PASQUALE PAOLI
PASQUALE PAOLI
OSSIA
LA ROTTA DI PONTE NUOVO
ROMANZO STORICO
DI
F. D. GUERRAZZI
ROMA
EDOARDO PERINO TIPOGRAFO-EDITORE
—
1883
CAPITOLO I. Il vetturino livornese
Gli dei di Ausonia se ne andarono, ed il suo cielo con essi! — esclamò Giacomo Boswell, fiore di galantuomo inglese, levando la faccia in alto e ricevendovi bravamente in mezzo uno sbuffo di acqua piovana.
Il vetturino che lo menava, non intendendo bene codesta dotta esclamazione, tacque e, seduto alla peggio su le stanghe del calesse, continuò a toccare il cavallo perchè accelerasse il passo. Il signor Giacomo, tra lamentoso e stizzito, ripigliò a proferire più forte: — Ed è egli questo il tanto vantato cielo d'Italia?
Allora poi il vetturino non si potè più reggere; e quantunque la domanda non fosse volta a lui, bensì a tutto il genere umano, egli, a ragione reputandosi particola di questo genere, pensò gli spettasse il diritto di rispondere per tutti, ed invero rispose:
— Sia benedetto! io glielo aveva pure avvisato innanzi di partire da Pisa: l'acqua è in terra, ma vostra signoria che cosa ha saputo replicarmi? «Non importa.» Lo ha ella detto, sì o no? Adesso, se ciò che si prevedeva accadde, non ci rimane a fare altro che quello che mi lasciò detto mio padre.
— Ed era?
« — Chi non seppe ben fare, sappia almeno ben tacere.» E poi anco questo altro, il quale però ha da capire come per via di metafora, non perchè si riferisca punto a lei: «Quando il ladro è di casa, non bisogna chiamare il bargello.»
Il signor Giacomo, chinato il capo, non fiatò più, anzi si pentì di avere aperto bocca, e, riprese il viaggio, accompagnato sempre dalla pioggia, giunse a Livorno e andò a smontare in via Borra al palazzo delle colonne di marmo, abitato dal signor Giovanni Dieck, scudiere e console di Sua Maestà Britannica in cotesta città.
Gittandosi giù dal calesse, il signor Giacomo con voce burbera interrogò:
— E devo pagarvi?
— Ma!.... due scudi fu il patto, e la buona mano, se le piace.
Queste parole pel modo, col quale vennero pronunziate, avrebbero fornito agli studiosi dell'arte musicale subietto stupendo ad ammirare, perchè dai suoni risentiti scesero giù giù per una scala semitonata ad una specie di bisbiglio; e questo in virtù del diritto che, fatta la prima parte, lasciava luogo alla speranza, la quale pareva persuasa che essendo fuori a quell'ora, non poteva buscare altro che acqua.
— Bene; ecco i due scudi. Buona mano ch'è?
— Diavolo! Oh! che? non ha mai viaggiato vostra signoria? oh! che? ci è ella piovuto dalle nuvole in Italia? La buona mano, a ragionarvi su, propriamente vuol dire la mancia che i viaggiatori, quando si trovano serviti bene, donano al vetturino oltre il fissato.
— Quando si trovano serviti bene: ma io mi trovo servito male, dunque non vi do nulla.
— Capisco che buon viaggio non fu di certo il suo — e così dicendo gli levava la valigia di cassetta — ma ci ho colpa io? Me ne rimetto alla sua coscienza.
— E poi la vostra definizione della mancia è mal fatta.
— Quanto a questo poi, io me ne ho da intendere più di lei.
— Vi dico che manca; e manca questo: denaro al vetturino oltre al fissato, perchè vada ad ubbriacarsi all'osteria e bastoni poi la moglie e i figliuoli.
— È vero, — rispose il vetturino abbassando il capo.
— Bene, dunque portate in pace se non vi do nulla; perchè temo che Dio mi domanderebbe conto di avere dato causa col mio denaro a degradare la creatura: la creatura, capite, dove Dio impresse la sua santa immagine, ch'ella si affatica tutto giorno a cancellare sostituendovi quella della bestia; anzi no, perchè le bestie non si ubbriacano. Dite: avete mai visto per le strade cani, cavalli od asini briachi?
Il vetturino, finito questo acquazzone di parole acerbe, rispose ingenuo:
— No, signore, io non ce gli ho visti, ma io aveva creduto in coscienza potere omettere la sua giunta, perchè all'osteria non vado mai.
— Bene.
— E nè manco bevo vino.
— Benissimo.
— Non tanto come la si figura lei; ma che vuole? Bisogna stenderci quando il lenzuolo è lungo: che ho moglie e figliuoli, e quello che guadagno col padrone basta per pagare il fitto e pel pane; con le buone mani si rimedia al resto.
— Avete moglie? avete figliuoli? non andate all'osteria? non bevete vino? Oh! allora è diverso. Perchè non me lo avete detto avanti? Potevatelo dirmelo prima, chè mi avreste risparmiato la mala azione d'ingiurarvi a torto. Vi domando perdono: ecco la buona mano, e il Signore vi dia la buona notte.
E, lasciata la valigia nello androne, schizzò su per le scale presto così, che gli pervenne mezzo all'orecchio il «Dio gliene renda merito» che il povero vetturino gli mandava dietro nella pienezza del cuore.
Il giorno dopo, verso le nove di mattina un uomo di florida età, bello in sembiante e, più che bello, sereno, stava fermo sopra il secondo gradino del palazzo delle colonne di marmo, guardando trasecolato il cielo ora da una parte, ora dall'altra, e pareva non si potesse saziare di contemplarlo.
Egli era il signor Giacomo Boswell, giovine di trenta e qualche anno, di capelli biondi, occhi cilestri come la più parte de' suoi compatrioti appaiono: bensì proprio di suo ci metteva la sembianza, che l'Onestà stessa avrebbe potuto pigliare in presto, se le fosse venuto il capriccio di fare una visita al mondo vestita, come la signora Bloomer, da uomo, ed un misto di costanza, di argutezza ed anco di malizia, ma di quella buona, quasi fuoco che scalda e non iscotta. Il signor Giacomo si lasciava governare dalle sue voglie, le quali, per quanto talora si manifestassero singolari, essendo sempre dirette alla conoscenza del vero, all'ammenda e al sollievo dei proprii simili, se da un lato movevano al sorriso, dall'altro invitavano a tenergli dietro le lacrime. Così in primavera il sole si mescola talvolta con la pioggia, e i fiori giocondati da quello e da questa smagliano come diamanti: vera festa della Natura. Sogliono gli uomini francesi chiamare questi umori britanni stranezze, gl'irridono. Sta bene; essi sono tutti uniti, tutti lisci, anzi uguali tra loro come mattoni. Però badino: co' mattoni si fanno i pavimenti, non le cupole, e basta.
Il signor Boswell non apparteneva alla setta dei Fratelli, o vogliamo dire Quaccheri, ma assai le si accostava coi costumi e col vestire; abborriva la cipria; i capelli portava stretti dopo le spalle con un nastro di seta nero senz'altra acconciatura; la barba rasa diligentissimamente, chè gl'Inglesi non erano a quei giorni venuti a contesa di pelo con gli orsi; le vesti tutte (se togli i pannilini bianchi e le scarpe nere) di una stoffa eguale e colore di piombo; nella mano manca tra l'indice e il pollice portava una tabacchiera d'argento, alla quale imprimeva di tratto in tratto un moto ondulatorio, e qualche volta, nelle veementi commozioni, mercè un colpo dell'indice della destra, la faceva girare dentro la medesima morsa.
Ed ora appunto gli avea dato questo colpo solenne: nè a torto, imperciocchè adesso il cielo gli si spandesse sul capo immenso di azzurro sereno; e se l'occhio dell'uomo avesse potuto arrivare fino costà laggiù nel profondo del cielo, ci avrebbe contemplato Dio nelle magnificenze della sua gloria. Il sole, stupendo di calore e di luce, incedeva per lo emisfero come creatura che senta la solennità del messaggio di bandire alla terra la bontà infinita del suo Creatore. Le aure di aprile alitavano in faccia alla gente con la salute il profumo dell'arancio, dacchè a quei tempi Livorno non andasse gremito di case lunghe, intirizzite, fabbricate una sopra le spalle all'altra come frotta di perdigiorno su ritti in punta di piedi per vedere il cane barbone che porta in giro la scimmia a cavallo; bensì abbondasse di spazi grandi lavorati a giardino, fiorenti di ogni maniera di agrumi, ed appunto davanti la casa del console inglese se ne ammirasse uno vasto quanto leggiadro, attiguo al palazzo fabbricato dai signori Franceschi di origine côrsa.
— Bene, benissimo! — ripeteva il Boswell con accenti sempre più musicali; e il piede inconsapevole, davanti tanta armonia di cielo, batteva la misura chè la melodia di un bel giorno d'Italia gli s'insinuava nel sangue — bene! gli dei ritornano, e naturalmente con essi l'Olimpo, ch'è casa loro.
Intanto un uomo, il quale già quattro volte e sei lo aveva richiesto, pregato e supplicato a tirarsi da parte tanto ch'ei potesse passare, accorgendosi che con le buone non ne sarebbe venuto a capo, lo spinse oltre soavemente e passò. Ho detto soavemente, bene intesi però che questo ed altri avverbii cotali non vestono natura assoluta, bensì relativa: tanto vero questo, che la spinta, soave, quanto all'uomo che la dette, non parve tale al signor Giacomo che la sofferse, essendo andato di schianto a battere con la spalla nella colonna sinistra del portico; ond'è che, richiamato così ex abrupto al senso delle faccende della vita, non senza un po' di collera egli prese ad esclamare:
— Galantuomo! il maestro della buona creanza vi ha proprio rubato il salario.
— Oh! è lei? In verità, vestito così da signore, io non l'avea mica riconosciuto.
— Bene; ma, o io o un altro, dovete convenire che a fare le cose con un po' più di garbo non ci si scapita nulla. Orsù passate...
— Eh! no, signore.
— Come no? Poc'anzi mi avete dato uno spintone da rompermi il capo contro le pietre per passare, ed ora mi state piantato là come un palo.
— Oh! che ci è da stupire? Io non ho più bisogno di passare adesso... Cercava per lo appunto di lei.
— Me?
— Proprio lei. Si ricorda vostra signoria dei ragionamenti che tenemmo ieri sera circa alla buona mano?
— Sì, mi pare; qualche cosa fu detto.
— E come! Su le prime lei non mi voleva dare niente...
— Avanti.
— E poi me la dette, ma era buio: ella si mise la mano in tasca e non ci badò, ed io nè meno. Tornato a casa consegnai la moneta a Caterina; e non ci era da sbagliare, in tasca mia cotesta moneta ci si trovava figliuola unica di madre vedova, e poi di oro non ci sono mai usate; Caterina guardò la moneta e me negli occhi; dopo disse: «E te l'ha data proprio lui?» Oh, chi me la deve aver data gua'? disse io. — Allora Caterina da capo: «Dunque dev'essere sbaglio.» Malanaggio! dissi io; se non isbagliava, stasera si rimediava al companatico. Venire ieri notte a riportarle la moneta non mi pareva che c'incastrasse, perchè a casa tornai tardi, chè prima mi toccò asciugare e governare il cavallo; stamani subito che ho potuto, vengo a fare il debito mio.
E stesa la mano porgeva la sterlina al Boswell, il quale, dondolando la scatola via via, diceva:
— Bene, bene. — Ad un tratto domandò: — Di che paese siete?
— Di Livorno.
— Proprio?
— Eh! di sicuro e battezzato in duomo.
— E ce ne hanno di molti vetturini come voi a Livorno?
— Lo credo, e devo crederlo; quali e quanti non so; perchè io bado al fatto mio e tiro lungo.
— Bene, come vi chiamate?
— Mi chiamo Giovanni.
— Non fu sbaglio, caro Giovanni: vi prego anzi a pigliare anche quest'altra, e la porterete da parte mia alla signora Caterina vostra consorte, che saluterete da parte mia e le direte che la spenda... la spenda come le farà piacere; chè so che non bisogna de' miei consigli.
— Ma che? le pare? rispose Giovanni respingendo con la manca la mano del Boswell, e con la destra sporgendo sempre la ghinea. Ma che? le pare? di questa sola ce ne sarebbe di avanzo.
— Non ricusate, Giovanni, la provvidenza che Dio vi manda; non vogliate peccare di superbia.
— Eh! giusto; io sono troppo povero, mio signore, per concedermi il lusso dei peccati mortali.
— Dunque obbedite; prendete e andate per le vostre faccende.
— Obbedirò, e Dio gliene renda merito un'altra volta. Oh! la è pure la bella cosa essere ricco: ed io, veda, mi ci sono messo a desiderarlo più di una volta, perchè mi è parso che a far bene ai poveri si ha da provare un gusto matto; e ora che mi è capitata questa fortuna, il gusto me lo vo' cavare ancor io; una delle monete che vostra signoria mi ha dato, vo' mandarla al Paoli.
— Com'entra qui il generale Paoli? come conoscete voi il generale Paoli? in qual modo è egli povero il signor generale Paoli?
— Io lo conosco, e lo posso conoscere come gli altri, perchè la buona reputazione entra gratis nelle orecchie di noi altri poveri come in quelle dei ricchi. Lo credo povero, perchè, il Paoli e la Corsica facendo una cosa sola, so che la Corsica è poverina e poi, ne vada la testa, non vuole patire prepotenze dalla Francia, la quale non si vergogna di mettersi a repentaglio con lei, chè sarebbe come se un pescecane invitasse a' morsi un ghiozzo del molo. E ci entra il Paoli, e ci entro io, perchè ad amare la libertà non si paga nulla, ed io amo con tutto il cuore la libertà e il Paoli, e benedetta la sua faccia che la difende!
— Oh! — proruppe il Boswell cacciandosi a precipizio la scatola dentro la tasca della sottoveste; poi, con ambedue le mani libere, presa la mano del vetturino e stringendogliela e scotendogliela fino a slogargli la clavicola del braccio, ripeteva: — Benissimo, bene... bene! Giovanni, io da questo non vi dissuado davvero, perchè quello che voi avrete speso in benefizio della libertà del genere umano, Dio misericordioso, oltre il merito nell'altro mondo riservato alle anime sante, ve lo renderà centuplicato anco in questo, non fosse altro, col sentimento della vostra dignità.
Aveva meco stesso disegnato non interrompere con digressioni il filo del racconto, properando a scavezzacollo verso la fine, come insegna Orazio nella poetica, ma con inestimabile amarezza mi tocca a rompere il proponimento, non già per colpa mia, bensì per contraddire a certe voci che mi odo bisbigliare qui attorno. «Costui, dicono le voci, delira; comprendiamo anco noi che a chi racconta novelle è mestieri fare la parte larga della fantasia, ma spingere fino al mostruoso la immaginazione, questo non patiremo mai. S'intende acqua, ma non tempesta! I vetturini di Livorno, a sentirlo, procedevano sviscerati della libertà nel secolo passato, mentre nel nostro gli stessi signori negozianti e gli altri che vanno per la maggiore in cotesta terra, o non la conoscono o, conosciuta, si affretterebbero a disfarsene come la peggiore delle derrate.» Ora io rispondo: Quanto ai Livornesi del tempo che corre, io non saprei, chè da parecchi anni vivo lontano da casa; ma non ci credo, e mi giova non crederci. Forse qualche sciagurato non aborrì procacciare a' suoi figliuoli perpetuo retaggio d'infamia; ma come un fiore non fa ghirlanda, così nè anche, dove apparisce un diavolo, ecci lo inferno. Ad ogni modo i Livornesi soli accolsero i Tedeschi a cannonate in Toscana; certo nelle difese non durarono nè potevano durare; non importa, non per questo palesarono meno l'odio contro la razza esecrata: e se tu pensi alla comune viltà, quanto fu minore la possa, invece di cavarne materia di biasimo, come fanno taluni codardi maligni, tanto ti parrà più grande il cuore di avere maledetto faccia a faccia un prepotente nemico. Quello che narro del popolo livornese del secolo passato, se non vuolsi credere a me, credetelo ad Ottavio Renucci, che prima fu gesuita e poi galantuomo (trasformazione difficile, ma che pure è talora accaduta); credetelo all'abate Giovacchino Cambiagi, le scritture dei quali (che storie non mi attento dire) io vi prometto farvi toccare proprio con le mani in altra parte di questa storia. Per ora contentatevi così.
Dunque si metta in sodo, per quello che può valere, come, cento anni sono, il popolo livornese amasse la libertà.
CAPITOLO II. Il mercante côrso
Il signor Boswell, consultato il suo taccuino, si condusse senza sbagliare nella piazza grande: quando fu sopra la crociata del duomo, si girò a destra, e visto di fondo alla lunga strada spuntare parecchi pennoni di bastimenti, avviossi costà con passi accelerati, sicuro del fatto suo. In andando teneva la faccia voltata sopra la spalla sinistra, come le nottole nel volare costumano, e fissa a leggere il numero dipinto sopra gli stipiti delle porte de' casamenti. Di un tratto sta, rilegge il numero e mormora:
— Senz'altro è qui.
Guarda meglio, volta la faccia in su e mira una casaccia sciatta, scappata di mano all'architetto tra uno sbadiglio e uno starnuto, con certe nicchie ovali a tutti i piani nel sodo, tra una finestra e l'altra ornato di busti, i quali a tanta lontananza non sapevi distinguere se fossero di marmo o di bronzo o di che cosa si fossero; e peggio ancora non si conosceva se rappresentassero principi di corona o persone di garbo, o se turchi, ebrei o cristian rinnegati. Ai noti segni confermandosi nel suo giudizio, il signor Giacomo, dato un giro alla tabacchiera, ripetè:
— È qui.
Ma dove qui? abbacava poi dentro di sè. Da un lato gli si mostra una bottega con la insegna di una immane mignatta di lamiera tinta di verde, la quale vomitava un torrente di bambagine colorita nella robbia in simulacro di sangue e faceva fede lì dentro vendersi le mignatte. Ora pareva al signor Giacomo che un mercante rispettabile (anche a quei tempi in commercio chiamavasi rispettabile chi aveva quattrini, fuori di commercio divo ed augusto, e tuttavia si chiama) non avesse a trovarsi in combutta con le mignatte: e posto eziandio alla più trista che la prima qualità di mercante non facesse ostacolo, per la seconda poi di rispettabile non ci quadrava assolutamente. Dall'opposto lato dentro un'altra bottega, il più innocente dei peccati mortali, sotto la forma di marzapani e di zuccherini, tendeva le reti per uccellare anime al demonio. Quante insidie alla nostra salute! e la nostra umanità è tanto frale! Chi avrebbe mai presagito un dì che Satana, proprio lui, per perdere un'anima cristiana, avesse potuto assumere la figura di confetto parlante? Ci pensino i confessori, ci pensino seriamente e ci provvedano.
Però, se un mercante rispettabile non poteva avere pratica con le mignatte, molto meno era da credersi tenesse domicilio comune co' marzapani. Tuttavolta, quasi nascosta tra gli sporti delle due botteghe, a cui ci avesse con diligenza atteso, sarebbe riuscito scoprire un'altra porta angusta, nera nera nera poco meno della coscienza di un gesuita o di un moderato, chè ella è tutta una minestra; ma, a quanto appariva, la porta era di bottega; e tuttavolta non ci cascava dubbio, cotesto per lo appunto era il luogo che indicavano i ricordi del signor Boswell. Ora, poichè non ci lesse scritto sopra:
Uscite di speranza, o voi ch'entrate,
come su la porta dello inferno (e nello inferno il signor Giacomo non ci credeva; e quando anco ci avesse creduto, egli non ignorava che anco dallo inferno si esce, non fosse altro, agguantandosi ai peli dell'anguinaia del diavolo, a modo che Dante adoperò), il nostro eroe, risoluto, si mise dentro alle segrete cose.
Inoltrandosi nello andito lungo, a poco poco la luce illanguidì, cassò del tutto, tornò ad apparire annacquata, un po' meno; per ultimo venne a riuscire in una chiostra.
Chiostra ho detto, e doveva dire campo di battaglia non che museo delle geste e delle glorie del commercio, quivi disposto dalla mano della Memoria in trofeo. Colà il signor Giacomo contemplò botti, damigiane, caratelli incerati, involture di canapetta, brani di stuoie, casse di ogni maniera, fra le quali ne riconobbe parecchie di origine britannica, nobile orgoglio per un cuore inglese! Sul culmine del trofeo, come su l'elmo di quel Niccolino che combattè a Benevento e fu sì infesto al re Manfredi, sedeva un gatto.[1]
Il gatto da prima comparve degno dell'alto seggio a cui era stato assunto in virtù delle sue zampe (e troppi più che Dio non vorrebbe, per andare in cima, non posseggono cagione migliore di questa) mercè la fronte di bronzo e la immobilità veramente imperiale; e non senza quia dico imperiale, affacciandomisi al pensiero quel Costanzo Cloro, che riputò parte cospicua della sua dignità non soffiarsi mai il naso: se non che ad un tratto sprigionata una zampa dalla coda, che aveva tenuto fino a quel momento inanellata a mazzocchio attorno alle gambe, prima se l'accostò alla bocca e la baciò, poi se la stropicciò a più riprese pel capo disopra l'orecchia, e lungo il muso, quasi intendesse augurare il ben venuto al signor Boswell, secondo il costume degli orientali. Il signor Giacomo, senza rendergli nè anco il saluto, ed in questo non fu cortese, si girò intorno per vedere se incontrasse cosa che lo mettesse su la buona strada: ed ecco pararglisi davanti un cane ed un uomo, se uomo in buona coscienza poteva dirsi costui: berretto, giubba e ogni altra veste color marrone, pelosi quanto pelle di capra, e di vero tutte erano fatte di panno côrso, il quale le donne tramano co' ferri a mano come la maglia delle calze. Costui, che côrso era, aveva i piedi nascosti nella paglia, sopra la quale giaceva supino con le mani sotto il capo a mo' di capezzale ed il berretto tirato su gli occhi; i suoi capelli copiosi si mescolavano con la barba, ed entrambi apparivano coltivati quanto le boscaglie del suo nativo Niolo, e per di più nella tinta, pari al berretto e alle altre vesti; immobile affatto, se non che nella guisa che il fumo del cammino ti assicura che nella capanna perduta in mezzo allo scopeto ci vive l'uomo, i buffi fetidi dell'erba côrsa, che scoppiettando dentro la pipa ardeva, lo manifestavano vivo. Sopra la stessa paglia un cane di pelo corto, bianco brizzolato di rossigno, la coda a ricciolo su la groppa, il muso tra la volpe e il lupo, stava eretto su le zampe, appuntando le brevi orecchie e mostrando due file di denti acuti come lesine. Non brontolavano l'uomo nè il cane, ma pareva tenessero apparecchiate le armi alla zuffa, e con quattro occhi, pari a quattro punte di freccia su la noce della balestra, non lasciavano di seguitare il sopraggiunto in ogni suo moto.
Però il signor Giacomo cotesti allestimenti non badava o temeva, bensì esitava pensando se, per ottenere risposta profittevole, tornasse meglio voltarsi al cane od all'uomo; ma perchè aveva fretta, e la indagine sarebbe andata per le lunghe, s'indirizzò ad ambedue per via di domanda generale:
— Il signor Giacomini di Centuri?
Veramente rispose l'uomo, ma non si potrebbe negare che rispondesse anche il cane; imperciocchè se il primo levò la barba in su e adoperando la pipa come l'ago della bussola indicò una porta, il secondo abbassò il labbro superiore e nascose i denti come la fregata, calati gli sportelli, fa scomparire i cannoni, volgendo a sua posta il muso colà dove il compagno aveva appuntato la pipa. Il signor Boswell, in mancanza di meglio, si tenne per informato e andò oltre.
Stretta era la porta, e delle imposte una chiusa, l'altra semiaperta con una finestrina sopra munita d'inferiata: nè a questa finestra mancavano i suoi telai ed i vetri; se non che, quasi andasse ella stessa capace che in quel luogo non poteva compire veruno degli ufficii pei quali vengono aperte le finestre, e come vergognosa di reggere il sacco all'architetto ignorante, si era da molto tempo velata la faccia con un sudario di ragnateli; meritandosi, in difetto di altro migliore, il nome di sincera.
Il signor Giacomo, guardata prima la finestra, che non mandava lume, aperse l'uscio, fece un passo e stette. Curioso uomo costui: caso mai gli fosse toccato di morire di freddo, egli era strumento da tornarsi indietro dal campo santo per ispecolare sul termometro con quanti gradi sotto il zero e' lo avesse ucciso.
Egli guardando vide un magazzino a volta grandissima, sorretto da parecchi pilastri; a manca intorno alla parete molte tavole assicurate sopra mensole fitte nel muro: e su le tavole, ciotole piene di saggi di grano alternati da mucchi di pietre focili e sacchetti di pelle; anzi in qualche corbello (insegnamento supremo a popolo che non vuole soggiacere a tirannide, rivendicarsi in libertà) mescolati palle e grano; in terra alla rinfusa corami, scarpe, sciabole, cappotti, di ogni ragione ferramenta, piombo in pani e perfino due colubrine turche, coperte in parte con la bandiera côrsa, rappresentante la immacolata Concezione.
Il signor Giacomo, pazientissimo uomo, attendeva in piedi, che il signor Santi si fosse accorto di lui. (pag. 21)
Di profilo, prossimo alla sola finestra che traverso vetri verdissimi mandava un cotal poco di luce colore di cavolo cappuccio, compariva il banco tinto di cenerino col piano inclinato, coperto di cuoio nero confitto con bullette dalla capocchia di ottone; dal lato destro sur un ripiano di legno si apriva la bocca del calamaro, quasi orefizio di vulcano; il qual paragone tanto meglio calzava se ponevi mente agli schizzi che, simili alla lava, infiniti e per così dire procellosi prorompevano da tutti i lati. Anche le penne con la chioma a strappi, dalle morsicature lacere, assai davano aria alle povere piante che si ostinano ad abbrustolire intorno cotesti fornelli della terra, vere anime dannate della vegetazione. Sopra lo scrittoio, fitti al muro uno su l'altro, tre quadri condotti a olio da artista più che mediocre, e splendidi per cornice indorata: quello di mezzo rappresentava la Concezione di Maria, al patrocinio della quale si commisero i Côrsi, quando, partito dall'isola il principe di Würtemberg, si dettero al re di Spagna che non li volle accettare. Nel medesimo modo e con pari fortuna i Fiorentini elessero Gesù Cristo re della repubblica; donde si ricava che gli uomini opereranno sempre direttamente a confidare negli aiuti celesti, a patti che non trascurino i terreni. Sopra la Concezione l'arme côrsa, che faceva testa di moro, e allora con la fascia intorno al capo: circa alla quale fascia è da sapersi che ab antiquo i Côrsi la finsero calata su gli occhi del moro per la medesima ragione che persuase il Buonarroti ad effigiare la Notte addormentata sul sepolcro di Giuliano dei Medici; cessata la sventura e con questa il danno della servitù, i Côrsi rimossero la benda dagli occhi del moro e gliela cinsero al capo in segno di dignità. Quando poi i Francesi con forze prepotenti e con frode oppressero la nobile isola correndo l'anno 1770, ardirono levare via del tutto la benda e se ne vantarono con un verso latino che sonava così: altri finse sollevarla, noi l'abbiamo tolta davvero. Ahimè! vi è tale ch'è nato per imbiancare i sepolcri come i Savoiardi per pulire i camini. Disotto la immagine del generale Paoli e davanti a quella pendente dal palco il signor Boswell vide accesa una lampada. Difficile cosa per altrui ed anco pel signor Giacomini sarebbe stato distinguere a quale dei tre quadri egli più particolarmente accendesse la lampada; imperciocchè se ne fosse formato nel suo cuore un insieme indivisibile, di cui il tutto non potesse andare senza la parte, nè la parte senza il tutto. Degno uomo! Non basta avere la patria sventurata soltanto, ma bisogna anco averla magnanima per amarla, siccome il signor Giacomini l'amava.
Santi Giacomini, côrso di Centuri, stava seduto sopra un seggiolone di cuoio nero; comecchè fossimo entrati in aprile, egli teneva la persona inviluppata dentro una coperta di lana, e dietro le spalle ed ai lati parecchi guanciali da letto lo sorreggevano: tossiva continuo, ora languido, ora da rompergli il petto: con angoscia spurgava; poteva del suo sembiante conoscersi poco, perchè un berretto a maglia di seta nera, il cappello ed una ventola di taffettà verde gli coprivano col capo buona parte del viso, e, come se tanto non bastasse, difendeva la vista con occhiali verdi; la parte inferiore della faccia quasi tuffata dentro il fascettone da collo.
Quanti fossero i suoi anni non appariva giusto; ma, pochi o assai, si leggeva chiaro che la morte stava in procinto di tirarne la somma. La pelle sul naso aveva tesa così, che gli spigoli della costola mostravano gli angoli taglienti; le narici attenuate e cosparse di quella tale forfora che sembra mazzamurro di ossa tritate; la pelle colore di cera vieta e madida di sudore; sul sommo delle guancie una striscia vermiglia quasi raggio estremo del sole che, posato sopra le alture, chiami le campane al lamento dell'avemaria. Come mai in cotesto stato potesse vivere, non si capiva: l'amore di patria lo teneva attaccato alla vita, ed era appunto miracolo, e non il solo, dello amore di patria: questo, e non altro, con tale una tenacità da sbalordire il fisiologo, contrastava in lui la morte, e da un anno a questa parte egli le respingeva in gola ogni giorno il fiato che costei già soffiava per ispegnerlo: così la foglia a mezza verno dura, mutata di colore, a tremare al vento, in virtù di una delle mille fibre che un dì la tennero appesa sull'arbore, nè ella vuole morire se prima non abbia veduto spuntare sul ramo la gioconda sua erede.
Questo miracolo di ostinato volere teneva nella destra un fascio di carte e nella manca un temperino. Nello scorrere i fogli talora abbandonava il capo sopra la spalla così spasimato, che se la morte fosse giunta in quel momento, sarebbe ita oltre senza toccarlo dicendo: «Questo è lavoro fatto;» tale altra poi le pupille di sotto ai vetri verdi mandavano fuoco, le labbra parole indistinte fremevano, ed egli feriva della punta del temperino i fogli con la ferocia con la quale il Côrso si butta a corpo perduto sopra l'odiato nemico.
Il signor Giacomo, pazientissimo uomo se altri mai ne visse al mondo, e se ne vantava, attendeva in piedi che il signor Santi si fosse accorto di lui; intanto, dondolando la scatola fra le dita, squadrava l'uomo e ne avvertiva i cenni; all'ultimo, ciò che aveva presagito accadde: al vecchio Côrso venne fatto notarlo, ond'ei si rimescolava e con voce scorrucciata proruppe:
— Come voi qui? che volete? qual siete? come vi chiamiate? andate via... e subito. — E con la punta del temperino gli mostrava la porta.
Ed il Boswell, senza moversi nè anco per ombra, pacato, di rimando:
— Caro signore, salva la grazia vostra, io non veggo nelle vostre parole quella sana logica che ogni gentiluomo deve recarsi a pregio di professare: quietatevi, e con la quiete verremo a capo di tutto.
— Ma qual siete? vi dico, qual siete?
— Voi lo vedete: molto vi preme di sapere chi sia; ora ditemi, che Dio vi benedica, come giungereste a saperlo se cominciassi ad andarmene? Dunque principierò dal restarmi e dal mettermi a sedere.
Il signor Giacomo nel compire questo moto si accorse essersi ingannato e di molto nel supporsi solo in compagnia del signor Santi, però ch'ei si vedesse il cane dietro a un pelo dai garretti con la batteria dei denti scoperta, e dopo il cane l'uomo castagno con la destra dentro una tasca di giubbone, dove era più che probabile che non ci avesse il rosario, o almeno non ce lo avesse solo. Però a liberarlo da coteste due minaccie bastò un cenno della punta del temperino del signor Santi (pare che al signor Santi il temperino fosse come il bastone ai marescialli), e le due creature, l'uomo dico e il cane, nel modo che senza rumore erano entrate, senza rumore se ne andarono.
— Molto bene! — disse il signor Boswell quando le vide fuori dell'uscio. Poi rivolto al Côrso, soggiunse:
— Ora sappiate che mi chiamo Giacomo Boswell e vengo d'Inghilterra e voglio andare in Corsica.
— Andateci. E come c'entro io co' vostri viaggi? In Corsica! Oh! che ci andate a fare?
— Dirò: molte cose ho sentito contare di voi altri Côrsi.
— Sì, eh?
— Sì, e ne ho anche lette e non poche.
— E che avete sentito dire dei Côrsi? che cosa ne avete letto? Poveri, ma onorati, per la Immacolata! e sopra tutto liberi.
— Io ho inteso dire ed ho letto, la Corsica essere una macchia di uomini salvatichi, dentro la quale l'uno cerca l'altro per ammazzarsi.
— Lo avete inteso?
— Già: ancora, che siete barbari così che, paragonandovi con gli orsi, ingiurieremmo questi animali dabbene.
— Lo avete inteso?
— Ed in fede della incomportabile barbarie vostra adducevano che i vostri montanari non portano parrucca e non si danno la cipria.
— Ed anche questo avete inteso voi?
— Questo non intesi, bensì lessi nel libro di monsieur Jaussin sopra la Corsica.
Il signor Santi fece spallucce e senza ira soggiunse:
— I Francesi fanno numero, ma non fanno gente; la lode di costoro mi avrebbe oltraggiato, ma l'oltraggio non mi affligge.
— Però ne ho sentito contare delle peggio da altri che pure non sono francesi.
— Peggio?
— Peggio: perchè vi predicavano bugiardi, infingardi, cupidi dello altrui, avari del proprio, vendicativi, ingannatori e traditori....
— Traditori? Per Dio santo! anco traditori?
— Anche traditori; insomma tali, che i Romani, i quali di uomini se ne intendevano, non giudicandovi buoni nè anco per ischiavi, vi buttavano via come cani tignosi.
— Qual è lo sconsagrato che ha detto questo, perch'io gli passi il cuore? — urlò il vecchio levandosi a mezzo sul seggiolone e scompigliando i guanciali, di cui due cascarono in terra. Il signor Giacomo li raccolse, e, intanto che a bello agio li riassettava, proseguiva con la solita flemma:
— E che bisognava condursi proprio in Corsica per toccare con mano che chi disse sette i peccati mortali, disse uno sproposito, perchè il diavolo in Corsica ne aveva annoverato fino a settantamila e non si era anco rimasto dal contare.
— E voi ci avete creduto?
— Io? vado a vedere.
— Ma io vi domando se voi ci credete?
— No, non ci credo: anzi credo il contrario, perchè ho fatto a dire: la libertà non è fungo che nasce dal fracido; ella deriva come sequela da premessa di virtù e completa il sillogismo della dignità umana. I Romani vi odiarono e vi portarono per bocca perchè nello stritolarvi si scorticarono le mani; i corpi vostri essi vinsero, non le anime, le quali, durando a loro marcia voglia, inconcusse nello aborrimento di qualunque tirannide, eglino screditarono per selvatiche. La gente odierna corrompere ed essere corrotta appella civiltà; prosuntuosa quanto vile, non le basta chiamare la pazienza imbelle accortezza, la paura sagacia, temperanza l'astio misero di ambiziosa impotenza, bensì provocando scredita ogni generoso irrompere alle armi, come febbre di mente feroce o partito da matto, il quale metta il fuoco a san Pietro di Roma per cuocersi una coppia d'uova;
— È vangelo! — esclamò il Côrso; e prese un mazzolino di mughetti che gli stava accanto sul banco e, sollevati gli occhi alla immagine della Immacolata, riprese:
— Era per lei, ma adesso lo profferisco a voi, e la nostra Avvocata non se ne arrecherà di certo.
— Per lei fu côlto e a lei sta bene, — rispose il Boswell alzandosi e facendo quello che forse aveva dimenticato il signor Giacomini, cioè porre il mazzetto dentro un bicchiere davanti la immagine. Nel riassettarsi però vide il Côrso il quale, rannuvolato da capo, sfondava col temperino i fogli che teneva sul banco. Successe un silenzio lungo, per ultimo interrotto da un sospiro del Giacomini, cui tenne dietro la dolorosa esclamazione od interrogazione:
— Ma ahimè! voi siete inglese...
— Sì certo, la Dio grazia: avreste per avventura in uggia gli Inglesi, signor Giacomini?
— Eh? gl'Inglesi no, l'Inghilterra sì. A me gl'Inglesi paiono tante partite di un conto corrente, scritte dagli angioli, l'Inghilterra poi la somma tirata dal diavolo in persona.
— Oh!
— Io non posso pensare alla Inghilterra senza che mi si affacci alla mente il mio Monterotondo: più che si salisce, più è freddo; in cima ghiaccio perpetuo. Gli uomini vostri, finchè privati, sentono e palpitano; fatti ministri, eccoli bilancia e iarda: allora il popolo più meritorio per essi è quello che logora maggior copia di balle di bambagino, l'ottimo dei governi quello che franca dai dazi le manifatture inglesi e grava le altrui.
— Egli è un dannato governo.
— Vedete? ne andate d'accordo ancor voi. Il primo dovere di un popolo libero non istà nel sovvenire gli altri popoli a liberarsi dalla schiavitù?
— No, signore. Il primo dovere dei popoli e di chi li governa consiste nel procacciarsi la maggiore somma possibile dei beni.
— Come, come?
— Senza dubbio. Prima che i popoli diventino Cristo, il quale si fece crocifiggere per la salute dei genere umano, tempo ci vorrà; ed anco Cristo fu solo.
— Dunque perchè mormorate contra al vostro governo?
— Io gli do torto perchè i governi, promovendo gli interessi proprii, devono avere occhio agli altrui: altrimenti ogni cagione di alleanza durevole casca. Ora l'Inghilterra, proteggendo la Corsica a conservare la sua libertà, metterebbe un altro piede nel mediterraneo; sostenendo voi altri nella vostra indipendenza, si assicurerebbe la vostra amicizia. L'ingegno degli uomini di stato, mio caro signore, non mette allo sbaraglio le cose proprie per avvantaggiare le altrui, bensì s'industria di toccare la cima della prosperità per via del bene degli altri; imperciocchè, voi lo vedete chiaro, nel primo caso rovinano ambedue, nel secondo fioriscono entrambi.
— Sia: anzi per lo appunto la va così; ed è per questo che l'Inghilterra nel giudizio dei popoli deve accomodarsi fin d'ora di andarsene allo inferno senza salvazione, mentre la Francia può sempre confidare nel limbo o alla più trista nel purgatorio. Di fatti nel giorno del giudizio l'Inghilterra che cosa vorrà mettere sul guscio della bilancia per equilibrare l'ira di Dio? Forse la leggerezza della Francia? Ma no, perchè ella medita sempre col dito teso verso la fronte. Forse l'orgoglio della Francia? Ma no, chè il giusto sentimento del volere e del potere non fa orgoglio. Forse la iattanza della Francia? Neppure. L'Inghilterra si astiene dalla stima e dal disprezzo anticipato, aspetta, giudica e onora quanto trova degno di onore. L'Inghilterra pertanto proverà più pesante la mano di Dio per la ragione, che al tristo savio sarà chiesto conto più rigoroso che al tristo folle.
— Badate, caro signore: la vita dei popoli non si compone mica di anni e nè anche di secoli: onde, vedete, l'Inghilterra ha un bel tempo dinanzi a sè per pentirsi.
— Sì, e intanto gli uomini si disperdono dentro i sepolcri.
— Ma non i popoli, non la libertà.
— Parole stantìe, senapismi ai piedi di tutte le agonie della libertà che passano! Vallo a predicare ai porri che, ammazzati i cani, saranno le pecore custodite meglio; intanto i lupi allestiscono le maschere per il carnovale. Parole scellerate, parole traditore, come le altre che s'ingegnano insinuare, i cittadini essere cosa diversa dalla città, i paesani dal paese, i governanti dal governo! No, per Dio santo! e' formano tutti una cosa; e se il governo è tristo, fa conto ch'ei sia il gavocciolo, e i governanti gli umori pestiferi che lo creano.
— Mio caro signore, bisogna avere avvertenza a questo, che i governi, quantunque potentissimi, non possono mica sempre tagliare la veste dalla pezza. I mali vengono a capitomboli e se ne vanno con le grucce, e chi sta su la fossa piagne il morto. Assicuratevi, signore, che nelle faccende pubbliche se, invece di tirare a modo e a verso, taluno si avviasse dare uno strettone, correrebbe rischio di trovarsi con la corda strappata in mano e le gambe per aria.
— Che strettoni farneticate voi, che strappi? Ora l'Inghilterra ci ha promesso Roma e toma, e, dopo avere aizzata la Corsica a ricuperare la libertà, la lascia in asso: tale altra viene, vede, butta bombe e granate, piglia Bastia, San Fiorenzo, e pare la voglia sgarare con la Francia finchè le rimanga pezzo in mano; di un tratto caglia, lascia lì sacco e radicchio; ha fatto pace soddisfatta lei, contenti tutti, e a chi si muove guai! Allora proibisce che qualche anima buona ci soccorra, ci condanna a morire come cani arrabbiati: di angioli diventammo demonii; a bandirci uomini dabbene non ci trova più conto, le torna meglio adesso di chiamarci ribaldi. «Accomodatevi,» ella urla nel nuovo furore di pace, «accomodatevi come potete.» «Ahimè!» noi rispondiamo «a noi è dato accommodarci tranne nelle fosse del campo santo.» «Bene,» replica l'Inghilterra forbendosi le labbra, «anche costà si trova pace.»
— E rispondendo alla terza domanda — disse il Boswell.
— Quale domanda?
— Di che vada a fare in Corsica. Siccome mi hanno confidato che voi siete in procinto di spedirvi un bastimento...
— Chi ve lo ha detto? non è vero nulla. Corrono degli anni più di dieci che io non commercio più con la Corsica: tutte bugie, tutte bugie.
— Signor Giacomini, vi saluto, e siatemi cortese, prego, del vostro perdono se vi ho arrecato disturbo.
In così dire il Boswell si alzava tendendo la mano al Côrso iroso in atto di commiato amichevole. L'altro, a cui pareva avere detto troppo e già se lo rimproverava, sbalordito da tanta mansuetudine, riprese:
— Non ve lo avreste a caso avuto per male? Credete, io l'ho fatto per isfogarmi, non già con intenzione di offendervi.
— Perchè mi avreste offeso? Primamente voi avete nella massima parte ragione; in seguito, se togliessimo agli infelici il lamento, che cosa altro rimarrebbe a loro?
— Ma via, qui in confidenza ditemi un po': che cosa ci andate a fare in Corsica?
— E voi in confidenza ditemi: ci spedite o non ci spedite il bastimento?
— Io non ci spedisco nulla.
— E allora a che pro la vostra curiosità per me ed anche per voi?
— Perchè, essendo io Côrso, potrei vedere.... voi mi capite... m'ingegnerei agevolarvi la faccenda.
— Ma voi ci mandate la mezza galera sì o no?
— Che diavolo farneticate di mezza galera? Io non ci mando nulla.
— Ed io non vi voglio dire dei fatti miei nulla.
— Signor Inglese, voi siete un testardo.
— Signor Côrso, io stavo appunto pensando lo stesso di voi. Di una sola cosa mi rincresce, ed è che il generale Paoli riceverà più tardi certe lettere importanti ch'io aveva tolto il carico di portargli.
— Voi avete lettere pel generale?
— Sicuro.
— E chi è che manda coteste lettere?
— Ma! ce ne ha di sua grazia lord Pembroke, del reverendissimo vescovo Harley, del cappellano Burnaby, del signor Giangiacomo Rousseau cittadino di Ginevra.
— Sì, signore, io spedisco la mezza galera in Corsica; e quando vi ci vogliate imbarcare, consideratela come cosa vostra.
— Bene! — rispose il Boswell facendosi girare la scatola fra le dita; — ma perchè vi siete ostinato fino...? — Ed esitava a finire.
— Fino alla bugiarderia? — domandò il Giacomini, ed abbrancati con infinita passione i fogli deposti sul banco, disse: — Potete ripromettervi che il vostro sangue inglese, il vostro sangue di uomo libero, spingendosi contro il vostro cuore, non lo romperà d'ira e di vergogna? Lo potete? Udite allora. Sua Maestà il re di Francia, l'amatissimo Luigi XV, si degna avvisarci come egli ci abbia comprato, e la repubblica di Genova venduto. Capite bene: noi, anime cristiane, redente del sangue di Gesù Cristo, comprate e vendute! Poi ci promette che si compiacerà governare la nostra isola con vantaggio di coloro i quali si sottometteranno ai suoi diritti sovrani, la preserverà dai tumulti che da tanti anni l'agitano, e spera non trovarsi ridotto dalla necessità a trattarvi come sudditi ribelli, mostrandosi i Côrsi solleciti di evitare i torbidi che distruggerebbero un popolo accolto con tanta benevolenza dal re nel novero de' suoi sudditi.[2] Che ve ne pare? Non è egli magnanimo, liberale, generoso questo prediletto Luigi XV?
— Così ho letto nell'Addison che sant'Antonio predicava ai pesci esultassero perchè il Salvatore gli aveva eletti per sua particolare pietanza.[3] In verità le sono cose da ridere coteste.
— Certo sì, farebbero ridere, se la fortuna matta non avesse ricucito insieme ventisei milioni di cotesti matti; ma ohimè! ventisei milioni di matti fanno piangere sempre i savii. Adesso mo' sentite quest'altro: Monsieur Claudio Francesco marchese di Chauvelin, gran croce dell'ordine reale e militare di san Luigi, maestro della guardaroba del re, governatore dei castelli e della città di Uguina, tenente generale degli eserciti del re, comandante in capo delle milizie di Sua Maestà Cristianissima in Corsica, ordina e comanda che tutti i naviganti côrsi prendano bandiera francese sotto pena di essere trattati come pirati e furfanti, e qualunque bastimento fosse trovato sprovveduto delle patenti regie si confischi senza altro. Ora come signore discreto, andrete capace come io non mi tenessi obbligato di confidare al primo venuto che io sto in procinto di spedire un legno in Corsica; per ultimo molto più che, innanzi d'inalberarci quella cosa sciapita della bandiera bianca, io torrei a farlo passare per occhio. Dopo quanto vi ho esposto, io dubito che vi sia uscita la voglia di andare in Corsica.
— All'opposto, mi è cresciuta due volte. Io andrò senz'altro.
— Ma allora abbiate fiducia in me, come io l'ho avuta in voi. Ditemi se per avventura vi manda il governo di S. M. Britannica. Ha egli conosciuto finalmente il solenne sproposito commesso nello abbandonarci? Su via, purchè si faccia presto, ci è sempre tempo a ripararlo. Parlate... parlate, chè questa notizia mi riavrebbe da morte a vita. — E il vecchio moribondo agitavasi con la persona troppo più che non facesse il Boswell, giovane e gagliardo.
— Nessuno mi manda, io vengo da me; però molti amici si appassionano meco per la libertà della Corsica e la sovverranno, mossi dai miei conforti, per quanto valgono le loro facoltà. Ancora, noi non siamo bastanti a costringere la corona, a mutare governo, ovvero a imporle modo di politica esterna diverso da quello praticato fin qui, tuttavolta siamo forti quanto bisogna per moverle potente opposizione e persuaderla per lo suo meglio a mutare. Questa è la verità.
— Ebbene andate, nel nome santo di Dio! andate, e vi prenda pietà delle piaghe di un popolo doloroso. Io vi raccomando con tutta l'anima mia la patria, la libertà e il generale Paoli. Se io possedessi un regno, gliel'offrirei; e se giovasse, io gli darei anco l'anima, perchè so che la spenderebbe in benefizio della libertà. Altobello, Giocante e voi capitano, tenete questo uomo dabbene come uno dei nostri, anzi più dei nostri; perchè in noi amare la patria e nei bisogni sovvenirla è di natura, in lui lezione e larghezza di cuore.
A sentire rammentare cotesti nomi, il signor Boswell, voltato il capo, vide dietro a sè tre uomini giovani, robusti a meraviglia e belli, i quali tutti gli porsero le mani ch'egli strinse con affezione. Uno di loro, che alla faccia riarsa dal sole si palesava per uomo di mare, gli disse:
— Signore, i Francesi costumano tenere le spie a Livorno e non poche: veramente ventisei milioni di guerrieri, che pigliano a sgararla con duecento e pochi più mila montanari, dovrebbero vergognarsi di ricorrere a questi ripieghi; ma ciò spetta a loro, a noi preservarcene. Stanotte o piuttosto nella notte di domani tra le dieci e le undici manderò pei vostri bauli all'albergo che vi compiacerete indicarmi.
— Al consolato inglese.
— Inoltre, cominciando da domani sera, procurerete trovarvi poco prima della calata del sole sopra la via del Molo, e precisamente colà dove sopra un muro di cortina osserverete dipinta a olio una grandissima àncora bianca: quanto al resto non vi pigliate travaglio di nulla, io penso a tutto.
— Bene, così farò, — disse il signor Boswell; poi tacque un pezzo, chè stava fra due, e la perplessità lo rendeva impacciato: da un canto pensava andarsene senza altre parole, ma poi non profferire il nolo di passaggio gli sembrava cosa da lesina; per ultimo temeva che l'offerta non adontasse cotesta gente superba. Stretto dal nodo, ricorse ad un partito medio: introdusse l'indice e il pollice della destra nella tasca del farsetto, intanto che con gli occhi sbirciava i volti, parato, secondo che scopriva la marina, a compire l'atto cavando la borsa ovvero la scatola, la scatola, urna per lui di tutte le buone ispirazioni, alla rovescia di quella di Pandora, piena zeppa di mali; la borsa, àncora di ogni tempesta, caduceo di amicizia, scudo superiore a quello di Astolfo contro qualunque pericolo. Di ciò accortosi il signor Giacomini, per levarlo di pena, gli disse:
— Ho capito: non vi garba avere obbligo con noi altri povera gente; voi volete pagare il vostro nolo... gli è vero?
— Veramente io credeva disdicevole...
— Chi disse inglese, disse superbo...
— Veramente io voleva...
— No, signore, voi non dovevate credere e non dovevate volere: anch'io, sapete, sono superbo, e tutti noi Côrsi siamo: non perduti affatto quei popoli ai quali nella miseria loro avanza la superbia! Se per virtù propria la non si può tenere, abbila per un barbacane che impedisce l'anima dal rovinare nel pantano dell'abiezione. Se Lucifero, oltre questo, non possedeva altro peccato, era più facile diventasse papa che diavolo. Orsù volete pagare, pagate. Ecco qua, questi sono dispacci: il più piccolo consegnerete o farete consegnare al signor Francesco Maria Niccolaio Giacomini, mio nipote a Centuri; quest'altro più grande importa che lo ricapitiate irremissibilmente nelle mani del Generale a corte o a Rostino nella casa paterna della Stretta, ovvero in Pastoreccia nella casa materna; insomma dove si troverà. Io contava mandarci un mio fidato a posta, e, stillando il quattrino, le sue cento lire mi andavano via: ora il passaggio ne costa quaranta; dunque vi rivengono sessanta lire.
E alzata la tavola del banco, pigliava da una ciotola nove scudi e, contatili, diceva: — Eccovi il resto, ed avrò fatto un buon affare.
— Oh! — esclamava il Boswell, e, presa la scatola, offeriva sporgendola, una presa di tabacco per via di preliminare di pace; indi soggiungeva: — Bando dunque al dare e allo avere. Potrò io procurarmi la contentezza di vedervi un'altra volta?
— Voi ed io stiamo per partire: voi per la Corsica, io per la eternità. Perchè farei l'ora della separazione grave di un sospiro da vantaggio? Noi non ci abbiamo a rivedere più.
