La vita italiana nel Seicento.

AVVERTENZA.

Alcune conferenze di questa serie intitolata “ Vita Italiana nel Seicento „ si ricollegano con avvenimenti del secolo precedente.

LA VITA ITALIANA NEL SEICENTO

Conferenze tenute a Firenze nel 1894

DA

Guido Falorsi, Ernesto Masi, Domenico Gnoli, Pompeo Molmenti, Guido Mazzoni, Giovanni Bovio, Isidoro Del Lungo, Enrico Panzacchi, Olindo Guerrini, Adolfo Venturi, Enrico Nencioni, Michele Scherillo, Alessandro Biaggi.

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1895.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Riservati tutti i diritti.

Tip. Fratelli Treves.

INDICE LA VITA ITALIANA NEL SEICENTO

I.

STORIA.

Dalla pace di Castel Cambrese a quella dei Pirenei
Guido Falorsi

La reazione cattolica
Ernesto Masi

Roma e i Papi nel seicento
Domenico Gnoli

La decadenza di Venezia
Pompeo Molmenti

MILANO Fratelli Treves, Editori 1895.

PROPRIETÀ LETTERARIA Riservati tutti i diritti. Tip. Fratelli Treves.

DALLA PACE DI CASTEL CAMBRESE
A QUELLA DEI PIRENEI
(1559-1659)

CONFERENZA DI Guido Falorsi

I.

Posciachè nella giostra, indarno deprecata da Caterina de' Medici, giacque, per l'asta infelice del Montgomery, Enrico II, lasciando a un adolescente infermiccio, e dopo questo a fanciulli fracidi di corpo e di spirito, il gran pondo della corona di Francia; gli effetti delle battaglie di San Quintino, e di Gravelines, mal contrappesati dal racquisto di Calais, parvero farsi di due cotanti più gravi, e stendersi più tetra e gigantesca che mai sulla pavida Europa l'ombra di Filippo II.

Egli allora sembrava attingere a un fastigio di grandezza, da gareggiare con quella dell'Impero romano ne' suoi giorni migliori; e superarla per taluni rispetti.

Sua la Spagna, tuttavia fremente nell'orgoglio delle recenti vittorie; suoi, pressochè per intiero, gli Stati, colla ricchezza e floridezza de' quali i Duchi di Borgogna s'erano avvisati di far fronte insieme e alla Monarchia francese e all'Impero germanico; suoi i Regni, prosperosi sino a que' giorni, di Napoli, Sicilia, Sardegna; e la pingue Lombardia; e i porti della Toscana, freno alle velleità Papali o Medicee; suoi i galeoni che„ carichi d'oro, gl'inviavano dagl'immensi possedimenti d'America i Vicerè senza scrupoli e senza ritegno; legato a lui dalla tema del particolarismo tedesco, della Riforma, de' Turchi, l'Impero germanico, colle austriache dipendenze d'Ungheria e Transilvania; stretto a lui dall'intento di ricuperare nell'unità della Fede il dominio delle coscienze, o di vietare almeno ulteriori conquiste ai Riformati, il Papato; vicino a cadergli in grembo, colle amplissime colonie d'America, d'Asia, d'Affrica, il Portogallo; dedita a lui, contro le ambizioni Savojarde e Francesi, Genova; poco meno che vassalli suoi Savoja, Farnesi, Medici; tenuta in briglia dalla minaccia turca la stessa Venezia; devoto a lui un partito in Francia, e sino in Inghilterra. La Monarchia Universale, di cui le due Diete d'Augusta (1550 e 1555), tenendo ferme le ragioni di Ferdinando I alla Corona imperiale, avevano sfatato il sogno, poteva parere anco una volta a Filippo una meta, che, volendo saldamente, e sapendo, sarebbesi pur conseguita.

Nè il volere gli faceva difetto; cupo insieme ed ardente, impetuoso e meditato; se gli facesse difetto il sapere, nella scelta e nell'uso dei mezzi, o se gli ostacoli fossero tali da non superarsi con forza ed arti maggiori di quelle adoperatevi da Filippo, mal potrebbesi dire di primo tratto; ma chi rimediti altri periodi storici, che con questo hanno più prossime analogie, s'accorgerà che la tradizione della Torre di Nimrud si perpetua, rinnovellata, per le intrinseche leggi, ond'è governato l'universo delle Nazioni.

Per quel ch'è di Filippo, nell'anima, alta no, ma vasta, egli accolse il disegno di dominazione tanto ampia ed intiera in ogni sua parte, quanto altra mai ne potè esser concepita da umana superbia e temerità. Dominare su tutti, dominare in tutto; penetrare gli arcani delle volontà; e a quelle dettar legge, e al pensiero, frugato con assidua scaltrezza ne' suoi recessi profondi; sradicare dall'anime, esterrefatte al bagliore de' roghi e al luccicare delle mannaie, sin la facoltà di creder possibile la ribellione; far parere norma alle coscienze, nell'ordine civile come nel religioso, la coscienza dell'Imperante; premio la sua approvazione; Ministri, Familiari adoperare come strumenti passivi, e, alla minima renitenza, annientarli coll'esilio, col veleno, col ferro; questa la visione che, nel delirio della sua oltrepotenza, vagheggiò e potè per un istante imaginarsi d'avere incarnata; questa la Torre babelica, che credette d'avere inalzata pei secoli lo sconoscente figliuolo di Carlo V.

Se il biblico “ transivi, et ecce non erat „ ha trovato mai, per le meste profondità della Storia, una luminosa esemplificazione, ella è questa.

“E voi pensate

fa dire lo Schiller al suo marchese di Posa (nel Don Carlos )

“E voi pensate,

Seminando la morte e la sventura,

Piantar per gli anni eterni? Oltre lo spirto

Dell'artefice suo la vïolenta

Opra non vive!„

Filippo potè vedere cogli occhi proprî i primi vacillamenti ed i crolli dell'edificio, ch'egli aveva reputato imperituro; cogli occhi proprî, facendo accortamente buon viso a cattiva fortuna, vide rientrare ne' porti spagnuoli i miserabili avanzi dell' Armada, ch'erasi predicata invincibile; dovette egli, che aveva steso allo scettro di Francia, caduto, e non senza sua colpa, nel fango e nel sangue, l'artiglio rapace; e s'era lusingato d'avere almeno a porlo nella mano della figlia prediletta, d'un genero, alla peggio in quella d'un usurpatore per necessità legato a lui; dovette egli segnare la pace di Vervins, che quello scettro fermava in pugno al Monarca più odioso a lui dopo la Tudor, e contro al quale aveva scatenato tante ire e papali e granducali e duchesche. E morendo poco appresso, dovè portarsene nel paventato oltretomba il presentimento che, allettate invano colle tarde promesse d'una fallace e malsicura autonomia, le Fiandre erano sfuggite per sempre alla signoria degli Habsburgo.

L'orgoglio forse gli fece velo ad intendere e pesar tutti i danni di quella Spagna, che Carlo V gli aveva trasmesso in parvenze così floride. Non misurò il vuoto, che la migrazione de' più audaci, e intraprendenti a cercar repentine fortune in America lasciava nelle campagne, con ruina, irreparata sin qui, della pastorizia e della agricoltura; non quello lasciato da' Mori, traenti seco nella loro fuga al Marocco la industria delle pelli e delle armi; o da' Protestanti, che all'ospitale Inghilterra portavano, migliorata nel trapiantarsi, la industria de' tessuti; non lo svilimento de' metalli preziosi, che recati in copia, madidi di sangue e di lacrime, dal Nuovo Mondo, mal bastavano a comprar fuori i prodotti un tempo dalla Spagna esportati; nè capì, pago a noverare i monasteri e le chiese, a misurare gli amplissimi latifondi ecclesiastici, quanto la sua ipocrisia feroce aveva nuociuto alla nobile indole degli Spagnuoli; quante calunnie e quanto odio aveva accumulato su quella Fede, cui toccò, fra le altre, la sventura d'esser professata e protetta da lui.

II.

Colla morte di Filippo II, e coll'avvento d'Enrico IV in Francia, pare d'un tratto che un incubo letale siasi tolto di sul cuore all'Europa, e che, alleggeritane, l'Umanità si avvii più spedita a' suoi migliori destini.

Se il gran disegno avesse proprio toccato la perfezione di quella Repubblica Cristiana che, benedicente, o almeno annuente il Papa, sarebbesi, per le armi d'Enrico vittoriose su' due rami d'Habsburgo, formata confederando, con leggi certe e pacificatrici, Germania, Ungheria, Boemia, Polonia, Danimarca, Svezia, Olanda, Inghilterra, Spagna, Francia, Regno di Lombardia, Venezia, Stato Pontificio con Napoli, Repubblica italiana comprendente Toscana, Genova, Lucca, Parma, Mantova, Modena (federazione di federazioni), non potrebbesi con piena sicurezza affermare, quanto a' particolari; ma del concetto, in genere, fanno fede molte testimonianze contemporanee, pubblicate e diligentemente illustrate in tempi prossimi a' nostri. Ad Enrico IV, dunque, che certo non aveva letto il De Monarchia di Dante, spetta l'onore d'avere ammodernato e tratto quasi dal campo delle remote speranze in quello della politica pratica quel concetto degli Stati uniti d'Europa, cui sospirava il grande Poeta sociologo, ed a cui, mutato l'estrinseco, intendono, fra tanto clangore d'armi, e mentre echeggia ancora in Europa l'urlo di codarde stragi impunite, non pochi nobili cuori, fatti pensosi de' moltissimi, cui il luccichìo delle parate militari costa lacrime e stenti diuturni.

Ma i destini d'Europa e del mondo civile non erano, e di gran lunga, ancora maturi.

“La sacra vita

Del quarto Arrigo un empio spense;„[1]

e, istigatrici o no ch'esse fossero del Ravaillac, le due case Austriache esultarono

“Quando l'Eroe nel lacrimato avello

Portò i fati d'Europa e le speranze.„

Una nuova minorità, una nuova Reggenza, ben più fiacca, per sè, e misera che non quella di Caterina, incombevano per anni alla Francia. La sospettosa turbolenza de' Calvinisti, dalle fortezze che la Pace di Saint-Germain en Laye aveva loro concesse, e l'Editto di Nantes confermate; la insolenza feudale, che dalle contese religiose traeva in vario senso pretesti, minacciavano anco una volta disfar l'opera d'Enrico, e de' suoi ministri. La Francia stava per essere riaperta a' nemici d'oltre Reno e d'oltre Pirenei; e mentre in Germania, contro le rideste e cresciute ambizioni di Casa Austro-tedesca, Riformati, Danesi, Svedesi, avrebbero fatto di sè una prova, che il rabbassamento della Francia rendeva dubitosa assai, pareva che sull'Italia misera avesse ad estendersi ed aggravarsi la dominazione spagnuola, tanto più ladra, indecorosa e corruttrice, quanto più fiacca e guasta e bisognosa s'era fatta la Potenza dominatrice; quanto più insolentemente arbitrarî i Ministri e Rappresentanti di lei.

La spietata energia esercitata dal Richelieu all'interno della Francia, con intenti altamente patriottici, ma con mezzi informati più assai al desiderio di toccar presto la meta, che ad una scrupolosa moralità; — il conflitto che, con meno d'impeto e più di scaltrezza, il Mazarino sostenne, durante una terza Reggenza, non co' Calvinisti, che non facevano ormai più Stato nello Stato, ma colla Nobiltà riottosa, sognante il racquisto de' vetusti privilegi mercè la mutazione del ramo dinastico; la sua resistenza allo fugaci velleità della Magistratura, aspirante a trapiantare in Francia le libertà riaffermate testè dall'Inghilterra; ripararono a' pericoli delle due Reggenze, alla pochezza dello sbiadito Luigi XIII, e serbarono alle armi di Francia, nella guerra di Valtellina, in quella del Monferrato, nell'ultimo periodo dei Trenta anni, una efficacia preponderante.

La politica e le armi di Francia ebbero, la mercè del Richelieu e del Mazarino, una parte segnalata ad assicurare colla pace di Westfalia l'indipendenza olandese, a salvare dal temuto assorbimento austriaco le autonomie germaniche, a guarentire da violenze liberticide la coscienza religiosa dei Riformati; come già l'avevano avuta a vietare che l'acquisto della Valtellina stabilisse fra gli Stati Austro-tedeschi e la Lombardia spagnuola una continuità di territorî, minacciosa a Venezia e a' Grigioni, pericolosa a Savoja. Ma quando poi, salvati in Westfalia quelli ch'erano, dal suo punto di vista, i più vitali interessi d'Europa, il Mazarino proseguì, dal 1648 al 1659, in un interesse esclusivamente francese, la guerra colla Spagna, e trasse Filippo IV alla Pace de' Pirenei, egli apparecchiava all'Europa tutta minaccie e pericoli di poco minori da quelli, che la oltrepotenza ed oltracotanza spagnuola le avevano fatto correre.

Perduta l'Olanda; in procinto di perdere il Portogallo, che gli Olandesi avevano intanto spogliato delle sue migliori Colonie; co' suoi Vicereami d'Italia esausti da una amministrazione ignorante, rapace, e impotente nonchè a fare, a voler pure il bene; ridotta a un'ombra di quella marina con cui aveva, obtorto collo, contribuito alla gloriosa vittoria di Lepanto, e acquistato per troppo breve tempo la signoria di Tunisi; umiliata dalla pochezza di cui fece prova nella prima guerra Monferrina contro Carlo Emanuele la Monarchia spagnuola non era tale, che i piccoli Dinasti italiani osassero assalirla scopertamente; ma bene era impotente a vietare ai piccoli Dinasti italiani una politica disforme dalla sua. La smisurata mole, precipitata da una fervida virilità ad una senilità repentina, occupava tuttavia grande spazio di suolo; ma su quello, più assai che non vi sorgesse, giaceva, inerte, incresciosa a se stessa.

Mentre la Spagna precipitava, dall'altro pendio de' Pirenei, tratta dagli aviti castelli a Versailles e fatta cortigiana la già ribellante nobiltà; facendole, colla gloria militare, col fasto, col buon gusto, colle eleganti frivolezze dimenticare la licenza d'un tempo; colla sapiente e feconda operosità giustificando quasi l'oblio di quello che delle antiche libertà rimaneva alla Francia; due Ministri di primo ordine, e una plejade d'altri minori disciplinavano, incameravano alla Monarchia, senza fiaccarle o umiliarle, le mirabili energie della Nazione. Così, di fronte a quel povero Carlo II, decrepito dall'infanzia; di fronte a que' vacillanti Stuardi, che, per reggersi compravano a prezzo de' veri interessi inglesi la sua protezione, le sue munificenze; Luigi XIV, raccolto personalmente dalle mani del morente Mazarino il potere, poteva slanciarsi per la sua via, avido di gloria, di autorità assoluta in patria, di incontrastato predominio in Europa; tanto simigliante a Filippo II, quanto la viva genialità francese glielo consentiva; unendo all'ingegno politico di Filippo II il coraggio militare, che allo Spagnuolo, cosa singolare in tal famiglia, in tal gente! mancò.

III.

Tra i primordi di Filippo II e quelli del potere personale di Luigi XIV corre un secolo stipato d'avvenimenti per modo, che il solo enumerarli chiederebbe troppo più tempo, di quanto possa dall'altrui pazienza concedermisi. Nè s'intende qui di quelle vicende della Filosofia, delle Scienze, dell'Arte, della pubblica Economia, che hanno co' fatti più propriamente politici, un alterno perpetuo vincolo di cagioni e di effetti; ma di soli gli eventi politici, i quali per altro, hanno tutti, in questo periodo, uno strettissimo legame colla dissidenza religiosa, suscitata dalla Riforma, ch'è di ciascun d'essi cagione, occasione, pretesto. L'Europa tutta, nel sistema politico della quale incominciano ora ad entrare, per effetto appunto della contesa religiosa, Danimarca, Svezia, Polonia, è divisa in due campi; nell'un de' quali stanno i Dissidenti e coloro che, avendo per nemici i nemici loro, se ne fanno alleati; nell'altro quelli, che o convincimento religioso o interesse politico induce a mostrarsi teneri della unità cattolica. Senonchè tal Potentato che cerca fuori l'alleanza de' Dissidenti, in casa sua li perseguita come ribelli; tale altro, che perseguita i Cattolici come ribelli, si procura fuori l'alleanza d'uno Stato cattolico; perchè, non libertà si vuole da Cattolici o da Dissidenti; ma esclusiva preponderanza della Confessione propria, oppressione dell'altrui entro i confini del proprio Stato.

Ond'è che, animati Principi e Popoli, Governanti e Ribelli, dal più eccitabile e comprensivo degli umani affetti, convinti di non aver via di mezzo fra l'opprimere e l'essere oppressi, vengono al conflitto con tutto il furore e tutte le forze loro; si valgono talora senza scrupolo di tutti i mezzi, per quanto condannati dalla Fede medesima che professano; perchè, con inumano sofisma, fingono a sè stessi posto fuori della Legge, che fanno procedere da essa Fede, chi da quella Fede o da quella Legge dissenta; poi, alterati i criterî, trattano in ugual modo l'avversario religioso e quello puramente politico, l'avversario politico ed il nemico personale. Di qui le congiure, in quel secolo sì frequenti, non meno contro gl'individui rivestiti di pubblici ufficî, che contro Repubbliche e Principati; di qui le giustizie, che malamente esercitate prendono aspetto di vendette; e le vendette, che usurpano le forme e la solennità della Giustizia; guerre condotte da briganti; brigantaggi che assumono importanza ed ampiezza di guerre vere e proprie; e ceppi, e roghi, e mannaie, che tutto improntano il secolo di una efferata tragicità.

IV.

Nemmeno le declamazioni volgarmente rettoriche di Liberi pensatori da strapazzo valsero a scemare l'orrore e il ribrezzo di quegli auto-da-fè, ne' quali la sinistra fantasia di Filippo e de' suoi toccò, colla squisitezza de' tormenti e colla scenica atrocità dell'apparato, per così dire, il sublime della ferocia. “La coscienza umana, esclama uno scrittore cattolico francese, non se ne consolerà mai!„ Ma col suo Sovrano che, in pericolo d'affogare, faceva voto al Dio delle misericordie,, se lo avesse tratto salvo al lido di Spagna, d'immolargli il più splendido auto-da-fè che avesse fino a que' giorni fatto fremere le viscere della Umanità, ardisce contendere in efferatezza il suo Duca d'Alba; il quale, spedito nelle Fiandre ribelli,

.... il general perdono,

Tutti escludendo, ai Batavi bandisce,[2]

e dal suo “Tribunale di sangue„ manda in pochi mesi al patibolo 17 000 vittime, costringendo all'eroismo della disperazione e inalzando alla grandezza di un'epica perduranza e di favolosi combattimenti quel gueux, che nel principio s'erano mostrati sì cautelosi, e preoccupati delle loro comodità ed interessi. Dicono che quando su due pali ferrati vide infisse le teste dei Conti di Egmont e di Hornes, già fidi e cari amici di Carlo V, copertisi di gloria per Filippo II a San Quintino ed a Gravelines, anco il Duca, nel lutto universale, piangesse; ma le lacrime non gli vietarono di proseguire implacato la mostruosa opera sua; sinchè, più che il grido d'Europa, più che la voce della coscienza, la manifesta inefficacia di cotali mezzi non ebbe indotto Filippo a sostituirgli il Requesens, che all'aperta brutalità faceva seguire ipocrita e ormai non creduta dolcezza.

La Parte cattolica che, aggredita, reagì prima; che, cullatasi nella fiducia ormai più volte secolare di un incontrastato dominio, rimbalzò con tutte le energie della stupore, del terrore, della indignazione, contro chi veniva a sturbarnela; che, nella difesa delle proprie dottrine e in quella, pur troppo non meno acre, dei proprî interessi temporali, procedette con tanto più inesorata, energia, quanto più era convinta di provvedere per tal modo alla salute eterna di que' medesimi, a' quali faceva fronte, la Parte cattolica, dico, porta in generale la maggiore, anzi presso i più, l'unica odiosità di quelle scene di sangue. Cattolico, io deploro, più che non possa qualsiasi Libero pensatore, che il Cattolicesimo abbia stimato potersi e doversi difendere nel modo, in che s'avvisarono di difenderlo Filippo, il Granuela, il Duca d'Alba, e altrettali; deploro che allora (come oggi, del resto) tanta scoria terrena si mescolasse allo zelo di certi difensori ed apologisti; ma, nel vero, i Cattolici, maggioranza numerica ed aggrediti, fecero quello che, dov'erano maggioranza, facevano i Dissidenti aggressori.

Il rogo, sul quale Calvino fece ardere Michele Servet, può parere poca cosa (al Servet non pareva certo) di fronte alle migliaia accesine dall'Inquisizione; ma Scrittori protestanti deplorano quel pazzo furore iconoclasta, che, indarno contrastato dallo stesso Principe d'Orange, sino dal principio della sollevazione spinse alla devastazione delle chiese cattoliche e al sangue i Calvinisti fiamminghi. Alla Dieta di Spira si era dovuto espressamente sancire che, ne' paesi ove dominava il Protestantesimo (ove cioè era Protestante il Capo dello Stato, qual che si fosse poi la credenza dell'universale o della maggioranza), non si vietasse da loro la Messa a' Cattolici. Alla Dieta di Augusta, dove Ferdinando I d'Habsburgo si dimostrò il più sincero amatore di pace, e fautore di reciproca tolleranza (o che così sentisse, o che così gli dettassero la tema de' Turchi e la brama di ricuperar l'Ungheria), i Protestanti non si mostrarono meno acri a oppugnare che i Cattolici a sostenere il Riservato ecclesiastico, vietante il passaggio de' beni ecclesiastici dalla Confessione cattolica alla dissidente, per mutata Fede del titolare. Nella stessa Dieta i Luterani non furono men fermi de' Cattolici a escludere dalla pacificazione religiosa i Calvinisti, i Sacramentarî, gli Anabattisti odiatissimi, gli Utraquisti di Boemia. Ferdinando adoperavasi bensì a fermare il principio che, negli Stati ecclesiastici dell'Impero, officialmente cattolici, fosse guarentita contro le persecuzioni del Principe la coscienza dei Dissidenti, che potevano anco divenir maggioranza o quasi totalità; ma i Casisti sì dell'una che dell'altra parte, i quali, secondo l'espressione d'un nostro Cronista, “cominciarono a interpretare„ si trovarono, d'accordo, beati loro! Cattolici e Dissidenti, su questo unico punto: che a' professanti Fede diversa da quella del proprio Sovrano restasse la invidiabile libertà di vendere i proprî beni, ed andarsene altrove. Le persecuzioni d'Elisabetta contro i Cattolici inglesi eran tali, che Filippo II osò raccomandarle maggior tolleranza. Non è detto se proponesse ad esempio sè stesso!

