L'ASSEDIO DI FIRENZE
L'ASSEDIO
DI
FIRENZE
DI
F. D. GUERRAZZI
SOLA EDIZIONE ILLUSTRATA
APPROVATA DALLO SCRITTORE
MILANO
LIBRERIA EDITRICE DANTE ALIGHIERI
Via Giardino, Num. 33
—
1869
Proprietà Letteraria.
A
N. G. A.
Io promisi un giorno dedicarvi questa opera mia. Da quel giorno in poi voglie, costumi voi avete mutato ed affetti. Io mi mantengo tenacemente lo stesso. E mentre in questo modo soddisfo all'ultima promessa che vi ho fatto, io spero, e non invano, che la vostra coscienza sia per domandarvi: E tu come adempisti i tuoi giuramenti? — Addio. —
L'Autore.
INTRODUZIONE
....... Fermamente credo
Che gli estinti dei vivi
Sién più felici; e molto più i non nati.
Che non videro i mali
Che stanno sotto il sole.
Cleop., trag. del card. Delfino.
Sei sola anima mia: non mentire a te stessa; — leva la voce e prorompi in un lamento. La pazienza! Oh! la pazienza è cosa dura e conviene meglio alla groppa del somiero che all'anima, dell'uomo: converti dunque in flagello questa catena spirituale e percuotila in volto ai tuoi oppressori. I potenti della terra hanno flagelli di ferro, ne hanno ancora di scorpioni[1]: tu adopra il tuo di pazienza offesa. — Ardisci! A David valse la fionda, nè i tuoi nemici sono giganti, o il sono di stoltezza soltanto. — Tu già non ti duoli per impeto d'ira o per debolezza codarda, ma perchè una condanna di sventura più e più sempre si aggrava sul capo della stirpe destinata a morire. Quando lo stoico alza la faccia dicendo: Non piansi mai, — mentisce a sè stesso. Perchè non isgorgò la lacrima dal cavo de' suoi occhi, affermerà il superbo non avere mai pianto? Forse sotto la superficie gelata di un fiume scorrono le acque meno rapide al mare? Tutto piange quaggiù, e la natura stessa versa un pianto quotidiano sulle miserie della creazione con le rugiade dei cieli. Lamenta, lamenta, anima mia. — Le muse i genii, le fate e Apollo cessarono; ogni altra lieta immaginazione cessò; il dolore che prima di essi inspirava i canti degli uomini, il dolore che sopravvive ai sepolcri, il dolore che apre e serra le porte della vita, il dolore che regge la misura del tempo..., eterna, unica musa dell'uomo è il dolore.
Troppo innanzi tempo imparai a diffidare di molte, forze di tutte le speranze umane: io vivo in mezzo agli uomini; ma per me non chiedo, non ispero nè temo nulla da loro. E che mai potreste darmi, o gente che morirete? L'odio, la prigione, l'esiglio? Me gli avete già dati; e furono come la pietra lanciata in aria dal pazzo, che ritornò a percuoterlo sopra la testa. La compassione? Oh! trangugiate per voi cotesta tazza di aceto e di fiele: io posso sopportare il vostro odio, la vostra pietà non potrei; serbatela per voi, che voi, come me, aveste nascimento e avete la vita e avrete la morte; in voi, come in me, stanno le malattie del corpo, le imbecillità dello spirito, gli errori, i dolori, i trascorsi e le colpe.
Ingombra questa nostra terra, infelice una gente la quale, o prostrata dagli anni, o torpida di fibra, o per pinguedine fastidiosa, o cieca ad un punto e codarda, penosamente si strascina per lo esilio breve della vita e va gridando a quelli che precorrono: Adagio, adagio; nella quiete sta sicurezza. Qual mai sicurezza? E non sapete voi che la vita è un correre alla morte? La quiete non è vita. Trapassare da una in altra vicenda, agitarsi incessante nel tripudio e nell'affanno, percuotere ed essere percosso, amare, odiare, ora angiolo, ora demonio, e verme e Dio... questa si chiama vita. Se ciò sia bene o male, dimandane a colui che, potendo, non volle creare tutto ad un modo. Ma se difetto di passione l'umana felicità costituisse, l'uomo e il sepolcro sarebbero fratelli di vita, qual corra differenza tra l'uomo e la pietra vi dirà santo Stefano che morì lapidato. O impassibili! Supplicate dai sacerdoti di Giove il destino di Niobe. Badate però; Giove, aspettando i suoi successori in divinità, è fatto dio da museo, e i vostri sacerdoti hanno potenza di convertire un cuore in pietra, ma per loro soltanto: come la idrofobia, questa facoltà non passa in seconda generazione, e ciò vuolsi considerare per qualche cosa di bene ai tempi che corrono.
Odano dunque coteste genti, ma non ascoltino; guardino, ma non vedano: io abborro dal giudizio loro: e quantunque la mia voce si levi presso le dimore degli uomini, desidero che suoni solitaria quanto il ruggito del lione per le arene del deserto, come lo strido dell'aquila su i dirupi delle Alpi.
Meco stesso ragiono; adopro la facoltà d'interrogarmi e di rispondermi. Come si chiama lo spirito che dentro me interroga, e come l'altro che dentro di me risponde? La prima operazione apparterrebbe per avventura al cuore, la seconda al cervello? La potenza di argomentare procede unita o disgiunta da quella di sentire? Antichi filosofi sostennero la esistenza di due anime nel medesimo corpo. La mia anima procedeva ignara di tutto questo: lessi i libri dei filosofi e riuscii a saperne molto meno di prima. L'etiche e le metafisiche loro assai si rassomigliano alla descrizione della luna immaginata da messer Lodovico Ariosto, o al commento (Dio lo perdoni!) del Newton intorno alla visione dell'Apocalisse.
Anima, perchè vivi? L'anima vuota alla risposta mi ritorna a guisa d'eco la domanda: perchè vivi? Qualche vizio di più, qualche nobile passione di meno, e una ruga sopra la fronte, e una ferita nel cuore, ed ogni giorno un fiore caduto dalla corona della speranza... ecco i benefizii del tempo.
Anni felici della mia giovanezza, ond'è che mi passate traverso alla memoria come i ruscelli delle patrie colline al tormentato della sete? Giuochi infantili, sonni placidi, amore... perfidamente lusinghieri, versate a piene mani una rugiada di gioia su l'alba della vita per indurre la creatura a sopportare l'ardore increscioso del giorno e le più dolenti tenebre della sera.
Io sorgeva in quei giorni mattiniero quanto la lodoletta pellegrina, a ricevere sul capo la prima benedizione della luce; te, o sole, esaltava occhio di Dio, glorioso, vigilante sopra la felicità dei figliuoli di Adamo; e quando con lo sguardo innamorato aveva seguito la tua curva di fuoco ai confini dell'oceano, lo rialzava al firmamento, salutando ad una ad una le costellazioni comparse sul bruno orizzonte: però il mio spirito ebbro di raggi e di armonia spaziava con ala infatigabile su quei globi luminosi. Talvolta mi sorgeva nell'anima un desiderio di penetrare oltre il manto dei cieli i misteri di Dio, e meditando mi sprofondava per quegli azzurri sereni; se non che a poco a poco mi si facevano opachi, finalmente neri, ed io mi rimaneva esclamando: Che cosa importa conoscere? Dio vive!
Queste visioni lusingavano la mia fanciullezza, avvegnachè il mio spirito fosse innamorato di Dante e del Klopstok, i divini poeti.
Nè la terra mi si offerse meno bella del cielo. Ammirai le forme del lione, gli screzii della tigre, le liste verdi e di oro del serpente in faccia al sole; stimai l'aconito degno quanto il giglio delle valli di ornare le trecce alla bella fidanzata; non seppi la ragione per cui gli uomini celebrassero l'alloro, dalla savina abborrissero; gli steli della cicuta ebbi in pregio...
E l'oceano! Oh! Aroldo[2] si compiacque scherzare con l'onde dell'oceano, come con la criniera di un cavallo indomato: io ti amai col trasporto di un primo amore. Affidava il mio corpo al cumulo delle acque, e quando spumanti mi fremevano attorno: Ecco, io diceva, esse mormorano per il piacere di rivedermi. Sovente m'immergeva negli abissi a toccare le aliche profonde, immaginando così di stringere la mano dell'elemento diletto. Chi ridirà la gioia del sentirsi sospinto, con la velocità di un dardo scoccato, alla superficie delle acque? chi quella di osservare traverso le gocce che grondano giù dalla fronte moltiplicati all'infinito i raggi dei pianeti? Contemplava nell'emisfero l'astro dell'amore, lo riguardava poi riflesso sul mare, e mi pareva su le onde tremolasse più lieto; allora, preso dal piacere, io guizzava esclamando: Salute all'oceano, poichè Dio lo destinò a riflettere l'astro dell'amore!
E come spensierato commisi il mio corpo alle acque, così affidai la mia anima all'anima dell'uomo. Ahimè deluso! non mi era anche nota la maledizione dello spirito[3]. Io reputava impossibile la parola proferisse un pensiero non sentito dal cuore. Paragonai la vita non con la eternità, di cui non concepiva idea giusta, bensì co' secoli precorsi; e mi parve tanto breve, tanto miserabile cosa, ch'io argomentai gli uomini, sentendosi destinati ad altre sorti, poco curassero i diletti caduchi della terra. Per questo modo la vita umana immaginando quasi preparazione di vita celeste, mi piacqui fingerla uguale all'ora facile dei testamenti, in cui anche gli avari sono larghi di loro sostanza ai superstiti. Vidi gli uomini che si stringevano una mano, e non curai osservare dove celassero l'altra; notai gli amplessi, trascurai i volti: feci tesoro di qualche bello atto di cortesia, e reso cieco gridai: La creatura si ama!
Ma il tempo si portava le illusioni.
Il sole sta immobile globo di fuoco a illuminare l'ozio di pochi, l'affanno di molti, le miserie di tutti; indifferenti si versano i suoi raggi sul ferro dell'assassino e sopra la ferita dell'assassinato, sopra la vita e sopra la morte. Se Giosuè lo costrinse col miracolo a fermarsi nel cielo, non fu per benedire una pace, sì bene a illuminare una strage[4].
E quando le ombre si addensarono sopra la terra, gemei e dissi: L'ora dei tradimenti si avvicina. Guardai le stelle e mi parve impallidissero alla maledizione che il sicario nascosto nella tenebra mandava a quei fuochi di amore. Le strida delle migliaia dei disperati mi percossero, udii il pianto, vidi le mani stese verso il cielo... il cielo stava inecittabile e chiuso come una volta di bronzo, quanto una massa di granito. Non più rallegrava il mio spirito la pelle dipinta degli animali; vidi le labbra sanguinose, conobbi il veleno e commosso da troppa passione domandai alla fiera della foresta: Perchè laceri la creatura di Dio? La fiera della foresta mi rispose sbranando. Seppi la donna avere sfrondato la savina per disperdere il frutto dell'amore; calpestai la cicuta, ne svelsi le radici, le detti ai venti: invano; già gli uomini ne avevano estratto la bevanda che spense Socrate, il più virtuoso dei filosofi.
Ahimè! ahimè! Non querce, olivo e alloro, ma ferro, laccio e veleno sono le tre corone della virtù.
Il vento sorgeva impetuoso. Io me ne andai lungo le sponde del mare, e da lontano mi apparve un rompente che sbalzava nella rabbia della distruzione: presso la sponda raccoglie l'ira e la forza ad inondare la terra, ma gli si oppone la parola di Dio[5], e la superbia di lui rimase rotta traverso gli scogli in minutissimi spruzzi; si spiegò sopra sè stesso fremendo, e tra quelle spume scôrsi una tavola.... la reliquia della barca del pescatore. Da quell'ora in poi in ogni mormorare di flutto ravvisai l'agonia del pescatore, il pianto della moglie e le strida dei figli... poveri figli! Oh! tu sei forte, oceano, contro la barca del pescatore; ma con placide onde, un giorno, i vascelli Portoghesi e Britanni veleggianti alle Indie orientali lambisti, amico il seno agli Spagnuoli per le stragi americane schiudesti. Mi attristai nel profondo, considerando come gli uomini, la natura e tutto congiurassero in danno del debole: pensai l'oceano anch'egli fosse lusinghiero del potente, e il mio spirito fu dipartito dal mare.
Conobbi la fiera dal sembiante umano: erano le sue imprese la calunnia delle altrui virtù, interpretava come oltraggi i consigli di amore, si tormentava l'intelletto per ravvisare nel benefizio una offesa onde trarne argomento di ricompensarlo con l'odio; vituperò come misfatti i voti più puri dell'anima ardente in fiamma di carità, chiamò la scienza dei grandi follia, avvelenò affetti santissimi, punì il pensiero, insidiò vite e le spense; uguale rimaneva pur sempre l'amico stendere della mano e il sorriso soave e la parola cortese e l'umile invocare dell'Eterno... Io vo' vederti il cuore, o creatura perversa! E un giorno pure ebbi tra le mani un cuore. Egli mi apparve di fuori lucido e liscio, sì che quasi affascinava a vagheggiarlo. Lo tagliai per ispiarne l'interno. Oh! chi descrive la serie infinita delle fibre che vanno l'una confondendosi nell'altra? Chi la serie portentosa delle vene disgradanti senza numero? Con la punta del coltello presi a seguitare la traccia di un filo, vi applicai argutamente il tatto e la vista; nondimeno lo perdei, nè mi riuscì seguitarlo fino al suo principio o al suo termine. Risi della scoperta... Così... così e non altramente doveva essere composto il cuore dell'uomo!
Ma il dolore concetto dissimulava, e quantunque volte un pietoso ufficio mi chiamò a favellare alle turbe, volgendomi ai giovani solamente, però che i tempi mi avessero insegnato come i capelli bianchi non sieno aureola di pazienza a' vecchi capi, ed ogni anno saccheggi una virtù, e l'uomo prima assai di morire diventi cadavere, volgendomi, dico, ai giovani soltanto, gli ammoniva: «Fratelli! io vi conforto ad essere grandi: certo nel proferire sì fatta parola tremo nelle ossa; pure a Dio piaccia che per viltà mi rimanga del manifestare altri sentimenti. Regge il creato una legge dura che impone: Sii grande e infelice: ma un'altra legge impera più universale che comanda: Sii uomo e muori. Ora se nessuna forza può tôrvi la bella morte, che cosa mai presenta la vita onde la conserviate a prezzo del vituperio? Invidiereste voi forse la stilla del cielo che scende tacita e si confonde inosservata nel mare? Chi non amerebbe piuttosto un giorno dell'esistenza dell'uccello, esistenza di canto e di volo; chi non più tosto il minuto del fulmine, minuto di fragore e di luce che il secolo del verme dei sepolcri? Gravi mali vi aspettano, il vostro cuore lacerato si romperà; morrete: ma presso il morire ricorderete l'esilio di Dante, le catene del Colombo, la corda del Machiavelli, il carcere di Galileo, i delirii del Tasso (e non ricordo le morti per ferro, per laccio, per veleno e fin anche per fame, perchè le sventure dei grandi sono troppe e troppo dolorosamente copiose), e di queste memorie vi farete zona di costanza intorno ai reni per durare imperterriti nella miseria, traverso la quale la stirpe dei tormentatori vi travolgerà. La tirannide umana che vi appariva dianzi quasi colosso di bronzo, ora la schernirete vedendo le sue piante di creta, e la sperderete con quella stessa agevolezza con la quale l'angiolo di Dante si sgombrava dal volto il fumo dell'inferno.»
Così favellavano le labbra; l'anima intanto inaridiva nell'amarezza.
Ora dentro di me si levò una voce che disse: «Non sempre Dio si pentì di avere creato l'uomo. Tu vivi in secolo che vinse il paragone di tristezza con ogni più vile metallo[6]. Ricerca per le storie, e troverai tempi secondo il tuo cuore. Circondati di memorie. Dalla virtù dei morti prendi argomento di flaggellare le infamie dei vivi. Le opere famose dei trapassati ti daranno speranza del valore dei posteri: imperciocchè nulla duri eterno sotto il sole, e la vicenda del bene e del male si alterni continua sopra questa terra. Tu vivrai una vita di visioni degli anni passati e dei futuri.»
Apersi il volume della storia, investigando questa epoca di umana felicità, e lessi con l'anelito del moribondo che sospira la luce. Oh quanti giorni consumati invano! Oh quante volte caddi col capo sulle pagine funeste, dolente, non disperato, esclamando: Sarò più avventuroso domani! Venne il domani e il giorno appresso e l'altro, nè da alcun lato si diradava la tenebra. Questa è la storia delle fiere del bosco! Gittai il libro, ma col libro non gittai la conoscenza del male. Notti vegliate su i volumi di coloro che mi hanno preceduto, irresistibile agonia di sapere, qual frutto apportaste all'anima mia? Con l'avvilimento e il dolore ho tessuto il manto funerario alla speranza.
Guardai l'Italia, e vidi sorgere una gente, sparpagliarsi pel mondo a incatenare la creatura di Dio; poi la pazienza degli oppressi convertirsi in furore, l'antica iniquità caduta, giunti i giorni dell'ira; popoli barbari, come fanno degli armenti i mandriani, cacciarsi davanti altri popoli barbari alla volta delle nostre contrade: inonda il torrente dalle Alpi a Reggio, un trono è leva per sovvertire un altro trono; noi infelicissimi, vinti, portiamo la impronta della caduta di tutti. Dopo le contese sacerdotali succedono le civili. Guelfi e Ghibellini; Bianchi e Neri; Montecchi e Cappelletti; Maltraversi e Scacchesi; Bergolini e Raspanti: sangue gronda ogni sasso alla campagna, sangue ogni torre in città; repubbliche discordi, misere, perpetuamente guerreggianti tra loro; interni ed esterni tiranni, lascivi, avari, paurosi delle tenebre stesse, e pure senza misura crudeli; traditori e traditi; braccia poste all'incanto, anime italiane vendute; città nobilissime patteggianti coi turpi masnadieri; alti inteletti sotto la feroce ignoranza dei sacerdoti curvati; per ultimo, come la tempesta si leva dagli abissi del mare, ecco sorge la tirannide, Briareo maledetto, che le cento mani distende, il cielo e la terra arraffando contamina, snatura anime e corpi, semina il deserto e sta.
E tu, Firenze, figlia generosa di nobile madre, cedesti alla onnipotenza dei fati, come conveniva all'ultimo santuario della italiana libertà! Inclita per magnanime geste, consacrata dal sangue dei martiri, la tua caduta farà sospirare il nostro cuore finchè la creta animata si scaldi al sole dell'opre magnanime. Ahimè! pur troppo la vita dei reami e delle repubbliche è misurata come quella degli individui! Però non ti valse prodezza nè consiglio de' tuoi; giacque la tua libertà sepolta con essi, e luminosi di gloria immortale vivete insieme nello stesso sepolcro.
Non confidate nella speranza: ella è la meretrice della vita.
Dunque un destino inesorato ci condanna, come il serpente antico, a nudrirci per sempre di cenere, a traversare il futuro non movendo altro suono che quello del tergo percosso dalle verghe e del piede avvinto dalle catene?
Chi disse questo! La forza non ha concluso un patto eterno con veruna nazione del mondo. Qual mano di uomo strappò l'ale alla vittoria? A Roma gliele troncava il fulmine, ma tornarono a crescere co' secoli, ed ella fuggì via. Finchè sollevandosi al cielo le vostre braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non supplicate.... combattete: anche col ferro in pugno si prega; anzi cotesta preghiera è la sola che si addica agli oppressi. Iddio sta co' forti! La vostra misura di abiezione è già colma: scendere più oltre non potete: la vita consiste nel moto, dunque sorgerete. Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia su i labbri, nella destra la morte; tutti i vostri dii caschino in pezzi, non adorate altro Dio che Sabaoth, lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete, cadrete, tornerete a sorgere: la vendetta e l'ira vi renderanno immortali. La mano del demonio settentrionale, che osò stoltamente cacciarsi tra le ruote del carro del tempo per arrestarlo, indebolita vacilla e sarà infranta. Se potessimo porgli una mano sul cuore, conosceremmo la più parte delle sue pulsazioni muovere adesso dalla paura. Ma se ci fosse dato di porgli una mano sul cuore, certo non sarebbe per sentirne le pulsazioni... Oh no! viva per morire sotto le rovine dello edifizio che ha fabbricato; prima di restarci sepolto intenda il grido di obbrobrio che mandano gli oppressi sul tormentatore tradito dalla fortuna. La morte percuote del pari gli eroi della virtù e gli eroi del delitto: Ma Epaminonda tenne l'anima chiusa col ferro finchè non conobbe la vittoria della patria, e morì trionfando; lui poi trapassi la spada sul principio della battaglia, e non gli sia tolta dalle viscere finchè non sappia la nuova della sua sconfitta; perisca, soffocato dal fumo dei cannoni che annunzieranno la nostra vittoria; si disperi nell'udire i tamburi che saluteranno l'aurora del nostro risorgimento. Sventolerà un'altra volta la nostra bandiera su le torri nemiche, terribile ai figliuoli dei Cimbri; scoperchierà lo spettro di Mario l'antica sepoltura; un'altra volta trascineremo per la polvere al Campidoglio le corone dei tiranni dei popoli... Ma saremo allora felici? Che importa? Tornino, oh tornino desiderati quei giorni all'orgoglio italiano! Amaro è il piacere di opprimere, ma è pure un piacere; e la vendetta delle atroci offese rallegra ancora lo spirito di Dio...