— Nel mondo forse, ma là, — riprese il Boswell alzando il dito — ma là porto ferma fiducia che noi ci rivedremo: perchè voi, in grazia dello infinito amore che professate alla patria, vi siete guadagnato di certo la salute eterna; rispetto a me, mi sono ingegnato e m'ingegnerò a non demeritarla.
— Così piaccia al Signore!
CAPITOLO III. La partenza
Nella notte di quel medesimo giorno, mentre il signor Boswell stava leggendo la Bibbia, udì pianamente aprire l'uscio della sua camera e vide entrare l'uomo dal colore castagno col suo cane rossigno dietro le gambe: costui si piantò in mezzo della stanza senza far motto. Il Boswell, che aveva ammannito la valigia, gliela indicò; e quegli, recatasela su le spalle, si volse per partire non profferendo parola o accennando a saluto. Riavuto dallo stupore, il Boswell, toltosi prestamente uno scudo di tasca, corse dietro al Côrso, gli mise la mano sul braccio manco e glielo offrì. A cotesto atto gli occhi del Côrso balenarono come stiletto cavato dal fodero; sollevò con impeto la spalla quasi volesse buttare la valigia addosso al signor Giacomo: subito dopo un nuovo pensiero parve sopraggiunto a temperare l'acerbezza del primo, imperciocchè ripigliasse il cammino senza interrompere la sua taciturnità.
Ci vorrà giudizio per governarmi con questa razza di gente, pensò Boswell, e si pose da capo a leggere la Bibbia, allorchè, quando se lo aspettava meno, si vide riapparire l'uomo colore castagno dinanzi e con voce strozzata dirgli:
— Avvertite, signore Inglese, ch'io non sono un camallo;[4] con Santi Giacomini siamo cugini in terza. Ho voluto assicurarvi del mio perdono, perchè ho pensato che, come forestiero, non vi corre punto l'obbligo di conoscere le nostre usanze.
E voltate le spalle uscì fuori.
— Bene! — esclamò il signor Giacomo — tutto bene! Come, tutto bene? Certamente questo detestabile odore di erba côrsa che sempre mastica costui, non è bene.
Ed aperse le finestre per mutare aria alle camere. Ciò fatto, si assettò allo scrittoio, ne trasse una carta, dentro la quale c'involse con molta diligenza lo scudo e ci scrisse sopra: «Oggi 27 aprile... sono stato perdonato da un Côrso per avergli voluto donare questo scudo;» e sotto: «et olim meminisse iuvabit;» poi lo ripose dentro una tasca insieme con altri ricordi dei casi più notabili della sua vita, arnesi strumentali della sua filosofia.
Dopo tre giorni, mentr'egli verso le ore ventitrè s'incammina adagio adagio, secondo il solito, per la via grande verso la porta Colonnella, o piuttosto Coronella, come pare che si abbia più veramente a dire,[5] occorre in gente affollata davanti alla porta del banco del signor Giacomini. Allora egli prese ad affrettare il passo senza che paresse fatto suo, sicchè presto venne su la faccia del luogo. Di vero vi si trovava stipata una folla di preti, di frati, e croci, e lampioni, e gente incappata col cappuccio su gli occhi, insomma tutti gli attrezzi messi in opera nei riti cattolici quando portano via il morto di cui l'erede può pagare le spese. Il cugino in terza, col suo invariabile vestito di colore castagno e il cane appresso, teneva su le braccia da un lato un grosso fascio di torce pei preti, dall'altro uno dei moccoli per la compagnia: intorno al cugino bisticciavansi e preti e frati a cagione delle torce; i francescani contendevano le grosse di libbra ai domenicani, ma i francescani, che superavano in numero e, più che nel numero, in isfrontatezza, la sgararono: poi il curato di sant'Antonio pretendeva la candela più grossa perchè il morto era fratello della confraternita; ma gli contrastava quello di san Sebastiano per essere stato il parrocchiano anima della sua cura. Intanto i ragazzi, approfittandosi dello impaccio del cugino, tiravano giù dal fondo del fascio i moccoli, e presili, scappavano: chi rideva, chi brontolava, il cane ringhiava. Intanto i preti e i frati, con quella decenza che ha fatto dire la sfacciataggine nata in sagrestia e allattata in convento, continuavano a litigare. Per ultimo il cugino usci da' gangheri e proruppe:
— Giuro alla Immacolata che, se non vi chetate, vi rompo le torce sopra la cherica!
Il vetturino seduto alla peggio su le stanghe del calesse, ricevendo uno sbuffo di acqua piovana, toccava il cavallo perchè accelerasse il passo. (pag. 5)
Allora quietaronsi, ed anco a indurli al silenzio valse uno stropiccìo di piedi di gente che cammini aggruppata a disagio, la quale moveva giù dalle scale. Per siffatto rumore parecchie esclamazioni escono dal capannello della gente affollata che dicono: «Eccolo! eccolo!...» Di vero, indi a breve comparisce una cassa portata giù da quattro uomini incappati, che la reggono mercè maniglie di fune infilate dentro ai fori laterali. E poichè la cassa manca di coperchio, che porta dietro un quinto incappato, è concesso contemplare così di volo la effigie del morto. Ecco la folla accalcarcisi intorno per appagare la spietata curiosità; le donne, come suole, più smaniose degli altri, si avventano co' bambini in collo non badando che in mezzo a quel trambusto le loro creature potevano rimanere storpie, forse anche infrante. Il signor Boswell, sentendosi a posta sua limare dalla curiosità, si mette in punta di piedi, ma non venne a capo di nulla; perocchè, appena egli ebbe scorte due mani composte in croce e legate di un nastro nero, ecco precipitare giù il coperchio, che sottrae il cadavere agli sguardi disonesti, e subito dopo si sente il picchio del martello che presto presto lo conficca, e si vede spiegarvisi sopra il tappeto e metterci il guanciale di velluto nero a frange, nappe e ricami di oro, un Cristo d'argento in mezzo, e intorno al Cristo una ghirlanda di fiori in simbolo che il signor Giacomini era morto in istato di presunta verginità. Ciò fatto, ecco difilare la mandra dei preti e dei frati belando e mugghiando. Al cane rossigno sembrando che tra tante voci poco umane potesse starci anche la sua, prese a guaire, ma, tocca una pedata delle solenni, si tacque; e sì che tra tante finte e pagate la sua era lamentazione sincera e gratuita, ma non gli valse: giustizia umana!
Un incappato, passando vicino al signor Boswell attonito da cotesto spettacolo tra sozzo e grottesco, gli susurrò dentro all'orecchio:
— Presto al Molo!
Il signor Giacomo, ripresa la flemma consueta, continuò il suo cammino, ormai chiarito che il morto non potesse essere altri fuori dell'uomo, col quale aveva alternato ieri ragionamenti d'ira, di grandezza e di speranza: e con molta amaritudine andava considerando il mistero che pare condanni un'anima, potente d'impeto e copiosa di concetti, alla catena di un corpo cascante a pezzi, arpa con corde rotte in mano ad un angiolo. Nè questo è il peggio, chè lo inferno vero prova quaggiù la creatura compita, l'anima sana nel corpo sano, balestrata in mezzo alla turpitudine di una gente prava che non conosce vergogna, o, se la conosce, s'industria a lavorarla in foglie di alloro per inghirlandarsene il capo; gente che giace traverso al tempo come le macerie di Palmira pel deserto, ingombro alla via e testimonianza di una vita che non può essere revocata mai più. Guai ai venuti tardi! Almeno Arnaldo e l'Huss e Girolamo da Praga dal sommo dei roghi consideravano le loro ceneri seme fecondo della nuova dottrina, e prendevano conforto dell'essere venuti troppo presto; ma guai, ripeto, a coloro che vennero troppo tardi!
Mentre così il Boswell si sprofonda di pensiero in pensiero, si sente cingere a mezza vita, sollevare in aria, e prima che possa riaversi dalla maraviglia, si vede trasportato sopra la coperta di un legno in procinto di salpare dal porto.
La mezza galera del capitano Angiolo Franceschi, liberata dagli ormeggi di prua e dalla mano di ferro che la teneva ferma nel fondo del mare, abbassò il rostro svelta e graziosa, come l'uccello che, aperte le ali, vola, si mise a vele spante a sfiorare lieve lieve il piano delle acque. Non fregio, non cintura dipinta di bianco o di vermiglio sotto le paratìe, la rendevano cospicua, bensì appariva di un colore tutta, e questo era nero; ma per gramaglia non iscema bellezza, all'opposto innamora così che la gente prega Dio non la faccia mai lieta. Insomma la mezza galera di capitano Angiolo, comecchè vestita a bruno, portava il vanto su quante navi stavano in quel momento ancorate nel porto di Livorno.
Il signor Giacomo, fermo accanto alla ruota del timone, guarda scomparirgli davanti gli occhi l'anfiteatro dei monti che dal mare si distende fin su l'alpe di S. Pellegrino e il Marzocco, torre marmorea testimone della magnificenza della repubblica fiorentina, e i colli di Montenero. Gli balenò per un momento alla vista la villa del Paradiso a mezza costa sopra l'Antignano, dove il povero Smollet cessò alle muse e alla vita; e tempestando sempre la mezza galera a golfo lanciato appariscono e spariscono, quasi fantasime per la bruna della sera, la torre del Romito, Castelnuovo, Rosignano con gli altri castelli montanini della Maremma. Maravigliando della stupenda celerità e tuttavia sentendosi disposto a meste considerazioni, il signor Boswell disse: — Ecco, l'uomo è cosa che passa sopra cosa che passa, — forse raffigurando le generazioni umane in un uomo solo, e il mondo nave sopra la quale egli si fosse imbarcato per arrivare, traverso il fiume del tempo, al mare magno della eternità. Ci hanno di parecchi tra noi a cui immagini siffatte fastidiscono, ma ci vuole pazienza. Ogni popolo possiede un garbo proprio per concepire e per dichiarare il concetto: gl'Inglesi serbano il loro e ci tengono; essi non baratterebbero il Byron coll'abate Frugoni, nè Shakspeare coll'abate Pietro Metastasio, nè anche dando l'abate Bettinelli per giunta: avranno torto, ma la intendono così.
Quasi dall'alto scendesse una ispirazione a conforto del signor Boswell, gli venne fatto di voltare gli occhi in su e vedere la bandiera côrsa con la immacolata Concezione, e, sopra le stelle che le incoronavano il capo, le lettere che dicevano: Libertà. La bandiera, quasi avesse senso di alterezza, si avviluppava, distendevasi scoppiettando; nè meno sembrava esultante la brezza vespertina di drappellarla insaziabilmente pel cielo ausonio. Di vero, o signori, in quale altra parte di mondo il santo vessillo della libertà sarebbe meglio venuto di qui? Qui, dove libero è tutto l'acqua, il vento e il cielo non sanno che sia tirannide di uomo: per poco ch'eglino si commovano, lo ricacciano cadavere su i lembi della terra: colà pianga o faccia piangere, ma mora e infracidi.
Il signor Giacomo, levata la destra in atto di auspicare alla bandiera, esclamò:
— Dio ti salvi!
— E la salverà; e quando nel suo giudizio fosse sortita a cascare, le bandiere cascate nel sangue risorgono.
Il signor Boswell, voltatosi per guardare da cui coteste parole movessero, conobbe uno dei giovani, ai quali lo aveva raccomandato il signor Giacomini.
— Dunque quel povero galantuomo è morto eh? — tosto gli dimandò; e l'altro:
— Poveri siamo noi che perdemmo un cuore senza pari nel mondo, quanto a morte non è così; gli uomini come lui vivono finchè le rupi della sua isola non subbissino in mare.
— Bene.... però....
Qui il signor Giacomo venne interrotto dalla vista di un frate, il quale sbucò fuori dal boccaporto, e dopo il primo un secondo e dietro un terzo, un quarto, un quinto da mettere i brividi addosso all'onesto inglese, filosofo in tutte le cinque parti del mondo, in casa sua anglicano riformato a tre peli. Per la quale cosa, facendo girare tra l'indice e il pollice la sua tabacchiera più veloce delle vele di un molino a vento, scorrucciato interrogava:
— E adesso come ci entrano cotesti frati? O che cosa vengono a fare costoro?
— Vengono a pregare Dio.
— E se ne aveano voglia non lo potevano pregare così giù come su? Oh sentiamo anco questa, via! Dio sente meglio di sopra che disotto coverta?
— Non è così, ma sotto la volta del cielo, al chiarore delle stelle che una dopo l'altra balenano pel firmamento, come se rispondessero a Dio che le chiama per nome, pare a noi di trovarci più vicini alle orecchie del Creatore.
— Bene: ma allora e perchè presumete imprigionare lo spirito eterno dentro le chiese? Io non vi capisco: avete forse una maniera di adorare Dio sopra il mare ed un'altra sopra la terra?
— Signore, piacciavi ricordare che gl'Italiani fabbricarono in Roma S. Pietro, gl'Inglesi hanno costruito a Londra S. Paolo; per tutti i figliuoli di Adamo si leva il sole e poi casca la notte.
— Bene: però voi dovete convenire meco che la preghiera parlata è cosa assurda; anzi pure oltraggio espresso alla divinità: imperocchè Dio veda i nostri pensieri prima che di embrione si facciano idea, ed oda il senso del cuore prima che diventi palpito. Levate gli occhi al cielo e basta. Dio vi penetra nel midollo delle ossa e vi giudica. Dio conosce i vostri bisogni, e, se crede che si abbiano a soddisfare, li soddisferà. Che ne sapete voi? Come potete comprendere gli arcani della natura? Forse domanderete mattoni, e vi farà mestieri calcina. Perchè tribolare con la favella, arnese manco, i concetti che riboccano infiniti dallo spirito dell'uomo? Lasciate spandere libere le acque della anima, costringete in canali quelle sole che irrigano gli orti vostri.
— Sentite! — l'altro rispose.
Ave, Maria, incominciarono a cantare i frati in suono grave; il quale però, temperato dall'ampiezza dello spazio e dallo strepito delle acque, percoteva dolcissimo: quando il Boswell se lo aspettava meno, ecco a cotesto canto accordarsi l'accompagnatura di uno strumento, che gli parve arpa, ed era cetra: fra tanti guai, dono dei Mori ai Côrsi, e non senza consiglio, imperciocchè Dio concedesse ai mortali arche supreme di salute in ogni diluvio di acque o di tirannide sopra la terra: musica e poesia.
Se lo squillo della campana, che piange il giorno che si muore, stringe l'anima al nuovo pellegrino, ora che cosa non potranno mai corde di cetera e voce di uomo? Le preci, trasportate da venti lontano su le acque, empiono lo spazio di echi infiniti, i quali da tutti i lati ripercossi ti pungono con tale un'acre voluttà, che ti rimescola, e pure non vorresti cessata; conciossiachè gli echi dall'alto pàianti messaggi celesti, che ti annunzino le tue preghiere avere trovato grazia al cospetto di Dio; i sottani, che i tuoi morti le hanno intese e ringrazianti; i circostanti, che i tuoi vivi in quella medesima ora pensano a te e prece con prece ricambiano.
— Tanto è, — esclamò, come suo malgrado, il Boswell dando un colpo maiuscolo sopra la tabacchiera — tanto è: tutte le strade menano a Corinto. — E aggiunse poi, levando lento gli occhi dal confine del mare al punto culminante del cielo: — Da tutti i lati, quando hai la fede per viatico, e l'amore ti accompagna, si arriva lassù.
Compite le preghiere, un frate passò vicino al Boswell e gli disse:
— Il Signore vi benedica.
Il Boswell non rispose, anzi in atto mezzo acerbo gli si voltò di costa quasi invitandolo a passare oltre. Il frate sostò un momento ed aggrottò le ciglia, ma subito dopo placido riprese:
— Signore, la benedizione di un povero vecchio non ha mai fatto male ad alcuno: pigliatela; il servo di Dio non ha altro da darvi.
Uno scrittore elegante del nostro idioma accozzò per gioco le parole amabile fierezza e terribile dolcezza; questo accoppiamento si verificava nel frate di capello bianco più che neve, e dai soppraccigli folti e neri quanto penna di corvo.[6]
CAPITOLO IV. Il Frate
— Codesto vostro frate mi ha sconbussolato il cervello, — disse il Boswell.
— Io credo che, se lo conosceste, voi gli vorreste bene.
— E chi è costui?
— Gli è un uomo uscito di galera.
— Oh!
— E appunto per questo voi lo ricevereste come padre.
— Ohibò!
— Vi contentate ch'io mi provi a farvelo riverire ed amare?
— Provate.
— Voi avete dunque a sapere come codesto frate si chiami padre Bernardino da Casacconi ed è francescano, d'ingegno certo minore all'Analdo, al Savonarola, al Campanella, al Sarpi e agli altri terribili frati usciti fuori dal seno d'Italia; però d'anima pari e, forse senza dubbio, superiore nella costanza operosa, impiegata in benefizio della patria. Voi lo riputereste giovane, e così veramente apparisce tanto per lo intelletto fresco, quanto per lo irrequieto agitarsi: però la massima parte degli uomini agli anni suoi raggiunsero i loro padri nel sepolcro, o si chiamano decrepiti. Mezzo secolo addietro egli si aggirava per le pievi dell'isola predicando pace, e stornati i ferri omicidi dal petto dei Côrsi, gli appuntava concordi in quelli dell'abborrito dominatore.
— Bene! Onesto frate in verità!
— All'ultimo cadde nelle mani del nemico, il quale lo trasse a vituperio in Bastia dove gli ordinò ritrattarsi: la quale cosa ricusando il degno frate di fare, ebbero cuore di esporlo alla gogna, e il boia accanto. Innanzi di sbigottirsi, sentite un po' che cosa mi va a pescare padre Bernardino. Aspetta che tutto il paese gli si affolli d'intorno, perchè (mi rincresce dovervelo dire, ma la riputazione del paese vuole che voi lo sappiate) Bastia di faccia alla rimanente Corsica rappresenta la piaga su le ginocchia di san Rocco...
— E san Rocco ch'è?
— Oh! non ve l'ho già detto? Egli era santo e per di più pellegrinava sempre.
— Ed aveva le piaghe alle gambe?
— Ed aveva piaghe alle gambe.
— Bene: ma allora doveva smettere di camminare, e fermarsi in casa a guarire. Sapete che avete di santi curiosi voi altri?
— Può darsi: ma quando saremo arrivati a casa, intendo in Corsica, io vi supplico ad astenervi da simili considerazioni; o se non potete astenervene, tenetevele in corpo.
— Così farò: adesso tiriamo innanzi col frate.
— Quando vide i Bastiesi gremiti intorno alla berlina, ecco il frate scotere arrabbiato il capo, e con voce di bombarda rimproverarli di viltà e disamore per la patria, ributtare loro in faccia la virtù dei padri, chiarirli che a cotesto modo tirando avanti, Dio non gli avrebbe voluti e il diavolo rifiutati: poi, dopo il diluvio, l'arco baleno di tanto dolci e mansuete parole che già co' singhiozzi e co' fremiti la gente cominciava a dare certissimi segni di vicina tempesta: onde e' fu mestieri levarlo di su la gogna, diventata cattedra di libertà, e ricondurlo in trionfo alla prigione, dalla quale lo avevano cavato fuora per buttarlo in balìa della infamia.
— Ed ora come si trovi qui?
— Volete che io glielo domandi?
— Dacchè parmi entrare nel paese degl'incanti, fate. Il giovane andò con presti passi alla volta del frate, che, fattasi notte buia, ormai si disponeva a rientrare sotto coperta, e, presagli la mano, disse:
— Padre Bernardino, prima di andarvene non mi permetterete ch'io vi baci la mano?
— Quale siete voi?
— Uno che da zittello ve la baciò delle volte più di mille.
— Figliuolo, non ti riconosco; e per la faccia, sebbene gli occhi non mi dicano più il vero, pazienza! chè fa buio; ma nè anco alla voce.
— Eppure giuoco il cuore contro una ghiaia, che voi non avete dimenticato Altobello di Alando.
— E tu non lo avresti mica perduto il tuo cuore, caro, caro figliuolo. Un bacio... to' un bacio... un altro ancora... o caro... caro!....
E con ambo le mani presogli il capo, pareva non si potesse saziare di baciargli i capelli. E tuttavia tenendolo stretto come tanaglia al pesce del braccio e coll'altra asciugandosi la fronte, imperciocchè padre Bernardino quando si sentiva intenerito non piagnesse; bensì sudasse, con la faticata baldanza côrsa interrogava:
— Sei venuto per batterti, n'è vero? Hai sentito la patria che chiamava Altobello, e tu subito: «Presente.» E babbito[7] dove l'hai tu lasciato? E il barba perchè non è teco?
— Ve lo dirò, padre, ma cominciamo da voi. Oh! che miracolo è questo di vedervi comparire qui?
— Miracolo? Io mi trovo naturalmente al mio posto, mi pare.
— Sì, senza dubbio, e anche io, come vedete, ci sono; ma vorrei sapere qual santo vi aiutò a uscire da prigione.
— Non mi ci hanno cavato i diavoli, ma davvero nè anco i santi. Ma i Francesi mi fecero il processo; e quei cosi neri che si chiamano giudici, avendomi trovato colpevole del misfatto di volere la patria franca da straniera dominazione, mi condannarono, senza troppo gingillare, a morte: e mi parve che facessero serio: ond'io mi era acconciato delle cose dell'anima e rimesso in Dio, quando, senza saperne la causa, ch'è, che non è, legato di catene le mani e i piedi, m'imbarcarono per Genova.
— Povero padre Bernardino!...
— Oh! Non ti dolga di me, figliuolo mio, bensì di quei santi, sacerdoti, di quei martiri frati, che il dannato generale francese di cui le opere inique chiarirono pur troppo che non a caso aveva sortito il nome di Magliaboia,[8] impiccò a centinaia agli alberi coi paramenti sacerdotali addosso. Ora a noi non rimane che a vendicarli, e quest'obbligo sacratissimo noi compiremo; non è vero, figliuolo mio, che li vendicheremo?
— Faremo quello che potremo. Ma da Genova come vi riuscì di salvarvi?
— Lasciami ripigliare fiato: che furia, santa fede! A Genova mi trovai chiuso con un certo santo padre, il quale da mattina a sera mi serpentava che, se mi fossi risoluto a rivelare l'ordine della congiura e i nomi dei congiurati, ben per me; perciò che oltre alla libertà avrei conseguito dalla serenissima repubblica grazie ed onori. Sta a vedere, dissi fra me, che per fare la spia ti consacrano vescovo! Che vuoi tu? La carne tira, la tentazione era grande, ed io mi lasciai svolgere....
— O padre Bernardino, che mi contate mai! — interruppe Altobello con sembianze disfatte.
E il frate rise soggiungendo: — Lasciami finire. Un bel giorno dunque mi lasciai svolgere e gli dissi: «Tu mi pari un uomo dabbene e molto zeloso dei miei vantaggi; orsù ti voglio contentare, io rivelerò la congiura e i congiurati.» «Non a me, costui rispose, bensì lo hai a fare al magnifico segretario del senato.» «O a te, o a lui, per me è tutta una, soggiunsi io, assettati come ti garba.» E il segretario venne più che di passo, si mise a sedere e, tratti fuori carta, calamaio e penne, levò la faccia in su e disse: «Voi potete incominciare.» Io allora, strascinando a stento le catene, mi condussi al cospetto del segretario e dopo averlo un cotal po' mirato in viso gli domandai: «Voi dunque non conoscete i congiurati côrsi davvero?» «Io sono venuto espresso per saperlo da voi.» «E la signoria desidera proprio di saperli tutti?» «Ma sì, ma sì» gridò il segretario stizzito. «Non v'inquietate; riponete i vostri scartabelli, chè in due parole mi spiccio: congiurati in Corsica io ne lasciai 220 mila (chè a tanto montava allora la popolazione); adesso levateci quelli che sono morti, aggiungetevi gli altri che sono nati, ed avrete il numero giusto dei congiurati; il capo della congiura sta in Genova.» «In Genova?» «Nè più nè meno, anzi nel palazzo ducale, ed è il doge in persona, il quale col mal governo ha condotto i Côrsi al partito di volere mettere allo sbaraglio la roba e la vita piuttosto che piegare il collo a voi altri.» — Da quel giorno in poi se mi scemassero il pane non si dice nè manco; mi lasciarono inciprignire le piaghe delle gambe cagionate dalle catene... insomma patii spasimi atrocissimi; non importa, chi ha paura non vada alla guerra. Voi, Signore, che leggevate nell'anima mia, sapete, se in quel punto il re Luigi di Francia fosse entrato in carcere e mi avesse detto: «Padre Bernardino, vuoi barattare le tue catene con la mia corona?» io gli avrei risposto: «Tirate di lungo, Maestà.» Con quel filo di voce che mi era rimasto io mi raccomandava così: «Vergine benedetta, se la mia dolcissima patria tanto provocò l'ira del tuo divino Figliuolo, che i patimenti sofferti da lei fino a tutt'oggi non bastino a placarlo, e a me pare che, se laggiù s'intende discrezione che sia, ce ne dovrebbe essere d'avanzo, allora pregalo per amore mio, che a te, misericordiosa, volli sempre tanto bene, a scassarli dal conto della Corsica ed impostarli a debito mio, ch'io mi protesto di pagare per tutti. Se vedi che ci sia verso di scampare dallo inferno, tu fammelo risparmiare; ma se, per salvare la patria, dovessi perdere l'anima, vada la salute eterna, purchè rimanga stritolato l'abborrito straniero.» Confesso che simile proposta non veniva da mente sana; ed anco fatta con sensi più convenevoli, grande presunzione sarebbe stata la mia esibirmi in iscambio della nobile patria. Così non venni accettato. Papa Clemente XII, cui non garbavano i frati tormentati, a meno che li tormentasse egli medesimo, mi chiese alla repubblica con un breve: e la repubblica, immaginando che il papa le risparmiasse la spesa della sepoltura, volle farsi l'onore del sole di luglio e mi consegnò. Uscito di prigione, con una scrollatina buttai giù apprensioni e malanni: pensa se voleva acquietarmi nel convento di Monticelli, dove il papa mi aveva rilegato. Mi calai dai muri e, mentre i Francesi e i Genovesi mi credevano terra da ceci, eccomi da capo in paese di Comune a predicare e a tirare archibugiate per la maggior gloria di Dio e per la salute della patria. Ora poi che Genova ci ha venduti, e Francia comprati, a dirtela schietta, figliuolo mio, mi pare essermisi sgravato il cuore di un grossissimo peso, perchè quel sentirmi minacciare la morte e chiedere la vita nella mia stessa favella mi faceva proprio cascare le braccia. Non più pietà, non ritegno: fratellacci i Genovesi ci erano, tuttavolta fratelli; adesso forestieri tutti. Per la quale cosa, persuaso che per questo quarto di ora i Côrsi maggiore merito si acquistino presso a Dio menando di mani che a recitare il breviario, mi sono aggirato pei conventi italiani a reclutare questi buoni religiosi côrsi, ai quali su le prime parve duretto, ma io li convinsi dicendo: «E' non ci ha dubbio; all'obbedienza del vostro padre guardiano sopra questa terra voi trasgredite, ma lo fate per osservare la voce del padre guardiano di tutti che sta nei cieli, ed io vi assicuro che l'angiolo custode non vorrà farsi scorgere a pigliarne l'appuntatura: ad ogni modo io rispondo per tutti.» Allora essi hanno detto: «Ecce ancilla Domini; faremo quello che potremo;» e si sono provvisti di carabine che valgono un Perù. Ecco che io ti ho contato la mia, ora contami la tua.
CAPITOLO V. Lo zio
— Babbo è morto...
— Oh povero uomo! E di che male? e dove?
— Di puntura a Venezia.
— Vedete di che male è andato a morire un galantuomo che poteva finirla con una brava archibugiata in Corsica e per la Corsica!.... E lo zio?
— Lucantonio è rimasto a Venezia.
— E perchè non venne teco?
— Ma se mi tagliate le parole dalla bocca, io non vi potrò dire niente, e voi non potrete intendere niente.
— È giusta; tira innanzi.
— Voi vi avete a figurare che le notizie del trattato di Compiègne e dell'altro di Versaglia, vergogna nuova su la faccia di Francia, se su cotesta faccia potesse capire vergogna, arrivarono a Venezia prima assai che in Corsica, e lo zio, leggendo le gazzette, mutava di colore in viso; poi brontolava: «Che importa a me di Corsica? Non me ne hanno cacciato fuori? Chi l'ha a mangiare la lavi.»
— Bò! Tentazionacce! Ma che, ci si pensa nemmeno quando si vuol bene davvero?,
— E presa la gazzetta se ne accendeva la pipa.
— Tutta superbia.
— Se non vi chetate, smetto.
— No, per lo amore di Dio!
— Alla domane, quando io stava per uscire di casa, dicevami: «Altobello! guarda un po' se ci ha notizie di Corsica; e se le raccapezzi, portamele subito, sai.» Certo di la posta di Ancona recò un piego maiuscolo, immaginate come un mattone; nella sopraccarta si leggeva: Al nobile uomo l'illustrissimo Lucantonio Alando, colonnello della guardia côrsa al servizio della serenissima repubblica di Venezia. Il sigillo, largo quanto uno scudo, rappresentava l'arme di Corsica riformata, vo' dire colla fascia intorno alla testa. Capii che si doveva trattare di cosa seria; però difilato al quartiere, dove di fondo alle scale cominciai a urlare: «Zio! zio!» «Che ci è egli di nuovo?» rispondeva il colonnello di sul letto dove lo teneva conficcato la più parte del giorno la sua malattia. «Pieghi di Corsica.» «A me?» «Proprio a voi.» «Fa presto.» «Più di quattro scalini per volta io non posso montare.» Arrivai in camera con un palmo di lingua fuori e dalla soglia gittai il plico allo zio: egli lo prese con ambedue le mani, se lo accostò devotamente al petto, poi si pose a considerare il sigillo e, levatosi in atto di riverenza il berretto di capo, lo baciò; voleva aprirlo, e non gli riusciva, tanto gli tremavano le dita. Allora disse: «Altobello, leggi un po' tu, chè io ho dimenticato dove abbia messo gli occhiali.» Buono zio! gli occhiali avevali davanti sul guanciale, ma le lacrime gli velavano la vista ed anco a me un certo batticuore mi teneva sospeso ad aprire il piego; tuttavolta lo apersi e lessi una lettera, ma vi so dire una lettera da schiantare l'anima, comunque si fosse di granito dell'Algaiola.
— Sì eh?
— In verità, padre Bernardino, ella mi fece tanta impressione, che la lessi e rilessi, la copiai più volte, finchè mi rimase stampata nella memoria. Incominciava col dare in succinto il ragguaglio della origine e dei successi della guerra, gli accomodi insidiosi, le concessioni fallaci, le frodi sfrontate, le turpi offerte e gli empî contratti: aggiungeva, come per consenso di teologhi solenni fosse stato dichiarato potersi impugnare legittimamente l'arme contro Genova; tanto più poterlo adesso contro la Francia, sfacciatissima ed immanissima compratrice di umano e libero sangue; gli ufficî buoni, le mediazioni dei potenti, le suppliche stesse essere riuscite invano; la tremenda vanità francese smaniare nella libidine di possedere la Corsica, perchè Inghilterra acquistò Gibilterra e Porto Maone, e correre voce voglia in un modo o in un altro recarsi nelle mani Orano in Africa e Buenos-Ayres nell'America; tutto concederci la Francia, tranne la libertà; tutto sopportare la Corsica, tranne la servitù; guerra a qualunque costo volersi, e guerra fosse, chè i Côrsi non contano i nemici, ma ricordano quello che Giulio Cesare scrisse dei loro antichi: seu vincendum belligerando, seu moriendum. «Nessun principe, proseguiva il mirabile scritto, ha compassione di noi; l'avrà Dio. Assicurati fino da principio di combattere questa guerra per sottrarre alla perdizione anima, sangue, onore, libertà e sostanze, ricorremmo e ricorriamo sempre a Dio con pubbliche penitenze, frequenza di sacramenti, esposizione del Venerabile ed altre siffatte cautele.» Toccati poi parecchi particolari di minore importanza, ripigliava con pietosissime parole: «Ora, o carissimi fratelli, invitiamo anche voi acciò veniate ad unirvi con noi nell'ultimo cimento della patria. La causa è comune, nè voi sapreste sopravvivere alla caduta nostra: venite pertanto ad esserci compagni, a mietere palme sopra i nemici vinti, o ad unire il vostro col nostro sangue, acciò ingrossandosi il torrente faccia più clamoroso lo spirito che risuoni al Dio delle misericordie, e l'accetti in sacrificio di martirio per le patrie leggi, e resti memoria onorata ai secoli futuri, che i buoni hanno voluto piuttosto morire tutti, che vivere in più lunga servitù. La pietà e l'onore vostri non abbisognano di altro stimolo per imprendere subito il viaggio verso di noi, bastandovi conoscere la imminente rovina nostra. Via dunque superate ogni ostacolo per sovvenirci in tanta stretta; tutto è lecito per compire il debito verso la patria; nè vi ha scusa che valga a dispensarvene. Certo accettissime ci comparvero e fuori di misura grate le tante vostre lettere, piene di ammonimenti e di avvisi: però, a parlare alla libera, poveri noi se avessimo a condurre le imprese col consiglio dei lontani! Deh! Lasciate in pace la penna ed impugnate una volta la spada, chè è tempo questo di spargere sangue, non inchiostro; tempo di combattere fra i perigli, non già di consigliare al coperto. Ricordatevi Curzio, il quale ebbe a gloria di precipitarsi nella....»
— No, signore....
— Come no, signore? O non diceva per avventura così?
— Già; diceva in quest'altra: «Ricordatevi che l'amore santo di patria ha reso incuranti del fuoco, delle voragini, uomini fortissimi e onoratissimi; venite a morire con esso noi voi altri che con noi nasceste, nè vi spiaccia trovare la tomba là dove sortiste i natali....»
— È vero; parlava come dite voi; dunque anco voi la imparaste a mente?
I preti e i frati, con quella decenza che ha fatto dire la sfacciataggine nata in sagrestia e allattata in convento, continuavano a litigare. (pag. 32)
— Io? La scrissi....
— La scriveste voi? — gridò saltandogli al collo Altobello; e il signor Giacomo, stringendogli a sua volta e squassandogli la destra, esclamava:
— Ma dunque voi siete proprio un frate dabbene?.. Pare!
Male possiamo supporre quello che il padre Bernardino avrebbe risposto, caso mai avesse sentito cotesto strano complimento: fatto sta che, preoccupato dall'Alando, non ci pose avvertenza.
— Oh! che credevi? — soggiungeva il frate favellando con Altobello, — che il tempo speso a imparare a leggere e a scrivere me lo fossi giocato a tarocchi, io? E poi quando si butta giù quello che scoppia di qua dentro (e il frate si picchiava il petto da rompersi una costola) e si fa sempre presto e sempre bene.
— Benedetti quel cuore e quelle mani! Dunque posso smettere di recitarvi la lettera, poichè l'avete scritta voi?
— O che tu smetta o che tu prosegua per me la è tutta una.
— Non così per me, salvo vostro onore: e se nulla impedisce, vorrei pregare il signore Alando ad essermi cortese perchè continuasse....
— Ripiglierò la lettera, e, là dove sbagli, voi, padre Bernardino, mi verrete correggendo. Dopo avere discorso degli apparecchi formidabili del re di Francia, dei bandi rigorosissimi contro qualunque Côrso si attentasse in qualsivoglia maniera sovvenire alla patria, e delle pratiche fatte presso le corti di Europa per metterci al bando dei popoli cristiani, quasi nella sua superba viltà disperasse con ventisei milioni di uomini venire a capo di duecentoventimila, prorompeva in questi lamenti: «Noi siamo considerati dai principi bersaglio degli uomini. Fu lecito ai legni genovesi, ancorchè neutrali, somministrare nelle recenti guerre munizioni a Tolone, nella Sicilia, in Catalogna ed altrove: fu generoso noleggio ed onesto guadagno traghettare nel 1358 settantamila infedeli in Grecia per la profanazione di cotesto popolo cristiano, aprire il varco ai maomettani nella Europa con tanta iattura dello impero di Oriente, a scapito della fede cattolica; ma che adesso drizzi taluno la prua verso la Corsica a causa di mercatura, si reputa fellone e sacrilego; la sostanza rapinasi, il corpo apprendesi. Cristiani siamo e combattiamo giustissima guerra e d'incolpevole difesa: onde chiunque sovvenga noi meschini non può temere le scomuniche della bolla in cœna Domini, e vive sicuro di non offendere le santissime leggi del giusto e dell'onesto, anzi è certo del contrario, essendo stato sempre atto di misericordia soccorrere gli oppressi. Ora voi vedete, fratelli, quanti mali ne circondano: guardivi Dio dalla vergogna di starvene spettatori da lontano: non consentite che tanta ignominia si aggravi sul vostro capo: vi prenda rossore di chiedere nuove degli avvenimenti di Corsica con le mani alla cintola lontani, come se si trattasse di paese forestiero, di cui la curiosità sola vi muova a sapere le notizie. Venite, venite alla fatica e alla guerra, chè col sudore e col sangue o vinceremo o moriremo da forti: si moriemur enim, non moriemur inulti. Con amarezza inestimabile l'anima nostra trascorre a considerare come non anco vi punga il rimorso per avere tardato ad accorrere in sostegno della patria cadente, e come patiste aspettare le nostre grida di angustia. E voi pure, sacerdoti, ecclesiastici paesani, chiamiamo a ridurvi, senza mettere tempo framezzo, a casa vostra, non mica per combattere, chè le armi vostre sono le orazioni e le lacrime, bensì perchè, vedendo da vicino le battiture di questo povero popolo, possiate con più ardore pregare Dio, con maggiore pietà benedire gli estremi aneliti delle vite nostre[9]...»
— Fa punto, figliuolo, e avverti che questo io ci misi così per mettercelo; chè credo Dio ascoltare bene e meglio la preghiera di ogni creatura si rivolga a lui senza mestiero di frati. E' s'intendeva sottinteso fra me che scriveva e quelli che leggevano, come dovessero venire a menare santamente le mani...
— Bene! io mi congratulo infinitamente con voi, signor frate; voi siete un degno gentiluomo in verità.
— Eh! no, signore, io sono nato pastore...
— All'ora è diverso...
— Niente affatto, la è tutta una, mi pare.
Ma Altobello, per troncare ogni quistione molesta, riprese: — Rinunziate forse, padre Bernardino, a sentire la fine dal mio racconto?
— Al contrario; di' presto.
— Orbe': giunto al punto in cui mi avete interrotto voi, mi interruppe anche lo zio domandando; «Ecci altro?» Ed io: «Ecci l'augurio che l'arcangiolo Raffaello accompagni ognuno per la via caso mai che muova per la Corsica: la firma dei Nove, del Supremo Consiglio, quella del generale Paoli e per ultimo il sigillo del regno e la firma del gran cancelliere Massesi». «E finisce affatto?» interrogava egli ansiosamente. «No, in fondo io leggo: volta». «Volta dunque e vedi». «Ecci un'altra lettera». «Firmata?» «Sì, firmata aspettate... dal Paoli». «Be', riprese serenandosi, leggi piano e distinto». «Caro Lucantonio...» «Dice proprio: caro Lucantonio?» «Ecco qui se volete vedere...» «Non importa, tira innanzi». «Sambucuccio di Alando fu padre della côrsa libertà: voi suo nipote potete patire che casa vostra sia ridotta in servitù? I Côrsi furono venduti come pecore, ma i Côrsi hanno deliberato difendersi come leoni, imperciocchè sebbene io non la faccia facile, pure adoperando virtuosamente le mani ci ha caso di vincere, e allora oltre la salute della patria verremo ad acquistare bellissima fama; o saremo soprafatti, e i nemici impareranno a rispettare i superstiti dal valore dei morti superati dal numero non dal valore, ed anco in questa guisa gioveranno alla patria. I popoli côrsi, memori di Sambucuccio, domandarono: È spenta la stirpe degli Alando? Essendosi fatti a visitare le tombe di casa vostra, non hanno trovato alcuno sepolto con lo scudo ai piedi; e allora domandarono da capo: Dove vivono gli eredi? Mentre la patria ha bisogno di difesa a che vi state in Venezia voi prestantissimo in arme? Forse, perchè vi fu cugino Mario Matra, credete corrervi obbligo di procedermi nemico? Mario mi assalì alla sprovvista nel convento di Bozio cercandomi a morte; mancavano ai miei ed a me le munizioni: di accordi egli non ne volle sapere: in difetto di arnesi per rompere porte, egli appiccò il fuoco al convento, e noi, tenendoci per ispacciati, avevamo ormai raccomandato l'anima a Dio, allorchè una mano di popolo trasse a sovvenirci.
«Mario in cotesta puntaglia rimase prima ferito, poi morto innanzi che io potessi recargli soccorso. Lo piansi, e non con le lagrime con le quali Cesare pianse Pompeo; e me lo potete credere, conciossiachè il cuore mi si schiantasse meno per lui che pei mali che presagiva imminenti alla patria: lo preservai da ogni insulto; con le mie mani gli detti onorata sepoltura, con le mie labbra gli supplicai pace: parlo cose a tutti note; fossero a tutti sconosciute, le affermo io, e basta. Lucantonio Alando presterà fede a Pasquale Paoli, perchè Pasquale Paoli presterebbe fede a quanto gli affermasse Lucantonio Alando. Ma, posto che il caso fosse andato diversamente, e Mario avesse avuto ragione come ebbe torto, che entrano odii privati col bene della patria? Vi piaccia considerare me non come Pasquale Paoli, bensì come magistrato eletto dal volere del popolo a difesa della libertà. Se vi riputate più capace al bisogno, venite e comandate voi; se invece vi paressi più adattato io, venite e militate sotto le bandiere della vostra patria. Più tardi, cessata la guerra, ripiglierete, se vi sembrerà giusto, il vostro odio e vendicherete nel mio il sangue di Mario. Frattanto io, in considerazione vostra, ritardo fino a maggio la rassegna delle milizie, perchè desidero che a quel tempo, facendo la chiamata dei difensori della patria, qualcheduno esca a mostrare viva la nobile stirpe degli Alando. Dio vi aiuti. Il vostro compatriota Paoli.»
Lo zio non disse parola; fece atto che gli porgessi la lettera, la quale avuta piegò e ripose in seno, poi accennò che io uscissi. Per tre giorni interi non aperse bocca sopra la lettera; su l'alba del quarto il caporale Tancredi mi svegliò e mi disse: «Su via, signor tenente, chè l'illustrissimo signor colonnello lo aspetta.» Andai e rinvenni lo zio a letto con gli occhi rossi e il viso pallido più del consueto, notai il lume sempre acceso e le lenzuola macchiate d'inchiostro: il povero zio aveva vegliato tutta la notte, forse anco pianto. Quello però che mi fece maraviglia fu ch'io lo trovai vestito della sua assisa di gala con in capo il tricorno gallonato e piumato. Per man mi prese tostochè mi fui avvicinato al letto, e così mi favellò con voce piana: «Altobello, fra un'ora partirà per Ancona il brigantino le Anime del purgatorio, capitano Gabriello Tagliaferro: voi vi c'imbarcherete sopra, d'Ancona per terra ve ne andrete a Livorno e quinci partirete per casa» A questo punto, volendo io fare qualche avvertenza, egli mi strinse forte la mano e aggrottò le ciglia continuando:
«Quanto alla licenza, eccola qua, la repubblica ve la concede ampissima con la promessa di mantenervi il grado senza pregiudizio dell'anzianità quante volte vi piaccia ripigliarla; imperciocchè come i principi, sebbene fra loro capitali nemici, si accordano mirabilmente dove si tratti conservare i popoli in servitù, così le repubbliche avrieno ad intendersi per tenere su in piedi la libertà: ma gli uomini sempre e gli stati troppo spesso queste cose capiscono tardi, e temo forte che Venezia le abbia apprese più tardi che altrui; ad ogni modo le ha capite, ed è perciò che vi concede la licenza. Questa lettera consegnerai in Livorno al signor Santi Giacomini, che vi procaccerà il passo sicuro per Corsica; queste altre sono pei cugini di casa; queste poi rimetterai nelle proprie mani del generale Paoli, in proprie mani, capisci e con essa questi mille zecchini, senza dire niente, perchè il danaro dato al Paoli è danaro dato alla patria: a te ecco la spada di Alferio fratello mio, che fu tuo padre; egli la illustrò combattendo per gente non sua, io procurai mantenerla senza ruggine, tu, più felice, adoprala per casa tua. Dammi un bacio e andate pel vostro dovere.» Ed ora, padre Bernardino, voi avete saputo come e perchè io mi trovi imbarcato qui con voi alla volta della Corsica.
— Sangue di Alando non poteva mentire, benedetto ne' tuoi figliuoli e nei figliuoli de' tuoi figliuoli. Altobello, la fortuna può levarti gli averi, ma levarti la fama ormai non istà più in sua podestà.
— Vedete un po' che razza di gente sono questi Côrsi! Chi mai lo avrebbe pensato?
Il signor Boswell, comechè urbanissimo fosse, preso dal consueto svagamento, lasciò scapparsi questa osservazione di bocca con voce più alta che non avrebbe desiderato: per la quale cosa fra Bernardino, il quale era vago dei forestieri come il cane delle mazze, facendo grugno interrogò Altobello:
— Donde hai cavato tu cotesto coso? Com'entra nelle nostre faccende costui?
Padre Bernardino adesso veniva a movere sul Boswell quella medesima domanda che il Boswell aveva poca ora prima fatta sul frate; tanto vero che le bisogne umane presentano spesso il rovescio così appuntino uguale col loro diritto, che nè anche chi primo li fece, saprebbe distinguerli: ma poichè la domanda fratesca palesava intenzione acerba, dubitando Altobello che di parola in parola non divenisse lite, era sul punto di rompere con qualche suo trovato il colloquio, quando il capitano Franceschi lo sovvenne molto opportunamente gridando dal timone:
— Ammaina le vele; i passaggeri abbasso.
Allora i nostri passeggeri si accorsero come il vento, mutandosi ad un tratto, di tramontana si era volto a libeccio. Grosse nuvole nere, pari a gravi battaglioni di esercito, una dopo l'altra venivano ad attelarsi pei campi del cielo, mentre altre più leggiere percorrevano in sembianza di bersaglieri.
— Avremo burrasca, neh! capitano Angiolo? — domandò fra Bernardino affrettandosi ad obbedire al capitano Franceschi; e questi:
— Bò! Ma per istanotte in Corsica non si arriva mica; e' sarà bazza se in tutto domani.
— Ciò mi sconcia; ma in questo come in ogni altro la volontà di Dio sia fatta.
E si avviò sotto coperta seguitato dagli altri.
CAPITOLO VI. Perchè i Côrsi non amino i forestieri
Altobello, senz'altro dire, si giacque a canto allo amico suo Giocante Grimaldo, il quale, comechè animoso molto e della patria sviscerato, pure non sapeva fare altro che menare le mani e dormire. Fino da quando egli ebbe uso di favella non si ricordava avere parlato tre minuti senza sbadigliare quattro volte. Soleva dire che la rettorica del soldato sta sul taglio della spada, e se per questa ei non capisce, o con questa non si fa capire, gli è segno ch'ei nacque per servire la messa, non già per esercitare la milizia. Giocante per tanto dormiva; ma siccome riesce più agevole perdurare nel sonno che incominciarlo, come ogni uomo può avere esperimentato, così accadde che, sebbene Altobello, il Boswell e padre Bernardino ci si mettessero di proposito, non ne vennero a capo. E davvero, posti ancora da parte i pensieri che ad ognuno di loro mulinavano pel capo, non persuadevano il sonno lo zufolio del vento pel sartiame, il fiotto dei marosi che, rompendosi contro la prua, scivolavano cigolando lungo le bande della galera, e quel tracollo da poppa a prua squassa la carena alle navi e le viscere ai passeggeri. Infatti Altobello, dopo essersi voltato delle fiate più di venti ora sul manco, ora sul diritto fianco, si mise a sedere, tirando in su le gambe, e su quelle appoggiati i gomiti, introdusse la faccia nelle mani aperte come dentro una morsa. Fra Bernardino, notato l'atto e parendogli buono, non pose tempo fra mezzo ad imitarlo, e il signor Giacomo, quasi a far prova del quanto sia contagioso lo esempio, tenne dietro a que' due.
Parevano gli amici di Giob quando, invece di consolarlo, andarono a fargli scappare la pazienza, finchè preso il morso fra i denti, il buon patriarca dette di fuori. Per la qual cosa io non sono mai arrivato a comprendere come sia passata in proverbio la pazienza di Giob. Scorsa lunga ora in silenzio, fra Bernardino chiamò:
— Altobello!
— Che desiderate da me? — rispose il giovine còrso.
— Mi è venuto lo scrupolo di avere proceduto con manco di cortesia con questo gentiluomo su dianzi in coperta.
— La coscienza non v'inganna; consideratelo voi: questo gentiluomo per visitarci muove da casa sua.... dalla Inghilterra....
— Ah! Inglese? La è dunque inglese vostra signoria? Angli olim angeli, nunc diaboli,[10] come ho sentito dire a Roma.
— E non solo le parole vostre mi parvero inurbane, ma se penso che voi foste lettore di filosofia, senza discorso di ragione, — riprese a dire più acerbamente Altobello.
E il Boswell allora con voce blanda soggiunse:
— Buttiamo la filosofia in un canto, contrario alla carità predicata da Cristo, di cui voi giuraste praticare e bandire la dottrina: contrario al divino precetto che vi ordina di riverire e amare ogni uomo come fratello....
— Per Dio Santo! voi volete fare la predica al predicatore? Circa a mancare alla creanza, può darsi; voi l'avete inteso, io me n'era quasi avvisato da me; rispetto poi a carità, signor Inglese, voi avete il torto. Se voi sapeste quante desolazioni, quante rovine ci abbiano diluviato addosso i forestieri, voi parlereste diversamente. Io dubito riuscirvi sazievole, signor Inglese, ma tanto è; bisogna che voi mi porgiate ascolto: ce ne va della mia riputazione; e poi voi non potete dormire col vento che tira: per ultimo considerate che, se non vi porgo la chiave, voi non potrete entrare nella ragione dei fatti nostri. In breve mi spiccio.... vi degnate ascoltarmi?
— Parlate a vostro agio, signor frate: anzichè infastidirmi, penso che mi recherete molto piacere, se m'ingannassi, ve ne accorgerete....
— Sentendovi russare? In qualunque caso ci guadagnerete un tanto.
Il signor Boswell non rispose, ma aperta la scatola offerse tabacco al frate, il quale ne prese, e anco ad Altobello il quale ricusò; il signor Giacomo ne tolse anch'egli la sua porzione: ond'è che, tirando su in coro col frate la polvere attinta nel medesimo vaso, si sentivano questi due cristiani più che a mezzo riconciliati.
