La vita italiana nel Cinquecento.

LA VITA ITALIANA NEL CINQUECENTO

Conferenze tenute a Firenze nel 1893

DA

G. Carducci, E. Panzacchi, E. Nencioni, G. Mazzoni, E. Masi, L. Alberto Ferrai, I. Del Lungo, A. Jéhan De Johannis, C. Paoli, G. Rondoni, T. Salvini, John Addington Symonds, A. Biaggi.

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1897

SECONDA EDIZIONE.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Riservati tutti i diritti.

Tip. Fratelli Treves.

INDICE

FRANCESCO I e CARLO V

DI

L. A. FERRAI.

I.

Signore e signori.

Non mai spettacolo più imponente vide l'umanità. Dileguavansi appena dalla Germania, dalla Francia, dall'Inghilterra le ultime nebbie del Medio-Evo, e gagliardi di lor giovinezza salutavano i popoli il sole rinascente d'Italia. Le monarchie armate, equilibrantisi sui varii ordini delle nazioni, sembravano associare gli interessi dinastici al trionfo di un nuovo principio di diritto maturatosi nelle scuole. Conformemente alle varietà di stirpe, di linguaggio, di condizioni storiche si erano venuti aggruppando i popoli, e formavano delle unità politiche forti e compatte. Sotto la protezione dei re, che assecondavano i meravigliosi e rapidi progressi della risorta civiltà, le borghesie, già schiacciate sotto il peso dell'oppressione feudale, perfezionavano gli ordinamenti politici e la legislazione degli Stati; spogliavansi dei rozzi costumi di un tempo, vedevano rispecchiato nelle corti già ricche di gentilezze spirituali, e di agiatezze domestiche, un ideale di vita migliore.

Una profonda rivoluzione intellettuale e morale poneva l'Italia alla testa del mondo civile. Per l'umanesimo noi avevamo riacquistata coscienza del nostro passato, ci eravamo di nuovo fatti signori di un patrimonio perduto o disperso; e ravvivate per esso le forze dell'intelletto, avevamo riguadagnato il senso reale della vita, trasformati i metodi della scienza, restituito il mondo all'uomo. La varietà dei nostri ordinamenti politici, il possesso già da tempo rivendicato della sapienza giuridica di Roma ci aveva addestrati, meglio e prima d'ogni altro popolo, nell'arte della diplomazia e della politica, il genio artistico nazionale si era ritemprato e perfezionato nell'imitazione del bello classico. Le ricchezze accumulate nelle nostre laboriose città rendevano possibili le solenni manifestazioni dell'arte, ne assicuravano le nuove vittorie nelle corti signorili italiane, ove con l'ingentilirsi del costume, delle abitudini, della lingua preannunciavasi la vita moderna.

Eppure quel secolo così fecondo di pensiero e d'azione, in cui lo spirito d'avventura congiunto alla stimolatrice curiosità della scienza rivelava di là dall'Oceano un continente inesplorato, in cui la stampa prestavasi al mutuo e rapido scambio della cultura, e abolivasi il privilegio nei campi di battaglia come nelle istituzioni politiche e nella scienza, il fatto politico, che incentra tanto febbrile moto di vita, e ci offre pur l'orditura di tanta parte della storia moderna, presenta tutti i caratteri di un dramma medioevale. Ne sono protagonisti i due principi più potenti del Cinquecento, Francesco I di Valois, Carlo V d'Absburgo. Rivivono in Francesco I le tradizioni cavalleresche della Francia cristiana; soldato e poeta alla fede degli avi, al culto della donna, al sentimento dell'onore sacrificherà troppo spesso gli interessi della dinastia e della Francia. Ridestasi in Carlo V, che ha fatta sua la patria del Cattolicismo e dell'Inquisizione con le melanconie ascetiche del Medio-Evo, l'ideale politico del passato. Un faro luminoso è la mèta inafferrabile del suo destino. Dagli espedienti volgari della politica quotidiana quel sogno lo distrae e lo conforta: restaurare la monarchia universale a difesa della fede e della Chiesa cattolica. Alle attonite moltitudini il prigioniero di Pavia, che dalla tetra torre di Pizzighettone invia alla madre Luisa di Savoia il famoso messaggio, e versi caldi d'amore alla donna de' suoi pensieri, sembra un cavaliere d'antiche leggende. Il sacco di Roma rievoca la lontana memoria di Alarico e de' Visigoti; la guerra di sterminio contro Firenze provoca su Carlo V le imprecazioni e le ingiurie, che già colpirono il capa del Barbarossa, e quando l'eco di quegli improperii lentamente si spegne nell'Italia lacera e sanguinante, la plebe affamata di Napoli acclamerà il principe poc'anzi maledetto, dopo l'impresa di Tunisi, novello Cesare trionfatore.

Ma in pieno Rinascimento le antiche e sistematiche forme che aveano per tanta parte sterilizzata la vita politica del Medio-Evo, nel tempo stesso in cui la Scolastica avvolgeva di metafisica nube il pensiero, non rifiorirono di fatto che nella fantasia artistica di un popolo assetato di ideali, geloso delle tradizioni classiche e del suo passato. Chi vorrà creder sincero Romolo Amaseo inneggiante a Bologna, innanzi alla maestà di Carlo V, al rinnovamento dell'Impero romano, e alla restaurazione della lingua latina! Chi vorrà scorgere nel poema dell'Ariosto, che rielabora nel nostro volgare le leggende del cielo di Carlo Magno un segreto intendimento politico, o cercarne seriamente il motivo storico nella rinnovata potenza cesarea di Carlo V! Non domandiamo ai poeti, e ai retori delle scuole un aiuto soverchio per apprendere il vero.

II.

Francesco I saliva il trono l'anno stesso (1515) in cui Carlo di Gand, appena quattordicenne, assunse il governo dei Paesi Bassi. Vigente la legge salica, inalienabili i feudi della corona, allo spirito di conquista animavasi la nazione francese, cui Luigi XII lasciava in retaggio prosperità economica, unità di leggi, e promesse di vittorie riparatrici. Come allora sottrarsi alla protezione e all'alleanza del nuovo Re. Incerta la successione per Carlo all'avo materno Ferdinando il Cattolico, debole e distratto dalle resistenze degli Ungheresi e dei Boemi Massimiliano imperatore, già alleati di Francia gli Inglesi e i Veneziani, vassallo della Francia egli stesso. In qual modo schermirsi dalla politica provocatrice del nuovo Re? Tristi ricordi per Carlo V le prime prove tentate nelle gare diplomatiche di quegli anni! Eppure debbonsi cercare in esse le cagioni prime del suo odio implacabile contro la Francia ed il Re. Claudia, la figlia di Luigi XII che gli aveano promessa sin dalla culla, era divenuta regina di Francia, recando in dote a Francesco I due delle più ricche provincie già appartenute ai beni ereditari di casa d'Absburgo. Per guadagnare la mano di Renata, la sorella di lei, gli si crearono tali impacci che il matrimonio non potè più effettuarsi. Erede, come arciduca della Germania orientale, sovrano dei Paesi Bassi e dell'antico ducato della Borgogna, presunto successore della Castiglia e dell'Aragona, di Napoli, e di Sicilia, il possessore di così vasti territorii sentivasi offeso dall'alterigia del Re; nè i ministri fiamminghi si stancavano mai di dipingergli i Valois come nemici acerrimi, e spogliatori della sua casa. Quale tormento per lui i primi e fortunati successi di Francesco I! Le irrisorie proposte di pace al re cattolico, all'imperatore Massimiliano, agli Svizzeri aveano preannunziata prossima la guerra pel ricupero del Milanese. Celebratesi le nozze di Giuliano de' Medici con Filiberta d'Orleans, Francesco I avea saputo così abilmente tenere a bada Leone X, il quale in favor di Giuliano vagheggiava il possesso feudale del regno di Napoli, che tutta Europa dovè persuadersi di una imminente aggressione francese. E la guerra scoppiò fulminea, e fu tra le più brillanti che mai si combattessero nei piani lombardi. La vittoria di Melegnano assicurò ai Francesi il possesso del ducato Sforzesco; il colloquio di Viterbo e l'incontro di Leone X col vincitore a Bologna tranquillarono a patti ben gravi il pontefice: la cessione ai Francesi di Parma e Piacenza. Che se più tardi la defezione di Enrico VIII, e i nuovi intrighi papali per formare uno Stato, dopo la morte di Giuliano, a Lorenzo de' Medici, e per raffermare la supremazia politica del papato in Italia, crearono seri imbarazzi al dominatore di Lombardia, nè i successi militari di Massimiliano, nè l'interposizione dell'arciduca Carlo nelle trattative di pace valsero a porre un freno alle ambizioni francesi. Nella pace di Noyon del 1516 gli interessi della Francia trionfarono completamente. Carlo vi ottenne assicurata, per la mediazione del re d'Inghilterra, la successione al trono di Spagna, ma le clausole restrittive nell'esercizio della sovranità in Navarra, l'obbligo impostogli di riconoscere i diritti di Francesco I non solo sul ducato di Milano, ma sul regno di Napoli, la ingiunzione a Massimiliano imperatore di restituire Verona alla repubblica veneta, tradirono, a giudizio di Massimiliano stesso, con gli interessi degli Absburgo i diritti della Germania e dell'Impero. L'oratore inglese scriveva di quei giorni al celebre ministro Wolsey: “Se non poniamo riparo alla baldanza francese noi vedremo risorgere in Francesco I un nuovo Alessandro.„ Onerosi da vero quei patti se per poco consideriamo che tutti gli sforzi posteriormente tentati, con le conferenze di Cambray a fine di ricomporre in via diplomatica il turbato equilibrio fra gli Stati italiani, fallirono completamente. Di un più grave e generale disequilibrio era stata inoltre cagione la morte di Ferdinando il Cattolico, avvenuta fin dal gennaio del 1516, e la successione a lui di un giovane straniero e inesperto, chiamato al governo di una nazione non ancor doma dell'assolutismo monarchico, turbava i sonni del vecchio imperatore. Ci sembrarono tuttavia ingiuste le gravi accuse che egli scagliava, dopo la stipulazione di quel trattato contro Guglielmo di Croy signore di Chévres, l'aio di Carlo V, rimproverandolo d'essersi lasciato aggirare a Noyon da Arturo Gouffier il devoto maestro del re di Francia. Se bene in difetto di prove noi crediamo che il principe di Castiglia si dimostrasse verso il suo educatore e ministro assai meno severo.

Stringevanlo a lui forti legami di affetto e di riconoscenza. Deserta delle materne carezze l'infanzia, quando Carlo V uscì dalle cure diligenti di Margherita d'Austria sua zia, e di Margherita di York, la vedova di Carlo l'Ardito, avea trovato nel signore di Chévres un protettore e un amico. Sotto la guida di lui, Carlo V, dotato di un senso naturale singolarissimo, d'una penetrante finezza di spirito, d'una rara energia intellettuale e morale, si era per la prima volta affacciato alla vita. Gli era debitore insomma di quella scienza che non si trova nei libri, e che è perciò più preziosa e più rara. Riflessivo e prudente nel giudicare, cauto e risoluto nell'operare, egli dovea in gran parte ai consigli del suo precettore l'acquisto di quella precoce dignità principesca, che tutti i biografi gli riconoscono. Ma ben più nell'arte di vivere che nella scienza avea fatto il giovine principe meravigliosi progressi. Adriano d'Utrecht, il dotto teologo di Lovanio, che fu poi Adriano VI, non seppe trasfondere in lui alcun amore alle lettere antiche. La pietà del severo fiammingo favorì certo le naturali tendenze ascetiche dell'allievo, non lo rese però gran fatto sensibile alle grandi vittorie dell'arte, che compironsi all'età sua, nè destò in lui eccessivo entusiasmo per il classicismo risorto. Più che il greco e il latino amò Carlo V le lingue viventi; tra le scienze: la matematica, la geografia, e più che tutto si compiacque di conoscere a fondo la storia. Predilesse tra gli antichi scrittori Tucidide, che gli fu noto in una traduzione francese. Gli divennero poi indivisibili compagni de' viaggi, delle imprese di guerra, e conforto prezioso nelle ore delle incertezze e degli scoramenti, due libri: la vita di Luigi XI del Commines, il Principe di Niccolò Machiavelli. Non tra le astratte meditazioni, o nel sepolcrale silenzio di una biblioteca monastica, erasi dunque formato lo spirito di Carlo V, in contatto immediato con la realtà viva del mondo parve quasi ch'egli compisse in Fiandra il noviziato della sua esperienza politica; ma non dal paese nativo di certo egli ritrasse le linee marcate della sua fisionomia morale. All'ambiente storico più vasto, che più tardi lo accolse spettava compiere l'educazione politica e religiosa di Carlo V, e quell'ambiente fu la Spagna, meraviglioso teatro ancora di drammi sanguinosi, e di cavalleresche leggende, la patria di Ximenes, di Torquemada, di Consalvo di Cordova. Strano contrasto! Mentre tutte le nazioni si erano ringiovanite, o ringiovanivano, per una serie di profonde rivoluzioni intellettuali, la Scolastica, la Riforma, il Rinascimento; la Spagna rimaneva indifferente a questo progressivo moto d'Idee. Intrepida amazzone teneva ancora in pugno le armi a difesa dell'altare e del trono, e tra una battaglia e l'altra cantava le proprie vittorie. Le dispute di Abelardo, le dottrine di Ruggero Bacone, la filosofia di S. Tommaso non la commuovono; essa si attiene alla fede tradizionale, s'invanisce e s'inebria di racconti fantastici e storici, burlevoli e pastorali. Non per la Spagna faticheranno i grammatici e i commentatori dell'Umanesimo; essa possiede una lingua bella e sonante, e delle sue romanze si appaga. Prima che lo spirito della Rinascenza conquisti e soggioghi la sua letteratura, all'ideale irrealizzabile del passato presterà ancora le armi, le ricchezze, l'energia che le è propria. Resistente e nemica d'ogni innovazione politica e religiosa, raddoppierà la guardia della sua Inquisizione, diverrà più servile, più devota, a misura che le altre nazioni si emanciperanno; resterà finalmente la nazione superstite del Medio-Evo. Ma tanta forza di resistenza e di reazione gelosa di fronte ai grandi rivolgimenti politici e intellettuali dell'Europa civile, non mosse dalla volontà e dalle profonde convinzioni di un principe. Lo spirito spagnuolo, di cui Ferdinando il Cattolico era stato un esatto interprete, informò il carattere, l'intelletto, la volontà di Carlo di Gand; non impose già egli i proprii ideali a quel popolo. Il conquistatore fortunato di tante stirpi fu alla sua volta soggiogato e vinto, e prima ancora che la sua stella brillasse di sanguigna luce sui campi di Pavia e di Mühlberg, la nazione che lo avea acclamato re, diffidando di lui e della sua schiatta, gli inspirava i suoi proprii entusiasmi, lo rendeva schiavo dei suoi pregiudizii, ravvivava in lui l'ideale di Carlo Magno.

Fatidica da vero l' impresa, che nel celebre torneo di Valladolid del febbraio 1517 assumeva appena diciassettenne il giovane Carlo! Sulla gualdrappa del suo cavallo leggevano i Castigliani, ammirando tanta ricchezza d'oro e di gemme, un motto significato in una sola parola: nondum. Con essa egli forse intese manifestare la sicura coscienza della grandezza avvenire; e due anni appresso, quando appena avea fatta esperienza delle arti dispotiche lasciategli in retaggio dall'avo materno, venne a morte Massimiliano imperatore (12 gennaio 1519).

III.

Indicibile a quell'annunzio l'agitazione e il fermento di tutta Europa. La Germania sembrava ad un tempo un mercato aperto agli stranieri d'ogni nazione, un campo di guerra alla vigilia della battaglia. Dovunque una gara affannosa di promesse e di offerte da gentiluomini che si spacciavano per potenti, e di mercenarii millantatori. Traversavano del continuo il territorio dell'Impero i corrieri di Spagna e di Francia, recanti dispacci alle corti dei grandi elettori, s'incrociavano ad ogni ora gli agenti diplomatici dei due monarchi con le brillanti scorte degli uomini d'arme, dei carriaggi e dei servi. Ritiratosi dal concorso Enrico VIII il defensor fidei, dolorosamente convinto che Leone X giuocava a doppia partita, e incoraggiava le pratiche del re di Francia, questi, vivente ancora l'Imperatore, con larghe profferte di denaro, con promesse di titoli, e laute pensioni s'era guadagnato il voto di quattro elettori. Un ardito gentiluomo, Francesco di Sickingen, fattosi in quei tempi di disordine pubblico, e di sanguinose guerre private, il giustiziere, come dice bene il De Leva, di gran parte della Germania, prometteva al re straniero l'appoggio delle sue armi. Dal romito castello di Ebernburg, dove l'audace venturiero, allievo di Reuchlin, si compiaceva tra una mischia e l'altra di accendere tra gli amici di Wittenberg dispute teologiche e letterarie, venivano del continuo i messi di Francia, e vi ritornavano carichi d'oro. Ma il vecchio Imperatore vigilava quei passi. Nel convegno d'Absburgo rannodava in segreto le fila de' suoi partigiani con un sacrificio di mezzo milione di fiorini. Più tardi persuase il Sickingen a mancar di fede a Francesco I, e a impugnar la spada contro il duca Ulrico del Würtemberg per assicurare col trionfo della lega Sveva, l'elezione di suo nipote. Non l'appoggio incondizionato del papa, che avversava le pretese del re spagnuolo onde avvantaggiare gli interessi Medicei, e per impedire che un re di Napoli, violando la bolla di Clemente IV, salisse all'Impero, non la fede mantenutagli all'ultima ora da Gian Federico duca di Sassonia e dall'arcivescovo di Treveri, garantivano a sufficienza l'elezione di Francesco I. Nè gran fatto giovò alla sua causa l'orazione efficace, persuasiva, solenne, che nella dieta raccoltasi a Francoforte il 18 giugno 1519 pronunziò in suo favore il dotto arcivescovo, sperando dissipare la forte impressione che le brevi parole pronunziatevi dall'elettore di Magonza aveano lasciato su gli animi dei convenuti. “Se noi dovessimo interpretare alla lettera la bolla d'oro, così l'arcivescovo di Treveri, dovremmo escludere come stranieri e Carlo e Francesco. Voi affermate che è titolo sufficiente di capacità all'elezione per il primo il possesso di molte provincie dell'antico Impero, quasichè il re di Francia non sia signore legittimo del regno di Arles, e del ducato lombardo. Ma eleggendo Carlo voi lo sforzerete a ritoglier Milano ai Francesi, e incoraggerete gli Osmani a invadere l'Ungheria. Quando invece s'imponesse a Francesco I l'impegno di non tentare l'acquisto del reame di Napoli e di non violare le frontiere della Fiandra, egli si troverebbe necessariamente obbligato a impugnare le armi contro i Turchi per la difesa della Germania, divenuta per lui la sentinella avanzata del proprio regno.„ Nè l'arcivescovo di Treveri si ritenne, accennando al riconosciuto valore, e alla saggezza politica del re di Francia, e contrapponendola alla giovinezza inesperta di Carlo, di eccitare ancora una volta il geloso sentimento nazionale tedesco, col pauroso sospetto sulla orgogliosa durezza degli Spagnuoli. Se non che questi argomenti, e la proposta che poteva sembrare più saggia, che cioè esclusi i due rivali, la scelta cadesse su di un principe tedesco, non trovarono favore nell'assemblea. Prevalente la lega sveva, compra dall'oro spagnuolo e fiammingo la maggioranza degli elettori, già segretamente proclive Leone X a non intralciare i disegni di Carlo, se eletto, la vittoria così a lungo contrastata, e comprata a così caro prezzo, finalmente gli arrise. N'ebbe notizia Francesco I a Poissy il 3 luglio 1519, e seppe far buon viso a cattiva fortuna. Dicesi anzi che si compiacesse dello smacco patito come di un evitato pericolo, di cui non avesse misurato abbastanza la gravità e la minaccia.

Ma l'elezione di Carlo V all'Impero recava con sè gravissime conseguenze. Turbata la proporzione di forze tra i due rivali, aprivasi di nuovo l'Italia a teatro di guerra, e ne sarebbe stata ancora Milano la preda agognata. Le condizioni imposte a Carlo V dagli elettori, egli avrebbe potuto impunemente violarle perchè mancavano di ogni efficacia coattiva. Distratti i due principi da ambiziosi ed esterni disegni, avrebbero tentato subito d'accrescere il completo assoggettamento dei loro regni ereditarii, soffocando Carlo gli ultimi aneliti della indipendenza politica della Spagna, tenendo in freno Francesco I gli ardori ribelli dell'antica feudalità. Per più di vent'anni la disputata egemonia dell'Europa, derivante dal possesso d'Italia, terrà lontano Carlo V dalla Germania, e le nuove dottrine religiose, incoraggiando le ribellioni dei principati laici feudali, vi troveranno libero il campo ad una espansione feconda. Francesco I ne diverrà per mire politiche l'interessato difensore, provocherà gli Osmani contro l'Impero, arresterà ancora per qualche tempo il trionfo delle armi e delle idee spagnuole, allontanerà la minaccia della reazione politica e religiosa.

Vano sarebbe fantasticare se la elezione del re di Francia avrebbe serbato un miglior destino all'Europa. Più tosto domanderemo a noi stessi se il persistente concetto della monarchia universale cristiana, sopravvivente in contrasto al diritto pubblico della Germania, giustifichi a sufficienza il nuovo e strano spettacolo di una corona così accanitamente disputata fra i due più potenti principi del Cinquecento. Non orgoglio di monarca, non fervore di fede cattolica destavano nel successore di Clodoveo e di Carlo Magno così forte ambizione. Noi dobbiamo scorgerne i fondamenti in quella generale corrente di simpatia, che era stata ausiliaria efficace delle sue prime fortune. Il secolo dell'Umanità e della Rinascenza parve quasi che a lui, interprete degno del suo stesso spirito, volesse affidata la fase della civiltà nuova. Superiorità morale incontrastata, animo aperto ad ogni senso di modernità, ad ogni forma di bellezza classica, i contemporanei ammiravano Francesco I restauratore della dignità nazionale, e benefattore illuminato di un popolo, che trasformando i suoi rozzi costumi, riformando le leggi, educandosi all'arte, perfezionando i metodi della scienza, traeva dalla conquista i vantaggi più duraturi. Già fin d'allora brillava di vivissima luce la corte di Francesco I, e vi trovavano protezione efficace i dotti d'ogni paese. I più coraggiosi preparatori della Riforma, gli umanisti teologizzanti, che circondavano a Wittenberg Martino Lutero, o ne interpretarono il pensiero nelle tumultuose diete imperiali, serbavano per la maggior parte grato ricordo delle scuole francesi, dell'amicizia di quei dotti, della liberalità di quel Re. Gioachino d'Hohenzollern margravio del Brandeburgo, nel compromesso da lui firmato il 17 agosto 1517 a favore di Francesco I, dichiarava che ad impegnare il suo voto per lui lo inducevano sopra tutto la fama, e l' umanità di quel principe, omai nota a tutto il mondo. Omaggio doveroso da vero di un tedesco, già disposto a svincolare la sua coscienza dal dogma cattolico, verso l'amico e il protettore di Erasmo, verso il principe che più tardi fece della Francia un asilo sicuro all'arte e alla libertà italiana.

IV.

Nell'antico castello dei conti Angoulême presso Amboise erasi compiuta l'educazione di Francesco I, e di sua sorella Margherita, che fu poi regina di Navarra. Luisa di Savoia figlia del conte Filippo di Bresse, rimasta vedova giovanissima del conte Carlo di Valois Angoulême, visse lunghi anni coi figli in quel volontario ritiro. Ivi crebbe, vivo ritratto dell'uomo ch'ella avea appassionatamente amato, Francesco I, robusto della persona, pronto d'intelletto, e per indole naturale inclinato ad ogni opera buona e generosa. Qualche anno fa leggevasi ancora in una delle sale di quel castello il motto: Libris et liberis, fattovi dipingere da Luisa negli anni del suo dolore, e quel motto compendia il sacrificio spontaneo di una giovinezza sfiorita senza rimpianto. Dalla libreria d'Amboise sono pervenuti alla Nazionale di Parigi moltissimi codici fatti copiare da Luisa di Savoia per l'istruzione dei figli, e contengono le opere minori del Petrarca e del Boccaccio, l' Epistole di Ovidio tradotte da Ottaviano, di Saint-Gelais, un esemplare della Divina Commedia, e moltissimi romanzi cavallereschi. Nata in Italia, e cresciuta in una corte, dove già era penetrato l'alito del Rinascimento, Luisa volle impartita ai figli un'educazione schiettamente classica. Un dotto abate, Francesco di Rochefort, erudì ne' primi elementi della lingua latina e greca i due giovinetti, mentre la madre chiamava Arturo Guffier signore di Boissy a precettore e a governatore di Francesco. In possesso di una ricca cultura classica i due giovani acquistarono ben presto il più fino gusto letterario ed artistico; più tardi i continui rapporti coi nostri grandi maestri, coi letterati italiani, rifugiatisi alla corte di Francia, perfezionarono la accurata educazione impartita loro dalla madre e dai precettori. Così la affettuosa sorella del Re che i poeti aulici di quell'età chiamarono la Margherite des Margherites, fu in grado di dettare, a imitazione del Boccaccio, l' Héptaméron, e i varii poemetti gentili che le danno fama; e Francesco I anche in mezzo ai disagi delle guerre, e alle preoccupazioni della politica, trovò il tempo e la voglia di sottomettere il suo pensiero al giogo della misura e della rima, emulando le glorie del Jamet e di Clemente Marot. Noi non potremo qui dare un quadro completo della vita di Francesco I negli anni ne' quali Luisa di Savoia, trepidando per il suo avvenire, ma pure intravedendo il destino che gli era serbato, procurò ch'egli acquistasse esatta coscienza del proprio grado e de' suoi futuri doveri. Troppo nota è del resto la storia dei suoi trascorsi giovanili, della sua veemente passione per madama di Chateaubriand, delle sue debolezze per mademoiselle d'Héilly, più tardi duchessa d'Étampes, per non riconoscere che non a torto i contemporanei gli rimproverarono di aver troppo spesso trasgrediti i consigli prudenti della madre, e più tardi sacrificato ai suoi capricci, alle sue passioni, con gli interessi della dinastia la dignità della Francia. Ma certo nei tratti salienti della sua figura morale, ne' suoi entusiasmi per l'arte, nel suo amore per il lusso e per il fasto, nelle sue virtù e nei suoi vizi rimangono così al vivo scolpiti i caratteri stessi di quella società spirituale, che prima che altrove in Italia preannunziò il rinnovamento della vita sociale, ch'egli acquista maggior diritto di Carlo V alla simpatia nostra, se anche pe' molteplici errori, per le funeste titubanze di una politica sleale ed egoistica, per l'abbandono ingiustificato e colpevole, in cui lasciò una gloriosa repubblica moribonda, noi cademmo vittime degli Spagnuoli.

V.

La rivalità tra Francesco I e Carlo d'Absburgo è determinata infatti da un così complicato intreccio di tendenze morali, e di materiali interessi, che non era dato sempre nemmeno ai due antagonisti misurarne le conseguenze. Grave errore sarebbe imputare solo alle cupidigie loro l'asservimento d'Italia, e non riconoscere che noi stessi fummo artefici sconsigliati della nostra fortuna. Di quanto non si sarebbe, ad esempio, ritardato l'urto formidabile, di cui noi soli dovevamo pagare le spese, se i principi e le repubbliche italiane abbandonando la politica sospettosa e fedifraga seguita fino allora, avessero secondati gli sforzi generosi di Enrico VIII e del Wolsey per formare un'alleanza universale tra gli Stati cristiani! Se non che mentre nei campi dei drappi d'oro il Re inglese induceva a miti consigli Francesco I, e minacciava di abbandonarlo se avesse presa l'offensiva della guerra per far rispettare il trattato di Noyon, il Wolsey stesso si lasciava adescare dall'oro austriaco, e Leone X, che più avrebbe dovuto incoraggiare la diplomazia inglese, raggirava tutti con arti tenebrose, e per un fine non sempre evidente ai suoi stessi negoziatori. La difesa della politica imperialista di papa Leone è stata tentata di recente con dottrina pari all'ingegno; ma quante volte non si ammantano di ingannevoli idealità, i documenti ufficiali della diplomazia! Giulio de' Medici ebbe un bel difendere dopo la morte di papa Leone innanzi a Francesco Guicciardini quella complicata tela di raggiri e di frodi, quasichè il pontefice avesse mirato alla salute della penisola. Se egli trattò segretamente con Carlo V, e provocò di nuovo la guerra, dopo aver ampliato, con turpitudini d'ogni maniera, gli Stati della Chiesa, e minacciato il duca di Ferrara, non la preoccupazione del moto religioso in Germania, o le minaccie osmane ve lo aveano indotto, ma la insoddisfatta brama di Parma e Piacenza. La guerra iniziatasi con prosperi successi per la Francia, nei Paesi Bassi, e ai confini di Spagna riuscì a tutto vantaggio degli eserciti confederati imperiale e pontificio. Gli Spagnuoli toglievano Milano al Lautrec il 19 novembre 1521, e pochi giorni appresso ricondotto dalle armi straniere Francesco II Sforza sul ducato paterno, Carlo V pagava al pontefice il prezzo dell'alleanza. Leone X non fece a tempo a misurare la fallacia delle sue previsioni. Sul sepolcro illacrimato che il primo dicembre gli si dischiuse fioccarono gli epigrammi, sghignazzò Pasquino durante il conclave, e i clienti arricchiti dalla Curia romana, durante il lungo tripudio carnevalesco del papato Mediceo, perdettero gravi somme accettando favolose scommesse sul nome di Giulio de' Medici, che non raccolse i suffragi. L'eletto fu Adriano d'Utrecht, il precettore di Carlo V. Alle tanto temute influenze francesi si sostituivano le più caute e pazienti della cancelleria spagnuola, e l'Imperatore rallegravasi di quella scelta, come di una vittoria sua propria. Ma quale eredità non avea lasciata al successore Leone X! Il severo fiammingo, che la ripudiò con disdegno, apparve alla Roma rediviva dei Cesari come un fantasma pauroso e grottesco. Sparve dal Vaticano lo sciame dei parassiti e dei cortigiani, sospesero le abbozzate pitture gli scolari di Raffaello; e il solitario pontefice in odio al popolo per la sua avarizia, ingannato e deriso da cardinali beffeggiatori, logorò la vita infelice, proseguendo un ideale irrealizzabile di restaurazione morale, politica e religiosa. La fioca voce di Adriano VI morente, era soffocata dal fragore delle armi proprio allora che la guerra si riaccendeva più aspra che mai in Sciampagna e in Piccardia, e la vittoria della Bicocca (dell'aprile del 1522) avea già assicurato il possesso di Milano ad un principe ligio ai voleri di Carlo V. Con nuovi e insperati successi questi raccoglieva il frutto delle due leghe conchiuse coi Veneziani, col papa e con gli Stati minori d'Italia. Respinta nel 1523 l'invasione del general Bonnivet, sgombrata ancora una volta la Lombardia dai Francesi, perchè non avrebbe egli dato ascolto alle sollecitazioni del duca Carlo di Borbone, il ribelle feudatario di Francia, che lo stimolava a penetrare in Provenza, a congiungere le forze tedesche alle spagnuole, a marciare direttamente su Lione per strappare dal capo del suo avversario la mal difesa corona? Se non che la spedizione della Provenza del 1524 non fu più avventurata delle successive. Il duca faceva affidamento sul concorso de' suoi partigiani, e l'odio così gli accendeva la fantasia da non scorgere che ribelli nei popoli devoti e affezionati alla casa di Valois. Onde gravissimi dissapori tra lui e il marchese di Pescara, che sotto le mura di Marsiglia, mirabilmente difesa dalla flotta francese capitanata da Andrea Doria, vedeva dolorosamente svigorirsi l'esercito dell'Impero. Durava ancora l'assedio quando giunse al campo notizia che il re di Francia ritentava in persona l'impresa d'Italia. “Chi vuol cenare all'inferno, esclamò il marchese di Pescara, torni pure all'assalto, ma chi vuol salvare a Cesare la Lombardia farà bene a seguirmi.„ Il progetto della rivincita torturava da lungo tempo l'animo di Francesco I; il tradimento infame del duca Carlo di Borbone non fece che ritardarne l'esecuzione. Le serie obbiezioni del La Tremouille non valevano meglio delle preghiere e delle lacrime di Luisa di Savoia per distogliere il re dall'affrettata deliberazione. Il 12 agosto del 1524 nel castello di Gien sulla Loira egli affidava la reggenza del Regno alla madre, e prendeva commiato dalla regina Claudia, dalla sorella, dalle dame della sua corte. Pochi giorni appresso muoveva da Avignone per la Liguria, inseguendo gli Imperiali, che aveano levato a precipizio l'assedio di Marsiglia, e il 20 ottobre passava il Ticino. Milano, spopolata dalla peste, priva d'armi e di denaro, per consiglio di Girolamo Morone gli apriva le porte il 24, e sulla fine del mese il maggior contingente dell'esercito vittorioso, per improvvido suggerimento del Bonnivet, concentravasi sotto le mura dell'infausta Pavia. Chi avrebbe mai preveduto, dopo una così rapida restaurazione delle sorti francesi, la catastrofe del 24 febbraio 1525, la morte sul campo del Bonnivet, del La Palisse, del La Tremouille, la rovina di tanta parte della feudalità francese, l'umiliazione e la prigionia del re? Non ne indagheremo le molteplici cause; ma certo l'immane disastro colpì come fulmine, e disarmò i principi italiani delle speranze fin allora nutrite di rialzare la parte francese per salvar la penisola dalla minacciata soggezione spagnuola. Nel vecchio e pur inevitabile errore di associare alla fortuna di un re straniero le sorti d'Italia ricadevano ben presto il pontefice, i Fiorentini, Venezia. La tela delle simulazioni e degli inganni con tanto accorgimento tramata da Leone X ai danni della Francia, si ritesseva ora a rovescio, e con minore risolutezza ed energia dal nuovo pontefice Clemente VII. Nemici a lui i Colonnesi, fedeli a Cesare, insofferenti del giogo mediceo i Fiorentini, Clemente VII acquetava quelli dandosi a credere legato ancora a Carlo V dai vecchi patti, appagava questi con false promesse di liberali riforme nel reggimento politico di Firenze, che illudevano i nostri politici, non avvezzi più a limitare l'acuto sguardo entro la ristretta cerchia degli interessi cittadini, ma preoccupati della salute d'Italia. Resistere a Carlo V significava inoltre per il pontefice non impegnare la Chiesa romana in riforme dogmatiche e disciplinari, che ne offendessero le tradizioni, ne minacciassero gli antichi diritti, spogliassero il papato del principato terreno. Gravi preoccupazioni politiche ispirate talvolta ad una idealità di principî, che lasciavano fredde e indifferenti le moltitudini, persuadevano la repubblica veneta a secondare il nuovo indirizzo della politica pontificia. Riconquistato faticosamente il dominio di terraferma, usurpatole dai collegati di Cambray, Venezia acquistava ogni giorno più la coscienza della sua italianità. Estranea per lunghi secoli alle dolorose vicende della penisola, essa offriva all'ammirazione della scienza politica l'organismo meraviglioso della sua costituzione interna proprio allora che dai Principati e dalle sopravvissute repubbliche, impotenti a risolvere il problema politico, le derivarono i benefizi della progredita cultura, e i doni preziosi dell'arte rinnovellata. Se non che i generosi sforzi della Repubblica non impedirono che da funeste titubanze, e da diffidenze reciproche non rimanesse impacciata l'opera nostra. La congiura del Morone incautamente condotta, riuscì a tutt'altro fine da quello che se n'era sperato: accrebbe la impotenza personale di Francesco Sforza, svelò il putridume di corrotte coscienze, rese più che mai sospettosa la vigilanza degli Spagnuoli. Dopo il trattato di Madrid, che immobilizzava le forze francesi, e più che mai turbava il già spostato equilibrio, l'Italia sentì più grave il peso dell'oppressione, e accedendo alla lega di Cognac e alla politica inglese, sembrò con un ultimo sforzo risollevarsi dal letto del suo dolore. L'idea generosa di una riscossa ispira la prosa ufficiale del Wolsey, infonde nuovo calore alle lettere diplomatiche del Datario Ghiberti, conforta di pietose illusioni lo spirito travagliato di Niccolò Machiavelli. Ma la Niobe delle nazioni non fece che esporre a nuove e mortali ferite il corpo già flagellato. Piombaronci addosso le coorti indisciplinate del Borbone, i fanatici lanzi del Frunsberg corsero le terre desolate ed arse, traversarono le città spopolate le genti fameliche del Lautrech. Invano il pontefice abbandonato dai Fiorentini, maledetto a Venezia, mancando agli impegni, sconfessava l'opera propria, e implorava misericordia dai nemici furenti. Ministri dell'ira celeste i Tedeschi compivano, col sacco di Roma, il vaticinio di Ulrico di Hutten, detronizzavano il papa, restituivano i diritti su Roma all'Impero, spegnevano la podestà temporale del sacerdozio, preannunciavano al germanesimo sulla risorta civiltà latina una nuova vittoria. Condannò Erasmo, che pur l'avea preparata con l' Elogio della Follia, la rovina di Roma. Ne consacrarono in noiose elegie il funesto ricordo i poeti latineggianti cresciuti alla scuola del Sadoleto e del Bembo. Anticipazione violenta di una legge fatale, il significato storico di quell'orgia di sangue, rimase per gran parte ignoto ai contemporanei, a Carlo V stesso, che non avea voluto impedirla. Sorpreso anch'egli dall'immane disastro, che scompigliava le sue previsioni, ne rendeva responsabile il suo avversario, violatore del trattato di Madrid, ne cercava le cause nella subdola politica inglese, nelle sfrenatezze delle plebi e degli eserciti, nella cupidigia insaziabile del papato. Ma come dissimularsi che il tremendo castigo non fosse commisurato alle colpe di papa Clemente! Come non riconoscere che per punirlo egli si era fatto complice dello spirito ribelle della nazione germanica, e che a lui solo come capo del mondo cristiano, ed erede di Carlo Magno, spettava invece reprimerlo e soffocarlo per salvare l'unità della fede? Gli amari rimproveri che il re di Francia, quasi assumendo di fronte a lui la tutela del mondo cristiano, gli scagliava contro, crucciavano il suo animo esacerbato. Più grave si faceva per Carlo l'imbarazzo di uscir con onore da una situazione pericolosa, più temeva il rischio di dover scendere a patti coi Luterani, di non trarre dall'alleanza imposta al Pontefice proporzionati vantaggi, più sentiva ridestarsi in petto formidabile l'odio contro il rivale che non appena libero dalla prigione, mancando alla fede data, lo avea di nuovo trascinato alla guerra. Il linguaggio di Carlo V verso l'avversario, che forte dell'alleanza di Enrico VIII proponeva condizioni di pace inaccettabili, passava oramai i limiti della convenienza, colmava ogni misura. E così proprio allora che la grande lotta sembrava perdere ogni carattere personale e rappresentare un urto formidabile di principî politici e di tradizioni opposte, i due rivali pensavano di deciderla in campo chiuso, e con le armi alla mano. Il sovrano della più cavalleresca delle nazioni sfidava il re cattolico a singolare tenzone, ed il duello avrebbe offerto un episodio di più al tragico dramma se Carlo V avesse saputo moderare le ingiurie, dopo la sfida.

