La vita italiana nel Rinascimento.
LA VITA ITALIANA NEL RINASCIMENTO
Conferenze tenute a Firenze nel 1892
DA
E. Masi, G. Giacosa, G. Biagi, I. Del Lungo, G. Mazzoni, E. Nencioni, P. Rajna, F. Tocco, D. Martelli, Vernon Lee, E. Panzacchi, P. Molmenti.
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1896 — TERZA EDIZIONE.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti.
Milano. — Tip. Fratelli Treves.
INDICE
LORENZO IL MAGNIFICO
DI
ERNESTO MASI.
Vi ricordate della tragedia di Vittorio Alfieri intitolata: La Congiura de' Pazzi? Come opera d'arte non è gran che, lasciando stare anche l'alterazione quasi grottesca dei fatti storici, dei caratteri e persino dei nomi dei personaggi. Ma non si tratta ora di ciò. Voglio notare soltanto un fenomeno singolare, che parmi accaduto all'Alfieri nel trattar questo tema, ed è che mentre ha senza dubbio voluto travestire in Lorenzo e Giuliano de' Medici due de' suoi soliti Egisti e Creonti, due de' suoi soliti tiranni, messi là a ricevere in pieno petto le contumelie del prim'uomo e della prima donna, non solo il carattere di Lorenzo gli è, suo malgrado, riuscito il più simpatico della tragedia, ma all'ultimo non sa più egli stesso, l'Alfieri, da che lato pende il torto maggiore; i motivi della sanguinosa catastrofe, da prima apparsigli così chiari e lampanti, si direbbe che gli si oscurano tutto ad un tratto; e per conclusione finale mette in bocca a Lorenzo queste ambigue parole:. . . . E avverar sol può il tempo
Me non tiranno e traditor costoro! Sembra accorgersi tardi che il tentativo di raccogliere tutta la pietà tragica sui Pazzi, anzichè sui Medici, è un grosso errore, tanto sotto l'aspetto della storia, quanto sotto quello dell'arte, com'ebbe poi a scrivergli con gran franchezza Melchiore Cesarotti, e si ferma lì come in dubbio, e in questo dubbio lascia gli ascoltatori ed i lettori della sua tragedia. La quale ritengo, avrebb'egli concepita in modo tutto diverso, se, in cambio d'averla scritta fra il 1779 e l'80, l'avesse scritta un dieci o dodici anni più tardi, quando, scoppiata la rivoluzione francese, la prospettiva della tirannide gli si era, per così dire, rovesciata e gli pareva molto più intollerabile quella che viene dal basso, anzichè quella che viene dall'alto, la tirannide dei molti, anzichè quella d'un solo.
Se non che il fenomeno accaduto all'Alfieri mi sembra essersi rinnovato in molti altri dei più sfidati avversari di Lorenzo il Magnifico, dai contemporanei fino ai giorni nostri. Molti altri accatastano fatti su fatti e poi s'accorgono con loro stupore che i più tornano a gloria di Lorenzo, e allora non possono tenersi dal mescolare le lodi ai biasimi, o per lo meno dallo scindere l'unità di questa grande e complessa figura storica del secolo XV in modo, da farne uscire due, tre, quattro anzi, come propone il Perrens, uomini diversi, contenuti in un solo, e così poterne lodare uno o due e biasimare i rimanenti; a molti altri è accaduto di fermarsi all'ultimo, al pari dell'Alfieri, dubbiosi, esitanti, come dinanzi ad un problema psicologico di troppo difficile soluzione.
A Lorenzo de' Medici è toccata del resto una singolare fortuna, ed è quella d'aver sempre appassionato pro o contro gli scrittori, che hanno trattato di lui, dai contemporanei fino agli odierni, come se in cambio d'aver vissuto dal 1449 al 1492 egli fosse nato, vissuto o morto pochi anni fa, come se in cambio d'un uomo del secolo XV si trattasse, ad esempio, d'un Napoleone I, gli effetti della cui gloria e dei cui disastri sono forse sensibili anche oggi nella vita europea. Eppure quei signori e principi della prima e seconda stirpe Medicea sono ben morti e sepolti! Nulla ci parla più di loro. Gli stessi edifici e monumenti d'arte, che hanno lasciato, ci ricordano ancora il nome e l'opera dell'artista, che gli ha ideati e compiuti, ma il nome del signore o del principe, che gli ha commessi, appena qualche erudito lo sa con precisione e al visitatore indigeno o forestiero poco importa oramai che si tratti dei primi o secondi Cosimi, Giuliani e Lorenzi, che si tratti dei Medici insidiatori della libertà fiorentina o dei Medici Granduchi, i quali alle loro vecchie dimore non hanno lasciato di proprio neppure il nome. A qualche scrutatore indiscreto alcuna traccia dei tempi Medicei parrà forse di scernere ancora nel temperamento e in certe disposizioni morali del popolo fiorentino (lo dico a lode, badiamo, non a biasimo di certo) ma nulla più. Chi ne dubitasse entri, qui prossimo, a San Lorenzo, in quelle sepolture Medicee. Che gelo, che tanfo di morte preistorica in quel buio della vecchia e nuova sagrestia, ma qui almeno danno lume e calore il genio di Andrea del Verrocchio e quello tra satirico e malinconico di Michelangelo! Peggio tra la sfarzosa e teatrale ricchezza del sepolcreto granducale! Qui nessun compenso possibile: la storia dice poco; l'arte non dice niente; il freddo dei marmi vi assidera, vi penetra crudelmente nell'ossa e nell'anima, e si sente il bisogno d'uscire più che di fretta, non già per odio a quei sepolti tiranni, che coi loro manti e le loro corone arieggiano innocui re da melodramma, ma per la prosaica paura d'un raffreddore.
Ora dunque perchè, tra questi morti e così ben morti, quelli della prima stirpe Medicea appassionano gli scrittori più di quelli della seconda, e perchè tra quelli della prima Lorenzo più degli altri ha il privilegio di eccitare anche oggi odii ed amori così tenaci?
Finchè in Italia i libri di storia furono per metà di politica, voi sapete quanto si sfruttarono l'assedio e la caduta di Firenze nel 1530 e quell'accordo del Papa coll'Imperatore, che fu la cagione immediata di tale catastrofe. Era la conclusione ultima di tutto il gran dramma, non della libertà fiorentina soltanto, ma della libertà italiana, e poichè quel Papa era un Medici ed un Medici il primo Duca di Firenze, non altro si volle vedere in tuttociò che la continuazione d'un antico disegno d'ambizione, che finalmente s'effettuava coll'aiuto dello straniero, ed i più rei parvero i primi autori di quella lunga e perseverante insidia, ed il peggiore di tutti, quegli in cui più splendidamente s'incarnarono la tradizione e il genio di tutta la stirpe. Divenne così una specie di obbligo pel liberalismo italiano non far grazia ai Medici e soprattutti a Lorenzo. Non parliamo dei contemporanei o dei quasi contemporanei. L'odio o l'amor loro troppo facilmente si spiega. Non parliamo neppure degli scrittori toscani dell'epoca granducale, medicea e lorenese. La lode o il silenzio in bocca loro sono troppo sospetti. Ma quando colla storia filosofica e Volteriana del secolo XVIII si cominciò ad opporre al Medio Evo credente e devoto il Rinascimento scettico e razionalista, eccoti, fra gli stranieri massimamente, fra gli indifferenti cioè alle nostre passioni politiche, eccoti il panegirico dei Medici e di Lorenzo in particolare, che tocca il colmo e, direi, passa il segno, nel famoso libro del Roscoe, ed eccoti di riscontro il Sismondi, scrittore di gran merito, ma uno dei santi padri, uno dei rappresentanti internazionali di quel dottrinarismo liberale e borghese, che ha nelle instituzioni repubblicane la panacea di tutti i mali, e quindi non perdona ai distruttori di repubbliche ed ai loro encomiatori. Non badò il Sismondi che nella vita di Lorenzo il Roscoe a dipinger l'uomo s'era attenuto al Valori, un coetaneo di Lorenzo, che a narrar la storia avea seguito il Machiavelli, che i documenti originali gliegli avea apprestati il Fabroni, che a penetrar nella storia letteraria lo aveano aiutato il Bandini, il Tiraboschi, autorità tutte di non poco valore; non si ricordò neppure ch'egli stesso avea tanto esaltato i Medici e Lorenzo nella sua storia letteraria dell'Europa meridionale, quanto li deprimeva nella sua storia delle Repubbliche Italiane; non badò a nulla, non volle curarsi di nulla; non altro gli stette a cuore che contrapporre al panegirico la diatriba e spinta al segno da non sdegnare esso, onest'uomo come era, di lodare quali azioni eroiche persino la dissimulazione dei Pazzi, che convitano Lorenzo e Giuliano de' Medici in casa loro a fine d'ammazzarli, persino il tasteggiare che fanno il giovane Giuliano, fingendo abbracciarlo amicamente, per assicurarsi se ha o no il giaco sotto la veste, quando lo inducono a entrar nel duomo e lo uccidono.
È sommamente istruttiva la polemica, che ne seguì fra il Roscoe e il Sismondi, la quale andò tant'oltre che il Sismondi stesso finì per dire: “smettiamola, signor Roscoe, altrimenti si riderà di noi che ci contendiamo un tiranno del secolo XV coll'accanimento medesimo, che due rivali si contenderebbero il cuore d'una bella donna. E poi di che ci scaldiamo tanto, noi, stranieri all'Italia tutti e due?„
Nè cadde a vuoto, sapete, quest'ultima parola, da cui s'arguirebbe esservi sui Medici e su Lorenzo in particolare la possibilità di due giudizi diversi, uno per gli Italiani, un altro per gli stranieri, perocchè questo è appunto lo scrupolo, che ha trattenuto il coscienzioso Burckhardt, nella sua classica opera sul Rinascimento in Italia, dal giudicare Lorenzo come uomo di Stato e dal decidere qual parte spetti agli uomini e quale sia superiore al loro stesso buono o mal volere (il vero problema di questa storia) nei destini di Firenze; scrupolo veramente eccessivo e che non trattenne per buona sorte il Reumont, il Buser, il Leo, il Thomas, il Perrens e tanti altri valentuomini stranieri dal fare della storia Medicea anche politica e di Lorenzo come uomo di Stato il soggetto delle loro ricerche, e dei loro studi.
Quanto agli Italiani, finchè durò il periodo della preparazione e degli esperimenti infelici della nostra rivoluzione e sino a poco dopo il 1859, si tennero più o meno a modello il Sismondi, pur evitandone le enormi esagerazioni, nel giudicare dei Medici e di Lorenzo, ma poi spesso l'argomento fece forza da sè al preconcetto politico, ed o si fermarono, ripeto, incerti e dubbiosi, a mezza spada, o il giudizio, da prima severissimo, si venne via via temperando, più si approfondivano le ricerche, come potete vedere in Gino Capponi, che nel 1842, quando si cospirava anche coll' Archivio Storico (una delle più nobili arme affilate nel gabinetto di Giampietro Vieusseux), ha parole di fuoco contro i Medici, e nel 1875, quando pubblicò la sua Storia della Repubblica di Firenze, ne parla con tanta maggiore serenità e obbiettività scientifica; come potete vedere in Pasquale Villari, che nel suo Savonarola, il libro caldo ancora di inspirazione giovanile e di passionata eloquenza, e assai prossimo al Sismondi, e nel suo Machiavelli, lo studio severo della sapiente virilità, se non ha dismessi tutti gli antichi corrucci, tuttavia tempera o per lo meno slarga il suo giudizio, che in questo caso val quanto di necessità temperarlo. Più notevole è il caso del Carducci, che in quei suoi primi saggi bellissimi sulle poesie di Lorenzo de' Medici e del Poliziano, ora la sua natura d'artista lo attrae irresistibilmente verso Lorenzo, natura d'artista esso pure, come dice il Capponi, anima di principe, ultima grandezza d'un'età splendida, che finiva, ora lo spirito rivoluzionario lo trattiene, lo tira indietro, gli strappa accenti di collera, troncati a mezzo però da una ripugnanza anche maggiore, la ripugnanza alla reazione del Savonarola, che tenta gettare la sua tonaca di frate su tutta quella radiosa giovinezza di Rinascimento artistico e letterario.
Intanto le ricerche e gli studi sull'età Medicea e su Lorenzo continuano indefessi; si ampliano e si integrano i documenti raccolti dal benemerito Fabroni; al togato Guicciardini della Storia d'Italia succede il Guicciardini della Storia Fiorentina, dei Ricordi e di quel capolavoro del pensiero politico italiano, che è il Dialogo sul Reggimento di Firenze; abbiamo cioè l'espressione viva e immediata di un quasi contemporaneo, che è insieme una gran mente d'uomo di Stato, e tuttociò ci frutta fra il 1874 e 75 l'opera capitale su Lorenzo dei Medici di Alfredo di Reumont ed il giudizio pieno e definitivo di Gino Capponi. Si direbbe che il processo è chiuso, che la sentenza ultima è pronunciata; che, com'è per lo più di tutte le sentenze della storia, Lorenzo ne esce nè del tutto assolto, nè condannato del tutto. Oibò! La buona fortuna del Sismondi non è finita. Esso rivive con tutte le sue collere e i suoi anatemi nel Perrens, che sotto gli occhi nostri, nel 1888, e valendosi anzi di tutto il lavoro critico avvenuto dal Sismondi in poi (giacchè, bisogna dirlo, il Perrens è anzi, per straniero e francese che parla d'Italia, mirabilmente informato), riapre il processo e non una parte di Lorenzo si salva; l'uomo, il padre, il marito, il cittadino, il signore, lo statista, il mecenate, il letterato, tutto, tutto è oscurato e ravvolto in una stessa condanna. È una demolizione compiuta. Del tempio e della statua non resta in piedi neppure una pietruzza, che dica al passeggiero: qui fu Lorenzo de' Medici; tantochè all'ultimo lo stesso Perrens si ferma col martello in mano e quasi spaventato dell'opera sua; si sente preso anch'esso da quel dubbio, da quell'incertezza, che, come dicevo, assale dall'Alfieri in giù tutti i più sfidati avversari di Lorenzo; ma è supremamente comica la forma che piglia questo tardivo rimorso nel Perrens, il quale si rivolta contro il suo maestro ed autore, contro il Sismondi, e quasi lo apostrofa dicendo: “via, è troppo! Un po' di discrezione, s'il vous plaît. Non è poi certissimo che quei vostri cari Albizzi fossero proprio campioni di libertà e di democrazia in confronto dei Medici e, quanto a Lorenzo, conveniamo che, se non fu veramente l'ago della bilancia nella politica italiana del suo tempo, come pretendono i suoi adulatori, qualche cosa ha pur fatto per mantenere la pace, almeno dalla guerra di Sarzana fino alla sua morte, dal 1487 al 1492. È pochino! Sono cinque annetti soli! Ma questo almeno si conceda per dimostrare, se non altro, la nostra imparzialità!„
Voi vedete, o signore, fra che odii e che amori, fra che assoluzioni e condanne, fra che spinaio di giudizi diversi sarebbe costretto a ravvolgersi chi avesse oggi da narrare a fondo la storia di Lorenzo il Magnifico, della sua vita e del suo tempo. E se ho dovuto indugiarmi tanto, solo per accennare le difficoltà del mio tema, mi conforta il pensiero che accennare tali difficoltà è già esso stesso un illustrarlo, e che, parlando ad un pubblico così culto e in massima parte fiorentino, m'è lecito presupporre l'argomento noto almeno nelle sue linee storiche principali e non tenermi obbligato a ridir tutto per filo e per segno, che già sarebbe chieder troppo all'industria del conferenziere e alla sofferenza del pubblico.
A giudicare dei Medici e di Lorenzo con quell'imparzialità almeno relativa, a cui gli uomini possono aspirare, mi pare del resto che la nostra generazione dovrebbe oramai essere meglio disposta delle precedenti, la nostra generazione, che in fatto di politica è passata a traverso tante bonacce e burrasche di promettenti primavere, di malinconici autunni e di inverni spietati. Essa dovrebbe sentirsi, dico, meglio disposta a non farsi guidare nel giudizio di un passato remoto, che si tratta di conoscer bene, ma non muta più, da idoleggiamenti rettorici di forme di governo, qualunque esse siano, o da preoccupazioni politiche, che mutano ogni giorno.
La storia indifferente al bene od al male perde non solo ogni efficacia morale, ma ancora ogni calore e vivezza di rappresentazione. Ma altro è una gelida indifferenza al bene od al male, altro è gettarsi a capo chino fra le lotte d'un'età tanto lontana da noi e sposarne gli odii, gli amori, come se fossero i nostri, e aggregarsi a una fazione contro dell'altra. Si moltiplicano per tal guisa deliberatamente le occasioni e le cause d'errori infiniti, giacchè, per quanto ci sia dato penetrare a dentro nella storia con le ricerche, gli studi e attingendo, finchè si può, dalle fonti originali delle memorie e dei documenti contemporanei, resta pur sempre un qualche cosa, che nessuna ricerca può far rivivere, che nessuno studio può rimetterci dianzi agli occhi, che nessun documento può dirci, ed è forse appunto in quell'inafferrabile qualche cosa, che giace riposta la spiegazione vera di un fatto o d'un uomo, la ragione ultima d'assolvere o di condannare. Di ciò si ha un segno evidente in quella specie di sforzo che occorre, in quella specie di disagio morale e qualche volta, direi quasi, anche fisico, che si prova a volersi addietrare col pensiero nella vita di generazioni già lontane da noi. Ce ne vuole per assuefare non soltanto l'animo a sentimenti e passioni, che non si provano più, ma la fantasia e gli occhi ad abitudini, a costumi, a fogge, ad arredi, a vestiari, che non sono più i nostri, a compiacersi di divertimenti, che oggi ci parrebbero torture, a persuadersi del buon gusto di un pranzo, che oggi ci rovescierebbe lo stomaco, a ridire d'una burla o d'un motto, che oggi ci suona come una freddura senza sugo, e via dicendo. Quello sforzo e quella specie di disagio scemano in noi più ci si affina il gusto della storia, e si convertono anzi in una misteriosa delizia, che può divenire persino passione e mania. Ma dimostrano insieme (e ciò dico in particolare a proposito dei Medici e di Lorenzo) la necessità che lo studio della storia rimanga, più che possibile, obbiettivo, la necessità di non spostare nè uomini, nè fatti, di sceverare il generale dal particolare, di non dar troppo all'ambiente, come oggi s'usa dire, per togliere all'uomo, nè attribuire a questo, per quanta azione abbia avuto sul tempo suo, ciò che è dell'ambiente, in cui quell'uomo ha vissuto, di sentenziare di preferenza dagli effetti palesi dell'opera sua, che sono ben noti, anzichè dai movimenti individuali e interiori, dei quali nessuno può più dirci intiero il segreto, di non prolungare finalmente al di là di certi limiti quegli effetti medesimi per incolparlo anche di ciò che risulta da tutti altri uomini e da tutt'altre condizioni di tempi, scordandoci a suo danno quello che l'esperienza ci dimostra ogni giorno, cioè che l'uomo è appena padrone del minuto che passa.
Ora se v'ha personaggi storici pei quali queste cautele siano state più trascurate, direi che sono i Medici per l'appunto. E si capisco facilmente il perchè. Non parliamo dei Medici, dal 1531 Duchi e Granduchi. Ma per quelli della prima linea, a non dir che di loro, per Cosimo il Vecchio, Piero il Gottoso, Lorenzo il Magnifico, furono tanto più facilmente trascurate quelle cautele, perchè essi appassionano, come già dissi, più di tant'altri personaggi storici, gli scrittori, e gli appassionano tanto più, perchè non sono semplici capi ereditari d'una dinastia, d'una città, d'un regno, ma, oltre alla singolarissima forma del potere che esercitano, sono, se non gli autori, gli attori più in vista, pel loro grado, per le loro tradizioni, per le loro aderenze, pel loro genio e le loro inclinazioni personali, di tutto un nuovo e gran moto di civiltà, comprendente non solo le forme di governo, le arti, le scienze, le lettere, ma i pensieri, i sentimenti, la religione, la morale, i costumi, le usanze, tutta nel suo complesso la vita pubblica e privata; ond'è che in essi si studia non il signore soltanto, ma l'uomo nelle sue relazioni cogli uguali e cogli inferiori, l'uomo nella vita quotidiana, in casa, in villa, per le vie, tra gli spettacoli carnevaleschi, fra le dispute dell'accademia, nel banco commerciale, nel museo, nella biblioteca, fra gli amici che predilige, fra le donne che ama, fra le pareti del suo palazzo, alle corti estere, dove, benchè semplice cittadino nella sua città, comparisce da principe; e lo si studia appunto fra tanta gente e in tanti luoghi diversi, perchè questa moltiplicità e varietà di gusti, di attitudini, di attività è carattere generale del tempo, ma principalmente carattere dei grandi uomini italiani, e fra gli Italiani dei Fiorentini, e fra i Fiorentini dei Medici, e fra i Medici di Lorenzo il Magnifico.
Se le signorie dei secoli XIV e XV (che bisogna ben badare a non confondere in Firenze ed altrove coi Principati) fossero un fatto verificatosi in Firenze soltanto e per opera soltanto dei Medici, i quali con arti subdole, con lunga e tenace insidia avessero a poco a poco soffocata la vita del più torbido sì, ma del più glorioso Comune italiano del Medio Evo, mentre all'intorno avessero prosperato ancora gli altri Comuni, assodando la loro libertà e slargando la loro giurisdizione territoriale, non vi sarebbe, a dir vero, vituperio bastante a castigare un simile parricidio. Ma non è così! Nel secolo XV la declinazione della cosidetta libertà comunale, che è la prevalenza feudalesca di una città sul territorio che la circonda, e la sua mutazione in signoria, che è la prevalenza d'un capo partito, o di un capo militare, o di un vicario imperiale o di una potente famiglia sui partiti, che si contendono il primato nella città dominante, è un fatto universale in tutta Italia. In Firenze anzi, come fu più tardivo a sorgere il libero Comune, così è più tarda a sorgere la signoria. Nell'Italia superiore invece, dove il feudo s'insediò più vigoroso, questa trasformazione non aspetta il secolo XV. Nei due secoli antecedenti si compie e trascende già a principato vero coi Torriani e Visconti a Milano, coi Da Romano nella Marca Trevisana, cogli Scaligeri a Verona, coi Pelavicino a Piacenza e, più prossime a Firenze, di qua e di là dell'Appennino, le signorie pullulano e si frazionano all'infinito, più grandi, più piccole, or vigorose, ora deboli, ora divorate dalle maggiori, ora dilaniantisi in sè stesse fra odii sanguinosi di famiglie rivali. In Toscana stessa, ove le resistenze sono più forti, avete le signorie militari e transitorie, i tentativi sfortunati di Uguccione della Fagiuola e di Castruccio degli Antelminelli. In Firenze stessa, tralasciando le signorie Angioine, le quali si potrebbero dire delegazioni di poteri pubblici ad un fine determinato, tralasciando pure l'episodio di Gualtieri di Brienne, Duca d'Atene, la cui tirannia mette a repentaglio estremo le libertà popolari, avete tentativi interni, i quali dimostrano che ai Medici, anche nel maggior fervore della vita repubblicana, predecessori non mancano: Corso Donati, ad esempio, che fin dal principio del secolo XIV tenta farsi capo di una oligarchia di magnati; Rosso della Tosa, che non gli vuol sottostare e mira diritto al principato. Più facile forse il programma, come oggi si direbbe, di Corso Donati, perchè Rosso della Tosa ha troppa fretta d'anticipare i Medici. Avete ad ogni modo, e di non poco precedente la signoria Medicea, la tendenza ad afforzare in una forma aristocratica i vecchi ordini comunali già decadenti, il che si tenta fin dal secolo XIV col magistrato di parte Guelfa, instituito già da molti anni, ma divenuto allora così chiuso e potente, che non so davvero che cosa gli manchi per essere una vera tirannide; poi colla prevalenza della parte aristocratica dei Ricci e degli Albizzi, prima lottanti fra loro, poi degli Albizzi rivali dei Medici, i quali Medici primeggiano nella parte popolare, donde sono usciti, sicchè all'ultimo tutto si riduce a decidere quale delle due famiglie sopraffarà l'altra, quale delle due, se gli Albizzi o i Medici, dominerà la repubblica. Ma insomma questa inclinazione del Comune a signoria è fatale, è superiore a tutte le combinazioni umane o di procaccianti ambizioni o di tardive resistenze, perchè dipende da una legge più generale e più alta, quella per cui un'età storica succede ad un'altra, quando i principii, sui quali quella si reggeva sono logori, esausti, finiti, e le sottentrano altri principii, altre tendenze, altre voglie, altri indirizzi di civiltà, quasi un'altra società, un'altra gente.
Così è di questo tempo. Le grandi illusioni ghibelline sono finite fin dal 1313 con Arrigo VII. Se gli Imperatori scendono ancora in Italia da Lodovico il Bavaro a Carlo IV, a Venceslao, a Sigismondo, a Federico III, vengono per esiger taglie, trafficar titoli e diplomi, e se ne vanno. Settant'anni d'esilio in Avignone, quarant'anni di scisma, hanno sminuito e trasformato il Papa in un principotto italiano, che bada agli interessi suoi e de' suoi nipoti e lascia il partito Guelfo senza capo. Le due universali unità politiche, le due grandi forze ordinatrici, i due grandi ideali del Medio Evo sono dunque finiti e scomparsi nella storia italiana. Nè basta. Napoli s'è sottratta alla diretta soggezione imperiale. Venezia, che non fu mai nè guelfa nè ghibellina, che quasi non pareva appartenere all'Italia, cerca ora pigliarvi stato, e il difendersi da Napoli e da Venezia, nel linguaggio e nelle idee d'allora, val quanto difendere la libertà degli Stati italiani contro lo straniero. Nè basta ancora. Le potenti energie messe in moto dalla turbolenta libertà dei Comuni hanno dato vita ad una risurrezione d'arte e di sapere, ad una ristaurazione di classicismo, che sarà fondamento a tutta la cultura moderna, e che ora assorbe ogni attività spirituale e par fatta apposta per nascondere sotto i suoi fulgori la decadenza dei vecchi ordini repubblicani e la loro trasformazione in signorie. I Comuni colle loro lotte continue in casa, in piazza, in palazzo, stancavano tutte le forze del cittadino, fomentandone tutte le passioni, imponendogli attività e doveri continui. Ma ormai è venuta su una gente disposta a cercar riposo all'ombra d'un potere stabile e fermo, che tenga freno plebe e oligarchi; una gente, che vuol godere in pace, fra gli agi e i piaceri, il frutto della parsimonia e dell'operosità dei padri e degli avi, tanta ricchezza ammassata, tanto splendore e amenità di arti e di lettere e che per goderlo anche meglio si lascia cader le armi di mano, abbandonando l'arte della guerra al mestiere dei venturieri col fastidio superbo, colla noncuranza poltrona di opulenti, di mercanti, di artisti e di letterati. Aggiungete che l'umanesimo ha bisogno d'aiuto e di protezione signorile. Se la libera bottega bastò ai prodigi spontanei dell'arte, l'umanesimo tende a costituire una nuova aristocrazia piuttosto cortigiana, di quello che politicamente e virtuosamente operosa. Questo all'interno. E al di fuori? Al di fuori niun pericolo minaccia per ora: non dall'Impero troppo debole, non dalle altre nazioni ancora intente alla loro costituzione. Se un pericolo v'è, sta nella gelosia reciproca dei varii Stati italiani, nella necessità quindi di una politica di equilibrio tra i più forti, tanto più difficile a praticarsi, quanto più sono misteriosi e tutti egoistici e personali i motivi, pei quali le violenze e le rappresaglie si determinano. Firenze è al centro di tutto questo nuovo movimento di civiltà, di tutta questa trasformazione morale, sociale e politica, che si va compiendo, e in mezzo ad essa la signoria Medicea (di origine certamente meno illegittima di tante altre, in quanto sorge e si svolge dall'imo fondo dei rivolgimenti politici fiorentini) in mezzo ad essa la signoria Medicea si afferma e si assoda da Cosimo il Vecchio a Lorenzo il Magnifico, il quale ne segna l'apogèo, e dopo del quale non avrà che a decadere (per poi vigoreggiare di nuovo con forme e in tempi affatto diversi), tanto in questo strano congegno del governo signorile, che il Burckhardt ha con ragione chiamato un'opera d'arte, al pari d'un poema o d'un quadro, tutto è affidato alle qualità personali dell'uomo. Ma di tutto quel nuovo ambiente, in cui il poter loro prevale, i Medici sono essi la causa o l'effetto? L'effetto, io credo. Sono la produzione spontanea delle condizioni generali del tempo e delle particolari, che escono dalla storia di Firenze. Quindi è necessario non dimenticar mai di considerare i Medici della prima stirpe per quel che sono, uomini del loro tempo, Lorenzo sopra tutti, che colle sue pecche non lievi e le sue straordinarie qualità è anzi il tipo ideale del Signore italiano del Rinascimento.
Lasciando ai genealogisti cortigiani di avvolgere le origini della famiglia Medici nelle nuvole della leggenda, dirò che essi appariscono relativamente tardi nella storia di Firenze, non prima, che si sappia, del 1301. Si dice che appariscono come sopraffattori di popolo nei sanguinosi tumulti, che finiscono alla proscrizione dei Guelfi bianchi e di Dante Alighieri. Si dice che con Salvestro de' Medici, il quale da Gonfaloniere di Giustizia, nel 1378, dà le mosse al tumulto de' Ciompi, essi cominciano a far l'arte loro di lusingar la plebe per aiutarsi a salire. Si dice che Giovanni di Bicci nel 1426, opponendosi a Rinaldo degli Albizzi, si atteggia a capo del partito popolare. Tuttociò è vero, come fatto. Ma è altrettanto conforme a verità trovarvi gli auspicii e il cominciamento del destino Mediceo? Se nel 1301 sono sopraffattori di popolo, vuol dire che erano violenti come tutti gli altri, come quel popolo stesso, il quale s'era armato dei cosidetti Ordinamenti di Giustizia. Se nel 1378 Salvestro ha parte nel tumulto de' Ciompi, non ve l'ha certo maggiore di Benedetto degli Alberti, di Giorgio Scali, di Tommaso Strozzi, i quali tutti sommuovono i Ciompi, cioè l'infima plebe, contro Piero degli Albizzi e la setta Guelfa. L'intervento dei Ciompi dà un carattere di rivoluzione sociale alla lotta, che non era nelle intenzioni dei sommovitori. Essi sono trascinati loro malgrado nella vittoria dei Ciompi, che si risolve poi in una prevalenza delle sette Arti Minori, e di questa l'Alberti, lo Scali, lo Strozzi sono le prime vittime, appunto perchè la parte ch'essi ebbero in tutto questo moto fu molto maggiore di quella di Salvestro de' Medici. La pretesa precocità dell'insidia Medicea, che si vuol dedurre dal tumulto dei Ciompi, è dunque una delle tante frasi fatte, che si ripete a carico dei Medici, ma che non ha fondamento nella storia. Quanto a Giovanni di Bicci, certo egli ha gran parte nella legge tutta popolare del Catasto del 1427, ma politicamente è un personaggio quasi insignificante: accresce bensì il credito e la ricchezza di Casa Medici, ma non può dirsi il fondatore politico di essa. Il suo fondatore vero è Cosimo il Vecchio. Quand'egli apparisce, le lotte si sono venute sempre più restringendo, e la rivalità dei Medici e degli Albizzi diventa quasi una lotta personale fra Cosimo e Rinaldo degli Albizzi, che, al dire di Jacopo Pitti, “come principe maneggiava lo Stato.„ Costui pensa essere ormai tempo di troncare di colpo la sempre crescente potenza Medicea e fa chiamar Cosimo in Palazzo per ucciderlo, ma deve contentarsi dell'esilio; transazione, di cui il Sismondi, il Perrens sono inconsolabili, perchè Cosimo è richiamato dall'esilio un anno dopo e torna in patria in trionfo. Nei giorni più splendidi di Casa Medici, sulle pareti del gran salone nella villa di Poggio a Caiano questo ritorno sarà magnificato, figurandolo per quello di Cicerone, ricondotto in patria sugli omeri di tutta Italia. Il vero è che Cosimo, tornando dall'esilio il 6 ottobre 1434, si fermò e pranzò a Careggi, non permettendogli la Signoria di rientrare in Firenze prima di sera, e poichè Via Larga era piena di popolo aspettante, dovette sgattaiolare nel Palazzo della Signoria e passarvi la notte, rientrando solo al mattino seguente nella sua dimora di Via Larga, lo stupendo edificio, forse allora ancora in costruzione, in cui, fra quel misto di solidità e di eleganza, di cittadino e di principesco, sembra ch'egli abbia veramente improntato sulle muraglie il proprio genio.
Se Lorenzo il Magnifico fosse succeduto a Cosimo il Vecchio, i primi tempi della sua signoria sarebbero stati meno difficili e meno travagliata la sua giovinezza. Ma succedette invece a Piero il Gottoso, che in mille modi avea compromesso il potere della sua casa, più di tutto deviando da quella esteriore semplicità e modestia di Cosimo, che, unite alla grandezza degli intenti civili, alla protezione delle lettere, al buon uso della ricchezza, alla passione magnifica dell'edificare, per cui Benozzo Gozzoli, con allegoria, che sa di satira, lo figurò nel Camposanto di Pisa assistente colla famiglia all'edificazione della torre di Babele, mentre fecero dare alla potenza Medicea il passo decisivo, valsero a lui il titolo glorioso di padre della patria.