— I forestieri — finito il tabacco, disse il frate Bernardino — i forestieri si ficcarono in Corsica dolorosi quanto i chiodi nelle santissime carni di Gesù Cristo: questo vi ho detto e questo vi provo. Raccontano che certi popoli vecchi, dei quali non si trova memoria e non importa trovarla, disertate le terre native, qui ponessero stanza. Se la cosa stia per lo appunto come la contano, io non so dirvi davvero; ma, posto che sia, ciò importa, che la Corsica ha amicizia antica con la disdetta. Difatti e come potreste figurare che codesta gente uscisse di casa? O ci fu cacciata da altri assalitori, e allora chi non ebbe virtù a difendere il proprio, si conosce a prova ingiusto con la roba altrui e ladro: o la inopia del vivere la costrinse ad esulare, e in questo caso ella ci cascò addosso ospite accetta quanto al Senapo le arpie: o per ultimo la tirò l'avarizia, e questo sarebbe stato il peggio, conciossiachè fame satolla si attuti, cupidità umana non dice mai: basta. Ma scendiamo a tempi più prossimi. I Cartaginesi un giorno intimarono a quella gente antica, focea od etrusca che fosse: «Chi ha ballato dia luogo; e a noi aborigeni voi altri ci servirete a questi patti: non seminerete nè pianterete; noi vi somministreremo il vivere dall'Africa.» Di tanto ci ragguaglia Aristotele, ch'era antico e lo poteva sapere: adesso taluno, che non lo può sapere, contraddice e sostiene che ciò non torna in chiave; imperciocchè, andando avanti di questo passo, bisognava che i Cartaginesi spesassero tutti i Côrsi, e questo non pare possibile; e, non potendo provvedersi la vittuaglia, i Côrsi avrieno dovuto impiccarsi ai larici delle loro foreste. Questo si chiama ragionare a vanvera; perchè salta agli occhi come i Cartaginesi, deviando i Côrsi dall'agricoltura, vollero che intendessero unicamente ai lavori delle miniere, a tagliare legna e a raccogliere la pece che stilla copiosa nelle macchie dell'Asco, cose tutte, non che utili, necessarie per popoli dediti alle faccende del mare come i Cartaginesi furono: ma per me m'immagino ci covasse sotto un'altra ragione, e ve la voglio dire.
I popoli commercianti, fatti presto i quattrini, smettono la pristina asperità (che mi andrebbe di coscienza chiamare virtù) e tuttavia, o cupidi di acquistare di nuovo, o trepidi di difendere il vecchio, abbisognano di armi: ora costumando essi per abito di trafficare ogni cosa, si consigliano potersi provvedere anime e fede non altramente che tele bambagine o pesce salato. Cristoforo Colombo genovese lasciò scritto che a contanti si comprava anche il paradiso; e badate ch'ei fu dei buoni. Ora i Cartaginesi, secondo me, invece di comprare soldati al bisogno, come usavano le repubbliche italiane, pensarono tenersi in vivaio un popolo intero per servirsene alla occorrenza; però, somministrando ai Côrsi paga e panatica, ordinarono che in pace attendessero ad esercitarsi nelle armi, per adoperarle poi a profitto loro in guerra. Per questo modo due popoli antichi ci porgerebbero esempio di istituti contrarii, perchè gli Spartani, destinando gl'iloti alla coltura delle terre, sè conservavano interi alle armi; i Cartaginesi all'opposto, dediti alle industrie mercantili o rustiche, commettevano il carico della guerra, se non tutto, almeno in parte ai popoli deditizii o conquistati. Nè vi paia nuovo che, messe da parte le compagnie di ventura, i Romani, spogliate le virtù prische, sovente ricorressero alle spade dei gladiatori, invocando inviliti a difesa coteste anime che comprarono superbi agli immani sollazzi. E credo ancora che i Cartaginesi a mantenere, come ho detto, quel vivaio di uomini, ci trovassero il proprio interesse; perchè, quantunque l'abbaco non avessero ancora inventato, pur di conto sapevano fare anche a quel tempo. Intanto ai Romani erano allungati i denti anco su le marine: però vennero in Corsica con l'armata, dove uno Scipione romano, contendendo dell'osso con Annone cartaginese, glielo strappò dai denti, rimandandolo concio come un ecce homo in Cartagine. Io ho letto su i libri come, per molto volgere che abbiano fatto di carte, non sieno riusciti a trovare la cagione donde i Romani mossero contro la Corsica; ma e' non sono curiosi costoro? La forza che va limosinando un po' di apparenza dal diritto, è trovato di moderna ipocrisia: a quei tempi la forza procedeva nuda e cruda, e non avrebbe tenuto in casa il diritto nè manco per le spese. Oppressori furono i Romani perchè forti, oppressi noi perchè deboli. Badate di non appuntarmi di contraddizione se, mentre vi dissi dianzi che i Côrsi destinavansi dai Cartaginesi alle armi, adesso ve li do per deboli; perchè la contraddizione si cava di mezzo avvertendo che forza e debolezza sono termini relativi; per la qual cosa i Côrsi, comecchè in sè forti, potevano comparire deboli di petto ai Romani o per numero, o per arti di milizia, o per questo altro ch'io vi vado a dire. Popoli veramente forti sono quelli che da una mano trattano la zappa e dall'altra la spada; il popolo dalla zappa sola casca facile preda di chiunque vada armato a sottometterlo; il popolo con la spada sola si vende e si rivende, e ammazza per vivere. Il popolo poi che ha da difendere la casa, il campo e il camposanto, pare che non muoia mai, perchè di lui non si viene ordinariamente a capo, se prima, passato per ogni estremo, non si senta rifinito di forze; e la natura sembra che abbia voluto in certo modo avvisarcelo quando commise al medesimo metallo l'uno e l'altro ministero; perchè dandogli la zappa di ferro gl'insegnò che con quella aveva da lavorare, e dandogli la spada di ferro lo ammonì che con quella doveva difendere il frutto delle sue fatiche. Affrancati noi dalla tirannide cartaginese, a non patire la romana, avevamo ragione da vendere, ma avemmo torto quando mettemmo innanzi la ragione senz'armi per sostenerla; tuttavia, con l'ingegno supplendo al mancamento di forza, una volta ci capitò di circuire Claudio Glicia, nè gli lasciammo altro scampo che riscattarsi a patto di pace a noi comportabile. L'accordo dispiacque al consolo Varo e al senato, ai quali riuscì ottenere vittoria non ardua di noi ormai assicurati della pace. Solo, per conservare illesa la fede quirita, ci mandarono Glicia in catene perchè lo martoriassimo; noi visto il tapino, dicemmo: «Mancano carnefici a Roma?» Difatti respinto da noi, essi lo ammazzarono in carcere. Le ipocrisie della giustizia odio più della stessa ingiustizia. Non solo, nè in catene, dovevano renderci Glicia i Romani, bensì co' suoi compagni armati ed in mezzo alle strette dove gli avevamo chiusi noi: allora avremmo forse vinto, non però senza strage, chè i Romani erano usi a quei tempi di morire con la carne fra i denti. Oppressi, non vinti, il cuore non si sbigottì; però riparati su le pendici, a mano a mano che le vene ci si riempivano di sangue, scendevamo ad arrisicarcelo al giuoco delle battaglie su le pianure rubate. Ci vinse la seconda volta Marco Pinario pretore ammazzando duemila dei nostri: tolse seco ostaggi, c'impose l'annuo tributo di centomila libbre di cera. Otto anni dopo col cuore medesimo, ma con forze maggiori, tornammo a metterci allo sbaraglio e con fortuna del pari sinistra: chè anco per questa volta Publio Cicereio tagliò in pezzi settemila dei nostri, ai superstiti impose doppio tributo. Bisogna dire che la vittoria non fosse lieta nè anco per lui, all'opposto piena di ansietà; imperciocchè le storie notano ch'ei votasse a Giunone Moneta una cappella se gli dava sgararla. Non vi crediate già che per queste battiture i Côrsi, come gente ricreduta, quietassero; se voi lo credeste, v'ingannereste a partito; di lì a breve ci rividero i Romani più tenaci e più forti; la nuova impresa fu commessa a Papirio Masone, che veramente la condusse a termine glorioso a lui, funesto per noi, ma con tale e tanto sudore, che il senato la giudicò degna del trionfo, il quale Papirio condusse sul monte Albano. Adesso poi i Romani come sicuri posavano il capo su due guanciali, quando di un tratto la sentono ribellata da capo minacciare più feroce di prima. Giovenzio Talma, collega di Tito Sempronio, le mosse contro con molto naviglio ed esercito consolare: al cimento delle armi ruppe i Côrsi cinque volte e sei; ma così apparve nella estimativa dei Romani o così desiderata o così trepidata la vittoria, che il senato decretò rendersi pubbliche grazie alle deità tutelari. Valerio Massimo ha di questo consolo un caso strano, ed è che, sopraggiuntogli il messaggio con l'annunzio del senatusconsulto mentr'egli stava sagrificando sul lido tanta allegrezza lo assalse che, mancatigli ad un tratto gli spiriti, cascò morto a piè dell'altare. Lascio altre ribellioni, altre stragi, le quali, come sono sazievoli a raccontarsi, furono truci a patirsi; unicamente vi chiedo che consideriate questo: anco gli imbelli, innanzi che conoscano di che cosa sappia la vendetta del superbo dominatore, possono avventurare la prima ribellione: solo gli animosi arrisicano la seconda prova e la terza consapevoli delle rovine che perdendo si chiamano addosso: ma contendere sempre senza consolazione di vittoria mai, anzi con la certezza di perdere e non isbigottirsi, è più che da uomini.
In seguito, a Mario e a Silla piacque fondare su i nostri campi colonie mandate quaggiù, non sappiamo se a fecondarli con la fatica o piuttosto col sangue. I Côrsi, fatti simili agli uccelli, per quanto si può da cui va senza ale, dai comignoli dei monti agguardavano le pianure abbandonate da loro, dopochè i Romani, deriso l'antico tributo delle libbre dugentomila di cera, pretesero spogliarli di quanto in biade o in vino o in olio produceva la terra, e rigidi esattori inviarono a riscuoterlo Oppio e Tiberio Gracco pretori. Dall'alto delle pendici i Côrsi, quasi spettatori seduti in circo, mentre da un lato spasimavano pei perduti retaggi, dall'altro blandivano le ferite dell'anima alla vista dei duelli che l'avarizia o l'odio provocavano tra gli abborriti dominatori. Però nè anche le rupi salvarono, e queste ultime gioie vennero rapite; imperciocchè i Romani, conchiusa la guerra, incominciarono la caccia degli uomini. Nè dico cosa che non sia vera, dacchè con reti e cani si diedero a perseguitare per le selve i Côrsi come bestie feroci: fattane raccolta, mandavanli a Roma chiusi in gabbie per cavarne schiavi accomodati ai piaceri od alle necessità loro; ma per quanto ci si affaticassero attorno, non riuscivano ad acconciarli a nulla, e Strabone ne chiarisce le cause con queste parole: «Quantunque volte un capitano romano, scorrazzando l'isola, metta insieme una funata di schiavi e li mandi a Roma, destano in cui li mira grandissima maraviglia, non si sapendo se prevalga in essi la stupidità o la ferocia: molti abborrendo la vita si ammazzano, gli altri impazziscono o paiono corpi morti per guisa, che il padrone piglia a detestarli, maledicendo il danaro, comecchè poco, gittato in comperarli.» Strabone, pensando vituperarli, non poteva lasciarci della natura indomita dei padri nostri testimonio più solenne di questo; imperciocchè fino da tempi remotissimi si conosca com'essi sapessero al tedio della servitù preferire la morte.
Dai Romani cascammo in potestà dei Greci, come un brandello di carne che il lupo vecchio, non potendo masticare, regala alle zanne dei lupicini. Sotto la dominazione loro i Côrsi, stremi di ogni bene, ebbero a pagare i tributi con monete di creature battezzate: così è, in vece di bisanti, figliuoli: ed il flagello, come in gravezza, crebbe di numero, perchè in un groppo ci capitarono sul capo Vandali, Goti, Saracini e Longobardi. Questi ultimi, oltre i mali presenti, ci lasciarono il germe dei futuri, come i Numidi fuggendo balestrano frecce avvelenate. I Saracini non potevano durare; perchè, pazienza se, figurandosi di aver dato il mondo a fitto, si fossero contentati dei raccolti, lasciando tanto ai coloni che potessero vivere! ma no; essi portavano via bestie, biade e coloni: sicchè voi capite bene che questa storia non si poteva rinnovare ad ogni capo di anno. In effetto gli storici, massime i romani, raccontano come Dio, tocco dalle supplicazioni del papa, c'inviasse il liberatore: vediamo quale. Carlo Magno, usurpato il regno ai nepoti, scende a combattere Desiderio, presso cui si erano rifuggiti cognati e nepoti. Incomincia da Carlo la forza a farsi ipocrita: ladro ai nepoti, costui s'industria dare ad intendere che Dio gli manda lo star bene a mediazione del prete; e il prete di Roma parve nato a posta per questo. «Facciamo a mezzo, egli bisbigliò nell'orecchio allo imperatore dei Franchi, ed io ti reggo il sacco. Vuoi tu che ti spedisca la patente di galantuomo soltanto, o ami piuttosto che io ti mandi in paradiso addirittura? Questo rimetto a te, prima che spartiamo la roba.» Carlo Magno, che, a confessarla giusta, fu generoso quanto un pirata, rispose: «In paradiso più tardi»; e, donati a san Pietro i più bei tòcchi d'Italia e con essi la Corsica, si contentò di essere creato galantuomo in virtù della bolla pontificia. I Genovesi assegnano proprio a questa epoca la conquista operata dalle armi loro di Corsica sotto la condotta del conte Ademaro: non potevano scegliere peggio. Genova allora non era principe bensì vassalla come le altre città italiche, di Pipino; e Ademaro reggeva la Liguria prefetto in nome di lui; nè egli genovese, bensì franco, e lo dice espresso Einardo nella vita di Carlo Magno; nè i Genovesi allestirono l'armata, al contrario apparecchiavala il re Pipino e spedivala; per ultimo non vinse i Saracini Ademaro, al contrario rimase sconfitto e per di più morto; chi li vinse fu il contestabile Burcardo, che l'anno seguente tra le acque sarde e le côrse gli sterminò. Tanto mi piacque rammentare perchè tra i novellatori di questa canzone io trovo Uberto Foglietta, uomo certamente amico della libertà, per la quale ebbe a patire non poco, ma, come nato a Genova, non amico del pari della giustizia almeno rispetto alla Corsica. Gran cosa è questa che, mentre il mondo avrebbe bisogno di giustizia più che di pane, avviene di lei quello che vediamo accadere del sole, il quale mentre schiarisce metà del globo, ne lascia l'altra metà nelle tenebre! Ma ditemi in grazia, signor Inglese, vi annoio?
— No in verità; anzi mi pare pigliarci diletto, mi pare.
— Ditemelo senza cerimonie, sapete; poichè mi accorgo essermi cacciato dentro un ginepraio da non poterne uscire senza scapito. Al modo col quale ho cominciato, dubito che l'amore di patria non faccia piangere la carità del prossimo.
— Quanto a questo, pensateci voi; accomodateli insieme senza che strillino troppo.
Disse lo zio ad Altobello: — Dammi un bacio, e andate pel vostro dovere. (pag. 55)
— Allora favoritemi una presa di tabacco, e ripiglio il filo baldanzoso, facendo conto che amore di patria e carità abbiano a formare tutta una cosa: che se per disgrazia fossero due, e l'ultima avesse a toccarne, ora che mi ci sono messo vo' dire tutta la verità: poichè chi l'ha da friggere la infarini, ch'io ne farò penitenza a bell'agio. Carlo Magno dunque, incoronato da papa Adriano, costumò come tutti i cristianelli di Dio, i quali passata la festa gabbano il santo; dacchè ora con questo, or con quell'altro amminicolo andava schermendosi dal consegnare quanto aveva promesso, e, preso alla gola, dava a spizzico e tardi: la Corsica poi non dette mai: la governarono per lo impero i marchesi di Toscana e con essi i conti feudatarii delle varie terre dell'isola. Voi saprete le diavolerie successe tra i discendenti di Carlo Magno, che si strapparono l'impero di mano come una giubba rubata: in mezzo al tramestio l'erede del pescatore figurate un po' voi se gittava il giacchio nel torbido. Antiche memorie e tradizioni sempre vive assegnano a questi tempi la investitura di tutta o parte dell'isola a un certo Ugo Colonna romano, e dopo al conte di Barcellona, con questo patto, che retribuissero a Roma il quinto dei raccolti e la decima dei fanciulli. Che cosa poi andassero a fare cotesti fanciulli a Roma, sarà più bello non inquisire che onesto trovare. Però negano questi fatti di due maniere persone: quelle che, zelando troppo il patrio decoro, dubitano ricevere dal turpe tributo non reparabile infamia; e gli sviscerati della curia romana, cui non ripugna il caso, bensì lo scandalo. Si non caste, saltem caute, mi capite? Però riesce più comodo negare che facile chiarire falso cotesto fatto e gli altri che la storia aggiunge, voglio dire i rigidi delegati spediti dal papa fino al numero di cinque per vigilare che i tributarii non frodassero delle grasce nè dei fanciulli. Se i Côrsi avessero aspettato dalla verecondia romana la cessazione di cotesto censo, aspetterebbero anche adesso: ci si pose di mezzo Arrigo Belmessere e, intercedendo ancora il vescovo di Aleria, fece lasciare la presa ai mastini papali. Dicono che ciò non si ottenesse senza difficoltà, e al vescovo di Aleria ne toccasse una ramanzina delle buone, facendo specie che un ecclesiastico, un vescovo impedisse la osservanza dei dettami evangelici; della quale cosa maravigliato costui chiese spiegazione, e gli fu data così: «Non disse forse Gesù Cristo ai suoi discepoli, che allontanavan i fanciulli da lui: Lasciate ch'essi vengano a me? Ora il papa non rappresenta egli Cristo, e voi uno dei discepoli suoi?» Caro mio, quando l'interesse ci ficca la coda, non vi aspettate a più santi commenti della parola di Dio, massime dai preti. Voi intanto notate questo, che ne franca la spesa: da prima i Côrsi, ridotti alla disperazione dai Greci, vendono eglino medesimi i figliuoli per pagare i tributi; i Saracini poi se li pigliano da sè; per ultimo spettava alla corte romana mettere per patto nella investitura feudale la decima dei fanciulli.
Ora le città italiche per forza o per amore incominciano a costituirsi a comuni franchi da soggezione imperiale. Comuni noi non avevamo, bensì conti: ma siccome la libertà piace a tutti, principalmente a quelli che non la vogliono lasciare godere altrui, anch'essi si vendicarono dalla servitù forestiera per contendere indi a breve della signoria domestica, e, virtù fosse o fortuna, tra questi rivolgimenti primeggiò il conte di Cinarca. La storia registra l'orribile governo che i tiranni facevano dei Côrsi; ma ad eterna onoranza dei nostri padri registra eziandio queste parole: i principi imperando a tirannide, i Côrsi agguantano le armi e bandiscono la libertà; poi convocata l'assemblea a Morosaglia, si costituiscono rettore Sambucuccio di Alando. Così è, signor Inglese; questo santo antenato del nostro Altobello fu padre della libertà côrsa. Sambucuccio giunse a stabilire il governo di Terra del Comune: di molte e sconcie botte picchiò i conti, ma innanzi di morire non venne a capo di superarli tutti, sicchè, morto lui, rialzarono la cresta. Il popolo, non si sentendo valente a resistere da sè, pare che chiamasse in aiuto i marchesi Malaspina di Massa. Io dico pare; imperciocchè per questi tempi non ci avanzino che scrittori e carte di donazioni chiesastiche, e a fabbricare storie con questa razza di materiali, adagio. Vo' che ve ne basti uno esempio. A questi giorni ho letto nelle Antichità italiche di Ludovico Muratori una carta del 1019 o 29, la quale fa fede come un messere Rolando, conte per la grazia di Dio e signore di tutta la Corsica, Giulio giudice, e messere Giovanni legato sentenziario e scapolaro, costrinsero certi villani a pagare alla badia di Santo Stefano di Venaco libre cento di buoni danari e a sfrattare dalle terre in fra tre mesi sotto pena di 300 fiorini d'oro e della scomunica per parte di messer legato. Il dabbene proposto, comecchè poco tenero di Roma, tuttavolta ha preso un granchio nel darci questa carta come genuina: infatti pare impossibile come gli sia passato per occhio che una sentenza del 1019 o 29 non poteva ricordare i fiorini d'oro, battuti dal comune di Firenze nel 1252.
Come a quei tempi le cose camminassero io non vi so dire per appuntino, nondimanco, essendoci guerra tra popolo e baroni, e non potendo questi vincere quello, nè quello questi, è facile indovinare che le procedessero per la peggio. Intanto, poichè non ci ha meraviglia che in Roma non si deva vedere, scappò fuori Gregorio VII, il quale, vicario di Cristo, che disse a cui non lo volle sapere, il suo regno non essere di questa terra, pretese nulla meno che dominare sopra tutta la terra. Costui, informato come la matassa andasse arruffata in Corsica, ci mandò legato Landolfo, vescovo di Pisa, a scoprire marina, limitando però il suo ufficio a distruggere, sradicare e costruire in punto di religione, non altro. Il vescovo ch'era malizioso più di una squadra di sbirri, trovato il terreno morbido, non contento di ficcarci la pala, ci ficcò anche il manico, disse mirabìlia della potenza del papa, promise Roma e toma; sicchè i popoli ignoranti e abbindolati si commisero al papa a patto che con validi aiuti li sovvenisse per superare i baroni di oltremonte. Il papa rispondendo mette in sodo avanti tutto questa volontaria dedizione, poi gli ammonisce ch'egli è per di più: perchè eglino avrieno a sapere, come l'universo intero lo sa, il dominio dell'isola appartenere alla santa Chiesa per diritto di proprietà; ladri, sacrileghi e dannati i tre imperatori e i tre re che la tennero senza prestare l'obbedienza a san Pietro. Il legato si trasforma in governatore, si mettono da parte le cose dell'anima per non parlare altro che di faccende terrestri. Però il carico assunto di difendere l'isola il papa teneva per novella: in lui non era potere nè volere a sostenere la guerra: ond'egli, inteso a mietere senza seminare, concesse l'isola in feudo al medesimo Landolfo, a condizione che gli retribuisse le metà delle rendite: non vi par egli generoso costui? Al tributo di sangue ei rinunzia, ma cresce quello dei frutti da un quinto, come sotto Gregorio IV, alla metà. Dopo quattordici anni Dalberto, vescovo di Pisa, uomo rotto, visto che la carne non valeva il giunco, scrisse al papa che egli a pescare per il proconsolo non la capiva: ripigliasse l'isola. Urbano, considerato tra sè e sè ch'egli era come se il vescovo gli avesse risegnato la luna, rispose: «Mira larghezza! io te la dono.» E l'altro soggiunse: «Manco male, ricatterò le spese.» Però quando fummo su l'atto del donare, ostico a tutti, ma per la Chiesa più doloroso dello spasimo del parto, il papa mascagno insinuò nel contratto due cose: che donava l'isola alla chiesa pisana, quantevolte però il vescovo fosse stato eletto canonicamente dal clero e dal popolo e confermato dal papa; e retribuissero al palazzo lateranense l'annuo censo di lire 50 in moneta lucchese. Così quello che non può tenere, Roma dona; ma come i marinari quando gettano l'àncora in mare ci lasciano sopra il gavitello galleggiante per ripescarla a tempo e a luogo, il prete studia ch'esca fuori del dono un addentellato per poterselo ripigliare.
Giustizia vuole che io dica come i Pisani dimorassero nella isola con garbo assai migliore di quello col quale ci entrarono: noi non reputarono essi vassalli, nè noi reputammo essi signori: ci accolsero come fratelli tornanti in famiglia; accomunarono con noi carichi ed onori: anzi ci alleviarono i primi, trovandoci alle lunghe sventure ridotti al verde.
E di questa benevolenza scambievole durano tuttavia i testimoni sia nei monumenti pubblici, sia negli animi dei Côrsi, propensi a stanziarsi in Toscana a preferenza di ogni altro paese, quando necessità o vaghezza li tira fuori di casa; e più che tutto nella lingua loro, da noi conservata con tanta diligenza, che qualche voce costà disusata, o non più intesa quaggiù, s'incontra sopra le labbra dei montanari viva della sua primitiva significazione. I cagnotti di corte non cessano mai d'infamare il popolo come ingrato: voi per ismentirli fate tesoro del caso che vi raccontava, al quale aggiungerete quest'altro: degli oppressori antichi, dei Romani e dei Saraceni qui non troverete memoria, ed in breve nè anche dei Genovesi, eccetto qualche tomba. Fama, delitti e ossa dei vecchi e dei nuovi tiranni seppellimmo interi dentro un medesimo sepolcro.
Ora i Genovesi, sopportando molestamente la parzialità di Roma per Pisa, studiano ogni ora per levargliela convertendola in proprio profitto, o almeno per pareggiarla; e la fortuna, come suole a cui sta su la intesa, ne porse loro il destro. Urbano II, per tenersi bene edificato Dalberto, lo creò arcivescovo assegnandogli suffraganei i vescovi di Corsica; questi, subillati dai Genovesi, ricusavano a viso aperto la consacrazione dello arcivescovo di Pisa, il quale pesta mani e piedi; e i Genovesi lì alle costole a mettere legna sul fuoco. Questo era tempo che Roma, voltata a Genova, le dicesse: «Com'entri tu in questi negozi? Bada ai fatti tuoi, o che ti scaravento addosso un nugolo di scomuniche»; e le scomuniche a quei giorni scottavano. Pensate voi che lo facesse? Nè manco per ombra. Roma in mezzo a cotesto tafferuglio non vide chiaro che una cosa sola: raspollare quattrini. In effetto considerate che spedienti adopera per aggiustare due emuli insatanassati: innalza il vescovo di Genova alla medesima dignità dell'arcivescovo di Pisa e gli assegna per suffraganei tre vescovi côrsi di Mariana, di Nebbio e di Accia, a patto che ogni anno paghi una libbra di oro, a san Pietro, ci s'intende. Naturalmente e' fu uno spegnere l'incendio coll'olio: d'allora in poi fra Genovesi e Pisani non tregua mai nè pace, nè si rimasero i primi finchè non ebbero ridotti in piana terra i secondi. Innanzi però della rovina della Meloria, ecco come i Genovesi arrivarono ad incastrarsi nell'isola. Gli uomini di Bonifazio esercitavano la pirateria (mestiero a quei tempi tenuto nobile, quantunque fatto a minuto) recando continui danni ai Genovesi, frequentatori di coteste spiaggie per loro traffici. Di ciò meritamente stizziti, commisero ai proprî consoli che andassero a richiamarsene ai consoli di Pisa, e questo essi fecero. Venuti al cospetto dei Pisani favellarono: «E' non ci pare onesto, uomini dabbene, che, mentre la pace dura fra noi, i vostri concittadini corrano addosso ai nostri e gli spoglino. I vostri castellani bonifazini fanno il diavolo a quattro a danno della nostra mercatanzia: ciò non istà in chiave: ordinate pertanto a costoro che restituiscano il mal tolto, altrimenti sarà rotta la pace, e cui avrà torto faccia tristo Dio.» I Pisani risposero: «Quello che voi ci dite ci accora forte, perchè avreste a sapere che il castello di San Bonifazio non ci appartenga, e i castellani, innanzi di essere nostri uomini, ci contradicano in tutto e come i vostri mettono a ruba i mercatanti nostri: accordiamo a raccogliere insieme un'armata e andiamo uniti a farli stare in cervello.»
Non dissero a sordo. I Genovesi, allestito un naviglio poderoso alla chetichella, assaltarono i Bonifazini quando se lo aspettavano meno ed occuparono la terra. Se i Pisani levassero scalpore per la presa di Bonifazio, ve lo potete figurare: ma i Genovesi rispondevano: «Voi vi lagnate di gamba sana: invece di ringraziarci di avervi levato un bruscolo dall'occhio senza che vi costi un quattrino, perchè ci maledite?» E aumentavano le provvisioni per difendere l'acquisto, perchè i Genovesi quando mordono tengono maladettamente: così vero questo che, per rammentare Genova, stringono le mascelle per paura che, non che altro, il nome della patria caschi loro dai denti. Rimase ai Pisani con le beffe il danno, pagando la pena della doppiezza loro. Donde io piglio occasione di ridere dei barbassori i quali si mettono in quattro per sostenere la diplomazia trovato moderno: no, signore, la diplomazia è vecchia quanto la bugiarderia, anzi una volta si riputava una cosa stessa con lei: soltanto ai dì nostri a taluno essendo venuto talento di separare la diplomazia, ci ha rinvenuto la bugiarderia e la gagliofferia rinterzata con la sfrontatezza. Appena i Genovesi ebbero messo il piede nell'isola, incominciarono a gittare con la pala ai Bonifazini danari, privilegi, insomma ogni bene di Dio: donde entrò, se non in tutti, almeno in corpo a moltissimi la voglia di venire a parte della cuccagna: arti antiche e tuttavia sempre efficaci; le mosche si pigliano col miele dacchè mondo è mondo. Calvi fu la prima a non si poter reggere e, accordatasi a patti, mise dentro i Genovesi; poi, continuando a declinare le fortune pisane, parecchi conti, voltate le spalle come suole ad occidente, si girarono a oriente. Allora si consigliarono spedire in Corsica Giudice di Cinarca con armi e navi per mantenersi nella devozione i vassalli fedeli, i ribelli reprimere: questi veduta la mala parata ricorrono ai Genovesi, che agguantano la occasione a braccia quadre. Cristo giudicò la lite contra i Pisani non senza ammonirli prima che s'imbarcassero, lasciandosi cascare di cima allo stendardo in Arno, che non era per loro. Se fu come la contano, certo non lo mossero i meriti dei Genovesi: forse in quell'ora i peccati dei Pisani pesarono più su la bilancia della giustizia divina, che quelli dei Genovesi. Roma, origine di tanti guai, considerando adesso che i Genovesi da un lato non erano pesci da abbocconare[11] l'amo di san Pietro, e dall'altro che i Pisani erano sfidati dal medico, ripiglia la Corsica e, poichè aveva le granfie stese, piglia anche Sardegna (era come fare un viaggio e due servizii), e concede la investitura di ambedue a Giacomo II re di Aragona. Teneva in quel punto l'accetta, voleva dire le chiavi degli apostoli, Bonifazio VIII, di mestiere avvocato: però s'egli sapesse tirare l'acqua al molino non occorre dire. Costui mise nel diploma per condizione, il re prestasse omaggio, pieno vassallaggio e giuramento di fedeltà alla Chiesa; la sovvenisse con cento uomini di arme corredati di un destriere e due palafreni per uomo, e cinquecento fanti, di cui cento almeno balestrieri con le balestre nuove, tutti aragonesi o catalani; ancora pagasse il censo annuo di due mila marchi sterlini di argento buono al romano pontefice in qualunque parte si troverà; e se non paga, scomunica e decadenza. Lui morto, succede poco dopo Clemente V, francese; quindi non parrà strano che dove Bonifazio rase la barba, ei ci facesse il contropelo: in effetto allo sprofondare di Corsica e di Sardegna aggiunse Pisa e l'Elba mercè l'aumento di altri mille marchi di argento da pagarsi dai reali d'Aragona. Roma vendeva a buon mercato provincie ed isole: bisogna dire perciò che le costavano anco meno; e per me giudico ch'ella avrebbe venduto il sole: basta che si fosse trovato chi avesse voluto comprarlo e sopratutto pagarlo. I reali d'Aragona ebbero fama, quanto a fede, di star meglio dei Turchi; sicchè, venuti alle strette con Roma, imaginate se la battesse tra il rotto e lo stracciato: così vero questo, che Giacomo, conquistata la Sardegna, mandò a dire al papa che, avendo speso un occhio per impadronirsene, durante dieci anni almeno non gli avrebbe potuto pagare un bolognino; dopo, se gliene avesse dati cinquecento, sarebbe bazza. Se il papa soffiasse a siffatte iniquità ed arricciasse il pelo, non è a dire; molto più che in quel torno nei piedi di san Pietro pescatore si trovava Giovanni XXII, famoso per tirare al quattrino:[12] ma ormai re Pietro se l'era presa, e bisognò, comechè al Papa paresse mandare giù una resta di grano, ingozzarla, non mica per perdere tutto, bensì per lesinarsela fra loro. Giovanni con quei paroloni pei quali Roma è unica ad onestare le più sozze cose, ammoniva primamente re Pietro come quel degno uomo di Carlo I di Napoli, malgrado le spese enormi per conquistare il regno, aveva sempre pagato puntuale come un banco il censo alla Chiesa; poi disse che per l'amore sviscerato che a lui figliuolo dilettissimo portava, quantunque la sede apostolica non solesse mai fare rimessioni, sarebbesi adattato a ricevere mille marchi per soli dieci anni; e cascasse un quattrino, a monte ogni pratica. Per allora continuò a quel modo, ma parecchi anni dopo Giovanni re di Aragona non volle pagare più nulla e ne allegava per causa, che regnando due papi, Urbano e Clemente, egli, che semplice era e timorato di Dio, il vero dal falso non sapeva distinguere, e molto lo atterriva il risico di somministrare pecunia allo scismatico; parergli meritorio a scanso di guai tenersela in tasca.
I Côrsi di Terra di Comune e i conti di Cinarca, vedendosi allora ruinare sul capo cotesto nuovo flagello di dominazione straniera, ed anco saliti in furore per trovarsi così venduti e rivenduti peggio che bestie in fiera, accontatisi insieme, fermarono di darsi ai Genovesi mercè certe convenzioni di cui fecero carta; la quale, sebbene sia andata dispersa, pure il contenuto in grazia di vecchi scrittori delle cose patrie, pervenne fino a noi. Voi mi direte: «Questo darsi a bel patto in potestà altrui fu affare serio»; ed io rispondo: seriissimo e degno del castigo che Dio per mezzo di Samuele fece sapere agli Ebrei sarebbe loro cascato addosso, quando di riffa vollero costituirsi un re. In effetto il castigo non si fece aspettare; imperciocchè scappasse fuori di levante una morìa, la quale avventatasi su l'isola menò tanta strage, che il terzo degli abitanti appena rimase vivo. Veramente pareva che avesse a bastare: piacque in altro modo alla provvidenza, e la peste fu per così dire l'antifona del salmo. Ma qui facciamo punto e miriamo qual fosse lo stato dell'isola in cotesto tempo. I signori a posta loro se ne dicevano gli Aragonesi e i Genovesi; quelli per investitura pontificia, questi per virtù di arme e per patto. Ora esporvi anco alla grossa gl'indiavolati viluppi che ne successero, sarebbe troppo lunga la storia; bastivi che gli Aragonesi non essendo comparsi nell'isola così tosto come temevano, dei conti, che si erano sottoposti ai Genovesi, incominciò la più parte, massime i cinarchesi, a friggere per la maluriosa soggezione.
I Genovesi mandarono in Corsica Tiridano dalla Torre per tenerli al quia; e i conti, conoscendo da sè soli non poter mordere, spedirono Arriguccio della Rocca in Aragona al re Pietro, per soccorsi; scarsi però, quanti bastassero al tenere in subbuglio il paese e lo stremassero di sangue agevolandogliene l'acquisto. Quando il re Pietro conobbe i Genovesi dalle contese quotidiane ridotti al lumicino, mosse ad opprimerli; e gli riuscì di leggieri sgomberarne l'isola, tranne Calvi, Bonifazio, San-Colombano e qualche distretto in Terra di Comune. Inferma la repubblica, cinque mercanti accozzatisi in Banchi dissero: «Lo stato in mano della signoria va come acqua messa nel vaglio; facciamo un negozio in comune e tentiamo di guadagnare la Corsica per noi.» Detto, fatto; la signoria, che, simile a papa Lione, quello che non poteva avere, donava, risegnò la Corsica ai cinque mercanti, i quali, costituitisi in società commerciale chiamata la Maona, raccolsero armi ed armati e vennero a combattere Arriguccio. Costui datene e ricevutene parecchie, all'ultimo disse ai Maonesi; «Che Dio vi aiuti, in Corsica che cosa ci siete venuti a fare? Per guadagnare di certo. Ed io perchè ci sto? Forse per perdere? Ma continuando di questo passo voi ed io ci rimetteremo il mosto e l'acquerello: accordiamoci; accettatemi sesto tra voi, e viviamo in pace.» Piacque il partito, e si spartirono l'isola. Intanto che Arriguccio patteggiava così co' Genovesi, persuadeva ai baroni côrsi non si movessero, aspettassero il destro di coglierli alla spicciolata; nè la occasione si lasciò attendere un pezzo, conciossiachè, stipulato il convegno dei Maonesi, chi andò di qua, chi di là: rimasero insieme due di loro con poca gente, e questi improvvidi assalirono, uno ammazzarono, l'altro fatto prigione ebbe a riscattarsi con seimila fiorini di taglia. I superstiti dei Maonesi, stroppi tra per questi tra per altri casi che si tacciono, un bel giorno, mandata la Corsica dove Luigi XI mandò Genova, voglio dire al diavolo, grulli grulli se ne tornarono a casa. Ma quel dovere lasciare la Corsica era per Genova una gran spina al cuore; per la qual cosa la signoria trovandosi meglio fornita di danaro, ripigliata la concessione, ci manda governatore lo Zoaglio, che venuto alle mani con Arriguccio lo sconfisse. Costui ch'era della razza di Anteo, il quale picchiato un tonfo in terra si rizzava più rompicollo che mai, tornò in Aragona, dove, ottenuto qualche sussidio dal re Giovanni, si fa vivo da capo su per le rupi dell'isola: indi a breve la grande computista dei conti umani tirò di frego alla sua vita facendo la somma: morì senza figli, ad eccezione di Francesco bastardo. Accorsero i parenti a stormo urlando: All'albero caduto accetta, accetta! Chi tira un brandello del suo retaggio, chi l'altro; sicchè Francesco, disperato, se non volle rimanere ignudo, ebbe a vendere al comune di Genova il castello di Cinarca per mille scudi di oro e le ragioni tali quali si trovava a possedere egli sopra la Corsica pomontana.[13] Per questo modo tornata in mano della signoria di Genova la stanga del torchio si mise a strizzare a suo bell'aggio il paese, finchè Vincentello d'Istria, parente di Arriguccio, non si reputando vincolato dalla vendita di Francesco, tentò più volte ripigliare il suo con armi proprie.
Provata la fortuna contraria, si volge, secondo l'antico costume, al re di Aragona, il quale per questa volta intende usufruttare per sè le pontificie munificenze: sceso armato nell'isola, di leggeri occupa i luoghi aperti, espugna Calvi, mette l'assedio a Bonifazio. I benestanti, come suole, più studiosi della roba che della libertà, accordano rendersi, dove la città non venga soccorsa dentro certo termine prefisso. La vigilia della scadenza il popolo tumultua e cassa il convenuto; mandansi messi per notificarlo al re Alfonso, allegando per causa il soccorso nella notte antecedente entrato in città. Alfonso nega possa essersi intromesso il soccorso e li rinfaccia di fede tradita: i Bonifazini a purgarsi del rimprovero e in testimonio di verità esibiscono due caci freschi, i quali avevano fatto di latte di donna; di che Alfonso rimase confuso; nondimanco ordinò l'assalto, ma quantunque egli e i suoi ci si adoperassero attorno con tutti i nervi, rimasero ributtati valorosamente. Egregie opere in vero sono queste, però con troppo sangue acquistate e per dir più per causa non sua. Oh quanto meglio vivere liberi in pace all'ombra della vite e del fico proprii! Se togli Bonifazio, la intera Corsica venne in potestà di Alfonso; ond'ei un bel giorno, buttata giù buffa, impose una taglia di arbitrio. Il popolo comincia a bollire: allora Vincentello gli dice: «Da pignatta che bolle si allontana la gatta; leva la tassa.» E il re: «Oh bella! e se non posso mettere taglie come e quanto a me piace, a che sarei venuto a fare il re?» E Vincentello: «Qui tra noi non costuma imporre tasse senza il consenso dei popoli.» Il re, guardatolo fosco, conchiuse: «Questa è mala sudditanza e se non la sanno i Côrsi, gliela insegneremo noi.» La provvidenza volle che, invece di farla a noi, noi facessimo la lezione a lui, e di che tinta! La più parte dei Catalani lasciò le ossa in Campoloro; al punto stesso Calvi, per ardimento di Pietro Baglioni, si rivendica in libertà, e quasi presago che il cognome antico sarebbe un giorno infamato dal più grande traditore comparso al mondo dopo Giuda, smesso quello di Baglioni, Pietro assunse meritamente l'altro di libertà. La famiglia Libertà partorì di ogni ragione uomini illustri: trapassata in Francia tenne cariche supreme; uno de' suoi difese Marsiglia contro gl'imperiali; e in cotesto paese si estinse. E' pare destino che, nome o cosa, la libertà, nata e cresciuta in altre terre, o in Francia o per cagione di Francia, deva morire! Alfonso, conosciuto che aveva preso a menare l'orso a Modena, maledicendo le fatiche durate e i quattrini rimessi, si parte lasciando l'isola a cui se la vuol pigliare. I Genovesi, arrabattati a strapparsi di mano la patria, adesso non badano a noi, e i baroni riarsi dalla superbia antica si legano insieme per ricuperare la perduta dominazione: il popolo, non sapendo che pesci pigliare, consulta i vescovi, e, come se avesse la virtù della bettonica, questi propongono Roma: chi ce la vuole, e chi non ce la vuole: chi ce la vuole manda gente ad offrire l'isola alla Chiesa. Eugenio IV con fronte romana bandisce accettarla perchè la commette alla sua fede il consenso universale dei popoli; e intanto manda parecchie migliaia di armati a dare sul capo a cui contradicesse. Da quello che pare, a Roma avevano dimenticato la storia côrsa; gliela rinfrescarono alla memoria i Côrsi mettendo in pezzi i papalini e Monaldo Paradisi che li capitanava. Allora il papa Niccolò V conobbe più sicuro attenersi alle pratiche de' suoi antecessori, e vendè cotesta manata di spine a Ludovico Campofregoso. Ora, sebbene non cessino qui i guai cagionati da Roma alla mia povera patria, domando a voi se da persone che rappresentano sopra questa terra il nostro Signore Gesù Cristo, potevamo aspettarci più e peggio?
— Che vi dirò io, signor frate? — rispose il Boswell. — Da per tutto Roma suona la stessa musica. Quel vostro Gregorio VII trasferiva dai Sassoni nei Romani l'Inghilterra, perchè eglino si fossero mostrati poco premurosi di osservare la legge di Canuto circa al pagamento del tributo annuale da farsi a Roma. Offa, dopo ammazzato a tradimento Edelberto, domanda l'assoluzione al papa: concedergliela a patto che l'Inghilterra gli paghi ogni anno il denaro di san Pietro, il quale era tassa di un denaro per casa. L'Inghilterra scontava a contanti il delitto regio! Indi a breve passando il prete improntissimo i modi più avari, instituisce decime sopra i salari, le mercanzie, le paghe ai soldati, che più? fino sul turpe guadagno delle meritrici, indegnissima cosa e non però la più rea: nel vero voi troverete come Gregorio II, inviando il frate Agostino nella Britannia, per convertire gli abitanti, gli desse per precetto di provvedere cauto, avanzarsi bel bello, chiudere un occhio, se trovasse duro non si opponesse ai sacrifizi delle vittime; quanto sopra la religione cattolica potesse innestarsi di pagano accettasse, allo scopo che la gente rozza, senza che se ne accorgesse, all'antica religione trovasse sostituita la nuova: così, rinnegata la tradizione di Cristo dentro e fuori, la Chiesa cattolica è pagana. Tira, tira, un bel giorno la corda si stiantò, e l'Inghilterra si divise per sempre da Roma.
— E fece male.
— Come male? Anzi, dopo quanto vi ho inteso ragionare, io non concepisco come voi la duriate monaco. Sareste di quelli, salvo vostro onore, che parlano bene e razzolano male?
— Adagio ai ma' passi, signor Inglese. Io sento e parlo in modo unico. Nè io solo, ma quanti ecclesiastici viviamo in Corsica, conoscendo le rovine originate alla Chiesa dai peccati dei supremi correttori, massime dall'appetito disordinato dei beni terreni, senza rispetto ne riprendiamo gli abusi. Affermano i curiali di Roma il potere temporale necessario allo splendore della Chiesa. Santa fede! Oh quale altro splendore può pareggiare quello che le viene dalla faccia di Dio? Ma, conoscendo tuttavia e deplorando le abominazioni della Chiesa, e di quelle con tutto lo spirito supplicando dal Signore riparo, noi non la crediamo meno santa; ammiriamo la vastità del concetto, la efficacia degli ordini secolari, e ci affatichiamo; per quanto è dato a noi oscurissimi figliuoli suoi, a mantenerne incolume la stupenda unità. Ditemi che avete fatto voi altri Inglesi, e con esso voi i luterani, i calvinisti, i zuingliani e socii vostri? Avete preso il male per medicina: invece di rammendare la veste di Cristo, l'avete strappata peggio di prima: non operarono lo stesso i soldati della sua crocifissione?
— Signor frate, — rispose imperturbato il Boswell, — questi argomenti desiderano discussione positiva, messi da parte tropi, metafore e figure rettoriche di ogni maniera. Voi altri siete i soldati della riscossa, e levate i pezzi della disciplina per salvare il dogma. Ora voi sapete come il cattolicesimo arrivasse a mettere i suoi dogmi in custodia di Dio nel cielo, e degli sbirri in terra: inondando la barbarie, preti rozzi stettero al governo spirituale e sovente al temporale di popoli più rozzi: costoro fecero a gara a cui guastava di più, ma le sconcezze nel buio non apparivano. Più tardi, anzi troppo tardi, alcuni prelati romani, dotti, quanto pii, conobbero dove stringeva la scarpa, ma che farci? Ormai la natta tanto era ingrossata, che tagliandola correvano risico di ammazzare l'infermo; e la sbagliarono, perchè i medici pietosi sono proprio i babbi del canchero: di fatti gl'increduli trassero pro dagli errori per dissuadere da ogni fede gli empii per mandare tutto a rifascio sotto il flagello dello scherno. Dio è la regola, il Vangelo la chiosa; chiosa su chiosa è mestiere da mozzorecchi. Il cristianesimo, che taglia dalla pazza e può accomodare ottimamente di vesti la umanità mano a mano che scesce: i preti cattolici vollero stringere troppo e per sempre, quindi la cintura stiantò in più parti e tornerà a stiantarsi da capo: avendo eglino preteso non solo il concetto, bensì ancora le parole infallibili, adesso discredono l'uno e le altre. Che abbiamo fatto noi? domandate. Noi abbiamo rotto i cancelli alla libera indagine, la quale, come le altre libertà sorelle, deve appuntare in Dio padre misericordioso di tutte.
— Zucche! Voi avete, rinnovata Babele. Tot capita tot sententiae. Fortunato quegli che sa distinguere con voi da che parte tira la tramontana e da quale altra mezzodì! Per me quello starsi fermo come torre che fa la Chiesa per bene diciotto secoli contro le persecuzioni dei suoi nemici, e più ancora contro le prevaricazioni dei suoi indegni pastori, emmi non dubbia prova dello aiuto divino. Se Dio non la governasse con le sue sante mani, ormai pei papi la Chiesa avrebbe dato in secco chi sa da quanti secoli!
— Codesto vostro è l'argomento di Abramo giudeo quando, dopo essere stato in corte di Roma, volle il Battesimo; lo racconta il Boccaccio nelle Novelle....
— Io l'ho letto dentro il commento della Divina Commedia scritto da Benvenuto da Imola, — rispose fra Bernardino con voce alterata.
— Bene; egli è tutto uno, che la botte non fa il vino. Ma diamo un taglio a questi discorsi, chè io non venni in Corsica a disputare di teologia: torniamo sul tasto dei forastieri.
Alfonso ordinò l'assalto,..... ma rimasero ributtati valorosamente. (pag. 76)
— La Corsica adesso è capitata nelle branche a san Giorgio, voglio dire della Banca di S. Giorgio. Questa compagnia è un banco che ha leggi e governatori a parte, prestava e presta al governo, il quale gli commise in appalto bestie, cristiani, gabelle, rendite, città, castelli e provincie quando il governo ne aveva: San Giorgio arrolò eserciti, allestì armate, sottomise paesi, dettò codici, istituì tribunali, fece giustizia; insomma fu ed è Stato dentro lo Stato: non manca gente che lo ammiri; gusti da donne gravide. Quanto a me lo giudico censura solennissima della repubblica ligure; imperciocchè badate a me, aut, aut: lo sperimentano buona cotesta amministrazione in preferenza del governo ordinario, e allora quella si tengano, questo mandino allo scorticatoio; o la faccenda va all'opposto, ed allora io non capisco come un reggimento bene ordinato patisca quel calcio in gola. Sopratutto io poi lo considero prova manifesta ed incentivo ad un punto del disamore che i Genovesi hanno per la patria. Per lui si chiarisce come una parte di Genovesi, messi in salvo gli averi, si dieno senza pietà a ruinare la patria: per lui l'altra parte, sicura di non perdere i danari, lascia nabissare ogni cosa; mentre se, sprofondata la patria, vedessero andarle dietro le fortune private, se non per benevolenza, almanco per avarizia i Genovesi si rimarrebbero da mal fare. Il Banco, solito a volere i negozi spicci, conobbe che il nodo stava nello abbattere con gli aiuti della Terra del Comune i baroni pomontani; nè riputò disperato lo assunto, conciossiachè, quantunque costoro fossero parecchi, pure, nel modo che gli universi fiumi della Corsica mettono foce nel Golo e nel Tavignano, si riunivano tutti sotto le due case della Rôcca e da Leca. Pel Banco di san Giorgio ogni partito buono, ma sopra gli altri gli piacquero il fuoco, il tradimento, il coltello. Antonio Calvo, governatore, fece una ghiacciata di ventiquattro baroni ad un tratto; gli altri fuggirono via atterriti riparando a Napoli. Beati loro se la volontà o gli anni li persuadevano a starsi in esiglio! E' vollero perfidiare nel cimento delle armi; e su le prime andò bene, chè Vincenzo da Leca, sorpreso Ambrogio Marabotto in quella che stava per entrare in Cinarca, lo tagliò a pezzi con tutti i suoi. Se non che Antonio Spinola, governatore, considerando come a mantenere viva la nuova guerra contribuivano massimamente gli aiuti che cotesti signori cavavano dal contado del Niolo divotissimo a loro, trovò partito più certo essere quello di sterminarlo e così fece: la desolazione e la morte percossero tutto il tratto di paese che giace tra Soana e Calvi: il passeggero che attraversa quel deserto, il quale nel suo silenzio maledice la straniera dominazione più che non potrebbero fare cento predicatori, sente venirsi addosso il ribrezzo della febbre. Ciò fatto, per mezzo di congiunti da bene, fa sapere ai da Leca che, ove si disponessero venire alla obbedienza, li perdonerebbe; chiesto di confermare la promessa con giuramento, giura. Fidasi Vincenzo, ma non si fida Giocante, che la scàpola, conservandosi a tempo men reo. Lo Spinola, avuti nelle mani Vincenzo, Mannone suo padre di ottant'anni vecchio e due bastardi di Renuccio da Leca, senza misericordia macellò; ai quali aggiunse contro la religione dei patti quattro baroni di casa Rôcca, Antonio e il figlio, Arrigo e il figliuolo del conte Polo. Cotesto Spinola indi a poco moriva di un trabocco di sangue; ed era ragione, ne aveva bevuto tanto che non bastava a capirlo. In questa, Genova sciolto un nodo ne lega un altro: dopo avere sperimentato tanti signori paesani, pare che voglia rifarsi la bocca tastando la straniera servitù: cacciati pertanto i Fregosi, si dà in balìa di Francesco Sforza e poi gli porge pecore da tosare di seconda mano. Ecco in Corsica gente insolita, consueti supplizii: il Cotta, vice-duca, per conto di non so quale tumulto, manda di punto in bianco su le forche una brigata di vassalli di baroni; e poichè cane non morse mai Côrso ch'ei non volesse del suo pelo, i popoli di Terra di Comune presero le armi e si elessero a capitano un secondo Sambucuccio di Alando, che fece ritirare le mani a cotesto sollecito Cotta. Anco i duchi di Milano passarono; Francesco Sforza morì; Galeazzo Maria suo figliuolo rimase spento della morte dei tiranni senza che ne approdasse la libertà. Ora San Giorgio ripiglia l'isola, disfà la lega di Tommaso Fregoso e Giampaolo da Leca, cacciando l'uno in prigione, l'altro in esigilo. Sorge vendicatore Renuccio da Leca. Potevano i Genovesi vincerlo in guerra, ma parve caro e gli proferirono uno spediente di molto risparmio. Capitato a sorte un figliuolo di Renuccio a Genova, lo acciuffano, poi, pensando cavarne partito migliore, lo rimandano in Corsica in compagnia di Filippino Fiesco amico vecchio di casa.