VI.

Del famoso cartello diede lettura Giovanni Robertet nella solenne adunanza del 18 marzo 1528, in cui il Re, assiso sul trono, e circondato dai principi del sangue, dai gentiluomini della corte, dai cardinali, e dai grandi signori del Regno, riceveva in visita di congedo Nicola Perrenot signore di Granvelle, l'ambasciatore di Carlo V. In quella veemente scrittura rimproveravasi l'imperatore di aver rifiutate sdegnosamente le proposte di pace, e giustificavasi il deliberato proposito di continuare la guerra, ricordando con vivaci espressioni le rapine d'Italia, il saccheggio di Roma, la invasione della Germania. “Se ritenere i miei figli ostaggi a Madrid, aggiungeva Francesco I, esigere, prima ancora che mi sieno restituiti, ch'io abbandoni i miei alleati, aver fatto prigioniero il Pontefice, vicario di Dio su la terra, aver offesa la religione, lasciata aperta la Germania ai Turchi, tollerato il trionfo dell'eresia, se tutto ciò, dico, non basta, io non so più quali ingiurie e quali ragioni potranno mai provocarmi, offendermi nel sentimento di padre, richiamarmi ai doveri di Re Cristianissimo.... E poichè voi mi accusate di aver commessa azione disdicevole a un gentiluomo, che abbia sacro l'onore, noi vi rispondiamo che mentite per la gola, e mentirete ogni volta che oserete ripeterlo. Siamo deliberati a difenderlo sino all'estremo di nostra vita. Non una parola ingiuriosa di più.... assicurateci il campo, noi vi porteremo le armi. Quando si viene al cimento doveroso è il silenzio.„ Ma il silenzio, com'è noto, fu rotto dalle nuove ingiurie di un cartello di risposta, di cui fu latore alla corte di Francia l'araldo spagnuolo Bourgogne. Francesco I, che al suo avversario chiedeva la sicurtà del campo, e non altro, non volle lasciarsi offendere impunemente una seconda volta, licenziò dalla corte l'araldo, nè più lo ammise alla sua presenza. Il De Leva non crede che l'Imperatore abbia mai preso sul serio la sfida, onde è probabile che ricambiando il cartello, e rincarando la dose delle provocazioni, intendesse di togliere all'avversario ogni pretesto di nuova querela. Su la strana vertenza si fecero infiniti commenti; si accusava in Spagna Francesco I d'aver evitata la prova con sotterfugi disonorevoli, rimproverava la nobiltà francese l'Imperatore di aver violato pensatamente le consuetudini cavalleresche per trarsi d'impaccio. Ma come non vedere che entrambi preferivano che il duello continuasse a combattersi tra le nazioni, e ne fosse ancora la Lombardia il campo fatto sicuro dalle cime nevose delle Alpi?

VII.

Se non che la fortuna delle armi non proteggeva la Francia. Armeggiava ancora intorno a Milano il Saint-Pol, diradavansi ogni giorno più pel contagio le file dell'esercito del Lautrec, e gli alleati che avrebbero dovuto coadiuvare quegli sforzi, mancando agli impegni, correvano dietro ai loro interessi. Andrea Doria abbandonava la parte francese; i duchi di Ferrara e di Milano, nel timore di perdere lo Stato, si umiliavano a Carlo V; Venezia, che per i suoi possedimenti di Puglia sospettava ragionevolmente e Francia e Spagna, schermivasi dagli obblighi assunti, e per mantenere Cervia e Ravenna ritolte alla Chiesa, alienavasi il Papa; questi, sacrificando tutta Italia agli interessi temporali della Chiesa, e alla grandezza di casa sua, s'accostava segretamente all'Impero. La pace che Francesco I avea poco innanzi rifiutata con superbo disdegno bisognava ora accettarla a durissime condizioni. Ne fu principale negoziatrice a Cambray di fronte alla scaltra zia di Carlo V Luisa di Savoia, madre del Re, e sul suo capo piovvero improperii d'ogni maniera. Un sonetto audacemente satirico si diffuse, durante il convegno da Venezia, per tutta Europa, e nelle nostre corti, facendo eco ad un popolo moribondo, cantarono in rima i buffoni la vigliaccheria del Re, di sua madre, dei ministri regi. Eppure l'ultimo e solenne atto diplomatico, cui partecipò Luisa di Savoia, se bene foriero di nuove calamità alla penisola, trovò un difensore in un fiorentino e repubblicano per giunta, Baldassare Carducci. L'oratore della Repubblica, ricostituitasi nel 1527 durante la prigionia del Pontefice, giustificava innanzi alla Signoria la debolezza del Re affermando che si era lasciato indurre a firmare l'umiliante trattato per soddisfare alle lacrime di sua madre. Luisa di Savoia avea voluto salvi dagli insulti degli Spagnuoli i proprii nipoti; nè sono mai vili le lacrime di una donna in difesa del proprio sangue! Quanto più vile di quelle lacrime il sentimento di vendetta che contro la patria animava in quei giorni Clemente VII! Non la gelosa difesa del mondo cristiano, non la salute d'Italia, ma l'odio contro Firenze lo conduceva a Bologna incontro all'Imperatore, dopo aver stipulato con lui il segreto trattato di Barcellona, nell'ottobre del 1529; e in quei mesi di feste clamorose e di tripudii carnevaleschi, circondato dalle giovini speranze della sua casa, egli ne vagheggiava la grandezza futura sulle rovine fumanti della debellata Repubblica. Il vero significato dell'accordo e dell'incoronazione di Bologna sfuggiva infatti ai più forti intelletti di quell'età, e ben pochi sospettavano nella eroica resistenza di Firenze alle armi coalizzate della Chiesa e dell'Impero il trionfo di un'idea santa. Sino dall'aprile del 1529 Claudio Tolomei avea dato alle stampe la sua ampollosa orazione sulla pace; poco appresso inneggerà all'Oranges con la nota e turpe canzone; altri sognerà la restaurazione dell'Impero; Girolamo Casio, il rimatore cortigiano agli stipendii dei Medici, dei Bentivoglio, dei Gonzaga, diffonderà sonetti in lode dei potenti, in biasimo dei morituri. Non mai così profondo e insanabile apparve il dissidio morale della società italiana come in quel solenne momento. Le gentilezze cortigiane di quell'età si erano date convegno a Bologna a ricuoprire del loro splendore le turpitudini della politica. Tutta la fazione oligarchica fiorentina e la clientela di casa Medici tripudiava nella monumentale città, proprio alla vigilia della catastrofe di Firenze. Le forze molteplici, che più efficacemente concorsero alla rovina delle libertà democratiche del Medio-Evo, si erano venute per gran parte educando nelle corti signorili e nei principati. Nella stessa Firenze, dove pure il privilegio politico di una democrazia faziosa e tirannica, più a lungo prevalse, con la rapida trasformazione del costume e delle idee politiche del passato, col progresso dell'arte, con l'abbandono della fede, ogni giorno più grave si era manifestata la disparità degli ideali e degli interessi tra le alte classi sociali ed il popolo. Qui più evidente che altrove il contrasto doloroso tra una vita politica, impacciata tra le vecchie forme di uno Stato ristretto, insofferente d'ogni eguaglianza civile, ed un moto progressivo di idee feconde. Qui l'ampliarsi del concetto di libertà e di patria, qui il sorgere dell'arte di Stato, e di una scienza politica sperimentale, qui la prima ed eccezionale intelligenza delle leggi che regolano la pubblica economia.

Lungi da me il pensiero sacrilego di attenuare l'alto valore morale di quell'audace resistenza, dalle cui gloriose memorie attinsero i padri nostri gli esempi del sacrificio, e trassero la ispirazione della nuova fede; ma certo il memorando assedio non ci apparisce soltanto come una legittima difesa della libertà immolata alle cupidigie di un Papa vendicativo, e alle voglie tiranniche di un Imperatore protervo, ma ci si presenta pure come un'inconscia reazione popolare al rinnovamento civile che pure in mezzo alla spaventosa depravazione delle coscienze, maturavasi nel pensiero italiano. L'illusione nostra fu di credere, che divenuto fra noi impopolare Francesco I, se ne facesse interprete un principe straniero, cattolico, e spagnuolo per giunta. Mentre si ribadivano in ogni parte d'Italia, dopo la caduta di Firenze, le catene della servitù, noi cacciavamo dalla mente come importuno il sospetto che noi potessimo più liberarcene. Si hanno infinite prove dell'inganno, in cui caddero i migliori intelletti sulla avvenuta restaurazione degli Sforza a Milano, sul titolo di duca concesso al marchese Gonzaga, sulla costituzione promessa da Carlo V di uno Stato nuovo ed indipendente nel centro della penisola, a favore di Alessandro de' Medici. Tra i fautori di lui non ritroviamo solo i beneficati clienti della sua casa, o i Palleschi d'antica fede, ma altresì quei Fiorentini “grandi„, che offesi e ripudiati dal popolo, traevano dalle prevalenti dottrine politiche la persuasione che la indipendenza dello Stato non potesse oramai garantirsi che con la costituzione di un Principato.

Ed ecco innanzi alla maestà di Carlo V, reduce nel dicembre del 1535 dall'impresa di Tunisi, osare in Napoli l'apologia del nuovo governo mediceo Francesco Guicciardini, illuso ancora di restaurare l'opera propria guastatagli da cortigiani corrotti e da un principe inesperto e libertino; ed eccolo nel corteo dell'Imperatore già acclamato dalle plebi di Napoli e di Roma, il primo maggio del 1535, entrare anch'egli solennemente nell'asservita città. Nelle vie decorate dai suntuosi apparati di Giorgio Vasari, di Baccio d'Agnolo, di Rodolfo Ghirlandaio s'assiepa anche qui il popolo plaudente e oblioso delle ingiurie recenti. Non Firenze sola, ma l'Italia tutta s'acqueta in un vano ideale di pace politica e religiosa, che prepara la servile soggezione alla Spagna, e la schiavitù del pensiero. Quando la lotta sta per riaccendersi tra Carlo V e Francesco I, in séguito alla morte dell'ultimo Sforza, noi sembriamo quasi spettatori indifferenti al nuovo atto del dramma, che sta per svolgersi. Se gli esuli fiorentini, genovesi, napoletani, per riguadagnare la patria, ridestano nel re di Francia le sopite ambizioni, come non va assottigliandosi il numero degli epigoni, e non rimane isolata ed incerta l'opera loro! — Carlo V non peccava d'orgoglio se alla vigilia di riprender le armi, nell'estate del 1536, prorompeva in feroci invettive contro l'avversario, ed esortava Paolo Giovio a temperare l'aurea penna, a perpetuo ricordo delle sue gesta. Non l'errore infatti di invadere una seconda volta la Provenza, non la perdita irreparabile di Antonio de Leva, durante quella disastrosa campagna, non i brillanti successi dei mercenari di Guido Rangone, e delle schiere dei fuorusciti in Piemonte bastavano a scuotere la sua potenza in Italia. Fallite ai Francesi le speranze di sottrarre Genova alla signoria di Andrea Doria, sgominati e distrutti da Cosimo de' Medici gli esuli fiorentini nella giornata di Montemurlo, se si eccettua Venezia, gli altri Stati italiani gli erano generosi di obbedienza e di aiuto. Non per così poco avrebbe l'Imperatore investito, come pur tante volte promise, un principe d'Orleans del ducato Lombardo!

Se non che la politica francese tendeva a prendere un indirizzo più audace e risoluto. Per un calcolo di opportunismo Francesco I ostentava a riguardo dei Riformati quell'illuminato spirito di tolleranza, di cui non sempre godettero i benefizi i suoi sudditi, e segretamente stimolava i Turchi ad offendere il litorale del regno di Napoli. E perchè non avrebbe egli, nell'impotenza di rannodare le mal fide alleanze con gli Stati italiani, stimolato lo spirito di conquista di Solimano II, e incoraggiata di consigli e di soccorsi la lega Smalcaldica! — La riforma germanica, abilmente sfruttata per tenere in freno il papato, diveniva oramai uno strumento pericoloso per Carlo V. Sin dal 1529 nella dieta di Augusta i Protestanti aveano osato affermare, per bocca del Melanctone, le loro credenze. Necessitato a valersi delle forze riformate contro i nemici di Cristo, pentivasi amaramente delle passate tergiversazioni, e faceva sua la sentenza: che in materia di religione non c'è parola che tenga. La vittoria di Cappel de' Cattolici su gli Zwingliani finì per persuaderlo che solo col ferro e col fuoco si sanano le cancrene dell'anima. Giovavagli tuttavia esperire per qualche tempo ancora le vie pacifiche, e perciò rimaneva fermo nel pensiero di un concilio universale, che spauriva il pontefice, e non lo mostrava apertamente avverso alla riforma germanica. La convocazione infatti di un concilio turbava i sonni dell'incerto pontefice. Estremamente geloso del prestigio del papato, e degli interessi temporali della Curia, Clemente VII, mentre si dava a credere zelantissimo di una riforma disciplinare, impacciava di fatto le pratiche di Carlo V, e negli ultimi anni della sua vita infelice si riaccostava alla Francia con le ambiziose nozze di sua nipote col duca d'Orleans. — A battere la stessa via ma con più vigilante scaltrezza inducevano Paolo III Farnese, successore di Clemente, più alti ideali. Divenuta inconcepibile e assurda la ricomposizione dell'unità della fede, da che la Riforma, come torrente impetuoso, dilagava ovunque, e minacciava la Francia e l'Italia, come non avrebbe egli preferito affidare l'opera della restaurazione del cattolicismo a Francesco I, fedele ancora all'alleanza inglese, più tosto che a Carlo V, che signore di tanta parte del mondo e oppressore d'Italia, risognava la monarchia universale di Cristo! Pensava egli in tal modo a tutelar meglio coi presunti diritti del Papato le ambizioni del figlio, e dei nipoti, e se queste non lo avessero trascinato a scambiare i mezzi pei fini di una politica delittuosa, l'idra funesta della reazione avrebbe forse tardato a intristire il mondo. — Solenne momento per Paolo III la riconciliazione a Nizza dell'Imperatore col Re; i due instancabili avversari deponevano simultaneamente le armi, e quella effimera pace, consacrata dalle benedizioni sacerdotali, sembrò una nuova tregua di Dio. Per debellare Gand attraversava Carlo V la Francia, e alla proverbiale lealtà di Francesco I affidava nelle delizie di Fontainebleau e di Amiens, la sua persona e il suo onore. Chi avrebbe mai sospettato, dopo quel compromesso, che dovea ridonar per dieci anni la pace all'Europa, così prossima la ripresa delle ostilità, così impetuosa ed audace l'ultima aggressione de' Francesi in Piemonte! Ma nè dalla scienza del duca di Henghien, vincitore a Ceresole, nè dall'eroismo di Piero Strozzi, nè tanto meno dalla congiunzione dei gigli d'oro con la mezzaluna nelle acque di Nizza provennero gli unici vantaggi territoriali che il trattato di Crepy assicurava alla Francia. Alleatosi ancora una volta all'Impero il re d'Inghilterra Enrico VIII, in lite col Papato per il negato divorzio, con Francesco I per le faccende scozzesi, la nazione rispose con nobile slancio all'appello regio, e con la ostinata difesa della Piccardia e della Sciampagna invasa dagli Imperiali e dagli Inglesi, salvava la monarchia. — Come in ogni modo doloroso per il cuore del Re l'epilogo di una lotta, durata più di venti anni! La forte e bellicosa nazione, che sembrava destinata a tener lungi dalla classica terra i profanatori superbi, abbandonava il mondo cristiano alla mercede di un principe oltrepotente, che fatto più sicuro del papato romano, alle tradizioni dinastiche, allo spirito d'intolleranza, alle paure della coscienza sacrificherà le conquiste della civiltà, guadagnate a prezzo di sangue.

VIII.

Prima e più largamente che altrove dall'Italia, che n'era stata la culla, se ne diffuse la luce alla corte di Francesco I. Che se il soffio della reazione, negli ultimi anni del regno di lui, preannunciò il turbine delle guerre civili, quale trionfo non ottenne in Francia sotto gli auspici del Re, lo spirito della Rinascenza! Giovanni Battista Strozzi, che passò l'inverno del 1537, a Parigi, e frequentò le sale del Louvre, quando ancora decoravano esternamente il severo palazzo, nell'imitazione dell'arte nostra, Giovanni Goujon e Paolo Ponce, scriveva a Filippo Strozzi: “Io mi trovo presentemente alla corte, dove non si fa altro che giostre, balli, banchetti e maschere, e pare il vivere d'Ottaviano.„ Fra le dame che la abbellivano: Caterina de' Medici, le amanti del re e del Delfino, la figlia del re, vigilava, pur sempre come angelo tutelare, Margherita di Navarra. Alle sue rare virtù, al suo virgineo candore, alla sua ricca cultura rendevano omaggio con eleganti epigrammi il Marot, il Ronsard, l'Alamanni, lo scettico Rabelais. Margherita, che si piaceva d'intrattenere le dame con la lettura dell'Amadigi, o del Boccaccio, quante volte non la interruppe per la Divina Commedia e per la Bibbia! Rivaleggiava con lei nel commentar Dante Gabriele Cesano, lei vide spesso col séguito delle sue damigelle nel laboratorio del Petit-Nêsle Benvenuto Cellini, corrispondevano con lei, animati dal suo stesso fervore religioso, Erasmo, Marc'Antonio Flaminio, Olimpia Morato. — E quel re bellissimo dall'occhio vivo e penetrante, che pur tanto amava le caccie, i balli, la compagnia con le amabili dame, che viaggiava con un traino di 10,000 cavalli, e vestiva sontuosamente, divideva i gusti e le inclinazioni della sorella. Il Rosso fiorentino e il Primaticcio gli decoravano il castello di Fontainebleau, il Cellini lo entusiasmava colle sue mirabili fusioni in argento, e metteva a cimento coi suoi capricci sovrani d'artista la sua pazienza, lui circondavano gli esuli fiorentini, che dalle nostre corti e da Venezia, ricevitrice d'ogni miseria, teatro meraviglioso del mondo, recavano in Francia le novità della moda, le raffinatezze della vita, le meraviglie dell'arte. — Contro le intemperanze dei teologi della Sorbona, che finirono per forzare la mano al Re contro gli eretici, battagliavano gli umanisti, amici di Erasmo, di Ulrico di Hutten, di Reuclin, e per opera del più attivo tra essi sorgeva in Parigi una università nuova: il Collegio di Francia. Gli studii severi del Budeo, del Dolet, dello Stefano non escludevano le creazioni geniali e grottesche del Rabelais. Egli che avea temprato ed educato in Italia, in mezzo ad una società più colta e più scettica della francese, il sentimento dell'arte, ne tentava proprio allora la felice caricatura. Raffigurasse o no Francesco I in Gargantua, la satira rabelesiana non si arresta certo alla canzonatura del re e della corte. Ricco teatro pe' tempi suoi di figure grottesche, il più burlevole e pazzo poema d'ogni letteratura, preannuncia sotto il velo allegorico le grandi riforme dell'avvenire.

IX.

Quanto diversa da quella di Francesco I, cui faceva capo così ricca fioritura d'arte geniale, la corte di Carlo VI! All'accesa fantasia d'uno dei più potenti coloritori dell'età nostra, essa riapparve nel giorno memorando, in cui la popolazione d'Anversa accolse festante l'Imperatore. Ma in quel quadro magistrale, che è tutta una festa di colori e di forme, Hans Makart non commemora Carlo V, ma scioglie un inno di gloria alle grazie femminili, all'eleganza del costume fiammingo! Per cogliere in qualche modo il carattere della corte imperiale non saprei immaginarmela che il giorno funesto, in cui il vincitore di Mühlberg, tristo e affranto dalla podagra, per sottrarsi alle insidie dell'elettor di Sassonia, lasciò improvvisamente Innsbruck, e traversata in lettiga, tra i rigori del verno, la Germania ribelle, raggiunse faticosamente le Fiandre. Nello scompigliato disordine di quella fuga precipitosa, noi possiamo raffigurarci quasi compendiate le trepidazioni, le ansie, i sospetti, che tormentarono, per lunghi anni, i ministri regi, i grandi prelati, i gentiluomini spagnuoli del séguito di Carlo V, nei disagiati viaggi ch'egli intraprese senza riposo da un capo all'altro del vasto Impero, per raffermare spesso una sovranità, che rafforzata oggi s'infiacchiva domani, e a cui le vittorie non giovavano meglio delle sconfitte. Tribù zingaresca di soldati feroci, di cortigiani servili, di frati fanatici, la corte di Carlo V finì per sdegnare le agiatezze della vita galante, il divino sorriso dell'arte. In essa si rispecchiò mirabilmente lo spirito d'una nazione, che alla gloria delle armi e al trionfo della fede sacrificava allora ogni altro ideale. E quale la corte tale il Principe. Di statura mediocre, pallido in volto, occhi insignificanti, naso aquilino, la sporgenza della mandibola inferiore e la prolissità del mento aggiungevano ai tratti della sua fisionomia una naturale severità. Di complessione robusta e fortificata da continui esercizi, Carlo V amava le armi, e i cimenti delle battaglie. Melanconico d'indole, modesto nei modi, e nelle vesti, parlava poco, e lentamente. Profondamente religioso, più tosto avaro che liberale, nemico d'ogni voluttà e d'ogni fasto, disamabile, talvolta vendicativo, egli ci apparisce quasi l'antitesi vivente dell'emulo suo. — Così la gigantesca lotta, combattutasi tra i due principi, potè sembrare ai contemporanei e a loro medesimi originata e nutrita in gran parte da odio personale, da rivalità dinastiche, da insaziata brama di gloria. Stipulato il trattato di Crepy, Carlo V fors'anche s'illuse d'aver finalmente in pugno la sospirata vittoria; ma i due campioni scesero, secondo noi, nel sepolcro nè vincitori nè vinti. La scomparsa dalla scena politica di Francesco I non impedì alla Francia di proteggere ancora i Principi protestanti della Germania, di coltivare in segreto l'alleanza coi Turchi; la soggezione miseranda d'Italia non disarmò i successori di Paolo III di quei sottili artifizi, coi quali fino allora aveano moderato la politica dell'Impero. Quante volte Carlo V, nella solitudine di San Giusto, non dovè ripensare alla fallacia delle previsioni umane, e se è vero ch'egli raramente ingannavasi nel pronosticare l'avvenire, come afferma Marino Cavalli, come tristi e sconsolati gli ultimi giorni della sua vita! Non l'alleanza col Pontefice, non il concilio di Trento, non l'umiliazione della Francia, non i roghi fumanti in tanta parte de' suoi dominii, non la rovina politica dell'Italia varranno a restaurare un passato senza ritorno, e tanto meno a fermare il corso del pensiero umano. — I vinti di Mühlberg, minacciosi ad Augusta, trionferanno a Münster in Westfalia, e prima che da per tutto si udrà dalla Francia, che lo spirito spagnuolo avea pure abbandonato al demone della tirannide religiosa, una voce di pace, promettitrice di libertà. Certo a Carlo V, non fu negato di assicurare per lunghi anni alla casa d'Absburgo e alla Spagna l'egemonia politica sull'Europa, non gli fu tolto di iniziare la restaurazione dell'edificio crollante del Cattolicismo; ma non era questo soltanto, signore e signori, il sogno luminoso della sua giovinezza.

LA RIFORMA IN ITALIA

DI

ERNESTO MASI.

Nel marzo del 1536 due giovani Francesi, partendo da Basilea, sotto finto nome e travestiti in modo da non dare nell'occhio e da non destare sospetti, attraversavano le Alpi al passo fra Coira e Chiavenna e pei territori della Repubblica di Venezia fra l'Alpi ed il Po s'avviavano a Ferrara.

I loro nomi veri erano Luigi du Tillet e Giovanni Calvino.

Questi aveva allora allora pubblicato a Basilea il suo libro, divenuto poi famosissimo, della Instituzione Cristiana e senza indugio s'era in compagnia del Du Tillet allontanato da quella città.

La ragione di questo viaggio del celebre riformatore c'è data da Teodoro di Beza, il suo biografo, quegli che Calvino chiamava la perla dei suoi amici, il compagno indivisibile degli ultimi anni della sua esistenza, l'uomo fra le cui braccia Calvino morì, e c'è data con poche parole e per verità poco chiare. Dice in sostanza, che, pubblicato il suo libro, Calvino desiderò visitare la Duchessa di Ferrara, di cui tutti vantavano allora la somma pietà, e salutare alla sfuggita l'Italia. Venne, confermò, per quanto potè in quella fretta, la Duchessa ne' suoi buoni propositi e se n'andò. Nelle confidenze, che faceva al Beza, Calvino soleva anzi dire: “ in Italia non ho fatto altro che entrare ed uscire!

Tuttociò può parer strano, sebbene sia in realtà semplicissimo, e forse nessuno n'avrebbe fatto caso, se non si trattasse d'un gran nome, come quello di Calvino, perchè tutti possiamo trovare in noi stessi il ricordo di qualche viaggio sconclusionato, senza che altri si metta a fantasticare e a crearci sopra un romanzo.

Ma poichè si trattava di Calvino, questo suo viaggio in Italia divenne a poco a poco il soggetto di mille lucubrazioni le più diverse ed opposte, in forza delle quali ora si complicò e s'ingigantì fino alle proporzioni d'un grande avvenimento storico, ora s'impicciolì e si restrinse a segno da dover all'ultimo domandarsi: “è venuto in realtà Calvino in Italia? o non se l'è mai neppure sognato?„

Perocchè la critica recò grandi benefici (chi potrebbe dubitarne?), ma è pur vero che se su certe questioni storiche piglia l'aire, non si suole fermare a mezzo e ricostruisce o scrolla tutto con una facilità talmente sbalorditiva, che incrociar le braccia e mettersi meditabondi a sedere fra le due corna del dilemma d'Amleto: essere o non essere, pare ed è alle volte la conclusione più scientifica e sempre poi l'atteggiamento più degno di chi niente niente la pretenda a scienziato.

Su questo viaggio di Calvino in Italia, il quale per lungo tempo non ebbe altra testimonianza nota che quella del Beza, abbiamo quindi una prima versione, la versione ricostruttrice, e s'incomincia dal farlo venire non nel marzo del 1536, bensì nell'autunno del 1535 per aver più larghezza di tempo disponibile, in cui collocare un maggior numero d'avvenimenti. In Ferrara era aspettato a gloria dalla Duchessa Renata di Valois, moglie di Ercole II d'Este, dalle dame e dai cavalieri Francesi, che l'aveano seguita di Francia fin dal 28 e che tutti più o meno erano intinti di Luteranesimo, di cui aveano portato i germi dalla corte di Margherita di Navarra, la protettrice dei primi riformatori Francesi ed insieme la protettrice, l'amica, l'inspiratrice della giovinezza di Renata, innanzi che essa venisse sposa in Ferrara del bello ed elegante figliuolo di Lucrezia Borgia.

E a far capitare Calvino nell'autunno del '35 s'ha ancora un altro vantaggio, cioè che il Duca Ercole era in quel momento assente per visitare Paolo III a Roma e Carlo V a Napoli, il che mostrava chiaro che Calvino avea voluto appunto approfittare dell'assenza del Duca per non imbattersi a prima giunta in lui, che di Francesi a corte, e per di più sospetti d'eresia, doveva ormai averne abbastanza, se, per suo gusto, non n'aveva già di troppo.