Qui sorge una voce amica e mormora queste parole: «La scienza del dolore non ha mestiere d'insegnamento, perchè nacque congiunta col cuore dell'uomo.»
Ed io rispondo: «Bada, la prosperità è proterva, la mestizia pensierosa, e nel pensiero sta il principio delle imprese: a Cesare davano ombra i foschi nel sembiante, nelle chiome scomposti e scinti; i lieti poi e gli azzimati non curava; umana arena questi a cementare i fondamenti di tirannide.»
Altre voci, e non amiche, ora parmi che si levino e dicano: «Noi non intendiamo donde muovi nè dove vai.»
Ed io rispondo: «Peggio per voi; le vostre sono anime invano.»
Se tu dunque che leggevi fin qui ti senti il cuore e lo inteletto sicuri, se le lagrime non ti tolgono la vista delle miserie umane, vieni, mi segui nel dolente pellegrinaggio del pensiero: ti narrerò storie feroci, ti dirò cose che ti suoneranno terribili quanto le strida di un dannato, e pregherò Dio che non valgano a persuaderti. A te poi comando di non compiangermi e, se ti piace ancora, di non maledirmi; gemi soltanto sopra la dura necessità che produceva i casi i quali verrò raccontando: non gli ho inventati già io. Se tu potessi smentirli, se cancellarli dalla memoria, dove stanno impressi con parole di sangue, oh! io ti saluterei consolatore della umanità.
Io scrittore lascio questa prefazione come prima la dettai, se togli che in più parti la corressi per quello concerne lo stile, conciossiachè mutarne i concetti oggimai non tornerebbe efficace. Tuttavolta però, più pacato ora, meglio perito nei casi della vita, di non pochi anni più prossimo al sepolcro, io giudico com'essa non esponga dottrine affatto buone nè vere. Sapienza è non disperare mai; e nello attendere e nello sperare stanno le virtù supreme dei popoli. In quanto all'odio poi, se un dì fie dato inalzare lo edifizio della umana felicità, certo non su l'odio, bensì sopra il fratellevole amore che Cristo insegna avrà da fondarsi: ciò nonostante, adesso ci corre obbligo di odiare; che lo schiavo non può volgere la mente grata a Dio, e Dio abborre vedersi supplicato da mano gravi di catene.
Passate le Alpi, e tornerem fratelli.
CAPITOLO PRIMO NICOLÒ MACHIAVELLI
Perchè egli è ufficio di uomo buono quel bene che per la malignità dei tempi e della fortuna tu non hai potuto operare insegnarlo agli altri, acciocchè, essendone molti capaci, alcuno di quelli più amati dal cielo possa operarlo.
Machiavelli.
Che se la voce sua sarà molesta
Nel primo gusto, vital nutrimento
Lascerà poi quando sarà digesta.
Dante.
Il suo passo era di uomo libero in terra libera, grave e solenne: ma sembrava sviato, come di persona improvvida o poco curante dei luoghi che gli si paravano dinanzi in suo cammino. Vestiva abito straniero: la cappa soppannata di pelli, il giustacuore di velluto bruno, calze di panno strettissime di colore scuro; le scarpe, il collarino e ogni altra parte in somma del suo abbigliamento rammentava la foggia di Francia. Portava avvolta intorno al berretto certa catena d'oro dalla quale pendeva una medaglia parimente d'oro ove stava effigiata una salamandra nelle fiamme, col motto: ardo, non brucio; impresa e motto inventati per Francesco I da madama d'Alençon sua sorella, valentissima in coteste arti cortegiane.
In cotesti tempi dame e cavalieri si affaticarono a indovinarne il significato; ma, per quello che la tradizione lontana ci tramandò, pare che madama d'Alençon intendesse, mediante sì fatta impresa, ammonire Francesco allora duca d'Angoulème, quando prese ad amare la giovane sposa di Luigi XII, Maria d'Inghilterra, dalla fecondità della quale correva pericolo di rimanere escluso dal reame di Francia.
Lunghi i capelli cadevano oltre le orecchie allo straniero e quivi tagliati in giro; costume anch'esso nato in Francia da brutta necessità. Imperciocchè i monarchi, disegnando abbattere la potenza dei baroni, per superarli di forze non abborissero chiamare in aiuto loro gente condannate ad avere mozze le orecchie (specie di pena oltre modo infamante usata in quei tempi): e pervenuti poi a miglior grado di fortuna, cotesti usciti dalle galere con quella usanza tentarono ricoprire la propria vergogna[7]. Ciò che in principio fu turpe bisogno diventò subito presso quegli strani ingegni dei Francesi vaghezza di costume; appunto come, sul declinare del secolo passato, dalle stragi della rivoluzione ricavarono nuove foggie di abbigliamento del sesso gentile[8].
Ma se straniere erano le vesti, il volto lo diceva italiano, nato alla grandezza e alla sventura. Sopra la sua fronte sublime potevano la gioia e il dolore spiegarsi nell'ampiezza della loro potenza; e certo sovente se ne alternarono il dominio: se non che la gioia fugace la percosse appena col ventilare delle sue ali leggerissime di farfalla, mentre il dolore vi lasciò la impronta delle sue varie procelle, a guisa d'iscrizioni funerarie sopra la fascia dei sepolcri. Quel suo sguardo acuto manifestava ingegno prepotente, un ingegno capace di fissare lo splendore dei cieli, volgerlo alla terra e in un baleno d'intelligenza comprendere i pensieri, le sensazioni, gli affetti che passano tra i pianeti e la terra, fra il creatore e la creatura, e quindi sollevato dal fango tornarlo di nuovo a fissare nel firmamento, come protesta immortale contro lo spirito che accolse l'idea della stella e del fango, del piacere e dell'angoscia, del palpito dell'amore e del verme della putrefazione, del tiranno e dello schiavo; e ne lanciò a piene mani la moltitudine nel mondo quasi in retaggio di maledizione alla stirpe che si pentì di aver creato con anima e lingua bastevole a rimandargli contro una maledizione[9]. Da molto tempo la sua bocca obliò il sorriso che nasce dalla vista della bellezza, dai racconti delle imprese onorate, da quando insomma, commovendo, ha virtù di esaltare l'anima umana. L'affanno inaridisce tutti senza distinzione gli affetti, la lacrima del pari che il sorriso, come fa delle piante e dei fiori il vento del deserto. Ben egli ancora rideva, ma un brivido del cuore sembrava cagionasse cotesta crispazione convulsa delle labbra; le morbide curve disegnate dalla bocca quando susurra parole di amore erano sparite; invece si scomponeva in triste linee angolari, come colui che gusta per errore una bevanda amara.
E non pertanto, malgrado segni così profondi di rovina spirituale, due corde vibravano eterne in quel cuore: — la poesia e la speranza. Egli aveva provato il pane dell'esilio, nè quel suo passo incerto nasceva da noncuranza, no; quando prima lo mosse, ebbe in pensiero di recarsi a un punto determinato; poi la gioia di rivedere, dopo gli anni incresciosi dell'esilio, i luoghi diletti della sua giovanezza lo vinse sì che, dimentico di ogni altra cosa ora si aggirava alla ventura per le vie di Firenze. Oh quanto è funesta amica la memoria al povero esiliato! Quanto mal destra consolatrice! Invece d'infondere sopra la piaga olio e vino come il Samaritano dell'Evangelo[10], senza volerlo vi sparge zolfo infiammato. La memoria i casi più riposti della vita ricerca limpidissima, senso comparte ed affetto ai luoghi cari per un ricordo di amore, cari eziandio per lo stesso dolore: e poi tutte queste cose rallegrando col raggio più puro che mai scintillasse in cielo italiano, ad ora ad ora ne abbaglia lo spirito all'esule, non altrimenti che il fanciullo, per giuoco raccolta la luce del sole entro uno specchio, si compiace rapire per un momento la vista al passeggero con un oceano di splendore. Però l'esule si strugge nell'agonia di un desiderio febbrile e, consumato da cotesta ardente contemplazione, comprende in qual maniera i Greci antichi potessero imporre alle furie il nome di Eumenidi, che significa dolci[11]. E perchè dovea una parte della città preporre all'altra? Non componevano tutte la diletta sua patria? Errava così alla ventura, perchè dovunque si volgesse incontrava argomenti di pietà, di piacere e di travaglio.
Se i luoghi percorsi un qualche bel fatto cittadino o una strage fraterna gli rammentassero, avresti potuto conoscere dal passo, che ora procedeva più lento ed ora si accelerava come se premesse lastre di fuoco. Adesso notava le masse portentose dei palazzi baronali, fatte più smisurate dalle tenebre, e gemeva su gli odii che gli ostelli destinati al quieto vivere civile tramutarono in fortezze; e più lungamente ancora si tratteneva a considerare le umili case dei popolani appoggiate a coteste superbe dimore per averne sostegno, nel modo stesso che nel mondo i deboli si raccomandano ai potenti per conseguirne tutela; e nel modo stesso che nel mondo i deboli, dal continuo curvarsi, acquistano soltanto avvilimento e abbandono, cotesti abituri per la prossimità delle soverchianti magioni venivano a perdere la luce e il vivido circolare dell'aria. Procedendo oltre, penetrava con gli sguardi dentro le officine degli artefici; e tentennando il capo, contemplava quei volti plebei che la necessità colorisce e corruga, e quelle mani che muove il bisogno di un pane e la passione di un eroe; quelle mani che mosse dalla piena del cuore guadagnano una corona al capo o una catena ai piedi.
Però la virtù non si era anche fatta inusitata sotto i tetti signorili, nè la misura dell'anima procedeva alla rovescia con la larghezza dei luoghi che la ricettano: pure ella fin d'allora le modeste più che le sublimi case si compiaceva visitare.
Così di pensiero in pensiero trascorrendo e per diverse vie camminando, venne a riuscire appiè del Ponte Vecchio. Andava oltre; e giunto che fu a mezzo del ponte, si affacciò alle spallette, dove declinato il capo, si pose a considerare il corso del fiume. In quel punto la sua mente era tolta alla visione dei tempi passati. Vide un barone vestito di bianco sopra un bianco palafreno arrivare con lieti sembianti in capo del ponte, all'improvviso prorompere una mano di armati, stringersegli addosso e, senza pur dargli tempo di raccomandarsi a Dio, rovesciarlo dal palafreno e rompergli la persona di mille ferite; vide sgorgare larga vena di sangue, macchiare le pietre del ponte e la statua del nume che i pagani proposero alla guerra; ed a lui stesso sentì spruzzarsene il volto, onde atterrito recava ambedue le mani alla fronte a rimuoverne il sangue fraterno. E poi apparve il demonio della discordia, che quel sangue raccolse e, mescolato con l'ira di Dio, tornò a diffonderlo, quasi rugiada di delitto, sopra una terra sacra alla sventura: allora, fecondate dall'umore mortale, scorsero generazioni che, rinnovando il caso degli uomini usciti dai denti del serpente di Cadmo, sembrò venissero alla luce per trucidarsi soltanto: d'ira ebbre e di sangue, si lacerarono le membra, delle proprie viscere composero miserandi flagelli; le antiche sepolture, baccanti di strage, scoperchiarono, e strinsero le ossa degli avi onde percuoterne il capo ai nipoti.
Nel fragore delle acque rompentisi per le pile, echeggianti sotto gli archi del ponte, a lui parve sentire il grido lanciato dalle trascorse generazioni nei tempi futuri; suono orribilmente confuso, voragine di dolore, di pianto, di delitti e di memorie. Come narra la fama che all'imperatore Pertinace dentro la piscina si affacciasse spaventevole uno spettro a minacciarlo di morte[12], così in quelle rapide onde del fiume egli pensò vedere i secoli passati, in forma di truci gladiatori, fuggire dalle arene sanguinose e correre verso l'eternità, incalzati colla spada nei remi dei secoli succedenti. I lumi accesi sopra la riva mandavano obliquamente per la superficie del fiume lunghe strisce di luce, sicchè le onde grosse e veementi, nel trapassarle, riflettevano un raggio sinistro che bene si rassomigliava al corruscare dei ferri parricidi.
Il pellegrino non vale a sostenere i fantasmi della propria immaginazione, e gli occhi solleva al firmamento. Il cielo in parte era ingombro di nuvole, ma vi scintillava una stella splendida come la libertà, bella quanto la speranza. Quale misteriosa corrispondenza passasse tra il pellegrino e la stella io non saprei; però ei la fissava con immensa alacrità, aveva tutta l'anima trasfusa nello sguardo, e sollevò la destra come per invocarla. La stella parve battere l'ale a guisa di colomba e tremare luminosa e ingegnarsi a fuggire la nuvola nera che di mano in mano divorava oscurando il bello azzurro del cielo; invano: il nuvolo l'aggiunse, e il firmamento pianse perduto quel soave raggio d'amore. Egli allora declinò lo sguardo, dalla parte più lontana del cuore disciolse un sospiro e, vinto dalla passione, fuggiva a corsa dal ponte per sottrarsi al doloroso presentimento.
L'affanno cerca il consorzio degli uomini, la gioja spesso gli oblia: in molti ciò accade per raziocinio, e vuolsi biasimare; in moltissimi per natura, e vuolsi compatire. Il pellegrino, adesso vinto dalla passione, si risovenne dell'uomo per cui si era mosso da prima e che aveva dimenticato nella dilettevole contemplazione. Sceso il ponte, camminò per gran parte della via chiamata dei Guicciardini: già era prossimo alla fine del suo pellegrinaggio, quando gli parve vedere, e vide certo, una figura immobile davanti la casa dell'amico. Siccome avviene per la notte si presentava disegnata in nero sopra un fondo men bruno: la veste talare, che chiamavano lucco, descriveva cadendo bellissimi contorni; una mano le pendeva giù lungo la persona, l'altra sottoposta alla fronte e appoggiata allo stipite, in sembianza di statua che pianga sopra l'urna dei defunti.
Il pellegrino soprastette alquanto col cuor chiuso, aguzzò lo sguardo e sentì suo mal grado agitarsi; riprese a camminare più lento, mormorò alcune parole, levò strepito: invano; lo sconosciuto, assorto in profonda meditazione, non pareva cosa viva. Si fa più appresso, più appresso ancora: coteste forme non gli tornano ignote; esita nel ravvisarle, le ravvisa, e con tale una voce che svelava una piena immensa di affetto, una speranza adempita, forte sclamò:
«Buondelmonti.»
Lo sconosciuto anch'egli, quasi desto per forza, balzava indietro gridando:
«Alamanni.»
E l'uno nelle braccia dell'altro precipitava e sentiva sopra il suo cuore palpitare il cuore dell'amico col palpito più generoso che mai fosse concesso ai nati della creta.
Troppo gli agitava profonda quella intima melodia onde potessero significarla con parole. Come la virtù visiva per solenne splendore si acceca, così l'altissimo sentimento smarrisce la via della favella; però precorre il linguaggio dei labbri mortali un colloquio dello spirito che forse non morrà, colloquio di arterie frementi, di effluvii di vita trasfusi da una mano all'altra, dall'una all'altra guancia. Stettero muti e giubilarono e quasi benedissero i travagli sofferti da Dio che volle sgorgasse la dolcezza della gioja dall'amaro dell'angoscia, in quella guisa che finsero i poeti con le lacrime di una donna disperata si componesse la mirra, profumo soave agli uomini e agli dêi.
Quando poi si fu alquanto quetata la veemenza della passione, Zanobi Buondelmonti prese a interrogare dicendo:
«E donde vieni, Luigi?»
«Vengo di Francia, ove trovai favore presso il Cristianissimo; ma la grazia dei re all'anima repubblicana è tale un supplizio, Zanobi, che l'Alighieri nostro non avrebbe dovuto dimenticare di metterlo giù nel suo Inferno.»
«E come ti si volsero gravi gli anni dell'esilio? Ti piacque ella la terra? Ti si mostravano i cittadini cortesi?»
«L'esule, amico, e tu lo sai a prova, conserva gli occhi per piangere, non già per vedere; il cuore gli vive, ma per sentire la propria sciagura. Il pane dell'esilio mi parve amaro, e certo parve anche a te; incresciosa la casa dove non ti richiama affetto di vivente o di defunto. Il sole in sembianza di fuggiasco trascorre per quell'aere caliginoso e raccoglie a sè tutti i suoi raggi, quasi per timore di contaminarveli dentro; egli comparisce su l'emisfero come spossato dalle fatiche di aver vinto le tenebre; per gran parte dell'anno egli guarda quei luoghi colle palpebre socchiuse, ma non li veste con la magnificenza della sua luce, nè le cose riempie e gli uomini di vita e di poesia. Anche coteste terre traversano ampie riviere, ma invano cercai gli argini fioriti del patrio fiume, nè vidi percuoterne le sponde i piè leggieri di donne o di donzelle innamorate, nè riflesse in quell'onde le infinite ville di cui va lieta la prossima campagna: la Senna mi apparve a guisa di un fiume di piombo che senza fremito di acque, senza riflesso d'immagini, unito, opaco, si accostasse pesantemente al mare. Per gli uomini poi, nè il cielo nè la terra amano i miseri e l'odio degli avventurosi ti prostra del pari che il beneficio. Astero di Anfipoli tolse un occhio, lo sai, a Filippo di Macedonia con una freccia d'argento. Il potente dona per ozio, per fastidio, per tracotanza; dona ancora per debolezza o per ira, di rado per la benignità di natura o per amore del prossimo; e quando egli si avvisa di cacciare fuori un lamento sopra la ingratitudine umana, il mondo gli crede, perchè non sa o non vuole comprendere come sovente la mano che finge stendersi al beneficio meriterebbe di essere tagliata. Al misero poi che sotto la sferza dell'elemosina trae doloroso un rammarico maledicono tutti, perchè non pensano che con un fiorino può maggior ferita apportarsi che con un pugnale. Da ogni parte odi muovere lagnanze di uomini ingrati: potresti tu annoverarmi coloro i quali sanno beneficare? L'anima del cane non bada al volto di cui gli getta l'osso, ma l'anima dell'uomo rimane profondamente contristata dal modo del beneficio. Ora tu intendi come il disprezzo mi gravasse, nè meno la pietà altrui mi riuscisse importuna. Nello stato al quale venimmo condotti il cuore sta chiuso nè lascia entrarvi od uscirne un affetto. Infelice colui che in questa terra non seppe inspirare altro che odio; ma infelicissimo quegli che abbisogna della pietà degli altri!
«Alamanni.» e l'uno nelle braccia dell'altro precipitava... Cap. I, pag. 5.
«Veramente, Luigi», rispose il Buondelmonti, «la miseria flagellando scuopre la carne viva, sì che le fibre spasimano ad ogni lieve crudezza: però non vuolsi negare come l'uomo di rado e malvolentieri perdoni qualunque sorta di superiorità, e il felice beneficando si dichiara coll'atto superiore allo sventurato. — Qual merito è il suo per vivere più contento di me? — nella rabbia del cuore si domanda l'offeso dalla fortuna: e, la ingiustizia confondendo con l'uomo che la rappresenta, trasuda odio per tutti i pori del corpo. I beni acquistati per accidente di fortuna più di leggeri egli assolve che gli altri concessi per fatalità di natura: la ricchezza quindi più agevolmente della grazia, la grazia della forza, la forza della bellezza, la bellezza dell'ingegno. Pel genio poi non vi ha perdono in questa terra: gli volgano i casi favorevoli o avversi, egli è solo. Messo sul capo de' suoi fratelli, ben egli ha potenza di pestarlo o illuminarlo, ma gli è vietato baciarlo; dove si chinasse un momento, sarebbe una stella caduta, avrebbe tradito il suo officio per pochezza di cuore: soffra, sia grande e tacia. Dalle angosce della sua solitudine usciranno insegnamenti a migliorare il vivere degli uomini tra loro: intanto sè stesso nudrisca divorandosi; sublime di grandezza e di dolore, si apra il petto e, a guisa di mistico pellicano, le schiatte dei fratelli rigeneri con un battesimo di sangue e di scienza. Così, per certo, si mantiene dal destino in giusta lance cui ebbe troppo, e cui troppo poco; così forse merita pietà chi maggiormente pensiamo degno d'invidia. Sempre a sè medesimo gravoso, spesso ai suoi fratelli, funesto, vilipeso, sconosciuto, perseguito, il genio è condannato ad una perpetua ebbrezza di angoscia e di gloria.»