Qui giunti il Fiesco fa sapere a Renuccio che, se ha caro il riscatto del figliuolo, vada per esso. Renuccio, che accivettato uomo era, non si fida e continua a starsi chiuso nel castello di Zirlina: allora Fiesco va a trovarlo e negozia con lui la restituzione del figliuolo e l'accordo con Genova. Renuccio, vergognoso di mostrare diffidenza o paura, si consiglia visitare l'amico; il diavolo lo tira; preso e incatenato, dopo breve spazio di tempo muore nelle prigioni di Genova; gli storici genovesi scrivono di malattia e non hanno torto, perchè anco un capestro al collo è una infermità e di che tinta! In questo modo finiva la potentissima casata dei baroni da Leca; rimaneva adesso l'altra della Rôcca, sbattuta è vero, tuttavia sempre tale, da mettere in suggezione. I Genovesi, prima di venire in essa a mezza spada, spedirono governatore nell'isola Ambrogio di Negri, personaggio rotto alle più sottili arti di governare i popoli. Costui s'ingegnò staccare i Côrsi dall'affezione dei loro signori eccitando la vanità del popolo, blandendo la superbia dei caporali e principalmente saziando la cupidità di tutti: così seminato il terreno da Ambrogio di Negri, il Banco di san Giorgio mandò la falce tagliente a mietere, e la falce fu Nicolò Doria. I Doria stettero un giorno e credo tuttavia durino emoli degli Spinola; e poichè si era poco prima acquistato Nicolò Spinola bella fama tra i suoi per avere menato sterminio del paese tra Calvi e Soana, Nicolò Doria, dopo avere vinto Renuccio della Rôcca, a fine di precidere i nervi ai baroni, delibera condurre all'ultima rovina il Niolo, sul quale essi per ordinario facevano fondamento. Essendosi pertanto il nuovo governatore introdotto nella terra, assai forte su le armi, chiese per pegno di fedeltà sessanta ostaggi delle principali famiglie promettendo averne buona cura: avutili nelle mani, bandisce tutto il popolo esca dalla isola non badati sesso nè età. Un popolo intero ebbe ad esulare disperdendosi per le terre d'Italia; e fu sentenza dove uomo durava fatica a distinguere se la empietà superasse la mattìa, perchè i villani stessi ingrassano l'agnello per ammazzarlo a pasqua, e nol cacciano via dal presepio. Peggio accadde a Talavo, se pure peggio può dirsi la morte in paragone della vita, sofferta lontano dalla patria. Il prode uomo manda a sangue tutto il popolo di cotesto paese alla rinfusa, tranne una donna chiamata Lucrezia delle Vie, la quale ebbe ad ammazzarsi da sè per fuggire vergogna. Grande cosa ella è questa, che il nome di Lucrezia comparisca fatale in Italia; imperciocchè tre Lucrezie ci si ammazzarono per istudio di pudicizia e di carità patria, Lucrezia Mazzanti a Firenze, Lucrezia delle Vie in Corsica e la più antica Lucrezia a Roma. Le prime due, forse le più innocenti, perirono invano; fortunata l'ultima. Di tre, una giovò, e se, come di quelli delle donne, andasse pei sacrifizi degli uomini, avventurosi noi! Quando Renuccio udì coteste nuove, dubitò tutto il mondo gli cascasse addosso: come poteva starsi in Genova tranquillo mentre menavano siffatto scempio dei popoli devoti alla sua casa? La sua quiete non sarebbe stata argomento ch'egli avesse venduto il suo sangue a oncia a oncia? Se lo appellassero Giuda, non gli sarebbe parso che gli dessero il suo avere. Racimola quello che può di genti e di armi, e ricomparisce su i campi. Le arti del Di Negri così partorirono pessimi effetti, chè i Genovesi poterono opporre a Renuccio cavalli côrsi capitanati da un Cacciaguerra côrso. Incontraronsi in campagna, e non appena si videro (chè di ogni odio più bestiale è il fraterno), l'uno si avventò contro l'altro, si annodarono, nè si sciolsero prima che Cacciaguerra cadesse in terra sbranato. Poichè i Côrsi per mutue ferite si fecero scemi di sangue, Nicolò cauto con molta brigata si presenta a disperdere Renuccio della Rôcca stremo di forze; impresa copiosa di sicurezza, vuota di gloria; ma che importava al Genovese la gloria! Qui fu che apparve intera la virtù di Renuccio; imperciocchè, essendogli morto sotto il cavallo, e trovandosi travolto nella fuga, appena potè districarsi dai suoi, egli tornò addietro solo per tagliare la cinghia della sella, la quale postasi sul capo in mezzo a un turbine di archibugiate nemiche riparò incolume fra i suoi gridando: «Di me Genova non vanti trofeo!»
La guerra tirava in lungo, e ormai questo Côrso diventava un cattivo affare nelle mani dei mercanti Genovesi: si posero a vedere se ci era verso di finirla a buon mercato, ed anco per questa volta lo trovarono. Renuccio della Rôcca fuggendo da Genova ci aveva lasciato a studio due figliuoletti: Nicolò Doria ordinò glieli mandassero, ed avutili nelle mani, intimò a Renuccio deponesse le armi, altrimenti guai! Questi, ora paventando la sconfinata perfidia del nemico, scingeva la spada; ora, parendogli impossibile che trascorresse a tanto nefanda immanità, ne stringeva l'elsa più forte, e così tra il sì e il no la sua mente tenzonava. Nicolò a rompere le ambagi di lui gl'invia per acconto la testa mozza di un figliuolo con la giunta di quella di un nipote; e siccome Renuccio preso da terrore non si risolveva sollecito come la sua impazienza desiderava, gli ribadisce il chiodo nella testa facendogli assassinare un altro nipote. Allora il barone sbalordito tremando per ogni vena scappa via dalla isola imprecando e supplicando che per l'amore di Cristo non gli ammazzino il figliuolo superstite: però riavutosi dal ribrezzo ritorna cieco di furore a brandire il ferro, niente altro cercando che sbranare od essere sbranato. Per questa volta gli si oppose Andrea Doria, cui non repugnando gli esempii del cugino, mise a ferro e a fuoco terre, case e cristiani: anch'egli intimò a posta sua Renuccio posasse le armi, diversamente gli ammazzerebbe l'altro figliuolo: ma Renuccio, ormai anima e corpo diventato una piaga, non sentiva percosse o non le curava. Dopo varie vicende tutte infelici, ridotto a sostenere la guerra con solo otto compagni, gli tesero insidie e lo lasciarono crivellato di ferite sopra la pubblica strada. Ecco come rimase estinta la schiatta dei baroni nella Corsica, nobile e valorosa gente, fiera, superba, larga del suo, per nulla oppressora, amica del popolo: gli spensero i Genovesi persuasi da diverse cagioni, delle quali principalissime queste: la prima fu, che i mercanti si sentivano umiliati da quel fare signorile dei baroni, che ostentavano disprezzare mentre formava la loro astiosa disperazione: l'altra perchè, tolti di mezzo i baroni, reputarono condurre i Côrsi al termine che fosse loro meglio piaciuto: il popolo, giudicavano essi, non ha sapore di libertà, e col sapore gli manca il valore: viva, lavori e serva: tanto ha da bastare a lui, e per noi ne avanza. I Genovesi però fecero il conto dello scarpatore,[14] che stiantata la siepe pensa non dovere attendere ad altro che a insaccare i cavoli, mentre di un tratto si trova faccia a faccia col cane, il quale gli brontola alla spartana: «Vieni a pigliarli!»
— Bene, così doveva essere, — interruppe il signor Giacomo; a cui fra Bernardino di rimando:
— Io dico male; e come regge il cuore a voi, che pure sembrate persona di garbo, di sostenere che fu bene?
— Ho detto così, non mica per lodare le colpe che mi siete venuto raccontando, Dio me ne liberi; bensì perchè esse mi inspirano reverenza pei miei maggiori, i quali, in grazia della bontà e prudenza loro, apparecchiarono a noi altri posteri termini di vivere libero e modi di migliorarlo.
— E che cosa fecero, in grazia, di bello i vostri nonni, signor Inglese?
— Oh! i miei nonni innanzi tratto non chiamarono mai lo straniero per aggiustare i conti loro; qualche volta egli ci entrò pur troppo, ma per forza, ed invece che gl'Inglesi diventassero o Danesi, o Sassoni, o Normani, questi ebbero alla lunga a farsi Inglesi: inoltre quando i diversi ordini ruppero lite fra loro, adoperarono la prudenza di non condurre ora l'uno, ora l'altro, secondo che vinceva o perdeva, alla disperazione; bensì, temperando il talento o l'ira delle ingiurie patite, chi vinse si contentò di costringere il provocatore in parte dove non potesse trasmodare, contento di essersi procurato un arnese capace di valersi della libertà presente e di ampiarla nell'avvenire. Voi altri meridionali costumate come i selvaggi, che per raccattare il frutto, tagliano l'albero. Mirate un po' i Genovesi: non si chiamano contenti finchè non hanno schiattato i baroni; dopo i baroni ecco il popolo, che non sa od abborre le vie di composizione; ed ecco per ultimo il principe, che, piuttosto che reggere con giusto impero, si dà in balìa di podestà straniera: a questo menarono le stemperatezze così dei popoli come dei principi in Italia.
— Signore Inglese, salvo vostro onore, vi dirò che dallo anteporre che voi fate la vostra gente alla nostra, anzi a quella dell'universo, vi lodo molto; ma che vi serviate della vostra predilezione per crescere la soma dei già troppo carichi, questo va contro alla carità ed al giusto. Alla carità, perchè bisogna compatire i miseri, non avvilirli; contro il giusto, perchè ho letto che i vostri re quando ci si misero fecero di tutto; e Guglielmo il Tegolaio e Giacomo Paglia informino che cosa importi anco tra voi fidarsi a pergamene regie giurate o non giurate, sigillate ovvero senza sigillo; e quando il popolo prese la rivincita non mondò nespole, chè non si tenne prima di avere giustiziato re Carlo: così un capo regio saldò il conto di due capi plebei, e non fu caro. Egli è vero, che il re condannarono i giudici a modo e a verso, e i plebei mandati alle coltella; ma ciò non vale; nelle faccende di Stato, sicarii o giudici, mannaia o pugnali sono tutti una cosa: rimane inteso sempre che, con le solennità o senza, il vinto ha da morire, e il coltello in questi casi parmi più spiccio; sopratutto più sincero. Quanto poi a chiamare lo straniero, voi ce lo chiamaste mercè le nozze di Maria con lo spagnuolo; ce lo chiamaste quando, cacciato l'ultimo Stuardo dal trono, vi commetteste alla fede del suo genero olandese; ce lo chiamaste, quando morta la regina Anna andaste ad accattare un padrone in Germania, quasi ve ne mancassero in casa vostra: ce lo chiamò Giacomo II, e potentissimo e cupido dello altrui, sicchè dalla dominazione straniera vi preservarono la tempesta, o la morte: qualche briciola di virtù, ma di prudenza nè anche un chicco. Leggiamo le storie anche noi altri, sapete? E leggendo, e meditando, siamo venuti nella sentenza di pregare Dio che non ci voglia male, imperciocchè allora il senno degli uomini diventi cenere, ed il ragazzo spacchi la testa al gigante.
Il signor Boswell rimase percosso dalle parole del frate, e non ardì per allora rispondere; seguitò un lungo silenzio, durante il quale la destra del signor Giacomo era un via va, un via vieni dalla tabacchiera al naso. Quando non ci trovò più tanto tabacco, che bastasse ad essere preso tra il pollice e l'indice, ne versò ogni residuo nella fossetta che contraendo i nervi si fa tra l'aggiuntatura della mano col braccio, e tirò su su da riporne i granelli in mezzo al cranio; alla fine quasi a dispetto disse:
— Signor frate, io ve lo confesso schietto; da prima quanto si trova nelle mie vene di sangue avvocatesco, e tutti ce ne abbiamo anche troppo, si era risentito, per disputare ogni virgola e ogni punto del vostro discorso, ma poi pensandoci su ho veduto, che nel sottosopra voi avete ragione. Ringraziovi per tanto di avermi annacquato il vino della superbia, e queste reputo tale guadagno, che, quando non me ne venisse altro, io giudicherei non avere gittato dalla finestra tempo nè danari nel venire in Corsica. Se vi piace tirate innanzi, ch'io sto ad ascoltarvi.
— Levati di mezzo i baroni, il Banco di San Giorgio prese a camminare di un portante sì dolce, da disgradarne Brigliadoro, ma e' fu il trotto dell'asino. Il sale da quattro soldi, come eravamo convenuti, al bacino, a mano a mano si portò a dieci; ci tolsero le cancellerie civili; subito dopo i giudizii dei potestà; scarsi gli ufficii conferiti ai Côrsi così, che valeva proprio meglio non darne loro punti: per ultimo i dodici caporali aboliti. Veramente i Côrsi non avevano molto a lodarsene, ma lo istituto piaceva, e quando lo istituto accomoda, gli uomini tristi che lo tengono, muoiono, e i buoni possono succedere: e poi in qual momento toccarono questi cofani! giusto allora, che Giocante della Casabianca, comandante della piazza di Genova, emendando con la sua molta fede la poca prudenza della Signoria e del Doria, salvava la città dalla congiura del Fiesco.
E' fu in questo tempo, che i capitani di Arrigo II di Francia, raccoltisi a Castiglione della Pescaia, misero partito se dovesse farsi la impresa di Corsica, e fu vinto di sì, perchè di utilità grande a mantenere viva la guerra che i Francesi combattevano grossissima contro le armi imperiali su quel di Siena ed in altre parti d'Italia. Mandarono innanzi Altobello Gentili sotto colore di visitare i parenti, ma in sostanza a riconoscere quali le difese e gli umori dei terrazzani: tornato, egli riferiva le prime inferme, non avversi i secondi, almeno in parte. Allora i Francesi vennero ed acquistarono il paese non senza valore com'essi costumano, ma con molte lusinghe altresì, e con frode non poca: indi successe una guerra promiscua: zarosa, piena di sterminio, vuota di concetto, imperciocchè i Francesi, intesi unicamente a divagare gl'imperiali d'Italia, non ne avessero alcuno che fosse buono pei Côrsi; nè questi, a cui pareva essere stati messi allo sbaraglio senza pro, nol tacquero al Termes. In fatti mentr'essi vedevano succedersi a sostenere la guerra per parte di Carlo V tedeschi, italiani e bisogni spagnuoli, di francesi non ne arrivava, e i pochi che ci erano, andavano stracchi ai cimenti; il Termes dava loro erba trastullo, e molto li tratteneva con la speranza del soccorso dei Turchi. Vennevi Andrea Doria, vecchio di presso a novanta anni, generale di tutta la impresa, e assediando San Fiorenzo sminuì la sua gloria, governando le altre faccende crebbe il nome di spietato, imperciocchè nello assedio dimostrasse senile ostinatezza, non già perizia, e nella rimanente amministrazione rabbia di non poter vincere.
Intanto i Francesi accorgendosi come male i Côrsi si pascessero di parole, mandarono a chiarirgli solennemente, che il re per levare loro del dubbio, e i Genovesi di speranza, aveva incorporato l'isola alla Corona di Francia; cosa non consentita mai nè prima nè dopo alle altre provincie da lui conquistate; e ciò essere avvenuto mediante partito del suo consiglio reale, vinto con tutti i voti favorevoli; fatto degno di grandissima considerazione, conciossiachè egli d'ora in poi non potesse abbandonarli, se prima non abbandonasse la propria corona. Questo nel 1557. Tuttavolta, non vedendo alla magnificenza delle promesse conseguitare gli effetti, i Côrsi stavano di mala voglia; i timori crebbero dopo il rovescio toccato dai Francesi a san Quintino, epperò i caporali si condussero da Giordano Orsini per venirne in chiaro. Giordano li confortò a non dubitare: quegli avendogli detto volere mandare gente al re per raccomandarglisi, rispose, non cadercene il bisogno, pure mandandola non farebbero altro che bene: senonchè la pace era già stata bella e conchiusa a Castello Cambrese; e l'Orsini la sapeva, ma la dissimulò per vergogna o per paura. Sul quale proposito certo storico genovese scappa fuori con due sentenze, una buona, l'altra cattiva; buona quella con la quale rampogna l'Orsini, il quale, se veramente cristiano e gentiluomo era, non doveva patire che gente in procinto di essere abbandonata da lui, aizzasse con nuove ingiurie l'animo dei signori abbastanza inacerbito, massime che le offese fresche cociono più delle vecchie: cattiva l'altra con la quale sgrida il re Enrico di avere preso le parti dei Côrsi, non dovendo egli scomodare la Francia pei fatti nostri. Nel raccontare queste avventure mi pigliano i sudori freddi, e l'attaccherei, Dio mi perdoni, anche co' santi: ma sopratutto io mi arrovello con Sampiero, il quale, a quei tempi, era, si direbbe, il sopracciò della Corsica. Costui avendo militato nella ultima guerra della repubblica di Firenze contro l'Imperatore, doveva rammentarsi come i poveri Fiorentini restassero conci dai Francesi. Anche allora re Francesco, con mille promissioni e giuramenti, gli assicurò non gli avrebbe mai abbandonati; giunse perfino a dire, che avrebbe preferito perdere i figliuoli in Ispagna che abbandonare i confederati, e questo non tolse; che indi a pochi giorni li tradisse a Cambraio, e così vituperosamente, che Giuda stesso non avria fatto peggio. Anzi quando gli oratori fiorentini andarono a moverne querimonia in corte, udite un po' come li saldassero i ministri regi: — o che presumevate, dissero loro quei cortigiani guardandoli a stracciasacco, che pei vostri begli occhi perdessimo i figliuoli? Mandate la lingua al beccaio se non volete, invece di un nemico, tirarvene addosso due. La pace di Cambraio, e quella del Castello Cambrese, aspettando altre che le facciano il vezzo, tornano agli orecchi della Francia come i pendenti alla sposa. Talvolta però mi arrapino più col popolo che coll'uomo, imperciochè questo sia caduco, e invecchi, e instupidisca, e dimentichi, ma quello si rinnovi sempre, goda di giovinezza perpetua, e, dove voglia, non gli fanno mai fallo la mente o le braccia. Ma tanto è, quando mi metto a considerare come l'uomo spicciolo, e le masse degli uomini dimentichino presto, mi cascano le braccia, e torrei piuttosto a scalpellare un pezzo di granito dell'Algaiola, che imprimere in cotesti capacci un ricordo per loro governo. Oh! quante volte, fatto un falò dei miei libri, mi sarei ridotto in qualche eremo lontano, dove non si sentisse nè anco il rumore dei ranocchi... ma poi me ne dissuase la speranza, che dài, picchia, martella, una volta l'abbiano a capire.
— La capiranno, con un grossissimo sbadiglio disse Ferrante Canale, e ci mise dentro un suono di voce, che male si distinse se attendesse approvare o piuttosto interrogare.
— Però, riprese il frate, di raccomandazioni e buone parole, secondo il solito, per la parte dei Francesi non fu penuria, e giovarono quanto l'incenso ai morti. In effetto i Francesi senza ridere chiesero guarentigia di buon governo ai Genovesi, e questi di proteste empirono loro le tasche, ma appena eglino ebbero svoltato il canto, ci acciuffarono peggio di prima, gravandoci di 20 soldi, non più a fuoco, bensì a testa, e con altra imposta troppo più incomportabile, ch'era un tre per cento sul valore delle terre. Sarebbe stato piuttosto agevole cavare a san Bartolomeo una seconda volta la pelle, che a Côrsi quattrini, sia che ne patissero a quei tempi inestimabile inopia, sia che le terre, a cagione di cotesti trambusti, andassero nabissate, ed anco a parte ciò, fossero state stimate quattro cotanti oltre il giusto prezzo. Dopo molti strazii il Banco di San Giorgio se ne accorse, e soppresse il balzello, ma il Senato, udito ciò, fece una lavata di capo a San Giorgio delle buone, e gli disse: che cotesto suo era un pigliare il male per medicina, e che per uscirne a bene co' Côrsi ci abbisognano tre cose: forche, e poi forche, e sempre forche; e Côrsi e forche stavano insieme come la pasqua e l'alleluia. San Giorgio, che se ne sentiva fradicio, rispose, che una volta voleva fare come gli tornava, e un'altra come gli piaceva, e a cui non garbasse gli rincarasse il fitto. Voi lo sapete, le parole sono come le ciliege una tira l'altra, sicchè alle corte il Senato ripigliò il governo della isola, dando licenza a San Giorgio, strano a dirsi, per la prima buona azione commessa durante la sua vita.
A carne di lupo dente di cane: tornò Sampiero in compagnia di undici fidati, e con esso la fortuna côrsa. Sampiero sì che avrebbe meritato la famosa tromba del signor Torquato, non quel coso del Buglione, il quale non leva mai un ragnatelo dal buco. Così è, signor Inglese, mentre per fare ammirande le geste di parecchi, che il mondo costuma salutare grandi, bisogna aggiuntarvi un terzo almanco di fantasia, per quelle di Sampiero è mestieri sminuire la verità a fine di non passare di sballone.
Soccorso il valentuomo non ebbe da veruno, chè tale non si potria dire quel po' di munizione speditagli da Cosimo duca di Firenze, nè gli ottomila scudi con le undici bandiere di Caterina regina di Francia, intorno alle quali occorreva ricamato in oro il motto: Pugna pro Patria!
Singolare aiuto in fede di Dio; tanto più singolare, se si consideri, che Federico re di Prussia mandò al degno erede della grande anima di Sampiero, generale Paoli, una spada con la medesima leggenda: Pugna pro Patria! senz'altro. Le quali parole voltate in buon volgare significano: — il nostro mestiere, che è quello di re, non ci permette aiutare repubbliche; se ti puoi reggere da te reggiti, se no impiccati. — Certo tra Caterina dei Medici e Federico di Brandenburgo ci correva, ma in fondo avevano ragione ambedue; e i principi fino da piccini si ficcano bene nel cervello la dottrina del dispotismo, mentre il popolo fin qui o non la seppe comprendere, o non la potè ritenere in mente. Le milizie genovesi intorno a Sampiero si consumavano a mo' delle farfalle intorno al lume; per la quale cosa i magnifici Signori avendo sperimentato come l'assassinamento costasse meno ed attecchisse meglio, commisero al Marcendino provenzale, e a Paolo Mantovano, di ammazzare quegli Sampiero, questi Achille da Campocasso, ed ambedue lo tentarono, il primo col ferro, col veleno il secondo, ma fallirono il colpo. I magnifici Signori non si sgomentarono per questo, anzi più alacri di prima si aggiunsero complici al delitto tre Ornani, e un Ercole d'Istria: questi chiamarono a parte della congiura frate Ambrogio di Bastelica (che Dio danni in eterno l'anima di quel maledetto frate), il quale, abusando della confessione, persuadea a Vittolo, fidato servitore di Sampiero, che avrebbe il favore della Repubblica, si guadagnerebbe la indulgenza plenaria e la remissione dei peccati, mettendo le mani nel sangue del suo padrone.
Ahi! Sampiero, perchè ti lasciasti cogliere alla ragna? E sì che gli anni della discrezione non ti mancavano contandone tu più di settantaquattro; ma tanto è, ognuno ha da filare la lana che gli ha messo tra mano la fortuna. Certa sera recano a Sampiero lettere false a Vico di taluni amici della provincia della Rocca, le quali lo avvisano essere disposti a tumultuare; corresse difilato su i luoghi. Sampiero con giovanile avventatezza, senza ombra di considerazione, tolti seco il figliuolo Alfonso, e Vittolo, con alquanti cavalli, cavalca forte fino a Corticchiati; il giorno dopo passa a Ciglio, dove in cognizione come un uomo della terra facesse la spia al nemico, senz'altra forma di processo ordinò di presente lo impiccassero; quinci si affrettava alla posta datagli, la quale era a Cauro: senonchè tra Eccica e Suarella allo svoltare del poggio si vede accorrere di corsa parecchie centinaia di archibugieri a cavallo capitanati dal comandante Giustiniani e dai tre Ornani. Egli allora si giudicò morto, e rivolto al figliuolo gli disse: — E' vogliono me, tu sàlvati, chè quanto posso li tratterrò; — e siccome il signor Alfonso nicchiava, con gran voce Sampiero riprese: — Va via, se anco tu caschi morto, chi resta a vendicarmi? — Quegli allora voltò la briglia salvandosi a precipizio. Sampiero posto da questo lato l'animo in pace, sprona francamente contra il nemico: il primo ch'ei giungesse fu Michelangelo d'Ornano cui disse: — Traditore, tu sei morto! — E quegli di rimando: — Anzi tu, assassino di femmine! — E si spararono l'uno alla vita dell'altro gli archibugi. Sampiero ne uscì illeso, e Michelangelo soltanto ferito un cotal poco nel collo. Allora Sampiero chiese al Vittolo, gli porgesse un altro archibugio, e quei glielo porse, ma non fece fuoco, perchè Vittolo nel caricarlo aveva messo la palla nella canna prima della polvere. In quella, ch'ei stava maravigliato e sbigottito per la novità del caso, Giovannantonio di Ornano gli menò della spada su la faccia sfregiandolo di sconcia ferita, Sampiero afferrò per la canna lo archibugio, ed adoperandolo a guisa di mazza, con tanta forza ne diede in testa a Giovannantonio, che aperte le braccia come se dicesse: Dominus vobiscum, balenò per cascare da cavallo. Vittolo, che aspettava il destro, visto Sampiero, acciecato dal sangue, armeggiare con le mani, gli sparò a bruciapelo l'archibugio nelle spalle, e l'uccise di botto.
Il commissario, quando gli fu messo dinanzi il capo mozzo di Sampiero, ebbe ad ammattirne per l'allegrezza; buttò moneta dalle finestre, fece le luminarie, commise tutte le artiglierie menassero gazzarra, e quante Ajaccio ha campane sonassero a festa. Dicono che certi fanti tedeschi, al soldo della Repubblica, chiedessero le viscere del tradito, e l'ebbero, ed in vendetta dei compagni ammazzati in guerra se le mangiassero: però bisogna avvertire che questo caso raccontano i francesi; sul quale proposito per me giudico, che i tedeschi sono capaci di far quello ed altro, e i francesi di dare ad intendere quello e peggio. Ma quanto sto per raccontarvi tenete per sicuro perchè ce lo attesta uno scrittore genovese: il corpo di Sampiero essendo stato ridotto in pezzi, tanto il Fornari si mostrò vago possederlo intero, chè ne riscattò a contanti ogni brandello dai soldati. Allora Genova diede al mondo spettacolo nuovo d'infamia e non dimenticabile mai, imperocchè Roma, Tiberio e Nerone imperando, vedesse spie e sicarii disputarsi il prezzo del sangue, ma non davanti ai tribunali o al Senato: in Genova poi fu al cospetto dei magistrati che Raffaele Giustiniani litigò co' fratelli Ornani per la taglia messa sul capo di Sampiero: milleottocento scudi toccarono per sentenza agli Ornani, ma Raffaele non si acquietò al giudicato, e ricorso in appello, oltre i duecento scudi chiese il decimo sopra i milleottocento assegnati ai suoi avversarii. Come andasse codesta infamia a finire io non lo so, questo so bene, che a Genova non se ne vergognavano; in effetto di che cosa avevano a vergognarsi i Genovesi? Considerando essi i delitti negozii mercantili come gli altri, qual maraviglia se nella maniera medesima li trattassero? Però la è cosa piena di amarezza infinita osservare come l'avarizia e la cupidità giungano a spegnere la coscienza non pure dei presenti, ma dei futuri eziandio: non pure dei partecipi al misfatto, bensì degli altri, i quali o per mitezza di discipline, o per religione di ufficio, ed anco per trascorso di tempo dovrieno mostrarsi più giusti. Così Casoni non abborisce dettare queste empie parole, che la strage del Sampiero fu evento molto favorevole alla Repubblica, permesso da Dio per sollievo e per quiete dei Côrsi, e quasi gli paresse poco, a ribadire la empietà, più oltre afferma, che alcuni di prudente e circospetta natura conobbero che Dio con questa morte pareva che manifestamente favorisse la causa della Repubblica. Alfonso, figliuolo di Sampiero, sostenuta un pezzo la contesa piuttosto con virtù che con fortuna, ebbe alla per fine a capitolare: molti patti egli pose alla resa, e molti la Repubblica gliene promise, ma fuori dal concedere a lui e a' suoi compagni di esilio di menare con esso loro un cavallo e parecchi cani per uomo, sembra che gli altri o non osservassero od osservassero poco.
E perchè la guerra tirava alla fine, i Genovesi per illustrarla con tale un fatto che togliesse ai posteri la speranza di potere non che superare, uguagliare la loro virtù, fecero questo. Lionardo da Casanuova, tornato di Francia, dove si era condotto per la quinta volta in cerca di soccorso, casca in podestà dei Genovesi, i quali lo condannano a morte. Antonpadovano, recatosi alla Bastia con una fantesca nel disegno di liberarlo, ottiene facoltà per la fante di visitare Lionardo; la quale cosa facendo la donna quotidianamente, ed anco talora lo stesso giorno più volte, opera in modo che le guardie rallentino la consueta diligenza. Allora Antonpadovano piglia le vesti della fantesca, e penetrato nella carcere, persuade il padre a salvarsi in abito donnesco. Veramente Lionardo tentennò un pezzo, poi lasciò svolgersi dalle parole del figliuolo, che si sforzava capacitarlo com'egli innocente, ed infiammato di carità figliale, non corresse pericolo o poco. Anzi meritava premio, e non glielo negarono i Genovesi, no in fede di Dio non glielo negarono, però che ordinassero: il giovane Antonpadovano ad una finestra della casa paterna di Venaco s'impicchi, la casa, dopo lui morto, si abbruci.
Al fine delle sue parole il frate abbassò la voce, comecchè brontolasse sempre corrucciato: così il fragore del tuono per allontanarsi non cessa atterrire i petti dei mortali. In ultimo il tuono si spense sopra le labbra frementi di lui: allora si nascose la faccia dentro le mani; nessuno vide se pianse, o Dio solo conobbe le sue lagrime segrete, e certo un giorno vorrà retribuirgliene il merito in palese. Di un tratto il frate, dopo alcuna pausa, sorse risoluto in piedi, e favellò:
— Basta; il resto un'altra volta, per oggi io non ne posso più.
E trovata a tastoni la scaletta, che menava sopra la coperta, prese a salirla. Il signor Giacomo, dondolando a furia la scatola fra le dite, esclamava:
— Bene! benissimo! Ma sapete, signor Alando, che cotesto vostro signor frate... come lo chiamate? Oh! ecco... frate Bernardino da Casacconi... che cotesto frate ha tutto l'aria del galantuomo, e giocherei cento sterline ch'io non m'inganno... volete giocarle, signor Alando?
— Io lo so di certo, che padre Bernardino ha camminato sempre nel santo timore di Dio e nel santissimo amore della patria.
Al Boswel, indole temperata se altra fu mai, quantunque sembrasse strano quel positivo dato al timore di Dio accanto a quell'altro superlativo aggiunto allo amore di patria, pure si tacque, uso ad ammirare i nobili affetti anche quando paiono eccedere. E noi altri Italiani sovente non adoperiamo nelle parole misura: di questo particolarmente ce ne porsero esempio i nostri padri, come quelli che si sentivano il sangue a mille doppii più caldo di noi altri assiderati nepoti, e nei miei scritti sono soventi volte venuto rammentando l'avvertimento lasciato da uno di casa Alberti ai suoi figliuoli — che bisogna anteporre alla salute dell'anima la salute della patria.
CAPITOLO VII. Il cattivo incontro
Frate Bernardino, uscito all'aperto, scrollò quattro volte e sei la testa, e parve ricrearsi nel refrigerio dell'aria fresca, che gli s'insinuava per la barba e pei capelli: nè ciò bastandogli, fatta delle mani votazza, pigliava l'aria a guisa di acqua, e se la gettava nel viso. Così temperato alquanto l'ardore, s'incamminò tastoni verso la poppa, alla quale appressandosi gli fu domandato:
— Chi è là?
Il frate, riconoscendo la voce, rispose:
— Oh capitano, siete voi?
— Buon giorno, padre Bernardino; già mi figuro, che non avrete chiuso occhio tutta la notte.
— Io no, e nè anco voi sembra che siate andato a riposare.
— Per me la faccenda è diversa; quando navigo non dormo mai, e in terra poco: mi sfogherò a dormire dentro la fossa.
— Ma dove ci troviamo adesso? Qui dintorno buio, parmi essere entrato nel pozzo di san Patrizio; sento fischiarmi il vento sul capo mentre la galera barcolla appena, che novità è questa capitano?
— Voi avete la fantasia accesa, padre Bernardino; diversamente avreste indovinato a un tratto che ci siamo messi a ridosso della Capraia.
.... ridotto a sostenere la guerra con solo otto compagni, gli tesero insidie, e lo lasciarono crivellato di ferite sopra la pubblica strada.... (pag. 86)
— È vero sì, ma perchè non avete continuato il cammino?
— Perchè ho fatto il conto, che a proseguire era più la perdita del guadagno: della bussola non poteva giovarmi avendo dovuto per certa ragione, che non importa palesare, interdire rigorosamente qualunque fuoco a bordo; e il mare, comechè non procelloso affatto, impediva inoltrare senza molta fatica, nè a vela si poteva ire, e co' remi a stento, sicchè ammazzandoci tutta la notte saremmo arrivati a giorno chiaro in prossimità della costa del Macinaggio, dove temo che corseggino parecchie navi francesi. Trovandomi sotto vento alla Capraia ho pensato: piano ma sano: qui passeremo la giornata al sicuro, e stassera, per la bruna, con gente fresca e il mare abbonacciato, in quattro o cinque ore schizzo al Macinaggio.
— Pace e pazienza, e morte con penitenza, rispose il frate: da che non ci si para di meglio sbarcherò a visitare i religiosi che ci abitano, e mi consolerò a vedere i luoghi nobilitati dal valore dell'Achille côrso; non sapreste mica dirmi se ci sia rimasto egli stesso a governarla?
— Nè manco per ombra; il comandante Achille Morati dopo la conquista tornò al fianco del generale: credo che ci abbiano mandato il commissario Astolfi.
— E qual è costui?
— Per me non lo conosco; ha fama di essere uomo di stocco, e dicono, che sarebbe capace di farsi mettere in quattro sui cannoni prima di renderla.
— Dammelo morto.
— Come! non conoscete il commissario Astolfi e ne diffidate?
— Oibò! mi fido... cioè mi fido come uomo che sa quanto sarebbe grazia di Dio potere non fidarsi di alcuno.
— Badate, padre, al proverbio che dice: Il diavolo è triste perchè è vecchio; o meglio, ricordatevi del precetto: Non misurate se non volete essere misurato.
— Santa fede! quando si ha per le mani la salute della patria bisogna pesare e misurare tutto il giorno, e non basta, perchè la peggior carne a conoscere è quella dell'uomo.
— Voi altri fate professione di carità, ond'io devo credere che voi non parlate a vanvera; parlatemi chiaro; avete qualche motivo per dubitare del commissario Astolfi?
— In ispecie io non ne ho veruno; però voi sapete quello che dicono i vecchi: fidati era un galantuomo, ma non fidati poi era più galantuomo di lui: per ultimo ve l'ho da dire come in confessione?
— Dite pure.
— Mi sento il cuore peso, e questo mi dà cattivo augurio: mira un po' da levante ora che incomincia a schiarire; non vedi come il cielo paia tinto di ferro, e cotesti nuvoloni, che precipitano per costà non ti sembrano le anime del purgatorio, che strascinando i lenzuoli sepolcrali si affrettino alle antiche sepolture?
— Padre mio, poco più poco meno i giorni si rassomigliano; speranze lunghe, tribulazioni perpetue, e prosperità a spizzico, come il pepe su la minestra. I poeti cantano mirabilia su l'alba che nasce, e in cui non se ne intende mettono la voglia in corpo di ruzzolare da letto avanti giorno: fantasie! Per me ho visto il più delle volte alzarsi in mezzo ad una nebbia di sangue, e rassomigliare lui stesso all'occhio del parente, che abbia pianto tutta la notte il morticino in casa. — Di vero io non capisco in che avrebbe il sole a gioire uscendo a illuminare questa culla della sciagura. — Io vedo il sole che, come tutte le altre cose di questo mondo, per diventare più luminoso e bello, bisogna che staccandosi dalla terra si avvicini al cielo.
— Voi parlate come un dottore, capitano Angiolo: pure vi hanno fra tanti neri dei giorni bianchi, quantunque rari; e il cuore sembra che vi annunzi con qualche segno così gli uni come gli altri.
— Sua eccellenza il generale Paoli mi disse: che l'uomo deliberato di vivere e di morire per la patria non abbisogna altramente di attendere ai presagi; imperciocchè avvenga che può, in questo mondo non si muoia mai alla gloria presso gli uomini, nell'altro al merito presso Dio.
— Egli parlava da cristiano, ed io ti parrà che parli da pagano, pure io dichiaro riuscirci più facile negare, che astenerci dal dare retta ai presentimenti; così vero questo, che il generale, in onta della sua sapienza, io so ch'ei ci crede. Ma orsù il dì comincia a farsi chiaro, e tu che aspetti, figliuolo mio, a inalberare la santa bandiera, e a salutarla con la cannonata?
— Aspettiamo che butti giù la maschera quella torre costà; — e così favellando il capitano Angiolo additava al padre Casacconi una torretta quadrata, che costruita su di una pendice sta come a cavaliere su la scala della Capraia, e serve pei segnali. Quivi tutte le notti accendevasi, e tuttavia si accende, una lanterna, la quale manda tanta luce, giusto quanto basta per vedere in quale razza di scogli ti scaraventi il grecale a perdere anima e corpo.
— Per fermo, soggiunse il frate, quando tu sarai assunto al comando supremo del nostro naviglio, veruno negherà che la Corsica possiede un ammiraglio prudente.
E il capitano che intese la botta, sorridendo rispose:
— Io non lo nego; mi trovo carico di ferro e di paura; come dice il nostro proverbio, e lo vedrete: d'altronde metto subito a profitto la vostra lezione sopra la diffidenza...
— Certo... certo la cautela non fu mai troppa...
Intanto ch'egli profferiva queste parole, ecco tirarsi su lungo l'antenna della torre la bandiera; subito dopo, il saluto di un colpo di spingarda. Il vento, il quale, sebbene abbassato pure soffiava sempre con violenza, spiegò in un attimo la bandiera inalberata e ci mostrò dipinta la insegna di Francia; scudo celeste con gigli di oro, tenuto ritto da due angioli in campo bianco.
Me ne rincresce proprio per la reputazione di padre Bernardino, che egregia anco ai dì nostri gode in Corsica; ma come storico mi trovo in obbligo di raccontare, ch'egli proruppe in un sacramento coi fiocchi all'aspetto della odiata bandiera; strinta con man rabbiosa la barba, se ne strappò due ciocche o tre, e quando la passione sfocata gli concesse la favella, non rifiniva mai di esclamare:
— E ora, che novità è questa? O come sta questa cosa? Che l'abbiano assediata, non ci è pericolo; ne avremmo avuto odore a Livorno. Santa fede! il diavolo al sicuro ci ha messo dentro la coda.
Diciamolo in onore del frate: quantunque egli sciorinasse dottrine di diffidenza da disgradarne Macchiavello, in pratica fino a quel momento aveva creduto spesso, e spesso ingannato, non si era ancora corretto, e però non gli passava nè manco per ombra nel cervello il sospetto, che l'Astolfi, corrotto per denari, avesse reso la Capraia ai Francesi, senza nè anco un simulacro di assalto, che valesse a colorire la brutta compra e la più brutta vendita. Però il sospetto, che ultimo si offerse alla mente del frate fidente, speculativo, fu il primo che venne nel pensiero del fiducioso pratico, di cui la faccia diventò bianca come panno lavato: senonchè dopo un brivido leggiero per tutta la persona, ed un aggrinzamento appena visibile dei labbri, disse:
— Padre, andate sotto coperta.
— Vo' restare io; vo' vedere il fatto mio; scendiamo armati e tentiamo ricuperare l'isola per forza.
— Fra Bernardino, qui comando solo. Rammentate che l'ubbidienza è uno dei vostri voti, ed obbedite. Svegliate il pilota, e ditegli che venga tosto da me.
Il frate abbassò il capo, ed eseguì il comandamento; indi a breve comparve il pilota, il quale, desto di soprassalto, si fregava gli occhi come mezzo assonnato.
— Memè, gli susurrò negli orecchi il capitano Angiolo, abbiamo dato nella bocca al lupo. La Capraia è venuta in potestà dei Francesi, ed allungato il braccio additava al pilota la bandiera sopra la torre.
— Oh! proruppe Memè sbarrando gli occhi.
— Va, metti tutta la gente al remo, tira su l'àncora, dammene il segno; attenti al fischio, e giù in un attimo i remi dagli scarmi; — il timone lo reggo io.
— E da quei frati non si potrebbe cavarne partito?
— Il bisogno è grande; parlane a padre Bernardino, digli da parte mia che i primi discepoli di Gesù Cristo furono pescatori, ed ora importa ch'egli se ne rammenti.
Si udì un fischio da prua, a cui rispose un altro da poppa, e in meno che non si dice amen, la ciurma sfrenellando mise i remi in voga, ed arrancò a golfo lanciato: il capitano Angiolo, pratico del luogo, lasciò prima correre la galera diritta per un cento palate: poi spingendo di uno strettone la manovella a destra la fece girare a poggia; la nave cedevole piegò come vela di molino a vento rasentando gli scogli, e sempre scivolando a pelo della costa irta di punte, con destrezza mirabile trapassò di sotto al forte, senza che i cannoni la potessero offendere.
— Anche questa è passata, esclamò frate Bernardino, quando la galera, spuntato capo Fico, mise la prua verso ponente, e fermo sul remo raccoglieva con la mano il sudore che gli sgocciolava dal viso, gittandolo lontano da sè sul ponte.
— Non dir quattro finchè la noce non è nel sacco.
— Per la Immacolata! O che ti pare che non basti la perdita della Capraia? Per soddisfare un presagio malurioso non ti par egli che ce ne sia d'avanzo?
— Padre! padre! Avete visto?
— Che cosa? rispose il frate voltandosi di sbalzo.
— Due legni — due legni francesi a mezzo tiro di cannone.
— Io non ho visto... io non vedo niente.
Ed avevano tutti e due ragione, però che il vento fosse abbassato, ma il mare si mantenesse grosso, e rotolando immani volumi di acqua, ora, come dentro capacissima valle, celavano le navi, ed ora la sospingevano quasi sopra la cresta di un monte; donde l'apparire e lo scomparire di due grossi sciabecchi francesi, legni molto usitati in Francia a quei tempi, dopochè ella ebbe smesso fino dal 1740 le galere e le mezze galere.
— Santa fede! oh! li vedo; li vedo ancora io, prese a urlare di un tratto frate Bernardino, cui si fecero a sua volta palesi i due legni nemici. Ecco là cotesti scomunicati gigli d'oro, ma ciò che mi fa più saetta sono quegli angioli che li sostengono: che cosa ci entrino qui gli angioli io non mi so capacitare, a meno che non fossero di quei briganti che Dio agguantò per il petto, e arrandellò giù dal paradiso. Su da bravo, capitano Angiolo; spiegate la bandiera côrsa e andiamo contro questi cani, salvo il battesimo; presto chè lo indugio piglia vizio; uno dopo l'altro come le ciliegie.
E non a torto il frate parlava parole avventate, chè il capitano Franceschi, bianco come un busto di marmo, pareva non sapesse a qual santo votarsi; di modo che il frate dubitando cotesta inerzia, paura, gli si accostò borbottando: — Ai cani mansueti ogni lupo par feroce.
Gli occhi del capitano balenarono; un lampo solo, e le labbra ricomposte al consueto risolino, rispose:
— Padre Bernardino, a voi piacciono i proverbi, e garbano anche a me; ora meditate su quello che dice: dove la pelle del lione non arriva, bisogna aggiuntarvi quella della volpe.
Senz'altre parole scese sotto coperta, dove venutigli intorno gli ufficiali e i passeggeri, così palesò con succinto sermone il suo concetto:
— Signori, abbiamo sopravvento due sciabecchi francesi, però noi non possiamo fuggire, chè il bastimento oltre a trovarsi stracarico, a cagione del mare grosso i remi non giovano; ma quando fossimo vuoti, e il mare più tranquillo, col vento che tira non potremmo mai salvarci dalla caccia dei Francesi: quanto a menare le mani, noi non dobbiamo combattere.
— O come non dobbiamo combattere? uscì fuori frate Bernardino arrapinandosi; e il capitano Franceschi di rimando:
— State zitto, padre, per lo amore di Dio, ch'io so quello che mi dico; noi non possiamo... noi non dobbiamo ricevere palle a bordo. Innanzi ch'essi ci chiamino alla obbedienza, io faccio conto di andare ad incontrarli. Memè, buttate in mare il caicco; voi, signore Inglese, vorrete usarmi la cortesia di accompagnarmi; mi pare che siate munito di passaporto per Bastia, firmato dal console francese di Livorno.
— Così è, rispose il Boswell, ed anco porto meco lettere commendatizie per parecchi gentiluomini francesi.
— Tanto meglio; voi lascerete parlare a me; solo approverete, quanto starò per dire.
— Bene, non ci è da fare di meglio: tuttavolta chiedo licenza ammonirvi, che se le cose le quali voi siete per esporre, fossero troppo lontane dal vero, io non saprei in coscienza approvarle.
— Confesso che questo intoppo m'imbroglia la matassa: ma andate franco: io procurerò che le cose intorno alle quali attesterete, le sieno vere: quanto al rimanente non ci porgete attenzione; figuratevi, che non sieno fatto vostro.
— E badate, aggiungeva frate Bernardino, che le bugiarderie fra noi altri cattolici si pagano sette anni di purgatorio l'una; onde voi vedete il bel guadagno che fareste a confessarvi cattolico; e non finisce qui, chè per le bugiarderie che vi accadesse profferire adesso, come dirette a fine di bene, voi potreste contare sopra il ribasso almanco di un cinquanta per cento.
E il signor Giacomo sorridendo rispose:
— Un bel ribasso in verità, maggiore di quello che costumano le fabbriche di Birmingham; ma è meglio non mentire.
— Memè, continuava il capitano Angiolo favellando al pilota, il quale aveva fatto gettare il caicco nell'acqua; intanto che noi andiamo a bordo al francese, voi senza parere fatto vostro vi scosterete bel bello uscendo dal tiro del cannone: allora, se vi riesce, mettetevi alla cappa; se fra due ore, o meno, vedrete tornare il caicco con bandiera a prua, aspettateci; se non vedete nulla, approfittatevi del campo preso e salvatevi all'Elba.
Giocante Canale, che senza dir verbo, mentre questi casi avvenivano, aveva tratto fuori le armi ed osservato se la polvere stava bene nello scodellino, udite le parole ultime del capitano, le rimise da parte borbottando:
— Qui i soldati fanno da cappuccini, i cappuccini da soldati: ma tradimento non ci è.
Altobello, che pure lo intese, non sapendo che cosa pensarne, si strinse nelle spalle: quanto al signor Giacomo, che aveva assunto per regola di condotta la impresa dell'Accademia del Cimento provando e riprovando, disse fra sè: — Tiriamo innanzi, chè chi volge il dorso non fugge sempre; — e poi a voce alta riprese: — Eccomi pronto a seguitarvi.
Il capitano, come uomo che si sottragga dalla tentazione, corso alla banda del bastimento e agguantata la corda scivolò giù per essa di tonfo nel caicco: dove assicuratosi bene in piedi si affrettò a porgere aiuto al signor Giacomo, mal destro a pericolarsi su quei rompicolli di scale, massime in mezzo al mareggiare dei marosi: ma il signor Giacomo, sebbene quattro volte e sei gli sprazzi lo infradiciassero fino alla camicia, e sebbene altrettante stesse a un pelo di dare il tuffo nell'acqua, nè con atto nè con detto disonestò la pacata gravità del suo portamento; per lo contrario, seduto appena sul banco, trasse fuori la scatola che, prima di lasciare la galera, aveva avuto cura di riempire, e prese, con la consueta pace, la sua presa di tabacco.
Il capitano Angiolo drizzò il timone del caicco verso lo sciabecco più vicino, e dopo molto menare di remi pervenne alla banda di quello.
I Francesi avevano calato giù a posta loro scala e funi; e così persuadendoli la indole loro certamente servizievole, non furono scarsi di aiuto per tirare su il capitano Angiolo e il signor Giacomo Boswell: i quali, senza mettere tempo fra mezzo, furono intromessi al capitano dello sciabecco, che gli accolse vestito in gala, e appena vistili sciorinò questa diceria:
— Noi vi salutiamo, signori, come amici di S. M. cristianissima, imperciocchè senza aspettare altramente la cannonata, che vi chiamasse alla obbedienza, siete venuti a renderci conto dello essere vostro e della causa che vi conduce per questi mari.
— Eccellenza, rispose il capitano Angiolo, ossequiandolo coll'abbassare la berretta fino alle ginocchia, atto così turpe di brutta servilità, che il signor Giacomo sentì venirsi la nausea al cuore. Lo stesso Francese, cui pure piaceva lo incenso, sentendosi arrivare da una fumata un po' troppo ardita, rispose:
— Questo titolo in Francia spetta agli ammiragli; basterà che ci diate dell'illustrissimo.
— Illustrissimo, dunque, perdonate all'ignoranza, — senza scomporsi continuò il Côrso sempre in accento carezzevole, — il mio nome vi sarà senza dubbio ignoto, ma per vostra regola io vi chiarisco chiamarmi Francesco Maria Semidei, comandante da parecchio tempo cotesta vecchia carcassa, di cui è armatore un tale Salvatore Padovano côrso, domiciliato a Livorno. Ora importa che sappiate com'egli avendomi fino a questi ultimi tempi spedito in Sicilia, in Provenza e in Barberia, le faccende succedessero di bene in meglio. Tutto a un tratto mi carica di grano, e di non so quali zacchere, e mi dice: — Capitano, piglierete le spedizioni per Corsica. — Va bene, rispondo io; andrò a mettermi in regola col console di Francia. — Che Francia, e che non Francia, prese a urlare il vecchio matto, io vi spedisco al generale Paoli, e voi avete a procurare, girato il Capo Côrso, di surgere all'isola Rossa, donde darete avviso al generale, che vi manderà l'ordine circa a mettere in terra il carico. Allora, udendo con giusta indignazione che si trattava di venire in aiuto di briganti, risposi: — Armatore, mi maraviglio di voi, che essendomivi mostrato fin qui uomo religioso e dabbene, mi spingiate a commettere cose contrarie ai comandamenti di Dio, i quali c'insegnano ad obbedire ai principi, che governano per volere divino, senza darci briga di indagare dond'essi vengano; e se nel caso lo volessimo cercare, avendoci S. M. cristanissima comprato, è chiaro, che non potrebbe avere conseguito titolo migliore di disporre di noi anime e corpi: tuttavolta, mi parve dovere di aggiungere, tuttavolta messo da parte questo, degnandosi un re potentissimo, qual è quello di Francia, aprirci le braccia e accettarci per sudditi e servitori, o dove avete messo il cervello a rendergli morsi per baci? E poi, che prosunzione è questa di stare a tu per tu col Cristianissimo? Oh! non corrono più i tempi nei quali David ammazzava Goliat con una sassata; e avvertite ancora, che ciò non accadde senza miracolo di Dio, essendo Goliat filisteo. Ora se aspettate che Dio operi miracoli in danno del suo prediletto il re di Francia, starete fresco. Per ultimo, ma vi par egli giudizio, che mentre tante armate formidabili vanno di su e di giù pei nostri mari, possa vivere un pezzo questa capretta di Corsica, lasciata lì appesa ad uno scoglio senza che veruno la difenda? Sapete che ci è di nuovo, signor armatore? Voi dovreste ringraziare Gesù a mani giunte, come faccio io, di averci sortito al bene di servire il re Luigi. Di qual popolo più degno del francese potevamo noi desiderare riuscire vassalli? Di qual principe più magnanimo di Luigi XV diventare servitori? Luigi chiamato dai suoi fedelissimi sudditi la delizia del mondo.