Tornato il Duca nei primi del 1536, Calvino gli fu presentato come un innocuo letterato qualunque, nè egli, che tenea già in corte il poeta Clemente Marot, scappato anch'esso di Francia, e tutti i dotti e umanisti, che componevano l'abituale società della cultissima Duchessa, avea di che meravigliarsi del nuovo venuto. Se non che questi non era uomo da starsene e da non fare la parte sua ad ogni costo. Catechizzò quindi non solo la Duchessa, ma molti altri della corte, predicando da prima in segreto, poi quasi in pubblico nella cappella e nella sala dell'Aurora, dipinta da Tiziano nel Castello degli Este, e lo stesso Tiziano era fra gli ascoltanti e fece anzi il ritratto del riformatore.

In un subito, che è, che non è? il Duca si risovviene d'essere buon cattolico e vassallo del Papa e fa arrestare Calvino. Ciò tronca in fiore (alcuni dicono) i suoi disegni, che non si limitavano a Ferrara e alla Duchessa Renata, ma miravano ben più in largo e più in alto.

Comunque, mentre per ordine dell'Inquisizione Calvino era condotto prigioniero da Ferrara a Bologna, alcuni armati assalgono i suoi custodi e lo liberano. “Onde fosse venuto il colpo, — scrive nient'altri che il Muratori, — ognuno facilmente l'immaginò„ cioè da Renata.

Uscito da quel mal passo, Calvino fugge, traverso Modena, Reggio, Scandiano, e per Parma e Piacenza giunge in Piemonte. Ritenta la sua predicazione a Cuneo, a Saluzzo, ma è preso a sassate. Lo accolgono invece i Valdesi a braccia aperte nelle loro valli. Ma esso ed il suo Du Tillet, risalendo ad Ivrea il corso della Dora, se ne vanno in Aosta per rivalicare le Alpi, trovano tutta la valle agitata da questioni religiose, si gettano in mezzo a quei trambusti per farne loro pro, un Vescovo Gazzino ed un Maresciallo Conte di Chaland, zelantissimi, eccitano contro i due eretici il popolo, che li caccia a furia, sicchè sentendosi quasi alle reni la spada del Conte di Chaland, Calvino e il suo compagno, per uno stretto passo delle Alpi, a tutti ignoto, fra i ghiacci e le nevi, riescono a stento a salvarsi.

*

E non crediate, signore, che manchino le prove anche a tutta questa parte Valdostana della grande leggenda sul viaggio di Calvino, perchè a sostegno di essa stanno nient'altro che una colonna commemorativa su una piazza d'Aosta, un monogramma, che credo ancora si vegga impresso sugli usci di parecchie case della città, l'usanza in Val d'Aosta di suonar mezzogiorno a undici ore per significare la sollecitudine dei fedeli Valdostani a liberarsi dall'eresia, i ruderi di una bicocca, dove si vuole che Calvino abbia abitato, e finalmente uno stretto passaggio delle Alpi, per dove sarebbe scampato, ed a cui è rimasto il nome di finestra di Calvino.

Or bene, di tutto quanto io v'ho narrato, e che dai più gravi scrittori era tenuto per pura storia fino a pochi anni fa, non esiste quasi più niente. La critica ha disfatto nella massima parte la poetica leggenda; la gran scena di Ferrara, così ricca di contrasti drammatici, di personaggi importanti e di sorprese romanzesche è ridotta una vera miseria; la pittoresca catastrofe alpina è scomparsa del tutto; la colonna, il monogramma, le campane, che suonano mezzogiorno a undici ore, la bicocca di Bibiano, la spada del Conte di Chaland, la finestra di Calvino, sono come gli attrezzi e gli scenari smessi d'una commedia finita; non sono più altro, vale a dire, che i materiali della leggenda, quale s'è formata dopo, sovrapponendo, come suole, un nome famoso a ruderi di monumenti e di ricordi, dei quali s'era smarrito con l'andare del tempo il nome vero e la primitiva significazione.

Dopo la versione, che chiamai ricostruttrice, la versione demolitrice trascorse tant'oltre, che seriamente s! dubitò, ripeto, se il viaggio di Calvino in Italia era mai avvenuto, o se era invece da mettere insieme alle tante apparizioni e predicazioni attribuite anche a Lutero, il quale fu bensì in Roma nel 1511, quand'era ancora un oscuro frate Agostiniano, ma che, quando s'era già apertamente ribellato, si pretese pure, senza alcun fondamento, che avesse tentato il suo apostolato a Como, a Menaggio, nella Valtellina e nei Grigioni.

Negar tutto però in cospetto alla precisa affermazione del Beza era troppo, e di fatto oggi nessuno contesta più che realmente Calvino sia venuto in Italia. Dopo tanti anfanamenti e travagli per fare e disfare, s'è anzi ritornati nè più nè meno alla versione del Beza, e non dirò, per non tediarvi di troppe minuzie, qual via si tenne per ritornarvi; dirò soltanto che la sua testimonianza non è più sola, che fra altre prove ed indizi, una lettera di Giovan Sinapio, medico di corte di Renata, scritta da Ferrara a Calvino il 1.º settembre 1539, dice espressamente d'averlo visto in Ferrara e dice di più, quasi in aria di amichevole rimprovero: “quando, anni sono, foste qui, faceste di tutto perchè io non indovinassi con qual uomo avevo da fare„; il che dimostra altresì che contegno tenne Calvino in Ferrara, al tutto contrario cioè a quello attribuitogli dalla leggenda. Calvino dunque è venuto in Italia tra il marzo e l'aprile del 1536, è rimasto pochi giorni quasi nascosto nella Corte di Ferrara, e se n'è andato molto probabilmente per la stessa strada, da cui era venuto. Tutto il resto è leggenda, anzi favola. Ma io ho voluto narrarvelo, perchè codesto viaggio di Calvino in Italia e le fasi diverse delle ricerche critiche intorno ad esso, rappresentano, secondo me, come in iscorcio, tutto il destino, sto per dire, della storia della Riforma in Italia nel secolo XVI. Si ondeggia cioè tra un perpetuo sì e no, fra l'ingrossare a disegno fatti di poca importanza o toglierla ad altri che, quando pure non siano che dissensi, tentativi, manifestazioni timide, incompiute, individuali, ne hanno, in così delicata materia, una grandissima, almeno per chi non crede che la storia stia tutta in battaglie, conquiste, invasioni e mutazioni di governi, per chi pensa invece che la più difficile, ma la più importante ricerca sia quella soprattutto dei fatti della coscienza umana, dei quali la storia è il grande deposito, che interrogare questa coscienza con diligenza di analisi sia una delle più utili attività della critica, che far tacere finalmente più che si può le proprie passioni e i proprii preconcetti, affinchè quella coscienza umana possa rispondere in ispirito e verità, sia la meno arbitraria, forse la sola, ancora possibile, filosofia della storia.

*

Ora fra i fatti della coscienza umana, ve n'ha forse che superino d'importanza quelli che s'attengono al sentimento religioso? Eppure, da un lato v'ha chi considera inutile o per lo meno imprudente ogni trattazione di questo genere, perchè in tali argomenti ogni passo fuori del solco più comunemente battuto gli par materia da teologi e non da storici, quasichè l'uomo nel tempo e le vicende della sua vita interiore ed esteriore non siano anche in tal caso l'oggetto della ricerca storica, e v'ha d'altro lato chi non se n'occupa, perchè gli ideali religiosi e le loro manifestazioni nella storia gli sembrano non avere colla politica, in cui consiste per essi tutta la storia, alcuna relazione.

Valgano ad esempio i nostri grandi storici del Cinquecento. È grazia, se accennano a Lutero ed al moto Tedesco, che pure distaccò per sempre dalla dominazione spirituale di Roma più d'un terzo d'Europa. Per essi il Papa è sempre e prima di tutto un principe Italiano. Che se scandagliate più a dentro l'animo, per esempio, del Guicciardini, vi risponderà: “il grado, che ho avuto con più Pontefici, m'ha necessitato ad amare per il particolare mio la grandezza loro e, se non fosse questo rispetto, avrei amato Martino Lutero, quanto me medesimo„. Se interrogate il Machiavelli vi risponderà: “abbiamo con la Chiesa e coi preti noi Italiani questo primo obbligo d'essere diventati senza religione e cattivi„; deplorabile obbligo, ma, poichè la realtà è tale, bisognerà rassegnarsi a far della storia e della politica senza tener conto della religione che non entra nel computo.

S'intende quindi che coloro, i quali si fanno bruciar vivi per amore di dottrine Luterane sono tenuti per lo meno per pazzi, e niente esprime meglio il sentimento degli statisti Italiani del Cinquecento di quel che facciano le lettere di Cosimo I intercedente da Pio V la grazia dell'eretico Carnesecchi. A consegnarlo Cosimo non avea esitato un istante. Si trattava d'un amico; in quel momento era anzi suo commensale; ma ragion di Stato va sopra a tutto. “Servii da bargello„ dice schiettamente da sè; ma col Papa c'era di mezzo nient'altro che la questione di precedenza fra il Duca di Toscana e quello di Ferrara e il titolo di Granduca. È giusto dire però che Cosimo fece quanto potè per salvare il Carnesecchi e che la severità del Papa gli parve eccessiva verso di uno che, a suo giudizio, non peccava che di leggerezza, di vanità e di pedanteria. Ad ogni modo, e checchè sia della condotta di Cosimo verso il Carnesecchi, definir l' eretico un pedante, come fa Cosimo, e come già prima di lui avea fatto nel 1542 il cardinal Guidiccioni nelle sue lettere ai Lucchesi, è così caratteristicamente Italiano e Cinquecentista, che nulla più. La storia della Riforma non ebbe miglior fortuna più tardi. Se si tolgano gli storici del Concilio di Trento, pochi ne scrissero, stranieri i più, sempre nell'interesse di una polemica ora Cattolica ora Protestante, quasi mai con criteri puramente storici ed obbiettivi, quasi mai indagando se v'è un nesso fra quel qualunque contraccolpo, che ebbe in Italia la Riforma Tedesca, e la storia politica e quella del pensiero e della vita morale del popolo Italiano. Dei consensi più o meno palesi nessuno parla e molti si stizziscono anche oggi che se ne parli come d'una curiosità indiscreta. Le rovine, le fughe, gli esilii, le prigionie, i supplizi, gli esodi di tanta gente sono pietose novelle, ma delle quali si può anche tacere o dire come l'Ariosto:

Lasciate questo canto, che senz'esso

Può star l'istoria e non sarà men chiara.

Eppure, guardate, signore! Consideriamo la Riforma, o, come più giustamente l'ha chiamata il Ricotti, la Rivoluzione Protestante del secolo XVI nelle sue linee più larghe. Essa riempie tutto il secolo! La rivalità fra la Casa d'Austria e la Francia, l'insurrezione dei Paesi Bassi, le guerre civili di Francia, l'innalzamento dell'Inghilterra, la decadenza della Spagna, la servitù dell'Italia, la grandezza nuova della Germania, lo spirito animatore della cultura moderna, tutti i fatti capitali della storia del Cinquecento sono in strettissima relazione con essa. Consideriamola ora in relazione all'Italia soltanto. L'Italia è la culla del Rinascimento, cioè del maggiore coefficiente della Riforma; l'Italia è la sede del Papato, cioè della grande istituzione che dalle nuove dottrine è più minacciata; è in Italia soprattutto che il Papato trova la forza d'arrestare, se non di vincere, la rivoluzione Protestante, opponendole il Concilio di Trento, il dispotismo monarchico, il Sant'Uffizio, la Compagnia di Gesù, tutto un sistema gigantesco di reazione, che s'impossessa per secoli della scienza, delle lettere, dei costumi, delle scuole, delle anime, dei corpi, che domina per secoli tutta quanta la vita pubblica e privata con una energia, una perseveranza, una intensità, un'unità d'intenti e di mezzi, anche oggi meravigliosa e pur troppo inimitabile; l'Italia finalmente partecipa essa pure, poco o molto che sia, al moto Protestante.

O non intender nulla adunque del Cinquecento Italiano (e capisco bene che molti ci si rassegnano senza grande sacrificio) o collocare al posto che le spetta anche in Italia la storia della Riforma.

*

La lotta contro il potere temporale dei Papi era antica in Italia, come sapete; più antica ancora quella contro il potere spirituale, e le deviazioni dogmatiche, che appariscono nelle scuole filosofiche del Medio Evo, sono numerosissime.

Prevale però il concetto, che la Chiesa Cattolica cerchi e trovi in sè medesima la volontà e la forza del proprio rinnovamento.

Al secolo XVI, il dissidio profondo, che esisteva fra il Cattolicismo e lo spirito del Rinascimento, quel dissidio, contro le minaccie del quale aveva inutilmente tuonato l'eloquenza del Savonarola, quel dissidio, che i Papi avevano creduto di togliere, promovendo essi per primi, proteggendo essi per primi la nuova cultura da Niccolò V a Leone X, quel dissidio si palesò tutto ad un tratto e colse il Papato nel momento peggiore, quando cioè più per forza degli eventi, che per volontà sua, era senza più divenuto uno dei tanti signorotti Italiani e mirava a difendersi o ad allargarsi colle arti e le violenze comuni a tutti gli altri.

È strano sentire ora il Creigthon, uno scrittore Protestante, sostenere la tesi opposta e dire che se la crisi fosse sopravvenuta, quando il Papato era politicamente insignificante, esso non avrebbe potuto resistere e si sarebbe forse ridotto un Vescovato Italiano. Per me non lo credo. Non credo che possa aver giovato al Papato una serie di Papi, come quella che, salvo poche eccezioni, va da Innocenzo VIII e dal Borgia a Clemente VII e a Giulio III. Ciò accrebbe, invelenì il dissidio sempre più, scrollò sempre più dalle fondamenta la moralità pubblica e privata, separò sempre più la politica dalla morale e dalla religione, tanto che, svanito fra le fiamme d'un rogo il tentativo eroico del Savonarola, corsa e ricorsa l'Italia dagli stranieri, fra tanto abbassamento e contaminazione di tutto, il patriottismo disperato del Machiavelli gridava in quell'agonia: “poichè il Dio invocato dal Savonarola non viene, facciamo senza di lui, ma la patria si salvi!„ Tutto il Machiavelli è qui, ma neppur esso potè per allora salvare l'Italia.

Allorchè scoppiò in Germania la rivoluzione Protestante, le anime, che in Italia se ne sentirono subito agitate e commosse, furono quindi appunto le più atterrite e sgomente di questo abisso, che sempre più s'allargava fra la vita e la fede, fra la civiltà del Rinascimento e l'antico sentimento religioso. Le vediamo riunirsi subito in Roma nell'Oratorio del Divino Amore, più tardi in Venezia a San Giorgio Maggiore, in Napoli presso Giovanni Valdes, in Treviso presso Gregorio Cortese, Luigi Priuli, Marco Antonio Flaminio, in Padova presso Pietro Bembo, il quale s'associa a queste riunioni più forse per evitare i possibili eccessi d'una reazione seccante e meticolosa, che per vero spirito religioso; altra notevole varietà d'uno stato d'animo, che è di carattere puramente Italiano. Poco prima, poco dopo, in questa o quella città d'Italia tali riunioni raccolgono uomini, donne, ecclesiastici, letterati, il fiore dell'intelligenza e del patriottismo Italiano, scampato in parte alle guerre del Milanese e di Napoli, al sacco di Roma, alla caduta della repubblica di Firenze.

La questione, che le agita tutte, è quella della giustificazione per la sola fede, formola, che è bensì, come sapete, il fondamento della protesta Luterana, ma di cui allora era perfettamente lecito discutere, perchè antica nella dottrina ortodossa e non ancora definita, come lo fu poi nel Concilio di Trento. Tale questione (senza che io entri ora in sottigliezze teologiche, che non converrebbero nè a voi, nè a me) è naturale che primeggiasse e accendesse gli animi, perchè col dar prevalenza ai meriti della sola fede e della redenzione di Cristo, coll'ammettere cioè che la fede da sè sola basta all'eterna salute, sentivano d'opporsi a tutta quella corruzione della Chiesa, per cui la religione pareva ridotta a sole forme esteriori, la fede a zelo di persecuzione, l'assoluzione delle colpe alla confessione o a comprate indulgenze, e tutto il destino dell'anima umana pareva abbandonato all'arbitrio d'un sacerdozio non meno corrotto del laicato ed unico intermediario fra Dio e l'uomo.

Da questi prodromi scaturiscono tre tendenze diverse, nelle quali è compresa intiera la storia della Riforma in Italia. La prima, che segue irresistibilmente l'impulso ricevuto dalla rivoluzione Luterana Tedesca, e non solo si associa ad essa, ma spesso, com'è dell'indole Italiana, la oltrepassa; la seconda, che senza separarsi mai del tutto dal Cattolicismo prosegue fino all'ultimo la generosa utopia d'una conciliazione e termina in una piena sconfitta; la terza, che dà mano a rinvigorire, a risanare in parte, a stringere gli ordini della Chiesa, ne accresce terribilmente la forza militante e trionfa col Sant'Uffizio, l'Inquisizione, i Gesuiti ed il Concilio di Trento.

La prima di queste tendenze, quella che si associa alla ribellione Protestante, è, se si considera in sè stessa, la più curiosa e pietosa, ma se si considera ne' suoi effetti, certamente la meno importante; ed è naturale che sia così in una società, com'è l'Italiana del Cinquecento, la quale o è in gran parte indifferente e non presta fondamento a nessun vero e largo movimento religioso, o ha già percorso collo sviluppo della sua cultura, pagana d'inspirazione e novatrice di desiderio, tutti i gradi di questo indifferentismo sino, direbbe il De Leva, “alla negazione della persona morale consacrata dal Vangelo„, e neppur la formola Luterana le può più bastare.

La seconda tendenza, quella che anela ad una conciliazione, raccoglie una delle più schiette tradizioni Italiane, e fra i disinganni, gli abbandoni, i dolorosi isolamenti, ci rivela le agitazioni e il segreto d'una parte fra i più elevati e incorrotti spiriti del nostro Cinquecento, fra i quali basta che io vi ricordi Vittoria Colonna e il cardinal Gaspare Contarini.

La terza tendenza, quella che organizza la resistenza ad ogni costo, è troppo vasta nelle cause, nei fatti e nelle conseguenze da poterne discorrere affrettatamente insieme all'altre due.

*

Alla formola Luterana, adoperata a significare la necessità di correggere le degenerazioni del dogma e i disordini della Curia Romana e della gerarchia ecclesiastica, anche prescindendo da quelle riunioni, alle quali ho accennato, si potrebbero indicare molti riscontri in Italia subito dopo Lutero ed anche molto prima di lui. Ma sarebbe inutile per noi e soverchia una tale ricerca. Del resto queste anticipazioni dottrinali non mancano mai, ma contan poco. Ogni rivoluzione è di chi la fa e al momento di farla. La ribellione di Lutero ha date certe e stiamo a queste: l'Ognissanti del 1517, quando Lutero oppone le 95 tesi alla Bolla delle Indulgenze, che è il prologo del gran dramma, il 10 dicembre 1520, quando Lutero brucia dinanzi alle porte della cattedrale di Vittenberga e fra una folla di popolo entusiasta la Bolla di Leone X, che lo ha condannato.

Nei due anni o poco più, che intercedono fra queste due date, e dopo poi sempre più, la propaganda coi libri, colle corrispondenze, colle dispute pubbliche, cogli emissari, colle predicazioni è attivissima e larghissima in Germania e nella Svizzera, dove Ulrico Zuinglio, forse qualche mese prima di Lutero, aveva iniziato un movimento analogo al suo e in certe parti più radicale.

Ben presto se ne ripercossero gli echi in Italia, nel Veneto da prima, e poi altrove.

Se non che, intendiamoci, non si tratta di nulla di simile a ciò che accade in Germania o nella Svizzera. Leggendo il libro inglese del Maccrie sulla storia della Riforma in Italia, che è anche oggi il solo, il quale abbia trattato ex-professo e in modo compiuto questo argomento, e vedendo il moto riformista ripercuotersi così rapido e così determinato quasi in ogni città d'Italia, vien fatto di chiedersi: o come dunque l'Italia non è divenuta tutta Protestante? Ma quel libro, ricchissimo di notizie, è nel suo insieme e organicamente sbagliato.

In Italia si sparge subito e largamente una curiosità, un'agitazione, una febbre, che invade specialmente le classi più alte e più culte, gli ecclesiastici, i claustrali, i letterati, i filosofi, e, poichè la questione tocca così da vicino quanto v'ha di più intimo nel cuore umano, le donne, quelle specialmente di animo più elevato e che hanno più approfittato dell'alta educazione femminile del Cinquecento. Ma tutto questo fervore, che diviene anche un poco una moda, non oltrepassa certi limiti. Tutta questa gente, che disputa così accanitamente della giustificazione per la sola fede, che si abbandona con tanta delizia interiore e con tanta ingenuità d'intenzioni al dolce sogno d'una Chiesa e d'una società rinnovata col ristaurarvi e purificarvi il sentimento religioso e cristiano, non pensa, non sospetta neppure di rasentare l'eresia, e molto meno di ribellarsi, o di mettere comunque a repentaglio l'unità della fede. Per questo, nella prima fase, nel primo riecheggiare in Italia del moto Protestante Tedesco, i consensi sembrano così rapidi, così larghi, così numerosi. Ma innanzi tutto questa agitazione si ferma in alto; non discende che pochissimo dalle classi superiori alle inferiori; non acquista mai o quasi mai carattere schiettamente popolare; ed in secondo luogo quando la Chiesa dominante si rende conto essa stessa, ha essa stessa coscienza del grave pericolo che la minaccia, i più indietreggiano, pochi si risolvono di varcare il limite estremo, il moto s'impicciolisce, diviene sempre più isolato, individuale, e scompare.

Le conseguenze morali (diciamolo) sono disastrose, perchè manca alla Chiesa dominante, come le è mancata sempre, l'intelligenza delle cagioni profonde, per le quali più d'un terzo d'Europa s'era distaccato da lei; perchè tutta impigliata ad armeggiare colle esagerazioni sofistiche, che Lutero, negli impeti della lotta, deduceva da' suoi stessi principii, e che Calvino esagerò sempre più, la forza vera di quei principii, le loro conseguenze vere le sfuggono; perchè non intende e non sente che l'importanza del moto Protestante non sta già nella fede senza le opere, nella negazione del libero arbitrio, nell'ammettere la predestinazione; il solo concetto ragionevole per gli stessi credenti essendo anzi quello che Dio giudichi gli uomini non per quanto avranno creduto, ma per quanto avranno operato; perchè, non intendendo e non sentendo questo, la Chiesa dominante mira quindi, più che a riguadagnare il terreno perduto, a salvare quello che le rimane, e lo fa, e le riesce, ma più esagerando alla sua volta il principio d'autorità contro il principio del libero esame, che rinnovando intieramente sè stessa.

Ad ogni modo, è verissimo, la sua resistenza è enorme e meravigliosa. Ma non è quella, che le chiedevano i più veggenti, i più moderati, i più pii fra i suoi amici contemporanei alla rivoluzione Luterana; non è quella, a cui accennò essa stessa per un momento, quando sotto Paolo III l'azione del cardinal Gaspare Contarini, capo dalla parte conciliatrice, prevaleva nel Sacro Collegio, e quando nel 1536 era eletto un Consiglio per la correzione della Chiesa, in cui col nome del Contarini, vediamo quelli del Caraffa, del Fregoso, del Sadoleto, del Giberti, del Polo, del Cortese, del Badia, dell'Aleandro, non tutti d'una mente, ma certo i più autorevoli e virtuosi uomini, che avesse allora la Chiesa; non è quella, che questi uomini le proponevano con una relazione, che poco dopo, sotto Paolo IV, diveniva essa stessa un documento addirittura ereticale, e invece di essere adottata dalla Chiesa si pubblicava con un preambolo e le chiose di Lutero.

Da un giorno all'altro il programma del Contarini è abbandonato, ed (è giusto dirlo) non per intiera colpa del Papato, ma molto ancora delle generali condizioni politiche europee e dell'ormai trionfante preponderanza Spagnuola; gli uomini, che hanno caldeggiato il programma del Contarini, finiscono nella disgrazia e nell'abbandono, alcuni anzi, come il Morone, processati e carcerati; la resistenza ad oltranza e le persecuzioni incominciano e allora va cessando altresì quella larga e numerosa agitazione, che la protesta Luterana avea da prima suscitata in Italia; il moto si isola qua e là; diviene frammentario, disgregato, individuale; ha martiri, non capi e seguaci; si mostra qui in un convento, là in una corte, altrove in un'accademia, in un gruppo di famiglie; non ha seguito, non contrasti vigorosi, non consensi efficaci; tra gli stessi ribelli veri, i più forti oltrepassano subito le precise dottrine Luterane e Calviniste, in molti altri si rinnova il caso delle antiche lotte politiche dei nostri rabbiosi Comuni. Come cioè s'ebbero allora i Ghibellini per forza, così si hanno ora gli eretici per forza. Molti non domanderebbero di meglio che fermarsi a mezza via, ma le persecuzioni del Sant'Uffizio, istituito nel 1542, il fanatismo degli Inquisitori, i sospetti dei Principi, l'intolleranza spietata, che vede eretici dappertutto, che spia e commenta ogni atto, ogni gesto, ogni parola, un segno d'allegrezza, una smorfia di malumore, il terrore, che non dà quartiere e non conosce misericordia, gli spinge, gli incalza, gli costringe all'aperta ribellione.

Voi vedete, signore, che quantità di ardui problemi e delicatissimi contiene questa storia della Riforma in Italia. C'è un modo di spicciarsi di tutti con franca disinvoltura, collocarsi al punto di vista protestante e propagandista del Maccrie, o a quello del Sant'Uffizio e degli Inquisitori dell'eretica pravità. La prospettiva è allora una sola e invariabile; poco monta chi sgarra più e chi meno, son tutti eretici di tre cotte e o col Maccrie s'incoronano di gloria o col Sant'Uffizio e gli Inquisitori (e diciamolo pure col Cantù, nonostante tutte le sue contraddizioni) si decreta a tutti quanti rogo e anatema. Ma questa non è storia!

*

Ogni volta che ho pensato al moto filosofico e religioso in Italia nel Cinquecento, m'è sempre ricorso spontaneo alla mente il confronto con quello dell'emancipazione civile d'Italia nei tempi nostri. Nell'uno o nell'altro gli stessi velami, le stesse esitanze, le stesse clandestinità di consensi, gli stessi eccessi, le stesse diversità e gradazioni di tendenze, di apparecchi, di tentativi, di silenzi longanimi e di audaci rivolte. Il confronto non si potrebbe continuare senza dare in falso. Ma io non voglio dir altro se non che l'elemento morale nella storia è altrettanto necessario quanto il positivo, e che se lo studio dei fatti si sottomette ad un preconcetto, che vi tiranneggi il cervello, o si scompagna dallo studio psicologico, si perde ogni speranza di cogliere a distanza di tempo e riprodurre meno imperfettamente la realtà piena delle umane vicende. Tanto più nella storia d'un qualsiasi moto religioso, tanto più in una storia, come quella della Riforma in Italia.

Quando la ribellione è affermata coll'apostasia, il caso è più facile, benchè non sempre così semplice, come a prima vista parrebbe. Quando invece l'affermazione recisa dell'apostasia manca, le tendenze diverse che notai già scaturire dai primi echi Italiani della Riforma Tedesca non sempre sono distinte; più spesso ci troviamo a fronte di gente, che rivela solo una piccola parte dei proprii pensieri, che afferma, che nega, si disdice, si contraddice, nè sempre è dato cogliere intiero il segreto di quelle anime e distinguerle, a comodo nostro, nelle esatte categorie della storia. Dove, per esempio, gli indizi apparvero più deboli o contradditorii, gli scrittori Cattolici più zelanti se ne valsero per gridare alla calunnia, e scagionare senz'altro i più grandi nomi da questa, secondo essi, nota d'infamia, e non pensarono che quanto più alto era il grado, l'autorità, la fama, tanto più era naturale che il segreto fosse gelosamente custodito. Niuno potrà mai in tal caso pretendere di definire esattamente la misura di una ribellione o di un assentimento, che si svolgevano nella coscienza e poco o nulla si palesavano al di fuori con aperte professioni o con atti di proselitismo, i quali costavano libertà, vita, onori, fama, fortuna, e vi sbalzavano addirittura fuori del consorzio sociale, quando pure non laceravano vincoli ed affetti più intimi. Eppure la storia della Riforma in Italia non va considerata soltanto nelle precise e formali adesioni alle dottrine Luterane e Calviniste, bensì deve cogliersi ovunque si manifesta in anime religiose uno di quei dissensi o una di quelle indiscipline, a cui la Riforma era certamente pretesto od occasione. Tenendo conto di tutto questo si può soltanto presumere di approssimarsi almeno alla verità.

Accennai al Veneto, come a una delle prime regioni Italiane, che in qualche modo risentirono il contraccolpo della Rivoluzione Tedesca e m'interruppi per delineare quelli che, secondo me, sono i caratteri generali e speciali di tale contraccolpo e del moto che in Italia gli tenne dietro. Raccontare ora partitamente i casi dei personaggi più notevoli che quasi in ogni città d'Italia si mostrano seguaci delle nuove idee e quando giunge l'ora della persecuzione o della repressione violenta, o si sottomettono o pagano coll'esilio o colla vita il fio della loro ribellione, non potrei senza eccedere di troppo i limiti di tempo, che mi sono concessi. Del resto quei casi si susseguono e si rassomigliano: lo spionaggio, la denunzia, la fuga, oppure il carcere, un processo, in cui le torture morali di una lotta corpo a corpo colla capziosa casuistica dei giudici eguagliano quasi il tormento delle torture fisiche, alle quali l'inquisito è sottoposto, e infine il supplizio, ora orribilmente misterioso e segreto, ora pomposamente teatrale e solenne, quello a Venezia, dove l'eretico scompare nottetempo nelle acque della muta e nera laguna, questo a Roma, dove fra una processione di monsignori, di soldati in arme e di frati salmeggianti l'eretico sale il rogo a Ponte Sant'Angelo o in Campo de' Fiori. A questi lagrimevoli ricordi si collegano i nomi (per non dire che dei più celebri) di Pier Carnesecchi, di Aonio Paleario, di Fanino da Faenza, di Bartolomeo Fonzio, di Baldo Lupetino, di Giovanni Mollio, e di tanti altri, che sarebbe lungo enumerare. Preterendo adunque di necessità le ribellioni e i sagrifici individuali, accenniamo piuttosto dove il consenso alle nuove dottrine religiose fa gruppo, raccoglie aderenze più calde e più numerose, s'intreccia a vicende di storia politica, e nel dissolversi ci indica personaggi importanti, che poi seguono diverse tendenze di pensiero e di vita.

Notevolissimo a tale riguardo il gruppo, che verso il 1535 attornia a Napoli lo Spagnuolo Giovanni Valdes. Nella sua casa a Chiaia e in vista di Posilippo, o sull'incantevole isola d'Ischia nella villa della Colonna si radunavano il Vermigli, l'Ochino, il Carnesecchi, il Flamminio, il Caracciolo ed altri letterati, teologi e cavalieri, e con essi parecchie gentildonne Italiane e Spagnuole, fra le quali brillavano come stelle Vittoria Colonna, l'inconsolabile vedova del Marchese di Pescara, e Giulia Gonzaga Duchessa di Trajetto, vedova di Vespasiano Colonna, quel prodigio di sempre virginale bellezza (checchè ne dicono le Pasquinate del tempo) che il corsaro Ariadeno Barbarossa tentò sorprendere nel suo castello di Fondi e rapirla per farne dono al Sultano.

È gran segno del tempo il fervore di quelle riunioni e s'intende bene come tutto quell'ambiente di bellezza, di poesia e di religiosi entusiasmi, su quel paesaggio unico al mondo, rimanesse un lungo e soave ricordo per tutti quegli amici del Valdes, e le loro lettere di molti anni dopo, quando il turbine della reazione gli avea sperperati, rimpiangessero amaramente la memoria del Valdes, morto nel 1540, e i bei giorni di quell'intima comunanza di pensieri, di affetti, di aspirazioni. E due soprattutto sono le circostanze notevoli della congrega del Valdes, l'una che per la prima volta vi apparisce il libro famoso del Beneficio di Cristo, che fu pei dissidenti e Protestanti Italiani del secolo XVI quello che l' Instituzione Cristiana di Calvino fu per i Francesi e per gli Svizzeri; libro tenuto qualche tempo per innocuo e che poi sarà delitto capitale aver letto, averlo posseduto o prestato ad un amico; l'altra il vario e sempre tristo destino, che aspettava tutti i componenti di quella congrega. Di quelli soltanto, che ho nominati, Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga finiscono volontariamente relegate in un monastero; Pietro Martire Vermigli in esilio a Zurigo; Bernardino Ochino in Moravia, dopo aver errato per mezz'Europa e sorpassata di molto col suo pensiero la Riforma Protestante; Pier Carnesecchi a Roma sul rogo; Marcantonio Flamminio in sospettata oscurità, ma più indietreggiando che avanzando; Galeazzo Caracciolo a Ginevra, Calvinista schietto; il che dimostra come dalla riunione del Valdes escano quanti aspetti diversi prese il moto protestante in Italia, quello di chi rimane entro il circolo della dottrina Cattolica, ma non vi trova più nè la tranquilla fede nè la posizione di prima; quello di chi si spaventa a mezza strada e indietreggia; quello di chi si associa del tutto al moto Protestante e per esso dà la vita o si sottopone alla perpetua miseria dell'esilio; e quello di chi neppur trova posa nella dottrina Protestante e finisce anatemizzato del pari dalla Roma del Papa e dalla Ginevra di Calvino.