E per un pezzo e in più luoghi ad un tempo si proseguiva collo stesso sistema, e co' criterî medesimi. Pel trionfo de' suoi Indipendenti il Cromwell percuoteva di colpi non meno aspri i Cavalieri aristocratici, che i Livellatori ultra democratici; ma, più che questi, desolava con sistematiche devastazioni la cattolica Irlanda, le cui miserie datano dal Governo di questo alleato del Re Cristianissimo. In Svezia Erick XIV perseguitava i Cattolici; a Mosca Ivan IV concedeva bensì la erezione di un tempio Calvinista e d'uno Luterano, ma il furor popolare imponevasi anco al terribile, che doveva farli trasferire a due verste fuor di Città; le Carte costitutive di quelle colonie nord-americane, nelle quali i Dissidenti inglesi si rifuggivano dalla tirannide dello Stato, e della sua Chiesa officiale (established Church), consacravano solennemente la più esclusiva intolleranza religiosa.

V'era in Europa, dopo la pacificazione d'Augusta, una Confessione di più; che i Principi potevano abbracciare senza esser messi al bando dell'Impero, al bando del Diritto pubblico; ma che poi un Suddito potesse professare altra Fede da quella del suo Sovrano senza farsi ribelle, non si voleva ammettere; i diritti della coscienza religiosa individua di fronte allo Stato, la incompetenza della Società civile a conoscere in materia di Fede, l'obbligo dello Stato di restringere al campo sociale e politico l'azione propria, erano lungi dal venire riconosciuti.

Ove peraltro ambizioni e cupidigie politiche si trovassero, come in Francia, in più intimo accordo coi risentimenti cattolici; ivi, segnatamente se vi soffiava dentro lo spirito di Filippo II, l'odio proruppe più atroce. Dopochè, a Parigi, il supplizio dell'onesto e saggio Consigliere Anne Dubourg, predicatore di tolleranza, aveva, il 23 dicembre 1559, contrassegnato lugubremente il cominciamento delle influenze dei Guisa, l'aperta guerra religiosa divampava nel 1562, per mano dei Guisa stessi, colla gratuita, spietata strage di Vassy. Nello stesso anno i compagni del Calvinista Ribault, recatisi, per consiglio del Coligny, a colonizzar la Florida, v'eran sorpresi dallo spagnuolo Mendez de Aviles, e impiccati tutti quanti colla scritta: “Non come Francesi, ma come Calvinisti.„ Per Filippo II, nel Piemonte non anco restituito al suo Duca, il Governatore Spagnuolo di Milano faceva strage di quei Valdesi, che dovevan più tardi sentir l'ira, non meno feroce, di Luigi XIV. Della Saint-Barthèlemy, cui non scema o accresce orrore qualche centinaio di morti che gli Scrittori dell'una parte scemino quelli dell'altra accrescano al noverò, consigliatori e inspiratori, furono, questo è certo, Filippo II e il suo Duca d'Alba. L'uno e l'altro potevano ben ravvisare un degno loro discepolo in quel Duca di Feria, che' da Milano, eccitando al Sacro Macello (19 luglio 1520) contro i Grigioni i Cattolici di Valtellina, sperava assicurare con quello alla Spagna l'ambita conquista della Valle superiore dell'Adda. Loro degnissimo alunno quel Bedmar, la cui congiura contro Venezia non è chiaro, qualora avesse sortito i suoi micidialissimi effetti, se sarebbe servita a incremento massimo della dominazione spagnuola in Italia, o ad ingrossare di tanta e tal preda lo Stato indipendente, che il Vicerè di Napoli Ossuna sognava di procurare a sè stesso (1618). Il Governo Veneto, decadente già, ma non peranco del tutto degenere, represse l'insano tentativo con maggiore agevolezza e prontezza, che non lo stesso Governo, genovese, allorchè questo, dieci anni più tardi, ebbe a sfatare l'oscena congiura di quel Vachero, con cui si direbbe incredibile che fosse entrato in accordi tal uomo, quale era Carlo Emanuele.

V.

Le congiure, inspirate alle reminiscenze classiche d'Aristogitone e di Bruto nel periodo della Erudizione, perdono pregio, per copia, per ampiezza, raffrontate a quelle che, nel secolo di cui trattiamo, furono mandate ad effetto, e delle altre non poche, che furono senza effetto tramate.

In Italia, con serotina larghezza d'intenti riformatori e repubblicani, congiurava a Lucca, per una sognata federazione di repubbliche antipapali, Francesco Burlamacchi, consegnato da Cosimo alla scure spagnuola. Nel 1559 (per non risalire al 1537 e all'insano tentativo degli Strozzi, concluso colla scaramuccia di Montemurlo, e colla misteriosa morte di Filippo Strozzi) contro Cosimo I congiurava a Firenze, senza altro danno che della sua testa, un Pandolfo Pucci. Una congiura animata da risentimenti politici e da fanatismo religioso contro Pio IV scuoprivasi, e punivasi severissimamente, in Roma, l'anno 1564. Nel 1575 un altro Pucci (Orazio) con Ridolfi, Alamanni, Machiavelli, Capponi, tramava di spegner Francesco I e tutta la stirpe medicea; scoperto, pagava egli col capo suo; gli altri fuggivano; e le grosse confische de' loro patrimonî fecero dire, che Francesco aveva a bello studio esagerato il numero de complici; il che si disse puranco nel 1609, quando, conscii i Gonzaga e gli Estensi, si ordì in Parma altra nobilesca congiura contro Rinuccio II Farnese, che dette assai animosamente di piglio nel sangue e negli averi degli accusati, colpevoli o no.

Fuor d'Italia, la infelicissima Maria Stuarda, che il Bothwell aveva, coll'assassinio d'Enrico Darnley, cacciata in un abisso di vergogne e di guai, diveniva, fuggiasca in Inghilterra e prigioniera a Fotheringay, eccitamento o pretesto a congiure senza fine contro Elisabetta, che le sventava e ne faceva suo pro. Un duca di Norfolk che, giudice di Maria, vinto dalla bellezza di lei, strette intelligenze con la Spagna, aveva sognato sposarla, finiva nel 1572 col Northumberland suo complice sul patibolo, provocando rappresaglie crudeli contro i Cattolici. Una congiura dei Guisa, tramante uno sbarco sulle coste inglesi, fu, pare, denunziata ad Elisabetta da Filippo medesimo, cui la soverchia potenza di quei suoi clienti glie li avrebbe sottratti, e forse voltati contro. Ad incrudir nuovamente contro i Cattolici porgeva argomento la congiura del Somerville, preparatosi empiamente co' Sacramenti alla uccisione di Elisabetta. Il fantasioso Don Giovanni d'Austria, conscio questa volta Filippo II (che sperava o perderci il troppo intraprendente fratello, o porlo in difficoltà che glie lo assoggettassero del tutto), sognava anch'egli uno sbarco in Inghilterra, le nozze della Stuarda, il trono de' regni Cambrici, il ristabilimento del culto cattolico in Inghilterra. La congiura del Babington colmò finalmente la misura, e mentre a Fotheringay la testa bellissima della Stuarda cadeva sotto la mannaia (1587), ed il popolo di Londra s'abbandonava alla esultanza e incendiava fuochi d'artifizio, Elisabetta, fingendosi sorpresa, simulava una indignazione e un rammarico, che non ingannavan nessuno. Lo Schiller le fa riassumere abilmente in un meraviglioso monologo i pretesti, co' quali ella poteva coonestare le sue regali paure, e le sue femminili vendette; e quel tratto d'altissima poesia è profonda e nitida visione della realtà psicologica e storica. Del resto era fato antico di questi Stuardi il finire tragicamente: Giacomo I, il poeta, assassinato da' nobili; Giacomo II, morto all'assedio di Roxburgh per lo scoppio d'un cannone; Giacomo III, caduto a Bannockburn, combattendo contro il proprio figlio ribelle Giacomo IV; che doveva anch'egli poi morire contro il cognato Enrico VIII a Flodden; sinchè nel 1648 la fredda, plebea, beffarda crudeltà del Cromwell porgeva all'attonita ma inerte Europa lo spettacolo, non più veduto dal tempo d'Agide spartano, d'un Re tratto giudizialmente al patibolo da' sudditi proprî.

In Francia (per non ricordare ora il Clement, uccisore di Enrico III, nè la fallita Congiura d'Amboise), nel 1602, il Maresciallo Biron, già così benemerito d'Enrico IV, intrigava cogli stranieri contro il suo Re glorioso, macchinava la spartizione della Francia in Governi, con un Re elettivo, e dipendente da una specie di Dieta; e, ciò nonostante, il parricida avrebbe trovato grazia appo Enrico, solo che si fosse indotto, come n'era sollecitato, a chiederla. Ben più frequenti è naturale che si tramassero le congiure contro al Richelieu. Nel 1626, il Talleyrand di Chalais veniva decapitato; strangolato o avvelenato a Vincennes J. B. d'Ornano, nipote della celebre Vanina, creatura del duca d'Orleans. Nella congiura del 1632 il Motmorency, vilmente abbandonato dallo stesso Duca suo inspiratore, sarebbe stato graziato da Luigi XIII, se altri, in mal punto, non avesse additato al Re, in una Bibbia rimasta aperta sopra un leggío, lo scempio di Achad, Re degli Amaleciti. Nel 1642 il solito Gastone d'Orleans, furente per Maria Gonzaga negatagli in moglie, abbandonava alle vendette del Cardinale e al carnefice il Cinq-Mars, il De Thou, e determinava in Spagna la caduta dell'Olivarez, partecipe della brutta macchinazione.

Maggiori conseguenze, sebbene non sortisse il suo pieno effetto, ebbe sullo spirito pubblico inglese, e sulla condizione de' Cattolici nei Regni Cambrici, la Congiura delle polveri (1604); tuttochè Giacomo I, de' Cattolici odiator grande, dichiarasse egli medesimo in Parlamento non potersi a una intiera Confessione religiosa apporre la insensata efferatezza di pochi.

Anco in Olanda, lo Stautembourg, per vendicare il padre suo Barneveldt, cospirava contro Maurizio di Orange; che, sfuggito al colpo, non potendo Guglielmo, il reo, già postosi in salvo, mandava al supplizio l'innocente fratello di lui.

Tutti questi furono tentativi andati a vuoto, e ricaduti sulla testa de' colpevoli autori; ma a vuoto non andò il colpo che in Delft, presenti la moglie e la sorella, spengeva, per mano di Balthazar Gèrard, con tre palle di pistola, Guglielmo d'Orange (1584); il quale, scampato già, quantunque ferito sconciamente, all'attentato dello spagnuolo Javregny; sottrattosi, col duca d'Anjou, a quello del Salcède (che veniva squartato poi in piazza di Grève a Parigi), spirava, pregando Dio “che avesse misericordia dell'anima sua, e del suo povero popolo„. A vuoto non andarono i replicati colpi del Ravaillac, pei quali potè la Francia temere le si apparecchiassero giorni peggiori di quelli conseguiti immediatamente alla catastrofe di Enrico II.

E a queste tragiche morti di sovrani, quante altre si alternano d'uomini cospicui; talune macchinate da' Re, e da' pubblici Poteri fatti assassini, come quella del Duca Enrico e del Cardinale di Guisa, di cui Enrico III non s'era vergognato di proporre la esecuzione al valoroso Crillon ( le brave Crillon ), che gli aveva profferto, invece, di sfidare il Guisa a duello; l'assassinio del Concini, sagace precursore del Richelieu nel combattere l'alleanza della Feudalità e del Calvinismo cospiranti contro la potestà Regia, al quale l'oscitante Luigi XIII fu spinto dall'avido orgoglioso Luynes; quello del Sampiero da Bastelica, lo strangolatore dell'amatissima bellissima Vannina d'Ornano, voluto dal Governo genovese, sperante invano così la pacificazione della Corsica; e celebre sopra le altre, tipica, nel fiero genere suo, la morte del Wallenstein, ordinata da Ferdinando II, che affrettavasi, peraltro, a far celebrare per la requie del turbolento suo generale ben tremila Messe.

Altri eccidî sono compiuti da privati, sotto l'impero quasi sempre del fanatismo religioso, caratteristico di quella età: come quello del Condè prigioniero, perpetrato a freddo, dopo la battaglia di Saint-Denis, dal capitano Montesquiou (1569); del Duca Francesco di Guisa, al quale il Poltrot du Merè si dispose, durante l'assedio di Orléans, con sì lunga e raffinata simulazione (1563); del Buckingham, in cui il puritano Felton s'imaginava di spengere poco meno che l'Anticristo.

Nè mancava al pugnale omicida il plauso delle Muse, e la severa approvazione de' Maestri in Israello. La storia del Genere umano ha da registrare, tra le altre miserie, i versi latini, con cui da dotti Protestanti fu cantato il Poltrot du Merè; le lodi officiali della Sorbona per Bathazar Gérard; l'elogio che Famiano Strada, non volgar narratore delle guerre fiamminghe, tesse, nel suo bel latino, del Javregny; le apologie che il Boucher scrisse, prima, del Clement, poi dello Chatel, provatosi fin dal 1594 ad assassinare Enrico IV.

VI.

E quando, a far giustizia, Repubbliche e Re non sdegnavano armare e stipendiare mani assassine, non fa meraviglia che la scure della Giustizia divenisse per contro lo strumento di private vendette, la pubblica ed ufficiale esecutrice di misfatti. Caterina de' Medici aspettò sino al 1574, ma riuscì pure finalmente, còltolo fra i Protestanti, a far decapitare sulla piazza di Grève il Montgomery, involontario uccisore di Enrico II. Giacomo I, odiator di Cattolici in Inghilterra, mendicante fuori l'alleanza e la parentela della cattolica Spagna, immolava agli sdegni spagnuoli lo importatore della patata, il colonizzatore della Virginia, arricchita da lui col tabacco; e la testa dell'antico favorito di Elisabetta, sir Walter Raleigh, come già quella dell'Essex, cadeva per mano del carnefice. Maurizio d'Orange traeva pretesto dalla disputa fra Gomaristi e Arminiani per mandare al patibolo, come reo d'aver difeso nel campo teologico la libertà morale, quel glorioso Barneveldt, che nel campo politico difendeva la libertà civile dell'Olanda contro le ambizioni orangiste (1619). Per le cagioni stesse imprigionavasi quel grandissimo Grozio, che, fuggito mercè l'accorta pietà della moglie, rifiutava di tornare in patria alle indegne condizioni propostegli. E se tanto osavasi nella Olanda repubblicana, non farà meraviglia che il Richelieu ponesse segno alle sue meditate e non fallibili vendette il Marillac, preconizzato per breve ora, nella Journée des dupes, a succedergli nel Ministero, e ch'egli colse nel 1683, e commise a Giudici, de' quali lo stesso Richelieu beffardamente ammirò l'acume, quando ebbero saputo scuoprire le concussioni, sotto il cui carico mandarono a morte quel valentuomo. A un altro valentuomo, al Bassompierre, sagace nel penetrare i riposti disegni del Ministro, costava la Bastiglia l'aver detto: Vous verrez, que nous serons assez fous pour prendre la Rochelle. Chiuderemo la serie col ricordare, notabilissimo fra gli altri, pel mistero che lo avvolse, per la mancanza d'ogni legale parvenza, per lo spietato modo in cui fu perpetrato, l'assassinio, che del Monaldeschi ordinò, nemmeno più Regina ormai, la mal lodata Cristina di Svezia.

Neanche gli orrori del parricidio fanno difetto alla lugubre età. Filippo II consegnava ai carnefici il vanitoso inetto Don Carlo, da cui temeva fosse un giorno sovvertita l'opera propria; e col convincimento d'aver fatto la pura necessaria giustizia, fra gl'incensi d'una devozione obbrobriosa, alloppiava i rimorsi. Ivan IV, in un impeto cieco, colla mazza ferrata che, barbarico scettro!, sempre aveva in pugno, spegneva il figlio prediletto, suo auspicato continuatore; e di questa, almeno, tra le sue efferatezze provò disperato ribrezzo.

Se tal gente, mossa da tali passioni, assuefatta a tali spettacoli, potesse esercitare con quella minore inumanità ch'è desiderabile il funesto dritto di guerra, e far dimenticare i sacchi, onde vanno sinistramente famose le guerre del secolo precedente (Brescia, Capua, Prato, Ravenna, Roma), lo dicano gli eccidî d'Anversa per mano degli Spagnuoli, onde per alcun tempo quella dei Belgi s'unì alla insurrezione dei Batavi; lo dicano le rappresaglie di quella guerra Moresca negli Alpujarras, che la pietà dell'arcivescovo Talavera si studiò indarno d'evitare; e l'atroce sacco di Magdeburgo, che lo spietato Tilly paragonava, gloriandosene, alla presa di Troja e di Gerusalemme; e quello di Mantova (1630), perpetrato dalle milizie imperiali del Collalto. Ben è vero che costoro non potevano aver letto ancora il libro del Grozio; il quale, invece, doveva pure esser noto a Luigi XIV quando, mezzo secolo dopo, calcando freddamente sotto il pie' superbo ogni legge d'umanità, egli ordinava le replicate devastazioni del Palatinato (1674-1689).

VII.

Eppure, per quel Fato storico, o meglio per quella legge di Provvidenza, che guida, infrena, completa, corregge l'opera del Libero Arbitrio umano (i due massimi coefficienti della Storia), da' roghi, da' patiboli, dalle Città devastate, da' campi di battaglia, da' Consigli de' despoti, l'Umanità prendeva l'abbrivio a nuove e migliori conquiste. Una necessità ineluttabile costringe chi perseguita in casa ad allearsi fuori colla setta o confessione perseguitata. E come già Francesco I ed Enrico II coi Collegati smalkaldici, e sulle traccie di quell'accordo di Friedwald, che negoziato co' Luterani da un vescovo di Bajona faceva Enrico II (1551) vindicem libertatis Germaniæ et Principum captivorum; così Padre Giuseppe de la Tremblay (l'Eminenza Grigia, il rigido istitutore delle Figlie del Calvario ) negoziava pel Richelieu, in nome del Re Cristianissimo, accordi coi Protestanti tedeschi e colla Svezia; e s'adoperava a far togliere al Wallenstein il comando delle milizie imperiali. Giacomo I cercava (lo abbiamo già veduto) la amicizia, anzi la parentela della cattolica Spagna, contro la Francia cattolica, per rivolgersi poi nuovamente a questa contro la Spagna. I Turchi, le rivalità dell'una coll'altra Potenza cattolica, l'ambizione, il pericolo di veder congiunti coi Dissidenti religiosi i rivendicatori delle violate od obliterate franchigie politiche, imponevano più o men parziali Editti, e pratica più o meno costante di tolleranza. Enrico III, il vincitore de' Calvinisti francesi a Jarnac e a Montcontour, chiamato, perchè cattolico e perchè buon soldato, sul trono di Polonia, doveva, tra gli altri pacta conventa, giurare la osservanza delle libertà religiose. Poco appresso (1594), Sigismondo, Re cattolico nella Svezia protestante, doveva fare altrettanto; nè Casa d'Austria potè ad altro prezzo tener l'Ungheria, cui nel 1608 Mattia, nel 1637, e nuovamente nel 1647, Ferdinando III dovevano confermare la libertà di coscienza. Quanta parte l'essersene violati i patti in Boemia avesse alla guerra dei Trent'anni, è inutile il dire. Orrore delle stragi, per tanti anni e in sì larga parte d'Europa rinnovellate; temenza che una piena vittoria in Germania ribadisse ai polsi d'Italia la catena spagnuola; legittimo sospetto che, assicurata per altre parti, la Potestà imperiale tornasse ad accampare in faccia alla papale antiche pretese, e a tiranneggiare, sotto colore di protezione, la Chiesa; fecero che la Diplomazia pontificia s'adoperasse non inutilmente a procurar quella Pace, che fu poi conclusa in Westphalia.

Frutto d'alleanze inspirate da altro che da idealità di Confessione religiosa, e di conflitti politici fra popoli professanti la Confessione medesima, questa Pace, che sanciva l'ammissione di Danimarca e Svezia nella famiglia delle genti civili d'Europa; conferendo a' Calvinisti in Germania i dritti medesimi, che la Dieta d'Augusta a' Luterani; assicurando la indipendenza dell'Olanda, sottratta così alla pericolosa intraprendenza degli Orange; agevolando al Portogallo il futuro riacquisto della sua autonomia, consacrava nel Diritto pubblico europeo il principio della tolleranza religiosa, la incompetenza dello Stato in materia di Fede, i diritti della coscienza religiosa individua in faccia al Potere civile; accennava ad una più ampia e fraterna consociazione di popoli, tra' quali l'aspirazione a una Fede comune potesse farsi vincolo e argomento d'amore, non laccio omicida, non pietra di scandalo, non face d'incendio divoratore.

Il trattato di Westphalia (1648), il De jure Belli (libri tres, Hanau 1598) di Alberico Gentili, il De Jure Belli et Pacis, ed il Mare liberum di Ugo Grozio, sono tra i migliori legati, che abbia trasmesso il secolo di cui parliamo alle età future. Felici se ritroveranno, più che nella polvere degli Archivî, nell'intimo della coscienza umana, anche il gran disegno di Enrico IV, e fondamento alla umana felicità cercheranno, non ne' bilanci di guerra ogni dì più onerosi, ma nella pace sicura e nelle “giustizie pie del lavoro!„

Come de' nostri Cari, che la morte c'invola, tornano a noi le imagini fatte più auguste e serene, e non i loro momentanei sviamenti, e gli sdegni fuggevoli, ma ci stanno dinanzi, in pura luce, le virtù, che al viver loro furono guida ed inspirazione; così de' secoli discesi negli ipogei della Storia, le età successive raccolgono in eredità la parte positiva e migliore, e quella come sacra eredità si trasmettono.

