FEDERICO LENNOIS
FRANCESCO MASTRIANI
PARTE PRIMA
ROMANZI
FRANCESCO MASTRIANI
FEDERICO LENNOIS
ROMANZO
V
Seguito del Romanzo
IL MIO CADAVERE
NAPOLI
STAB. TIP. CAV. GENNARO SALVATI
(Casa Editrice)
Maddalenella degli Spagnoli, 19
Proprietà letteraria, dell’editore Cav. Gennaro Salvati acquistata con rogito per notar Tucci.
Parte Prima
I. AUTEUIL
Due creature, al pari gentili, al pari avvenenti, vestite con la studiata semplicità de’ villeggianti parigini, erano sedute all’ombra d’un gran tiglio, in un amenissimo parco, nelle circostanze d’Auteuil, presso Parigi.
Queste due creature, di cui la mano dell’una riposava mollemente in quella dell’altra, erano fratello e sorella, Augusto e Isalina d’Orbeil.
Comechè belli entrambi, i loro volti nondimeno erano al tutto differenti nel carattere e nell’espressione. Quello di Augusto, giovine di 24 anni all’incirca, era una copia perfetta di tutt’i belli e insipidi volti inglesi: lungo, biondo, spelato, occhi cerulei, naso affilato, fronte spaziosa e intelligente. Di botto si scorgea nelle sembianze di questo giovine una placidezza di temperamento, non soggetto ad alterarsi che nel caso di offese al suo infiammabile amor proprio: poco loquace, poco espansivo, il più lieve dolore fisico spremea lagrime da quel debil corpo, cui la più delicata e gentilesca educazione avea renduto vie più molle e insofferente. Il cuore di Augusto benchè rigonfio di alterigia, era proclive ad ogni gentil sentimento; ma la sua fibra non reggeva alla vista de’ mali e delle miserie umane: egli torceva con disgusto il guardo dagli accattoni e da’ mendici di strada, e non comprendea la vita senza gli agi e le ricchezze. Augusto era di quegli uomini pei quali la miseria è sempre un delitto, qualsivoglia ne sia la cagione. Un sentimento peraltro era da lui onorato in sommo grado, l’amicizia, incapace di grandi e bollenti passioni, egli era parimente incapace di mire basse e di volgari interessi; nobile per nascimento, per istinto, per tempera d’animo e di corpo, il fratello d’Isalina era amico sincero e cordiale, perocchè nimico di ogni interessata simulazione.
Isalina, cui diciotto anni appena innostravano il volto di vaghe rose, era una bellezza interamente francese; ogni suo movimento era una grazia; ogni sua parola una rivelazione del gusto più fino e del sentimento più nobile. Amante riamata del più vago ed elegante giovine di Parigi, ella sarebbe stata felice se il suo amante non si fosse trovato da oltre un anno fuori della Francia. Ella sapea che ogni giorno era un novello cumulo di piaceri; e a diciotto anni la vita si slancia con ardore nel campo dell’avvenire; ne divora col pensiero le ardenti emozioni; l’immaginazione è sì ricca; l’anima è sì riboccante di affetti! A diciotto anni si ama tutto; si amano i fiori del campo, i colori dei tramonto, le nugolette passeggieri, si amano il riso e le lagrime. Isalina era l’idolo della sua famiglia, de’ suoi amici, ed in particolar modo del fratel suo; il quale l’amava con indicile affetto... La sua mano, da parecchi anni promessa a Giustino Victor, uffiziale della marina francese, era stata l’oggetto delle più vive speranze d’una schiera di signorotti che frequentavano la casa del Visconte d’Orbeil padre delle due gentili creature, di cui abbiamo abbozzato il ritratto con fugaci pennellate.
Auteuil è uno de’ siti più pittoreschi e ameni che circondino la capitale della Francia, da cui non dista che una lega e mezzo. La moda, regina assoluta e dispotica in Francia, ne faceva al tempo da cui noi diamo principio al nostro racconto, uno de’ villaggi aristocratici, imperocchè, prescindendo dalla salubrità dell’aria e dalle belle campagne che invitano al raccoglimento e al riposo, racchiude questo circondario di S. Dionigi non poche rimembranze di gloria letteraria, avendo offerto amica stanza a Moliere, a la Chapelle, a Elvezio, a Condorcet, a Boileau e ad altri sommi, di cui le dimore vengono mostrate a’ riverenti viaggiatori.
Il Visconte d’Orbeil, uno de’ più ricchi e ragguardevoli discendenti d’antica nobiltà di Francia, possedeva in Auteuil un magnifico parco e un casino che per la sua ampiezza e vetustà potea ben dirsi un castello, essendo convenuto a Parigi, tra le persone di qualche levatura, di addimandare hôtels i più modesti palagi di città e castelli le più pastorali casette di campagna. Ma è noto che la gran parte di supremazia che i Francesi vantano in fatto di civiltà, consiste specialmente nel dare grandi e bei nomi alle cose più semplici e comuni: la VERNICE ecco il prodigioso segreto di questa pretesa supremazia!
In questo casino la famiglia d’Orbeil veniva a passare ogni anno la stagione estiva e gran parte dell’autunnale. Bello oltre modo è il parco attiguo al casino a sinistra un lago d’acqua si spiega come un lungo nastro cilestre tra due file di salici e di pioppi: a dritta si perdono alla vista una infilzata di case rurali da’ tetti rossi, dietro alle quali si alza quella nebbia sottile che dir si può la respirazione di Parigi. Varietà di passeggiate, simulate foreste e cascate, fontane zampillanti, tugurietti eleganti improvvisati nel mezzo di ombrosi padiglioni di alti alberi, spelonchette misteriose: asilo di voluttà per isvariate frotte di augelli: tutto questo era combinato eziandio colla parte di utilità; dappoichè un grandioso filatoio di cotone e un lanificio rompevano un poco a rispettosa distanza la poesia del parco, e gittavano un certo riverbero plebeo su i blasoni del Visconte, rivelando forse le prime sorgenti della sua famiglia.
Tramontava un bel giorno di maggio. Il sole accompagnato da numeroso corteo di nugolette da’ vivaci colori, si adagiava mollemente sovra un letto di porpora e d’oro, e mandava su le lunghe zone di verdura i suoi pallidi raggi. Un’auretta gentile, correndo tra i roseti e i gelsomini ne rapiva la pura essenza e ne profumava la campagna.
Tutto era quiete e raccoglimento all’intorno. Non si udiva che lo spirar di zeffiro lungo i filari di acere e di pioppi, e la lontana monotona voce delle lavoratrici, che tornavano dall’opificio di cotone, cantando le malinconiche canzoni de’ loro villaggi circonvicini.
La luce si perdeva unitamente alle rimembranze del giorno nelle mille trasformazioni delle ombre cadenti. Le pianure lontane e le case campestri, che ne interrompevano a quando a quando la monotonia, incominciavano a disegnarsi come sfumi nel fondo di un quadro: i paesaggi diventavano masse più o meno scure: colonnette di fumo elevavansi in diversi punti dell’orizzonte e attestavano l’ora di pranzo degli stanchi operai, raccolti nel seno delle loro famiglie.
La scena era malinconica, e in armonia perfetta con lo stato delle anime che abbiamo primamente presentate a’ nostri lettori. Augusto e Isalina erano immersi da una buona mezz’ora in quella vaga contemplazione della natura che ha tanta segreta dolcezza! Que’ due giovani erano così felici in quel momento!
— Isalina, diceva Augusto dopo lungo silenzio, io non posso pensare senza dolore al giorno in cui ci sarà forza di vivere separati l’uno dall’altra. Ogni volta che i nostri genitori parlano del prossimo arrivo di Giustino e del tuo immediato matrimonio, io sento nel mio cuore una tal pena che tu non puoi comprendere. La gioia di rivedere il mio caro Giustino mi viene amareggiata dal pensiero della nostra separazione. Non ebbi mai più dolce amica di te, sorella mia; insieme educati nella casa paterna, cresciuti sempre a fianco l’uno dell’altra noi abbiam goduto degli stessi piaceri infantili; e appresso, ci siamo scambiati i più reconditi segreti dei nostri cuori. Oh! io non posso riandare, senza una tenerezza estrema, sui cari giorni della nostra fanciullezza! Oggi noi siamo felici, Isalina; ma quanto più lo eravamo in quell’età che è corsa con rapidità sì grande! Ricordi quando il mattino a primissima ora, chiesto il permesso al nostro aio, ci davamo a scorazzare per questo parco, ad arrampicarci su gli alberi, a sfidare al corso la lodoletta? Ricordi quando, attraversando la vasta pianura dell’Usignuolo, andavamo a trovare la mendica del platano, in fondo di quel suo tugurio scuro e affumicato? Tu le portavi talvolta qualche moneta o ristoro di cibo, ed io ammirava il coraggio che avevi nel toccare le mani di quella disgraziata inferma! Io mi rimanea sulla soglia di quel tugurio, non potendo vincere la ritrosia che mi ispirava quella miseria... Oh, sorella, la povertà dev’essere pur un’orribil cosa! Non so dirti come viva è rimasta in me la rimembranza di quella vecchia ammalata!
— E ricordi tu, Augusto, chi era quella vecchia?
— No, propriamente, io non rammento altro tranne che la si addimandava la poverella del platano, perocchè, come sai un enorme platano covriva coll’ombra sua quel tugurio. Noi salivamo tante volte sulle prominenze di quell’albero annoso, e di lassù vedevamo qualche mattina sorgere il sole dietro le mura del nostro castello... Rammentami dunque, Isalina; chi era quella vecchia?
— Ella era la madre della tua nutrice, di mamma Zenaide.
Il giovine si rabbruscò in viso; abbassò gli occhi, e mormorò:
— Oh sì, davvero, or mi sovviene perfettamente! In quale stato di miseria fu ridotta la povera vecchia!
— Dissero, soggiungeva Isalina, che quando morì delirava da far compassione... Immaginati, Augusto, che ella diceva ne’ suoi vaneggiamenti cose talmente strane e curiose da far ridere e piangere al tempo stesso! Diceva che sua figlia Zenaide era la sposa di un gran signore, d’un forestiero ricchissimo, il quale l’avea poscia abbandonata; che ella avea fatto un bel sogno nel quale erale paruto di vedere il figliuolo di sua figlia divenuto un signore di gran levatura.
— Chi? interrompeva Augusto, raggrottando le ciglia, quello sporco e guitto monello, che, se ben ricordo si nomava Federico Lennois, e che ebbe una volta l’arroganza di scagliar delle pietre su Giustino Victor e su gli altri nostri amici?
— Per lo appunto. Or bene, la vecchia diceva di aver veduto in sogno questo Federico nobilmente vestito, circondato da servi, e festeggiato da tanti amici!
— Ah! ah! interruppe Augusto ridendo, io per me credo invece che egli sia morto nella prigione di ladruncoli, dove, ci si disse, venne gittato a Parigi.
— La vecchia, ripigliava Isalina, diceva nel suo vaneggiamento cose assai strane: diceva che non volea più riveder sua figlia; non la facessero entrar nel suo tugurio. La poveretta dimenticava che Zenaide era morta!
— Ah! ella dunque è morta, la mia nutrice? chiedeva Augusto, sfogliando spensieratamente i petali d’un garofano.
— Noi sai? l’anno scorso ella venne qui un momento... Tu eri a Parigi da tua zia la marchesa di Beauchamps... Oh! com’era sfinita dalla stanchezza del viaggio la povera donna!... Pallida, co’ capelli in disordine, collo sguardo smarrito, ella parea matta... Si cacciò senza dir nulla nelle sale del nostro castello; guardava stralunata in volto a’ servi; non riconobbe più nè mia madre nè me! Alle nostre interrogazioni rispondea parole vaghe, inconcludenti: parea che andasse in cerca di qualcuno; ed in fatti, indovina di chi cercava con tanta ansietà?
— Di chi mai?
— Di te, Augusto; e quando le si disse che tu eri andato a Parigi, rimase profondamente addolorata; si lasciò cadere sovra una sedia; abbassò il capo in atto di scoraggiamento e di stanchezza mortale; e, dopo alquanti minuti alzatasi di botto, scappò via, senza dir niente... Sapemmo che l’infelice era morta a Parigi.