*

Come già dissi, forza di vero e largo consenso popolare la Riforma non trovò mai in Italia. Per questo appunto ci sentiamo tratti ad osservare con più sollecita cura i punti, dove una certa espansione, sia pur momentanea e con fattezze diverse, ci fu, o parve esserci.

Nell'Istria ad esempio, e per opera specialmente d'un uomo, Pier Paolo Vergerio, Vescovo di Capodistria, che è uno dei tipi più complicati ed anche oggi più difficilmente giudicabili, che abbia avuto la storia della Riforma in Italia; grande ingegno, vastissimo sapere, e nel tempo stesso la più strana mescolanza di bene e di male, di tenebra e di luce. C'è in lui del santo e dell'avventuriere, dell'apostolo e dell'imbroglione, del fanatico e dell'astuto; ma se poi si considera ch'egli non avea che da starsene o, date le prime mosse e visto che gli attiravano guai, non avea che da fermarsi, per continuare in quell'auge di fortuna, che lo avea portato subito in cima della scala, e invece tentò, ritentò più volte e corse di deliberato proposito alla propria ruina, bisogna dire che un gran fondo di sincerità, di buona fede e di schietto entusiasmo fosse nell'animo del Vergerio. Certi aspetti del suo carattere vanno dunque forse attribuiti alla mobilità, alla foga, alla superlatività del suo spirito, per cui nella polemica religiosa del suo tempo reca la temerità, l'improntitudine e insieme le male arti dei peggiori politicanti e giornalisti odierni e pare anzi un loro predecessore. Dal 1533 sino a dopo la dieta di Worms del 1540 fu in Germania negoziatore pel Papa e per la Francia di compromessi religiosi e politici coi Protestanti, si abboccò con Lutero e narrò il colloquio in una lettera mirabilmente efficace e caratteristica del 1535. In essa è ancora avverso a Lutero, ma non consentendogli l'acuto ingegno quel dispregio ignorante, che non fa caso di nulla nella Riforma Tedesca, nè di uomini nè di idee, perchè giudica tutto farina del diavolo, accadde al Vergerio, diplomatico Pontificio, di finir persuaso di molta parte delle nuove dottrine. Tornato alla sua diocesi applicò savie riforme e, aiutato dal fratello, Vescovo di Pola, le proseguì arditamente; ed in ciò fare non gli pareva se non di compiere il suo dovere di Vescovo. Processato due volte, respinto dal Concilio di Trento, la persecuzione, l'esilio ne fecero un eretico per forza, ma il moto da lui destato nell'Istria (caso unico in Italia) trovò gran seguito e favore nel popolo e perdurò quasi trent'anni. Quanto a lui, ad ogni passo poneva la meta più innanzi e dopo una vita agitata, errabonda, travagliatissima, finì a Tubinga nel 1565 rimanendo incerto anche oggi, se puramente aderì alla Riforma, se la sorpassò, o se presunse farsi centro ed autore d'un nuovo moto, che da lui solo pigliasse forma e sostanza.

Meno persistente, meno larga, ma pure con un certo carattere di popolarità, che manca altrove, è l'agitazione religiosa di Modena, cominciata fra il 1537 e 38. Poco dopo, come apparisce dal compendio dei processi del Sant'Uffizio di Roma, pubblicato dal Corvisieri, Modena era già una città diffamata per eretica. Intorno all'anno 1540, Alessandro Tassoni il vecchio, cronista Modenese, narra che non solo uomini dotti, indotti e d'ogni condizione aderivano alla Riforma, ma persino le donne ne disputavano, citando a dritto e a traverso Santi Padri e Dottori, che non conoscevano neppur di vista. Quest'entusiasmo, com'è naturale, era cominciato più in alto, in una specie d'accademia, come il volgo la chiamò, che s'adunava in casa dei Grillenzoni, e della quale il personaggio più importante era Lodovico Castelvetro. La casa del Grillenzoni era un interno patriarcale, sette fratelli, dei quali cinque ammogliati e quarantacinque o cinquanta tra figliuoli e nipoti e, se le si univano amici e maestri, una vera falange, che talvolta stava a chiacchiera nella spezieria dei Grillenzoni, e quando si muoveva per andarsene pareva, dice un altro cronista, un branco di stornelli che si disperdesse. Si occupavano di studi umanistici, ma Modena è città arguta, beffarda; i chiacchiericci di spezieria eccitano i begli spiriti delle piccole città; sicchè i cosidetti accademici ebbero buon giuoco nel pubblico a burlare e a interrompere anche in chiesa i predicatori più triviali, esaltando invece il Ricci, l'Ochino, dotti ed eloquentissimi, ma già sospetti di deviazioni dalla pura dottrina ortodossa. Roma e l'Inquisizione si destarono; s'interposero i soliti pacieri, il Morone, Vescovo di Modena, il Contarini, il Sadoleto; fecero firmare agli Accademici una professione di fede e tutto per il momento parve quietato. Ma una burla fatta a Pellegrino degli Erri nella spezieria Grillenzoni risuscitò la tempesta, perchè a vendicarsene costui denunciò per eretici e per lettori e divulgatori di libri ereticali i suoi amici, contro i quali escirono tosto bandi fierissimi. L'Accademia si ecclissò; più degli altri rimase in vista come sospetto Lodovico Castelvetro, forse perchè il più autorevole per ingegno, per studi e per le tendenze della sua ipercritica letteraria, la quale tirò addosso a lui i guai peggiori.

Nel 1553 criticò acerbamente la canzone di Annibal Caro in lode dei Farnese e dei Reali di Francia, che comincia coi noti versi:

Venite all'ombra de' gran gigli d'oro,

Care muse, devote a miei giacinti.

Annibal Caro, cortigiano felice, col vento in poppa, colmo di prebende e d'onori, se l'ebbe a male. Ne seguì una delle più atroci baruffe letterarie che si ricordino, finita col denunziare il Castelvetro, prima come eretico, poi come eretico insieme e come assassino. Qui i fiori letterari del Caro, delizia dei buongustai, coprono una trama d'iniquità, di cui il Castelvetro fu vittima, perchè dall'accusa d'assassinio riescì a purgarsi, non da quella d'eresia. Citato a Roma, v'andò; durante il processo, fuggì: stette molti anni fra Chiavenna, Ginevra, Lione e Vienna; nel 1570 tornò a Chiavenna, ove l'anno dopo morì fra le braccia del suo amico e protettore, Rodolfo Salis, il quale sulla tomba dell'esule scrisse queste significanti parole: morto libero, liberamente riposa in libera terra. Pure siamo alle solite di doverci chiedere: fu veramente eretico e quanto lo fu il Castelvetro? Difficile rispondere fra lo zelo degli accusatori e quello degli apologisti. Le apparenze, le vicende della sua vita rafforzano il sospetto, ma manifestazioni precise mancano. Però quasi tre secoli dopo, nel 1823, in una villa prossima a Modena, stata già del Castelvetro, fu scoperto un ripostiglio murato, e abbattutolo si trovò pieno di carte manoscritte e di libri di Lutero, di Calvino e di altri eretici. Le carte furono consegnate a un dabben prete, che, saputele del condannato Castelvetro, le abbruciò; i libri passarono alla Biblioteca Estense e dalle date dei medesimi si rilevò, che il nascondimento risaliva al tempo delle persecuzioni sofferte dal Castelvetro.

Questa voce d'oltre tomba, che esce fioca dopo circa tre secoli dai ruderi della sua vecchia casa, lo accusa dunque, ma, grazie all'imbecillità del pretino incendiario, neppur essa dice tutto; ci lascia solamente congiungere il nome di Castelvetro al piccolo movimento ereticale Modenese, e bisogna contentarsi di questo.

Più aperto, più determinato nelle sue conseguenze è quello invece che contemporaneamente manifestasi a Lucca. Anche qui v'è un nome, che accentra e personifica il moto, Pietro Martire Vermigli, Fiorentino, che già vedemmo a Napoli nella congrega del Valdes. A metà del 1541 fu fatto Priore di San Frediano e avea intorno a sè uomini imbevuti anch'essi delle stesse dottrine, il Martinengo, Bresciano (che fu poi primo Pastore della Chiesa Riformata Italiana in Ginevra), il Tremellio, Ferrarese, lo Zanchi, Bergamasco, il Lazise, Veronese, ai quali s'aggiunse poco dopo Celio Secondo Curione, il più celebre dei Protestanti Piemontesi. Mezz'Italia è qui rappresentata e il Vermigli fonda una scuola, in apparenza pei novizi del suo ordine, in realtà una Scuola Protestante, che accolse altresì le più cospicue persone di Lucca. L'Inquisizione era sull'intesa e vigilava, ma tutto andò quieto, anche quando Paolo III e Carlo V s'abboccarono in Lucca. Un aneddoto curioso è che l'Imperatore fu svegliato una notte da gridi di dolore. Chiesta la cagione, gli è risposto che una gentildonna, dimorante vicino al palazzo, aveva partorito un bambino, che Carlo V per cortesia volle tener esso al battesimo, celebrando il rito Paolo III in persona. Questo bambino fu poi il padre di Giovanni Diodati, il celebre volgarizzatore della Bibbia. Se la paternità spirituale avesse gli effetti, che la scienza attribuisce alla paternità naturale, si direbbe che qui la legge dell'atavismo agisce al rovescio. Più sicura invece si mostra in Michele Burlamacchi, figlio del celebre patriotta e cospiratore Lucchese, perchè troviamo Michele Burlamacchi fra i Protestanti più caldi, ed in lui la ribellione religiosa si direbbe la continuazione e lo svolgimento della ribellione politica paterna. Fatto sta che quando l'Inquisizione ebbe costretto il Vermigli a fuggire e nella sua propaganda gli sottentrò Aonio Paleario, bruciato poi a Roma nel 1565, i rigori aumentarono a segno, che s'ebbe una prima emigrazione di più di venti cospicue famiglie Lucchesi nel 1555 e una seconda nel 1567, la quale comprese anche Michele Burlamacchi con la sua vezzosa donna, Clara Calandrini, il suocero Giuliano Calandrini con l'altra figlia Laura e il marito di lei, Pompeo Diodati, nonchè il fratello e gli altri figli di Giuliano. Giunsero in Francia durante la seconda guerra civile fra Cattolici e Ugonotti, e costretti a seguire le fortune dell'esercito del Principe di Condè, sarebbero periti fra gli stenti e i disagi, tanto più che Clara Burlamacchi e Laura Diodati erano incinte ambedue, se, saputili Italiani e proscritti per causa di religione, non gli accoglieva nel suo castello di Montargis, Renata d'Este, quella Duchessa di Ferrara, presso cui vedemmo già Calvino nel 1536 e che ora dopo la morte del marito, era tornata in Francia fin dal 1560 e vivea solitaria a Montargis, professando apertamente il Protestantismo.

*

Renata è una delle più singolari figure della storia della Riforma in Italia, e i fatti, che le si riferiscono, uno dei più singolari episodi di questa storia. Per opera di lei, figlia di Luigi XII, re di Francia, e venuta sposa nel 1528 ad Ercole II d'Este, la Riforma penetra in una delle più illustri corti Italiane del Cinquecento e la tiene per più di vent'anni agitata così nelle intimità domestiche, come al difuori e per indiretto nelle sue relazioni politiche col Papa e cogli altri Stati Europei. Era il periodo, in cui si dibatteva il problema, se la preponderanza nel sistema politico Europeo dovesse appartenere alla Spagna o alla Francia, ed il principal campo di tale contesa, ormai risoluta in favore della Spagna, era sempre l'Italia. Quindi la difficoltà pei suoi principati minori di reggersi in bilico alla meglio fra i due litiganti, nè già coll'illusione proverbiale d'essere fra i due il terzo che gode, ma appena appena colla speranza di non farsi divorare per primo. A tal fine i pericoli della politica e della guerra erano già troppi senza aggiungerne altri di peggior natura, senza accogliere cioè dottrine nuove di religione, sulle conseguenze politiche delle quali i pensieri dei potentati maggiori non erano forse ancora ben fermi. Tanto più apparisce quindi straordinario l'ardimento di Renata, la quale nel piccolo Ducato di Ferrara, feudo del Papa, osa vagheggiare e tentare due programmi del pari pericolosissimi, una politica risolutamente Francese e la riforma religiosa. Nell'atmosfera morale del Cinquecento, questa donna, che, salvo qualche ora di debolezza nei più penosi contrasti dei suoi affetti, si mantiene fedele tutta la vita a quei due ideali, e quando l'ideale politico le sfugge, perchè la morte del marito la priva del trono, innalza l'ideale religioso sino al concetto tutto moderno della tolleranza civile, e tornata in Francia allo scoppiare delle guerre di religione, rimprovera ai Cattolici le loro crudeltà e agli Ugonotti le loro vendette, questa donna, dico, è senz'alcun dubbio una delle più grandi e nobili figure del suo tempo. Ne sparlino pure scrittori rabbiosi e intolleranti dai contemporanei fino al Cantù. Ci contenteremo che l'abbiano lodata non col solito gergo cortigianesco, ma quasi con senso di misteriosa riverenza l'Ariosto ed il Tasso. Mi duole non aver tempo a narrare i suoi casi, oggetto anche oggi di ricerche e di studi (fra i quali ricordo ad onore quelli del Fontana) e per affrettarmi al fine torno agli esuli Lucchesi, da Renata ospitati, durante la seconda guerra civile di Francia, nel suo castello di Montargis. Vi rimasero fino alla pace di Longjumeau e in questo tempo Clara Burlamacchi mise alla luce una figlia, a cui la Duchessa fu matrina e diede il suo nome, e che ci ha lasciato alcune Memorie delle vicende sue e de' suoi genitori. Da Montargis ripararono a Sédan, da Sédan a Parigi ove nel 1572 si trovarono alla strage degli Ugonotti nella notte di San Bartolomeo. Anche in quella notte li salvò forse la protezione di Renata, che era in Parigi, perchè trovarono scampo nel palazzo del Duca di Guisa, gran nemico dei Protestanti, ma genero di Renata. Si rifugiarono di nuovo a Sédan, quindi nel 1579 a Muret, ove Clara Burlamacchi morì. Finalmente, ricominciata la guerra, Michele Burlamacchi stabilì di condursi nel 1585 a Ginevra, il già antico rifugio degli Italiani perseguitati per causa di religione ed il solo luogo oramai, dove, allorchè la reazione ebbe domata in Italia ogni velleità di novatori ed ogni resistenza, il solo luogo, dove, si può dire, va a concentrarsi o a terminare (se si eccettuano le valli Valdesi) la storia della Riforma in Italia.

L'arrivo dei Burlamacchi a Ginevra fu una festa pegli esuli Italiani, i quali si recarono tutti uniti ad incontrarli fuori della città. V'erano di Lucchesi i Balbani, i Diodati, i Calandrini, i Turettini. L'anno appresso Renata Burlamacchi sposò Cesare Balbani. Nel 1621, dopo aver pianto la morte di dieci figli perdette il marito, col quale avea vissuto trentacinque anni. Renata Burlamacchi dovea ormai avere un'età più che sinodale, ma nell'austero costume della Repubblica Calvinista le vedove non erano tollerate, perchè sta scritto (lo dirò in latino) in viduis laboriosa castitas. Renata dunque obbedì al precetto di S. Paolo: io voglio che le vedove si rimaritino, e sposò in seconde nozze Teodoro Agrippa d'Aubignè, il poeta, il soldato, il diplomatico dei tempi eroici della Riforma. V'erano a Ginevra altri cinque fratelli di Renata e questi e gli altri esuli Lucchesi furono lo stipite di molte e molte fra le più illustri famiglie Ginevrine; ma sono quelli che poterono adattare l'antico spirito del Rinascimento Italiano alle rigidità delle dottrine Calviniste. Altri invece dei più famosi riformisti Italiani, l'Ochino, i due Socini, l'Alciati, il Vermigli, il Vergerio, preferirono ramingare pel mondo ad un dispotismo peggiore di quello che aveano lasciato in Italia e che andava dritto alle stesse conseguenze, alle quali giungeva Pio V. C'è di più. In Italia v'ha non solo chi aderisce al Protestantismo e chi lo sorpassa, ma trovano aderenti e seguaci anche tutte le sette, tutte le variazioni, per adoprare la parola del Bossuet, nelle quali il Protestantismo si divise in forza del suo più largo e fecondo principio (questo il Bossuet non lo dice) il libero esame, il quale fondava la libertà di coscienza, come la Rivoluzione Francese fondò l' uguaglianza civile.

*

Contuttociò la Riforma in Italia non attecchì. Se considerate le condizioni politiche e morali dell'Italia d'allora, non vi occorrerà cercare altre spiegazioni di questo fatto. Sull'indifferentismo dei più un moto religioso non si propaga; trova per eccezione aderenti, trova chi lo sorpassa, trova chi vorrebbe conciliare il nuovo col vecchio, ma non riattaccandosi a nessun avanzo di antiche e tradizionali fazioni politiche Italiane, contrariando anzi del pari Guelfi e Ghibellini, nel momento stesso che Papato ed Impero si ridanno la mano, è naturale che tra questi due colossi si dibatta penosamente con sforzi parziali e individuali, ma finisca per rimanere schiacciato.

Sopravvissero la colonia italiana di Ginevra, e nelle Valli Alpine del Chisone, del Pellice, di San Martino e Luserna, fra il Moncenisio e il Monviso, il piccolo popolo dei Valdesi. La loro storia è assai più antica della Riforma Protestante, ma nel secolo XVI essi l'accettarono e a traverso mille vicende resistettero e perdurarono. V'ha un'armonia tacita e profonda fra certi luoghi e la gente che v'è nata e cresciuta. Nelle valli Valdesi la natura si mostra in tutti i suoi aspetti dal più ridente al più melanconico, dalla vegetazione più ricca e più gaia ai larici, ai licheni, ai muschi; dal mite spettacolo della pianura e del colle all'orrido e solenne dell'Alpe solitaria e coperta di nevi eterne. Tale armonia anche quel piccolo popolo la rivela nella semplicità de' suoi costumi, nel vivere parco e laborioso e in pari tempo nella sua storia, la quale dimostra con che impeto, con che tenacità disperata, quando la sua fede fu minacciata, diè di piglio alle armi, riparò sulle cime de' suoi monti e di là sfidò impavidamente la potenza e la moltitudine de' suoi nemici.

È proprio l'opposto di quanto accadde tra le ricchezze e i monumenti, fra gli splendori e la complicata civiltà delle maggiori città Italiane.

Qui non occorsero eserciti a domare ribellioni, che non vi furono. Un tribunale di frati, un carcere, un rogo bastarono a far tacere per sempre ogni voce fuori di chiave.

*

Fu un bene? fu un male? È l'ultimo problema, che nasce spontaneo dalla storia, di cui ho cercato disegnarvi appena i lineamenti principali, ma ormai l'ora è passata ed io non posso che proporlo e dirvi: “pensateci, se vi piace, signore!„ Non curarsi affatto di tali problemi è vecchia abitudine Italiana, prodotta anch'essa in origine dal doppio e contradditorio impulso del Rinascimento critico e razionalista e della grande e opprimente reazione Cattolica del secolo XVI; ma non direi che tale abitudine sia per l'Italia un titolo e un segno di morale e filosofica superiorità. A giudicare da certi effetti mi parebbe quasi il contrario. Ad ogni modo, ripeto, se vi piace e non v'affatica di troppo, pensateci su!

L'ASSEDIO DI FIRENZE
[1]

DI

ISIDORO DEL LUNGO.

I.

Signore e Signori,

La storia della democrazia fiorentina è fin dai primi periodi storia di fazioni e di gare, alle quali sovrappone le sue virtù benefiche e conservatrici il sentimento della grandezza del Comune; l'amore, il culto, per la “nobil patria„ della quale i Fiorentini, appartengano ad una o ad altra fazione, sono tutti a un modo orgogliosi e fieri. Guelfi e Ghibellini presto passano: rimane nello Stato la tradizione Guelfa, perchè la più consentanea al reggimento popolare: ma in quanto Guelfi ha voluto dir Chiesa, e Ghibellini Impero, Firenze ha conservata intatta e immota la pietra angolare dello stato suo, Popolo e Libertà. Bonifazio VIII ci ha spuntate sopra le armi della frode e della violenza teocratica; Arrigo VII c'intoppa nel suo passaggio italico, e le armi imperiali cingono d'inutile assedio le mura della città, che riman chiusa a Cesare e al suo Poeta. Alle ambizioni ecclesiastiche Firenze tributa cauto ossequio e, occorrendo, fiorini; ma libertà, no: alle violenze, risponde con la Guerra degli Otto Santi. I Cesari venturieri possono alleggerirle l'erario; ma nel palagio del Popolo l'aquila non annida. Fu forse vendetta di questa sconfitta imparziale, in cui Firenze repubblicana avvolse entrambi la Chiesa e l'Impero, che per l'alleanza appunto di queste due grandi forze dominatrici invitte del mondo medievale, la libertà di Firenze rimanesse schiacciata. Ma che per ischiacciarla non ci volesse meno di quell'alleanza, e che fosse alleanza funesta universalmente alla libertà umana; e che il saccheggio di Roma papale, perpetrato dagli scherani dell'Impero, precedesse, e quasi preludesse, alla caduta della nostra Repubblica, come apparecchio mostruoso d'una catastrofe scellerata: questa è gloria, quale solo accompagna la rovina di quelle grandezze il cui ricordo rimane nella storia della civiltà augusto e venerando; nè su pagina più luminosa e più tragica potevano scriversi gli ultimi fasti della libertà fiorentina.

Tali, da quelle origini, per quello svolgimento, a quella caduta, sono i pensieri che dinanzi a Firenze assediata e designata vittima nobilissima dei bastardi di casa Medici, si suscitano nell'animo di noi, che in condizioni di tempo del tutto diverse, toccate come gli Eneadi dopo tanti casi e vicissitudini le spiagge della terra santa d'Italia, consideriamo quei fatti e quelli uomini, de' quali il suono e quasi lo spirito aleggia tutto intorno alla cara nostra città. Ma fra il 1512 e il 1527, fra la restaurazione de' Medici per le armi di Chiesa e Spagna insanguinate nel Sacco di Prato, del quale si fa colpevole Giovanni de' Medici che poi sarà papa Leone; e la ultima loro cacciata, dopo il Sacco di Roma nel quale è vittima delle armi spagnuole il secondo papa mediceo Clemente VII, fra il 12 e il 27, che è l'ultimo periodo di signoria non ancor principesca della famiglia fatale; Firenze non ripensava quelle origini, non avvisava lo svolgimento, non presentiva la catastrofe. Aveva, in quei quindici anni, sentito soffocar la Repubblica, sopravvissuta, nel Gonfalonierato a vita, al rogo generoso di frate Girolamo; aveva sperimentate di nuovo, con Lorenzo duca d'Urbino, con Giulio cardinale, le arti eleganti della supremazia civile Medicea: aveva veduto, l'opera del magnifico Lorenzo, di appoggiar la grandezza della Casa al braccio della Chiesa, coronarsi il più splendidamente possibile, mediante que' due triregni; sul capo di Leone, e sul capo, sebbene non legittimo, di Clemente. E quando questi, fin allora cardinal Giulio, assunto all'altezza suprema del Pontificato, avea lasciato in Firenze, quasi sua longa manus e simulacro di Medici alla cittadinanza, due altri illegittimi, Ippolito e Alessandro, sotto la tutela d'un Cardinal da Cortona. Firenze, abbagliata da quell'apoteosi papale di Casa Medici, aveva quasi dissimulato a sè stessa la meschinità e l'indecenza di questo giovanile duumvirato di spurii, che, sotto i non dissimili auspicii di Sua Beatitudine, raccoglieva la splendida eredità di Cosimo pater patriae e del magnifico Lorenzo. Del resto, Giulio de' Medici, lasciando, nel divenir papa Clemente VII, la supremazia dinastica cittadina, non l'avrebbe mai, in quello stremarsi del maggior ramo Mediceo, consegnata ad alcuno dell'altra diramazione (destinata fra pochi anni al ducato e granducato), la quale aveva con quel ramo vecchi dissidii, e che sola ormai era, ne' maschi, stirpe di Medici legittima; non si sarebbe mai, Giulio, rivolto a quei Medici là, sebbene proprio un d'essi, e appunto in quelli anni, empisse del suo nome l'Italia: Giovanni, il prode condottiero delle Bande Nere. E così assettata, com'egli credeva, Firenze, il novello Papa si gettava e presto si perdeva, nelle ambagi della politica Europea: avverso a Spagna dapprima; poi, avvenuto il rovescio dei Francesi nella battaglia di Pavia e l'imprigionamento del Re, si affretta a mercanteggiare (e l'oro fiorentino pagava) col novello e già potentissimo imperatore Carlo V la ponderosa sua protezione; l'anno appresso, a fidanza di Francesco che si è spacciato dal carcere e dai patti, si fa auspicatore d'una Lega (Santa, al solito) di Francia, Venezia, Chiesa, Firenze, contro gli Spagnoli; e finalmente, lungo il tramite di queste ingloriose e insipienti altalene, rimane assediato, poi prigione, in Castel Sant'Angelo, mentre la povera Roma va a sacco, e le armi del Sacro Impero che pur da Roma s'intitola; vi rinnovano le gesta selvagge dei Barbari sotto il cui urto millecinquant'anni prima l'Impero è caduto: e il successore di Carlo Magno adempie le giustizie di Dio sul Papato mondano, che coi restaurati Cesari ha menata per sette secoli una tresca, interrotta da rare e sopraffatte virtù.

II.

E già quando questo a' primi di maggio dell'anno 1527 seguiva, lo Stato de Medici in Firenze era scosso, e inchinava rapidamente a rovina. I due eserciti: quel della Lega, guidato da Francesco Maria della Rovere restituito duca d'Urbino, e quello di Spagna, col duca Carlo di Borbone alla testa, traditore egli e Filippo di Châlons principe d'Orange del loro re; dalla devastata Lombardia, quello sulle péste di questo, tenevano, quel della Lega, il Mugello, e il Borbone il Valdarno dalla parte d'Arezzo, dispostissimo a rovesciare su Firenze le orde di que' suoi ladroni. La cittadinanza, così pericolante, balenava: la gioventù chiedeva armi, che voleva dir libertà: il papa, denari: non era possibile durare lungamente a quel modo. Un primo tumulto insorto nella città il 26 d'aprile, toltone occasione dall'essere i giovinetti Medici usciti fuori per abboccarsi coi capitani della Lega, scopriva gli umori de' Fiorentini, che subito, per prima cosa, in Palazzo Vecchio tramutato quasi in arnese da guerra, deliberavano il bando della famiglia fatale. Impediva a tale deliberazione l'effetto lo essere quel giorno stesso rientrati in città i giovinetti, portando seco lo spauracchio di tirarsi dietro, pronto da amico a diventare nemico, l'esercito della Lega. Ma dopo che, fermato quel bollore, l'esercito ebbe proseguito verso Roma, senz'alcun pro nè allora nè poi, la sua strada, perchè il Borbone, dinanzandolo con ispedita mossa, precipitò le cose; quando l'11 maggio la nuova del sacco atroce di Roma giunse a Firenze, portata da un parente de' Medici e loro consorte ed emulo nelle civili ambizioni, Filippo Strozzi; tentatasi dai Medicei un'ultima resistenza, mediante la proposta di Consigli più o meno larghi, pe' quali, pur rimanendo i Medici, si rintegrasse la partecipazione de' cittadini alla vita pubblica quasi ne' termini del governo popolare savonaroliano; agitandosi tuttavia più torbido e cupo il risentimento non meno degli ottimati che del popolo; il dì 17, Ippolito e Alessandro col loro Cortona sgombravano dal palagio di Via Larga e dalla città. Firenze tornava ad essere di sè medesima, e guardava in faccia gli eventi.

Padrona di sè, ma non degli svariati umori che serpeggiavano nel corpo della cittadinanza irrequieto e mal disposto a unità di voleri e di stato: alla quale veramente gli amatori di libertà non si acconciarono che dinanzi all'estremo pericolo, e quando, perdute le occasioni e le maniere di appoggiare il proprio buon diritto ad un saldo patteggiamento con qualche generale interesse od ambizione assicurati dalla forza, altro non rimase se non morire per quella libertà e con essa. Del resto, la libertà fiorentina conteneva in sè fatalmente i germi della propria dissoluzione: nè era possibile che il Comune, persistito così medievalmente democratico in Firenze anche Medicea, conservasse forze vitali, dopo l'evoluzione che il Rinascimento avea maturata, in Italia e fuori, degli ordinamenti civili a formare lo Stato nel moderno senso politico della parola. Sopravvissero al Medioevo le repubbliche più o men gagliardamente aristocratiche, per le affinità maggiori che questo loro carattere aveva col concentramento delle forze informativo del nuovo ente Stato: e la più longeva, e di gloriosa vecchiezza, salvo l'aver poi dovuto estinguersi decrepita, fu quella dove il corpo aristocratico, saldata da secoli col terrore la propria compagine, era quasi pervenuto alla concentrazione di un reggimento oligarchico, senza di questo le pericolose emulazioni: Venezia. Ma Firenze bisognava morisse. Forse, se si fosse trovato fra lo stato popolare e l'assorbente supremazia civile dei Medici un giusto mezzo, che assicurasse ad un tempo la libertà e sodisfacesse e limitasse la loro ambizione, poteva, forse questa città, che era ormai e per più rispetti tanta cosa nella vita d'Italia, continuarvi le sue funzioni, rimanendo repubblica: bensì repubblica, per così dire, in accomandita; quale appunto può dirsi che se la fosse ridotta il magnifico Lorenzo. Ma l'arte, o meglio il genio, di un tale sistema di governo non si trasmette per eredità: e bisognava altresì che le Alpi, al che pure Lorenzo aveva badato, rimanessero chiuse alla cupidigia straniera. Il governo popolare, adunque, fin da quando sulla rovina de' Medici l'avea rintegrato il Savonarola, era di per sè una ragione di debolezza alla città nelle sue relazioni politiche esteriori: massime ora che si trattava, non pur di vivere, ma difender la vita; e che il contrasto coi Medici non era più una mena interna cittadinesca, ma scoperta guerra nella italiana palestra dischiusa alle armi di Francia e di Spagna; non più un covare, essi i Medici, e ravvolgere per coperte vie, le ambizioni liberticide; ma alla luce del sole drappellarle sugli stendardi della Chiesa, che è divenuta cosa loro: portarle innanzi sulla punta, oggi delle labarde di Spagna, domani, se meglio torna, delle lance francesi, sempre contro una città dattorno alla quale il proprio congegno politico, in sè stesso pericoloso e ora poi antiquato e disadatto, crea solitudine o diffidenza o avversione.

Questo noi oggi teorizziamo e lumeggiamo comodamente a distanza di tre secoli e mezzo: questo, per l'occhio vigilante de' suoi ambasciatori, vedeva in atto l'austera Venezia, al cui Serenissimo Principe scrivevano da Firenze quei clarissimi che — in una repubblica popolare come la fiorentina signoreggiava la plebe, la quale attendendo alle arti meccaniche, non può sapere il modo del vero governo; e che, tra per cosiffatta meccanicità e per le dissensioni intestine, la era una repubblica che aveva sempre avuto bisogno d'esser retta da altri —: ma questo stesso, e le difficoltà che ne emergevano a governare, sentiva altresì, come per istinto, una delle fazioni che si contrastavano il reggimento della recuperata libertà; quella fazione appunto, che nella persona di Niccolò Capponi fu assunta al governo. Niccolò era degli Ottimati, cioè di quella parte, propaggine dell'antico Popolo grasso, la quale, anche amando la libertà, non procedeva scevra da ambizioni personali. A quella parte, in cotesta riforma di governo, si erano accostati i molti ne' quali tale amore di moderata libertà, la libertà ormai tradizionale a Firenze, si conciliava con l'affezione ai Medici patroni, e con la disposizione a riaverli cittadini principali senza tirannide. V'erano poi i Piagnoni, memori seguaci del Frate e in lui credenti, e avversari ai Medici, ma che la severità del costume e il vivo sentimento religioso segregava dagli Arrabbiati o Adirati, già contradittori delle santimonie fratesche e perciò più o meno Medicei, ma ora finiti in fazione, essi e i Libertini (i quali erano più che altro giovani e persone meglio di fatti che di parole), feroce contro il nome Mediceo, e ostile al Capponi e a quella sua maggioranza cauta e riguardosa dell'avvenire e non aliena dal patteggiare per la conservazione della libertà.