Perciò, quando, con armi ed arti diverse, sorgerà in cospetto all'Europa un nuovo Filippo II, Olanda e Spagna, testè nemiche da parere irreconciliabili, s'armeranno l'una per l'altra, e coll'Olanda, la Svezia muoverà contro quella Francia, ch'era stata sì lungamente alleata sua contro l'Impero. Le armi dell'Impero concorreranno esse medesime a difendere da Luigi XIV il nuovo Diritto, sancito a Munster e ad Osnabruok.

VIII.

Quale la condizione, quale la parte dell'Italia in un'Europa siffatta?

Lo abbiamo accennato già prima; la Pace di Gateau Cambrèsis abbandonava l'Italia alla Spagna dominatrice; e, pareva, senza riparo o difesa. Venezia aveva sulle braccia la forza navale de' Turchi, e, per schermirsene, bisogno dell'alleanza Austro-tedesca e dell'Austro-spagnuola; il conflitto colla Riforma legava ad entrambi i rami d'Habsburgo, ma più particolarmente all'Austro-spagnuolo, il Papato; comprati a Spagna col Monferrato sino dal 1535, e come la Repubblica genovese, tenuti in fede dalla paura delle poco platoniche ambizioni savojarde, i Gonzaga; fatti cosa tutta spagnuola, con in mano di Spagna quel mirabile Alessandro, che di soli diciassette anni aveva effettivamente partecipato alla battaglia di San Quintino, i Farnesi; legati a Spagna, per la nemicizia cogli Strozzi e co' Francesi, e pel vassallaggio di Siena, i Medici; imbrigliata dalla nimistà de' Gonzaga, da quella di Genova, Casa Savoja; fatte così ausiliarie alla dominazione spagnuola in Italia le nimistà, le gelosie, le reciproche paure italiane.

Nè, in paese così diviso politicamente, poteva esser segnacolo comune di riscossa, una qualsiasi dissidenza religiosa dalla potenza dominatrice. I parziali moti, i conati individuali non contano; l'Italia era rimasta cattolica, più assai che per meditato e cosciente convincimento, per quella gioconda indifferenza verso i grandi problemi religiosi, ch'era una fra le più infelici conseguenze del Rinascimento; gli effetti, del resto considerevoli assai, della contro-riforma o rimbalzo cattolico, bastavano ad acquietare le coscienze di coloro, pe' quali in qualche cosa altro, che nelle estrinseche pomposità del culto, consisteva la Religione.

Ogni comune centro di vita, ogni vessillo, sotto cui tutta si fosse potuta raccogliere ad impresa che, per la mole dell'avversario, e per la sua situazione nella Penisola, tutte avrebbe richieste le forze della Nazione, mancava dunque all'Italia. Si portavano ora, nel servaggio, le pene delle antiche colpe. Le forze abusate e sfrenate, le idee, con colpevole leggerezza sfatate, mancavano all'opera del riscatto, più per la difficoltà di adattare ad essa una disciplina, che per reale esaurimento delle energie nazionali, che inquiete s'agitano, anzi, si sviano, e traviano; mancava, e questo era il peggio, a una gran parte di quella Nobiltà, senza la quale Popoli o Dinasti nulla in tale età avrebbero potuto tentare, la misura del vilipendio, in cui s'era lasciata cadere la Patria; della Patria stessa e della dignità propria s'era oscurata l'idea negli animi, compri dalle bugiarde onorificenze e da' ciondoli, che tanta bile muovevano all'Autore, qualch'egli sia, delle Filippiche, e a quello della Pietra del Paragone Politico.

E ogni giorno arrogeva al danno. Non m'attenterò a rifare il quadro, che con mano maestra fu condotto da Alessandro Manzoni, della impotenza arrogante, della insipienza presuntuosa, con cui gli Spagnuoli sgovernavano il Ducato di Milano. Da quello, ben noto, può ciascuno argomentare qual si fosse la condizione dei Regni meridionali; dove, avendo meno da temere di Potentati vicini, i quali degli errori spagnuoli e del malcontento eccitatone facessero loro pro, la rapacia, e la insolenza spagnuola si sfrenavano bene altrimenti; e dove la mole dell'ufficio alle ree loro mani commesso, e le forze di cui disponevano, inanimavano i Vicerè o a farsi belli a Madrid con più feroci esazioni, o ad assumere in esizio dei popoli miserrimi, e a sodisfacimento di loro ree cupidigie, gli atteggiamenti d'una indipendenza, che taluno fra loro sognò, forse, completa. E ben potevasi sognare in Napoli dal duca d'Ossuna, una corona indipendente se, nel dimezzato Ducato di Milano, il governatore Fuentes aveva potuto rifiutarsi di mandare in Fiandra i 30000 soldati, che, finito l'affare di Saluzzo tra Enrico IV e Carlo Emanuele I, gli si ridomandavano dal suo Sovrano. Ai moti, che nel Popolo la fame e la tracotanza degli esattori destò, la Nobiltà venne meno, dedita, più che in altra parte d'Italia, a Spagna, che la pasceva di vento; tenera de' fumosi privilegi, e, per la varietà delle origini sue, difficile a consentire in un unico simbolo. Di volgersi a un Principe italiano, nè Grandi, nè Popolo avrebbero fatto il pensiero, chè saria parsa loro dedizione di loro autonomia, assoggettamento di Provincia vassalla a Stato sovrano; Principi chiamati di fuora, come i Guisa, avrebbero avuto per sè, sola quella parte che risaliva ad origini francesi, o a spagnuole. In Sicilia le rivalità feroci tra Messina e Palermo, e nella stessa Messina le opposte fazioni di Malvezzi (liberali) e Merli (assolutisti) guarentivano a' Re spagnuoli la inanità finale d'ogni risentimento, meglio e più che un esercito.

Meno nota in genere, perchè difficile a cogliersi in un prospetto sintetico, più lunga a narrarsi, che non paia consentito dalla relativa picciolezza di certi eventi, la condizione de' Principati, cui rimaneva dopo il 1559 un'ombra di indipendenza.

D'essi, alcuni erano Dinastie recenti; come Farnesi e Medici; altri di recente, dopo procelle terribili, tornati in Stato, come casa Savoja; altri, infine, oltre le italiane, avevano sulle braccia faccende di gran momento fuori d'Italia, come il Papa e Venezia. Si trattava per loro di assicurarsi con una buona amministrazione la tranquillità interna; d'evitare all'interno ed all'estero conflitti, ne' quali il recente o il rinnovellato edifizio fosse posto a troppo duri cimenti, od offrisse opportunità all'altrui cupidigia sempre sollecita e intraprendente.

Ed invero, quanto ad amministrar bene lo Stato, taluni di quei fondatori o rinnuovatori di Dinastie porsero meditabili esempî. Le cure di Emanuele Filiberto per italianizzare di lingua, di cultura, d'interessi il suo Stato, ritolto tutto di mano a' prepotenti occupatori, e accresciuto della contea d'Oneglia comprata a' Doria; i provvedimenti per aver molte e pronte e buone armi, senza invocar mercenarî, col vietare a' suoi nobili di farsi mercenarî essi negli eserciti altrui, sono le ben note sue glorie. Meno noti, ma non meno gloriosi sono gli accorgimenti con cui, tolti di mezzo gli Stati generali, ch'erano omai custodi di vieti privilegi nobileschi e preteschi, anzichè di libertà, sciolse da ogni rimanenza di vincoli feudali le persone; e la giustizia distributiva con cui, gravando più ugualmente la mano su tutti gli ordini della cittadinanza, triplicò in breve le entrate del Ducato. Nè sono da tacere le molteplici cure date all'annona, all'igiene, all'agricoltura, alla sericoltura (promosse con le leggi e col proprio ducale esempio), agli studî sì di Scienze, che di Lettere e d'Arte; nè il freno posto alle intemperanze clericali, e la libertà restituita a' Valdesi.

“Bella e cappata gente„ chiama il Botta, nel suo antiquato ma vigoroso linguaggio, le milizie di quel Cosimo I, che nelle galee di San Stefano trovò un utile sfogo al Patriziato fiorentino, i cui vivaci spiriti piacevagli bensì rimuovere dal tentar nuovità interne, ma non sviare, o fiaccare. La Maremma senese, ch'egli ebbe con settemila abitanti, ne contava già, alla sua morte, circa a venticinque mila. Gli altri provvedimenti per la finanza, rispondevano a questi. Grande il merito suo nel tenere, come tenne, tranquillo senza efferatezze il paese, tutt'altro che quieto per sè; e si parve sotto il troppo minore suo figlio Francesco, quando nei primi diciotto mesi del governo di costui quasi duecento tra ferimenti e omicidî funestarono la sola Città di Firenze. Men felice la casa Farnese; nella quale potò bensì la buona amministrazione d'Ottavio far dimenticare in parte a' Piacentini e a' Parmensi le nequizie di Pier Luigi; ma Alessandro, più che a' sudditi suoi, prodigò, mal rimeritato, l'alto ingegno e la forte anima a Spagna nello sterile affanno del debellare le Fiandre; Rinuccio primo, tra' sospetti e le vendette imbestiò; sinchè quella gente parve ravviarsi a una politica estera ed interna più sana con Odoardo.

Il virgiliano Res dura et regni novitas me talia cogunt Moliri, ben s'addice alla prontezza colla quale Cosimo, ed altri di que' Principi novelli, s'affrettavano a spegnere ogni favilla d'incendio. Lo stento con cui, tuttochè Generalissimo di Spagna, vincitore di San Quintino per una parte, cognato del Re di Francia per l'altra, Emanuele Filiberto ricuperava da Francesi e da Spagnuoli gli Stati suoi, e la stessa Torino destinatane capitale; la agevolezza colla quale, dopo la uccisione del mostruoso Pier Luigi, s'era disciolto, tra Ecclesiastici e Spagnuoli, lo Stato Farnesiano, e le pene che c'eran volute a ricomporlo, e le condizioni sotto le quali Spagna aveva restituito Piacenza, ammonivano a guardarsi da agitazioni, chi volesse conservarsi lo Stato; e l'interesse de' Principi era qui interesse de' Popoli, che certo da Estensi, da Medici, da Farnesi non avevano mai da temere quel che da Spagna; e che in ogni caso, restavano almeno italiani.

Se la Spagna vegliava, e se conscia a sè stessa d'una già incipiente disproporzione fra le formidabili parvenze e la limitata realtà delle posse, ell'era ferma nel non tollerare incrementi de' Principi italiani, anco devoti apparentemente a lei, lo mostrarono i suoi sordi furori e le minaccie iraconde allorchè seppe della profferta che, stanchi della oppressione genovese, avevan fatta di sè a Cosimo i Còrsi, e la inclinazione di Cosimo ad accoglierli sotto il suo non libero ma ordinato Governo.

Ond'è da ammirarsi insieme la sagacia e il felice ardimento di Pio V e di Cosimo, nel conferimento del titolo e della corona granducale, con cui volevasi por termine alla contesa della precedenza fra Toscana, Casa d'Este e Savoja; contesa incresciosa, non oziosa; quando trattavasi di crescere autorità e forza a un libero Stato italiano, men saldo sino a que' dì che Savoja, men coperto che gli Estensi dalla sovranità papale. È da ammirarsi Cosimo in quel matrimonio tra Francesco I e Giovanna d'Austria, che riuscì infelice non per colpa di lui, e che ad ogni modo poneva sagacemente l'un contro l'altro i due rami di Habsburgo, e metteva Cosimo in grado di lentare, per una parte, i lacci spagnuoli; per l'altra, di rispondere non senza fermezza all'Imperatore stesso, che scriveva altezzoso a proposito del trattamento fatto a Giovanna.

L'alleanza francese, o il bilanciarsi, con una politica di matrimonî francesi, di interventi e mediazioni diplomatiche tra Francia e Spagna, era sin oltre la Pace di Vervins, malsicuro; e malsicuro segnatamente a Cosimo, sinchè erano in credito alla corte francese gli Strozzi, a' quali il Re di Francia diceva: mon cousin. Ed argomenti di timore non lievi porgeva quel Ducato senese, di cui, morto Cosimo, volevasi negare la investitura a Francesco, e che poteva da un momento all'altro divenire cosa spagnuola; od esser conceduto a quell'inquietissimo Pietro de' Medici, di cui tanto si valsero gli Spagnuoli per tenere il suo maggior fratello Francesco in soggezione; o divenir, magari in mano degli Strozzi, prezzo d'accomodamento tra Francia e Spagna.

Sotto Francesco, per la tema che, mentre travagliavasi nelle interne sue guerre il Regno francese, la Spagna incuteva più che mai agli Stati italiani, ed anco per l'indole prava del governante, la Toscana spagnoleggiò, e vide giorni per diverso modo nefasti; chè, oltre la frequenza de' delitti comuni notata di sopra, l'assassinio del Buonaventuri, primo marito di Bianca Cappello; l'uccisione, che della moglie Eleonora di Toledo perpetrò il già ricordato Piero, cliente di Spagna; la morte di Elisabetta, altra figlia di Cosimo I, per mano del marito Giordano Orsini, non a torto geloso; sono ben più certe tragedie, che non la favoleggiata morte di Garzia e di Giovanni, od altrettali.

Ma non appena la Francia s'avviò al suo scampo, e prima ancora che l'abjura di Mantes desse modo a Clemente VIII di trattare apertamente con Enrico IV, Ferdinando I, felicemente succeduto a Francesco, entrava mediatore tra Clemente ed Enrico; Venezia tornava all'antica alleanza francese; il Papa affrettava co' voti e coll'opera il giorno della pacificazione; le nozze di Maria de' Medici col Re di Francia, l'attivo intervento papale nella faccenda di Saluzzo, l'accorta e non disinteressata sapienza d'Enrico IV nella pace di Lione, davano segno manifesto che la esclusiva preponderanza spagnuola sugli Stati italiani era scossa.

Delle stipulazioni di Brusolo pare fossero bene informati e paghi Venezia, il Papa e il Granduca; non la Corte Farnese, veramente raccostatasi a Francia solo al tempo di Rinuccio II. Senonchè, prima ancora che la repentina morte d'Enrico IV richiamasse i piccoli Dinasti italiani a più cautelosi pensieri, e lasciasse Carlo Emanuele in quel terribile impaccio, da cui, colla tardità, che una mal dissimulata decadenza ingenerava in ogni moto di Spagna, contribuirono a trarlo i buoni ufficî della Diplomazia papale, erasi fatto manifesto come, pur di fronte alla decisa politica e al saldo animo d'Enrico IV, questi Dinasti non credessero avere completa identità d'interessi, da potersi tutti ugualmente alienare la Spagna. La cessione di Saluzzo a Savoja, frutto non meno del perseverante coraggio del Duca, che della accorta temperanza del Re, spiacque a' Medici e agli altri, perchè ne pareva fatto men pronto e presente il sussidio francese. Nè di ciò sembrava ad essi compenso sufficiente l'incremento sabaudo in Italia. Che se poi questo fosse stato, per avventura, maggiore, e più se ne sarebbero doluti; perchè meglio s'acconciavano a conseguire una relativa indipendenza mercè il contrapporsi d'uno ad un altro Potentato straniero in qualche parte d'Italia, che a subire la egemonia d'uno fra gli Stati italiani, cresciuto abbastanza per tutelar gli altri da qualsiasi straniero; al quale ufficio era manifesto oramai non potere, per la situazione a confine con Francia, per la mole dello Stato, pe' suoi ordinamenti militari accingersi, con qualche speranza di successo, se non casa Savoja. E di questa misera e colpevole gelosia non sono da riprendere soli que' Principi italiani, a taluni de' quali converrebbe anzi fosse più equamente pietosa la Storia, e che, conosciuti più da presso (Cosimo II, Ferdinando II, Edoardo I, Rinuccio II), guadagnano; ma ne sono da riprendere, per lo meno al pari di loro, i Popoli, ne' quali il particolarismo, ambizioso, sospettoso, era vivo pur troppo; tantochè, quando, nella guerra di Valtellina, pareva che le armi di Carlo Emanuele si vantaggiassero soverchiamente in Lombardia contro alle spagnuole, il Senato milanese, in tante altre faccende sì corrivo e sì docile, fece pervenire a Madrid le alte e veramente patriottiche sue lagnanze, perchè il governatore Duca di Feria capitanava con poca fortuna contro il Principe italiano le genti di Spagna. Tal quale come quando, sollecitandosi, un secolo e mezzo prima, per Pio II, una lega di Stati italiani, che formata contro il Turco, sarebbe stata efficace contro ogni altro Straniero, lo ammonivano del pericolo (?!) di far tutta veneziana l'Italia gli Oratori fiorentini; a' quali il Papa rispondeva: meglio in ogni modo farla veneziana, che turca, o comechessia straniera.

La Storia italiana, di questo periodo almeno così poco divertente, non è, o abbastanza nota o meditata abbastanza. Più nota o più meditata avrebbe, FORSE! risparmiato all'Italia il vano conato del federalismo neo-guelfo, chiarendo impossibile a conseguire od a conservare col buon volere di Dinastie, tutte recenti, e aventi fuor d'Italia le loro radici e la nativa ragione dell'esser loro, quello, che non erasi potuto o saputo volere, sotto la ignominia e la rapina spagnuola, da antiche Famiglie italiane, congiunte le più in parentela fra loro, e strette anche con casa Savoja da quella “catena d'amore„ di cui le figlie di Carlo Emanuele avrebbero dovuto essere gli anelli. Più nota o più meditata, questa Istoria ci farebbe meno corrivi e più oculati a tutela della conseguita unità.

Chè se i Lombardi, calpestati, dissanguati dagli Spagnuoli, delle vittorie savojarde si contristavano e si querelavano a Madrid, resta agevole intendere le fiere ripugnanze di Genova repubblicana contro le monarchiche insidie di Carlo Emanuele; intendere come co' Sovrani loro consentissero i Popoli in quelle gare di precedenza, che fecero, anche dopo la coronazione di Cosimo I Granduca, spargere tanti fiumi d'inchiostro, e minacciarono fare spargere fiumi di sangue fra Estensi e Toscani; intendere il furore della guerricciuola fra Lucca e gli Estensi, omai ridotti a Modena e Reggio, per la Garfagnana. E s'intende per questo modo quel correre addosso a Carlo Emanuele per vietargli l'acquisto del Monferrato; e quella suprema vergogna del lasciarlo solo, quando, non più pel Monferrato, ma sosteneva la guerra con Spagna, ed a quella invitava, come a debito loro, gli altri Principi d'Italia, per la indipendenza italiana, ch'egli ad un modo e quei Principi intendevano a un altro, e stimavano forse minacciata non meno che dalla Spagna, da lui, che della eventuale vittoria avrebbe raccolto in aumenti territoriali il massimo frutto. Il fatto è che mentre per la Francia, per la Spagna, per l'Austria, contro i Turchi, contro i sollevati Fiamminghi, contro gl'Inglesi troviamo a combattere volontarî di varie parti d'Italia, e taluni, per vero merito militare, ne' primissimi gradi, niuno ne troviamo con Carlo Emanuele in quella, che a lui sembrava guerra d'indipendenza nazionale; a troppi altri guerra di mero interesse dinastico. Degli altri Stati italiani lo Stato ecclesiastico, arrotondatosi cogli incameramenti di Ferrara e d'Urbino, protetto dalla maestà della Religione, e sperante da uno sconquasso degli Spagnuoli un incremento d'influenza sul Regno meridionale, si mostrava il meno geloso de' possibili ingrandimenti sabaudi. Gli errori e le colpe del Governo pontificio, che tanto contribuirono a far possibile la unificazione italiana, gli sono stati rimproverati abbastanza; è ufficio della Storia veridica ed equanime il riconoscere che, nè alla indipendenza d'Italia, nè all'ufficio di potenza moderatrice e conciliatrice, cui i Papi aspiravano fra gli Stati italiani, nocquero i predetti incameramenti d'Urbino e di Ferrara, nè il nepotismo politico, di cui furono frutto i Medici ed i Farnesi, e avrebbe potuto esser frutto un principato Barberino od Aldobrandino di Valtellina. Le generose illusioni sono da rispettare; e la difesa, che delle loro libertà repubblicane fecero Firenze e Siena, onora i Fiorentini, i Senesi, l'Italia; ma erano illusioni! Se la Lega, che il Burlamacchi sognò più tardi, si fosse potuta stringere cinquant'anni prima, se la voce di Pio II e di Paolo II non fosse andata perduta fra i pettegolezzi delle Repubbliche e delle Signorie tuttora immuni da contagio straniero, Firenze, che fu percossa da' grossi cannoni forniti agli Imperiali da Siena; Siena che cadde sotto le armi di Firenze collegate alle Spagnuole, avrebbero combattuto effettivamente per conservare i loro ordinamenti repubblicani; ma nel 1530 per Firenze, nel 1554 per Siena, si trattava, non già di rimanere Repubbliche o di diventar Principati; sibbene d'essere o Spagnuole o Medicee, e fu gran ventura che rimanessero a' Medici; gran ventura che tornasse a' Farnesi Piacenza.

S'intende che qui si risguardano il nepotismo e i suoi effetti sotto il rispetto della politica positiva italiana; non sotto quello più generale de' morbi, da cui giova sperare che la catastrofe del Poter temporale sia per far monda la Curia romana.