«Forse è così, come dici, o Zanobi: e l'una parte e l'altra avranno torto o più tosto ragione; però che l'esperienza m'insegnasse queste due parole non corrispondere a cosa effettuale di per sè stessa stante, sì bene essere modificazioni di cose secondo i tempi o le sorti o gli uomini diversi. Francesco Sforza tolse via la repubblica di Milano; e poichè i cittadini non sentirono virtù da impedirlo e da spegnerlo, fu duca ed ebbe ragione: se lo tentava quando i Lombardi con la creta e con la paglia contrastarono all'imperatore Barbarossa, sarebbe stato ridotto in pezzi e avrebbe avuto torto. Arnaldo da Brescia, Giovanni Hus e Martino Lutero intesero ad un medesimo fine: i primi due vennero al mondo troppo tosto e capitarono male; il terzo nacque in tempo giusto, ed ogni giorno, come tu vedi, prospera. Ma, lasciando per ora di ragionare intorno a sì fatto argomento, dimmi tu pure come e quanto pativi: è cosa dolce sopra la terra dei nostri padri discorrere insieme gli affanni dell'esilio. Di te non intesi novella mai: e quando mi ricorreva al pensiero la tua cara immagine fraterna, involontarie le labbra mormoravano la preghiera dei defunti.»
«Ed in vero io non vissi. In quella guisa che gli antichi credevano lo spirito dipartito dal corpo non sapesse o non potesse abbandonare i luoghi dove giacea sepolto il compagno della sua vita, così io mi aggirai per le varie contrade d'Italia. A Roma poi, più sovente che in altre parti traeva come a sicurissimo asilo. La luce abborriva e gli uomini, perchè io non ho cuore da sopportare la vista di un popolo caduto sì basso. E pure coloro i quali adesso mangiano e bevono e dormono in Roma ardiscono vantarsi sangue latino, chiamarsi figli degli antichi Romani! Sì certo, come i vermi potevano dirsi figli di Bruto diventato cadavere. La notte invocava che col suo più denso velo ricoprisse le infamie d'Italia, e la supplicava eterna; usciva pel buio a vagare, simile ad un insetto, traverso le infinite volte del Colosseo, monumento sul quale i secoli, poichè invano tentarono distruggerlo, si posano come sopra un trono conveniente alla loro maestà; ma nell'insetto era potenza d'immaginare, e quindi riempiva cotesta arena di aneliti, di grida e di strage, e quei gradini popolava di una gente a cui porgeva acuto diletto un colpo mortalmente ferito, un'agonia fortemente sofferta; e da cotesti spettacoli vedeva sorgere la gente romana e correre a portare nell'universo catene e seme di futura vendetta: però le larve sparivano, e tremendo mi stava davanti gli occhi il sepolcro delle rovine di Roma; sì, dico, sì, anche le rovine sono state sepolte: chi ne conobbe fin qui tutte le sue ossa! Se rimanessero intere le rovine della superba città, ne uscirebbe una voce di spavento allo straniero, una voce di risurrezione ai nostri stolti e codardi: grandezza, gloria, popolo, costumi e rovine di Roma, tutto precipitò nella morte. I numi muoiono anch'essi. Del tempio di Giove avanza una colonna sola, quasi cippo sepolcrale di religione defunta. Ahimè! l'aspetto dell'antica miseria non giova a confortare la nuova. Cessiamo dal piangere sopra le glorie passate; piangiamo più tosto, e a maggiore ragione, la odierna viltà che ci contende di sollevare l'anima dalla terra. Ogni popolo trama il proprio destino; ogni uomo può violentare la sua Parca. Non è questo il terreno dove vissero i Romani? non è questo il cielo che li copriva? non queste le stelle che tante volte scintillarono sopra i nostri trionfi? Nulla è mutato; noi solo siamo fatti diversi. Ecco, io diceva a me stesso, giunse nella terra dei padri miei il giorno d'ira e di abiezione, nel quale i popoli portano le catene come ghirlande di fiori e credono non avere mai la testa tanto bassa, la voce tanto dimessa, il dorso tanto curvo da prostituirsi al proprio simile: ora che più resta all'uomo nato libero? Avventi contro Dio la sua anima, come saetta dall'arco, e mora incontaminato. Moriamo. E a corsa m'incamminava verso la patria, chiuso nel tremendo pensiero di maledirla e di spegnermi. Valicai furente i gioghi dell'Appennino: l'anima mia si accordava con gli urli dei lupi vaganti pe' boschi e li vinceva in ferocia; le mani atteggiate ad imprecare, mi affacciai dalla sommità dei colli, giù per le valli lanciai uno sguardo infocato quanto il fulmine del cielo.... Ahi la patria! la patria! nel giorno del dolore più leggiadra mi apparve che in quello dell'esultanza, siccome grazia aggiunge e vaghezza al volto della donna il pallore che la mestizia vi diffonde coll'alito gentile. Occorrono sopra la terra creazioni di così incorrutibile bellezza su le quali la traccia della sventura non si manifesta come oltraggio, ma quasi un bacio; e la nostra patria, o Luigi, è tra queste. Gli occhi mi s'ingombrarono di lagrime, mi caddero le mani; ed in quel modo che Balaam, chiamato a maledire il popolo di Dio, lo benedisse tre volte, io le invocai bellezza sempre uguale, destini diversi. Scesi dai colli con l'ansia d'una madre la quale, spaventata dai lunghi sonni del figlio, si curva sopra le sue labbra a spiarne la vita, ed entrai nei casolari degli agricoltori: colà vidi accendersi volti alla memoria della nostra abiezione, quivi udii suonare la parola della libertà: allora mi accôrsi che la patria non era anche morta; onde, prostrato sopra la terra de' miei padri, con le viscere del cuore supplicava: Desta, o Signore, la bella addormentata. Tu, padre, schiudi le dimore celesti, a tutti ospitale: l'anima del forte e quella del debole sono parte dell'anima tua; perchè dunque tu soffri la schiatta dei tormentatori? Le mani strette dalle catene non possono sollevarsi verso di te. Vedi, i fratelli hanno contristato lo spirito dei fratelli, gli hanno percossi, gli hanno fatti piangere: perchè tanto splendide creasti le sfere, così squallida la terra? Manda la figlia migliore del tuo pensiero, la libertà, ad albergare tra gli uomini; e la terra fie che emuli di magnificenza il firmamento: allora queste due creazioni alterneranno in tua gloria un cantico nuovo, e i cieli, fino ad ora cupamente muti, palpiteranno di echi divini. Lévati dunque giudice e comanda che lo svegliarsi di un popolo sia come quello di un leone e non riposi finchè non abbia divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi[13]. Ora, ecco, Iddio ha esaudito la preghiera dell'esule; e di forza, di amore pieno e di ardire, a pena giunto qui, piegai i passi a salutare il grande, che da noi vuolsi onorare dopo Dio prima, perchè, se da lui avemmo la vita e la patria, egli c'insegnava ad amarla ed a morire degnamente per lei.»
«E già tardammo anche troppo», soggiunse Luigi Alamanni; e così favellando prese pel braccio il Buondelmonti e salirono.
Non incontrarono persona nè udivano muovere passo o articolare parola: una lampada appesa alla volta della sala ardeva solitaria e prossima a morire. Appena v'ebbero posto il piede i due amici, si avvivò, mandò su le nudi pareti un getto di luce, quasi volesse dire: — contemplate la povertà di Nicolò Machiavelli —, e si spense. Allora ristettero pensosi e meditarono se quella miseria o il grande che la soffriva maggiormente onorasse, o i suoi concittadini che gliela lasciavano sopportare avvilisse. Percossi dallo insolito silenzio, si avvolgono per lunga serie di stanze prive di lume; alla fine giungono in parte dove vedono scaturire una striscia di luce; si accostano all'uscio ed aprono.
Nicolò Machiavelli giace vicino all'ultima sua ora; la contesa tra la distruzione e l'esistenza era già scorsa; la distruzione aveva prevalso e spiegava su quel corpo le sue insegne come sopra terra presa; la pelle livida, le tempie cave, la fronte arida, il naso attenuato e recinto di un cerchio nericcio, la calugine delle narici sparsa di polvere giallastra, il pallore, il sudore e quiete inerte foriera del sepolcro; — egli tendeva le labbra a guisa di assetato, come anelante di un sospiro che gli rinfrescasse le viscere; gli occhi lucidi di vetro, senza sguardo di cosa terrena, però intenti alla contemplazione degli oggetti posti oltre i confini della vita: ora solenne nella quale l'anima, non bene uscita dalla spoglia mortale nè ancora volata alle dimore celesti, sembra soffermarsi sopra la soglia dello infinito, esitante tra le gioie promesse e gli effetti goduti; colloquio misterioso fra il Creatore e la creatura che niuna mente vale a comprendere, nessuna lingua a descrivere, forse di amore, forse di rabbia, ma certamente pieno d'ineffabile amarezza.
Un giovane di vaghe sembianze, genuflesso a canto il letto, si cuopre il volto con la destra abbandonata del moribondo e la bacia e tacito vi sparge sopra largo rivo di pianto: un dolore senza fine amaro si ostina a prorompere urtandogli impetuoso le fauci; la pietà del moribondo stringe il giovine a comprimerlo, sì che si ripiega fremente a spezzargli sul cuore, e il corpo si agita tutto di scossa convulsa.
A capo del letto, dalla parte diritta, sta un frate di volto severo, stringe i labbri tra i denti, guarda il moribondo e non fa atto di pietà o d'impazienza; se non che la fronte, con vicenda continua, ora gli si corruga ed ora gli si spiana; come i nuvoli sospinti dalla bufera davanti al disco della luna, tu puoi scorgere i pensieri procellosi che l'attraversano.
Dalla sinistra, un uomo membruto di persona, con le braccia conserte sul petto, tiene il capo chino al pavimento; copiosi capelli rossi gl'ingombrano la fronte e parte delle late spalle, la barba fulva gli oltrapassa scendendo la cintura; dal mezzo dei sopraccigli orribilmente aggrottati sorge quasi un fascio di rughe le quali vanno, a modo di raggi, dilatandosi per l'ampiezza della fronte: male quindi sapresti indovinare se quivi il dolore ristretto lanciasse coteste linee rodenti ad occupare le facoltà del cervello, o se piuttosto, dalle varie regioni del cranio partendo, colà esse si condensassero; veramente stavan fitte in quel punto atroci a sentirsi quanto le sette spade raccolte a trafiggere il cuore della madonna dei dolori: non atto, non gemito lo chiarivano vivo, nè il muovere dei peli estremi dei labbri per respirare; solo tu avresti veduto a poco a poco comporsi due grosse lacrime nel cavo de' suoi occhi, tremolare incerte lungo le orbite e sgorgare dalle palpebre giù per le guancie, come secreta vena di acqua tra massi di granito. A prima giunta quella testa ti appariva feroce, quindi ancora atta a esprimere la pietà; finalmente, senza pure accorgertene, ti sentivi disposto ad amarlo; aspetta ch'ei parli e lo conoscerai.
Appiè del letto occorreva un'altra figura vestita di corazza d'acciaro, con ambe le mani coperte di manopole di ferro soprammesse al pomo della lunga spada; anche il suo volto rendeva decoroso largo volume di capelli cadenti, le guance rase ed i labbri, la fronte purissima, dove avrebbe potuto, come sopra il santuario, deporre un bacio l'angiolo della innocenza; ed egli stesso sembrava un angiolo che i credenti affermano vigilare intorno i letti dei giusti moribondi a respingere gli assalti dello spirito infernale. Cotesto era un corpo che gli anni passando non guastano, soltanto modificano a generi diversi di bellezza, e cotesta era un'anima che l'angoscia piega alquanto, non rompe, — la gioia rallegra, non esalta: anima e corpo, in somma, di rado concessi da Dio alla terra per far fede tra uomini degenerati quale nel suo pensiero divino avesse concepito la creatura, prima che una colpa senza perdono la diseredasse del paradiso terrestre: anelante di sacrifizio, egli avrebbe notte e giorno supplicato che i misfatti e le pene degli uomini la giustizia eterna sopra il suo capo accogliesse e vittima di espiazione l'accettasse; ed egli non avrebbe mica diviso la croce col Cireneo nè per viltà rimosso dalle sue labbra il calice della Passione; per tutti i regni della terra non ne avrebbe ceduto una stilla. Lui, onde cara e onorata cadesse la patria tra noi, disposero i cieli ad essere il martire della libertà, l'ultimo dei generosi Italiani.
Egli mosse le labbra e favellò: «Io vi aspettava:... Cap. I, pag. 16.
Varie altre persone stavano sparse per la stanza atteggiate in modi diversi e pur tutti esprimenti dolore: onde quando io considero quante abbia maniere a manifestarsi l'angoscia e quante poche la gioia, come via unica per venire nel mondo ci fosse dato il seno materno e per quante infinite riusciamo al sepolcro, mi turba il pensiero che una forza maligna ci abbia lanciati nel mare della vita col sasso della miseria legato intorno al collo. Non disperiamo però: imperciocchè quantunque a noi non soccorra rimedio altro che le lacrime, tuttavolta la stilla perenne ha virtù di cavare il diamante, e le generazioni succedendosi in questa opera possono piangere a bell'agio e cancellare il decreto inciso nel granito per la mano del fato.
Marietta, moglie di Nicolò, e tre dei suoi figli, Guido, Piero e Bernardo, si erano da molto tempo ridotti a dimorare in campagna; nè, per essere il male sopraggiunto improvviso al padre loro, avevano potuto riceverne notizia. Forse in cotesto punto insieme raccolti discorrevano delle cose della patria e sorti migliori speravano pel padre, il quale, con tanto pericolo suo e vantaggio di lei, l'aveva di opera e di consigli sovvenuta in tempi grossi, ed ora per certo non egli avrebbe voluto negarle i suoi ammaestramenti acquistati dalla esperienza degli anni e dalla lunga pratica nei pubblici negozii; ma in quel punto la speranza levava l'áncora di casa Machiavelli, lasciandola in balia della miseria. Disegni umani!
I due amici, osando appena alitare, s'inoltrano nella stanza; procedendo vengono a posarsi traverso la linea visuale degli sguardi del moribondo. I suoi occhi cessano subitamente dalla fissazione, le pupille quasi smarrite ondeggiano da un angolo all'altro, poi tornano consapevoli a fermarsi sopra gli oggetti circostanti; allora l'esultanza salutò di un estremo sorriso quel volto pieno di morte, come il sole dall'orlo del giornaliero sepolcro di un raggio languidissimo colora il sommo delle basiliche, delle torri e dei monti già a mezzo ingombri dagli orrori crescenti della notte. Egli mosse le labbra e favellò:
«Io vi aspettava: silenzio! Parole ho a dirvi degne che per voi si ascoltino, per me si favellino, nè alla umanità nè alla patria inutili affatto e per la mia fama necessarie. La natura mi chiama, ed io sto disposto a rispondere. Perchè piangete? Chiamerà anche voi; e poichè la vecchiezza precede la morte, considero la morte pietà; io però bene devo ringraziarla di questo, che ella non volle chiudermi gli occhi, se prima non avessi contemplato il giorno della risurrezione; adesso sì che mi sento capace da vero d'invocare col cuore il nome di Dio, poichè la mia bocca, sopra la piazza della Signoria, davanti la faccia del cielo, ha gridato: Viva la libertà!... Silenzio! onde il senno dei tempi non vada disperso. Le schiatte umane passano come ombre; se non che, prima di ripararsi sotto il manto di Dio, nelle mani delle schiatte sorvegnenti consegnano la fiaccola della scienza: a guisa del fuoco sacro di Vesta, quantunque ella muti sacerdoti, pure arde sempre e cresce nei secoli nè ormai più teme vento di barbarie. Accostatevi e raccogliete l'estreme parole, però che vi aprirò il mio pensiero come se fossi davanti al tribunale dell'Eterno.»
I due amici, compresi da senso religioso, si appressano e, salutati appena d'uno sguardo i circostanti, si pongono ad ascoltare.