Il Capponi, fatto e poi confermato gonfaloniere a lungo termine dopo cacciati i Medici, fu il primo de' tre cittadini, nelle cui mani, l'uno dopo l'altro, l'insegna della Giustizia, rizzata fra il popolo da Giano della Bella nel 1293, sventolasse per gli ultimi anni dal 1527 al 1530 sopra libera cittadinanza. E se i due gonfalonierati successivi, di Francesco Carducci e di Raffaello Girolami, segnano il periodo eroico della resistenza e lo suggellano col loro sangue, ha la sua triste grandezza anche la magistratura di quel figliuolo di Pier Capponi. Il quale non facendosi illusioni sulle condizioni di Firenze e d'Italia, tenta valersi della fiducia che la cittadinanza ripone nell'integrità sua, per equilibrare nel governo quelli umori discordi: va bilanciando, tra Francia e Spagna, i partiti più favorevoli alla salvezza della città; dalla prudenza sua attirato verso la Spagna (come fu pure, ma felicemente, il magnanimo Andrea Doria), dalle simpatie popolari e guelfe del Comune sospinto a cercare la Francia: di Clemente stesso, che ravversa le sgominate fila della sua bieca politica papale, non rifugge dall'accogliere e ascoltare, anche con pericolo di morte e d'infamia, segrete ambasciate, le quali, chi sa?, potrebbero anche distornare i pericoli del buttarsi Firenze sia a Spagna sia a Francia, caso mai riuscisse con patti accettevoli, e non lesivi della libertà, farsi amico il Pontefice; ma sopratutto gl'incombe sull'anima lo sgomento angoscioso della impotenza della Repubblica, non a combattere sibbene a vincere, e del non saper egli o evitare il combattimento, o procacciare alla sua Firenze condizioni di buona guerra. E intanto, lui gonfaloniere, la gioventù si arma, e i retori fiorentini nelle chiese de' quattro quartieri arringano per la prima volta gl'inscritti nella “nuova milizia„ cittadina, esaltando i “civili ordini fortificati coi militari„; mescolando le sentenze Aristoteliche, dai libri della Politica, con gli esempi delle romane virtù e con le memorie del libero Comune da Giano alle violenze del 1512; e nella difesa della libertà fiorentina rappresentando una difesa della libertà e dell'onore di tutta Italia, dell'Italia “pigra„ (esclama un d'essi) ed “ingrata„; e sulle armi cittadine evocando l'augusta imagine della patria, e la benedizione invocando di Cristo re. Perocchè la Repubblica, solita pur troppo, ne' grandi cimenti, a dover costringere la morbosa espansione della sua libertà mediante il correttivo d'un patronato principesco, ha questa volta cercato il suo patrono fuor de' principi della terra malfidi e venali; e sulla fronte di Palazzo Vecchio, il re di tremenda maestà Cristo ha impresso il raggiante suo stemma; e dal popolo che occupa in armi la piazza dove la curia dei Borgia ha dato ad ardere il Savonarola, dalla cittadinanza che siede legislatrice nella Sala del grande Consiglio restituita agl'intendimenti di lui, si leva il superstite canto di trionfo del Martire e Profeta:

Viva ne' nostri cor, viva, o Fiorenza,

Viva Cristo il tuo re.

Ma fuori del cerchio che sempre più dappresso chiude e stringe Firenze isolata, fra le cui mura già serpeggia, come in altre parti della povera Italia, la pestilenza che quelle masse d'armi e di luridume trascorrenti e le stragi campali e lo strazio delle plebi affamate portavano seco, fuori di cotesto cerchio che presto sarà di ferro, le cose d'Italia s'avvolgono in nuove complicanze, sempre più minacciose alla vittima destinata. Clemente VII, sottrattosi fin dal dicembre del 27, fuggiasco o lasciato fuggire, alla prigionia di Castel Sant'Angelo, si ravvicina al Cesare saccheggiatore; e il trattato di Barcellona (giugno 29, il giorno di San Pietro) ferma le basi della nuova amicizia; e la suggellano, sinistramente per Firenze, le nozze che si patteggiano fra una bastarda di Carlo V e Alessandro de' Medici figliuolo, come fosse, del Papa. Da un altro lato la pace, così detta delle Dame (Margherita d'Austria per Carlo V, e Luisa di Savoia per Francesco I), ricongiunge a Cambrai (agosto del 29) i due emuli, segnando, col disonore del re cavaliere, l'abbandono de' suoi amici e alleati, primi i Fiorentini, che egli séguita, per maggior vergogna, ad affidare di vane e bugiarde speranze. E intanto le armi Spagnuole e quelle Francesi o della Lega, dove conserva tuttavia soldatesche proprie Firenze, hanno in Lombardia e nelle Puglie e intorno a Napoli continuato con varia vicenda la desolazione d'Italia, terminando col raffermarsi su di essa la prevalenza, che ormai sarà secolare, dello sconcio giogo spagnuolo. Spagnuola, ma però indipendente, da oligarchica pacificandosi in aristocrazia, si è fatta, pel grande animo del Doria, Genova; mentre l'altra gloriosa marinara d'Italia, trent'anni dopo la Lega di Cambrai, dopo retto all'urto di tutta Europa collegata a' suoi danni dalla ferocia di papa Giulio, si ritrae intatta con l'arme al piede nel vecchio territorio di San Marco, e ammaina nell'Arsenale le vele che aspettano i superbi venti della giornata di Lepanto.

Ed ecco, da' due estremi della penisola così bene assettata a non essere ormai più di sè stessa, Filiberto d'Orange, sesto dei trentotto Vicerè spagnuoli ai quali è condannata Napoli, sale con Ferrante Gonzaga verso Toscana; e di Lombardia, le masnade di Antonio de Leyva si apparecchiano a scendere l'Appennino; mentre l'Imperatore a piccole e caute giornate, costeggiando Spagna e Francia, approda a Genova, e prosegue verso Piacenza, e il Papa, già restituitosi da Viterbo in Roma, muove verso la Romagna per aspettarlo in Bologna. E colà convengono nel novembre del 29 Imperatore e Pontefice, per la pacificazione (così annunziano) e l'assetto d'Italia: che vuol dire, aggiunzione della corona di Napoli alla corona imperiale; patteggiamento di ambizioni ecclesiastiche con gli Estensi e con Venezia; transazioni per le signorie di Milano, d'Urbino, di Mantova; composizione con Genova, Savoia, Lucca, Siena; conseguente cancellazione di quella che seguitava ad aver nome di Lega, sebbene già da tempo non fosse più cosa: e sola, abbandonata all'ira cesarea e all'impazienza conquistatrice di Carlo, segno ormai sicuro all'odio filiale di papa Clemente, profferta alle brutali cupidigie delle soldatesche, disconosciuta da tutti, tradita dal Re Cristianissimo, sola e disperata di salvezza, sul suo capo accogliendo il fato della libertà italiana che muore, rimane Firenze. I suoi ambasciatori a Cesare, non ascoltati in Genova, respinti in Piacenza, riportano indietro le sorti non deprecabili della città; e nel ritorno, un d'essi, il Capponi già gonfaloniere, si ammala in Garfagnana, e vi muore; muore esclamando: “Dove abbiamo noi condotto questa misera patria!„

III.

Ve l'avevan condotta, non tanto forse gli errori dei cittadini suoi, quanto, come abbiamo visto, necessità di tempi e degli ordinamenti statuali. Ma errori avevan pure, meno forse di altri l'onesto e avvisato Capponi!, da rimproverare i Fiorentini a sè stessi: nè tutti li scusa quella difficoltà di pronti e risoluti partiti, in che li metteva la loro democrazia, per ciò appunto dispregiata dai togati Veneziani. Essi avrebber dovuto, subito dopo liberatisi dai Medici, disimpacciarsi altresì dalle pastoie e dalle ambiguità della Lega; ritirare da que' suoi pressochè disutili e ingloriosi scorazzamenti verso Roma e Napoli le gagliarde milizie che Firenze ci aveva, le Bande Nere, forti del nome e della disciplina del loro fiorentino condottiero Giovanni de' Medici; preparar subito la difesa del dominio, pur troppo malfido perchè servile da Pisa ad Arezzo e Cortona; continuare alacremente l'afforzamento strategico della città, incominciato dallo stesso Giulio de' Medici per opera del Sangallo; e in tale condizione ed assetto, fortificato dall'innato amore della libertà, ottenere che Firenze fosse un valore politico guerresco e morale, guarentito poi da' bei fiorin d'oro de' suoi mercatanti: un valore, che Venezia, gli Este, i Della Rovere, il Doria, e quanto di meglio disposto era nella penisola, potessero debitamente apprezzare, rispetto al loro stesso interesse: un valore che Spagna e Francia dovessero bilanciare ne' loro maneggi col Papa, fiorentino e Medici, e perciò nemico. A tutto questo furono incuranti o insufficienti i Fiorentini: così che di essi non rimase valor vivo e operante, se non l'amore della libertà, che li fece eroi, ma solamente per una gloriosa caduta.

Se nella critica storica fosse lecito avventurare divinazioni di possibili conseguenze da fatti i quali si suppongano accadere diversamente da quello che in realtà sono accaduti, vorrei farvi pensare: la morte, fra il 1526 e il 27, rapiva alla gloria d'Italia una spada valente, Giovanni de' Medici; un poderoso intelletto, il Machiavelli; ambedue fiorentini: — vorrei che immaginassimo, Niccolò Machiavelli, nel luogo del probo e dotto messer Donato Giannotti, essere, in servigio di Firenze pericolante, il segretario dei Dieci di Libertà, e portare a quell'ufficio il genio dello statista, la fedeltà passiva dell'instrumento di governo, l'animo donde usciva l'invocazione al Principe liberatore d'Italia: immaginassimo Giovanni de' Medici, rampollo dei malveduti da papa Clemente, spendere alla difesa di Firenze assediata quella sua prodezza guerriera, che fece scolpire sul marmo “esser egli morto, più che per suo proprio, per fato d'Italia„: — e una superba visione mi pare sorgerebbe dinanzi ai nostri occhi: Italia nostra, che vince la seconda grande vittoria repubblicana, dopo la veneta contro i congiurati di Cambrai, la seconda vittoria repubblicana contro le forze della tirannide dinastica, che calava oscura e pesante sulla libertà delle nazioni.

Ahimè, ben diversa è la realtà dei fatti consegnati alla storia! L'avanzarsi di Filiberto d'Orange, per la Toscana, dopo fermata in Roma l'impresa col Papa (il 12 agosto 1529,) fu un agevole abbattimento di non preparate e mal ordinate resistenze. Patteggiata, dopo breve sebben vigoroso contrasto, Perugia con Malatesta Baglioni (il sinistro nome di quest'uomo, già fin dall'aprile condotto agli stipendi de' Fiorentini, ci si fa troppo presto dinanzi), il principe s'impossessa di Cortona, luogo quasi inespugnabile che i soldati difendono bravamente ma i terrazzani tradiscono; prende Castiglione Aretino e lo saccheggia; Arezzo gli è abbandonata, esultante come di liberazione propria, dal Commissario fiorentino, il quale si ritira perchè si crede che Firenze voglia raccogliere intorno a sè stessa la sua difesa: e l'Orange, assicuratosi anche del Casentino, entra nel Valdarno di sopra, e dal campo di Montevarchi, il 23 settembre, scrive all'Imperatore: “Non mi rimane più dunque a prendere se non Firenze, di che prego Dio voglia darmi felice esito.„

Firenze intanto, di Consiglio in Consiglio, di Pratica in Pratica, bada pure a confidare nel suo buon diritto, e accordatasi finalmente seco stessa a mandarne, ne' suoi ambasciatori: ne manda con facoltà, prima limitate, poi più larghe, via via che l'acqua è più o meno presso alla gola; e anche allora i Consigli discutono di questo più e del meno: ne manda al Principe, fino al campo sotto Cortona, che lo seguono, di tenda in tenda, nel suo venire innanzi sino a Figline: ne manda, dopo fallita l'opera di quelli messi ai fianchi di Carlo V da Genova a Piacenza, e perchè l'Imperatore ha detto che al Papa si rivolgano, ne manda al Papa: al Papa in Roma, al Papa in Romagna, dopo ch'e' si è mosso verso Bologna incontro all'Imperatore. E il Papa, in Roma, all'oratore concittadino, un Portinari, che gli rammenta la patria comune, e i sensi d'umanità, e la condizione di Vicario di Cristo, risponde: — averci colpa Firenze; lui essere tanto buon cittadino quanto qualunque altro. Perchè non si mossero prima? Si presenta ora l'ambasciatore di Firenze con piena balìa di trattare; ma salva la libertà e il governo a popolo. Che ci può egli? Egli, dopo il trattato di Barcellona, è legato con Cesare. (E Cesare, avete sentito, li aveva rimandati che s'intendessero col Papa). Egli ora vuol salvo l'onor suo. Confidino in lui: della libertà e del modo di governo si potrà discorrere. Farà premure al D'Orange, che soprattenga le soldatesche. — E questi sensi confermava con lettera amorevole alla Signoria. Ma in Cesena, ad altra ambasciata fiorentina di quattro, in sul punto d'essere egli con l'Imperatore a Bologna, — Si tratta dell'onor mio! — risponde bruscamente — voglio che i Fiorentini si rimettano in me senza patti nè condizioni. Mostrerò poi io a tutto il mondo che son fiorentino ancor io, e che amo la patria mia. — La patria! Come potevano gli ambasciatori raccogliere tal nome da quelle labbra? Si ritraevano scorati. Ma pur troppo rimaneva un di loro, e il più valente: Francesco Vettori; ingegno di statista, amicissimo e confidente del Machiavelli. Francesco Vettori, “da ambasciator fiorentino, si rimase consigliere del Papa„; così scrive il Varchi: e quando, nella pagina accanto, egli stesso accenna a Francesco Guicciardini, che la “grandissima intelligenza ne' governi degli Stati„, in quelle strette della Repubblica la quale egli aveva pure servito, distorna, malcontento di non soddisfatte ambizioni, dalle cose presenti e la rivolge al passato, e ritiratosi in villa scrive la Storia; riserbandosi a' nuovi tempi ch'e' si fa certi della ristorazione Mediceo, noi, su codesta linea del Varchi, onestissimo narratore, rimpiangiamo quella maledizione di sorti italiane, che incatenava a rancori privati, a ignobili gelosie, a cupidigie non confessabili, le virtù vive del pensiero e del braccio nostri, e ci lasciava montar sul collo la brutale furibonda forza straniera; quel furore sopravvissuto di barbarie nordica, che la grande anima latina di Francesco Petrarca aveva già da due secoli rampognato all'Italia essere “peccato nostro e cosa contro natura„, “vincesse d'intelletto„ i figliuoli di Roma.

E che Carlo V, il Cesare de' nostri statisti e de' nostri principi e de' poeti cortigiani di quella splendida età, fosse, in pieno secolo XVI, un legittimo discendente degli Unni e de' Vandali, e degnissimo d'aver collegato il suo nome al sacrilego sacco di Roma, sentite a prova parole di lui: “Strigliate bene„ scriveva appunto l'anno del Sacco, al suo Vicerè di Napoli “strigliatemeli bene cotesti Italiani: chè se non sono bene strigliati e ridotti sulle cigne, non c'è da ripromettersene nulla di buono. Bisogna, del cuoio d'Italia, farsene striscio ai fianchi.... E non mi dimenticate i Fiorentini: a quelli là, ci vuole un castigo che se ne ricordino per un pezzo; e anche se se la cavano così, sarà sempre a buon mercato.„ Secondo la qual prosa imperiale, che io vi traduco fedelmente perchè il più trivialmente che posso, Firenze non avrebbe avuto il suo avere, che a sradicarla dalle fondamenta e far divenire un fatto le leggendarie rovine di Totila. Sul capo di questo Cesare consacrava il Pontefice in Bologna le corone del Regno d'Italia e dell'Impero di Roma.

IV.

La difesa della città, preparata sin dalla primavera di quell'anno 29, non potrebbe avere cominciamento più glorioso: vi è segnato il nome di Michelangelo Buonarroti. Il por mano alle operazioni di guerra, mentre pure pendono que' negoziati d'ambasciatori che continueranno anche troppo, non potrebbe avere dimostrazione più magnanima: il 29 di settembre, avvicinandosi l'esercito imperiale, per impedire che, riparato dai borghi e dalle ville suburbane, si avvicini troppo alle mura, si delibera di distruggere borghi e ville: e la deliberazione è senza indugio eseguita, guidando spesso i padroni medesimi l'abbattimento e la desolazione de' propri possessi. Così rispondeva la città “di mercanti„ ai motteggi di papa Clemente, che la si sarebbe arresa per non disertare le sue botteghe dentro e vedersi guastare fuori i suoi belli “orticini„: nè a quella distruzione mancarono Careggi ed altre superbe ville de' Medici, ed altresì de' Salviati e di altri Medicei. L'ambasciatore veneziano Carlo Cappello, il quale stava per la Serenissima in Firenze consigliatore (non altro però che consigliatore) di resistenza, scriveva a' suoi Signori: “Unitamente fu deliberato, più presto che devenire alla volontà del Pontefice, non solamente sostener la ruina del contado e la iattura delle facoltà, ma eziandio ponervi la propria vita, offerendo ognuno volontariamente quella quantità di denari che comportano le forze sue.„ E nei Consigli sonavano parole di tal sorta; parole autentiche, non di romanzieri e nemmeno di storici, ma dagli atti originali di quelle adunanze: “Gustata la libertà, è da posporsi a lei ogni cosa umana.„ Alla proposta “se si ha a rimetterci nella discrezione del Papa, o vero difenderci„, i Gonfalonieri delle Compagnie sono risoluti “difendersi, e mettere la roba e figliuoli, e non si dare a discrezione di chi non ha mai avuto fede alcuna„. E ancora: “confidare in Dio, consigliarsi, aver fiducia nelle forze proprie e nella causa giusta, ma non cedere, perchè chi scende un gradino della scala la scende tutta.„ E alla Maestà di Cesare deliberavano che gli ambasciatori già mandati presso il Papa “facessero intendere, quanto la città nostra sia bene disposta verso quella, e quanto noi siamo desiderosi di essere suoi fedeli servitori e buoni figliuoli di Santa Chiesa: e perciò non dovrebbe, per satisfare alle ingiuste voglie di chi desidera ridurci sotto la sua tirannide, perseguitarci con sì crudele guerra, guastando e rovinando tutto il paese nostro, con la uccisione e vituperio di infiniti uomini e donne; cosa non solo aliena da sua Maestà Cesarea, ma ancora da ogni scellerato principe. Mostrarle la ingiustizia della causa, il disonore che ne risulta alla sua Corona, il danno che ne séguita non solo a noi, ma a tutta la Cristianità, avendo sulle spalle il nemico universale de' cristiani, con sì potente esercito, e dovendosi quelle forze voltare contra lui.„ Cioè contro il Turco, le cui armi, guidate da Solimano, devastata prima e poi fattasi vassalla l'Ungheria, sovrastavano minacciose alle mura di Vienna; mentre la Santità di Clemente spingeva le armi del Sacro Impero contro le mura di Firenze e la libertà d'Italia.

Ritorno alla lettera dell'orator veneto: “Questa mattina, nel Consiglio degli Ottanta, hanno deliberato di non tardar più, e che dimani si rovinino e si abbrucino tutti li borghi di questa città, non avendo rispetto a molti bellissimi palazzi e luoghi religiosi.„ A proposito de' quali, è sempre grande e bella ricordanza, che pervenuta quella magnanima distruzione al monastero di San Salvi, e propriamente al refettorio, dinanzi al cenacolo mirabile di Andrea del Sarto, a un tratto tutti quanti erano, cittadini e contadini e soldati, “tutti quanti„, racconta il Varchi, “quasi fossero cadute loro le braccia e la lingua, si fermarono e tacquero, nè vollero andare più oltre con la rovina.„ Episodio di guerra, condegno ad una città che alle sue fortificazioni avea saputo preporre, senza uscire dal novero de' suoi cittadini, il divino Michelangiolo; e con parole degne d'essere risapute ne' secoli: “Li magnifici signori Dieci, desiderando che la munizione e fortificazione della nostra città..., giudicata non solo utile ma necessaria a resistere agli imminenti pericoli che si veggono ogni giorno, non solo a noi ma a tutta Italia, per le frequenti inondazioni de' Barbari, soprastare; e veduto tale e così importante impresa non si poter al desiderato fine e alla debita perfezione conducere senza l'ordine e indirizzo d'alcuno eccellente architettore, che e' concetti suoi alti secondo la disciplina di quella arte, come peritissimo uomo sappia, e come amorevole verso questa patria voglia, mettere in opera;.... giudicarono, dove abondano e' propri e domestici tesori, esser cosa superflua delli esterni andar cercando. Pertanto, considerata la virtù e disciplina di Michelagnolo di Lodovico Buonarroti nostro cittadino, e sapendo quanto egli sia eccellente nella architettura, oltre alle altre sue singolarissime virtù et arti liberali, in modo che per universale consenso delli uomini non trova oggi superiori; et appresso, come per amore e affezione verso la patria è pari a qualunque altro buono e amorevole cittadino; ricordandosi della fatica per lui durata e diligenzia usata nella sopradetta opera sino a questo dì gratis e amorevolmente; e volendo per lo avvenire per li sopradetti effetti servirsi dell'industria e opera sua;.... detto Michelagnolo condussono in generale governatore e procuratore costituto sopra alla detta fabrica e fortificazione delle mura, e qualunque altra spezie di fortificazione e munizione della città di Firenze.„

Michelangiolo (è cosa ormai nota, e vessata d'accuse e di difese) non restò sempre fermo al suo posto: nè solamente perchè fu dalla Repubblica inviato a Pisa e in altri luoghi del dominio per sopravvedere all'afforzamento, e a Ferrara, dove quel duca, che avevano sperato di avere Capitano generale delle milizie, gli mostrasse le fortificazioni della sua città, per le quali era celebratissimo; ma proprio perchè (noi dobbiamo a tale uomo tutta intera la verità) proprio perchè Michelangiolo Buonarroti volle lasciare Firenze mentre era assediata, trafugarsi a Venezia, uscire d'Italia. E la Repubblica, che in quel decreto nobilissimo avea esaltato il genio e la fede cittadina di lui, dovè imbrancarlo, col bando di ribelle, fra i Medicei che disertavan la patria. Ma non questa sola è la verità dei fatti; sì anche quest'altra. A spingere come avrebbe voluto il lavorìo di fortificazione di San Miniato al Monte, egli incontra ripugnanze ed ostacoli durante il tempo che si trascinano, fra le incertezze e le fallaci speranze tutto il gonfalonierato del Capponi, e ne' tentativi diplomatici i primi mesi di quello del Carducci. Egli diffida, forse prima d'ogni altro, di Malatesta Baglioni capitano generale: e vede l'inconsulto starsene, dinanzi a tale e tanto pericolo, del Carducci stesso e degli altri, anzi quella diffidenza gli è dal Carducci rimproverata. Allora Michelangiolo chiede più volte, sgomento, la sua licenza, e non l'ha; e vuole a ogni modo andar via, andarsene in Francia: ma l'amore della patria sua lo trattiene, ed è “resoluto„ (sia lui che vi ripeta ciò che da Venezia scriveva agli amici) “resoluto, senza paura nessuna, di vedere el fine della guerra. Ma martedì mattina, a dì ventuno di settembre, venne uno fuora della porta a San Niccolò dov'io ero a' bastioni, e nell'orecchio mi disse, che e' non era da star più, a voler campar la vita; e venne meco a casa, e quivi desinò, e condussimi cavalcature; e non mi lasciò mai che e' mi cavò di Firenze, mostrandomi che ciò fussi el mio bene. O Dio o 'l diavolo, quello che sia stato, io non lo so.„ E o Dio o il diavolo che fosse, e chiunque si fosse (che non si è potuto trovare) quel tale che lo trascinò in mal punto a commettere ciò che mai non avrebbe dovuto, non potremmo che condannarlo, s'egli avesse persistito, come in quella lettera persisteva, nel voler varcare le Alpi, e lasciar Firenze a consumare, poichè così era destino, la sua lenta e dolorosa agonia. Ma lo sconsigliato impeto che lo ha travolto, sbollisce d'un tratto: in quel fiero animo e pronto a' subitanei trasporti e alle commozioni affettive, rientra il sentimento del dovere e dell'onore; all'artista sdegnoso prevale il cittadino amorevole verso la patria: e non è passato un mese dalla sua fuga, che egli già chiede, e lo chiede (avvertite) proprio mentre le masnade imperiali calano dalle colline a circondare Firenze, chiede di tornare a' bastioni; e sapendo di avere errato, domanda ai magistrati della sua patria, egli, Michelangiolo, “misericordia„, e promette che “giusta el posser suo, non mancherà alla sua città„. E alla città sua, desiderato, ritorna, ed in essa rimane, e per essa combatte sino all'ultimo giorno: e quando Firenze cade, Michelangiolo si sottrae, fra i vinti e i perseguitati, alle vendette della scellerata vittoria; finchè l'oscurità del suo rifugio non sarà traversata dalla luce, che dovunque egli stia, lo circonda e lo irraggia. Ma nell'anima del grande artista rimangono, dopo la rovina della patria, le tenebre: e ne son figura il Pensiero triste e la Notte, che egli scolpisce sulle tombe Medicee, e li fa nel verso scabro e potente rimpiangere “il danno e la vergogna„ della servitù.

V.

“Apareja brocados, senõra Florentia, que venemos a mercarlos a medida de pica„: Prepara broccati, signora Fiorenza, chè noi venghiamo a comperarli a misura di picca. — Così, brandendo le armi, gridavano le masnade spagnole il 12 ottobre 1529, quando superata l'altura di San Donato in Collina si affacciarono dall'Apparita al maraviglioso spettacolo che offre da quello sbocco la nostra città. Sulla destra dal lato d'oriente, la catena di monti che discende ripida dalla Vallombrosa in Val di Sieve, e poi dolcemente continuandosi, lungo la striscia d'argento dell'Arno, da Rignano e Nipozzano per Settignano e Maiano, in fiorenti colline, risale verso il giogo di Fiesole etrusca, a tramontana della città: disopra al quale il boscoso Mugello si attesta con l'appennino pistoiese nereggiante in massa lontana, protratta di là da Lucca sino alle cime vaporose dell'alpi apuane. Da occidente, la distesa del Valdarno inferiore che pianeggia a perdita d'occhio verso Pisa e il mare, costeggiata verso mezzodì dai colli fertili e incastellati del Chianti che nascondono Siena. Nel centro dell'anfiteatro, adagiata sopr'ambedue le sponde del fiume che i suoi quattro ponti superbamente cavalcano, in mezzo a una festa di verde per entro al quale spiccano le popolose borgate, i grossi paesi, le ville superbe, casette sparse, monasteri, casolari, castelli; adornata dai tesori de' suoi commerci e del suo ingegno; cinta dalle grosse mura merlate, donde levano la fronte guernita le sue undici porte e si protendono minacciosi i bastioni; torreggiante d'ognintorno di palagi e di chiese, e dal cuore suo dritti verso il cielo i miracoli d'Arnolfo di Giotto e del Brunellesco: si distendeva sotto i bramosi sguardi delle soldatesche di Cesare, splendida di sole e di libertà, la Firenze del popolo.

Tutto l'oltrarno (la parte donde s'avanzavano di proprio cammino i nemici, e nella quale le colline immediatamente sovrastanti davano ad essi il maggior vantaggio sulla città) era stato apparecchiato a fronteggiare l'assedio. Dal colle di San Miniato, capo della difesa, circondato tutto di grossi bastioni, calavano le fortificazioni esterne, a modo d'argine, verso levante da un lato, dall'altro verso ponente, facendo con ambedue le diseguali braccia termine all'Arno, il quale era come la corda sottesa di questo grand'arco da porta San Niccolò, per le altre di San Miniato, San Giorgio, Romana, a quella di San Frediano. Il quartiere del Capitan generale era su' Renai nelle case dei Serristori. E di rimpetto alle difese de' Fiorentini Filiberto d'Orange, posto il suo quartiere sulle colline d'Arcetri, avea parimente distese le proprie forze, dalla sua dritta, occupando, sotto i diversi colonnelli, il poggio del Gallo, Giramonte e Giramontino, Gamberaia, Santa Margherita a Montici, e discendendo fino a Rusciano nel pian di Ripoli sull'Arno; e quello era il campo degl'Italiani; donde le artiglierie fulminavano il campanile di San Miniato, e Michelangiolo l'avea fasciato di balle di lana: a sinistra, dal poggio de' Baroncelli o Imperiale per San Gaggio e le Campora fin a Marignolle e Bellosguardo, e più oltre distaccandosi verso Montoliveto fin a toccare Scandicci, era l'accampamento degli Spagnuoli e de' Tedeschi. Rimase non circondata la città di qua d'Arno, dalla porta alla Croce insino a quella del Prato, tanto che seguitarono i Fiorentini ad uscire verso Fiesole anche per diporto (anche a caccia, racconta il Varchi), poco o nulla disturbati da qualche brigata di nemici che si avventurava a guadare il fiume: finchè rassicurato l'Imperatore de' pericoli che avean sovrastato dal Turco, scesero per l'appennino bolognese, invocate e pagate dal Papa, le soldatesche soprattenute sin allora in Lombardia; e prima che l'anno 29 spirasse, un campo di Tedeschi trincerato, posto a San Donato in Polverosa, e l'attendamento delli Spagnuoli alla Badia di Fiesole e lungo le colline adiacenti ebbero finito di accerchiare Firenze; e poco dipoi un ponte di barche congiunse a ponente dalla città, i due eserciti, rimanendo però il forte della guerra sulla riva sinistra del fiume.

Per tal modo le forze degli assediatori salirono, a mano a mano, fino a trentamila uomini tra gente a piede e a cavallo. Firenze di mercenarii aveva poco più che diecimila dentro alle mura; un cinquemila nel dominio. Di milizia cittadina, istituita con scarsa fiducia (la fiducia si riponeva tutta ne' mercenarii; e non tanto, doloroso a dirsi! negli italiani, quanto nei lanzi e negli svizzeri), appena quattromila da principio: ma quando la istituzione fu veduta procedere vigorosamente, come aveva auspicato Niccolò Machiavelli, e la gioventù raccolta sotto i sedici gonfaloni, quattro per quartiere, assidua agli esercizi di guerra, indefessa la notte al servizio de' bastioni, pronta ad ogni cenno di pericolo; quando alla retorica delle dicerie con che si arringavano nelle chiese que' cittadini armati, si accompagnarono ne' Consigli, dove si parlava la lingua de' fatti, provvisioni gagliarde che dicevano “esser venuto il tempo che la milizia abbia a sanare o dar la morte alla città„; “esser tempo che ognuno mostri la virtù sua„, “si séguiti ad armare il popolo, a ciò che i nemici veggano che si vuole prima morire tutti che abbandonare la città„, allora la milizia cittadina salì dapprima a cinquemila, e via sempre più allargandosi la inscrizione ne' ruoli quanto più incalzavano i bisogni della difesa, giunse a toccare i diecimila, nè diminuì se non quando la decimarono onoratamente i disagi o le armi degli inimici.

Del dominio fiorentino, tutto quello che pel Valdarno di sopra l'esercito dell'Orange aveva trascorso, era, come vedemmo, perduto. Nei possessi di Romagna e in Mugello, commissari e castellani valenti tenevan alta tuttavia qua e colà la bandiera di Firenze; ma il paese, attraversato dalle masnade che scendevano di Lombardia, corso e rubato dai partigiani, era pressochè perduto esso pure, con grave danno e pericolo alla città anche per le provvigioni da bocca. Pistoia, l'antica tana delle sanguinose discordie, rinfocolati gli odii fra parte Cancelliere, fedele a Firenze, e la Panciatica avversa, dalle mani di commissari inetti veniva, essa e Prato, in poter de' Medicei, o, come dicevano, si riduceva a devozione del Papa. Rimaneva in fede e signoria di Firenze il Valdarno inferiore sino a Pisa, e il sottostante paese fino a Volterra: ma anche da cotesto lato presto si perdeva il passo importante della Lastra a Signa, e dal campo assediante parecchi colonnelli erano discesi per la Valdelsa assicurandosi fortilizi e terre, sino a Poggibonsi e a Colle; mentre emissari a nome del Papa, ammaestrati da un buon maestro di tradimenti, il cancelliere Morone, svolgevano, come venisse lor fatto, le popolazioni. E queste mosse del nemico erano appoggiate con piena fidanza al territorio di Siena, la quale soccorreva d'artiglieria e di guastatori, e di provvigioni d'ogni sorta, l'oste imperiale contro l'odiata Firenze. E, pure dal senese, si avanzava verso il confine, mirando a Volterra, la compagnia di Fabrizio Maramaldo, ladroneggiando e come uomini di ventura: ma doveva dal valore di quell'ignobile condottiero essere eccitata e quasi ventilata a risplendere, la virtù d'un mercatante fiorentino. Il Ferruccio, che le supreme necessità della patria e il santo amore della libertà trasformeranno in eroe.

VI.

Le forze della Repubblica erano nelle mani del Capitano generale: chi questo Capitano si fosse, lo sa pur troppo la storia. Se l'assedio avesse trovato già radicata e accreditata la milizia cittadina, e i suoi ordinamenti allargati a tanta parte della gioventù del dominio, quanto fosse possibile in quell'assetto politico tuttavia medievale, pel quale lo Stato, anzi la nazione, si rinchiudeva dentro le mura della città; od anche solamente, se nei concetti del Machiavelli sull'armamento cittadino, che mediante cotesta milizia si attuavano, avesse più vigorosamente alitato quel senso di libertà, che vegliò sempre nell'animo di lui, ma che egli non ebbe la virtù di serbare intatto alle intuite idealità lontane, anzichè ripiegarlo alle contingenze, quali che si fossero, de' fatti, e alle qualità degli uomini, chiunque questi si fossero e checchè operassero, purchè operassero con mano gagliarda e sagace; se insomma l'esercito d'uno Stato, e d'uno Stato costituito da una cittadinanza devota da secoli alla libertà, avesse potuto, l'esercito di cotesto Stato, assumere negli anni di grazia 1529-30, il concetto non d'una forza solamente, ma d'una forza morale; la Repubblica fiorentina avrebbe risparmiato alla storia la vergogna del capitanato di Malatesta Baglioni. E che anche dalle botteghe de' suoi mercanti potessero uscire capitani, cosicchè il capitano fosse altresì, e innanzi tutto, un cittadino che per la città sua combattesse, lo avea mostrato, pur troppo in odiosa guerra come quella di Pisa, Antonio Giacomini; ed era per darne documento, anche per la santità della causa nobilissimo, Francesco Ferrucci.