Ma morto Piero nel 1469, succedevano due giovani, Lorenzo di 21 e Giuliano di 16 anni, sicchè rinverdirono le speranze dei nemici di Casa Medici, contando sull'inesperienza e sull'impeto giovanile, qualità poco adatte a conservare una potestà così vaga e indeterminata, così raccomandata tutta al valor personale, come quella dei Medici. Furono più forti l'amore del popolo, il terror dell'ignoto, le memorie di Cosimo, tanto più ch'esso in persona parea rivivere nel giovine Lorenzo, già messo in vista di tutti per la precocità dell'ingegno, la giovialità, il fare largo e liberalissimo, l'educazione ricevuta da grandi maestri, i viaggi alle corti estere, pei quali così giovane era messo a parte di gravi faccende politiche e ammonito dal padre a diportarsi già da uomo e da principe. Precoce era in tutto Lorenzo e già da giovanissimo i contemporanei gli mutavano in predicato d'onore il titolo di Magnifico spettante al suo grado e con cui è rimasto nella storia, mentre il fratello Giuliano, indole più rimessa e più spensierata tuffata nei piaceri, negli amori, negli spassi giovanili era dai suoi coetanei chiamato, dice il Giovio, principe della gioventù. All'arme non fu educato Lorenzo, non sì però ch'egli non fosse forte, aitante della persona, benchè assai brutto di volto, come si vede, meglio che dalla figura un po' idealizzata di Lorenzo giovine nel gran quadro dell' Epifania di Sandro Botticelli e dal ritrattino del Bronzino agli Uffizi, nella medaglia del Pollaiuolo e nella trista figura dipinta dal Vasari (pure agli Uffizi), in cui appariscono evidenti i segni del male, che lo trasse a morte prematura. Appassionatissimo pei cavalli, era cavalcatore valente, ma della corona riportata alla giostra del 1468, combattuta per le sue nozze con Clarice Orsini, e cantata da Luca Pulci, è il primo a ridere con la solita superiorità sua. Appena mortogli il padre, furono dunque a lui i principali cittadini, pregandolo a pigliarsi cura dello Stato. Esitò, forse ad arte, raccomandandosi ai consigli di tutti, ma certo ben risoluto in cuor suo a far da sè.
Quali sono da questo momento i punti prominenti della vita di Lorenzo? Dal 1472 al 1484 la sollevazione di Volterra, la congiura de' Pazzi, la guerra che ne consegue col papa Sisto IV e col re di Napoli, l'ardito viaggio di Lorenzo a Napoli, che stacca il re dal papa e assicura la pace, il ritorno di Lorenzo in patria e la riforma interna coll'instituzione dell'Ordine dei Settanta (che è il vero 18 Brumaio di Lorenzo), la guerra di Ferrara, la pace coi Veneziani, e la morte di Sisto IV, l'implacabile nemico di Lorenzo. Dal 1484 al 1492 l'intimità di Lorenzo con Innocenzo VIII, successore di Sisto, l'equilibrio politico a sommo studio mantenuto da Lorenzo, il maggior splendore della sua signoria ed i primordi d'un'opposizione morale nel Savonarola fino alla morte di Lorenzo, a cui seguitano così da presso la preponderanza straniera e la servitù dell'Italia, che Cesare Balbo, nella sua divisione della nostra storia, proponeva di finir qui (merito o fortuna, che sia, di Lorenzo) l'età dei Comuni Repubblicani, che altri protrae sino alla caduta di Firenze nel 1530.
Ora questi fatti, che io ho accennati così in breve c'è chi gli ha narrati tutti a gloria, altri tutti a biasimo di Lorenzo. La Repubblica doma la ribellione di Volterra? È lui che vuol rubare i profitti delle cave d'allume. Volterra è posta a sacco? È lui, che ordina quell'inutile crudeltà. I Pazzi congiurano? È lui che li ha provocati. Il popolo fa scempio dei congiurati? È lui, che non è mai sazio di vendette. Sisto IV e il Re di Napoli muovon guerra? È Lorenzo, che strascina la patria in contese non sue. Lorenzo va a Napoli e si dà in mano al suo nemico? È una commedia. Torna e si impossessa coll'ordine dei Settanta dell'elezione dei Magistrati? È lui, che ha inventata questa trappola alla libertà la quale non ha riscontro nella storia di Firenze. Si stringe in amicizia e parentela con Innocenzo VIII? È lui, che è quasi reo del nepotismo dei Papi. Cerca la pace nell'equilibrio degli Stati? È una politica d'espedienti, che non val nulla. Firenze è prospera e gioconda? È lui che la educa alla servitù, corrompendola coi trionfi e i canti carnascialeschi. Che più? Neppur l'uomo privato si salva da questo pessimismo demolitore. Si ricusano tutte le testimonianze in suo favore, che concordemente lo dicono buono, gioviale e tollerante, nonostante le sue sofferenze fisiche, fedele agli amici, socievole, semplice nella grandezza, idolatra dei figli, non dimentico mai del tutto degli insegnamenti e degli esempi della pia madre, Lucrezia Tornabuoni, rispettoso della moglie, indole pur così diversa dalla sua e con poca grazia e senza avvenenza; e, per dimostrare com'era tuffato nei vizi, il Buser reca una lettera d'un Francesco Nacci da Napoli, che annuncia a Lorenzo la spedizione di cinquanta belle schiave turche, le più belle che si trovarono! Ah, la grazia! Cinquanta? Se non che, come fu provato, il buon tedesco ha letto nel documento belle invece di pelli, turche invece di tutte, e così, invece di 50 pelli di Schiavonia, ha letto 50 belle schiave turche, un harem da sultano, e senza accorgersi neppure che in tutto il contesto della lettera si parla della spedizione in modo, come se oggi si spedissero a qualche gran Don Giovanni 50 belle ragazze, turche o non turche, per pacco postale. Nè basta. Quello che il Machiavelli dice a lode di Lorenzo s'interpreta a biasimo, e nel dialogo sul Reggimento di Firenze del Guicciardini si vuol vedere non una discussione, ma una diatriba, e fra gli interlocutori del dialogo si menan buone tutte le accuse di Paolo Antonio Soderini e di Pier Capponi e non si tien conto alcuno di tutte le difese di Bernardo Del Nero.
Quanto erano stati belli e lieti gli anni della prima giovinezza di Lorenzo, altrettanto furono agitati e poi tristi e funesti i primi anni della sua signoria. Nel 1470 insorge Prato. Due anni dopo Volterra, a cagione delle miniere d'allume. Si vuole ch'egli vi fosse cointeressato e che nella repressione la città fosse posta a sacco per ordine suo. Ora è stato dimostrato che della prima accusa non c'è che una sola testimonianza contemporanea ed è di un nemico dei Medici; e quanto alla seconda, non solo che non furono gli assalitori, che la misero a sacco, bensì le masnade stesse, che essa avea assoldate per difendersi. Ma che monta? È un'altra delle frasi fatte a proposito dei Medici e di Lorenzo, e non è un anno, che se l'è ribevuta il Bourget, romanziere positivista, nelle sue Sensations d'Italie e l'ha ridivulgata colla magia del suo stile. Lorenzo volle non transigere, ma reprimere. Quella frequenza di ribellioni gli dava ombra; ecco la maggiore responsabilità sua. Ottenne di fatto qualche anno di tregua e ripigliò più che mai gli spassi, gli studi, le magnificenze d'arti e spettacoli, perocchè Lorenzo non era di quelle povere nature, come sarebbero le nostre, che una sola faccenda assorbe intiere e non ci lascia più nè tempo nè testa ad altro.
Natura grandiosa, fantasia ardente, ingegno universale, Lorenzo mandava di pari passo lettere, filosofia, galanterie, mascherate, vita di campagna, vita di città, laudi sacre, canti carnascialeschi, canzoni a ballo, sacre rappresentazioni, intimità cogli amici, i letterati e gli artisti, ospitalità sontuose a principi che capitavano, eriger chiese e ville, passione dei musei e dei cavalli, della musica e delle belle donne, banchetti e processioni, politica e giostre.
La più celebre è appunto di questi anni, nel 1478, e prende nome da Giuliano ed è la più celebre, perchè fornì argomento alle Stanze del Poliziano. Precede alla giostra e alla composizione delle Stanze un avvenimento intimo dei due fratelli Medici, la morte della bella Simonetta Vespucci, amante di Giuliano, nel 1476, ed interrompono la composizione delle Stanze la congiura de' Pazzi e l'uccisione di Giuliano nel 1478. Il terribile epilogo, e non voluto, del poema è dunque la narrazione in latino sallustiano, scritta dallo stesso Poliziano. L'epilogo, forse ideato e non potuto scrivere, il cavalleresco epilogo cioè della più bella data in premio al più cortese, al più prode, sarebbe mai quello rappresentato con inspirazione polizianesca dal Botticelli nello stupendo quadro dell'Accademia di Belle Arti, detto comunemente: la Primavera? È una ingegnosa e nuova interpretazione del quadro, proposta ora dal prof. Jacopo Cavallucci e che a me pare fondatissima. La Ninfa del poema è certo quella del quadro. Basta rileggere le Stanze:
Candida è ella e candida la vesta
Ma pur di rose e fior dipinta e d'erba;
Lo inanellato crin dell'aurea testa
Scende in la fronte umilmente superba.
Ridele intorno tutta la foresta
E quante può sue cure disacerba.
Nell'atto regalmente e mansueta
E pur col ciglio le tempeste acqueta.
. . . . . . . . . . . . . . .
Ella era assisa sopra la verdura
Allegra e ghirlandetta avea contesta
Di quanti fior creasse mai natura,
De' quali era dipinta la sua vesta.
E come prima al giovin pose cura
Alquanto paurosa alzò la testa,
Poi con la bianca man ripreso il lembo,
Levossi in piè con di fior pieno un grembo.
. . . . . . . . . . . . . . .
Mosse sovra l'erbetta i passi lenti
Con atto d'amorosa grazia adorno
. . . . . . . . . . . . . .
Ma l'erba verde sotto i dolci passi
Bianca, gialla, vermiglia azzurra fassi.
Non meno certo è che la figura del giovine, situato a sinistra, è il ritratto idealizzato di Giuliano, somigliantissimo, parmi, all'altra figura di Giuliano, che è nel quadro dell' Epifania del medesimo Botticelli; e quasi lo stesso motivo poetico delle Stanze e del quadro la Primavera, e la poesia attribuita a Giuliano de' Medici, ma che il Carducci giudica del Poliziano, ed è diretta alla Simonetta. Se la ninfa del quadro sia il ritratto della Simonetta, fra tanta incertezza dei ritratti di questa vaga e celebre beltà, non si può forse determinare assolutamente, ma altri emblemi, il lauro allusivo a Lorenzo, i tre fiori d'ireos fiorentina, tutto concorre a dare a quel quadro un significato Mediceo spiccatissimo, e si sa che i Medici l'ebbero caro come un ricordo di famiglia.
Comunque, il dolce nome della Simonetta mi riconduce a Lorenzo, perchè dalla vista di lei morta e portata, scoperto il volto, al sepolcro, come narra il famoso epigramma latino del Poliziano, Lorenzo pretende, nel Commento ai propri sonetti amorosi, essersi sentito sollevare alla perfetta cognizione platonica dell'amore, da una morta trapassato poi in una viva, dalla Simonetta in Lucrezia Donati, da lui incontrata in una festa, alla quale “concorsono, dic'egli, tutte le giovani nobili e belle„. È una gentilissima invenzione, ma invenzione di certo, perchè l'amore della Donati è precedente di dieci anni almeno alla morte della Simonetta, e solo dimostra che continuò anche dopo il matrimonio di Lorenzo con Clarice Orsini, sempre però puro, ideale, platonico, petrarchesco, come assicura Ugolino Verini, un poeta intrinseco di Lorenzo, e dietro a lui molti altri confermano, sicchè noi non possiamo far di meglio che credere ad occhi chiusi a sì concordi testimonianze.
Tutta questa lieta visione di giovinezza e di amori si dilegua nella congiura de' Pazzi. Non rinarrerò quella scena, una delle più straordinarie della storia di Firenze, perchè tutte già l'avete a memoria; quella messa in duomo col Cardinal Riario, che assiste; Giuliano e Lorenzo de' Medici con parecchi loro amici, vicini al coro e circondati, senza saperlo, dai congiurati; il popolo devoto, che li attornia, e mentre il sacerdote celebrante solleva l'ostia consacrata e le campane suonano a gloria, Giuliano, ferito a morte dal Bandini, cadere immerso nel proprio sangue, Lorenzo assalito e ferito anch'esso, ma avvoltasi la cappa a un braccio e tratta coll'altro la spada aprirsi il passo alla sagristia, dove riesce a scampare. La chiesa è tutta un tumulto; le vôlte quasi crollano alle grida; il Cardinal Riario, accovacciato presso l'altare, ne rimarrà pallido di terrore tutta la vita. Intanto a quel suono di campane, altri congiurati, con l'Arcivescovo Salviati alla testa, assalgono il Palazzo della Signoria, ma sono presi, i principali impiccati alle finestre, altri respinti, mentre il popolo, infuriato per la morte di Giuliano, vuol riveder salvo il suo Lorenzo dalle finestre del Palazzo di Via Larga, poi trucida per le vie quanti congiurati o sospetti gli vengono alle mani, chi dice settanta, chi cento, chi più; giustizia orrenda, ma che dimostra avere il popolo giudicata la congiura per quel che era, una trama ordita, non per amore di libertà, ma per odii e cupidigie private dei Pazzi, del Papa e dei Riario, suoi nipoti, e quindi aver senz'altro voluto vendetta dei congiurati. Dissimulando la complicità sua, il Papa ruppe guerra a Firenze e vi trascinò il Re di Napoli, suo alleato, pretendendo che la guerra era fatta non a Firenze, ma a Lorenzo. Questi vide bene il pericolo di tale perfidia; intuì rapidamente la necessità d'un gran colpo, scindere cioè l'alleanza del Papa col Re, e deliberò a qualunque rischio di consegnarsi da sè nelle mani del Re. Partì accompagnato dai voti e dall'ammirazione di tutti. Tornò colla pace, tornò glorioso, tornò onnipotente, e di questo momento si valse subito per riassodare l'autorità sua e della sua Casa. Questo si chiama veder chiaro in politica! Di più, poteva in quel momento esser principe e non volle; preferì una repubblica signorile a una signoria repubblicana. Questo si chiama moderarsi nella vittoria, la più difficile di tutte le virtù politiche. Poteva cioè uscire dalle tradizioni della storia fiorentina e non volle!
Quante volte il fatto dei Medici e di Lorenzo non s'è ripetuto anche nella storia d'altri paesi? Al ritorno di Cosimo dall'esilio il popolo vide in lui un liberatore, non un tiranno. Al ritorno di Lorenzo da Napoli accadde lo stesso e anche più. Perciò non credo ch'egli avesse bisogno di corrompere il popolo, distillandogli i sottili veleni della voluttà per meglio dominarlo. Anche questa è una delle tante frasi fatte, ma, ha ragione il Gaspary, “un individuo non corrompe una nazione, quando essa non sia già corrotta„. Quanto a morale e gusto di piaceri, il popolo valeva il signore e il signore il suo popolo. Per questo s'intesero così bene! Nè si nieghi l'azione di Lorenzo sulla civiltà della Firenze d'allora, sofisticando su qualche data di nascita o di morte di grandi artisti, perchè tutta la grande fioritura artistica e letteraria del 400 fiorentino è Medicea, nè tali quistioni si trattano coll'orologio alla mano. Il vero è che nè una protezione principesca basta da sola a creare una civiltà, nè una tirannia, anche più deprimente di quella dei Medici, a farla sparire. V'ha bensì sull'ultimo della vita di Lorenzo, come già dissi, un principio di reazione morale e religiosa, che s'incarna nel Savonarola, ma la impicciolirebbe di troppo chi la considerasse provocata da un uomo solo, anzichè dall'indole generale della nuova cultura, dei nuovi costumi e dei nuovi tempi. Le lettere, che Lorenzo scrive alla morte di sua madre, la pia e ingegnosa donna, la quale negli argomenti de' suoi inni sacri precorre il Manzoni, mostrano la tenerezza filiale di Lorenzo. Le lettere di Clarice Orsini e del Poliziano, del Pulci e di tanti altri mostrano l'amor suo pei figli, la sua bonaria e fedele affezione agli amici, dai quali fu idolatrato, e, quanto alla moglie, lasciando stare se il mi fu data dei Ricordi di Lorenzo sia la frase indifferente, che significa il fidanzamento o che la sposa non fu di sua scelta, certo è che i fatti e i documenti dimostrano rapporti non mai interrotti di affetto e di stima. Intercedendo per chi l'ha offeso: “non fareste, essa gli scrive, secondo la natura vostra a non gli perdonare„; parole, che fanno il maggior onore ad essa ed a lui e scritte l'anno stesso della congiura de' Pazzi, quando l'animo di Lorenzo dovea esser meno che mai disposto ad indulgenza. E quando si leggono nella lettera di Matteo Franco, che descrive il ritorno di Clarice dal Bagno a Morba, le parole, ch'essa risponde ai poveri terrazzani di Colle, i quali la supplicano di raccomandarli a Lorenzo, si vede chiaro quant'essa era addentro nel segreto della sua politica e con che arte gentile sapea all'occasione farsene strumento.
Se non avessi già troppo abusato della vostra cortese attenzione, mi sarebbe dunque facile dimostrarvi coi documenti alla mano che Lorenzo fu buon figlio, buon padre, marito convenientissimo, nella stessa guisa che potrei e dovrei mostrarvi, che come critico, precorre studi moderni, che come poeta, sorpassa forse il Poliziano ed il Pulci per osservazione della realtà e per sentimento vivo e immediato della natura esteriore, che, come umanista, tempera gli eccessi della scuola col culto della lingua volgare, di cui è restitutore e mantenitore, che, come filosofo finalmente, modera l'irreligione del tempo col teismo neoplatonico, il maggior tentativo di accordo fra il cristianesimo e la filosofia, quantunque non potesse di certo parer sufficiente al Savonarola.
Se come uomo Lorenzo de' Medici deve dirsi buono, se come letterato e filosofo superiore al suo tempo (il quale tuttavia non ha nel suo complesso chi lo rappresenti meglio e più intieramente di lui), forsechè come politico è inferiore agli altri signori e principi del tempo suo? Il sistema d'equilibrio dei quattro maggiori Stati d'Italia, quale lo praticò Lorenzo al disopra della scellerata politica degli altri principi, compresi i Papi, al disopra dei pregiudizi Guelfi Fiorentini, al disopra d'ogni interesse di famiglia, perchè nella politica estera egli non ha, nè può avere, notate bene, appunto perchè non principe, altro pensiero che della potenza di Firenze, lo rende indubitabilmente superiore a tutti gli statisti, non speculativi, ma operanti del suo tempo. Ed ebbe pure il presentimento del donde potea venire il pericolo futuro, poichè quando Luigi XI gli profferse aiuto contro il Papa ed il Re di Napoli: “io non posso, disse, anteporre il mio particolare vantaggio al pericolo di tutta Italia; volesse Iddio che ai Re di Francia non venisse mai in mente di sperimentare le proprie forze in questo paese. Quando ciò accada, l'Italia sarà perduta!„ E lo fu in realtà, due anni dopo appena ch'egli era morto. Non possiamo dire, ch'egli avrebbe impedita la catastrofe, ma ben possiamo esser certi che la sua condotta non sarebbe stata così pazza ed improvvida, come fu quella di Piero, suo figlio.
Moriva Lorenzo l'8 aprile 1492 nella sua villa di Careggi fra il dolore disperato dei congiunti e degli amici; moriva fra il lutto e le lagrime di tutto un popolo; moriva nel colmo della potenza e della gloria. Ciò non potè tollerare l'intolleranza Piagnona e creò la leggenda del Savonarola che all'ultim'ora gli nega l'assoluzione e lo lascia morire fra i rimorsi. Nè basta. Ci voleva un po' di delitto per colorir meglio il quadro e si raccontò, e si cantò anche in versi elegiaci, che il medico Pier Leoni di Spoleto fu gettato in un pozzo per ordine del primogenito di Lorenzo. Quanto alla prima parte della leggenda, essa, come questione storica, s'è ingrossata, e allorchè un Villari le presta fede, un Ranke non osava più negarla addirittura, un Reumont la giudicava per lo meno incerta, non oserei io di mescolarmi in tal disputa. Debbo però al mio gentile uditorio la mia opinione, ed è che la lettera del Poliziano a Jacopo Antiquario, in cui il Savonarola (ciò che s'accorda anche col tempo) si mostra solo uomo di chiesa e ammonisce e benedice (non confessa ed assolve) in articulo mortis il peccatore pentito, mi pare a tutt'oggi il solo documento attendibile e che tutte le altre parole messe dalla leggenda in bocca al Savonarola e a Lorenzo mi sembrano un anacronismo e un assurdo. Quanto al medico, la lettera, ora pubblicata, di Bartolommeo Dei toglie ogni dubbio. Impazzò e si suicidò! Meno male, perchè il terribile Perrens aveva già scartata l'ipotesi del suicidio, dicendo: “ Les medécins tuent, ne se tuent pas! „
Ed ora concludiamo. Chi dalle mie parole argomentasse che ho voluto fare non la storia, ma l'apologia di Lorenzo il Magnifico, avrebbe gran torto. Nè l'una, nè l'altra, se mai; non la storia, perchè in sì piccolo quadro non si fa star dentro una così grande figura; non l'apologia, perchè non credo che Lorenzo n'abbia bisogno. Volli esporre il concetto, che mi sono formato della storia di Lorenzo in relazione a quella di Firenze e d'Italia, e tale concetto posso riassumerlo così.
Nella storia di Firenze a me pare di scorgere una continuità nelle parti, che si contendono il predominio cittadino ed un perpetuo ricorso delle stesse forme, che, spogliate di quanto hanno d'accidentale e d'occasionale, accennano fin dai più antichi tempi al dove vanno in ultimo a terminare tutte le lotte fiorentine, al predominio cioè d'una consorteria, d'una famiglia, d'un uomo. Furono i Medici! Potevano essere gli Albizzi, gli Alberti, gli Strozzi, ma a questi non sarebbe probabilmente riescito di dare alla loro signoria quel carattere, che poterono darle i Medici, di pura preminenza d'un cittadino in una repubblica. Le lotte delle fazioni si presentano subito in Firenze come contrasto di due famiglie. Queste aggruppano intorno a sè gli elementi, che sono proprii della lotta comunale in tutta Italia, elementi politici, guelfismo e ghibellinismo, elementi sociali, aristocrazia e democrazia. Il Comune è da prima fuori del contrasto, poi naturalmente, e presto, diviene l'oggetto del contrasto medesimo e gli dà la forma esteriore, mentre l'impulso segreto, l'impulso, che è l'anima vera del contrasto, è sempre d'una famiglia e della clientela, che le sta d'attorno. Se così non fosse, quando il fine, per cui una fazione si muove, è ottenuto, si vedrebbe cessare questo moto, per poi ricominciarne un altro. Invece, siano guelfi e ghibellini, che lottano, grandi e popolo, arti maggiori e arti minori, appena una fazione vince, si divide in sè stessa e la lotta continua sempre. È per questo, io credo, che il Villani, il Compagni, tutti i cronisti, non parlano mai dei principii o dei fini politici, pei quali una fazione s'è mossa, bensì dei pregi o difetti della famiglia o dell'uomo, che alla fazione dà nome, perchè questo è per essi importante; il resto accessorio. Talvolta pare che si mira a slargare in senso democratico l'ordinamento del Comune. Ma appena s'è vinto, la famiglia, la setta (come la chiamano i Fiorentini nella seconda metà del trecento), cerca sfruttare la vittoria a suo pro. Questo tentativo costante non riesce ad altri; riesce ai Medici, perchè Cosimo sa far apparire la vittoria, vittoria sua, non della parte, e non ha quindi da sconvolgere l'ordinamento comunale per soddisfarla; frena insomma subito egli stesso la fazione, con cui ha vinto gli Albizzi, e ciò tanto più facilmente, in quanto non è fazion vera la sua, non una classe, non un'arte contro l'altra, bensì un'accozzaglia d'amici e di malcontenti, che non spera che in lui, ond'egli detta legge, non la riceve, e la vittoria contro la minacciante tirannide degli Albizzi gli fa anzi quasi un obbligo, una necessità di rispettare gli ordinamenti comunali, pur piegandoli alla volontà sua, che è la tradizione di tutte le famiglie, le quali hanno capitanate le fazioni fiorentine e con esse sono pervenute più o meno lungamente al governo del Comune. Sempre le stesse arti, sempre gli stessi mezzi, all'ombra sempre delle stesse instituzioni! Finchè l'elemento di famiglia è costretto a tenersi celato dietro l'elemento politico e sociale, la signoria non può fondarsi. Quando per l'inclinazione generale dei Comuni italiani a signoria, può mostrarsi a viso aperto, allora la signoria si fonda, ma col carattere speciale delle passeggere signorie fiorentine, cioè tirando a sè, non distruggendo, le instituzioni del Comune. Lorenzo restituisce e conserva il tipo di Cosimo, ma da Cosimo a Lorenzo la signoria Medicea fa un passo innanzi. Con Lorenzo è ancora più personale. Diciamo, se volete, che Lorenzo è addirittura un tiranno, ma, in questo caso, soggiungiamo subito col Guicciardini, che Firenze non poteva avere “un tiranno migliore e più piacevole„ di lui.
LA VITA PRIVATA NE' CASTELLI
DI
GIUSEPPE GIACOSA.
Al tempo delle castella, la parola castellano ebbe tre significati diversi, o per dir meglio fu adoperata ad indicare tre diverse classi di persone. Era castellano il signore di uno o più castelli; era castellano colui che, nel nome del signore, teneva il governo di un castello; e castellano si chiamava pure chi dimorava nelle castella, cioè nelle piccole terre cinte di mura e dominate da una rocca.
Nelle regioni d'Italia dove fiorì la vita comunale e repubblicana, la parola era per lo più usata nel secondo significato, come quello che corrispondeva al maggior numero dei casi. Il vocabolario del Manuzzi, alla voce: Castellano, lo registra infatti innanzi di ogni altro, e prima scrive: Capitano di castello, che Signore di esso. E quando la parola racchiudeva il concetto della signoria, non implicava quello della dimora; occorre infatti ad ogni momento la locuzione: di molte o di poche terre castellano.
Invece nei paesi dove il sistema feudale ebbe il suo naturale compimento nella monarchia unitaria, grazie la intricata rete di privilegi, di prerogative e di interessi che fissava il signore alla terra e lo costringeva a risiedervi, per Castellano in ogni tempo si intese comunemente: il signore dimorante nel castello, il quale castello, dalla secolare e non interrotta consuetudine, venne prendendo una certa aria di famiglia, si adattò ai successivi crescenti bisogni, si piegò quasi ai minuti capricci dei padroni, così che ne rispecchiò poi fedelmente l'indole e le abitudini.
Fra questo castellano campagnuolo ed il signore dimorante nella città e più il Principe dei nuovi principati italiani all'epoca del Rinascimento, corrono differenze così profonde che la distanza di un secolo non ne darebbe di maggiori. Differenze nel campo dell'azione e delle attribuzioni politiche, differenze nell'ordinamento domestico e nelle abitudini della vita quotidiana. Le Corti, più ricche, più sfarzose, più colte, più popolose, ebbero istoriografi e descrittori in abbondanza, mentre ne difettarono i castelli. Ed ognuno di quegli istoriografi e descrittori fu in questi ultimi tempi argomento di nuovi e minutissimi commenti e raffronti, sicchè non si può oramai trovare in essi notizia che già non sia stata a sazietà detta e ripetuta. Ed anche riguardo i castelli, le notizie raccolte nei libri riflettono bensì molti momenti della vita privata, ma di preferenza quelli che si connettono colla pubblica, quali sarebbero le feste ed i ricevimenti o che hanno, in alcun modo, attinenza colle arti e colla cultura generale. Ora, noi gente positiva, abbiamo oggi delle curiosità più minute e meno discrete. Non ci basta sapere come quei fastosi signori accogliessero i frequenti ospiti, come ordinassero i banchetti, come uscissero a cavalcate, come vestissero nelle solenni occasioni, come si raccogliessero la sera in illustre compagnia a novellare od a ragionare di ornate cose, ma ci prende un indiscreto desiderio di entrare nelle più intime camere loro, di assistere la mattina al loro primo levare, di accompagnarli passo passo per tutta la giornata, di sorprendere le loro più gelose debolezze, di sedere alla loro tavola quando pranzano in famiglia, di gustare le loro vivande, di ascoltare i loro discorsi coi servitori e colle donne, e, quando la sera prendono commiato dai famigliari, di seguirli lungo i corritoi oscuri o su per le scale tortuose, e riaccompagnarli in camera, a meno che, fatti da qualche dolce ragione sospettosi e gelosi, non ce ne chiudano l'uscio sul muso, e non tirino il chiavistello. Queste nozioni, i libri che ci si mettono di proposito non ce le danno. Si possono bensì racimolare qua e là nei novellieri, e così mi sono industriato di fare, ma è bene dove le cose parlano, lasciar parlare le cose, le quali la sanno lunga e sono al solito più sincere che gli uomini.
Innanzi di conoscere il Castellano, vediamo dunque di visitare il Castello. Il Castello del secolo XV, ha già alquanto dimesso della originaria spavalderia bellicosa. Ancora gli durano le torri e a taluno i fossati, ma le varie cinte che nei secoli precedenti lo fasciavano tutto intorno e gli toglievano l'aria e la vista, sono in parte cadute, ed in parte dimezzate per l'altezza, reggono gli stecconi delle pergole o danno appoggio alle spalliere. Noi dobbiamo però, se ci è caro averne una giusta mozione, imbrigliare alquanto la fantasia amplificatrice, la quale suole rappresentarci il castello feudale d'assai più vasto che in realtà non fosse. A mano a mano che la facoltà di muovere ed i mezzi di sostenere la guerra, vennero restringendosi dai signori di terre ai signori di Stati, il castello feudale, ove dimoravano i padroni, prese meno spazio ed apparve meno imponente. Coll'assodarsi delle monarchie, cessò ai signori il diritto di levar genti e la necessità di allogarle in chiusi recinti a guardia della Rocca. Gli apparecchi belligeri che sul principio del secolo XV alcuni signori amano ancora disporre intorno al maniero, ci stanno più a testimonianza di prerogative nobiliari che a pratica difesa. E perchè sono incomodi e costosi, ci durano poco, o perdurando sono causa che il padrone sloggi dalla antica e si fabbrichi nelle vicinanze una nuova dimora. I castelli dei privati signori che ancora ci rimangono di quel tempo, sono ben lontani dal fastoso apparecchio che un secolo e mezzo o due secoli più tardi fa delle ville signoresche altrettanti luoghi incantati, dove gli spaziosi giardini, le gradinate a terrazzi e gli alberi secolari diventano elementi architettonici e combinano insieme col palazzo ad una magnifica ed armoniosa veduta. Il giardino del secolo XV più si assomiglia ad un orto che ai lambiccati giardini del seicento e del settecento; esso è quasi sempre chiuso fra muraglie alte onde prende un'apparenza claustrale che non disdice all'ordinamento interno della casa. — Al di fuori, il castello ha un aspetto severo e spesso arcigno. Da una larga porta e per un atrio spazioso, si riesce nel cortile, lastricato a lastroni massicci, intorno al quale corrono le quattro pareti della casa aperte in portici e loggie e fregiati i muri con fascie a rabeschi e colori, con stemmi in pietra o dipinti, o con istorie figurate. Nel mezzo del cortile sta il pozzo o la cisterna, col parapetto fatto di pietre o marmi scolpiti, col tettuccio a colonnini, o colle staffe di ferro battuto a delicati fiorami, che reggono la carrucola. A volte, fra i monti dove si può condurre al castello qualche acqua sorgiva, in luogo del pozzo si trova una vasca che riceve zampilli dalla colonna che le sorge nel mezzo o pioggia abbondante di stille da un albero fronzuto di naturale grandezza, tutto ferro operato dalle radici alle foglie ed ai frutti. Sotto il portico, rasente il pieno muro, corre una lunga fila di panche fisse colla spalliera vagamente intagliata. E tra il sommo della spalliera e la vôlta, alcune pitture a fresco narrano a episodi la vita del castello e del borgo. Una ci mostra il corpo di guardia: nel fondo sta la rastrelliera cui pendono le armi, nel mezzo i soldati seduti al desco bevono, uno briaco fradicio dorme, altri giocano, due si accapigliano, e ad un capo della tavola una donna mostra all'amante la scena disgustosa per svogliarlo dalla intemperanza. Poi viene la bottega del beccaio, poi il mercato delle frutta e degli erbaggi, poi il sarto, poi lo speziale. Scene popolari e borghesi, tutte movimento, ispirate certo alla vista delle cose reali, testimonio preziosissimo delle costumanze locali, perchè la ingenuità della fattura, e una certa rozzezza artistica, attestano che il pittore ancora non conobbe l'arte nuova, che non attinse a maestri, ma s'industriò alla meglio di rappresentare le cose che gli stavano intorno.
Nel corpo della casa opposto all'entrata, od in quello che apre esternamente sui luoghi meno belli, meno soleggiati e meno in vista, stanno le cucine, le dispense, il tinello e gli altri locali dati al servizio, al bucato, e via dicendo. A seconda della maggiore o minor mole del castello e della sua giacitura, si trovano pure a pian terreno una o più camere fornite, ad uso di ospizio per i viandanti. Certe volte, queste camere, stanno in qualche fabbrica staccata e vicina, colle scuderie, i canili, le stalle ed il fienile.
La cucina ha nella vita signoresca di quel tempo una importanza grandissima quale noi a stento possiamo concepire, anche quando confrontiamo alle modiche nostre le formidabili mangiate di quei nostri maggiori. La Castellana pur sapendo di greco e di latino (caso, più raro assai, a mio giudizio, di quanto sia stato detto e di quanto si creda), scende ogni giorno alla cucina, bada direttamente alla spesa, e ne registra i conti in apposito libretto, combina col cuoco, o più comunemente colla cuoca, la lista del desinare, misura il vino alla servitù, vigila alla nettezza dei rami e delle stoviglie. Tutti i rami portano impressa l'arme della famiglia, come pure le brocche, le mezzine, i gotti, ed i piatti di stagno, e belle armi scolpite mostrano i monumentali mortai. — La cucina ha due immensi camini: uno raccoglie sotto le ali della cappa i fornelli, l'altro, il maggiore che ospiterebbe al coperto tutto quanto il servitorame, ha in un fianco, sotto la cappa, il forno, e dal lato opposto, aperto nel muro del fondo, il passa vivande, che guarda nella sala da pranzo. Questa la conosciamo: gli scrittori di storia, i novellieri, i diplomatici ed i poeti, ce ne hanno lasciato diligenti e riconoscenti descrizioni. D'altra parte il suo arredamento non ha quella stabilità che si incontra in ogni altro membro della casa, e a norma delle circostanze e degli ospiti, variano le tappezzerie, variano i mobili e variano sopratutto le argenterie ed il vasellame di cui, nelle occasioni solenni, il sire del Castello fa grande e non sincera mostra, togliendone a prestito da qualche vicino o parente.