— Sì, diss’egli dopo alcuni momenti, or mi sovviene perfettamente di un’emergenza singolare, di cui allora non seppi rendermi ragione, ma che ora credo spiegarmi almeno verisimilmente. Io stava una sera nel salotto di mia zia a Parigi: eravi una ragunata di ragguardevoli persone. La conversazione era animata e brillante; da poco si era servito il tè. Udimmo di repente uno schiamazzo di voci che pareva accadesse nella strada, ma che avveniva nel cortile del palazzo Beauchamps. Dimandammo della cagione di quelle strida. Un servo ci disse che una donna, una furia, voleva ad ogni costo salire sull’appartamento dalla Marchesa, dicendo che, se non le si permetteva di rivedere il signor Augusto d’Orbeil, ella sarebbe andata a gittarsi nella Senna. Immagina, Isalina, la mia vergogna a queste parole. Tutti mi guardavano con istupore... Ci fu qualche insolente che in modo beffardo chiese al servo se quella donna era bella... Io sentii montarmi il sangue al cervello, e diedi ordine che quella sciagurata fosse cacciata via anche con forza. Poco stante, udimmo di bel nuovo le grida e lo schiamazzo. Mi parve allora di riconoscere la voce e il pianto di Zenaide; ebbi rossore dell’atto di rigore che avea comandato; ma non ebbi coraggio di richiamare il comando... Ora più non dubito, su quanto mi hai detto, che quell’infelice era la misera Zenaide, e sento il rimorso di aver forse contribuito alla morte di quella donna che pur tanto mi amava!
— In verità, Augusto il tuo comando fu un po’ troppo severo; bisognava dapprima chiedere del nome e dello stato di quella sventurata!
— Ma tu non consideri, Isalina, ch’io mi trovava in un consesso rispettabile, agli occhi di cui sarei paruto per lo meno ridicolo, se mi fossi diversamente comportato verso una donna plebea, che aveva l’arroganza di chiedere di riveder me. Ciò facea supporre che ella mi avesse altra volta veduto; ed è egli permesso a simili donne di distinguere qualcuno di noi? Che abbiam noi di comune con tal gente? Può una donna del popolaccio permettersi arrogantemente di chiedere del nome d’un nobile, come se chiedesse del nome di suo figlio? Non le aveva io già da molti anni proibito di più annoiarmi colla sua ridicola affezione?
— Ma finalmente, Augusto, se si fosse saputo che quella donna era Zenaide, la tua nutrice, non arrecava più maraviglia che ella facesse tanta istanza per rivederti. Era ben naturale!
— Tu dunque credi sorella mia, che un giovine gentiluomo di 23 anni abbia tuttavia a ricordarsi dalla sua nutrice?
Il volto di Augusto erasi alcun poco acceso di sdegno. Isalina più non rispose, e abbassò gli occhi. Questa buona fanciulla non si sentiva la forza di contraddire apertamente a suo fratello; ma nel suo cuore disapprovava l’alterigia e la durezza di lui.
Scorsero alcuni minuti in silenzio dall’una parte e dall’altra. Augusto riprese la conversazione:
— Nostro padre crede adunque che il ritorno di Giustino sia imminente?
— Egli lo spera, rispondeva arrossendo Isalina, ma non ha voluto dirmi ciò che gli fa sperare il vicino ritorno del mio fidanzato. Voglia il cielo che non sia questa una ingannatrice illusione dell’animo suo!
— Sta di lieto cuore, sorella; papà forse ha qualche informazione che non vuol comunicarci; ma ci è da scommettere che egli non s’inganna.
Dopo un breve intervallo, in cui i due giovani rimasero in preda de’ loro pensieri, Augusto ripigliò:
— Oh con quanta tenerezza ricordo que’ giorni che io passava in compagnia del caro Giustino! Egli, come rammenti veniva in questo castello ne’ mesi di villeggiatura ogni sabato a sera e ne partiva il lunedì mattina. Non so dirti con quale ansia io aspettava il ritorno del sabato!
— Ed io, Augusto, ed io! interrompeva la sorella portandosi il fazzoletto agli occhi rossi di lagrime, ah... io non poteva allontanarmi un sol momento dal terrazzino. Davvero non saprei dirti da qual batticuore io era oppressa in quei momenti! Ad ogni rumore di carrozza che udiva in distanza, quando giungea l’ora in cui Giustino dovea venir da noi io era costretta a pormi una mano sul petto, perchè temeva che mi scoppiasse per la soverchia emozione; e non respirava che quando mi assicurava che non era il suo carrozzino. Era così forte l’affannoso batticuore che mi prendea nell’udire il cigolio delle ruote, ch’io temeva quasi di vederlo arrivare. E allorchè io scorgeva in fondo in fondo al viale di nocciuoli il suo cocchiere, e poscia il suo grazioso cappello di paglia, io era tanto felice e trista a un tempo! Lo salutava col fazzoletto, ed egli si alzava, e mi salutava tante volte col suo cappello!
— Ben so, rifletteva Augusto, che tu divenivi invisibile per tutti noi, due o tre ore innanzi che Giustino solea venire. Qualche volta io ti sorprendeva sospesa alla ringhiera del terrazzino, cogli occhi fissi, immobili sul viale di nocciuoli... Tu eri talmente distratta e assorta nella tua febbrile aspettativa che non ascoltavi la mia voce, se non quando io ti abbracciava... Allora io aveva gelosia dell’amore che tu sentivi pel mio amico; invidiava la sorte di costui. Qualche volta, perdonami sorella, qualche volta, io sentiva nel mio petto un certo rancore contro Giustino che avea saputo cattivarsi l’amore di una sì bella creatura qual tu sei: e non ti nascondo che parecchie fiate mi proposi di torgli almeno il pretesto di venire al nostro castello. Mi proponeva di rimproverarlo sulla sua finta amicizia; di dirgli apertamente ch’ei non veniva a Auteuil per trovare l’amico, ma sibbene l’amante; che io avrei rivelato il tutto ai nostri genitori, e che non avrei più sopportato questa sua inclinazione per te, la quale potea diventar passione come in fatti addivenne. Insomma, io mi proponeva tante cose rabbiose contro lui e contro te; ma, quando Giustino veniva qui, quand’egli si gittava al mio collo con quel suo viso ridente e aperto, tutt’anima, tutto passione, vivo ed allegro, io dimenticava di botto tutte le mie risoluzioni, ed avrei voluto non istaccarmi un sol momento da lui. Egli era così felice nel rivederci! Non ponea nessuna cura a nascondere la sua nascente passione per te, Isalina; egli ti amava come amava me. Quel gentil cuore forse ignorava di che tempera era il suo affetto per te; l’amore rivestiva in lui il carattere di calda amicizia. Egli amava noi tutti, e ben sai come altro affettuoso figlio si mostrasse del visconte nostro padre, il quale era stato grandissimo amico del suo povero genitore. Ti è noto che egli entrò nel collegio di marina ad istanza di nostro padre; ed oggi se si trova a ventun’anni uffiziale di marina, a chi lo deve? Ei ne va debitore al visconte, il quale tanto si adoperò per ottenergli quella brillante posizione.
Mentre Augusto parlava, Isalina mal celava, la pena, che le cagionava quel cumulo di felici rimembranze, e soprattutto il dolore che provava al pensiero della lontananza del suo diletto in altri lidi, e forse esposto ai pericoli di una dimora in mezzo ai nemici del paese. Nessuna parola può mai significare esattamente quello che prova un cuore giovine, ardente e appassionato al ricordo delle ore passate a fianco dell’oggetto amato, massime quando l’amore scambievole è tuttavia una manifestazione segreta e delicata, una simpatia che traspira nelle minime cose, un amor non per anco rivelato sulle labbra, ma che si lascia indovinare negli sguardi loquacissimi, avidi di abbracciarsi, e in quella fiamma che esala da’ cuori; un amore che è tanto più timido quanto più puro e fervido, e che è sì felice nella tacita e misteriosa corrispondenza delle anime!
Conversando a siffatto modo, il giorno era caduto del tutto in una placidezza sì dolce che rassembrava al morire dell’uomo giusto. Già le stelle incominciavano a luccicare nella immensità del cielo, come il mantello di un re di oriente. La campagna sembrava presa da stupore, tanta era la immobilità delle piante, di cui neppure un filo di vento scuotea le cime.
I due giovanetti eran rimasti muti l’uno a fianco dell’altro. La mitezza di quella sera di primavera, e le rimembranze evocate aveano novellamente immersi i due giovani in quella estasi dolcissima che prende le anime all’aspetto delle naturali bellezze.
Una voce risonò carissima in mezzo al silenzio del parco. Isalina mandò un alto grido di gioia, di sorpresa, e si precipitò verso la parte donde era partita la voce.
Era Giustino Victor il suo innamorato, il quale era di ritorno in Francia dopo l’assenza di un anno.
L’uffiziale di marina non era solo — Un giovane, di volto nobilmente gentilesco, l’accompagnava.
Entrambi, scavalcati al cancello d’ingresso del parco, eran coperti di polvere da capo a piedi, attestavano la rapidità della loro corsa.
II. IL RITORNO DEL FIDANZATO
Giustino Victor, cui la bella divisa della marina francese dava più grazia, sveltezza e leggiadria, può esser ritratto in poche parole; anima calda, appassionata, confidente, temperamento sanguigno-nervoso; salute di toro; coraggio di leone entusiasmo in tutto; gusto perfetto in ogni atto o parola; arguto ma insolente motteggiatore, che nulla risparmiava al desiderio di far mostra di sottigliezza e di spirito: egli era insomma il vero tipo del militare francese. Di buon nascimento; di bellissime fattezze di corpo e di volto, Giustino Victor non aveva altri difetti che quelli della sua nazione, della sua età e del suo mestiero, la volubilità e la derisione.
Questi difetti per altro non impedivano che il giovine amasse con vera e profonda passione la figliuola del Visconte d’Orbeil, che era stata la prima e sola donna da lui amata. Questo amore, nato infin dalla sua fanciullezza, e quando egli visitava, nelle vacanze di collegio, la famiglia d’Orbeil, era sempre più cresciuto cogli anni, e discoperto, non avea trovato alcun ostacolo nei genitori d’Isalina, i quali invece eransi rallegrati di un’affezione che prometteva di assicurare la felicità della giovinetta. E allorchè la spedizione marittima della Morea allontanava il giovine uffiziale dal suolo della Francia non iscemava però nel cuore di lui l’amore per Isalina, la cui immagine lo seguitava dappertutto, e verso la quale volavano costantemente i suoi sospiri, le sue speranze, tutto il suo avvenire.
Augusto e Isalina eran corsi all’incontro di Giustino Victor, il quale si era slanciato con impeto nelle braccia del primo, rimanendovi qualche minuto; di poi con indicibile trasporto di amore avea stampato un bacio caldissimo sulla fronte d’Isalina, il cui seno battea con estrema violenza e le cui belle guance erano rigate da lagrime di gioia. Victor piangea, ridea, parea demente, e non trovava nella commozione del cuore una sola parola un solo accento. Un anno di assenza era stato per lui un lunghissimo secolo; avea contato i giorni, le ore, i momenti!
Il ritorno di Giustino dalla Morea non era stato annunziato da nessuna lettera, da nessun avviso. Qualche cosa era trasparito dai pubblici fogli, dai quali il Visconte d’Orbeil era stato indotto a creder vicino l’arrivo del fidanzato di sua figlia. La fregata Didone, al cui servizio era addetto il giovine uffiziale di marina, avea gittato l’ancora a Marsiglia pochi giorni addietro, restituendo al suolo della Francia il Generale Maison, comandante la spedizione di Morea. Giustino era volato a Parigi più ratto di quelle bombe che avean fatto il terrore de’ Turchi: egli era corso al palazzo d’Orbeil col cuore palpitante di ansia e di piacere; avea chiesto del Visconte e dei suoi figli. — Sono ad Auteuil, gli si era risposto.
— Ed ecco, Giustino si gitta a cavallo a fianco del suo compagno di viaggio, e in un’ora han divorato una lega e mezza.