Nicolò riprendeva:
«La fortuna trama in gran parte la tela degli umani avvenimenti. I Romani, i quali quasi quanto vollero fecero, più che agli altri dii are innalzarono e tempii alla Fortuna; e con ciò dimostrarono sapientemente conoscere una forza superiore alle forze mortali che spesso si compiace secondare sovente ancora i disegni loro impedire. La fortuna sola vuolsi molto più accetta tenere della virtù sola: imperciocchè quella vedemmo tal volta condurre a lieto fine le imprese, la seconda capitare sempre male. Siccome la vita dei popoli si prolunga nei secoli, così la prosperità loro non si comprende da una o due imprese avventurose, sì bene da una serie di fatti prudentemente concepiti e virtuosamente operati: per la qual cosa giudico la fortuna fuori di misura giovevole nella vita breve di un uomo poco avvantaggiare il governo degli stati ed anche riuscirgli nociva, se la virtù non ponga il chiodo alla sua ruota. La fortuna in molti casi si mostrò favorevole ai Fiorentini: più volte li preservava dalla servitù, come al tempo di Castruccio e dei Visconti; più volte gli restituiva a libertà, come nel passo di Carlo VIII e adesso. Nel 1494 i meglio saputi cittadini tenevano la patria spacciata; e invece rimase Piero dei Medici sbandito, il cuore del dominio salvo. Ora nel 27 pareva volesse il Borbone rovesciare Fiorenza, e invece assaltò Roma, depresse il papa e ne fece abilità di toglierci giù dalle spalle quello increscioso giogo dei Medici. Furono questi doni della fortuna; e appunto perchè doni, o poco gli avemmo cari, o ci curammo poco di custodirli, siccome dovevamo e meritavamo pur troppo; se ci avessimo speso dintorno sudore e sangue, gli avremmo per certo più diligentemente mantenuti; gli Ebrei presero in fastidio la manna, comechè soavissimo cibo si fosse, perchè gliela mandava il cielo, e senza fatica a sazietà la raccoglievano; agli uomini poi non riesce mai sgradevole quel pane che con molto travaglio essi ottengono. Le cose della fortuna si distendono molto, approfondiscono poco; quelle della virtù diversamente procedono: onde, tutto ben ponderato, io prepongo alla fortuna la virtù non infelice. Non ragionerò dei provvedimenti buoni negletti, dei pessimi seguiti dal 1494 al 1512, spazio nel quale durò la seconda cacciata dei Medici; già la storia i tempi, gli uomini e le colpe loro incise sopra le sue tavole di bronzo e le dava in custodia alla memoria. Il tempo stringe, lunga è la via; nè già si tratta adesso di speculare sopra le azioni antiche, bensì somministrare consigli per le presenti e per le future. La fortuna, poichè volse la ruota ora favorevole ora avversa ai Medici, parve romperla per loro nel 1527; rimasero uomini a pena eredi del sangue di cotesta famiglia, diseredati affatto della virtù. Andava e va tuttavia la città divisa con diverse maniere fazioni: eravi chi teneva pei Medici, e tra questi parte la monarchia assoluta desiderava, parte voleva i Medici non già signori ma capi di governo largo; della fazione avversa alcuni più odiavano i Medici di quello che amassero la repubblica, altri più amici della repubblica che nemici dei Medici, altri finalmente la tirannide al pari dei Medici detestavano. Dall'un canto e dallo altro stoltezza, tranne gli ultimi: imperciocchè nei rivolgimenti degli stati bisogni mirare a fine preciso, e le sfumature non giovano; sicchè, quando i tempi grossi incalzano, tu ti trovi senza concetto, sospinto là dove aborrivi precipitare. Il popolo rimaneva come il cammello giacente sotto il peso; lo sentiva grave, ma, scarrucolato dagl'inetti novellatori di consigli mezzani, non sapeva a qual partito appigliarsi per gittarselo giù dalle spalle. Correva l'aprile del 1527 quando Dio, accecando i nostri oppressori, consigliò al cardinale Passerini da Cortona di lasciare Fiorenza e andarsene in compagnia d'Ippolito e di Alessandro e della Corte a Castello per complire il duca di Urbino, il quale si era quivi ridotto con l'esercito della lega. Valicate appena le porte, i giovani, come quelli che nella mente loro concepivano un disegno assoluto e virile, levarono rumore, uscirono armati dalle case Salviati e, tratti i gonfalonieri delle compagnie, si recarono ad assaltare il Palazzo. Nessuno si oppose; però che gli stessi avversarii, discordando nei pensieri, argomentassero nel tempo in che faceva bisogno adoperare ferocemente le mani. Il popolo restava inerte, chè la tirannide lunga lo teneva assopito; ben era aperta al lione la gabbia, ma non osava lanciarsi; era la sua catena spezzata, ma non ardiva scuotersi per gittarne lungi i frammenti; guardava, non sapeva e, gridando libertà, libertà! applaudiva. Baccio Cavalcanti, salito in Palazzo a nome dei giovani, impose al gonfaloniere e alla Signoria bandissero i Medici: alcuni dei Signori che, per godere il benefizio del tempo, s'ingegnavano interporre indugi rimasero feriti; mandato a voti il partito, nessuno dissenziente, i Medici ebbero il bando. Consiglio audace, provvidenza infelice. I cardinali Cortona, Cibo e Ridolfi, avvisati del caso, tornarono spediti a Fiorenza, il conte Noferi li precedeva con mille fanti: facendo loro spalla i partigiani dei Medici, senza nessuno impedimento trovare, penetrano in Fiorenza e procedendo incontrano davanti la chiesa di San Pulinari Tomaso Ciacchi della repubblica svisceratissimo; toltolo in mezzo, comandano gridasse: Viva i Medici! rifiutava; percosso, nel rifiuto si ostinava; ferito mortalmente sul capo, più e più sempre esclamava: Dio e libertà! Il popolo guardava, non sapeva e gridando: Palle, palle! applaudiva. Insanguinata la terra di quel nefando omicidio, assaltano il Palazzo; i giovani, comechè in tutti avessero sette archibusi, deliberano a difendersi. I Palleschi, i quali poc'anzi paurosi si nascondevano, adesso prorompono, più infesti, come suole, coloro che si mostrarono più vili; arde la porta del Palazzo dalla parte degli Antellesi; all'altra puntate le picche, le spingono di forza, sicchè le imposte curvandosi meglio di un braccio si scostano dagli stipiti. Se in quell'ora di turpe baldanza i soldati dei Medici entravano in palazzo, la patria nostra avrebbe pianto lacrime amare sul fiore della sua gioventù trucidato. A Dio piacque che quel santissimo e forte petto d'Iacopo Nardi quivi a sorte si trovasse rinchiuso; in quel fiero trambusto, punto egli smarrendosi di animo, confortò i compagni a far testa anche un momento, e dipoi, salito sul ballatoio (come colui che di ogni particolarità spettante alla patria era indagatore e conoscitore solenne), scopriva certe pietre colà a disegno raccolte e in modo disposte che, leggermente intonacate al di fuori, sembravano un fermo parapetto; allora rotti i lastroni delle buche, uniti nel proponimento di salvare la patria, precipitarono cotesti sassi sul capo agli assalitori[14]. Se alla improvvisa rovina fuggissero coloro, non è da dire; lasciarono le porte, l'incendio fu estinto, e, peritandosi di accostarsi da capo, presero a sbarrare le strade. Sopraggiunsero intanto i signori della lega; Federigo da Bozzolo intervenne mediatore in nome di Francia, e chiariti i giovani intorno la vanità delle difese, assicurati di universale perdono dal cardinale Cortona e da Ippolito concesso, dal duca di Urbino guarentito, dopo alcune pratiche, ottenne il Palazzo restituissero. Io non incolperò di siffatto evento veruno; imperciocchè, quantunque non fossero presi i necessarii provvedimenti a mantenere la libertà, tuttavolta, anco presi non avrebbero, atteso il tempo breve, giovato; quello di cui riprendo i cittadini più savi si è questo, che o il moto non impedissero, o insieme non cospirassero prima, onde o potesse sostenersi meglio, o venisse con più onore a mancare. La caduta di un popolo deve essere tale, carissimi miei, che lasci memoria di terrore ai tiranni, legato di vendetta ai figliuoli degli oppressi; tra il popolo sommosso e un re bandito, unico patto il sepolcro; sta sulla sua spada il perdono; affetti, giuramenti, onore e Dio sono onde che rompono nello scoglio dell'interesse di regno. Questo per lo addietro si è visto, e tolga Dio che si veda anco in futuro: però torno a ripetervi che, tratto il ferro una volta, il popolo ha da gettarne via il fodero; dove tanto si acciechi da riporlo finchè il suo nemico non giaccia cadavere, invece di cacciarlo nel fodero, se lo caccerà nelle viscere; e di questo stia certo. Invece il cardinale Cortona, a ciò indotto dal conte Pietro Noferi, mandava a Roma una nota di gente da uccidere, comechè perdonata; e se la paura di maggiori disastri non tratteneva Clemente, avreste veduto un po' voi, come diceva Luca Albizzi, se sapeva ben egli schiacciare il capo ai colombi rimessi in piccionaia. La fortuna ad ogni modo ci voleva liberi: il 12 maggio giunse notizia del sacco di Roma dato dagli imperiali, il papa a stento rifuggito in castello. Il cardinale Cortona, povero di consiglio, nè voleva fidarsi altrui nè da sè era bastante a prendere un partito: i soldati chiesero le paghe; Francesco del Nero cassiere del pubblico nega i danari e ripara a Lucca; il Cortona, di natura miserissimo, piuttostochè rimetterci del suo, si sprovvede di quella estrema difesa e dichiara volere lasciare il governo della città. I giovani, immemori del passato pericolo, tornano ai tumulti; per questa volta la fazione degli ottimati, incapace a muoversi, riesce a trattenerli. La Clarice moglie di Filippo Strozzi va a casa Medici ed aspramente ripresi Ippolito e Alessandro di aversi voluto fare tiranni, li consiglia a partirsi; s'ella non era, nessuno ardiva abbattere cotesta tirannide cadente: nè in lei fu tutta virtù, sibbene o petulanza donnesca, o rancore contro il sangue illegittimo di casa sua, o sdegno contro papa Clemente che non volle creare cardinale Piero suo figlio, e mandato il marito Filippo a Napoli per ostaggio dell'accordo conchiuso con i Colonnesi, non lo aveva poi atteso, ponendolo così in pericolo presentissimo della vita, o finalmente speranza, cessato il governo dei Medici, di vedere la sua famiglia principale in Fiorenza. Mentre la Clarice, accesa nel volto con voce alta così favellava, si levò rumore tra i soldati della guardia; un archibuso fu sparato contro di lei, sicchè tra crucciosa e atterrita quinci si dipartiva, accompagnandola i più notevoli cittadini. Intanto si raguna in Palazzo la pratica per deliberare intorno ai casi presenti. Filippo Strozzi, a grande istanza pregato da Ippolito, si reca alla Signoria per ritirare la dichiarazione del Cortona intorno all'abbandono del governo di Fiorenza; ma la pratica aveva già vinto una provvisione per la quale si convocava il consiglio grande e, creatosi intanto un reggimento che tenesse gli uffici fino al 20 di giugno, i Medici in condizione privata si restituivano. Senonchè i giovani, prudentemente pensando, cessato il regno, non potere il principe più oltre abitare la città, tranne morto, accennano prorompere. Allora Nicolò Capponi, Filippo Strozzi, Giovanfrancesco Ridolfi ed altri maggiorenti, i quali, siccome corse fama, già da buon tempo innanzi si erano concertati a Legnaia, confortarono i Medici a dare campo su quella prima caldezza alle ire popolari, ritirandosi al Poggio. Filippo deputavano a scortarli sotto pretesto della sicurezza loro, invero poi per farsi restituire le fortezze di Livorno e di Pisa: fin qui la colpa tutta del popolo; imperciocchè, se egli avesse sostenuto la fazione dei giovani, nè i Medici sarebbero usciti, nè gli avrebbe lo Strozzi accompagnati. Consigliava la ragione di stato i Medici e i cardinali Cortona, Cibo e Ridolfi si sostenessero per cambiarli poi con alcuno dei più notabili nella guerra futura, o, come fecero i Romani della testa di Asdrubale, balestrarne i capi mozzi tra le genti del papa, quando ei si fosse attentato assediare Fiorenza, mettendo così tra il popolo e il suo tiranno il sangue e la disperazione: quello che maggiormente nuoce in simili imprese è tenere l'animo vôlto agli accordi; perchè i codardi vanno rilenti alle offese, le difese o poco curano o del tutto abbandonano, e la patria rovina. Bentosto se ne raccolsero gli amari frutti; Filippo Strozzi, per tale una causa che la fama bisbigliò sommessa, e la storia tacerà vergognando, perocchè ella sia vergine e musa, lasciò fuggire Ippolito a Lucca; e per ricuperare le fortezze, oltre alla perdita del tempo, tra Piccione contestabile della fortezza di Pisa e Galeotto da Barga di quella di Livorno vi si spesero meglio di quindicimila scudi. Francesco Nori e la Signoria depongono l'ufficio; non aspettano il giugno per convocare il consiglio; determinato il modo di eleggere il gonfaloniere, l'adunano sul finire di maggio e creano Nicolò Capponi. Il consiglio eleggeva, il Capponi accettava; fallo grave nel popolo, nel Capponi gravissimo: errò il popolo, il quale andava immaginando che, come egli aveva ereditato dal padre Pietro le sostanze, così pure avesse dovuto redarne quell'impeto che valse a salvare la città dalle cupidigie francesi e rendere il suo nome immortale; errò ancora, perchè non conobbe la temperanza e la moderazione di Nicolò, in tempi quieti lodevoli, avrebbero a mal partito ridotto la città nei casi presenti, dove si chiedeva consiglio audace ed opera piuttosto avventata che gagliarda: ma sopratutto il Capponi e sè stesso mancava ed alla patria: forse Dio, che può leggere nei cuori, e le colpe misura dalla intenzione, lo perdonerà, non derivando i suoi falli da mal volere; ma non può perdonarlo la storia: ardua cosa e per avventura impossibile alla mente umana investigare le cause segrete dell'animo; e poco rileva conoscere se l'effetto sinistro si parta o da talento pessimo o da mancanza di cuore; ella giudica dall'utile o dal danno: per la qual cosa tu puoi sentenziare in coscienza che Nicolò Capponi fu traditore alla patria. L'uomo che si reca sopra le spalle il carico tremendo di porsi a capo dei tumulti dei popoli e indirizzarli al risorgimento si metta una mano sul cuore e senta se col buon volere Dio vi trasfuse la potenza: tale egli deve accogliere e tanto cumulo di qualità diverse, discordanti ed anche contrarie, ch'io per me raccapriccio in pensarvi; un cuore infiammato di carità, poetico quanto quello di Platone nel contemplare la bellezza del fine, ed una mente severa come un teorema d'Euclide; egli buono, alle umane miserie soccorrevole, amico e padre di tutti, quando il bisogno lo stringa, deve con fronte imperturbata tal dare principio alla sua orazione nel consiglio dei padri: «Anche ventimila capi recisi, e la repubblica è salva!» — Se gli si parano nelle vie i figli, Giunio Bruto gli spense; se il padre, Marco Bruto l'uccise: e i posteri entrambi hanno salutato sublimi. Nelle cose politiche il delitto comincia soltanto là dove la necessità cessa. Quindi consideri con profondo consiglio le condizioni del popolo: dove la morte della parte corrotta valga a fruttare libertà, lui celebreranno gli uomini salvatore e Dio se ci adoprerà la scure: dove poi i partiti sanguinosi rimangano inerti se le genti prima di morire, renunziato l'alito divino, si convertirono in creta, se la speranza, rivolta a terra la fiaccola, la spenge piangendo su quella città come sopra un sepolcro, allora, la fama di crudele evitando, lasci arbitro della morte chi creava la vita; ad esempio delle vergini di Sion, l'arpa appenda al salice e pianga, o del tutto si taccia, perocchè nei regni della disperazione ogni suono rincresca, anche quello del pianto. Nicolò Capponi non ebbe la mano forte da cacciarla nei capelli di un popolo assopito e squassarlo ferocemente affinchè si svegliasse; i Medici non aborriva; un governo di ottimati desiderava; però i Palleschi non ispengendo, lasciavali vivere a macchinare danni alla patria: offendere gli uomini per volontà o per necessità è trista cosa, pessima poi offenderli e lasciarli in condizione da vendicarsi; avesse almeno tolta loro la roba! Chè con minore efficacia si sarebbero allora travagliati contro la repubblica, ed egli provveduto di pecunia, la quale come avvantaggiava le cose nostre, così quelle degli avversarii riduceva a mal termine. Onde in processo di tempo convenne aggravarsi sui cittadini amorevoli della repubblica, balzello aggiungere a balzello, vuotare in somma le borse di pochi privati senza potere a gran pezza rispondere alle pubbliche spese. Correva pertanto a Nicolò Capponi strettissimo l'obbligo di togliere la vita ai nemici dello stato; se non voleva la vita, le sostanze; se non le sostanze e la vita, almeno la reputazione: nulla fece di questo, che anzi i Palleschi si onorano e tengono in pregio per modo che con esempio pessimo sembra, a volere ottenere favore dalla repubblica, bisogni dichiararsi amorevole al principato[15]. La Signoria, procedendo nei primi decreti cieca e codarda, ai popoli concesse armarsi: il gonfaloniere non solo concederlo, sibbene doveva con severissime pene ordinarlo e a tutti dai quindici ai sessant'anni; la patria dichiarare in pericolo, egli primo donando ogni suo avere, promuovere i sacrificii privati, nella salute della repubblica riporre la speranza estrema dei cittadini; siccome narra la storia di Alessandro Magno, il quale, le munizioni ardendo e i bagagli, costrinse i suoi soldati alla necessità del vincere o del morire. Sovente dall'amore più e meglio conseguiamo che dalla paura; ma se l'amore non basta, vi si adoperi il ferro; abbia il popolo a forza il proprio bene: a forza il tiranno gli mette la mannaia sul collo; sarà misfatto dunque mettergli a forza la corona della libertà sul capo? Il Capponi invece esitò, come uomo che diffida e già disegna l'accordo, e non si accorse che quello sarebbe stato la sua sentenza di morte; non che largheggiare alla patria del suo, tra i concetti atti di reggimento accogliendo la bassa cura di minuti interessi, egli non vergognò avvolgersi per gli opificii della seta e invigilare il compito de' suoi operai; bandiva gli Ebrei dal dominio, raccoglitori acerrimi di danaro e all'occasione o volontarii o costretti sovventori; leggi emanava su le femmine, le taverne e le bestemmie, inutili o perniciose, imperciocchè i costumi non si migliorino in virtù di una legge penale, e perchè chi tutto intende riformare spesso nulla riforma; dipoi, convertito in frate, predicando in Palazzo le orazioni del Savonarola, gridava misericordia e faceva sì che fosse eletto Gesù Cristo re di Fiorenza. L'aiuto divino ottimo: buono non pure, ma necessario invocarlo; però non devono gli stati tanto fidare nel cielo da porre in disparte i provvedimenti terreni. Mentre ogni dì ardevano ceri e cantavano salmi, nè armi raccoglievano nè vettovaglie. Aiutati, che Dio ti aiuta[16]. Certo, ben può il Signore rinnovare il miracolo di Gedeone; ma ella è prudenza questa, commettere alla salute della patria a' soprannaturali sussidii? Quando i cieli mente per concepire e mani per operare compartirono all'uomo, non intesero forse ch'egli di per sè provvedesse alla propria tutela? Nè vuolsi biasimare meco, e sia con pace di voi, fra Benedetto da Foiano, che l'ordinaste (continuava Nicolò piegando alquanto la faccia verso il frate di austere sembianze, il quale stava al diritto lato del giacente), la processione della Madonna della Impruneta per la ricuperata libertà, avvegnachè le diligenze messe in opera nei reggimenti nuovi ad allontanare i tumulti non saprebbero mai essere troppe; ed anche perchè, non essendo cessata la peste, la vedemmo aggravare per quello insolito mescolarsi del popolo. Ma di ben altra riprensione era degno il Capponi quando non pure trascurò afforzare la città, ma ben anche suscitò impedimenti di ogni maniera al divino nostro Michelangelo, il quale intendeva circondare il monte di bastioni: o sia che lasciasse svolgersi dalla opinione universale, essere i monti le mura di Fiorenza, e i pochi non potere assediarla perchè pochi, nè gli assai per mancamento di vettovaglie; o sia che più tristo consiglio lo movesse[17], tolta ogni fidanza nelle armi cittadine, si volse a procurare le mercenarie. Notate la fede! Giovanni da Sassatello, condotto dalla Signoria con ottanta cavalli leggeri, ruba le paghe e se ne fugge al papa; peggio lo strazio per avventura del danno. Don Ercole di Ferrara ebbe onore e soldo di capitano generale della repubblica; ma la repubblica pensate voi che sarà mai per avvantaggiarsi del consiglio e del sangue di un duca nelle battaglie? Ben a ragione la fama ci chiama orbi: da quando in qua vedemmo principi mettere a repentaglio lo stato e la vita a difendere repubbliche? E quasi tanti falli fossero pochi per la rovina della patria, a colmo della misura crearono Malatesta Baglioni governatore generale delle milizie fiorentine. E chi è Malatesta? Un fuoruscito della Chiesa. E donde nasce? Da una famiglia che vince in tradimenti il paragone con quella di Atreo. Or come questi, il quale non seppe mantenersi nelle sue case, vorrà insegnarci a difendere le nostre? Forse imparava egli fuggendo il modo di tener fermo? Colui che potè abbandonare ai nemici le sepolture de' suoi padri, male darà schermo alle dimore dei nostri figliuoli. Già a Dio non piaccia che le mie triste parole si avverino, com'io temo pur troppo vedere rinnovato nel nostro paese Cristo venduto, in lui Giuda venditore. Sconsigliati! Sconsigliati! prezzo del sangue è Perugia; nè sempre sarete in tempo con i traditori come lo foste con Baldaccio dell'Anguillara e con Pagolo Vitelli. Pur troppo le funeste guerre fraterne hanno spento tra noi la militare virtù come in Roma l'accrebbero: perocchè in Roma le contese cittadine terminassero con una legge, in Fiorenza poi con le uccisioni e gli esilii conchiudessero; in Roma il popolo godere dei supremi onori insieme con i grandi desiderava, in Fiorenza per esser solo nel reggimento combatteva: prevalso in popolo tra noi, i grandi disparvero e con essi i sensi generosi, la ferocia nelle armi; attesero i cittadini ai guadagni, diventarono ricchi, la roba acquistata disegnando godere, di fare coi petti riparo alla patria abborrirono, le sorti loro commisero ad anime e a braccia vendute; quindi milizie mercenarie vilissime, turpitudini di condottieri venali, il vituperio e la rovina d'Italia[18].