Ai torti del Papato temporale nella guerra Barberina, bruttissima, fanno contrappeso, durante il secolo, che ho cercato ritrarre nel suo complesso, meriti religiosi e civili non piccoli. Pio IV, forse soverchiamente severo agli orgogliosi Caraffa, mentre, animato dal nipote Carlo Borromeo concludeva il Concilio di Trento, fortificava contro i Turchi, sbarcati testè a Manfredonia, la città Leonina, Ancona, Civitavecchia; aiutava pur contro a' Turchi di denaro, di navi, di gente, Malta e l'Impero; ampliava il Vaticano; ornava Porta Pia. Pio V, oltre il sagace ardimento d'avere, colla incoronazione, contro le proteste del Corpo germanico, contro le rinforzate guarnigioni spagnuole, ed i clamori d'Este e Savoja, contribuito alla autorità e grandezza di Cosimo, che purtroppo consegnavagli il Carnesecchi, ma dava puranco galere per le guerre turchesche; ed oltre l'accorgimento con cui difese contro le insidie di Don Giovanni d'Austria la libertà genovese, ha il merito sommo d'avere, nonostante tutto il malvolere di Filippo II, menata a conclusione la gran Lega cristiana, e preparata quella battaglia di Lepanto, mercè la quale, sebbene non se ne raccogliesse a gran pezza ogni debito frutto, si protrasse la vita, e vita non tutta ingloriosa, a Venezia. Se pur non è più giusto il dire che quella Lega, come l'altra, che più tardi Innocenzo XI Odescalchi stringeva fra l'imperatore Leopoldo e re Giovanni di Polonia, salvassero per secoli dalla barbarie turca la civiltà cristiana.

La fama popolare predica ancora flagellator grande di banditi, e severo riordinatore dello Stato Sisto V. E meritamente invero; quantunque i buoni effetti dell'opera sua non durassero tutti, e gl'inquieti spiriti di certe popolazioni italiche tornassero a prorompere nelle geste epicamente brigantesche di quel Battistella, le cui imprese nella Maremma grossetana finirono solo quando la Spagna n'ebbe prese a' suoi stipendî le masnade nello Stato de' Presidî; o di quel Marco Sciarra, arcifamoso, che, dopo fatta contro a Pontificî e Toscani vera e propria guerra guerreggiata, finì al soldo de' Veneziani, mandatone, pe' giusti reclami di Clemente VIII, a militare in Candia. Co' quali, tra i prosecutori ed eredi di Ghino di Tacco, che il confine ecclesiastico e toscano fecero teatro d'imprese vive pur troppo ancora nella memoria e nella imaginazione del popolo nostro, convien noverare quell'Alfonso Piccolomini duca di Marciano, che prima negoziò col Papa da potenza a potenza la consegna del suo complice Pietro Leoncillo, poi, vinto da' Toscani in battaglia campale, a San Giovanni in Bieda, era da Ferdinando I, reclamandolo invano i Tribunali ecclesiastici, fatto impiccare.

Ma, per tornare alla politica italiana de' Papi, se lo zelo intemperante di Paolo V dette luogo alla nota contesa della Repubblica veneziana, restano ad onore suo e d'altri Papi le sapienti ed efficaci sollecitudini loro per tutti i Principi italiani, ed in specie quelle d'Urbano VIII per Carlo Emanuele I; ch'egli chiamò replicatamente “Onore d'Italia„ “Difensore della libertà italiana.„ Poichè, infine, a quel più di “libertà italiana„ che i tempi lasciavano allora sperare, indirizzarono i Papi la loro azione politica: e la egemonia, alla quale aspiravano sugli altri Stati italiani, si esercitò tutt'altro che in detrimento di questi.

Del resto, questi piccoli Stati, che unirsi ad impresa di comune indipendenza contro la Spagna non seppero o vollero mai, per una troppo gelosa cura di loro autonomie e precedenze; che insensibilmente declinarono col declinare di lor dinastie locali, presto degenerate; potevano tutti, al precipitar della mole spagnuola dire, come quell'uomo di Stato francese al cessar del Terrore: Ho vissuto! E l'aver vissuto, l'aver saputo vivere quando, morendo, sarebbesi fatto luogo a un incremento di dominazione straniera, di dominazione obbrobriosa, corruttrice, rapace, era già qualchecosa.

Ma se i singoli Stati italiani s'erano ridotti a vivere nel più modesto significato della parola, il pensiero italiano visse nel significato più alto e fecondo. Affermando contro la pervadente Teologia i diritti della Scienza, separando dal campo della Fede quello dell'esperienza e del raziocinio, contrapponendo alle fole di uno pseudo-aristotelismo i procedimenti del metodo sperimentale, Galileo Galilei recava alla famiglia umana beneficio di poco minore da quello, che le aveva recato la libertà di coscienza.

E di che vita fremessero ancora, non ostante le vecchie colpe paesane e la ignorante oppressione straniera, le viscere della gran Madre Italia, ben si pare dalla perseveranza e dal coraggio con cui, in nome della Verità scientifica, Gentiluomini, a' quali le vie dilettose de' facili onori erano aperte, Scienziati che dovevano, fatti nuovamente discepoli, disdire sè stessi, affrontarono le contrarietà, gli scherni, e le minaccie di peggio; si pare da que' luoghi del Galilei, e degli altri scrittori della sua scuola, ne' quali l'animo loro, commosso a portenti di che erano o ritrovatori o testimoni novelli, chiama a Dio, che di tanto dono li aveva privilegiati.

Nè già potevano essi allora prevedere, o solo in parte assai piccola le applicazioni, che della verità per essi certificata sarebbersi fatte alla industria, con aumento di comodità a' men privilegiati dalla fortuna, e con appressamento della umana famiglia a quella æqualitas, che San Paolo auspicò, e alla quale è preciso debito nostro il cooperare colla parola e co' fatti. Ma amore del Vero li scaldava; del Vero per sè medesimo, supremo Bene dell'anima umana dal quale, non cercati, non sperati o intraveduti talvolta, tutti gli altri Beni derivano; perocchè a ogni ordine d'umano pensiero, opera, affetto, si convenga quell'evangelico: “Zelate la giustizia ed il Regno di Dio, ed il resto verrà da sè.„

Lacera, conculcata, travolta dagli errori e dalle colpe proprie, e da necessità poco meno che ineluttabili, la Patria nostra aveva, pure nel secolo per lei sì melanconico, che dalla pace di Cateau Cambrèsis va a quella de' Pirenei, recato alla universa civiltà il cospicuo suo contributo.

LA REAZIONE CATTOLICA

CONFERENZA DI Ernesto Masi.

Permettetemi, cominciando, di ricordare che l'anno scorso, parlando del come e quanto fosse risentita in Italia la Rivoluzione Protestante Tedesca, ebbi a distinguere tre tendenze diverse manifestatesi allora in Italia, la prima, che senz'altro aderisce al Protestantismo e molte volte lo oltrepassa; la seconda, che, allarmata delle disastrose conseguenze del Rinascimento nell'ordine morale e religioso, mira ad un tal rinnovamento interiore della Chiesa Cattolica da rendere anche possibile una conciliazione pacifica col Protestantismo e quindi il ristabilimento dell'unità nella Chiesa Cristiana; la terza, che vuole e organizza la resistenza ad ogni costo e la reazione a tutta oltranza.

La prima di queste tendenze è domata colla violenza. La seconda e la terza camminano per alcun tempo parallele: pare anzi che si diano la mano e si aiutino scambievolmente; ma infine la terza, quella della resistenza e della reazione, ha il sopravvento e rimane l'ultima e definitiva trionfatrice.

È di questa, che dobbiamo ora più specialmente occuparci.

Essa, come fatto politico, piglia le prime mosse dall'accordo stabilitosi nel convegno di Bologna fra Clemente VII e Carlo V, ove si conferma non solo la servitù dell'Italia, ma s'offre alla Roma dei Papi la possibilità di rifarsi, dopo che la Rivoluzione Protestante avea già staccato dalla sua dominazione spirituale tanta parte d'Europa ed il suo principato temporale s'era per un momento, nel 1527, ridotto agli spaldi di Castel Sant'Angelo, donde il Papa potè vedere messa a ferro ed a fuoco la sua città.

Deserta, spopolata, con pochi erranti a guisa di ombre fra muraglie crollanti e affumicate dagli incendi, Roma, a questo punto della sua storia, pare veramente la gran tomba del Rinascimento. Eppure è da questa tomba che la Roma dei Papi risorge a contrastare trionfalmente, e per secoli, ai suoi nemici il dominio spirituale del mondo!!

Il fatto è grande, signore, e sa di prodigio!

Consideriamolo nondimeno obbiettivamente; consideriamolo nella sua realtà e possibilmente senza passione e senza indifferenza.

Il troppo zelo o il non sentire affatto la potenza degli ideali religiosi e delle loro manifestazioni nella storia stroppiano egualmente in questi casi. Bisogna mirare, se non altro, ad un modello più alto e più sereno di storica imparzialità; e tra i moderni ce lo porge il Ranke, lo storico filosofo della Reazione Cattolica, se anche non vogliamo lasciarci andare agli entusiasmi dello storico artista, il Macaulay, che, Protestante al pari del Ranke, ma nondimeno rapito appunto dallo spettacolo di quella strapotente riscossa Cattolica, depone il suo orgoglio d'Inglese ai piedi di Roma e profetizza che Roma perdurerà sempre giovine e vigorosa, anche quando un pellegrino della Nuova Zelanda, sedendo su un arco rotto del ponte di Londra, in mezzo ad una solitudine desolata, disegnerà sul suo albo di viaggio i ruderi della chiesa di San Paolo.

In settant'anni e non più, quanti passano dal convegno di Bologna alla fine del secolo XVI, la Reazione Cattolica è compiuta; i suoi effetti religiosi, morali, politici sono già manifesti, e se potessi indugiarmi tra via, varrebbe la pena di farvi vedere appunto accozzati dal caso al convegno di Bologna, che fu delle maggiori e più caratteristiche solennità del Cinquecento, i superstiti dell'età del Rinascimento cogli uomini destinati ad inaugurare la Reazione Cattolica.

Vi vedreste, per dir solo d'alcuni, il successore di Clemente VII, Alessandro Farnese, che dovrà, suo malgrado, aprire il Concilio di Trento, il Cardinal Gonzaga e Monsignor Giberti, ai quali spetterà in quel Concilio una parte importantissima, Gaspare Contarini, il generoso utopista della Conciliazione fra Cattolici e Protestanti, e insieme, Pietro Bembo, il maggiore rappresentante dei fervori letterari e dell'indifferenza religiosa del Rinascimento, e con altre gran dame italiane del tempo la principale di tutte, Isabella Gonzaga, che rappresenta il passato in quello che ebbe di più squisitamente artistico e gentile, mentre le damigelle della sua corte lo rappresentano in quello che ebbe di più spensieratamente giocondo, perchè quelle care ragazze s'abbandonano in quella occasione a tale intemperanza d'amori cosmopoliti da contarsi per le vie di Bologna fino a diciotto morti fra gli intraprendenti gentiluomini, che si disputano a colpi di spada i loro favori.

Ma non andrà molto, ripeto, e la Reazione Cattolica avrà trionfato, sicchè essa è già in tutta la sua forza, quando il Cinquecento è in sul finire e s'apre il Seicento, l'età, vale a dire, che è il colmo e l'espressione più legittima e più genuina così della piena servitù dell'Italia sotto la Spagna, come della rinnovata energia Cattolica, la quale ferma di colpo i progressi, rapidissimi in sulle prime, del Protestantismo e riconquista tanta parte del terreno o minacciato o perduto.

L'uno e l'altro di questi due aspetti del grande fatto storico, che stiamo esaminando, svegliano in noi, come uomini e come Italiani, tale tumulto di pensieri e di sentimenti, tal cumulo di dolorose memorie, tale impulso spontaneo anche di postume ribellioni; che comprimere tutto ciò in fondo all'anima per narrare e giudicare con la maggior possibile serenità non è facile. Tanto è vero, che a scrittori Italiani non è riuscito quasi mai, e fra gli stranieri, per citar qualche esempio recente, il Philippson, Tedesco, che espressamente se lo propone, scatta ad ogni momento, ed il Symonds, Inglese, se per altezza e sincerità di mente mette in piena luce tutta la vastità dell'argomento, non può trattenersi però, invertendo le parti, dallo scomunicare in nome del Rinascimento, di cui è innamorato, la Reazione Cattolica, ch'egli detesta.

Eppure si rischia così di fraintenderla o d'intenderla a mezzo!

Facciamoci ora una prima domanda. La Reazione Cattolica è essa tutta dovuta all'occasione, allo stimolo della ribellione Protestante Tedesca, od ha altresì altre cagioni, da questa indipendenti, e che sorgono spontanee dal seno stesso della Chiesa Cattolica? Sì, o signore, le ha; e se così non fosse, non credo che la sua forza sarebbe stata, come fu, così grande ed intensa.

Quando il Rinascimento è ancora in tutto il suo fiore, una specie di arcana preoccupazione, una specie di vago presentimento di guai imminenti, immalinconisce, loro malgrado, le fisonomie dei più caratteristici attori dello stesso Rinascimento. C'è mestizia, come ha notato il Carducci, sul dolce viso di Raffaello, corruccio su quello di Michelangelo, l'interna pena si tradisce nelle figure del Machiavelli e del Guicciardini, una tristezza invincibile e quasi ira nel sorriso dell'Ariosto e del Berni!

Per altri è peggio, e allarmati, ripeto, delle conseguenze che possono recare l'immoralità pagana e l'indifferenza filosofica del Rinascimento, s'agitano e promuovono, per quanto possono, un rinnovamento del sentimento religioso, che a questo tempo, in cui i limiti che separano il Cattolicismo dal Protestantismo non sono ancora del tutto determinabili e determinati, sa spesse volte di eretico e di Protestante, o per lo meno è trattato per tale, se non s'affretta a travestirsi, a confondersi nella Reazione Cattolica, come dimostrano due esempi solenni: quello del Cardinal Gaspare Contarini che, dopo avere inutilmente tentata una conciliazione fra Cattolici e Protestanti, va a morir solitario in un convento di frati a Bologna nel 1542, e quello del Cardinal Giovanni Morone, che, processato e carcerato per eretico sotto Paolo IV, finisce invece ad essere il diplomatico di fiducia di Pio IV e la maggior figura forse del Concilio di Trento.

Questo rinnovato sentimento religioso, che andava serpeggiando, a guisa di latente cospirazione, per entro la più elevata società Italiana del Rinascimento e che dovea avere di certo larghe diramazioni fra il popolo, il quale partecipò sempre poco coll'animo ad un moto, tutto di cultura e d'arte, com'era il Rinascimento, questo rinnovato sentimento religioso, dico, parve vicino a trionfare, sotto l'immediato successore di Leone X, sotto Adriano VI, l'ultimo Tedesco, anzi l'ultimo straniero, che abbia seduto sulla cattedra di San Pietro. È lui di fatto, che pronuncia la gran parola: occorrere che la riforma vada dal capo alle membra, e vi si accinge con tale severità e tenacità, che mette i brividi a tutti i gaudenti della Corte Romana, i quali si disperdono maledicendo a questo barbaro del Nord con un coro d'improperi e di beffe, di cui ci resta l'eco nella satira del Berni:

O poveri infelici cortigiani,

Usciti dalle man dei Fiorentini

E dati in preda a Tedeschi e marrani.

.... Ecco che personaggi, ecco che Corte,

Che brigate galanti cortigiane,

Copis, Vinci, Corinzio e Trincheforte!

Nomi da fare sbigottire un cane.

.... Or ecco chi presume

Signoreggiare il bel nome latino!

Ma dopo il carnevale di Leone X, la tetra quaresima di Adriano VI fu breve. Quei gaudenti, per vendicarsi, gli tribolarono la vita, lo vilipesero, lo impedirono. Morì dopo un anno, nè gli restò che farsi incidere sul sepolcro l'amara espressione del suo disinganno: “ahimè! in che tempi mi sono imbattuto!„

Non si può dire tuttavia, che la sua fugace apparizione fosse inutile del tutto, perchè quel rinnovato sentimento religioso perdurò, e se anche andò poi confuso e travolto nella grande fiumana della Reazione Cattolica, pure avendo questa innegabilmente riformata in molte parti la Chiesa, se ne deve concludere che quel rinnovato sentimento religioso cooperò non poco a determinare questo movimento di controriforma, quasi ponendo esso alla propria Chiesa questo trilemma, che bisognava o conciliarsi coi Protestanti, o riformarsi, o perire. Un altro coefficiente della Reazione Cattolica, indipendente anch'esso dalla ribellione Tedesca, è il venir meno grado a grado dei primitivi impulsi, che avevano in Italia fatta la grandezza del Rinascimento. L'umanismo, riavuti i classici e dato vita ad un nuovo ideale di cultura, imbozzacchisce nell'erudizione, nel pedantismo accademico, e nell'imitazione. La pittura e la scultura, dopo Michelangelo, declinano nel manierismo. L'architettura s'immobilizza nei tipi fissi del Palladio e del Barozzi. Dopo l'Ariosto, la poesia non dà più guizzo di luce fino al Tasso, ma il Tasso è figlio, suo malgrado, d'altra civiltà e d'altro tempo. Ed ultimo coefficiente della Reazione Cattolica è esso finalmente il consenso, la partecipazione diretta, che l'Italia presta alla Riforma Luterana e Calvinista?

Credo, aver indicati l'anno scorso i limiti di questo consenso e di questa partecipazione; credo (tale almeno era di certo la mia intenzione) di non averli nè scemati, nè ingranditi; credo aver dimostrato soprattutto che una storia della Riforma Protestante in Italia non solo esiste, ma è importantissima, e che negarle il posto che le spetta nello svolgimento del pensiero e della coscienza italiana, è un'intolleranza assurda in sè, incivile, ed irriverente ai martiri eroici e agli esuli venerandi, che il Protestantismo ebbe in Italia; ma contuttociò non si può dire, che, quanto a determinare la grande Reazione Cattolica o Controriforma, che dir vogliate, quest'ultimo coefficiente abbia avuto il valore e l'efficacia degli altri, meno che mai del maggiore di tutti, di quello che, quantunque non unico, sorpassa di gran lunga tutti gli altri, vale a dire della ribellione Protestante Tedesca, che vittoriosa, indomabile, progrediente d'anno in anno, costringe la Chiesa Latina, nonostante tutte le ripugnanze e le resistenze dei Papi e della Curia, nonostante tutte le ambagi della politica, a persuadersi della necessità di opporre una riforma sua propria a quella di Lutero, di Zuinglio e di Calvino per salvare ciò che le resta, riassodare ciò che vacilla, e riguadagnare in tutto o in parte, se possibile, il terreno perduto.

Ad ogni modo il trapasso dall'età del Rinascimento a quella della Reazione Cattolica, quantunque breve, non è a data fissa, senza oscillazioni e senza contrasti. Gli ideali del Rinascimento si vanno oscurando bensì, ma non tutti ugualmente, nè tutti ad un tratto, perchè questi mutamenti a scatto d'orologio nella storia non si danno, ed è già troppo, a mio avviso, assegnare per la sola pittura, ad esempio, il principio della sua decadenza al 1530, come fa il Burckhardt nel suo Cicerone, e non dico nulla del Ruskin, scrittore di grande ingegno, ma critico paradossale e Puritano intrattabile, il quale non si contenta dei fulmini e delle contumelie, che scaglia sulla povera arte, svoltasi poi sotto l'influsso della Reazione Cattolica, ma giudica già una decadenza lo stesso Rinascimento ed un manierista Raffaello!

In quella vece da Paolo III a Clemente VIII occorrono non meno di dodici regni di Papi, quattro dei quali bensì brevissimi o insignificanti, perchè si possa dire spostato il centro del Rinascimento, di cui va via via scemando in Italia ogni spontaneità creatrice, e perchè Roma ridivenga alla sua volta centro d'un altro gran moto, cioè della Reazione Cattolica, e così prevalga ancora nuovamente nel mondo.

Comunque, il termine di tempo è pur sempre cortissimo per così enormi risultamenti, settant'un anni e non più, anche calcolando non dal convegno di Bologna alla fine del secolo XVI, ma dal Papato di Paolo III, durante il quale si avverte appena che il Rinascimento sta per finire, a quello di Clemente VIII, in cui Roma e l'Italia sono talmente mutate da non riconoscerle più per quelle di prima.

Pur troppo il tempo cammina svelto nella eterna Roma, e strani giuochi di fortuna prepara, tanto più sbalorditoi, quanto più Roma vi dà l'ammaliante illusione che il tempo non passi mai e che si possa sempre fare a fidanza con esso!

Ne volete altra prova? Per certo la maggior parte di voi conosce Roma e per conseguenza San Pietro. Or bene, viaggiando colla fantasia, entriamo in San Pietro e nell'abside di fondo fermiamoci a sinistra dinanzi al monumento sepolcrale di Paolo III Farnese. Quella nobile e bellissima figura di Papa barbuto e meditabondo, quelle altre due figure di donna, coricate davanti al sarcofago, l'una vecchia e l'altra giovine, e rappresentanti la Prudenza e la Giustizia, vi dicono, nella loro composta e vigorosa magnificenza, che siamo ancora in piena arte del Rinascimento. Tanto più ve lo dice la tradizione storica, la quale riconosce nell'una di quelle donne il ritratto di Giulia Farnese, la Du Barry dei tempi Borgiani, e nell'altra il ritratto di Giovanna Caetani di Sermoneta, la madre del Papa; curioso accozzo in verità e di una disinvoltura quasi sacrilega in quell'occasione e in quel luogo. — Ora voltiamoci indietro e guardiamo all'altro monumento sepolcrale, che sta di fronte al primo. È il sepolcro di Papa Barberini, Urbano VIII. La testa del Papa col triregno è bella; è anch'esso barbuto, ma non colla barba all'Enrico IV o coi mustacchi alla Wallenstein di altri Papi del secolo XVII. Pur tuttavia quello scheletraccio alato e dorato, che, seduto a sghimbescio su un'urna nera, registra il nome del Papa nel libro dei morti, tutto quello svolazzo e tormento di pieghe nelle vesti, tutti quegli atteggiamenti teatrali, cascanti e manierati delle altre figure, non solo vi dicono che siamo già a tutt'altro tempo, a tutt'altra arte, ma il nome stesso del Papa, che per sua sventura condannò Galileo, che ebbe assai più sentimento di gran principe che di Papa, che, durante la guerra dei Trent'anni, per odio alla grandezza degli Absburgo, badò assai più ai motivi politici che non ai motivi religiosi di quella titanica lotta, vi dice altresì che il tempo della Reazione Cattolica è esso stesso oltrepassato e che il Papato s'incammina già per quella via di sfarzo principesco e di assolutismo monarchico, per la quale fu avviato bensì dalla Reazione Cattolica contro la Riforma Protestante, ma, seguendo la quale, dovrà poi scontrarsi a tutt'altri ostacoli ed a tutt'altre resistenze. Eppure tra l'una e l'altra età, a cui si riferiscono que' due monumenti, tra l'uno e l'altro di quei due Papi, tra Farnese e Barberini, neppure un secolo è corso, ottantanove anni e non più!!