Vi sono nella vita momenti di una gioia sì matta, che il capo ne risente sconcerto. L’uomo è così poco avvezzo a’ grandi piaceri; la letizia sembra così poco omogenea all’organizzazione umana, che un colpo di gioia uccide più che una grande sciagura. O miseria dell’uomo! Le lagrime che sono il linguaggio del dolore, lo sono pure della estrema contentezza; questa dunque non è che dolore!
Isalina piangea; si era appoggiata al braccio del fratello, mentre questi stringevasi al cuore il dilettissimo amico e futuro cognato. Un mondo d’interrogazioni e di dimande era sulle labbra di tutti e tre; e intanto nessuno avea ancora proferito una parola; e tutti e tre si guardavano con occhi infiammati, di piacere e ritornavano ad abbracciarsi.
Intanto il giovine compagno di viaggio di Giustino teneasi, taciturno e indifferente, a rispettosa distanza da quel gruppo.
Questo giovine era alto di statura, di membra vigoroso, comechè la cute fosse piuttosto fina e delicata; di volto regolare ma scolorato e freddo: avea gli occhi e i capelli di color castagno; la barba, che egli portava folta e lunga, poco più scura dei capelli; la dentatura bianchissima e uguale; la larga fronte macchiata di lentiggini. Vestiva un soprabitino nero all’artistica, abbottonato sin sull’altezza del petto: una piccola cravatta amaranto lasciava scoperte e rovesciate le golette di una finissima camicia; sulle quali veniva mollemente ad adagiarsi la lunga barba. Un cappello di paglia della miglior qualità di Firenze avea coperto la corta sua chioma, ed ora, trovandosi egli nel cospetto dei due figliuoli del Visconte, riposava nella destra mano.
Strana e curiosa fu la maniera onde questo personaggio diventò l’amico di Giustino Victor: crediamo necessario di farla conoscere ai nostri lettori.
Giustino era arrivato a Tolone da non più di due giorni, i quali gli erano sembrati due lunghissimi anni, imperocchè bruciava d’impazienza di volare a Parigi; ma il Generale Maison, comandante la spedizione di Morea, dovè trattenersi in quella città della Francia per particolari faccende di Stato; intanto l’ordine era stato dato alla fregata Didone di tenersi pronta a partire per Marsiglia all’alba del domani.
L’amante d’Isalina, malinconico pel ritardo apportato al suo vivissimo desiderio di mettere il piede a Parigi, non sapea come passare le ore insopportabili che lo dividevano per poco ancora dall’oggetto del suo amore. Egli correa le strade; girava e rigirava per tutt’i quartieri della città; fumava venti sigari al giorno: si fermava distratto e pensoso alle cantonate delle piazze: compitava, senza intenderne sillaba, gli annunzi e gli affissi incollati alle mura, e finiva col gittarsi stanco, annoiato e tristo in qualche bottega da caffè, dove rimaneva insino a tanto che giungea l’ora di ridursi a bordo della Didone. Chi non ha provato qualche volta un simile stato di angosciosa impazienza? Chi non ha sperimentato qualche volta in sua vita un maledetto inciampo che si frappone al compimento d’una brama carissima, e che mette un indugio più o meno lungo alla soddisfazione di un desiderio nutrito per anni. Come tutto riesce tedioso e insoffribile durante quelle ore di martirio! Si soffre una smania, un arrabbiarsi, di tempestare, di batter qualcuno.
In tale stato si trovava Giustino Victor. Egli malediceva le faccende dello Stato, il servizio militare, e scagliava contro i Turchi un sacco di villanie, perciocchè per loro cagione egli era stato costretto ad allontanarsi dalla Francia, da Parigi, da quanto egli amava.
In sul cader della sera del secondo giorno della sua fermata a Tolone, Giustino si stava dunque sdraiato in un Caffè.
E sperdeva i suoi malinconici pensieri nei densi buffi di fumo che tirava da un sigaro di Tripolizza. Egli era più dimesso e rabbonato del giorno innanzi, dappoichè allo albeggiare del domani si salpava per Marsiglia e le distanze accorciavansi, ed egli si avvicinava alla suprema gioia della sua vita.
Stando a tal guisa beandosi nelle care immagini della sua futura felicità, non si era per niente avveduto che un giovine barbuto e pallido, il quale stava seduto nello stesso Caffè, vestito con decenza e semplicità, il ragguardava da circa mezz’ora con ostinatezza; ed avrebbe potuto costui guardarlo per un secolo, senza che l’amante d’Isalina si fosse neppur per ombra addato di essere fatto segno ad un’attenzione così prolungata. Ma l’incognito si alzò e trasse difilato alla volta dell’uffiziale di marina.
— Non siete voi il signor Giustino Victor? dimandò quegli.
Giustino fu scosso ne’ suoi pensieri, e s’inchinò guardando l’individuo che gli avea fatto quella interrogazione, alla quale non si aspettava, perchè non conosceva nessuno a Tolone.
— Son io — rispose.
— Ah! esclamò l’incognito, cui un lampo di gioia brillò negli occhi: non mi era dunque ingannato!... Quanto piacere mi fa lo avervi riveduto, signor Victor! Se sapeste da quanto tempo agognava di stringervi la mano!
Ciò dicendo, l’incognito s’impadronì della destra di Giustino; e fermamente gliela strinse.
Il giovine uffiziale era restato un po’ nelle nuvole; ciò non di meno, per quella espansiva cordialità sì comune nei Francesi, avea risposto alla stretta di mano con un affabile sorriso.
— Il vostro nome, signore?
— Ferdinando Ducastel.
Giustino pensò un poco per raccogliere le sue rimembranze di Parigi.
— Ferdinando Ducastel! Vi confesso, signore, che è questa la prima volta che odo un simil nome.
— Che è non pertanto quello di un amico sincero e leale che ha avuto l’onore di stringere più d’una volta la valorosa mano del Colonnello Victor, vostro padre.
— Un tal titolo mi basta, rispose alquanto commosso l’uffiziale, perchè io ascriva a mia somma ventura il profferirvi i miei servigi e la mia cordiale amicizia.
Ferdinando Ducastel si sedè a fianco di Giustino, il quale comandò che si recassero in sul desco pasticcetti e sciampagna.
La conversazione ebbe il linguaggio della confidenza e della intrinsechezza, siccome suole subitamente intervenire tra due giovani, e massimamente tra due giovani francesi. In pochi minuti que’ due si conoscevano come da lunghi anni: lo sciampagna aveva in gran parte operato un tale prodigio. I due giovani si abbandonarono a’ moti della più affettuosa amicizia; tranne che Ferdinando Ducastel lasciava parlar Giustino, tenendosi quasi sempre nella sua parte d’interrogatore, e inaffiando le sue interrogazioni con vigorose libagioni.
Gli occhi di Ferdinando Ducastel sfolgorarono di gioia e di meraviglia, quando Giustino gli disse che ardeva d’andare a Parigi, dov’era atteso dalla sua fidanzata, Isalina d’Orbeil; ma questo lampo di sorpresa e di gioia non colpì Giustino il quale prendea sommo diletto a raccontare i suoi avventuratissimi amori e la prossima felicità, che lo aspettava a Parigi.
Ducastel, per corrispondere con confidenze a confidenze, rivelò all’amico che anch’egli avea premura grandissima di trovarsi a Parigi, perocchè gli premea di arrivare in quella capitale qualche tempo prima della pubblica Esposizione di belle arti, alla quale avea destinato un suo lavoro di molti anni. Giustino si offrì di farlo imbarcar con lui, la dimane, sulla Didone, e di far così assieme il viaggio da Marsiglia a Parigi, e Ducastel, in segno di gratitudine e di amicizia, si offrì di fare il ritratto di lui e d’Isalina d’Orbeil. Victor era inebbriato di contento; e questa volta benediceva il Comandante per l’indugio arrecato alla partenza, senza il quale ei non avrebbe potuto stringere amicizia col caro artista.
Dopo due o tre ore di schietta e fraterna conversazione, i due novelli amici, augurandosi la buona notte e dandosi convegno a bordo per la dimane, si partiano scambiandosi un bacio affettuoso.
Ma un arcano sorriso vagava sulle labbra dell’artista, mentre cogli occhi seguitava l’amico Victor, che rapidamente prendea la via del porto per recarsi in sulla nave in cui pernottava.
Ritorniamo al presente nel parco d’Orbeil, dove abbiam lasciato Giustino nelle braccia di Augusto e della costui sorella.
Augusto, il meno agitato dei tre, ruppe il silenzio.
— È necessario, egli disse, procurare a nostro padre una dolce sorpresa. Ben io diceva, sorella, che il ritorno del nostro caro Giustino non poteva esser lontano... Il Visconte lo sapea. Non pertanto, ora trarremo al salotto dov’egli si trova in compagnia del maire; diremo che un signore, a noi sconosciuto, ha qualche cosa di urgente a dirgli.
— Da bravo! esclamò Giustino; oh, quanto mi sarà caro il baciar la mano del Visconte di Orbeil che è stato per me un secondo affettuosissimo padre... E la Viscontessa come sta?
— Molto meglio di quel che stava a Parigi, rispose Augusto l’aria di Auteuil giova assai alla sua salute... E tu, Giustino, sei sempre quel fiore di bellezza e di sanità invidiabile!... Guarda, sorella, non diresti che venga da una festa da ballo anzichè dalla presa del Castello di Morea? Ma, dinne un poco, e quella cara Grecia che fa? Mi avete ben bene lavata la testa a quegli arrabbiati Musulmani? Quant’altra soldatesca è rimasta a Patrasso e a Navarrino? Come sono guardati i castelli di Corone e di Modone?
— Lasciagli il tempo di riposarsi un poco, interruppe Isalina; non vedi che Giustino è stanco e trafelato?
— Hai ragione, sorella, andiamo su nel salotto... Ma, oh Dio noi abbiamo dimenticato il tuo compagno di viaggio? L’amore e l’amicizia ci hanno renduto scortesi.
— È vero perbacco! esclamò Giustino, ho dimenticato di presentarvi il mio amico Ferdinando Ducastel, giovine artista di sommo valore, amico intrinseco di mio padre; che ho avuto il piacere di conoscere a Tolone, e che ritorna a Parigi per la grande Esposizione... Egli è stato molti anni in Italia a studiare su i capolavori dell’arte. Ci siamo imbarcati assieme sulla Didone; l’ho presentato al mio comandante: vi dirò più tardi lo scopo della sua venuta a Auteuil, in questo castello.
L’artista fece un grande inchino col capo e si avvicinò alquanto a que’ tre personaggi.
— Ducastel! esclamò Augusto, Ducastel è un nome ignoto. È di Parigi il signore?
— Sono nato a una lega e mezzo da Parigi, rispose l’artista.
— Qual è il vostro genere?
— La figura.
— Sono contento di fare la vostra conoscenza, signore, soggiunse freddamente Augusto; e da quanto mi dice il mio amico Victor, debbo estimarmi avventurato di scrivermi d’ora innanzi nel novero de’ vostri ammiratori.
L’artista tornò a inchinarsi.
— Cerimonia da banda, disse Giustino, andiamo al castello; mi sa mille anni di riabbracciare il Visconte; avremo colà il tempo di ciarlare a nostro bell’agio.
Tutti e quattro mossero alla volta del castello d’Orbeil.
In ridentissima posizione è situato questo vecchio casino, al quale per magnificenza di stile si dava il nome di castello, e di cui la costruzione risale a’ tempi di Giovanni II, vale a dire, alla metà del decimoquarto secolo. Uscendo da una gioconda valle, si vede elevarsi un gruppo di collinette rivestite di gaia verdura. Di rincontro a questo gruppetto di poggiuoli, e nel seno di vasta pianura, sorge l’edificio di cui la parte posteriore inabitabile era in quel tempo pressochè tutta cadente screpolata e ripiena di bozze; però le muraglie facean corpo, e parea che ad ogni momento volessero fendersi e ruinare. Ma la parte che riguardava le collinette, e che era quella appunto la quale formava l’abitazione della famiglia d’Orbeil, è solidissima la faccia principale, rivestita da lunghi filari di terrazzini e di finestre in forma ovale, è allietata da bella prospettiva di lontane campagne, di paesaggi sfumati appena nell’aere sereno di vasto orizzonte, di casini, di opifici e di pianure sulla cui estensione l’occhio smarriscesi.