Par certo, che, nello scegliere i conducitori della guerra imminente, Firenze volgesse l'occhio a tali, che avessero più o men forti ragioni domestiche e personali e politiche di inimicare o almeno contrastare nelle sue ambizioni principesche il Pontefice: nè poteva vederne di meglio disposti che quei signorotti o tirannelli o principi delle città che la Chiesa era, via via, venuta affermando sue, e n'avea composto il proprio Stato, ed aveva le relazioni fra l'autorità propria e quelle tirannidi o supremazie civili regolato con transazioni diverse, ma sempre in mezzo a fieri e sanguinosi contrasti, massime dopo che la gesta del dominio temporale, bandita con auspicii degni del Valentino, si era continuata alle mani guerriere di Giulio II e per le arti diplomatiche di Leone X.

Con tale intendimento si era da Ferrara chiamato Capitano generale un Estense; e sotto la sua dipendenza, Governatore generale delle genti a piede e a cavallo un Baglioni da Perugia. Ma su Malatesta Baglioni si fece maggiore assegnamento per più rispetti: perchè condottiero provato, e di famiglia di condottieri (che voleva bensì dire, anche con tutte le brutture di quella sorta di gente): poi, perchè il padre suo Giampaolo era stato fatto morire a tradimento da un Papa e Medici, Leone X; e Orazio, il fratello di Malatesta, aveva per la Repubblica capitanato bravamente le Bande Nere nell'esercito della Lega; e ora un altro Baglioni, Sforza, cugino ed emulo di Malatesta, e fuoruscito, appoggiava al favore del Papa le proprie ambizioni: e soprattutto, perchè Perugia, posta in sulla via dell'esercito assalitore, poteva offerire efficace resistenza all'avanzarsi di questo, e tener discosta da Firenze la guerra; anzi avrebbe anche potuto la guerra stessa trasportarsi addirittura su quel confine tosco-umbro, guernito di città nostre forti e munite, come Cortona, Castiglione, Arezzo, Montepulciano, e colaggiù per l'Umbria in fazioni fortunate disperdersi.

Può affermarsi che così la pensasse, e lealissimamente perchè secondo l'interesse suo, il Baglioni; e così nell'aprile del 29, quando, a Michelangiolo si affidava la fortificazione delle mura, accettasse il comando: così la pensasse, del resto, solamente rispetto alla possibilità delle cose; perchè allora le armi, che già si cominciavano a muovere dal vicereame di Napoli, non si sapeva verso dove si sarebbero scaricate; nè l'impresa di Firenze era deliberata, e non ancora stretti i patti di Barcellona. Tantochè esso Baglioni, ricevute le profferte dei Fiorentini, incominciava, come suddito della Chiesa, dal chiedere a papa Clemente la licenza di accettarle; mentre ai Fiorentini chiedeva che la sua elezione fosse altresì ratificata dal re di Francia. Quando poi il possibile diventò fatto, e la minacciata dalle armi imperiali fu proprio Firenze, Malatesta pregò e insistette per essere gagliardamente soccorso a muover contro gli assalitori in quelle prime lor mosse, e innanzi che ingrossassero, e mentre l'esercito dell'Orange non arrivava a ottomila uomini. Fu grave errore della Repubblica rimandare, al solito, di Consiglio in Consiglio, di Pratica in Pratica, l'esecuzione di questo che pur sembrava a tutti utile e ragionevol partito: e ne avvenne, che quando in giugno, sovrastando l'Orange a Perugia, espugnata da lui Spello, Malatesta aveva avuto a più riprese il soccorso fiorentino di circa tremila fanti, egli reputò ormai più vantaggioso al proprio interesse accettare i patti onorevoli che gli si facevano da parte del Papa: consegnasse la città, promettendoglisi non vi sarebbe rimesso Sforza Baglioni; e ne uscisse liberamente con le genti sue, portandole seco alla difesa di Firenze. Per tal modo Firenze, dopo avere alla elezione del suo condottiero fatto concorrere come motivo la condizione di suddito indocile e malsicuro al Pontefice, veniva ora ad averlo, patteggiato in certo modo col Pontefice medesimo, contro il quale egli si accingeva a difender Firenze: e da questo punto incomincia quel che, prima di equivoco, poi di anormale, e alla perfine di vituperosamente sleale, ebbero i portamenti di cotesto uomo, per le cui mani doveva finire strangolata la libertà fiorentina.

“Diletto figlio, salute e apostolica benedizione. Godiamo della tua desiderata resipiscenza, ratifichiamo la tua capitolazione col principe d'Orange e con gli agenti nostri, confermiamo i privilegi della casa tua de' Baglioni: ti assolviamo e liberiamo da qualsivoglia pregiudizio, così della presente ribellione, come di delitti quali si fossero, anche di lesa maestà, omicidii, rapine, per quanto gravi ed enormi, da te o da altri per tuo mandato commessi. Dato in Roma, a San Pietro, sotto l'anello del Pescatore, il dì 13 settembre 1529, del nostro Pontificato anno sesto.„ Con questo benservito papale, da un lato, e con la elezione di Governator generale delle armi della Repubblica nostra, dall'altro, veniva Malatesta Baglioni a Firenze.

Trova in Arezzo il commissario fiorentino Antonfrancesco degli Albizzi, e con lui delibera (errore capitale) di abbandonarla e ritirarsi pel Valdarno. È in Firenze; e fa la “lista delle genti e provvisioni che bisognano alla città; e„ (sentite la sua parola) “far venire quei bovi di che è stato ragionato, e far provvisione di vettovaglie, di carne e di strami più che possibil sia, e mandar fuori le bocche inutili; e soprattutto, che si abbiano munizioni per l'artiglieria, cioè polvere e palle, e tutte queste cose si domandano a Vostre Eccelse Signorie: le quali facendosi, prometto sicuramente difender la città dal nemico esercito, e non esser mai per mancare del mio debito e della mia fede, e spender la propria vita in servigio di essa città e di Vostre Eccelse Signorie.„

“Difendere la città dal nemico esercito„, voleva anche dire solamente preservarla dal sacco, che dopo l'esempio di Roma, e con l'appetito di sè che in quei ladroni metteva la grassa Firenze, e con le recenti prove che strada facendo avean dato su Spello e Castiglione Aretino, si credeva da tutti avrebbe accompagnata l'espugnazione. Anche Michelangiolo, in quel suo iroso e trasognato abbandono della patria, avea stimato “impossibile che Firenze non andasse a sacco„; e il crepacuore febbrile, di che, appunto incontrando il grande fuggiasco, era morto per via Niccolò Capponi, era stato dopo avergli sentito dire questa atroce parola, “il sacco„. Preservare Firenze dal saccheggio, per consegnarla intatta all'Imperatore. Il quale, dal canto suo, stretto dalle altre universali occorrenze politiche, e dalla penuria di denari, e dalle sollecitazioni incessanti di Clemente, raccomandava all'Orange, che in un modo o in un altro si venisse a pronto fine dell'impresa; e meglio (scriveva ad esso Imperatore la zia Margherita d'Austria, governatrice per lui e fida consigliera) “meglio, per mio piccolo avviso ( pour mon petit advis ), se si finisse accordandosi coi Fiorentini, senza usar loro forza, ma cavandone qualche discreta non però disonesta somma di denari, e non avendo poi troppo riguardo„ (brava e buona duchessa!) “alle passioni vendicative del Papa, che dovrà prendre raison en paiement.„ E lo stesso D'Orange si mostrava impensierito del come si finirebbe, fra l'accanimento mediceo del Pontefice che esigeva i patti sanciti a Barcellona, e la fermezza dei Fiorentini di non arrendersi se non salva la libertà: perchè (scriveva il principe all'Imperatore), o Firenze non si prende; e vegga egli, e vegga anche il Papa, che scorno per le armi di Cesare! “o s'io la prendo, ella andrà a sacco; il che sarà male per ambedue loro, poichè sarà la distruzione di una delle migliori città d'Italia, e luogo nativo del Papa; e senza pro, perchè il denaro, che farebbe comodo all'Imperatore, andrà sperperato fra la soldataglia, la quale non per questo cesserà di tirare le sue paghe.„ In questi conteggi che si facevano sul capo della misera Firenze, il Baglioni veniva a portare una nuova coefficienza: ed era la disposizione alla quale i suoi interessi perugini, testè accomodati così bene col Papa, dovevano inclinarlo, di non precipitare le cose dei Fiorentini verso quella guerra a oltranza, così di difesa come d'attacco, che egli stesso, sulle prime mosse, aveva, ma senza effetto, consigliata e voluta fare per sè e per loro; e che, dopo non averla potuta attuare per sè, gli era oggimai espediente non attuare, e procurare non fosse attuata, nemmeno nella città delle cui armi assumeva il governo. Come i Fiorentini non videro ciò? Altro che le colonne del porfido, per le quali il Poeta avea proverbiato “vecchia fama nel mondo li chiama orbi!„ Bisogna dire che l'ultim'ora di Firenze e della libertà fosse segnata ne' decreti di Dio, e che allo strazio d'Italia, il quale era incominciato col secolo, non dovesse mancare, per prima vittima, la città nella quale, con la lingua divina, con le arti, con gli ordinamenti della più popolare fra le sue repubbliche, l'Italia aveva, nel cospetto del mondo rinascente, affermata per la seconda volta sè stessa!

VII.

Degli undici mesi che durò l'assedio, in que' due memorabili anni 1529 e 1530, l'inverno, sino all'aprile, è occupato da fazioni di varia importanza e fortuna degli assedianti e degli assediati, senza troppo mutare le respettive condizioni: dall'aprile all'agosto, la storia dell'assedio è la epopea guerriera di Francesco Ferrucci, la quale si conchiude con la morte di lui e morte della Repubblica.

Il mantenersi, durante l'inverno, immutate quelle condizioni, era necessaria conseguenza dell'equilibrio in che si trovavano le due osti nemiche: forti di mura e di soldatesche e di cuore gli assediati; forti gli assedianti, di posizioni (poichè Malatesta ve li avea lasciati accomodare e distendere a tutto lor agio), e di armi, e del nome di Cesare e di Chiesa, il quale proiettava pur troppo l'ombra sua anche dentro alla città; sul Baglioni, nel modo, che abbiamo veduto; e sopra una parte altresì, fosse pur la minore, della cittadinanza deliberante. Il cominciamento delle ostilità somiglia a una prova cavalleresca di duellanti cortesi: nè col Principe personalmente Firenze cessò mai da dimostrazioni di cortesia, accompagnate spesso da splendidi donativi. Acquartieratosi l'Orange, e postosi in guardia, Malatesta si presenta da San Miniato, e fa sonare le trombe, e manda fuori un trombetto, come invitando a battaglia. Nessuno del campo esce dalle trincee. La città scarica le artiglierie, e dà nei tamburi. Succedono, ne' giorni appresso, scaramuccie: in una sortita i Fiorentini bruciano parecchie case occupate dal nemico. Poi una fazione notturna del Principe, che tenta di scalare le mura, ed è respinto. Poi la così detta “incamiciata„, pure notturna, delle milizie cittadine, guidate dal prode Stefano Colonna, che escono addosso al campo girandogli dietro nascostamente da Rusciano e da Santa Margherita a Montici, nel punto stesso che un altro assalto gli si fa incontro dalla città: il campo va all'aria: accorre l'Orange, rinfrancando gli ordini e la resistenza: Malatesta, dalla città, dà nelle trombe: gli assalitori si ritirano, guardando in faccia il nemico, protetti dalle artiglierie.

E di là da Firenze, mentre la città finisce d'essere circondata, si combatte l'altra guerra, forse la più importante perchè più netta, per la conservazione di quella parte del dominio non perduta, e la sicurezza dei valichi; certo la più bella, perchè guerreggiata dal Ferruccio, commissario prima a Prato ma con le mani legate alla superior volontà d'un inetto presuntuoso, e Prato si perde; poi a Empoli: e qui comincerà la gloria di lui.

Termina intanto il gonfalonierato di Francesco Carducci, l'uomo della resistenza e della guerra, ma non saputosi, come poteva e doveva, destreggiare in quella sempre, anche nella comunanza del pericolo, discordevole cittadinanza: e gli succede, con l'entrare del nuovo anno, Raffaello Girolami, amatore di libertà, più destro, ma per ciò stesso assai men diritto e gagliardo. Ed è lui che si trova a consegnare a Malatesta Baglioni, il quale ha chiesto e ottenuto il grado supremo del comando non accettato da Ercole d'Este, consegnargli il bastone di Capitan generale, e con esso dargli in pugno le redini della guerra. Era il 26 gennaio; una scura e malinconica giornata: pioveva. La milizia cittadina tutta sulla piazza; i soldati a' bastioni: la Signoria, i Dieci, gli altri magistrati, sulla ringhiera a piè del Palazzo; Marzocco, il Leon fiorentino, ha in capo la corona d'oro delle grandi solennità. Il novello capitano della Repubblica, brutto e contraffatto, nonostante la sua bravura soldatesca, e malconcio omicciuolo, suntuosamente vestito e sulla berretta di velluto un'impresa sfolgorante il cui motto è libertas, scendeva da cavallo, e dinanzi al gonfaloniere, riceveva, inginocchione, uno stendardo quadrato ricamato a gigli, un elmetto d'argento smaltato pure a gigli, “e questo scettro„ (proseguiva il gonfaloniere, quale è fatto parlare dal Varchi) “questo scettro d'abeto così rozzo e impulito com'egli è, in segno, secondo il nostro costume antico, della superiorità e maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e fortezze nostre; ricordandoti che in queste insegne, quali tu vedi, è riposta, insieme con la salute o rovina nostra, la fama o l'infamia tua sempiterna.„ Ma il Baglioni aveva già scelto.

L'equilibrio materiale delle forze armate si sarebbe potuto sperare che avesse effetto sulle condizioni diplomatiche, e le volgesse alla meglio; invece queste andarono sempre peggiorando pei Fiorentini. Il re di Francia, nel quale hanno follemente continuato a sperare, li abbandona affatto a sè stessi. I Veneziani fermano saldamente con Carlo e con Clemente la pace, e la riparativa politica d'astensione. In Genova è presso Andrea Doria e di suo proprio moto si adopera, fedele alla patria, nobile e geniale agente, Luigi Alamanni il poeta: ma il Doria ha consigliato a tempo i partiti dell'uomo forte e savio; quelli, co' quali egli ha assicurato la sua Genova; non ascoltato, la generosa follia di Firenze gli è venuta ora in fastidio. Alfonso duca di Ferrara, dopo non aver voluto, anche perchè diffidente di quel Malatesta, che il figlio suo Ercole accetti d'essere il Capitan generale de' Fiorentini, finisce col mandare agli assediatori quelle artiglierie che avea mostrate amichevolmente sulle sue fortezze a Michelangiolo. E il Papa, a un'ultima ambasceria che, prima di lasciare Bologna, riceve dai Fiorentini, infelice ambasceria, favorita, come ogni altro temperamento e andamento di mezzo, da Malatesta, e accolta in corte e in città poco meno che con ischerno, risponde, il Papa, rovesciandosi contro il popolo che gli ha mandati, dopo avergli distrutto, a lui e a' suoi, le splendide ville, e minacciato di spianare il palazzo e farne piazza con nome d'infamia, e messe le mani sui beni e tesori ecclesiastici, e lui stesso vituperato in ogni maniera, sino a impiccarlo in effigie. E poco appresso, tornati l'Imperatore in Germania e il Papa in Roma, il Papa, a un vescovo francese, che dopo essere stato in Firenze, e ammirata la difesa magnanima, gli parla alto e severo di questa scellerata guerra contro figliuoli suoi in Cristo e di patria terrena fratelli, e “Veda Vostra Santità,„ gli dice “veda, La supplico siccome cristiano e prete e vescovo, lo sfrenamento da Voi legittimato di quelle feroci soldatesche al mal fare, e cotesto vostro abuso del ministero sacerdotale a mondane ambizioni„, risponde il Papa, turbato, “Oh non fosse Firenze stata mai al mondo!„ Tremenda parola: dice degnamente un moderno istorico. Ed io aggiungo: Terribile cosa, che sulla bocca del Papa, così imbragatosi nelle cupidigie di principe, quella sola potesse oggimai essere (ed era un'imprecazione!) la parola nella quale l'amor della patria gli si rifacesse vivo dalla rimorsa coscienza!

VIII.

Ma contro i fati che incombono alla moritura Repubblica, legittimo e degno figliuolo di lei, uscito da quel popolo di lavoratori che l'han fatta grande nel mondo, soldato della patria e della libertà, si leva Francesco Ferruccio. Quando nella storia delle umane colpe e sventure, di mezzo al male fatto o sofferto, fra i dolorosi contrasti di chi piange e di chi fa piangere, s'innalzano, da questa polvere del mondo sozza e cruenta, le figure luminose dei pochi che in quel contrasto hanno eletta la parte migliore, che hanno sposata con amplesso potente e puro alcuna delle grandi idealità dell'anima immortale, la carità, la scienza, la fede, la libertà umana, la patria; e a codesta sposa del cuor generoso si sono devoti e per lei hanno combattuto, e per lei sono caduti trionfatori; allora sentiamo che quelle sante idealità, librate nell'alto, sono state qualche volta, quaggiù basso, il reale; allora racquistiamo la fiducia nel bene, e la virtù di operarlo; allora la storia non è più solamente la maestra, sì anco la poesia, della vita. È di questi il Ferruccio.

Cominciato, come mercante ch'egli era, dall'esser pagatore delle Bande Nere che Firenze aveva nella Lega alla guerra di Napoli, uomo dirotto all'operare e intinto anche nel men bello di quella tramescolata vita del Cinquecento, fatto soldato dalle contingenze di quell'ufficio, e da naturale inclinazione, e dal vagheggiar la guerra nelle antiche storie che leggeva in volgare, si era trovato in Valdichiana e a Perugia mentre si avanzava il nemico, e da Perugia era venuto con Malatesta, che ancor egli aveva in grande concetto; ma sempre, e allora e poi a Prato, in condizione subordinata e con piccola o nessuna balìa di agire, sinchè la Repubblica lo ebbe messo a Empoli, nel cuore del dominio che solo le era rimasto, commissario in quella terra munitissima e chiave del Valdarno pisano e dirimpetto ai pericoli, da un lato, di Siena nemica, dall'altro di Pistoia e Prato rivoltate. Ciò nell'inverno: ed era subito stata opera sua il racquisto di San Miniato al Tedesco, sanguinoso sugli Spagnuoli che l'avean preso e sui terrazzani che avevano favoreggiato; e lo avere, in campo aperto, con strage, spazzati dal paese quelli scorridori e ribellatori delle terre della Repubblica. Ma quando di queste terre, una, troppo importante, Volterra, si dette al Papa, rimanendo ai Fiorentini la ròcca, ma nella città afforzandosi gagliardamente i ribelli, allora il Ferruccio, chiesto e avuto da Firenze un rinforzo, si spicca rapido e inaspettato da Empoli, dopo averla lasciata sicurissima; è a Volterra, penetra con le sue genti nella fortezza, da quella si getta sulla città, la riguadagna ferocemente alla Repubblica, schiaccia non che domare la cittadinanza colpevole; poi afforzatosi a sua volta, sostiene gli assalti, prima del Maramaldo venuto da Siena, poi di lui stesso e del Marchese del Vasto soprarrivato da Empoli (caduta intanto, pur troppo, per vilissimo tradimento, in mano ai Cesarei), e ributta ambedue gli assalitori con furibonda resistenza di armi, sassi, olio bollente; resistenza, che ferito e con la febbre addosso, egli séguita a comandare e spingere sino all'ultimo, facendosi portare a braccia, sopr'una seggiola, finchè il nemico è costretto, non pure a ritirarsi ma a levare per disperato l'assedio. A Fabrizio Maramaldo inasprivano la sconfitta i trattamenti usatigli siccome a venturiero fuor delle leggi di guerra (ed egli affettava dispregio di capitano pel Ferruccio mercatante); gliela inaspriva lo scherno, solito allora negli assedi, della gatta esposta sulle mura:

Su, su, su, chi vòl la gatta

Venga innanzi dal bastione;

che questa volta diceva

Chi vòle il gattuccio

Venga avanti al Ferruccio;

mentre co' miau della bestia era salutato il nome di Maramau. E il Maramaldo se ne ricordò a Gavinana.

L'esempio del Ferruccio fece contro Malatesta, che di nessuna occasione mostrava sapersi o volersi valere per aver vantaggio sul nemico, nascere prima impazienze, poi malumori e sospetti nel popolo. Cominciavano a scarseggiare le vettovaglie, e cresceva, pe' disagi e il serpeggiare del morbo, la mortalità: ma anche nel campo Cesareo la difficoltà delle paghe e la pestilenza stremavano o disordinavan le file. Con questo di diverso bensì: che fra gli assedianti s'insinuava in pari tempo la stracchezza e la malavoglia; e le forche che sorgevano accanto al quartiere del Principe in Pian di Giullari avevano occasione a influire le loro salutari efficacie: nei cittadini invece cresceva, col pericolo, la fermezza dei propositi generosa e feroce. Avea scritto il Ferruccio: “Alla guerra non ne nasce; nè bisogna per questo sbigottirsi: chè quando i tre quarti di noi morissimo per non tornare in servitù, il quarto che resterà sarà tanto glorioso, che il resto sarà bene speso„: nè il linguaggio delle cifre e della mercatura fu mai nobilitato ad altezza maggiore. E al cuore di quel magnanimo il cuore della cittadinanza aveva sin da principio risposto con questi altri sentimenti e parole, che stanno, prezioso testamento della libertà, negli atti della Repubblica o nelle lettere dell'Ambasciator Veneto: “Piuttosto tagliar a pezzi anche li padri propri, che voler consentire a condizione alcuna indegna del viver libero.... Non dubitiamo di cosa alcuna, e siam parati e disposti a difendere la nostra libertà; confidando che la Divina Giustizia, la quale non ha rispetto alle grandezze umane, sia per aiutare ad ogni modo la causa nostra ragionevole.... Ci porremo le robe e la vita.... Difenderemo questa città, finchè potremo sostenere in piedi li corpi nostri.... Abbandonati dagli amici, e massime da quelli„ (dicevano all'Ambasciatore della Serenissima; nè fu quella la sola volta che gli rammentassero la libertà repubblicana e l'Italia) “da quelli ai quali più si conviene conservare il viver libero, non saremo però abbandonati dalla grazia di Nostro Signore Iddio, come quelli che giustissimamente difendiamo dalla rapina e dalla tirannide le facoltà nostre, l'onore, la vita, la libertà....: e sempre con maggior costanza ci confermiamo in volere, ovvero conseguir la libertà, ovvero portarci di sorta, che se la perdiamo, speso e consumato tutto l'aver nostro, non sopravviva qui alcuno, e solamente si dica: Qui fu Firenze.„ Così fiduciosa nel proprio diritto e nella giustizia di Dio la repubblica metteva le mani sui beni ecclesiastici in Firenze ed in Pisa, e su quelli dei ribelli, sugli ori delle chiese fino a quelli del caro antico nido di San Giovanni: e con essi, e co' gioielli d'una mitra donata al Capitolo di Santa Maria del Fiore da papa Leone, e con gli altri di che le donne si spogliavano volonterose, si batteva moneta, col Giglio di Firenze da un lato e la Passione di Cristo dall'altro. Era sospeso, in certe ore, il suono delle campane; e come già di quelle, da chiesa a chiesa, così ora quelle valenti donne riconoscevano un ben diverso scampanìo: il trarre delle artiglierie da quel bastione o da questo. Si denunziava, mediante quella che chiamavano tamburazione, papa Chimenti (nome di dileggio) e i cardinali fiorentini ch'erano con lui a Bologna, come cittadini rei di Stato. I frati di San Marco bandivano dal pulpito la difesa della patria; promovevano pubbliche preci, processioni, ostensioni di reliquie e d'imagini tradizionalmente venerate; ricordavano le promesse e le profezie del Savonarola. “Non abbiate paura; perchè Dio è per noi, e sono qui molte migliaia di angeli.... Dio e la Vergine hanno deliberato di reggere e governare questa città.... Italia sarà nelle tribolazioni, e tu, Firenze, comincierai a fiorire: quando le spade voleranno per l'Italia, e tu fiorirai.„ E il popolo traeva dalla chiesa ai bastioni, sicuro che con lui era, contro il Papa e l'Imperatore, la forza di Dio, e scriveva su pe' canti, a grandi lettere, col carbone o col gesso: “Poveri e liberi!„ Eroica plebe, che affamata, ammorbata, deserta d'ogni umano soccorso, leva gli occhi in alto, e afferma col sangue la patria: a Firenze nel 1530; a Venezia nel 1849: e suggella con due difese popolari la storia delle due Repubbliche, sulle cui bandiere, per terra e per mare, il nome d'Italia fu gloria della civiltà.

E in mezzo a tutto questo fervore di guerra; piena la città di soldatesche; tanta parte di cittadinanza vigilante in armi, e accorrendo alla difesa delle mura persino i vecchi e i fanciulli; col terrore di esecuzioni capitali che su cittadini trovati in difetto scendevano rapide e inesorabili; con l'atroce pericolo, nella penuria estrema delle vettovaglie, che si dovessero da un giorno all'altro, metter fuori le bocche inutili, cioè abbandonare al vitupero de' nemici le donne, i fanciulli, i poveri vecchi; si conservavano tuttavia le forme e le consuetudini della vita cittadina: continuavano i traffici, i luoghi pubblici si frequentavano, si ufiziavano le chiese, sedevano i magistrati; le private differenze e dissensioni si rimandavano a “dopo che ci saremo levati costoro da dosso„: si contrattavano compre e vendite, anche di possessioni occupate dai nemici; e la villa dei Guicciardini in Arcetri, dove alloggiava il Principe, messa all'incanto, trovava compratore, nè più nè meno che presso i Romani il terreno dov'era accampato Annibale. Si solennizzava il San Giovanni, salvochè si convertivano in dimostrazioni d'umiliazione a Dio le gazzarre e magnificenze annuali. Si faceva sulla piazza di Santa Croce il giuoco del Calcio, proprio a portata dell'artiglieria nemica, che non mancava da trarvi sopra, ma senza che però il giuoco cessasse. E a cosiffatte dimostrazioni di sicurezza e di baldanza appartiene la sfida di Lodovico Martelli a Giovanni Bandini, uno de' Fiorentini, non pure ribelli ma rinnegati, che stavano pe' Medici contro la patria nel campo nemico: nella quale sfida al ribatter l'onore offeso delle milizie cittadine si mescolavano gelosie di non degno amore; e ne seguiva un doppio duello del Martelli col Bandini, e di Dante da Castiglione con Bertino Aldobrandi, che, dato campo franco dal Principe, si combattè con solennità sfarzosa, in sua presenza, sul piazzale del Poggio, morendone il Martelli da una parte e l'Aldobrandi dall'altra. Ma l'altro duello a morte tra Medici e libertà, rimaneva sulle spade de' due eserciti, sinistramente sospeso dal mal genio d'un uomo che la Repubblica aveva ormai fatto diventare più forte di sè medesima.

IX.

“Mostrano quei di fuori„ scriveva l'Orator Veneto “di voler venire all'assalto: il quale non solamente da questi non si teme, ma si desidera sopra modo, insieme con la battaglia, come certissima salute di questa città.„ Ma di battaglia non concesse mai il Baglioni (e il Colonna si rimetteva) altro che le apparenze, in parziali sortite, le quali se dimostrarono il valore de' cittadini, e de' soldati, e de' capi altresì, non escluso il Capo supremo che ormai, o si stesse o facesse, tradiva, lasciarono inalterata cotesta condizione di cose, senza che la città si levasse d'addosso, con l'assedio, la minacciata rovina della sua libertà. Allegava Malatesta (il quale intanto menava pratiche col Papa e con l'Orange), essere lui responsabile della salvezza della città, e non volere arrisicarla per improntitudini di giovani: quasi che Firenze gli si fosse costituita in curatela, e col bastone del comando sulle armi gli avesse altresì delegato ch'e' sentisse e pensasse e volesse per lei. E il più iniquo di tale condizione di cose si fu, che quando essa finalmente ingenerò, come troppo prima avrebbe dovuto, sospetti di tradimento, cotesti sospetti erano soffocati, il meglio si potesse, dalla Signoria, pel timore che, risapendoli il Baglione, egli e la gente sua voltassero le armi contro la città che gli giaceva ormai nelle mani. La più coraggiosa parola dei magistrati al Capitano traditore, fu di ammonirlo ch'e' non ricevesse più ambasciate dal Papa, e “voltasse l'animo alla gloria„. Ma il Petrarca aveva già ammonito che questo non era sentimento da mercenarii:

vederete come

Tien caro altrui chi tien sè così vile.

Ed invero, nessuna più dolorosa nè più vituperosa dimostrazione dettero mai di ciò che veramente esse erano, coteste venderecce milizie, le quali in quella meravigliosa canzone, che rimase come l'elegia perpetua della libertà nazionale, il Poeta aveva denunziate all'Italia:

In cor venale, amor cercate e fede:

Qual più gente possiede

Colui è più da' suoi nemici avvolto.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Se dalle proprie mani

Questo n'avviene, or chi fia che ne scampi?

Scampo unico e supremo tutti sentivano essere il Ferruccio: i cittadini con angosciosa speranza, con bieco terrore Malatesta, con isgomento i nemici. E il Ferruccio si mosse.

Sostituitigli Commissari valenti in Volterra, egli, poichè il Valdarno da Empoli a Signa, e la Valdelsa, erano ormai terra di nemici, fece capo a Pisa (ci arrivò il 18 luglio), col disegno d'ingrossarsi colà, e poi volgersi a Pistoia, per riprenderla, se si potesse, a ogni modo, secondo le contingenze, minacciare il campo Cesareo, ovvero da' monti, per Val di Bisenzio, riuscir sotto Fiesole, donde, sforzato il passo, entrare in Firenze; le cui forze intanto avrebber secondato il disegno, spiando e cogliendo il punto di gettarsi sul nemico, distratto verso il nuovo assalto esteriore. È da taluni attribuito al Ferruccio un altro disegno: voltarsi a Roma, con quale animo verso papa Medici è agevole a pensarsi, e così svolgere dall'assedio l'Orange, ovvero chiudere al campo assediante i varchi della Valdichiana e dell'Umbria per le provvigioni; mentre altri moti diversivi si tentassero in Pistoia e in Romagna, e si colorissero le speranze che da Genova il fedele Alamanni dava di là e, con più illusione, dalla Francia. Ma il disegno che fu attuato, rapido e violento, è troppo più verosimile fosse il solo che arridesse al Ferruccio. Se non che troppa parte di questo doveva esser coadiuvata dal di dentro della tradita città; e la febbre che inchiodò in Pisa per una diecina di giorni l'eroe dell'impresa, dette malauguratamente il tempo a' nemici di prepararsi. I Commissari di Pisa, dal letto del valoroso che si consumava del suo non potere, scrivevano ai Dieci della guerra: “Dio, per sua misericordia, non ci darà tale impedimento.„ E fra l'1 e il 2 di agosto, scrive egli “dal paese di Pescia„: “Io mi trovo in sul fatto, e guarito, Dio grazia„; e che procede come per paese nemico, e che il Maramaldo lanciatogli a' fianchi è sul Pistoiese, e “se li nimici faranno sperienza di noi, allora faremo vedere chi noi siamo„. Quel giorno stesso batteva, con la solita ferocia, in San Marcello la parte Panciatica, e s'incamminava a Gavinana, verso dove per parti diverse erano rivolti i nemici.

Ne' Consigli intanto, e fin da quando egli si era mosso da Volterra, prevalevano i partiti del furor disperato: si desse a Malatesta la licenza ch'egli minacciava, infintamente, di volere: e al primo opportuno avviso dal Ferruccio, serrar le botteghe, armarsi, primo e alla testa del popolo il Gonfaloniere, “mantenere il giuramento fatto a Dio quando lo eleggemmo re di Firenze„, combattere e vincere; e se così non avvenisse, “quelli che resteranno alla custodia delle porte e dei ripari, abbiano con le mani loro, subito, a uccidere le donne e i figliuoli, por fuoco alle case, o poi uscire all'istessa fortuna degli altri, acciocchè distrutta la città non ne resti se non la memoria, ed un esempio immortale a coloro che nati liberi, liberi voglion morire.„ E il 2 di agosto, mentre il Ferruccio scriveva quella che fu la sua ultima lettera, il Gonfaloniere riferiva che alle sollecitazioni rinnovate presso il Baglioni e il Colonna, di dare addosso al campo, questi avevano nuovamente rifiutato, sebbene si sapesse che la notte innanzi il principe d'Orange, guadato Arno con buon nerbo di gente scelta, era uscito a incontrare il Ferruccio, lasciando in sua vece don Ferrante Gonzaga; il quale veramente si aspettava d'ora in ora essere assalito. Il Baglione, mutata stanza, si era di su' Renai ridotto presso Boboli ne' quartieri delle sue soldatesche più strettamente fidate; mentre, doloroso a dirsi, nelle file della milizia cittadina, avvezza al maestrato del valente Colonna, s'insinuava col sentimento della deferenza a lui, la sfiducia verso la condannata causa della libertà.