Qui sopratutto da Principe a Castellano ci corre. Il Principe del Rinascimento, venuto in subitanea ed impensata grandezza, ama lo sfarzo degli apparati per naturale inclinazione artistica e per accorgimento politico. Egli sa che tanto più può quanto più è creduto potere, e del potere è visibile indizio la magnificenza. Inoltre, salito all'altissimo grado per virtù d'ingegno, egli pregia tutte le manifestazioni dell'ingegno umano, e gli ingegni stessi, onde si circonda di poeti e di artisti, ne stimola con danari ed onori l'attività, traendo dalla loro dimestichezza e dalle opere loro, come osserva il Burckardt, una nuova legittimità alla sua illegittima potenza.
Il Castellano, nobile di antica data, ha bensì ambizioni grandi, ma deve fare i conti colle rendite che il potere sovrano gli va continuamente assottigliando. Nè in tempi di così instabili signorie, e nella rapida decadenza degli ordinamenti feudali, egli osa fare vistosa mostra di ricchezze; onde, dei nuovi agi e delle nuove eleganze, ama piuttosto fruire in famiglia che procacciare agli ospiti il godimento. Perciò troveremo più ornate e ricche le camere di sopra, destinate al dormire e all'abitare, che la sala da pranzo e quella antica sala baronale che ancora occupa al piano terreno il maggiore spazio, ma che sia ostentazione di austerità, sia religione degli avi o sia piuttosto il trovarcisi a disagio, il padrone lascia, per lo più, nuda, fredda e solenne quale l'ebbe dai padri.
Due scale mettono ai piani superiori della casa. Una, stretta, oscura e rotta da frequenti ripiani, è destinata al disbrigo delle faccende domestiche, l'altra spaziosa e chiara è riservata ai signori. Questa, o sale visibilmente dal cortile coperta di un tettuccio posato su pilastrini o colonnini, o si svolge in branche regolari con scalini larghissimi e di poco rilievo. Nell'Alta Italia non erano infrequenti le scale a chiocciola. Il Castello d'Issogne in Valle d'Aosta ce ne mostra una veramente bella e degna di studio. Ogni gradino s'impernia dall'uno dei capi in una colonna di granito sottilissima, e di là allarga a ventaglio il suo piano finchè infigge nel muro l'altro capo, più largo di un braccio. Rigirata sopra sè stessa, descrivendo un circolo che misura oltre quattro metri di diametro, quella scala, che pare empire colla sua elica enorme il cavo di una torre, ascende misteriosa, nascondendo, a chi sale, la persona che lo preceda di pochi gradini, ed ingrossando il suono di ogni passo e diffondendolo in quel vento continuo che rendono le spire di una conchiglia. La sera essa vi dà quella sottile inquietudine imaginosa, così piacevole agli adulti. Ogni passo ed ogni voce svegliano mille echi di passi e di voci che sembrano turbinare nel vano e salire e smarrirsi poi via per i solai tenebrosi. Vi scattano rumori secchi come il battere di un acciarino, spenti nell'attimo come la scintilla che ne lampeggia, vi corrono fruscii morbidi come di vesti che sfiorino la terra e rapidi come di persona snella che si rimpiatti. Se altri vi preceda colla lucerna, le muraglie, più che una luce, riflettono una bianchezza incerta simile a quella che irradiata dalle lampade degli altari fa più nera l'oscurità delle navate.
Le camere del primo piano, sono chiare e spaziose; i mobili pochi, ma ognuno di essi ha singolari pregi artistici. Gli intagli assottigliano il legno e gli danno la vaghezza e la leggerezza di un ricamo, senza scemarne punto la solidità. All'opposto di quanto segue oggidì, i meglio ornati non sono i mobili di pretto lusso, ma gli usuali, come i grandi stipi addossati al muro, le credenze, il seggiolone o cattedra che fiancheggia il letto, la cui spalliera, imperniata al telaio, può all'occorrenza scendere, e posando sui bracciuoli formare una tavola. Ai piedi del letto sta il cassone, o la cassapanca, ornata di intagli a fiori o figure, e con delicati fregi di ferro, alle maniglie ed alla serratura, quella cassapanca che fu argomento di tante argute ed inverosimili storie ai novellieri, nella quale le donne riponevano le vesti più sfarzose, poichè ancora non usava, o poco, di appenderle negli armadi. Il letto a colonnini, è coperto e fasciato di ricchissime cortine. Quando il signore conduceva la sposa al castello, la camera nuziale era tutta apparata a nuovo. Le altre camere della casa erano depredate per raccoglierne in quella tutti gli agi e le ricchezze. Si ponevano sul letto fin quattro materassi di bambagia, le lenzuola erano di tela, sottilissime, tutte trapunte di seta e d'oro, che doveva far ribrezzo a toccarle. Le coperte, di raso rosso, azzurro, cremisino, mostravano ricami di fili d'oro con le frangie d'ognintorno. Le cortine erano a liste alternate di velluto e damasco e tocca. Quattro origlieri lavorati maravigliosamente a ricami e trine aspettavano le nobili teste. Alle pareti, arazzi istoriati o vaghe stoffe sottili, a ghirlande di fiori. Nel mezzo sulla tavola un tappeto alessandrino, ed un tappeto, alessandrino pure, sul palco che reggeva il letto. E intorno i forzieri recati in dote dalla sposa, pieni di gemme, di monili, di stoffe preziose e di merletti.
Ma tale fasto durava quanto la intima convivenza dei coniugi, i quali, a breve andare, si riducevano entrambi in meno ricchi appartamenti, e spartivano fra di essi ed in seguito colla figliolanza le quattro materasse, che erano spesso le sole della casa, e delle quali più d'una volta i figlioli maschi ignoravano, finchè non menassero moglie, le tepide mollezze. Perchè, il lusso era grande, ma non pari al lusso le comodità, o, quanto meno, non le minute comodità, che tanto pregiamo ai giorni nostri.
Avevano, onde è a credere che pregiassero sopratutto le comodità di spazio, e grande e nuovissima a quei tempi, ricchezza di luce e di aria. Nei secoli precedenti, il castello era più ordinato a fortezza che a dimora, onde apriva non sulla campagna, ma sugli spazi compresi fra le varie cinte, strette e basse finestre. Ora ogni camera guardava intorno, oltre i recenti ruderi delle cinte, i campi ed il cielo e lasciava entrare per le ampie e frequenti finestre, i raggi, i profumi, i suoni che manda la natura. E quelle finestre, dalla profonda strombatura, dovevano essere la dimora consueta delle donne a giudicarne dai sedili a muro che le fiancheggiano e che solevano ricoprire di morbidi cuscini. Di là le castellane aspettavano il marito od i figliuoli reduci dalle caccie, non dalle caccie festose e squillanti, raro e costoso sollazzo dato ai rari ospiti e delle quali esse pure erano parte, ma dalle caccie quotidiane, rude esercizio di forza e di astuzia, consueta e quasi unica educazione che i padri davano ai figli. Di là anche, le giovani donne ammonivano il damo che s'aggirava cauteloso nei pressi del castello, e con segnali convenuti gli davano la posta. Se non che, a scapito della poesia romantica, ed a gioia grande del demonio, esse solevano pur troppo concedere e richiedere amore, a gente dimorante, per uffici che vi tenessero, nel castello, e la distribuzione degli appartamenti aiutava i raggiri infernali perchè le camere delle donne stavano tutte dall'un lato del castello e quelle degli uomini dall'altro.
La famiglia del signore teneva il primo piano della casa. Il secondo era destinato agli ospiti. Ciò dico, dei castelli, non delle abitazioni signorili della città, nelle quali erano di solito serbate pei forestieri molte camere al piano terreno.
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La mattina, all'alba, il cortile è pieno del vario popolo dei servi e dei valletti. Gli uni portano le provvigioni alle cucine, e gli altri forbiscono le armi od i fornimenti per le cavalcature, gli scozzoni strigliano i cavalli, il maggiordomo, sotto il portico, misura, pesa e registra il latte, le farine, le ova ed il pollame che i villani arrecano dalle prossime cascine. Nel secolo XIV ancora squillava, al levare del sole, il corno della torre maggiore. Ora quell'uso guerresco è dimesso. Il signore s'alza per tempo, poichè andò la sera innanzi per tempo, al riposo. Quando gli tocca levarsi ad ore insolite, egli ricorre allo svegliarino, che chiamavano allora oriolo col destatoio, del quale, verso la fine del secolo XV, già l'uso era quasi comune. V'erano anzi orioli di così sottile congegno, che all'ora voluta, non solamente risonavano stridendo, ma battevano l'acciarino ed accendevano la candela. Appena desto, il Castellano scendeva alle stufe, pel bagno, bella usanza dovuta alle Crociate e che si andò perdendo di poi, e fu ripresa che non è molto; indi attendeva a vestirsi coll'aiuto del domestico che si era tutta la notte giaciuto sul tettuccio accanto al letto padronale. Di dormir solo in camera non si attentava nessuno. All'ospite era squisita cortesia, offrire il Castellano un posto nel suo proprio letto. E sempre o una dama, o una vecchia fante, dormiva o nel lettuccio accanto o nel letto istesso della Castellana. Di questa singolare, e a giudizio dei nostri tempi, fastidiosissima usanza, sono piene le novelle. E poichè, bisogna pur dire ogni cosa, la domestica non si rimoveva di camera, nemmeno quando il rimanervi la riduceva a terzo incomodo; se non che i signori, quasi non avendola in conto di creatura umana, nulla curavano di lei.
Com'era vestito, messer Castellano faceva le prime devozioni prostrato all'inginocchiatoio, e la Castellana nel piccolo oratorio adiacente alla sua camera. Bello e raccolto luogo di preghiera, colla vôlta azzurra a crociere dorate e tutto stellato il cielo e colle pareti dipinte a figure preganti inginocchiate fra l'erbe ed i fiori di un prato. Spesso quelle devote imagini raffiguravano la Castellana ed il signore, riconoscibili all'arme di famiglia che portano sulle vesti, e in fondo al prato sorgeva l'imagine del castello, dalle cui torri ascendeva fra nimbi al cielo un volo di angeli e di santi.
Poi tutta la famiglia si raccoglieva ad ascoltare la messa ed a comunicare nella ricca e fastosa cappella, servita da un cappellano che risiedeva in castello, dopo di che Madonna dava una prima capata alle cucine, Messere alle scuderie o alla sala dell'armi dove attendeva ad armeggiare coi figlioli o cogli ospiti o cogli scudieri, e le figliole girellavano nel giardino cogliendo fiori e dedicandoli intenzionalmente a lontani od a prossimi sospiranti. Quando la casa non aveva ospiti, i giorni del bucato, la signora e le figliuole non disdegnavano scendere nell'orto a sciorinarvi i panni, e nemmeno sdegnavano portarveli stillanti nelle ceste a ciò destinate, o se non era l'orto era qualche alta terrazza vicina al tetto. Altro ufficio della Castellana e delle figliuole, è la cura delle tappezzerie e degli arazzi, che si tengono piegati su appositi scaffali nella stanza chiamata per l'appunto: la guardaroba delle tappezzerie, è collocata di solito all'ultimo piano il più asciutto della casa ed il meno polveroso. Le fanti vi passano intere giornate a spiegare, battere, rimendare e ripiegare i preziosi paramenti, ma tale è il loro valore ed in tale pregio sono tenuti, che per lo più vi attende direttamente la padrona. Ben inteso, che a queste piccole cure le Castellane non andavano vestite di broccato, di raso o di tocca, quali ce le soliamo raffigurare. Simili vesti passavano per eredità dalla madre alla figliuola, onde è a credere che non le portassero se non nelle grandi occasioni. In casa, anzi, il vestire era dimesso, forti panni paesani a colori oscuri, biancheria grossa ed ahimè mutata di rado, ed ai piedi certe grosse pantofole di panno.
Del signore poi non parliamo che tra le armi, la caccia, le scuderie e le visite ai poderi, Dio sa come si trovasse conciato la sera. Alle dieci della mattina uno squillo di corno annunzia il desinare. Anche nei giorni ordinari, sono molti e grossi piatti: carni di bue, di cinghiale, di capriolo, di montone, galline, fagiani, e via dicendo, condite e fatte piccanti da salse formidabili, tutte aromi e pizzicori mordenti, pepe, gorofano, cannella, ginepro, ambra, belzoino, noce moscata, anice ed altre nostrane ed orientali delizie, sulle quali primeggiavano pur troppo l'aglio e la cipolla. Tale copia, scelta, e condimento di vivande, sono fatte apposta per stimolare la sete cui provvedono le ben fornite cantine che non più contente del prodotto paesano, già accolgono una ricca varietà di vini italiani e forestieri cotti e crudi. Cocevano per conservarlo più a lungo, il vin greco di malvasia, venuto di Candia, che solevano condire con aromi. Fra gli italiani era famoso un certo vino di Piacenza che nessuno più conosce, se pure non proveniva dai colli di Voghera e di Stradella, e del quale facevano grande incetta anche le cantine francesi. Erano gustati assai i vini di Toscana e di Sicilia, e fra i piemontesi il Nebiolo ed il Caluso. Ma a leggere i novellieri, non pare che presso di noi le copiose e robuste bevute degenerassero o era caso raro, in quelle brutali cotte di che menavano vanto i signori di Francia e di Allemagna. I novellieri italiani parlano raramente di gente briaca, nè si sarebbero astenuti dal farlo, quando ne avessero trovato frequente argomento nella vita del tempo loro.
La tovaglia della tavola usava larghissima e pendente quasi fino a terra perchè i lembi cadenti facevano l'ufficio del tovagliolo che ancora non costumava, ed a quelli si forbivano i commensali. Sempre al cominciare e al finire del pranzo era data l'acqua alle mani. Acque profumate, di solito alla rosa; e di profumi facevano poi grande abuso in ogni momento della giornata. Innanzi di portare in tavola un piatto, la sospettosa vigilanza dei Castellani voleva che se ne facessero palesi assaggi, paurosi come essi erano di veleno, e usavano pure tenere sulla tavola specifici ed amuleti contro l'azione dei veleni. Il Cibrario scrive, che nell'inventario delle gioie di Carlo I duca di Savoia (l'anno 1480) è registrata: “u ne espreuve plaine de langues de serpans pour tenir sur la table pour eviter le venyn „ ed aggiunge che forse era destinata allo stesso ufficio, o ad ogni modo, era tenuta in conto di amuleto, una “ pierre, noire crapaudine, garnie a une chainette d'or „, compresa nello stesso inventario.
Dopo il pranzo che era protratto quanto più lungamente si poteva, il signore faceva quella siesta, che fu bazza per i novellieri. I fanciulli, dopo alcun tempo dato ad esercizi fisici, riparavano poi col pedagogo nella libreria (dove erano, caso raro, librerie), o nella stanza data agli studii. Si trovano ancora in parecchi castelli certe stanzette, all'ultimo piano, recanti sui muri, segnate in rosso, le figure elementari della geometria con scritture che datano certamente dal secolo XV. La Castellana e le figliuole riparavano nelle camere loro, ed attendevano, nella speranza di qualche visita, ad adornarsi. O forse in quell'ora le giovinette aggirandosi in ozio per la casa confidavano alle nude muraglie della scala e dei corritoi, i segreti movimenti del loro cuore, incidendovi motti, date, pensieri e sentenze amorose. O andavano rintracciando e rileggendo le sentenze scrittevi da altri che erano come lettere al loro recapito.
Il Castello d'Issogne serba molte di tali scritte che ci danno a conoscere il nome, ed in certa misura l'animo degli ospiti che vi dimorarono. Vi fu ospite un tale Escobar che segnò sulle pareti il proprio motto: Selon le pouvoir, colla firma e la data. Vi passarono pure un tedesco, Wolf. Sckonfletter, ed un francese, De Vateuil, il quale fa precedere al proprio nome queste parole sibilline: Non sans cause. Un messere P. Gran scrive: In Omnes et ad omnia fidus, e lo stesso Escobar di pocanzi tornatoci una seconda volta: No piedo mas fortuna, più non cerco fortuna, onde è a credere che l'avesse trovata, o che si fosse rassegnato a disperarne per sempre. E ancora l'Escobar sentenzia: Palabras de piuma lo viento le lieva. Poi vengono gli anonimi: Qualis homo talia opera. A mala fama caveas. Sic vive ut postea vivas. Ed i consigli igienici:
Carolus ægrotus faciunt ieunia morbum,
Ut recte valeas, Carole sume cibum.
Un altro tedesco apre l'animo con due versi così ingenui e sinceri che muovono a pietà.
Per non mostrar el mio dolore
Talvolta rido che crepe el cuore.
Thoma Druenwald. von Nuremberg.
Durante un periodo di tre anni, a giudicarne dalle date, si direbbe che sia passato nella valle e sul castello un vento caldo, tutto impregnato di olezzi stimolanti; un vento snervatore e tentatore, soffiato dal demonio per scombuiare l'animo delle castellane. Sui muri, abbondano sentenze d'amore ripetute a sazietà, scritte sempre dalla stessa mano, mano femminile, mano padronale e signoresca, poichè ebbe agio di confidare a tutte le stanze del castello la piena dell'animo. Quella che s'incontra più spesso dice: Omnia vincit amor, l'amore vince ogni cosa, sentenza che colma le distanze gerarchiche, ed afferma la assoluta sovranità del piccolo Dio. Un'altra dice: Non est amor imo dolor, mulieris amor. Non è amore, ma dolore, l'amore della donna. Dolore, è a credere, di virtù resistente; se non che la resistenza poco dura e l'amore finisce veramente per vincere ogni cosa, poichè l'anno appresso, la stessa mano scrive: Vivamus et amemus, grido di gioia spensierata, allegro ritornello di una canzone forse malinconica. Infatti, in poco d'ora, l'idillio si chiude in elegia e l'angoscia esce in lamenti in ogni parte della casa, colle scritte: In me turbatum est cor meum, in me turbato è il mio cuore, e: Meror et dolor venerunt super me: il pianto ed il dolore vennero sopra di me, le quali si incontrano in ogni dove, sulla scala, negli anditi, nelle camere delle donne.
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Riprendiamo la nostra giornata.
Quando capitavano visite, o v'erano ospiti in casa, verso le due, tutti convenivano o nel giardino o nel parlatoio, e là si trattenevano confettando e bevendo. A questa specie di lunch erano rosoli, marmellate, bocche di dama, pasticci, uccelletti arrosto, e le migliori frutta della stagione. La Castellana apprestava canzonieri scelti ed ogni sorta di lodevoli istrumenti, ed erano musiche e canti di madrigali fino all'ora della cena, che batteva tra le quattro e le cinque pomeridiane, ed era il maggior pasto della giornata.
Delle caccie, delle cavalcate, e di altri fastosi e festosi sollazzi non parlo, perchè, come ho detto in principio, essi meno appartengono alla vita privata che alla pubblica, e perchè troppo già furono e maestrevolmente descritti, e d'altra parte richiederebbero troppo lungo discorso. Basti dire, che verso la fine del secolo troviamo le prime carrozze o carrette come le chiama il Bandello, ma erano poche, e non usavano che nelle città. Non avevano molle, ma portavano fregi ricchissimi e dorature, ed erano ricoperte di stoffe maravigliose. Le tiravano, a seconda dei casi, due, quattro, sei, otto cavalli, dei quali i più pregiati erano i Frisoni ed i Corsieri del Regno di Napoli.
Molti e vari erano i giuochi da tavola, il trictrac, gli scacchi, i dadi, le carte, che servivano al Picchetto ed all'Homo, un giuoco portato di Spagna, ed i tarocchi, che non furono già come si volle inventati a svago dal re Carlo VI di Francia, ma vennero d'Oriente, a segno che un moderno dottissimo ma fantasioso negromante, l'Eliphas Levi, ravvisa nelle figure del pazzo, del carro, della giustizia, della morte, del mondo, delle stelle, e via dicendo, i segni cabalistici del libro di Salomone.
Ma di tali giuochi, eredità del fosco Medio Evo, e delizia poi della grossa nobiltà dei secoli XVII e XVIII poco si diletta il nostro castellano. Egli preferisce il pallone, o la più domestica partita alle boccie in cortile o sul prato, cogli scudieri, col cappellano o col pedagogo. Già non è a credere che quelle menti non provassero quel continuo bisogno di attività e di applicazione, che agita le nostre. A furia di voler noi ammazzare il tempo, il tempo si vendica e ci ammazza: quelli lo lasciavano vivere, e si ristoravano delle cercate fatiche fisiche, abbandonandosi ad una specie di assopimento intellettuale. Agitate e pronte erano le menti nelle città e quelle dei fortissimi avventurieri che in quel secolo e nel seguente disfecero e crearono stati; ma se da essi procede e di essi parla la storia, non se ne deve indurre che gli animi in generale e gli ingegni dei signori somigliassero ai loro. Essi diedero la scalata alle signorie, poichè ne ebbero abbassato il prestigio, e la dappocaggine dei molti fu appunto argomento e giustificazione al prevalere dei pochi. Io per me credo, che in tale dappocaggine sia da cercare la ragione dei corrottissimi costumi femminili di quel tempo. Dalla decadenza romana a noi non s'incontra altro periodo di così largo rilassamento morale. Nè la religione poteva oramai fare argine allo sfrenarsi delle passioni. Al tempo del carnevale, era lecito ai religiosi di rallegrarsi, onde i frati tra loro recitavano commedie, e di qual fatta!, e suonavano e cantavano ballando, e alle monache non si disdiceva, quei giorni, vestirsi da uomini, colle berrette di velluto in testa, colle calze chiuse in gamba e colla spada al fianco.
È davvero inconcepibile come in mezzo a tanto rinnovamento di studi e gentilezza di coltura le donne parlassero lo sboccato linguaggio che loro attribuiscono gli autori di commedie e i novellieri. Il Boccaccio è di gran lunga più riguardoso. Nelle Cene del Lasca, troviamo narrata da una donna, Amaranta, e con minutissimi particolari, la sconcia beffa fatta da un giovine ricco e nobile al suo pedagogo, ed essa è tale che nessuno artifizio di stile potrebbe farmi lecito di raccontare. E quella del Lasca a sentirlo era compagnia che sapeva di greco e di latino. Dicono: erano più sinceri di noi. Ma, astrazion fatta della morale, la verecondia è più una grazia che una virtù, ed è grazia sopratutto di gente colta. Nè Virgilio, nè Orazio, nè Catullo, nè Ovidio, nè lo stesso Giovenale, potevano apprendere a quelle dame ed a quei cavalieri somiglianti modi, onde è lecito sospettare che la vantata coltura fosse meno diffusa di quanto si crede, sicchè la gentilezza dei pochi nulla potesse contro la rozzezza dell'universale. Ed è certo poi che fra i meno colti, era il mio signor Castellano. Il quale, venuta la sera, si riduceva accanto al fuoco, in sonnacchioso silenzio, e le donne fatte alcune lente danze al dubbio chiarore delle fumose lucerne, prima novellavano alquanto fra di loro, indi infilavano in cerchio pater noster ed ave Marie, ed il cappellano dava loro lo spunto. Poi i valletti mescevano al signore il vino del sonno, e Madonna e Messere ognuno dalla sua ed in diversa e servile compagnia andavano a letto.
E a me non rimane che augurare tranquille notti a quei morti, e gioconde giornate a questi vivi.
LA VITA PRIVATA DEI FIORENTINI
DI
GUIDO BIAGI.
Signore e Signori,
Quale fosse la Firenze del Tre e del Quattrocento non è facile immaginare. A riguardarla dall'alto, da uno di quei colli che le fanno ridente corona e oggi son per lei mutati in altrettanti giardini, mentre forse allora nereggiavano d'alberi folti, di macchie e di scopeti, appariva come una bruna massa di torri merlate, cinta di mura e di baluardi. I pubblici edifizi che noi ammiriamo, le aeree cupole delle chiese, i campanili, nella cui voce è il palpito della vita d'un popolo, non ancora drizzavansi tutti nel fondo azzurro del cielo, come le antenne poderose d'una nave a più alberi. La terza cerchia, quella istessa che noi vedemmo abbattere, non era interamente compiuta, e l'Arno faceva il suo gorgo dove è ora la Piazza di Santa Croce, sboccando tra il Ponte a Rubaconte e il Castel d'Altafronte.
Questo a' primi del Trecento, quando la piccola chiesa di Santa Reparata durava tuttavia e di Santa Maria del Fiore era ignoto il nome; e nel luogo dove sorse la Loggia d'Orsammichele tenevasi il mercato delle granaglie, e il campanile cominciato da Giotto e che da lui prese il nome, non era ancor stato condotto fino alle ultime finestre da Francesco Talenti: soltanto di sulla torre del Palazzo dei Priori, già la grande campana del Popolo, “la Vacca„, mugliava, facendo in alto echeggiare il dolce suono della libertà[1].
Le miniature del Biadajuolo, raffresco del Bigallo, appena ci danno un'idea della Firenze di quegli anni. Sono rappresentazioni fantastiche, dove la prospettiva è ancora ignota, e i tetti di color rosso vivo staccan di tono dalla selva delle torri che s'intrecciano e si accavallano. La tavola di Domenico di Michelino, che si vede in Duomo, vorrebbe mostrarvi la Firenze di Dante, la cui figura spicca nel mezzo del quadro; ma anche cotesta è una Firenze immaginaria, quanto il Purgatorio e l'Inferno che l'artefice le ha dipinti da presso. Una veduta della città, ma assai più recente, troviamo nella tavola che il Botticelli compose per Matteo Palmieri; una tavola, il cui soggetto tolto dal poema di lui la Città di vita, parve quasi ereticale; perchè il pittore, dipingendo la Vergine Assunta nella gloria del cielo, circondata dalle più sublimi visioni dell'idealità femminile, creò schiere di angelesse così formose, da far giustamente temere per i futuri amori degli angeli. Ma il paesaggio che serve di sfondo alla meravigliosa composizione, sfuma nella lontananza e nell'ombra d'un crepuscolo dorato, e al desiderio nostro non giova. Il quale potrà soltanto appagarsi più tardi, quando nelle Cronache di Norimberga scorgeremo una pianta della città quale era alla fine del Quattrocento.
Ma a rappresentarci Firenze dal Trecento a' più gloriosi giorni del Rinascimento, quando i tesori raccolti in tutto il mondo da' suoi mercatanti versò nella creazione di monumenti immortali, proseguendo le tradizioni delle arti inaugurate per mano di Arnolfo, di Giotto e dell'Orgagna[2]; a rappresentarci lo scenario e la scena ch'io vorrei popolarvi con le figure d'artieri, di mercanti, di donne, di chierici, di trecche, di poeti, di novellatori, d'uomini d'arme, di forosette, di villani, di donzelli, di cavalieri, che mi s'affollano nella lanterna magica del cervello e che vorrei potervi dipingere in questo quadro della vita privata; a darvi un'idea viva se non compiuta, a darvi come una visione della storia del nostro popolo, che dalla rozzezza antica si condusse ai raffinamenti della Rinascenza, non basterebbe tutta l'opera d'un artista che fosse insieme storico, archeologo e poeta; non basterebbe — Dio ci liberi! — un corso intero di conferenze ideali, fatte con la parola e illustrate con il pennello. Ma finchè la donna, che ne è maestra, non abbia reso obbligatorio l'insegnamento per gli occhi dovremo contentarci di saggiare appena un così gustoso argomento, scegliendo nei vecchi libri di ricordanze, nelle cronache domestiche, nei carteggi, nei novellieri e nei poeti qualche particolare men noto, qualche aneddoto, qualche notizia che ci sembri meglio opportuna, per cogliervi alcun aspetto della vita in quegli anni, così remoti anche dalle nostre immaginazioni.
I.
Accanto ai massicci palagi di pietra, sicuri come fortezze, su cui si levavan fiere le torri merlate; nelle vie strette e tortuose dove la grand'ombra di quelle moli incombeva triste e paurosa, sorgevano le casette piccole e basse, con il tetto coperto di paglia, con le impannate alle finestre, con le grosse imposte di legno, sempre esposte ai pericoli del fuoco; onde Paolo di Ser Pace da Certaldo consigliava tener sempre pronte “dodici saccha grandi buone per sgombrare quando fuoco fosse ne la vicinanza tua o presso a te o a casa tua„ e uno “canape che sia lungo dal tetto in terra per poterti calare da ogni finestra„[3]. Le vie, piene di polvere, eran spazzate dall'acqua che correva come un fiumicello[4] dentro e fuori il rigagnolo, dove s'ingrufolavano, scrive il Sacchetti, quegli animali che sant'Antonio avea in i protezione, ed entravan poi nelle case altrui a portarvi il disordine e lo scompiglio[5]. Nè quelle case erano un modello di pulizia: si spazzavano una sola volta la settimana, il sabato, e negli altri giorni le immondezze si cacciavano sotto il letto, dove era d'ogni cosa un poco: bucce di frutta, torsoli, ossa, pelli scorticate, polli vivi, oche gracchianti e abbondanza di ragnateli. Erano modeste dimore di gente che si contentava del poco e più che ai conforti e godimenti della vita badava ai guadagni: gente antica, se di buona stirpe, che passava la vita uccellando e cacciando piuttosto in contado, nelle proprie tenute, che in città; gente nuova che nelle arti e nella mercatanzia cercava far la roba. L'avolo di Messer Lapo da Castiglionchio, che avea sua abitazione in sulla porta di Messer Riccardo da Quona, là dalle Colonnine, usava far serrare la porta della città a una vecchia serva, buona e lealissima, che glie ne riponeva le chiavi nella sua camera[6].
Firenze intanto cresceva man mano che aumentava la proprietà de' cittadini. Le vecchie case di legno o coi tetti di paglia eran spesso distrutte dal fuoco. Tutta la città si commoveva e tutta la gente, ad ogni incendio che divampasse, era sotto l'arme e in gran guardia[7]. Anche la Signoria, per abbattere con minor spesa le case dei condannati, usava darle alle fiamme e poi pagare i danni degl'incendi che si propagavano[8].
E come incendi avvampavano le passioni: le vendette, le risse, le turbolenze tingevan di sangue le vie; e le paci tra gli avversi consorti si celebravano con feste e conviti. Il Comune “fiero e in caldo e signoria„ raddoppiava le forze; e debellati i nemici esterni, “i mercanti della città vincitrice guidavano, nuova maniera di trionfo, i loro muli, carichi de' panni di Calimala e delle seterie di Por Santa Maria, attraverso a' monti e a' piani poc'anzi battuti dalle cavalcate e da' soldati de' loro eserciti; portavano l'oro e l'ingegno fiorentino nelle città, sotto alle cui mura avevano ondeggiato, fra le armi, le libere insegne di questo popolo grande„[9].
II.
Mercato vecchio era il cuor di Firenze; e pareva allora la più bella piazza del mondo[10]. Chi ne legga le lodi nel capitolo di Antonio Pucci, chi ne cerchi i fatti di cronaca quotidiana nelle novelle di Franco Sacchetti, può avere un'imagine di quella vita cittadina che si contentava di così piccola scena. Quello, il vero emporio d'ogni commercio, il ritrovo de' bottegai, de' commercianti, degli oziosi, de' giuocatori, de' villani, de' medici, degli speziali, de' malandrini, delle fantesche, de' gentiluomini, de' poveri, delle trecche, dei rivenduglioli, delle brigate allegre e spendereccie. Quivi robe d'ogni genere e sorte: le carni fresche, le frutta, i formaggi, i camangiari, l'uccellame, i pannilini, la cacciagione, i fiori, le stoviglie, le botti, la mobilia usata. I monelli, anche allora terribili, vi stanno come in casa loro: i grossi topi vi fan carnevale; la gente vi trae da ogni parte. Ogni giorno si leva qualche romore: un cavallaccio s'imbizzarrisce per una ronzina, e tutti gridando accorr'uomo, la Piazza de' Signori s'empie di fuggiaschi, serrasi il Palagio, armasi la famiglia, anche quella del Capitano e dell'Esecutore, e questi per la paura nascondesi sotto il letto, e, quetato il tumulto, n'esce fuori coperto di ragnateli; due muli beccati da un corvo cominciano a tempestare; saltan sui deschi, si serrano le botteghe e nasce grande contesa fra i lanaiuoli e i beccai per i danni fatti da quelle bestie furiose.
Ma talvolta accadono anche serie questioni: i barattieri, tenitori di giuoco, vengono alle mani:
E vedesi chi perde con gran soffi
Bestemmiar, con la mano alla mascella
E ricevere e dar di molti ingoffi.
Ed allor vi si fa con le coltella,
Ed uccide l'un l'altro, e tutta quanta
Si turba allora quella piazza bella.
Si rinnova la scena raffigurata in un affresco del monastero di Lecceto, vicino a Siena. I tre dadi caddero sulla tavola in modo che un de' giuocatori è perdente. Egli sorge in piedi, esacerbato da quel colpo dell'avversa fortuna, e afferra il vincitore per la gola, stendendo il braccio. E l'altro, fattosi pallido per l'ira e lo spavento, si cerca indosso l'arme vendicatrice. La bestemmia prorompe sui labbri de' contendenti; le grida degli astanti, delle donne, de' fanciulli echeggian paurose: “Accorr'uomo, accorr'uomo!„ — La folla indietreggia sbigottita, e quando l'Esecutore arriva — sempre tardo — co' suoi famigli, la vittima è a terra, distesa in un lago di sangue.
III.