— Veramente, interruppe il capitano francese con rara ingenuità, il suo giusto titolo è bene amato.
— Voi avete ragione: perdonate alla ignoranza; Luigi il bene amato. Ora per finire, illustrissimo, dirò che l'armatore finse pigliare le mie considerazioni in buona parte, e rispose: Ci penseremo. Fortuna volle, che un buon religioso mi avvertisse in segreto, l'armatore meditare il tiro di levarmi di punto in bianco il comando del bastimento. Allora dissi fra me: Che faccio? Permetterò io che questo legno, il quale dovrebbe glorificarsi con la bandiera dei gigli d'oro, si veda scorrere i mari sotto la brutta insegna della testa di moro? Può egli un buon cristiano in coscienza sostenere questa infamia, mentre sta in lui impedirla? Non lo può, e non lo deve: questa mezza galera prima di disfarsi abbia la grazia di aiutare quanto può la signoria del suo re in Corsica... ma, illustrissimo, era più onorato pigliare, che agevole compire il partito preso; da un lato mi bisognava fare presto e bene, dall'altro salvarmi dalle spie, che mi codiavano. Andare in consolato di Francia per ottenere la patente era un guastarsi l'uovo in bocca, indugiarsi era perdersi: insomma, io dissi: Che fai? Che pensi? A restare, il danno è certo; a partire, ti possono accadere tre casi, o traversare il mare senza imbattere in cosa molesta, o venire trattenuto da qualche nave francese e lasciato ire, ovvero essere accompagnato fino alla Bastia: certo questo ultimo sarebbe un grossissimo smacco; certo ciò non meriterebbe la tua fede pel re di Francia, nè il tuo trasporto per l'illustrissima nazione francese: ma che importano le apparenze a patto che si salvi l'onore, il quale consiste nello impedire qualunque ostilità contro il benigno sovrano, che vuole deliziare del suo governo la Corsica? Ed essendo venuto in cognizione come questo gentiluomo inglese intendesse passare in Corsica, dove si ripromette essere accolto lietamente, a cagione del merito guadagnatosi or ora dalla Inghilterra presso la Francia, per avere vietato ai suoi sudditi, sotto asprissime pene, di aiutare i ribelli côrsi, lo presi a bordo; molto più che, provvisto di passaporto francese e di commendatizie pei principali del governo, avrebbe in ogni caso ottenuto fede nella testimonianza di tutte quelle cose del mio racconto...
E qui gittò di scancio una occhiata sul Boswell, e vide come questi arrossisse, e imprimesse col dito una furiosa giravolta alla scatola: però da quel solenne pilota ch'egli era, con una stretta maestra di timone scansando lo scoglio aggiunse: — che riguardano la sua persona.
Alla coscienza degli Inglesi basta non dire il falso: quanto al vero è un altro paro di maniche: chiunque non sa, o non può pescarlo dentro le loro parole, suo danno: onesti fino alle porte dell'inferno, non già fino a quelle del paradiso: e pei mercanti è anche troppo; onde il signor Giacomo credè potere affermare senza rimorso: Per quanto mi spetta, io faccio fede del vero. E subito dopo, non aspettando invito, si cavò di tasca il portafoglio, e lo porse al capitano francese, il quale, composti i labbri al sorriso, tuttochè protestasse che non faceva caso, lo prese, lo aperse ed esaminò diligentemente le carte dentro al medesimo racchiuse. Il passaporto egli trovò in perfetta regola, delle lettere una andava al marchese di Graind-maison, un'altra al conte Narbonne Pelet di Fritzlar, eravene una pel conte Gabrielle Riquetti di Mirabeau, quel desso di cui la vita assai si rassomigliò alle processioni, le quali, dopo aver vagato un pezzo per poche strade buone e per moltissime cattive, rientrano sempre colà donde uscirono: conte nacque, e conte morì. Ma la lettera che, sopra tutte le altre, percosse il capitano, fu quella diretta a sua eccellenza Luigi Carlo Renato conte di Marbeuf, gentiluomo di camera del fu re di Polonia, duca di Lorena e di Bar, luogotenente del re nei quattro vescovati dell'alta Bretagna, commendatore, eccetera, tenente generale delle milizie regie in Corsica, eccetera, eccetera: questa, trovandola senza suggello, spiegò e lesse. Le lodi che in essa si facevano al signor Giacomo, comechè peccassero di esagerazione e non poco, bisogna dire però che nella massima parte egli meritava. Eravi ricordata la sua qualità di membro del parlamento inglese: nè vi si taceva il grandissimo conto in cui lo tenevano i medesimi ministri della Corona. Poichè il capitano l'ebbe scorsa fino alla firma, che trovò nientemeno essere quella del segretario del duca di Choiseul, si affrettò a restituirla ripetendo più ossequioso che mai: — Mio signore, vi aveva pur detto che non faceva caso, e mi sono piegato a leggerla proprio per farvi piacere. Capitano Semidei, quanto avete operato in servizio di sua maestà nostro padrone e signore vi manifesta perfetto galantuomo: in Francia si ammira lo zelo e si premia: signor Boswell, sono desolato, che con questo mare sottosopra non potrò farvi l'accoglienza che meritate, ma imperversino mare e vento quanto sanno e vogliono, non sia mai detto, che essendosi incontrate tante brave persone, non abbiano bevuto un tratto alla salute del re.
— Bene; con tutto il cuore, rispose il Boswell stringendo la mano al capitano e scotendogliela alla dirotta. Intanto che aspettavano il vino, il capitano Angiolo, cui premeva avere carte in tavola, uscì con queste parole:
— Illustrissimo, dell'ottima mente che vi degnaste mostrare verso di me, vi rendo grazie quanto posso maggiori: spero e desidero, che come questa fu la prima volta che c'incontriamo, così non sia l'ultima. Ora vi pregherei a mettere il colmo alla vostra cortesia veramente di gentiluomo francese concedendomi due cose: di cui la prima è il presto di una bandiera di sua maestà cristianissima, affinchè la mia galera possa con quella fare il suo onorato ingresso nel porto di Bastia; l'altra un certificato, che renda testimonianza delle mie dichiarazioni e della obbedienza prestatavi prima di qualunque richiamo.
— Ma ci s'intende, ci s'intende: anzi vi chiedo perdono se non vi ho offerto prima la bandiera: capisco benissimo quanto vi angustii entrare senza di lei in un porto francese: però voglio darvi la bandiera, ma ad un patto, ed è che ve la teniate in dono per amor mio, circa alla dichiarazione ci aveva già pensato: e mi corre anzi l'obbligo di munirvene per discarico mio non meno che vostro: solo mi rincresce, che gli sbalzi del bastimento non mi consentiranno dilungarmi quanto vorrei io e meritate voi.
— Illustrissimo, o breve o lungo, voi non potete fare altro che bene — rispose capitano Angiolo abbassando le palpebre per nascondere gli occhi che gli smagliavano come quelli del gatto salvatico; poichè volete ch'io tenga la vostra bandiera, sarà mia cura darvene un'altra.
In questa venne il mozzo coi bicchieri e col vino. Allora il capitano francese con bella cortesia sollevando il bicchiere; invece di propinare pel suo re, fece brindisi per sua maestà Giorgio III re d'Inghilterra, cui il signor Giacomo prontamente replicò bevendo alla salute di sua maestà Luigi XV re di Francia, e il capitano Angiolo, facendo coro ad entrambi con urli da spiritato, gridava: Viva il Re, viva il Re, vivano tutti i Re!
La marineria, comecchè non convitata a bere, pure a cotesto grido sentì commoversi le servili viscere, e dal ponte, dalle coffe, dalla sentina con tuono formidabile di voce rispose viva il Re! Lo sciabecco intero parve avere preso senso di umanità francese, per fare atto di servitù. — A cotesti tempi (bisogna pur dirlo) i Francesi erano ebbri di dispotismo peggio che di vino; e per le storie occorre, come a certa ciurma di vascello in procinto di sprofondare nell'oceano, nulla calse di patria, di famiglia e nè di Dio, bensì coll'urlo di viva il Re, disparve nella morte. Di tal gente nacquero coloro, i quali nel passato secolo vennero a insegnarci libertà, e in questo a ministrarci servitù, aspetto diverso di una medesima tirannide. Qualche menno d'ingegno vorria che queste cose non si avessero a dire: non gli date retta; l'adulazione è delitto di lesa maestà presso i popoli grandi.
Il capitano francese non capiva dentro la pelle, abbracciava il signor Giacomo, stringeva il capitano Angiolo fino a levargli il respiro, e non rifiniva di gridare, come Gargantua quando uscì fuori dall'orecchio sinistro della madre: — Da bere! da bere! — Però rammentandosi della promessa, chiesta licenza scese nel suo camerotto, donde, scorso spazio non lungo di tempo, tornò con la bandiera e col foglio, dove con elogi sgangherati metteva il Franceschi col nome di Semidei innanzi ai massimi difensori della patria antichi e moderni, perchè tradiva la sua. Pervertimento di senso morale, di cui l'anima nostra va contristata con esempii quanto schifosi, altrettanto spessi. Consegnati il foglio e la bandiera, il capitano Angiolo, in grazia del primo, venne a conoscere il nome del capitano francese, per la quale cosa riempito il bicchiere a modo di addio propinò alla salute dell'illustrissimo signor capitano Torpè di Rassagnac, cavaliere di san Luigi, invitando il Boswell ad imitarlo, cosa che questi fece senza esitazione: ma il capitano Torpè si tenne obbligato per cortesia a rispondere al Franceschi e al Boswell separatamente. Alcuni ufficiali del bordo, richiesti di pigliare parte alle libazioni, non ebbero mestieri di scongiuri, onde in breve incominciarono tutti a parlare, nessuno ad ascoltare, mareggiando per proprio conto assai più, che pel barcollamento dello sciabecco. Il capitano Angiolo, colto il destro, chiese in cortesia al capitano Torpè gli desse licenza, imperciocchè, quantunque il vento calasse di minuto in minuto, pure restando il mare gonfio, e dovendo egli bordeggiare per accostarsi alla spiaggia, gli pareva non aver tempo da perdere se disegnava entrare in porto prima di notte e così farsi onore con la sua bandiera. Il capitano Torpè, abbastanza pratico del mare, per conoscere ch'egli aveva ragione, gli dette commiato, non però prima di essersi reiterate fra loro le proteste di stima scambievole, e le promesse di rinnovare l'amicizia in Marsiglia o in Bastia.
Il capitano Angiolo scese nel caicco, considerato il mare e il vento, che lo spingeva al suo cammino in filo di ruota, lasciò il timone in mano del marinaro: egli assettavasi di contro al signor Giacomo, fischiando. Ma il signor Giacomo, uso ad almanaccare sopra gli uomini e i casi che si passavano tra le mani, battuto coll'indice un colpo sul coperchio della scatola, interrogava sè stesso: — Questo côrso è galantuomo? — e dopo lieve intervallo data un'altra percossa alla tabacchiera, domandò: — Questo côrso non è galantuomo? — È galantuomo: e allora o perchè non si è industriato di accostarsi ad uno dei due sciabecchi, e giratogli da poppa col vantaggio dei remi spezzarlo con una scarica diagonale, che gli avrebbe dato in un attimo la vittoria, e poi subito serrarsi alla vita dell'altro? Ma posto eziandio ch'egli dubitasse di potere ridurre felicemente a termine questo partito, a che pro la spontanea obbedienza? O non poteva egli, sforzando le vele e i remi senza avvilirsi con tante invenie rifugiarsi all'Elba o a Livorno? O di che cosa temeva? Con questo rullo di flutti male si possono assestare i tiri, e se il diavolo, ficcandoci la coda, avesse voluto che il Francese lo cogliesse di una palla, non sarebbe poi stato il finimondo, massime adoperandovi i remi. — Non è galantuomo, ma in questo caso come si spiega l'ordine dato al pilota di levarsi bel bello dal tiro, e di riparare all'Elba, se non ci avesse veduto di ritorno fra due ore? Perchè non si è messo addirittura nelle mani del Francese? Perchè non chiese gente dallo sciabecco per marinare la galera? Perchè a questa ora non ci troviamo tutti prigioni? — Per altra parte, chi lo capisce è bravo, se col Francese egli parlò in celia, io ne disgrado il Garrik a fingere meglio di lui. Ho letto nella relazione di Gerardo, visconte di Argentina, fatta a Federico imperatore, ch'egli giudicava i Côrsi tutti curiali: altro che curiali! Se rassomigliano a questo, ognuno di loro può vantarsi di tenere il bacile a quattro avvocati ad un tratto. — E in mezzo a cosiffatte ambagi l'animo suo tentennava sospeso, se non che adesso gli venne fatto di fissare gli occhi in viso al capitano Angiolo, e lo mirò così sereno di onesta baldanza, e direi quasi illuminato dalla interna contentezza, che la bilancia dello esame tracollò giù di piombo a favore del capitano, per la quale cosa, picchiando egli colla mano aperta sul coperchio della tabacchiera, disse a voce bassa: — È galantuomo, e poi a voce alta: — E lo vedremo tra breve.
— E che cosa vedremo noi di corto? gli domandò il capitano Angiolo, con tali un suono ed un gesto, da far comprendere al signor Giacomo, ch'egli non visto avesse assistito in terzo all'arcano ventilare tra lui e la sua coscienza; ond'ei con certa paura rispose:
— Eh! vedremo il Paoli.
— Ah! voi lo vedrete, soggiunse il capitano Angiolo con un sospiro; io no, chè il dovere mi chiama in altra parte, e chi sa per quanto tempo e con quali fortune: però voi quando lo vedrete gli direte....
— Che cosa gli dirò?
— Quello, che avrete veduto, aggiunse il capitano come pentito di essersi lasciato troppo ire: nè al signor Giacomo, per quanto vi s'industriasse con varii trovati, riuscì cavargli una parola di bocca.
Arrivarono per ultimo su la galera, la quale aveva fatto quanto poteva per rammezzare loro la strada. Saliti sul ponte, il primo oggetto che si parasse dinanzi gli occhi del capitano Angiolo, fu Giocante, il quale reputandolo, se non traditore, almanco codardo, non intendeva ormai rispettarlo nè obbedirlo: all'opposto a manifestargli disprezzo gli pareva quasi fare opera meritoria; però, in onta al divieto rigorosissimo del capitano di accendere fuoco a bordo, egli fumava a gloria. Il capitano Angiolo gli si accosta mansueto e quasi peritoso, quando poi gli fu presso, agile come il gatto, gli strappa la pipa di bocca, e glie la scaraventa lontana nel mare. Se il sangue saltasse agli occhi di Giocante non importa dire, e concitato mosse a pigliare le armi; senonchè il capitano afferrandolo pel braccio, gli ci ficcò le dita con tanta violenza, che, malgrado i panni, ne portò la impronta livida per giorni parecchi, e con voce tutta soavità gli disse:
— Signor tenente, se movete un passo, io vi mando a tenere compagnia alla vostra pipa. — E siccome l'altro infellonito stava lì lì per pronunziare qualche sproposito, egli pronto gli turò la bocca aggiungendo: — Guardatevi da dire cosa che io come comandante avessi a punire: per ora basti così; giunti a terra mi troverete disposto a darvi la soddisfazione che saprete desiderare.
— E la vorrò di certo.
.... il padre Bernardino proruppe in un sacramento coi fiocchi all'aspetto dell'odiata bandiera; strinta con man rabbiosa la barba, se ne strappò due ciocche o tre.... (pag. 101)
— Sia come vi piace.
In questa taluni della ciurma o dei passeggeri si erano accostati a loro dubitando di qualche sconcio ma il capitano, lasciato il braccio di Giocante, continuò a dirgli piacevolmente tre o quattro parole quasi sequela di discorso, facendo credere che il tratto della pipa fosse stato uno scherzo. E al punto stesso volto al pilota: — Memè, gli disse, tira su la bandiera di Francia all'albero di mezzana, poi vedremo di salutarla con un colpo di cannone da prua.
Frate Bernardino, contemplando sventolare la bandiera di Francia su la galera côrsa, strinse il pugno, e sollevato il braccio, glielo vibrò contro aprendo la mano come se volesse tirargli una sassata, e con quanto aveva di voce in gola gridò: — La maledizione di Sodoma sopra di te....
E proseguiva, senonchè il capitano Angiolo lo interruppe dicendo: Padre Bernardino, i Francesi non possono sentire le vostre parole, ma possiedono ottimi cannocchiali per vedere i vostri gesti: andate sotto coperta; io ve lo impongo.
Ma siccome dai moti di stizza del buon frate il signor Giacomo conobbe, che il suo voto di obbedienza stava sul punto di ricevere un serio affronto, gli bisbigliò destramente negli orecchi: — Venite che vi racconterò tutto il successo su lo sciabecco francese. Il frate, curioso come tutti i compatrioti suoi, non se lo fece dire due volte, ed i compagni lo seguitarono.
Il signor Giacomo raccolse tutte le sue virtù oratorie per fare un racconto a modo e a verso, capace di tenere ferma l'attenzione dell'uditorio; e su questo aveva abilità da rivendere. Più difficile gli riuscì presentare le cose in maniera, che tornassero in vantaggio della reputazione del capitano Angiolo: tuttavolta, quantunque ci mettesse dentro ottimo volere, ebbe a concludere che quanto alla fedeltà del capitano gli pareva potere dormire, e con esso lui tutti i gentiluomini a cui aveva l'onore di parlare, su due guanciali: forse non tanto si sarebbe confidato nella sua audacia: ma permettersi osservare che nel caso presente l'avventatezza poteva per avventura perderli, mentre la prudenza e la sagacia gli aveva salvati....
— Ma noi abbiamo bisogno di audacia, gridò il frate, e sempre audacia; davanti a questa i Francesi cagliano, l'umiltà altrui ne cresce la superbia.
— Eh! sarà come dite, mio signor frate; ma dacchè sembra, che anche per tutt'oggi noi dobbiamo restarci sul mare, non vi parrebbe opportuno di finire il racconto delle fortune côrse? Assicuratevi, ch'io ne ricavo diletto pari alla istruzione.
E fu colpo maestro del signor Giacomo, e quasi un grattare la pancia alla cicala: imperciocchè il frate, premuroso di provare come i Côrsi, nelle frequenti loro ribellioni e vendette, avessero fatto opere da meritarsi il paradiso, rispose: — Sicuramente che io ve la vo' finire la mia storia; e vera, sapete, non come l'hanno raccontata tanti bricconi di Genovesi, che il diavolo confonda: però mi bisognerà toccare i sommi capi, e su i casi minori scorrere di volo, chè altrimenti la sarebbe faccenda lunga. Voi lo sapete, gl'invasori rassomigliano un po' noi altri frati: quando chiudiamo la sepoltura diciamo: chi sta dentro se n'è andato in pace: però noi caliamo nella tomba i morti, mentre gl'invasori presumono metterci i vivi. Così i Genovesi a noi. Levateci le penne maestre, invece di blandire l'angoscia della indipendenza perduta, essi presero a bucare gli statuti pattuiti peggio dei vagli; con la forza talora tappavano i pertugi, ma ogni dì si tornava da capo; la fame fu reputata arte di regno, e così la ignoranza, e così lo sperpero delle famiglie. Voi vi avete a figurare che a tale intento moltiplicarono fino a sessantasette i conventi dei frati, mentre di monache ne concessero a pena uno...
— Io non comprendo, disse l'Inglese, a cui il frate si affrettò rispondere:
— La è chiara come l'acqua, perchè le donne stando a casa si maritano e stremano le famiglie per via delle doti, e gli uomini, rendendosi frati, in virtù del voto di castità non danno opera allo incremento della popolazione.
— Il signor Giacomo guardò il frate sottecchi, per conoscere se e' burlasse o dicesse da vero, ma visto che il frate non aveva muscolo che non fosse di buona fede, data una giravolta alla scatola riprese:
— Bene! ora capisco.
— Ogni giorno una ferita: ora esclusero i Côrsi dalle dignità ecclesiastiche tutte, perfino dai benefizii semplici, ora dagli officii civili di luogotenenti, cancellieri, capitani di presidio, sindacatori, castellani, notari, massari, munizioniere, esattore; e via via rinfrescandosi i divieti negarono loro gli ufficii di giusdicente, capitano, alfiere, sergente, caporale, ed anco di soldato nei presidii. Rispetto a ladri io ben vi voglio dire altro che questo: certo patrizio genovese, parente di un governatore, reduce della Corsica, gli domandò: le montagne ce le hai lasciate? Ed un altro, quando sentiva sonare a morto, innanzi di recitare il de profundis, domandava: tenne ufficio in Corsica il defunto? — se gli rispondevano: lo tenne; egli ripigliava: allora è fiato buttato; dallo inferno nessuno lo può cavare. Signor Inglese, ponete mente, non siamo noi Côrsi che giudichiamo, bensì sono questi giudizii di Genovesi su Genovesi.
— Bene, bene, ma gli raccontate voi altri, mormorò il Boswell fra i denti.
— Però non vi date mica ad intendere che le apparenze offendessero la onestà, anzi il decoro: la tirannia appena nata si agguantò alle gonnelle della ipocrisia, come i putti costumano a quelle della balia per non cascare. Tutti gli oppressori, o vuoi domestici o vuoi forestieri, hanno imparato da Caco a tirarsi dietro i peccati mortali per la coda, affinchè la gente vedendo le orme impresse in terra alla rovescia, li creda usciti, mentre all'opposto sono entrati in casa al tiranno; ma le sono arti che non salvarono nessuno dalle mazzate di Ercole. Di vero non si poterono lungo tempo nascondere le discordie da loro aizzate, gli omicidi promossi come la più grossa delle entrate. Un degno ecclesiastico, il padre Cancellotti della compagnia di Gesù, computa che, durante 30 anni di dominio genovese, la Corsica annoverò 28,000 morti di omicidio, e non furono tutti; e questo perchè? Perchè giudicando il Governatore ad arbitrio o come dicevano ex informata conscientia, vendeva le condanne, poi le grazie o salvocondotti di venire liberamente in paese, detti di tutto accesso, donde le ire riardevano, e quindi morti, ed incendii, e assassinii, desiderata messe di guadagno pei magistrati egregi. Genova faceva pagare un occhio per la patente del porto di arme, e ne vendeva settemila all'anno. Supplicata, vieta le armi, e per ricatto del provento delle patenti, impone due lire per fuoco, ma poi continua a dare le licenze per danaro, ed ella stessa vende ai Côrsi di contrabando le armi, sicchè quando nel 1739 il Magliaboia le levò, furono trovati ai Côrsi mille schioppi proprio con la croce della serenissima Repubblica di Genova. Ma sentitene un'altra: dopo averci immesso alla sordina gli schioppi, ella fustibus et gladiis mena a frugarli, e se li trova, guai! chè fra carcere e multe tu sei rovinato. L'assassinio, come per lo innanzi, tenuto in pregio di arte di regno: Giafferi, Venturini e Natali seppero a proprie spese, come lo stile della cancelleria genovese stesse a petto dello stile della romana curia, provato già da quel povero padre di fra Paolo Sarpi. Ho sentito dire, che procedessero i nostri oppressori libidinosamente, non meno che avaramente e crudelmente, e ci credo, perchè tutte queste qualità si tengono compagnia; ma come a religioso a me non addice allargarmi su questi tasti, ed anche dubito, che presto passasse loro la voglia di toccare i ferri sul banco del magnano: imperciocchè essendosi certa volta vantati di fare strazio delle donne della Isola-rossa, le quali di concerto coi mariti la difendevano, ributtati che gli ebbero dalle mura, esse sortirono arrabbiate, e presine 400 li nudarono, e li percossero con mazzi di ortica tanto, da parerne tanti ecce homo. Dopo l'assassinio non parrà strano nè forte, se l'incendio e la desolazione si reputassero dai Serenissimi pratiche di governo.
Così la storia nostra registra 120 villaggi arsi di un tratto, provincie intere disertate, popoli spenti: e' pare che per ultimo si trovassero contenti di essere salutati re del deserto. — Nè in casa nè fuori i Genovesi seppero reggere da cristiani mai; ma quando alla incapacità si aggiunse l'odio pauroso, o l'avara gelosia, allora, a giudizio dei loro medesimi concittadini, vinsero quanto ricordano d'immane le storie antiche e le moderne. Essendosi ribellata Savona ventilarono in senato se la si dovesse smantellare delle fortezze, e parve di sì; ma la spesa atterriva; allora sorse in piedi un senatore di casa Doria, il quale così favellò: — Se pur volete ruinare le mura di Savona, senza spenderci un quattrino d'intorno, io ve ne propongo il modo: mandateci due governatori simili all'ultimo, ed è lavoro fatto. Così durò il popolo côrso una lunga agonia, e sarebbe morto, se fosse possibile a un popolo morire: alla fine proruppe; molti fuori, e parecchi in casa, come l'andasse per lo appunto o non sanno o mal sanno: io vi dirò proprio il modo in che fu fatta, perchè mi ci trovai. Piloti pratichi delle tempeste civili a più di un segno avrebbero presagito imminente il turbine; con parole ardenti alla scoperta si andava tastando ora questo, ora quello spediente che pungolasse il popolo con maggiore efficacia; s'incominciò dal sale, che prima pattuimmo ci fosse venduto 4 lire il moggio, e poi lo aumentarono oltre al giusto, ma non partorì l'effetto; aggiunsero voler soppressa la tassa pel rimborso del presto stanziato alla Corsica nel 1680 in occasione della fame: buono anche questo, ma il popolo non si mosse. Meglio operò quest'altro: nel presidio di Finale un soldato côrso per certe maccatelle fu messo alla panca: i terrazzani allo strazio aggiunsero lo scherno menandogli dietro la baiata; della quale cosa egli infellonito mise mano all'arme, e sovvenuto da parecchi soldati suoi compatrioti, molti uccise, troppi più ferì; furono tutti impiccati: pensate voi se i parenti dei morti, saputa la nuova, bollissero; e la gente a soffiare in quel fuoco non mancava; ed io con i miei religiosi ci spargemmo per le pievi come seme di libertà componendo in pace vecchie discordie, ed avventando le ire côrse contro la abborrita tirannide. Ora sul finire del 1729 il luogotenente del governatore Pinelli si condusse a Corte, dove volendo starsi a bell'agio senza un pensiero al mondo, si tolse per segretario un prete cortinese chiamato Matteo Pieraggi, il quale gli faceva ancora da cappellano: e fin qui non ci era male: il male fu che non gli volendo dare un becco di quattrino per salario, lo facultò a imporre un balzello di 8 danari a fuoco per farsi l'assegnamento; donde gli venne il nome di prete baiocca, perchè appunto 8 danari formano una baiocca, e se non è morto a questi giorni, tuttavia gli rimane. Intanto essendo sopraggiunto il tempo di pagare la tassa dei seini, certo paesano, chiamato Cardone, andò a Bozio per pagare a modo e a verso i suoi due seini: dopo aver pagato i seini gli chiesero la baiocca, ed egli rifiutò darla: allora l'esattore gli rese i seini, rimandandolo con una carta d'ingiurie. Cardone che zoppo era, ranchettando per la via, contò la cosa a quanti paesani incontrava, i quali tentennando il capo avevano esclamato: — La vuol ir male; — e recatisi gli arnesi in spalla, chè il giorno voltava a sera, lo accompagnarono facendogli dietro codazzo fino alla piazza della terra. Giusta in quel punto ci capitava io, però mi posero in mezzo raccontandomi il successo, e domandarono consiglio.
Io risposi alla ricisa che non dovevano pagare la baiocca nè i seini; quella perchè imposta nuova, e le imposte per antico convegno non si potevano alterare; ad ogni modo non poterlo il luogotenente: questi perchè compenso del provento pel porto di arme, che avevano promesso proibire, ed all'opposto avevano continuato, cavandone maggior profitto di prima. E come dissi fecero, nè solo in Bozio, bensì a Tavagna e altrove. Il governatore Pinelli manda una squadra di sbirri e un esattore a Tavagna per mettere capo a partito ai malcontenti. I Tavagnini, non estimando gli sbirri gente da potersi combattere con onore, gli accolgono senza contrasto, gli albergano e convitano; nella notte gli legano, alla dimane gli rimandano disarmati con un carpiccio di busse delle buone! l'esattore non ebbe a deplorare altro danno che vedersi trasformato durante la notte il suo cavallo in asino. Cotesto fu stoppino buttato sul pagliaio; indi a breve lo incendio si dilatò per modo, da non temere più trombe: talune brigate corsero fino a Capocorso dove nessuno le aspettava e s'impadronirono alla sprovvista delle armi nelle torri: altre scesero nella Balagna, con la vista di sorprendere le armi e le provvisioni dell'Algaiola, senonchè il luogotenente avutone odore, valendosi dello aiuto dei paesani, potè metterle al sicuro in Calvi. I Côrsi tanto si arrovellarono contro i loro compatriotti per questo fatto, che di cima in fondo nabissarono l'Algaiola. Gli Algaiolesi certo avevano pessimamente operato, meritavano quello e peggio, ma non istava ai Genovesi punirli se la obbedienza a loro avessero anteposto alla carità della patria; in effetto non li punirono; all'opposto gli rimunerarono, e udite come (però devo avvertirvi prima, che io non burlo; e da questo apprenderete larghezza genovese che sia): con pubblico decreto il senato genovese compartì agli Algaiolesi il privilegio di andare accattando per la città di Genova.
— Dunque, osservò Altobello, una baiocca fu l'origine di questa guerra, che dura a un bel circa quarant'anni?
— Non è così, rispose il frate, non può il primo granello nè l'ultimo vantarsi di dare il tratto alla bilancia; ci hanno del pari merito tutti; quello, che la fa traboccare, somministra nome, non cause al tracollo.
— E se, con voce solenne aggiunse il Boswell, i popoli oppressi si movono per cagione vile, non s'incolpino essi, bensì coloro che gl'imbestiarono. — La più parte dei tumulti popolari nascono dalla fame, e sta bene; il tiranno, rapito al popolo il pensiero dell'uomo, bisogna pure che gli lasci l'istinto della bestia: moltiplice, non contentabile mai, divino il pensiero; unico l'istinto: però quanto procurano i tiranni sopprimere quello, altrettanto mettono studio a soddisfare questo; e tuttavolta neppure a questo possono provvedere le arti schiave, imperciocchè le industrie, o vogli agricole o vogli commerciali, desiderano ingegno educato, e la educazione non esce fuori se la mano della libertà non la semina, e la libertà non semina mai un seme solo, nè forse lo può; donde avviene, che da qualunque parte tu pigli le mosse, uscirai perpetuamente alla conseguenza che se qualche uomo è fatto per la tirannide, gli uomini non sono fatti per la servitù.
— O caro, sclamò frate Bernardino levando le mani al cielo, voi parlate come un quinto evangelista; e voialtri, figliuoli, sappiate che se metterete questi precetti alla coda di quelli del decalogo, voi non farete altro che bene.
Ma andiamo innanzi: tanta accendeva a quei giorni la smania di possedere armi i petti dei Côrsi onde adoperarle in pro' della patria, che parecchi di loro venderono i bovi per comprare uno schioppo. Circa 300 armati trassero alla Bastia, e presa di un tratto Terravecchia, fanno le viste di assaltare Terranuova. La storia non rammenta tutti i nomi di quelli, che su le prime mosse capitanarono il popolo, e dei pochi che ricorda dice appena il nome e la fine; miserabile fra tutti quella di Fabio da Loreto o Fillingheri, il quale, caduto in podestà dei Genovesi, ebbe mozzo il capo, poi fu squartato; Angiolo Taddei, richiesto di parlamento dal comandante genovese di Monserrato, con quattro compagni a tradimento rimane ammazzato; di Emmanuele Ciatra non so darvi ragguaglio, ma già la è cosa vecchia, chi inforna la rivoluzione non la mangia; e il popolano non si appaga di rumore di fama; tanto le lodi sono foglie, qual prima qual poi, cascano tutte; ma quando il verno ha spogliato l'albero, rimangono il fusto e i rami per riprodurle da capo, il popolo dura erede di ogni gloria dei suoi padri e dei suoi figliuoli, se la intende con Dio, e da lui spera misericordia e conforto nel giorno che quieterà nel suo seno come il Golo, dopo il rotto cammino, riposa nelle acque del Mediterraneo. Poco chiedevano i Côrsi, e da quello che domandavano voi piglierete argomento della giustizia della domanda: essi volevano il sale si pagasse un seino a bacino; si concedesse facoltà a tutti di portare arme, poichè nonostante la tassa dei 2 seini, a tutti non si negava, e la parzialità noceva più dell'uso universale, la tassa a soldi 20 per fuoco, com'era in antico, si restituisse; gli ufficii almanco in parte ai Côrsi si conferissero; i fuorusciti si richiamassero; il carico della vitella si sopprimesse.
— E che è di grazia questo carico della vitella? — interrogò il Boswell.
— Abbiate pazienza voi altri, ch'egli è forestiere e non ha obbligo di sapere le cose nostre come noi; in due parole mi sbrigo. In capo ad ogni due anni la repubblica scambiava il governatore in Corsica, il quale ci si trasferiva con la famiglia; ora le zitelle delle nostre comuni presero il costume d'ingrassare una vitella e donarla alla nuova governatrice per tenersela bene edificata: certa volta essendo accaduto che ci venisse un governatore scapolo, le zitelle giudicarono potersi astenere da presentare la vitella, tanto più che ella era pretta elargizione: ma il governatore che, se non aveva condotto la moglie, ci aveva portato l'avarizia, mutò con violenza il dono della vitella in balzello di pecunia, costringendo tutte le comuni a pagare ad ogni nuovo governatore 17 lire di buona moneta; e poichè questo iniquissimo aggravio non vergognarono i Genovesi di mantenere, i Côrsi, per ricordarne sempre la origine, continuarono a chiamare il peso della vitella. — In questo sollevamento non fu penuria per parte del governatore Pinelli delle solite tagliole ricoperte con le frasche delle scuse, delle promesse e delle ciurmerie, nè difettarono i benestanti, cui i garbugli danno la febbre, d'interporsi sminuzzando i bocconi al lupo ammalato; e molto meno la castroneria nel popolo di rimettersi a patti col padrone impaurito: certo, povero popolo! i suoi svarioni pagò, secondo il solito, in moneta di sangue; ma non importa; mentre i tiranni si rallegrano nella fede di avergli tagliato il capo, si accorgono che non gli hanno scorciato altro che le ugna, le quali col tempo crescono due cotanti più rasoi di prima.
Però non vi era tempo da perdere, e bisognava dare base a questa faccenda, chè il tumulto va a catafascio come Dio vuole, ma per la guerra ordinata è un altro paio di maniche. Nel decembre del 1730 giusto l'antivigilia di pasqua di Ceppo, i Côrsi convenuti nella pianura di san Pancrazio si accordarono facilmente sopra i partiti da praticarsi; solo non sapevano dove darsi di capo per la scelta di un generale, quando di un tratto vedono passare, montato sur un mulo, il signor Andrea Ciccaldi, uomo nobile e facoltoso di Vescovato: lo fermano e lo eleggono capitano: egli bada a ringraziare, e dichiarandosi indegno dell'onore lo rifiuta: gli rispondono, accetti, altrimenti come a nemico torranno la vita e ne diserteranno i poteri. Se però il signore Andrea prese a contragenio il comando, non lo esercitò con minor fede o prodezza; e quando in appresso io gli rinfacciai cotesto suo schermirsi, egli mi rispose sorridendo: — Che volete, padre Bernardino? anche Gesù Cristo parve aver caro gli fosse rimosso il calice della passione dai labbri; in effetto codesto comando fu, per quel signore, calice di passione, e quanto amaro! Oltre le fatiche, le cure e i pericoli manifesti, appene potè sfuggire le insidie, massime quando Camillo Doria (i generali genovesi trattavano meglio il veleno della spada) tentò farlo avvelenare da Petruccio di Orezza; e i beni si vide arsi, le case disfatte; parecchi dei suoi morti, ed egli finalmente ebbe a esulare in Ispagna; dove, a vero dire, si trovò accolto a braccia aperte e promosso a colonnello di fanteria, ma ad ogni modo quel dovere vivere fuori di casa è una gran pena al cuore; adesso che i suoi occhi avrebbero potuto deliziarsi nello aspetto della patria risorta, glieli ha chiusi la morte. Dio esalti la sua anima secondo i meriti. — Il signore Andrea, col consenso dell'assemblea, si aggiunse nel comando Luigi Giafferi di qua dai monti, e di là Luca d'Ornano e Domenico Raffaelli preti: il pievano Aitelli, uomo capace di governare un regno, fu eletto a segretario, anzi si deve a lui la scelta dei compagni che fece il signore Andrea, la quale non poteva cascare in persone più acconcie al fine di raccogliere in mazzo tutti gli umori della isola, imperciocchè egli rappresentasse l'ordine dei nobili, il Giafferi i popolani, Luca la memoria di Sampiero primo vendicatore della libertà côrsa, il prete Raffaelli, gli ecclesiastici svisceratissimi dell'indipendenza della patria. Questo, a mio parere, fu ottimo partito e da seguitarsi da quanti s'affaticano nelle civili rivolture, imperocchè importi nei casi di momento impegnare tutti i cittadini a sostenerli coll'arco del dosso, e la esclusione partorisce superbia da una parte ed odio dall'altra; dove poi occorrono umori dei quali tu a verun patto ti possa servire, allora dà un'occhiata alla punta della tua spada, un'altra al cielo, e dopo decidi quello che tu ne abbia a fare. — I generali, assembrata la consulta in Corte, questa, non contrastando alcuno, bandì la libertà côrsa e la decadenza della Repubblica genovese dalla sovranità della isola: poco dopo diciotto teologhi convenuti nel monastero di Orezza, disputata sottilmente la materia, dichiararono giusta la guerra contro Genova, come quella che se mai aveva avuto diritto a reggere l'isola, la trascinava tiranna: questa sentenza confermò più tardi con nobilissimo scritto monsignor Natali, vescovo di Tivoli, nato in Oletta, il quale, da quel valentuomo ch'egli era, prese a chiarire tirannia che fosse, e potersi, anzi doversi, combattere il tiranno. I Genovesi commisero a certo azzeccagarbugli di rispondergli, ed egli lo fece con uno scritto sciatto, intitolato Anticurzio; ma non lo trovando concludente, incombenzarono un sicario a confutarlo meglio; questi vi adoperò uno stilletto a tre tagli, e ne ferì nel ventre monsignor Natali, che si condusse a fine di vita, la quale però gli fu salva per l'intercessione della Immacolata, e mercè le cure del suo compatriota Saliceti, archiatro di sua santità Pio VI.
E poichè nella ingenerosa mercatanzia si apprende a truffare forse, ma si disimpara a reggere e a vincere i popoli, i Genovesi, sfidati di venire a capo della ribellione côrsa, si volsero per aiuto allo imperatore Carlo VI: qual coltello tal guaina: il tedesco di Austria, povero e avaro, in bottega o nella reggia, traffica sempre; sennonchè nella reggia, vende sangue; di fatti Carlo VI si chiamò pronto ad accomodare la Repubblica di dieci e più mila Tedeschi se le garbasse, a patto, che vivi gli mantenesse e morti glieli pagasse; la Repubblica spilorcia rispose per ora gliene basterebbero 3000, e tanti ebbe dal conte Daun, governatore di Milano, condotti dal barone di Schemettau, ma poi parvero pochi, e ne chiesero altri duemila. A prima giunta questo gentame ci fece del male assai, ed io lo so, perchè sortito, quando ce l'aspettavamo meno, da Bastia, ruppe i nostri, ed io ci cascai prigioniero: taccio gli strazi che patii; qui fu che esposto alla berlina non dubitai confermare sotto il patibolo, in profitto della libertà, la testimonianza che aveva palesata in Orezza; però dissi con gran voce queste parole: «La guerra che fanno i Côrsi è giustissima; io fui primo a chiarirla tale nella consulta di Orezza: e per dimostrarvi come per la patria e per la libertà io voglia patire tutto, ripeto qui la medesima cosa, intendo dire, ch'è giustissima la guerra impresa dai Côrsi contro Genova.» Ma come fossi quinci remosso a vergogna, trasferito a Genova, condannato a morte e salvato, non importa raccontare; bensì giova che voi sappiate, come i Tedeschi movessero contro la torre di san Pellegrino, e l'ebbero per tradimento; ma i nostri ce li chiusero dentro, per modo che non potendo cavare il vivere tranne dalla parte di mare, e questo indiavolato non permettendo gli approdi, furono costretti di venire a mercede. Il generale Giafferi aborrì di mettere a morte i supplichevoli, concedendo loro abilità di tornare a Bastia, e tregua di due mesi: sperò il generale che i modi onesti fruttassero qualche via di accordo ragionevole, e s'ingannò, perchè spirata la tregua i Genovesi bandirono la taglia di cento lire per testa di Côrso, e gli usseri, ubbriacati dalla cupidità del premio, ne portarono parecchie in Ajaccio e l'esposero, com'essi dissero, in esemplare corona su i merli della città. Avrebbero potuto in vendetta i Côrsi vendere i prigioni genovesi ad Aronne giudeo, che ne profferiva 80 mila piastre, ma non lo vollero fare, chè carne battezzata, quando è nemica, si ammazza, non si vende; e indi a breve una grossa mano di Tedeschi, condotta dal colonnello Vius e da Camillo Doria, uscita da Calvi, assalta Calenzano: erano 500, e prima di sera l'imperatore potè spedirne la fattura alla Repubblica in 50 mila fiorini, perchè erano tutti morti, e a 100 fiorini per testa sommano a tanto. Noi gli seppellimmo in luogo a parte, ed ogni anno celebriamo una messa per l'anima loro, ed aspergiamo le fosse con l'acqua santa: ah! signore Inglese, voi non siete prete e non potete sentire la dolcezza tutta divina di pregare pace pei nemici sepolti nella nostra terra.... e con le nostre mani.
Il signor Giacomo, cui parvero coteste parole feroci, si voltò verso il frate con la intenzione di fargliene rimprovero, senonchè lo vide così compunto di compiacenza, e sto per dire quasi trasfigurato dall'estasi, che dando un grossissimo colpo alla tabacchiera pensò: — Si danno certi sentimenti, che su due piedi non si può giudicare se meritino salire in alto per fermarsi su la forca o per continuare fino al paradiso: ci mediteremo a comodo.
— Nè questi furono i soli; nell'ottobre verso san Pellegrino accadde il memorabile fatto di arme, nel quale più di mille Tedeschi rimasero morti sul campo; ormai gli animi inviperiti ruggivano, i quartieri da una parte e dall'altra non si davano e nè si chiedevano. Parve bene mutare registro; allora vennero il principe Luigi di Wurtemberg, il barone di Schemettau e il principe di Culbah accompagnato da quattromila uomini; i sopraggiunti ne toccarono e ne fecero toccare; Schemettau assaltò il Nebbio, e prese Lento e Tenda, ma alla Chiesa Nera ne rilevò una battosta delle buone; il principe di Wurtemberg non potè penetrare, come divisava, in Balagna; allora pubblicò l'editto col quale si bandiva perdono universale, promessa di udire le istanze ed appagarle se ragionevoli; l'imperatore garantirebbe ogni cosa. Dei Côrsi alcuno accettò volentieri, parendogli duro avere a cozzare coll'Impero, tal altro mal volentieri, chè avendo gustato di già le promesse genovesi se ne sentiva ancora alleghiti i denti; ai generali, considerando che se rimasti uniti era malagevole resistere, impossibile riusciva allora che gli animi andavano divisi, parve bene accordare; ebbero dai Tedeschi carezze infinite; il principe di Wurtemberg li convitò a pranzo, bevve alla salute; partito egli, Wactendock, che aveva ruggine co' generali per le sconfitte sofferte, d'accordo col commissario genovese Rivarola, gli arresta, e li manda a Bastia: quinci imbarcati spedisconsi a Genova, che senza un rispetto al mondo li caccia, contro la fede dei trattati, in prigione a Savona. Da prima si bociava volessero strozzarli, poi si disse la Repubblica starebbe contenta a tenerli prigioni: di cotanta infamia si commossero i Côrsi, e, a lode del vero, non pure uomini principalissimi, bensì popoli interi di Europa; il canonico Orticoni, personaggio di bello aspetto e ben parlante, corse fino a Vienna a far valere la ragione dei traditi presso la corte: vi s'interpose lo stesso principe di Wurtemberg, che, nonostante tedesco, pare che fosse galantuomo; vi adoperò di ogni maniera ufficii il barone di Neuhoff, allora oratore di Carlo VI a Firenze, ma sopra tutti valse il principe Eugenio di Savoia, nell'anima del quale l'onore della giustizia superò quello della gloria. I Genovesi, volendo sgararla, mandarono alla volta loro a Vienna un marchese Girolamo Pallavicino con buone genovine e con cattive ragioni. L'imperatore s'intascò prima le genovine, poi disse, che lo esposto dall'oratore genovese era bugiardo, e tillato dal cervello di dieci curiali; sicchè mettessero i prigionieri in libertà e presto: allora i Genovesi non potendo calmare la paura, vollero compiacere alla vanità, ed introdotti i generali Ciaccaldi e Giafferi, il pievano Simone Aitelli e il prete Simone Raffaelli nella sala del gran consiglio alla presenza di una moltitudine di gente, ebbero a protestarsi pentiti dell'operato e ringraziare la Repubblica della restituita libertà.
Questi furono i benefizii degli Austriaci alla Corsica: Genova ci spese meglio di 8 milioni di scudi; dei regali ai Wurtemberg si fece un gran dire a quei tempi; appena la nave che lo condusse a Genova sorse nel porto, lo salutarono con le artiglierie; posto piede a terra, cannonate da capo; fu ricevuto da due deputati del consiglio grande, che lo menarono con le carrozze del governo nel convento dei Carmelitani, dove gli avevano fatto apparecchiare l'alloggio; lo invitò il Doge alla grande; e di ritorno a casa fu presentato con casse di cioccolate e di varia ragione liquori; ancora di una canna d'India diamantata e di una spada altresì, intorno alla impugnatura della quale si leggevano incise le parole: — Mi acquistasti con gloria, conservami con onore. — Per ultimo venivano quadri rappresentanti le sue imprese di guerra e di pace operate in Corsica, e si crede di certo che il pittore, cui furono commessi, ebbe a sudare meno di quello che dipinse le geste di Alessandro Magno. La fama raccontò che il valsente dei regali sommasse a meglio di 80 mila genovine; ma forse fu iattanza dei Genovesi, i quali, quanto sottili nel dare, altrettanto sono larghi a magnificare; ad ogni modo spesero molto, e non levarono un ragnatelo da un buco, anzi opinarono parecchi che avessero peggiorato le loro faccende, e fu appunto in proposito di questa guerra, che il marchese di Argens inventò l'apologo dell'ortolano e del cacciatore, il quale, come giocondo molto, vi voglio raccontare. Certo ortolano non poteva venire a capo di salvare i suoi cavoli, chè una maladetta lepre quanti ne nascevano, tanti gliene mangiava, ond'ebbe ricorso a certo cacciatore suo vicino, raccomandandosi che andasse a cacciargliela: questi glielo promette, ed un bel giorno arriva co' cani, che sguinzagliati sopra la lepre, la perseguitano di su e di giù facendo maggior danno in un'ora, che la lepre in un anno; al fine la lepre scappa; il cacciatore chiede la mancia, e consiglia l'ortolano a turare le buca della siepe donde la lepre potrebbe rientrare nel verziere. — I Genovesi, costretti ad osservare, almeno in apparenza, i termini dello editto imperiale, mettono su con poche lire una mano di furfantoni a chiedere grullerie, le quali subito concedendo, intendevano potere affermare di avere largito quanto i Côrsi avevano saputo chiedere, anzi qualche cosa di più; ma sventarono il tranello Giacinto Paoli, Simone Fabiani, G. Giacomo Ambrosi e Angiolo Luciana e Antonio Marengo, i quali prima chiarirono come quei ribaldi non avessero ricevuto veruna commissione dal popolo, e poi che coteste l'erano cianciafruscole, e ci voleva di altra maniera riforme per riparare i vecchi abusi; così bisognò alla fine promulgare un regolamento, dentro il quale non si sguazzava, ma si lasciava vivere; l'imperatore l'approvò e ne guarentì l'adempimento; i Genovesi lo sottoscrissero e deliberarono non osservarlo. Dio sta in alto e il re abita lontano, dicevano i vicerè di Napoli; i Genovesi non lo dicevano, ma lo pensavano, ed operavano giusto secondo tale opinione. — Siccome lo espediente più corto e ad un punto più sicuro di ottenere il silenzio sta nello ammazzare chi parla, così Simone da Campoloro, Giovanfrancesco Lusinchi assassinano, l'Alessandrini imprigionano, citano a comparire in Bastia Giangiacomo Ambrosi, Giacinto Paoli ed altri parecchi; domandando essi salvocondotto, si mandano 450 soldati in Rostino sotto il comando del capitano Galliardi ad arrestarli; i Côrsi gli assaltano e rompono. Felice Pinelli, surrogato a Girolamo Pallavicino, bandisce perdonerebbe la ribellione a patto gli consegnino i capi.