Il 3 d'agosto, entravano nel villaggio di Gavinana, a dieci miglia da Pistoia, quasi ad un tempo, dai lati opposti, il Ferruccio e l'Orange: il Vitelli soprarrivava ad assalire la retroguardia de' nostri: il Maramaldo, sforzata di fianco la terra, calava loro addosso nel centro della battaglia. Cadeva fra la sua cavalleria, che il Ferruccio avea sbaragliata, l'Orange per due colpi d'archibugio: ma il piccolo esercito repubblicano, preso di fianco dai Lanzi freschi del Maramaldo, era ormai disfatto e quasi distrutto. Il Ferruccio, voltosi a Giampaolo Orsini che con lui sin da Pisa partecipava valorosamente al comando, stringendosi loro intorno i nemici e confortandoli si arrendessero, disse, conservateci autentiche da uno de' suoi come se le ascoltassimo dalla propria bocca di lui, queste parole: “Vogliamci arrendere sì tristamente? Io voglio morire.„ E di nuovo (prosegue la ricordanza dell'armigero) “e di nuovo si mise innanzi il primo, com'era stato sempre„.

Fu trovato fra i cadaveri degl'imperiali con la spada in mano, lacero di ferite, ma vivo ancora. Fatti prigioni egli e l'Orsini (pure ferito, ma che sopravvisse e si riscattò), il Maramaldo, che aveva dato bando gli fosse il Ferruccio consegnato o vivo o morto, avutolo fra le mani, “Tu sei or qui, che mi volevi appiccare?„ gli disse, e gli ricordò Volterra, e tornò a rinfacciargli, sciagurato, la condizione sua di mercante, cioè di cittadino glorioso, egli vilissimo servitore armato di chi lo pagava, o saccomanno de' paesi infelici che trascorreva. “Effetti della guerra!„ rispose il Ferruccio; e disarmato da quelli scherani, “Fabrizio, tu darai a un morto!„ gettò sulla faccia al Maramaldo; e ricevè nella gola il pugnale. “Era ragione„ scrive un altro di quei mercanti fiorentini, Filippo Sassetti, “era ragione, che il maggiore uomo che nella guerra avesse la Repubblica, avesse per sepoltura il monte Appennino„. Con lui, fra quelle montagne che non esse sole dividevano la penisola, avea sepoltura la libertà italiana: e quando dopo tre secoli spirarono le aure della risurrezione, la bandiera tricolore, innanzi di sventolare sui campi lombardi alla prima guerra d'indipendenza, si era inchinata in Gavinana su quella polvere sacra.

La disfatta del Ferruccio consegnava Firenze a' nemici, mani e piedi legata. La signoria stette sino all'ultimo coi più arditi e i più fermi; rinnovando altresì i quattro cittadini Commissari della milizia, e chiamandovi il Carducci e altri simili a lui, in luogo di corrotti o accecati da Malatesta. Questi allora strinse col Gonzaga e con Baccio Valori, fiorentino, Commissario del Papa nel campo Cesareo, le pratiche sempre mantenute; secondo le quali propose alla città si accordasse, promettendole, anche tornando i Medici, libertà. Rispose la Signoria, ufficio di lui e debito essere il combattere non il negoziare: uscisse in campo, o rassegnasse il comando. Allora Malatesta Baglioni, forte ormai non più solamente di soldati ma di cittadini che fra lui e la patria (di lui più infami) sceglievano lui, rifiutò di rendere il bastone del comando, ferì di pugnale uno de' due commissari che gliene avevan recata l'intimazione, con partito de' Dieci di guerra (incredibile oggi a dirsi!) onorevolissimo, e voltò le artiglierie contro la città.

Il 9 agosto si deponevano le armi; il 12 “nel felicissimo campo Cesareo„ si sottoscrivevano i Capitoli della resa: ne' quali (difesa estrema, almen dell'onore) la città si rendeva non ai Medici nè al Papa, ma a Cesare che era fatto arbitro di ordinare e stabilire entro quattro mesi la forma del governo, “intendendosi sempre che sia conservata la libertà.„ Non era finito l'anno, e Firenze aveva suo signore Alessandro de' Medici: i due ultimi gonfalonieri della Repubblica erano, il Carducci con altri decapitato, il Girolami gettato in prigione perpetua con pronto sopraggiunger di morte: altre condanne, di scure e d'esilio, assicuravano la città divenuta ducale. Malatesta Baglioni, prima di partirsi a bandiere spiegate da Firenze ch'egli aveva secondo le sue promesse salvata, onorato di privilegi dai novelli Signori e dal Pontefice, mandava a questo in dono un frate, Benedetto Tiezzi di Foiano, uno de' predicatori che avevano durante l'assedio rinfocolati gli spiriti religiosi del Savonarola. E al teologo pio e dottissimo il profferirsi a Clemente, che, lasciate le cure e le passioni civili, combatterebbe con l'autorità de' Libri Santi l'eresia luterana, non impetrò grazia della atroce morte, per la quale in una segreta di Castel Sant'Angelo finì consunto di fame.

X.

L'assedio di Firenze è nella storia d'Italia come lo sfavillare estremo d'una fiaccola (la virtù d'intelletto e di braccio de' nostri Comuni), che soffocata si estingue. La caduta della Repubblica fiorentina segna l'aggravarsi della tirannide, domestica e straniera, sotto la quale la nazione italiana prostrata espierà le sue colpe, e ne parrà come morta. Ma le nazioni non muoiono: e anche ne' trionfi della forza che le ha schiacciate, Dio matura la rinnovazione de' loro destini. È una vittoria spagnuola, ventisett'anni appena da quella caduta, una vittoria d'armi imperiali, che a San Quintino, sotto la spada poderosa d'Emanuel Filiberto, affranca da quei ladronecci stranieri di Spagna e di Francia un angolo predestinato di terra italiana, il Piemonte. E quando, di lì a tre secoli, da quel lembo di patria moverà l'impresa della liberazione e dell'unità d'Italia, Firenze avrà già consegnati fiduciosa all'invocato avvenire i tesori delle sue grandi memorie. L'Assedio di Firenze sarà una delle bandiere prime ad essere agitate nel nome della libertà italiana. Un patriotta, che nell'anima di poeta, burrascosa come il suo mar di Livorno, accoglie il fremito delle nostre antiche democrazie, farà di quell'Assedio un libro, non potendo combattere una battaglia. Un gentiluomo del vecchio Piemonte, pittore e romanziere, statista e galantuomo, cavaliere d'Italia e ministro del Re, ritrarrà su quel fondo di storia italiana, e renderà popolari, le figurazioni ideali della virtù cittadina. E un poeta eroe (due delle maggiori grandezze della umana personalità) un poeta eroe, che reca il tributo del generoso sangue napoletano alla difesa di Venezia; Poerio, le cui ossa deposte nell'isoletta di San Michele “con affetto di sorelle„, come le gentildonne veneziane vi scrissero sopra, furono una delle anticipate consacrazioni della nostra unità,

dalle vette ghiacciate

dell'Alpi, al monte onde Sicilia fuma;

Alessandro Poerio canterà la gesta del Ferruccio, auspicando la nuova Italia:

Questa ed altre frementi ombre placate

fian, quando raggi, come sol che sale,

non più la fiorentina

l'itala libertate.

Oggi le colline che furono desolate da quella guerra, lussureggiano di oliveti e di vigne, si ammantano a festa nelle soavi primavere fiorentine: e dove scalpitarono i cavalli di Lamagna e di Spagna, e si piantarono le artiglierie anche di città sorelle, la vaporiera trasvola di vetta in vetta, lungo le bellezze che natura ed arte hanno accolto nella sottoposta convalle, e porta seco la letizia delle paesane brigate, l'ammirazione degli ospiti benaccetti. Nel seno verde della florida pendice, Pitti e Boboli sono la reggia del Re d'Italia, il giardino della nostra graziosa e diletta Sovrana. Ma, degnamente vicino a tal reggia, San Miniato, col suo vecchio campanile mitragliato gloriosamente, torreggia tuttora: ed ivi presso, il genio di Michelangiolo, nelle forme gigantesche, eternamente splendide di gioventù e di forza, del biblico liberatore, domina ancora e protegge la sua Firenze.

Sulle condizioni della
Economia Politica nel Cinquecento
E LA SCOPERTA D'AMERICA

DI

ARTURO JÈHAN DE JOHANNIS.

Signore e Signori,

Un moderno scrittore, esprimendo del resto una convinzione che è molto diffusa, ha detto che la economia politica non è altro che letteratura noiosa; temo che oggi per mia colpa avrete una nuova conferma di quel giudizio. Concedetemi però di sperare che non lascierete venir meno la vostra pazienza.

Il secolo XVI è, specialmente da alcuni economisti, considerato per l'Italia come un periodo di decadenza; ed in tal giudizio, forse eccessivamente sintetico, si può concordare, quando lo si restringa dicendo: che in esso cominciano i sintomi di una decadenza. E veramente non si può ammettere che quello stato di prosperità economica e di splendore dell'arte, nella letteratura, negli studi, frutto di un lavoro intenso di quattro secoli, abbia potuto deperire in una diecina d'anni, nè per il solo fatto delle dominazioni straniere, che nel XVI secolo si allargarono in Italia, nè per le lente modificazioni che subì il commercio.

Genova, Ferrara, Urbino, Firenze, Venezia, Mantova, Roma, fra le altre molte città avevano raggiunto un grado così alto di agiatezza, che dovevano necessariamente resistere a lungo contro le cause esterne che si sono rivolte a loro danno. La affermazione pertanto che le scoperte marittime dei Portoghesi, degli Spagnuoli e degli Olandesi avessero senz'altro mutata repentinamente la condizione economica della penisola, va confinata tra le leggende che hanno soltanto l'ombra della verità; come pure va rigettato l'altro concetto che la dominazione spagnuola, per la importazione di costumi, di abitudini e di tendenze molto differenti dalle italiane fosse causa unica del decadimento economico.

Non nego certamente che le novità geografiche e le mutazioni politiche non abbiano sensibilmente contribuito alla diminuzione della prosperità italiana, ma ritengo sia più facile dimostrare e provare che le stesse condizioni economiche, nelle quali si trovava l'Italia al principio del Cinquecento, avevano intrinsecamente il germe del decadimento, e che gli avvenimenti geografici e politici, a cui ho fatto cenno, non furono in gran parte se non la causa occasionale del decrescere della fortuna pubblica e privata.

Starei per dire che tutto ciò che è logico è anche fatale; e nei fatti individuali come nei fatti delle grandi collettività — gli stati e le nazioni — meno eccezioni rarissime che formano poi l'oggetto della generale meraviglia — lo svolgimento dei fatti economici segue un indirizzo che mi pare conseguenza quasi inevitabile di alcuni caratteri della natura umana. Al faticoso accumularsi delle ricchezze con una cura parsimoniosa che pare fino avarizia, segue quasi sempre in generazioni successive prima l'uso intelligente ma largo delle ricchezze stesse, poi il fasto vano e smodato, lo sperpero, e finalmente la soggezione economica. E questo quasi generale procedimento, che riscontriamo tanto spesso nelle famiglie, si incontra anche nella vita delle nazioni.

Atene e Roma ne sarebbero splendidi esempi.

Qualche cosa di simile ci presenta l'Italia nei secoli che corrono dal mille al milleseicento. Il primo periodo è tutto di lavoro attivo ed intelligente il quale è conseguenza di due fatti principali: gli enormi guadagni che le città marittime della penisola conseguono col trasporto dei crociati e coi traffici che massimamente si svolgono coll'Oriente; l'incremento delle industrie favorito da una specie di libertà della produzione acquistata dai comuni.

Infatti dal mille al milletrecento circa quella parte dei fatti economici pur troppo ristretta, che gli storici hanno illustrata, ci mostra l'Italia invasa da una febbre salutare di lavoro, fino al punto che alla aristocrazia della spada che dagli alti castelli dominava ancora la campagna, si contrappose a poco a poco un'altra aristocrazia che a Venezia, a Genova, a Firenze, in Lombardia, in Piemonte, dapertutto, diventa potente e prepotente, l'aristocrazia sorta dai commerci e dalle industrie.

E qui per dimostrare questo solo punto della ricchezza commerciale dell'Italia nell'epoca che precede il 1400, non mancherebbe certo il soccorso della storia che del resto è a tutti nota. Chi non conosce gli 80 banchi fiorentini sparsi nell'Italia e le succursali aperte in tutto il mondo? chi non ha letto che i Pazzi, i Capponi, i Buondelmonti, i Medici, i Corsini, i Peruzzi, i Rucellai sono banchieri, fabbricanti, importatori ed esportatori di lane, di panno, di sete? Ed è per estendere questo commercio che Firenze acquista per centomila fiorini d'oro il porto di Livorno ed a spese dello Stato costruisce due flotte una che esercita il commercio coll'occidente, l'altra coll'oriente. E la lana greggia si importa dalla Spagna, dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Fiandra, si tramuta in tessuti che prendono la via del levante; dal levante e dalla Sicilia si importa la seta greggia per farne velluti, broccati ed ogni genere di finissimi lavori che si vendono poi a tutta Europa; e dalla Francia venivano i tessuti che si tingevano a Firenze e davano vita all'arte dei Calimala.

E Venezia, prima col modesto mercato del sale poi cogli scambi di prodotti diversi tra l'Asia e l'Europa che nell'Egitto avevano lo scalo, più tardi coi grandi guadagni che il trasporto dei crociati e l'approvvigionamento di tanta gente, la quale non soltanto dall'ascetico sentimento di liberare il sepolcro di Cristo, ma, come lamenta un principe contemporaneo, è mossa dall' amor auri et argenti et pulcherrimarum fœminarum voluptas, Venezia accresce la propria fortuna. Ricordo a tale proposito un solo fatto che vale per tanti altri analoghi. Col trattato di alleanza stipulato dai Veneziani per il trasporto della quarta crociata, il doge di Venezia si obbligava di imbarcare e condurre in Oriente 4500 fanti, altrettanti cavalli, 9000 corazzieri, e 20,000 pedoni, e di mantenerli con razioni stabilite di pane, legumi, vino ed acqua per tutto il viaggio; il prezzo convenuto era di 85,000 marchi d'argento di buona lega e peso di Colonia. Ma quando arrivati a Venezia i capitani non hanno il danaro, il doge si rifiuta di trasportarli; e quando i crociati spogliandosi di ogni cosa all'infuori delle armi e dei cavalli e portando alla zecca del Doge per farne valori begli e ricchi vasellami d'oro e d'argento ne traggono 35,000 degli 85,000 marchi, i Veneziani li accettano, purchè i crociati li aiutino a prender Zara, sperando però che Iddio per mezzo di comuni conquiste dia ai crociati il modo di pagare gli altri 50,000 marchi. Nè valsero le proteste del Papa, e le resistenze degli stessi crociati che non volevano combattere il Re d'Ungheria esso pure crociato; l'interesse prevalse ad ogni considerazione, Venezia ebbe Zara prima, Costantinopoli poi, e soltanto più tardi mosse senza successo coi crociati a liberare il santo sepolcro.

Calcolano alcuni che cinque o forse sei milioni d'uomini si recassero in Terra Santa nel tempo delle crociate; è difficile stabilire una cifra attendibile, ma è certo che il movimento delle persone, dei cavalli e dei viveri necessari a mantener tanta gente che si imbarcava a Venezia, a Genova, a Bari, a Marsiglia, deve essere stato enorme. Ed intorno a questa moltitudine di cui facevano parte imperatori, re, capitani, guerrieri, famigli, matrone, sacerdoti, avventurieri ed avventuriere, pellegrini e pellegrine, che a centinaia, a migliaia, quando a drappelli ordinati in armate, quando in turbe disordinate intraprendevano il santo viaggio, stava quello sciame di trafficanti di tutti i generi che vive e guadagna sui più urgenti bisogni altrui. Oggi si avrebbero appaltatori, impresari, aste, forniture, frodi, corruzioni, allora i nomi erano diversi, ma non diverse erano le cose.

A questi fattori notevolissimi di lusso per quasi tutte le città marittime italiane, si aggiunga per Venezia la straordinaria attività del suo governo, della sua politica e dei suoi cittadini che resero quella Repubblica il paese commercialmente più ricco del mondo. Essa tiene sul mare 3000 navi mercantili, 45 galere, 25,000 uomini. E basterebbe ricordare la relazione del doge Mocenigo al Senato nel 1421 per comprendere quale fosse la importanza del traffico di quel tempo. Per il Po e per i canali che avevano diramazioni in Lombardia e fino a Tortona ed a Novara i Veneziani mandavano 20,000 quintali di filo, 50,000 di cotone, 40,000 di lana catalana, ed altrettanti di lana francese, 250,000 ducati di stoffe di seta ed oro, 3000 carichi di pepe, 400 pacchi di cannella, 2000 quintali di zenzero, 25,000 ducati di zucchero, 30,000 di sostanze tintorie, 250,000 di sapone, e 30,000 di schiavi. Venezia comperava dagli stessi luoghi 90,000 pezze di panno e riceveva a saldo più di un milione e mezzo di zecchini. E senza riferire maggiori particolari accennerò che quella relazione riassume in 10 milioni di zecchini il complesso del commercio di Venezia, corrispondenti a 110 milioni delle nostre lire, quindi, al valor odierno, a circa mezzo miliardo di traffico; tutta l'Italia oggi non arriva a due miliardi di commercio internazionale.

L'interesse del danaro era in molti punti d'Europa in quel tempo anche del 20 per cento; e se questo era il saggio del profitto che la produzione ed i commerci tanto sviluppati in Italia, ritraevano, si può spiegare agevolmente come in breve tempo le città della penisola mirassero alle grandi concezioni dell'arte, della intelligenza, degli studi. Vi spiegate subito perchè appunto in quell'epoca che chiamiamo Rinascimento si adornassero le città italiane di quei monumenti che formano oggidì la maggiore e più ammirata testimonianza della ricchezza pubblica e privata. Se si raccolgono colle date rispettive in un elenco i grandi edifizi innalzati nel XII, XIII e XIV secolo, si costituisce quasi il riassunto di una guida per tutto ciò che di più altamente artistico oggi ancora in Italia si ammiri. Nè certamente occorre che qui dinnanzi a voi ricordi la gloriosa serie che da Santa Maria del Fiore al Duomo di Monreale, dalla sala della Ragione di Padova al Duomo di Orvieto, dal Palazzo di Belfiore di Ferrara al Duomo di Milano, alla Certosa di Pavia, a San Petronio di Bologna contiene tante manifestazioni di raffinata intelligenza; nè debbo ricordare le opere grandiose quali il ponte sul Ticino, i canali del Veneto, le arginature e deviazioni dei fiumi, ecc., ecc.

Ed è la conquistata agiatezza che dà modo agli studi di svolgersi e di accrescere la coltura; sono le corti dei principi ed i governi degli stati liberi, sono le scuole delle arti e le stesse popolazioni che incoraggiano il rinascimento intellettuale ed onorano i grandi scrittori ed artisti e vanno a gara per disputarseli e vogliono godere della voluttà del pensiero. Egli è che, se mi è permessa una riflessione aridamente economica, il lusso intellettuale viene dopo la diffusione della ricchezza; non si troverà l'arte, lo studio, la poesia, la scienza in quei popoli presso i quali lo scarso profitto del lavoro permette appena la soddisfazione dei materiali bisogni. Nei popoli l'apprezzamento delle più alte manifestazioni del pensiero è quasi sempre incompatibile coll'angustia economica. Nell'epoca a cui accenno le repubbliche decretavano ad esempio che si costruisse il più bel tempio del mondo in attestazione della potenza e della ricchezza della nazione; oggi si farebbe un'asta, con un capitolato d'oneri, col ribasso del vigesimo, ed il Consiglio comunale discuterebbe sulle dimensioni delle arcate e si approverebbero a maggioranza le regole d'arte. E davanti allo splendore antico, in mezzo al quale viviamo, ci lamentiamo della insufficienza contemporanea, e non notiamo abbastanza che deriva dalla scarsezza dei mezzi.

Ma se mai alcuna prova occorresse a questa sconfortante riflessione si ponga mente che il risorgimento economico dell'Italia ed il conseguente rinascimento artistico e letterario, si verifica in tutta la penisola, non ostante la grande varietà degli ordinamenti politici e sociali; tanto a Venezia dove dominava una oligarchia tirannica, quanto a Firenze dove talvolta la turba, che oggi si direbbe scamiciata, afferrò il potere. La storia con numerosi esempi, troppo spesso dimenticati, mostra la impotenza dei governi a creare o a distruggere la ricchezza; nella maggior parte dei casi sono le stesse condizioni economiche quelle che generano un inevitabile decadimento, ed i Governi, fiacchi o corruttori o corrotti, sono essi stessi il prodotto e non la causa di quelle condizioni. Perciò nel tempo di cui parlo vediamo a poco a poco manifestarsi i sintomi di due mali che saranno lenta ma determinante causa del decadimento: da una parte il lusso smodato che si esplica nel godimento dei risparmi accumulati; dall'altra il timore della attività altrui il quale si manifesta colle proibizioni economiche.

Anche qui sono obbligato a brevi cenni.

Già alla fine del 1400 cominciano le leggi suntuarie: non è più il tempo nel quale i Fiorentini vendevano agli stranieri i fini panni delle loro fabbriche, mentre si vestivano di stoffe grossolane. A poco a poco Firenze divenne il centro del lusso, delle belle arti e del buon gusto; la facilità stessa con cui il danaro si guadagnava e da ogni parte affluiva, eccitava alle spese ed alla prodigalità, ed il lusso dell'abbigliamento delle donne fiorentine, già lamentato da Dante, non ebbe più limiti. L'anno scorso un simpatico e dotto conferenziere vi ricordò molte leggi contro il lusso promulgate a Firenze ed in pari tempo ve ne dimostrò la inefficacia; non altrimenti avveniva a Venezia. Trovo un decreto con cui per limitare le spese eccessive “de pasti a colazion de nozze et compagnie„ la repubblica proibisce i confetti pieni di liquori “cioè quelli che se chiamano senza corpo„ e proibisce di illuminare il banchetto con “più di sei torze del peso di lire 6 l'una„; ed alle donne proibisce “de portar al colo più de un filo de tondini d'oro schietti che non eceda el prezio de 25 ducati od una cadenela d'oro schietta la qual no ecceda el valor de ducati 100„; e proibisce pure di portare “maneghe et petorali tessuti d'arzento over d'oro„; di un valore maggiore di venti ducati in tutto; ed ordina che “le maneghe a comedo„ sieno fatte in modo da non richiedere più “de un terzo de brazo de seda„. Ed anche la coda richiama l'attenzione della Repubblica la quale proibisce che “alcuna dona over putta de questa città possino portar alcuna veste la qual habbia più de una quarta de coda, sotto pena de perder la vesta e de pagar 25 ducati per una e cadauna volta„.

Prescrizioni severe ci paiono oggi ma altrettanto inutili. Era il lusso una conseguenza inevitabile dell'accumulazione della ricchezza, od era un prodotto di cause particolari, di ordinamenti civili, di forme di governo, di rilassatezza di costumi?

Se si riflette che gli stessi inconvenienti si lamentavano e gli stessi inutili rimedi si tentavano a Venezia, a Milano, a Mantova, a Genova, a Firenze, a Roma dove pure tanto diverse erano le condizioni politiche e dove i Governi avevano caratteri tanto differenti, è da credersi che il lusso smodato, che non si limitava al vestire delle donne, ma si manifestava nel giuoco, nelle feste pubbliche, nei funerali, nei viaggi con seguiti numerosi, non fosse che un prodotto, inferiore se si vuole, ma egualmente intrinseco di quelle stesse cause, che avevano dati i templi sontuosi, le fabbriche pubbliche ricche di marmi, i palazzi splendidi di ornamenti. Dall'arte pura si passava grado a grado a quella esuberanza di decorazione nell'ornamento che troverà più tardi nel barocchismo la sua sgraziata apoteosi.

Ma ho detto dianzi che assieme al lusso un altro germe roditore della ricchezza pubblica e privata si manifestava nelle città italiane: il timore della attività altrui. Finchè a tenere il commercio e l'industria nel maggiore splendore erano sopratutto e quasi unicamente le maggiori città italiane Firenze, Genova, Milano, Venezia, la libertà della produzione era dai comuni quasi generalmente accettata e fatta rispettare; si può anzi dire che sopratutto sulla libertà del lavoro sorgessero e si consolidassero queste nuove collettività italiane. Le diverse costituzioni o statuti, come allora si chiamavano, che ci rimangono, o che più furono dagli storici studiati, più che mirare ad un ordinamento politico, tendevano ad assicurare alla cittadinanza, dopo la giustizia, franchigie economiche, finanziarie, fiscali. Il giuramento del capitano per mantenere le consuetudini di Genova è tutto un riassunto di diritto civile sulle servitù reali e personali: i Pisani avevano principalmente chiesto ed ottenuto il riconoscimento e l'osservanza delle costitutiones quas habent de mari; e Messina e Lucca e tante altre città fondano il nuovo diritto di libertà sulle esenzioni doganali, sul diritto di coniar moneta, sulla libertà di tagliare nelle foreste regie per il naviglio, sulle imposizioni fiscali, sui livelli, sulle prescrizioni, ecc., ecc.

Ma quando la attività industriale e commerciale si diffonde e si estende, allora sorgono le invidie, le rivalità, e incomincia il protezionismo con quelle forme violente che caratterizzano tutti i rapporti di quell'epoca tra città e città. È infatti poco prima del 1500 che si estendono dovunque le dogane, specie di fondaci dove dovevansi introdurre tutte le merci che venivano di fuori e che erano custodite da un Massaio di dogana, nè più nè meno dei nostri magazzini generali e dei nostri porti franchi; ed è nella stessa epoca che i decreti che applicano i dazi cominciano a parlare non soltanto di necessità dell'erario, ma della importanza di proteggere le arti e gli operai della città.

Nel monito del Sercambi ai Guinigi di Lucca trovo già che lamentando la decadenza dell'arte della seta “la quale era quella che riempiva Lucca di denari„, esprime il consiglio che non se ne permetta la importazione, colla sentenza: “almeno quello che per noi far si può per altri non si faccia.„ E poi voleva che i vini forestieri non si ammettessero in Lucca e nel contado “se non con grossa e smisurata gabella„ giustificando la sua proposta coi soliti sofismi, che i vini forestieri essendo migliori allettavano di più, mentre quelli del paese si gettavano, rovinando così l'economia dei poderi. E da questi particolari suggerimenti passando a più grandioso concetto, il Sercambi formula una completa teoria protezionista. Trova triste la condizione delle arti e crede che migliorerebbero se il contado comperasse soltanto in Lucca quello di cui abbisogna; allora ogni cittadino Lucchese guadagnerebbe e si aprirebbero fondachi sperando di vendere al contado; vorrebbe a tale scopo che fosse sequestrata ogni merce che “si conduce nel contado et non sia tratta di Lucca„; fa eccezione per alcuni commestibili e per il legname contentandosi che siano tassati nella entrata e nella uscita. E conclude:

“Tutte quelle mercanzie che di Lucca si cavassero si possino portare per tutto il contado senza pagare cosa alcuna, e di questo avrà il comune due gabelle, l'una in nell'entrare, l'altra in nell'uscire, et il guadagno rimarrà in Lucca.„

Non altrimenti parlano oggi per il protezionismo rifiorente, tanti illustri uomini di Stato italiani e stranieri, ed è cosa che fa disperare del progresso economico.

E le corporazioni d'arti e mestieri, nelle città, dove erano rimaste, colla potenza che avevano acquistata in quei tempi, non ebbero piccola parte nel creare e nell'incrudire degli impedimenti verso la produzione forestiera, dappoichè estesero ai produttori delle altre città, mano a mano che si svilupparono le industrie, quelle stesse idee grette e tiranniche colle quali per gelosie interne governavano l'esercizio della industria. Anche intorno alle corporazioni un illustre scrittore vi ha intrattenuto nell'anno passato e nulla potrei aggiungere a quello che egli vi ha dottamente esposto.

Se non che, il lusso da una parte, le proibizioni ai commerci dall'altra, portarono ben presto come fatale conseguenza un considerevole aumento delle spese pubbliche e private. Anche qui i caratteri della natura umana furono in azione più che mai violenta. Col lusso dei cittadini i governi, fossero essi a libero reggimento od a monarchia, cominciarono a gareggiare; ed allora il fasto non ebbe più freno. Ricordate il viaggio del duca Galeazzo Maria Sforza da Milano a Firenze? I principali feudatari del duca ed i consiglieri gli facevano corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi d'oro e d'argento; ciascuno di essi aveva un buon numero di domestici splendidamente ornati; tutti gli stipendiati ducali erano coperti di velluto. Quaranta camerieri erano decorati con superbe collane d'oro. Altri camerieri avevano gli abiti ricamati. Gli staffieri del duca avevano la livrea di seta ornata d'argento. Cinquanta corazzieri, con selle di drappo d'oro e staffe dorate: cento uomini d'arme, ciascuno con tale magnificenza come se fosse un capitano; cinquecento soldati scelti a piedi: cento mule coperte di ricchissimi drappi d'oro ricamati: cinquanta paggi pomposamente vestiti; dodici carri coperti di superbi drappi d'oro e d'argento; duemila altri cavalli e duecento muli coperti uniformemente di damasco per l'equipaggio dei cortigiani. Cinquecento paia di cani da caccia, e sparvieri, falconi, trombettieri, musici, istrioni. Tale è il racconto di un cronista contemporaneo.

Del resto basta pensare allo splendore delle pubbliche feste che si davano a Mantova, a Venezia, a Roma per ogni circostanza e per ogni pretesto, come le caccie di Leone X, e si comprenderà facilmente quali enormi spese pubbliche fossero necessarie, anche senza por mente che col fasto e col lusso la corruzione pubblica, il peculato e lo sperpero delle entrate andavano compagni.

Perciò le città italiane, che nei secoli durante i quali avevano lottato per ottenere la libertà avevano dovuto anche sostener guerre per reggersi, per rivaleggiare nella potenza, per costituirsi e per allargare il loro dominio, nei tempi immediatamente precedenti al cinquecento, che furono se non pacifici certo meno fecondi di contese, portarono le pubbliche gravezze al di là di ogni equa misura. Siamo soliti ora di lagnarci per il peso delle molteplici tasse ed imposte che ci aggravano, ed assistiamo sgomenti e meravigliati ai faticosi studi dei Governi e dei Parlamenti diretti a trovare nuova materia imponibile. Ci pare che mai l'arte della finanza abbia potuto essere tanto raffinata. Sono però costretto a far notare che la fantasia dei finanzieri del decimoquinto e decimosesto secolo aveva già mietuto tutto il campo fiscale non lasciando ai moderni, nemmeno la consolazione della spigolatura. Riassumo più brevemente che mi sia possibile:

imposta fondiaria sui terreni, che arrivava anche al 10 per cento della rendita depurata;

imposta sui fabbricati; o un tanto per casa qualunque essa fosse, o in proporzione alla lunghezza della facciata o del numero delle finestre, o in ragione del 10 per cento della pigione;

tassa di fuocatico, o di testatico, che colpiva più specialmente quelli del contado;

tassa sul sale obbligatoria; perchè si costringeva ogni cittadino a comperare ogni anno una certa quantità di sale dai magazzini dello Stato;

tassa sugli schiavi e sui contadini;

tassa sul bestiame bovino, ovino, caprino ed equino;

tassa sulle industrie (oggi si direbbe di licenza), comprese quelle turpi;

tassa sui notai, attuari e magistrati;

ritenuta sugli stipendi di tutti i pubblici ufficiali;

dazi su tutto ciò che veniva portato in città e quindi anche sul pane, sulla farina, sul vino, sull'olio;

tasse sui pesi e sulle misure;

tasse sull'imbottato, sul macinato, sul panificio;

tasse sulle alienazioni degli immobili, dei mobili; sulle contrattazioni, sulle pigioni, sui fitti, sulle successioni, sugli atti civili, sulle affrancazioni degli schiavi, sugli atti giudiziali, sulle tutele, sulle registrazioni pubbliche, tasse sul lusso, e perfine sui morti.

E poi pedaggi sulle strade e sui ponti, diritti di approdo, di ancoraggio, di scarico, di dogana.

Soltanto da Mantova a Pavia per il Po le mercanzie pagavano quindici dazi!

Auguriamoci in verità che i nostri Ministri delle finanze non istudino i documenti di quell'epoca; temo che troverebbero nuovi tormenti.

Ma il tempo ne sospinge e non mi è permesso se non di riassumere il concetto che avrei desiderato svolgere più a lungo. La prosperità delle città italiane che nei primi secoli dopo il mille aveva resistito a tante guerre, cominciò lentamente a declinare quando germogliarono e troppo rigogliosamente fruttificarono i tre fattori di ogni decadimento economico:

  • i dazi protettori;
  • il lusso smodato;
  • le soverchie gravezze.