Questi i drammi, i “fatti diversi„ d'allora, che turbavano la pace della semplice vita di quei nostri bisavoli. Perchè, la novella borghese, che tenea l'ufficio delle odierne gazzette, rare volte ci narra queste scene crudeli. Piuttosto si piace di raccontarci le beffe, le burle, onde allegravasi il popolo motteggevole; perenne argomento di queti ragionari, al canto del fuoco, presso gli alari dei grandi camini, sotto la cui cappa annerita raccoglievansi le famiglie, prima che sonasse l'ora di spegnere i lumi, quando chi andava a letto “il sezzaio[11] erasi accertato fossero ben turate le botti„ e “l'uscio e le finestre serrate„.
Non parea vero di ridere, di scordare le paure dell'oltremondano, onde gli spiriti erano stati depressi: e già l'incredulità de' nuovi tempi cominciava a metter fuori le corna, burlandosi de' cherici, e un tantino de' miracoli e di molte altre imposture. I motteggiatori, i burlevoli, che d'altrui si prendevan sollazzo e cercavano gabbare il prossimo e il mondo, si dicevano “nuovi uomini„ e “ nuove cose „ le loro malizie. I deschi e le botteghe di Mercato Vecchio, i fondachi di Calimala, le loggie che sorgevano allora presso i palagi, dove la gente stava sui banchi a conversare, echeggiavano di fresche risate argentine; cui rispondevano i crocchi femminili, bisbiglianti sulle porte di casa. Gli artisti, o come li chiamavan gli artefici, erano i più sottili architettori di coteste burle ingegnose, immaginate fra una pennellata e un colpo di stecca. E ne durò la memoria molti anni, tanto che il Vasari parecchie ne raccolse nelle sue Vite, di quelle che i novellieri non avevan consegnate alle lor cronache cittadine.
“Sempre fu che tra' dipintori si son trovati di nuovi uomeni„[12] scrive il Sacchetti; e Bonamico Buffalmacco immortalato nel Decameron, e Bartolo Gioggi, e Bruno di Giovanni, e Filippo di Ser Brunellesco e Paolo Uccello e Donatello, ci fan tornare a mente le burle fatte a Calandrino, al Grasso legnaiuolo, e a tanti altri che furon vittime di così spietati begliumori[13]. Ma la voglia matta di ridere e sollazzarsi, s'appiccicava anche alla gente più grave; e dalle botteghe degli artefici entrava in quelle degli speziali, e attaccavasi a' medici, a' giudici, a' procuratori, e saliva in Palagio a rallegrare i Priori della malinconia di star chiusi, lontani dalla moglie e dalla famiglia. — Semplici uomini e semplici costumi, che ancor sapevano della rozzezza antica: la Signoria dormiva in una camera sola, e ciò era incentivo e occasione agli scherzi[14]; e il proposto dei Priori poteva andare in persona alla cucina a cuocersi sulla brace una fetta di carne[15]. La burla, lo scherzo rasentava talora la truffa; ma una buona risata dava torto a chi aveva avuto colle beffe anche il danno, e tutti pari. Perchè a quegli anni, quand'ognuno pensava a sè, a' casi proprii, al proprio interesse, la gente non aveva pietà o compassione pei gonzi. Le più sottili malizie erano anche permesse ai mercanti, e quei di Firenze eran famosi per la gran furberia.
Racconta il Sacchetti quel che intervenne ad un Friulano, che aveva nome Soccebonel, e che andò a comprare panno da un di costoro. Ne misuran quattro canne, e il fiorentino glie ne mangia una mezza. Poi, per ricoprire l'inganno, gli dice: “Vuo' tu far bene? attuffalo in una bigoncia d'acqua, e lascialo stare tutta la notte, sì che bea bene, e vedrai poi panno ch'el fia.„ — Soccebonel così fa, e poi manda il panno al cimatore. “Soccebonel va per esso e dice: Che dei tu avere? Dice il cimatore: E' mi par nove braccia: da' nove soldi. Dice costui: Come nove braccia? oimè! che di' tu?„ Lo rimisurano; ma il panno non cresce. Soccebonel va dal ritagliatore, va di qua, va di là. E uno gli dice: “Questi panni fiorentini non tornan nulla all'acqua.„ “Uno comprò un braccio di panno fiorentino, e la sera l'attuffò, come tu facesti questo, in un bigonciuolo d'acqua, e lasciovvelo stare tutta notte; la mattina, lo trovò tanto rientrato, che non c'era più nulla„[16].
IV.
Ma i codici de' mercanti, chi li cerchi e li legga tra la polvere degli archivi e delle librerie, paiono disdegnare simili imbrogli. In quelle carte che cominciano tutte “al nome di Dio amen,„ piene di “buoni asempri e buoni chostumi e buoni proverbi e buoni amaestramenti„, troviamo precetti teorici ispirati alla più rigida e severa moralità. Scrive un di cotesti savi: “Tieni a mente quando ài a dare alchuna sentenzia di darla diritta, e leale, e giusta, e di questo non ti rivolgere mai nè per prezzo, nè per amore, nè per paura, nè per parentado, nè per amistà, nè per compagnia....„, perchè la persona “contro cui la darai fia tuo nemico e quei cui tu servirai non t'avrà nè per leale, nè per diritto, anzi si guarderà sempre di te e vitupereratti sempre.„ Ma subito, più sotto, leggiamo: “S'hai bisogno in piato o in altro tuo fatto dell'amistà d'alcuno signore o di rettore di terra, — ti dico che co' presenti s'acquista molto agevolmente. Guata chi è di sua famiglia, più suo segretario e con quel cotale prima ti domestica, e dona a lui alcuna cosa, e poi a lui chiedi aiuto e consiglio ed e' t'insegnerà a venire in amore del suo signore e presentargli quella cosa di che e' sentirà che sia più vago„[17].
E non basta; la morale pratica porge ancora più opportuni consigli: “Quando comperi biada, guarda che non ti sia empiuta la misura a un tratto, che sempre ti calerà 2 o 3 per cento; e quando vendi il fa', e cresceratti la tua biada„[18]. — “Di' sempre bene di quelli che reggono il Comune. Sta' sempre bene co' tuoi vicini, però che de' tuoi fatti e' sono sempre domandati prima di te, e negli onori e ne' disonori e' póssonti molto nuocere e giovare.„ E così consigliavano e ammaestravano i figliuoli, che crescevano destri ed esperti e consumati nell'arte del saper vivere, fra mezzo a gente che della vita conosceva le malizie e gl'inganni. Nè è meraviglia che un predicatore, per far gente e non parlare al deserto, annunziasse voler proclamare dal pergamo che l'usura non è peccato[19], anzi “è sovvenimento„, e così avesse tutta la quaresima “infino a Domenica dell'olivo„, attento e affollato uditorio.
La famiglia che allargavasi e alleavasi nella consorteria, aveva unico fondamento la proprietà, guarentita da una selva di leggi e privilegi. Il padre era padrone dispotico de' beni personali: poteva lasciarli a chi meglio volesse, anche a' nipoti o ad alcun luogo pio[20], anche ai figli dell'amore cresciutigli in casa. Così per testamento: e si comprende di colpo l'importanza che aveano allora i notari ed i chierici. Le donne, succedendo ab intestato, avean soltanto diritto al quarto de' beni dei loro figliuoli: in ogni caso, ai semplici alimenti. Tutto cospirava a preservare l'integrità del patrimonio, ad impedire che uscisse fuori della famiglia, della consorteria, del comune.
Giova ripeterlo: l'interesse, in quella società di mercanti, avidi di far la roba, era d'ogni azione legge suprema. Sarebbe ingiustizia cercarvi le sentimentalità della famiglia moderna, in cui alla donna è riserbato così larga e così nobile parte, così degni e teneri uffici.
Quelle povere madri fiorentine dovevano starsi contente alle modeste ingerenze consentite loro dalla tirannia de' mariti, e vivere, o menar la vita, nell'uggia delle sordide case, allevando i figliuoli, “vicitando„ la chiesa, e confessando a' frati i molti peccati di desiderio.
Le fanciulle, le ragazze che oggi ci dan tanta pena, nemmeno dovevano imparare a leggere: “S'ella è fanciulla femmina, ponla a cuscire e none a leggere, che non ista troppo bene a una femmina saper leggere, se già non la volessi far monaca„[21]. I monasteri erano, come furono molti secoli, il rifugio di coteste meschine, com'eran la provvidenza delle troppo numerose famiglie. Aver venti e più figliuoli, parea la cosa più naturale del mondo; se campavano: “Iddio n'abbi lode e grazie„; se morivano: “Di tutto sia lodato Iddio, amen„[22]. I libri di ricordanze, le cronache domestiche, al tempo delle grandi morie, registrano così le morti come le nascite con una serenità che oggi, alle trepide madri, sembrerebbe cinismo. E anche ci porgono testimonianze preziose di fatti più singolari, dell'intrusione nelle famiglie d'un nuovo elemento, che ne offusca la vantata purezza. I critici più benevoli ne trovano la ragione nel “gran vuoto fatto dalla mortalità nelle plebi cittadine e nei campagnuoli„, onde non bastando “la lusinga del poco salario„ a cavare dal popolo i domestici e le fantesche, “fu d'uopo cercare nel commercio esterno la maniera di supplire alla loro rarità„[23]. Ma piuttosto i commerci con l'oriente, e la vita randagia de' mercatanti e la cresciuta ricchezza, furono eccitamento a quel traffico degli schiavi e delle schiave, che durò in Firenze per ben due secoli dopo il XIV[24]. È un tasto doloroso che pur dobbiamo toccare, a rischio di cavarne alcuna nota stridente; ma anche in un quadro son necessarie le ombre per concedere maggior risalto alle figure cui si vuol dare evidenza e rilievo. — Ma non temete! anche un artefice inesperto non dimentica il “fren dell'arte„; nè vorrei io, dinanzi a voi, empir la breve mia tela con una mostra impudica di nudità.
Le schiave orientali, comprate, come carne da traffico, quasi sempre a mezzo di sensali genovesi, veneziani, pisani e napoletani, e per lo più tartare, greche, turche, schiavone e circasse, non erano — rassicuratevi — archetipi di bellezza. I registri dove i nostri segnavano, insieme coi nomi, con l'età e con il prezzo, i connotati del volto e della persona[25], ce ne fan fede. Quasi tutte avean pelle olivastra, sebbene si trovassero anche schiave di carnagione rossa, sanguigna, rubiconda e qualche volta fin bianca. E sul viso non mancava mai alcun segno particolare: chi era butterata, chi l'avea sparso di moltissimi nèi, chi sfregiato da qualche cicatrice. I nasi eran generalmente schiacciati, i labbri grossi e sporgenti, gli occhi scerpellini, le fronti basse e lentigginose[26]. E a questi tocchi in penna de' notai pedanti e minuziosi, corrispondono alcuni ritratti che ne rimangono. Un curioso libro, il Memoriale del Baldovinetti, dove codesto antenato del famoso pittore usava illustrar con figure le sue ricordanze, ci ha conservato i profili delle tre schiave da lui comprate negli anni 1377, 1380 e 1388; la “Tiratea overo Doratea tartara da Rossia, giovane di 18 anni o più„, la “Domenica, è de pelle bianca ed è de proxima de Tartaria„, e la “Veronica giovane di 16 anni„, “comperála quasi ignuda da Bonarota di Simone di Bonarota,„ un antenato di Michelangiolo; ma la Dorotea, la Domenica e la Veronica avrebber potuto benissimo — un po' invecchiate — servir di modello al futuro Buonarroti per le Tre Parche.
Coteste donne, o brutte o belle che fossero, entravano nelle famiglie de' Fiorentini ricchi per attendere ai più umili uffici, e badare ai bambini: e davano un gran pensiero, per ogni conto, alle povere massaie. Il sonetto del Pucci “le schiave ànno vantaggio in ciascun atto. E sopra tutte l'altre buon partito,„ ce ne spiega maliziosamente alcuna ragione, e ci dice che spesso sapean dare alle padrone “scacco matto„. Le quali, come confessava parecchi anni appresso l'Alessandra Macinghi, si vendicavano col metter loro “le mani addosso„. Pure anche allora non potean farne a meno: erano le bambinaie e le bonnes di quei tempi; e la Strozzi scriveva al suo Filippo in Napoli: “E pertanto ti ricordo el bisogno; che avendo attitudine averne una, se ti pare, tu dia ordine d'averla: qualche tartera di nazione, che sono, per durar fatica, vantaggiate e rustiche. Le rôsse, cioè quelle di Rossia, sono più gentili di compressione e più belle; ma a mio parere sarebbon meglio tartere„. Nè per questa scelta potea Madonna Lessandra trovar chi più di Filippo avesse la mano felice: il quale presso di sè tenea da vario tempo una schiava “che sapeva così ben fare„[27], di cui essa il 7 aprile 1469 aveagli scritto: “Avete costì Andrea e massime Tommaso Ginori, che venne el dì della Pasqua e me n'ha detto molte cose.... e così della Marina, dei vezzi che ella ti fa „. E un anno appresso, con accento piuttosto ironico: “Mandávi gli sciugatoi.... fatene masserizia che non si perdino; che madama Marina no' gli mandi a male„. Dove vediamo che con i vezzi e le astuzie sapevan coteste donne cattivarsi i padroni e diventar madame, e meritarsi, come appunto cotesta Marina, la libertà e per “le buone fatiche et buoni portamenti„[28], alcun'assai liberale disposizione testamentaria.
Meno male: peggio quando, come accadde a Francesco Datini, le cui beneficenze verso i Pratesi non fan dimenticare le gravi colpe ch'egli ebbe verso la moglie, — peggio, quando cotesto trafficato sangue di tartare e di russe si mescolava con quelli, sin allora schietti, delle antiche e libere stirpi!
V.
Ma ritorniamo nelle aure pure della famiglia, dove con le ricchezze accumulate eran, pur troppo, entrati i mal germi, onde si corruppe e disfece più tardi la vita e la coscienza italiana. Fra il Tre e il Quattrocento era seguito un gran crollo: il rinnovarsi dei tempi e de' costumi, già anelanti e vagheggianti la scioltezza del vivere che si sbrigliò nel Rinascimento, aveano intepidito la fede, smagato la religione, e la gente parea soltanto intendere ai godimenti mondani. Le lettere del Mazzei ce ne porgono testimonianza: il buon notaio di Prato è il savio d'un'“anima rozza„ e d'un “cuore agghiacciato„[29]: quel suo amico Datini, diciamolo aperto, è il più esoso tipo di mercante che ci abbia dato quel secolo. Ser Lapo è uno spirito ascetico, timorato, un uomo di buona e antica fede, un moralista convinto. In quelle Lettere ci par di vedere alle prese il peccatore ribelle col sant'uomo, che vuol condurlo ad una buona morte, alla redenzione delle colpe terrene. È la lotta del sentimento religioso con lo spirito di materialità de' nuovi tempi, che sfolgorò nella gloria della Rinascenza, ma che dopo così mirabili splendori lasciò nelle anime degl'Italiani un buio ed un vuoto paurosi. Da coteste tenebre, purificatosi nei secoli di servitù, maceratosi nelle vigilie del pensiero, l'uomo moderno doveva risorger più tardi.
Ritorniamo in famiglia nella casa fiorentina, dalle cui finestre “le schiavette amorose scotevano le robe la mattina, fresche e gioiose più che fior di spina„[30]: nella casa dove la buona massaia godè appena pochi mesi felici, dopo le nozze, mentre poi dovè noverare gli anni del matrimonio da' nomi dei figliuoli che le crescevano intorno e le ricordavano, ciascuno, qualche lunga assenza del marito, andatosene a trafficare oltremonte od oltremare.
La giovenile freschezza appassiva, e, come scrive il Sacchetti, “la più bella che sia, in piccol tempo, come un fiore, vien meno, e diventa secca nell'ultima vecchiezza e in fine doventa uno teschio„[31]. È naturale cercassero con l'arte correggere la natura e porre riparo ai danni del matrimonio, e non soltanto per vanità. Perfino i maestri dipintori come Taddeo Gaddi, s'accordavano nel giudicare con Alberto Arnoldi[32] che le donne fiorentine “sono i migliori dipintori del mondo„. “E fu mai dipingere, che su 'l nero, o del nero facesse bianco, se non costoro? E qual artista, o di panni, o di lana, o dipintore, è che del nero possa far bianco? certo niuno; perocchè è contro natura. Serà una figura pallida e gialla, e con artificiali colori la fanno in forma di rosa. Quella che per difetto, o per tempo, pare secca fanno divenire fiorita e verde. Io non ne cavo Giotto, nè altro dipintore che mai colorasse meglio di costoro; ma quello che è vie maggior cosa, che un viso che sarà mal proporzionato, e avrà gli occhi grossi, tosto parranno di falcone; avrà il naso torto, tosto il faranno diritto; avrà mascelle d'asino, tosto l'assetteranno; avrà le spalle grosse, tosto le pialleranno; avrà l'una in fuori più che l'altra, tanto la rizzafferanno con bambagia, che proporzionate si mostreranno con giusta forma. E così il petto e così l'anche, facendo quello, senza scarpello, che Policreto con esso non avrebbe saputo fare.... Insomma le donne fiorentine sono maggiori maestre di dipignere e d'intagliare, che mai altri maestri fossono, perocchè assai chiaro si vede ch'elle restituiscono dove la natura ha mancato.„ — Nè di ciò possiamo o vogliamo riprenderle: unica libertà, onde godevano, mascherarsi da giovani e felici, rifarsi lieto e fresco il volto, quando spesso il cuore piangeva, in vedersi d'intorno e da presso altri visi di donna. Anche amavano variar le fogge, le mode, le “portature„, e in ciò sfogavano la loro ambizione. I lodatori dell'antico, cominciando da Dante, le biasimavano di tanta volubilità, ingrata fino ai novellieri moralisti, ingratissima ai rettori, a quel governo di mariti che volentieri avrebbe lesinato su codesto lusso delle mogli.
“Se un arzagogo apparisse con una nuova foggia, tutto il mondo la piglia„. “Che fu a vedere già le donne col capezzale (lo scollo) tanto aperto che mostravano più giù che le ditelle! (le ascelle); e poi dierono un salto, e feciono il collaretto infino agli orecchi„. “Le giovanette che soleano andare con tanta onestà„, hanno “tanto levata la foggia al cappuccio„ da ridurlo una berretta e “imberrettate portano al collo il guinzaglio, con diverse maniere di bestie appiccate al petto. Le maniche loro, o sacconi piuttosto si potrebbono chiamare, qual più trista e più dannosa e disutile foggia fu mai? potè nessuna tôrre o bicchiere o boccone di su la mensa che non imbratti e la manica e la tovaglia co' bicchieri ch'ella fa cadere?... Lo 'mbusto è tutto in istrettoie, le braccia con lo strascinío del panno, il collo asserragliato da' cappuccini.....„ “Non si finirebbe mai di dire delle donne, guardando allo smisurato traino de' piedi„ alle code delle vesti “e andando infino al capo; dove tutto di su per li tetti, chi l'increspa, e chi l'appiana, e chi l'imbianca, tantochè spesso di catarro si muoiono„[33].
Ma cotesta smania del nuovo s'attaccava anche agli uomini. Il povero messer Valore de' Buondelmonti, un vecchione tagliato all'antica, fu costretto da' suoi consorti a mutare il cappuccio; e come l'ebbe fatto, tutti se ne meravigliavano e lo fermavano per la via: “O che è questo, messer Valore? io non vi conoscea, avete voi i gattoni?„[34].
Venne un tempo la moda delle gorgiere intorno la gola e delle bracciaiuole, sicchè poteva dirsi dei fiorentini portassero “la gola nel doccione„ e il braccio nel “tegolo„, onde accadde a Salvestro Brunelleschi, “avendo una scodella di ceci innanzi e pigliandoli col cucchiaio, per metterseli in bocca„, di cacciarseli nella gorgiera, e di scottarsi[35]. Più tardi venne quella delle “calze„ (i calzoni) di differenti colori non solo, ma anche “dimezzati e attraversati di tre o quattro colori„: de' piedi con una punta lunghissima[36]; e delle gambe così “incannate co' lacci che appena si possono porre a sedere„. “I più dei giovani senza mantello vanno in zazzera„ e “al polso danno un braccio di panno„ e “mettono in un guanto più panno che in un cappuccio„[37].
Le vecchie foggie contrastavano con le nuove, con le modernissime: ognuno si sbizzarriva a sua posta. La gente, curiosa anche allora, prendea diletto a vedere “le nuove cappelline, le nuove cuffie e le nuove cianfarde, e' nuovi gabbani, i nuovi tabarroni, e le antiche arme; sì che appena si conoscono insieme, sguarguatando (sbirciando) l'uno insino in sul viso dell'altro, prima che si conoscono„[38]. Una vera mascherata!
VI.
Ora gli uomini, che han sempre fatto le leggi, pensarono con tal freno vietare i “disordinati ornamenti delle donne di Firenze„. Il Comune promulgò statuti suntuari fino dal 1306 e dal 1330[39], e provvisioni severissime nel 1352, nel 1355, nel 1384, nell'88, nel 1396 e poi di nuovo nel 1439[40] e nel 1456 e perfino ne troviamo nel 1562[41]. I religiosi tuonavano dal pergamo, i savi ammonivano e davano, come il Dominici, “regoluzze„ alle madri timorate “circa i vestimenti„; i novellieri mordevano con le loro facezie il lusso troppo smodato. Anche nelle altre città di Toscana e d'Italia, si mandava a Firenze “per esempio de' detti ordini„ e per “confermargli„[42].
Incomincia una contesa, una lotta assai singolare tra la burbanza de' legislatori severi e la malizia donnesca. Le femmine astute non contrastano apertamente, ma fingon di piegare il capo crucciose, finchè passi quella bufera. Sono addottrinate, esperte del mondo: le leggi troppo severe rimangono senza sanzione. Quando e come possano, cercano, se non annullarle, deluderle. Alla venuta del duca di Calabria, nel 1326, si fanno attorno alla duchessa sua moglie che è una francese, Maria di Valois, e ottengono sia loro reso un “loro ornamento di trecce grosse di seta gialla e bianca, le quali portavano in luogo di trecce di capelli dinanzi al viso..., ornamento disonesto e trasnaturato„, brontola il Villani che vide “il disordinato appetito delle donne„ vincere “la ragione e il senno degli uomini„. Quattr'anni appresso i Fiorentini per calen d'aprile “del 1330„ “tolgono tutti gli ornamenti alle lor donne„ e come dice il Del Lungo in un magistrale lavoro, a cui per voi darà qui il desiderato compimento, “le disabbigliano da capo a piè„[43].
Anche questa, bufera che passa! A simiglianza delle donne di Fiandra, tormentate per la stessa cagione da Tommaso Connette fanatico carmelitano, esse, come scrive il Paradis negli Annales de Bourgogne “ releverent leur cornes, et firent comme les lymaçons, lesquels quand ils entendent quelque bruit retirent et reserrent tout bellement leurs cornes; mais, le bruit passé, soudain ils les relevent plus grandes que devant „[44]. E occasione a rilevarle, la venuta del duca d'Atene in Firenze nel 1342, e la “sformata mutazione d'abito„ portata da quei francesi.
E qui vorrei indugiarmi a descrivervi il figurino d'allora, quando i giovani vestivano “una gonnella corta e stretta„ che per metterla occorreva l'“aiuto d'altrui„, cinta alla vita da una striscia di cuoio con ricca fibbia e puntale, con “isfoggiata scarsella alla tedesca„, con il cappuccio attaccato ad una corta mantellina e terminato in una punta o becchetto lungo infino in terra, per avvolgerlo al capo “per lo freddo„: e i cavalieri una guarnacca attillata, con le punte de' manicottoli strascicanti per terra, foderati di vaio, ed ermellini, de' quali le donne copiaron subito la singolare “stranianza„[45]. Ma gli affreschi del Memmi in S. Maria Novella, che ritraggono quelle fogge, sono a voi noti, anche per visite recenti, quando in un'occasione solenne tentaste di rinnovarle. A studio, dico tentaste, perchè l'eleganza moderna non può agguagliare la magnificenza signorile di que' drappi, di quelle vesti sontuose.
La Prammatica del vestito del 1343, che conservavasi nell' Archivio della Grascia, di cui ottenni alcun estratto dalla cortesia d'un amico il quale ebbela fra mano, serba memoria di quegli splendidi abbigliamenti ch'eran colpiti dal rigor delle leggi e bollati con un marchio di piombo, avente sull'una e sull'altra faccia un mezzo giglio ed una mezza croce, a cura dei famigli di quei poveri “uficiali forestieri„, deputati dal Comune all'applicazione della legge. Eccovi descritto un capo di vestiario proibito, appartenente a donna Francesca moglie di Landozzo di Uberto degli Albizzi del popolo di San Pier Maggiore: “Un mantello nero di drappo rilevato col fondo di color giallo, con sopra uccellini, pappagalli, farfalle e rose bianche e vermiglie e molte altre figure vermiglie e verdi, e con trabacchi e dragoni, e con lettere e alberi gialli e neri e molte altre figure di diversi colori, foderato di drappo bianco con righe nere e vermiglie„. Nè basta: spesso erano anche motti, non soltanto lettere, impressi sui drappi.
VII.
Ma di quell' Archivio stesso della Grascia e di quei disgraziati ufficiali, costretti a un cómpito così disumano, di quei poveri potestà e capitani, cavalieri, giudici, notai e famigli che dalle città guelfe di Lombardia e delle Marche venivano in Firenze a sostenere le parti di rettore, a contrastare nel loro rozzo dialetto, beffato dai novellieri borghesi, con le lingue arrotate delle donne e de' loro mariti, ancor si conserva un documento curioso. Chi non ricorda la novella[46] di Franco Sacchetti, in cui narra le tribulazioni di “uno judice di ragione„, Messer Amerigo Amerighi da Pesaro, “bellissimo uomo del corpo„, e ancora “valentissimo della sua scienza„, il quale ebbe mandato, mentre Franco era de' Priori nella nostra città, di proceder sollecitamente ad eseguire certi “nuovi ordini„, al solito “sopra gli ornamenti delle donne?„ Il valente giudice si pone all'opera, e manda attorno il notaio, e i famigli, a fare inquisizioni; ma i cittadini vanno a' Signori e dicono “che l'officiale nuovo fa sì bene il suo officio, che le donne non trascorsono mai nelle portature come al presente fanno.„
Or ecco la discolpa di Messer Amerigo: “Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato, per apparar ragione; e ora, quando io credea sapere qualche cosa, io trovo che io so nulla; perocchè cercando degli ornamenti divietati alle vostre donne per gli ordini che m'avete dati, sì fatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come son quelli che elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni. E si truova una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il cappuccio. Il notaio mio dice: Ditemi il nome vostro, perocchè avete il becchetto intagliato. La buona donna piglia questo becchetto, che è appiccato al cappuccio con uno spillo e recaselo in mano, e dice ch'egli è una ghirlanda. Or va' più oltre, truovo molti bottoni portare dinanzi. Dicesi a quella che è truovata: Questi bottoni voi non potete portare. E quella risponde: Messer sì, posso, chè questi non sono bottoni, ma sono coppelle; e se non mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo; e ancora, non c'è niuno occhiello. Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice: Che potrà apporre costei? Voi portate gli ermellini. E la vuole scrivere. La donna dice: Non iscrivete, no; chè questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi. Dice il notaio: Che cos'è questo lattizzo? E la donna risponde: È una bestia„. E il notaio non insiste, come non sanno insistere i magnifici signori Priori, che si ricordano delle loro donne lasciate a casa, e conchiudono, come hanno sempre conchiuso in Palagio, esortando messer Amerigo a tirar via, e lasciar “correre le ghirlande per becchetti e le coppelle e i lattizzi, e' cinciglioni„.
Non volevano forse che il giudice pesarese avesse a ricordare il malinconico distico che un suo collega della Mercanzia aveva scritto sul margine degli Statuti:
“S' tu ài niuno a chi tu vogli male
“Mandallo a Firenze per uficiale.[47]
Pur questa volta, la novella del Sacchetti è verace documento di storia; l' Archivio della Grascia serba gli Atti civili del Giudice degli appelli e nullità, e fra quei protocolli appunto ve n'è uno di Giovanni di Piero da Lugo, notaio del dottore in legge ser Amerigo di Pesaro, ufficiale della Grascia del Comune di Firenze, per sei mesi, a cominciare dal XV marzo 1384.
Quel giorno stesso l'Amerighi pubblicò, a' soliti luoghi, un bando per ricordare le pene delle leggi contro chi trasgrediva alla Prammatica sopra 'l vestire. E il 27 marzo cominciarono per parte degli ufficiali le inquisizioni. Vedevano per via alcuna donna con due anelli, ornati di quattro perle, con una cappellina di velluto nero ricamata, con una ghirlanda, con una delle abbottonature proibite? E subito si contestava alle malcapitate (diciamolo col frasario odierno) la contravvenzione. Andava il messo alle case con un “mandato di comparizione„, e il giorno fissato compariva per la moglie il marito, che riconosceva l'errore e pagava la multa. Così s'andò innanzi un bel po'; ma più tardi dovettero le donne, ammaliziate, cominciare quelle contestazioni, accennate dal novelliere, e naturalmente omesse nel protocollo del notaio. Le inquisizioni si fanno più rare, le condanne meno frequenti e i mariti che compariscono principiano a negare la reità delle mogli, con validi argomenti: una è troppo vecchia perchè possano imputarsele siffatti trascorsi, un'altra era in casa quel tal giorno a quella tale ora, una terza è in lutto e così via.... E il protocollo si chiude quasi senza registrare più nessuna condanna.
La Signoria e il giudice prima di lei si son dati per vinti; ma non senza sospetto che quelli ufficiali, quei notai, deputati all'odioso ministero, non si fossero lasciati vincere dal fuoco di qualche bell'occhio, dalle carezze di qualche voce lusingatrice. Ahimè nelle coperte della Prammatica di quel tempo, leggiamo la confessione, lo sfogo d'un cuore innamorato, prezioso documento umano fra le pedanterie curialesche degli Statuti. Udite:
Li dulci canti e le brigate oneste
Gli uccelli, i cani e l'andar sollazzando,
Le vaghe donne, i templi e le gran feste
Che per amore solea ir cercando.
Ora fuoco mi sono, oimè moleste,
Quantunque vengo con meco pensando
Che tu dimori di qui or(a) lontana
Dolce mio bene e speme mia sovrana!
Le donne avean trovato alleati nella famiglia del Giudice di ragione: la loro causa era vinta!
Ma per poco, giacchè quasi periodicamente si tornò ad infierire contro la vanità femminile, e altre bufere scoppiarono, sempre di breve durata. Anche tremendi avversari ebbero ne' moralisti che nei trattati del Governo della famiglia, seguitavano a battere cotesto tasto (valga l'esempio del Palmieri); peggiori nemici ne' frati, invasi dal furore di purgare il mondo dai peccati.
Frate Bernardino da Siena nel 1425 continuò a Perugia quei bruciamenti delle vanità che l'anno innanzi aveva iniziato a Roma, facendo un gran falò di “capelli posticci e contraffatti, d'ogni lasciva portatura, di balzi da scuffie„, dadi, carte, tavolieri “e altre cose diaboliche„, preludendo alle grandi fiammate che nel 1497 fece a Firenze il Savonarola, e che gli furono di pessimo augurio. Ma fra tanti oppositori, non mancavano i buoni avvocati. Nell'aprile 1461 un predicatore che aveva vociato dal pergamo in Santa Croce contro le donne, ricorse alla Signoria, e nel Consiglio dei Richiesti si trattò, nientemeno, di proibire la moda. Ma Luigi Guicciardini, padre al grande storico e politico, disse aver risposto a un milanese, giudicante a sproposito dell'onestà delle donne fiorentine dall'abito sfoggiato e dall'incedere, che se l'abito parea disonesto, elleno erano a' fatti assai diverse[48].
VIII.
Ma queste leggi suntuarie, ritoccate o come oggi direbbero “rimaneggiate„ ogni momento, più che offendere le donne colpivan la borsa dei loro mariti; nè, giova notarlo, si restringevano agli ornamenti, sibbene frenavano o volevan frenare anche il lusso e l'abbondanza delle nozze, dei battesimi, dei conviti e dei funerali. I cortei nuziali non potevano eccedere il numero di dugento persone. I sensali de' matrimoni dovevano denunziare innanzi i nomi degl'invitati. Le donora alla sposa eran regolate dalla legge, e così le cerimonie nuziali; il cuoco “il quale dovrà apparecchiare per qualche sposalizio„ era tenuto a rapportare all'ufficiale del Comune il numero delle vivande e dei piattelli, e le vivande non potevano essere più di tre: non più di sette libbre di vitella, e i capponi, i paperi o gli anitroccoli permessi dagli statuti. Del pari eran regolate le esequie, il numero dei torchi di cera, le vesti dei morti e dei congiunti che seguivano il funerale: i doni dei battesimi.... insomma ogni benchè menoma cosa[49]. Chi contravvenisse a tali disposizioni, condannato a multe assai gravi.
Perchè il Comune, anche allora, cercava dovunque argomenti per tasse, gravami e balzelli, e lo studio dei cittadini, massime di quei furbi mercanti, era tutto in cercare di alleggerirsi delle gravezze, di rubare con qualche onesta licenza[50].
“ Il Comune ruba tanto altrui, che io posso ben rubar lui „, è un dettato antico riferito dal Sacchetti[51]; il quale anche lamenta le lungaggini nelle pratiche del Comune, perfino verso chi volea donargli le proprie castella[52]. Ciascuno tirava l'acqua al suo mulino, dice Marchionne Stefani, e anch'egli aveva il mulino suo[53]. S'ingegnavano tutti a difendersi dalle gravezze e com'è sempre usanza, scrive quel cronista, “gli animali grossi e possenti saltano e rompono le reti„.