«Pure gli antichi ordinamenti di giustizia tanto non valsero ad abbattere la virtù militare tra noi che a ora ad ora alcuna scintilla limpidissima non prorompesse; e per tacere di più antichi capitani, non furono fiorentini quel maraviglioso Giacomo Tebalduccio e l'altro fulmine di guerra Giovanni dalle Bande Nere, e tuttavia nol sono il Bichi, l'Arsoli e una schiera che aspetta il destro per sorgere più grandi di loro? Qual è lo sciagurato che dubita non accogliere nel suo grembo Fiorenza figli che sappiano morire per lei? Questo fallo, se non ci si rimedia in buon tempo, partorirà amarissimi frutti; avvegnachè, amici miei, chiunque, e ponete mente alle mie parole novissime, chiunque commette la cura della sua libertà a mani straniere merita diventare schiavo. Nè le condizioni nostre di fuori a termine migliore ridotte che quelle dentro; la esitanza nostra ci ha fatti contennendi e sospetti; nemici molti e potenti, amici nessuno. Il papa all'antica libidine di regno aggiunge la nuova ira delle offese ricevute allorquando i giovani le armi, i simulacri della sua famiglia e la statua di lui misero in pezzi nell'Annunziata. L'imperatore, che or dianzi intendeva privare Clemente del potere temporale e convertirlo in vescovo di Roma, minacciato adesso dal Turco, prosperando Lautrec con le armi di Francia nel regno, disperato di stringere lega con qualunque governo italiano, accorto la riforma della libertà delle coscienze in Lamagna essere scala a conseguire le libertà civili, muta all'improvviso consiglio, lo libera di castello, gli spedisce fra Angelio suo confessore a tenerlo bene edificato, gli fa presentare dal Mussettola la chinea bianca e i settemila ducati pel censo del regno di Napoli, se lo rende amico, nè di presente v'ha cosa ch'ei non si mostri presto a operare per confermarlo nella nuova amicizia: noi non volemmo stringere lega con Carlo quando il tempo ci correva propizio, e i più pratici cittadini la persuadevano, ed egli per messer Andrea Doria quasi ce ne richiedeva; ora poi non osiamo dichiararglisi manifesti nemici. Abbiamo i Veneziani alienati da noi allorchè non gli sovvenimmo nel caso del Brunsvicco, il quale, tempestando si calò dalle alpi di Trento con dodicimila fanti e diecimila cavalli; onde presi da sdegno notificarono al nostro ambasciatore Gualterotti sarebbero in pari caso per fare lo stesso a noi: i Vineziani però, come sono prudenti, non vorranno trarre dagli altrui falli argomento per fallire; non pertanto l'ira vince talvolta la ragione, sicchè desideriamo vedere anche con danno proprio patire colui che stette indifferente ai nostri mali. In chi dunque fidiamo? La fede di Francia, incerta sempre, incertissima adesso. Meco medesimo considerando sovente come in ogni tempo gl'Italiani si mostrassero e tuttavia si mostrino corrivi a commettere ogni loro speranza nei Francesi e dall'altra parte quanti eglino abbiano peccati da scontare verso di noi fino dal regno di Pipino, con espresse parole scrissi: «I Francesi, quando non ti possano far bene, tel promettono; quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà o non mai[19].» Francesco I s'intende di stato anche meno di Luigi XII, al ministro del quale io ebbi ardimento significarlo alla recisa in faccia[20]; di rado lo muove la religione; più presto che a re non conviene, il talento; però battuto dalla fortuna adesso va più cauto alle offese e molto si lascia governare da madama sua madre, nè intelletto da concepire un disegno nè costanza gli compartirono i cieli da metterlo in esecuzione, e sopratutto stanno i suoi figliuoli in potestà di Carlo V: ora pensate s'egli possa amare o voglia la libertà vostra più di quella dell'erede del suo regno. Noi siamo soli. E che perciò? Dobbiamo noi forse piangere come perduta la nostra città? Non è mai lecito disperare della salute della patria, insegnava Focione, nè l'hanno per anche ridotta a tale da rendere ogni provvedimento tardo. Il Capponi mal si regge nel posto che non avrebbe mai dovuto tenere; forse ne scenderà per salire al patibolo; e gli starebbe bene, come colui che all'ambizione smodata accoppia ingegno per esitanza imbecille e codardia manifesta, la quale lo induce ad adombrare la natía virtù con partiti paurosi, che egli e i suoi chiamano temperati e prudenti, riprendendo quasi esorbitanze i consigli capaci di mettere con molta gloria a pericolo la vita e la sostanza dei cittadini, e perciò anche le sue; astiosamente avverso a chiunque si conosce superiore per intelletto e per animo; insomma della libertà di un popolo che voglia risorgere davvero, vergogna ad un punto flagello. Voi, giovani, nei quali tutta speranza di salute riposa, restringetevi insieme; voi, Zanobi e Luigi, consigliate i nobili; voi, Dante da Castiglione (e il membruto della lunga barba rossa, sentendosi rammentare, si scosse come destriero al suono della battaglia), adoperatevi fra i popolani; badate a non lasciarvi sedurre dalle antiche rinomanze; a' casi nuovi convengono uomini nuovi: se anima vive che valga a salvare Fiorenza, ella è certamente quella di Francesco Carducci; a me giova indicarvelo come il nostro palladio: molto mi conforta il pensiero che al nostro scampo basta non perdere, mentre ai nemici bisogna vincere; e poi noi combattiamo in casa e per noi, il nemico sopra terra dove ogni cosa gli si volgerà infesta, e con armi infedeli, mercenarie tutte e con intendimenti diversi, dacchè i capitani del papa non possono accogliere il concetto istesso dei capitani di Carlo: confido non poco nella fortuna, nella provvidenza di Dio moltissimo, il quale non soffrirà la rovina della innocente mia patria. E se preghiera alcuna trova grazia al tuo cospetto Signore, ti raccomando questo suolo, che mi raccolse infante e già mi apre il seno pietoso alla quiete eterna, con tutta l'anima prossima a comparirti davanti; te lo raccomando anche prima dei figli, anche prima della medesima anima mia!»
Dalla interna commozione agitato, qui si rimase il Machiavello; ma in quel modo medesimo che, cessati i remiganti, la navicella continua nell'incominciato cammino, così, perchè tacessero i labbri, dalla fronte, dagli occhi, da tutta la faccia non ispirava meno amore di patria e di libertà.
Come dimentico della malattia che lo aggrava, si solleva alquanto sul fianco e stende la destra verso una tazza colma di tisana a capo del letto.
Quando la morte si apparecchia a vincere con la infermità la vita, raccoglie penosamente nel corpo del moribondo la somma di ogni male sofferto, e le carni, i nervi e l'ossa corrode con infiniti dolori diversi: la morte giunge amara all'uomo; e se fosse stato un bene, come Saffo cantava, Dio l'avrebbe creata per sè; però il Machiavello appena ebbe mosso la destra, la ritornava nella prima positura, chè intorno alla scapula e giù nei muscoli gli corse uno spasimo acuto come quando fu posto alla prova della corda; la guancia sinistra si contrasse di forza verso l'occhio, seco traendo le labbra in atto di angoscia; ma si ricompose all'improvviso e sorridendo riprese: «Dante, porgetemi, prego, cotesta tazza.»
Fra' Benedetto da Foiano, sottoposto un braccio ai guanciali, solleva amorevolmente il corpo del giacente. Dante gli appressa alle labbra la tazza; e mentre egli beve, suo malgrado una lagrima gli prorompe dagli occhi e giù scendendo si mesce alla bevanda, sicchè Nicolò lo guarda fisso e dopo alcuni istanti favella:
«Nella estremità a cui mi trovo condotto, nissun liquore può meglio confortarmi le viscere, Dante, della vostra pietà: ve ne renda Iddio quel rimerito che a me non è dato; ben aveva mestiero di questa consolazione l'anima mia, prima di volgersi a considerare la ingratitudine umana. Gran mercè, Dante, gran mercè; voi mi avete apportato un bene maggiore di quello che potete immaginare: che voi mi teneste in pregio, sperava; che mi portaste affetto, forte temeva: ora poi saluterò la morte come amica, dacchè sopra la soglia del sepolcro mi accorga non avere perduto la speranza e trovato l'amore.»
Tacque, e seguì un silenzio tanto profondo che ben si udiva lo zufolio sottilissimo dell'insetto aleggiante intorno ai moribondi; dopo lunga pausa, il Machiavello, crollando il capo, continua:
«Il mio cuore non conobbe altro palpito che per la patria: queste braccia lacerò il carnefice per amore della patria...; che importa? Non sono ancora sceso nel sepolcro, e gli uomini mi calpestano il cuore come una pietra; i nervi e l'ossa dei bracci spasimano di cocentissima angoscia, e gli uomini mi accusano averli adoperati ad ammaestrare tiranni; questi bracci niegano accostare alla mia bocca una bevanda, ed essi affermano essersi distesi ad implorare l'elemosina ai miei persecutori; della fama incontaminata in fuori non lascio ai miei figli altro retaggio, e non pertanto m'invidiano anche la fama. O uomini, quanto vi avrei adorato migliori e quanto vi amo anche tristi! A voi, carissimi, affido il mio nome; difendetelo voi; e se da alcuno udrete parola che rechi oltraggio alla mia memoria, più generosi di san Pietro, non vogliate negare il vostro maestro: dove il vitupero muova da uomo invidioso, tacete, imperocchè all'odio della mia virtù si aggiungerebbe allora l'odio che nasce dal sentirsi dichiarato iniquo; ma dove comprendiate lui essere ingannato, ditegli animosi in mio nome: Nicolò Machiavelli non insegnò di tôrre ai ricchi la roba, ai poveri l'onore, a tutti la vita[21]: sappiate volersi un gran cuore per intendere un cuore grande; pochi o nessuno averlo compreso; e che quando egli potè onorare la patria, eziandio «con pericolo e carico suo, sempre volentieri lo fece perchè conosceva come l'uomo non debba avere maggiore obbligo nella vita sua che con quella, dipendendo prima da lei l'essere e di poi tutto quello che la fortuna e la natura ci hanno concesso[22];» aggiungete credere io nella virtù come in una via per la tristizia degli uomini smarrita, e che essi potevano, anzi dovevano, ritrovare per indirizzarsi di nuovo al perfezionamento: la politica scevra dalla morale per me affermarsi impossibile; nè già per morale intendere io la immagine astratta della cosa, «sibbene la verità effettuale della medesima»[23], secondo i tempi, i casi e gli uomini diversa; a patto però che se la presente morale non fosse ottima, dovesse pur sempre dirigersi al meglio: la politica magnanima convenirsi ad un popolo grande, come il romano; essere in lui non solo virtù, ma necessità; non potere da questo concetto deviare senza riuscire agli occhi proprii ed altrui contennendo con danno inevitabile della maestà e forze sue; ai deboli invece convenirsi deboli consigli, e, se circondati da tristi, ordinare i casi l'uso della perfidia e giustificarlo: se non che allora devono i deboli mettere in opera l'ingegno per uscire da cotesto stremo dove è necessità la perfidia, e sollevarsi a quello nel quale sia necessità comportarsi magnanimamente. Amai la repubblica, ma, e molto più, amai la indipendenza, perocchè la seconda mi sembrasse necessità di vita, la prima poi accidente di forma. Considerai pertanto se stato alcuno italiano, governato a reggimento popolare, potesse conseguire il santissimo fine di rassettare le membra a questa misera patria: Venezia e Genova non mi parvero, come in vero non sono, libere città; volsi l'ingegno a meditare se con Fiorenza ci venisse fatto di riuscire, e non rinvenni virtù necessaria. Più che amorevoli del vivere libero conobbi i cittadini travagliati dal desiderio di dominare, disposti ancora a servire, purchè servendo potessero opprimere altrui; molti, odiatori di leggi o buone e triste ch'elleno fossero, siccome vaghi di licenza, non già del composto vivere civile; alla salute pubblica preponenti i comodi privati; più agli uomini avversi che alle cose; da vecchia e vergognosa tirannide liberati, intenti a gettare le basi di una nuova e molto più vergognosa, creando il Soderini gonfaloniere perpetuo: allora pensai essere necessaria una servitù e doversi ordinare una forza «la quale con potenza assoluta ponesse freno alla materia corrotta, le ambizioni degli individui prostrasse[24]», e la schiatta umana afferrando pei capelli la costringesse a ritemperarci nelle battaglie, ad abbandonare i vizii nella corsa faticosa verso la indipendenza. Chè se abbiosciata libertà, che indarno mentisce nome di civile, deve approdare a tirannide, meglio tirannide barbara che mette capo alla libertà. Forse chi sarebbe stato da tanto, sè troppo estimando superiore agli uomini, i quali spingeva incontro al bene a colpi di flagello, non avrebbe deposta la sferza, se non per convertirla in scettro; ciò poco doveva montare, imperciocchè la difficoltà dell'impresa consiste nell'agitare ferocemente le generazioni e cacciarle nella via del moto; all'altro provvederanno il tempo, la fortuna e la necessità delle cose. Però, favellando di coloro a cui la fortuna prestava occasione di riformare gli stati, diceva: «Questi essere dopo gli iddii i primi laudabili; e perchè pochi furono che avessero comodo di farlo e pochissimi gli altri che lo sapessero, così a piccolo numero ridursi coloro che lo facessero[25].» E fermo nel mio concetto insegnai: «Il prudente ordinatore di una repubblica che abbia animo di volere giovare non a sè, ma al bene comune, non alla sua propria successione, ma alla comune patria, doversi ingegnare di tenere l'autorità solo; nè mai savio intelletto riprendere alcuno di azione straordinaria che per ordinare una repubblica usasse: convenir bene che, accusandolo il fatto, lo scusasse l'effetto; e quando fosse buono come quello adoperato da Romolo uccidendo Tito Tazio e il fratello Remo per ordinare Roma, sempre doverlo scusare; perchè colui che è violento per guastare, non quello che è violento per racconciare, si deve riprendere; non pertanto corrergli obbligo di essere virtuoso e prudente da non lasciare ereditaria ad un altro quell'autorità che si ha presa, perchè, essendo gli uomini più pronti al male che al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che da lui fosse stato virtuosamente ordinato[26].» Dipoi, celebrando coloro che intendono restituire gli uomini alla maestà della propria origine, non dubitai affermare: «Dovesse un principe innamorato di gloria desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla, come Cesare, ma per riordinarla, come Romolo; e veramente i cieli non potere dare agli uomini maggiore occasione di gloria, nè gli uomini poterla desiderare maggiore. E in somma considerassero coloro ai quali compartivano i cieli una tanta occasione come fossero loro proposte due vie: l'una che gli fa vivere sicuri e dopo morte gli rende gloriosi; l'altra che gli fa vivere in continue angustie e dopo morte lasciare di sè una sempiterna infamia[27].» Per le quali cose tutte mi volsi a favorire Cesare Borgia, come quello che, per essere figliuolo di papa Alessandro e sovvenuto da Luigi XII, di voglie e di animo pronto, sembrava sortito a ricomporre le membra sparse d'Italia: nè già il Valentino, crudelissimo ai baroni della Chiesa, era tiranno del pari spietato ai popoli venuti in sua potestà; perchè racconciò la Romagna e la ridusse in pace ed in fede; la qual cosa se bene si considera, vedremo lui essere stato più pietoso dai Fiorentini, che per fuggire il nome di crudeli lasciarono distruggere Pistoia[28]: onde i popoli gli posero amore[29], avendo incominciato a gustare una vita sicura, laddove prima, per essere retti da signori impotenti, vôlti piuttosto a spogliare che a correggere i sudditi, intesi a disunire anzichè a congiungere, gemevano per quotidiane violenze e latrocinii[30]. E che le mie parole non si possano mettere in dubbio si fece manifesto quando la fortuna, di prospera che gli era, gli si volse all'improvviso contraria; imperciocchè la Romagna lo aspettò più d'un mese, nè Baglioni, Vitelli e Orsini ebbero seguito contro di lui: e se alla morte del padre non lo avesse condotto il veleno a termine estremo, non rovinava; «ed egli stesso il dì che fu creato Giulio II mi disse bene avere pensato a quanto potesse succedere morendo il padre, e a tutto avere trovato rimedio, eccettochè non pensò mai in su la sua morte di stare anche lui per morire[31].» Inoltre, che il Valentino, un tempo felicissimo tra i capitani, non fosse il più malvagio dei principi, o che alla voglia di superarlo gli emuli suoi non accoppiassero pari lo ingegno, consideratelo in Oliverotto da Fermo, spento per suo comando a Sinigaglia[32]; perditissimo uomo era costui, ladrone più che soldato, carnefice più che principe, e parricida del Fogliani, il quale con amore veramente paterno lo aveva allevato[33]. Dei Baglioni sapete i costumi: Orazio ordinò si uccidesse lo zio Gentile; e quasi dubitasse quel delitto poco a guadagnargli l'inferno, di sua propria mano trucidava più tardi messer Galeotto Baglioni, mentre si disponeva a rendersi prigione sotto la fede del duca d'Urbino[34]. Il Valentino agli occhi miei rappresentava astrattamente un uomo spaventevole; praticamente, la potenza capace di rilevare l'Italia sopra l'antica sua base; divenuto privato, forse le qualità raccolte in lui erano tali da condannarlo alla pena dei masnadieri: finchè resse da principe, poteva di fronte agli altri ammirarsi ed anche lodarsi rispetto allo scopo, quantunque la bella morte da lui incontrata in Navarra combattendo alla espugnazione del castello di Viana lo mostrasse degno di non essere affatto sbattuto dalla fortuna[35]. E sempre fisso nel medesimo pensiero, caduto il Borgia, mi volsi a Lorenzo dei Medici duca d'Urbino e lo ammaestrai delle condizioni dei tempi e partitamente gli scopersi le vie per mantenersi e crescere. S'io lo guidassi traverso le male bolge dell'inferno per quinci trarlo a rivedere le stelle, consideratelo nella esortazione a liberare l'Italia dai barbari che chiude il libro del Principe. Esaminate con mente pacata i miei scritti, e nonchè vi apparisca discrepanza veruna tra loro, comprenderete di leggieri come tutti insieme cospirino allo scopo proposto. Il Principe, a guisa di punto di partenza; i Ritratti dei popoli stranieri, le Storie e le Osservazioni intorno gl'Italiani contenute nelle mie Commissioni, siccome mezzi di appianare la via; i libri sopra la Guerra, come precetti a ristorare le milizie proprie, le mercenarie sopprimere, perpetua cagione di servitù; finalmente i Discorsi sopra le Deche di Tito Livio, come termine estremo. Dalle Lettere per me dettate a mitigare o fuggire la malignità dei tempi non deve ricavarsi argomento per giudicarmi meglio che dalle risposte fatte al cancelliere quando fui posto a esame nella congiura del Boscoli. Nè certo, dopo la casa Borgia, veruna altra in Italia pareva più acconcia di quella dei Medici a conseguire l'intento. Leone X, pontefice di singolare giovanezza, uno stato floridissimo, cresciuto per opera di Alessandro VI e di Giulio II, reggeva[36]; la repubblica nostra come signore dominava; il conquisto di Milano e di Napoli disegnava; in lui erano facoltà e mente capaci; lo circuiva numerosa famiglia. Giulio, adesso papa di meschini concetti, mostrava da cardinale attitudine maravigliosa in eseguire gli altrui divisamenti[37]. Viveva Giuliano duca di Nemours, Lorenzo duca d'Urbino viveva. Non pertanto andarono tutte queste speranze disperse. Leone morì di morte immatura, Giuliano anch'egli precipitò nel sepolcro per debolezza del corpo, vi si gettava da sè stesso precocemente Lorenzo a cagione della immoderata lussuria. Mancò papa Clemente a sè stesso, la famiglia generosa a lui. Simili eventi dimostrano non già la fallacia nello argomentare, sibbene la miseria degli umani disegni, i quali ti si nabissano sotto quando meglio ti paiono fermi. L'uomo trama, la Fortuna tesse; e se alla seconda non piace corrispondere al concetto del primo, a questo basti avere ricercato la cagione delle cose con quella prudenza che per lui si poteva maggiore. Forse così pensando la mente errava, non però il cuore; ad ogni modo tutte le cose nostre hanno un destino che l'uomo non può vincere, e il mio consiste nel contemplare la mia fama avvilita da coloro che ammaestrai ad essere grandi.... Vi aveva io forse raccomandato che voi prendeste cura della mia fama? Se pure l'ho detto, adesso mi disdico. Che giova dar di cozzo nei fati? In quella guisa che voi, Zanobi, avrete veduto a Roma gli obelischi, una volta decoro della superba città, adesso giacere infranti, mezzo coperti dalla terra e dall'erba, così deve per un tempo giacere il mio nome, finchè non appariscano anime forti da rilevarlo sublime. Intanto uomini che si vanteranno filosofi, travolti anch'essi dalla mala opinione dei tempi, esulteranno della mia morte e non dubiteranno raccontare ai posteri «essersene rallegrati i buoni e i tristi; i buoni per conoscermi tristo, i tristi più tristo di loro.[38]»; e la verità, la quale ascende tal ora animosa i roghi e i patiboli, e dalle stesse fiamme scellerate e dal corruscare dalle mannaje si compone di un aureola di luce divina, tal altra poi fugge dall'errore suo nemico tutta tremante e si ripara nel seno di Dio; la verità, dico, si rimarrà per lunga stagione di spargere il suo lume sopra la mia memoria. Quando tenebre di servitù e di obbrobrio oscureranno l'Italia, la mia fama rimarrà muta, e sarà benefizio dei cieli, chè la lode di codardi offende amara, come l'ingiuria dei generosi. Ma se mai l'alba della libertà fie che torni a diffondere raggi vitali sul fiore appassito dalla speranza, allora come la statua di Mennone soneranno le mia ossa un fremito di gloria; i posteri verranno alla mia tomba per trarne responsi di virtù, insegnamenti di civile prudenza. Intanto fatevi qui presso me, Francesco Ferruccio; il vostro cuore è un tempio della Divinità: accostatevi, e finchè Dio soffre che di voi rimanga vedovo il cielo, vi stringa amore di questo capo diletto; a voi lo confido; lo raccomando a voi: di lui mi renderete conto nelle dimore dei giusti; egli è mio sangue: stendete la mano, ecco io vi depongo sopra la facultà che mi concesse la natura di benedirlo quando mi salutarono padre; voi non avete figliuoli.... ed egli è figlio infelice di padre infelicissimo; amatelo dopo la patria primo; ed accettando voi il sacro deposito, Nicolò Machiavelli vi scongiura che operiate in maniera che egli possa al vostro fianco salvare la patria o morire gloriosamente per lei.»