Lo zoppo Cardone contava la cosa a quanti paesani s'imbatteva, i quali, recatisi gli arnesi in spalla esclamavano: — La vuol ir male... (pag. 119)
In questa arriva il vecchio Giafferi, che i Genovesi dandogli pensione e carico di comandante, avevano tentato confinare a Savona, e raccolti gli armati, espugna Corte e il castello; quivi si convoca la consulta, la quale risponde al bando del Pinelli abolendo il governo della Repubblica e ardendone gli statuti. La guerra risorge più feroce che mai; fu varia la fortuna delle armi, ma più spesso arrise alla virtù côrsa, che al numero dei Genovesi, come a Moriani, dove rimase disfatto il figliuolo del Pinelli e il vescovo di Aleria, ma la corruzione da una parte, il diligente corseggiare delle galere genovesi intorno alla isola dall'altra, impedendo l'arrivo delle armi, e per ultimo dividendo gli animi, ridussero le cose all'estremo: ormai costretti a chiedere pace avevano loro risposto, consegnate le armi si rimettessero alla misericordia di Genova; disperati di ogni umano soccorso si volsero a Dio con le parole del Salmista: — Et tu, Domine, usquequo? — E il Signore, che non patisce sia detto avere egli abbandonato i difensori della patria, mandò, quando meno se lo aspettavano, in aiuto della Corsica il barone Teodoro di Neuhoff. Egli si mostrò su le coste di Aleria, dove lo condusse la nave inglese, comandata dal capitano Dick, in arnese stupendo; portava cappello a tre punte piumato e gallonato; la parrucca con cipria; sottana e zimarra all'armena, questa verde, l'altra vermiglia; le pantofole rosse alla barbaresca, un bastone ritorto in mano e la scimitarra turca pendente alla cintura: pareva venuto a posta per essere piantato in mezzo ad un campo di saggina per ispaurire gli uccelli, e invece volle essere re. Gli dissero che re non usavano in Corsica, si contentasse che lo salutassero salvatore del popolo; e' non ne volle sapere; i Côrsi poveri non poterono dargli altro scettro, che di quercie, ma ahimè! o di quercie o di oro lo scettro non è meno atto a fracassare le ossa del popolo. In ciò ammirate la mano di Dio, il quale a salvarci adoperò l'arnese che apparve più sconcio. Accompagnavano Teodoro, Saverio Buongiorno, tre barbareschi, fra i quali Maometto, stato schiavo a Livorno su le galere toscane, due giovani livornesi scappati da casa, Attiman e Bondelli, un prete di Portoferraio, Francesco dell'Agata fiorentino, una Costa, un Fozzani, un Loczi; insomma una vera brigata di saltatori. Quali e quanti soccorsi portasse seco, io non vi so dire, chè stava sempre prigioniero a Genova; però ne corse diverso il grido: chi pretese avvilirlo disse: 200 fucili, altrettante pistole, alcuni piccoli pezzi di artiglieria, certe quantità di sciabole; ed anco genovine e zecchini, ma pochi: all'opposto quel barone Friderik, che si faceva credere suo figliuolo ed era un frate sfratato, volendo magnificarlo sostiene, che Teodoro venne in Corsica con una fregata e due navi cariche di 14 mila sacca di grano, 6 cannoni di bronzo, 12 di ferro, 20 mila fucili, 14 mila vesti, altrettanti cappelli e para di scarpe e 100 mila zecchini. Forse, secondo il solito, la verità è tra due. Ma poco importa sapere quale dei due racconti sia il vero; questo intanto è certissimo, che senza l'apparizione di Teodoro, tra la gola côrsa e il rasoio genovese non si vedeva che si potesse mettere di mezzo.
— Bene: io mi sento lieto nel vedere, che non vi unite agli altri per dare la baiata ad un uomo forse generoso, certo infelice.
— Ohibò! So che i Francesi lo hanno preso a godere come quella forca del Voltaire: cotest'altra buona lana del marchese di Argens gli dedicò il secondo volume delle lettere ebree, come i tre successivi a Don Quicotto, a Sancio Panza ed a Amadigi delle Gallie: il Casti, vergogna del clero toscano, lo mise in canzone in un dramma; breve; all'albero che casca, accetta accetta, secondo il solito; non io così; ma confessando, che senza la sua comparsa per la Corsica era finita, non posso tacere che alla gratitudine nostra si chiuse ogni via quando, approfittandosi delle angustie nelle quali versavamo, ci mise il gancio al collo, e volle dominarci re; e degno di corona apparve nella breve potestà, se consideri la lascivia, la ferocia e l'abbiettezza di lui.
La lascivia lo condusse a toccare un carpiccio di bastonate a Cervione, ma delle solenni, e ciò per opera di un giovanotto di Alesani, che stando di sentinella alla casa di Teodoro, fu visitato dalla sua sorella; vedutala il re volle tirarsela a letto; e a letto veramente ei ci si condusse, ma solo e con le ossa rotte. Di talento immane fe' prova quando nella presa del forte dell'isola Rossa, trovato un tenente côrso complice di certa congiura contro di lui, ordinò che gli mozzassero la lingua, poi legato ad un albero lo ardessero vivo. I Genovesi, avendo preso uno del suo seguito, lo impiccarono, ed egli senza porre tempo tra mezzo, fece impiccare di un tratto 40 prigionieri genovesi sotto le mura di Bastia; certo qui si può scusare, perchè intese ammaestrare quei cosacci dei nostri nemici nelle buone creanze; pure ecco questa la trovai anch'io un tantino abbrivata; peggio fu mandare a morte, brevi manu, due Côrsi venuti a zuffa tra loro; e questo nacque da considerarsi, come re, sopra le leggi e i maestrati; ciò poi, che più di tutto gli nocque, fu la morte di Angiolo Luccioni, capitano di valore, che avendo favellato con manco di riverenza di Teodoro, egli se lo fece ammazzare sotto gli occhi in onta alle supplicazioni dei circostanti: dell'abbiettezza rammenterò una cosa sola, ed è la vendita della Corsica ai suoi creditori; e questo stette meglio ai Côrsi che il vezzo alla sposa; dacchè si dettero come schiavi, fu giusto, che si trovassero venduti come bestie. Chi fosse questo uomo, chi lo mandasse, da cui ritraesse i quattrini, o non è noto, o poco manifesto. Affermano avere vagato pel mondo a mo' di zingano sotto nomi diversi, ora pigliando quello di Napaer, ora di Limber, ora di Nisun, ora di Seimbough; quanto a titoli potete credere ch'ei non si lasciasse patire; in Londra passò per tedesco, in Livorno, per inglese; di commendatizie non conosceva penuria, perchè, dicono, se le fabbricava da sè; assicurano eziandio, ch'ei dimorasse schiavo qualche tempo a Tunisi. La fonte dei quattrini taluno la trova nel Gran Turco, altri nel Bey di Tunisi, cui promise arrolare un reggimento di Côrsi; altri per ultimo l'attribuisce ad una sequela di truffe, dentro le quali accalappiò un Burazzo di Sartene, l'ebreo Sebagh di Livorno, e certe religiose di casa Fonseca stanziate a Roma nel convento dei santi Sisto e Domenico: voi per avventura ne saprete qualche cosa di più sicuro, perchè credo che morisse a Londra, e forse l'avrete conosciuto.
— Difatti io l'ho visto, ma non so di qual colore sia la sua voce, imperciocchè ad ogni mia interrogazione rispose col silenzio: ciò può non parere gentile, ma egli aveva perfettamente diritto di fare così. Io posso darvi contezza precisa della sua vita e della sua morte...
— Oh! sì fatelo, che siate benedetto.
— Suo padre si chiamò Antonio barone di Newhoffen della contea della Mark in Vesfaglia, e condusse a moglie la figliuola di un mercante di Visen nel paese di Liegi: tribolato dai rinfacci della famiglia per le turpi nozze, va in Francia con la principessa palatina moglie del duca di Orléans; favorito da lei ottenne un impieguccio nel Messin, dove morì giovine e povero; lasciò Teodoro, nato sul finire del seicento e il cominciare del settecento; la duchessa di Orléans se lo prese per paggio, più tardi lo mandò luogotenente nel reggimento della Mark. Indole irrequieta, concetti avventurosi, anzichè magnanimi, pure non ingenerosi del tutto; uomini di ferro fusi nelle medesime forme dove gli uomini di Plutarco uscirono di oro: preso in uggia quel lento arrampicarsi dei soldati poveri su pei gradi della milizia, pianta la Francia, e ripara nella Svezia: milita con Carlo XII, entra a parte nella congiura del barone Goertz per deprimere la Inghilterra; a questo fine è spedito in Ispagna al ministro Alberoni. Nel frattempo Carlo III muore ammazzato a Fredereishal, Goertz paga la congiura, riuscita a male, col capo. Allora l'Alberoni lo piglia a proteggere, e lo fa colonnello di un reggimento; giovane di anni, di aspetto giocondo e d'ingegno bizzarro piacque a lady Sarsfield, figliuola di lord Kilmarnock; la sposò e la lasciò; se per colpa sua o della moglie non so, forse di ambedue. Recatosi a Parigi si amica Law, ed entrambi porta via il turbine amministrativo di cotesto Vesuvio delle sostanze pubbliche e private, allora viaggiò in Inghilterra, nell'Olanda e nell'Oriente, in cerca di buona fortuna: in Amsterdam, strinse lega con parecchi ebrei per certi traffici, che si fanno più volontieri di quello che si confessino. Che venisse a Firenze rappresentante di Carlo VI non trovo, nè credo che fosse: credo all'opposto che dimorando egli a Livorno, alcuni Côrsi, massime quel vostro canonico Orticoni, gli proponessero farsi re dell'isola, e questo a fin di bene; in prima per cavare da lui qualche soccorso, trovando chiusa ogni porta; poi per mettere fine alle gare dei Capi côrsi, le quali impedivano si potesse venire mai a capo di qualche cosa di buono: certo pochi saranno stati a parte del segreto ma ch'ei spuntasse fuori come un fungo, caro signor frate, non è da credersi. — Il barone tastò l'imperatore, i re di Francia e di Spagna, non meno che quello di Sardegna, ma si ebbe cartacce; nell'Oriente in quel tempo s'intorbidavano le acque, e Teodoro ci si recò a pescare: la guerra stava sul rompersi tra Russi e i Turchi; e sembrava sicuro che l'imperatore avrebbe fatto causa comune con la Russia. Teodoro, accontatosi col principe Rakocus e il conte di Bonneval diventato Osman pascià, nemici mortali dell'Austria, mulina la scesa in Italia con un esercito di Mori di Algeri, Tunisi e Tripoli; quinci per la parte del Friuli assaltare l'Austria, intantochè un altro esercito turco metterebbe a soqquadro la Ungheria. Teodoro terrebbe la Corsica in feudo della Porta, nè si fermerebbero qui le larghezze di lei. Ecco pertanto donde trasse i primi sussidii e i danari col marchio turco: più tardi, avendo la Porta mutato concetto, egli ebbe a ricavare denari dagli ebrei di Amsterdam, sue conoscenze vecchie, che poi messi dall'oratore genovese a Londra lo perseguitarono infelice, e lo fecero mettere in carcere dove languì sette anni. Orazio Walpole un bel giorno si rammentò di lui, e un po' per bizzarria, un po' per buon cuore prese a perorare la sua causa davanti al popolo inglese; il Garrick recitò una sera a profitto di lui e questi lo fece tutto per cuore: breve; tanto da cavarlo di prigione, fu messo insieme; quanto bastasse a spesarlo con agio negli ultimi anni della vita, no; visse poveramente, e morto si può dire giovane ancora, perchè annoverava 56 anni, gli fu dato sepoltura nel cimitero di sant'Anna a Westminster. Sopra la sua tomba si legge un molto strano epitaffio, il quale giudico fattura del medesimo lord Walpole; in italiano sarebbe così; «qui vicino sta sepolto Teodoro re di Corsica, morto in questa parrocchia l'11 decembre 1756, subito uscito dalla prigione del Banco reale, godendo il benefizio dei falliti, in sequela del quale assegnò il regno di Corsica ai suoi creditori.
Gran maestra è la fossa: al segno stesso
Paltonieri riduce e semidei,
E condannati al remo, e re sul trono;
Ma Teodoro vivea mentr'ebbe in sorte
L'acerbo insegnamento; chè fortuna
Donogli un regno, e gli contese un pane.»
— Se la sta come dite, riprese fra Bernardino, noi dobbiamo portare il voto alla Madonna, perchè i disegni di costui non abbiano sortito effetto: ad ogni modo rimarrà sempre vero che, sua mercè, i Côrsi rinfrancarono l'animo, ed ebbero armi per durare. Tornò due altre volte; la prima fu respinto dalla tempesta a Napoli, e i capitani olandesi congiuravano a darlo vivo o morto in mano ai Genovesi e forse ci riuscivano; ma egli che stava su le intese, riparò in casa di un principe napoletano, il quale lo fece scortare a Gaeta, e quivi custodire in prigione; donde andò a Terracina, e quinci di nuovo in Corsica. L'ultima volta venne sopra una nave svedese; mentre stava sorto su le àncore travagliato in cuore per non avere visto accorrere i Côrsi a fargli festa, si addormenta, e sogna essere arso vivo; destosi va in compagnia di tre suoi famigli nella stanza del capitano Wichmanhausen, e lo trova inteso ad apparecchiare una mina, che sottoposta alla sua camera doveva buttarlo all'aria. Teodoro, ch'era uomo di modi spicci, ordinò lo impiccassero all'antenna della nave; poi si allontanava senza che più si facesse vedere, sia che la fredda accoglienza dei Côrsi gli levasse il coraggio, sia che conoscesse non poterla durare contro i nuovi ausiliarii della repubblica, o si chiarisse a prova come stesse a cuore ad ogni maniera di gente guadagnare la taglia delle 2000 genovine che la repubblica aveva messo sopra il suo capo: egli è vero che egli aveva fatto il medesimo su quello del Doge, ma nessuno gli dava retta, perchè sapevano che le genovine della repubblica ci erano, e belle e contate, le sue nessuna zecca le aveva battute fin lì.
Ai Genovesi disperditori un giorno della potenza pisana, ai Genovesi, che mirano a un pelo la rovina della veneta, temuti padroni dei mari fino a Caffa e a Trebisonda, ora rimangono le mani per limosinare una spada straniera che li difenda, o per trattare lo stiletto; in prima trovarono Grigioni e Svizzeri; dei primi ne vennero dodici compagnie, dei secondi tre reggimenti, e fu per morire; tornarono anco più tardi, e fatti prigioni, la repubblica negò barattarli con altrettanti Côrsi; noi allora li liberammo senza compenso, a patto che le tre leghe non mandassero gente ai danni nostri; questo promisero, e questo mantengono; e noi ci loderemo degli stranieri quante volte non si mescolino nelle nostre faccende in bene nè in male. — Partiti gli Svizzeri, i Genovesi ricorrono alla Francia, e le chiedono gente per due milioni: poco cacio fresco, poco san Francesco; gli fecero capaci che più di tremila soldati non c'incastravano ed anco per breve tempo. Genova rispose, per ora basterebbero.
Il conte Boissieux ce li condusse; il canonico Orticoni e Giampietro Gaffori, uomo dal cuore di ferro e dalla bocca di oro, a nome dei Côrsi scrissero al cardinale Fleury: che novità era cotesta? come ci entravano i Francesi? che volevano dai Côrsi? — I Francesi, che ai tempi di Enrico II mandavano navi, armi e soldati in soccorso dei Côrsi combattenti contro Genova per la libertà della patria, que' dessi che, non potendo più combattere per noi, spedirono danari a Sampiero, e le bandiere col motto pugna pro patria per confortarlo a durare nella guerra, sì signori, quei medesimi sotto Luigi XV, interprete dei sensi loro il cardinale Fleury, scrivevano ai Côrsi: sottomettessersi ai legittimi padroni genovesi: poco importare come lo fossero, bastava il possesso antico e la conferma delle potestà straniere: non essere lecito resistere ai principi stabiliti da Dio, e il sacro testo parlar chiaro in proposito: i mali delle rivoluzioni superare di lunga mano qualunque incomodo fosse per partorire la obbedienza: però essi non mirare ad altro che a sottoporli di nuovo alla repubblica, che gli acconcerebbe pel dì delle feste. — O Francesi! O Francesi! O Francesi! dirò tre volte come fece Creso quando condotto a morte chiamò Solone, e più non voglio dire. — Tanto è, i Francesi vennero in fregola di entrare pacieri: invano i nostri dichiarano ogni accordo con Genova tornare loro più amaro che morte: invano concludevano co' Maccabei, volere piuttosto morire che contemplare i mali del popolo; e' vollero un memoriale che spiegasse in che si dolevano, e come intendessero che ci fosse riparato; e l'ebbero; poco dopo domandarono otto ostaggi per sicurezza che il regolamento o lodo per la pace sarebbe stato osservato: parve, e fu duro patto, ma gli ebbero; e mandaronli in Francia. Allora venne il lodo, e il conte Boissieux impose ai deputati lo approvassero a nome di tutti i Côrsi; i deputati rispondevano, che i Côrsi non gli avevano investiti di tanta autorità, e quando gli avessero, non poterlo fare se prima non vedevano lo scritto. Qui il conte dà nelle stoviglie, e minaccia bestie e cristiani: non crediate mica che fosse un tristo il conte Boissieux, — egli era Francese: allora sentite il ripiego: attela su la spiaggia del mare i suoi 3000 uomini, ci chiama il commissario genovese, e poi commette al suo aiutante di campo Goumai lo legga ad alta voce e in italiano: poi parendogli questa solennità fosse poca, ordinò a parecchi suoi mandati che lo leggessero ad alta voce alla foce di quanti più monti potevano. Questo lodo era una cosa ladra: concedevasi un tribunale di giudici forestieri, ma il senato aveva a sceglierli, i Côrsi pagarli; le condanne ex informata conscientia abolite, ma data facoltà ai Genovesi di arrestare e tenere in forze i sospetti; la Francia e l'Austria mallevavano l'adempimento del lodo, salva però la sovranità della repubblica su la Corsica: tempo 15 giorni a deporre le armi, e accettare: e altrimenti guai. Avete visto i cavalloni, che dianzi si cacciava davanti il libeccio; tali voi dovete figurare che fossero i Côrsi raccolti a Orezza per sentire questo stupendo portato del cervello francese. Il Boissieux, per mostrare ch'ei diceva da vero, manda 400 uomini a Marana per operare il disarmo, egli si apparecchia a correre la Biguglia coll'altra gente. Giangiacomo Ambrosi va a Marana e si ingegna persuadere ai Francesi con le buone, che non fa buon'aria per loro, tornino a badare ai fatti proprii a Bastia; e' predicava ai porri; alfine gli scappò la pazienza, e prese a menare le mani; accorse il Boissieux a sostenere i suoi: ma sì! lacero, lasciando il terreno coperto di morti, ebbe di catti di riparare a Bastia, dove non sopravvisse che pochi giorni al dolore di trovarsi disfatto da un branco, com'egli diceva, di villani. — I preti sono testardi, e in Francia non si conosceva allora, nè credo si conosca adesso, quanto sia più giudizioso riparare la ingiustizia con la generosità, che ribadirla col sopruso; però il Cardinale manda di Provenza rinforzi; un reggimento sopra parecchi brigantini, e 4 compagnie su due tartane: la tempesta parte annega, parte disperde: le 4 compagnie caddero prigioniere in mano dei nostri: il Cardinale poteva apprendere cotesto caso come avvertimento del cielo, ma anche qui gli nocque essere prete, imperciocchè essi credono che il cielo mandi gli ammonimenti di giustizia per gli altri non mica per loro; e coi rinforzi invia Maillebois.
Voi sapete, signore Inglese, come non vi abbia gentildonna in Francia, la quale ricusi diventare marchesa a patto di passare per la via delle sgualdrine,[15] come del pari gentiluomo che senta ribrezzo di venire in cima a quelli che in lingua di corte si chiamano onori, facendo di tutto un po', ed anco direi di che, ma l'abito mi persuade a tagliare corto; però essendo stato promesso il bastone di maresciallo al nuovo generale se arrivava a mettere in cervello i Côrsi, pensate voi se le sue gambe si arrestassero dinanzi a fosso divino o umano. Io non vi ci metto su nulla di mio; quanto vi narro lo cavo da persona molto privata di lui, la quale ne scrisse la storia: non gli bastando quindicimila uomini tra fanti, cavalieri e bombardieri a vincere la facile impresa, trovandosi i Côrsi si può dire senz'armi, dette opera di seminare la discordia fra i capi, screditando gli uni presso gli altri come traditori; alcuni corruppe con premii presenti, e speranza di maggiori vantaggi avvenire; ad altri fece toccare con mano la condizione disperata delle cose, e poichè non venne a capo di ottenere, che staccatisi dai compagni si mettessero alla scoperta dalla parte sua, si contentò della promessa che nelle difese andassero fiacchi; dopo questa nobile arte adoperò l'altra di devastare le pianure, perchè i possessori colligiani o per salvarle dalla ruina si sottomettessero, ovvero calando per difenderle al piano, gli dessero abilità di lacerarli con le artiglierie; e questo parve per un tempo il miglior partito, ma non gli riuscendo sollecito, giusta il suo desiderio, ne saggiò un altro, e fu non solo negare quartiere a quanti gli capitavano nelle mani, ma eziandio farli con tormenti crudelissimi morire; a Giussoni quaranta patriotti insieme al parroco furono arsi vivi, sbracciandosi in questo alto gesto il colonnello Arboville; e perchè la immanità francese moderna nulla avesse ad invidiare le antiche torture, segarono in mezzo alla maniera di Tamerlano un Côrso: in ispecial modo Magliaboia l'aveva co' preti e coi frati, talchè a Corte fece impiccare un parroco in mezzo a due contadini; a Olmeta due frati vestiti del loro abito religioso; anche le ipocrisie giuridiche erano trascurate; il prete Gianni, preso, fu impiccato su l'atto; la persecuzione francese sofferta dalla chiesa di Corsica per amore della libertà, non disgrada veruna delle romane per amore di Cristo; e se vi piace saperne il delitto, ve lo dirò con le parole dei loro stessi storici; insomma bisogna dire, che altro non si opponeva, tranne una smania eccessiva per la indipendenza ed uguaglianza di tutti gli stati, cosa senza dubbio colpevole; e in altra parte favellando costoro del venerabile curato di Zicavo, lo chiamano bandito perdutissimo per avere fatto giurare il suo popolo davanti il sacramento di difendere la patria fino all'ultimo sospiro.
Io desidero, che sappiate come gli ecclesiastici côrsi amassero la libertà, e patissero per lei, perchè ciò vi chiarirà della cagione per la quale il popolo qui continua a proseguirci di riverenza e di affetto, mentre altrove, diventati ormai cagnotti della tirannide, ci hanno in conto poco meno di scorpioni. Frate Serafino di Ampugnani (Dio beatifichi l'anima sua), condotto alla presenza del Magliaboia, avendo notato un colonnello che con gesti minaccevoli e voce sdegnosa gli favellava, comprese che non gli faceva il panegirico; non intendendo il francese non capiva per lo appunto le parole, onde pregato taluno glielo spiegasse, e udito come fossero oltraggi, gli sbatacchiò sul mostaccio il vangelo dei cinque evangelisti con tanta grazia, che gli mandò giù due denti in gola, e subito dopo, arraffatto lo schioppo alla sentinella, glielo sparò contro stendendolo in terra morto; preso e portato alla forca, ritto come un cero, il frate dabbene con alta voce cantò per tutta la via il Tedeum. I Genovesi si consultarono col Magliaboia per mettere sesto a questa faccenda dei Conventi; e proposero chiuderli addirittura, mandando i padri gesuiti a predicare, conforme i miserabili loro istituti persuadono, il servaggio: ma al Magliaboia non parve partito buono, non fosse altro, per essere stato messo innanzi da altri: consigliò piuttosto far venire in Corsica frati francesi, ormai avvezzi a chinare la schiena e mescolarli coi Côrsi, confidando che in breve gli avrebbero istruiti nella civiltà, che così in Francia, ed anco un po' in Italia, si chiama l'arte del servitore. Ai Genovesi, non meno presuntuosi del Magliaboia, non piacque nè anche questo ripiego; pensatoci su offersero regalare alla Francia tutti i parenti e fautori dei fuorusciti, non che i ribelli rimasti o tornati in casa, affinchè ella gli spedisse alla Luigiana o altrove. Allora il Magliaboia, come preso da orrore, rimprocciò il senato ligure, che mentre gli altri principi si adoperavano popolare i proprii Stati, essi li disertassero: il francese ingegnoso trovava differenza tra il bando da casa di un popolo, e il tenervelo dentro a mo' de' capponi nella stia, per tirargli il collo la vigilia delle solennità. Ad un tratto, ch'è, che non è, i Francesi dopo avere raccomandata la loro memoria in Corsica al fuoco e alla corda, l'abbandonano lasciando Genovesi e Côrsi ad aggiustarsela in famiglia, non dandosi un pensiero al mondo della umanità spaventata come con tanta leggerezza potesse accoppiarsi tanta ferocia. I Genovesi considerando che, durante la guerra della successione, avrebbero teso indarno la mano usa a chiedere l'elemosina di un po' di forza, si avvisano ad operare l'altra del tradimento; monsignore Mariotti vescovo di Sagona, che ormai dalla repubblica non isperava più pace, e lo diceva, pigliano e mettono in fondo di torre; richiesto da Benedetto XIV, negano darlo, scaldandocisi il Papa lo rendono; il giorno dopo la sua libertà muore; i Genovesi avevano trovato, che il camposanto custodisce meglio della torre, e il veleno carceriere fidato cui non si fa le spese; rendutisi sempre più odiosi e privi di forza; per tenere il popolo in obbedienza sguinzagliano ladri e assassini dalle carceri, richiamano sbanditi, mettono sottosopra l'isola, e ciò col fine che, lacerandosi, si mantenga debole, per poterle poi in tempi più destri rimettere le manette ai polsi.
I Côrsi non volendo andare a sacco e a sangue, provvedono al caso eleggendo tre uomini per sopraintendere al buon governo, li chiamarono protettori, e fu tra questi Giovampiero Gaffori; la repubblica si risente, come quella che, per la creazione di siffatto maestrato, immagina offesa la sua autorità. Il commissario Giustiniano a suono di cannonate mette in un mucchio di sassi la casa del Gaffori a Corte, e ne cattura il figliuolo. Ma il Gaffori non era uomo da spaventarsi della casa disfatta nè del figliuolo preso; al contrario, il pericolo crebbe l'ira a lui ed ai suoi: oh! allora i Côrsi combattevano in guisa, che non ci era paragone che gli uguagliasse, e spero, prima Dio, che combatteranno anche adesso: i soldati del castello rimasero come annegati da un rovescio di piombo; quando si arresero non ne fu trovato veruno illeso, e parecchi con più ferite. Parrebbe che i Genovesi non si fossero dovuti lamentare del commissario Giustiniano, dacchè in verità che cosa potesse tentare di più e di peggio non si sa vedere; non si tennero soddisfatti: lo richiamarono e gli fecero così feroce bravata, che dalla paura il dabbene patrizio si rese frate somasco, ed indi a breve morì. Inviarono il Mari, che promise Roma e Toma, ma stremo di denaro non riusciva a motivo che valesse; avendo menato per teologo il padre gesuita Porrata, si ristrinse seco lui per consigli; questi propose levare gli argenti dalle chiese e con pretesto di tenerli custoditi in Bastia, valersene; al Mari piacque la pensata, e gli mandò a pigliare; dalla sola Annunziata, chiesa dei Serviti, ne cavò 600 libbre, e gli parve averli rimessi in buone mani. Raccolti gli argenti, perchè la faccenda si mantenesse segreta, spedì il gesuita a venderli a Livorno; e questo il gesuita fece; solo non ritornò, simile al corvo dell'Arca ei battè l'ale in contrade lontane; benchè altri affermi ch'ei se ne andasse a Roma a mettere in salvo il bottino nel collegio di Gesù, dove i suoi superiori, dopo lunghe disamine, sentenziarono che il ladro, il quale ruba al ladro, non fa peccato e lo venerarono due cotanti meglio di prima. Quando i Côrsi se lo aspettavano meno, ecco commoversi le materne viscere di Maria Teresa (i Papi le hanno paterne) e a Carlo Emanuele altresì, e prima coi bandi, poi con buon polso di gente comandata da un colonello Cumiana aizzano i Côrsi a dare addosso ai Genovesi; la imperatrice, d'accordo col re, aperti un bel giorno gli occhi, vedono «che la repubblica ha violato la umanità e la giustizia continuando nei modi più aspri alla distruzione dell'onore, delle sostanze e della vita degl'infelici Côrsi.» Cagione della nuova tenerezza la lega di Genova con la Francia e la Spagna per istabilire l'infante don Filippo nel ducato di Parma e Piacenza, nella quale la repubblica era condotta a cagione del marchesato di Finale, che donato prima da Carlo VI ai Genovesi, il medesimo imperatore con la consueta verecondia di casa di Austria, cesse al re di Sardegna. Così questi signori, a seconda dei loro interessi, si dicono corna, e quando a vicenda l'uno ha scoperto gli altarini dell'altro, maravigliano se il popolo si ride dell'autorità di tutti.... oh! non sono curiosi costoro?... Dietro ai Sardi e ai Tedeschi si accordarono gl'Inglesi, ch'erano allora di balla; i Francesi per astio ritornano l'isola in mano a loro, pari alla veste di Cristo, giocata a dadi tra sbirri briachi. Che parlo, o che taccio? La lingua per queste infamie non si avvolge impunemente, come chi cammina per la melma senza macchia non può uscirne.
I principi discordi stipulano un armistizio, nel quale includono i Côrsi; nella pace finale di Aquisgrana li dimenticano. Donde ciò? Gli è chiaro: gl'includono nell'armistizio, affinchè continuando a combattere non iscompiglino le uova nel paniere; gli scordano nella pace, perchè i Genovesi, aiutati da capo dai Francesi, abbiano facoltà di rimettere loro le mani dentro i capelli. Di fatti i Francesi, per la smania di mestare, entrano di mezzo e arruffano la matassa peggio di prima; a una parte non piacciono, all'altra sgarbano, e inimicatisi Genovesi e Côrsi lasciano da capo ogni cosa in asso dicendo: chi l'ha da mangiare la lavi. Ora sì che i Genovesi non sapevano a qual santo votarsi; i Gesuiti, in ammenda del furto, si proffersero seminare zizzania fra i Côrsi e fino a un certo punto riuscirono, chè un certo padre Ricchini, imbroglione di tre cotte, arrivò a scalzare il generale Giuliani, uomo dabbene, ma facile ad essere aggirato; il Gaffori tenne sodo, e fu mestieri venire a patti con lui: richiesto dalla repubblica di mettere in carta le sue pretensioni, rispose, dandosi un paio di fregate alla fronte: è presto fatto, e incominciò: non si parli di concessioni perchè questa parola implica facoltà di ritirarle, quando anco ci si aggiunga l'altra d'irrevocabili e perpetue; dicasi convenzioni: ancora tacciasi di perdono, perchè la natura somministri ad ogni uomo il diritto di pigliare le armi per la libertà; si adoperi il termine dimenticanza e sarà meglio, molto più che potrebbe convenire ad una parte ed all'altra; e così di seguito. I Genovesi crederono diventarne matti, cotesti repubblicani bottegai a sentirsi toccare la regia autorità andarono su i mazzi; le consorti repubblicane offersero cedere le gioie per sostenere nuove guerre, anzichè perdere il titolo di regine di Corsica; vanità di vanità! senonchè i nobili mariti anche per questa volta ricorsero all'assassinio come spediente meno costoso, ed un bel giorno il Gaffori si vide circondato nel bel mezzo di una macchia da uomini, che gli ordinarono scendere da cavallo, e raccomandare la sua anima a Dio, ed egli lo fece, ma, da quel Giovanni bocca d'oro ch'egli era, con tante belle ed amorose parole gli raumiliò, che gli caddero ginocchioni davanti, chiamandolo padre, e chiedendogli perdono. Così per questa volta la scampò: allora i Genovesi sapendo che, come dal migliore vino si cava l'aceto più forte, l'odio del pari ribolle mortalissimo tra le persone, le quali per vincolo di sangue arieno maggiormente ad amarsi, confidarono l'opera di sangue ad Antonfrancesco fratello di Giampietro, che si aggiunse compagno Giambatista Romei, detto biscaglino. Quando entrerete a Corte vedrete a manca un convento di cappuccini; lì proprio sul canto fu ammazzato a schioppettate il Gaffori che ritornava da visitare una casa che fabbricava in campagna; inoltrandovi troverete una piazza dove stanno ritte le forche, e questa è l'area su la quale sorgeva la casa del Romei sovvertita dalla vendetta pubblica; su lui non si potè sfogare, che, dopo essersi riparato a Calvi, andò a Genova ov'ebbe il prezzo del sangue; le forche fra noi chiamansi biscaine, facendo, del nomignolo dello assassino, nome al patibolo per memoria d'infamia: dirimpetto alla feritoia del castello, dove fu esposto il figliuolo di Giampietro, contemplerete la casa sua novellamente ricostruita, e nondimeno sopra ogni altra più vecchia famosa: qui fu che la moglie di Gaffori, assediata in assenza del marito, poichè vide i difensori scorati dalle morti di parecchi fra di loro, e dalle ferite ormai disposti a capitolare, accostatasi con un tizzo acceso ad un barile di polvere disse: Cugini cari, se ripigliate a combattere ci è caso che taluno di voi si salvi, se cedete le armi siete morti tutti, perchè quanto è vero Dio, metto fuoco alla polvere. — Ricominciorno le schioppettate, e soccorsi in tempo scamparono. Qui la stessa donna, fatta toccare la camicia insanguinata del marito al suo figliuolo di 12 anni, ordinò che giurasse: — Sacramento di perseguitare a morte i Genovesi — e lo sacramento pel sangue di mio padre, e pel dolore di mia madre. — Qui finalmente, avuto nelle mani il caino cognato, gli fece bere sotto i suoi occhi a lenti sorsi la morte, e per ultimo mazzolare. — Povera donna, chi non la compatirebbe se con ogni partito onesto s'industriava a temperare la sua angoscia?
Il Boswell si sentì come rimescolato a udir coteste parole, che ei non sapeva se avesse a considerare più o selvatiche, o bizzarre, e voleva dire la sua riprendendo cotesto atto di ferocia, biasimevole in tutti, ma guardati con la coda dell'occhio i compagni, ne vide i volti così arricciati, che non gli parve aria da avventurare considerazioni.
— Compiti questi ed altri assassinii, i Genovesi ricorrono da capo alla Francia; a vero dire sfidati, che la sapevano ristucca, e più di una volta si erano sentiti dire sul muso da lei: voi siete buoni a bastonare i pesci, non già a reggere stati, ma ci mandarono un mezzano di nome Agostino Sorba, che si vantò bastargli l'animo: di vero e' ci pervenne; udite come: avendo letto di Temistocle, il quale soleva dire, il figliuolo suo comandare a tutta la Grecia, conobbe, che certe faccende bisogna pigliarle per la coda. Ora il duca di Choiseul come ministro poteva tutto su l'animo del re, su quello del duca la duchessa di Grammont sua bagascia, su la duchessa la cameriera Giulia: pertanto egli barattò alla cameriera Giulia 500 mila franchi di credito sul Canadà, che scapitavano 75 per cento; con tanti biglietti della banca di San Giorgio, ch'erano d'oro in oro, e per questa guisa tornarono i Francesi a sostenere in Corsica le parti dei principi legittimi, immagini sopra questa terra di Dio ottimo massimo, come tutti sappiamo: aspettate, mi dimenticava un tale Dumoriez che, dopo avere offerto di noleggiare la sua spada ai Genovesi contro i Côrsi ribelli, venne ad offerirla ai Côrsi contro i Genovesi tiranni, prima persuade al duca di Choiseul di mandare armi in Corsica, ma per guadagnare cento luigi detta una memoria per chiarirlo che farebbe un buco nell'acqua; però ha la fronte di scrivere che ci mise dentro ragioni da sassate, e con questo confessa che rubò i luigi. — Insomma andare pel minuto a ridire tutte le infamie di questi maneggi, l'anima umana per vergogna invilisce; e per dar fine, basti, che i Francesi, aizzatori prima dei Côrsi contro la oppressione genovese, in seguito ausiliari della tirannide genovese contro i Côrsi, adesso ci hanno comprati come bovi da macellare, e ci bandiscono traditori e felloni se non porgiamo di buona grazia la gola. Ma Dio ci ha inviato Pasquale Paoli, e staremo a vedere se creature, cui il prete insufflò l'effeta di Dio, se anime immortali, redente alla libertà dal sangue di Cristo, possano essere vendute a mo' di stime vive o morte col podere del creditore fallito! Ora abbiamo o non abbiamo ragione di odiare i forestieri, noi? Ditelo voi nella vostra coscienza. Con tutte le potenze dell'anima e del corpo non devono i Côrsi custodire la libertà? — Me ne rimetto in voi, signore Inglese. Parlate franco, gli uomini liberi sanno del pari favellare ed udire la verità.
— Eh! vi dirò; viaggiando per Toscana arrivai ad un paesotto, dove lessi sopra la spalliera del seggiolone del Giudice un avvertimento, che chiedo in grazia potervi ricordare.
— Dite pure.
— Priore, udite l'altra parte. L'altra parte qui non occorre, sicchè la possa sentire io: e voi sapete, che con un bove solo non si fanno solchi: pertanto io giudico, che parecchie delle cose da voi esposte non sieno vere.
— Voi dunque mi date del bugiardo in faccia?
— Ohibò! Voi mi avete narrato quello che avete letto ed udito, ma passione e sete si rassomigliano nel mandare giù acque e novelle che confortino, senza badare da qual fonte nascano; parte le credo aggrandite sempre in virtù della passione che ho detto, tutte poi guardate sotto la luce di un cuore in burrasca.
— Insomma nel sottosopra fandonie.
Il barone Teodoro di Neuhoff, in arnese stupendo, si mostrò su le coste di Aleria, condottovi dalla nave inglese.... (pag. 128)
— Ma no, signor frate, no: i colli, i campi, il mare dinanzi ai quali ci troviamo adesso, sono sempre quei dessi; da un giorno all'altro non variano di certo: tuttavolta contemplateli quando il sole smaglia nel vostro azzurro sereno, e quando un tendone di nuvole nere lo ricopre, e vedrete come vi appariranno diversi. — Io però credo, che Dio ha creato gli uomini liberi ed uguali, e mi viene dimostrato appunto dalla impossibilità della tirannide di attecchire su la terra: tiranno risponde a oppresso; padrone a schiavo: ora dalla oppressione nasce l'odio, dalla ingiustizia la vendetta, e tutto questo non mica per elezione, bensì per necessità: e ciò è così vero, che nella tirannide l'uomo buono o tristo nè giova nè nuoce; ella partorisce, spontanea e per forza, i frutti, che poi matura l'ira del Signore. Onde, secondo la mia opinione, trovo, signor frate, grandemente a riprendere voi altri Côrsi, che vi arrovelliate a saccheggiare Aristotele, san Tommaso e quanti vi hanno vecchi e nuovi dottori per dimostrare il diritto che avete alla libertà, e affastelliate argomenti sopra argomenti, come se aveste paura che vi dessero torto. Le verità capitali non patiscono bisogno di dimostrazione, e dovrete ricordarvi di colui, che per chiarire Pirrone della verità del moto prese a passeggiargli dinanzi, e non gli disse parola. Ponetevi la mano aperta sul cuore, contemplate il cielo, ch'è la casa di Dio, e dite: io sento e voglio essere libero. Ogni di più, signor frate, sciupa il negozio.
— Anche in questa maniera ci possiamo intendere, disse Giocante; e il frate, che, bisognoso di respirare aria più aperta aveva posto un piede sopra la scala, e teneva il capo volto su le spalle per ascoltare il Boswell, raggruppò le dita della destra, se le recò ai labbri, e confidatoci un bacio lo vibrò a mano aperta verso di lui, esclamando:
— Benedetto voi e chi vi ha fatto, meritereste essere Côrso. Il Boswell sorrise, notando però che in pari caso egli avrebbe detto: meritereste essere inglese.
Dopo pochi momenti ecco precipitare, piuttostochè scendere, dalla scaletta frate Bernardino trasfigurato in sembianza; i denti stretti non gli lasciavano il varco alla parola, solo lanciava a destra e a sinistra sguardi smarriti. — Ch'è? Ch'è? — Furongli intorno a domandargli i compagni; ed egli con molto stento rispose: — Traditi... traditi... siamo in dirittura della tomba dei Minelli abbrivati a Bastia.
— Perdio santo! urla Giocante mettendosi le pistole al fianco, e salta in coperta.
Altobello e l'inglese Boswell gli tengono dietro con minore prestezza, non con minore agitazione. Appena sorti dal boccaporto tendono gli occhi, e loro davanti si para la costa orientale dell'isola divisa nelle sue tre vallate di Sisco, Pietra Corbara e Rogliano, crestata con le torri di Cassaiola, Sisco, Osso, Santa Severa e Tomino; stanno al loro cospetto come dipinti sopra un ventaglio aperto marine e paesi, e il porto di Macinaggio, fine della impresa navigazione. Il capitano Angiolo, fermo sul cassero governa col biagio del timone in mano la galera senza far motto e nè sembiante di accorgersi di cosa alcuna. Il frate Casacconi sopraggiunse, comecchè più tardi, e vista la scena mutata si fregava gli occhi come trasecolato. — Sentendosi il signor Giacomo più padrone di sè, si accosta piacevolmente al capitano, e gli domanda:
— E ci vorrà molto tempo prima di arrivare?
— No; verso l'un'ora di notte ci saremo. Colle bordeggiate ho finito; questa ultima è stata la più lunga; pensava mi conducesse fino a Bastia; adesso ho stretto il vento, e come vedete vado di burina ch'è un incanto: non vi par ella la mia galera così chinata un gabbiano che radendo il mare vi tuffa un'ala? Grazie alla Immacolata siamo fuori di pericolo così degli uomini come del mare.
I Côrsi tornarono sotto cheti; il Boswell non si partì più dal fianco del capitano, finchè questi non gli disse: Ci siamo: adesso faccio calare il caicco, che ci rimorchi fino alla spiaggia col piombino alla mano per iscandagliare il fondo.
— Ed ora in quanti passi di acqua giudicate voi che peschiamo?
— Giudico venti.
Il Boswell, fattosi allora al boccaporto, vi si affacciava gridando: — Su, su che siamo a casa.
Salirono; la notte già scura non dava luogo a contemplare la faccia della gente: ma si sentiva gli aneliti, i gemiti e per fino i brividi: segni tutti del tremendo affetto che gli agitava. Dalla parte di terra non comparivano distinte le cose; solo i contorni di monti neri dipinti in cielo meno fosco, e le masse dei fabbricati; però di su, di giù, sopra la spiaggia andavano e venivano persone con ischiappe di pino accese nelle mani, rammentando le miriadi delle lucciole sfavillanti pei bui sereni delle notti estive. Il frate Casacconi andò difilato a prua e colà, sporte le braccia dal parapetto delle nave, con voce di pianto esclamava:
— O madre! o madre mia!
E il Boswell, che gli veniva dietro rispose:
— Bene, bene; mi rallegro con voi, signor frate, che abbiate la madre viva: deve aver a quest'ora una bella età.
Ma il frate non lo badando continuava:
— Tu mi stendi le braccia... e ohimè! a te vengo.
Il Boswell dietro:
— Non sarebbero mica i vostri occhi di natura di gatto, che vi vedono di notte?
Mentre così il signor Giacomo favella, il frate spicca un salto di sopra al buonpresso, e giù di tonfo nel mare.
— Misericordia! grida il signor Giacomo spendolandosi fuori della galera — affoga... il signor frate si affoga — pare... tengo opinione... salvo suo onore... che sia ammattito.
E sopragiunsero Giocante e Altobello, i quali, chinandosi a loro posta, videro il frate in mezzo alle onde, che sotto i suoi colpi vigorosi smagliavano fosforo, notare, malgrado la sua tonica, come un tonno: parve non avesse a traversare gran tratto per mettere i piedi sul sodo, dacchè fu visto sorgere ritto e rompere le acque, che gli gorgogliavano intorno alle gambe, con passi veloci, mentre anch'egli alla sua volta gridava:
— Tocco la madre mia: lasciatemi con la mia mattana, e voi, signor Inglese, restatevi con la vostra sapienza, che buon pro' vi faccia.
— Grande è l'amore di patria, diceva in questa Altobello, in ispecie se riposino nel suo seno i nostri parenti, imperciocchè allora ci appaia come l'erede del loro affetto per noi.
— Bene; siamo d'accordo: ma non vedo ragione di bagnarsi senza bisogno fino all'osso; e mettersi al cimento di troncarci il collo per voler bene alla patria.
— Certo, rispose Altobello, non cascava nel quarto ad aspettare tanto da scendere a modo e a verso... oh! sentite? sentite?...
— Che cosa ho da sentire?
— Non vi pare che una voce, chiami: Altobello! Altobello! Ditemi, signor Giacomo, non la sentite voi?
— Io non sento nulla.
— Sì, che la sento io... È mia madre... mamma! mamma!
— Eh! dico, signor Altobello, non vi venisse mica la tentazione d'imitare il frate... per amor di Dio non fate... fermatevi.
E visto Altobello in procinto di gittarsi giù capovolto in mare, lo afferrò per le falde; invano però, chè il vestito cesse, e il signor Giacomo si trovò come la moglie di Putifarre quando dette l'assalto a Giuseppe ebreo: così almeno racconta la Genesi al capitolo trentanove.
Allora il signor Giacomo si volse agli altri, che gli facevano calca d'intorno, e con voce alta predicò:
— Il soverchio, signori miei, rompe il coperchio; cotesti due gentiluomini, il signor frate e il signor Altobello non hanno, a mio parere, fatto mostra di buon giudizio... e non andò oltre che lo interuppe un tonfo, poi due, poi tre: insomma la smania di buttarsi in mare, per giungere un tantino prima a baciare la sacra terra della patria, invase tutti i passeggeri a mo' di contagio, — e nonostante che il signor Boswell si aggirasse dintorno infuriato, come non fu mai prima nè poi in tutta la sua vita, urlando: Siete diventati i montoni di Panurgo, o Dio mi perdoni, vi è entrato il diavolo in corpo... badate... vi romperete le gambe... le braccia... il collo, — fiato perduto; vide però con piacere, che i marinari e le ciurme restavano a bordo; e perchè questo facessero bastò una parola sola; è vero che la parola sonava così: il primo ch'esce dal bordo senza permesso, sarà impiccato; ma infine gli dava sempre argomento di maraviglia considerare come il capitano con una parola sola era riuscito farsi obbedire, mentre a lui che ne aveva dette tante, nessuno aveva dato retta; ond'è che accostatosi al capitano così gli disse:
— Voi avrete letto di certo, signor capitano, che nei tempi antichi il popolo di Abdera durò matto tre giorni: questa molti reputano favola, ed io era fra loro; oggi poi avrei incominciato a crederla, se non eravate voi, che con savio e prudente contegno avete fatto eccezione tra i vostri compaesani.
— Per amore di Dio, tenetevi in tasca il vostro elogio, perchè io non so chi mi tenga che non mi butti giù dalla galera per correre dietro a quegli altri.
— O tempo, o danari buttati via! Se partito da Londra e venuto in Corsica io non ci doveva vedere altro che pazzi, era meglio che me ne stessi a casa sfogandomi a visitare Beldam tutti i giorni... e con mio comodo.
Poichè fu ormeggiata la galera ed acconigliarono i remi con le debite cautele, il capitano Angiolo invitò il signor Giacomo a recarsi con esso lui nel medesimo schifo a terra, dove in breve ora giunti ambedue, il capitano si diede subito in cerca di padre Bernardino; non gli fu arduo rinvenirlo, che lo vide girare e rigirare come un arcaiuolo, dispensando e ricevendo all'intorno un diluvio di baci. Il capitano riconobbe il frate per la pratica grande che ne aveva, imperciocchè diversamente non lo avrebbe trovato in capo a un mese; di lui come dello spettro di Ettore avrebbe detto Virgilio; ehu quantum mutatus ab illo; in effetto egli aveva spogliato la tonaca, che inzuppata di acqua gli sarebbe divenuta pesa come se fosse stata di piombo, ed alle consuete vesti ne aveva sostituite altre tumultuariamente senza badare se convenissero o no; le gambe mostrava ignude, dal ginocchio alla cintura andava coperto di un paio di mutande bianche, poi vestiva una camiciola di lana rossa da marinaro, sulle spalle portava un mantello da pastore e un cappello a tre corni da prete sopra la testa; la barba sua così candida, e il viso, presentavano più tinte della tavolozza dei pittori, primeggiando però fra esse il nero, il verde e il giallo, e questo in virtù delle centinaia di labbra colorite di erba côrsa, che lo avevano baciato. Il capitano Angiolo gli pose ardito una mano sulla spalla dicendo: — di voi appunto cercava.
— Di me? rispose il frate con voce mal sicura temendo chi sa qual rabbuffo pei suoi mal sortiti sospetti; — e l'altro:
— Di voi. Vi paiono azioni da gente bene allevata disertarmi di bordo come se aveste paura ch'io volessi menarvi schiavi in Algeri?
— Figliuolo, abbiate pazienza...
— Pazienza! Questa non tutti la intendono a un modo: per voi altri frati è un vestito; io non ve la posso perdonare, massime che mi faceva bisogno dei vostri frati e di voi...
A questo punto Giocante si accostò ai due che parlavano, ma il capitano finse di non lo vedere, e continuò: — aveva proprio bisogno dei vostri frati e di voi perchè mi aiutaste a scaricare il bastimento.
— O che ci avete preso per camelli?
— Io vi ho preso per buoni patriotti, capaci a mettere in terra presto e bene un carico che preme molto al generale e alla patria.
— Com'è così, torna onorata ogni cosa.
— Ma non basta; è necessario, date retta, è necessario che ve ne andiate in chiesa, e la sgombriate fino all'altare maggiore; se trovate accesa unicamente la lampada del Santissimo Sacramento, lasciatela stare, fuori questa, le altre spegnete; le casse mettete da un lato, i barili dall'altro, il ferro e le cuoia a rinfuso nel mezzo: intorno alla chiesa piantate in sentinella quattro religiosi perchè con parole oratorie persuadano la gente a non si accostare; ma siccome potrebbe accadere, che delle parole non facessero caso, così per cautela, ho recato certi moschettoni, i quali distribuirete ai predetti quattro religiosi con raccomandazione, che, occorrendo il caso, non gli lascino dormire; con altri frati, che potrete darmi, valendomi ancora di parte della ciurma, ordinate la catena, per mezzo della quale uno passando all'altro il barlozzo o la cassa, in breve ora avremo sgombrato la galera.
— Ma non si potrebbe fare con maggior comodo e meglio queste cose domani?
— Eccoci qui da capo per perfidiare; e parrebbe che non fosse stato mai frate: e sì che avreste a sapere, che il primo obbligo del frate, e (qui si volse di un tratto a Giocante) del soldato, consiste nell'obbedire. O signor Giocante, mi perdonerete se prima di aggiustare i conti con voi, io penso a mettere in sicuro il carico.... non lo farei se non appartenesse al governo.
— Capitano Angiolo, di grazia non vogliate rammentare le parole dette sul mare; il vento se l'è portate via.
— Non così; ogni mancanza merita punizione.
— Quanto a punirmi poi...
— Tacete, la vostra punizione sarà vigilare in terra a che il discarico succeda con massima puntualità: vorreste ricusare questo servigio alla patria?
— Quanto a questo eccomi pronto con tutto il cuore.
— Vedete? voi v'inalberate di nulla. Prima vi tiravate addietro arruffato, adesso che mi avete udito, veruno riuscirebbe a farvi metter giù questo carico. Crescete il peso dall'altra parte perchè la vostra bilancia possa andar giusta.
L'orologio della parrocchia batteva le due dopo la mezzanotte, e la gente rifinita dalla stanchezza camminava come ebbra con le palpebre socchiuse, quando il capitano Angiolo, volto al padre Bernardino e Giocante, domandò loro: — Dov'è andato il signor Altobello?
— In verità non lo so, rispose il frate: appena sceso in terra, una donna lo ha arroncigliato con una furia di amore materno...
— Dite piuttosto con la ferocia del gatto salvatico....
— Sicuro, voi dite bene, Giocante, ci era anco del gatto, e se lo portò Dio sa dove...
— Andiamo a cercarlo perchè lo vo' salutare.
— O non sarebbe meglio andarcene a dormire?
— Ouf! padre Bernardino, vi dico, che ho bisogno di salutarlo.