Anche Francesco Datini, accostandosi a quelli che tenevan lo Stato, provvide a' casi suoi, in quegli anni nei quali “le guerre combattute con le armi de' mercenari e le paci fatte a furia di denaro esigevano che la imposta si riscotesse in un anno dieci e quindici volte[54] „. Chi non potea con le amicizie e i favori, ci riusciva con l'astuzia, come Bartolo Sonaglini che, essendosi per porre molte gravezze, scendeva ogni mattina sull'uscio di casa e contava a tutti le sue miserie, dicendo: “Oimè, fratel mio, io son disfatto.„ “E' mi converrà o dileguarmi dal mondo o morir prigione„[55]; onde quando vennero alla partita di lui ciascuno dicea: Egli è diserto, e guardasi per debito; e l'un dicea: E' dice il vero, chè pure una di queste mattine non ardiva d'uscir di casa. E l'altro dicea: E anco così disse a me.... Sia come si vuole, dicono gli altri, e' si vuole trattar secondo povero, e tutti a una voce gli posono tanta prestanza, quanta si porrebbe a uno miserabile, o poco più.„ Fatte le prestanze e passato il pericolo, Bartolo cominciò a uscir fuori e andava dicendo d'esser per accomodarsi coi creditori; e così, a furia di ciance, si liberò dalle prestanze, “dove molti altri più ricchi di lui ne rimasono disfatti„.
IX.
Già i tempi maturavano. Dell'antica e proverbiata semplicità, in tanta sete di guadagni, rimanevano monumento vivente, ma pur rispettato, soltanto quei vecchioni di cui Donato Velluti ci porge uno stupendo ritratto, vivo e vigoroso come una figura di Andrea del Castagno.
“Bonaccorso di Piero, fu uno ardito, forte e aitante uomo, e molto sicuro nell'arme. Fece di grandi prodezze e valentie, e sì per lo Comune e sì in altri luoghi. Tutte le carni sue erano ricucite, tante ferite avea avute in battaglie e zuffe. Fu grande combattitore contr'a Paterini e Eretici.... Era di bella statura, di membra forti e bene complesso. Vivette ben 120 anni, ma ben 20 anni perdette il lume, innanzi morisse, per vecchiaia. Fu chiamato Corso, e benchè fosse così vecchio, udii dire che la carne sua avea sì soda, che non si potea attortigliare, e se avesse preso qualunque giovane più atante in su l'omero, l'avrebbe fatto accoccolare. Intesesi anche bene di mercatanzia, e fecela molto lealmente; intanto era creduto, che venuti i panni melanesi in Firenze da Melano (de' quali molti ne faceano venire) e tutti gli spacciava innanzi fossono aperte le balle; molti ne faceano tignere qui, e perch'era sì diritto, udii dire che un Giovanni del Volpe loro fattore veggendo sì grande spaccio di detti panni, pensò nella tinta fare avanzare più la compagnia, e più debolmente, e con meno costo gli facea tignere; di che essendo passato un tempo i detti panni non avevano quel corso soleano: di che cercando la cagione, trovarono che era stato per la sottilità del detto Giovanni, di che egli il volea pure uccidere.
“Il detto Bonaccorso avendo perduto il lume, il più si stava in casa. Avea di dietro al palagio di Via Maggio.... un verone lungo quanto tenea il detto palagio, in sul quale rispondea tre camere dal lato di dietro, per le quali egli andava, e tanto andava in qua e in là ogni mattina, che facea ragione essere ito tre o quattro miglia, e fatto questo asciolvea, e l'asciolvere suo non era manco di due pani, e poi a desinare mangiava largamente, perocchè era grande mangiante: e così passava la sua vita. Ora perchè si sappia come morì, udii dire a mio padre, che gli venne voglia andare alla stufa, e così andò, nella quale stufa s'incosse un piede; di che essendo tornato e veggendo che per essa cagione non potea andare, nè fare il suo usato esercizio, in sul verone, immantinente sì si (ac)cusò morto. Or avvenne in quel tempo che Filippo suo figliuolo, e mio avolo che fu, menando Monna Gemma de' Pulci sua seconda donna, avendo il dì molto motteggiato dicendo: ora farebbe bisogno a me d'avere moglie, più ch'a figliolmò, che m'aitasse, e molte altre ciance, gli venne voglia, essendo sul letto, farsi portare in sul lettuccio da sedere: di che chiamato mio padre e Gherardo suoi nipoti, avendosi colle mani e braccia appoggiato in sulle spalle loro; subitamente per grande vecchiezza la vita gli venne meno, e morì„[56]
X.
Con il ricordo di questa “cara e buona immagine paterna„, affrettiamoci a' tempi nuovi, al nuovo secolo, di cui ormai rosseggia in cielo, nel cielo della letteratura e dell'arte, la splendida aurora. Già ne scorgemmo i segni annunziatori nell'ottenuto acquisto della ricchezza, nell'affrancarsi così dai vecchi pregiudizi, come dalle severe regole del vivere antico, nelle tendenze egoistiche preparanti lo svolgimento di quel che i moderni critici chiamano “individualismo,„ onde meglio si comprende il carattere degli uomini e della vita della Rinascenza.
L'affetto per il Comune, per la patria e anche per la famiglia, già s'affievolisce col desiderio acuto de' godimenti, di che non era avara la vita a chi volea gustarne le dolcezze. L'incredulità fa capolino; lo scetticismo, la sensualità, minacciano di prendere il sopravvento. Coteste generazioni, dopo i terribili terrori delle pestilenze, scampate all'infuriar del contagio, doveron quasi meravigliare, stupire di risvegliarsi alla vita.
Dalla grande moria del 1348 ai primi del '400, i cronisti ne registrano molte altre: ricordiamo quelle del 1363, del 1374, del 1400, del 1411, del 1420 e del 1424. Un nostro erudito spogliando il libro de' morti degli Ufficiali della Grascia, noverò dal 1.º maggio al 18 settembre 1400, ben 10908 morti, la massima parte fanciulli[57]. Della peste del 1348, oltre alla classica e grandiosa descrizione del Boccaccio, troviamo vivi e dolorosi ricordi nelle cronache famigliari, ne' diarii, ne' memoriali.
Dovè essere un pauroso, un raccapricciante spettacolo! Giovanni Morelli racconta che in un'ora “si vedeva ridere e motteggiare„ il vicino o l'amico “e nell'ora medesima il vedevi morire„. La gente cascava morta per istrada “su per le panche„ come abbandonata, senza aiuto o conforto di persona. Molti impazzivano e si buttavano nel pozzo, o giù dalle finestre o in Arno, dal gran dolore o dalla orribile paura. Tanti morirono senza esser veduti e “infracidavano su per le letta„, molti si sotterravano ancor vivi. “Avresti veduto una croce ire per un corpo e averne dietro tre o quattro prima giugnesse alla chiesa„[58]. Si calcola che in Firenze morissero i due terzi delle persone, “cioè de' corpi ottantamila„[59]. Della moria del '400, veggiamo un'efficace pittura in una lettera di Ser Lapo Mazzei. “Qui non s'apre appena appena bottega: i rettori non stanno a banco: il palagio maggiore senza puntelli: nullo si vede in sala: morti non ci si piangono, contenti quasi solo alla croce„[60]. Era uno spavento: i figliuoli morivano, cadevan gli amici, i vicini, i conoscenti, gl'ignoti; nel colmo della estate, passavano i cento al dì; nel luglio vi fu un giorno che furon dugento.
Di quella del 1420 scrive nel suo Libro segreto Gregorio Dati: “La pestilenzia fu in casa nostra, e cominciò dal fante, cioè Paccino, a l'uscita di giugno 1420; e poi da indi a tre dì la Marta nostra schiava, e poi al primo dì di luglio la Sandra mia figliuola, e a dì 5 di luglio l'Antonia. E uscimmo di casa, e andammo dirimpetto; e in fra pochi dì morì la Veronica: e uscimmone e andammo in Via Chiara, e presevi il male alla Bandecca e alla Pippa, e amendue s'andarono a Paradiso a dì 1.º d'agosto, tutti di segno di pestilenza[61]. Iddio li benedica!„
Chi poteva fuggire, scappava ad Arezzo, a Bologna, in Romagna, in alcuna città e terra dove credesse potersi stare sicuro. Il Datini se n'andò a Bologna, portando la famiglia, i domestici e i forzieri su ronzini e su muli carichi di ceste[62]. Buonaccorso Pitti scampò dalla peste del 1411 recandosi a Pisa in una casa a pigione, dove in sette mesi spese 1300 fiorini e gli morì una figliuola e un famiglio. Nel '24 mandò il figlio suo Luca con la moglie e i bambini a Pescia, dove poi si ridusse con gli altri congiunti.
Era di regola recarsi “in qualunque luogo la mortalità non fosse stata„[63]; rimedi contro l'oscuro malore non c'erano, nè l'arte dei medici sapea consigliarli. Il Morelli prescrive alcune norme che oggi si direbbero igieniche: la pestilenza del 1348 era stata cagionata da una terribile carestia: “l'anno dinanzi era suto in Firenze gran fame„[64]; “vivettesi d'erbe, e di barbe d'erbe, e di cattive„, “tutto contado era ripieno di persone, che andavano pascendo l'erbe come le bestie„, e i corpi erano disposti e non avevano “argomento nè riparo niuno„. Consiglia, pertanto, conservarsi sani, riguardarsi, mangiar bene, sfuggire l'umido, “spender largamente„, senza “niuna masserizia„ senza economia “fuggi(r) malinconia e pensiero„, pigliarsi “spasso piacere e allegrezza„, non “pensare a cosa ti dia dolore o cattivo pensiero„, giuocare, cavalcare, divertirsi, stare allegri, tenere “in diletto e in piacere la tua famiglia„, e “far con essa buona e sana vita senza pensiero di fare per allora masserizie; che assai s'avanza a stare sano e fuggire la morte„[65].
Gli “avanzati„ dal mortale flagello, doverono ben presto avvezzarsi al nuovo tenore di vita, anche passato il pericolo. Effetto della peste e de' suoi terrori, le processioni dei “ penitenti bianchi, simiglianti a quelle che quasi un secolo innanzi, sotto il nome di compagnie de' battuti, avevan percorsa tutta l'Europa. Partivansi in folla dalle lor case mescolati uomini e donne, laici ed ecclesiastici, tutti vestiti di bianche cappe che lor coprivano anche la faccia, avendo un crocefisso per insegna; e andavano processionalmente di paese in paese cantando laudi, pregando con alte voci misericordia. Giacevano quasi sempre all'aria aperta, non domandavano che pane e acqua. I popoli delle città visitate, accendendosi d'egual fervore andavano col medesim'ordine a visitare un'altra città. Alla comparsa dei pii pellegrini, tutti movevansi a penitenza, le gravi inimicizie si deponevano, si pacificavano le discordanti fazioni, le città si riempivano di santimonia„[66]. A Firenze i facinorosi voleano profittarne per liberare i prigioni delle Stinche; ma fortunatamente s'impedì che la città n'andasse a romore d'arme, e tra le altre si fecer le paci tra i Pitti e i Corbizi[67]. Anche Francesco Datini nell'agosto 1399 andò in pellegrinaggio, “vestito tutto di tela lina bianca e scalzo„, co' suoi famigli, amici e vicini. Erano in tutto dodici e portaron seco due cavalle e una muletta, “in sulle quali bestie mettemmo un paio di forzeretti, in che furono più scatole di tutte ragioni confetti, e formaggio d'ogni ragione, e pane fresco e biscottato, e berlingozzi zuccherati e non zuccherati e più altre cose che s'appartengono alla vita dell'uomo, tanto che le dette cavalle furono presso che cariche di vettovaglie„[68]. Stettero in pellegrinaggio dieci giorni, dal 28 agosto al 6 di settembre, e giunsero fino ad Arezzo o poc'oltre; e dovunque si fermavano compravano cose da mangiare. Era davvero un allegro modo, e comodo, di far penitenza, e di pellegrinare a cavallo!
Delle pratiche religiose, i più accorti e più increduli rispettavano appena la forma esteriore, come il Datini, che temeva i rimbrotti e i predicozzi dell'amico e mentore spirituale Ser Lapo Mazzei.
Altri, come Buonaccorso Pitti, già ci porgono l'immagine dell'uomo della Rinascenza, che non ha terraferma, e gira il mondo, rôso da una interna irrequietezza, e giuoca, e perde, traffica, e mescola la politica ai commerci e ai sollazzi, come un avventuriere del Settecento, come un Benvenuto Cellini, ma senza l'arte e con molto meno d'ingegno. Curioso, strano tipo questo Pitti che sembra morso dalla tarantola e mena le mani e sta a tu per tu con Carlo VI[69], con duchi e principi, che cavalca a Roma difilato per una scommessa con una giovane ond'era invaghito[70]; gran danzatore, giuocatore ostinato e prode e leal cavaliere, e in patria assunto agli uffici supremi[71]. Il Burckhardt lo chiama addirittura un precursore del Casanova, che viaggia continuamente in “qualità di mercante, di agente politico, di diplomatico e di giuocatore di professione„. “Guadagnò e perdette enormi somme, e non trovava competitori che fra i principi, quali ad esempio, i Duchi di Brabante, di Baviera e di Savoia„[72]. Questo il padre di quel Luca Pitti che in ricchezza e in magnificenza rivaleggiava coi Medici e voleva anche in ogni altra cosa andare a paro con Cosimo. I mercanti di panni divenuti banchieri e prestatori, aveano in quei viaggi, in quei traffichi, con quelle “fattorie„ sparse in varie città d'Europa, ne' più operosi centri del commercio, negli scali più frequentati, accumulato smisurate ricchezze, ed era venuto il tempo di godersele tranquillamente.
Già Fiorenza come una bella e prosperosa giovane “con buone parti„ e dote abbondante, cessate le gare fra i partiti che se la contendevano, all'ombra de' lauri medicei socchiudeva gli occhi abbarbagliati da tante sfoggiate magnificenze, onde, come femmina, s'era lasciata conquidere. Le famiglie, fatta la roba, voglion fondar la casata: si cercano i maritaggi più convenienti e si discutono quasi fossero alleanze. L'Alessandra Macinghi va a tutte le messe “in Santa Liperata„ e si pone “allato„ alle fanciulle, con cui vorrebbe per il suo Filippo far parentado, e con occhio di futura suocera le studia, le esamina, le spoglia, e ne scrive al figliuolo come se si trattasse d'un mercato di polledre e non d'un matrimonio. Egli è vero che la buona madonna Lessandra, per me troppo esaltata e lodata, dovette avere piuttosto cuor di mercante che di donna. Che mettesse le mani addosso alle schiave, lo confessava ella stessa senza ritegno; era costume, e fors'anche con quelle rôsse e tartare la pazienza doveva facilmente scappare. Ma di lei e della sua pietà troviamo un documento rivelatore. Si tratta di due vecchi, gli unici che rimanessero d'una famiglia di lavoratori di Pozzolatico: “ancora vive Piero e mona Cilia, tramendua infermi. Ho allogato il podere per quest'altr'anno, e me lo conviene mettere in ordine: e que' due vecchi se non muoiono, hanno andare accattare. Iddio provvegga„[73]. Nè crediate sia questo un tristo, ma fugace pensiero: è un fermo proposito. In una lettera scritta, pochi mesi dopo, nel dicembre del 1465, leggiamo: “Piero vive ancora„ a Mona Cilia Iddio aveva forse già provveduto “e bisogna che se n'esca, e andrà accattando.... Arà pazienza: che Iddio lo chiami a sè, se 'l meglio debb'essere!„[74] Col cuore, non si fa masserizia!
XI.
Ma chi aveva accresciute e moltiplicate le proprie sostanze, mostrava sentimenti più nobili e animo più gentile. Giovanni Rucellai ci dà l'immagine compiuta del fiorentino ricco che sente la dignità del nuovo stato in cui fu posto dalla fortuna; la quale “non tanto gli ha conceduto grazia nel guadagnare, ma ancora nello spenderli bene, che non è minor virtù che il guadagnare. E credo — scrive nel suo Zibaldone, — che m'abbi fatto più onore l'averli bene spesi ch'averli guadagnati, e più contentamento nel mio animo,„ e “massimamente delle muraglie ch'io ho fatte della casa mia di Firenze, del luogo mio di Quaracchi, della facciata della chiesa di Santa Maria Novella, e della loggia nella Vigna dirimpetto alla casa mia„. E ringrazia messer Domenedio,„ d'averlo fatto “creatura razionale,„ cristiano e non “turco, moro, o barbaro„, d'averlo fatto nascere “nelle parti d'Italia, la quale è la più degna e più nobile parte di tutto il cristianesimo, e nella provincia di Toscana la quale è reputata delle degne provincie ch'abbi l'Italia„, e altresì d'avergli dato la vita nella “città di Firenze, la quale è reputata la più degna e la più bella patria che abbi non tanto il cristianesimo ma tutto l'universo mondo„, e infine d'avergli dato l'essere “nell'età presente, la quale si tiene per li intendenti ch'ella sia stata e sia la più grande età che mai avessi la nostra città poi che Firenze fu edificata.... per esser stato al tempo del magnifico cittadino Cosimo di Giovanni de Medici„. — E più lo ringraziava d'avergli concesso d'allearsi con lui, per il matrimonio della Nannina figlia di Piero e nipote di Cosimo, con il proprio figliuolo Bernardo, splendido parentado di che il Rucellai insuperbiva.
Firenze allora celebrava, senza temere i rigori delle leggi suntuarie cadute in disuso, le feste nuziali delle grandi famiglie. Le nozze di Baccio Adimari con la Lisa de' Ricasoli, celebrate nel 1420, ci son rappresentate da un'antica tavola della Galleria dell'Accademia di Belle Arti, e vediamo gli sposi con la loro accompagnatura danzare sotto un padiglione a strisce di vari e ridenti colori, al suono d'una musica di trombe e di pifferi; ma di queste del Rucellai con la Medici, che ci danno l'imagine della vita d'allora, vogliamo tentare un quadro di cui ci fornirà le linee, i colori e il disegno lo Zibaldone del buon vecchio che ne serbò caro e pregiato ricordo.
Dorati dal fiammante sole di giugno, i festoni di verzura si distendevan superbi da un lato all'altro della via, levando in alto gli scudi, la metà coll'arme de' Medici e la metà coll'arme de' Rucellai. Le pietre ruspe della facciata che la magnificenza di Giovanni Rucellai aveva pochi anni innanzi fatto murare, come credesi, da Leon Battista Alberti, acquistavano quasi nuovo colore coperte com'erano dagli smaglianti parati e dalle ghirlande di fiori penzolanti da' pilastri dorici del primo piano e dai pilastri corinti del secondo e del terzo. Dirimpetto al palazzo, nella piazzuola di fronte alla loggia, era stato eretto un palco che aveva la figura d'un triangolo. Lo copriva, per difesa del sole, un cielo di panni turchini adornato di ghirlande, in mezzo alle quali sbocciavano freschissime rose; mentre di sotto, sull'assito di legno, si stendevano arazzi preziosi, che paravano anche le panche messe lì torno torno per comodo d'aspettare, e le spalliere chiudenti in giro il vago recinto. I lembi del gran velabro turchino scendevano qua e là fino a terra, come aeree colonne. Da una parte di quel gran padiglione sorgeva una credenza su cui splendevano vasi e piatti d'argento lavorati a rilievo da quanti più valenti orafi ed argentieri noverasse allora Firenze: e la ricchezza di quegli arredi annunciava la sontuosità del convito che apparecchiavasi.
Nella via di fianco al palazzo s'eran poste le cucine, dove fra cuochi e sguatteri lavoravano cinquanta persone. Il rumore era grande; via della Vigna da un capo all'altro era piena di gente: agli artefici che avevan preparato gli addobbi, succedevano i messi che portavano i doni degli amici, dei clienti, del parentado: i contadini, i giardinieri, i bottegai, gli speziali che portavano le vettovaglie; i pifferi e i trombetti che preparavan le musiche: i giovani cavalieri che si accingevano agli armeggiamenti nuziali.
Quella domenica — era l'otto giugno del 1466 — poco dopo il levar del sole avea la gente cominciato ad accorrere da ogni parte al palazzo dove le nozze dovean celebrarsi: arrivavano, cara e promettente vista ai curiosi, vitelle squartate, barilozzi di vino greco, capponi quanti ce ne possono stare appiccati a una stanga portata a spalla da due robusti villani, stangate di formaggi di bufalo, coppie di paperi, barili di vino comune e di scelto trebbiano, corbelli pieni di melarance, ceste di pesci di mare grandi e odorosi, paniere di pesciolini d'Arno con le squame d'argento, caprioli, lepri, giuncate. — Venivano, portate dagli ortolani dei monasteri, cestelline di zuccherini, di berlingozzi e d'altre dolcissime delicature preparate dalle candide mani di monacelle gentili: venivano a gran fatica, dondolando la testa fronzuta, e barcollando sui carri tirati da bovi sbuffanti un magnifico ulivo di Carmignano, e ginestre e quercioli tolti alla villa di Sesto, co' fiori che la ridente stagione donava in gran copia.
Dovevano i regali aggiunger magnificenza alla festa, ed esser degni di chi li offriva, e testimoniare insieme l'affetto o la reverenza che portavano i donatori alle due insigni famiglie che con quegli sponsali faceano alleanza. Il giovane Bernardo Rucellai, diciassettenne appena, andava sposo alla Nannina figlia di Piero e nipote al gran Cosimo de' Medici, ed il vecchio Giovanni Rucellai con quelle nozze si levava di dosso il sospetto d'esser nemico alla parte Medicea che, dopo l'esilio di Cosimo, era tornata più forte di prima in Firenze. Era un parentado architettato con sommo studio, che ridondava a decoro della famiglia sua, quanto la facciata di Santa Maria Novella fatta fare all'Alberti, e la cappella in San Pancrazio, e il palagio e la bellissima loggia corinzia di Via della Vigna.
Sottile ingegno avea quel maestoso vecchio con la fronte alta ed aperta, il naso aquilino e i fulgidi occhi di un profondo color cilestro, che pare ancor vivo nella cornice d'un suo antico ritratto. Abbondanti capelli gli scendono in ricche anella sulle spalle e una lunga barba gli ondeggia sul petto, conservando ancora alcune tinte dorate frammiste al grigio della vecchiaia, e con i freschi colori del viso dimostrando una longevità vigorosa. Lo vediamo seduto in un seggiolone a bracciuoli, coperto di velluto cremisi a frangia e borchie d'oro; veste una tunica verde scura ed è ravvolto in un lucco purpureo a risvolte di velluto cremisi. Cogli occhi guarda in alto e lontano come pensando a cose che non sono di questo mondo. Ma la mano destra, adorna di un anello con un grosso brillante, si appoggia con forza al bracciale del seggiolone, e la sinistra aperta accenna ad un codice, ben rilegato, che gli è squadernato dinanzi, sur una pagina del quale leggesi il titolo Delle Antichità. Accanto ad esso alcune lettere dissigillate con l'indirizzo all' illustrissimo signor Giovanni Rucellai. Dietro una tenda di colore scuro, in uno sfondo azzurro son disegnate con grandissima diligenza ed esattezza le sue opere di pietra e di marmo, la facciata di Santa Maria Novella, la cappella di San Pancrazio, il palazzo e la loggia. Quel dipinto compendia l'uomo e le sue glorie: un ricco mercante che poteva diventar parente del magnifico Cosimo di Giovanni de' Medici, il quale — com'ei diceva — è stato ed è di tanta ricchezza e di tanta virtù e di tanta grazia e riputazione e seguito, che mai non fu simile cittadino nè di tante buone parti e condizioni quante sono state e sono in lui.
Ma torniamo alle nozze. Giovanna dei Medici venne a marito quel giorno stesso, accompagnata, com'era costume, da quattro cavalieri de' maggiori della città, messer Manno Temperani, messer Carlo Pandolfini, messer Giovanozzo Pitti e messer Tommaso Soderini. Veniam cioè verrò era scritto, secondo l'uso d'allora su certe cartellette appiccate alle panche parate d'arazzi che eran disposte sotto al padiglione fiorito; e la sposa vi venne, e in su quel palco soffice per i ricchi tappeti si danzò e si festeggiò a suon di musiche, aspettando i desinari e le cene.
Convennero alle nozze 50 gentildonne riccamente vestite e similmente 50 giovani in abiti bellissimi. Durarono le feste dalla domenica mattina alla sera del martedì successivo, e i conviti si tenevano due volte al giorno. Comunemente si convitavano a ciascun pasto cinquanta tra parenti e amici e cittadini de' principali, per modo che alla prima tavola, contando le donne e le fanciulle di casa, i pifferi ed i trombetti, mangiavano 170 persone. E alle seconde e terze tavole dette “tavole basse„, mangiava gente assai, tantochè ad un certo pasto s'ebbero fin 500 persone. Le vivande, che eran quelle prescritte dall'uso, furono squisite e abbondanti: la domenica mattina si dettero capponi lessi e lingue, e un arrosto di carne grossa, e uno di pollastrini dorati con lo zucchero e l'acquarosa: la sera la gelatina, l'arrosto grosso e quello di pollastrini con frittellette. Il lunedì mattina, bianco mangiare, coi capponi lessi e salsicciuoli e arrosto grosso di pollastrini; la sera le solite portate, e più una torta di pappa, mandorle e zucchero che dicevasi tartara. Il martedì mattina, arrosto di carne grossa e di quaglie, e la sera i consueti arrosti e la gelatina. Alle colazioni uscivano fuori in sul palchetto venti confettiere di pinocchiati e di zuccherati, che si distribuivano a profusione.
La spesa di questi conviti ascese a più che 6000 fiorini (circa 150000 lire), somma per quel tempo ingentissima. Si comprarono settanta staia di pane, duemilaottocento pani bianchi, quattromila cialdoni, cinquanta barili di trebbiano, tremila capi di pollame, mille e cinquecento uova, quattro vitelli, venti catini di gelatina; e si arsero in cucina dodici cataste di legna. — Pareva addirittura il regno dell'abbondanza.
Il martedì sera, parte dei giovani che erano stati invitati alle nozze fecero gli armeggiamenti secondo l'usanza, movendosi dal Palazzo Rucellai fino al canto dei Tornaquinci, e di poi in Via Larga sotto il Palazzo dei Medici.
La sposa, chi voglia sapere il corredo e i regali che ebbe, ricevè da diversi parenti non meno di venti anelli; e sei dallo sposo, due quando la tolse, due dello sposalizio, due nella mattina che si donavano le anella. Da Bernardo ebbe cento fiorini e più altre monete: le si fecero ricchi vestimenti: uno di velluto bianco ricamato di perle, di seta e d'oro con maniche aperte foderate di candide pellicce: uno di zetani, drappo di seta molto massiccio, guernito di perle con le maniche foderate d'ermellino.
Ebbe poi una cotta o vestito di damaschino bianco broccato d'oro fiorito, con maniche adorne di perle, e un'altra cotta di seta con maniche di broccato d'oro cremisi ed altri vestiti e sopravvesti, chiamate allora giornee. — Fra le altre gioie ebbe una ricca collana con diamanti, rubini e perle del valore di 1200 fiorini, e uno spillo da testa, e un vezzo di perle che avea per pendente un grosso diamante a punta, e un cappuccio ricamato di perle e una reticella di perle grosse. — La dote, che oggi parrebbe scarsa, fu di 2500 fiorini (circa 60 000 lire), compreso il corredo, nel quale si notano un paio di forzieri con le spalliere riccamente lavorati, e dieci fra cioppe, gamurre e giornee, cioè vestiti lunghi di varia forma di finissime stoffe, e sontuosi ricami d'oro e di perle: una camicia di renso (tela bianca fine operata proveniente da Reims), una cuffia o testiera di stoffa cremisi lavorata di perle, due berrette con argento, perle e diamanti, un libriccino da messa miniato con fermagli d'argento e un Bambino Gesù in cera con la veste di damasco ricamata di perle. Inoltre stoffe in pezza, rasi, damaschi, velluti, guanciali ricamati, cinture, borse, anelli da cucire, agorai, pettini d'avorio, 4 paia di guanti, un cappello alla milanese con frangie, otto paia di calze, tre specchi, un bacino e un mesciacqua a smalto d'argento, un ventaglio ricamato o rosta, e molte altre cose che non si contano.
XII.
Tre anni appresso, nel giugno 1469, le nozze sfolgorate, da vero principe, di Lorenzo dei Medici con Clarice Orsini, che riuscirono una pubblica festa, un vero carnasciale. “ Tu felix, Florentia nube! „
Non c'indugeremo a descriverle, sulla traccia dell'informazione che ne dette Piero Parenti a Filippo di Matteo Strozzi, suo zio materno, che allora stava in Napoli, ed è il fondatore del bel palazzo di Firenze, monumento della grandezza di questa famiglia. Quei conviti, quelle magnificenze ponevano in grave impaccio le gentildonne che vi erano invitate e dovevan comparirvi, secondo la dignità della casata, con robe e cotte di broccato di gran valuta. Mentre il “Babbo„ era “a Napi„[75], come aveva imparato a balbettare il piccolo Alfonso, figlio di Filippo Strozzi e della bella e buona Fiammetta di Donato Adimari, la giudiziosa donna volle piuttosto far l'ammalata, e non v'intervenne[76].
Anche noi vogliamo seguirne l'esempio, e piuttosto cercare ne' documenti contemporanei alcun accenno alle intimità della vita domestica, che fra tanto pubblico scialo, si facevan sempre più rare. E ci sarà grato trovarlo nelle letterine che il figlio di quelli sposi, Piero de' Medici, scriveva a suo padre, mentr'era in villa o altrove, raccomandato alle cure del suo pedagogo Messer Agnolo Poliziano. Le ha tratte dagli originali del nostro Archivio di Stato, il Del Lungo che saprà a' loro luoghi ricollocarle nella Vita dell'Ambrogini, antica promessa ringiovanita con lui.
A Piero de' Medici molto si perdonerebbe in grazia di queste letterine, vergate con mano incerta dai cinque anni in poi, e dei primi latinucci che il maestro non correggeva. Nel 1476, appena cinquenne, scriveva di villa alla nonna Lucrezia Tornabuoni, con la petulanza d'un nipotino guastato dalle carezze. “Rimandateci parecchi fichi, chè quegli mi piacquono; dico di quelli brugiotti: et mandateci delle pesche col nocciolo, et delle altre cose che voi sapete che ci piacciono, zuccherini et berlingozzi ed altre coselline.„ Nel '78 avvertiva il padre d'aver “apparato già molti versi di Virgilio, e so quasi tutto il primo libro di Teodoro a mente, e parmi d'intenderlo„, cioè la grammatica greca di Teodoro Gaza (il Curtius, d'allora). “El maestro mi fa declinare et mi examina ogni dì.„
L'anno appresso scrive più franco: “Vorrei che Voi ci mandassi qualche segugio de' migliori che vi sono. Non altro. La brigata, ognuno si raccomanda a voi, massime io. Priegovi che vi guardate dalla moría, e che voi vi ricordiate di noi, perchè noi siamo piccini e abbiamo bisogno di voi.„ Un'altra volta, passato alcun tempo, cerca profittare del latino imparato per chiedere cose maggiori: “Quel cavallino non si vede. Nondum venit equulus ille, magnifice pater „ e già comincia a far da sopracciò ai fratellini. “Giuliano pensa a ridere.... la Lucrezia cuce, canta e legge; la Maddalena batte le capate pe' muri, ma senza farsi male; la Luisa dice già parecchie cosine; la Contessina fa un gran chiasso per tutta la casa.„ E appresso: “Io, che per dar più tono alla mia scrittura, ho scritto sempre in latino, non ho ancora ottenuto il cavallino che m'avete promesso; cosicchè tutti mi danno la baia.„ Ma il cavallino non veniva. “Al cavallino ho paura gli sia incolto qualche malanno; perchè, se fosse sano, so che me l'avreste già mandato, come m'avevate promesso.... Caso mai quello non possa venire, vi piaccia mandarne un altro.„ Finalmente arrivò, e un'ultima lettera, ch'è di ringraziamento e tutta piena di buone promesse, chiude quest'infantile carteggio.
Ma il curioso bozzetto domestico di vita medicea, che ha per isfondo la campagna e per scena una di quelle ville dove i Medici si riducevano per dimenticare le noie della politica, anche ci ricorda un altro aspetto della vita d'allora. Il desiderio della quiete campestre, l'amore per la villa, il sentimento della natura è una spiccata caratteristica degli uomini della Rinascenza. Già ne troviamo cenni in Ser Lapo Mazzei che usava andare a Grignano a far le faccende della ricolta e della vendemmia[77], accomodava da sè la vigna, e voleva in casa un po' di buon aceto. Buonaccorso Pitti, come il Petrarca, gode a noverare tutti gli alberi del suo giardino[78]; il Rucellai è più superbo della sua villa di Quaracchi, di cui ci porge una descrizione amorosa, che del suo palagio magnifico[79]; i trattatisti del Governo della famiglia[80] cantano le lodi della vita rustica: il Poliziano ne compone una prosetta da far voltare in latino a' discepoli[81], e nello sfondo di un paesaggio fiorito disegna l'immagine della bella Simonetta Cattaneo[82].
XIII.
Lorenzo de' Medici (mediocre marito), anche in mezzo alle grandezze della sua condizione d'ottimate e quasi di principe, seppe conservare una certa bonarietà tutta casalinga e fiorentina; nè gli dispiacque incanagliarsi col volgo, all'osteria della Porta a San Gallo, e celebrar le bellezze della Nencia rusticana, e serbare nel fasto una sobrietà cittadina.
Racconta il Borghini che Franceschetto Cibo, cui dava in isposa la figliuola, fu da Lorenzo trattato con grande semplicità e parsimonia, mentre i suoi compagni, cavalieri e baroni romani, ebbero sontuose accoglienze. E a lui, impensierito per la figura che avrebbe fatta con loro, rispose rassicurandolo: “Onorai que' signori come ospiti e forestieri; te invece accolsi come uno di mia famiglia[83].„ A' clienti dava udienza per istrada, o al canto del fuoco, o passeggiando amichevolmente per le vie di Firenze[84]. Fiorentino nell'anima, non gli dispiaceva d'essere e di mostrarsi faceto. Vedendo a Pisa uno scolare guercio, disse che e' sarebbe il più valente di quello Studio. E domandato perchè, rispose: “perchè e' leggerà a un tratto le due facce del libro, e così potrà imparare a doppio„[85].