L’interno del vecchio castello è di uno stile più severo, perciocchè un gran numero di lunghi stanzoni s’infilzano l’uno appresso dell’altro a guisa d’una vasta corsia. Nel mezzo di questa fuga di stanze, dipinte a colori austeri e zeppe di quadri antichi, è la gran sala che fu visitata da Francesco I, da Errico III, da Luigi il Giusto e da moltissimi personaggi illustri per armi e per scienze, tra i quali anche Elvezio, che ebbe tomba nella chiesa d’Auteuil.
Il pavimento di questa sala è di grandi lastre di marmo a disegni bizzarri. Una botola, simulata perfettamente da un quadrone su cui sta dipinto un teschio umano, è nel mezzo di questa sala. Questa botola, da cui si scende, o meglio, si precipita in un sotterraneo, attesta le antiche lussurie e crudeltà baronali. Il palco a volta ha in ciascheduno dei suoi spigoli un ritratto di qualche re di Francia. Un’immensa lumiera di terso cristallo era sospesa alla volta.
Questa sala era guarnita di antiche suppellettili di pertinenza degli antenati del Visconte: il solo mobile recente che si vedeva era un pianoforte di magnifica costruzione. Lunghi coltrinaggi rossi si aprivano sul passaggio de’ balconi e delle finestre, e ricascavano a’ lati in ricche onde su bracciuoli di bronzo dorato, le cui teste rappresentavano satiri, diavoletti e simili.
Un gran cammino era nel mezzo della parete principale.
In questa sala entrarono i quattro personaggi che abbiam veduti testè nel parco attiguo al castello.
Il Visconte d’Orbeil e la viscontessa sua moglie eran seduti col Maire d’Auteuil e con altra persona di età attorno ad un tavolino da giuoco. Altri crocchi di conversazione eran qua e là nella gran sala.
Il Visconte era un uomo a cinquant’anni, di smilza persona, di occhi vivaci, di volto severo; il capo era coperto di folti e bigi capelli, nutricati con cura estrema; l’acconciatura del nobil uomo era d’una irreprensibile ricercatezza.
La Viscontessa era più giovine di qualche lustro; bella ancora, comechè gracilissima e di cagionevol salute. Il suo primo parto, quasi prematuro, fu doloroso: orribili circostanze lo accompagnarono. La notte precedente allo sgravo, il Visconte era sfuggito, quasi per miracolo, ad un arresto politico fulminato contro di lui. La giovine sua moglie, andò debitrice della propria salvezza allo stato in cui fu trovata dai commissarii del novello governo francese: ella avea dato a luce, fra terribili convulsioni, un bambino semivivo che le venne subitamente strappato dal seno materno, sendo ella minacciata di morte. Quella fu una notte terribile pel castello d’Orbeil! La madre non vide il suo pargoletto che un mese di poi che l’avea messo al mondo. La salute della Viscontessa fu scossa e danneggiata in guisa che per molto tempo si ebbero per lei seri timori. Il ritorno di suo marito dalla frontiera della Svizzera dove si era rifuggito ridonò all’affettuosa donna alquanto del suo pristino vigor giovanile e quella placidezza di temperamento, che è causa insiememente ed effetto della ripigliata sanità.
Augusto e Isalina ansanti e agitati da commozioni entrarono nel gran salone; baciarono le mani dei loro genitori; salutarono le persone che ivi erano riunite, ed annunziarono al padre che un forestiero desiderava parlargli.
Il Visconte si alzò, e, prima che avesse avuto il tempo di riconoscerlo, si trovò nelle braccia di Giustino Victor che piangea di gioia.
Fu un grido di tenerezza scappato da tutti.
— Giustino! il caro Giustino Victor! Egli! Egli stesso! O Dio! Che piacere impensato! O figlio, figlio caro! Quando sei arrivato? E cotesta salute? Un anno, per bacco! Brutto mestiero quello del marinaro! Com’è tornato più bello e più vegeto! Viva l’ammiraglio!
Questi e cotali altri moncherini di frasi si facevano udire frammisti ad esclamazioni di gaudio, a caldissimi baci ed amplessi, a reiterate interrogazioni che rimanevano senza risposta, però che questa era soffocata da nuove dimande, da nuovi amplessi, da nuovi baci.
Le sembianze d’Isalina raggiavano di contentezza; i suoi occhi massimamente nuotanti in carissime lagrime, non si sapeano staccare un istante da quelli del suo fidanzato. Ella era gelosa delle proteste di affetto che da tutti gli si prodigalizzavano.
Giustino Victor era veramente l’idolo di quella famiglia; la sua assenza vi avea portato il lutto e il dolore; il suo ritorno quasi inaspettato dovea per conseguenza riprodurvi slanci di schietta gioia.
La felicità era nel cuore, sulle labbra e negli occhi di tutti: i voti eran soddisfatti, tutt’i cuori eran colmi!
Un uomo soltanto, fermato all’uscio del gran salone, non visto ancora da nessuno, perchè ricoperto dall’ombra d’una gran portiera, guardava pallido e muto quel tenero quadro di famiglia, e nell’anima sua levavansi, come foschi nugoloni, due passioni maledette.
Le due tristi passioni che fecero per la prima volta sparger sulla terra il sangue dell’uomo.
L’invidia e la vendetta.
Quest’uomo era il compagno di viaggio di Giustino Victor.
III. IL COVILE DEL MONELLO
Noi non vorremmo, anzi non sapremmo dire che razza d’uomo è questo Ferdinando Ducastel.
Vi sono alcuni uomini nel mondo, i quali sfuggono destramente ad ogni esame, ad ogni investigazione; tutto il loro studio pongono a non far trapelar di fuora la loro anima: il loro volto di marmo nulla rivela, nulla discopre: l’osservatore perde il tempo e la pazienza appresso a loro, e finisce col confessare di non aver niente osservato. E così farem noi. Confessiamo con ischiettezza d’ignorare onninamente di che tempera è l’anima del personaggio, che accenna di prendere una parte sì importante e forse protagonista nella nostra istoria. Gli avvenimenti e le sue stesse parole ce lo faranno conoscere meglio di quello che noi potremmo fare.
Diremo, intanto, che le sembianze di questo giovine nel suo tutto, dir si possono belle; che qualche cosa di nobile e di gentilesco è nella serietà e nella compostezza de’ suoi lineamenti statuari: ma pare che una nebbia perpetua copra il suo viso, tanta è l’impenetrabilità onde si circonda e si avviluppa. Lo sguardo di questo uomo cade e non si fissa; si direbbe uno sguardo di piombo; i suoi begli occhi non sono mai aperti in tutta la loro ampiezza, e, quando egli affisa qualcuno un leggiero inarcamento di ciglia toglie alla guardatura ogni carattere di dolcezza: quello sguardo annuvolato, incerto, sospettoso è un filo di sole invernale che fende la nube, è il morto raggio d’una lampada sepolcrale. Ferdinando Ducastel non ride mai; parla pochissimo, pensa e medita continuamente. La fosca pallidezza delle sue sembianze, la leggiera ipocondria che si scorge in sulla sua fronte impensierata attestano antiche sofferenze e lo scontento ben radicato nell’anima. A prima vista diresti quest’uomo aver già valicato i trent’anni, quantunque non ne conti più di 24; la freschezza della giovine età è sparita da quella persona, stanca e abbattuta, tuttocchè ancora nel nerbo della vita. Sono vizi o sventure le cagioni di tal deperimento?
Dovendo il novello ospite ritrarre sulla tela le sembianze di Giustino e d’Isalina, fu invitato a rimanere per alquanti giorni nel Castello d’Orbeil. Egli avea fatto una profonda impressione sull’animo del Visconte e della Viscontessa, i quali si aveano palesato scambievolmente la strana sensazione che aveva in lor prodotto il viso dell’amico di Giustino.
Una stanza gli fu assegnata, la quale riusciva sopra un’amena parte del parco.
Il domani della sua presentazione al Visconte, Ducastel levossi a prima ora del giorno, uscì dal casino, e si avviò verso il platano della mendica.
Egli camminava a passi frettolosi, preso da una febbrile agitazione di nervi. Quest’uomo che pel consueto, e quando era in compagnia, era freddo ed impassibile, al presente, solo, e in società de’ proprii pensieri, sembrava commosso da una prepotente passione.
Il platano della mendica era a mezza lega dal castello. Un’aperta e vasta pianura, chiamata dell’Usignuolo, intraversata solamente da qualche viale di nocciuoli e da rigagnoli ricchi delle piogge di primavera, menava a diversi crocicchi, elevandosi il terreno insensibilmente fino alle proporzioni d’una modesta collina; le ineguaglianze del suolo e la purezza dell’aria davano a questo sito di Auteuil qualche cosa dei villaggi italiani o svizzeri.
Nasceva un giorno soavissimo: numerose compagnie di augelli il salutavano co’ loro più ricercati e striduli gorgheggi: alcuni prendean diletto a lambir colle ali l’erbetta freschissima imperlata dalle stille di rugiada: altri amavano a spaziare sull’aperta pianura; altri ad amoreggiare con leggiadria di canto su pei rami degli verbusti: pareano aspettare con ansia la comparsa del sole.
Ducastel battea concentrato e pensieroso il terreno, e il suo sguardo non si levava neanche per un istante a contemplare le bellezze che il circondavano; sembrava che avesse fretta di giungere ad un sito che ei si era prefisso nella mente.
A vederlo camminare con gran sicurezza attraverso i tanti crocicchi di quei campi, senza smarrirsi un istante, e senza ricercar qualche volta cogli occhi la traccia del cammino che aveva da fare, si sarebbe detto che ei conoscesse appuntino ogni zolla di quella campagna, ogni solco di via. Quella vasta pianura era una specie di città dove le strade tortuose non erano altrimenti indicate che da alcune grosse pietre poste a guisa di termini tra i lunghi solchi, ciascuno de’ quali era un sentiero. Eppure Ducastel si voltava e rivoltava per quel laberinto, senza neppur pensarvi e senza stare in forse neanche un attimo sulla via da tenere. Come conosceva egli quella campagna? Quando vi era stato?
A capo di un terzo d’ora, l’artista si fermò dalla precipitata sua corsa; affannoso era il suo respiro, imperciocchè al sito ove era giunto terminava la insensibil gobba del suolo, che per circa un dieci minuti ascendeva sempre... Ducastel aveva innanzi a sè il platano ed il tugurio della mendica.
Egli avea fissato lo sguardo sovra una casupola perduta oggimai tra i lunghi fili di erba, tra le felci, e le semprevive cresciutevi da tutti i lati. Da tanti anni nessuno più abitava in quel solitario ricetto. La gente del paese non avea potuto spogliarsi de’ pregiudizii e delle paure su quella casupola: correa voce che in quell’abituro la notte si udissero certi lamenti strazianti, molti asserivano che sul platano attiguo ogni sera la civetta venisse a fare udire la sua lugubre voce: insomma il tugurio della mendica e la vicina casupola venivano sfuggiti come luoghi maledetti, le donne non li guardavano da lungi che facendosi a più riprese il segno della croce. Poco discosto, stava una specie di capannetta, oggi tutta in rovina, e che a Auteuil veniva addimandata il Covile del Monello, però che ivi solea giacere e riposare la notte il figliuol di Zenaide, Federico Lennois, il quale avea lasciato in quel villaggio una certa celebrità per gli strani fatti che di lui si narravano.
Ducastel aveva incrociate le braccia ed era rimasto immobile a ragguardare il Covile del Monello: il suo volto avea preso un carattere straordinario di vivacità febbrile.