Un singolare destino ebbe Paolo III! Ch'esso sia il vero Papa della transizione fra il Rinascimento e la Reazione Cattolica lo dimostrano dall'un de' lati essere stato fatto cardinale (e per che vie!) da Papa Borgia, essere stato educato all'umanismo nell'Accademia di Pomponio Leto e al gusto dell'arte nella Corte di Lorenzo il Magnifico, aver fatto compire a Michelangelo il Giudizio e voltare la cupola, fatto lavorare il Cellini, edificato il Palazzo Farnese e, non scoraggiato dall'esempio dei Borgia, aver mirato ed essere riescito a fondare un regno ai nipoti, e dall'altro lato aver esso creato cardinali il Sadoleto, il Polo, il Giberti, il Fregoso, il Contarini, il Caraffa, i primi quattro inchinevoli bensì a conciliazione coi Protestanti, ma tutti zelantissimi di una riforma interna della Chiesa, ed il quinto il rappresentante della repressione e della resistenza a tutta possa, aver introdotta in Italia l'Inquisizione spagnuola, approvata la Compagnia di Gesù, la riforma e l'istituzione di altri ordini religiosi, e finalmente avere aperto il Concilio di Trento, con che si può dire che Paolo III, quantunque per indole e per gusti fosse di suo assai mediocremente zelante e appartenesse più al Rinascimento che alla Reazione Cattolica, pure, spinto dalla forza delle circostanze e soprattutto dal risveglio dello spirito religioso manifestatosi nella Chiesa, organizzò sotto il suo pontificato tutti i principali e più formidabili strumenti della Reazione Cattolica.

All'apertura del Concilio però non s'indusse che con la maggior ripugnanza e resistette sinchè potè. Ricordava con terrore gli ultimi quattro: quello di Pisa, che avea deposti due Papi; quello di Costanza, che sotto la presidenza dell'Imperatore avea condannata bensì l'eresia di Giovanni Huss e di Girolamo da Praga, ma s'era poi trasformato in vero tribunale giudicante il Papa e il Papato, avea costretto tre Papi ad abdicare ed accentuata all'estremo la tendenza delle Chiese nazionali ad emanciparsi da Roma mediante i concordati; quello di Basilea, che era stata una vera ribellione alla supremazia dell'autorità Papale; e finalmente il Lateranense, opposto da Giulio II ad una ripresa del vecchio conciliabolo Pisano, e che Leone X avea dovuto con disinvoltura Medicea affrettarsi a chiudere, affinchè non uscisse di carreggiata.

Paolo III quindi resistette, ripeto, sinchè potè, e quando piegò per forza alla deliberata volontà di Carlo V, che già alle prese coi Protestanti di Germania lo imponeva ad ogni patto, traccheggiò ancora, ed il Concilio, dopo infiniti sì e no, convocato a Trento nel 1542, si prorogò al 1543 è in realtà non fu aperto che nel 1545.

Se non che fin dalla prima sessione nè corrispose ai desideri di Carlo V, il quale, benchè Cattolico fervente, vagheggiava qualche mezzo termine, che gli consentisse d'intendersi coi Protestanti e pacificare la Germania, tutta in subbuglio, nè giustificò le timide apprensioni del Papa, se pure anzi non superò ogni sua aspettazione.

Per mia e vostra fortuna, signore, io non posso neppure compendiarvi la storia esteriore del Concilio di Trento, nonchè entrare nel merito delle sue discussioni. Il Concilio di Trento ebbe, come sapete, due grandi storici italiani, l'uno Fra Paolo Sarpi, l'altro, il cardinale Pallavicini, gesuita. Sono due storici classici, ma due storici di partito, e chi si colloca su questo terreno (una trista esperienza ce lo mostra ogni giorno) non può, non vuole nè conoscere, nè dire la verità. Tant'è che queste due storie sono non solamente l'opposto l'una dell'altra, ma il mondo Cristiano è, dice il Ranke, diviso in due nel giudicarle, nello stesso modo che è diviso in due nell'apprezzare pro o contro l'opera del Concilio di Trento.

Certo l'uno, il Sarpi, tira tutto al peggio e interpreta tutto sinistramente, l'altro, il Pallavicini, difende tutto e, scrivendo per confutare il Sarpi, non gli lascia passare una parola, un fatto senza contraddirlo, e dove la verità di ciò che ha scritto il Sarpi salta agli occhi, allora gira largo, o ricorre alle fiorettature, agli sbalzi, ai bagliori incerti dello stile, dei quali gli scrittori del suo Ordine sono sempre stati maestri, e nei quali in Italia purtroppo hanno fatto tanti discepoli.

In buona fede piena non lo sono nessuno dei due, perchè il Sarpi, acceso d'amore per la sua Venezia, che lotta contro le usurpazioni di Roma, detesta la Roma di Paolo V Borghese, quell'orgoglioso, che ha scritto il suo nome di famiglia sul frontone di San Pietro, non meno del Concilio di Trento, che ha costituita Roma qual egli la vede al suo tempo, ed il Pallavicini scrive per commissione del suo Ordine, ch'era stato il grande inspiratore e maneggiatore del Concilio di Trento.

Quanto a me però dico il vero, il Pallavicini lo intendo e me lo spiego. Tutto invece nel Sarpi, tranne il suo patriottismo Veneziano, mi rimane, come ad Edgardo Quinet, un enigma. Il suo libro somiglia al Principe del Machiavelli. Nel Principe, coi fatti della storia alla mano si mostra con che arti si fondi e si mantenga uno Stato in tempi corrotti. Nel libro del Sarpi si mostra con che arti si pretenda riformare una religione, quand'essa ed il tempo sono corrotti del pari.

Se non che il Machiavelli almeno ci avverte che la morale non ha da far nulla coll'arte di Stato, e che la religione sarebbe bensì un grande aiuto, se ci fosse, ma quando non c'è, si fa a meno anche della religione. Il Sarpi invece rimane sacerdote di questa religione; respinto anzi da essa, le rimane fedele a costo anche della vita e tutto ciò nell'atto stesso ch'egli scruta questa religione nelle sue fondamenta, la sorprende in peccato e la denunzia al mondo. Come si spiega questo mistero? Con motivi volgari, no certo, perchè questo povero frate non chiede nulla per sè, non esce mai dal convento, vive povero e virtuoso e muore, augurando soltanto alla sua Venezia di durare eterna. Ma è Protestante il Sarpi? è Cattolico? è un precursore di Portoreale e dei Giansenisti? anticipa puramente i giurisdizionalisti del secolo XVIII? è un precursore dei Vecchi Cattolici odierni? Noi sappiamo i suoi odii, perchè ce li ha detti lui. Delle sue predilezioni conosciamo soltanto quella a Venezia. Il resto è uno dei soliti enigmi del pensiero Italiano, che n'ebbe tanti in quei tempi.

Il Sarpi ha chiamato il Concilio di Trento l' Iliade del suo secolo, denominazione che può avere molti significati e gli è stata molto rimproverata. Considerandolo soltanto sotto l'aspetto umano e storico, mi pare però che sì per la lunga durata, come per l'importanza e le strane vicende, quella denominazione non gli disconvenga del tutto. Si protrasse per quasi ventidue anni, si adunò a intervalli per diciotto anni tre volte, senza contare la sua momentanea traslazione a Bologna nel 1547, fu interrotto da paci, da tregue, da guerre, e quando, dopo inconciliabili discordie fra i Padri stessi del Concilio, parve perduta ogni speranza di tenerlo unito e tirarlo a conclusione, fu appunto allora, che con uno sforzo eroico ed un'arte sopraffina approdò. Dopo di che ognuno giudicò dei risultamenti del Concilio secondo le proprie speranze, le proprie tendenze intellettuali e le proprie aspirazioni religiose, positive o negative che fossero.

A me basta dire che superato il disgusto del veder precorsi in quell'assemblea tutti gli artifizi, i lacciuoli, i giuochetti, i retroscena, le divisioni per gruppi e sottogruppi, le comparse che votano, le infornate che spostano le maggioranze, tutte le macchinette insomma del parlamentarismo moderno, e giudicando il fatto con criterio umano, ma pure ammettendo che i più dei membri del Concilio erano sinceri, dotti e di tutto cuore aspiranti ad una seria riforma della Chiesa, due forze mi sembrano aver prevaluto a far riescire il Concilio come riescì: i Gesuiti, tutta colpa o tutto merito dei quali è la inespugnabile rigidità dottrinale, in cui il Concilio si contenne, e la Corte di Roma, la cui finissima arte diplomatica rese essa sola possibile fra tante difficoltà politiche, che ad ogni poco l'interrompevano, la continuazione e la fine del Concilio.

Corrispose esso alle speranze degli spiriti più temperati fra i dissidenti e dei più elevati fra i Cattolici? Per me dico: no. Altri dirà: sì; e saranno due convinzioni egualmente rispettabili. Certo è che i risultamenti immediati, se si guarda soltanto al fine che ebbe Roma nel riunirlo, furono grandissimi. Determinato cioè per sempre il dogma Cattolico, ristabilita la gerarchia e la disciplina ecclesiastica, tolta la confusione d'idee, che fra gli stessi Cattolici regnava prima del Concilio, arrestate le tendenze centrifughe nazionali, l'autorità Papale riconosciuta superiore ai Concilii e grandemente aumentata, il clero inferiore sottomesso ai Vescovi, scartata ogni novità nel culto, dato al Papato un nuovo carattere, diversissimo da quello che ebbe nel Medio Evo e nel Rinascimento, migliorato coi Seminari il valor morale e intellettuale del clero, disciplinati i Conventi, imbrigliata la stampa coll' Indice.

In tutto questo è il bene e il male del Concilio. Quanto all'Italia, la sua servitù politica era già piena, allorchè il Concilio incominciò. Le si aggiunse ora la piena servitù del pensiero e della coscienza, con tutti i guai che ne conseguono alla civiltà, al carattere ed alla vita d'un popolo, e Roma ebbe fidi e terribili strumenti a quest'opera l'Inquisizione ed i Gesuiti.

Dei cinque Papi, che regnarono durante il Concilio di Trento, tre soli meritano particolare attenzione, Paolo III, Paolo IV e Pio IV. Degli altri due, Giulio III rappresenta una parentesi volgare nella Reazione Cattolica, e Marcello II, che regnò tre settimane, non potè se non dare il suo nome alla famosa Messa, con cui tra le prescrizioni e i divieti del Concilio il Palestrina riescì (e fu un grande trionfo) a portar fuori salva la musica sacra.

Ma notate bene, o signore, a conferma di quanto io vi diceva, che non due Papi zelanti, ma due Papi politici, Paolo III e Pio IV, sono quelli che iniziano e conducono a fine il Concilio.

Paolo IV, che sta fra i due, il fondatore dei Teatini e quegli che da cardinale persuase Paolo III a trapiantare in Roma l'Inquisizione Spagnuola, era troppo fiero e troppo invadente personaggio da sopportare l'aiuto del Concilio, sebbene fosse stato il leader della sua prima sessione, e non sapendo piegarsi neppure alla dominazione Spagnuola, tentò levarsela di dosso, gettandosi con uno scarso aiuto Francese nella più disperata avventura guerresca, che mai si potesse immaginare.

Per sua fortuna Carlo V, stanco e disgustato della sua stessa grandezza, aveva abdicato, e Filippo II, il suo successore Spagnuolo, era un Tiberio bigotto, che al Duca d'Alba, il quale guidava gli Spagnuoli, ordinò di trattare il Papa vinto, come se fosse stato vincitore. Da quel momento il Papa mutò; i nipoti, che avevano fomentate le sue aberrazioni politiche, furono esiliati; Roma, la Corte, la Curia, la Chiesa, la città si trasformarono sotto l'impulso di rigori, quali potea imporli un Paolo IV umiliato e forse pentito; l'Inquisizione in tutta Italia e in Ispagna fece il resto. In queste due nazioni fu quindi soffocata ogni velleità eterodossa, ma in questo tempo medesimo il Cattolicismo perde l'Inghilterra e la Scandinavia; quasi tutta la Germania è divenuta Protestante; la Polonia e l'Ungheria balenano; Ginevra s'atteggia a piccola Roma Protestante, e la Riforma è già in armi e già combatte in Francia e nei Paesi Bassi.

In tali condizioni cominciò a regnare Pio IV. Se non che ebbe un'idea chiara ed ardita: riaprire il Concilio, fidarsi ad esso in apparenza, ma regolarlo lui d'accordo coi Principi, persuadendoli che l'assolutismo Papale e l'assolutismo Monarchico erano l'uno il necessario sostegno dell'altro.

Troppo dovrei dire, se volessi mostrarvi che capolavoro diplomatico sia la condotta di Pio IV col Concilio e colle Potenze Europee in relazione al Concilio; con che mano leggera e vellutata egli sappia toccare tutti i tasti e far loro rendere il suono che gli conviene; come superi, ora cedendo, ora resistendo, ogni difficoltà. Fu aiutato dal cardinale Morone, indole mansueta e quasi timida, ma ferma, intelletto acutissimo, anima onesta e schiettamente religiosa e che, figlio del famoso cancelliere degli Sforza, l'arte diplomatica, si può dire, l'avea nel sangue. Fatto è che a fronte di questi due preti, Filippo II, il Duca d'Alba, Caterina de' Medici, il cardinale di Lorena, Ferdinando I non sono che dilettanti di bassa sfera.

Le discussioni nel Concilio sono tempestose; ogni giorno minaccia di sfasciarsi; e nondimeno tutto sempre ripiglia e finisce dove e come il Papa ha voluto. La satira contemporanea si sfogò a dire che lo Spirito Santo viaggiava in posta da Roma a Trento. Sarebbe stata del pari irriverente, ma più esatta, se avesse detto che da Roma faceva il giro d'Europa e portava a Trento la volontà del Papa, quand'era divenuta la volontà di tutti.

Così il Concilio potè chiudersi; così Roma ricostruì il suo colossale edificio, circondandolo di tali muraglie, appiè delle quali venne ad infrangersi l'onda, fino a quel momento irresistibile, della Riforma Protestante, e da questa rocca Roma uscì di nuovo con un esercito rifatto di entusiasmo, di disciplina e di fede e tutto stretto nella sua mano, come un'unica spada, alla riconquista del mondo.

Non direi il vero, signore, contribuirei anzi colle mie parole a darvi un falso concetto della Reazione Cattolica, se arrecassi tutti i suoi effetti prossimi e remoti a sola arte di regno, a sola finezza diplomatica della Corte di Roma. Ciò che assicura anzi quegli effetti è principalmente il fervore di quel nuovo sentimento religioso, ch'io dissi già ricomparso, quando il Rinascimento incominciava ad allarmare le coscienze più timorate; è una successione di Papi irreprensibili e di una terribile severità, come quella che va da Pio V, Gregorio XIII e Sisto V a Clemente VIII; è un clero presente in ogni dove e dopo il Concilio migliorato d'assai; è l'apparizione quasi simultanea di uomini di una fede ardente, di una carità veramente apostolica, di una abnegazione a tutta prova, quali Ignazio di Lojola, Francesco di Sales, Carlo Borromeo, Filippo Neri, il Calasanzio, il Saverio e tanti altri; è la riforma degli ordini religiosi antichi e la creazione di nuovi, dei quali si contano diciannove dallo scoppio della Rivoluzione Protestante nel 1521 alla pace di Vestfalia nel 1648; è la repressione inesorabile dell'Inquisizione e dell'Indice, che ne è una propaggine, la quale spegne ogni libertà di coscienza e di pensiero; è finalmente la furia di combattimento e di espansione dei Gesuiti. Tutto questo coopera ad un sol fine, obbedisce ad un solo comando, si muove com'un uomo solo, e se confrontate la nostra presente confusione ideale e morale con quella salda e tremenda compagine, sarà il miglior mezzo di convincervi non della nostra debolezza, chè forse non ne avrete bisogno, ma della enorme potenza di quella organizzazione.

Dell'Inquisizione, dico chiaro, mi ripugna a parlare. È un'instituzione abietta ed odiosa fino dai suoi principii, durante il Medio Evo, come ha tanto bene dimostrato di recente e con grande imparzialità un illustre storico Americano, Enrico Carlo Lea, e tale si conservò, anche quando, nel 1542 fu trapiantata in Italia.

Non è così dei Gesuiti. Per quanto è dato discernere il vero fra tanto furore di accuse e di difese, a cui furono fatti segno in ogni tempo, per quanto sembri provato che la Compagnia di Gesù incominciasse a deviare dal proprio instituto quasi subito dopo la morte di Ignazio di Lojola, per quanto sia certo che in progresso di tempo, inebbriata della propria potenza, ricca, intrigante, presente e agitantesi ovunque dalle reggie ai tuguri, ne deviò sempre più, e si corruppe e intristì nella setta; pure ne' suoi primordi, o in relazione almeno al momento storico, di cui ci stiamo occupando, quand'essa cioè incarnava ancora, al pari del Lojola, lo spirito cavalleresco e il misticismo Spagnuolo, l'uno e l'altro fecondati da un ardente ambizione, quando colla più strana mescolanza di pietà, d'abnegazione, di fanatismo, d'astuzia, d'energia selvaggia, senza scrupoli sulla scelta dei mezzi, come senza esitanza, si gettava a corpo perduto nella lotta, quando alla fine del secolo XVI si vedeva già sparsa nelle quattro parti del mondo, dominare in Italia, in Spagna, in Portogallo, guadagnare in Francia un terreno contrastatole palmo a palmo, e serrare da presso in Germania il focolare del Protestantismo da Vienna, da Praga, da Ingolstadt e da Monaco, non possiamo, comunque si pensi, difenderci da un sentimento d'ammirazione per questo audace manipolo d'uomini, che giustamente furono chiamati i Giannizzeri del Papato e della Reazione Cattolica. Esagera bensì il Macaulay attribuendo loro ogni merito d'avere salvato il Cattolicismo, fermati i progressi della Riforma e respintala dai piedi dell'Alpi alle coste del Baltico, perchè si dimenticano così Filippo II, l'Inquisizione, il Concilio di Trento, la Casa d'Austria e quella dei Wasa di Polonia, le grandi forze insomma, senza le quali poco o nulla avrebbero potuto Ignazio di Lojola e la sua milizia.

Non è men vero ad ogni modo che in quel momento, in cui la Chiesa Cattolica si trasforma tutta in una grande missione, i Gesuiti, tipo vero di quella nuova specie di frati, non più puramente ascetici e contemplativi, ma in continuo contatto con la vita, i Gesuiti, operosi, instancabili, sono all'avanguardia della parte più militante, e nel tempo stesso che disfanno il passato, preparano l'avvenire, sottentrando colla loro azione, che sa trasformarsi in mille guise alla libera azione individuale, non per sopprimerla, ma per dominarla e avviarla ai fini soltanto che si propone la Chiesa.

Or eccovi, signore, il grande edificio della Reazione Cattolica compiuto in tutte le sue parti. L'assolutismo Spagnuolo dal 1559 al 1700, dal trattato di Castel Cambrese alla prima guerra di successione, domina quasi tutta l'Italia. L'assolutismo papale, ritempratosi nella Controriforma, stende la sua azione al di là delle Alpi e del mare, ma strettamente unito al dominatore Spagnuolo, fa sentire in Italia più immediata e continua la sua potenza. La quale è in realtà così grande, che con Pio V sembra quasi ridestare lo spirito delle Crociate e oppone ai Turchi una Lega, vincente a Lepanto l'ultima gran battaglia cristiana, e con Sisto V pare non avere più confini ne' suoi sogni d'ambizione e vagheggia un'alleanza colla Persia e la Polonia per abbattere l'Impero Turco, congiungere il Mediterraneo al mar Rosso per restituire il primato marittimo all'Italia, conquistare il Santo Sepolcro, di cui il Tasso cantava la liberazione, e trasportarlo a Montalto, l'umile paesello presso Ascoli, dove Sisto V era nato. Sogni, deliri di potenza, e non più, perchè se l'Italia, sotto la duplice dominazione, da cui è compressa, perde quasi la coscienza dell'esser suo, la Spagna si accascia via via sotto il peso della grandezza in una decadenza irrimediabile, ed il Papato devia, durante il Seicento, dal concetto religioso, che gli avea rifatte le forze, in un concetto sempre più personale ed esclusivamente principesco, che ha bensì nello splendido San Pietro, come ha dimostrato Giacomo Barzellotti, la sua più caratteristica e monumentale espressione, che fonda in Roma bensì col nepotismo finanziario una aristocrazia nuova, ma dischiude al Papato altre lotte, alle quali non potrà più opporre il sentimento, la vigoria e la rinnovata giovinezza di prima, quantunque sia riescito per ora nient'altro che a far di tutti gli Stati Cattolici un istrumento della Chiesa.