Ma sotto coteste semplici apparenze covavano i disegni del politico astuto che, come scrive il Vettori, “non istudiò in altro se non in ridurre gli uomini alle arti e ai piaceri„, e la protezione alle arti e agli artisti volle strumento a futura dominazione. Col denaro mediceo si alzavano palazzi e conventi, e dentro vi si raccoglievano antichità e libri; ne' giardini si radunavano gli artisti; alle cene accorrevano i poeti; si bandivano giostre e giuochi del calcio, concorsi poetici e feste religiose: la clientela politica del palazzo era resa più gagliarda da quella dei sommi artisti delle umili botteghe. Il Savonarola che del tiranno aveva indovinato i segreti pensieri, diceva: “occupa il popolo in spettacoli e feste, acciocchè pensi a sè, non a lui„. Firenze a' suoi tempi vide nascere, o crescere più rigogliose, molte forme di costume e molti generi di poesia; dai trionfi e dalle mascherate per le vie ai simposj platonici di Careggi; dal canto carnascialesco e dalle ballate a rigoletto, alle Sacre Rappresentazioni. La gaiezza spensierata e il facile appagamento dei desiderj, così negli ordini dello spirito come in quelli della materia, servirono a compensare la diminuzione delle pubbliche libertà[86].
La città gaudente, che da un pezzo risonava di clamori festivi, accolse lieta il gran carnevale mediceo, que' sontuosi apparati, quelle processioni ordinate dalle confraternite de' vari quartieri e dirette da artisti. La paganità rinascente invadeva le feste religiose e le trasformava a' suoi fini. In carnevale si facevan carri e trionfi “per parere (dice mestamente il Cambi) che la città fussi in festa e in buono stato„. In Mercato Nuovo si danzava, nella Piazza de' Signori si facevano combattimenti d'animali, e fra essi si sguinzagliarono i leoni sperando ne seguissero terribili scene. Ma il leone fiorentino era così mansuefatto, che “come fosse un agnel si stava cheto„[87]. In via Larga, dinanzi al palazzo de' Medici, correvano a gara gli armeggiatori e si celebrava il trionfo d'amore. Per la venuta di Franceschetto Cibo, novamente maritato alla Maddalena di Lorenzo il Magnifico, si fecero in tutte le botteghe “mostre di cose gentili e ricche e drappi, e broccati, e gioie di perle e argenterie, che è stato cosa stupenda e miranda bellezza„. Per San Giovanni, s'apparecchiò “una bella festa di nugoli e di spiritelli e carri ed altri festivi edifici e ingegni popolari da passar tempo, e con tutte l'altre cose festive, ordinarie altre volte„. Si correvano palii di sfoggiata magnificenza, e la torre del Palagio rosseggiava tra i fuochi delle scoppiettanti girandole.
Nel far cavalieri e ricevere oratori, l'eccelsa Signoria, usava cerimonie solenni di cui troviamo ricordo nel libro di Francesco Filarete, araldo della Repubblica[88].
Nel 1491, per la festa di San Giovanni, Lorenzo fece fare 15 edifizi o trionfi, rappresentanti il trionfo di Paolo Emilio, reduce dalla Macedonia, quando tornò con tanto tesoro che i Romani per molti e molti anni non pagarono nessuna gravezza[89].
XIV.
Pareva rinnovarsi l'età dell'oro! Le giostre medicee, che aveano inspirato le ottave del Poliziano, stimolavano anche gli altri cittadini a largheggiare nelle spese più pazze. Benedetto Salutati, nipote di Messer Coluccio, per quella del 1467, “nella sopravveste, testiera ed altri paramenti di due cavalli mise 170 libbre di fino argento, che volle sottilmente lavorato per mano d'Antonio del Pollajuolo. E ne' ricami dei detti paramenti, nella sopravveste sua e nelle cioppette de' sergenti mise intorno a 30 libre di perle, la più parte di maggior pregio„[90].
Firenze, abbellivasi di sontuosi palagi. Filippo Strozzi incominciava, il 6 agosto '89, a fondare il suo, e Giuliano Gondi poco appresso ne imitava l'esempio. Il popolo ne andava orgoglioso, e il buon Tribaldo De Rossi, per memoria del fatto, si fece mandare dalla Nannina sua donna, tutti rivestiti i suoi due figliuoli e menatili a vedere i fondamenti del palazzo Strozzi “prese Guarnieri in collo e guatava colaggiù, e dettili un quattrin gigliato, e gittollo laggiù, e un mazzo di roselline di Damasco c'aveva in mano ve li feci gittar drento. E dissi: Ricorderàitene tu? Disse, sì. Insieme con la Tita nostra serva erano, e Guarnieri aveva appunto detto di anni 4, e avevali fatto la Nannina una gabbanella di taffetà cangiante, verde e gialla, nuova„[91].
I ragazzi, come i cittadini più grandi, dovevano esser colpiti dalle sorprendenti meraviglie, a cui li avvezzavano le magnificenze medicee. Ogni giorno cose nuove e singolari: feste, processioni, cortei principeschi. E il De Rossi, semplice cronista, di quegli avvenimenti, ci ha conservato il ricordo. Nel 1488, donata dal Soldano di Babilonia a Lorenzo, venne in Firenze una giraffa alta sette braccia, ch'era menata a mano da un di quei Turcimani. Grande curiosità in tutti, perfin nelle monache; onde furon costretti a mandarla attorno pei monasteri[92]. “Mangiava d'ogni cosa, nelle ceste d'ogni forese metteva il capo; a un fanciullo arebbe tolto una mela di mano, tanto era piacevole. Morì a' dì 2 di gennaio 1489„ e tutti la piansero, “perchè era sì bello animale„.
Ma, d'un tratto, tutta questa serena giocondità di vita, tutto questo abbagliante splendore d'arte, di poesia, di spensierata gaiezza, si spegne sinistramente. La tempesta rumoreggia lontano, la collera celeste, profetizzata dal fiero domenicano che nel convento di San Marco, fra lo strepito del carnevale, medita solitario, minaccia i rinnovellati trionfi del paganesimo. L'8 di aprile 1492, come di una pubblica calamità, giunse la nuova della morte di Lorenzo de' Medici. “Lo splendore di tutta Italia, non che di Toscana,„ come scriveva il Dei, era scomparso. La sera appresso, la compagnia de' Mazzi riponeva il corpo nella sagrestia di San Lorenzo, e l'altro dì si fece l'onoranza, “non con molta pompa, come i loro antichi son consueti, ma onestamente e senza drappelloni, con tre regole di frati e una di preti solo; che in vero, non si poteva tanta pompa fare, che maggiore non fosse stata poca a un tanto uomo„[93].
Con così lugubri esequie, nel gelo de' sepolcri laurenziani si chiudevano, con le spoglie del Magnifico, i ricordi di tutta una età che apparve radiante di gloria e di giovinezza. Il mondo della Rinascenza scompariva, e poco dopo, scrive Tribaldo De Rossi, “venne una lettera alla Signoria che certi giovani, iti con caravelle, arrivarono a cert'isole grandissime, che mai più vi si navigò per nazione umana, popolate d'uomini e donne assai, tutti ignudi„.
Un nuovo mondo era stato scoperto!
Signore e Signori.
Rotta la terza cerchia delle sue mura, Firenze, fatta italiana, piantò, sotto la folgorata torre di San Miniato, come un segnacolo di libertà il David di Michelangiolo, glorioso mutilato nei tumulti del 527, testimone immortale delle miserie antiche e delle future grandezze. Dalla cima del colle e' guarda Firenze nuova, Firenze aperta da ogni lato, senz'altra difesa di mura, di bastioni o di torri; perchè Firenze, cuore d'Italia, si difende oggi dalle Alpi e dal mare.
La patria, un tempo ristretta nel Comune, nel piccolo Stato, ha abbattuto le vecchie mura e i vecchi confini, e si distende per ogni plaga dove suoni la lingua di Dante. Così la ragione de' popoli e la civiltà, si sono affermate nel diritto e nella carità umana.
Tornare indietro nè si può nè si vuole: la semplice vita de' nostri antichi, con la gioconda serenità che le fu propria, più non ci alletta. Il pensiero moderno, che ci travaglia e tortura coi dubbi tormentosi, con le aspirazioni insoddisfatte, lo redammo da tante sublimi e nobili intelligenze: è una conquista superba cui non possiamo rinunziare.
In esso è la forza che muove la scienza e che solleva i cuori e gli spiriti verso un ideale più alto, l'ideale del perfezionamento umano: il nuovo sole che irradia le vette eccelse della carità e dell'amore.
Firenze, 17 aprile 1892.
LA DONNA FIORENTINA
nel Rinascimento e negli ultimi tempi della libertà
DI
ISIDORO DEL LUNGO.
I.
Pel San Giovanni del 1473, al consueto festeggiar cittadino si aggiungeva la solennità del ricevimento fatto, come la Repubblica artigiana soleva e i Medici favorivano, con principesca magnificenza a Eleonora d'Aragona figliuola del Re di Napoli, la quale andava sposa ad Ercole d'Este, duca di Ferrara e di Modena. Entrata in Firenze il 22 giugno, ella trovava nel suo massimo sfoggio la mostra che delle proprie ricchezze avevano apparecchiata le botteghe dei mercatanti; assistè alla processione delle Compagnie co' fanciulli vestiti di bianco in forma di “agnoletti„; vide i “dificii„ o macchine fantasmagoriche, che in sulla Piazza della Signoria rappresentavano Storie dell'Antico Testamento e del Nuovo; vide l'offerta che al tempio del Santo Patrono portavano la Signoria e gli altri magistrati del Comune e delle Arti, le Compagnie del Popolo coi gonfaloni, parte Guelfa, e poi i Signori e Comuni sottoposti o raccomandati, recanti palii, ossia drappi, di gran pregio e bellezza e grandi ceri istoriati e fioriti; e con l'olivo in mano l'offerta de' prigioni e de' condannati (quella a cui Dante non si sottomesse); e finalmente, nel pomeriggio del dì 24, i barberi, già prima offerti ancor essi, che correvano il palio di San Giovanni, un palio ricchissimo di broccato d'oro, dal Prato su per la Vigna pel Mercato e pel Corso verso Porta alla Croce, tal quale noi che non siam più giovani possiamo ricordarci d'aver veduto. Ma nessun di noi potrebbe da' ricordi suoi giovanili evocare ciò che nel 1473 fu dato a godere, in quelle feste, a madonna Eleonora: un ballo, là su que' prati donde i barberi pigliavan le mosse, un ballo alla dolce aria profumata de' giardini e delle loggie, in uno de' palagi, quello de' Lenzi, dov'è oggi la Galleria Pisani, che fronteggiavano coteste estreme parti della città verdeggianti lungo le rive dell'Arno. Tacciono di quel ballo i diarii: sulle cui aride pagine, a ogni modo, voi cerchereste inutilmente, signore gentili, descriversi dal giornalista di quattro secoli fa gli abbigliamenti delle vostre antenate; e sotto quali colori d'abito e con qual dottrina di linee, presentassero esse al desiderio de' loro innamorati quelle bellezze, che all'ammirazione nostra sopravvivono nelle tavole del Botticelli e negli affreschi del Ghirlandaio. Un ballo fiorentino de' tempi del Rinascimento; non dominato e quasi sopraffatto dallo scintillio de' doppieri, ma lumeggiato soavemente dal sole che di là dal Pignone tramonta; nè turbinato fra le vorticose battute orchestrali, ma sposato sulle corde flebilmente amorose del liuto e della viuola alle gentili baldanze ottonarie della Canzonetta che appunto dal Ballo s'intitola; meritava cronista un poeta. Permettetemi ch'io vi traduca dal latino di Angelo Poliziano quel Corriere del mondo elegante d'allora: distici levigatissimi, dove le realtà della vita s'intrecciano con le concezioni dell'arte, il vero col fantastico, il fiorentino, il cristiano, con la classica paganità; circola l'aria che respiravano i letterati nella Firenze del magnifico Lorenzo.
“Apollo con la rosea faccia ha menato il giorno che riconduce la festa del selvaggio Batista san Giovanni; quando alla città che fu colonia di Silla ferma le candide vestigia, per riposarsi dal lungo cammino, la figlia del Re, che, lasciata la città delle Sirene, va sposa ad Ercole. Festeggiano a gara il suo arrivo fanciulli, giovani e vecchi, e le matrone e splendide di fresca bellezza le spose: tutta la città si anima, d'ogni dove rumoreggia l'allegria. V'è una strada che i Sillani (i Fiorentini, parafrasati in latino) chiamano Pantagia (Borgognissanti, ribattezzato in greco), dove sorge splendido un tempio dedicato a tutti i Celesti. Colà s'inalza superbo il palagio de' Lenzi: ivi presso ride la verde distesa de' prati, e de' colori primaverili si dipinge fiorito il terreno. Quivi, mentre i corsieri scalpitanti aspettano, in sulle mosse, il canoro segnale della tromba Tirrena, la regal fanciulla si abbandona ai sollazzi delicati della danza; ed ecco atteggiarsi le gentili donne al tempo misurato e all'intreccio de' balli. Innanzi alle altre ninfe risplende Albiera bellissima, e di sua bellezza sparge a sè dintorno il tremulo splendore. Mossi dal vento diffondonsi i capelli sulle candide spalle, i neri occhi raggiano di luce soave: pare, fra le sue compagne, la stella del mattino il cui rossore purpureo vince gli astri minori. Giovani e vecchi ammirano Albiera: sarebbe di ferro chi non si commovesse a quella verginale bellezza: lietamente, plaudendo, col cenno, con gli sguardi, con la voce, tutti lodano Albiera.„
Albiera di Maso degli Albizzi era una giovinetta fra i quindici e i sedici anni, fidanzata a Gismondo della Stufa. S'ammalò, subito dopo quel ballo, e in capo a pochi giorni morì. “Ahi povera Albiera!„ sentite ancora il suo poeta: “così giovinetta, rubata ai genitori, allo sposo! Va' ora, e confida nelle umane fortune! Ecco disfatte da morte crudele, o Albiera, le tue bellezze: disfatto il tuo viso di gigli e rose; i tuoi occhi gioiali, dove Amore accendeva le sue fiaccole; i capelli, che o scioglievi abbondanti, e parevi Diana cacciatrice, o raccoglievi in diadema d'oro, ed era l'acconciatura di Citerea: gli Amorini, le carezzevoli Grazie, ti facevano bella, senza che tu il sapessi: ogni virtù ti adornava, modestia e serietà di contegno, senno, pudore, lealtà, gioialità, bel costume, bel tratto, schiettezza: tutto ormai divenuto un pugno di cenere!„
In altre parti della elegia lunghissima è mitologizzata la malattia e la morte d'Albiera. La sua bellezza ha attirato il bieco sguardo di Nemesi, la dea che con misteriosi decreti governa le umane vicende. Ritirasi la giovinetta alle sue case, finito il ballo, in sull'annottare; nell'ora, o Signore, nella quale a voi, pe' balli vostri, cominciano appena le operazioni della toeletta. E coricata ch'ella è, si appressa al suo letto la Febbre, nume orribile, del quale e del suo corteggio vi risparmio la descrizione, e che Nemesi ha sospinto verso quella povera casa. I genitori, i fratelli, lo sposo, pendono per dieci giorni ansiosi dal viso dell'inferma, pallido e trasfigurito. Ella dà gli estremi addii a que' suoi cari e alla vita, che, incominciatale appena, sente sfuggirle; e muore fra il pianto disperato della sua casa. Il lutto e la pietà de' cittadini circondano il corpo inanimato. La morte ha ricomposto il suo volto a pace soave: pare che dorma. La ninfa, vittima della dea Nemesi e della dea Febbre, ha esequie cristiane; e il distico ovidiano di messer Angelo colorisce anche quelle. Ecco il trasporto; ecco con la nera coltre la bara: ella distesavi su, coi capelli recisi, e in capo una umile ghirlanda. Le salmeggiano intorno i preti; le campane suonano a morto: segue, in veste di lutto, la cittadinanza; fra quella, lo sposo, che tutti si mostrano a dito, compassionando. La chiesa di San Pier Maggiore arde di ceri, è profumata d'incensi: si fa l'assoluzione e la benedizione: e le tombe degli Albizzi, in quella stessa chiesa, si aprono a ricevere la giovine fidanzata; forse, come si soleva, in abito di monacella: il che non dice il Poeta; ma que' capelli tagliati ce ne danno, a mio avviso, argomento più che probabile. La musa latina dell'umanismo fiorentino consacrò, non con la sola elegia e con altri minori epicedii del Poliziano, il nome d'Albiera: elegiaci e ricordanze su quella morte e quei funerali abbondano, in copia anche maggiore che pei funerali della bella Simonetta, morta soli due anni dopo la fanciulla degli Albizzi.
Ma alla Simonetta Cattaneo, genovese, venuta nel 69 sedicenne sposa in Firenze a Marco Vespucci pur sedicenne, e mancata di mal sottile nel 76, l'arte dette anche in altre forme gli onori dell'apoteosi. E mentre delle fattezze verginali di Albiera non ci è rimasta testimonianza (salvo se qualche benemerito investigatore riuscisse a trovare il busto marmoreo nel quale sappiamo dal Poliziano averla fatta rivivere lo sposo), per la Simonetta, invece, si è impacciati a scegliere fra più d'uno il ritratto vero: o vuoi quello che è nella Galleria de' Pitti, attribuito al Botticelli, di una bionda delicata, dal collo assai lungo, dal viso intento e gentilmente pensoso, in acconciatura modesta e casalinga, da riferirsi piuttosto a un mezzo secolo innanzi; o vuoi l'altro, sotto il quale è stato apposto il nome di lei, e che si conserva a Parigi nella galleria del Duca d'Aumale, creduto del Pollaiuolo o di Piero di Cosimo, ed è essa pure una figurina delicata e gentile, ma di gaia e vivace bellezza, nudi il collo (anche di questa assai lungo) e il seno e le spalle, i capelli tirati all'indietro o avvolti in giri artificiosi con grande intrecciamento di perle e pietre, e pendente sul petto un monile intorno al quale si rigira un aspide; o che dobbiamo infine ravvisarla, come altri propone,[94] in una delle figure allegoriche di quella misteriosa Primavera del Botticelli, guidati da certi singolari riscontri che la composizione del fantasioso maestro offre con le Stanze del Poliziano, dove è ritratta e designata per nome (pur nell'atto di trasfigurarla in Ninfa delle più autentiche), e poeteggiata, con buona pace del marito Vespucci, come innamoratrice di Giuliano de' Medici, appunto la Simonetta Cattaneo. Or qualunque ella si fosse la giovane sposa, certamente bellissima, che nell'aprile del 76 moriva, basti a noi, pur lasciando d'altri suoi celebratori in latino e questa volta anche in volgare, che il Poliziano facesse di lei la mitologica eroina delle sue Stanze; che per la morte sua scrivesse pure epigrammi funebri, d'alcuno de' quali il magnifico Giuliano de' Medici, il bel “Iulio„ delle Stanze, proponeva il concetto; e che Lorenzo, a sua volta (il che mostra del tutto ideale e poetico il culto dei due fratelli alle bellezze della Vespucci), tragga, o finga d'aver tratto, dalla morte di lei il motivo a platonizzare poeticamente sull'anima ritornata alle stelle. Lorenzo era a Pisa, e dai Vespucci medesimi riceveva di giorno in giorno le dolorose notizie. Morta, un suo famigliare gli scriveva: “La benedetta anima della Simonetta se ne andò a paradiso, come avrete inteso. Puossi ben dire, che sia stato il secondo Trionfo della Morte: chè veramente, avendola voi vista così morta come la era, non vi saria parsa manco bella e vezzosa che si fosse in vita. Requiescat in pace „; e Lorenzo, essendo (così ci racconta) una serena nottata primaverile, e andando con un amico a diporto, e parlando di quella morta, si affisa a un tratto in una stella che mai non gli par d'avere veduta così lucente, e “L'anima di quella gentilissima„ esclama “o è trasformata in questa nuova stella, o si è congiunta con essa„; e un'altra volta, pure in cotesta primavera, passeggiando per una delle sue splendide ville, osserva il girasole, anzi Clizia, l'antica innamorata del sole, “la sera restar col viso vòlto verso l'orizzonte occidentale, che è quello che le ha tolto la visione del sole, insino che la mattina il sole la rivolge all'oriente„; e ci vede una immagine del nostro destino quando perdiamo chi si ama, che è di rimanere “col pensiere vòlto all'ultima impressione„ della “visione„ perduta; ma l'orizzonte nostro occidentale, donde il tramonto non ha ritorno, è la morte.
È, del resto, notabile come in que' tempi che tante erano, e così vigorosamente svolte, e così spesso violente, le energie della vita, la morte circondasse di tanta poesia, sebbene caricata di tanta oziosa mitologia, agli occhi e al cuore di cotesti uomini la idealità femminile: notabile come quei travestimenti di donne viventi in ninfe posticcie, pe' quali l'imitazione artistica del vero perdeva miseramente tanto tesoro di realtà, si arrestassero, cotesti travestimenti, o s'impacciassero dinanzi alla santità delle tombe; quando, secondo la figurazione Polizianesca (nelle Stanze ) della morte della Simonetta, l'amante, o il poeta,
Vedea sua ninfa, in trista nube avvolta,
Dagli occhi crudelmente essergli tolta.
In uno degli epigrammi funebri di messer Angelo per la Simonetta, e proprio in quello a cui dette il concetto Giuliano de' Medici, “tranquilla in sul punto di morte, si volge, la ninfa, a Dio, in lui confidando„; curiosa ninfa, a dir vero, che si raccomanda l'anima: come singolar mortorio, altresì, quello che portava verso la chiesa d'Ognissanti, alla cappella de' Vespucci, la Simonetta, se intanto, strada facendo, Amore, proprio il figliuolo di Venere piovuto non si sa come in quell'accompagnamento, saettava tuttavia, standocene a un altro di cotesti epigrammi, saettava da' chiusi occhi di lei pur col ricordo del loro splendore.
Meglio ispirato il poeta mediceo faceva da un'altra tomba di sposa ventenne (cominciammo da un ballo, o Signore, e ci siam persi fra le tombe; ma il geniale argomento, ancorachè caduto, come vedete nelle mani d'un conversamorti, ci ricondurrà, vi prometto, alle gioie e ai travagli della vita), da un'altra tomba di giovine sposa, minor sorella dell'Albiera, e ancor essa bellissima, Giovanna degli Albizzi moglie a Lorenzo Tornabuoni, morta nel dare alla luce il secondo figliuolo, faceva il Poliziano uscire la voce di lei, così: “Gentilezza di sangue, bellezza, un figliuolo, ricchezze, amor coniugale, ingegno, costume, animo, mi facevan felice: felicità, che la Parca, perfida, a viepiù inacerbirmi la morte, mi addimostrò piuttosto che darmi.„ Ma buona e pietosa forse possiamo noi oggi dire la Parca; che risparmiò a Giovanna di vedere soli nov'anni appresso, nel 97, ne' tempi del terrore Piagnone, decapitato a ventinove anni il suo Lorenzo come cospiratore mediceo: memorie d'infinita pietà a chi guardi, sulle medaglie coniate in onore di lei, le sue forme gentili, e ne' rovesci simboleggiate le sue virtù, o con le tre Grazie, sottovi scritto Castità, Amore, Bellezza, o con la figura virgiliana della ninfa cacciatrice; a chi nella cappella che fu de' Tornabuoni, in Santa Maria Novella, la riconosce, nei meravigliosi affreschi di Domenico Ghirlandaio, in quella bionda giovanissima gentildonna, che riccamente vestita di broccato d'oro campeggia nella storia della Visitazione; a chi potesse pur di Giovanna rivedere un altro ritratto, della stessa mano del Ghirlandaio, che col nome della madonna Laura petrarchesca da un palagio fiorentino trasmigrò ad altri lidi; o a chi rimpianga certi preziosi affreschi, che in una villa suburbana del pian di Mugnone tornarono, pochi anni or sono, alla luce, solamente per essere divelti e travalicati e (sento dire) sciupati oltr'Alpe.
Quanta gentilezza del Rinascimento fiorentino dovette accogliersi fra le pareti di quella villa, che nei Tornabuoni rimase dal 1469 al 1541, e fu dunque villa di Giovanni Tornabuoni, quando questi e in Firenze e in Roma, quasi ambedue egualmente medicee, era forse il principale agente della fortuna sì mercantile e sì politica della poderosa famiglia; quando ei faceva nel 1490 scoprire quella magnifica sua cappella, e ci faceva scrivere dal Poliziano la data, “anno 1490, nel quale la città bellissima, nobile per ricchezze, vittorie, arti, edificii, godeva di abbondanza, di salute, di pace„; quando nel giugno dell'86 le nozze del suo Lorenzo con la bella Giovanna erano festa non pur domestica ma cittadina. Veniva la sposa a Santa Maria del Fiore, in mezzo a un cortèo di cento fanciulle delle maggiori famiglie, e di quindici giovinetti vestiti d'un'assisa: assistevano al darsi l'anello cavalieri così cittadini come di fuori, e un ambasciatore di Spagna al Pontefice. Un Guicciardini e un Castellani accompagnavano la sposa alle case de' Tornabuoni, presso alle quali la piazza di San Michele Berteldi (oggi piazza San Gaetano) era “messa a palco„ per uso di festeggiamento e di ballo: e di là tornati gli sposi alle case degli Albizzi, s'imbandiva suntuosamente la cena, essendo messo il terreno del palagio egualmente a palco pel ballo, che a lume di doppieri si alternava, durante l'intera notte, co' virili giuochi d'una sfarzosa armeggeria. Più riposate dolcezze offriva ai giovani sposi la villa. Qui viene ad essi il Poliziano, tenerissimo del giovane Lorenzo fin quasi a ieri suo valente discepolo; il Poliziano che con affetto quasi paterno si compiace d'ogni suo trionfo, così nelle lettere classiche, specialmente greche (delle quali spera che toccherà presto la cima); come nel poetar volgare, magari anche all'improvviso; come nelle giostre della piazza di Santa Croce: viene l'umanista dottissimo a intertenersi de' cari studi, a leggere que' suoi stupendi poemetti latini le Selve, una delle quali l' Ambra, d'argomento omerico insieme e mediceo, è dovuta a te (scrive dedicandogliela) per l'un titolo e l'altro: viene a esaminare e interpretare le antiche medaglie, della cui raccolta in casa Medici il numismatico erudito e diligente è appunto Lorenzo Tornabuoni: al quale, e al maestro suo, chi dubiterebbe (certi di ciò) d'attribuire, con altre, le medaglie fatte eseguire in onore della sposa diletta? Ma il vecchio Tornabuoni, che guarda con occhio d'immenso affetto que' giovani capi, ahimè destinati sì da presso alla morte, non pago che il Ghirlandaio li ritragga nelle mirabili storie della cappella, in un'altra di quelle meraviglie dell'arte li vuole, sulle mura di quella stessa sua villa, consacrati alla ricordanza de' secoli. “Dipignetemi, o maestro, questa sala a buon fresco; e il Poliziano nostro, qui, darà, come suole, il concetto d'alcuna di quelle esquisite allegorie nelle quali sì fieramente vi compiacete.„ E il Botticelli, in due storie sulla medesima parete della sala, come sulla medesima parete della cappella in due separate storie il Ghirlandaio, ritraeva i giovani sposi.
Nell'una, il cui fondo è una selva assai folta, che ricorda quello dell'altra allegoria di Sandro polizianesca, la Primavera, Lorenzo Tornabuoni, vestito dell'abito civile fiorentino, con la folta e morbida capigliatura distesa, si avanza, condotto per mano da una donna di modesto e gentil portamento, verso un circolo di altre sette donne, acconciate (come anche l'introduttrice) fantasticamente, e che pe' vari emblemi di che ciascuna d'esse è fornita simboleggiano certamente le sette Arti liberali; delle quali quella che alle altre sovrasta e par che presegga, fa a lui cenno di accoglienza amorevole. Nell'altra storia, Giovanna, cara figura delle più vivamente lumeggiate di verità bella che siano uscite da pennello di quattrocentista, con un viso che dice davvero quelle virtù che leggemmo scritte sul suo sepolcro, atteggiata a semplicità affabile e graziosa, porge con ambe le mani e le braccia protese un pannolino spiegato, nel quale quattro gentili giovinette, che si avvicinano a lei sono per deporre fiori. E anche questa volta, vestita del costume fiorentino del tempo la persona della sposa; ma a fantasia le quattro che probabilmente son figurate per virtù proprie di lei.
II.
In tali imagini il sentimento e l'arte, che da questo s'informa, effigiavano, mentre infieriva l'umanismo mediceo, la donna. Alla quale, nelle realtà della vita e dell'esser suo, sola, io credo, di tali omaggi era accessibile e gustata e compresa quella parte che prendeva consistenza in figure consacrate dalla religione, sotto le vôlte maestose delle chiese d'Arnolfo e di Brunellesco, piovente la luce misteriosa, per le grandi bifore da' vetri colorati in istorie, sugli affreschi e le tavole di Masaccio di Benozzo, de' Lippi e de' Ghirlandai, d'Alessio Baldovinetti e di Piero di Cosimo, sui marmi e sui bronzi di Mino, di Donatello, del Ghiberti, del Verrocchio, del Pollaiuolo. Da quelle figure genuflesse alla preghiera, o nel sonno della morte distese, o atteggiate vive all'azione delle leggende evangeliche, sollevavansi le pie e gagliarde anime femminili a ciò che nel tempo è di qua e di là dal momento che si vive; congiungevansi i ricordi, gli affetti, le glorie umane della famiglia, con le speranze immortali. E questa poesia, sentita nel cuore, sapeva anche trovar forma nella parola, la forma paesana e casalinga della Lauda e della sacra Rappresentazione, per opera di Antonia Pulci e di Lucrezia Tornabuoni ne' Medici. L'Antonia nata dei Tanini, moglie e cognata di poeti, in famiglia che tutti erano cosa de' Medici, potè con madonna Lucrezia madre del magnifico Lorenzo conferire le sue ascetiche ispirazioni nell'atto di fermarle in quello stampo fra drammatico ed epico, pel quale la Rappresentazione ha corrisposto con tanta pienezza all'istinto plastico della fantasia popolare; e madonna Lucrezia, fra un canto e l'altro che Luigi Pulci le recitasse del suo Morgante, e altresì fra l'una e l'altra delle provvide cure per le quali casa Medici le dovè tanto, scriveva senza pretensione di letterata le religiose canzonette pe' Laudesi, o riduceva in ottave o in ternari le istorie bibliche, delle quali poi facevan delizia negli ozi fiesolani e di Careggi i suoi nipotini.
Gentili donne non letterate, nello stretto senso, professionale e (con vostra buona grazia, e senza che troppo debba rincrescervene) non femminile, della parola; le quali serbando nette d'erudizione le mani delicate, coglievano dall'arte il fior dell'affetto, e pur conversando coi dotti umanisti e coi barbassori che la caduta di Costantinopoli aveva addotto fra noi, si stavano col popolo nel vestire delle forme, che egli intende e crea, il pensiero e l'affetto; dalla realtà, quale il popolo per linea diritta la vede, cavar fuori e animare il fantasma. Le giovinette istruite nel latino e nel greco, non difficile trovarle nelle case principesche di Lombardia e di Romagna: era una, fra le altre, delle splendidezze cortigiane di quelle regioni. Ma i grandi cittadini della nostra Firenze, anche della oligarchia più elevata, e molto più i Medici che a combattere quell'oligarchia, e sulle ambizioni di lei insediare la propria, usavano artifizi democratici, rimasero (dico gli Albizzi, i Ricci, gli Strozzi, i Rucellai, ed essi i Medici), anche attraverso agli splendori dell'umanismo, principalmente e visibilmente mercanti: e la donna, nelle loro case, fu sempre e soprattutto la donna di grandi mercanti, donna massaia, avvisata, e più che della libreria e del medagliere curatrice dell'azienda domestica, o, se volete anco, della credenza, del celliere (com'allora dicevasi), della colombaia, del pollaio.