Lupo, imperturbato, aggiusta il bronzo, prende la corda infocata e di propria mano dà fuoco. Cap. II, pag. 41.
Francesco Ferruccio, rimosse le mani dal pomo della spada, toltesi le manopole di ferro, scoperta la fronte, levati gli occhi al cielo, come se volesse invocare Dio testimonio della promessa, stringe con ambe le sue la mano destra al moribondo, e quindi imponendole sul capo al giovanotto Ludovico solennemente profferisce queste parole:
«Egli morrà con me!»
E Ludovico solleva dolentissimo la faccia, guarda il Ferruccio in soave atto d'amore e torna a declinarla sulla mano del padre, rompendo il freno a pianto disperato.
Piangevano tutti.
Dopo uno spazio lungo di tempo Nicolò con languida voce riprende:
«I pensieri, gli affetti, la terra cominciano a volgermisi tenebrosi intorno alla mente: il passato si oscura, il futuro mi accieca dentro un mare di luce, sento la eternità: partite. Se in cosa alcuna meritai di voi, compiacetemi, di grazia, in questa ultima preghiera; partite: a morire basto solo. Dai letti dove si addolorano i destinati a morire, male s'innalzano con riconoscenza gli occhi al firmamento. Ornai gli umani soccorsi non possono giovarmi più in nulla: io sto nelle braccia di Dio. Voi consacraste alla patria la vita: ogni istante perduto è un tradimento... un tradimento, intendete? Or via dunque andate... partite... A voi la patria... e Ludovico..., ai posteri raccomando la fama... Addio.»
I circostanti, il voto del moribondo adempiendo, si allontanarono dalla stanza; se non che ora l'uno, ora l'altro senza mostrarglisi, gli resero gli uffici estremi, finchè, aggravandosi il male, il giorno appresso 22 giugno 1527, quando pare che la campana pianga la luce scomparsa dal nostro emisfero, spirò la sua grand'anima Nicolò Machiavelli.
Con poca accompagnatura di amici, ma confortato con molte lacrime e sincere, lasciando inestimabile desiderio di sè in quanti conobbero il cuore ch'egli ebbe, scese nell'avello de' suoi padri nella chiesa di Santa Croce.
E una tenebra fitta di vituperio si condensò sopra questa misera Italia. Le ceneri del Machiavelli stettero per quasi tre secoli ignorate; e fu pietoso consiglio della provvidenza, imperciocchè altrimenti i nipoti le avrebbero date ai venti della terra. Una torma di vermi nati dalla putredine della servitù prese a contaminarne la memoria, una crociata d'infamia bandirono al suo nome, con i terrori della religione lo circondarono, lo conficcarono sopra i patiboli!... Compreso di compassione per la imbecillità della stirpe dalla quale io pure nasco, tacerò, o piuttosto ferocemente animoso le strapperò la fascia dalle piaghe, mostrandole, comunque turpi, alle generazioni future?
Io strapperò cotesta fascia e narrerò come i Gesuiti ardissero effigiare il simulacro del grande e, appostavi la seguente iscrizione: «perchè fu uomo scaltrito e subdolo, di pensieri diabolici maestro, aiutatore del demonio eccellentissimo», lo abbruciassero sopra la pubblica piazza d'Ingolstad in Baviera. E tanto crebbe cotesto osceno baccanale d'ignoranza ribalda e svergognata che fino un principe ne sentì pudore. Così è: a Dio piacque tra i prodigi della sua potenza creare un principe di cui il volto non fosse sconosciuto alla verecondia. Leopoldo austriaco, primo di nome, consentiva gli si ponesse una lapide, e nel sepolcro di lui innalzava un monumento durevole alla propria memoria.
Poichè questo principe s'inchinava a quel grande, egli avrà fama anche dopo che saranno disperse le monete effigiate con la sua immagine: monumento unico al quale il più delle volte è raccomandata la rinomanza dei principi[39].
CAPITOLO SECONDO LA RITIRATA D'AREZZO
Ne' suoi tempi è stato uomo memorabile e degno di essere celebrato da tutti quelli che hanno in odio la tirannide e sono amici della libertà della patria loro.
Giannotti, Vita di Francesco Ferruccio.
Puro è il giorno e sereno: — dalla parte di oriente un color d'oro, diafano, a mano a mano più limpido: — all'improvviso il sole sgorga dai monti con un raggio, due raggi, — un oceano di raggi, su questa terra ch'è sua delizia e suo amore: immagine di Dio, senza curarsi se nello spazio che inonda viva chi lo abborre o chi l'ama, egli veste il creato di splendore benigno; e, tutte belle diventate le cose in quel battesimo di luce, mal puoi discernere tra loro quali sieno le superbe, quali le abbiette.
In quella prima allegrezza della natura ogni ente si commuove, le anime si aprono alla pietà, come i fiori alla rugiada; diventa il buono migliore, meno tristo il malvagio.
Il sole, quanto il pensiero dell'uomo, rapidissimo si sprofonda per la immensità dello spazio e gode balenare lo sguardo infiammato per le acque della Chiana e dell'Arno. Le acque si scuotono e fremono in un continuo agitarsi d'oro e di azzurro, e direi quasi, sembrano palpitare di luce. Gli alberi al vento mattutino mormorando confondono le frasche, come giovani innamorati sussurrantisi nell'orecchio un misterioso favellio: dove te ne prendesse vaghezza, tu potresti ad una ad una annoverarne le foglie, tanto le contorna lucidissimo l'emisfero. L'iride cinge ogni erba; suona ogni pianta una voce d'armonia. Odi trasvolare per l'aria infiniti accordi divini, altri sottentrarne più rapidi e più melodiosi, nè ti è concesso distinguere donde si muovano o come ti arrivino; sicchè tu credi, ora sì, ora no, l'aura ti porti all'orecchio l'inno degli angioli, col quale al tornare della luce esaltano nelle sfere la gloria del Creatore. È un cielo puro e sereno: — un bel giorno d'Italia.
Ma e perchè a tanta esultanza della natura non si mesce la voce dell'uomo? Chi trattiene nelle sue case il colono? Perchè non esce ai quotidiani lavori? L'eco non rimanda il muggito dei bovi; non si ascolta per le valli il tintinnio degli armenti; dai focolari non sorge nuvola alcuna di fumo la quale, paurosa di deturpare la maestà dei cieli, si tinga dei colori della conchiglia marina e rammenti lo schiavo costretto a mutare sembiante all'apparire del suo signore. Sarebbero forse venuti i tempi vaticinati nei quali il sole deve splendere invano? La morte ha inaridite la fonte delle lagrime umane? Il mondo alfine si è fatto cimiterio della universa stirpe d'Adamo?
La città d'Arezzo, vuota anch'essa di gente come la campagna, — sembra la Gerusalemme di Geremia, o piuttosto Pompeia tolta dalla sua antica sepoltura di lava. Ma nella cittadella varie centinaja di uomini d'arme stanno disposte intorno alle artiglierie; silenziosi però ed immobili, come impietriti. Così la canzone moresca immagina stanziare nelle caverne dei monti di Granata per virtù d'incantesimi esercito infinito di Saracini, che sciolto un giorno da un guerriero fatale irromperà, distrutti gli infedeli, a restituire il sangue degli Abenceraggi nelle torri paterne dell'Alhambra[40]. Alzati i ponti levatoi; le sentinelle non mutano passo; non soffia alito che valga a muovere leggiermente le pieghe del gonfalone del comune di Firenze, inerte giù lungo la stacca; quivi sola par viva la corda apparecchiata a dar fuoco alle artiglierie per la colonna sottile e perpendicolare di fumo che tramanda verso del cielo.
Fra i molti quivi raccolti per vesti o per sembianze notabili si distinguono due personaggi, quantunque di forme affatto diversi tra loro; — s'impadronirono entrambi di due colubrine lunghe, spigliate, che a bocca aperta paiono anelanti di balestrare contro i nemici la disperazione e la morte. Il primo appoggia il gomito destro sopra la parte anteriore della colubrina, e vôlto il cubito al capo, vi abbandona sopra la faccia; — la mano manca sta aperta sul pomo della spada; il corpo affida al femore sporgente e sul piede sinistro forte piantato sopra la terra, mentre la tocca appena con la punta del destro posto a traverso; grande era e bello, del tutto chiuso dentro modesta, ma forbita armatura; — il capo scoperto, e quindi appariva il volto, che un arcano pensiero e una cura insistente atteggiando a malinconia lo rendeva più gentile; le palpebre socchiuse velavano il suo sguardo; — certamente, l'anima commettendo all'onda delle sensazioni, egli gusta nel suo segreto la voluttà che muove all'aspetto delle maraviglie della natura.
Tu lo incontrerai mai sempre dove si offre acquisto di gloria o pericolo d'avventura, imperciocchè egli sia Francesco Ferruccio. Udendo i Dieci della guerra come Malatesta avesse perduto Spelle e si fosse accordato di lasciare Perugia, gli mandarono Giovambattista Tanagli col protesto di seco lui condolersi per quella prima sconfitta, ma in sostanza poi per ordinare al Ferruccio e al Verazzano i duemila fanti delle milizie fiorentine ritirassero, ed in Arezzo sotto il comando di Antonfrancesco Albizzi, commissario della Repubblica nelle terre della Val di Chiana, riunissero. La qual cosa avendo il Ferruccio con molta prudenza operata, era rimasto in Arezzo con quella autorità che la virtù non manca di partecipare agli uomini superiori nei casi difficili. — L'altro, di membra maravigliosamente robuste, si assomigliava ai crepuscoli scolpiti da Michelangelo sopra le sepolture di Giuliano e di Lorenzo dei Medici, — curvo su la colubrina ne stringe i lati nelle ginocchia tenaci, ne afferra con le mani venose i manichi estremi, — il sommo del capo egli ha calvo, coperto di una pelle giallastra, se non che intorno intorno sopra le orecchie e dietro la nuca lo ricinge una corona di cappelli in parte neri, in parte bianchi, alcuni torti, tali altri irti, che ben parevano venuti in lite tra loro: le guance squadrate, la mascella e il labbro inferiore sporto in fuori, il superiore mezzo nascosto fra i denti, a cagione degli spessi morsi sanguinoso: le pupille infiammate gli balenavano tra mezzo i peli ruvidi del sopracciglio, a guisa di fuoco pei rovi d'una siepe: inoltre tutto crispato di rughe e abbronzito dal sole e cincischiato da non poche margini... davvero egli era un volto cotesto da fare nascondere spaventato un fanciullo nel seno della madre, da fare stringere sotto le vesti il pugnale al pellegrino che lo avesse incontrato per via: — e nonpertanto Giovannantonio da Firenze, bombardiere, soprannominato il Lupo, annoveravano come uno tra i pochi soldati che militando rispettasse la canizie dei prigionieri, perchè si rammentava la madre lasciata a casa, vecchia ed inferma; e ad ogni immagine della Madonna addolorata occorsa per la via si faceva devotamente il segno della croce e sospirava, perchè sentiva l'affanno della vecchia madre, sola nel mondo e priva del conforto di saperlo vivo: — uno dei pochi ai quali il nome santo di patria rabbrividisse le carni, spremesse dal ciglio dolcissime lacrime. In qual modo al cielo piacque poi balestrare quella testa sopra le spalle di Lupo bombardiere, — fosse caso o intenzione, — io per me non lo posso significare.
Lontano lontano svoltando da un colle ecco apparisce una nuvola di polvere che pare dorata ai raggi del sole. Lupo volta subito la faccia al Ferruccio e lo vede immobile. La nuvola crescendo si dilata, sempre e più sempre si avvicina. Lupo guarda il Ferruccio, nè questi ancora fa sembianza di muoversi. Davanti la polvere adesso si scorge a correre un cavaliero di splendida armatura; ha la visiera alzata e mostra un volto di adolescente; — sprona un cavallo nero di sangue generoso; — nella destra stringe un'asta con pennoncello giallo, dove stanno ricamate le armi imperiali, — l'aquila dalla doppia testa.
A giusta distanza pervenuto, egli scende dal corsiero, al braccio sinistro avvolge le briglie, con l'altro spinge di forza il calcio dell'asta e lo pianta nel terreno in segno di conquista.
Lupo, stillando sangue dagli angoli della bocca, vibra uno sguardo feroce al Ferruccio.
Chi per una notte di procella nell'onda travolta dagli dêi infernali ravviserà lo specchio del lago Trasimeno? — Certo, un dì le sue acque fremendo (e pareva che piangessero) tornarono indietro dal margine tranquillo tutte contaminate di sangue: atterrite esse videro sul campo dei Geti le reliquie misere della battaglia, dove travagliandosi ferocemente le belve umane non si addiedero del terremoto che sobissò centinaia di città italiche; e per le canne e il limo il genio del luogo sottrasse il cadavere del console Flaminio all'ultimo oltraggio per un Romano, — la pietà di Annibale; — ma per ordinario mite le blandisce il raggio della luna, e su la cheta superficie mestamente si spandono i rintocchi della campana del convento, posta nella isola maggiore del lago, che chiama i rivieraschi alla preghiera.
Chi potrà adesso ravvisare il Ferruccio? Negli occhi dilatati scintillano trucemente le pupille: il volto per l'impeto del sangue gli si fece nero, le vene tra turgide e tese: con mani potenti stretta la colubrina, la volge a seconda de' suoi desiderii, quasi fosse una spada od altro più maneggevole arnese di guerra: con tutta l'anima nello sguardo mira attentissimo, — punta la colubrina, — la ferma e con voce terribile grida «Fuoco!»
Non bene anche spirava su le labbra il comando, nè ancora i piedi tornavano a posarsi sopra la terra, donde schivandosi aveva spiccato un salto, che il bronzo balenò; — precipitando rimbombante contro del parapetto lo percosse, rimbalzò, stette; la palla mortale si era partita tra una vampa di fuoco.
Vico Machiavelli, senzachè pure se ne accorgesse il capitano, con la miccia tesa da gran tempo aspettava impazientissimo il cenno.
Il fragore del bronzo si diffuse lontano pei campi: d'eco in eco se lo rimandarono i monti circostanti, e, come se fosse stato il segno magico capace di levare l'incanto, le milizie fiorentine, d'inerti a un tratto divenute irrequiete, con sembianti diversi d'ira, di curiosità e di anelito accorsero alla spalletta per vedere; — e sopra gli altri Lupo e il Ferruccio con tutto il busto spenzolati dal muro, facendosi di ambe le mani solecchio allo sguardo contro la luce, spiavano bramosamente l'esito del colpo.
Il cavaliero nemico, compito l'atto oltraggioso, sta in forse se debba aggiungere all'atto un grido di scherno: — in questa la palla percotendolo nel ventre un poco sopra l'inguine gli dirompe gl'intestini e, via trapassando dai reni, stritola le vertebre e fiacca la spina dorsale; — allora fu vista la parte del corpo inferiore alla ferita, piegati i ginocchi, cadere per lo innanzi, la superiore indietro, sicchè la nuca venne a battere di forza su le calcagna. Il cavallo tratto da impeto irresistibile seguita il moto dell'ucciso; ma quando teso il collo fiutò dalle aperte narici l'odore del sangue, — quando con lo sguardo esterrefatto in quella massa informe di carne lacerata non riconobbe più il suo signore aombrò pauroso e si dette imperversato a fuggire pei campi, trascinando il tronco avvolto dentro la medesima nuvola di polvere nella quale vivo e baldanzoso era apparso pur dianzi.
«E tale mai sempre abbia saluto», esclamava il Ferruccio, «l'empio ladrone che vende l'anima ai nemici della libertà di un paese innocente!»
O giovanetto! la fortuna ti concedeva singolare vaghezza di forme; forte tu eri e animoso: non pativi difetto di beni terreni; scendevi raro germoglio dal sangue degli Chalons[41]: Filiberto, principe di Orange, capitano dell'esercito imperiale, in te abbracciava il suo nepote e il suo erede... Perchè dunque lasciasti i tuoi dolci castelli? perchè i tuoi genitori canuti? Tu avresti lieti fatti e soavi gli anni loro, che adesso strascineranno fra la disperazione alla morte: — te avrebbe amato una donna, a te sorriso i cari figliuoletti. O se nella tua anima ruggiva lo spirito delle battaglie, perchè muovere ai danni d'un popolo innocente? Largo campo di onore forse non ti si apriva in Palestina, dove gl'infedeli contristano il sepolcro di Cristo? Allora il tuo sangue avrebbe bagnato il sacro terreno che bevve prima il sangue del tuo Salvatore; ti avrebbero i cieli largito la palma del martirio, dato la terra lagrime e voti. Adesso il trovatore nella sua mesta ballata ti saluterebbe campione della fede, la tua prodezza esalterebbe, ti piangerebbe come una pleiade scomparsa dal coro degli astri; — per te gemerebbe la vergine ascoltante, e la tua fama rinverdirebbe nei secoli per la rugiada delle lacrime pietose. Ora, morendo, tuo ultimo desiderio fu precipitare intero nell'oblio, perchè nel cuore consapevole sentisti come per cotesta unica via ti fosse dato scampare a infamia. Te misero! che, a tanta distanza di tempo e mentre dovrebbero dormire spenti gli sdegni, la carità patria contende non solo di sciogliere un sospiro sul tuo fato infelice, ma anzi comanda di calpestare il suo teschio ed imprecarvi sopra queste parole: «Bene si ebbe innanzi tempo la sua stanza il serpente in questo vôto cranio; bene fecero i vermi della terra pasto delle tue membra giovanili; bene ti sta la morte immatura; se tu più avessi vissuto, avresti ordito maggiore trama di colpe; ti fu l'obbrobrio lenzuolo sepolcrale, ti pose lo avvilimento la lapide, il maledire dei popoli v'incise sopra la iscrizione, e la giustizia divina ve la mantiene immortale, onde facciano senno i maligni che non abborrono vendere il proprio sangue contro la libertà delle genti.»
Intanto dalle radici estreme del monte si dilatò sul piano una moltitudine meravigliosa di fanti e cavalieri levando dense nuvole di polvere, — e tra mezzo coteste nuvole sventolano bandiere con l'aquila, bandiere con le chiavi di s. Pietro; gli elmi, le corazze, le partigiane e gli altri arnesi guerreschi mandavano lampi; — l'aere d'intorno intronava un suono discorde e terribile di trombe, di pifferi e di tamburi, commovendo i petti, secondo la natura degli uomini, a rabbia o a terrore; procedevano senza osservare le ordinanze, come se poco curassero il nemico, o fossero sicuri di avere a patti il paese; — s'inoltrano spensierati; — privi di qualunque riparo si accostano alle batterie fiorentine.
Dio certamente gli accieca.
All'improvviso con immenso fragore prorompe dalla fortezza un turbine di fuoco, di ferro e di fumo: — il cielo si oscura; la faccia del sole si cuopre come un velo funerario per non contemplare la strage nefanda, — ma il vento rinforzando si porta altrove il fumo e la polvere, sicchè si fanno manifesto allo sguardo cavalli inferociti erranti senza cavaliere di su di giù per la campagna, un cumulo di morti giacenti in atti diversi, i vivi in rotta, i feriti implorare soccorso e non ottenerlo, tentare carponi con miserabili conati sottrarsi da quel luogo micidiale e non poterlo; — armi sparse e spezzate; — di membra il terreno fatto infame e di sangue.
Come vennero, sparvero; togliendo riparo dietro certi argini alzati traverso i campi, sicchè, senza quella testimonianza di strage, quanto avvenne sarebbe apparso un sogno d'infermo.
«Tal sia di loro!» dopo alcuni momenti di silenzio interruppe il Ferruccio.
«Così piacesse a Dio e a san Giovanni glorioso,», rispose Lupo; «ma, per quanto e' mi sembra, il diavolo vuol tenere in conto di caparra questa prima mandata di scomunicati... Vedete, capitano! guardate laggiù quella casa...»
«Dove?»
«Costà, costà, a piè del colle, ov'è la torre rovinata... diritto alla mia mano... la vedete voi? Diavolo! e che siete diventato cieco?
«La vedo, sì, adesso la vedo... E quando ci sono entrati? e che cosa fanno?...»
«Mettono fuori dalla finestra una bandiera... due... un'altra ancora; la prima parmi imperiale... la seconda del papa... la terza! no... sì... oh! diavolo! come c'entra cotesta?... È il cavallo sfrenato... la insegna d'Arezzo.»