················

Appunto negli albori non certo fausti del XVI secolo, che portava in sè tali germi di decadenza, si maturarono fatti i quali per la loro stessa natura accelerarono la caduta economica dei più deboli e non lasciarono ai forti se non la tenacia della conservazione e della resistenza.

Parlare ad un tempo delle conseguenze della politica dell'epoca, dello spostamento del commercio coll'India, della scoperta dell'America, della dominazione spagnuola e del suo regime proibitivo, dell'eccesso del fiscalismo generato dalla altezza dei balzelli, del sistema coloniale italiano, e delle condizioni economiche delle diverse città, sarebbe troppo arduo ufficio. Accennerò ad alcuno dei più interessanti argomenti, e tra i primi a quello che è di maggiore importanza per l'Italia, cioè la scoperta della via marittima che conduceva all'India per il Capo di Buona Speranza.

È noto che Vasco di Gama, dopo i tentativi di Enrico il Navigatore e di Bartolomeo Diaz, girando l'Africa era arrivato presso lo stretto di Bab-el-Mandeb e poi nell'India, il paese, come allora lo si chiamava, delle spezierie; ed alla fine del decimoquinto secolo, nel 20 maggio 1498, dopo dieci mesi di traversata, Vasco di Gama con tre navi portoghesi gettava l'áncora dinanzi a Calicut; l'ardito navigatore che già conosceva l'Oriente e sopratutto il commercio proprio di quelle regioni, ritornando dall'India a Lisbona potè facilmente infiammare l'animo del suo re Emanuele, perchè si intraprendessero regolari spedizioni, affine di ricevere le spezierie, gli aromi e le pietre preziose che avrebbero potuto arrivare a Lisbona molto più a buon mercato che non a Venezia, la quale doveva trarle dall'Egitto di seconda e terza mano. Il navigatore ed il re maturarono il disegno politico-economico, ardito rispetto a quel tempo, di fare Lisbona l'emporio di approvvigionamenti di tutta l'Europa, specie occidentale, per i ricercati prodotti dell'India. Nè l'impresa era senza pericoli, poichè il Portogallo non aveva nè forza marittima nè ricchezza, e si trattava di disputare il mercato commerciale alla più potente repubblica del mondo di allora, a Venezia. Ma Vasco di Gama nel re Emanuele trovò un uomo capace di concepire, di sostenere e di attuare l'audace disegno, non fosse altro per la prospettiva dei vantaggi pecuniari che prometteva. La prima spedizione ufficiale, composta di tredici navi, protetta dagli auspici e dagli aiuti dello Stato, partì da Lisbona il 9 marzo 1500.

Questo avvenimento formò per lungo tempo il tema politico-economico di discussione si direbbe ora dei circoli Europei, i quali si appassionarono alla lotta che ben presto, più o meno apertamente, sorse tra Venezia ed il Portogallo, l'una per parare le conseguenze della nuova scoperta, l'altra per trarne il maggiore profitto.

Le cronache ed i documenti dell'epoca sono abbondanti di notizie in proposito, e ci mostrano che le distanze allora enormi, la differente civiltà, il più lento procedere degli avvenimenti non impedivano che simili fatti suscitassero parlari, partiti, previsioni, ipotesi, diffidenze, illusioni non dissimili da quelli che sorgono oggi in analoghe questioni.

Venezia aveva di fatto il monopolio del commercio dei prodotti orientali; stretta con trattati e con tributi al Sultano d'Egitto, al quale essa pagava, oltre le gabelle, un canone annuo, e col quale aveva stipulato di comperare ogni anno un minimo di mercanzie, Venezia mandava nella stagione propizia (la Muda ) la sua flotta commerciale, che si divideva in tre frazioni: la maggiore approdava ad Alessandria, un'altra a Bayrut, la terza composta di due o tre galere, costeggiava la Barbaria arrivando sino a Tunisi. Nelle città principali dell'Egitto, della Siria e della Tripolitania i Veneziani tenevano magazzini sempre provvisti di merci europee e di merci asiatiche, ed un grande vascello magazzino rimaneva quasi sempre in uno od altro dei porti egiziani; negozianti veneziani stavano tutto l'anno in Egitto, nella Siria, nella Barbaria a rappresentare le case commerciali, ed apparecchiare le contrattazioni prossime, a sorvegliare l'esecuzione di quelle convenute. Rame, olio e stoffe, specchi, vetrerie, cristalli onde Venezia andava famosa, erano i principali prodotti che si vendevano all'Egitto; pepe, indaco, incenso, gomma lacca, cannella, rabarbaro, zucchero, zafferano, pietre preziose, si comperavano dagli Egiziani che erano in diretta corrispondenza coll'India. Alcuni scrittori calcolano che il traffico dei Veneziani coll'Egitto oltrepassasse il milione di ducati per ogni anno; altri lo limitarono a seicentomila ducati, dei quali la metà erano mercanzie europee vendute agli Egiziani, e l'altra metà oro ed argento che si consegnava in cambio di mercanzie orientali.

Saputosi a Venezia della scoperta dei Portoghesi e dei primi viaggi intrapresi da quegli audaci navigatori, cominciò il lavorio per impedire il decadimento del commercio coll'Egitto e la perdita di così importante monopolio. Mentre però gli agenti diplomatici e consolari che la Repubblica teneva in Portogallo od in Ispagna informavano il Governo dei successi ottenuti da Vasco di Gama e dal re Emanuele, e mentre alcuni cittadini, tra cui un esperto negoziante, Girolamo Priuli, comprendevano tutta la importanza di tali fatti, la massa dei Veneziani aveva così profonda nell'anima la tradizione della incontrastata supremazia marittima della Repubblica, che si rideva dei tentativi che si facevano a Lisbona e si compiaceva di predirne l'insuccesso; — o si diceva che il viaggio intorno all'Africa era così lungo che il trasporto delle spezierie sarebbe riuscito più costoso per quella via che per l'Egitto; — o si dipingeva la impotenza finanziaria del Portogallo di fronte alle difficoltà di un'impresa che sarebbe stata temeraria perfino per la regina dell'Adriatico; — o ancora si credeva che il sultano d'Egitto avrebbe impedito ai Portoghesi di trafficar coll'India, affine di conservare a sè il commercio asiatico-europeo. Non mancarono infine coloro che, più ridicoli, negavano la possibilità di giungere all'India girando l'Africa e giudicavano fanatici, sognatori, pessimisti coloro che prestavano fede alle notizie venute dal Portogallo.

Ma i fatti ben presto diventarono troppo evidenti; i sultani dell'India, dapprima diffidenti verso i Portoghesi, cominciarono a trattare con essi, ed il primo effetto ne fu una sensibile diminuzione del traffico tra l'India e l'Egitto e quindi tra l'Egitto e Venezia. Conseguentemente rincararono le spezierie delle quali l'Europa aveva bisogno; il pepe nel 1502 aumentò di prezzo circa del 40 per cento, e questo stesso aumento guastò maggiormente i primi esperimenti commerciali dei Portoghesi.

Datano da allora una serie di atti, ora arditi ora prudenti, della Repubblica Veneta per parare i danni. Prima sono ambascierie spedite in Egitto per dipingere a quel sultano Kausouh el Ghouri tutto il danno che avrebbe potuto risentire il suo regno se il commercio colle Indie prendesse la via del Capo: e Benedetto Sanudo, Peldi Francesco, Alvise Sequendino nel 1505 e 1506 sono inviati ad Alessandria ed al Cairo ed istigano il sultano d'Egitto ad allestire flotte per combattere nell'India le navi portoghesi, e per costringere i sultani indiani a non vendere che a negozianti dell'Egitto le loro merci preziose. Dal canto suo il sultano Kausouh manda in Europa un suo legato, un monaco francescano chiamato Maurus che si reca dal Pontefice per significargli necessaria la sua intromissione contro i Portoghesi, affinchè il sultano d'Egitto, irritato pel danno che gli veniva dalle spedizioni in India, non si vendicasse distruggendo i luoghi santi di Palestina. Ma il re Emanuele seppe colla energia della sua politica sventare tutti i piani e le mene immaginati contro il Portogallo, e nello stesso tempo colla vigorosa azione seppe accrescere il traffico così felicemente iniziato.

Ma i Veneziani non ristettero dai tentativi: prima mandarono a trattare collo stesso re di Portogallo per stabilire un accordo commerciale. Per conservare la continuazione dell'approvvigionamento di tutta l'Europa dei prodotti orientali i Veneziani offrirono di comperare a Lisbona anzichè in Egitto le spezierie, domandarono in cambio l'esclusivo diritto del traffico; e non essendo riusciti, per mezzo del console veneziano a Damasco, Pietro Zeno, tentarono di accordarsi colla Persia per il trasporto delle merci indiane. Sventuratamente la guerra contro la lega di Cambrai paralizzò la attività della Repubblica e ne pose in forse per un momento la esistenza: ma appena Venezia fu informata che l'Ambasciatore del re di Francia, Andrea le Roy, era arrivato al Cairo colla missione di cercare di sostituire in Egitto la influenza francese a quella veneziana, la quale era dipinta al sultano come ormai finita, la Repubblica compiè uno di quegli atti di sommo accorgimento politico che hanno resi così celebri i suoi uomini di Stato. Una flotta mercantile numerosa quanto altra mai, venne radunata nei porti delle isole del Mediterraneo occidentale, e ad un tratto approdò ai diversi porti dell'Egitto riprendendo su larga scala il traffico fino allora quasi sospeso per le gravi vicende della guerra. Il risveglio improvviso e le prove di quella meravigliosa potenza produssero l'effetto desiderato; il sultano d'Egitto, che per le pratiche iniziate dai Veneziani colla Persia, era diventato ostile, si riconciliò repentinamente e consentì di riprendere la discussione dei trattati commerciali.

Domenico Previsoni venne allora destinato a condurre a termine i negoziati per far comprendere al sultano la necessità di riportare il commercio per l'antica via ribassando le gabelle affine di vincere la concorrenza dei Portoghesi; la stessa Repubblica col decreto del 3 maggio 1514 esonerò dalle imposte i mercanti che portavano il pepe dall'Egitto e dalla Siria. Ma tutto fu inutile, la logica economica ebbe il suo corso; il pepe — giacchè i documenti di quel tempo quasi esclusivamente di questa piccante droga si occupano — costava a Lisbona il 20 per cento meno che a Venezia. E Lisbona divenne allora l'emporio del traffico indiano-europeo.

Ho ricordato lungamente — forse troppo — questi avvenimenti, perchè parmi opportuno sottoporre alla vostra riflessione una questione economica.

Fu veramente la scoperta del Capo di Buona Speranza una rovina per Venezia? — Parmi che l'economista, fondandosi anche un poco sulla statistica, debba dare un giudizio meno assoluto di quello che hanno dato gli storici.

Che la scoperta del Capo di Buona Speranza abbia danneggiato Venezia in quanto rese commercialmente forti il Portogallo prima, l'Olanda e l'Inghilterra poi, nessun dubbio; — che danno sia venuto alla Repubblica dal fatto che le regioni orientali, dove Venezia aveva colonie, possessi, stabilimenti, traffici, sieno diminuite di importanza col diminuire del commercio indo-egiziano; questo pure è certo. Ma che la scoperta possa avere portato un effetto immediato sulla ricchezza veneziana, e che essa possa, come fa uno scrittore moderno, dirsi una catastrofe, non lo credo veramente. Già basterebbe il fatto che la Repubblica Veneta seppe sopravvivere a tale catastrofe per altri tre secoli per comprendere la inesattezza della espressione; ma se poi si riflette che proprio quando la scoperta del Capo di Buona Speranza cominciava a dare i suoi risultati, la Repubblica intraprendeva la guerra contro la lega di Cambrai, dalla quale sembrava dover rimanere schiacciata e sulla quale invece in breve volger d'anni prendeva quella meravigliosa riscossa, che fu sancita dagli stati Europei nella pace di Cambresis, non si può in verità concludere che Venezia rimanesse ad un tratto fiaccata dalla scoperta del Capo africano. Il sultano d'Egitto fin dal 1502 si lagnava che i Veneziani avessero diminuito il loro traffico, ed ho notato che, nei tempi più prosperi, si faceva salire ad un milione di ducati il costo delle spezierie che Venezia comperava in Egitto; è egli presumibile che la perdita di un commercio anche di un milione di ducati potesse sconvolgere e rovinare la ricchezza dei Veneziani, quando il loro commercio totale si valutava a 10 milioni di zecchini, cioè 80 milioni di ducati circa?

Egli è che molte volte nella storia le leggende prendono il posto della verità e vi si assidono inamovibili. Esempi di simili giudizi erronei ne abbiamo anche al tempo nostro. Chi non ricorda che fu predetta la immediata catastrofe del commercio inglese per il taglio dell'Istmo di Suez? E Venezia non sognò nel 1869 il ritorno immediato dell'antico splendore per la riapertura della via dell'Oriente, per mezzo di quel canale di cui sino dal 1502 i Veneziani avevano pensato la escavazione?

Ma i popoli si muovono lenti; ed è solo la nostra fantasia che correndo sbrigliata, legge negli eventi quello che essi non dicono, e prevede quello che è soltanto desiderio.

················

Se non che lo stato delle cose che ho cercato di tratteggiare — il lusso, la gravezza delle imposte, la protezione della produzione di una contro l'altra città, e per giunta la perturbazione commerciale — erano condizioni così opposte a quelle di un'epoca precedente in cui i cittadini, sebbene intesi al commercio, non cessavano di addestrarsi nell'armi per acquistare la libertà, che non può fare meraviglia se nel XVI secolo l'Italia non fosse pronta a combattere per difendere la libertà così faticosamente ottenuta.

Mentre i Veneziani lottavano senza successo per conservare il loro traffico coll'Oriente, in altre parti d'Italia la dominazione spagnuola e la rivalità tra Carlo V e Francesco I portavano nuovi elementi di decadenza economica. Nè parlo soltanto di danni e perturbazioni derivanti dalle devastazioni degli eserciti indisciplinati e talvolta feroci; nè delle esigenze degli Spagnuoli che dappertutto aumentavano le gravezze; nè dei crescenti bisogni dell'uno e dell'altro sovrano per condurre imprese guerresche; mi riporto invece ad un vero e proprio mutamento di indirizzo economico.

Le città italiane avevano nei secoli precedenti conquistati i mercati di quasi tutto il mondo, sia colle industrie manifatturiere, sia col meraviglioso ordinamento bancario. Ma avevano anche trovati imitatori nell'una e nell'altra attività; specie la Francia settentrionale, le Fiandre e le città anseatiche, o per spontaneo impulso o per fortunata imitazione, avevano avuto esse pure molte industrie, delle quali prima soltanto l'Italia aveva il privilegio, ed a poco a poco arrivarono, migliorando e perfezionando, ad esercitare una vera e propria concorrenza ai prodotti italiani. Gli stessi congegni bancari, in Olanda, nella Germania, nel Portogallo e nella Spagna avevano avuto arditi e sagaci imitatori.

La dominazione spagnuola con a capo un imperatore di nascita fiammingo, non poteva che tornare dannosa all'Italia anche sotto l'aspetto economico. Non mi arrischierò certamente di affermare che il regno di Carlo V segni un ritorno al feudalismo e rappresenti per l'Italia un regresso di molti secoli; è questione molto complessa che gli storici a suo tempo vi esporranno; ma dal lato economico il giudizio è già stato manifestato. Uno scrittore della storia dell'Economia politica dice: “Il regno di Carlo V è stato contrario sopratutto al progresso della economia politica nel senso che ha distolto violentemente l'Europa dalle vie normali della produzione per precipitarla nei rischi della guerra e nel vecchio sistema di sfruttamento proprio della feudalità. Tutte le false dottrine e tutti i funesti pregiudizi economici che oggi dobbiamo combattere derivano dal suo sistema di governo continuato e peggiorato dal suo esecrabile successore.„ — Per quanto tale giudizio del Blanqui possa sembrare eccessivo nella sua concisa severità, e quindi per ciò stesso sospetto di esagerazione, pur troppo i fatti stanno, almeno in parte, a confermarlo. I produttori italiani in breve tempo videro la potenza dello Stato che si costituiva più o meno saldamente in tanta parte della penisola e dell'Europa, rivolta a danno della produzione nazionale ed a profitto di quella straniera. Già il concetto della bilancia del commercio, nel senso che lo Stato dovesse regolare il movimento delle merci, fu applicato in tutta la sua violenza a danno dell'Italia; — tassata la materia prima all'entrata, i prodotti manufatti all'uscita, proibito il commercio dei grani, i monopoli imperiali per uno od altro ramo di produzione sorretti da privilegi larghissimi, schiacciavano ogni iniziativa privata; la aristocrazia dell'industria e del commercio si sentì presto sopraffatta da quella della spada che rendeva nuovi servigi al trono; la plebe, che nei secoli precedenti aveva operato in Italia tanti miracoli gloriosi di attività, di forza, di splendide manifestazioni, fu considerata dai Francesi e dagli Spagnuoli che si disputarono il predominio della penisola, come fatalmente destinata alla soggezione, ed incapace di aspirare al governo di sè stessa. — E partendo da tali erronei principî che, se non formulati nella teoria, erano però violentemente esercitati nella pratica, il regno di Carlo V trovò in alcuni punti d'Italia terreno adatto abbastanza perchè quegli errori germogliassero rigogliosamente. Un principe che aveva a propria disposizione le ricchezze, dalla fama centuplicate, dell'America la quale appena allora si cominciava a sfruttare, che, tutto infiammato dal pensiero del diritto divino o di una missione provvidenziale, aggiungeva alla smodata violenza degli atti un contegno tra il mistico ed il fatalista, un principe infine che conduceva seco o mandava innanzi uno stuolo di personaggi spagnuoli tutti ripieni di personale alterigia, resa più grave dalle pompe esterne del portamento, dalle complicazioni delle cerimonie, dal fasto sconfinato, doveva trovare nelle città italiane, dove già abbiamo visto che molti cittadini tendevano a godere nel lusso le ricchezze accumulate dagli avi, non solamente imitatori, ma esageratori. E così fu. Sunt bona mixta malis certamente nella figura e negli atti di Carlo V, ma per l'Italia e per la sua economia pubblica i mali molto e molto superarono il bene. In Italia dove la potestà civile aveva per lo più saputo frenare la prevalenza delle autorità ecclesiastiche, doveva essere funesto il predominio di un monarca che intendeva di farsi campione della Chiesa contro la Riforma religiosa al fine di ottenere dalla Chiesa stessa il maggior vantaggio, specie se si pensa che la dominazione spagnuola non estese soltanto il potere dell'inquisizione, ma lasciò moltiplicare i monasteri ed accrescere le loro proprietà immobiliari, con gran danno della agricoltura e dell'ordinamento della proprietà stessa.

Voi sapete infatti che cessata sino dal trecento e quattrocento la servitù della gleba ed affievolitosi il feudalismo politico, la libera proprietà fondiaria andava sempre più determinandosi e costituendosi, e l' allodio, cioè la terra libera da vincoli feudali, che in tempi precedenti sembrava una eccezione, cominciava a divenire la regola.

L'agricoltura infatti sotto i comuni, o per miglioramenti giuridici ottenuti, o per maggiore facilità di smerciare i prodotti, era salita in onore così che occupava cospicuo posto nella pubblica economia. Ricorderò il catasto che già avevano i Veneziani, che se non era esclusivamente un registro di terreni, e se rappresentava piuttosto il censo degli ebrei e dei Romani, cioè “il libro nel quale erano descritti i beni immobili e mobili e qualsivoglia ricchezza e provento dei cittadini colla stima del loro valore e coi nomi dei possessori per metterli a gravezza„, — conteneva già la misurazione delle singole proprietà, la loro descrizione ed il loro estimo; ricorderò l'estimo dei Fiorentini riformato nel 1427 su proposta di Rinaldo degli Albizi che dall'esempio di Venezia aveva tratto le regole e l'esperienza; — ricorderò infine che dopo queste due maggiori città alcune altre o costituirono o perfezionarono il loro catasto, non solo nei riguardi fiscali, ma, ciò che più importa notare, per rendere più facili le negoziazioni della proprietà immobiliare, segnatamente quella rustica. E qui vorrei che il tempo mi permettesse di annoverare soltanto le forme che la imposta fondiaria assunse in quell'epoca; mentre Venezia aveva senz'altro la decima, Firenze cominciò a stabilire prima il valsente, che era la aliquota sul censo mobiliare ed immobiliare, ma poi lo contornò di cinquine, di novine, di ventine, di settine, di aggravi, di piacente, di dispiacente, di arbitri, di accatti, di scale oneste, nomi questi molto singolari a sentirsi, ma che corrispondono a quei famosi decimi di guerra che aggravano tante nostre imposte e tasse anche in tempo di pace.

All'ordinamento, almeno tecnico se non fiscale, che si dava in Italia alla proprietà fondiaria col catasto e coll'estimo nocque senza dubbio la dominazione spagnuola che fece rivivere tanti privilegi di principi, che allargò le concessioni agli ozi non sempre onesti dei conventi, che contribuì così in una parola a diminuire la potenzialità della terra.

················

Ma di un altro grave fatto è accusato il regno di Carlo V, quello della falsificazione delle monete, non perchè a quel tempo si debba attribuire la malefica invenzione, ma perchè Carlo V ha largamente usato di tale espediente, stretto dai bisogni del suo erario troppo spesso esausto per le guerre.

Si suol dire che nel medio evo i principi falsificassero le monete, ed è questa una credenza abbastanza generale; ma mi par opera di giustizia scagionare, almeno per molti casi, quel tempo da una accusa che va circondata da opportune spiegazioni. I principi solevano in molti luoghi percepire una tassa che si chiamava di signoraggio sulla coniazione delle monete, e più spesso anzichè riscuoterla — come si fa oggidì — dal cittadino a cui si consegnavano le monete, si riscuoteva dirò così sulle monete stesse trattenendo nella zecca una porzione più o meno grande del metallo prezioso, di cui così le monete rimanevamo depauperate. Fino a che la tassa di signoraggio si limitò all'uno od all'uno e mezzo per cento, il mercato se ne risentiva assai poco, ma quando, crescendo i bisogni dei principi per le continue guerre e per il lusso delle corti, la tassa fu portata a grande altezza, allora le monete messe in circolazione divennero sensibilmente depauperate di metallo prezioso. Da ciò l'idea nei sovrani di allora di ritirare dalla circolazione quelle che non erano state assoggettate a tale tassa per diminuire la quantità di metallo che contenevano. Era dare ad un provvedimento fiscale un effetto retroattivo, come si fa oggidì con certe leggi di catenaccio, colle quali si colpisce anche merci già importate e già entrate nei magazzini. Il disordine che veniva recato nel commercio e nelle contrattazioni per la esistenza di queste monete più o meno depauperate di metallo fino, è facile ad immaginarsi. Molti però non sanno spiegarsi come in quel periodo non si comprendesse che diminuendo la quantità del metallo, cioè accrescendo la tassa, si diminuiva il valore della moneta. Forse la spiegazione della illusione di quei tempi potrebbero darla coloro che sostennero e sostengono ai nostri giorni che il dazio sul grano nella misura del venti per cento del valore non ne aumenta il prezzo. Egli è che pur troppo il fisco ha voluto sempre rimaner celibe per quanto tutti gli offrano due spose: la scienza e la esperienza.

Del resto nei primi tempi i principi erano in tanta buona fede nel commettere queste alterazioni delle monete, che le zecche mettevano un segno a quelle che erano state adulterate; più tardi si trova qualche ordinanza che raccomanda agli ufficiali delle zecche di mettere il segno alle monete calanti in modo meno facile a vedersi; e poi si vieta assolutamente di mettere qualunque segno, ed è noto il decreto, francese che ordina al direttore della zecca: “abbiate caro come il vostro onore, che i cambisti non conoscano la lega sotto pena di essere chiamato traditore„.

Anche su questo delicatissimo argomento che forniva all'Imperatore un mezzo così facile per riparare le angustie del suo erario, Venezia e Firenze opposero al disordine monetario il solo ostacolo che la economia politica suggerisce: la lealtà; — lo zecchino ed il fiorino d'oro ebbero corso in tutto il mondo e diventarono la moneta universale, perchè se ne seppe conservare la sincerità.

E tanto più grave era nel XVI secolo la questione delle monete in quanto verso la prima metà si cominciò a sentire la influenza che la scoperta d'America portava sui prezzi. Consentitemi una breve considerazione su tale argomenti dei prezzi. Avrete tante volte udito ripetere che i traffici cresciuti molto più della quantità dei metalli preziosi durante i secoli XI al XVI avevano resa proporzionalmente scarsa e quindi cara la moneta; bastava quindi una piccola quantità di moneta per comperare molte cose, si aveva cioè uno straordinario buon mercato. E si aggiunge che nel secolo XVI avendo la scoperta d'America reso abbondanti l'oro e l'argento, essi diminuirono di valore, e quindi i prezzi di tutte le cose aumentarono, perchè occorreva maggior quantità di monete per comperare i prodotti.

Esaminiamone rapidamente i fatti.

È ben vero che l'America venne scoperta nel 1492, ma passò più di mezzo secolo prima che fosse abbastanza estesamente conosciuta. È noto che sino al 1521 il Messico — che diede tanto argento — non fu conquistato; che solo nel 1521 fu scoperto lo stretto detto di Magellano; che solo nel 1535 si conobbe la California; che appena nel 1540 Giacomo Cartier fondò una colonia dove è ora Montréal, mentre il De Soto scopriva le foci del Mississipì, e che molte parti infine del nuovo continente non furono scoperte se non nel secolo XVII. Se pertanto giustamente si segna la data gloriosa del primo sbarco di Cristoforo Colombo, bisogna riportarsi ad un'età molto più tarda per trovarne gli effetti economici i quali furono naturalmente molteplici, nè mi è possibile nemmeno annoverarli. Ho detto dianzi che i prezzi per la grande scarsezza della moneta erano molto bassi e davano la illusione di un grande buon mercato; a Firenze il grano valeva 5 soldi lo staio e 10 quello di Valdichiana e di Cortona; i capponi e le oche grasse una lira l'uno; i pollastri 10 soldi il paio; il barile di vino L. 1,20, il Chianti L. 1,80 il barile; un prete — dice una cronaca — viveva decentemente con 25 lire l'anno; — con 20 lire l'anno si pagava un operaio; si intende lire di 86 centesimi dei nostri!

La scoperta d'America portò una perturbazione a questi prezzi facendoli crescere dapertutto, perchè l'oro e l'argento diventarono più abbondanti; ma l'aumento dei prezzi non fu improvviso, si svolse lentamente tanto nel tempo quanto nello spazio. Dapprima se ne risentirono il Portogallo e la Spagna, poi l'Inghilterra, perchè l'oro e l'argento portato in Europa durante la prima metà del XVI secolo non fu che quello che gli Spagnuoli portarono via agli indigeni dai loro templi, dalle loro case, e — sapete già quanta crudeltà in quel tempo gli Europei esercitassero verso gli Americani — dagli stessi ornamenti femminili. Humboldt calcola che dalla scoperta dell'America al 1545 non si importasse in Europa che un valore tra oro e argento di 15 a 16 milioni delle nostre lire. Somma certamente importante per quei tempi, ma per i nostri insignificante, se si pensa che l'America dà oggidì circa 250 milioni d'oro, e circa 565 d'argento; in totale oltre 800 milioni l'anno.

È per questo che i prezzi delle cose nella prima metà del 1500 ebbero un aumento relativamente limitato; ma quando nel 1545 per mezzo del peruviano Diego Hualca vennero scoperte le famose miniere del Potosi, la ripercussione sui prezzi fu notevole. La scoperta di quelle miniere che divennero subito le più ricche del mondo e la invenzione di nuovi e meno costosi sistemi per estrarre l'argento, riversarono all'Europa una enorme quantità di metallo bianco; la produzione annua, che pagava la Gabella al re di Spagna, era di 200000 chilogrammi e si calcola che altrettanto metallo uscisse di contrabbando. Non posso trattenermi sui particolari di tale argomento molto interessante, ma ricordo soltanto il movimento dei prezzi del grano che si possono ritenere equivalenti a quelli del pane.

Un ettolitro di grano costava nel 1500 cinque lire d'argento; nel 1520 aumentava a 10 lire, il doppio; nel 1550 era arrivato circa a 35 lire, cioè sei volte di più. Ma ecco subito la influenza del Potosi; nel 1560 un ettolitro di grano vai già 60 lire, nel 1570 ne vale 75 e nel 1590 80 lire. In poco più di ottant'anni il pane costava quindi sedici volte di più. Immaginiamo se i vecchi parlando ai nepoti avevano argomento di ripetere a sazietà: a' nostri tempi, e se dovevano scrollare il capo di fronte a così colossali perturbazioni!

Considerate, ve ne prego, quale enorme sconvolgimento doveva produrre un simile aumento dei prezzi; coloro che potevano facilmente rivalersene sugli altri, evitavano bene o male le conseguenze di un disordine così grave; ma coloro che, o avevano una somma fissa di denaro, o riscuotevano una rendita od uno stipendio, quale scossa non debbono aver subita se in trenta, quaranta o cinquant'anni, il denaro che riscuotevano non serviva che ad acquistare il terzo, il quarto, il quinto, il decimo delle cose che prima si acquistavano!

Ai giorni nostri non possiamo figurarci uno spostamento così grande ed intenso di valori; e già oggi che speculiamo sulle minime differenze e che abbiamo costituite le industrie più importanti non sui grandi guadagni, ma sui piccoli e molteplici, oggi, di fronte ai ribassi di prezzo che notiamo per molte merci, stiamo discutendo, senza esser riusciti ancora a risolvere definitivamente la questione, se sia il prezzo della moneta che aumenta o quello dei prodotti che scema. Nessuna meraviglia quindi se i più strani propositi uscissero dalle discussioni di quel tempo, e se dalla cattedra e dal pulpito il rialzo dei prezzi desse argomento di discorsi in favore delle depauperate fortune. Se non che questa grande perturbazione che più violentemente si fece sentire dopo la metà del secolo XVI era già stata preceduta da quella specie di adulterazione legale delle monete a cui prima ho accennato e che, creando prezzi diversi delle cose secondo che erano pagate in moneta buona, mediocre o cattiva, lasciava meno discernere il fenomeno generale dell'aumento dei prezzi. E questa doppia causa di disordine nelle ordinarie contrattazioni: la molteplicità delle monete con diverso valore intrinseco, ed il continuo deprezzamento del metallo di cui le monete erano più o meno riccamente composte, dà argomento alle più importanti discussioni scientifiche che ci abbia lasciato il 1500.

················

Il tempo corre veloce e certamente la vostra benevola pazienza ormai è esaurita e non posso soffermarmi sui cultori dei vari rami della scienza economica. Ricordo solo alcuni nomi: Gaspero Scaruffi, Bernardo Davanzati, Tomaso Beninsegni, G. B. Lupo Geminiano, Lodovico Carbone, il Padre Serafino Razzi, il teologo bresciano Lelio Zecchi, Filippo Sassetti fiorentino, Giovanni Dall'Olmo veneziano, e Giovanni Botero e Paolo Paruta. E in capo a tutti per tempo, per acutezza di osservazioni, per larghezza di idee vorrei mi fosse permesso di tratteggiare Machiavelli economista che, nel principio del XVI secolo, aveva nelle varie sue opere, come bene osserva il Knies, sparsi concetti importantissimi sopra le principali questioni economiche, che anche oggidì tengono perplessi gli studiosi.

Ma se il tempo non mi permette di intrattenermi su tali soggetti, che pur darebbero modo di mostrare come in Italia allora si studiassero problemi che le altre nazioni soltanto alcuni secoli più tardi osarono affrontare, mi sia concesso di chiudere questa conferenza portando un esempio dell'ordinamento civile ed amministrativo a cui erano arrivate alcune città italiane. Trattasi a dir vero di un argomento di statistica, ma questo studio era sino agli ultimi tempi così legato alla economia, che presumo di non uscir dal tema.

Riteniamo come una grande conquista dell'età moderna la istituzione dei registri di Stato civile che tengono conto ordinatamente delle nascite, dei matrimoni e delle morti; e pare ai più che questo moderno istituto sia un perfezionamento della analoga istituzione ecclesiastica ordinata sulla metà del XVI secolo dal Concilio di Trento ed applicata più o meno lentamente dal clero sulla fine del secolo stesso e nella prima metà di quello seguente.

Ora mi piace ricordare che a Mantova esisteva già un registro di Stato civile, almeno per i morti, sino dal XV secolo. Ho trovato io stesso un decreto del 1504 che nomina il Superiore delle bollette, come si chiamava il Capo di quell'ufficio e si dice nel decreto stesso “che sino dall'antico ad ora fu ed è sempre pubblica istituzione di curare di descrivere e di fare descrivere per mezzo di notaio in un apposito libro il nome, il cognome ed il giorno di ciascun morto in detta nostra città, e senza della sua licenza nessun cadavere possa essere seppellito, e se alcuna questione possa sorgere intorno alla morte di alcuno, è consuetudine che detto libro prodotto in giudizio faccia fede sino a prova contraria per qualunque giudice„.

Il più antico registro che è conservato nell'Archivio Gonzaga di Mantova risale al 1498 e non è il primo; quindi più di mezzo secolo avanti che il Concilio di Trento ordinasse i registri parrocchiali e molti secoli prima che si istituissero i registri di Stato civile, essi esistevano a Mantova; erano bollati in ciascuna pagina, le annotazioni e correzioni si facevano per ministero di notaro, nell'ultima pagina si stendeva il verbale di chiusura del registro.