Una letterata, anzi letteratissima (che però non ha lasciato libri), ebbe Firenze in quel secolo, ma non da alcune delle grandi famiglie, sibbene nella figliuola d'un Cancelliere della Repubblica, venuto, come tanti altri, dal contado alla città, e qui arricchitosi e fatta fortuna. Ella fu la bella Alessandra di messer Bartolommeo Scala: alla quale due di quei barbassori greci, il Lascari e il Calcondila, furon maestri; un altro, venuto in Italia umanista e soldato, Michele Tarcaniota Marullo, fu suo marito; e spasimato di lei il Poliziano (nonostante tutti i canonicati e priorati e pievanie di cui poco degnamente lo rincalzavano i Medici; e nonostante, altresì, il suo collo torto e l'occhio losco, e il naso sformato e gli anni ormai quasi quaranta), spasimato di lei, e per cagion di lei nemico feroce e con terribili giambi laceratore del marito e del padre. Non vi meraviglierete che una passione amorosa fra persone di questo calibro si sfoghi in greco. Si rappresenta nientemeno che una tragedia di Sofocle, l' Elettra: protagonista, Alessandra Scala; cronista teatrale, con tutti addosso gli entusiasmi d'una passione, ahimè, non corrisposta, il povero Poliziano in sei distici di squisita fattura, che vi traduco liberamente: “Una mirabile Elettra, la giovinetta Alessandra: mirabile nel pronunziare, essa italiana, la lingua d'Atene, nella intonazione vera della voce, nel curare l'artificio della scena, nel ritrarre fedelmente il carattere, regolare lo sguardo, il gesto, il movimento; nel conservare al linguaggio della passione il decoro, nel suscitare col volto in lacrime la pietà degli spettatori. Tutti ne fummo percossi; ma oh che invidia sentii io nel cuore, quand'ella, stringendo al seno Oreste, gli dice: — T'ho io fra le braccia? — ed egli: — Oh così tu m'abbia sempre!„ Un passo ancora, ossia un altro epigramma greco, e il critico drammatico, l'ammiratore entusiasta, si scuopre amante. “Ho trovata, ho trovata, quella che volevo, che sempre cercavo; l'amor mio sospirato, quella che vedevo ne' sogni: una fanciulla d'integra bellezza, di adornezza non accattata ma naturale; una fanciulla, culta di greco e di latino, eccellente nella danza, eccellente nella musica; de' cui pregi, velati dalla modestia, contendono a gara le Grazie. L'ho trovata; ma a che pro, se appena una volta l'anno posso io, che di lei ardo, vederla?„ Ma l'Alessandra era in grado, non solamente di ricevere omaggi in greco, sì anco in greco rispondere, e risponder a così: “Nulla di più bello, che la lode d'un valentuomo; ed oh qual gloria a me dalla lode tua! Quanto ai tuoi sogni, bada, interpretali bene: tu non puoi aver trovato in me quanto dici. È sentenza del divino Omero: — Avvicina un Dio i consimili. — Or troppa è fra te e me la dissomiglianza. Imperocchè tu sei come il Danubio, che da occidente a mezzodì, e poi di nuovo verse oriente, diffonde largo corso di acque. Glorioso filologo, tu discacci le tenebre dai monumenti di più lingue: greca, romana, ebraica, etrusca. Ercole dell'erudizione sei a gara chiamato, per le tue fatiche intorno a testi di astronomia, di fisica, di aritmetica, di poesia, di leggi, di medicina. I miei scritti di fanciulla son cosette leggiere, come i fiori e la rugiada. Io accanto a te, perchè so un poco di lettere! Ma sarebbe com'a dire, secondo il proverbio, la zanzara accanto all'elefante, perchè han la proboscide tutt'e due; la gatta accanto a Minerva, per via degli occhi cerulei.„ Che ve ne pare? Fu mai con maggior dottrina, o con più squisita crudeltà, rimesso al suo posto un adoratore stagionato? Non credete voi che messer Angelo abbia questa volta dovuto imprecare alle similitudini, alle perifrasi, alle antonomasie, e a tutto il resto dell'arsenale retorico? mandare al diavolo i proverbi greci, e magari anche le sentenze del divino Omero? Persiste tuttavia, come pur troppo avviene, le più volte in simili casi; e persiste, il che è assai meno frequente, in greco: “Tu mi mandi, o Sandra, le pallide violammamole: e io nell'amore di te impallidisco e mi struggo. Fiori e foglie, imagine gentile della tua primavera; ma il dolce frutto io vorrei.„ Al che Alessandra non risponde; anzi: “Nè vederti, o Alessandra, mi è permesso più, nè ascoltarti: ma almeno, due versi di risposta.„ E finalmente (del buon gusto poi di questa pensata lascio a Voi, Signore e Signorine, il giudizio): “O giovinetta, gradisci per la tua chioma questo pettine d'osso; così potessi io avere i capelli del tuo bel capo.„ I capelli d'Alessandra Scala come già quelli dell'Albiera sul feretro che la portava in San Pier Maggiore, furono (questa credo non ve l'aspettereste) recisi più tardi sulle soglie di quello stesso convento, dove, rimasta vedova del suo greco, ella si fece monaca benedettina, e vi morì giovanissima nel 1506.
III.
Se non che l'arte, la poesia, non sono esse la poesia della vita: possono, della vita, adombrare con le loro imagini, e idealizzare, la realtà; ma quelle imagini dalla realtà si distaccano, hanno propria esistenza, alla quale la realtà rimane estranea od anco può contraddire. Beatrice è donna; addiviene angelo, simbolo, ente: Laura è moglie e madre; la poesia la restituisce, libera, alle idealità dell'amore. Le idealità del Trecento, paesane e cristiane, e umane almen tanta parte quanta è umano lo spirito, il Rinascimento le aveva, sin dove potè, sopraffatte con l'umanesimo della materia, con la sua mitologia, co' suoi ninfali, co' suoi baccanali, incominciando a svolgere dal dischiuso gomitolo dell'antichità classica quel filo che, sottile ma tenace, si continuò poi per tutta la poesia italiana non pure sino alle Grazie d'Ugo Foscolo, che al rito delle sue Dee consacrava sacerdotessa anche una gentildonna fiorentina, ma sino sull' Urania del Manzoni che precede gl' Inni sacri e i Promessi Sposi. Nella poesia del Quattrocento, dal Boccaccio al Poliziano e a Lorenzo, le ninfe Simonetta e Ambra non sono che due figure spiccate dall'idillio fiesolano, nel quale messer Giovanni ha classicizzato e paganeggiato, con gli amori d'Affrico e di Mensola, le origini di Firenze. Da Poggio a Caiano per Careggi e Montughi fino a Settignano e Maiano, lungo tutto questo nostro sub-appennino gentile, le Driadi e le Amadriadi, le Naiadi e le Napee, con tutta quanta la fauna del loro corteo mascolino, danzano allegramente alla luce misteriosa dei plenilunii, che pur si diffonde sulla Badia medicea di Brunellesco, e da' finestroni della vecchia cattedrale di Fiesole investe le animate sculture di Mino, lumeggia della cristiana aureola la Vergine e i Santi di frate Giovanni Angelico. Muore in una sua villa, forse a Quarto, una giovine gentildonna, che a prezzo della propria salva la vita al suo bimbo pericolante nel crollare d'una tettoia del contadino. E la cronaca cittadina, compilata sulla cetra dei latinisti, esalta questa devozione di madre alla sua creatura, sapete come? con inveire contro gli Dei Lari che non hanno sorretta quella tettoia, contro le divinità campestri le quali hanno attratta in villa la bella Alba (un'altra Albiera), che Venere avrebbe dovuto proteggere: e tutto questo, pur descrivendo, e non senza efficacia, lo strazio del marito, che, lontano da Firenze, torna quando la sua povera moglie è ormai sotterra, e vuole a forza alzare la pietra di quella sepoltura, e che le care contraffatte sembianze siano restituite una suprema volta al suo disperato dolore. La famosa brigata delle gentili donne fiorentine, che fuggendo i dolori e i pericoli della pestilenza del 1348 è dal gran novelliere immaginata ritrarsi in una di quelle vallette, ci perde i nomi con che sono state battezzate in San Giovanni, per divenire Pampinee o Neifili, e le loro fantesche Misia Licisca Stratilia, e Sisisco il cuoco, e Panfilo Filostrato Dioneo la fauna de' loro amatori: con tanta verità, quanta ne è in cotesto calunniare la donna, sia di quello sia di qualunque altro secolo, apponendole che dove si soffre e si muore ella se ne vada in campagna, invece di rimanere ferma e fedele al suo posto. Tanta verità in ciò (Voi non mel concedereste se lo affermassi, o donne gentili), quanta nella bizzarria germogliata, non si sa come, in testa al buon Franco Sacchetti, d'una Battaglia delle belle donne di Firenze con le vecchie, le giovani schierate sotto il gonfalone di Venere, le vecchie sotto quello dell'infernale Proserpina; il tutto in quattro cantàri d'ottave mal connesse, con volgare strazio d'ogni nobile affetto e un pocolino anche del buon senso, che informa invece così finamente le novelle di quel medesimo Franco. Tanta verità in ciò, quanta (per tacer d'altre siffatte volgarità) nella fantasia, incarnatasi bensì in una delle più belle prose di nostra lingua, Le bellezze delle donne; le quali bellezze don Agnolo Firenzuola immagina, in un'altra brigata boccaccevole, siano da quel suo Celso, che è poi lui stesso senza la cherica, analizzate pezzo per pezzo, più o meno velati, sulla persona di quelle sue (al solito sbattezzate) monna Lampiada, monna Amorrorisca, e Verdespina, e Selvaggia, ascoltatici e interlocutrici: anatomia estetica, possibile forse ad eseguirsi laggiù nella Magna Grecia in servigio di Zeusi quando dipingeva la sua Elena, ma non già in Prato, nell'orto della badia di Grignano, l'anno di grazia millecinquecento tanti, in una veglia, quale quella vuole pur essere, di donne non dimentiche di sè medesime.
IV.
Non era quella, nè poteva essere, la poesia della vita fiorentina fra il XIV e il XVI secolo. Fantasticata sui libri, e in libri foggiata, essa non attinge nè attiene alla vita vera di quell'età; nè vera è la donna che su quel mitico fondo, tutto romano e greco, nulla medievale, campeggia. Meglio dalle descrizioni, o siano poetiche o meglio se in prosa schietta fiorentina, de' conviti nuziali, delle armeggerie, delle giostre, viva ci sorride, e onestamente baldanzosa, e di quelle cavalleresche e cortigiane onoranze seco medesima sodisfatta e superba, la donna. Non mancano anche in cotesti suntuosi apparati lo iddio Amore, gli Amorini (convertiti bensì, il che ha un po' del trovadorico, in spiritelli), le Ninfe; sibbene come ornamento esteriore, fregio posticcio, parvenza fugace; non come espressione mitologica d'un sentimento, o quasi (direi co' filosofi) espressione essoterica d'una dottrina. Ma la figurazione dominante e caratteristica è dalla cavalleria medievale, e s'atteggia e si drappeggia nelle persone e nelle foggie di castellani e di principi, d'uomini d'arme, di donzelli, d'araldi e di paggi, di dame crudeli e di servi d'amore, con seco le grandi o gentili memorie delle crociate, de' passaggi imperiali, della santa gesta de' Paladini: “le donne (ha cantato Dante), le donne, i cavalier, gli affanni e gli agi, che ne invogliava amore e cortesia„.
Siamo in piazza Santa Croce il 7 febbraio del 1468; e si fa la giostra della quale Lorenzo de' Medici scriverà ne' suoi Ricordi: “Per eseguire e far come gli altri, giostrai in sulla piazza di Santa Croce„; e ne noterà la spesa in fiorini diecimila di suggello: “e benchè e di colpi non fussi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto fornito d'ariento, con un “Marte per cimiero.„ Entrano in campo i giostratori: Medici, Pitti, Pucci, Vespucci, Benci, Pazzi, e altri molti; qual più qual meno riccamente forniti: con magnificenza più che regale, Lorenzo alla divisa de' gigli d'oro di Francia e in sua compagnia il fratello Giuliano, coperti d'oro, d'argento, di perle, di pietre d'ogni sorta preziose: ciascun cavaliere accompagnato da trombetti e paggi e uomini d'arme, e giovani gentiluomini a cavallo tutti vestiti sfarzosamente alla divisa di quello; brigate per ciascuno di poco meno che un centinaio di persone; e ciascun cavaliere col suo stendardo, nel quale fra emblemi e segni diversi, e per lo più tra verde di prati e fiori di verzieri, la dama del cuore. Questa, leggermente velata di bianco, con ghirlanda di quercia in mano, e a' piedi legato con catene d'oro un leopardo; quella, in abito di ninfa, che riceve nel grembo le foglie d'un faggio battuto dalla tempesta, e le dà mangiare ad un daino; quell'altra, vestita di bianco e di verde, che le saette d'Amore infocate spenge nel fonte che scorre a' suoi piedi; un'altra, vestita di paonazzo, che quelle stesse saette fa in pezzi e ne semina il prato; ma la dama di Lorenzo, irraggiata dal sole traverso ai colori dell'iride, vestita di drappo alessandrino ricamato a fiori d'oro e d'ariento, coglie d'un ramo di lauro rinverdito sull'arido tronco, e ne fa ghirlanda, e ne sparge foglie all'intorno; il suo motto, in lettere di perle grosse da gioiellare, le tems revient. E molto lontano da Firenze, in Roma, nell'austerità baronale del palagio degli Orsini, pensava a lui in quel giorno una giovane donna, che non era nè forse le rincresceva di non essere la dama del suo stendardo, perchè si apparecchiava ad essere la madre dei suoi figliuoli. “Lorenzo è molto occupato in questa giostra, chè già da tempo non ò avuto sue lettere„; ha detto ella, la Clarice, un mese innanzi, a uno de' Tornabuoni venuto a recarle le nuove di lui; ed ora, appena corrono a farle sapere “come Lorenzo à fatto la giostra, e n'è uscito sano e con grandissimo onore„, e che “s'è aoperato tanto degnamente quanto sia possibile di dire„, e che “giammai fu paladino facessi quello à fatto Sua Magnificenza„, risponde soavemente, “Ora s'è fatto la giostra, non avrà più scusa da recare, che non venga a Roma questa quaresima„. E in occasione della quaresima, la madre le ha fatto “levare panno pagonazo di Londra per una gonna a la romanesca„, che crede quel fidato Francesco Tornabuoni “non istarà punto male„; e così si propongono, madre e figliuola, di “andare vicitando tutti questi perdoni, pregando Iddio per Lorenzo„; ma la madre insiste ch'e' venga, perchè “vuole che voi vegiate la vostra mercanzia, avanti l'abbiate a casa; la quale ogni giorno migliora„: della qual locuzione figurata non so se proprio si abbellisse il parlare della nobilissima matrona, o s'ella fiorisse spontanea nella lettera del mercante cliente al mercante magnifico.
Un anno e quattro mesi dipoi, il 4 giugno del 69, le nozze di Lorenzo e di Clarice si celebravano in Firenze con grande solennità, la quale incominciava con due interi giorni di offerte a casa Medici dal contado e dalle città di Toscana; offerte la cui consistenza sommò, per citar qualche cifra a un centocinquanta vitelle, paia di capponi paperi e pollastri più di duemila, vini nostrali e forestieri a botti, e simili altre gentilezze, che Lorenzo partecipava largamente alla cittadinanza, anche prima d'imbandire, dalla domenica al martedì, ben cinque conviti, che empivano le loggie e i giardini del palagio di via Larga, con le mense distribuite fra giovani donne in compagnia della sposa (“cinquanta giovani da danzare„ dice l'informazione), e le donne di più età con madonna Lucrezia; e così in tavole separate i “giovani che danzavano„, e gli uomini di più età. Dalla domenica mattina, quando la sposa, partitasi dalla casa degli Alessandri “a cavallo, in sul caval grosso che donò a Lorenzo il re di Napoli„ entrava fra nobilissimo corteo nella casa maritale, mentre festeggiato di musica lieta si tirava su alla finestra il simbolico ulivo; sino alla mattina del martedì, quando “andò a udire messa a San Lorenzo„, con in mano uno de' mille doni nuziali, “uno libriccino di Nostra Donna, maraviglioso, scritto a lettere d'oro in carta d'azzurro oltramarino, coverto di cristallo e d'ariento lavorato„; Clarice Orsini, trasportata, avvolta, sollevata in quel profumo di gioventù, di bellezza, di grazia, di forza; ricevuta nelle sale che Cosimo, Piero e Lorenzo avevano impreziosite dei tesori dell'antica arte e della risorta; circondata, sovraccarica, dagli splendori d'una ricchezza che, anche non ostentata anzi voluta dissimulare, tuttavia impacciava quasi sè medesima; regina degli omaggi che il fiore delle intelligenze di tutto il mondo tributava a questa famiglia, la cui potenza era soprattutto l'ingegno; potè ben comprendere ch'ella era venuta sposa al primo cittadino, non che di Firenze, d'Italia.
E lasciamo stare se a quella gaiezza un po' sbrigliata della città popolana, allo scetticismo elegante di quei letterati già bell'e cortigiani, a quelle transazioni fra il cittadino e il cliente che corrompevano intorno al patrono tanto vecchio sangue repubblicano, se a questo e ad altro che poi dovette offendere la sua romana alterezza e i suoi sentimenti di moglie e di madre, ella ripugnò sin da principio, e ne contrasse quel malinconico cruccio che avvolse tutta la sua virtuosa esistenza domestica; lasciam pure che invece del Poliziano, il quale ella giunse perfino a cacciare di casa, preferisse di vedersi intorno ser Matteo Franco, buona pasta di cappellano e di sonettiere faceto, nelle cui fiorentinissime lettere madonna Clarice, circondata da' suoi figlioletti, è viva e parlante figura; ma non saprei tuttavia credere, che giovinetta sposa, ella non abbia dovuto gustare, di quella popolana gaiezza, di quella eleganza addottrinata, di quei cortigiani ritrovi, quanto parlava così vivacemente ai sensi e alla fantasia, in feste, per esempio, simili a questa, che pochi anni avanti, nel 64, aveva empito del suo fragore gioioso un'intera notte del carneval fiorentino.
“Notizia d'una festa fatta la notte di carnasciale, per una dama la quale fu figliuola di Lorenzo di messer Palla degli Istrozi. La detta festa fu fatta da Bartolomeo Benci, come innamorato della detta dama.„ Ve la riassumo, il più che potrò con le parole stesse della Notizia contemporanea, che sono una pittura. Bartolomeo Benci ha ordinato, con altri otto giovani di principali famiglie, un'armeggeria notturna, l'ultima notte di carnevale, in onoranza, prima alla dama sua, poi, come sentirete, a ciascheduna delle otto respettive dame de' suoi compagni. Ciascuno di essi otto è a cavallo, ricchissimamente forniti; ciascuno ha trenta giovani intorno a sè, vestiti alla propria divisa, con torchi in mano, e altri otto intorno alla briglia. Il Benci poi, col bastone di “Signore e Capitano della Compagnia,„ è “in su 'n uno cavallo che la natura nollo potre' fare più bello; con fornimento e sella e briglia tutto di chermisi, ricamato di molte argenterie tanto riccamente quanto fare si potè: e lui in su detto cavallo, con uno giubone di perle ricamato e gioie, con due alle alle spalle, d'oro e più altri colori. E intorno al detto Signore era quindici gentili giovani a piè; tutti con gonnellini di raso chermisi foderati d'ermellini, con calze pagonaze: a' quali esso Signore donò a ciascuno. E oltre a questo, avea intorno detto Signore centocinquanta giovani, tutti vestiti a una sua divisa, cioè gonnellini e calze verdi, con falconi nel petto e di dietro, d'ariento, che gittavano penne per tutto el gonnellino: e' quali centocinquanta giovani ciascuno aveva un torchio acceso in mano„. Portatori e pifferi circondano il Trionfo d'Amore, che è alla testa: un Trionfo “alto braccia venti, composto in modo che, guardandolo, si rimaneva abagliato: co' molti ispiritegli d'amore con archi in mano; e in alcune parti l'arme de' Benci, e in altri luoghi la divisa del padre di detta dama; co' molte campanellette a sonagli d'ariento, e varie cose. Era composto detto Trionfo d'alloro, mòrtina, arcipresso, abeto e scope, cose tutte verdi e calde, apropriate all'amore. E, per abreviare, in sulla cima di detto Trionfo era un cuore sanguinente, aceso in fiamme di fuoco, che del continovo ardevano; con certi razi„ che a suo tempo dovevano esser lanciati. Muove la brigata (tutto ben computato, oltre un cinquecento persone) dalla Piazza de' Peruzzi, dopo una lauta cena in casa di Bartolomeo, e va alle case degli Strozzi da Santa Trinita: due Benci e due Strozzi regolano a cavallo l'andata. La Signoria ha fatto bandire, che nessuno quella notte giri a cavallo per la città, fuor di cotesta armeggeria; e che in essa o a cagion d'essa, “se per disgrazia alcuno fusse morto, chi l'ammazza sia sanza pena e sanza bando„: il che è detto “un obviare a' casi cattivi che potrebbero nascere„. E così, “giunti a casa della dama, feciono la mostra. E apresso, ciascuno corse ritto in sulla sella, secondo uso d'armeggeria, con un dardo in mano, dorato. E dipoi ancora, ciascuno corse con una lancia busa, dorata, e ruppono a piè della finestra dov'era detta dama. La quale si mostrava in mezo di quattro torchi acesi, con tanta graziosa onestà che una Lucrezia basterebbe. E fatto questo, el Trionfo era fermo sulla piaza, dirimpetto alla finestra dov'era detta dama: e al Signore fu ispiccate l'alie e gittate in sul Trionfo; e in quel punto, era ordinato che a detto Trionfo s'apiccassi el fuoco: e così arse, con tante grida e suoni che insino alle stelle andava el romore. E i razi che v'erano su erano artificiati in modo, che pareva che quegli ispiritegli d'amore, ch'erano in su detto Trionfo, co' l'arco che gli avevano in mano, gli saettassono. E così accesi per l'aria volavano appresso alla dama: alcuno n'andava in casa della detta dama, che si istima glien'entrassi alcuno nel cuore, per compassione del detto amante. E fatto questo, el detto Signore Amante, partendosi con tutta la compagnia, per non volgere le spalle a detta dama, fece che sempre el cavallo andava indietro, tanto che più nulla potè vedere. E partiti di quivi, andarono a rompere le lancie e armeggiare a casa le Dame di ciascuno de' suoi Compagni, cioè degli otto nominati. Dipoi tornarono tutti dalla Dama del Signore, e feciolle una mattinata co' molti suoni e gra' magnificenza: e questo si dice mattinata, perch'era presso a dì. E dipoi si partirono, e accompagnarono el Signore, cioè Bartolomeo Benci, a casa, nel modo e forma come s'erano partiti nel prencipio. E 'l detto Signore aveva ordinato molte confezioni, e e fece tutti convitare co' gra' magnificenza„. A chi poi rimanesse la curiosità (mi sia permesso, gentili ascoltatrici, supporla), se a que' nove armeggiamenti sotto le finestre delle nove case abitate dalle nove dame, corrisposero a suo tempo nove bei matrimoni, rispondo: che quanto ad alcuna delle amorose coppie, no certo, per la ragione molto stringente che il cavaliere aveva moglie, il che fa altresì lecito ammettere che anche qualcheduna delle rispettive dame avesse, per ultimo respettivo, marito: quanto a qualche altra coppia, potrebb'anch'essere; ma a chiarirlo, bisognerebbe, come de' cavalieri, avere i nomi delle otto dame; e questi la Notizia, che vi ho riassunta, non ce li dà; quanto poi alla coppia che più forse vi preme, mi rincresce dovervi notificare, che la Marietta Strozzi, nonostante tutta quella bersagliatura di razzi amorosi fra la quale le finì il carnevale del 1464, sette anni dopo andava sposa (e già aveva seguita fuor di Firenze la madre) ad un Calcagnini di Ferrara; e l'anno appresso, nel 72, l'aligero, e poi spennacchiato, capitano Bartolomeo Benci sposava la Lisabetta Tornabuoni, una sorella di quel confidente a Roma tra la Clarice Orsini e Lorenzo de' Medici.
Molte dolci memorie, del resto, dovè lasciare la bella Marietta Strozzi nella città nostra, lontano dalla quale il padre suo esule (come per lungo tempo, dopo il trionfo de' Medici, furono, di generazione in generazione, gli Strozzi) era morto di ferro, e per l'esilio di lui aveva dovuto pure starsene fuori la madre, virtuosissima e austera donna, Alessandra de' Bardi: e in questa quasi orfanezza la fanciulla si trovò forse più libera che alla condizione sua non convenisse: almeno in quell'inverno del '64, nel quale, poche sere avanti l'armeggeria, sentite quest'altra sua avventura carnevalesca, e che cosa era possibile a farsi, senza scandalo, da una giovinetta fiorentina in que' tempi. Vi traduco (liberamente anche questa volta) da una lettera, elegantemente latina, di amichevoli confidenze giovanili tra Filippo Corsini e Lorenzo de' Medici: “.... E mentre ti scrivo, la neve cuopre quasi tutta la città: tedio per molti e cagion di starsene; ma per altri cagione di darsi moto e piacere. Sappi infatti che Lottieri Neroni, Priore Pandolfini e Bartolommeo Benci (daccapo il nostro allegro Capitano). Cogliamo il destro, hanno detto, di usare qualche bel tratto. E subito, a due ore circa di notte, si son presentati alla casa della Marietta Strozzi, seguiti da una gran moltitudine accorsa da ogni dove, per fare a gettarsi la neve con lei. Gliene han data la sua porzione, e hanno incominciato. Immortali Dei, che spettacolo! e come descrivertelo, Lorenzo mio, con questa debole prosa? Gran pompa d'innumerevoli fiaccole; squillar di trombe, dolcezza di flauti; pubblico appassionato e plaudente. E che trionfo, quando alcuno degli assalitori riusciva a sparger di neve il viso, come neve candido, della fanciulla! Ma che dico sparger di neve? un vero e proprio trarre al bersaglio era quello, e di tiratori valentissimi! La Marietta poi, così leggiadra e destra in quel giuoco, bella come tutti sanno, ne uscì con immenso onore. Ma i gentili giovani non si partirono da lei, che prima non le donassero molto nobilmente per loro ricordo. E così, con grande contentezza di tutti, il piacevole giuoco ebbe fine„. Un epigramma del Poliziano (l'ultimo che vi citerò da quel florilegio aneddotico del Quattrocento fiorentino che sono, più assai che le volgari, le sue Poesie greche e latine) dice così: “Neve sei, o fanciulla, e giuochi con la neve. Giuoca: ma deh, prima che la nevi s'imbratti, fa' che si sgeli„. L'erudito, che oggi legge queste complimento amoroso, ricorda i molti altri, d'antichi e d'umanisti, che sul medesimo argomento si contengono nell' Antologia latina, e l'ha per un'imitazione a freddo (è proprio il caso di dir così) dall'antichità classica. L'aneddoto che vi ho narrato mostra invece, che questa almeno fra le tante imitazioni umanistiche aveva riscontro nel vero attuale; ossia, che quel bizzarro costume era spontaneamente rifiorito, come anche altre parti della vita antica, nell'allegra democrazia del Rinascimento: finchè la inamidata prammatica delle Corti, la Riforma protestante correggitrice e il conseguente reattivo disciplinamento della morale cattolica, più tardi infine la filosofia civile e la rivoluzione bandita e guerreggiata in nome di principii universali, non ebber mutata la faccia del mondo.
Ma finchè quelle gazzarre, quelle feste davvero popolari, que' fantastici apparati, que' simboli abbaglianti, ebber vita, nè corteo di spose, nè armeggiamento per dame, nè giostra di amorosi cavalieri, ebbe mai tanta cittadina solennità, quanto uno sposalizio, ben diverso da tutti gli altri dall'ora e di poi: lo sposalizio dell'abbadessa di San Pier Maggiore; sposalizio che si ripetè tante volte (salve eccezioni) quanti Vescovi ebbe per secoli parecchi la Firenze e del Medioevo e del Rinascimento ed anche del Principato Mediceo, poichè lo sposo della badessa era ( honni soit qui mal y pense ) messere lo Vescovo.
Quella chiesa e monastero di San Pier Maggiore, che furono delle maggiori antichità sacre di Firenze, se, come pare, nella lor forma primitiva risalivano al secolo quarto; che detter nome a una porta e a un sestiere della città, abitato e maledetto da Dante, non sono più. Si restauravano nel secolo XI, e si afforzavano con addossarli alle mura del secondo cerchio: si abbelliva la chiesa, a mezzo il secolo XIV: si sconciava, come tante altre, mediante le cappelle patrizie a marmi e stucchi di tutti i colori, nei secoli del barocco. E tutto oggi è sparito. E il tempo, che “traveste l'uomo e le sue tombe„, a mala pena ha rispettato nell'Arco di San Piero (salvo i possibili attentati onomastici dei moderni edili) il nome del titolare. Quali rovine, quali ossa, calpestiamo noi, passando da quell'arco! Delle nostre conoscenze d'oggi, le due belle Albizzi si sono fatte polvere colaggiù sotto: e si addormentò in pace con esse la monacella grecista, la quale, se morendo ancor ella giovine, non ebbe tempo di maturarsi, arcigna e rugosa superiora, per quelle nozze episcopali, potè bensì esercitare la sua mondana erudizione, ahimè non più sulle immortali pagine d'Omero e di Sofocle, ma sul grosso notarile latino degli autentici privilegi di coteste mistiche nozze, che risalivano (dicono que' notari) “a tanto tempo quanto è di là da memoria d'uomini„. L'ingresso del novello sposo della Chiesa fiorentina si faceva ritualmente dalla porta di San Pier Gattolini, oggi Romana: due famiglie, di grandi e tradizionali attinenze (da Dante proverbiate) con la mensa vescovile, avevano, i Tosinghi e i Visdomini, il privilegio di riceverlo e accompagnarlo sino al monastero, dove, simbolo della Chiesa fiorentina lo attendeva la badessa. Si celebravano nella chiesa le nozze, inanellando il Vescovo la sposa con un ricchissimo anello, e questa offrendogli in dono un letto suntuosamente montato nella camera stessa di lei, che per quel giorno, durante intere ventiquattr'ore, uscendone lei, diveniva la camera del Vescovo novello, sin che, la mattina appresso, i soliti Visdomini e Tosinghi gli venivano incontro col clero, e lo conducevano in Domo e lo insediavano. Tutta Firenze accorreva a quelle nozze. Oltre le due ricordate famiglie, altre ancora, e delle principalissime, Albizzi, Pazzi, Strozzi, rivestite di privilegi e diritti di questa o quella parte del cerimoniale, avevano quasi a ogni Sposalizio occasione di contestazioni, di proteste e di gare. Alla badessa rimaneva il cavallo col quale era venuto il Vescovo: agli Strozzi, con gran trionfo di tutto il parentado, la sella. La Chiesa fiorentina aveva avuto il suo pontefice, e la città una festa di più; nella quale era toccata la sua parte, e che parte essenziale!, alla donna.
V.
Ma traverso a tutte quelle ideali trasformazioni che l'arte le apponeva, e a questa vissuta poesia di festeggiamenti e di pompe, quale fu poi nel segreto della vita reale, fra le pareti domestiche, figliuola e sorella, moglie e madre, quale, nella Firenze di quell'età, fu la donna? Scoperchiare i tetti delle case, e sorprendere senz'essere introdotti la gente che attende tranquillamente a' fatti suoi, e peggio poi le signore, si è creduto, fino a pochi anni fa, un privilegio di quel personaggio che sapete, le Diable boiteux, sollevato da Renato Le Sage alla cattedra d'uno de' più grandi e maligni professori di filosofia morale che il mondo abbia avuto. Fino a pochi anni fa, quando a me, sfogliando con paziente amore le carte dei Medici avanti il Principato, occorse di scoprire un'anticipazione del Diavolo Zoppo di Le Sage nella persona d'un cortigiano de' più cari a Lorenzo e a' figliuoli suoi, e che con uno di questi, divenuto papa Leone X, finì cardinale di Santa Chiesa: l'autore della Calandra, il Bibbiena; che in un Prologo a cotesta sua famosa commedia, rimasto inedito anzi fra le cancellature del primo getto, immagina di fare un giro da camera a camera femminili, invisibile per forza d'incanto, e mette al nudo una serie di scenette bizzarre che accadono in questa o in quella, sul punto del recarsi le donne a una veglia che si fa quella sera in Firenze. Rassicuratevi: io non voglio entrar terzo fra il giulivo Cardinale e il diavolo; se già non vi pare che sia ormai posto preso da messer Guido Biagi, quando l'altro giorno v'introdusse con sì garbata erudizione, e così intimamente, nelle segrete cose della vita privata de' nostri vecchi[95].
E qui cade un'avvertenza e una dichiarazione. Quel tanto che la novella e la commedia fiorentina del Quattrocento e (molto più largamente) del Cinquecento potrebber dare al ritratto della donna, io credo contenga troppa meschianza o di classico, o di boccaccevole, o di idealmente satirico: nè ebbe quell'età, come nel Sacchetti ebbero il Due e il Trecento da Giano ai Ciompi, un novelliere storico. Io non so in verità, quanto a buon dritto si possano accettare anche solo come tipi della famiglia in un dato momento della storia di Firenze i personaggi della Mandragora; ma è poi certissimo che la buona Marietta Corsini moglie di Niccolò Machiavelli nulla ebbe, povera donna, di simile con quella alla quale egli, nel suo Belfagor, fa sposare il diavolo, e poi ridurlo a tale disperazione, ch'e' se ne torna a rotta di collo all'inferno.
E una leggenda di amor coniugale e materno, delle più poetiche e commoventi, parrebbe, se non fosse dramma pur troppo vero e dramma sanguinoso, il fatto di Annalena, che lo stesso grande istorico consacrò alla memoria de' posteri con parole di somma reverenza. Giunge un messo alle case di Annalena Malatesta, oltrarno, là dove il popolo memore dice ancora “da Annalena„, e le annunzia “Madonna, il marito vostro messer Baldaccio, l'hanno morto a ghiado nel Palagio de' Signori, e precipitato dalla finestra, e mozzagli la testa come a traditore e malfattore„. Ed ella, che al venturiero d'Anghiari, valoroso e brutale come condottiero ch'egli è, ha dato, sposa poco più che dodicenne, il cuore e la fede, e piegata sul suo petto di ferro l'alterezza gentilizia del sangue che le scende nelle vene da Paolo Malatesta, il cognato a cui la poesia di Dante fa eterni l'amore e la pena, il bacio colpevole e l'amplesso infernale; essa, l'Annalena, che da quel Baldaccio è già madre d'un bambinello, corre, povera donna, a' Signori, al magistrato crudele che l'ha vedovata, e per quella creatura innocente riesce a salvare, col pianto, da confisca i suoi beni. Poi quel figliuolo, il suo Guidantonio, nel quale tutta la vita della madre fanciulla si era raccolta, le muore; ed ella, ancor giovanissima, si trova sola, e già vissuta, nel mondo. E allora Annalena, fatta donna dal dolore, di quella sua casa in lutto fa chiostro, in quelle mura chiude per sempre e consacra il breve romanzo della sua giovinezza, le sue nozze e la sua maternità, le amorose imagini e le micidiali, i ricordi d'una culla e di due bare; nelle stanze stesse dove fu madre, ritorna vergine a Dio, e madre di vergini invecchia soavemente. Affettuosa madre, e compassionevole agli splendori e alle lusinghe del mondo; se uno degli umanisti celebratori di Albiera, proprio a lei, ad Annalena ormai quasi cinquantenne, rivolgeva una di quelle elegie latine, e le chiedeva la preghiera sua e delle sue monacelle per la morta degli Albizzi, “per la giovinetta„, le dice “che tu hai amato come una tenera madre ama l'unico suo„: parole non so dire se pietose o crudeli, che il latinista forse scandiva senza pensarci su, ma che dal cuore della vecchia monaca avran fatte risalire agli occhi le lacrime della giovine madre. Il monastero d'Annalena, la quale morendo a sessantaquattr'anni lo raccomandava a Lorenzo de' Medici, fu sin da' suoi principii tutto cosa della potente famiglia: e nelle stanze abitate già dalla fondatrice, dalla vedova del condottiero, ebbe asilo e salvezza, ne' tempi grossi pel nome mediceo, un fanciullo che doveva essere il principe di quelli armigeri, Giovanni delle Bande Nere.