«Ah! Machiavello, quanto ben dicesti, a cotesto cavallo doversi imporre un duro morso e di ferro[42].»
«Ed ora che cosa significa quella turba? Sembrano gente del contado... in abito da festa... Sì, sì, è la festa dei morti.»
«O Lupo mio, in cotesta casa per certo si raccolsero i capi dell'esercito; — e mentre noi qui ci travagliamo per la libertà della terra, la gente del contado, sempre nemica alla patria nostra, va a prestare l'obbedienza allo straniero; — ed ecco come sempre, di voglie divisi, siamo fatti facile preda dei barbari. Stolti! Andate e imparerete di che sappia la signoria di Carlo! Quando mai le colombe si raccomandarono allo sparviere? Almeno Dio, allorchè vi rapiva il cuore per difendere la libertà vostra, vi avesse tolte le ginocchia con le quali vi avvilite; — o se con l'anima di Bruto ve ne fosse pure stata compartita la forma, ora io qui non dovrei vergognarmi di nascere da una stirpe comune.»
«Possa l'anima di Lupo non andare in luogo di salute, s'io non mando a costoro la diceria bella e fatta.»
In questo modo favellando, il bombardiere gira a quella volta la colubrina. I soldati gli si dispongono intorno, sicuri di ammirare un qualche tiro stupendo.
Lupo imperturbato, aggiusta il bronzo, prende la corda infocata e di propria mano dà fuoco.
Tra una rovina d'intonaco infranto precipita rotto in ischegge lo stipite della finestra; vanno in fascio le imposte, la bandiera imperiale tentenna e cade nella polvere.
Subito dopo furono viste sboccare furiosamente genti di varia maniera, e confuse, spaventate sbandarsi per la campagna. Invano, fermo sul limitare, un cavaliere, sprezzando il pericolo, con la voce e co' cenni le richiama. La paura chiude loro gli orecchi; quei codardi non hanno vita che nelle gambe.
Il cavaliere era Filiberto di Chalons, principe di Grange, capitano dell'esercito.
«Bel colpo! Viva Lupo! che tiro, eh? Non ve lo aveva detto ch'egli era un valentuomo?» si ascoltava suonare in giro a Lupo; e il capitano Gualterotto Strozzi lo baciava in volto, Mariotto Segni gli stringeva la destra, Francesco del Monte la sinistra; ed egli esultava, rideva, non capiva in sè dal contento, e:
«Ve ne farò vedere degli altri, se Dio mi dà vita», ripeteva baldanzoso.
«E sì che io avrei giurato ve ne fosse rimasto uno», mormora il Ferruccio tra sè, e fruga e rifruga dentro un borsone di velluto cremisino ricamato in oro, il quale, secondo il costume dei tempi, teneva appeso alla cintura: — mentre così favella, si accosta a Giovannantonio.
«O che pensate di fare, capitano? gli domandava quell'ultimo.
«Pensava, e certo non vorrai usarmi la scortesia di rifiutarlo, pensava donarti un bello scudo d'oro dal sole, che mi pareva esser rimasto qua dentro.»
La faccia di Lupo diventa vermiglia, biechi torce gli sguardi, si morde per ira le labbra: il Ferruccio invece pacato continua a cercare lo scudo, ma non lo rinvenendo comincia ad arrossire egli e a turbarsi. Lupo, a mano a mano che vede il Ferruccio confuso, compone il suo sdegno; finalmente si risovenne Ferruccio averlo la sera innanzi donato a certo povero soldato il quale, infermo pei travagli sofferti, se ne tornava, ottenuta licenza, a Firenze; onde si pose a guardare fisso Lupo, Lupo, lui, e proruppero entrambi in uno scoppio di riso.
«Valgami il buon volere, Lupo: per questa volta almeno bisognerà che tu te ne chiami contento.»
«E sempre il buon volere basterà a Lupo», rispose gravemente il bombardiere, «e ringrazio la fortuna di avervi impedito cosa nè a voi nè a me convenevole; perchè, credete, capitano, quantunque io sia povero e rozzo e di poca levatura, pure sotto questa grossa corazza batte un Cuore che ama la patria davvero e conosce, capitano, essere ai buoni figliuoli di lei anche troppa mercede potere operare un fatto che le ridondi in vantaggio e in onore.»
«Senti, Lupo: sull'anima mia, io non pensava pagarti la tua virtù; no, Lupo. Se avessi qui avuto due spade, te ne avrei offerta una, intendeva darti una memoria la quale valesse a rammentarti sovente questo nostro incontro, e, morto me, tu potessi, mostrandola ai tuoi compagni, raccontare: Il capitano Ferruccio me la donò in Arezzo quando con un colpo di colubrina gettai nella polvere la bandiera tedesca.»
«E chi ve lo ha detto che morirete prima di me? Avreste per avventura imparato negromanzia? Io non spero sopravvivere a voi nè lo desidero, capitano..., e neanco lo voglio. Oh! io ho camminato più passi di voi sulla strada della fossa.»
«Me lo ha detto il cuore: ad ogni modo, prendi questa borsa vuota e conservala per amor mio; onde tu l'abbi cara, sappi ch'io vi riponeva le paghe delle Bande Nere quando, in compagnia di messer Giovambattista Soderini commessario della Repubblica, seguitai il campo di monsignor di Lautrec all'impresa di Napoli[43].
«Ma che ho da farmi io di cotesto borsone? Sono forse diventato il doge di Venezia o il soldano di Babilonia? Se io non l'empio con le ghiaje del Mugnone, già non pensate voi ch'io possa empirlo mai d'altra roba in questo mondo!»
«E perchè no? Co' tuoi peccati...»
«Tradimento! Tradimento!»
Questa voce terribile interruppe all'improvviso quei loro discorsi, e voltandosi, videro comparire Iacobo Altoviti, capitano della cittadella, il quale, ansante, disfatto, come percosso da subita pazzia, non poteva proferire altra parola.
«Tradimento! Dove? — Come? — Di chi? — Tu' se' il traditore!» grida inferocito il Ferruccio; e senza altro aspettare, gettagli addosso le mani poderose, forte lo stringe nei fianchi e, digrignando i denti, lo porta levato da terra a precipitarlo dai muri della fortezza.
«Per Dio! Ferruccio, non mi ravvisate voi? sono Iacopo... Io vi dico che la patria è tradita; il commessario ha dato volta; fugge quel codardo... maledizione sopra di lui...»
«Qual commessario? — Chi fugge» e lo lasciava il Ferruccio, ma gli occhi stravolgeva pur sempre, nè aveva membro che gli stesse fermo, e fremeva e ruggiva in modo spaventevole.
«Non io, Ferruccio... e lo vedrete. — Mentre altri abbandona il suo posto io corro al mio.»
«Chi dunque fugge?»
«Non avete guardato la città?»
«Messere Iacopo, Arezzo mi stà alle spalle, il nemico di faccia...»
Allora l'Altoviti, afferrato pel braccio il Ferruccio, seco lo mena alla parte opposta della fortezza, e, gli additando la città, diceva:
«Vedete!»
«Cristo!»
Egli vede le milizie fiorentine in rotta; — i fanti, abbandonate le insegne, sbandarsi dove meglio loro talenta; — per correre più spediti gittare alcuni l'armatura per terra; — invano trattenerli i capitani; inutili le preghiere e le minacce: avviluppati nelle spire della moltitudine, abbandonare anch'essi loro malgrado quella terra che avevano disposto difendere finchè l'anima gli bastasse: e sì che molti furono allevati alla scuola del signor Giovanni delle Bande Nere, la morte da vicino animosi contemplarono, pericoli presentissimi affrontarono e vinsero. Qual fiero caso adesso sovrasta? Chi dunque li caccia? Nessuno. La paura è un contagio. Purchè possono più velocemente sottrarsi, si riputano i cavalieri beati; — spronano, — sferzano i cavalli, come se il ghiaccio della spada sentissero penetrarsi nei reni: ah! cotesta è una gara di corsa di cui sarà dato in premio l'infamia.
Precorre a tutti il commessario Antonfrancesco Albizzi, come quello che migliore destriero cavalca, e cui stringe più forte la paura. Se lo sapesse il nemico, rimarrebbero oppressi tutti, senza potersene salvare uno solo! Di quanto scherno non darebbe cotesta fuga argomento, se la sapesse, al nemico! Il Ferruccio declinando per vergogna la faccia, gli viene fatto di posare lo sguardo sopra la città. Una testa si affaccia alla finestra, — poi due, — poi cento, come le rane in palude, passato il rumore di che hanno avuto paura, si levano sulle acque contaminate e ritornano al gracidare increscioso. Di lì a breve le porte delle case si schiudono, e vedi uscirne uomini ratti ratti che traversando le strade si recano ora da quel cittadino, or da quell'altro, nel modo stesso che il serpe vibra la lingua, o i ramarri, nei giorni canicolari, si lanciano rapidissimi di cespuglio in cespuglio: — cominciano a radunarsi i capannelli; ci ascolta una sorda agitazione; la plebe prorompe; lontano si diffonde un trambusto, uno schiamazzo, un battere di tamburi, un urlare: Viva san Donato! Viva l'imperatore! Morte a Marzocco[44] morte a Marzocco! O popolo, quante volte hai gridato e dovrai ancora gridare — Viva la morte, e morte alla vita! Dalla tua ignoranza acciecato, e dalle lusinghe altrui sedotto, per quanto tempo ancora il tuo destino sarà quello del bove — vita di bastone, morte di macello!
S'innalza una bandiera imperiale col verso di Zaccheria scritto all'intorno: ut de manu inimicorum nostrorum liberati serviamus tibi; cresce il tumulto; le armi della repubblica Fiorentina atterrate: l'onda del popolo bramosa di mettere le mani nel sangue allaga le strade: ogni cosa in confuso; amici tremano e nemici; la fiera ha rotta la sua catena; guai a chi la incontrerà!
Un tanto evento non sembrava partorito dalla occasione, e veramente non era. Di lunga mano i cittadini cospiravano: le occulte trame adesso si discoprivano.
Arezzo, un tempo dai marchesi e dai conti governata, dopo il secolo undecimo, a guisa delle altre città di Toscana e la più parte d'Italia, in repubblica si costituiva. Nei padri nostri la virtù difettasse o la sapienza, non seppero legarsi in vincolo federativo, il quale come la quiete interna assicurasse, così potenti di fuori gli rendesse e temuti. Della libertà civile praticarono un solo argomento, quello della partecipazione di qualsivoglia cittadino agli uffici supremi dello stato; la sicurezza individuale, nè statuirono nè per avventura conobbero. Eternamente con miserabile guerre si lacerarono; e quando lo straniero venne a ridurre in servitù le belle contrade, invano chiamarono i figli generosi; giacevano spenti, — nè i sepolcri restituirono i morti. In coteste scellerate contese, sopra tutti insanirono i popoli aretini; oltre misura rissosi, il nome ebbero di cani botoli, e l'Alighieri vi aggiunse:
Ringhiosi più che non chiede lor possa[45].
Poichè nei casi dei governi la libertà disordinata mena sempre alla licenza, e la licenza genera tirannide, tosto comparvero i signori. Guglielmo Ubertini, vescovo, conquistò Chiusi, vinse i Sanesi alla Pieve al Toppo: abbandonato dalla fortuna, rimase vinto a sua posta e morto nella giornata di Campaldino, dove il nostro maggior poeta si trovò a combattere tra le prime schiere. Meglio per lui, se non avesse mai il pastorale mutato con la spada; o se, avendo cinta la spada, l'adoperava in impresa più santa, perocchè egli fosse uomo prode di guerra e di virtù antica.
Dove vivono genti disposte a servitù, i padroni si rinuovano; chè, cessato il tiranno, rimangono le cause della tirannide: agli Ubertini subentrano i Tarlati. Guido Tarlato di Pietramala, stretta lega col Castruccio, continua a travagliare Firenze. Non pertanto Arezzo, vuota di sangue, si piega al dominio fiorentino. Piero Tarlati, più noto nelle storie col nome di Pier Saccone, tentato invano ogni estremo rimedio per mantenere indipendente la patria, si accomoda col comune di Firenze e gliela vendè per trentanovemila fiorini d'oro; mostruoso accoppiamento di virtù e d'avarizia! Nel 1343, cacciato da Firenze il duca di Atene, gli Aretini ricuperarono la libertà; ma al buon volere mancando la potenza per sostenersi, non istette guari che in sua potestà li ridusse Ludovico duca d'Angiò. Lui morto, i Fiorentini con quarantamila fiorini di nuovo la comprano dal capitano che in nome del duca la governava. Il popol vile, venduto a guisa d'armento, stette nel dominio di Firenze fino al 1502; allora si ribellò, non per virtù propria, ma instigando Vitellozzo Vitelli generale del papa Alessandro VI; il quale, sotto colore di vendicare la morte di Paolo suo fratello, condannato dai Fiorentini ad avere mozza la testa pel tradimento di Pisa, invero poi per allargare lo stato a Cesare Borgia, che lo pagò più tardi a Sinigaglia[46], si condusse con l'esercito su quel di Arezzo. I Fiorentini, d'armi sovvenuti e d'istanze presso papa Alessandro da Luigi XII di Francia, lo riconquistarono. Nicolò Machiavelli, nella presente occasione consigliando sul modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati, scriveva dovesse la Signoria assicurarsene nel modo prescritto dai Romani[47], i quali pensarono: «che i popoli ribellati si debbano beneficare o spegnere; essere ogni altra via pericolosissima; a lui non parere nessuna di queste cose avessero praticata, perchè non si chiama benefizio far venire gli Aretini a Firenze, toglier loro gli onori, venderne le possessioni, sparlarne pubblicamente, tener loro soldati in casa; nè chiamarsi assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvi abitare i cinque sesti di loro, non dar loro compagnia di abitatori che li tenessero sotto, e non si governare in modo con essi che, nelle guerre che fossero fatte a Firenze, non avesse più a splendere in Arezzo che contro il nemico:» onde, bene considerato il termine col quale la Signoria la teneva, egli formava questo giudicio sicuro: «Che come fosse assaltata Fiorenza, di che Iddio guardi, o Arezzo si ribellerebbe o darebbe tale impedimento a guardarla che la sarebbe spesa insopportabile alla città.» I modi praticati dalla Signoria nè amore rivelavano nè vigore, e il popolo presuntuoso, anzichè attribuirli a benevolenza d'indole o ad esitanza, gli attribuiva recisamente alla paura e si faceva più pronto alle offese. Accostandosi i nemici, ordinarono ai cittadini sospetti sgombrassero le città, a Firenze si presentassero: tardo e debole provvedimento. Nelle commozioni dei popoli voglionsi bene esaminare le cause per le quali accennano muoversi, e secondo la diversità di quelle usare degli opportuni rimedi. Se il popolo, agitato dalla passione di una famiglia o di un uomo s'infiamma, cotesto ardore dura poco, e tolta via la famiglia o l'uomo, può stare sicuro che in breve si quieterà; dove poi il popolo si muova per passione propria, a nulla giovano i bandi o le morti di alcuni cittadini; di tutti i semi quello che abbiamo veduto partorire maggiore copia di messe è il sangue dei martiri della libertà versato sopra la terra della oppressione, egli troverà sempre un Lando e un Masaniello; nè al potere riescirà spegnerli tutti, imperciocchè troppi sieno coloro nel petto dei quali arde un fuoco divino che aspetta tempo a manifestarsi. Allora bisogna o nei suoi desiderii compiacere il popolo, o con molte soldatesche frenarlo, o, snaturandone gradatamente lo spirito, assuefarlo a servitù, come fece Cosimo I a noi Toscani, o diroccarne le mura, gli abitatori disperderne, seminarne il terreno di sale, come fece Federico I ai Milanesi, i quali due ultimi spedienti, oltre all'essere tirannici, talvolta riescono incerti, ed invero valsero a Cosimo, a Federico no. E poi, alle cause interne di ribellione si aggiungevano gli stimoli di fuori. Il conte Rosso da Bevignano, citato come sospetto a comparire davanti Simone Zati commissario, fuggì di Arezzo e prese soldo nel colonnello di Sciarra. Divenuto caro al principe di Orange per la sua piacevole natura e più per l'ingegno maravaglioso col quale sapeva condurre le imprese avviluppate e difficili, cominciò, secondo il costume dei fuorusciti, a dargli ad intendere che avrebbe ribellato Arezzo, che stava in sua mano il destino della città, che la voleva consegnare a lui solo; e a queste aggiunse altre più cose assai, a cui il principe o credendo o piuttosto simulando credere, gli diede patente amplissima per vedere che cosa e' sapesse fare. Il conte si abboccò con i suoi partigiani, gli adescò con l'antica lusinga della libertà, come se ribellarsi a Firenze per vivere nel dominio del principe potesse chiamarsi libertà, apparecchiò armi, raccolse danari, e le bandiere notate da Lupo alle finestre della villa erano il segno convenuto pel quale i congiurati, mosso rumore in città, dovevano dare campo a quei di fuori di assalire le mura senza troppo lor danno. Veramente, se la codardia dell'Albizzi non fosse stata, cotesta impresa avrebbe avuto il termine a cui vediamo ogni giorno capitare i tentativi dei fuorusciti; ma in ogni modo adesso si facevano manifesti i prudenti consigli di Nicolò Machiavelli e la imprevidenza dei capi.
... tutto affannato in suono di pianto supplicava il Commissario... Cap. II, pag. 50.
Il capitano Ferruccio, a cotesto spettacolo doloroso, diventò pallido come la morte: grondava sudore; all'improvviso traendo l'Altoviti davanti una immagine riposta in certo tabernacolo sopra le mura dei quartieri, parlò:
«Iacopo, giuratemi per questa immagine benedetta che voi non renderete la cittadella, se prima non ne venga l'ordine dai Dieci. Dal tenere questa fortezza forse dipende la salute della patria...; della vergogna non parlo...»
L'Altoviti levò gli occhi e conobbe rappresentare la immagine san Donato, protettore degli Aretini.
«Qui nel mio petto, Francesco, io serbo miglior santo che non è costui», e si accennava il cuore. «I due ultimi bariloni di polvere saranno adoperati a mandar all'aria la fortezza e me...»
«Sta bene, addio!»
E profferite le parole, il Ferruccio si caccia giù per le scale; alcuni gii tengono dietro senza ch'ei se ne accorga: scende in città e se ne corre rapidissimo all'albergo. Siccome in quel punto ei non teneva ufficio pubblico, non si era ridotto ad abitare i quartieri. Certo ospite antico della sua famiglia lo aveva accolto in casa; se ciò non fosse stato, nella fuga dei Fiorentini d'Arezzo gli avrebbero condotto via la cavalcatura. Irrompe nella scuderia; il buon destriero turco, nel sentire appressarsi il suo signore, si commove tutto e nitrisce; egli, dato di piglio agli arnesi, comincia ad adattarglieli intorno al corpo con incredibile ardore; siccome accade in quella furia, ora gli cascano di mano, ora l'uno scambia con l'altro e, invece di affrettarsi, ritarda; il cavallo freme irrequieto, squassa la testa, percuote il terreno, impaziente di lanciarsi.
«Sta, sta, Zizim; non è un giorno di esultanza questo; se tu potessi vedere il cuore del tuo padrone come geme contristato, ne avresti pietà; tra poco ti converrà far prova di quanto sei veloce; ingegnati di correre, di volare, ma comunque tu voli, non ti risparmierò i fianchi; te li sentirai pungere; il tuo bel candore sarà contaminato di sangue... Per Dio! non ti addestrava a tal prova; nè tu vi ti aspettavi... ed io nemmeno. Avevamo disposto a morire insieme in un giorno di battaglia...; ora..., prima che venga la stagione dell'onore, il vituperio ci affoga. Corri non per acquisto di gloria... ma per fuggire vergogna...; nonpertanto, sia per procurarle decoro, sia per salvarla dall'obbrobrio..., sempre ben muore il cittadino per la sua patria... or sei sellato... va'!
Gli balza in groppa, tira la spada e con la voce e con gli sproni lo spinge: il buon corsiero, compresa la voglia del suo signore, corre, vola, divora la via; par che non tocchi la terra, e par saetta scoccata dall'arco. Il cavaliere trascorre rapido tanto che gli oggetti gli fuggono vertiginosi, sformati; dinanzi gli occhi; l'aria rotta violentemente su i labbri non gli concede articolare parola... eppure urla in maniera spaventevole: giunge dove una turba di popolo adunata dintorno alla bandiera imperiale esultava baccante di allegrezza; il buon cavallo la fende come fiumana; l'onda della plebe si frange clamorosa e volta le spalle sopraffatta dal terrore; giace la bandiera deserta, e già tra i gridi discordi si ode mormorare; «Viva Marzocco!»