Innanzi che incominciasse questa seconda fase della Reazione Cattolica, i Papi e la Corte, Roma e l'Italia, a dar retta almeno a quanto scrive nel 1576 l'ambasciator Veneto, Paolo Tiepolo, erano già divenuti modelli di pietà, d'onesto vivere e di cristiani costumi. Ma c'è da fidarsi del tutto a queste impressioni di viaggiatore? Non v'ha dubbio che un gran mutamento era avvenuto, un gran fervore di sentimento religioso s'era ridestato, ma c'è d'altra parte il terrore, che domina ovunque; c'è l'ombra dell'Inquisizione, che aduggia tutto; c'è il fare accomodante, procacciante, instancabile dei Gesuiti, che s'insinua per tutto; c'è il costume Spagnuolo, tutto cerimonie e sussiego nobilesco, tutto boria e gale di titoli, di privilegi e di pretesi dogmi cavallereschi, che nella vita di Corte accentra ogni ideale delle alte classi e sempre più le separa dal popolo, sfruttato a sangue, e cui non rimane altro conforto, che la rassegnazione consigliatagli da un cappuccino, o altra speranza, che quella della vita eterna, annunziatagli dal campanile della parrocchia; c'è finalmente il vecchio scetticismo pratico Italiano, il quale o combina il di dentro e il di fuori in modo da non aver seccature, e avete la falsità nei caratteri e l'ipocrisia nei rapporti sociali, o non piega e si ribella, e allora avete i martiri, che sfidano la tortura ed il rogo, oppure avete la vita eslege del brigante, frutto indigeno dell'Italia e della Spagna, o la vita, eslege del pari, del signorotto violento, gli Innominati e i Don Rodrighi dei Promessi Sposi.

Questo in pieno Seicento. Prima c'è un tempo d'intervallo, di contrasto spasmodico fra il vecchio e il nuovo e di tale contrasto il tipo e la vittima è Torquato Tasso. Una volta la storia di lui era assai semplice. Un gran poeta innamorato d'una principessa; un tiranno spietato, che lo castiga del suo ardimento collo spedale dei matti, colla carcere, colle beffe dei pedanti e dei cortigiani, e il poeta che muore di sfinimento in un convento di Roma, mentre s'odono di lontano le campane del Campidoglio suonare a festa per la sua coronazione. Ora questa leggenda è sfatata. Non per questo il Tasso è divenuto un felice di questo mondo, ma è infelicissimo per tutt'altre cagioni: perchè non può mettere pace nell'animo suo, nè come uomo nè come poeta, fra i ricordi del Rinascimento e le violenze della Reazione Cattolica; perchè dubita e crede; perchè vorrebbe esser uom libero e la vita di Corte è per lui come certe donne, con le quali non si può vivere nè viver senza di loro; perchè si sente originale e grande e nello stesso tempo indulge e piega per vanità e per paura ai cattivi gusti del tempo; perchè è mistico e sensuale; perchè ha ragione il Carducci di definirlo il solo Cristiano del Rinascimento, come ha ragione il Quinet di definirlo il solo umanista della Reazione Cattolica. Di tutto questo contrasto, che gli avvelena la vita, impazza e muore.

Non più in contrasto fra due tempi, ma in pieno accordo col Seicento, è invece il Marini con la sua vita e con l'opera sua. Si giunge a lui, passando a traverso l'idillio sensuale e musicale dell' Aminta del Tasso e del Pastor fido del Guarini, e la sua intima correlazione col tempo non sta tanto nella goffa e proverbiale esagerazione della forma, quanto e più nel fatto che il suo poema, l' Adone, è il vero poema epico del Seicento, il poema della voluttà sentimentale, dissimulata sotto il velo ipocrita dell'allegoria, il poema della pace, ma dell'ignobile pace dell'Inquisizione, del Gesuitismo e della dominazione Spagnuola. È lui, il Marini, il dittatore universale, nè gli si oppone che il poema eroicomico, la Secchia Rapita del Tassoni, della cui misteriosa ironia l'Inquisizione diffida, ma non sapendo bene da che lato colpirla, processa il poeta per aver regalato alla sua serva un diavoletto chiuso in una boccia d'acqua, che a premerne il tappo sgranava gli occhi e andava su e giù, come se fosse vivo.

Opposizione vana ad ogni modo quella del Tassoni; al pari della satira politica del Boccalini e di qualche nobile accento di Salvator Rosa, poichè il Marini fa scuola e le due caratteristiche del Marinismo, la sentimentalità voluttuosa e lo sforzo della forma, cogli svolazzi, le riprese, i trilli, i gorgheggi variati all'infinito, si rispecchiano nell'architettura barocca del Maderna e del Bernini, artisti grandi, ma compiutamente travolti dalla corrente del loro tempo, e nella scultura e nella pittura, barocche esse pure ed insieme enfaticamente sentimentali, del Maderna e del Bernini stessi e dei Carracci e dei Carracceschi.

L'architettura barocca non ha più leggi nè limiti, neppure di buon senso, nella sua smania decorativa, di cui sono tipo le chiese dei Gesuiti col

grosso angel paffuto,

dice il Carducci,

Che nelle chiese del Gesù stuccate

Su le nubi s'adagia

Su le nubi dorate e inargentate,

Che paion di bambagia,

e sembra presa invero d'una specie di frenesia, anche quando, come spesso in Roma, e soprattutto in San Pietro, riesce pure a intonarsi di qualche guisa, e, se non altro, colla grandiosità, alle belle linee del Rinascimento.

La scultura e la pittura, per lo più di soggetto sacro, non possono più contenersi neppure esse e anche nelle opere migliori, nella Santa Cecilia del Maderna in Trastevere, nella Pietà del Bernini o Berniniesca della Cappella Corsini in Laterano e peggio ancora nella Santa Teresa a Santa Maria della Vittoria, al pari che nelle pitture dei Carracci, di Guido e del Guercino, pare che nulla più basti allo sforzo, alla posa, al gigantesco di questa scultura e di questa pittura, e la divozione diventa delirio, l'estasi agonia, il martirio carnificina.

Letteratura ed arte, le quali dimostrano pur troppo che sotto a tutto questo eccesso di forme, sotto a tutto questo spettacolo esteriore di reazione Cattolica (i cui effetti morali lo Schiller ha con tanta poesia rappresentati nell'ascetismo erotico di Mortimero nella Maria Stuarda ) un gran vuoto s'è fatto nel pensiero, nella fantasia e nella coscienza italiana. E con questo vuoto un silenzio di tomba. Restano vive ancora la musica e la scienza: la musica, che è accusata d'aver cullato il sonno degli schiavi e divertito i padroni, ma che sarà il capolavoro artistico del Settecento e ricorderà di nuovo il sacro nome d'Italia all'Europa: la scienza, che rivendica i suoi diritti all'avvenire colle divinazioni e il sacrificio eroico di Giordano Bruno e che con Galileo, umiliato ma non persuaso, intima, misteriosamente minacciosa, alla Reazione Cattolica: “ hai vinto sì, ma di troppo!

ROMA E I PAPI NEL SEICENTO

CONFERENZA DI Domenico Gnoli.

Ciascuna città riflette principalmente, nella pianta, nei monumenti, nel fabbricato, nella decorazione, nei prodotti dell'arte e perfin dell'industria, il gusto e l'indole d'un'età; di quell'età in cui essa raggiunse il massimo grado della prosperità e dello splendore. Così qui a Firenze tutto palpita della vita del Rinascimento, e nella Roma moderna impera sovrano il Seicento: esso le ha impresso il suo carattere, l'ha animata del suo spirito: il che specialmente è vero se, non attenendoci strettamente al rigor delle cifre, si faccia incominciare il Seicento dal pontificato di Sisto V, cioè dal 1585. Le antiche basiliche, le fabbriche del Rinascimento quel secolo ha trasformato in gran parte, secondo il suo ideale estetico, colla sicurezza di renderle più belle e magnifiche; e quel che resta d'intatto, si nota quasi come monumento storico, difforme dal carattere dominante. L'età posteriore ha camminato sull'orme di quel secolo.

Il Cinquecento aveva dato con San Pietro il tipo della Chiesa Romana, e col palazzo Farnese quello del palazzo. Il Seicento applica, estende a tutta la città quei due tipi con una serie di variazioni degli stessi motivi. Chi dalla balaustrata del Pincio guardi il panorama di Roma, è colpito da una popolazione di cupole sorgenti grandi e solenni sovra il piano dei tetti. Quella di San Pietro, che campeggia gigante sull'orizzonte, fu voltata da Sisto V; seguirono quelle di Sant'Andrea della Valle, di San Carlo a' Catinari, di San Carlo al Corso, di Sant'Agnese ed altre. Sulle piazze e per le vie della città v'incontrate a ogni passo in una di quelle enormi facciate di chiesa, tutte di travertino, a due piani, selve di pilastri e di colonne, con angeli e santi agitati dal vento, quali Sant'Andrea della Valle, Sant'Ignazio, la Chiesa Nuova e tante altre; e se entrate in quelle chiese, quasi tutte le troverete a croce latina, con arcate intramezzate da pilastri; e sugli altari una orientale ricchezza di marmi colorati, d'oro e di bronzo uniti con un senso maraviglioso della policromia; sulle piazze i grandi obelischi eretti da Sisto V, e i minori della Minerva e del Pantheon da Alessandro VII e da Clemente XI. E i palazzi giganti tra il vecchio fabbricato, semplici e severi, senza lusso di decorazione nè ornato d'ordini architettonici e le fontane nelle piazze, e le grandi mostre dell'Acqua Felice, dell'Acqua Paola e dell'Acqua di Trevi, quest'ultima, opera d'arte secentistica nel secolo successivo, tutto infine quello che più apparisce all'occhio, che prima colpisce il visitatore, è opera del Seicento.

E chi si affacci a quel gran teatro della Chiesa Romana che è la piazza di San Pietro, si trova innanzi a quel periodo della storia e dell'arte. Alessandro VII erigeva i portici, Paolo V la facciata della chiesa, Sisto V trasportava l'obelisco e voltava la cupola, Innocenzo XI compieva le due fontane. E nell'interno, l'opera di Bramante era trasformata in quel secolo: prolungata la chiesa, mutandone la pianta da croce greca a latina, decorata di stucchi e di marmi, aggiuntovi il grande altare della confessione e la cattedra; e sugli altari, opere del Domenichino, del Guercino, dell'Algardi, de' più famosi artisti del secolo. E lì, nelle grandi tombe, giacciono per la maggior parte i papi di quel periodo, di cui le figure grandeggiano, non più distese sull'urna, ma ritte in piedi o sedute, fra gli svolazzi delle statue allegoriche, i drappi di marmi colorati, e il bronzo e l'oro, ostentando morti la grandiosità, la magnificenza ed il lusso che professarono vivi.

Interprete del sentimento e della vita romana, scultore e architetto officiale del papato, domina tutto quel secolo, tutta l'arte di Roma Lorenzo Bernini, che operò senza posa sotto nove pontificati. Egli fu detto corruttore, che meglio dovrebbe dirsi rigeneratore. Nelle acque stagnanti dell'arte con cui si apriva il secolo XVII, grande senza grandiosità, scorretta senza novità, egli portò il soffio potente del genio; la agitò, la mosse, fino a sconvolgerla in tempesta. Il grande, il magnifico, l'ingegnoso, l'appariscente, il maraviglioso, l'eccessivo, era lo spirito, l'ideale del tempo; e questo, Michelangelo meridionale, egli tradusse nell'arte. Non si guardi all'opera della vecchiezza, quando esaurite le forze, cercò nel bizzarro e nell'esagerato l'effetto; nè egli deve rispondere della turba scapigliata de' suoi seguaci; nè dei deliri dell'emulo suo, il Borromini, che gelosia pazza spinse a farsi della stravaganza una legge: ma nella gioventù e nella virilità egli seppe svolgere l'ideale del suo tempo entro i confini del bello; e come che si voglia giudicare quello stato della civiltà, egli ne fu certo il più grande interprete artistico. Ad una ricchezza esuberante di fantasia accoppiando una maravigliosa padronanza dei mezzi tecnici, egli profuse in Roma le sue opere immortali. La piazza di San Pietro, degna della cupola di Michelangelo, la scala regia del Vaticano, la fontana dei fiumi sulla piazza Navona, sono opere che sorpassano i termini dell'ingegno per entrare nel campo del genio. E i papi di quel secolo, dalla faccia marziale, dai mustacchi alla Wallenstein, dal pizzo alla cavaliera, sono ancora nei marmi da lui scolpiti assai più vivi che non quelli di nessun altro secolo.

*

Ma se le città pigliano forma dal periodo della loro maggior grandezza e prosperità, che diritto aveva il secolo XVII d'imprimere a Roma le sue fattezze? Non ha forse periodi di maggior grandezza il papato?

Il secolo decimosettimo per la Chiesa e pel papato non fu senza gloria. Il distacco di tanti popoli dal Vaticano per opera della Riforma, aveva risvegliato nella Chiesa una vigoria di cui non la si sarebbe creduta capace. Fu un lungo periodo di guerra, che dev'essere perciò giudicato coi criteri che governano lo stato di guerra; a questo stato corrispondono la dittatura del papato, e i tribunali dell'Inquisizione, veri tribunali marziali. Il mondo cattolico fu messo in istato d'assedio. La politica del Vaticano non ebbe altro fine che di far argine allo estendersi della Riforma, di soffocare ogni favilla che minacciasse un nuovo incendio. Nessuna libertà, nessuna debolezza di fronte al nemico; ma unità di comando, ma obbedienza cieca, ma disciplina di ferro. E il nemico non era solo oltre i confini del mondo cattolico; chè il moto violento della Riforma aveva scosso tutta l'anima cristiana, agitato gl'intelletti, turbato le coscienze; e d'ogni parte pullulavano dottrine violente, bizzarre, contrarie, minacciando di rompere l'organismo cattolico, di dissolvere l'unità della Fede. La gerarchia episcopale era strumento insufficiente alla urgenza, alla gravità dei bisogni e dei pericoli. I nunzi apostolici, vero Stato Maggiore della Chiesa, teologi e canonisti, abili diplomatici, recavano a principi e a vescovi la parola del Papa, trattavano i più ardui negozi, stringevano alleanze, portando nel grembo, ora pieghevoli ora alteri, benedizioni e scomuniche. Gli Ordini Regolari, e sopra tutti i Gesuiti, posti sotto la diretta dipendenza del Papa, formavano la milizia mobile della Chiesa. Predicatori dai pulpiti, maestri nei collegi dei nobili e nelle scuole del popolo, assistenti negli ospedali, accorrenti dove ci fossero piaghe da lenire e miserie da sollevare, ad ogni bisogno della società corrispondeva l'Ordine, la Congregazione religiosa. La riforma interna della Chiesa, invocata invano per secoli dai Santi e dai popoli, ordinata dal Concilio di Trento, ebbe in gran parte nel Seicento la sua esecuzione. In quella guerra fieramente combattuta colle armi spirituali e le temporali, fu salva bensì l'unità della Fede, ma a prezzo del pensiero soffocato, della libertà strozzata.

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Ma altro è la storia del papato altro è quella di Roma.

Città e papi non vissero nel medio evo di buon accordo; ma fu anzi un avvicendarsi di lotte e di convenzioni malfide. Ora i papi stettero in Roma racchiusi sospettosamente entro le mura della città Leonina, ora trasportarono altrove la loro sede. Col ritorno di Martino V, e meglio nel 1443 con quello d'Eugenio IV, ultimo papa cacciato dai Romani, i papi si stabilirono definitivamente in Roma. Ma la città e la Curia erano due cose distinte. Da una parte la vecchia popolazione scarsa di numero e di ricchezza; baroni, rozzi e guerrieri, che risiedevano spesso ne' loro castelli; nobili famiglie cittadine, date la maggior parte alla pastorizia e all'agricoltura, non ricche e prive di coltura e d'arti civili; plebe irrequieta e miserabile. Questa era la città che attorniava il Campidoglio. Dall'altra parte, al Vaticano, c'era un santuario, e una corte ecclesiastica: una specie di convento, dove le istituzioni permanevano intatte, e un popolo di celibi vi passava dentro senza lasciare nè nome nè discendenza. Come nel palazzo pontificio, così in quelli de' cardinali, e ne' palazzetti de' protonotari apostolici, degli abbreviatori, degli officiali della Curia, continuamente cambiavano gli ospiti; mutava nome il palazzo, e spesso anche la piazza che gli stava innanzi e la strada; i potenti, i ricchi di ieri, sparivano senza lasciar traccia, nuovi sottentravano diversi di paesi, di costumi, di lingue, mentre altri s'affollavano, nella speranza di raccoglier presto la successione. Quando il Papa e la Curia si allontanavano da Roma, la città ne restava pressochè deserta.

Nello splendido pontificato di Leone X e sotto Clemente VII, alla vigilia del Sacco, ho trovato per un documento che vedrà in breve la luce, che la popolazione di Roma superava di poco i cinquantacinquemila abitanti; se ne togli la Corte papale e quelle dei cardinali, e i prelati e le corporazioni religiose e i seguaci della Curia Romana, Romanam Curiam sequentes, tutta cioè la popolazione mobile raccolta intorno al papato, di Roma non resta che un grosso villaggio. Dopo il Sacco, cioè nel 1528, la popolazione di Roma era ridotta a poco più che trentamila abitanti. Ma da quel punto incomincia un lungo periodo di pace, interrotta solo dalla breve guerra del reame sotto Paolo IV; i baroni son ridotti a vivere civile; si ordina a poco a poco lo Stato, e l'autorità s'accentra maggiormente, dopo il Concilio di Trento, nelle mani del papa. Ridotto, per la Riforma, il suo carattere d'universalità, la Chiesa diviene principalmente latina, si afferma ostentatamente romana; e nella grandezza esteriore e nella pompa essa cerca di nascondere, se non di compensare, le gravi sue perdite.

Tre papi del Seicento, cosa non più vista da parecchi secoli, sono romani di nascita.

Il celibato della Curia impediva il costituirsi in Roma di nuove famiglie, il formarsi d'una nuova città. Venne il periodo del nepotismo. Il frazionamento dei popoli in piccoli Comuni e in piccole signorie, rese possibile a pazzi ambiziosi di tentare, con intrighi diplomatici, con tradimenti, con armi raccogliticce, di formare a beneficio delle loro famiglie uno Stato. Ma dei papi del Rinascimento, nessuno lasciò in Roma una grande famiglia; e gli ambiziosi nepoti dei Cibo, dei Borgia, dei Della Rovere, dei Medici, dopo avere sconvolto mezza Italia, scomparvero dalla città eterna coi papi a cui s'appoggiava la loro potenza. Cresceva la Curia di ricchezza e di splendore, aumentava la popolazione mobile; ma la cittadinanza stabile delle famiglie restava presso a poco la stessa.

Nè la città nuova si sarebbe formata, se non era il trasformarsi del nepotismo papale da politico in domestico. Quando, per le condizioni politiche d'Italia, era follia il tentare di formare alla famiglia uno stato, i Papi volsero l'animo a fondar ciascuno in Roma una grande famiglia principesca, che gareggiasse di ricchezza e di fasto colle Case regnanti. L'esempio del nepotismo papale seguirono cardinali e prelati, e tutti si diedero a fondare in Roma una famiglia in linea trasversale, quando non potevano in linea diretta. Da circa trentacinque mila abitanti, la popolazione saliva nel 1600 a circa centodiecimila. Continuava poi più lentamente ad aumentare per tutto il Seicento: nel 1650 superava i centoventiseimila, nel 1700 s'avvicinava ai centocinquantamila.

La nuova forma del nepotismo papale non fu sul principio più fortunata dell'altra, e i nepoti del Carafa finirono tragicamente. Rimase però la famiglia Buoncompagni; rimase, benchè non durasse a lungo, la Peretti o Montalto fondata da Sisto V, e imparentata colle due case baronali de' Colonna e degli Orsini; e quella degli Aldobrandini, che rientra pure nel secolo successivo.

Al secolo di cui discorriamo era riservato di fondare la più gran parte della nuova aristocrazia: dodici pontificati, uno de quali durò meno che un mese, lasciarono nove grandi famiglie. Convien dire però che una di queste, la Odescaichi, non venne in grandezza per opera del papa, Innocenzo XI, severo promotore di moralità nella Chiesa, e nella riforma del costume severo talora fino al grottesco. L'ultimo dei papi del Seicento, Innocenzo XII, Pignatelli, nobile figura di pontefice fu immune dal vizio de' suoi predecessori, e non volle presso di sè i suoi parenti; gli altri furono tutti macchiati di quella pece: e se Alessandro VII, Chigi, nel cardinalato censore austero del nepotismo, sul principio del pontificato tenne lontani i parenti, cedette poi alla corrente, lasciando a compiacenti consiglieri la cura di giustificare in lui quello che negli altri egli aveva condannato. Nella via del nepotismo nessuno arrivò agli eccessi del Barberini (Urbano VIII), nella persona del quale il papa parve un accessorio del principe. Per opera del nepotismo, uomini senza capacità, nuovi de' pubblici negozi, occupavano d'un tratto tutte le cariche più alte e lucrose, e il cardinal nepote governava lo Stato, infeudato ad una famiglia. Le entrate della Camera Apostolica servivano alla grandezza della famiglia papale, e lo Stato s'immiseriva per formare quella nuova aristocrazia. Diciassette milioni di scudi d'oro diceva papa Odescalchi essere costato già quel nepotismo: e in seguito costò dell'altro. E si vide perfino una donna avara e intrigante, donna Olimpia Maidalchini, regnare in Vaticano, dominando il debole cognato Innocenzo X, e la corte bizantineggiare in una umiliazione di pettegolezzi e di scandali, che davano largo pascolo ai lazzi e alle risate di maestro Pasquino.