— Ecco, diceva tra sè medesimo, riveggo dopo tanti anni i luoghi dove ho sparso tante lagrime in quell’età che per gli altri uomini è la più felice della vita!... Ecco il misero fenile in cui io dormiva col mio cane Astolfo, il quale mi riscaldava col suo fiato e colle sue membra. Orribili notti passate sotto quel mucchio di paglia, la vostra rimembranza mi fa fremere e raccapricciare! Oh! io sarei morto certamente, senza il mio cane! Abbandonato da tutti gli esseri umani, io non trovava un appoggio, un conforto, un compianto che in quella creatura, che, se non aveva il dono della parola, avea la voce del sentimento. Ecco là, al piè di quell’alto frassino, la tomba di quell’unico amico che io mi avessi, del mio diletto Astolfo! Oh! la tua morte fu la più cocente tortura pel povero mio cuore di dieci anni!... Ecco il ginepro al quale spesso io venia ligato per intieri giorni e qualche volta per intiere notti, in preda a’ più atroci tormenti della paura, del freddo e della fame: ecco laggiù il fosso nel quale io era gittato da colei che non oso chiamar mia madre: ecco l’antro nel quale io tante volte ritrovava un rifugio da’ furori di quella donna che per me non aveva le visceri di madre!... O mio destino incomprensibile, o stella crudele insin da’ più teneri anni della mia fanciullezza, tu snaturasti per me il più caro vincolo del sangue; tu mi negasti quel primo bene della vita, di cui godono anche le belve più feroci, l’amor materno! Non vi è uomo sulla terra il quale non abbia trovato nel seno della madre le ineffabili dolcezze di quell’amore che prepara e fortifica l’uomo al martirio della vita, di quell’amore che ne’ suoi infiniti sacrificii di ogni momento attinge novella vita, novella forza, e non vien manco giammai, però che anche quando una madre chiude per sempre gli occhi al mondo, lascia nelle rimembranze un’orma incancellabile, e uno scudo contro i mali dell’esistenza. Ed io solo, non trovai amor materno in mia madre; io solo trovai fiele ed odio in quelle sorgenti cui l’uomo corre con ansia ad abbeverarsi. Oh come avrei amato la madre mia, se costei non fosse stata il più spietato carnefice de’ miei anni infantili! E che colpa era la mia? Io era nato con un cuore amantissimo; ma la natura, la società, tutto parea respingere i miei sensi di amore. Trovai dappertutto durezza di cuore, insensibilità, tradimento. Non ebbi che un solo essere che mi amò; e quest’essere non apparteneva al genere umano. Astolfo, mio dilettissimo Astolfo, ed io ti vidi a morire sotto i colpi di questo Giustino Victor che ti ammazzava sol per vedermi piangere e per far ridere i suoi amici, tra i quali questo imbelle d’Augusto! La tua morte strappò dal mio ciglio le prime e sole lacrime del cuore. Io posi una pietra su la tua tomba e su quella pietra feci un terribile giuramento, il cui adempimento mi viene oggidì favorito da una incredibil casualità!»
Gli angoli del volto di Ducastel si contorsero alquanto e significarono un’odio freddo e feroce. I suoi occhi, che si erano portati sui siti diversi che erano stati il teatro delle sue infantili sofferenze, rimaneano al presente fissi sul terreno: atroci pensieri si aggiravano in quel capo. Ei ripigliava tra sè:
«Sì l’odio ha puranche la sua gioia, la sua voluttà! Oh quanto odio questa famiglia d’Orbeil, e questo felicissimo Giustino Victor, l’assassino del mio Astolfo! La sorte non potea meglio favorirmi che col farmelo incontrare a Tolone!... Il mio giuramento sarà compito... Or più non isfuggirai all’odio mio, alla mia vendetta! Giustino Victor, Augusto d’Orbeil, io era il vostro zimbello, il vostro passatempo! Io aveva l’onore di richiamar le risa sulle vostre gentilesche labbra; io era talvolta onorato da voi col titolo di bruto e peggio; ma questo bruto aveva un cuore altero e superbo, che voi corrompeste, pascendolo dell’odio più nero!... Io mi sentiva propenso al bene, alla virtù, ai più nobili e generosi sentimenti, e voi, per celia, per baia, per non aver che fare, per sollazzarvi un minuto, un istante, gittaste nell’anima mia il seme del vizio e del delitto, soffocaste in me ogni bella e onesta tendenza... Maledetti! Maledetti!! Ma ora la vostra felicità, la vostra gioia, la vostra vita è nelle mie mani... io vi odio, e quest’odio mio non è nato il giorno d’ieri... Ben ricordo le umiliazioni che io pativa alla tua vista, o felice figlio del Visconte, allorchè, in compagnia del tuo aio, percorrevi a cavallo queste campagne: la felicità insomma raggiava sulle tue sembianze: allora tu, Giustino ed io eravamo, fanciulli! Un giorno ti degnasti colpirmi colla frusta, perchè io non mi era scostato a tempo per farti passare col tuo superbo destriero: quel colpo di frusta, Augusto d’Orbeil, non mi è uscito più dal cuore... Un’altra volta tu ridevi mentre mia madre mi bastonava... e, quando ci facemmo più grandetti, spesso tu additavi a’ tuoi allegri compagni me infelice e lacero monello, rannicchiato in fondo alla pianura dell’Usignuolo: e Giustino Victor, una mattina gridando in lontananza mi disse queste parole che mi fecero piangere a lagrime disperate: «Ohè, figlio di mala donna, non rubar le fragole di questo podere, che te le faremo vomitar col sangue.» E quando penso che queste amare parole mi venivano indirizzate nel momento in cui il sereno aspetto della natura disponeva il mio cuore a sentimenti di conciliazione e di amore, nel momento in cui io scopriva nell’anima mia certe ascose corde che la facevano risuonare armoniosamente colla circostante natura ed innalzavano i miei pensieri verso quella regione di luce, d’amore e di pace che si addimanda il cielo; quando penso che quelle parole erano tanto più feroci quanto men da me meritate e ch’io non avea fatto alcun male a colui che me le lanciò sul viso, fremo ancora di rabbia e di vendetta... Rubare una fragola è dunque sì gran delitto! Eppure tante volte io ne aveva avuta l’opportunità e mai non lo aveva fatto! Ma da quel momento io ne rubai tante e tante, e rubai tutto ciò che mi venia fatto di rubare... Io provava una certa soddisfazione, una certa voluttà ad ingannare, a rapire, ingannar gli altri ed essere ingannato, non è forse questo lo spirito della società in cui viviamo?... Ecco... domani sarò ricco: domani il mio nome farà il giro della Francia e forse del mondo, e a che lo dovrò? Domani io sarò ricco, rinomato e vendicato! La vendetta, le ricchezze e la gloria faran tacere per sempre i rimorsi del delitto che ho commesso laggiù, in Italia. Domani più non avrò che desiderare.»
Ducastel fu interrotto nel suo tristo monologo dalla voce di Augusto e di Giustino i quali si erano levati per tempo anch’essi per godere della freschezza del mattino.
— Da bravo, Ferdinando Ducastel, gridò Giustino, ci hai prevenuti. Ma noi abbiamo trovato le tue orme. Sei buon levatore, per bacco! da vero artista! E che ne dici di questi siti?
— Incantevoli, rispose Ducastel, sorridendo a’ due giovani, e dando alla sua fisonomia la più naturale e semplice espressione di ammirazione.
— È la prima volta che vieni a Auteuil?
— No, ci sono stato altra volta, nella mia fanciullezza.
— Guarda, Giustino, disse Augusto che era stato disattento alla conversazione de’ due amici, guarda laggiù il covile di Federico Lennois. Ti ricordi, eh? Quel tristo bastardello che ardì scagliare delle pietre alle tue spalle?
— Se il ricordo! disse Giustino con accento d’ira e di spregio, non potrà mai uscirmi di mente la feroce espressione del volto di quel maledetto monello... E che n’è di lui?
— Sfido a saperlo! O è morto ucciso, o starà covando ancora i suoi furti in prigione... Sai che a Parigi fu gittato in carcere per una gran somma di denaro che avea rubato.
— Eppur ci scommetto che quel diavoletto avrebbe avuto sveltezza d’ingegno... Rammenti le risposte che dava ai contadini di queste campagne che il beffeggiavano, e qualche volta anche a noi, quando ci saltava il capriccio di andarlo ad insultar nella sua tana per ridere un poco!... Ma dimmi, Augusto, com’è che che un bel giorno sparì da Auteuil senza che di lui si fosse saputo niente più?
— Non saprei dirtelo con precisione. Ciò accadde pochi giorni dopo che sua madre lo battè a morte fino a fargli uscir sangue dalla bocca, per punirlo d’una violenza ch’ei stava per commettere su noi. Non si ebbe più di lui altra notizia, tranne che a Parigi era stato arrestato per furto. Di poi non ne intesi più a parlare.
— Sarà crepato come un cane in qualche oscuro angolo del mondo, disse Giustino. A proposito di cani, ti ricordi come sacrificai a colpi di mazza quella povera bestiola tanto cara al Lennois? Fu quello per me un vero divertimento! Io godeva tanto a veder piangere quel briccone!
— Eppur ti confesso, mio caro Giustino, disse Augusto, che, quando io vidi piangere a lagrime di disperazione il povero Federico, che era stato ligato al frassino da quella furia di sua madre, mi pentii quasi dell’amaro scherzo; ed avrei voluto ridonar la vita a quella bestiolina che egli amava tanto! In quel momento ebbi quasi pietà di quella creatura infelice che non avea sulla terra nessuno che lo amasse, neppur la madre!
Ferdinando Ducastel non avea detto un sol motto durante questo colloquio de’ due giovani amici; egli affissava le lontane campagne, e parea che fosse stato disattento a tutto ciò che si era detto: ma alle ultime parole di Augusto, Ducastel si voltò subitamente inverso lui, e lo guardò con singolare espressione. I due giovani non vi badarono.
— Ebbene, Ducastel, si comincerà in giornata il nostro lavoro, n’è vero? dimandò Giustino cercando di finirla con un soggetto di conversazione che non facea troppo onore al suo cuore.
— In giornata, rispose freddamente l’artista, però che io non potrò a lungo aver l’onore di rimanermi a Auteuil; importanti affari mi chiamano a Parigi dove ho lasciato i miei bauli ed i miei quadri.
— Non sai, Augusto? seguitò Giustino; il nostro Ducastel ci farà vedere il suo quadro destinato alla grande Esposizione: rappresenta la Preghiera.
— Sublime soggetto! esclamò Augusto; e quando avremo il piacere di ammirare il vostro lavoro?
— In qualunque giorno vorrete onorarmi all’albergo Mirabeau, strada della Pace, a Parigi.
— Avete idea di vendere il vostro lavoro?
— È già venduto, rispose Ducastel.
— Per qual prezzo?
— Cento mila franchi.
— Cento mila franchi! esclamarono i due giovani compresi di maraviglia estrema; ma questo è dunque un capolavoro!
— Un capolavoro, ripetè Ferdinando Ducastel pallido e distratto.
— E di grazia, a chi lo avete venduto?
Ducastel tentennò alquanto a dire il nome del compratore, abbassò lo sguardo; indi rispose:
— Ad un forestiero che sarà tra giorni a Parigi, al più ricco banchiere di Scozia, a Eduardo Horms, di Glascovia.
Pochi minuti dopo questa conversazione, i tre amici s’incamminavano alla volta del castello d’Orbeil.
IV. EDUARDO HORMS
Sono le sei pomeridiane. Intorno ad un gran tavolo rotondo d’una delle più belle stanze dell’Albergo des Princes, strada Richelieu a Parigi, sono sedute cinque persone, due donne e tre fanciulli.
Non è passato un quarto d’ora dacchè il loro pranzo è finito.
Sdraiato sovra una soffice greppina sta un giovine gentiluomo, il quale, comechè occupato a leggere il giornale de’ Dèbats, sembra non pertanto dominato da una certa impazienza di aspettar qualcuno.
Una delle due donne, la più alta e pallida, è intenta a scrivere una lettera; e l’altra, sua sorella, appoggiata col gomito dritto in sul tavolo e colla fronte sulla palma della mano va seguitando cogli occhi le righe segnate dalla sorella maggiore.
I tre fanciulli, seduti dall’altra parte del tavolo, sfogliano un albo di caricature.
Ritroviamo con piacere Eduardo Horms, Lucia sua moglie, Marietta, Giuseppe, Andrea e Uccello Fritzheim.
Conoscemmo Eduardo Horms nel momento della morte di Daniele de’ Rimini, e non avemmo, per così dire, il tempo di presentarlo ai nostri lettori; ma pur quel momento bastogli per conquistare le nostre simpatie e la nostra estimazione. Con un atto solenne, inaspettato, grande e generoso, egli cancellava in qualche modo le colpe del fratello, e ricompensava la virtù d’una onesta e sventurata fanciulla.