Poichè fu la paura un poca quieta, si domandarono le genti chi le avesse sbarattate, chi fosse, come si chiamasse; non seppero dirlo: alcuni affermarono con giuramento essere comparso uno spirito infernale che non aveva forma di cosa conosciuta; per furia, per rumore e per luce terribile; solo una chioma tesa per ventilargli dietro per l'aria a guisa di cometa, di augurio funesto: altri invece sostennero avere veduto un volto di angiolo, un cavaliere celeste, certamente san Giorgio.
Il cavallo, dell'impeto rovinoso punto rallentando, arriva alla porta; In cotesto istante una mano di cittadini, recati sassi e travi, tentava sbarrarla. Ferruccio, rinforzando la voce, tale manda fuori un urlo che anch'essi atterriti si danno alla fuga; irrompe pei campi; tende lo sguardo e, lontano lontano, riconosce il codardo Commissario.
Dai fianchi del cavallo sgorga un nuovo spruzzo di sangue; di più non può correre, nondimeno sente più e più sempre trafiggersi. Ecco raggiunge le milizie disperse, le passa, le ha passate.
Dietro al cavaliere si leva un rumore: «È il Ferruccio! Anche il Ferruccio si salva!» Ei non lo intende, o non lo bada... continua a precipitare dietro le tracce del Commissario. La strada svolta e rasentando una macchia si curva, sicchè all'improvviso costui gli scomparisce dagli occhi. Il Commissario di troppo ha precorso; difficilmente gli riuscirà raggiungerlo: tutto è perduto!
Antonfrancesco Albizzi, senza cappuccio, con le vesti scomposte, pallido, lo sguardo fisso, tolto fuori di sè, rabbiosamente spronava, quando ad un tratto gli balza indietro il cavallo, forte squassato pel morso, e una voce minacciosa gli grida:
«Fermatevi!»
«Per la Madonna santissima della Impruneta», tutto affannato in suono di pianto supplicava il Commissario, «non mi ammazzate! Non vi mettete l'omicidio sull'anima! Sono un povero marraiuolo... un fante di stalla...; a buona guerra non mi potete toccare un capello..., vorreste dire ch'io sono un nemico preso con le armi alla mano?... Frugatemi in nome di Dio...; io non ho armi... Le vesti... le vesti non mi appartengono. Lasciatemi andare, e ve le darò... mi basta andarmene in farsetto... con i fiorini che troverete in tasca... un riscatto da principe in verità..., ma lasciatemi... lasciatemi per tutti i santi del paradiso...»
Per quanto s'ingegnasse o dicesse, il cavallo non poteva avanzare, una mano di ferro lo teneva fermo al terreno.
Vico Machiavelli, quantunque avesse sotto peggior cavallo del Ferruccio, avendo notato più quieto come tirando diritto dentro la macchia si venisse ad acquistare considerabile spazio di cammino, vi si era messo alla ventura, e, trovatala sgombra, potè riuscire ad arrestare il Commissario.
Quando il Ferruccio ansante ebbe trascorsa la curva descritta dalla macchia ed ormai immaginava il Commissario lontano, con somma sua maraviglia se lo trovò di subito davanti, e, preoccupato com'era, dall'Albizzi in fuori, non gli venne fatto di vedere null'altro:
«Commissario!... Commissario!...» prese a favellare il Ferruccio, così come l'anelito glielo concedeva; «se alla salute e all'onore della patria non si potesse, come spero, riparare, la tua testa rotolerebbe adesso per la polvere della strada.»
«O capitano! siete voi! Venite, difendete il nostro Commissario. Voi siete valentuomo, voi, e l'ho sempre detto. Difendete il vostro Commissario; mi vi raccomando...»
«Vile uomo! difenderti io? Di' piuttosto, perchè fuggi? Così tieni il posto alla tua fede commesso? Perchè hai lasciato Arezzo? perchè?...»
«Signore! O che anche voi mi uscite fuora nemico? Voi eravate nella cittadella e non potete aver veduto il tumulto della città... Io stavo sopra un vulcano... la terra mi si franava sotto... tutti insorti... tutti armati e minaccianti la morte...; o che doveva far io?»
«Morire.»
Questa risposta percosse il Ferruccio, il quale, essendosi alquanto rimesso da quel primo furore, declinò lo sguardo e si accorse della presenza di Vico; onde, geloso com'era della militare disciplina, increscendogli che altri avesse ascoltato le acerbe rampogne profferite contro il Commissario, con mal piglio rivolto al giovane, gli disse:
«Anche voi qui? Partite.»
«Ma io...»
«Partite, vi comando! Davvero, voi andrete molto oltre nel mestiere delle armi, se al primo incontro abbandonate così la vostra bandiera...»
«Mente per la gola chi lo sostiene», rispose Vico vermiglio fino al bianco degli occhi, traendo mezzo fuori la spada...
Sentì il Ferruccio a quell'atto superbo commuoversi l'anima, e per poco stette che non lo abbracciasse e baciasse; pur, sempre mantenendo il sembiante severo, riprese:
«Tornate, Vico, alla vostra ordinanza e quivi con l'esempio mostrate quello che tanto bene sapete raccomandare con parole.»
Vico, a capo dimesso, traendosi dietro per le briglie il cavallo, mestamente si allontana e pensando come il capitano, di cortese e benigno che gli si era fino a quel giorno mostrato, a un tratto avverso gli si facesse e oltraggioso, sospira nel profondo del cuore, e gli prorompe il pianto dagli occhi.
Il Ferruccio, accompagnandolo col guardo, non potè impedire che a sua posta gli si velasse di lacrime, perocchè dentro gli si sporgesse un pensiero il quale diceva: Crescono i figli nostri migliori di noi, e forse, ahi! indarno.
«Dove scorgessi in te parte alcuna di uomo, spécchiati, comanderei, in cotesto giovanotto e vergognati. O casa Albizzi, funesta sempre a Fiorenza, sia che nascano da lei genti feroci, come Pietro, Maso e Rinaldo, o codarde, come sei tu...[48]. Or via, scendi da cavallo...»
«Voi mi volete uccidere...»
«Tolgo io forse le sue giustizie al carnefice?»
«Ma perchè devo scendere?»
«Perchè quando i Dieci ti deputarono alla salute della patria furono o stolti o ebbri o ribaldi; perchè, durante il tempo che nome conservi e comando di magistrato della Repubblica, ogni turpitudine tua ridonda in onta di lei; e perchè finalmente devi riparare al mal fatto, lasciandoti poi, quando sarai tornato Antonfrancesco Albizzi, facoltà ampia di vivere e di morire infame a tuo senno.»
«I vostri modi, capitano Francesco Ferruccio, passano il segno...»
«Taci, obbedisci, o ti taglio la gola.»
E l'atto col quale accompagnò le parole indusse l'Albizzi a scendere senza farglielo ripetere due volte. Ferruccio si lanciò giù dal suo cavallo ed accennò al Commissario che salisse su quello; dipoi, assicuratosi per questa guisa che Antonfrancesco gli avrebbe tenuto dietro, balzò in groppa al palafreno donde era sceso costui e, tormentandolo nella bocca e nei fianchi, lo costringe ai più strani contorcimenti che mai abbia fatti cavallo nel mondo; — poco dopo lo abbriva di tutta carriera contro le compagnie disperse, le quali come prima ebbe incontrato, cominciò ad esclamare in questa maniera:
«Che vi caccia, soldati? Procedete in sembianza di fuggitivi, e nessuno v'incalza. — Almeno aspettate, per Dio! che vi sopraggiunga il nemico alle spalle. Il Commissario, ordinandolo i Dieci, comanda la ritirata, e voi fuggite? Davvero io non avrei mai creduto che le milizie allevate alla scuola del signor Giovanni, — le reliquie delle Bande Nere, ignorassero qual corra differenza tra una ritirata e la fuga. I Dieci deliberarono, presidiate le cittadelle del dominio, raccogliere quel cumulo d'arme che si potesse maggiore intorno a Fiorenza... Parvi questo pauroso o improvido consiglio? Su via, ordinatevi, e ben per voi che il Commissario, trasportato lontano da questo mal domo animale, — e qui, ferendolo lo costringeva a inferocire, — non si accorse della vostra vergogna: — presto, — presto, — ordinatavi, che già sopraggiunge, — ognuno al suo pennone; — i sergenti a capo delle compagnie; quattro per fronte; — date nei tamburi; — torni a sventolare la bandiera... Viva la Repubblica! Viva!»
E quivi nasceva una confusione in apparenza maggiore di prima, ma indi in breve squadronate in bell'ordine comparvero le milizie.
Intanto il Ferruccio spronando di nuovo alla volta dell'Albizzi, piegato il corpo dalla sella, gli susurrava sommesso all'orecchio:
«Commissario, la tua onta è coperta, — giustificata la fuga; n'ebbe colpa il cavallo; — dacchè non hai virtù, fa di mentirla; — mostrati in parole valente. Nota bene, contro gl'insegnamenti della milizia io ordinai la ritirata, ed io l'ho fatto a posta onde tu salvi la reputazione di magistrato della Repubblica...; però biasima il comando..., raddoppia di fronte le file..., manda gli archibusieri alla coda..., ai fianchi due squadroni di cavalli per tentare la campagna. L'Altoviti tiene fermo nella cittadella finchè gli basti la vita; — comanda al marchese del Monte, uomo animoso e dabbene, insomma diverso affatto da te, di prendere mille fanti e affrettarsi in soccorso dell'Altoviti. Per onestare la tua infamia, basta che tu mentisca, e di leggieri il farai, imperciocchè i codardi sieno maestri di menzogna. — Addio. — Ora cesso cittadino e, ridivenuto soldato, ti obbedisco.»
Machiavelli nostro, massimo conoscitore di questa umana natura, scrisse in alcuna parte delle opere sue, difficilmente occorrere uomo del tutto buono, come del pari riesce difficile incontrarlo affatto tristo: però l'Albizzi sentì pungersi il cuore di rimorso profondo più adesso, che il Ferruccio vedeva studioso di giustificarlo, che quando con parole acerbe lo rampognava pur dianzi; e poi cominciava per prova a comprendere quello spirito altissimo; e sè a lui paragonando, lo agitava un gruppo di passioni così diverse, di ammirazione per esso, di avvilimento per sè, di rimorso, di vergogna e di terrore, che il sangue a guisa di marea ora gli si spingeva sul volto, ora, ritraendosi verso il cuore, glielo tramutava in colore di defunto.
Ma se il suo onore era perduto davanti alla sua coscienza e al Ferruccio, poteva e doveva sostenerlo in pubblico per reverenza della patria: — quindi, composto quanto gli riuscì meglio il sembiante, trasmise con voce sonora gli ordini consigliati e comandò a Francesco marchese del Monte, tolti seco i mille fanti, accorresse in aiuto dell'Altoviti, accompagnandolo con sì calde raccomandazioni di travagliarsi in pro della Repubblica, e parole sì ardenti di sacrifizio e di zelo che molti, persuasi della sua fuga, si ricrederono, prestando fede alle parole del Ferruccio.
Cotesta ora fu piena di amarezza per l'Albizzi, un'ora di passione; mai croce al mondo tanto pesò sugli omeri mortali: sicchè il Ferruccio, sottilmente investigando quel volto che a mano a mano a fior di pelle s'increspava per lo interno lacerarsi dell'anima e il fremito fitto che gli investiva le membra al pensiero terribile che di repente gli suonasse negli orecchi la parola: — cervo, lascia la pelle del lione; — insieme a disprezzo prese ad averne pietà, sempre più imprecando sventura sul capo dei Dieci, i quali, il nome anteponendo alla virtù, lo avevano scelto a Commissario.
Così senz'altro accidente procederono fin presso a poche miglia da Firenze: andavano mesti e taciturni, perchè pesava a tutti il dolore di cotesta fuga, e, al rivedere che facevano adesso le mura dilette della patria, sentivano più fieramente tormentarsi la coscienza... Che cosa sarebbe stato di lei, se, come principiarono, avessero continuato a difenderla? Sopra gli altri dimesso nell'animo s'innoltra l'Albizzi, col mento abbandonato sul petto, stordito da pensieri senza séguito, — da dolori senza nome; — chiunque lo avesse incontrato per la via, lo avrebbe detto un masnadiere condotto a guastarsi.
Giunti che furono in parte dove il sentiero si divide in due diversi cammini, l'uno dei quali mena a Firenze, l'altro ai borghi e alle ville circostanti alla città, il Ferruccio, frenando all'improvviso il cavallo, chiamò:
«Messere Antonfrancesco!»
L'Albizzi, assorto nella sua meditazione, non lo intendeva, sicchè egli poco dopo più forte replicava:
«Messere Antonfrancesco!»
«Chi mi vuole?»
«Se non vi fosse gravoso, piacerebbevi dirmi qual cosa divisate di fare?»
«L'ufficio mio, capitano: andarmene ai Dieci ed esporre loro un ragguaglio fedele della mia commissione.»
«Allora più poca via vi rimane a fare in questo mondo: — dai Dieci al bargello, dal bargello ai sepolcri della vostra famiglia.»
«E perchè, Ferruccio, perchè? Forse non ebbi consiglio da Malatesta di abbandonare Arezzo? Forse non è vero, ch'essendo debole, mal si poteva tenere, e, perdute queste genti, la città nostra diventava affatto disarmata[49]? Forse la cittadella non si trova adesso convenientemente presidiata?»
«E vi gioveranno siffatte difese quando là presso ai Dieci troverete un uomo che prenderà a perseguitare la vostra vita, come veltro la fiera, e narrerà la fuga, la paura, la viltà vostra, sostenendo la vostra morte all'onore e alla salute della patria necessaria; senza il vostro sangue tutta disciplina militare spenta, ogni vincolo sciolto; a cagione dell'esempio pessimo i valenti diventare deboli, vilissimi i vili; il vostro capo, in ogni tempo per la colpa commessa giustamente reciso, doversi adesso mozzare per giustizia e per ragione di stato; i principii delle repubbliche avere ad essere inesorabili, testimone Roma? E quando gli esempi e gli argomenti non bastino, cotesto uomo si squarcerà le vesti, si cuoprirà il capo di cenere; prostrato a terra, con le mani giunte, piangendo dirotto, nel nome santo di Dio implorerà che la scure del carnefice vi percuota la testa...»
E siccome l'Albizzi, esterrefatto, si guardava attorno e poi i suoi occhi negli occhi del Ferruccio fissava, quasi per domandare chi fosse quel suo implacabile nemico ed in qual modo lo potesse accusare dopo che egli con tanto sottile accorgimento gli aveva onestata la fuga, il Ferruccio, forte percotendosi il petto, esclamò:
«Io sono quel desso!»
L'Albizzi, profondamente avvilito, non riusciva a formare parole. Stettero alquanto in silenzio, e quindi riprese il Ferruccio a favellare così:
«Io però non vi odio, Antonfrancesco... nè voi... nè altrui...; odio la colpa... il colpevole non posso...; nè vorrei che voi moriste disonorato, no... non vorrei; il vostro delitto è certo, certa la pena...; se il piè ponete in Fiorenza, il palco infame vi aspetta; ponetevi in salvo pertanto, cercatevi un asilo finchè vi si offra modo di morire onoratamente combattendo per la patria..., dico morire... dacchè vivere più non potete; quando pure vi poneste sul capo gli allori di Alessandro e di Cesare, non basterebbero a gran pezza per ricoprirvi il brutto segno che l'ultima vostra azione v'impresse nella fronte; solo può rigenerarvi il battesimo di sangue..., perocchè allora i cittadini, l'andata vita tacendo, incideranno sopra la vostra lapide queste parole: Morì per la patria; e i posteri, senz'altro cercare, l'anima vi conforteranno di suffragi e la memoria con le lodi serbate ai valorosi...»
E stava per continuare, quando, per la via traversa che mena alle castella del contado, ecco apparire un uomo di villa accorrente a gran fretta, levando dietro a sè un lungo polverio. Venuto presso ai nostri personaggi, il Ferruccio, accennandogli prima con la mano sostasse, lo interrogò dicendo:
«Donde vieni e dove vai?»
«Io vado, messere, per una trista novella..., trista in verità..., una novella che nessuno vorrebbe portare, e pure bisogna che qualcheduno porti, perchè la è cosa che riguarda l'anima; e un figliuolo mal può dipartirsi contento da questo mondo, se prima non lo abbia benedetto suo padre. Vengo da Nipozzano.»
«Nipozzano!» esclama Antonfrancesco Albizzi alzando di subito la faccia, «casa mia!»
«Domine! ho io le traveggiole, o siete ben voi messer lo padrone! Oh non vi aveva mica riconosciuto! Ma dacchè la è andata così, fatevi animo e raccomandatevi al Signore, perchè lo hanno spacciato...»
«Chi dunque? chi?»
«Messere Lorenzo, il padrone giovane... il vostro figliuolo si trova in extremis...»
«Dio eterno, qual castigo mi dài!...»
Francesco Ferruccio, del tutto fisso nella sua idea di onore patrio, di decoro della milizia italiana, oltre la quale le cose altrui poco curava, le proprie nulla, quasi lieto diceva:
«Messere Antonfrancesco, nè più onesto nè meglio conveniente motivo di questo vi potea parare la fortuna davanti per abbandonare la ordinanza e ritirarvi lontano dalla città.»
L'Albizzi, udite le parole, immaginando irridesse al suo dolore, lo guardò in atto di rampogna e poi levò disperato gli occhi lagrimosi verso il cielo. Allora sentì il Ferruccio il detto inconsigliato, e la sua anima gentile n'ebbe rincrescimento profondo; onde con voce piena di pietà, toccandolo leggermente sul braccio, soggiunse:
«Nè più doloroso..., messere, nè più per un padre desolante davvero...; e se Dio ve lo mandava in pena delle vostre colpe..., parmi anche troppo.»
L'Albizzi, riconciliato, gli strinse la mano, — e senza altre parole aggiungere, traendo un gemito, si allontanò.
Durante l'assedio egli stette ritirato in campagna. Un po' per paura, un poco per vergogna, non ardì prendere parte alcuna negli sforzi gloriosi operati da' suoi concittadini in difesa della patria; la sovvenne di pecunia, ma poca: scrivono mille scudi[50]. Spenta la libertà, la tirannide istituita, mal potendo l'animo suo comportare i nuovi modi, cospirò contro Cosimo I, Tiberio toscano: preso a Montemurlo cogli altri congiurati, dannato nel capo[51], troppo tardi imparava dovere gli uomini liberi mettere a repentaglio le sostanze e la vita a mantenere la libertà quando ha fiore di verde; l'occasione nelle cose politiche condurre con una mano la buona fortuna, con l'altra la morte; i provvedimenti intempestivi come non procurano la gratitudine altrui, così quasi sempre cagionano la rovina a cui li tenta. Morì per le mani del tiranno, non per la libertà; lo mosse insofferenza di servitù, non amore del bene del popolo, sicchè i posteri gli negarono per fino quel sospiro di pietà, — tenue mercede eppur cara, — di cui tanto si confortano le ombre dei grandi infelici[52].
Il cavallo di Arezzo[53] insaniva sfrenato, ma non per durare, il conte Rosso promise la libertà agli Aretini, e non gliela potè mantenere; promise al principe di Orange il dominio libero della città, e non gliela potè consegnare.
I superbi disegni di Filiberto di sposare Caterina dei Medici, che i cieli destinavano alla corona di Francia, farsi signore di Toscana e forse d'Italia[54], vennero meno. L'imperatore fu per ragione di stato costretto a mantenersi leale col papa.
Clemente VII, occupando in processo di tempo Arezzo e al governo di Firenze lo ritornando, considerato come i principi nuovi non devano sopportare gli uomini capaci di sollevare a piacimento loro i popoli soggetti, impiccò il conte Rosso. La sua morte insegnava che se talvolta i principi adoperano l'antica lusinga della libertà a guisa di leva per conseguire il fine proposto, ottenuto che l'abbiano, se ne servono per rompere la testa a chi ci ha creduto. Ammaestramento rinnovato le cento volte dopo e nei tempi recentissimi eziandio, nondimanco sempre invano per questa nostra stirpe umana, nata a fidarsi, a pentirsi e a fidarsi di nuovo in chiunque abbia voglia ed ingegno d'ingannarla.
Abbandonato il contado di Arezzo dalle milizie fiorentine; presa dai nemici Cortona; Montevarchi perduto e Figline; gli uomini di Castelfiorentino sopraffatti; — la guerra si riduce sotto le mura di Firenze.
CAPITOLO TERZO IL PAPA E L'IMPERATORE
Darà l'Italia in preda a Francia o Spagna