E domandando seppero il luogo dove Alando si era riparato con la madre sua: apersero pianamente l'uscio, un lume ardeva sul lastrico, sicchè poterono vedere di colta una donna di sembianze severe, assettata sopra un letto di paglia, con le spalle al muro, in grembo della quale dormiva Alando; ella non faceva altro che, guardato il figlio, levare gli occhi al cielo; guardato il cielo, declinare gli occhi sul figliuolo, come se volesse condurre Dio in terra a pigliare sotto la sua speciale protezione il figliuolo, deporre l'anima di questo nel grembo di Dio come adesso ne riposava il corpo sopra il suo grembo. Anche le mani teneva giunte insieme, ma tratto in tratto le spaiava o per asciugargli il sudore o per iscacciarne qualche insetto pertinace a recargli fastidio. Michelangiolo ma Michelangiolo solo, se a caso si fosse imbattuto costà, avria saputo cavarne modello a significare in marmo lo abisso della gioia materna da mettere a riscontro della Pietà, abisso di dolore di madre, da cotesto Divino confidato alla pietra.
Padre Bernardino, che la riconobbe, senza appunto avvertire lo strano arnese nel quale in quel momento si trovava, le si accostò alla domestica dicendo:
— Siete qui, donna Francesca Domenica? Oh! che miracoli sono questi?
La madre, interrotta nelle soavi cure, gli sbarrò in viso certi occhi truci da mettere i brividi addosso ad ogni fedele cristiano; ma l'altro senza scomporsi:
— Oh! che vi ribolle, ne'! Francesca Domenica, che mi fate gli occhiacci?
— Qual siete voi? andate via!
— Questa la è nuova di zecca! dopo dieci anni arrivo adesso, e voi mi volete mandar via?
Intanto Altobello destandosi si era ritto in piedi, e vergognoso di avere piantato in asso la compagnia, stava per farne le scuse, quando il capitano Angiolo lo prevenne parlando.
— Signore Altobello, vi domando perdono se sono venuto a svegliarvi, ed a voi pure, signora, domando umilmente perdono se vi levo per un minuto il figliuolo dal seno: mi pareva non potere partire col cuore contento se non avessi detto addio a voi come agli altri nostri compagni di viaggio. Addio dunque, datemi tutti, e pigliatevi un bacio; desidero, e spero che ci rivedremo quaggiù; ma se a Dio piacesse altrimenti, ci rivedremo ad ogni modo, perchè il nostro padre Bernardino ci ha fatto toccare con mano col suo libro, che chi muore per la patria va in paradiso senza passare pel purgatorio, e, padre, scusate, il mio cuore me lo aveva detto prima di voi.[16]
— Come! volete partire subito? Non piglierete un'ora di riposo? Che prescia è questa? Si udiva domandargli d'intorno ed egli:
— Mi tarda di andare a rendere la bandiera di Francia allo sciabecco che me la imprestò, e vedere se mi riuscisse fargli inalberare la côrsa. Signor Giacomo, voi mi avete promesso, che al nostro Generale raccontereste quanto avreste veduto. Di grazia accostatevi. Così parlando raccatta di terra il lume a mano, e messolo sopra una botte, che lì si trovava a caso, si cavò dal seno uno astuccio di foglia di argento; da questo aperto trasse fuori una lettera, che spiegò con tremito religioso, e lesse con voce strozzata:
— Al signor Angelo Franceschi. Casinca 4 ottobre 1768. Il vostro zelo ed onoratezza hanno riscosso gli applausi di tutta la nazione, dalla quale sarete contradistinto: ed io vi farò conoscere quanto vi sono particolarmente tenuto. Se vi faranno proposizioni indegne del vostro coraggio, dite per unica risposta: viva la libertà! Cordialmente vi saluto. Il generale Paoli.[17]
Dopo averla ripiegata, chiusa nello astuccio e bene assicurata sul petto riprese: — Voi gli direte, che il capitano Angiolo ha sentito farsi proposizioni infami, e non le ha respinte, anzi le ha accettate; ditegli, che egli prese in prestito una bandiera francese, ammainò la côrsa, ed in sua vece inalberò la nemica... però aggiungetegli tosto che il capitano Angiolo lo ha fatto per salvare cento e più patriotti come questi (e qui toccò le mani a padre Bernardino, ad Altobello e a Giocante), ed un amico, come siete voi, alla patria: e questo è già molto; e l'ha fatto eziandio per condurgli sano e salvo un carico di armi e di polvere, dal quale può dipendere la salute della patria, stante le angustie in cui ella si versa; di qui il mio abborrimento a combattere, e di qui l'odio per la vostra pipa, signor Giocante: per ultimo ditegli che, depositate in terra anime e beni, egli, senza porre tempo fra mezzo, si è partito per andare a vincere o morire onoratamente combattendo i nemici.
Altobello gettò le braccia al collo di sua madre, e singhiozzando disse:
— O mamma mia, quando avrete un figliuolo che rassomigli al capitano Angiolo?
Padre Bernardino, dopo essersi sentito mareggiare il terreno sotto più che non aveva provato la galera in mare, cascò di stianto ginocchioni, e presa la mano del prode uomo la baciava e la ribaciava; intanto Giocante, levatesi le pistole di tasca, le porgeva al capitano con queste parole:
— Capitano, io vi supplico di accettare queste pistole, perchè ogni volta vi capiterà gettarvi gli occhi sopra, vi rammentiate di un folle, che voleva spararvele nel capo per traditore.
— No, tenetele per voi, che vi faranno bisogno più spesso che a me; e il paese soffre penuria di armi; d'altronde quando mai potessi dimenticare Giocante Canale, io vado persuaso che i vostri gesti mi riporteranno il suo nome più spesso che io saprei desiderare.
Il signor Giacomo, anche prima che Giocante avesse offerto le pistole, aveva pensato lasciare al capitano qualche pegno che a lui lo ricordasse, e da prima si fermò sulla tabacchiera ma subito dopo conoscendo quanto necessario arnese gli fosse, torse lo sguardo altrove e lo posò sopra un anello che aveva in dito, ma questo era ricordo della sua madre defunta: allora la sua volontà cominciò dentro a ondeggiargli dalla scatola all'anello come la cima di un cipresso al rovaio: quella, bisogno frequente del naso; questo, bisogno perpetuo dell'animo; si rinnovava la battaglia antica tra lo spirito e la materia, e il signor Giacomo uscì da cotesto parapiglia da galantuomo par suo, imperciocchè sporgendo la scatola:
— Quanto a questa spero non ricorreranno i motivi delle pistole per escluderla, però quando ci anderete a cercare una presa di tabacco....
— Io non piglio tabacco, signor Giacomo, e levare a voi la tabacchiera sarebbe proprio come rubarla di su l'altare. Mio buono e generoso Inglese, se in qualche parte vi piacqui, se in alcuna cosa vi parve io meritassi di voi, vi supplico a mani giunte di un guiderdone, e questo sia avere a cuore il generale Paoli e la mia patria.
— Mio degno amico, sì, quello come padre, questa come madre. —
Il gallo chiama Francesca Domenica alle opere diurne; deposto soavemente il capo del figliuolo, ella lo ricopre col pilone affinchè la brezza mattutina non lo raffreddi, poi si fa ad esaminare il fornimento dell'ospite e del figliuolo. Egli era negozio serio quello del signor Giacomo: due valigie, e come pese! una sacca, una cassetta e un mazzo fra ombrello, canna e spada: a considerare tante robe la donna alza le mani quasi per dire: manco male, che colui non si porta dietro la casa; allora va e soppesa anche la valigia del figliuolo, e la trovando, fuori di ogni presagio, grave, si stringe nelle spalle; intanto si accosta ai labbri uno dopo l'altro il pollice, l'indice e il medio, e mormora: tre di certo, ma ce ne bisogneranno quattro; e via fuori dell'uscio.
Attinse una mezzina di acqua, e la portò nella stalla ad abeverarne il ciuco; tratte da una sacchetta tre manciate di castagne gliele mise per profenda davanti; ma subito dopo pensando che quel giorno avrebbe fatto cammino sforzato, gliene crebbe due altre: uscita all'aperto, mentre andava in fretta verso una casa, vide una capra che, scioltasi durante la notte, brucava le cime del polloni agli ulivi, ond'ella presto presto la ridusse al laccio e proseguì; in questa una donna al bruzzo la prega: mi fareste la carità a darmi una mano a mettermi questo fascio sul capo? e Francesca Domenica, preso il fascio di legna da un lato, le rende il servizio; dopo le chiede: mi sapreste indicare dove potrei trovare bestie da prendere a nolo? — Ho il fatto vostro, voi non avete a far altro che andare in cotesta casa lassù, e chiedere dello Zembo vetturale.
— Buon giorno e buon anno, disse Francesca Domenica dando una spinta all'uscio, dubitando che a codesta ora dormissero in casa tuttavia, ma rimase delusa, chè si trovò a petto di un'altra donna non meno sollecita di lei, che avendo già acceso il fuoco, e scaldato il latte, adesso ci buttava giù la farina di castagna rimuginando sempre per impedire li zolli, e preparare una scodella di brilloli superlativi; costei levò il capo di su la pignata e rispose:
— Buon giorno. Qual siete? E che volete?
— Vorrei pigliare a nolo quattro muli o cavalli per tre o quattro giorni. Gli avete? Volete darli? Quanto prendete per giorno?
— Noi non gli abbiamo tutti; possiamo cercare quelli che mancano; ma dove hanno a ire?
— A Corte.
— Viaggio lungo.
— Lungo.
— E pericoloso; il mozzo ha da venire con voi?
— Sì.
— Strade dove spesso le bestie capitombolano; nemici nel paese alla busca, e se si perdono, chi me gli rimette?
— I muli non sono fatti mica per stare in convento; coteste strade pure hanno a correre e a ricorrere, e non sarà da oggi che le passeggeranno; quanto a' nemici è un altro paio di maniche: se vi saranno ritenuti ve ne manderemo altrettanti, e meglio dei vostri.
— Bo! Spaccata pomontinea,[18] e tacque.
— Insomma li volete dare o non li volete dare?
— Assicuratemi prima che me li rimetterete sani e salvi, poi parleremo del resto.
— E come volete che io vi assicuri?
— Datemi un pegno.
— Un pegno? Vi darò questa croce di oro?
E la donna, tirato avanti il mento e col labbro di sotto copertosene il superiore, faceva atto di disprezzo.
— Non vi basta? eccovi questi orecchini. — E la donna ripeteva il gesto.
— Aggiungerò questi anelli.
— Fossero tutti di oro potrebbero bastare, ma ci vedo questi vetri che non valgono una baiocca.
— Vetri! baiocca! Ma sapete che sono diamanti del valsente mille volte superiori all'oro?
— E via spaccate; ad ogni modo vo' contentarvi, mi darete cinquanta soldi al giorno per bestia, con questo che ci mettiate la profenda di vostro, e li ferriate a vostre spese caso mai venissero a sferrarsi: il mozzo verrà pel vitto e venti soldi al giorno.
— Domine, aiutateci! tanto varrebbe a comprarli addirittura.
— E tu comprali.
— Su via non istiamo a bisticciarci, vi darò trenta soldi al giorno per capo.
— E tu comprali.
— Vada per trentacinque.
— Se casca un quattrino da cinquanta soldi, voi non gli avrete.
— Pazienza! mi provvederò altrove, rendetemi le orerie, certo io non avrei mai creduto di trovare tanta mal fidanza, nè tanta tenacità; ma voi altri del Capo Côrso siete mezzo Genovesi.
— In Capo Côrso, come per tutto il mondo, ce n'è dei buoni e dei cattivi, interruppe una voce di uomo che apparve sull'uscio; tu poi, moglie mia, venisti al mondo per levare la riputazione alla Immacolata, rendi le orerie, brutta scimmia, e ringrazia Dio se non ti lascio sulle costole la memoria di questa giornata. Va via, levamiti davanti gli occhi.
La donna uscì non prima però di aver levato la pignatta dal fuoco per paura che i brilloli pigliassero di bruciato e nello andarsene brontolava:
— Sono più vicini i denti che i parenti; se manca pane, raccatterò le ghiaie per darle ai vostri figliuoli.
— Non vi state a confondere; dicendo voi che noi altri siamo Genovesi, per questa volta avete colto nel segno meglio che non credevate, perchè mia moglie mi viene diritta diritta da Genova; quanto a interessi certo è stretta più della cruna dell'ago, un po' per genio, ma troppo più per necessità: in tutto il resto è una spada: se per amore dei figliuoli vi riuscì fastidievole, voi madre scusatela. Sappiamo chi siete, sappiamo ancora la causa che vi muove a cercare le bestie da soma; padre Bernardino ci ha ragguagliato di ogni cosa, noi tutti dobbiamo tenerci bene edificato l'ospite illustre.... così imponendo l'antica riputazione di ospitalità della nostra patria, e le angustie nelle quali viviamo. — Avrete quatto bestie, quello che non si potrà mettere sulla schiena dei muli, porteranno le donne. Signora Alando, non vi sia per rimprovero, ma vogliate credere che anche qui a Capo Côrso il popolo palpita per la salute della patria.
— E questo è ciò che non si potrebbe negare senza taccia di follia, o senza essere presi dalla ira; e voi sapete che ira è breve insania.
Altobello ed il Boswell erano già in piedi, e pronti a partire; Giocante aveva tolto il carico di portare la lettera al Giacomini a Centuri; il padre Casacconi si scusava di non potere accompagnargli più oltre volendo dare una giravolta pei conventi del Capo Côrso, e vedere da sè se vi era cresciuta la buona semenza, ovvero frammesso il loglio della perdizione, gli avrebbe quanto prima raggiunti. Francesca Domenica di ciò si mostrava lieta, perchè ormai le tardava tornarsene a casa, chè le faccende dovevano soffrire; e qui disse avere apprestato le bestie e le donne pel viaggio, nè tacque il come. In questa comparvero i quattro muli ed il ragazzo; Francesca Domenica, invano contrastandolo Altobello, cavò fuori il suo, e gli mise gli arnesi; intanto il signor Boswell, chiamato a parte padre Casacconi, seco lui si trattenne breve ora, e parve a fatica lo persuadesse su qualche punto di quistione sorta fra loro; sopraggiunsero anche due donne, le quali, un po' per difetto dei muli, un po' perchè la cassa, la sacca e lo scrittoio del signor Giacomo mal si adattava sul basto dei muli, si proffersero portarle in capo; parve la cosa sì enorme al buon Inglese, che non voleva assentire a verun patto, ma le donne lo supplicarono a non defraudarle di codesto guadagno; per loro camminare due giorni o tre con quei ninnoli in capo gli era, si può dire, un trastullo, molto più che munite della pietra quadra non poteva vincerle la stanchezza, e così favellando si cinsero sotto il ginocchio un dado colore di ferro.
Avendo domandato il signor Giacomo che cosa tutto ciò significasse, gli fu risposto che la pietra catochite era una pietra come vedeva, cuba e ferrigna, glutinosa a modo di pania, di cui avrebbe incontrato copia a Origlia sotto la torre di Seneca: correre antica credenza che, attaccata sotto il ginocchio sinistro, partecipasse in quale la portasse la virtù di non si straccare mai. Il signor Boswell si strinse nelle spalle, e prese tabacco.[19] Frate Bernardino così ordinò la cavalcata: tre muli carichi di una valigia per uno (chè l'angustia delle strade non permetteva ingombro maggiore) precedevano col mozzo, seguitavano le due donne; sul mulo più grosso a quando a quando sarebbero saliti Francesca Domenica, o Altobello, e per la piana ambedue. Per ultimo il signor Giacomo sul mulo di casa Alando, coperto di un bel manto vermiglio da disgradarne un cardinale. Padre Bernardino, reiterati tre o quattro volte i saluti, andò pei fatti suoi; gli altri, compresi il Côrso, proprietario delle bestie, e la genovese consorte, gli accompagnarono un pezzo, poi dopo mille augurî di buon viaggio tornarono addietro.
La sottile massaia genovese rientrando in casa non ebbe poco a maravigliarsi vedendo in mezzo della stanza padre Casacconi seduto sopra un sacco, il quale, appena ebbe scorta la donna, si rizzò in piedi e le disse: — Ecco qua, Caterina, il Signore vi ha provveduto, questo è un buon sacco di grano, ch'egli vi manda, e questi scudi per le spese dei vostri figliuoli: ringraziate dunque Dio, e pensate che quando si rende servizio alla libertà, sempre di là, e più spesso che non si crede di qua, se ne riceve mercede.
— Potrei sapere chi mi ha mandato questa carità?...
— I've l'ho detto; Dio. Non vi basta? E sì che la curiosità perse la prima donna, e da cotesta ora in poi avreste potuto emendarvene.
— Eh! padre mio, non era per questo, bensì per pregare Dio in pro' del nostro benefattore.
— Il nome non fa nulla; pregate sempre. Dio lo ha veduto, non abbisogna di certo che voi gli diciate chi sia.
Il viaggio dei nostri pellegrini era per Tomino, donde per la valle di Luri, traversato il Capo Côrso, intendevano ridursi al Pino, o a Beretali. Mentre passo passo s'incamminavano alla prima stazione, il signor Giacomo incominciò a dire:
— Capisco ancora io, signor Alando, che ai tempi della cavalleria si tributava alle femmine riverenza eccessiva, e sto per dire che scemata di una buona metà se ne sarebbe appagato anco Dio; ma i Côrsi poi mi pare, che trattino le donne come se non fossero madri o mogli di loro.
— Io penso che v'inganniate, perchè è difficile, che tra noi un Côrso vizii una fanciulla e poi la pianti.
— Bene; ma avverto che ciò potrebbe accadere piuttosto in grazia della paura pei parenti, che del rispetto alla donna.
— E non vi sembra carità grande quel collettarci che costuma fra noi per fare la dote alle fanciulle povere? Non reputerete amore quel coltivare gratis et amore Dei i campi della vedova e della orfana?
— Carità e fiorita, non rispetto; per ordinario la donna lavora, e il marito fuma; ospitando gente la donna non siede, bensì serve a tavola; ella va scalza, l'uomo calzato; ella sempre a piedi, e per giunta col fascio della legna in capo, l'uomo dietro a cavallo; che più? entrando in una casa al Macinaggio ho veduto una grama femmina girare la mola per macinare il grano.
.... aperto pienamente l'uscio, fu potuto vedere una donna di sembianze severe, assettata sopra un letto di paglia, in grembo della quale dormiva Alando. (pag. 153)
— Questo ho sentito dire, che trae origine dalle inimicizie, flagello antico del paese, imperciocchè l'uomo dovesse poggiare in alto per iscoprire gli agguati camminando con la barba sulla spalla, e la mano su l'archibugio.
— Benissimo; ma com'entra questa scusa col macinare il grano in casa?
— Perchè l'interno della casa è reame esclusivo della femmina.
— Bene; anzi male. Bello impero davvero quello dove il re è condannato alla parte di schiavo! Mio giovane amico, soffrite che io vi ammonisca, che chi tutto vuol difendere per ordinario non discolpa nulla. La nemica mortale dell'ammenda è la prosunzione: ora lo stato in che senza rimorso o vergogna mantenete la donna fra voi, mi dà la misura giusta della barbarie nella quale vivono gli uomini.
E tacquero, finchè non furono a Tomino; qui giunti, mentre passavano davanti la chiesa, al signor Giacomo venne fatto vedere nella nicchia, a destra di cui mira la facciata, una bomba di ferro, onde piacevolmente interrogò:
— Gli è un santo côrso cotesto?
— No, è un predicatore, che ci hanno mandato i Genovesi, rispose un Côrso che in cotesto punto passava, il quale dì e notte come dal pulpito bandisce, che dai forestieri non ci dobbiamo aspettare miglior bene di quello. — Però i Genovesi non giunsero mai ad espugnare Tomino; e gli uomini di questo paese traendo alla chiesa, nel vedere la bomba, ne cavano argomento di supplicare con tutta l'anima Dio, che alla occasione non ci faccia peggiori dei nostri padri. Se vi piace scendere, vedrete il Tabernacolo, meraviglia della Corsica, sto per dire del mondo.
Scesero tutti, ed entrarono nella Sagrestia, dove sta esposto il modello di legno assai bene architettato, e condotto con fino lavorio, pure non tale da meritarsi codesta lode smodata; senonchè la guida aggiunse: — Prima era tutto di argento, donato alla chiesa da un Filippi arricchito in America, a cui costò un milione e mezzo di lire; prima di disfare il Tabernacolo di argento ne cavammo questo modello per memoria dell'opera, non del dono; avrete forse sentito a dire o sentirete da qualcheduno che noi Tominesi repugnando dal dare il nostro Tabernacolo al generale Paoli pei bisogni della patria, lo sottraessimo mettendolo sotto terra; non gli date retta; fummo proprio noi che glielo andammo a profferire, come offrimmo a Roma il magnifico ostensorio di argento del peso giusto di un rubbo, e il Papa in beneficenza ci promise quattro scudi romani all'anno!
— O pelo o pelle con Roma bisogna lasciarci, pensò il signor Giacomo; nè anco l'uno per cento senza contare la fattura: la Curia romana è donna, ma non ebbe mai bisogno di curatore: poi a voce alta chiese: avete detto promesso; per avventura non li pagarono mai?
— No, signore, li pagarono per pochi anni; in seguito le disdette della chiesa non permisero retribuire più oltre questo piccolo censo.
— Ahimè! si direbbe, che la vigna del Signore sia peggio trattata di quella dell'empio; colà sempre grandine, sempre tempesta.
Altobello, pauroso che il colloquio pigliasse piega spiacevole per la madre sua piuttosto pinzochera che devota, unica macchia fra tanto splendore, alzando il dito accennò:
— Vedete cotesta torre là? noi altri la chiamiamo la torre di Seneca, e tutto questo distretto ha nome da Seneca.
— Se questo fu il luogo della relegazione di Seneca, certo non si riconoscerebbe per la orribile descrizione ch'egli ne fa nella epistola ad Elvia sua madre, ma il tedio dell'esilio glielo avrà fatto comparire più tristo, e da quel tempo in poi voglio credere, che la natura e la industria lo abbiano reso più bello.
— Poi oltre la torre troveremo Mercurio, dove la fama narra, che Seneca fosse flagellato con le ortiche dalle donne a cagione della sua incontinenza.
— Ohibò! coteste mi paiono grullerie: vi sembra probabile, che Seneca fra tante angustie avesse capo a siffatte novelle? Uscito di Roma, sazio di femmine senatorie e imperiali, come supporre, che gli venisse vaghezza di rincorrere le donne per questi balzi a mo' di Satiro? Che ne dice la mia rispettabile signora Francesca Domenica?
— La medesima vendetta si racconta che le donne di Bonifazio e di Sollacarò abbiano preso in simile occasione; ma io le reputo favole tutte, perchè la donna prudente difende l'onore suo, e non ostenta la difesa, sentendosi abbastanza umiliata dal sapere, che altri con parole, anzi pure col pensiero, le abbia recato oltraggio.
— Bene, mia signora, bene.
Ma il fine pel quale Altobello aveva intromesso discorso, gli venne tronco appunto per causa del medesimo, imperciocchè la piissima madre riprese a dire: — Invece di trattenervi in queste pantraccole avrebbe dovuto il mio figliuolo raccontarvi come oltre quel poggio di Pietra Corbara in riva al mare sorga il santuario di santa Caterina, dove tra le altre sante reliquie si conserva una zolla di terra adoperata dal Padre eterno nella creazione dell'uomo.
— Che mai dite, mia rispettabile signora! proruppe il signor Giacomo levandosi alto su le staffe.
— Già; una zolla di terra servita alla formazione del nostro padre Adamo.
— Diavolo! esclamò da capo il signor Giacomo, e stava lì lì per uscire dai gangheri, senonchè alzata la faccia occorse negli occhi di Altobello, i quali con muto linguaggio lo supplicavano ad avere misericordia della fede di quella semplice donna; ed egli che filosofo veramente era, e per ciò tollerantissimo, si astenne di portare lo scompiglio nell'anima di lei con importune considerazioni; solo facendo l'atto del tacchino quando ingola una noce, tacque, e la donna soggiunse:
— Ed oltre la zolla ci ha un vaso di manna raccolta nel deserto; un frammento della verga non ricordo bene se di Aronne o di Mosè; alcune goccie di latte della Madonna, e parecchie gugliate di refe, torto proprio con le sue sante mani.
Il degno signor Giacomo sostenne bravamente la enumerazione di coteste reliquie come un granatiere inglese la scarica di una cannonata a mitraglia, rinnovando però ad ognuna l'atto del tacchino che ingola le noci.
Così ora tacendo, ora alternando i ragionamenti, arrivarono, traversato il Nebbio, su i gioghi di Lento e Canavaggia, donde scesero nelle strette del Golo a Pontenuovo, già famoso per la resa dei Tedeschi al prete Castineti, e sortito dai cieli a ben altra, e per questa volta, lacrimevole celebrità. Intanto che scendevano da Lento, Francesca Domenica indicando i colli dalla parte opposta della valle avvertì:
— Vedete colà quel paese? Lo vedete? Lì dietro giace la terra benedetta che ha dato alla Corsica il generale Pasquale Paoli, mio cugino in terza.
— E usciremmo molto di strada se andassimo a visitare la sua casa?
— Non troppo, no, chè, per Saliceto e Pietrarossa riusciremo verso Omessa sopra la strada di Corte.
— Dunque... con voce un po' tremante dalla commozione incominciò il Boswell, e la Côrsa conchiudendo in fretta:
— Venitemi dietro, che io vi condurrò fin là; e voi altri proseguite, che vi raggiungeremo.
Allora Francesca Domenica, seguitata da Altobello e dal Boswell, salito il colle, arrivò alla valle, e lasciatosi dietro Morosaglia, giunse alla Stretta nella pieve di Rostino. A mano a mano che si accostavano, il luogo sembrava, e veramente si empiva di orrore religioso; pareva lo sbocco di un vasto torrente, qua e là seminato di massi enormi, fra mezzo i quali scendevano mille rivoli di acque, che ripetendosi da più parte gli echi, e confondendo le voci, mandavano intorno come un fremito di armi. E com'era vocale la terra, così dall'alto non iscendeva meno misteriosa la copia dei suoni; questi poi uscivano dalle fronde di castagni secolari, i quali mossi dal vento susurravano, e a volta a volta, o coprivano di ombre il sentiero, o vi lasciavano penetrare un raggio fulgidissimo di sole; passato il torrente, le coste si alzano blande, a scaglioni alberati tutti di castagni, fra cui l'occhio spazia lontano di viale in viale, sicchè tu credi infinito quel bosco. Non pertanto alla svolta di un poggiuolo, custodita dalle ombre di parecchi castagni apparisce la casa del Paoli.
— Qui è nato da Giacinto Paoli e da Dionisia Valentini mia cugina il generale Paoli nel 1724.
Il Boswell vide attonito due corpi di fabbrica coi tetti dispari, e formanti insieme una casa di cui il più umile dei fattori si sarebbe appena giovato; poche le finestre ed anguste, la porta ottimamente munita d'imposta ferrata, alla quale non si poteva giungere che con molta difficoltà. Poichè rinvenne dallo stupore il Boswell chiese, se avrebbe potuto, senza indiscretezza, visitare dentro.
— Signore! rispose Francesca Domenica, o chi para? — E qui con una specie di fischio acutissimo incominciò a urlare: — Minugrò, Marifrancè, Orsantò.
Cotesti fischi avrebbero avuto la virtù di resuscitare i morti senza altrimenti attendere la chiamata degli Angioli, pensate se di far correre i vivi: di fatto indi a breve tra la macchia s'intese un grido come di cuculo; dopo altro spazio di tempo comparve un villano, che, riconosciuta la donna, con grandissima dimestichezza favellò:
— O signora Francedomè, siete voi? Il generale non ci è, e nè anche Minugrò e Orsantò: entrate a rinfrescarvi. Dove siete stata? Donde venite? Questi signori chi sono?
— Questo è mio figliuolo Altobello, questo altro è un signore nostro ospite e amico, sono andata a riscontrarli, e torno con essi a casa.
Il villano, dopo aver bene udito queste cose, schizzò fuori dei denti uno spruzzo di saliva verde a cagione del sugo dell'erba che masticava, e forbitosi col rovescio della man manca le labbra abbracciò e baciò Altobello; volendo in seguito praticare la stessa cerimonia col Boswell, questi lo respinse mettendogli con quanto possedeva di forza il pugno al petto: per la qual cosa il Côrso aggrondato brontolò: — Per Dio santo, o che frulla a costui?
Senonchè Altobello sovveniva pronto a quel frangente mormorando nelle orecchie al Côrso: — Costà nelle parti d'Inghilterra il bacio tra uomini non usa, e il vostro ospite è inglese.
— Allora muta aspetto, e ripresa la consueta compostezza il Côrso soggiunse: — Passeremo dalla Cappella ne'?
Entrarono in una stanza terrena foggiata a modo di Cappella, nè priva di eleganza, certo poi netta e fresca come se fosse nuova. Appena Francesca Domenica vide una lampada accesa davanti la immagine della Immacolata ed uno inginocchiatoio ci si gettò giù di sfascio; Altobello e il Boswell l'ebbero ad imitare a scanso di scandali: questi dopo convenevole intervallo levò il capo per iscoprire marina, ma la donna teneva sempre gli occhi chiusi, e la faccia bassa su le mani giunte; dopo lui, e scorso altro spazio di tempo, si provò di specolare Altobello; non ci era apparenza di prossima fine; tossirono, starnutarono: peggio! Ci volle pazienza, chè la Francesca Domenica quinci non si rimosse se prima non ebbe votato e scosso il sacco; per ultimo fattasi il segno della redenzione, con un bellissimo inchino si licenziò dalla Immacolata. Allora passarono nel celliere, a giudicarne dai vasi vinarii di ogni maniera sparsi qua e là: donde per via di scala di legno, che metteva capo ad un'apertura nel pavimento, riuscirono al piano superiore. — Occorse agli occhi del Boswell una sala vastissima cui faceva soffitto la travatura del tetto con un camino proporzionato alla grandezza del luogo nella parte meridionale; il camino, come ogni altro antico di Corsica, pareva dilettarsi a distribuire imparzialmente il fumo fuori e dentro casa, imperciocchè i travi, le muraglie e tutto in cotesta sala apparisse ingrommato di vernice nera: mobili unici una tavola in mezzo, parecchi seggioloni a braccioli con la spalliera diritta, e la predella ignuda da cuscino; su la parete a tramontana, un quadretto, che forse conteneva una immagine, ma stante la piccolezza sua e la distanza non era dato distinguere. Tutto questo com'è da credersi, fu presto veduto; però senza quasi fermarsi passarono in certa cameretta quadra, di forse sette passi, a otto non ci arrivava, per lato, e qui videro una cassa, una scrivania, una seggiola, uno inginocchiatoio; nella parete sopra lo inginocchiatoio coi bullettoni inchiodate due stampe, una rappresentante la inevitabile Immacolata, l'altra il ritratto di Sampiero D'Ornano: in fondo della stanza un arco, non però in mezzo della muraglia, bensì tutto su un lato, per la quale cosa mentre a sinistra del riguardante posava sopra un pilastro fuori di tutte le regole largo, a destra finiva ad angolo acuto sopra la stessa parete; la tenda di bordato larga quanto l'aria dell'arco, impedendo la vista, il maggiordomo di casa fu sollecito di tirarla, ed espose per questo modo un lettuccio, una scranna, e un lavamano. Il signor Boswell con qualche leggera impazienza disse: — Non importa che mi mostriate di questa casa più oltre; menatemi addirittura al quartiere del signor generale[20].
— Gli è bello e finito; nelle altre camere abita la famiglia, cioè i cani e i servitori.
Il signor Giacomo trasecolava, anzi considerando più minutamente vide che le finestre non andavano munite di cristalli, e di vetri, bensì da impannate, onde non potè trattenersi dallo esclamare:
— Senza vetri! Senza cristalli! Qui siamo ai tempi di Adamo; per lo meno a quelli di Noè.
— Veramente prima che il signor generale venisse da Napoli, io ce li feci mettere, ma egli entrato in casa, tostochè li vide, li ruppe col bastone che teneva in mano, dicendo: impannate ci lasciai ed impannate io ci vo' trovare: anche traverso il cristallo il lusso entra nelle case, e allora addio parsimonia, senza la quale la repubblica è vergone da civettare beccafichi.
Il Boswell taceva, solo non rifiniva di cacciarsi su nel naso tabacco sopra tabacco. Rientrato in sala il maggiordomo convitò gli ospiti a mensa, che parve al nostro Inglese più che patriarcale davvero: sopra rozza tovaglia avevano posto un catino di zuppa di magro, copiosa di legumi e di erbe; accanto al catino due zucche, una piena di acqua, l'altra di vino, dove ogni commensale poteva dissetarsi a suo talento: assettatisi a tavola misero davanti al Boswell una scodella di zuppa, e gli dettero forchetta e cucchiaio di bossolo: non sentendosi troppo allettato da cotesta vivanda, egli si pose a considerare la posata fatta con bellissimo garbo, ma, per molto uso, pingue di grasso. Il manente notò l'attenzione dell'ospite, e non gli sfuggì nè anche un suo gesto di disgusto, ch'egli non valse a reprimere; per la qualcosa credè molto a proposito dirgli:
— Vedete, signore, anche il generale da principio non ci si sapeva adattare, e ne scrisse a suo padre signor Giacinto buona anima perchè da Napoli gliene provvedesse di argento; il signor Giacinto ecco cosa gli rispose: — qui si levò da tavola, e salito su di una seggiola staccò dalle pareti il quadrettino, il quale appunto conservava sotto il cristallo la lettera del vecchio Paoli al suo figliuolo; lo porse al Boswell, che lesse:
«Signor figlio.
Mi congratulo con la patria e con voi per la espugnazione della torre di San Pellegrino; però sarebbe stato meglio, che più in tempo aveste avvertito come senza artiglierie non si potesse pigliare: adagio col sangue altrui; del vostro siete padrone. Quanto alle posate di argento che mi chiedete, innanzi di mandarvele mi occorre sapere da voi se sia morto costà Solimano, che le faceva di legno, ecc. — Giacinto Paoli[21].»
L'Inglese rimase sbalordito; incominciava quasi a temere di trovarsi al cospetto del Paoli: di vero leggendo Plutarco, nell'udire i magnanimi gesti, e i detti non meno mirabili degli uomini sommi, tu ricorri sovente a contemplarne le immagini, ma se fissandoci troppo la mente ti avvenga di credere, che gli occhi o le labbra loro si movano, ti si mette addosso la paura di trovarti così piccolo, così gramo, così imbelle, così insensato a tu per tu con un Temistocle, un Camillo ed anco con un Mario. Non ci ha prosunzione moderna la quale, urtando taluno di cotesti grandi, non caschi giù come vescica sgonfiata. — Molte cose ricercò del Paoli, e molte ne seppe che lo confermarono nell'alto concetto che aveva di lui: egli è da credersi che la notte lo avrebbe colto in cotesta casa, se Francesca Domenica non avesse sollecitata la partenza, essendo ormai l'ora tarda.
Comecchè il sole fosse da parecchio tempo tramontato dai poggi, pure il cielo conservava tanto di luce, che i nostri viaggiatori usciti allo aperto potessero vedere, addossati ai monti dirimpetto, Omessa, Sueria, Castirla ed altri non pochi paesi. Francesca Domenica, a mano a mano che si accostava a casa, cresceva d'irrequietezza: parendole fastidioso il moto del mulo, scese e percorse spedita per quei colli al pari di un mufflo: ora cantarellava qualche frammento di vocero, ed ora (incredibile a dirsi!) anche qualche canzone di amore: allo improvviso stette, e:
— Signore Inglese, incominciò, vedete cotesto paese là di faccia a noi? Lo vedete? Colà abita una santa donna mia cugina in terza, e ciò che importa se non di più, certo del pari, una donna che si farebbe mettere in pezzi per la Patria.
— Bene; lo credo senz'altro, ed ha nome?
— Eufrosina Cervoni; se il general Paoli viveva, debitore della sua vita prima a Dio, poi a lei.
— E come andò, signora? Sto su la brace per saperlo.
— Eh! ve lo direi se non temessi destare il cane che dorme: ad ogni modo quello che ho sul cuore, ho sulla lingua. La famiglia di mio marito parteggiò sempre pei Matra, massime per Mario; io non credei mai questo sciagurato venduto nè traditore, bensì ossesso di ambizione e di superbia: posposto al Paoli nel generalato lo avversò con le frodi e con le armi; riuscitegli vane ambedue, si gettò per disperato in braccio ai genovesi, i quali armatolo da capo lo vomitarono nell'isola a rinfocolare la guerra civile. Mentre il generale improvvido scorreva la provincia di Aleria, ecco il Matra cascargli addosso con ottocento uomini tra Zuani e Pietraserena, ond'egli ebbe di grazia scampare fuggendo; seguitato da quaranta uomini si chiuse nel convento di Bosio; sopraggiungono i Matristi, e chiusolo d'intorno, lo assediano; io non vi racconterò le vicende dello assedio, bastivi che non essendo stati soccorsi quei di dentro dopo due giorni di battaglia erano ridotti agli estremi; e ormai le porte incendiate cascando a pezzi aprivano la strada agli scellerati che urlavano: ammazza! ammazza! Per salvare il nostro eroe ci voleva un miracolo: e il miracolo fu operato per la virtù di mia cugina Eufrosina. Sentendo ella il pericolo del Paoli scese dalla camera soprana in traccia del figliuolo Tommaso, il quale stava seduto intorno al fuoco, gli porse lo schioppo e gli disse: — Tomè, che fate voi qui? Non sapete che il nostro generale corre pericolo? Pigliate lo schioppo e andate co' nostri a liberarlo, o a farvi ammazzare. — Tommaso non si movendo punto rispose che col Paoli aveva ruggine vecchia e non parergli vero che altri facesse la sua vendetta. — La vendetta non è da cristiani, nè da cittadini, se prima che io abbia recitato un Paternostro non siete in via, vi prometto abbandonare la casa vostra, lasciandovi invece la maledizione di una madre. — Tomè non se lo lasciò dire due volte, e messasi la via tra le gambe arrivò a tempo per salvare il generale. Dicono che di colta ferisse Mario in un ginocchio: o egli o altri, fatto sta che ferito rimase e poco stante morto di molte ferite; dicono ancora che il generale nel vederlo cadavere piangesse; e su ciò la verità al suo luogo, perchè quello che ci fosse da piangere, io non ci so vedere; ciò che non si potrebbe negare si è che egli gli fece fare onesti funerali; nè di più deve attendersi da cui teneste nemico.
— Lo zio, riprese Altobello, che si trovò in cotesto tafferuglio, mi assicura che il Cervoni con Giovannifelice Valentini molto contribuirono ad accertare la vittoria del Paoli, ma quelli i quali veramente lo salvarono, furono due popolani Pierinotto da Fornoli e frate Ambrogio; questi sul campanile senza far conto delle palle, non altrimenti che fossero castagne, picchiava la campana a martello, l'altro accorrendo con poca gente sonò il colombo[22] per le macchie vicine con tanto furore, che i Matristi paurosi, di essere sorpresi cessarono l'assalto per andare alla scoperta dei sopraggiunti; lo zio mi disse ancora, la moschettata che colpì il signor Mario nel ginocchio essersi partita dagli uomini di Pierinotto, non già da quelli del Cervoni.
— Sia come si vuole rimarrà sempre degno di memoria l'atto magnanimo di Eufrosina, — osservò Francesca Domenica, cui rispondendo il figliuolo disse: senza dubbio, senza dubbio.
Intanto le ombre della notte si erano sparse sopra la terra, e Altobello, tenendo per la cavezza il mulo dove stava seduta la madre, lo mise dentro un calle angusto in mezzo di foltissima macchia, il quale faceva capo alla casa paterna per la via più diritta, imperciocchè Corte non fosse città murata, e la più parte delle case stessero a que' tempi sparse per la campagna come giovenchi alla pastura: essendosi per questo modo Altobello scostato alquanto dal signor Boswell e dagli altri compagni di viaggio, con bassi accenti si fece ad interrogare la madre.
— Ma com'è che siete venuta, mamma, a incontrarmi fino al Macinaggio? Chi vi ha avvisato del mio arrivo?
— Il generale.
— Possibile! Egli non poteva saperne niente.
— Eppure lo sapeva. Domenica scorsa mentre usciva da messa lo trovai sul prato davanti la chiesa; tostochè mi vede egli mi si fa dappresso, e mi dice: Buon dì e buon anno; come va la salute, cugina? — Eh! piaccia a Dio quando va male la vada sempre così. — Che nuove abbiamo dei parenti? — Di quali parenti? — Di quelli di Venezia. — Ne vivo in pensiero, perchè come saremo a Santa Giulia, correranno due mesi che non ricevo lettera di loro. — Non vi confondete, cugina, accertatevi, che stanno per arrivare. — Santa Vergine, che cosa mi dite! e verranno tutti e due, cognato e figliuolo? — Se tutti e due, non saprei, ma uno di certo e sarà Altobello. — Generale, non mi tacete nulla, ve ne supplico; capite... io sono madre. — Capisco tutto, epperò vi paleso che tra pochi giorni il vostro figliuolo arriverà al Macinaggio su la mezza galera del capitano Franceschi, almeno così spero: ma subito dopo ripigliandosi ha soggiunto: — No, ne son sicuro. — L'ho ringraziato, e tornando a casa pareva una rondine: credo avere cantato per via, sicchè se la gente non mi ha creduta matta sarà stato un miracolo; spazzai la camera, mutai le lenziola di sul letto, misi in sesto ogni cosa, e poi badandomi bene d'intorno, affinchè nessuno mi frastornasse, sono venuta ad incontrarti.
Altobello la prese per mano, e glie la baciò due volte, — e quindi a breve soggiunse: — Però cotesto annunzio del generale mi riesce strano.
— Non fartene meraviglia, figliuolo, perchè il generale fu beneficato da Dio col dono della profezia, e te ne accorgerai.
Il ragionamento tra la madre e figliuolo venne interrotto da uno scoppio di archibugio, anzi Altobello sentì persino quel sibilo che manifesta il passaggio della palla: subito dopo in lontananza urli e pianti disperati.
— Ho paura sia successo qualche disgrazia, osservò Altobello alla madre. — Ne dubito anch'io, questa rispose, e proseguì in silenzio. Non erano andati guari, che fu udito per la macchia uno stormire come di cignale che rompendo le roste si faccia via traverso alla foresta: soprastettero sospettosi, intanto lo strepito più e più sempre si appressava; ad un tratto proruppe fuori della macchia un uomo di cui i gesti, per quanto lasciassero vedere le ombre della sera, palesavano il terrore; con le mani faceva l'atto di aprirsi le frasche davanti al passo, e il capo teneva volto sulla spalla manca, qual è colui che tema di vedersi inseguito. Nè badando, e nè credendo d'incontrare molestia per cotesta via, venne ad urtare con violenza nel petto di Altobello che allargate le braccia lo recinse a mezza vita prima che costui se ne accorgesse. L'effetto, che prima percosse il fuggitivo, fu la paura, a giudicarne dallo strido straziante che cacciò fuori; ma subito dopo prevalse l'amore della salvezza, dacchè incominciò a dare crolli da schiantare un pino. Altobello, quanto egli si sforzava svincolarsi, tanto intendeva con supremi conati a tenerlo stretto. Il signor Giacomo, studioso della libertà del cittadino, pensava se fosse lecito per mera suspizione privare, come Altobello aveva fatto, un uomo dell'esercizio delle sue facoltà; e intanto che discuteva la cosa stavasene a cavallo al mulo e non lo sovveniva. Dopo parecchie scosse riuscì allo sconosciuto sprigionare il braccio destro, che in un attimo cacciò nella tasca delle brache, e lo ritrasse armato di stile: già lo teneva levato per conficcarlo nelle spalle ad Altobello, quando Francesca Domenica, che alta era e gagliarda, con ambedue le mani gli attenagliò il polso, e costringendolo a piegare, tale vi impresse un morso, che lo sciagurato, sentendosi a lacerare carne e muscoli, con doloroso guaito lasciò cadere lo stiletto. Non per questo meno egli tentava scappare con ogni modo, e Altobello affannoso gridava: — Una fune, una fune! levate la cavezza ad un mulo.
Il signor Giacomo appena ebbe ombra, che lo sconosciuto avesse cavato lo stile, non istette più a tentennare; ma anche egli si precipitava alla riscossa, se nonchè si trovò prevenuto dalla madre; e nondimeno il suo intervento fu utilissimo perchè appena sentì chiedere la fune, frugatosi in tasca fra un arsenale di arnesi rinvenne una matassa di cordicella; con essa adoperandovisi egli medesimo, legarono l'uomo, che grugniva maledizioni e bestemmie. Mentre lo legavano, Altobello non senza un po' di stizza, disse al Boswell: — Veramente potevate venire prima a darmi una mano.
— Bene, rispose l'inglese, ma io stava perplesso a considerare se non essendo magistrato, e per semplice sospetto, poteva io privare della libertà un cittadino.
— E come va, che adesso lo legate con tanto garbo, che salvo vostro onore parrebbe non vi giungesse nuovo il mestiere?
— Oh! tra un cittadino che va per fatti suoi, ed uno che ha tentato ammazzare il suo prossimo, corre divario; e questo senza scrupolo lego. Circa agli elogi di vostra signoria circa il mio modo di legare, io opino che quando l'uomo si mette a fare qualche cosa deve studiarsi di farla meglio che può.
Così proseguirono fin presso la casa paterna di Altobello allorchè questi sentì all'improvviso scivolarsi su la mano qualche cosa di liscio e viscoso, ond'è, che trasalendo esclamò: — Che diavolo mi capita di nuovo adesso? — Allora si fece sentire un brontolìo, il quale quantunque in favella dalla nostra diversa, pure assai chiaro esprimeva: smemorato! tu mi avevi già messo in dimenticanza, ed io anco al buio ti ho riconosciuto.
— O Leone, rispose Altobello, e tese le braccia al cane e il cane le zampe a lui, sicchè si abbracciarono nelle regole, e si baciarono come vecchi amici.
Intanto erano giunti a piè della porta, e Francesca Domenica a tastoni trovò la chiave depositata dentro una fessura del muro; l'aperse, e a tastoni mise la mano su l'acciarino e l'esca, che innanzi di partire insieme alla lanterna lasciava in luogo destro. Appena acceso il lume gli occhi di tutti si appuntarono nella faccia del prigioniero; sinistra ella doveva essere sempre, ora poi tutta impiastricciata di catrame metteva spavento. Altobello non seppe ravvisarlo, e la madre sua, per molto studio ci mettesse, nè meno: interrogato chi fosse, torse gli occhi in atto di rabbia e di minaccia, mandò un grugnito. Il signor Giacomo, intanto che dava una mano a levare le valigie dalle groppe ai muli, proponeva:
— Io direi, salvo la vostra approvazione, di mettere questo sciagurato in luogo sicuro — intendo nelle mani del magistrato.
— Potrebbe per ora non essere il luogo più sicuro, rispose Altobello.
— Bene; allora in altro modo; e mentre la signora vostra madre e quest'altra gente danno sesto alle robe, noi andarcene un po' a scoprire marina; e poi sentite.... fattosegli accosto gli bisbigliò dentro gli orecchi — importa che nessuno esca di casa prima del nostro ritorno.
Altobello spinse il prigioniero dentro il celliere, di cui chiuse diligentemente le imposte, rallentò un poco la legatura delle mani di lui; chiuse del pari la porta della stanza per di fuori; raccomandò sottovoce alla madre non lasciasse uscire le donne nè il ragazzo; per ultimo prese il braccio del Boswell in atto di condurlo fuori.
— Adagio, questi disse, e voltosi a Francesca Domenica, dopo avere frugato nel consueto arsenale delle sue tasche, continuò: signora mia, non ci ha persona al mondo, almeno spero, sempre però salvo vostro onore, e quello del vostro signor figlio, che mi superi nella osservanza nel quinto precetto del Decalogo; ma si danno casi nei quali senza peccato possiamo tenergli per non iscritti; quali essi possano essere a me non importa chiarire adesso; però mi pare bene lasciarvi qui un arnese che possa farvi approfittare della eccezione — e trasse fuori una pistola — la sorella tengo per me.
— Non ve ne private: ho il fatto mio; e la donna andò nella sua camera tornando subito dopo con lo schioppo, la carchera e il pugnale, che col rosario facevano a cotesti tempi compagnia ad ogni Côrso, e sovente alle donne loro fuori di casa; sempre ai Cristi côrsi in casa.
— Bene; scusate, e si avviò dietro ad Altobello.
Nel passare davanti la finestra del celliere questi favellò piacevolmente al signor Giacomo: — Voi avevate avvertito alle difese interne, a me spetta provvedere all'esterne. Leone, qui — il cane gli era dietro ai calcagni — Leone, cùcciati qua; prima del mio ritorno non ti movere.
Il cane come gli fu comandato fece.
Forse di dieci minuti potevano essere partiti, e Francesca Domenica si stillava il cervello ad apparecchiare cena senza avere bisogno di mandare persona fuori di casa, e con le donne e il ragazzo faceva un gran tramestare di su e di giù, quando dal celliere uscì una voce che chiamava:
— Francedomè! Francedomè!
— Che vuoi?
— Ohimè! mi sento trangusciato. Portatemi da bere.
Stette la donna alquanto sospesa; il cuore le si rimescolò perchè le parve riconoscere codesta voce pure, animosa com'era, aperse la porta, e col lume in una mano e una ciotola d'acqua nell'altra entrando disse:
— Te', bevi.
— Francedomè, dopo bevuto riprese il prigioniero, la corda mi sega i polsi: allentatemela tanto che non mi faccia soffrire.
— Offrilo al Signore in isconto dei tuoi peccati.
— Sono innocente come Cristo.
— Meglio per te; ha patito tanto egli, puoi patire un tantino anche tu...
— Ma voi, Francedomè, volete mandarmi alla morte...
— Perchè? Oh! non siete innocente?
— Cugina! non mi riconoscete?
— Zitto là; non riconosco nessuno.
— Sono Giovà Brando figliuolo della cugina carnale del fratello di vostro cognato; capite, carne vostra; cugino vero in terza, all'usanza; vi basterà il cuore di mettermi in mano al boia, ne'? e la vergogna del parentado?...
— Zitto là, ti dico.
— E i rimproveri del cognato e dei cugini? — e la vendetta?... sì, per Dio, la vendetta... di casa Alando non rimarrà pietra sopra pietra; arsi gli uliveti, ammazzate le bestie...
— Che chiasso è questo in casa mia?...
... Francesca Domenica, con ambedue le mani gli attanagliò il polso, e tale v'impresse un morso, che lo sciagurato lasciò cadere lo stiletto. (pag. 173)
Questa voce singolarissima, come quella che avendo incominciato in tuono basso terminava in falsetto, mosse da un personaggio soppraggiunto, di cui vale il pregio disegnare la figura; grasso il viso ma frollo, del colore del lardo invietito, la barba come cavolo, verde; capelli e peli spelazzati, rari e quasi venuti a lite fra loro; gli occhi tondi in fuori e nelle pupille nerissimi, se non che stando immobili gli partecipavano l'aria stupida dei tacchini; in capo portava una berretta di cuoio logora e bisunta; piuttosto che vestito pareva imballato a forza dentro un farsetto di ciambellotto di un certo colore che non si poteva affermare in buona coscienza colore; forse fu giallo in origine ritinto in verde, ma qua il sole lo aveva sbiadito, là qualche acido alterato, in altra parte qualche grasso unto; insomma era un problema tintorio; gli occhielli stavano lì lì per iscoppiare, intanto che le flosce membra a festoni gli scappavano di sotto e di sopra l'abbottonatura; dalle maniche corte uscivano certe manacce, fatte ad uso di mestole da bucatai; la pancia in isconcia guisa appuntata, le calze giù bracaloni, e i piedi immani resi più turpi da ciabattaccie lacere donde sbucavano più che mezzi fuori. Costui a prima giunta moveva a risa, perchè su cotesta faccia primeggiavano i segni della melensaggine, ma subito dopo ti rabbrividivano gli altri della frode, della viltà e della ferocia senza compassione. Questi era Mariano fratello dello avvenente Altobello, nè la santa castità della madre apriva adito al sospetto che fosse illegittimo: ghiribizzi della natura!