Eduardo era il più giovine e il più bello dei figli maschi del Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda. Sua madre, nata da probi e ricchi proprietari di Glascovia, morti entrambi, quando ella era fanciulla ancora, era stata, al pari dell’infelice Juanita di Gonzalvo, la vittima della più scaltra e detestabile seduzione, alla quale non sopravvisse che pochi anni, lasciando il bambino, frutto della colpa, nelle mani d’un fratello di lei amantissimo, il quale rifuse addosso al pargoletto nipote l’amore che avea per la sorella. Eduardo ricevè la più accurata e gentilesca educazione, e riuscì un modello di squisitezza di modi: egli aveva un bel cuore, un bell’ingegno e una vasta erudizione. All’età di quindici anni, avea già fatto il suo corso di lettere e di filosofia: oltre a ciò, disegnava a meraviglia, sonava l’arpa e il piano, parlava l’inglese, il tedesco e il francese, e soprattutto componea versi da poter stare a pareggio con quelli dei più grandi poeti inglesi.
Eduardo era una di quelle nature scozzesi che ricordano i personaggi di Ossian e di Walter Scott, la virtù più pura era negli occhi suoi che avean il color del cielo: la sua anima non comprendea la falsità, l’inganno, l’ipocrisia. Sensibilissimo e affettuoso, egli metteva un’estrema delicatezza nella manifestazione dei suoi sentimenti, di amore, di lealtà, di abnegazione.
Ahi! trista condizione di chi non può respirare altra atmosfera! Le altissime montagne, i deserti, le foreste uscite dalle mani della natura, sono soltanto i luoghi ove l’aria è pura e serena, e dove l’anima si slancia con gioia ed amore verso la prima Sorgente del Vero, del Bello e del Grande; ma in grembo alla società, nelle auguste stanze de’ nostri appartamenti, nelle popolate strade delle nostre capitali, l’aria è corrotta e malsana: tutto è piccolo, inceppato, affettato: le parole non esprimono le idee o significano idee contrarie: a poco a poco si smarrisce, si perde l’attitudine a’ grandi pensieri e alle grandi azioni: l’anima umana, quasi uccello rinchiuso in gabbia, si dibatte per qualche tempo tra le grétole della sua prigione, e indi vi si avvezza e vi rimane tranquilla, e non mai felice.
Eduardo era vivuto sin dalla sua fanciullezza in un castello remoto e solitario presso Glascovia. Questa bellissima città della Scozia, situata in una posizione elevata, sulla riva destra e alquanto al disopra del Clyde, offriva un quadro di naturali bellezze alla vergine fantasia del giovinetto poeta e artista, il cui pennello e la cui penna ritraevano la solenne maestà della lontana catena di Ross, o la severa bellezza de’ monumenti architettonici de’ mezzi tempi, ond’è ricca quella città della Scozia. I sensi e l’anima del solitario poeta si erano in certo modo raffinati al contatto della schietta natura. Pochi e vecchi amici di suo zio, persone di specchiata probità, formavano tutta la società che egli vedeva di tempo in tempo. Sempre dedito ai suoi studi, alle sue arti che coltivava con estrema passione, Eduardo vedea sorger la vita nel lontano avvenire come quei paesaggi incantati che sorgeano, all’alba, dal seno delle dense nebbie notturne, e che egli ritraeva sulla tela, sposandovi tutto l’entusiasmo e la tenerezza del proprio cuore.
La meditazione e la contemplazione, le due nobili e sublimi facoltà dell’anima, erano state tutta la vita di Eduardo fino all’età di diciotto anni. A questa età, la morte dello zio, che il lasciava erede universale di tutte le ricchezze, il gittava ad un tratto fuori dei suoi gusti e delle sue consuetudini. Eduardo era divenuto in un momento il più ricco banchiere di tutta la Scozia; la ricchezza gli era piombata addosso come un pesante fardello.
Lo zio aveva acquistate grandi ricchezze col commercio del carbon fossile, avendo saputo trar vantaggio dalla situazione di Glascovia, tanto favorevole ad un tal commercio; imperocchè, col mezzo del Clyde, questa città si mette in comunicazione coll’Atlantico, e, col mezzo del canale che congiunge quel fiume al Forth, manda nel mare del Nord i prodotti della sua industria, e massimamente il carbone alimentatore di quella gran possanza che si addimanda il vapore. Oltre a ciò, Glascovia, pel canale di Moukland, riceve il carbon fossile a prezzo discretissimo. Lo zio di Eduardo era eziandio il capo delle officine di Clyde-ironworks, onore, che, per la sua morte, ricadea sul suo erede e nipote.
Ma Eduardo non era nato pel commercio: laonde trovossi in un mondo al tutto nuovo; cercò aiuto e consigli a’ vecchi amici di suo zio, e finì coll’affidare ad uno di questi la direzione dei negozii per potersi abbandonare, senza inciampo, alle sue favorite tendenze e ai suoi carissimi studi.
Il primo uso che egli fece d’una gran parte de’ suoi capitali fu di spenderli all’acquisto di opere di arte. Egli aveva un gusto perfetto e una intelligenza così fina in fatto di pittura che al primo sguardo indovinava le opere eminenti, e ne additava la scuola e talvolta l’autore: erasi messo in corrispondenza coi più rinomati artisti di Europa, dando loro l’incarico di vari lavori, cui egli compensava largamente. Il suo nome era noto a quasi tutti i migliori artisti, i quali il riguardavano qual loro valente e generoso mecenate. Agl’Italiani il genio, agli Inglesi il gusto: quelli eseguono, questi apprezzano: ai primi la scintilla dell’ispirazione, a’ secondi l’istinto dell’estimazione; agl’Italiani il creare, agl’Inglesi il conservare.
Eduardo Horms, al pari degli altri figliuoli del Baronetto Edmondo Brighton, riceveva da ignota mano ogni mese la polizza di cinquanta ducati. La prima volta che Maurizio Barkley si presentò nel castello di Horms ad offrire al figliuolo di Edmondo il misterioso assegnamento, di cui tacque la ragione e la provenienza, siccome avea fatto cogli altri quattro frutti dei giovanili errori del suo padrone, lo zio di Eduardo rigettò con isdegno la tarda memoria o pentimento che aveva il padre del garzoncello. Ma la incumbenza di Maurizio era precisa: egli era semplice esecutore di un ordine di cui non ispettava a lui valutare il merito e le ragioni; però fece chiaramente intendere al Banchiere scozzese che il denaro era pagato a Eduardo Horms, e che, se questi ricusasse dovea farne una dichiarazione in iscritto per discarico di esso Maurizio alla cui negligenza o poco zelo sarebbesi accagionato il rifiuto. Interrogato il giovinetto Eduardo, questi chiese la venia di suo zio per non ricusarne un attestato di affetto, qualsivoglia ne fossero la provenienza e la causa: dissegli ciò non pertanto che egli avrebbe consacrati que’ cinquanta ducati mensuali a sollevare le povere famiglie del suo paese, e che a tal modo avrebbe forse ottenuto perdono appo l’Altissimo la colpa che avea tratto alla tomba la sventurata genitrice. A così fatte ragioni conveniva piegar il capo; e lo zio, che grandemente amava il figlio di sua sorella, più non mise avanti nessun argomento di rifiuto. Non è a dire quanto la bell’anima di Maurizio fosse stata tocca dal candore e dalla virtù del giovinetto: i suoi occhi erano bagnati di lagrime; lo abbracciò, se lo strinse al cuore, e se gli dichiarò amico sincero e leale: moltissimo tempo con lui s’intrattenne a ragionare; e ad ogni parola del giovine scozzese, Maurizio discopriva in lui novelli tesori d’intelligenza, di tatto finissimo. Eduardo gli mostrò i suoi bozzi, i suoi disegni; fecegli vedere le compere di quadri che avea fatte, e diedegli a leggere i suoi versi, che spremeano lagrime di commozioni dagli occhi del virtuoso Esquire.
Con quell’istinto di delicatezza che è retaggio esclusivo delle anime nobili, il giovine Horms non fece a Maurizio nessuna interrogazione risguardante il suo genitore, però che ben comprendea esser questo l’ignota mano che forse da lontane regioni pensava al sostentamento del figliuolo. Eduardo indovinò che Maurizio nulla potea rivelare, e volle risparmiargli il rammarico d’un rifiuto involontario. Maurizio comprese, e fu tocco da questa eccessiva delicatezza.
Maurizio si separò dal giovinetto Horms, imprimendo sulla costui candida fronte un bacio tenerissimo; e gli giurò che non avrebbe giammai dimenticato di avere a Glascovia un amico cui tanto si era affezionato. Eduardo gli promise di scrivergli in ogni fin di mese, facendogli capitare la sua lettera unitamente al ricevo della polizza mensuale.
Maurizio non rivide Eduardo Horms che dopo la morte del Baronetto, e quando trasse a Glascovia per eseguire le ultime volontà di Edmondo, il quale lasciava a ciascuno dei suoi cinque figliuoli la somma di duemila e quattrocento piastre. Non dipingiamo la gioia onde queste due nobilissime anime si rividero e si riabbracciarono. Una nube di tristezza copriva per altro la fronte, pel consueto tranquilla, del Barkley. Tutto il mistero della propria nascita fu rivelato al giovinetto di Glascovia, il quale pianse a lungo sulla morte del genitore, e dal profondo del cuore gli perdonò il tradimento fatto alla madre, e l’abbandono del figlio.
Maurizio disvelò benanche al caro giovine l’esistenza ed i nomi degli altri quattro fratelli, i quali viveano in diverse regioni: narrò la storia di Daniele, e fece tal dipintura commovente della sventurata Lucia Fritzheim, che Eduardo ne fu tocco profondamente, e promise a Maurizio che, se si fosse determinato a venire in Napoli, dove il chiamava l’ardente suo desiderio di ammirare i capilavori di pittura che si conservano in questa città, avrebbe cercato tutti i mezzi di conoscere ed avvicinare l’adorabile figliuola dello stradiere.
La storia di Daniele, la sua ambizione, la sua avidità di ricchezze, il tradimento fatto alla sventurata Lucia, le strane e terribili condizioni poste dal padre alla eredità, sorpresero e addolorarono il virtuoso e nobil cuore di Eduardo. Maurizio nulla gli avea rivelato dei suoi sospetti sulla reità del giovine erede, però che questo era un segreto che egli avrebbe voluto nascondere anche a sè medesimo.
Eduardo regalò all’ospizio della Maddalena, pio stabilimento dove son ricettate in Glascovia le donne penitenti, parte del retaggio paterno che gli era stato portato da Maurizio, e parte ne fece dono all’altro ospizio di Hutcheson.
Prima di separarsi da Eduardo, Maurizio il pose a parte delle pene del proprio cuore; e gli manifestò il suo amore per Emma di Gonzalvo. Eduardo fe’ voti al cielo che la bella andalusa corrispondesse ai puri sentimenti dello amico, e gli augurò tutto il bene che avrebbe potuto desiderare ad un fratello.
I due amici si promisero d’intrattenersi continuamente per via di lettere, e si separarono giurandosi un’eterna e costante amicizia.
Alquanti mesi dopo la partenza di Maurizio, Eduardo si risolse a venire in Francia e in Italia: la sua passione per le arti lo trasportava. D’altra parte, egli aveva il fermo proponimento di stringer la mano ai suoi quattro fratelli e sorelle, di cui si era fatto dare da Maurizio le indicazioni e gl’indirizzi: avrebbe offerto loro la sua amicizia e i suoi servigi, se costoro ne avessero avuto bisogno.
Libero indipendente e ricco, Eduardo non indugiò a mandare ad effetto il suo proponimento, e partì, dopo aver raccomandato al suo amministratore i suoi affari commerciali, e la sorveglianza delle officine di Clyde iron-works.
Egli visitò le principali città della Germania, e tra le altre quella dov’era sepolto suo padre, il Baronetto Edmondo Brighton, di cui volle veder la tomba a Schoene Aussicht: s’informò del giovine italiano Daniele dei Rimini, erede universale delle ricchezze del Baronetto, e gli fu detto che da poco tempo il nuovo Conte di Sierra Blonda era partito da Manheim, non ostante il divieto dei medici, ai quali il suo cattivo stato di salute incutea timore. Diceasi che egli recavasi in tutta fretta a Napoli per ammogliarsi. Eduardo conoscea la storia degli amori del giovine pianista; e più non dubitò che lo avrebbe trovato a Napoli: laonde si partì da Manheim, prendendo la volta della Francia.
Arrivato a Parigi, non sapremmo dire che impressione produsse sull’animo suo questa rumorosa capitale, dove sembra che gli uomini non debbano avere altra occupazione che il divertimento. Eduardo sapea da Maurizio che suo fratello Federico Lennois non era a Parigi, ma bensì a Pisa, dove avrebbe anche trovata sua sorella Luigia Aldinelli: ei dunque si affrettò di volare in Italia, che egli sospirava di vedere, e dove tante artistiche commozioni lo aspettavano. In Francia ei non avea trovato che caricaturisti e buoni dipintori di figurini di moda.
Come prima ebbe posto il piede in Italia, Eduardo sentì una vita novella, un nuovo essere; tutto parlava alla sua fantasia; tutto il commovea e richiamava le lagrime agli occhi suoi. I campi rivestiti di eterna verdura, l’azzurro purissimo del cielo, la soavità voluttuosa dell’aria, gli occhi incantatori delle donne, i canti popolari ricolmi di malinconiche melodie, la magia inarrivabile del pennello, dello scarpello e del bolino, mettean sottosopra il cuore di lui e lo riempivano di un fiume di dolcezza e di amore; sicchè si trovava sempre sulle labbra il verso di Byron: Is this a fancy that our reason scorns?[1] Volò a Pisa: ardeva dal desiderio di conoscere almeno due de’ suoi fratelli: col cuore palpitante di commozioni trasse all’abitazione di Federico Lennois, secondo gli indizi ricevuti.
Federico accolse dapprima lo straniero con freddezza e circospezione; ma quando questi si ebbe svelato e gli ebbe detto esser lui Eduardo Horms, figlio dello stesso genitore, Federico mostrò di gradire infinitamente la visita di lui. Già la fama delle ricchezze di Eduardo gli era giunta, per via di Maurizio, non meno che la riputazione che quegli si aveva di generoso spenditore in fatto di opere di arti. Federico ebbe un pensiero felicissimo: fargli vedere il quadro che tenea chiuso nel mistero del più gran segreto, avendolo destinato alla grande Esposizione di Parigi. Se Eduardo vedesse il quadro, non ci era dubbio che lo avrebbe comprato a qualunque prezzo. Il cuor di Federico battea violentemente al pensiero della ricchezza che teneva in pugno. Non mise però tempo in mezzo, e disse al giovine scozzese di seguitarlo in un’altra stanza, dove gli avrebbe fatto veder qualche cosa da rapirlo nel cielo.
Federico prese per mano il fratello, il menò attraverso parecchie stanze, e si trovarono entrambi in uno studietto angusto che era chiuso a doppio giro di chiavi: una maniera di armadio era colà, dissimulato perfettamente nella parete. Federico si accostò a questo armadio, toccò un bottoncino perduto nella spessezza del muro, e l’armadio si aprì, lasciando scoverta una tela di circa otto palmi, e sulla quale era dipinta a grandezza naturale una figura di donna inginocchiata.
Federico trasse il quadro dall’armadio e lo pose a luce per farlo osservare a Eduardo Horms.
Il giovine scozzese spalancò gli occhi; ebbe una specie di capogiro; si avvicinò al quadro, si allontanò, e restò cogli occhi ardentemente fissi su quella tela.
— O Dio immortale! Che bellezza è mai questa! Che espressione in quegli occhi rivolti al cielo! Che verità in que’ colori dell’alba che si annunzia da quella finestra! Che celeste candore e che profonda malinconia nelle sembianze di quella fanciulla inginocchiata! Ecco l’anello divino che congiunge l’anima dell’uomo a Dio, la creatura al Creatore; ecco il linguaggio dell’anima che prega per le miserie del corpo... ecco la Preghiera in tutta la purezza e la sublimità della sua forma cristiana... Ma questo è un lavoro sorprendente!.. Qui ci è del Raffaello... ci è dell’antico... e, soprattutto, qui ci è del genio Italiano a ribocco... Per carità, ditemi di chi è questo capolavoro?
Eduardo, che avea gli occhi immobilmente fissi sulla tela, non vedea l’effetto che le sue parole produceano sul Lennois... Questi era estremamente pallido, nel tempo stesso che da’ suoi occhi partiva un baleno di gioia febbrile.
— Questo quadro è mio, mormorò Federico abbassando lo sguardo.
— Vostro! vostro! Oh... non è possibile! non è possibile! esclamava Eduardo... O voi siete un secondo Raffaello, o siete un mentitore.
— Signore!... disse Federico con voce profonda e sepolcrale.
— Perdono, perdono, fratello; ma io sono fuori di me per la gioia, ripigliava Eduardo senza staccar gli occhi dal quadro... Io non so quello che dico, ma è certo che questo è un capolavoro. Oh! benedetto Iddio che ha fatto questa terra di genii! oh! benedetto, mille volte benedetto di avermi dato in voi un fratello! Federico Lennois, tu sei un genio; ed il nome tuo valicherà i secoli. Va, tu meriti di portare un nome immortale; lascia che io ti abbracci, e che stampi un bacio sulla tua mano, che ha fatto questa maraviglia dell’arte.
Eduardo si gittò nelle braccia di suo fratello, il quale era divenuto livido come cadavere, e non corrispose al bacio cordiale dello scozzese.
— Volete comprar questo quadro? si contentò di dire Federico, però che questa era l’idea che campeggiava nella sua testa. Egli gittava così l’agghiacciato positivismo della cifra su gli slanci della più entusiastica ammirazione.
— Se voglio comprarlo! Ma voi dite da senno? Possibile che voi mi offriate di comprar questo quadro?
— Sì, rispose seccamente il Lennois.
— Ebbene, io lo compro a qualunque prezzo — Parlate
— Cinquantamila franchi.
— Cinquantamila franchi!
— Non potrei darlo per meno.
— Ma questo è un prezzo tenuissimo, disse Eduardo con gran maraviglia dell’artista; io ve ne offro il doppio; vi darò centomila franchi, anche per darvi un testimonio del mio affetto e della mia ammirazione. Quanto potrete darmelo?
— Dopo che l’avrò messo alla Grande Esposizione di Parigi nell’anno venturo.
— Ebbene, mi contento, e fido sulla vostra parola che nol venderete ad altri.
— Ed io fido sulla vostra che me ne darete centomila franchi.
— È convenuto.
— Noi ci vedremo a Parigi in sul finir del mese di giugno l’anno venturo; io dimoro nell’Albergo di Mirabeau, strada della Pace... D’ora in poi il quadro è vostro.
— Ed io ve ne ringrazio dal fondo del cuore, e spero di provarvi meglio la mia riconoscenza.
I due fratelli si separarono, dopo di essersi riprotestata un’eterna amicizia, e scambiata solenne promessa di rivedersi a Parigi.
Uscendo dalla casa di Federico, Eduardo si gittò a cavallo per fare una visita a sua sorella Luigia Aldinelli, povera lavoratrice d’immaginette di cera, la quale viveva in una delle campagne di Pisa. Ma ella avea cambiata dimora, nè si sapea dove fosse andata ad abitare. Molti vicini asserirono che ella era ita a Pisa.
Per qualche giorno Eduardo cercò di trovare la sorella; ma fu tempo perduto... Il giovine scozzese ne sentì rammarico vivissimo, perchè avrebbe voluto soccorrere quella sventurata, la quale si dicea molto esperta nell’arte sua, ma oppressa da invincibile ipocondria.
Tornate infruttuose tutte le ricerche, Eduardo partì per Napoli, dove sperava abbracciare Maurizio e conoscere Daniele e Lucia.
Sappiamo la sua apparizione in casa del moribondo nuovo Conte di Sierra Blonda, e la sua istantanea risoluzione di sposare Lucia Fritzheim che egli vide ivi per la prima volta.
Riportiamo ora le stesse parole che mettevano fine alla nostra precedente narrazione:
«Sei mesi dopo la morte di Daniele, la famiglia Fritzheim non era più povera: Eduardo Horms, ricco di virtù e di dovizie, era lo sposo di Lucia, ed aveva ritirato presso di sè i fratelli e la sorella di lei.
«Maurizio Barkley ed Emma sua moglie s’imbarcavano per l’Inghilterra; mentre Eduardo Horms colla sua nuova famiglia recavasi a Parigi ov’era aspettato da Federico Lennois.
Il mese di giugno era per finire.
Ritorniamo al presente all’Albergo des Princes, dove abbiam lasciato la famiglia Horms-Fritzheim.
V. LA LETTERA
Chiunque avesse veduto Lucia nell’Albergo des Princes a Parigi, non avrebbe giammai potuto credere che quella bella ed elegante signora fosse la povera figliuola del doganiere Giacomo Fritzheim; eppure in nulla era cangiata l’anima della sensibilissima Lucia. Un velo di malinconia offuscava sempre la larga sua fronte; ma era questa volta una malinconia dolcissima, che amorosamente disposavasi a quella che formava il fondo del carattere di Eduardo, suo marito. Non poteva Iddio compensar meglio su questa terra la virtù di lei, che accordandole un compagno come il giovine poeta di Glascovia. Lucia aveva acquistato il colorito ed il vigore della più perfetta salute, ed ora l’avvenenza del suo volto era rialzata viemaggiormente da un’acconciatura del gusto più fino.
Eduardo amava la sua sposa con un’adorazione che avea dell’infantile; non sapea discostarsene un momento; preveniva ogni desiderio di lei; molti ne facea nascere appositamente, per avere il piacere di soddisfarli; rimanea talvolta le lunghe ore a guardarla; ed era così felice nel possedimento di quell’angioletta, che egli benediceva ad ogni momento il suo amico Maurizio di avergli la prima volta parlato di Lucia in maniera da mettergli nel cuore la brama di conoscerla. Eduardo circondava la sua giovine sposa con tutte quelle delizie della vita, che sono il compimento felice di un amore che non è giammai contento nelle sue manifestazioni, e che vorrebbe vedere l’oggetto amato pienamente satollo di felicità. Il giovane scozzese amava sua moglie con quel delirio tranquillo dell’anima e dei sensi che non sente, non respira, non vive che per l’oggetto amato. Educato nella solitudine del cuore, avvezzo ad espandere sulla universal natura la pienezza dei suoi affetti, il marito di Lucia erasi fatto di questo amore consacrato dal matrimonio una specie di culto. Era nonpertanto nel cuor di Eduardo un arcano sentimento di tristezza, di cui egli stesso non sapea rendersi ragione, e che non poche volte, quando egli si trovava al cospetto della consorte, il sospingeva a piangere come un fanciullo. Avvi nel fondo delle anime sensitive certi incomprensibili misteri, di cui indarno si cercherebbe trovar la spiegazione. Veggendo piangere il marito, Lucia, sulle prime, era spaventata, e gli occhi le si bagnavano parimente, di lagrime, ed ella chiedevagli la ragione di quel pianto. Eduardo non le rispondeva che stringendosela al cuore, e le chiedea perdono di affliggerla, e le prometteva che ciò non sarebbe più accaduto. La qual cosa non di meno si ripetea dopo mezz’ora, e ripeteansi del pari gli stessi trasporti di amore dall’una parte e dall’altra.
Peraltro, se noi dovessimo addurre una ragione di queste momentanee tristezze di Eduardo, diremo che egli, siccome tutti gli uomini d’una esagerata sensibilità, era profondamente geloso. Però, comechè siffatta passione non avesse alimento alcuno nella piena corrispondenza di affetti che ei trovava nella moglie, il cuor di lui era qualche volta inquieto per vaghi timori, per apprensioni lontane, per quella debolezza di animo che accompagna sempre le grandi e profonde passioni. D’altra parte, ancor viva era la rimembranza dell’amor di Lucia per Daniele de’ Rimini: e questo pensiero non lasciava di gittare un’ombra sulla felicità di Eduardo.
Noi non entreremo nell’intimo del cuor di Lucia per investigare se la ricordanza di Daniele il facea battere ancora. Il cuor della donna è un santuario di cui fa d’uopo rispettare i misteri, tenendoci contenti a quella amorosa luce che da esso deriva e che anima, ravviva e riscalda tutto ciò che lo circonda. Gli è certo che Lucia amava suo marito coll’abbandono di tutta l’anima, colla delicatezza di un sentimento di gratitudine che nobilitava l’amore senza scemarne la intensità e la tenerezza. Eduardo le aveva detto, alla presenza del cadavere di Daniele: «Lucia Fritzheim, al sublime tuo cuore conviensi un cuor puro e vergine di affetti: alla tua mano ardente di giovinezza conviensi una mano parimente giovane e forte»: E queste parole l’aveano salvata dalla disperazione e forse dalla morte: queste parole aprivano dinanzi a lei una vita novella, nel momento che una tomba schiudevasi, nella quale tutte le parea che andar dovessero ingoiate le speranze che annodano la donna alla vita. Daniele aveva occupata tanta parte nell’esistenza di Lucia, che costei credeva non poter il suo cuore esser capace di altro amore. Ma è questo uno de’ più validi argomenti a dimostrare la profonda miseria e debolezza dell’uomo. Nei momenti di disperazione egli gitta uno sguardo nel proprio cuore, e dice a sè medesimo: Ora posso morire, perchè tutto è morto di quanto mi attaccava alla vita. Un istante dappoi, sorge una emergenza felice, ed ei si slancia novellamente con trasporto e fiducia nel campo dell’avvenire.
Eduardo non avea sposato Lucia che circa sei mesi dopo la morte di Daniele: egli avea rispettato il lutto del cuore di lei. Coloro i quali veggono tutto co’ colori dell’esagerazione e che non perdonano mai alle azioni di una donna, quali si sieno, ammiravansi del come subitamente si fosse spento nel cuor di Lucia il suo ardentissimo affetto per Daniele, ed ella avesse, dopo men di sei mesi, dato la mano di sposa ad altro uomo. Noi, pel converso, veggiamo in questa condotta di Lucia la più bella pruova della nobiltà della sua anima. Doveva ella sacrificarsi ad un eterno e sterile rimpianto? La lieta e prosperevole sorte della sua disgraziata famiglia non sarebbe stata sacrificata ad una vana ostentazione? Un rifiuto non sarebbe stato la più grande ingiuria alla Provvidenza e la più indegna ingratitudine verso un cuor nobile, affettuoso e leale, che era stato sì profondamente commosso dalle sventure e dalle virtù di lei?
Crediam superfluo di aggiungere che Eduardo amava i fratelli di Lucia come suoi fratelli, ed in ispezialità quell’infelice creatura di Uccello, verso il quale Eduardo era prodigo delle più tenere cure, trattandolo con quelle blandizie e adescamenti onde soglionsi prendere i pargoletti.
Marietta la sorella minore di Lucia, erasi fatta assai più bella, benchè un poco più seria... Il viaggio e le contentezze di ogni maniera le avean dato una incipiente pinguedine. Ella era così felice nel veder felice la sorella! Al che si aggiungevano le tante vesti e scialli e merletti che il cognato le regalava, e che pur formano tanta parte della felicità d’una fanciulla, d’una donna. Laonde s’immagini ognuno s’ella amasse Eduardo! Colla sorella; Marietta non parlava che di Eduardo, non volea sentir parlare che di lui, e spesso dicea, colle lagrime agli occhi e col riso sulle labbra, che se Dio avea tolto il senno a un fratello e la vita ad un altro, che pur qual fratello ella aveva amato, le aveva dato in compenso un fratello che era... e qui sciorinava tante lodi stravaganti, e diceva tante curiose assurdità, che Lucia ed Eduardo ne ridevano di cuore, e più amavano quella vispa ed innocente creatura. Eduardo solea dire, per ischerzo, che egli amava più Marietta che Lucia, e che, quella era più bella di questa, perchè avea come lui, occhi cerulei e capelli biondi.
In sul principiar del capitolo precedente lasciammo, in una stanza dell’Albergo des Princes a Parigi, Eduardo occupato a leggere il Debats, e Lucia a scrivere una lettera. Non poche volte Lucia era stata costretta ad asciugarsi gli occhi che le si empivano di lagrime, mentre ella fermava sulla carta i suoi pensieri. Dicemmo che Eduardo era inquieto per una certa impazienza di aspettativa; in fatti le sei erano sonate da un quarto d’ora ad un magnifico orologio da tavolino, e la persona che Eduardo aspettava avrebbe potuto arrivare da oltre un’ora.
— Che ti sembra della mia lettera? avea dimandato Lucia alla sorella, alzando su lei i suoi belli occhi neri. Marietta era tutta piegata col corpo e colla testa in sullo scritto; per modo che Lucia incontrato il volto della sorella sì vicino al suo, vi stampò due baci sonori, che le furon renduti con usura dalla vispa fanciulla.
— La tua lettera è bella come te e come la persona a cui è diretta.
— Adulatrice!
— No, davvero ti dico, sorella, disse Marietta cogli occhi rossi di pianto, tu hai certi pensieri, certe espressioni, ch’io non so come le abbi e dove le vadi a pescare... Un letterato, un poeta, e sia pure l’eccellentissimo signor Eduardo Horms, non potrebbe scrivere meglio.
Il giovine, udendo nomarsi, alzò gli occhi.
— Di che si tratta? Ah! hai finita la tua lettera, Lucia; bravo... sentiamola... A chi scrivi?
— Bravo! Sentiamola!... A chi scrivi?... ripetè Marietta, contraffacendo la voce del cognato; e questo è appunto quello che non vogliamo dirvi... Gli uomini non debbono impacciarsi negli affari delle donne. Vogliam noi forse conoscere quello che dice cotesta cartaccia stampata che avete nelle mani? Le donne colle donne e gli uomini cogli uomini.
Eduardo sorrise, e si alzò gittando sovra una mensola il giornale: egli si era avvicinato al tavolo dov’erano la moglie e la cognata.
— Via, via, Marietta, disse Lucia, per questa volta sola gli daremo il piacere e l’onore di metterlo in terzo nelle nostre faccende.
— Ebbene, signor geloso, ripigliò prestamente Marietta, mettendo la mano sulla lettera per non farvi gittar gli occhi a Eduardo, noi abbiamo scritto... indovinate a chi?
Marietta dette un’occhiata alla sorella.
— A chi avete scritto?
— Ebbene... al mio innamorato, soggiunse in aria solenne la graziosa fanciulla.
— Bravissimo!... sclamò sorridendo Eduardo, al tuo innamorato! E Lucia ti fa da segretario n’è vero?
— Lucia è meglio fatta per queste cose... non è la prima lettera di questo genere ch’ella scrive... Mi ricordo ben io... a S. Maria degli Angeli alle Croci...
Uno sguardo supplichevole di Lucia impose silenzio alla troppo indiscreta verbosità della fanciulla... Il sorriso era sparito dalle labbra di Eduardo, e una nube di tristezza ne aveva coperta la bella fronte... Egli avea compreso che trattavasi di Daniele dei Rimini.
— Abbiamo scritto a Emma Barkley di Gonzalvo, si affrettò a dire Lucia, per dissipare il rabbruscamento della fronte del marito. Leggi la mia lettera, Eduardo.
Questi tolse nelle mani la carta e lesse:
«Parigi, 28 giugno 1829. — Dilettissima e generosa amica — Questa mattina alle 12 siamo arrivati in questa capitale della Francia in ottimo stato di salute, per la mercè di Dio. Noi non ci siamo trattenuti che poche ore a Marsiglia, però che mio marito avea grandissima premura di giungere a Parigi per la compera diffinitiva del quadro di Federico Lennois, siccome forse vi è noto, e che mio marito assicura essere il più stupendo lavoro di pittura dei tempi nostri. Ben sapete se egli s’inganna nei giudizi che dà sulle opere di arte. Del resto, tra poco l’Europa ne giudicherà, dappoichè il quadro avrà il suo posto nella Grande Esposizione che avrà luogo in questa capitale nel corso dell’entrante mese. Non abbiamo avuto un momento di tempo in tutta questa giornata, ed ora il mio primo pensiero è quello d’intrattenermi con voi, e dirvi quanto io sono felice a fianco del migliore degli uomini, e nel mezzo dei miei cari fratelli. O Emma, io credeva che le sorgenti della mia sensibilità fossero state per sempre inaridite dalle mie sventure; ma Iddio mi ha benedetta con tesori di amore! Vi scrivo questa lettera bagnandola colle mie lagrime di gioia, la quale divide con me la mia buona sorella Marietta, che m’incarica di dirvi tante cose, e di abbracciarvi mille volte... Ma, ohimè! quando penso al vostro dolore, dilettissima amica, io mi rimprovero di esser felice, e di parlarvi della mia contentezza, quando voi piangete la morte del Duca vostro padre! Questa notizia fu per noi un colpo di fulmine. Morto apoplettico! Se aveste almeno potuto raccoglierne gli estremi aneliti! Che cosa farà la Duchessa vostra madre? Iddio l’assista, e accordi forza a entrambe per sopportare una tale impensata sventura.
«Per distrarvi un momento dal dolore, vi dirò che questa mattina stessa ho saputo che nella galleria del Piccolo Lussemburgo sono esposti alla vendita, a favore dei poveri, i lavori delle più distinte dame di Parigi: due volte all’anno si fa una simil vendita. Questo nobilissimo pensiero fu della Viscontessa di Ambray. Mi si dice che vi sieno stupendi lavori, tra i quali gli abiti ornati di ricami, opera della Marchesa di Gosse, non meno che altre magnifiche fatture della Signora Ecquerello e di Madamigella O... Domani mi recherò al Piccolo Lussemburgo a fare qualche compera; e voi permetterete che la moglie del Banchiere Eduardo Horms ardisca offrire ad Emma Barkley un piccolo ricordo di Parigi quale attestato di gratitudine pei tanti favori ond’Emma di Gonzalvo confondeva in Napoli la povera Lucia Fritzheim... Oh con quale amore io bacio ogni giorno il prezioso anello che mi metteste al dito la prima volta che onoraste di vostra presenza il nostro povero tugurio! Eduardo mio marito è geloso di quest’anello, ma il poveretto non me lo dice per tema di dispiacermi.»
A questo punto Eduardo interruppe la lettura della lettera, e guardò la moglie con uno di quegli sguardi più loquaci di qualunque frase: un mesto sorriso sfiorava le sue labbra. Egli continuò:
«Quest’anello, voi lo diceste, è il simbolo del legame fortissimo che unisce i nostri cuori. O Emma, dopo mio marito e la mia famiglia, voi siete il mio pensiero, l’amor mio. Quando sarà che io vi riabbracci?
«Mia sorella Marietta e i miei fratelli mi incaricano di dirvi un milione di cose, che voi indovinerete; e vorrebbero abbracciarvi, se voi loro il permetteste, come vi abbraccio io da amica appassionata.
«I saluti più affettuosi all’ottimo vostro marito,
«Addio, Emma, addio. Possa la mia felicità riverberar su voi e dissipar quella tristezza da cui è oppresso il vostro animo! Addio, dolce amica; un altro abbraccio, un altro bacio della vostra.... LUCIA.»
La lettera era finita, ed Eduardo era ancora cogli occhi sovr’essa, rigustando il piacere di leggerla sottovoce.
Non dimentichiamo di dire che i pochi mesi della sua dimora in Napoli erano bastati a Eduardo per imparare l’italiano. D’altra parte, non s’impara in un attimo la lingua parlata dalla donna che si ama?
Eduardo trasse dal suo taccuino il lapis, e a piè della lettera pose in inglese:
«Eduardo Horms rende i più devoti omaggi a Mrs Barkley, e la prega di dire a suo marito che col prossimo corriere riceverà sue lettere.»
Un cameriere si presentò alla porta del salone.
— Finalmente! esclamò Eduardo gittando la lettera sul tavolo; ebbene, perchè tardaste tanto? L’avete trovato?
— Egli mi segue, signore.
— Ah! bravo!
Eduardo corse verso l’uscio, dove si abbattè faccia a faccia con Ferdinando Ducastel.
Il servo si ritirò per lasciar passare il novello arrivato.