Ma se cerchiamo la donna, a cui la sventura non invidia nè rapisce la famiglia, la donna che della famiglia è ornamento e conforto, esempio e ispirazione, forza e provvidenza, la donna di casa, la moglie e la madre; alla storia di lei danno tipi ideali, però in necessaria relazione con la realtà, come pel medioevo più alto i libri di “reggimento o costume o castigamento„ femminili, così per questo secolo XV i trattati di Governo della famiglia: o con intendimento piuttosto civile e secolare, quale è nel libro che si abbellisce de' nomi di Agnolo Pandolfini e di Leon Battista Alberti, e in quella parte che è didattica delle care pagine di Vespasiano cartolaio; o con prevalenza del sentimento religioso, siccome nella Cura familiare del beato Giovanni Dominici, diretta a una valente gentildonna Bartolommea degli Alberti. Quel tipo ideale, o, diciam meglio, tradizionale e derivato dalle memorie delle “buone e care„, delle “care compiute et oneste„ donne, che tanta fragranza di gentili virtù spargono nelle Cronache domestiche del Trecento, Vespasiano lo effigiò, e anche con un po' di retorica a suo modo lo colorì tra le figure illustri dell'età sua, in Alessandra de' Bardi, la moglie di Lorenzo di messer Palla Strozzi, e madre della vispa Marietta. L'Alessandra è ritratta da Vespasiano “bellissima e venustissima del corpo quanto gnuna n'avesse la città di Firenze„; vantaggiata di statura tanto, da fare a meno delle “pianelle„, supplemento prezioso, pare, per altre fanciulle men favorite di proporzioni: educata dalla madre sua “con ogni diligenzia„ (maggiore, forse è da credere, che l'esilio del marito e le altre vicende della famiglia non consentissero poi a lei nell'educazione di quella sua figliuola): dall'“amare e temere Iddio indótta a uno moralissimo vivere„: avvezza a “mai perdere tempo che ella non fosse occupata„, a “mai colle serve di casa non parlare, se non in presenza della madre„; e “la prima a levarsi la mattina in casa esser lei„: ammaestrata in “tutte le cose s'appartengono sapere a una donna, ch'abbia aver cura di famiglia; e massime a lavorare d'ogni cosa, e di seta e d'altro, come s'appartiene alle donne„, e “imparare tutto quello che, bisognando, potesse viverne„, e a “saper fare ogni cosa e sapere insegnare„, dal leggere sino a “ogni minima cosa„ attinente alle faccende domestiche. “Rarissime volte era mai veduta all'uscio o a finestra„, (ah Marietta!) “sì perchè non se ne dilettava, e perchè occupava il tempo in cose laudabili. Menavala la madre il più dei dì la mattina a una grandissima ora, a udire la messa, tutte col capo coperto, e col viso ch'appena si vedevano„. Ma questa stessa, che comincia forse quasi a parervi una monachina di casa, fatta poi sposa, e venendo a Firenze un'ambasciata imperiale, sentite se sapeva, come le faccende femminili, altrettanto far bene gli onori, non pur della casa, ma della città, e d'una città che si chiamava Firenze, la quale “in questo tempo„ dice il buon Vespasiano “era abbondante e di virtù e di ricchezze, e la fama sua era per tutto il mondo„; città che “a quelli ambasciadori parve un altro mondo, rispetto alla grande quantità di uomini nobili e degni v'erano in quel tempo, e non meno donne bellissime del corpo e non meno della mente; perchè, sia detto con pace di tutte le donne e terre d'Italia, Firenze in quel tempo aveva le più belle e le più oneste donne fussino in Italia, e di loro per tutto il mondo n'era tal fama„. E descrive un ballo che a quei gentiluomini dell'Imperatore fu offerto dalla Signoria, in Piazza, sopra un palco dal lato del Palazzo verso Condotta, con grande apparato di spalliere, e pancali, e arazzi, e festoni; e i primi giovani della città, vestiti tutti a un'assisa di drappi verdi ricchissimi, e calzatura di pelle sino a' fianchi; e le fanciulle e le spose, con ricche vesti accollate fregiate di perle e di gioie. Alla onoranza di ciascun ambasciatore deputate due dame: che pel primo di essi sono l'Alessandra, maritata in quello stesso anno (era il 1482, ed ella n'aveva appena diciotto), e una Francesca Serristori. Dopo il ballo, si porta in giro la colezione; ed ecco l'Alessandra servire ella stessa gli ambasciatori, “con una tovagliuola di rensa in sulla spalla.... con una ismisurata gentilezza.... facendo riverenza con inchini in fino in terra, naturali e non isforzati, che pareva non avesse fatto mai altro„. Poi, ballo di nuovo; e, infine, accompagnamento degli ambasciatori all'albergo, ciascuno d'essi dando di braccio alle due belle fiorentine, una di qua e una di là, Alessandra alla diritta: e giunti alla porta dell'albergo, “il primo ambasciatore si cavò uno bellissimo anello di dito, e donollo all'Alessandra; di poi se ne cavò un altro, e donollo alla compagna„. Dopo di che, “salutati le giovani e i giovani, gli ambasciadori accompagnarono le giovani alle case loro„.
Il biografo quattrocentista, che sul declinare del secolo scriveva di questa e d'altre donne fiorentine della generazione antecedente, non finisce mai di far paragoni tra esse e le donne fiorentine del tempo suo, deplorando lo scadimento del costume e delle consuetudini più virtuose e severe. In questi lamenti, un po' di parte va fatta certamente all'abito che fu e sarà sempre di tutti i tempi, del rimpiangere, per questo o quel rispetto, il passato; un'altra poca, inoltre, alla disposizione di Vespasiano a trovar che ridire su troppe cose (figuratevi che una volta vuole e prescrive che le donne “imparino a non parlare, massime in chiesa„, egli dice; e poi, come se fosse poco, soggiunge “e in ogni altro luogo„): pur tuttavia, fatte queste eccezioni, e lasciando lo scherzo, io credo che que' suoi lamenti, specialmente quando li formula, com'è spesso, in osservazioni positive, attengano a condizioni reali; e propriamente a quella mutazione che anche nella vita domestica, di cui la donna è custode e gli atti suoi sono specchio, avevano indotto le splendidezze, a un poco per volta sempre più cortigiane, di quei Medici, la cui potenza attraeva oramai, volere o non volere, con l'interesse e la fortuna delle famiglie, anche gli affetti, le speranze, i disegni, che più disposta e inchinevole ad accogliere, in pro della famiglia, e fomentare è la donna.
“Ricòrdati che chi sta co' Medici sempre ha fatto bene, e co' Pazzi el contradio; che sempre sono disfatti„: così scriveva (e s'era solamente al 1461, diciassette anni prima della sanguinosa congiura) un'altra Alessandra pur maritata negli Strozzi, e che essa pure come la Bardi dagli esilii di quella famiglia ebbe lunghi dolori al suo cuore di moglie e di madre, ma altresì la consolazione, prima che morisse, di veder restituiti alla patria, e molto per la efficace materna opera di lei, i figliuoli, e il maggior d'essi gettare alla grandezza della sua famiglia quelle fondamenta delle quali è superbo monumento il loro meraviglioso palazzo: Alessandra Macinghi negli Strozzi, alla quale un altro monumento con la pubblicazione delle sue Lettere a' figliuoli esuli, che io vorrei avere autorità di raccomandarvi e farvi care, o Signore, componeva, ne' dì nostri, Cesare Guasti, erudito e scrittore degno d'interpretare que' dolori, quelle consolazioni, quelle grandezze.
Lo avvicinarsi ai Medici anime elette come quelle della Macinghi Strozzi, matrona del cui costume e pietà avrebber potuto compiacersi la bontà di Antonino arcivescovo o la fierezza di Girolamo Savonarola (e a qualche pratica durezza piuttosto de' tempi che sua, confido che, ripensandoci, il nostro Biagi[96] si farà più indulgente), lo avvicinarsi, dico, di tali anime e famiglie (ne cito un'altra, i Rucellai) ai Medici, mostra che l'opera di questi era stata non tanto di corruzione, quanto di acquistare potenza fra i cittadini, prendere dello stato (è la frase del Machiavelli, e del tempo) quanto a mano a mano ne veniva ad essi concesso, cosicchè la forza loro sormontasse invincibilmente su tutte le altezze, preponderasse su tutte le resistenze, schiacciasse quasi fatalmente tutto ciò che si levasse contro di loro. “Co' Medici, e non co' Pazzi!„: a quell'affettuoso ammonimento materno risponde tragicamente, a distanza d'anni, nel maggio del 78, un'altra voce di donna, anzi lo schianto d'un cuore, d'un cuore di figliuola, ne' giorni che l'uccisione di Giuliano de' Medici e le ferite di Lorenzo erano, nel sangue de' congiurati e di chiunque paresse averli comecchessia favoriti, vendicati come delitti contro la patria. La figliuola d'uno di costoro, giovane sposa di vent'anni, Ginevra di Piero Vespucci (cognata della bella Simonetta; e Piero, uomo, del resto, di poco senno, era stato un tempo deditissimo a Lorenzo, e giostratore nel 64 in Santa Croce con lui, e armeggiatore col Benci sotto le finestre della Marietta), scrive, la Ginevra a Lorenzo, queste parole spezzate dal pianto: (la lettera è inedita e sfuggita alle ricerche e curiosità erudite): “Amantissimo in luogo di buon padre. La cagione di questi dolorosi versi si è perchè ieri non vi potei parlare come desideravo, per potervi pregare e ricordare l'amore e benivoglienza avete portata in questa casa, e le parole e promesse fatte a me, e l'umanità dimostrami, quando mi chiamasti sorella: e però vi priego vogliate accettare e mie' prechi, e ogni amore e promesse rivolere in questo, e avere misericordia e compassione di noi tutti. Vorrei vi fussi di piacere considerare la condizione di mio padre, e specchiarvi in me, e non considerare quello che fa in ogni suo caso, che non è solo in questo. E priegovi quanto più posso mi facciate questa grazia; e questo si è, me lo rendiate senza altro segno, e che la penitenza di questo peccato sia quella che à avuta: chè quando penso, della età ch'egli è e poco sano, come è stato buon pezo, e ora di nuovo, colla febbre, essere dove egli è, e avere e' ferri in piè; che quando ci penso, mi scoppia el cuore. Priegovi abiate pazienza se questi versi vi danno tedio, e priegovi per l'apportatore mi mandiate qualche buona risposta; però che chi misericordia fa, misericordia aspetti: e priego Idio vi metta in cuore, me lo rimandiate istasera: e se io fussi con Voi, tanto vi pregherei me lo renderesti: e ora di nuovo ò inteso à avuta della fune. Priegovi non ci vogliate fare disperare più. Ginevra isventurata.„
Invero, la vita di quelle donne, quale la rivelano e l'aureo volume del Guasti (che, potendo essere a mano di tutte, io mi son proposto di lasciare pressochè intatto alla curiosità del cuor vostro, Signore e Signorine) e lo pubblicazioni che di altri documenti femminili si sono venute facendo, non solamente si vede essere tutta per la famiglia; ma che quelle poderose famiglie, Medici, Strozzi, Salviati, Rucellai, Guicciardini, Soderini, Ridolfi, debbono a coteste donne non piccola parte della forza che ebbero, a fare quello che fecero. Il Savonarola, che sulla caduta della supremazia Medicea tentò costruire saldamente l'edificio del governo popolare, sentì quanto importasse al suo intendimento avere a ciò profonde basi nella famiglia: pensò, come la prima delle sue riforme, la riforma del costume; e si rivolse alle donne. E non tanto, intendo, alle mistiche, quali erano una Visdomini, una Gianfigliazzi, una anzi due Rucellai; com'a dire le Giacobine di quello che poc'anzi ho chiamato Terrore Piagnone; giacobine, bensì, che poi finivano monache, anzi una di esse Beata. Ma alle madri proprio di famiglia, il Savonarola si rivolgeva: alle donne e a' fanciulli, che è quanto dire alle forze dell'affetto materno, si rivolgeva, come a instrumenti politici, con la fede, con cui l'avversario suo papa Borgia si appoggiava alla spada e al pugnale del suo Valentino. “O donne e fanciulli, la vostra riforma non è ancora vinta. Dite da mia parte alla Magnifica Signoria, che questa non è cosa umana, ma di Dio; e fateli questa imbasciata: che la racconcino se vi è cosa che non stia bene, e che gli diano la sua perfezione; e che se non lo faranno, e si faranno beffe delle opere di Dio o le contradieranno, che il Re gli punirà. E ditegli che non sono Signori, ma ministri del Signore e del Re nostro Cristo.... A voi, padri e madri, dico: confermate questa cosa a' vostri figliuoli, perchè non vi è dentro se non buon vivere. Altrimenti Dio ha apparecchiata la punizione a chi contradirà alle cose sue. Io ve lo dico certo, e tenetelo a mente.„ Il magnanimo frate fu arso; e il profeta, smentito dai fatti: ma molta parte di quella generazione informata da lui rimase fedele a Popolo e Libertà, l'antico grido del Comune glorioso: e que' fanciulli, che ne' carnevali de' Piagnoni avean ballato intorno al Bruciamento delle vanità (cotesto bruciamento altra cosa è approvarlo, ed altra intenderlo pel suo verso), que' fanciulli, fatti uomini sostennero e combatterono, dalle mura di Firenze assediata, contro il Papa e l'Imperatore, le ultime battaglie della libertà italiana.
Un'egual gagliardia di sentimenti e di opere; un intenso sforzo di tutte le energie morali, e un cupo raccoglierle e quasi appuntarle alla vita pratica, al riuscire; durante que' trentacinqu'anni, che intercedono fra il rivolgimento popolare nel 1494 e la caduta della Repubblica nel 1530, animano del pari l'un campo e l'altro: gli eredi e rivendicatori della libertà manomessa; e gli eredi e sostenitori delle splendide ambizioni di chi la vuole ormai sopraffatta. Anche sulle manifestazioni dell'arte, e nella elaborazione del pensiero, incombe il travaglio dell'ignoto avvenire. Il giardino Mediceo di San Marco, dove il Poliziano erudiva ne' miti ellenici i pittori e gli scultori, e nella storia carlovingia Luigi Pulci, e il Ficino cercava in Platone conciliazioni feconde tra la civiltà pagana e la fede di Cristo, quel giardino è deserto. Ora è il Machiavelli che nelle conversazioni degli Orti Oricellarii idealizza le togate figure di Roma antica, e ne entusiasma i giovani che congiureranno contro i Medici, mentr'egli da quella grande nostra storia romana dedurrà dottrina di Stato, destinata a chi, in tristi tempi con tristi mezzi, sappia far trionfare, per la salvezza d'Italia, un'idea generosa. Ma i Medici, ne' quali egli vagheggia il suo principe, muoiono giovani: e sulle loro tombe Michelangiolo scolpisce il Pensiero doloroso e la Notte. Ben diverso trionfo, e non generoso, alla fortuna della loro famiglia preparano, fattone strumento le Somme Chiavi, Leone X e Clemente VII: ma per tutto cotesto periodo, di resistenza e di contrasto, durante il quale difesa, ritorni, congiure, cacciate, si alternano, per poi conchiudersi in quella caduta da eroi sulla quale irraggia la sua luce il Ferruccio, la vita civile e la domestica non sono più nè possono essere il gaio vivere, a sicura letizia intonato, nel quale, da Cosimo a Lorenzo, Firenze aveva sorbito lentamente la dissuetudine dalla libertà. I carnevali del magnifico Lorenzo vecchio de' Medici, come lo chiamano i contemporanei del nipote suo Lorenzo, che col ducato d'Urbino anticipa ai Medici il titolo ond'è per coronarsi in Firenze la loro secolare cupidigia, quei carnevali non tornano più: nè valgono a rattizzarli le Compagnie del Broncone e del Diamante, nelle quali, sotto le imprese e i motti e l'auspicio di que' passati splendori, si raccoglie a darsi piacere la gioventù pallesca. I tempi non sono più quelli, nè per Firenze, nè pur troppo, dopo la calata di Carlo VIII, per tutto il resto d'Italia.
E la donna? Fedele custode delle sue tradizioni, in cotesta vita che è divenuta tutta una guerra guerreggiata di foschi interessi, essa ha vegliato e veglia agl'interessi del focolare: specialmente la madre. Quando il magnifico Lorenzo perdette la sua, “Ho perduto„ scrisse “un unico refugio di molti mia fastidii e sollevamento di molte fatiche, uno instrumento che mi levava di molte fatiche„. “Tornate a vostra madre che con tanto desiderio vi aspetta„; scriveva la Macinghi Strozzi: e ai figliuoli esuli la voce di quella valente vecchia era come la voce cara della patria, della patria che riapriva loro le braccia, per tanti anni sì crudelmente serrate. E così la Lucrezia come l'Alessandra hanno quasi con le loro proprie mani fatto i matrimoni de' loro figliuoli; sottoponendo al sindacato del loro occhio materno, nelle possibili nuore, tutto, dalla persona all'animo, ai costumi, al parentado, alla dote: e fra le passate in rivista dall'Alessandra è, con non troppo favore, la bella Marietta delle armeggerie e della neve. Ora la Maria Salviati vedova del gran capitano Giovanni delle Bande Nere, attende alla futura grandezza del suo Cosimo, che a diciott'anni improvvisamente duca di Firenze, saprà, educato da quella donna di alto animo, sottomettere o schiacciare i nemici, se anche si chiamino Filippo e Piero Strozzi, deludere o respingere le pericolose ambizioni de' partigiani, se anche si chiamino Francesco Guicciardini. Al buon avviamento, prima, poi alla salvezza del suo sciagurato figliuolo Lorenzino de' Medici, si adopera inutilmente la Maria Soderini: ed essa e le figliuole bellissime, entrate negli Strozzi, la Laudomia e la Maddalena, e dagli Strozzi entrata nei Ridolfi la Maria figliuola di Filippo, il gran gentiluomo del secolo, parteciperanno, con gli accorgimenti animosi e le ispirazioni de' loro cuori di madre, di sorella, di moglie, all'affaticarsi infruttuoso, non però ingeneroso, de' fuorusciti, contro l'afforzamento del principato Mediceo. Protesterà, contro la violenza e il tradimento che lo hanno insediato, la figliuola d'uno di quei fuorusciti, Giulia di messer Salvestro Aldobrandini; che nella corte d'Urbino, richiesta da Fabrizio Maramaldo di ballare con lui, “Levatemivi dinanzi„, gli risponde “chè ammazzaste così vigliaccamente il Ferruccio„. Ma tra le vittime del novello principe cadrà una gentile di quella schiera, Luisa Strozzi; sulla cui tragedia, e su quella che pochi anni appresso involge nel mistero la morte del padre suo Filippo, aleggiano sinistramente le parole dell'ava veggente: Chi è contro a' Medici, sarà disfatto. Parole, del resto, che nella casa degli Strozzi non ha ascoltate una Medici stessa, la madre della Luisa, la Clarice moglie di Filippo e cospiratrice zelante alle fortunose ambizioni di lui; anima, piuttosto che di donna, d'uomo e dei più fieri di quel fiero Cinquecento: la quale ai giovinetti bastardi, nelle cui mani, sotto i non dissimili auspicii di papa Clemente, il moto popolare del 1527 trova le redini della signoria Medicea, ha rinfacciato la passata grandezza de' suoi antenati, fondata sul favore del popolo; e in nome di questo, nel palagio de' Medici, essa una Medici autentica, ha loro additata e quasi intimata la via dell'esilio.
Forti donne, alle quali può l'uomo di cui portano il nome commettere con fede le faccende domestiche, de' figliuoli e del patrimonio, della casa e della villa; come messer Luigi Guicciardini, mentr'è fuori Commissario pe' Medici, alla sua monna Isabella, una massaia stupenda, che io mi onoro d'aver rivelata dalle sue lettere campagnuole: commettere e raccomandare la custodia del palagio, e il decoro della casata; che alle mani della moglie di Pierfrancesco Borgherini, madonna Margherita, saranno sicuri. E quando un Della Palla, incettatore per re Francesco di Francia di tesori artistici dalle case della nostra città, si presenta con mandato (pur troppo!) dei Priori alla casa di monna Margherita a mercanteggiare una sua camera, meravigliosa pe' lavori di Iacopo da Pontormo, quella davvero nobilissima gentildonna lo riceve così: “Adunque vuoi essere ardito tu Giovambattista, vilissimo rigattiere, mercantuzzo di quattro denari, di sconficcare gli ornamenti delle camere de' gentiluomini, e questa città delle sue più ricche ed onorevoli cose spogliare, come tu hai fatto e fai tuttavia per abbellirne le contrade straniere ed i nemici nostri? Io di te non mi meraviglio, uomo plebeo e nimico della tua patria; ma dei magistrati di questa città, che ti comportano queste scelerità abominevoli. Questo letto che tu vai cercando per lo tuo particolare interesse e ingordigia di danari, come che tu vada il tuo mal animo con finta pietà ricoprendo„, cioè di conciliare a Firenze assediata la benevolenza del Re “è il letto delle mie nozze, per onor delle quali Salvi mio suocero fece tutto questo magnifico e regio apparato, il quale io riverisco per memoria di lui e per amore di mio marito, ed il quale io intendo col proprio sangue e con la stessa vita difendere. Esci di questa casa con questi tuoi masnadieri, Giovambattista; e va', di' a chi qua ti ha mandato comandando che queste cose si lievino dai luoghi loro, che io son quella che di qua entro non voglio che si muova alcuna cosa: e se essi, i quali credono a te uomo dappoco e vile, vogliono il re Francesco di Francia presentare, vadano e sì gli mandino, spogliandone le proprie case, gli ornamenti e letti delle camere loro. E se tu sei più tanto ardito che tu venga per ciò a questa casa, quanto rispetto si debba da' tuoi pari avere alle case de' gentiluomini, ti farò con tuo gravissimo danno conoscere„. La conversazione o, se anche vogliamo, l'amplificazione di queste generose parole di donna in una pagina del buon Vasari, mi pare debba riconciliarci alquanto con l'oratoria dei Cinquecentisti. Ma voi, quando nel Palagio del Potestà passate innanzi ad un mirabile cammino in pietra di Benedetto da Rovezzano, che da una sala appunto delle case che furono de' Borgherini colà trasferito, è ormai assicurato al patrimonio intangibile della nazione italiana, siate superbe, o gentildonne fiorentine, della vostra concittadina; e se mai occorresse, ricordatevi dell'esempio ch'ella vi ha dato.
Che se la Margherita e l'Isabella favoreggiano, e la Maria Salviati Medici rappresenta essa stessa potentemente quella parte Medicea dalla quale, almeno in quel truce epilogo delle sue ambizioni, rifuggono le simpatie di noi tutti (compreso, senza dubbio, l'apologista dotto e sagace, per la cui eloquenza ha in questa sala rivissuto una genialissima ora di vita il magnifico Lorenzo)[97]; se la Clarice Medici Strozzi, e le gentildonne de' fuorusciti, agitano in petto, insieme con altre passioni più nobili, gl'interessi altresì e i rancori di ambizioni men della Medicea fortunate; non mancano poi alla libertà che muore, non mancano dal popolo che per lei combatte senz'altra ambizione nè amore che non sia essa stessa la libertà, le sue eroine. Eroine anonime, come le dà la plebe, generosa de' nomi non meno che del sangue (così non ne fosse prodiga anche a chi la inganna e la sfrutta!); anonime, e nella veglia del malinconico inverno de' casolari affigurate in leggenda. Tale la Lucrezia Mazzanti figlinese, che nei gorghi del suo Arno cerca scampo alle brutali violenze della soldataglia imperiale e papale: matura sposa quarantenne, ma che il popolo vuole restituita alla poesia dell'intatta giovinezza, mentre alla novella Lucrezia romana dedicano il loro latino gli ultimi umanisti del Rinascimento, che il Bruto cesaricida esalteranno in Lorenzino de' Medici. E dalle popolari memorie, nella storia del tempo raccolte, effigiò modernamente il Guerrazzi, quando ne' duri anni della servitù d'Italia volle essere l'Omero della libertà fiorentina, quella che egli denominò monna Ghita setaiuola in Borgo San Friano: “alta della persona, magra, adusta dal sole, sicchè sembrava di colore del rame; i muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide, le labbra vermiglie, e comunque tacessero, agitate; le narici ansose, gli occhi fulgidissimi, perpetuamente volgentisi da un lato all'altro; i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta„; una Parca di Michelangiolo: la quale, vedova e povera, dà alla difesa della patria le buccole d'oro delle dónora maritali, e il figliuolo unico: “il mio Ciapo di sedici anni e otto mesi, perchè deve entrare ne' diciassette come si arriva alla festa di San Zanobi„; dopo fattogli giurare sul Crocifisso il giuramento con che la Spartana consegnava al figliuolo lo scudo: O con questo, o su questo. Ultima espansione da cuore di madre popolana, dell'amor di patria nel sacrifizio della famiglia. Succederanno i tempi ne' quali il popolo italiano dovrà dimenticare d'avere una patria, cercar nelle gride (povero Renzo!) il diritto d'avere una famiglia: e agli oppressi dalla doppia tirannide, politica e sociale, non rimarrà altra voce, se non il pianto di Lucia che dice addio a' suoi monti.
VI.
La libertà repubblicana è caduta: e su quelle rovine han fatto le loro paci, la Chiesa di Roma, che per entro alla corruzione secolare e alle pagane eleganze ha giocata la sua unità, e il sacro Romano Impero, le cui idealità medievali son fatte così una brutta cosa, nella greve signoria di Carlo V spagnuolo, del monarca su' dominii del quale il sole non tramonta. Splendori di corti, di pensiero e di roghi, illumineranno l'età che incomincia, della quale il mio tema varca sfiorando le soglie, e destinata, o Signore, alle conferenze del prossimo anno. Nei sozzi e atroci drammi coniugali dei duchi e granduchi Medici e de' loro cortigiani, ultima che ritragga dell'antico “femminile„ fiorentino, bella, culta di lettere, esercitata nella poesia, nella musica, nell'uso di più lingue, del volgar nostro intendentissima, gentile d'animo, è l'infelice Isabella Medici Orsini. Altre gentili ospita il chiostro; il chiostro, talvolta cercato e invocato, troppo più spesso destinato alla inconsapevole innocente fanciullezza da quelle tirannidi gentilizie, scellerate e codarde, delle cui vittime la Geltrude del Manzoni è vendetta immortale. E nel chiostro, da uno ad un altro trafugandola gelosamente, i repubblicani fiorentini dell'Assedio avean custodita Caterina de' Medici: come utile ostaggio, speravano; e non sapevano di serbarla a ben altre fortune. “Andate, e dite a que' miei padri e signori, che io intendo d'essere monaca, e di starmi in perpetuo con queste mie reverende madri„; mandava ella a dire alla Signoria: l'aspettavano invece il trono di Francia, e le guerre civili di religione, e la Saint-Barthélemy.
Ma ai dolci silenzi della meditazione pietosa sulle umane colpe e sventure, agli entusiasmi verso Dio buono, ai terrori di Lui giusto, era nata Caterina de' Ricci, che in San Vincenzio di Prato si chiude giovanissima, negli anni durante i quali per un'altra di quel casato, la Marietta Ricci Benintendi, duelli di non degno amore intermezzano le battaglie della libertà, e il nome d'un'altra Ricci, Cassandra, è vituperato fra le tresche e nel sangue. Caterina nel chiostro riceverà le ultime tradizioni e gli affetti de' seguaci di frate Girolamo; appiè dell'altare, sul quale ella un dì sarà santa, consacra la religione del martirio di lui: e dal chiostro, non ripudiata l'umana fraternità, a' suoi di casa parla, nelle Lettere, parole di pace, di conforto, d'amore; ai prelati suoi superiori, di reprensione reverente, ove occorra; agli uomini, che tra le cure civili o mercantili si travagliano, parole di virtù operosa e che si affisa nell'alto; di giustizia, ai principi; di miti e caritatevoli affetti, alle donne; e delle due che furono le mogli di Francesco de' Medici, ama Giovanna d'Austria infelice, prega e fa pregare Dio per Bianca Cappello.
Nè con l'infoscarsi, sempre più cupo, de' tempi, col sempre più gravemente incombere sulla libertà politica e del pensiero la domestica e la straniera tirannide, manca ne' chiostri, alla pietà verso chi rimane nel mondo, il cuor della donna: o l'abbiano esse lasciato, o esso il mondo le abbia allontanate da sè, quelle buone sentono e fanno suoi i dolori della famiglia alla quale appartennero. Sulla collina d'Arcetri si raccoglie a morire, quasi prigioniero, il grande liberatore del pensiero moderno, Galileo: ma presso alla villa del Gioiello, che oggi nel suo nome ci è sacra, vegliano su lui, dal convento di San Matteo, l'affetto e la preghiera d'una santa creatura, che data a lui dall'amore, egli è forse colpevole di avere, sin dalle fasce, destinata all'espiazione; della sua Virginia, che egli ha voluto sia suor Celeste: ed ora ella viene a lui, non potendo di persona, con le Lettere nelle quali quella cara anima è sopravvissuta anche a noi: e si accuora de' suoi dolori, e trepida delle sue malattie; e si prostra reverente al suo divino intelletto che “penetra i cieli„; e in una rosa, che gli manda nel cuor dell'inverno, vuole intravvegga, di là dal “breve e oscuro inverno della vita presente, la primavera dell'eternità„; e s'addossa ella le penitenze spirituali impostegli dal Sant'Ufizio; e al ricevere un suo libro, o al sapere di onoranze resegli, esulta; e vorrebb'essere “in una carcere assai più stretta di quella in che si trova„, per far libero lui; nè le duole di esser monaca, se non quando sente ch'egli è malato, per non potere assisterlo; e dovendo come le altre monache scegliere fra i Santi il Santo “suo devoto„, non altri sa scegliere, con sublime profanità di figliuola, che il padre suo, il padre che prega Dio le sia conservato, “perchè dopo di lui non mi resta altro bene nel mondo„. E quando cotesto martirio di amor filiale incarcerato ha il suo termine, e a trentatrè anni ella muore, il povero glorioso vecchio sentirà spezzato il più caro vincolo che ancora lo congiungesse col mondo; più dura e crudele gli pesa ora la guerra indegna che in lui è fatta ai diritti e all'avvenire dell'umanità: e di lì a breve, cieco, infermo, degnato di concessioni umilianti come a colpevole ravveduto, fattogli elemosina di licenza e di permessi come a tollerato dai potenti della terra, egli che ha rivelato i misteri del cielo, nel presentire la morte: “Mi sento„ esclama “continuamente chiamare dalla mia diletta figliuola„. Nè so se la donna abbia mai scritta nella propria storia una pagina che valga cotesto grido paterno, uscito dal cuore di Galileo.
VII.
Le libertà repubblicane caddero, e successero i tempi infausti della servitù: ma al terzo secolo da quella caduta, il sepolcro si è dischiuso, e la libertà d'Italia risuscitò da morte. E la donna italiana, così da Firenze come da ogni altra città e villaggio e borgata della patria che è nostra, ha dato a quel risorgimento i dolori del sacrificio e del martirio, le ansietà delle trepidanti speranze, il pensiero e il lavoro degli uomini ch'ella ha amato e ispirato, la vita propria, il sangue de' suoi figliuoli; da Eleonora Fonseca a Teresa Confalonieri, dalla madre dei Ruffini alla madre dei Cairoli: all'Italia han dato il fior dell'ingegno la Guacci, la Turrisi Colonna, la Ferrucci, la Brenzoni, la Paladini, la Percoto, la Milli, la Mancini, la Fusinato. O madri toscane, o spose, o sorelle, o figliuole, che da Curtatone e Montanara alla rivendicazione di Roma le sante battaglie della libertà orbarono de' vostri cari; o gentildonne animose, o buone popolane, della nostra Firenze; la tradizione con le forti donne dell'antica nostra istoria è per voi ricongiunta.
Nè più tardi d'ieri, da una collina le cui vigne e gli oliveti ombreggiavano una tomba recente, è disceso un feretro, che da quella tomba trasferiva, così volendo la nazione, in Santa Croce, e restituiva al sepolcro degli avi suoi, de' Priori e Gonfalonieri della nostra Repubblica, la salma di Ubaldino Peruzzi, nella cui persona, il 27 aprile di trentadue anni fa, Palazzo Vecchio tornò al suo antico signore, il Popolo fiorentino. Pia custode di quella tomba gloriosamente vuota, è rimasta una Donna: che tanto seppe, tanto potè, nei pensieri e negli affetti di lui; che lo animò, lo aiutò, alle onorate fatiche, ne' dubbi lo consigliò, gli confortò i patimenti, gli consolò le ingiustizie, gli allietò i trionfi. Storia, che in tutti i paesi civili, in tutte l'età, è la storia vostra, o Signore: che compendia i diritti e i doveri vostri verso le due grandi non distruggibili società, delle quali voi siete l'anima immortale: la famiglia e la patria.
IL POLIZIANO E L'UMANESIMO
DI
GUIDO MAZZONI.
Signore e signori,
Presentarmi a voi, che avete fama meritata di giudici eletti, a voi che pur ne' giorni scorsi udiste Adolfo Bartoli e udirete dopo me altri che io reputo maestri miei, per discorrere del Poliziano e dell'Umanesimo, argomento grave e forse nell'ampiezza sua meno adatto alle strette d'una lettura, sembra audace a me stesso: ma non si conveniva a me fiorentino negar l'opera mia in una impresa di cui Firenze si compiace, come è questa delle pubbliche letture; dirò più schietto, non mi diè l'animo di rifiutare l'onore che mi si fece invitandomi qui. Di che a ottenere più agevole indulgenza, tacerò ogni altro preambolo. Ma prima consentite ch'io vi preghi a unirvi meco in un desiderio di tutti gli studiosi. Isidoro Del Lungo ha da mantenere certa sua promessa: ha da darci quella vita del Poliziano della quale pubblicò saggi per dottrina e per critica eccellenti; promessa giovanile, cui stima sottrarsi affermandola invecchiata con lui; promessa di galantuomo e valente, che vuole essere mantenuta, voi gli rispondete con me. A un libro del Del Lungo non si rinuncia così per fretta; e troppo, nel tornare per voi sul Poliziano, troppo ho risentito quel che importi averne o no la guida sicura.