— Cugino Mariano, Dio vi manda per riparare qualche casaccio; voi vedete come mi hanno concio vostro fratello, e un cane di forestiere, che egli ha menato quaggiù.
— Mio fratello! da quando è arrivato? Faceva meglio a stare a Venezia. Che cosa è venuto a fare? Mamma! ve lo ha detto che sia venuto a fare?
— È venuto a fare quello che non puoi, nè vuoi far tu, a travagliarsi in pro' della patria.
— Misericordia! quanti bauli! E come pesi! sarebbe diventato ricco?
— Di suo non ce n'è che uno! gli altri appartengono all'ospite.
— Cugino Mario, per Dio santo, mi volete slegare ne'? Innocente come Cristo?
— Chetatevi là; mi gira altro pel capo adesso: ed ove albergherà l'ospite?
— Dove l'albergherebbe Altobello se non in casa sua?
— Casa sua? Dove ha casa Altobello?
— Oh! questa non è sua?
— È mia! È mia! Tutta mia. La sua parte se l'è mangiata.
— Davvero? Da quando in qua!
— Eh! faranno cinque anni come arriveremo a San Martino.
— Mi giunge nuova; io non ne aveva saputo nulla prima di adesso.
— E da quando in qua importa che le donne sappiano tutte le faccende di casa? Voi altre siete adattate a conservare i segreti come i panieri il vino.
— Non monta, l'ospiterai tu; sosterrai tu l'onore di casa.
— Io? Che razza di onore gli è questo farsi mangiare il suo da gente che non si conosce?
— Sta quieto: farò io la spesa.
— Voi? per la Immacolata! Ne avete dunque moneta? Lo aveva sempre sospettato io; già le buone massaie governando la casa trovano sempre la maniera di mettere qualche cosa da parte: sentite una cosa, mamma, voi fareste carità fiorita a darli a me quei vostri quattrini.... già infine di conto sono miei perchè gli avete guadagnati col marito.
— Perchè non dici dirittura rubati?
— Dio mi liberi; via dateli a me; voi che state su la fossa potete piangere il morto; considerate le spese quotidiane, i raccolti scarsi, gli aggravi per questa maledettissima guerra.
Francesca Domenica, femmina avvistata molto, al primo comparire del figliuolo presagì che non l'avrebbe cavata netta; però, ingegnandosi di allungare il colloquio finchè tornasse Altobello, toccò questo altro tasto.
— La libertà, come preziosissima, se costa cara non ha da dolere.
— La libertà? che importa a me questa libertà? Mi pota gli olivi? Raccatta ella le mie castagne? La libertà se non consiste nel fare quanto ci piace, massime non pagare nulla, per me non so capire che sia. Dicono che i Francesi abbiano bandito di farci franchi da qualunque gravezza se ci sottomettiamo a loro; dove volete trovare libertà migliore di questa?
— Mariano, non mi volete dar retta, per Dio santo? Anche voi vi accordate a tradire il vostro cugino Giovà Brando? Bada che i Brando si rassomigliano al carbone, tingono e scottano.
— Guelfo non son, nè Ghibellin mi appello; Chi mi dà da mangiar, tengo da quello: questo si chiama ragionare.
— O che ci guadagnate a farmi impiccare come un cane? Nulla; anzi correte rischio di ritrovarvi anche voi compreso nella vendetta, che di traverso va fino al terzo grado... e voi sarete nel primo.
— Per me questi Paoli mi paiono una manica di avari che vogliono campare alle spalle degli altri, e mettere in serbo le entrate....
— Mentre se mi mandate libero, il chioso della Padulella, che fa corpo col vostro procoio, delle Lungagnole....
— Oè! scusate, Giovà, se non vi ho atteso.... la Padulella dunque.
— Che fa corpo al vostro procoio io ve la regalo; voglio dire: prometto vendervela al prezzo che mi avete offerto, e, capite bene? torna lo stesso, che donarvela.
— Passata la festa si leva l'alloro: chi mi assicura che manterrete sciolto la promessa fatta mentre eravate legato?
— Voi mi potrete sempre accusare di avere tombato.... non è così.... di avermi preso con le armi alla mano la notte, che ammazzarono il colonnello Albertini....
— O povero colonnello! che ti aveva fatto quel degno galantuomo, scellerato?
— Francesca Domenica, io sono innocente come Cristo.
— Sentite, Giovà, se volete che vi sciolga, bisogna che mi confessiate alla libera di avere ammazzato il colonnello Albertini; allora sì che mi mettete la caparra in mano, e di voi io mi potrò fidare.
— Be'; tagliate le corde.
— Lo avete tombato o non lo avete tombato?
— Io l'ho tombato, e non l'ho tombato: tagliate le corde.
— Niente. Sì o no? Su bello e tondo....
— Sì l'ho tombato, taglia.
— Sia ringraziato Dio! esclamò Mariano.
— Madonna della Vasina benedetta! che bestemmi, figliuolo.
— Eh! voi vedete la cosa dalla parte del morto, e vi pare bestemmia; io, che la miro di qua dalla parte della Padulella mi sembra un'alleluja.
Mariano preso un coltello si avvia a liberare Giovanni Brando, se non che gli si oppose risoluta la madre ordinandogli di non muovere passo: egli procurando tirarla in disparte strilla con la sua voce agrodolce:
— In casa mia son padrone io, e non ci voglio brighe.
— Aspetta tanto che torni Altobello e vi consiglierete.
— Mi trovo forse ancora nei pupilli io? È mio tutore Altobello? Largo, mamma, largo.
— Non ti muovere per quanto hai cara la grazia mia. Altobello me l'ha consegnato, e a lui mi tocca renderlo.
— Orsù, dacchè non fanno frutto le buone....
— Le cattive non gioveranno, gridò con voce spaventevole Francesca Domenica, e dato di piglio al moschetto lo spianò contro Mariano aggiungendo: — chi ti ha fatto ti può disfare.
Mariano stralunato per la paura, con le braccia levate correva via tutto di un pezzo come se nelle gambe non avesse giunture intantochè un po' in basso, un po' in falsetto, strillava: — lo schioppo.... lo schioppo alla vita del figliuolo.
— Ipocrita! e tu perchè hai messo la madre a repentaglio di farsi rispettare con le armi alla mano?
Altobello e Boswell, tenendo dietro alla gente che traeva concitata verso un medesimo luogo, arrivarono alla montata del castello dove si parò innanzi a loro un molto fiero spettacolo. Gli accorsi e gli accorrenti giunti a pena smettevano ogni clamore facendo più spesso il cerchio che circondava un uomo morto. Qualcheduno reggeva torcie di resina, la più parte schiappe di pino, onde gli oggetti e gli uomini apparivano rischiarati da luce, che potremmo dire sanguigna; ancora, se ne eccettui alcuni, come taciturni, così restavano immobili; adoperandoci forza di spalla e di gomiti il Boswell e Altobello riuscirono a mettersi nelle prime file, e videro una fanciulla meravigliosamente bella, alta di persona, co' capelli neri giù per le spalle, pallida come se di marmo, gli occhi un po' sbalestrati; sovente le palpebre le si chiudevano e le si aprivano per tremito convulso, sicchè pareva mandassero faville come spade incioccate fra loro; anco le labbra ad ora ad ora le sussultavano: si conosceva espresso che un uragano di passioni molinava in codesta povera anima; e nondimanco il supremo sforzo della volontà impediva loro prorompere. Ella era intenta a prestare gli ultimi uffici al morto; alcune donne ministrandole con acqua tepida e vino ella li lavò la faccia sordidata nella caduta; gli occhi li chiuse e la bocca; tolta via ogni traccia di sangue dalla persona gli fasciò la ferita, immane ferita che nel petto gli fracassò alcune costole, e riuscendo dietro le spalle in mezzo le scapole gli aveva sbrizzato le vertebre della spina; all'ultimo gli pose fra le mani un crocifisso, un guanciale ripieno di paglia sotto il capo, in capo il suo cappello gallonato: non vincibile miscuglio nella natura côrsa di religione e di vanità. Ciò fatto si lasciò andare prostesa sopra la faccia del morto e parve piangesse, ma non si sarebbe potuto affermare, imperciocchè di tratto in tratto lei dimostravano viva soltanto i brividi della persona; pure di repente assorse più feroce che mai.
— Ora vendetta, ella urlò; voi altri miei parenti più prossimi mettete mio padre su cotesta barella; recatevela sopra le spalle e seguitemi: voi altri amici con le torce accompagnateci.
E corse via; tutti gli altri dietro; eccetto lo strepito dei passi accelerati non si udiva altro rumore, ma la fanciulla fermatasi ad ogni capo di strada ripeteva il grido: — vendetta! vendetta! — La gente traeva ai balconi, e vedendo quel cadavere portato a furia, la corsa turbinosa di coloro che recavano le torcie, e la donna di cui i capelli ventilati le fischiavano di dietro le spalle come serpenti, gemevano — Ohimè! qualche flagello ci è sopra. — Gli uomini volevano uscire, e le donne, madri o mogli, si provavano a trattenerli; ma era niente; che essi con modi più o meno acerbi si sbarazzavano da loro, ed alla sinistra associazione si aggiungevano.
La fanciulla, ch'era figliuola all'ammazzato e si chiamava Serena, mentre andava sì che pareva che volasse, sentì con maraviglia grande tanto rasente a lei lo strepito di altre pedate, che giudicò lo inseguente dovesse porre il piede giusto nell'ombra dond'ella lo cavava; si volse senza intermettere la corsa, e si riconobbe a lato Orso Campana, nemico mortale del padre suo; si fermò, lo ghermì per il collo e gli disse:
— Sei venuto a pascere gli occhi nella morte di mio padre? Tu morrai.
— Serena figliuola mia, lasciatemi; io fui emulo di vostro padre; egli contro me si adoperò duramente, io contra lui; ma la sua morte fu angoscia, e, comechè per causa diversa dalla vostra, pure mi preme quanto a voi, ch'ei sia vendicato.
— Prega il tuo Dio di non mentire, rispose Serena; e gli levò le mani dal collo.
— La emulazione è necessaria nelle repubbliche, e diversifica dall'odio. Non pianse Cesare quando gli mostrarono il capo di Pompeo?
— Forse pianse di piacere. Sii sincero; veramente.... veramente non è adattato il luogo, pure anche la bara del padre ammazzato può offrire l'altare dove si giurino fede due anime riconciliate davvero.
— Lo vedrai.
La consulta del 1762 aveva conferito facoltà di far sangue ad una giunta di dieci uomini presieduta dal generale, e poichè stanziavano in Corte, ed erano noti a tutti, riuscì facile a Serena condurre la processione alle case loro: colà bussando in modo da far sentire i morti, con immensi urli gridavano: — fuori, signori dieci! fuori! venite a far vendetta. — I decemviri, i quali per essere l'ora anco presta si trovavano levati, scesero in fretta sulla strada presagendo guai; e solleciti per quanto stava in loro di prevenirli. Venuti in mezzo alla moltitudine rimasero travolti come dalla piena del fiume, che gli menò davanti la casa Albertini, dove allestiti, in meno che non si dice, tavola, lumi, e scanni, crocifisso pei giuramenti, e arnesi a scrivere necessari, fecero assettare i decemviri; la barella col cadavere del colonnello deposero ai piedi della tavola, e poi con un tal piglio, che in sembianza di prego era comando, gli assembrati dissero: — sentenziate!
— Il presidente manca.
— Non importa: prima di dare la sentenza sarà tornato, battete il ferro adesso ch'è caldo.
— Chi accusa?
— Io, risposero ad un punto Serena ed Orso Campana.
— Il delitto pur troppo è manifesto, ma chi il colpevole?
— Sentite, uomini prudenti, soggiunse Orso: io fui emulo antico di questo valoroso soldato di cui vista davanti il cadavere; però dopo i suoi congiunti, ai quali corre l'obbligo di procacciarne la vendetta, importa a me, che si scopra il reo e si punisca a fine che il sospetto maligno non si posi sopra di me. Ora pertanto ricercando sono venuto in chiaro, che nella mattina d'ieri in quella d'ier l'altro, salvo, il colonnello ebbe la malavventura di accapigliarsi con Grazio Romani, giovine che ha le mani più pronte della lingua, quantunque anco questa abbia prontissima; dicono che il colonnello alzata la mazza gliela desse sul capo, e Grazio tratto il coltello giurasse ammazzarlo e lo faceva se altri non lo avesse tenuto: però nello andarsene lo minacciò che mettesse in sesto le faccende dell'anima perchè aveva la morte in tasca; ed altre più fiere parole adoperò tutte rivelatrici l'animo suo deliberato ad ammazzarlo: stamane per tempo fu visto uscire di casa collo schioppo, nelle prime ore della sera aggirarsi intorno alla casa dello infelice colonnello: tutti questi indizii a parere mio sono sufficienti, non dico già a condannare Grazio Romani, Dio mi liberi, ma almeno a ricercarlo sottilmente intorno all'atroce caso non ha guari accaduto.
Le opinioni delle moltitudini, troppo più spesso che non si vorrebbe, fanno come le acque alle quali per poco sgrondo si dia o per un po' di canale loro si scavi, tu le vedi pigliare tutte quel verso, di fatti intesi molti altri testimoni, che pure non avevano interesse nè voglia di attestare il falso, sia che una frazioncella di vero sopprimessero, o un frammento di meno vero sostituissero, qui un bricciolino alterando, là il giudizio proprio offerendo come realtà, vennero a generare nella mente dei giudici e degli astanti la persuasione della colpa di Grazio! E tanta fu l'ira, che accese di subito quei petti, che i decemviri avendo ordinato al capitano delle armi andasse per esso, e senza indugio lo traesse davanti a loro, questi non potè impedire, che una turba dei più clamorosi agitando schiappe accese di pino gli si accompagnasse. Trovarono Grazio che dormiva, e a quello che pare aveva legato l'asino a buona caviglia, imperciocchè non si accorse di loro prima di avergli intorno al letto urlanti: — Svegliati, cane rinnegato da Dio, dopo di averne sparso il sangue cristiano, oh! non ha cuore questo furfante di dormire come un galantuomo? — Grazio, desto di soprassalto, agguantò lo schioppo che aveva a capo del letto, non sapendo quello che si facesse, e solo per istinto; cento mani gli cascarono addosso su le braccia, sul petto, sulle gambe, sicchè non gli riuscì dare più crollo, e lui invano gridante e scontorcendosi, con gli occhi strabuzzati, e la bava alla bocca, vestito appena quanto la decenza desidera, portarono di peso al cospetto dei decemviri. Si può immaginare il rovescio d'ingiurie, che scoppiarono dalla bocca di Grazio quando ebbe modo di parlare; ce ne fu per tutti: sacramentò come un turco, urlò che gli slegassero le mani tanto che potesse agguantare lo schioppo (il quale insieme con la sua carchera vedeva depositata sopra la tavola dei giudici), e metteva pegno di sbertirne una dozzina in meno che si dice il Credo. Alle interrogazioni dei giudici se egli avesse ucciso il colonnello rispondeva, ch'erano matti: ai gridi del popolo, che lo chiamava assassino, opponeva più sgangherato il grido: ch'erano tutti briachi. — Insomma e' nacque un garbuglio, una confusione, un tramestìo da non potere descrivere.
All'improvviso un uomo fattosi largo a furia di spinte arriva affannoso alla presenza dei giudici; egli era Orso Campana; che a strappi come uomo cui o la troppa passione o la troppa fatica impedisca il dire, favellò:
— Ecco, ecco la prova del costui delitto.... Assassino!.... dei meno sfrontati di te se ne manda in galera.
E gettò sulla tavola una palla di piombo schiacciata insieme ad un foglio di carta mezzo arso.
— Ch'è questo? dimandò il capo dei decemviri.
— Ch'è? È la palla che ha ammazzato il povero colonnello: l'abbiamo rinvenuta a piè del muro dove egli rimase ucciso; e questo è lo stoppaccio, che servì a caricare lo schioppo....
— Io non comprendo, che notizie aggiungano a quanto sappiamo.
— Leggete.... leggete la carta.
Il Decemviro spiegò la carta, e accostato un lume lesse ad alta voce: — lib.... co.... Romani.... pino la.... a.... quei.... pan... nacci: — qui il Decemviro interrompendosi interrogò da capo — e questo che importa?
— È chiaro come il sole; costui ha caricato lo schioppo con la carta stracciata dal libro di conti di casa sua; non ricordate voi che suo padre vende legname? Il diavolo insegna a fare le pentole, ma non insegna a fabbricare i testi.
— È vero, è vero, grida la moltitudine con crescente furore, la provvidenza lo ha convinto; su via condannatelo; va impiccato subito, e qui al cospetto del morto.
E come per incanto furono viste alzarsi da terra le forche, un paio di scale, e intorno ad esse sbracciarsi gente ad ammanire la fune, e insaponarla. Le quali provvidenze, a cui serbava la mente pacata lasciavano sospettare che tutta quella faccenda fosse apparecchiata di lunga mano, e qualcheduno facesse fuoco nell'orcio perchè l'indugio non pigliasse vizio. Intanto Grazio aveva perso il lume degli occhi, e diventato del tutto insano per rabbia, con le minaccie e i giuramenti rendeva pessima la sua causa già cattiva. I giudici titubavano non mica perchè le prove difettassero, che anzi credevano ce ne fosse d'avanzo, ma perchè pareva loro cedere all'impeto popolare: l'unica cosa che li tratteneva dal dare la sentenza era il timore che il generale rinfacciasse loro averla conceduta allo schiamazzo popolare; però si conosceva chiaro che avrebbero terminato col mandare su le forche il Romani, sì perchè lo avevano preso in ira, ed anco perchè dubitavano non lo impiccasse il popolo senz'altra forma di giudizio.
In questa suprema ansietà la moltitudine dopo le spalle dei Decemviri, obbedendo ad impulso che veniva da lontano, incominciò a diradarsi spartendosi a manca e a sinistra, nella guisa che le acque tagliate fuggono gorgogliando lungo i fianchi del piroscafo che si avanza; sempre e più sempre slargandosi, per ultimo lasciò il campo ad un nuovo personaggio, il quale appena comparso venne salutato dal popolo con le voci: — Viva il generale! viva il Paoli!
Il signor Giacomo tutt'occhi fissò l'uomo, e lo vide alto, complesso, di faccia larga e accesa, senza pelo alcuno, di sopracciglia grosse e aggrondate, lo sguardo feroce, portava un berettone nero fino sugli occhi, e di sotto a quello scaturivano alcune ciocche di capelli di color fulvo; il suo vestire era la gamarra di panno côrso cinta alla vita con la carchera donde pendevano sciabola, pistole e pugnale; nelle mani stringeva il moschetto; notabili i calzari composti di strisce di pelle di cignale concie con la polvere di mirto. Egli si fece innanzi con passo sicuro, mentre un cane gigantesco gli teneva il muso quasi appoggiato alle gambe; senza rispondere, senza salutare si locò in mezzo ai Decemviri; le turbe sì clamorose poco anzi, adesso tacevano, sicchè si udiva il fiotto della Restonica quantunque scarsa di acque; egli con voce chiara parlò:
— Degni di libertà veramente voi? Meritevoli proprio del plauso della Europa i Côrsi, che impongono le sentenze ai giudici come in Algeri le bastonate agli schiavi?
Serena, che fino a quel punto non aveva trovato occasione di far sentire la sua voce, si gittò in ginocchio a capo del cadavere di suo padre, e con le braccia levate prese ad esclamare:
— Vendetta, signor generale! vendetta!
Il Paoli le vibrò un'occhiata terribile e rispose:
— Qui non siamo per fare la vendetta di un uomo, bensì la giustizia del paese; rimovete di qua cotesto morto; potete deporlo nella cappella là dirimpetto.
— Nessuno lo tocchi; nessuno; non deve starsi separato da me.
— E voi andate con esso, e pregate per l'anima sua; questo si addice meglio a fanciulla e a figliuola: vostro padre adesso si raccomanda più al perdono di Dio, che alla vendetta degli uomini.
Intanto quattro uomini presero la barella dove giaceva il cadavere dell'Albertini, e Serena affisse gli occhi a terra forse nel concetto del marinaio che getta le àncore, perchè la nave non venga strappata dalla spiaggia da qualche raffica di vento: però non rimase a lungo in cotesto proponimento, che a mano a mano si allontanava la bara la faccia sua si sollevò, si piegò alla parte dond'essa scompariva, e quando stette per passare la soglia della cappella, e uscirle affatto dagli occhi, la pietà vinse l'odio nel cuore della mestissima fanciulla, la quale con un sospiro quinci levossi, e si recò a tenere compagnia al morto padre ed a pregare per lui. Allora in mezzo al solenne silenzio che tuttavia durava, fu udita una voce che parve straniera, la quale esclamò: — Bene, bene, benissimo; — e subito dopo uno strepito di cosa percossa. Il signor Boswell non aveva potuto frenarsi dal manifestare la propria approvazione con la solita formula e col solito picchio sopra la scatola; nè ciò sfuggi al Paoli, che sottilissimo indagatore era, e dardeggiò uno sguardo dalla parte donde vennero il rumore e la voce, senonchè restando il signor Giacomo al buio potè sottrarsi alla curiosità del generale. A quanto parve, il Paoli aveva raccolto per via qualche notizia del caso, imperciocchè volse addirittura queste parole a Grazio:
— Orsù, Grazio, confessa la verità,
— Anche voi?... rispose il giovane.
— Io possiedo argomenti terribili per cavare la verità di bocca agli ostinati; potrei adoperare teco la tortura; non voglio, ti ho conosciuto sempre manesco, è vero, pure schietto; confessa, dopo il peccato, Dio ha fatto la penitenza per tornare in grazia sua.
Il giovane alle parole prime del Paoli si contorceva come se avesse il diavolo in corpo; ci fu un momento, che sembrò non potersi più tenere da tagliare le parole del generale: ma a grado a grado che questi procedeva, rimase tocco dal tono di voce che di severa si fece blanda e oratoria; onde il poveretto diede all'ultimo in uno scoppio di pianto.
— Anche voi mi condannate? e sì che una volta mi volevate bene: quando vi accompagnai in Aiaccio co' miei compagni a suono di violini per far vedere a Genova che soggezione ci pigliavamo de' suoi soldati, mi picchiaste su la spalla, e mi diceste: Bravo Grazio — voleste che bevessi un sorso di vino alla vostra zucca... e ora... anche voi date addosso all'innocente...
— Dio lo volesse! E se sta come affermi, Grazio, ti supplico a porgermi modo di chiarirti innocente; perchè, vedi, l'ufficio di giudice è quello che mi pesa di più, la esperienza insegnando che l'assassino col coltello mena strage di un uomo, ma il giudice con la legge ammazza la umanità. Dà retta; avevi, o no, nimicizia col colonnello Albertini? — No. — Ma non venisti ieri a contesa con lui? — No; egli fu che venne a lite con me. — Ciò non rileva; e la cagione? — Avendo egli restaurata la casa, noi gli fornimmo il legname, che ricevuto da lui senza eccezione mise in opera; avendo bisogno del saldo dei conti pei fatti nostri, ieri capitatomi davanti gli dissi: Signor colonnello, a vostro comodo vi pregherei del resto del mio avere. Il colonnello rispose: Prima di saldarlo bisogna aggiustarci, perchè non trovai tutto il legname di qualità perfetta.
Allora saltai su, e senza barbazzale soggiunsi: Mi maraviglio di voi che mettiate in campo questi amminicoli; il legno avete ricevuto e adoperato senza richiamo, e furono nostri patti qualità andante e non perfetta. Il colonnello si fece rosso come un gambero fritto e mi buttò in faccia: Chetati, villano; io di rimando: Se io sia più o meno villano di voi la faremo giudicare, ma che voi siate un prepotente la è cosa sicura. Qui il colonnello levò la mazza gridando: t'insegnerò io come in Austria si mettono i briganti pari tuoi a partito; ed io cavato fuori il coltello urlai più di lui: Ed io vi ricorderò con qual moneta in Corsica si barattino le bastonate. Il colonnello pare si persuadesse che quanto aveva imparato al servizio dello imperatore non era buon'aria insegnare quaggiù; egli abbassò il bastone, ed io riposi il coltello in tasca; se altre parole ci corressero e quali, non so dirvi, ma può darsi benissimo che ce ne siano state; tuttavolta non me ne rammento, perchè dalla rapina in quel punto non vedeva lume. — E se ti avesse percosso gliel'avresti tirata la coltellata? — Per Dio santo! come bere un uovo. — Stamane sei uscito di casa con lo schioppo? — Già, come gli altri giorni per andarmene al bosco a vigilare i lavoratori; ma ecco lì lo schioppo, è sempre carico; anzi a capo di questa strada avendo incontrato il povero colonnello, e non mi sentendo più stizza in corpo, l'ho salutato; egli, un po' brusco per dire la verità, mi ha risposto; Addio, Grazio. — Dove ti hanno preso? — A letto mentre dormiva; da quando in qua, signor generale, i Côrsi si fanno pigliare come una volpe malata dentro il covo? — Cotesto è il tuo schioppo? — Sì. — Ne hai altri? — No. — Sai leggere? — E scrivere e procedere da galantuomo quanto ogni altro Côrso, che ama la libertà. — Leggi questo straccio di foglio e dimmi quello che te ne paia. — Dico che questo carattere è mio, e il foglio fa parte del libro dei conti che tiene nella camera da letto mio padre. — Gli è strano! mormorò il Paoli, e si mise a sedere appoggiando il capo alla mano come per meditare: allora comparve accanto al suo viso un muso enorme di cane, che volto in su incominciò a guaire quasi volesse raccomandargli pietosamente qualche sua istanza. Il popolo, visto il caso, ad una voce prese a dire: — Ora sì che scopriremo l'assassino; Nasone ne ha bisbigliato il nome nell'orecchio al Generale; Nasone sa tutto; se poi dalla parte di Cristo o dalla parte del diavolo chiariremo più tardi. — Come dalla parte del diavolo? rispose un altro; o non fu a frate Damiano, che per ispirazione divina fu rilevata la scienza del cane Nasone? — E poi, intervenne un terzo, il Generale avrebbe bisogno del cane Nasone per indovinare le cose occulte? Il Signore non ha fatto anco lui degno di un tanto dono? — Il signor Giacomo udendo siffatti discorsi tanto non si potè tenere, che non domandasse al suo vicino: — Dunque voi reputate il vostro Generale anche profeta? — E come! — E avete avuto molte prove del suo profetare? — Tante, signore, ed il Côrso, a cui volgeva il discorso, agguantò dei suoi folti capelli quanti gliene capivano nella mano e mostratili al Boswell soggiunse: — Più che questi capelli non sono, e poi state attento, e vi scaponirete.
Intanto il Paoli, poichè ebbe meditato un pezzo, si levò in piedi da capo, e voltosi ad uno dei presenti gli disse:
— Santo, va a bottega, e portami le tue bilancie.
In questa un vocione aggiunse: — Santo, prima dimmi, dacchè nessun ci sente, se le vanno giuste le tue bilancie.
— Minuto Grosso, se San Michele mi proponesse barattarle con le sue senza giunta, non accetterei.
— Sarà, ma Dio mi guardi di essere pesato sopra di quelle nel giorno del giudizio.
— Silenzio! interruppe il Paoli; Minuto Grosso, qui si tratta della vita di un uomo, e non ci entrano arguzie: ma forse senza intenzione hai dato nel segno; va da Gieppicone lo speziale e ordinagli da parte mia, che venga qua anche lui con le sue bilancie.
Lo speziale arrivò al punto stesso del merciaiuolo, e depositarono entrambi le loro bilancie sopra la tavola; il Paoli, per natura e per necessità accostumato a notare ogni cosa quantunque piccola, osservò nel merciaiuolo certa smorfia di malcontento, onde piacevolmente gli disse:
— Santo, ti giuro in onore che se fossi venuto in bottega tua a comprare seta o cotone, non avrei desiderato dalla tua in fuori altra bilancia, ma adesso si tratta pesare la vita di un uomo, però non t'impermalire se sto sul malfidato, e voglio il riscontro. — Dunque, recandosi in mano la palla schiacciata rinvenuta da Orso Campana, soggiunse: questa è la palla che ammazzò il colonnello!
— Almeno così si crede.
Allora il Generale pesò, e riscontrò, e: Mirate, signori, riprese a dire, questa è la palla di oncia. Grazio, di' su, oltre questo hai schioppi in casa? — In camera a Babbo ce ne ha da essere un altro, ma vecchio e rugginoso: questo è l'unico mio. — Lo prese, lo esaminò attentamente all'acciarino, poi alla bocca, vi introdusse un dito per tentare se fosse lordo di polvere bruciata, e al punto medesimo misurare il calibro; indi soggiunse: Grazio, cotesta carchera è la tua? — Sì. — Ci hai palle grosse? — Sì. — Il Generale l'aperse, e cavatene parecchie palle con molta diligenza le provò alla imboccatura della canna, poi le pesò, e rinvenutele poco più di mezza oncia favellò risoluto: — Questo schioppo non ha ucciso l'Albertini; e poi voltosi al comandante delle armi: — Signor Serpentini, sia vostra cura di condurre senza indugio dinanzi al tribunale Orso Campana, e Telesforo Romani padre di Grazio; nella casa di quest'ultimo staggirete il suo libro di conti, e lo porterete con esso voi. Usate diligenza. — Signor Generale, Babbo giace infermo di dolori da più di un mese. — Signor Serpentini, pigliate la mia bussola, copritelo, fasciatelo, venga a pezzi, ma venga.
Il padre di Grazio dormendo in certa stanza posta sull'orto dietro la casa, non aveva udito il tafferuglio quando menarono via il figliuolo, e le donne assistenti non si erano attentate dirglielo per paura che peggiorasse; onde come rimanesse sbigottito allo annunzio dello accaduto può immaginarselo ogni uomo; pianse, smaniò, strappandosi i capelli esclamò che il suo figliuolo era innocente, averglielo calunniato, volerne la morte i suoi nemici, con altre più cose, che non importa riferire; pure il Serpentini arrivò alla fine a fargli intendere la ragione, e allora Telesforo, cessate le smanie, si buttò giù dal letto per correre così come si trovava in camicia alla difesa del figliuolo, senonchè il Serpentini, e meglio i dolori lo trattennero: rimessolo a letto e incamuffatolo fino agli occhi lo trasportarono al cospetto del Tribunale. Qui stava sul punto di rinnovare i piagnistei, quando il Generale gli disse: — Telesforo, cessate di smaniarvi, attendete a rispondermi, e vi rendo il figliuolo; sciogliete Grazio; siete contento così? Via, su da bravo, calmatevi e rispondete. — È questo il vostro libro dei conti! — È. — Ci avete strappato voi tre fogli? — Ci sono dei fogli strappati? Non ne sapeva nulla, fanno sei giorni, ch'io non l'ho preso in mano. — Chi maneggia questo libro? — Io e Grazio. — Nessun altro? — Nessuno. — Pensateci bene; può nessun altro averci messo le mani sopra? — Aspettate.... sicuro, che ci hanno messo le mani degli altri.... voglio dire un altro.... Orso Campana.
I presenti tanto non si poterono frenare, che non prorompessero in voci di ammirazione, mentre il volto del Paoli pareva che prorompesse luce: or bene, questi disse, raccontateci pianamente in qual modo il libro capitò nelle mani di Orso Campana.
— Oh! l'è faccenda facile; Orso ieri l'altro, che fu l'ascensione di nostro Signore, venne a visitarmi e mi parlò della mia infermità, del figliuolo, e di altre novelle, per ultimo disse: Telesforo, io credo di avere un debito con voi. — L'è poca cosa, il saldo di un conto vecchio, non vale il pregio di ragionarne. — Anzi sì, vo' vedere quanto devo e pagarlo; perchè vi faccio sapere che ho pensato restaurare tutta la casa. — Voi opererete da pari vostro, perchè le case dei nostri padri non si devono trasandare, e la vostra casca a pezzi. — Molto più che il colonnello Albertini ha rimesso a nuovo la sua, e non vo' di faccia al paese apparire da meno di costui. — Benone, chè i Campana non sono da meno degli Albertini. — Di certo, ma però io non intendo aprire conto nuovo se prima non pago il vecchio. — Fate come volete; il libro dei conti è là sulla scrivania; da un lato troverete appuntato il legname che riceveste, dall'altra gli acconti che pagaste, tirate la somma, fate il diffalco, e quello che resta è il vostro debito. Orso si assettò alla scrivania, e terminato il calcolo me lo mostrò, affinchè vedessi se stava a dovere. — Va d'incanto; voi mi dovete ventiquattro lire, sei soldi, e otto. — E me le pagò, rimise il libro al posto, e dopo essersi trattenuto qualche altro po' di tempo meco, prese commiato augurandomi la pronta guarigione della mia infermità.
— Se non abbiamo scoperto un reo abbiamo però riconosciuto un innocente, e tanto basta per ringraziarne Dio. Grazio, fatti in qua; tu sei un cattivo mercante e diventeresti un ottimo soldato: a trafficare ci vuole pazienza, e tu l'hai troppa corta; bisogna sapere contare e tu sai menare le mani più con lo schioppo, che con la penna: vuoi tu entrare nelle mie guardie?
— Magari! se me ne credete degno, e se Babbo se ne contenta.
... si fece innanzi con passo sicuro, mentre un cane gigantesco gli teneva il muso quasi appoggiato alle gambe.... (pag. 187)
E poichè il vecchio incominciava a guaire come se intendesse cosa grandemente molesta, il Generale stringendo le ciglia soggiunse:
— Telesforo, voi siete stato a un pelo di raccattare la messe che seminaste: sopportate in pace l'affanno col quale il Signore ha voluto punire la negligenza con la quale avete educato il vostro figliuolo; la riga non è mai troppa, dice il proverbio; voi lo dimenticaste, ed egli vi si è fatto rammentare da sè. Lasciatemi Grazio, io ve lo renderò corretto: in ogni sinistro pensate che la educazione vostra fu lì lì per metterlo su la forca; la educazione mia può condurlo alla morte, ma a quella morte per cui nè padre, nè patria credono avere perduto un figliuolo o un cittadino, perchè chi muore per la libertà vive eterno nella memoria degli uomini e nella benedizione di Dio. Voi altri poi, disse favellando più acerbo alle turbe, imparate ad astenervi da mettere su le bilancie della giustizia il peso delle vostre passioni. Per colpa vostra stette a un pelo che non s'impiccasse un innocente stasera. Ogni volta che un innocente è condannato, il cielo trema, chè si rammenta la morte di Gesù redentore nostro: meglio io vi dico provare la fame e la peste, che l'ira di Dio accesa per la strage dell'innocente. Adesso tutto è finito.
— Domando scusa, disse Altobello facendosi innanzi, ma io credo che appena abbiate incominciato.
— Qual siete voi? interrogò il Paoli squadrandolo così di traverso, però che quel volto non gli arrivasse novo, e la voce gli paresse straniera.
— Io sono Altobello di Alando, e penso potervi consegnare l'assassino del signor colonnello Albertini.
Serena avvertita dello inopinato mutamento dei casi lasciò la cappella, perocchè arrivando giusto in quel punto che Altobello favellava coteste parole, corse verso di lui, gli pose una mano sopra la spalla, e sbarratigli gli occhi fissi nei suoi parlò:
— Straniero, se dici il vero.... io ti dovrò.... io ti dovrò.... non aver perduto il bene dell'intelletto.
Altobello da cotesti sguardi arditi si sentì come ferito; declinata la faccia rispose: — non sono straniero, e non mentisco mai; con buona vostra licenza, signor Generale, permettete che il comandante Serpentini mi accompagni con alquanti uomini suoi.
Giovan Brando venne tratto al cospetto dei giudici: lo spavento, e la rabbia che in cotesto punto lo possedevano sarebbero bastati a renderlo pauroso, ma imbrattato com'era di catrame, più che altro aveva sembianza di demonio, per la qual cosa molti rifuggirono accalcandosi sopra i vicini, le donne si fecero il segno della croce, talune si copersero il viso col grembiale; i ragazzi strillarono. Altobello nel consegnare Giovan Brando in mano ai magistrati espose minutamente quando e come era giunto a fermarlo; la sua testimonianza venne confermata dal signor Giacomo, e dagli altri della loro compagnia, eccetto Francesca Domenica; che pregò il figliuolo a non metterla nel bertovello, dacchè di lei potevano fare a meno. Interrogato il prigioniero chi fosse, e ostinatosi a tacere, gli lavarono la faccia a più riprese coll'olio, poi con acqua e sapone, e così i presenti ebbero comodità di riconoscerlo. — È Giovan Brando, si udì ripetere da tutte le parti, Giovan Brando, Dio lo perdoni.
Il Generale avendo preso a interrogarlo, nè per lusinga nè per minaccia trovò maniera di venire a capo di farlo rispondere. Tentate e ritentate le preghiere, ormai deliberava co' colleghi se gl'indizi raccolti formassero quella prova incompleta è vero, bensì assai prossima alla convinzione per cui potesse senza taccia di barbarie ricorrere allo esperimento della tortura, quando tornati gli uomini spediti dal comandante Serpentini sopra le traccie del Campana, riferirono nonostante le sottili indagini non lo avere rinvenuto in casa nè fuori: solo affermavano alcuni averlo visto passare a cavallo fuggendo via come se cento diavoli lo cacciassero: Matteo da Casamaccioli aggiungeva che Orso chiamatolo a sè lo aveva pregato si conducesse fino a casa sua a rassicurare le donne, e dir loro che fatto fagotto andassero a trovarlo alla Bastia: del rimanente non si prendessero travaglio, e chi era in ballo ballasse.
Un lieve suono, che parve grugnito, uscì, suo malgrado, dalle labbra compresse di Giovan Brando, e il Generale pratico a maneggiare coteste nature côrse fu pronto a reggere quel capo per isvolgere la matassa.
— Sicchè, Giovan Brando, voi lo vedete di per voi stesso, il vostro complice vi abbandona; dirò di più, vi schernisce dopochè, approfittandosi della vostra semplicità, vi ha spinto al delitto.
Il Generale metteva fuoco alla polvere, ma non ci era bisogno nè meno di tanto; nè lo ignorava già egli: di fatti Giovan Brando si morse per furore due o tre volte le mani legate, strabuzzò gli occhi pieni di sangue, digrignava i denti, sicchè pareva che li volesse stritolare; per ultimo con rotti accenti così palesò l'animo suo.
— Volete sapere chi abbia ammazzato il colonnello Albertini?
— Ah! così non lo sapessi....
— E v'importa anco sapere come e perchè? State a sentire, che in poche parole vi levo di tedio.
Conoscete voi l'amore, signor Generale? — Conoscete voi Lellina figliuola di Orso Campana? Voi non conoscete veruno dei due: meglio per voi, non maledico già Lellina, povera figliuola! Ella mi ama con tutte le viscere; il male fu che ella amasse troppo anco il padre; o piuttosto no, che questo non potrebbe essere male, così aveva decretato la mia sorte. Insomma volete o no darmi la vostra figliuola? veniva io sovente istando presso il Campana, ed egli dicendo: bisogna pensare più di due volte a quello che si fa una volta solo, mi rimandava. Tentai Lellina di maritarci senza attendere più oltre il consenso del padre, ma parve a lei così enorme proposta, che non ci rispose nè manco. Inacerbito dalle continue dilazioni, al fine minacciai mandare a monte il trattato; allora Orso mi raumiliò con dolci parole conchiudendo; domani venite a desinare da me; dopo pranzo aggiusteremo la soma all'asino: andai, e bevvi oltre il consueto. Lellina e la serva dopo mangiato andarono in chiesa al vespero, noi restammo a tavola. — Or bè, incominciai, perchè differite le nostre contentezze? Non sono da pari vostro io? Quanto a dote non ve ne cerco. — Questo non fa al caso, egli rispose, e la dote non manca. Io da Lellina in fuori non ho figli, e vorrei che il marito di lei mi tenesse luogo di figliuolo. — E questo non posso fare io? — Potreste, ma vorrete? Il figlio eredita tutti gli amori, e tutti gli odî del padre, egli fa sue così le amicizie come le inimicizie paterne; a questo avete pensato voi? — Ho pensato. — Non basta, riprese Orso, io inoltre ho fatto un voto, ed è di non maritare Lellina se non prima non sia levato dal mondo il colonnello Albertini. — Ma in che vi offese il colonnello, signore Orso? — In che mi ha offeso? Già fra le nostre famiglie dura antica nimicizia e mortale; adesso poichè costui per gioco della maladetta fortuna militando in Austria si è arrampicato ai primi onori come la zucca quando salì sulla quercia, non passa giorno senza che di me faccia strazio. Lascio la insolente ostentazione della sua ricchezza, lascio il continuo sbottoneggiare, i soprusi, gli strapazzi, mi fermerò a questa ultima; dietro a casa sua ha tirato su un muro che togliendo la vista alla mia, me l'ha ridotta a carcere; e siccome io gliene feci tenere proposito parendomi che egli murasse, anzichè per comodo suo, per dispetto mio, rispose essere padrone di levare fabbriche fino al cielo, e sprofondarle fino all'inferno, e se non mi piaceva gli rincarassi il fitto. Se costui vive non posso vivere io, e non sarà mio genero chi non mi aiuta a levarmi cotesto pruno dagli occhi. — Persuasioni non valsero a fargli mettere giù il suo proponimento; le preghiere lo irritavano; alla fine tirato pei capelli dal diavolo promisi quel che volle; allora egli disse: tiriamo a sorte chi di noi farà il colpo, e scrisse due nomi su due pezzetti di foglio che accartocciati gettò nella berretta, poi ne trasse fuori uno, e questo fu il mio.... che aggiungerò? Non lo so nemmen io: il cuore mi si scoppia per la passione. Il giorno appresso tornai a casa di Orso, che mi consegnò i cartocci per caricare lo schioppo, affermandomi averli fatti colle sue proprie mani di polvere inglese; a Lellina non mi riuscì parlare, solo uscendo ella apparve alla finestra e ingannata dal padre suo mi disse:
— Giovà, obbedisci a babbo, e subito dopo ci maritiamo.
— Povera Lellina, tu non sapevi che mi mandavi a sposare la morte.... e qui il singhiozzo lo strinse alla gola, sicchè incominciò ad arrangolare senza potere profferire parole articolate.
Dal violento ondeggiare dei capi, e dal cupo fremito, che le diverse passioni cavavan dai petti, la moltitudine quivi raccolta ricordava il mare che rompe intorno le patrie scogliere. I giudici declinata la faccia stavano pensosi, più degli altri era commosso il Paoli, che appoggiata la fronte alla mano sinistra sembrava in balìa di angosciose meditazioni. — Quando questi, aperti lento lento gli occhi, li volse alla parte dove stava legato Giovanni Brando, vide accanto a lui un vecchio di sembianze austere, e da angoscia sconvolto, e pure degno di riverenza in vista come di rado si vede. Non fu tardo a riconoscerlo il Paoli, che fattogli cenno con la mano lo chiamò a sè vicino, e gli disse:
— O signor Matteo! mio onorato cugino, quanto siamo infelici!
— In effetto una voce molesta mi è giunta fino a casa che mi annunziò il mio figliuolo arrestato; qui giunto, con inestimabile amarezza vedo che non fu fallace la nuova. E quale è la colpa che appongono al mio figliuolo? — Siccome il Paoli esitava, il vecchio insistè: — dite franco, signor Generale, accusato per la Dio grazia non significa reo, molto meno condannato.
— Lo accusano di omicidio proditorio con premeditazione.
— Ohimè! e chi lo accusa?
Al Paoli non bastò l'animo favellare; ma sollevò la mano col dito teso; il vecchio fissò gli occhi in cotesto dito, e con ansietà seguitandolo vide che dopo avere trascorso su molte teste si fermò su quella del proprio figliuolo.
— Cristo! allora egli esclamò con grido strazievole; e per parecchio tempo non fu inteso verun suono dintorno, eccetto qualche gemito: alla fine il vecchio levò la faccia bianca del pallore della morte, e con voce velata incominciò a parlare:
— Compatriotti, amici, Matteo Brando di Russio crede non avere demeritato di voi.
— Perdonate se io v'interrompo, cugino, disse il Paoli; conosco a prova la modestia vostra, che non consentirebbe ricordare nè manco un terzo di quello che operaste in pro della patria. Côrsi! Matteo Brando fu quegli, che spinse la pieve di Bozio a ricusare il pagamento dei seini; donde l'origine della guerra con Genova, e la causa della nostra libertà; egli sostenne le prime imprese; non si conosce campo nè pendice nell'isola, dove fu combattuta battaglia o fatto di arme, che non abbia veduto Matteo Brando nell'ora del pericolo; egli a Furiani, egli a Calenzano, egli a Pontenuovo, egli da per tutto — E così come di sangue, prodigo delle sue sostanze....
— Perdonate se interrompo a mia volta voi, signor generale, riprese il vecchio; non era questo che voleva dire, bensì quest'altro: io credo di non avere demeritato l'amore de' miei compatriotti per essermi ritirato dalla milizia e spedito a surrogarmi il mio unico figliuolo, perchè vi giuro da uomo onorato, che me ne ha trattenuto legittima causa; fin qui non la palesai per paura che mi credessero capace di rinfacciare alla patria i servigi, che per mia buona fortuna le potei rendere: ma se adesso lo manifesto, spero che sarò compatito — e qui apertesi le vesti mostrò fasciato il petto — vedete, di tutte le altre questa maligna ferita non si volle rimarginare, sicchè di ora in ora mi arreca spasimo tale, ch'io ne rimango privo di sentimento; se dunque operai qualcosa in pro' della patria, se non demeritai l'antica benevolenza di voi, deh! per le piaghe santissime del nostro Signore non vogliate permettere che Matteo Brando chiuda la tomba del suo unico figliuolo... dell'ultimo dei suoi...
La gente oppressa dal dolore taceva. Matteo ripreso fiato a strappi continuò: — uditemi, amici; noi combattiamo una dura guerra, massime ora che entra in campo un nemico munito di ogni maniera di arme: poche all'opposto le nostre, le artiglierie pochissime, e senza di queste io ve ne assicuro, non verremo a capo di nulla; tale è pure l'avviso dei periti; ebbene, io vi provvederò di due cannoni di bronzo, con l'arme di Corsica, carretti, arnesi, ed otto muli da carreggiarli; non basta, io armerò una compagnia di soldati, e fin che dura la guerra la manterrò a mie spese; del mio figliuolo non ne vorrete sapere più altro; capisco; ebbene ve gli ammaestrerò io, li condurrò da me stesso, dirò alla mia ferita: chiuditi; se non vorrà chiudersi, procurerò mi dolga meno; e se vorrà continuare a tribolarmi, tal sia di lei; ognuno si piglierà cura di sè dal canto suo; ma, patriotti miei, amici, parenti, accettate vi supplico il prezzo del sangue, non consentite che il figliuolo di Matteo Brando finisca strozzato sopra la forca.
Al fine delle sue parole s'intese un gemere basso fra la gente, un rammarichio come quando i congiunti accompagnano alla fossa un caro defunto. Serena si provò a gridare: vendetta! ma la voce le rimase attaccata alla gola, e proruppe anch'essa in un singhiozzo. Il Paoli si strinse a parlamento co' Decemviri: parve piuttosto stesse a udire, che favellasse: per ultimo a quanto sembrò, ed anco l'effetto diede a divedere, vennero in una sentenza, la quale fu significata dal Paoli in questi termini:
— Matteo Brando, la gente côrsa in premio dei vostri benefizii vi compartì da parecchi anni il nome di padre della patria; il popolo non può dare altro ai suoi benefattori, ma che cos'altro al mondo può stare a pari di questo? Adesso affinchè tutti conoscano che così chiamandovi, egli non intese conferirvi un titolo vano, commette nelle vostre mani la salute del paese, la maestà delle leggi, l'assoluzione e la pena, la fama sua onde vivrà perpetuo alla reverenza, o al vituperio dei posteri. Sedete qui; voi siete in questo momento supremo dittatore della nazione.
Il vecchio tra attonito e spaventato si schermiva da sedere sopra il seggio del Paoli, ma il popolo con uno scoppio di gridi urlò: — no, no, sedete e giudicate.
Il vecchio sedè, forte agguantandosi con le mani ai bracciuoli: il volto per l'agitazione sofferta in quel punto aveva vermiglio; volse sottecchi uno sguardo al figliuolo, quasi dubitasse ch'ei fosse desso, e lo aspetto di lui gli somministrasse qualche speranza: invano però, che Giovanni giaceva disfatto sotto il peso del rimorso e della vergogna; allora il signor Matteo si fece d'un tratto bianco, strinse gli occhi, ed abbassò il capo sul petto; da un punto all'altro il suo viso sformandosi pigliava il colore livido del cadavere; ci fu anzi un momento nel quale crederono ch'ei fosse morto addirittura, e più di un grido di terrore s'intese; ma di questo fu niente, chè all'improvviso sollevò il capo, aperse gli occhi e con voce tremula, e pure forte perchè tutti sentissero, parlò:
— Come padre doveva pregare, ed ho pregato, come giudice condanno.
E cadde svenuto. Il Paoli sostenendolo fra le braccia gridò:
— Segretario, scrivete: in virtù dei poteri delegatici dalla nazione ordiniamo che il nome di Matteo Brando di Russio venga inciso nelle tavole delle parrocchie fra coloro che dettero la vita per la patria, e tutte le domeniche venga letto dal sacerdote dopo l'Evangelo all'altare, affinchè questo sia di onore a lui, esempio della virtù côrsa ai presenti e ai futuri. — Poi commettendolo alle cure degli astanti soggiunse: — Che se taluno opponesse come egli non abbia dato, a tenore della legge, la vita per la patria, quanti siete padri quaggiù ditegli, che dando la vita del figliuolo in ostia consacrata alla giustizia, egli fece più.... troppo più che dare la sua.
Un grido unanime rispose: — troppo più.
Il Paoli da capo: — voi altri, cittadini pietosi, sollevate questo magnanimo infelice, e trasportatelo soavemente nel palazzo del governo; se fossimo in Roma antica vi avrei detto: portatelo al Campidoglio e deponetelo nel tempio di Giove.
Però, mentre il vecchio svenuto era trasferito altrove, il Paoli compresso un gemito esclamava: — che non per questo sarebbe meno al cuore di padre il monte Calvario!
— Giovanni Brando di Russio, raccomandatevi a Dio; il cielo può perdonarvi, ma sopra la terra non vi rimane che espiare la colpa.
Era più che mezza inoltrata la notte, quando al lume sanguigno delle torce quasi consunte, fra il silenzio sepolcrale delle genti per cui si sarebbe potuto sentire il rumore del grano di sabbia nell'ampolla dell'orologio a polvere, fu letta la sentenza, la quale condannava Giovanni Brando ad essere impiccato alle forche biscagline; era inoltre fatto per essa comandamento, che veruno si attentasse rimoverne il cadavere senza ordine superiore, pena la vita.
Mentre Altobello e il Boswell se ne tornavano a casa, per così dire, intirizziti dalle molte e fiere commozioni, il primo rompendo il silenzio domandò: — che ve ne pare del nostro generale?
E l'altro dimentico della scatola, del tabacco, di tutto insomma, si scosse e rispose breve: