IL MIO CADAVERE
FRANCESCO MASTRIANI
PARTE PRIMA
ROMANZI
Proprietà letteraria, dell'editore Cav. Gennaro Salvati acquistata con rogito per notar Tucci.
FRANCESCO MASTRIANI
IL MIO CADAVERE
ROMANZO
IV
NAPOLI
STAB. TIP. CAV. GENNARO SALVATI
(Casa Editrice)
Maddalenella degli Spagnoli, 19
Parte Prima
Timor mortis conturbat me.
Salmi.
I. LA FAMIGLIA DELLO STRADIERE
Se un viandante qualunque, trattovi per casualità o per vaghezza di solitarie meditazioni, in sull'imbrunire d'una bella sera di està dell'anno 1826 si fosse trovato a scendere pei greppi posti a ridosso del Real Albergo de' Poveri e di S. Maria degli Angioli alle Croci, si sarebbe certamente soffermato passando da costa a un povero abituro, diruto in gran parte per le scosse del tremuoto detto di S. Anna, avvenuto nella sera del 26 luglio 1805. La cagione che avrebbe indotto il supposto passeggiatore a fermarsi dappresso a quell'abituro, era, il sentirsi in una stanza del secondo ed ultimo piano, quello propriamente che dava le viste di essere il più danneggiato, voci di pianto che avrebbero straziato un macigno: quelle voci erano la più parte di donne e di fanciulli; ed, alle smozzicate parole, ai moncherini di frasi che si mischiavano ai singulti d'un pianto che parea di disperazione, si capiva che una cara persona di quella famiglia era morta o moribonda. Ed in fatti, un uomo era presso a spirare.
Quest'uomo era il capo di quella famiglia.
Inoltriamoci nell'interno del misero abituro. Spettacol sublime e commovente! La religione, che sorregge gli ultimi istanti della vita di un padre; che gli sta per dischiudere le porte del cielo; la religione che sola rimane accanto al capezzale del moribondo, anello divino che congiugne il tempo alla eternità; la religione, che vive nelle lagrime, volgeasi benanche ai superstiti per mitigarne il dolore acerbissimo.
Un sacerdote stava dappresso all'infermo vegliardo, ed in pari tempo che iva ravviando al cielo i pensieri dell'uomo giunto all'estremo della sua carriera, egli era prodigo di affettuose parole e di cure amorevolissime verso i costui figliuoletti, disacerbando e acquietando l'esagerata escandescenza di un dolore che non conosce limite nè freno.
Era questo ministro di Dio giovane ancora, perocchè parea che sol di fresco avesse varcato i trent'anni. Nelle sue sembianze, cosparse di pallidezza leggeasi un'anima di angiolo, e massime negli occhi che erano pregni, di una pietà incommensurabile. Per due notti e tre lunghissimi giorni di estate quel venerando ecclesiastico non si era dipartito da quella casa, in cui parea che tolta si fosse la nobile missione di surrogare appo quella famigliuola le paterne cure, di cui i miserelli figli eran privi, e per mancanza di madre e per l'infermità del genitore. Egli somministrava i medicamenti all'ammalato, e li facea comprare col proprio danaro; riconfortava quello a sperare nel cielo, ad aver fiducia nell'arte salutare; e quando lo infermo, per trista convinzione, dimenando il capo rigettava ogni argomento di speranza, Padre Ambrogio (così nomavasi il reverendo) gli tenea diverso linguaggio: parlavagli delle miserie dell'umana vita, del nobil fine dell'uomo creato a più alti ed immortali destini, il riconsolava, mettendogli dinanzi agli occhi la tenerissima e sacra memoria che di lui avrebbero serbato i suoi figliuoli, l'onorato nome che ei lasciava loro, il compianto generale e le preci che lo avrebbero accompagnato allo eterno riposo, e da ultimo quel santo uomo il rassicurava sull'avvenire dei fanciulli, promettendogli di non abbandonarli giammai e di aver per essi le sollecitudini amorose e le cure di un padre.
Nè a quest'officio pietoso, ma tristo, limitavasi Padre Ambrogio; sibbene, ne' momenti in cui il moribondo avea meno bisogno dell'opera sua e della sua assistenza, quel sacerdote era tutto d'attorno a' fanciulli. E quel generoso attingeva nei tesori della sua pietà argomenti di conforto pei più grandetti che comprendeano l'amarissima perdita che tra poco avrebbero fatta, e di distrazione al più piccolo, il quale sovente piangeva in veggendo piangere, ma nulla comprendea della ragione di quel pianto, o vagamente, l'attribuiva alla malattia del babbo.
Padre Ambrogio era una di quelle creature, perle della umanità, le quali sembrano aver ricevuto dal cielo l'esclusivo incarico di rappresentare la Carità in sulla terra, non già quella carità monca e superba che si tien contenta e soddisfatta nel gittare dall'alto l'obolo della limosina, ma che consola, ravviva, si piega, si umilia: quella carità che pone ad atto la vera e sola eguaglianza cristiana tra gli uomini, quella che provviene da vicendevole amore. Padre Ambrogio comprendeva tutta la altezza del suo divino ministero; abnegazione intera, dilicata, ragionata a pro della umanità sofferente. Additando il cielo, porto supremo di salute, ei leniva i mali della terra; parlava agli umili e ai poveri della loro grandezza innanzi agli occhi dell'Eterno; ai superbi mostrava il nulla del fasto umano, la vanità dei beni mondani: i dissoluti poneva al cospetto della vergogna dei loro vizii; aveva in copia grandissima argomenti e parole per ogni miseria, per ogni debolezza; amava gli uomini quando più eran ciechi di mente o gravati di mali o caduti all'imo dell'obbrobrio.
Cinque figliuoli rimaneano deserti dei loro genitori, due donne e tre maschi.
Lucia era la secondogenita. Benchè non ancora arrivata al quarto lustro di sua età, questa fanciulla avea tutto il senno e la prudenza d'una donna; era ella in qualche modo la madre dei suoi fratelli: e il governo della famiglia veniva retto da colei che vi mettea una tale accuratezza una tal pazienza e tanto amore, che spesso ella privava sè medesima di qualche cosa per non farne difettare i fratellini. Una sensibilità eccessiva formava il complesso del suo carattere, come la pietà era tutta la anima sua, la vita sua. Lucia non potea vivere senza consacrarsi a ben fare, senza innumerevoli sacrificii giornalieri, senza dar corso a quel fiume di amorevolezza che le traboccava dal cuore. Iddio l'avea creata per amare e soffrire, e i suoi giorni non furono infatti che il continuo esercizio di questo duplice destino della donna. Lucia non era bella di volto, se si guardi alla regolarità delle fattezze, ma gli occhi suoi erano la più sublime espressione dell'anima umana. Non si potea guardarli senza sentirsi piovere sul cuore torrenti di dolcezza: eran belli oltre ogni credere, e diffondeano su tutta la sua persona l'incantesimo che ne derivava.
Abbiam detto che Lucia era la secondogenita; chi dunque era il primogenito?
Il primo figliuolo di Giacomo era un idiota, il cui vero nome era Giovanni, ma che veniva comunemente addimandato per ischerzo Uccello, imperocchè il tapino nel camminare, non potendo ben sorreggersi su i piedi, equilibravasi stendendo in certo modo le braccia e appuntando i gomiti, a guisa delle ali di uccello. Una lunga e tormentosa malattia da lui sofferta nella fanciullezza, per cui scampò di morte quasi per prodigio, gli avea affranto per forma il sistema nervoso e muscolare, che, oltre all'avergli storte le dita dei due piedi e della mano sinistra, ed isviata la pupilla dal suo centro regolare, gli aveva tolto interamente l'uso delle facoltà intellettuali. Uccello (d'ora in appresso così il chiameremo), essendo eziandio balbo e scilinguatello, malamente articolava i suoni e le parole; ed era curioso il sentirlo a parlare quando si adirava contro qualcuno, chè in questo caso più che pel consueto lo scilinguagnolo gl'imbrogliava o arroncigliava siffattamente le parole con la bava che gli veniva in copia alla bocca che era un vero fuoco d'artificio.
Il mal caduco, che frequentemente colpiva l'infelice, si aggiungea per rendere estremamente misera questa creatura.
Per compire il ritratto d'Uccello dobbiam notare, che, quantunque in età di ventitre a ventiquattro anni, era bassa la sua statura e privo di lanugine il suo volto, sì che parea non esser giunto per anco all'adolescenza. Ad ogni minima opposizione alla sua volontà infantile, per qualsivoglia tenue contraggenio, ei piangeva dirottamente siccome fanno i bambini; e tosto allietava il volto e mandava un suono come di riso quando gli si dava il trastullo o il cibo che chiedeva. Mirabil disposizione della Provvidenza! Uccello in questi momenti che otteneva quello che bramava era felice, compiutamente felice, come l'ambizioso che aggiugne e tiene l'intento suo, come l'avaro da costa al cassettino dei suoi tesori, come l'amante nelle braccia della sua amata.
Uccello aveva nel suo idiotismo una singolare simpatia per Lucia più che per l'altra sorella e per gli altri fratelli. Oh come era felice il povero idiota allora che gli riusciva rubare un bacio alla sorella prediletta! Come ne gioiva! Come ribaltava quel morto cuore quando se la stringea sul petto! Ben è vero che rare volte si arrischiava a far questo, per l'invincibile timidezza che gl'ispirava il contegno serio di Lucia; ma, se talvolta la vedea meno pensierosa del solito, se la sorprendeva a sorridere per le goffaggini che egli balbettava, oh... allora non sapeva resistere, e le si gettava al collo come un cagnolino. Quando ciò faceva l'idiota, Lucia incominciava dall'andare in collera, indi rabbonavasi, e finiva non poche volte con imprimere un bacio sulla fronte stretta e compressa del miserello, il quale non rifiniva in questo caso di saltare per la gioia e di dire tante cose e sì in fretta che la sorella niente ne capiva.
Gli altri tre figliuoli di Giacomo lo stradiere erano una giovinetta di circa quindici anni a nome Marietta, e due fanciulli chiamati Giuseppe e Andrea.
Marietta, fanciulla vispa e leggiera, più bella di Lucia, avea occhi cilestri e capelli biondi. La più strana e notevole differenza era tra queste due sorelle. Comechè entrambe compassionevoli, buone, e dotate a dovizia di cuore eccellente, la Marietta affogava i generosi e nobili istinti del suo cuore sotto una pazza e stravagante allegria, che trasmodava insino all'insolenza. Ella non era già dissimile dagli altri suoi fratellini nel ruzzar fragoroso, nello starnazzare su e giù per la casa, nel tormentare la vecchia fantesca, tipo di pazienza verso quelle creature. La Marietta non si facea scrupolo di dar la baia agli amici di suo padre, ed in ispecialità ai più brutti, di spingere i fratelli addosso ai pezzenti; sovente con una mano porgeva al mendico l'obolo o il pane della carità, coll'altra gli tirava di dietro gli stracci di abiti, sganasciandosi dalle risa assieme ai suoi piccoli complici. Ammiravansi tutti come facilmente questa giovinetta, che si abbandonava a tutta la naturale gaiezza del suo temperamento, ponea subito freno alle sue fanciullaggini allora che pareale che queste dispiacessero alla sorella; e come in copiose lagrime tosto rompesse, se dal padre o da Lucia le venisse qualche volta severa ammonizione o rimproccio.
Era tra le due sorelle quella differenza che passa tra la pietà dolcissima, trista, dilicata, e la bontà spensierata, pazzognola, indiscreta.
Veggendo unite la Lucia pallida, dagli occhi e dai capelli neri, con quel corpo alto, leggermente curvato, quasi debil canna che si chini a sorreggere l'alga debolissima, e la Marietta, vivace, spirante salute e allegrezza, di bassa e complessa statura; avresti detto esser quelle due fanciulle le immagini perfette dell'aurora bionda e ridente, ripiena di speranze e di vita, e della sera, bella del pari, ma scolorata e malinconica per ricordanze e rammarichi.
Un altro sentimento contribuiva a far più spiccare la differenza fisica e morale delle due sorelle: l'amore, che è tutta la vita d'una donna, tutto il suo avvenire, tormento dolcissimo delle anime nobili, e gentili, mondo interminabile di commozioni violente, in cui regna un solo essere, l'oggetto amato.
Lucia amava. Verremo più tardi ampiamente parlando di un tale amore, onde Iddio voleva provare tutta la sublime rassegnazione di quell'anima.
La sera gittava già le sue ombre in quella casa dove la morte si apprestava a cancellar dal libro della vita il nome di Giacomo lo stradiere.
Oh quanto ci duole di dover presentare ai nostri lettori quest'uomo nei momenti estremi di una vita povera, ma onesta e intemerata, modello di saggezza, di carità, di evangelica morale, modello, che sebbene si vada rendendo sempre più raro tra le classi bisognose della società, non manca di rialzare a quando a quando la dignità dell'uomo anche sotto la più dura fatica e nello stato più dimesso ed umile.
Da lunghi anni Giacomo Fritzheim, svizzero di origine, esercitava l'officio di stradiere nelle Regie Dogane di Napoli. Uom robusto e laborioso, di non comune intelligenza e istruzione, e d'una probità a tutta pruova, egli era amato da' suoi superiori, rispettato da' suoi compagni, idolatrato dalla famiglia. La moglie, morta per effetto di parto prematuro, era così buona e compassionevole, che il più bel giorno della sua vita fu quello in cui il marito, reduce da un piccol viaggio fatto nell'interno del reame, le recava a casa un fanciullino di quattro in cinque anni, raccolto di notte nel mezzo di un bosco, morto di freddo e singhiozzante per pianto convulsivo.
Fin dal giorno in cui Giacomo perdè l'amata compagna, ch'era tanta parte di sua vita, si era abbandonato a quella invincibile tristezza che opprime i cuori virtuosi e appassionati quando morte gli strazia nei loro affetti più cari.
Giacomo parea non portare il peso della vita che per sostenere gli innocenti figliuoli, tenerelli ancora e bisognosi di ogni aiuto: parea come se di repente altri venti anni gli si fossero accresciuti in sulle spalle, che al presente eran curvate come ad un vecchio ottagenario; i suoi capelli, che innanzi della morte della moglie conservavano ancora il colore della giovinezza, imbiancarono tosto, e parte caddero precedendo nella terra quella testa veneranda, che verso di essa chinavasi ogni giorno vieppiù. Quelle labbra su cui la calma della coscienza richiamava spesso il riso della gioia, or si negavano ad ogni sorriso; e, soltanto nei momenti in cui vedea raccolti intorno a sè gli amati figliuoli, l'anima gli si schiudeva ad una dolce mestizia, la quale bentosto volgeasi in tristezza per lo scorgere ch'ei facea sulla impensierita fronte della diletta figliuola Lucia la malinconia di una vergine passione.
Da qualche tempo Giacomo, quasi presago della sua prossima fine, si staccava a malincuore dal seno della propria famiglia, per la quale il suo amore sembrava centuplicato; i suoi occhi che già tante lagrime aveano sparse pel figlio Giovanni e poscia per la perdita della consorte, ora si umettavan di continuo; e, rimirando con tenerezza estrema i suoi figli, spesso il buon padre piangeva di soppiatto, e particolarmente per la Lucia ed Uccello, come i più miseri, la prima per troppa squisita tempera della sua fibra, il secondo per la imperfezione delle sue morali e fisiche facoltà. Lucia era infelice perchè troppo sensitiva; Uccello perchè privo di quel senso divino che rende l'uomo superiore al bruto.
Già da alquanti mesi, prima di esser ridotto alle porte del sepolcro, Giacomo si lagnava di una fiacchezza eccessiva per tutte le membra per la quale gli riesciva faticoso qualunque movimento ei si facesse; ed or, nascesse da ignoto e ascoso male che ivagli già serpeggiando pel sangue, or fosse effetto di quella specie di abbandono di ogni cosa terrena che prende gli uomini vicini al loro termine, il dabbenuomo facea sforzi inauditi per recarsi al suo posto di stradiere, perchè zelantissimo del proprio dovere. Ma un mattino il buon Giacomo non potè levarsi di letto; una strana enfiagione gli si era manifestata negli arti inferiori; il giorno appresso, questa enfiagione sparì, ma sul volto dell'infermo apparvero certe macchie di rosso vivido; il respiro era difficile e affannoso.
La gotta, che era stata per lo passato la consueta malattia di Giacomo, gli era questa volta piombata nel petto.
Dopo alcuni giorni d'infruttuosi rimedii, lo stato dell'infermo fu dichiarato inguaribile.
Nel momento da cui diam principio a questa trista narrazione, il medico non avea dato che poche altre ore di vita al misero Giacomo, il quale già si era cogli aiuti della religione fortificato al solenne passaggio.
Nella camera dov'è il letto dell'infermo è raccolta tutta la costui famiglia. Non ostante le parole e i conforti di Padre Ambrogio, il comune dolore disfogavasi in un lagrimar comune. Tutti quei cari figliuoli non voleano staccarsi un sol momento dal letto paterno.
Una candela di sego messa sovra un vecchio cassettone illuminava la camera, la quale sarebbe rimasta al buio, a dispetto di un lumicino acceso in un bicchiere dinanzi ad un quadro della Madonna del Carmine, e che, per essersi quasi tutto l'olio consumato, andava bruciando la rotellina di carta, schizzando e friggendo sull'acqua che si era scoperta sotto l'olio strutto. Lucia, col volto bianchissimo come panno lavato, coi lunghi capelli rabbuffati su per la fronte e le spalle, non si era da due giorni ristorata nè di cibo nè di sonno. Distesa a metà del corpo sul letto del padre, ella non muoveva i suoi occhi ardenti di lacrime dagli occhi del genitore, il quale, non potendo più reggersi nè dall'uno nè dall'altro de' fianchi, era in qualche modo costretto a guardar sempre lei. Nondimeno ei girava talvolta inquieto le pupille, quasi avesse richiesto di qualcuno assente, e poscia ritornava a fissare uno sguardo ineffabile sulla figliuola carissima; e quello sguardo era di un amore d'un'ansietà che l'umano linguaggio non potrebbe tradurre nè far comprendere.
Marietta, quella fanciulla sì leggiera, sì spensierata, piangeva a dirotte lagrime. Ella teneva abbracciati i suoi due fratelli, i quali piangevano come lei, e le domandavano perchè da qualche ora il babbo più non parlava e più non si lagnava... Marietta, invece di rispondere, singhiozzando baciava Andrea, il più piccolo dei fratelli.
Padre Ambrogio più non impediva lo sfogo di quel giusto dolore, ma facea comprendere alla Marietta che il suo pianto e quello dei fanciulli avrebbe trafitto il cuore del povero vecchio e distolto i suoi pensieri dall'eternità.
A tal ragione la Marietta non si acchetava, ma muovea co' fratelli nella stanza contigua; dove più libero dava il corso alle lagrime.
Presso l'uscio della camera, dov'era l'infermo, si fermava di tempo in tempo Uccello, chiedeva con volto stupido e sorridente se il padre fosse morto, e quindi tornava ai suoi balocchi nella cucina, vale a dire tornava a ruzzar con due gatti, che formavano tutto il suo divertimento, e che egli amava sopra ogni cosa al mondo.
Erano le dieci della sera, cioè due ore di notte all'italiana.
Padre Ambrogio, seduto appo il capezzale del moribondo, recitava ad alta voce le orazioni che accompagnano la dipartita delle anime cristiane, quando l'infermo, fatto uno sforzo violento, alzò il capo e con distinta voce disse due volte:
— Daniele... Daniele...
Era questo il nome del suo figlioccio, del trovatello da lui allevato, ed ora giovine di circa ventidue anni. Ah! Da due giorni che il misero vecchio non avea fatto altro che dimandare di Daniele; il quale erasi mandato a cercare nella sua abitazione; gli si era fatto dire che il padre Giacomo era gravemente infermo e vicino forse a trapassare. Daniele aveva risposto che sarebbesi affrettato a vederlo, a dipendere dai desiderii di lui; ma intanto non appariva.
Padre Ambrogio osservò sul volto dell'infermo, quando costui ebbe proferito due volte il nome di Daniele, un'angosciosa ansietà mista ad un dolore profondissimo. Tutto comprese l'ecclesiastico, che conosceva la storia di questa famiglia, ed esclamò fra sè medesimo:
— Oh l'ingrato! l'ingrato! Iddio abbia pietà di lui!
Voltosi poi verso l'infermo gli disse:
— State di animo sereno, Giacomo; Daniele non tarderà a venire; il poveretto non ha saputo che quest'oggi che il vostro male si è aggravato... Egli verrà... siatene certo, egli verrà.
Dette queste parole, Padre Ambrogio gittò uno sguardo furtivo su Lucia, e il suo cuore fu straziato.
Questa misera fanciulla aveva nascosto il capo nel piumaccio che era su i piedi del padre, e singhiozzava con un pianto convulsivo.
Non ci era più luogo a dubitare: Daniele più non l'amava!
Non erano scorsi pochi minuti da che Giacomo avea parlato, ed un personaggio si presentò alla soglia di quella camera.
Egli era Daniele.
II. IL GIURAMENTO
Singolare contrasto offrivano le vestimenta e l'aspetto del nuovo arrivato con lo stato quasi indigente di quella casa.
Era Daniele un giovine di statura altetta, di volto piuttosto bruno, di folti capelli bene allustrati e tagliati a leggiadra zazzerina; gli occhi parimente scuri e malinconici acquistavano un'espressione di cupa intelligenza per l'inarcare ch'ei facea sovente le nere sopracciglia; non avea nè baffi nè barba.
Il suo vestito era de' più ricercati e di gusto per que' tempi. Un soprabito alla prussiana e da cavalcare color verde salice; calzoni bianchi a mezza gamba, stivali con gli sproni, cappello bigio.
Daniele avea lasciato alla porta di quel modesto abituro il suo cavallo morello, sul quale era venuto. Diremo nel prosieguo di questa storia perchè in età giovanile e in pochi anni di esercizio della professione di maestro di musica, Daniele fosse già padrone di una modica agiatezza.
Non si creda che Daniele avesse preferito di venire a cavallo per affrettare il suo arrivo alla casa dello stradiere; però ch'egli non si era dato la minima premura di accorrere presso il suo benefattore moribondo e presso la fanciulla che ardentemente lo amava. Per due giorni il giovine non avea pensato neppure per sogno alla infermità di Giacomo, all'amor di Lucia, alle iterate richieste che di lui avea fatte colui che per oltre a quindici anni lo avea nutrito col proprio pane e lo avea amato come un altro suo figlio. Daniele non ci avea pensato nemmanco per un momento: dappoichè un pensiero fitto come un chiodo gli si era messo nel capo, e gli dava cruccio, smania indicibile, indurimento di cuore, indifferenza su gli altrui mali.
Nel giorno da cui abbiam cominciata questa storia, Daniele verso le 23 ore italiane, fornito il giro delle sue lezioni di musica, per disviare alquanto la tristezza che l'opprimeva, era andato a passeggiare a cavallo verso il Campo di Marte. Al ritorno, in passando d'accosto al Real Albergo de' Poveri, gli venne ricordato di Giacomo lo stradiere, che dimorava alle spalle di questo Stabilimento di carità, dov'egli forse sarebbe stato gittato qual trovatello, se quel generoso non gli avesse dato ricetto, sostentamento, educazione nella propria casa tra gli altri suoi figli amandolo al pari di questi. Allora soltanto ricordò che parecchie volte il suo morente benefattore lo avea mandato a chiamare.
«Andiamo, diss'egli seco medesimo dando al suo cavallo la direzione della casa di Fritzheim, se egli è vero quel che mi si è detto, il buon uomo non ha molti dimani a vedere. Incominciavo un poco a seccarmi de' suoi continui rimproveri. È vero che di molto io gli sono debitore, ma alla fin fine qualche cosa ho fatto anch'io per lui da qualche anno a questa parte; non gli ho mandato denaro? Non ho fatto di bei regalucci a Lucia? Ma or che ci penso; par che costei abbia preso in sul serio le nostre fanciullaggini amorose. Che diascine! Men ci vuole che una testolina come la sua per creder vero a vent'anni quello che si è detto a quindici. Follie! Or più che mai questa chimerica unione sarebbe impossibile. Quand'anco io non avessi qui in questo mio cuore scolpita quella cara immagine di Emma, che mi divora a fuoco lento, io non acconsentirei giammai ad essere lo sposo di Lucia. Che direbbe la società di me? Che direbbero i miei amici? Sposare la figlia di uno stradiere! Ed io mi esporrei con tal matrimonio a render nota a tutti la mia storia, perocchè, non ci cade alcun dubbio, al domani delle mie nozze si saprebbe nel paese che Daniele de' Rimini non è che figlio della sventura o della colpa, raccolto per carità dal padre della sposa! Ignominia! Un tal segreto vorrei che rimanesse un mistero per tutti. Se il padre Giacomo il portasse tutto con sè nella tomba!... Oh se Emma penetrasse!... Dio, Dio, non mi esporre a tal rossore!... Ella così superba de' suoi natali, così ricca... ricca e nobile! Ecco... ecco la felicità, il sogno ardente della mia vita! Ed io sposerei Lucia, povera, oscura, ignobile, figlia d'un vile stradiere! No no..... Quando io non era ancora conosciuto, quando non mi era ancora slanciato nel mondo, avrei forse potuto sposarla, imperocchè tutti avrebbero ignorato l'oscura mia origine, ma ora! Io ho fatto tanto per innalzarmi, ho gittato sudori e lagrime sul pianoforte, sono impallidito su i capilavori musicali, non solo per amore a quest'arte, che spero per altro abbandonare non sì tosto avrò raggranellato un po' d'oro, ma bensì per farmi una strada alla fortuna, per vedere di pormi ad un certo livello con quegli giovanotti miei amici, che non si starebbero dal darmi la beffa per questo ridicolo matrimonio ch'io farei a contraggenio, e che distruggerebbe per sempre ogni speranza di possedere quel tesoro di grazie che m'innamora, e quella dote onde io cesserei di essere una creatura mercenaria. Oh.... che ignobil cosa è il lavorare per vivere! Qual differenza tra Emma e Lucia! Ma che dico! Non sono io scemo di senno per istabilire un paragone tra queste due donne! Un paragone tra Emma e Lucia! È lo stesso che paragonare l'eleganza alla goffaggine, la farfalla alla mosca, la ricchezza alla miseria. Che compiuta educazione! Che linguaggio elevato, che nobiltà di sentire! e che bellezza! Oh quelle forme del suo corpo! quei capelli! quegli occhi!! Oh la mia testa, la mia povera testa!
Ciò dicendo, Daniele, il cui carattere da questo breve soliloquio i nostri lettori potranno in parte conoscere, era giunto all'abituro di Giacomo, sotto il cui tetto egli avea per molti anni riposato.
Nell'entrar che fece Daniele nella camera dell'infermo, Lucia si era incontanente alzata da su il letto del padre, avea fatto per correre incontro al giovine, ma a mezzo la camera sentì fiaccarsi le ginocchia, e quelle lagrime che fino all'arrivo di Daniele erano rimaste premute nel petto, quivi costretto dall'acerbità d'un doppio spasimo, rifluirono tutte in un momento alle ciglia della fanciulla per un ritorno di tenerezza e Lucia pianse per qualche minuto con quell'impeto irrefrenabile, che suol succedere ad una sì lunga compressione.
Oh quanto diceva quel pianto!
Daniele era rimasto alcun poco sulla soglia di quella camera, freddo spettatore della scena di tristezza che gli si offriva; poscia, senza rivolgere una sola parola a Lucia, si era inoltrato verso il letto di Giacomo, chinando leggermente il capo dalla parte ov'era seduto Padre Ambrogio. Maria, Giuseppe e Andrea lo avevano salutato con affettuosità, se gli eran messi d'intorno; un raggio di gioia brillò su quei volti infantili; la presenza di Daniele era per essi di buono augurio; eglino tutti aveano rifuso addosso a questo giovine quella espansione di affetto e di stima che l'idiotismo d'Uccello aveva in certo modo respinto e deviato.
Nel venire Daniele, Uccello si era recato nelle braccia i suoi mici ed era corso a far festa al Contino.
Era questo il nome che in famiglia si era dato al fanciullo Daniele, alludendo alle costui maniere riservate e schife non meno che al grandissimo livore dal quale insino dalla più tenera età questi era preso per l'invidia che gli eccitavano i fanciulli meglio vestiti o che passeggiassero in carozza o che fossero possessori di più bei giocarelli.
— Guarda, Lucia, disse Uccello alla sorella alzando con le punte delle dita le falde del soprabito di Daniele, guarda che bell'abito ha il Contino, bada che non se lo imbratti vicino a noi altri!
Queste parole, che l'idiota avea detto in tutta l'ingenua volgarità della sua favella, fecero apparire tutt'i colori sul volto di Daniele, il quale con un mezzo sorriso rispose battendo lievemente colla frusta sul capo dell'idiota:
— Non temere, Uccello, noi non ci faremo bruttar da nessuno; e poi non ci è paura, tu mi guardi le spalle.
Così fatte celie scambiate tra Daniele e Uccello presso al letto del moribondo rattristarono padre Ambrogio e Lucia.
Vi fu un momento di silenzio agghiacciato... Giacomo avea gli occhi chiusi, e la voce di Daniele non ancora aveagli colpito l'orecchio.
Padre Ambrogio si affrettò di far conoscere all'infermo l'arrivo del suo figlioccio con tanta ansia aspettato; onde, alzata alcun poco la voce, e fattosi più dappresso all'orecchio di lui dissegli:
— Signor Giacomo, il vostro Daniele è qui.
Il volto cadaverico del vecchio si animò subitamente, dischiuse gli occhi ne' quali brillò un raggio di viva gioia, e quelle pupille andarono in cerca di Daniele, e si affisarono su lui. Giacomo distese la destra al giovine, il quale senza torsi i guanti, se l'accostò alle labbra e vi lasciò cadere un freddo bacio, sfiorando appena l'epidermide di quella mano, quasi timoroso che gli si fosse appiccato il male del vecchio, e schifo di baciar la mano di un onesto gabelliere.
Erano molti anni dacchè Daniele non baciava la mano del suo benefattore.
Nello sguardo immobile del vecchio, in quella scintilla di fuoco che, attraverso le nebbie della morte, dardeggiava dagli occhi vitrei di Giacomo, fissi su Daniele, era un lacerante rimprovero, un dolore cocentissimo ma rassegnato, una speranza viva, ardente, una preghiera affettuosa, un comando.
Padre Ambrogio leggeva in quello sguardo queste diverse passioni, questo linguaggio misto di tanti affetti, di tante commozioni; e procurò di richiamare i pensieri dell'infermo a quella pacatezza che debbon serbare gli uomini che stanno in procinto di elevarsi su tutti gli umani affetti e passioni. Daniele era distratto, preoccupato, stava così come se si fosse trovato in una casa straniera, indifferente.
— Signor Giacomo, disse Padre Ambrogio, vi avea pur detto che questo caro giovine si sarebbe affrettato di venire a baciarvi la mano e ad accorrere a' vostri desiderii: egli è qua, compatitelo perchè oggi soltanto egli ha saputo essersi aggravato il vostro male.
Il buon prete avea poggiato la voce sulle parole oggi soltanto per farle ben notare a Daniele, il quale gittò su lui uno sguardo furtivo e disse anch'egli:
— Si, signore, soltanto oggi m'è stato detto che voi eravate infermo.
Daniele non avea detto papà Giacomo, siccome per lo addietro chiamava il suo benefattore. Questa parola signore avea messo il ghiaccio di morte nel cuore di Lucia.
Giacomo avea concentrate tutte le forze della sua vita in questo supremo momento, in cui egli voleva assicurare la pace e la felicità della figliuola. La mano del vecchio avea cercato quella di Daniele e non la lasciava: il pugno dell'infermo avea acquistato una forza straordinaria di cui lo stato di prostrazione in che lo aveva gettato il morbo parea che il rendesse incapace. Questa pressura indicava abbastanza l'ardente desiderio che il vecchio aveva avuto di riveder Daniele e il timore che questi si allontanasse.
Daniele sembrava portar con impazienza quello sguardo e quello imprigionamento della mano.
Passò qualche minuto.
Giacomo alzò il capo e fe' segno lo avessero adagiato su qualche cuscino per potersi reggere a certa altezza dal letto: un eccitamento estremo gli avea dato un'apparenza di salute e di forza.
— Un sorso di sidro, chiese il vecchio con voce distinta.
Era questa la consueta bevanda, di cui usava nello stato di sanità, e che gli dava soddisfazione, ilarità, lucidezza di mente; onde quasi mai mancavane qualche boccia nella famiglia, comunque povera.
Lucia corse, col cuore palpitante di speranza, ad aprire un vecchio armadio, dov'era riposto un avanzo di caraffa di sidro inglese, ne versò tre dita in un bicchiere, ed il recò al padre, accostandoglielo alle aride e scolorate labbra.
Giacomo bevve con ansia; ma la deglutizione opravasi con difficoltà, per modo che fu impossibile al misero vecchio di tranguggiare il bramato refrigerio che gli rimase in sulla lingua; tanto più che quella bevanda non è così fluida e potabile come l'acqua.
Giacomo gittò un profondo sospiro, scostò leggiermente dalla bocca il bicchiere e la mano che glielo porgeva, e volse gli occhi al cielo facendo tacita offerta a Dio delle sue sofferenze: il cuor di Lucia ne fu trapassato: nascose il suo capo dietro quello del padre e pianse la miserella, ma divorando nel cuore le amare lagrime che le strappava lo stato del genitore.
Giacomo non era uscito dal suo abbattimento per due giorni continui; poche e indistinte parole avea proferito in questo tempo, pochi segni avea dato di vita e di avvedimento. Ma ora un pensiere, un proponimento parea dargli una fittizia energia. Comechè privo del refrigerio che sperava ottener dal sidro, ei raccoglieva quasi per forza intorno al cuore la vita che gli fuggiva. Oh l'amor paterno! Chi può dire fin dove questa onnipossente affezione dell'animo può imperare sulla caduca, argilla? Chi può segnare i limiti della sua forza? L'amor paterno commove ed agita ancora il cuore di un cadavere pochi istanti di poi che morte vi ha soffiato il gelido suo alito: l'amor paterno è un raggio dell'anima immortale che rimane ancora attaccato alla famiglia, quando il corpo del padre rientra nella creta che il produsse.
Giacomo fe' cenno a Daniele di avvicinarsigli più, imperocchè non potea parlare che a stento e con voce fiacchissima.
Daniele, Lucia e Padre Ambrogio si strinsero al letto dell'infermo per udirne le parole. Marietta e gli altri due fanciulli intorniarono quei tre: e tutti pendevano con trambasciata ansietà dalle labbra del capo della famiglia.
— Daniele, disse il vecchio, ricordi tu quel che eri e quel che ora sei?
— Lo ricordo, rispose questi, alcun poco turbato da simile interrogazione.
— Ti rammenti di quella notte in cui ti raccolsi morto di fame e di freddo sopra una felce nelle boscaglie della Sila in Calabria?... Pensa, figlio mio che ivi saresti immancabilmente perito; le tue membra quasi nude erano intorpidite dal gelo onde eran tutti coperti que' boschi deserti e quelle valli; i tuoi occhi eran chiusi, ed appena uscia dal tuo petto un fioco gemito che si perdea ne' lunghi urli del vento tra gli scheletri della vegetazione. Fu la Provvidenza che guidò i miei passi in quel bosco tetrissimo: io avea smarrito il mio cammino, o per dir meglio, Iddio volle che io mi fossi per poco allontanato dalla strada regolare per menarmi a dar vita ad una innocente creatura. In questo supremo istante della mia vita che si spegne, benedico la Provvidenza che mi fece degno di esercitare la carità e di salvar da morte un caro fanciullo, ch'io poscia ho amato qual mio figlio, e che ora amo con tutta la tenerezza paterna, quanto amo queste infelici creature che la mia morte lascerà diserte e abbandonate nel mondo.
Dagli occhi del vecchio cadde una lagrima, che restò fredda e impiombata sulla sua guancia.
A quelle parole, non si udì che un pianto universale. Daniele era commosso.
Dopo pochi momenti di silenzio, Giacomo riprese:
— Ho dovuto richiamare questa ricordanza, mio caro Daniele, non per vantare titoli alla tua gratitudine, della quale non ho mai dubitato, e di cui mi hai dato prove non equivoche; bensì per ottener da te tutto lo affetto di un figlio in questo momento ch'è per me sì solenne. Se tu ami ch'io dorma in pace il sonno della tomba, se vuoi che io chiuda gli occhi benedicendo quell'istante in cui per la prima volta i tuoi gemiti infantili colpirono le mie orecchie, togli dal mio animo ogni dubbio sulle tue rette intenzioni a riguardo di questa misera fanciulla che tanto ti ama...
Quest'ultima parte fu piuttosto indovinata dagli astanti anzi che profferita dal vecchio, tanta fu la commozione ambasciosa che gli oppresse il petto. Daniele impallidì e chinò gli occhi, interamente ombreggiati dalle folte sopracciglia, che diventarono due archi nerissimi; Lucia si sentiva scoppiare il petto; il cuore le palpitava con tal violenza che un lividor di morte le imbiancò le labbra semiaperte; gli occhi della fanciulla non si arrischiarono a riguardar Daniele, e fu per bene di lei, che se quell'adorabile creatura avesse gittato uno sguardo sul suo amato, avrebbe letto sul costui volto la più chiara smentita delle parole del padre.
— Si avvicina il mio termine, figli miei... Ringrazio la Provvidenza che mi concede la forza di parlare e di rivolgervi le mie estreme parole. Daniele, Lucia, Iddio non ha permesso ch'io fossi testimone della vostra felicità... Io avea ben ragione, mio caro figlio, di spingerti ad affrettare questa bramata unione... L'innocenza e la virtù fecero dapprima nascere il vostro amore; l'affetto fraterno si voltò ne' vostri cuori in un sentimento più dolce, che crebbe col crescer dell'età. Dio benedisse l'amor vostro, come l'ho benedetto anch'io. Daniele, misero figlio della sventura o della colpa, infelice creatura defraudata del più caro degli umani retaggi, l'amor paterno, il cielo ha colmato un tal vuoto; tu sei idolatrato da quest'angioletta. Una brillante carriera ti si apre dinanzi; così giovane hai ottenuto quello che pochi o nessuno alla tua età giunge ad ottenere: riputazione e fortuna, e ben le meriti per la tua abilità nell'arte musicale, per la quale tanto genio appalesasti fin dalla tua fanciullezza. Possa il cielo sempre più render prospere le tue fatiche, ad alleviarti le quali, avrai al tuo fianco questa cara creatura.... La misteriosa mano che oggi provvede a' tuoi bisogni o a' tuoi piaceri potrà un giorno ritirarsi da te, senza che tu abbi a sentire dolorosamente una tal perdita.
Giacomo ebbe d'uopo d'interrompersi per qualche momento... Gli astanti, ed in particolar modo Daniele, e Lucia, erano diversamente agitati e commossi.
— Daniele, ripigliò il vecchio, il tempo stringe ed io non posso abusare di questi preziosi momenti che Iddio mi concede. Io non dubito della lealtà delle tue intenzioni, tel ripeto; ben mi è noto il tuo cuore, e so che l'opera mia non fu seminata in ingrato terreno... Ma ho bisogno, nel licenziarmi da voi, figli miei, di essere pienamente sicuro dell'avvenire della mia Lucia... Chieggo da te un giuramento, Daniele.
— Un giuramento! esclamò questi, che era ben lontano da una simile idea.
— Si, figlio mio, un giuramento solenne che tu farai su quel Crocifisso, presente Padre Ambrogio e gli altri figli miei: giurerai di sposare quanto prima la dilettissima Lucia... Un tal giuramento nulla può costarti; esso non serve che a render paga e soddisfatta l'anima mia io andrò a raggiungere la mia amatissima compagna, la madre vostra, figli miei, e di lassù le nostre benedizioni vi accompagneranno sempre e dappertutto. Or via, non si perda più tempo. Son due giorni che ti ho aspettato, Daniele, e credeva che Dio non mi accordasse il piacere di vederti, per dileguare dal mio povero cuore ogni dubbiezza.
Un Crocifisso di avorio era in cima del letto, all'altezza della mano di Giacomo, il quale, toltolo dal muro, il consegnò a Padre Ambrogio e gli disse:
— Padre, ricevete il giuramento di Daniele, ed implorate le celesti benedizioni sul capo dei figli miei.
Padre Ambrogio si alzò. Il suo volto era grave e solenne; con la destra ei teneva il Crocifisso, con la sinistra toccò la spalla di Daniele, figgendogli in volto uno sguardo severo ma ripieno di bontà.
— Daniele, Iddio vi ascolta e vi giudica; ponetevi in ginocchi, figlio mio, e proferite con me il solenne giuramento che vostro padre, il vostro benefattore, chiede da voi, per abbandonare in calma ogni pensiero della terra e rivolgere tutta l'anima sua alla patria celeste.
Lucia s'inginocchiò e con essa tutti gli altri fratelli... In fondo alla camera si vedea genuflessa anche la vecchia fantesca, biasciando preci e facendosi cadere di grosse lagrime sulle aggrenzite guance.
Daniele ebbe un momento di titubanza.... Egli era rimasto all'impiedi, mentre tutta la famiglia... era genuflessa. Un pallore di morte avea coperta la bruna sua faccia... Questa titubanza non durò che momenti.
Daniele piegò a terra il ginocchio dritto e chinò il capo per non lasciare scorgere il suo turbamento.
Padre Ambrogio spiegò la sua mano sul capo del giovine.
— Daniele, giurate voi nel nome dell'Eterno Dio e su questo segno dall'Umana Redenzione di sposare quanto prima in legittimo matrimonio Lucia Fritzheim, figliuola di Giacomo?
A questa interrogazione successero pochi momenti di silenzio. Padre Ambrogio riprese:
— Pensate, Daniele, pria di giurare... Or siete libero ancora; un momento dopo, la vostra vita è eternamente avvinta a quella di questa fanciulla.
Daniele non rispose. Il vecchio Giacomo, Lucia, tutti trepidavano. Questi minuti secondi erano spine acerbissime per quella sventurata famiglia.
Il ministro di Dio replicò la formola del giuramento:
— Daniele, giurate voi nel nome dell'Eterno Dio e su questo segno dell'Umana Redenzione di sposare quanto prima in legittimo matrimonio Lucia Fritzheim, figliuola di Giacomo?
— Lo giuro, rispose Daniele con voce distinta ma rauca e profonda.
— Ti benedica Iddio! esclamò il prete.
Tutti si alzarono... Giacomo piangeva di tenerezza, di consolazione: il cuore del vecchio infermo si dilatava; parea che la vita e la salute gli tornassero; il suo volto si rischiarò; i suoi occhi brillarono ancora sotto i vapori della morte.
— Avvicinati a me, figlio mio, Daniele, qua... qua sul mio cuore, fa che ti abbracci; che io baci i tuoi capelli, la tua fronte. Oh perdona, perdonami, figlio mio... per poco io aveva dubitato di te; tel confesso... Io credevo che più non amassi la mia Lucia... Che ne sarebbe stato di questa infelice che tanto ti ama?... Appressati anche tu, Lucia, qua, qua ch'io vi stringa entrambi sul mio petto... Oh... or muoio contento!... Grazie, grazie, mio Dio, che mi hai fatto degno di tanta felicità!... Ah!.. la vista mi si abbuia... Sorreggetemi, figli miei... mie cari fi...
Giacomo cadde estenuato e privo di sensi in su i guanciali...
Lucia era rimasta nelle braccia del padre, nel cui seno avea nascosto il capo.
Daniele si era allontanato dal letto del vecchio. Nessuna lagrima avea bagnato i suoi occhi... Egli raggiustava freddamente e ravviava in sul dritto lato della fronte i capelli che, stando egli nelle braccia del padre, aveano smarrita la loro studiata drizzatura.
III. LE ULTIME PAROLE
Le diverse e violenti commozioni alle quali Giacomo era stato in preda lo avevano abbattuto, stremandogli quel poco di forza vitale che egli aveva attinta nello immenso amore che portava ai suoi figli. Quella tensione eccessiva dei nervi nello stato in cui egli si trovava lo aveva affranto a tale modo che per poco tempo fu creduto morto.
Padre Ambrogio aveva dapprima con bei modi allontanato i teneri figliuoli dalle sponde del paterno letto, facendo a sè medesimo la più dura violenza, perciocchè alla vista delle gelide mortali spoglie del vecchio il dabben ministro della chiesa avea sentito dilacerarsi il cuore nè più nè meno che se quel corpo giacente fosse stato di suo padre: laonde ei comprendeva quale e quanto esser doveva il dolore dei figliuoli, e come la cessazione di quella vita così cara doveva farlo scoppiare qual repentina folgore.
Le sembianze del vecchio si erano imbianchite come i capelli che gli ombreggiavan le tempia; nessun segno rivelava in lui la vita.
Padre Ambrogio tastò il polso del giacente e il suo volto si rischiarò.
— Non è che un deliquio, ei disse; ben presto ricupererà il sentimento.
E gli pose sotto le narici un'ampollina di etere vivificante.
Lucia, Marietta e Giuseppe eran seduti d'intorno al letto del genitore, ma ad una certa distanza, così avendo disposto Padre Ambrogio.
Daniele stava all'impiedi, presso ad un terrazzino aperto, dal quale facea vagar gli occhi distratti su i lontani colli di Poggioreale e di Capodichino.
La luna si levava intera e vermiglia dietro quei colli e sprolungava una larga fascia di bianca luce sui cipressi di S. Maria del Pianto quasi lenzuolo mortuario. Varii lumi apparivano e sparivano tra gli alberi di quella mesta campagna: era la pietosa processione che accompagna con le preci divote lo scendere d'un uomo nel suo ultimo asilo.
Uno spettacolo sì tristo e che avea tanta relazione con le presenti circostanze non commoveva per nulla il cuor di Daniele, che, svagando lo sguardo lungi dal luogo ove trovavasi, cercava di sfuggire alle opprimenti riflessioni che si affacciavano al pensiero. In pari tempo, altre idee, altre immagini affatto opposte si presentavano alla sua mente, idee ripiene di vita, immagini ridenti, di giovinezza, di piaceri. Egli pensava che era quella l'ora consueta in cui soleva trovarsi quasi ogni sera tra crocchi brillanti di gai giovinotti, di bellissime donne; avrebbe dato una metà della sua vita per potersi involare da quella casa ov'eran la morte e la tristezza, e spiccare un volo al Palazzo S... dove tutto era felicità, e dove egli forse era aspettato da Emma!
Eran le undici della sera. Il silenzio regnava in quella solitaria contrada siccome in quella casa.
Giacomo rimaneva tuttavia nell'immobilità di morte, contuttochè la sua respirazione fosse talmente concitata da udirsi una maniera di rantolo nel cavo del suo petto.
Lucia, poscia ch'ebbe riprovveduto di olio il lumicino che si era quasi spento dinanzi alla sacra immagine, si era avvicinata a Daniele... Nelle sembianze di lei scorgeasi al presente una tristezza più rassegnata, più tranquilla, non perchè lo stato del genitore le desse argomento di speranza, ma perchè Daniele era là... Negli affanni e nelle sventure la presenza di chi si ama rattempra e lenisce la pena, è balsamo al cuore sofferente. D'altra parte, non era il giovine da considerarsi ora come sposo di lei?
— Daniele, dissegli timidamente la giovinetta, rimarrai con noi questa notte? Nostro padre è così felice nel vederti al suo fianco, in mezzo a noi... Vedi, io son quasi sicura che... ciò gli fa del bene; hai osservato con quanta passione ei ti guardava pocanzi? Se sapessi quante volte il poveretto ha chiesto di te in questi due giorni in cui non sei venuto da noi!... non ti parlo di quello che hai fatto soffrire al mio cuore, lo sa quella Vergine del Carmine, la quale ho pregata tanto tanto di farmi morire appresso a mio padre, se mai tu... più non mi amassi.
La fanciulla portò ai suoi occhi il lembo del grembialetto e singhiozzando si andava rasciugando le grosse lagrime che il ricordo del suo dolore le richiamava alle ciglia; poi dette un crollo al capo per rimandar sulle tempia i lunghi capelli che le si erano staccati sul volto e rizzò la faccia pallidissima guardando lui con tenerezza.
Il riverbero della luna rischiarava quelle delicate fattezze e quegli occhi, il cui nero lucidissimo ora vie più spiccava su quel fondo sì bianco. Lucia in questo momento sembrò bellissima a Daniele, il quale, presala per mano, menolla in sul terrazzino, e stette alcun tempo in silenzio contemplandola.
Era nel centro del terrazzino un cesto di gelsomino che iva ravvolgendo le sue foglioline tra i bastoncelli della ringhiera, ed era tutto coperto di bianchi fiorellini che esalavano un profumo soave tanto che tutta la casa ne veniva imbalsamata.
— Prendi, amica mia, le disse Daniele spiccando uno di quei candidi fiorellini e dandoglielo, stasera tu rassembri davvero a questo fiore... Come sei bella! Oh, non dubitare, io non ti lascerò più; non sono io oggimai lo sposo tuo? Non mi appartieni tu forse?
Uno scroscio di risa fu udito in quel momento, Lucia arrossì tutta, e ratta s'involò dal terrazzino.
Uccello si era ficcato nell'ombra dietro alla pianticella del gelsomino; aveva udito le parole di Daniele, e nel suo ingenuo idiotismo avea riso.
Oh! quel riso era la più mordace ironia di quelle parole che non esalavano dal cuore del perfido giovine.
Daniele esclamò nel venir dentro alla camera!
— Maledetto idiota! Io lo detesto come il mio cattivo destino.
Il rantolo di Giacomo diveniva sempre più forte, più oppressivo; i suoi occhi a metà dischiusi erano iniettati di quell'umore livido, biancastro che annunzia l'ora estrema.
Padre Ambrogio avea ripreso, presso il moribondo, il tristo ufficio di assistente.
Tutta la famiglia era immersa in uno stato di angosciosa aspettativa: pallidi, muti, inanimati, quei figliuoli non trovavansi neanche più lagrime in su gli occhi.
Daniele si era messo a sedere al fianco di Lucia: non per questo era pago e tranquillo a segno che non si leggesse sul volto distratto una febbrile impazienza: se si fosse gittato uno sguardo in fondo di quel cuore, sarebbesi notato con raccapriccio un desiderio vivo, ardentissimo della morte di Giacomo. Sì fa d'uopo confessarlo; Daniele contava i minuti secondi per la brama di sentir morto quell'uomo che con la sua lenta agonia gli toglieva un'ora di piacere ed il condannava a star lontano dalla donna che egli amava.
Ah! pur troppo questo cuore umano è tale impasto di contraddizioni malvage, di barbare tendenze ed in pari tempo di slanci di sublime affetto e di sacrificii inauditi che l'uomo ha sempre di che rimanere stupefatto e avvilito nella contemplazione dell'uomo. Vi sono, nel fondo dell'anima, certe cloache di turpitudini siccome certe miniere di eroismo che renderanno sempre l'umana creatura il soggetto più curioso delle investigazioni dei filosofi i quali finiscono col confessare la loro piena ignoranza su queste arcane contraddizioni.
Poco stante, non ne potendo più per l'estrema impazienza che il vinceva, e stanco di più aspettare, Daniele si rizzò subitamente in piè e disse a Lucia queste poche ed aspre parole:
— Mia cara, tuo padre non morrà per ora; è affare di domani; intanto io debbo andar via; nulla ho detto al mio domestico, il quale mi aspetta... D'altra parte, ho quaggiù il mio cavallo, e fa d'uopo che il faccia ristorare di qualche cibo.
Ciò dicendo, carezzandosi i capelli in sulla tempia dritta, e riprendendo il suo cappello, si disponeva, senz'altro, a lasciare quella casa: avea già dato due passi inverso l'uscio, quando, non già Lucia ch'era rimasta stupefatta e annientata da tanta barbara fattezza, ma sibbene Marietta s'interpose tra l'uscio e lui.
— Oh! Daniele; tu non andrai via, n'è vero? Tu non ci abbandonerai questa notte: papà può spirare da un momento all'altro, non è così, padre Ambrogio? Abbi pietà del nostro dolore; se ci ami ancora, se ami la mia povera sorella, tu non andrai via! Ormai è tardi, questa campagna è mal sicura... Tu hai da fare sì lungo cammino... No, Daniele, non andartene per questa notte..... Vedi, noi abbiam paura a star sole.
— In verità, non vorrei andarmene, rispose Daniele, ma non posso trattenermi; vi dico che egli è difficile che papà Giacomo se ne vada stanotte: non senti? ei dorme profondamente, non fa che russare.
— Russare! interloquì il sacerdote, a cui tanta durezza di cuore cagionava un dolor profondo: signor Daniele, vostro padre si muore; ei non ha che pochi minuti di vita: non vogliate abbandonarlo in tal momento... Egli vel comanda anche morto.
— Signore, ripeto, che io non posso trattenermi: tornerò domattina ben per tempo, allo spuntar del giorno. Intanto se c'è bisogno di danaro, eccone.
E traeva dalla tasca del soprabito un elegante borsellino di seta a maglie, ne cavava una moneta, gittandola con superbia e con fastidio sul cassettone. Era un pezzo di dodici carlini che ribaltò su quel mobile, e urtò nel bicchiere ove era riposto il lumicino che si spense affogando nell'olio rovesciato.
Lucia mandò un grido di disperata angoscia.
Padre Ambrogio si alzò pacatamente, raccolse dal cassettone la moneta, e, consegnandola al giovine, gli disse con paterna bontà:
— Prendete, signore; per ora questa disgraziata famiglia ha d'uopo di pietà, di amore, di aiuti affettuosi; ha bisogno di cuore e non di metallo. Riprendete la vostra piastra: se ci sarà bisogno di danaro, posso pel momento provvedervi io stesso. Unisco le mie preghiere a quelle di queste infelici creature acciocchè vi compiaciate rimanere in questa casa durante questa notte, ch'è già scorsa quasi della metà. Pensate che il misero Giacomo non vedrà la dimane; egli forse, innanzi di spirare, può chieder di voi: pensate che quest'uomo è stato per voi non solo un padre, ma un amico, un vero amico. Si provvederà poi pel vostro cavallo, non temete. Rimanete, non abbandonate questa infelice famiglia in questa ora tremenda.
— Mi duole dovermi ricusare a' vostri comandi, rispose Daniele, ma è impossibile ch'io mi trattenga più a lungo. Sarò qui domani all'alba... Addio.
Non fu più possibile trattenerlo.
Egli avea varcata la soglia della porta senza neanche gittare uno sguardo al vecchio moribondo e alla sua fidanzata, che rimaneva come istupidita e schiacciata dalla disperazione.
Un solo individuo avea la faccia sorridente nel mezzo di que' gruppi di dolore: Uccello; un lampo di gioia stravagante brillava sulla sua stupida fisonomia. Egli girava qua e là per la camera, schioppettava con la mano, guardava sovente verso l'uscio delle scale, e rideva... rideva con quel riso corto e a colpetti.
Di botto, Daniele si presenta di bel nuovo in sul limitare della camera.
Ei getta d'intorno a sè uno sguardo furioso.
— Chi ha ferita la gamba del mio cavallo? grida con voce stentorea, e con gli occhi fiammeggianti di rabbia e di vendetta.
— Io, risponde Uccello ridendo sempre, come quando solea fare qualche burla alla vecchia fantesca e di cui prendea tanto sollazzo.
— Tu! esclama Daniele ruggendo qual leone.
Ed alzava la frusta per colpire l'infelice idiota.
Padre Ambrogio s'interpose e fermò il braccio di quel furibondo.
Un grido intanto era partito dal letto ove giaceva il moriente.
Era Giacomo che tutto avea udito, tutto compreso!...
Oh spettacolo terribile! Il vecchio avea levato il capo dal cuscino come da una tomba: sembrava una larva, un fantasma.
— Ingrato!... ingrato!... mormorava il misero con voce soffocata dai singulti della morte... Iddio mi aprì gli occhi in sull'orlo... della fossa... Tu vuoi... colpir mio figlio Giovanni... come già... mi hai distrutta... mia figlia Lucia... Va, figlio del peccato... Tu tradisci un moribondo. Va... ingrato... se tu mediti io spergiuro... Iddio ti punisca!..
Lucia manda un urlo disperato... il sacerdote immantinente chiama alla calma il moribondo che si mostra pentito dell'ira subitanea in cui la ferocia di Daniele lo avea gittato... guarda il crocifisso e tenta di dire qualche cosa, ma non può finire una parola, che termina in un singulto profondo. Il misero era ricascato in su i guanciali.
Egli era morto!
Pochi momenti dopo questa scena di spavento, nella camera ove giaceva il cadavere di Giacomo non era altri che Padre Ambrogio, che recitava d'accanto al morto la seguente prece:
«Onnipotente Iddio, col quale vivono coloro che muoiono nel Signore, e col quale le anime de' fedeli, poi che libere sono dal fardello della carne, sono nella gioia e nella felicità, noi ti ringraziamo dal profondo del nostro cuore per esserti piaciuto di liberare questo nostro fratello dalle miserie di questo mondo di peccati: e non tralasciamo di pregare la tua misericordiosa bontà di ammetter lui ben presto nel novero de' tuoi eletti.»
Non dobbiamo trasandare di osservare che Uccello, per impedire la partenza di Daniele, di soppiatto armatosi della sciabola di suo padre, che n'era provvisto come militare doganiere, avea ferita la gamba del cavallo del giovine, senza che alcuno della famiglia addato se ne fosse.
Uccello aveva avuto bastante lucidezza di mente per comprendere che Daniele non avrebbe potuto andarsene a piedi alla sua abitazione che era ben lungi di quella strada; e che gli sarebbe stato impossibile di trovare una carrozza in quella via solitaria e ad un'ora si avanzata della notte.
IV. UNO SGUARDO INDIETRO
È necessario toccar qualche cosa che alla storia di questo giovine si riferisce, innanzi di proseguire il nostro racconto.
Daniele, in tutto il tempo ch'era stato in casa di Giacomo lo stradiere, non si distingueva dagli altri figliuoli di questo dabben uomo, sì per l'amore onde corrispondeva ai beneficii di quella famiglia, sì pei modi rispettosi e umili, ch'ei teneva inverso Giacomo e la costui consorte; i quali siffattamente lo amavano, che a tutt'i vicini e agli amici soleano dire che Iddio avea mandato loro quel caro fanciullo in compenso dell'infelice Uccello, miseramente privo d'intendimento. Daniele era un giovinetto affettuoso benchè un poco troppo serio per la sua età, perciò che mai o rarissime volte si abbandonava ai giuochi e ai divertimenti degli altri figli di Giacomo ei se ne stava in disparte; e mentre quelle creature baloccavansi in un modo o in un altro, egli avea paura di bruttarsi le vesti o le mani. Giacomo e la moglie queste tendenze così singolari in un fanciullo attribuivano ad una certa natural propensione ch'egli avesse per la nettezza e l'appariscenza della persona, mentre quelle altro non erano che un istinto di superiorità su gli altri fanciulli, i quali, non badando a tenersi puliti, meno belli di lui o meno decentemente si mostravano a coloro che venivano a far visita al signor Giacomo.
Questa tendenza che in sul principio pareva tanto innocente e commendevole, prese bentosto il suo vero aspetto allora che il fanciullo crebbe in età. Ben presto Giacomo discoprì nel trovatello un vizio radicale del cuore e si adoperò a correggerlo, a drizzarlo a bene, ma fu tutto indarno; il vizio era nel sangue del fanciullo: quanto più egli diventava adulto e grandetto, tanto più in lui si appalesava la passione della vanità. Oltracciò, Daniele aveva un sentimento che molto si avvicinava all'odio per l'infelice Uccello: sentimento ch'ei non dissimulava ne' momenti in cui si trovava solo coll'idiota, però che non si facea scrupolo di beffarlo, di maltrattarlo con epiteti ingiuriosi, e sovente di batterlo. Il misero Uccello piangeva, ma non si arrischiava a dire al babbo il motivo del suo pianto, che se questo avesse fatto, non gli mancavano altre più forti battiture, con cui quel cattivello di Daniele vendicavasi dei rimproveri che gli venivano da Giacomo. Un fatto narreremo il quale, sebbene puerile, ebbe influenza grandissima nello sviluppo di quell'odio che Daniele nutriva per l'infelice Uccello.
Solevano que' fanciulli presso che in ogni sera sollazzarsi con qualcuno di quei giuochi infantili, di cui si conservano poscia gratissime ricordanze tra i quali i più frequentemente messi in opera erano i giuochi delle merenducce, della mosca cieca, del capo a nascondere, dei pilastri, del guancialino d'oro, dell'oca, delle capannelle, del buffetto ed altri consimili. La più grande ilarità soleva regnare tra quelle care ed innocenti creature. Il più delle volte Daniele non prendeva parte a questi giuochi e si accontentava di starsene a rimirarli; ma talvolta, istigato dai suoi fratelli (così chiamavansi tra loro) e premurato dalla madre, il Contino (abbiam già detto perchè un tal nome fu posto a Daniele) degnavasi di onorare il giuoco colla sua presenza.
Un giorno, si scherzava alla mosca cieca. Furon tirate le sorti a chi dovea pel primo bendarsi gli occhi: toccò a Daniele: ciascuno, fuggendo, ruzzando, ridendo, il percuoteva con un fazzoletto, con uno sciugamano o con altro panno avvolto... Daniele si voltava e rivoltava per acchiappar qualcuno, ma tutti se la sbiettavano con garbo, sicchè l'impazienza e il dispetto cominciavano a dominare nel Contino, allora che sentissi applicata in sulle spalle una violenta percossa accompagnata da uno scoppio di risa universale: era stato Uccello che avea fatto il colpo, e poscia, per non essere afferrato, si era appiattato sotto un tavolino. Ma alle grida di viva Uccello, Daniele avea conosciuto chi lo aveva colpito sì fortemente, e pensando quegli averlo fatto per istizza o per malvagità, fu preso da tanta rabbia e da tanta sete di vendetta, che tra sè deliberò di avernelo a far pentire se gli venisse sotto.
Perchè, studiata ben la posizione e dissimulando il meglio che seppe, si pose freddamente a girar per la stanza, poi che con destro movimento ebbesi cacciato un poco più su degli occhi la benda che gli nascondeva i suoi avversari. Non andò guari, ch'essendo tornato in giuoco Uccello, fu preso di mira dal perfido Daniele, il quale, acchiappatolo tra le risa degli altri e tra le baie che si davano all'inesperto, lo stramazzò al suolo e con pugni e calci così fattamente il rendette malconcio che in copia usciva al miserello il sangue dal naso e dalla bocca. Il giuoco ebbe termine: Lucia e Marietta cercarono di occultare il misfatto, ma, accorsi alle strida Giacomo e la moglie, Giuseppe fu sollecito di narrar loro l'accaduto. Giacomo rimase stupefatto e addolorato di tanta malvagia indole del trovatello, e, per castigarlo, non gli fece per qualche tempo abiti nuovi, tremendo castigo per quell'indole vana e orgogliosa.
Daniele rimase così vulnerato della punizione inflittagli, che il suo carattere ne addivenne più cupo, e più duro il suo cuore. D'allora in poi più non rivolse la parola ad Uccello, pel quale se gli erano accresciuti l'antipatia e l'odio.
Intanto ei diveniva grandetto; era già arrivato al tredicesimo anno, allora che Giacomo, accortosi dell'estrema inclinazione e attitudine che il giovinetto appalesava per la musica, il pose a studiare quest'arte con un suo parente. Questi ebbe ben per tempo posto amore addosso al giovinetto, poi che scorto ebbe in lui un vero genio e rarissimo. La natura lo aveva chiamato alla musica. Stranezza incomprensibile! Quest'arte, che richiede sensibilità squisita, tempera di animo affettuosa e soave, era attecchita in un cuore mal formato e proclive alle più tristi passioni.
Gli elogi che il giovinetto Daniele riportava, dovunque facevasi udire a suonare il piano-forte, il suo contegno nobile e altero, quella sostenutezza di modi e di linguaggio, sì poco in armonia col suo stato e colla sua origine, ed anche quei suoi occhi malinconici ma espressivi e intelligenti, gittarono a poco a poco nel cuore di Lucia i germi di una passione che si fece gigante. Daniele si avvide prestissimo dell'amore di Lucia, e la sua vanità fu lusingata e soddisfatta: egli non le corrispose per amore, ma per compiacenza di sè medesimo per talento di tiranneggiare una creatura a lui sottoposta, per desiderio di dominio. E s'infinse così bene, e simulò tanto la passione, che l'innocente donzella il credette innamorato morto, siccome il credette Giacomo in appresso.
Lucia era tutt'altra; la sua adolescenza e il suo amore l'aveano trasformata: di quindici in sedici anni essa era sì malinconica, sì appassionata e sensitiva, che il padre, avveggendosi esser cagione di tanta malinconia la passione che già la struggeva, stimò conveniente di allontanare Daniele dalla famiglia. Oltracciò, morta la cara sua moglie, chi poteva oggimai guardar l'innocenza di Lucia? Onde estimò necessario di rimuovere ogni cagione, e partirsi dal giovinetto, il quale, dal canto suo, mal sembrava portare la dimora dello stradiere, essendosegli accresciuti nell'animo la vanità e il desiderio di esser distinto.
Giacomo iva da qualche tempo pensando al modo come provvedere all'esistenza di Daniele, allora che lo avrebbe allontanato dalla sua famiglia, quando uno strano avvenimento venne a troncare ogni dubbiezza ed ogni imbarazzo. Un bel mattino, si presentò in casa di Fritzheim un giovine di bell'aspetto e di belle maniere, decentemente vestito, il quale con accento straniero ma in buono italiano, dimandò di parlare al padrone della casa.
— Siete voi il Signor Giacomo Fritzheim? chiese poscia che questi se gli fu presentato.
— Per lo appunto, rispose lo stradiere, a che posso servirla?
— Non avete voi, molti anni fa, raccolto nel bosco della Sila un fanciullo che ivi era abbandonato e moriente?
Giacomo restò interdetto: guardò con attenzione la persona che gli avea fatta quella inattesa interrogazione e cercò d'indovinare se colui che gli parlava potesse essere il padre di Daniele, che avea già diciotto anni compiti; per lo che rispose:
— Sì, signore, sono io a cui la Provvidenza volle concedere la grazia di salvare un'innocente creatura, ed arricchire la mia famiglia con un altro figlio.
— Mi giova conoscere con precisione l'epoca in cui ciò avvenne, disse quello straniero, il quale avea nella mano una carta su cui sovente gittava gli occhi.
— Io non so, signore, rispose l'onesto gabelliere, quale interesse possiate avere nell'indagare un fatto sul quale io non dovrei dare ragguagli che ad un'autorità riconosciuta; ma qualunque sia la cagione che vi muove, vi avverto che nessuno al mondo potrà strappare dal mio fianco un giovinetto sul quale vanto ormai i dritti di padre.
— Non dubitate, sig. Fritzheim; ben lungi dal farvi del male o dallo svellere dal fianco vostro il giovane, che forma l'oggetto delle mie investigazioni, io son venuto per più bella opera. Piacciavi di rispondere, senza tema, alle mie dimande. In che anno e in che giorno trovaste voi nelle boscaglie della Sila il fanciullo?
— Nella notte del 24 gennaio 1809, rispose Giacomo.
L'incognito gittò novellamente lo sguardo in sulla carta che avea nelle mani; fece col capo un atto affermativo e di soddisfazione, indi prosegui:
— Sta bene: potreste ora indicarmi con precisione il sito ove trovaste il bambino?
— Il trovai in una selva di abeti e di pini, sopra una larga felce, a qualche miglio da S. Vincenzo, e non molto lungi dal Neto.
Altra occhiata fu data da quell'uomo alla carta e altro segno di approvazione.
— Ricordate gli abiti che aveva addosso il bambino?
— Me li ricordo benissimo, poichè li conservo ancora, soggiunse lo stradiere: vesticina di albagio color tabacco, calzoncini di panno turchino, calzerotti di cotone colorati, scarpine con becchetti senza laccetti, e berretto di castoro nero con tettino di cuoio.
— Perfettamente, ripigliò l'incognito col riso della gioia e della soddisfazione in sulle labbra: or non mi resta che farvi un'ultima interrogazione. Che nome disse di avere il bambino?
— Daniele, replicò Giacomo.
— Non ci occorre altro, è desso! Eccomi ora ad adempiere alla mia parte, sig. Fritzheim: questa è una polizza di duemila ducati ch'io sono incaricato di consegnarvi per ricompensa della vostra bell'opera e per le cure paterne di cui foste prodigo verso il fanciullo Daniele.
Ciò dicendo, l'incognito traeva dal taccuino una polizza sul Banco di Napoli, e la porgeva al gabelliere; ma questi si ritrasse indietro, e dimandò stupefatto.
— Chi v'incarica di ciò, o signore?
— Non posso dirlo; è questo un segreto che ho giurato di serbare.
— Suo padre o forse sua madre?
— Non rispondo, o signore...
— Ebbene, a chiunque v'incarica di ciò, signore, voi risponderete ch'io ho ricusato di prender questo danaro; un padre non si fa pagare delle cure ch'ei prodigalizza a suo figlio, e padre io mi estimo inverso Daniele. Io son povero, signore, ma non mi avvilisco a ricever guiderdone da una incognita mano e per un'opera onde io risento la più cara soddisfazione dell'anima mia.
L'incognito non credeva a' suoi orecchi; pareagli che lo stradiere non avesse parlato da senno, e tornò a dirgli:
— Sig. Fritzheim, questi duemila ducati sono vostri, interamente vostri; non vi si danno per compenso alcuno; voi seguirete ad essere il padre di Daniele; parmi che non vi sia ragione di ricusare.
— Ed io ripeto che non accetterò mai questo danaro; non l'accetterei neanche se mi venisse dalle mani medesime del padre di Daniele; pensate se voglio accettarlo da una mano che si nasconde.
— Ebbene, io vi ammiro, sig. Fritzheim: la rigida probità del vostro animo già mi era nota. Vi confesso nondimeno che un simil rifiuto è al di sopra di ogni previsione; io però non insisterò più oltre, ma la mia commissione non si limita a questo, sig. Fritzheim, e questa volta vi avverto che un vostro rifiuto sarebbe inutile.
— Di che si tratta ancora? dimandò Giacomo con leggiero aggrottar di ciglia.
— Si tratta che io sono incaricato di passare questa somma di duemila ducati a Daniele. Non si era preveduto il vostro rifiuto, sibbene il caso in cui non vi avessi trovato, capite!
E l'incognito fece un gesto col quale intendeva dire: nel caso in cui vi avessi trovato morto.
— La cosa è differente, disse Giacomo, non posso oppormi a tutto ciò che può contribuire alla felicità di Daniele.
— Lodato Iddio! esclamò l'incognito; compiacetevi di chiamare il vostro figlioccio.
Giacomo entrò nelle stanze contigue e poco stante tornava con Daniele.
Il giovine salutò col capo l'incognito; il quale rispose con bel garbo e guardandolo fisamente.
— Alla buon'ora! osservò tra sè l'incognito, eccone uno che gli rassomiglia! Bel giovinotto, voi siete nato sotto una buona stella; la fortuna vi arride; d'ora in poi non dovete pensare ad altro che a divertirvi.
— Come a dire? chiese il giovine estremamente maravigliato.
— Eccovi una polizza di ducati duemila; essa è vostra.
— Mia!! esclamò Daniele con gli occhi lampeggianti di gioia.
— Sì Signore, vostra; questa polizza è pagabile al porgitore, e la firma è ben nota al Banco.
Daniele che aveva afferrato con avidità quel pezzo di carta che per lui era una fortuna enorme, gittò gli occhi sulla firma per conoscere il nome di colui che il rendea ricco. Quella polizza avea sul dorso il nome di Maurizio Barkley.
— E questo nome signore? dimandò Daniele.
— Non posso rispondere a nessuna vostra interrogazione, signor Daniele. Ma io non ho ancora finito di adempiere al mio incarico. Eccovi un altro polizzino di cinquanta ducati: ogni mese avrete una simil somma.
È singolare! soggiunse Giacomo, cui un tal mistero facea balestrare il cervello.
— E voi stesso verrete a portarmi in ogni fin di mese una polizza di cinquanta ducati? domandò Daniele.
— Io stesso, o un altro in vece mia.
Daniele gittò parimente gli occhi sul polizzino, e lo stesso nome Maurizio Barkley eravi scritto.
— Favoritemi una ricevuta, sig. Daniele. Per la prima volta il sig. Giacomo Fritzheim mi sarà garante della vostra firma...
Daniele firmò Daniele Fritzheim. Fa d'uopo notare che soltanto da poco tempo di poi che uscì dalla casa di Giacomo, Daniele si era dato il fittizio cognome di dei Rimini. Giacomo appose la sua firma sotto quella del giovine.
— Or non ci è bisogno di altro; son davvero contento di aver fatto la vostra conoscenza, sig. Fritzheim, e la vostra benanche, bel giovinotto. Addio, a rivederci al mese venturo.
Il forestiere non diede il tempo a nissuno dei due di soggiungere una sola parola, e sparì senza lasciare un'orma sola d'investigazione.
È superfluo il dire che simile avvenimento cangiò al tutto lo stato di Daniele, il quale fece subitamente istanze di separarsi da Giacomo, sotto pretesto di dovere abitare nel centro della capitale per meglio darsi a' suoi studi musicali. Giacomo, benchè con estremo dolore, dovè acconsentire ad una tale separazione per le ragioni da noi dette più sopra e che ogni giorno si rendevano sempre più forti.
Daniele adunque si congedò un bel mattino da quella tenerissima famiglia. Rinunziamo a dipingere il dolore di Lucia nel dì che Daniele abbandonò quella casa. L'acerbezza del suo cordoglio non venne mitigata che dalla sua angelica rassegnazione a' voleri di suo padre, e dalla promessa fattale dal suo diletto di venire a trovarla ogni giorno.
Daniele, oggimai libero di sè medesimo, indipendente, e padrone di una somma che per lui era un principio di fortuna, tolse in fitto dapprima un quartierotto alla strada Foria. In sulle prime ei tenne la sua parola, recandosi ogni giorno in casa di Giacomo; ma ogni dì crescea pure la sua vanità e il suo desiderio ardentissimo di divenir ricco; onde, ogni altra passione, ogni altro suo pensiero taceva nel suo animo sotto l'impero di quella sola dominante. Tuttochè l'incognito straniero non avesse giammai mancato di portare egli stesso, in ogni fine di mese, la polizza di ducati cinquanta al nostro Daniele, questi spendea più che non comportassero le sue facoltà, epperò non bastandogli quella somma mensuale ei si era dato alle lezioni di musica, le quali in gran numero e di nobili famiglie i suoi amici procacciavangli.
Non tralasciamo di dire che il primo uso fatto da Daniele de' duemila ducati venutigli dal cielo, fu di ammobigliare con eleganza la sua casa e di comprare un cavallo: il tenere un cavallo era stato sempre uno dei sogni della sua vita. Guari non andò e il giovin bellimbusto incominciò a trovar noioso e plebeo l'amore di Lucia, tanto che per avere un plausibile pretesto di porre qualche intervallo tra le sue visite, deliberò andarsene a dimorare alla riviera di Chiaia, anche perchè è questa la contrada ove maggiormente bazzica ed abita la nobiltà napolitana e massime gli stranieri. Questa ferita fu anche asprissima al cuor della misera figliuola di Giacomo, che pur sempre cotanto amava quell'ingrato: ma ella, buona siccom'era e indulgente e amorevole, si persuase che la sola necessità di meglio provvedere a' bisogni della vita avesse indotto Daniele ad allontanarsi tanto da lei. Ciò nulla manco, Daniele non lasciava mai passar due giorni di seguito senza tornare a S. Maria degli Angeli alle Croci: e questo confortava la miserella a sperare, tanto più ch'egli avea già promesso al padre d'impalmarla non sì tosto meglio si fosse dato a conoscere nella Capitale. E quando gli facea qualche premura di affrettarsi a sposare l'onesta e cara giovinetta, egli adduceva or la troppo giovanile sua età, ora i suoi studi che non gli permettevano pensare ad altro pel momento, or s'appigliava al partito di procrastinar sempre sotto l'un pretesto o l'altro.
E ciò durava da varii anni, quando a troncare ogni dubbiezza, a infrangere ogni proponimento, ad allontanare per sempre il cuor di Daniele dalla famiglia Fritzheim, avvenne il caso della presentazione di lui qual maestro di piano-forte della nobile giovinetta spagnuola Emma, figliuola del duca di Gonzalvo.
Qui ci fermiamo, bastandoci il già detto. Nel prosieguo di questa storia verremo allargandoci sul carattere di Emma, sulla parte e sulla influenza funesta che questa donna si ebbe su gli avvenimenti che narriamo.
V. IL CUORE DI UN PRETE
Daniele adunque abitava alla Riviera di Chiaia.
Il suo quartiere, composto di poche stanze, ma tutte con eleganza addobbate, guardava, per un lungo terrazzo, sulla villa Reale. Due erano le principali stanze del nostro celibe maestro di musica, il salottino da conversazione e lo studio, vale a dire lo stanzino dov'egli solea dar lezioni di piano-forte. Queste due stanze erano contigue e strette l'una all'altra sicchè era mestieri passar pel salottino per entrare nello studio. L'addobbamento di queste due stanze avea qualche cosa di troppo splendido pel modesto stato di maestro di musica, e dava subitamente a divedere nel padron di casa quella smania d'imitare le maniere ed il fasto dei nobili e dei ricchi. Per porre la sua casa sovra un piede aristocratico, Daniele avea contratto non pochi debiti, cui egli soddisfaceva il meglio che poteva, perciò che sarebbe morto di vergogna se nella capitale si fosse buccinato esser egli stato perseguitato dai creditori.
Il salottino, messo con paramenti di Francia, era un vero mazzolino di fiori per freschezza, per profumi, per colori. Il palco, a fondo bianco venato avea nel mezzo una bella dipintura rappresentante il gruppo delle tre Grazie; una piccola ma gentil lumiera di bronzo dorato sorreggente dodici torchietti scendeva a mezzo la stanza, per via di un largo cordone, il cui capo fingeva di esser sostenuto dalle tre Grazie. Un caminetto alla foggia inglese era scavato in fondo del salottino; aveva un paracenere di ottone indorato con fregi a rilievo, ed altri a retina di ferro. Nella stagione estiva il suo vano era chiuso o meglio velato da un telaio sul quale eran dipinte parecchie caricature e scherzi e fiori e frutte. Intorno a questo caminetto era un mezzo cerchio di sedie imbottite e coperte di raso bianco, di seggioloni a ruote con ispalliere ricurve indietro, di sedie a bracciuoli, di poltrone a molle. A piè della più parte di queste sedie eran seggioline e panchettine, similmente imbottite, da appoggiarvisi i piedi, cassette da sputare, arnese tanto necessario a' fumatori, principalmente là dove di be' tappeti covrono il pavimento, siccome in casa di Daniele nella stagione invernale. Un gran sofà era situato alla parete opposta al caminetto; questo canapè con doppio rullo era coperto di raso cilestre ed avea la spalliera e i bracciuoli lavorati con intagli ed ornamenti finissimi. Un tondo di mogano a lastra di marmo era situato nel mezzo del salotto, zeppo di tutte quelle figurine di marmo, di stucco, di alabastro che popolano i salotti e che sembrano ivi dimenticate dal padron di casa. Questo mondo di lilliputti preziosi che si accalcano sovra un tondo o sovra una mensola rivelano le passioni infantili degli uomini dell'era nostra, i quali a somiglianza dei bimbi, prendono diletto nei balocchi e nei giocarelli. Non poteva la moda inventar cosa più adatta all'indole puerile del secolo nel quale viviamo.
Lo studio di Daniele era più semplice. Un divanetto rosso da un lato avea dinanzi a sè un deschetto da colezione; più lungi uno scaffale di bel lavoro su ciascun palchetto del quale eran gittati alla rinfusa libri e carte di musica. In altro lato di questa stanza, aderente al muro, una scrivania ad una sola cassetta, coperta parimente di libri, di carte di musica e di arnesi da scrittoio, tra i quali primeggiava per gusto e per lusso il ricapito da scrivere tutto in oro, di cui ciascuna parte, cioè il calamaio, il polverino, il pennaiuolo o il vasetto da cialde, rappresentava un differente animale, e congegnato in maniera che ciascun animale adempiva al suo diverso officio di fornir quello che si aveva in corpo. Il piano-forte compiva l'ammobigliamento di quella stanza: magnifico strumento di artefice tedesco. Queste due stanze comunicavano tra loro non pure per mezzo dell'uscio di entrata comune, ma eziandio per mezzo del lungo terrazzo di cui abbiam parlato più sopra. Eleganti cortine di finissima mussolina velavano la luce nella estiva stagione e temperavano il freddo nell'inverno. Un'affettazione di studiata imitazione, un desiderio di far mostra di agiatezza, un'apparenza di lusso, eran questi i caratteri specchiati di questa casa. Da qualche tempo nondimeno tutto pareva quivi negletto e abbandonato, mentre ordinariamente la massima cura metteasi da Daniele per tener tutto pulito, ordinato e appariscente.
Abbiam dovuto un poco allargarci su questi inetti particolari, acciocchè più spiccatamente apparisca il carattere del personaggio di tanta importanza nella storia che abbiam preso a narrare.
Otto giorni sono scorsi dalla morte di Giacomo. Eran le dieci d'un mattino di domenica, quando una violenta scampanellata fece accorrere all'uscio da scala un giovin domestico ch'era al servizio dell'elegante maestro di musica. Daniele ritornava in sua casa da una breve passeggiata che avea fatta nella Villa Reale. Egli era più del solito abbattuto pallido, di pessimo umore.
Insin dal dì della morte di Giacomo, il giovin Daniele non era più tornato in quella casa dove avea passata la sua giovinezza. Il suo giuramento, le ultime parole del vecchio, la disperazione di Lucia si presentavano a quando a quando nel suo animo per gittarvi un'ombra tetrissima: ma tosto venivan cotali funeste immagini cancellate dal turbine dei piaceri e dalla presenza o dalla immagine di Emma. Questo per tanto si aggiugnea agli altri argomenti di tristezza che oppressavano il petto di lui, tra i quali non ultimo la sete divorante ch'ei sentiva di ricchezze e di onori. Nel ritirarsi ch'ei fece quel dì, erasi gittato in una poltrona del salotto, sprofondandosi nei suoi cupi pensieri, allora che un personaggio si presentò agli occhi suoi, senza farsi annunziare. Questi era Padre Ambrogio. Daniele non potè frenare, in veggendo il sacerdote, un moto di spiacimento: egli non si aspettava quella visita. A Padre Ambrogio non era sfuggita l'impressione poco piacevole da lui fatta sull'animo del giovine, ma non si scuorò per questo, imperocchè l'avea preveduta, anzi, ei si attendeva di non esser ricevuto; epperò, infingendo col domestico di Daniele essere in grande intrinsechezza con costui, non avea voluto farsi annunziare. Il buon prete salutò con composta umiltà l'altero signorotto, che non si era neanche alzato dalla sua poltrona.
— A che debbo servirla? chiese questi secco al reverendo, senza nemmeno offrirgli da sedere.
— Vi chieggo scusa se vi disturbo; imploro dalla vostra cavalleresca cortesia pochi minuti di udienza.
Questa specie di fina ironia, di cui si sarebbe accorto ogni altro il cui lume d'intelletto non fosse stato offuscato dalla vanità, sedusse l'animo del giovanotto, il quale rispose con volto meno burbanzoso:
— Si segga, signor Abate.
Padre Ambrogio si sedè dirimpetto a Daniele.
— Il motivo che qui mi mena, riprese quegli, è sì grave, o signore, ch'io non ho temuto commettere un'indiscrezione per adempire ad un dovere altissimo del mio ministero.
— Di che si tratta? chiese il giovine chinando gli occhi.
— Si tratta che io promisi a Giacomo Fritzheim, poco prima della sua morte, di avere pei suoi figli l'affetto e le cure di un padre; ed io non manco alle promesse, signor Daniele.
— Me ne compiaccio infinitamente, disse questi ferito alquanto dalle ultime parole del prete.
— Or dunque, signor Daniele, la sorte di Lucia mi commuove profondamente. Dal dì della morte del padre la tapinella è in preda ad una febbre nervosa che minaccia di voltarsi a male. La trista scena ch'ebbe luogo pochi istanti pria che spirasse il buon Giacomo e le costui ultime parole le cagionarono un delirio violento che per buona ventura è cessato, lasciandole impertanto nel capo una confusione spaventevole per la sua ragione. E voi l'avete abbandonata, signor Daniele, mentre una vostra parola avrebbe gittato in quel cuore la speranza e la vita? Voi l'avete abbandonata appunto allora che suo padre l'abbandonava, da Dio chiamato, come spero, alla gloria celeste, e allora che un dubbio crudele su i vostri sentimenti lacerava l'animo di quella infelice! Voi avete, signor Daniele, deposto nelle mie mani un giuramento ed eravate libero di non profferirlo. Io non dubito che voi lo manterrete. Se, oltre la religione, l'amore non ve ne fa una legge l'onore vel comanda; voi siete un gentiluomo, l'onore è sacro per voi... Venite adunque, venite a rassicurare quella misera, venite a spargere su quel povero cuore una goccia di balsamo: vel chieggo in nome di Dio, dell'onore, dell'umanità.
Daniele, senza dar segno di minima commozione, suonò un campanello d'oro che aveva a distanza di mano, e al domestico che si presentò sul limitar della porta disse in lingua francese, perocchè francese era il domestico:
— Non è venuto questa mattina alle nove il Marchesino?
— No, signore.
— Va bene. Come sta il mio cavallo?
— Sta meglio, signorino; ieri ha camminato un poco e parea che più non zoppicasse.
— Avete fatto accomodare il fusto della sella?
— Signorsì.
— E gli staffili?