tanto bene quanto bastasse per andare in luogo di salute, se ci fosse verso, ad un tratto gli domandò:
«Reverendo, e quanto mi metterete la dozzina di queste messe?»
«Don Marcantonio, parvi questo tempo di scherzare? O che le avete prese per chiocciole? Parlate con più rispetto delle cose sacre.»
«Ma signor no, ch'io non intendo mancare di rispetto alle cose di religione... segnatamente nello stato in cui mi trovo ridotto... e per di più con la speranza di potermi salvare mercè di quelle: — io credo, che senza peccato uomo possa informarsi di quello che ha da spendere...»
«Eh! togliete la mente dagli oggetti mondani; di ciò prenderanno cura gli eredi...»
«Gli eredi? Ci vo' pensare io...»
«O che volete istituire erede voi stesso, come fece quel pazzo avaro di Ermocrate nell'antichità?»
«Badate al fatto vostro, reverendo, e lasciamo stare gli antichi. Dunque, a quanto la dozzina le messe?»
«Le cose di Dio non si comprano, nè si vendono: ma per elemosina della messa potreste assegnare mezzo ducato.»
«Le dodici messe?»
«Misericordia! O che limosina sarebbe allora cotesta vostra? Intendasi per ogni singola messa...»
«Signore! E allora a morire si va proprio in rovina. — Sentite, reverendo, io non posso spendere assolutamente tanta moneta; — e poi ci è chi me le dice a meno: — se mi fate prezzo più grato io vi do la preferenza.»
«Questo non è possibile...»
«Come non è possibile? Il Priore di san Simone me ne ha chiesto quarantaquattro baiocchi per messa; — e poi, sentiamo un po' quante messe contate che mi abbisognino per andare in paradiso....?»
«Innanzi tratto, eccellenza, messe sole non bastano per ottenere la eterna salvezza: in vita voglionsi opere buone; e se uomo ebbe la sventura di commetterne delle prave, allora fa mestieri una sincera contrizione di aver peccato: dopo la contrizione giovano i suffragi, ma quanti ne occorrano non può determinarsi; questo dipende dalla infinita misericordia di Dio.»
«Ma allora quel tristo del Priore di san Simone mi ha ingannato quando mi accertava, che con sei dozzine di messe ed un mortorio egli lo reputava affare fatto! Anzi, avendolo supplicato che rifacesse i conti per vedere se qualcheduna poteva risparmiarsi, egli mi aveva promesso di ripensarci sopra, e darmene risposta. Ora, a sentir voi, con quattro dozzine si potrebbe sbrigare la faccenda, ed anche avanzarne...»
«Potrebbe...»
«Ma io non vo' che ne avanzi; ho sentito sempre predicare contro il lusso, ed ha ad essere un grosso peccato anche in paradiso.»
«Difficile cosa è, che all'uomo avanzino meriti: ma quando anche ne avanzassero, non per questo andrebbero punto perduti; chè voi li potreste applicare in suffragio dei vostri defunti.»
«Io non intendo applicar niente a nessuno: ognuno pensi a sè, e Dio per tutti. Quattro dozzine di messe per me giudico sufficienti: ora, alle corte, se voi me le celebrate a quaranta baiocchi l'una, io vi preferisco come parroco della mia parrocchia; diversamente mando pel Priore di san Simone.»
«Eccellenza, io non venni qua a trafficare, bensì ad amministrare i sacramenti: la grazia gratis fu data, e gratis la compartiamo; se volete lasciare di che suffragare l'anima vostra, fatelo; la elemosina è necessaria, perchè la Chiesa campa con la Chiesa: ma mi prende rimorso e ribrezzo essermi trattenuto qui con esso voi, in momenti tanto solenni per l'anima vostra, in mercato così vergognoso. Quando vorrete confessarvi avvisatemi, che sarò da voi come me ne corre l'obbligo del mio ministero.»
E se ne andò. Don Marcantonio nel vederlo partire diceva:
«Un degno sacerdote in verità! Ma caro appestato! — Ribasserà,... ribasserà. Orazio, il falegname è venuto?»
Ed io, che nella stanza appresso mi era sollazzato oltremodo a codesto colloquio, presago che stava per seguitarne un altro ancora più strano, accorsi pronto, e risposi:
«Eccellenza, e' fa presso che un'ora, che il maestro aspetta in anticamera.»
«Fatelo passare.»
E il maestro passò. Don Marcantonio, di cui lo stato peggiorava a colpo d'occhio, con voce rantolosa gli favellò:
«Buon dì, maestro Gioacchino: accostatevi qua... più qua... abbiamo bisogno di una cassa...»
«Eccellenza sì; e per che cosa ha da servire?»
«Per me.»
«Capisco, eccellenza, che ha da servire per lei; ma per quale uso, via?»
«Per me... per me... per rinchiudermivi dentro quando mi seppelliranno nella sepoltura di casa.»
«Capisco, capisco, una cassa da morto per vostra eccellenza.»
«Appunto così; — prendetemi la misura...»
«Oh! non accade; veda, eccellenza, si fanno tutte a un modo.»
«Male, malissimo. Per quelli che sono di statura breve come me avanza legno: e da questo spreco vengono aggravati di una spesa, che hanno ragione di non sopportare...»
«Eccellenza, creda, la è cosa che non mena a nulla...»
«Come non mena a nulla, sciupone? Io vo' che voi mi prendiate la misura...»
«Come vuole vostra eccellenza;» — e lo misurò.
«E quanto mi farete pagare questa cassa?»
«A voi nulla, eccellenza; me la intenderò con gli eredi...»
«Che eredi, e non eredi? e sempre con questi eredi. L'erede sono io; i conti l'avete a fare con me: — spendo del mio... vo' sapere io...»
«Non s'incollerisca, di grazia; a volere una cassa andante, con la sua croce nera di tinta buona, e i chiodi di ferro pel coperchio, ci vogliono due ducati come pigliare un pane al forno: questo anno il legno è caro, ne chiedono otto ducati la canna: e se casca un baiocco te lo ripongono in magazzino. Ma per lei bisogna lavorare una cassa nelle regole, di legno noce, e chiodi con la capocchia di ottone, o di argento: converrà eziandio foderarla di panno nero, e metterci sopra la sua brava croce di tela bianca; — però... due e tre fanno cinque, (continuò il maestro contando sulle dita) e dieci quindici, e sette ventidue, trentaquattro... per farla co' chiodi a capocchia di ottone voglionci giusti trentaquattro ducati, e coi chiodi di argento quarantadue...»
«Misericordia! Oh che rovina! oh che rovina, ch'egli è morire!... Maestro Gioacchino, la raccolta...»
«Che dice, eccellenza?...»
«Abbassatevi..... accostatevi..... mi manca la voce: la raccolta è andata male questo anno, e non posso fare così grossa spesa.... poi ho aborrito sempre queste vanità.... e dovete sapere, maestro Gioacchino, che offendono Dio: — una cassa alla liscia, intendete, e adoprerete certi usciali vecchi, che ho giù in cantina; un po' tarlati, è vero, ma per quello che devono servire ne avanza... sono anche un po' spaccati, ma con lo stucco rimedierete ogni cosa: col legno di mio... una cassa liscia.... quanto vi ho a dare?»
«Allora mi darà — affare andante... due ducati.»
«Col legno di mio?»
«Eh! il legno non fa differenza, la è bagattella.»
«Come bagattella? Non avete detto pocanzi, che il legno costava un occhio?... bugiardo... bindolo... andate via.»
«Don Marcantonio, non ci guastiamo su l'ultimo: ho avuto l'onore di servirla sempre in vita, e intendo servirla anche adesso in punto di morte... col legno di suo vada per un ducato e mezzo.»
«Un ducato... e ne avanza...»
«Orsù, come vuole; darà da bere agli uomini...»
«Ci è l'acqua paola... Io non posso accompagnarvi in cantina: frugatemi qui sotto il capezzale, prendete il mazzo di chiavi grosso... bene... quello... mostratemi le chiavi, non quella lì... quell'altra accanto è la chiave della cantina: badiamo di lasciare stare l'altra roba; quando entrerete e quando uscirete tenetevi davanti agli occhi il comandamento di Dio: non rubare: ricordatevi, che questo comandamento è uscito proprio da lui sul monte Sinai, e bisogna crederci... Voi troverete gli assi nel canto a man dritta appena entrato... hanno ad essere quattro... fate, che ne bastino tre... qui si parrà la vostra maestria, ed io non rifinirò mai di raccontare le vostre lodi, e raccomandarvi agli amici.»