La parte di Roma coperta di fabbricati, entro il vasto recinto aureliano, colle vie anguste e la popolazione densa, non aveva spazio per le nuove reggie, per le grandi chiese di questa nuova aristocrazia papale, dominata dall'idea del grandioso e del magnifico. E però la città, sorta e cresciuta sui sette colli, poi nel medio evo discesa al piano e distesasi lungo il fiume e intorno al colle capitolino, e nel Rinascimento piegatasi verso il ponte Sant'Angelo, porta del Vaticano, nei rioni di Parione e di Ponte, si allargava con Sisto V al Quirinale, al Viminale, all'Esquilino, e coi successori occupava con immensi edifici, sul Quirinale e nel Campo Marzio, l'area già coperta d'orti e di vigne. Nei palazzi edificati dalle famiglie pontificie noi possiamo seguire quasi ad uno ad uno i pontefici del Seicento. Apre la serie un papa che dopo aver regnato otto anni nel secolo XVI, entrò con soli cinque nel XVII, cioè Clemente VIII, Aldobrandini; e il suo palazzo era quello oggi Salviati, sul Corso. Dopo Leone XI, Medici, che regnò meno di un mese, ecco il primo papa secentista, Paolo V Borghese, romano, col suo splendido palazzo di Campomarzo; poi quello incominciato dai Ludovisi, oggi sede del Parlamento Nazionale; il Barberini, una vera e splendida reggia; il Panfili in piazza Navona, che forma un complesso principesco colla chiesa di Sant'Agnese e le stupende fontane; il Chigi, sulla piazza Colonna, per l'edificazione del quale fu allargata e dirizzata la via del Corso, che divenne da allora la principale della città; il Rospigliosi sul Quirinale; l'Altieri sulla piazza del Gesù. Non parlo di quello dell'Odescalchi, che non fu edificato, ma acquistato più tardi dalla famiglia, nè di quello Ottoboni, oggi Fiano, che s'incominciò a riedificare, ma che rimase interrotto per la morte troppo sollecita d'Alessandro VIII.

Alla grandezza e magnificenza esterna di questi palazzi, corrispondeva il lusso e la pompa interna. Splendide sale decorate di stucchi, di dorature, di affreschi, mobili riccamente intagliati, tavole ornate di bronzo e di marmi, grandi storie d'arazzi, cortinaggi di stoffe fiorate, tutto quello che dessero di più sontuoso le arti e le industrie italiane e straniere. Ma non bastava di raccogliere il meglio che quell'età, producesse; i cortili e le scale eran ridotte a musei di statue e di marmi antichi, e dalle pareti delle sale pendevano dipinti di Raffaello e di Tiziano, de' più grandi pittori dell'età scorsa, e i palazzi ducali di Ferrara e d'Urbino, e i minori de' principotti delle Marche, dell'Umbria, delle Romagne, si spogliavano per ornare la splendida sede della famiglia papale, e l'onnipotenza del cardinale nepote si adoperava a raccogliervi libri e codici preziosi, traendoli dalle antiche corti principesche, dai conventi, dalle chiese, dalle abbazie, e formando così, tra altre minori, le biblioteche famose dei Barberini e de' Chigi.

Ai palazzi magnifici corrispondevano non meno magnifiche le ville Aldobrandini, Borghese, Ludovisi, Barberini, Panfili; e sui colli ameni d'Albano e del Tuscolo più sontuose e più splendide quelle degli Aldobrandini, di Paolo V, del cardinale Borghese, dei Ludovisi, dei Barberini.

Col costituirsi delle famiglie papali, Roma acquistava così la stabilità delle città laiche, incominciava a vivere di vita propria. Intorno a quelle si stabilivano interessi durevoli e tradizioni e costumi, si formava una cittadinanza romana accanto alla mobile della Curia papale.

Ma disgraziatamente questa nuova aristocrazia, se non aveva uguali nella ricchezza e nello splendore, era per ogni altro titolo troppo diversa da quelle gloriose dell'antica Roma, di Venezia, d'Inghilterra. Venuta su non per valore d'armi, o per merito d'opere e d'ingegno, non per attività di commerci o d'industrie, ma per favor di fortuna, essa non aveva nè tradizioni da conservare, nè fini da raggiungere. Assicurata l'integrità del patrimonio di primogenito in primogenito colla istituzione del fidecommesso, esclusa da ogni partecipazione alla vita pubblica, riservata unicamente al clero, ad essa non restava altro pensiero che del come spendere le accumulate ricchezze, come impiegare i suoi ozi infecondi. Se qualche personaggio ragguardevole diede l'aristocrazia romana, ciò avvenne nonostante le istituzioni e non già per esse. Aristocrazia d'apparato, decorativa, essa adempiè egregiamente a questo suo ufficio.

Come le commedie scritte pei collegi senza donne, così la storia di Roma è per lo più storia di soli uomini. Dopo Lucrezia Borgia, di cui la figura bionda s'intravede in seconda linea tra le ampolle di veleni e i pugnali, nessuna ne apparisce, per tutto il Cinquecento nella corte di Roma. Nè c'era posto conveniente alla donna in una corte ecclesiastica. Ma nel Seicento, collo stabilirsi della nuova aristocrazia laica, essa non vi si trova più fuor di luogo. Dopo donna Olimpia, un'altra entra nella vita di Roma, argomento di tutti i cicalecci, oggetto di tutti gli sguardi, portandovi coll'ingegno arguto e la non comune coltura la bizzarria, la violenza, l'indocilità nativa del suo carattere. Abdicato il trono, abiurata la religione luterana, Cristina regina di Svezia, era condotta trionfalmente a Roma dai Gesuiti. Il lato interno della porta del Popolo, colla grande iscrizione: Felici faustoque ingressui, resta ancora a monumento della sua entrata solenne. Ma quale non fu il disinganno del papa e della Corte di Roma; che quando pensavano di poter profittare della regia neofita a edificazione dei fedeli e richiamo dei protestanti, dovettero invece affannarsi a coprire gli scandali, a riparare le stravaganze di quel cervello balzano. È curioso di conoscere come la reale neofita giudicasse quella Roma papale, dalla quale era stata accolta con tanta festa. “Non crediate, scriveva alla contessa di Sparre, che quantunque io sia in un paese abitato già dai più grandi uomini della terra, e dove ancora restano maravigliosi, splendidi avanzi delle azioni di quegli eroi, non crediate, mia bella, che sia questo il paese de' sapienti e degli eroi, nè l'asilo degl'ingegni e della virtù. O Cesare, o Catone, o Cicerone! o padroni del mondo, la vostra patria così illustre per le virtù e le imprese vostre, doveva dunque, per vituperio e sventura dell'umanità, cadere un giorno in preda all'ignoranza grossolana, alla cieca e assurda superstizione! O bella contessa, qui non ci sono che statue, obelischi e palazzi sontuosi, ma uomini non ci sono.„ Non c'è male, per una neofita! Ma quale che fosse il suo giudizio sulla Corte e la società romana, essa trovò pure da divertircisi, e rifarsi del tempo speso in patria ad ascoltar prediche. “Le mie occupazioni qui, essa scriveva, sono di mangiar bene, dormir bene, studiare un poco, chiacchierare, ridere, veder le commedie francesi, italiane e spagnole, e passare il tempo piacevolmente. Infine non ascolto più prediche: secondo che sentenzia Salomone, tutto il resto è sciocchezza; perchè ciascuno deve viver, contento, mangiando, bevendo e cantando.„ E in certe postille fatte a margine d'un'edizione del Principe di Machiavelli, dove questi dice che i Collegati d'Italia tenevano gli uni pel Papa gli altri pe' Veneziani, essa notava: “Oggi, chi teme più il Papa?„ Tale era l'acquisto che, per opera de' Gesuiti, aveva fatto la religione!

Cristina destò nelle famiglie aristocratiche una gara di spettacoli e di feste. Erano commedie dai Panfili e dai Barberini, erano tragedie al palazzo Mazzarino, erano melodrammi ne' palazzi de' cardinali; dei quali però la regina, col suo sacro orrore per le prediche, si doleva talora, che fossero delle prediche in musica. Protetto dalla regina, l'Alibert democratizzava il teatro, facendolo discendere dalle sale principesche alle sale a pagamento. Alessandro Cecconi, detto per antonomasia Alessandro, virtuoso di musica, era l'astro più fulgido delle feste romane. La regina stessa imparava musica. Al palazzo Riario alla Longara, dove oggi è il palazzo Corsini, era un continuo succedersi di serenate, di giostre, di spettacoli, di saltatori e di saltimbanchi. Ivi la regina fondava l'Accademia d'Arcadia, in cui la poesia si sposava alla musica; e i poeti, primo fra essi il Guidi, gonfiavano di vento, in onore, della Pallade di Svezia, le vesciche delle loro canzoni. Corteggiata da una schiera di cardinali, circondata di nobili spiantati, e di ribaldi riparati nella franchigia del suo palazzo per salvarsi dai birri, tra i musici, i poeti e gli alchimisti, più volte partitasi da Roma e più volte tornatavi, gelosa degli onori reali, lorda del sangue di Monaldeschi, la Regina che aveva costato ai papi tanto danaro, morì finalmente, nel 1689, liberandoli da infiniti fastidi, e procurando al popolo l'ultimo spettacolo, quello de' suoi funerali. Si celebrarono per l'anima della regina ventimila messe!

Le feste mondane di Roma ebbero una interruzione sotto il pontificato dell'austero Odescalchi. Sollecito di sollevare la dignità del pontificato, alle pretese di Francia resistè virilmente; il marchese di Lavardino suo ambasciatore, minaccioso e in arme dentro Roma stessa, scomunicò. Egli vagheggiava di far di Roma un convento. Fra i suoi provvedimenti per la riforma del costume, noterò l'editto con cui ordinava “che nessuna zitella, vedova o maritata, di qualsivoglia stato, grado e conditione, possa imparare a cantare, nè Professore alcuno, Musico, Regolare o Secolare, possa più alle suddette insegnare la musica, sotto pena di scudi cinquanta.„ Ma più che ogni altra cosa gli stava a cuore la verecondia del vestire. Mandò fuori editti feroci, ordinò a' confessori di non assolvere le donne che non vestissero colla debita modestia. E ciò non bastando, gettò improvvisamente i birri addosso alle lavandaje, e fece loro sequestrare tutte le camicie che fossero aperte al collo e non avessero lunghe le maniche. Ma ne venne un guaio. Molte, per quella fiera ordinanza, rimasero con quella sola che portavano indosso.

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Come le principali famiglie dovevano la loro grandezza all'improvvisa fortuna, così la instabile dea era venerata nella città eterna assai più che non il lavoro intelligente e perseverante. Industrie non c'erano: le antiche famiglie della nobiltà cittadina vivevano, come ho detto, dell'agricoltura primitiva e della pastorizia che esercitavano nei latifondi della Campagna romana; i bisogni della Corte e dell'aristocrazia mantenevano il piccolo commercio. Ma chi lavorava per vivere era tenuto quasi in disprezzo: la via degli onori e della fortuna era quella delle dignità ecclesiastiche, l'arte più proficua quella d'entrare in grazia ai potenti. Le famiglie cittadine avviavano un de' figli per la via del sacerdozio, e in esso speravano: un prelato in casa era una provvidenza che la nobilitava e ne alzava le sorti. Un immenso servitorame sparlava de' padroni che lo sfamavano, e nelle oziose anticamere pullulava la pasquinata mordace. Poichè al torso famoso si è fatto un onore immeritato rappresentandolo come censore e vindice popolare: ora scipito, ora arguto, esso è ordinariamente un passatempo di sfaccendati, l'eco de' cicalecci delle sacrestie e delle anticamere de' palazzi. Più in basso una plebe miserabile, indolente, superstiziosa, che applaudisce o fischia lo spettacolo delle pompe continue, e che s'affolla, si pigia, si schiaccia a raccogliere le briciole cadute dalla mensa dei grandi. Eppure non può sfuggire all'osservatore che quella plebe, per quanto tenuta a vile, è però già cresciuta di grado. Nelle corti del Rinascimento, generalmente, la plebe, degna prima che nasca di morire, secondo l'espressione dell'Ariosto, non ha valore neppure come spettatrice: essa è tenuta lontana dalle feste di Corte, o se v'interviene nessuno si dà pensiero di quel ch'ella pensi o dica. Tocca ai palafrenieri e ai valletti di tenerla indietro coi bastoni, o ai birri di trarla in prigione. Adesso la plebe forma la platea, i grandi ne studiano l'approvazione e l'applauso, e il cronista ne prende nota con compiacenza. È un personaggio abbietto, ma è pure un personaggio.

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In un secolo passionato del fasto, delle pompe, della magnificenza, Roma tenne incontrastata il primato, fu il più gran teatro del mondo. Quella scena di colonnati, di facciate enormi di travertino, di palazzi grandi come reggie, di fontane sonanti nelle grandi conche, di colonne, di obelischi, di statue, e l'interno delle chiese, cariche d'oro e di marmi, fra gli angeli volanti sulle nuvole e i santi agitati da celesti bufere, era la scena che ci voleva per quelle grandi azioni coreografiche scintillanti d'oro, splendide di colori. Era una continua successione di grandiosi spettacoli, un passaggio continuo di maraviglia in maraviglia. Alle annuali solennità del Vaticano dove il Vicario di Cristo, il rappresentante della divinità sulla terra, appariva in una grandezza e maestà che pareva trascendere l'umano, si aggiungevano frequenti le solennità straordinarie, le creazioni di cardinali, le morti di papa, i possessi del papa nuovo, i giubilei, le entrate solenni degli ambasciatori, i ritorni dalle caccie. E qui, come al cuore del mondo cattolico, si ripercuotevano tutti gli avvenimenti d'Europa: nascite e morti di regnanti, paci e trattati, vittorie sugl'infedeli. Agli occhi del popolo, abituato a quel succedersi continuo di solennità, spariva la ragione della festa, e la festa sola restava. Tutto era buono ugualmente: il catafalco e la benedizione, la luminaria e la processione, la cavalcata e i fuochi d'artificio. Esso contava le carrozze e le torcie, giudicava la ricchezza de' parati e delle livree. Ma specialmente gl'importava che si distribuisse pane, si gettasse in quantità moneta bianca o d'argento, ci fosse da mangiare e da bere, e da saccheggiare le macchine de' fuochi d'artifizio. L'antico panem et circenses era il motto della Roma del Seicento. Il popolo amava i papi vecchi, perchè davano speranza di spettacoli prossimi.

Meglio che dai volumi degli storici, lo spirito e la vita romana di quel secolo risulta dagli avvisi e dalle cronache contemporanee; e andrò perciò spigolando qua e là da queste fonti inedite quello che meglio giovi all'intelligenza di quei costumi.

Le potenze cattoliche sentivano quanto in Roma valesse il lusso e la pompa, e però miravano, per mezzo de' loro ambasciatori, a sopraffarsi l'una l'altra, e imporsi alla Curia. Le descrizioni delle entrate solenni degli ambasciatori paiono racconti delle Mille e una notte. Restò famosa, pel numero de' cavalli e la ricchezza de' costumi persiani, quella dell'Oratore di Polonia nel 1643; il cardinale de' Medici, ambasciatore di Toscana, entrava nel 1687 con centododici carrozze tirate ciascuna da sei cavalli, cioè seicentosettantadue cavalli. I principi Colonna, grandi di Spagna, sfoggiavano ogni anno nella cavalcata con cui portavano al Papa il tributo della chinea, e la sera sulla piazza de' Santi Apostoli s'incendiavano fuochi d'artifizio con macchine di sempre nuove invenzioni, delle quali fortunatamente ci rimangono le stampe, ora d'argomento simbolico, ora mitologico, ora biblico ed ora cavalleresco.

E le fontane di vino, che si direbbero una fantasia di bevitori che sognino il paradiso, erano il compimento obbligato di quelle allegrezze continue, con accompagnamento ugualmente obbligato di gente schiacciata e di costole rotte. Le fontane solevano ornarsi riccamente e con bizzarre invenzioni. Sulla piazza di Spagna, che per la splendidezza degli ambasciatori di quella nazione era il teatro delle feste più sontuose, la sera dei 29 di giugno 1690 s'ammirava una fontana bellissima, e davano da bere al popolo sei gobbi con ramini inargentati. Quella novità dei gobbi parve un'invenzione di spirito; ma ordinariamente erano i servi, in fastose livree, che ministravano al popolo intorno al bancone o allo steccato da cui la fontana era recinta.

Altra volta l'aquila bicipite dell'impero versava vino da' suoi due becchi; ma nell'aprile del 1687, per la ricuperata salute del Re di Francia, eran fontane di vino alla Trinità de' Monti, sulla piazza del Popolo, a piazza Madama, riccamente ornata di torcie e di gigli, e a Campo de' Fiori, “con gran giubilo de' birbanti, narra un cronista, et copia di imbriachi et gran concorso di popolo.„ Come può imaginarsi, con quel po' di vino in corpo, le feste finivano spesso in tumulti; così avvenne nel 1680 per la venuta dell'Ambasciatore di Polonia: che dopo i fuochi d'artifizio e la fontana di vino, incominciò una tremenda sassaiolata del popolo contro i Polacchi, con buon numero di morti e feriti. E il peggio era quando, alcune volte, le dame, nell'ebbrezza della festa, dalle finestre e dai balconi gettavano al popolo merangoli, canditi, pasticcini e perfino i guanti, gli scuffini e gli scacciamosche.

I grandi erano spettacolo al popolo, e il popolo ai grandi, che si divertivano a vederlo azzuffarsi e rompersi le costole per un bicchier di vino, per un candito, o per un mezzo giulio, coll'avidità brutale della miseria. Nel febbraio 1662, l'Ambasciatore di Spagna fece nella piazza dello stesso nome una macchina che mai non s'era veduta l'eguale. Il carro del Sole con quattro superbi cavalli, che doveva muoversi e rappresentare la levata e il tramonto, e due fenici, e selve, e grotte con leoni e un albero di palma e cento altre meraviglie.

La macchina era appoggiata al palazzo di Propaganda; e a far più bello lo spettacolo, l'ambasciatore aveva pubblicato che, finito il fuoco d'artifizio, macchina, torcie, sole, cavalli, travi, mille tavole di castagno, ogni cosa infine andrebbe a sacco, e chi piglia piglia. Nessuno volle restare a casa, e “di certo, dice un cronista, sariano succedute gran morti e ferite„ specialmente nella lotta del popolo cogli operai addetti alla macchina e co' soldati spagnuoli che la circondavano, i quali avrebbero voluto esser soli al bottino. Ma accadde che gli operai che eran dietro al castello, nel sollevare il sole sbagliassero un movimento; e i luminelli e i razzi appiccarono fuoco alla macchina, con gravissimo pericolo che s'appiccasse a Propaganda e alle case circostanti. La fuga del popolo e delle carrozze, delle quali la piazza era stipata, fu, anche per quei tempi, qualcosa di spaventoso.

Nelle feste di Francia, di Spagna e dell'Impero, facevano luminarie, fuochi, spari e fontane di vino non solo gli ambasciatori, ma i loro affezionati, e clienti, principi e cardinali; e nelle gare dei partiti, che procuravano al popolo sollazzi continui e sempre più splendidi, s'avverava il proverbio che tra i due litiganti il terzo gode. Ed esso era sempre del partito di chi facesse le fontane di spillo più grosso, più sfarzose le macchine, più ricche le livree. Ma quando nel luglio del 1688 giunse a Roma l'annunzio della nascita di un maschio al re d'Inghilterra, allora, non bastando il bere, si volle anche dar da mangiare al popolo; e nella piazzetta di San Girolamo della Carità, dov'era la Chiesa della Trinità degl'Inglesi, e presso al palazzo del cardinale di Norfolch, fu alzato nel mezzo un terrapieno dell'altezza di un uomo, recinto d'uno steccato; e su quello, sopra due assi, infilzato ad un enorme spiedo un giovenco intero, ripieno di castrati, capretti e galline, che due uomini giravano sopra una fornace di carboni. La cucina omerica durò dalle cinque alle venti ore; e allora comparve sul terrapieno un uomo vestito di bianco, con un gran coltellaccio in mano, che, tagliate le parti migliori del giovenco, le mandò ai padroni dei palazzi vicini; e dopo, due uomini con casacconi di tela rossa e gran berrettone in capo, incominciarono a tagliare pel popolo, a cui gettarono pezzi di carne con mezze pagnotte di pane bianco. Chi può imaginare la ressa e il tumulto di quella piazzetta! Ma, nota il cronista, “poco buona detta carne, e puzzolente, per non haverla saputo cuocere.„ Ivi presso, nella via di Monserrato, presso il Collegio degl'Inglesi, era una fontana di vino bellissima coll'arme del Re, e la sera furono accese trecentosei torcie e gran numero di fiaccole, e spari e razzi che fu un inferno.

Simile cocitura di bove fu fatta fare dall'Agente d'Inghilterra, che abitava sulla piazza della Trinità de' Monti, ma là le cose non passarono così liscie. “Successo, scrive con molta indifferenza il cronista, il rubbamento di tutto il bove già arrostito, sassajolata horribile con molti feriti, due morti et sbirri fuggiti.„

Anche nelle due sere seguenti ci furono a Monserrato, avanti al palazzo del cardinal d'Inghilterra, fontane di vino, trombe, timpani e razzi a mano; ma poco fu il concorso del popolo, poichè in quelle sere stesse l'Ambasciatore di Spagna festeggiava con fontane di vino e fuochi artificiali l'onomastico della regina Anna Luigia.

Fu uno splendore! Dietro alla fontana della Barcaccia sorgeva uno scoglio alto sessanta palmi, in mezzo al quale era Angelica, legata i piedi e le mani: un enorme drago usciva colla bocca aperta per ingoiarla, e in aria era un cavaliere armato di lancia. Seicento torcie, su tripodi di legno, rischiaravano la piazza, e il popolo occupava la via Condotti fino a piazza Borghese. Fu una vista, narra il cronista, mirabilissima. Il dragone ebbe un bel gittar fiamme contro la giovinetta, che il cavaliere lo fulminò colla lancia e la liberò! Morta nella letteratura la poesia cavalleresca, essa però viveva tuttavia più che mai rigogliosa come ispiratrice delle arti, e argomento di spettacoli pubblici.

Così i nostri avi si spassavano allegramente: e l'anticamera fruttava meglio che l'officina; e il vivere in ozio non impediva di buscarsi una minestra alla porta de' conventi, e vino e pane e qualche giulio nelle occasioni solenni.

Qualche volta però si facevano ai poveri delle burle non molto piacevoli. Nel maggio del 1685 i poveri accorsi per la distribuzione all'ambasciata di Francia, che era al palazzo Farnese, vi furono serrati dentro; e dopo lungo tempo, riaperte le porte, licenziati senza un centesimo.

E solennissima era la festa della incoronazione dei nuovi papi, in cui si faceva in Vaticano larga distribuzione di danaro, che si ripeteva poi ogni anno nell'anniversario in proporzione minore. Si dava mezzo giulio a ciascuno che si presentasse a richiederlo, e la somministrazione aumentava per ciascuno dei figli: le donne incinte contavano per due. Come può imaginarsi, si prestavano, si affittavano i figli, e i guanciali moltiplicavano le gravidanze. Le più procaccianti riuscivano a ripresentarsi più volte, e mettere insieme un bel gruzzoletto d'argento. Alla distribuzione di danaro si sostituì quella del pane; ma il popolo ne fu malcontento, e si tornò all'uso antico. Il costume è durato tanto, che rientra ne' miei ricordi d'infanzia. Triste ricordo quelle turbe di megere co' bambini sulle braccia, co' ragazzi alle gonnelle, urlanti, incalzanti in una gara furiosa, dove era premiata l'impudenza e l'inganno.

Pane e spettacoli! Dalle incoronazioni si passava, collo stesso animo, ai funerali, dove alla porta del palazzo o della chiesa si distribuiva l'elemosina, e si rissava per le candele. I giubilei o anni santi erano fonte di nuovi guadagni e di spettacoli nuovi. Nel 1675 dalle città e dai paesi circostanti affluivano a Roma confraternite in processione; quella del SS. Sacramento di Viterbo, centoventi persone, entrava solennemente dalla porta del Popolo fra una calca infinita, col cappuccio calato, ed un teschio in mano. Ma le Compagnie che venivano così devote e compunte alle tombe degli apostoli, poi s'azzuffavano fra di loro, e i bordoni da pellegrini divenivano arme da guerra. Pareva il campo d'Agramante. Risse a San Pietro, risse a San Giovanni, risse per le strade, e seguito di morti e feriti.

Le feste più clamorose del secolo ebbero occasione dalla liberazione di Vienna, e dalla presa di Buda e di Belgrado; eco carnevalesca di avvenimenti gloriosi. Fu bruciato un fantoccio rappresentante il Bassà; e Stefanaccio, un buffone grottesco famoso tra la plebe, vestito da Bassà, cavalcò per le vie sopra un somaro fra risa e chiasso d'inferno. Quell'entusiasmo religioso andò da ultimo a sfogarsi sopra gli ebrei, con furore brutale d'uccisioni e d'incendi. Convien dirlo: un editto fu emanato perchè non si molestassero, e i frati corsero in Ghetto a frenare l'eccidio.

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E le cronache ci parlano pure quasi ad ogni pagina d'una vera malattia di quel secolo, le questioni d'etichetta e di precedenza. Dagli ambasciatori, dagli alti uffici dello Stato quel contagio si estende agli uffici più umili, alle più modeste corporazioni. Vogliono tutti la precedenza; onde questioni interminabili, e non di rado risse e sangue. Per le contese fra le confraternite spesso non era neppur possibile di fare le processioni.

Ed altra materia di quotidiani discorsi, di delitti e di disordine, era quella delle franchigie, massime degli ambasciatori; i quali pretendevano che non solo i loro palazzi, ma anche una zona intorno ad essi fosse immune dalla giurisdizione del Governo papale. Invano, fin dal secolo precedente, parecchi papi, e principalmente Sisto V, ne avevano dichiarato l'abolizione; che se si riuscì ad abolirla pei palazzi dei cardinali, non così per quelli degli ambasciatori. Ivi i ribaldi e i malviventi trovavano asilo e protezione, beffandosi dell'autorità pontificia; e i soldati degli ambasciatori, specialmente quelli di Francia, giunsero a tanta audacia da assalire e pigliar prigionieri i birri e soldati del papa che passassero nelle vicinanze dell'Ambasciata.

La rissa dei Francesi coi soldati Corsi a servizio del papa fu un degli avvenimenti più famosi di quel secolo. Un de' Francesi restò morto, parecchi feriti. L'ambasciatore Créqui partì da Roma, e la Francia volle soddisfazione. Rade volte un Governo si piegò a tanta umiliazione, a quanta Alessandro VII nella convenzione di Pisa. Fra le altre condizioni, ci fu quella che il papa licenziasse la Guardia dei Corsi, che aveva quartiere presso la Trinità de' Pellegrini; e avanti al quartiere fu eretta nel 1664 una piramide con una iscrizione, la quale diceva che, in esecrazione dell'abbominevole delitto contro l'ambasciatore di Francia, la nazione dei Corsi era dichiarata inabile e incapace a servire la Sede apostolica. Quel monumento di vergogna, fu poi fatto demolire dal papa Altieri.

Un altro effetto curioso, per non dir peggio, delle franchigie, era questo: che quando una nazione avesse bisogno di levar soldati, faceva pigliare a forza i giovani che passassero nelle vicinanze dell'ambasciata. Nel settembre del 1677 gli Spagnoli davano la caccia ai passanti in piazza di Spagna; onde si cantava ad alta voce per Roma:

Hai inteso? hai inteso?

Non passare a piazza di Spagna che sarai preso.

Ma in seguito di ciò, il papa fu costretto a mandar fuori un bando che minacciava dieci anni di galera a chi dicesse motti contro chicchessia. Più tardi, nel 1690, i Veneziani pigliavano tutti gli atti alle armi che passassero avanti al palazzo di Venezia; onde nacque tal tumulto di popolo che si dovè smettere.

Del resto, gli stranieri che si conducevano a Roma, ci narrano che la vita vi era tranquilla e piacevole, e le notti risuonavano di viole e di canti. Non infrequente il delitto per vendetta o per altri fini perversi, ma non per furto; onde il forastiero passeggiava tranquillo. Ma nelle Sedi vacanti, sospesa l'autorità del Governo, allora le vendette covate, allora i torvi disegni uscivano al sole. Nel Conclave del 1691, da cui uscì papa il Pignatelli, un cronista nota con tutta indifferenza, in data 16 maggio: “Dal 1.º febbraio ch'è sede vacante, di ammazzati per la città di giorno e di notte, n.º 180.„ Questi 180 ammazzati vanno divisi, per circa cento giorni, sopra una popolazione di circa centotrentamila abitanti.

Il secolo che si era aperto col rogo di Giordano Bruno, non poteva mancare degli spettacoli della Santa Inquisizione. Del processo e dell'abiura di due eretici sono piene le cronache. Il milanese Gian Francesco Borri, medico, alchimista, astrologo, entrò in grazia di Cristina di Svezia, e con essa lavorò alla scoperta della pietra filosofale. Conosciutosi che professava idee ereticali fu preso dal Sant'Uffizio, processato e bruciato in effigie. Egli abiurò solennemente nella chiesa della Minerva. Ma nella fantasia popolare, ed anche delle classi superiori, egli rimase il mago, il misterioso dominatore di forze occulte. Più volte il Papa permise che, accompagnato da' carcerieri del Sant'Uffizio, egli si recasse a curar malati; e nel 1675, infermato l'ambasciatore di Francia e disperato da' medici, si ricorse al Borri, che lo salvò. Il popolo s'accalcava intorno al palazzo Farnese, dove abitava l'ambasciatore, a vedere il Borri, tanto che gli si dovette permettere di mostrarsi sulla loggia. In veste lunga di color verdesanto, quello strano Ecce homo, tra le guardie del Sant'Uffizio, apparve al popolo commosso, plaudente. Tutti volevano esser curati da lui. La popolarità e il prestigio del mago mise in pensiero il Vaticano, sicchè fu dato ordine che più non uscisse dalla prigione di Castel Sant'Angelo, dove morì nel 1695. L'altro eretico famoso fu lo spagnolo Michele Molinos, autore del quietismo; una comoda dottrina che, sollevato lo spirito a Dio, abbandonava i sensi al piacere. Venuto in gran fama di dottrina e di pietà, capo dei confessori di Cristina di Svezia, egli aveva dato origine ad una setta che, in Roma e fuori, vogliono contasse molte migliaia di persone. Scoperta dal padre Segneri, o secondo altri dal cardinale d'Estré, la fallacia delle sue dottrine, fu carcerato dal Sant'Uffizio e fattogli processo. Sui primi di settembre del 1687 il popolo era accorso di buon'ora alla chiesa della Minerva per assistere alla lunga e solenne cerimonia dell'abiura; durante la quale, imbandite sulle sedie o sulle balaustrate le mense, in lieti capannelli, si mangiava e si beveva allegramente.

Ma quando si fu giunti alla lettura dei Capitoli dell'abiura, un grido formidabile risuonò per la chiesa: Al fuoco! al fuoco! — Non era alcuno speciale risentimento contro il dottor Molino, che il popolo non conosceva, e di cui ignorava nè poteva intendere le dottrine; quel grido, che soleva ripetersi anche nelle altre abiure, era lo scoppio dell'indignazione popolare contro la mitezza del Sant'Uffizio, era il feroce desiderio d'un più acre spettacolo.

Innanzi allo stesso tribunale, circa mezzo secolo prima, era passato un vecchio glorioso. Anch'egli fu rinchiuso in quelle carceri, anch'egli, non però in forma solenne, dovette innanzi ai cardinali della Sacra Congregazione, far la sua abiura, e genuflesso, vestito della camicia degli eretici, toccando i santi vangeli, aveva pronunziato le parole: — maledico e detesto l'errore e l'eresia del moto della terra. —

Non si accorsero allora ch'egli era un reo ben diverso dagli altri; che dietro la dottrina, del resto non nuova, del moto della terra, c'era un metodo nuovo chiamato a rinnovare il mondo, c'era la scienza.

Con questa parola noi siamo soliti di esprimere due concetti affatto diversi. Un tempo si diceva scienza lo apprendere quello che già era stato trovato. La verità era dietro di noi, era nel passato lontano: il teologo e il filosofo l'apprendevano, la commentavano, l'insegnavano. Per Dante, la vita dell'Universo non ha misteri; ogni fatto ha la sua spiegazione indiscutibile. L'Umanesimo guardava indietro, col Petrarca, col Boccaccio, col Machiavelli, ai Greci e ai Romani. Nei libri sacri, in Aristotile, negli antichi scrittori era la sapienza e la verità tutta intera: ufficio del filosofo lo scovarla e l'intenderla.

Con Galileo la mente umana muta orientazione e si volge verso il futuro. La verità è da trovare; la scienza è il cammino lento, per via d'esperimento, dal noto all'ignoto.

Se io non parlassi a Firenze, lascerei qui liberamente prorompere l'inno alla gran madre che si direbbe predestinata a fornire di condottieri la civiltà. Ma il luogo mi tiene a freno; e chiudo con un semplice saluto alla città dell'Arno che, dopo Dante e Michelangelo, compieva la sua triade con Galileo, con esso apriva la via a una nuova visione dell'universo, dava al mondo la formola della scienza, la formola della civiltà nuova.

LA DECADENZA DI VENEZIA

CONFERENZA DI Pompeo Molmenti.

Il dì 4 maggio 1597, Venezia festeggiava con pompa meravigliosa l'incoronazione della moglie del doge Marino Grimani. Mentre la primavera accendeva bagliori nel cielo veneziano, passavano, fra il popolo tripudiante, i patrizi vestiti d'oro e di broccato e le gentildonne scintillanti di gioielli. Le corporazioni delle arti sventolavano i serici gonfaloni lungo il canal grande, su barche parate di stoffe a colori smaglianti, di veli stelleggiati d'oro, di piume, di fiori, di ornamenti.

La dogaressa, già matura d'anni, dall'abito di broccato giallo, splendida di gemme, circondata da gran numero di patrizie biancovestite, porgea veramente l'immagine di Venezia, che sotto un aureo manto di paramenti e di cerimonie copriva le offese della senilità.

Infatti la soverchia agiatezza, derivata dai lauti e secolari guadagni, e il lusso cominciavano a grado a grado a intiepidire prima e poscia ad infiacchire l'operosità dei nobili. Il commercio avea preso altre vie, e quando, nel luglio del 1501, si seppe a Venezia che le navi portoghesi reduci dalle Indie erano rientrate a Lisbona, cadauno ne rimaxe stupefact o, dice un cronista contemporaneo, il Priuli. “Fu la peggior nuova dal perdere la libertà in fuora,„ aggiunge con nobilissima frase lo stesso cronista, a cui la rovina minacciante Venezia non facea dimenticare che tolta la libertà ogni altro bene è per niente.

La lotta di Cambrai, in cui Venezia sola avea sostenuto l'urto di tutta Europa collegata ai suoi danni, avea diminuite le sue ricchezze, logorate le sue forze. Nè potea colla pace riacquistare la gagliardia dinanzi alle continue minacce del turco e fra le incessanti agitazioni d'Italia. Ma Venezia disdegnava mostrare il suo scadimento e con la magnificenza volea abbagliare il popolo e far credere agli stranieri di non essere per anco discesa da quel culmine di possanza, ove avea posato alto un giorno, arbitra del destino di Europa. E invero alla rovina del commercio potea contrapporre la gloria, se non sempre la fortuna delle armi e l'accorta saggezza della sua diplomazia. E la militare virtù e i meditati partiti degli statisti sovvennero la patria di opera e di consigli anche nel secolo XVII, mentre a quest'ultimo riparo delle libertà italiane sempre più oscuravansi i fati, e rapidamente scemavano il dominio e il tesoro.

Seicento è sinonimo di decadenza e di corruzione, e come si dice che le arti in quella età delirarono, così una parzial critica afferma che l'Italia cadde nell'abisso dell'avvilimento e della putredine. E infatti chi guardi un aspetto solo del gran quadro della vita italiana e veneziana in ispecie, non potrà negare che il giudizio sia ingiusto.

Ma la vita degli Stati si porge molto complessa e chi soltanto un lato ne esamini non potrà farsene un'idea esatta. Così nel seicento a Venezia, accanto a vizi, a colpe, ad errori, che non sono il triste privilegio di quel secolo, ma che le condizioni particolari di quel secolo fecero crescere con fecondità esuberante, noi vediamo pur brillare virtù e pregi di sì viva luce, da trovarne radi esempi simili nelle forti età precedenti, da non trovarne di eguali nei susseguenti anni di maggior decadenza. In quel crepuscolo della vita veneziana, fra le recenti memorie di gloria e di conquista e la decrepitezza, conseguenza delle leggi inevitabili della fatalità storica, cessa il composto vivere civile, le forze morali si spiegano con effetti vari ed opposti, e uomini e cose vivono di una vita procellosa, eccessiva. Mancando quella serenità nell'animo e negli ingegni, che dà un corso ordinato e quasi armonico alla vita, l'uomo crescendo nell'esuberanza di quel mondo invano trova l'equilibrio morale ed è quasi agitato da scosse convulse. Ma come nel regno fisiologico molte regressioni sono compensate da un grande sviluppo in altre direzioni, così virtù e vizî, eroismi e codardie, sacrifizi e prepotenze si manifestano in strano viluppo, con energia esagerata e nel male e nel bene. Perciò guerrieri fortissimi che rendono alla patria la vita gloriosa e malvagi violenti, che fanno servire la spada alla soddisfazione dei capricci più iniqui; severi pensatori nei quali l'altezza della mente è pari a quella dell'animo e uomini che abbassano l'ingegno alle cupidigie più infami; scrittori temperati, sereni, e poeti artificiosi, turgidi, falsi. E la cupidigia dei materiali godimenti di rincontro al desiderio dell'idealità, la protervia al sacrifizio, l'ira cieca ed impetuosa al vigilante sentimento della giustizia, l'energia delle passioni all'abbiettezza dei sentimenti, i febbrili desideri agli ozii infecondi, le generose fidanze agli sterili disinganni, tutto un movimento turbinoso, di concepimenti, di aspirazioni, di sensazioni, a cui per essere fecondo non mancano se non la misura e l'equilibrio. Quanti aspetti offre la vita veneziana!

Sotto i portici del Palazzo, patrizi che ravvolgono meditabondi nella mente qualche trattato utile alla patria e patrizi che mercanteggiano il voto: su la piazza belle dame dalle vesti piene di gioielli e dagli occhi pieni di sorrisi e folla gaia, allegra, operosa, intrighi politici e intrighi d'amore, odi violenti e piaceri raffinati, discussioni letterarie e racconti guerreschi, battaglie gloriose e infami violenze.

Fra esorbitanze e contraddizioni, che parrebbero escludere il senso della misura e della giustizia, il governo veneziano seppe mostrarsi freddo, risoluto, concorde, appunto in sull'aprirsi del seicento, di questo secolo generalmente considerato un'età di spiriti fiacchi e avviliti. Ora tra le pagine della storia veneta ve ne sono molte più insigni, per fatti guerreschi, per ardui conquisti, per accorgimenti diplomatici, ma non certo una più nobile per energia di convinzioni e per indipendenza di sentimenti di quella che scrisse il governo veneto col suo contegno rispettoso, ma fermo colla corte di Roma, durante l'interdetto di Paolo V.

Dissapori fra Venezia e Roma esistevano da lungo tempo. Il fatto di due ecclesiastici, il canonico vicentino Saraceni e l'abate di Narvesa Marco Antonio Brandolin, voluti esaminare e processare dai Dieci non badando alle proteste del vescovo e del nunzio, che li richiedevano come soggetti a sè, fu l'ultima occasione delle fiere intimazioni del papa. Alle quali rispondendo il Senato non voler ribellarsi alla Chiesa, nè promuovere scismi, ma voler salva l'integrità delle patrie leggi, il pontefice, il 16 aprile 1606, sottopose Venezia all'interdetto. Il Senato accettò la sfida senza eccessi di fierezza, ma anche senza quella mitezza la quale è una qualità che in certi casi sa di poco; vietò severamente ad ognuno di accettare e pubblicare le bolle pontificie; bandì cappuccini, gesuiti, teatini, che a ciò non s'adattavano, e fe' pubblicare la difesa delle sue ragioni. Venezia dichiarando sempre la sua fedeltà alle dottrine cattoliche, ordinò al clero di non smettere gli atti del culto, non badando all'interdetto del papa, perchè contrario alla Scrittura e ai canoni della Chiesa.

La coscienza pubblica approvava un tale contegno ed aiutava il governo nella sua lotta: il popolo continuava ad assistere alle funzioni religiose, come se nulla fosse.

Io non ripeterò la storia dell'Interdetto, che tutti conoscono, non dirò come il Senato facesse rispettare i suoi ordini, e come, ad esempio, al prete che per sapersi regolare aspettava l'inspirazione dallo Spirito Santo, i Decemviri rispondessero di essere già stati inspirati dallo Spirito Santo di impiccar tutti i disobbedienti. Non ripeterò altri aneddoti troppo noti, in cui la Repubblica dimostrò quella forza di governo, che non è già nervosità morbosa, ma viva energia, che alle volte s'intreccia a certa arguzia maliziosa. Nè dirò come Venezia sia uscita dignitosamente vittoriosa.

Vittoriosa da una lotta per incontrarne un'altra, non meno ardua. Una nazione rivale mirava ai danni della Repubblica: la Spagna — forse perchè Venezia, sola in Italia, avea mantenuto alta la dignità contro la burbanza spagnuola, che mirava al dominio di tutta la penisola. Spagna soffiava fra gli accesi litigi di Venezia con Roma. E i torbidi suggerimenti di Spagna davano coraggio all'Austria per alimentare la lunga guerra degli Uscocchi, che correvano l'Adriatico tentando di ruinare il commercio di Venezia e logorarne le forze. La selvaggia fierezza di quei pirati giovava all'Austria per tener desta la lotta fra le due nazionalità italiana e tedesca pel dominio dell'Adriatico. E così le onde di quel mare italiano erano tinte del sangue dei figli di una medesima terra: perchè erano in molta parte dalmati gli Uscocchi, erano in molta parte dalmati i marinai delle navi veneziane. Se da quelle lotte trascorriamo ai nostri tempi, curiosi raffronti si offrono alla mente! Lissa non fu vittoria dell'armata austriaca. Gli equipaggi delle navi austriache erano in gran parte composti di dalmati figli e nepoti di quei fedeli sudditi di San Marco che furono consorti a Venezia per quanti secoli quasi la storia rammenta. E cresciuti alle antiche tradizioni marinaresche venete erano molti degli ufficiali al servizio degli Absburgo. Lo stesso Tegethoff era stato allievo dell'antico collegio di Sant'Anna a Venezia, ove avea contratto coi suoi colleghi amicizia fraterna. E quando, fra il rumor della mischia e il fumo dei cannoni, vide sommergersi il Re d'Italia chiese con ansia notizia dei naufraghi, fra i quali credea fossero alcuni suoi antichi e affezionati compagni di collegio.

Ma contro Venezia non posava il mal animo di Spagna e ne è prova la congiura che il marchese di Bedmar, ambasciatore spagnolo presso la Repubblica, ordì insieme coll'Ossuna vicerè di Napoli e col Toledo governatore di Milano. Al governo di San Marco dovea succedere la sovranità di re Filippo III: ardersi l'Arsenale, invadersi il Palazzo ducale, uccidersi i maggiorenti. La congiura fu scoperta e la Repubblica non andò lenta nel punire colla morte i rei principali. Con mente deliberata e cuor fermo sentiva essa che l'indulgenza comprende molte volte in sè offesa alla legge e turbamento agli ordini sociali, e che nella severità delle leggi sta la salvezza della patria.

Certo questa alta idea del dovere che imprime negli animi il sentimento di una fatale necessità suggerì la condanna di Antonio Foscarini, il cui nome, circondato dalla pietosa fantasia dei poeti, è divenuto una leggenda romantica, che servì di tema alla tragedia di un poeta e patriota illustre. È nota la tragedia del Nicolini.

Antonio Foscarini, innamorato di Teresa Navagero, parte per straniere contrade, in servizio della Repubblica. Teresa intanto è costretta a maritarsi con un Contarini. Quando il Foscarini ritorna, sfoga la sua disperazione cantando in gondola, sotto i veroni dell'amata. Teresa si decide ad accordargli segreto colloquio, certa per la purità dei costumi di lui, ch'essa non correva alcun rischio nell'onore. Mentre il Foscarini e Teresa ricordano dolori senza rimedio, affetti senza speranze, sopraggiunge il marito, e ad Antonio, per salvar la vita e la fama alla sua donna, non resta altra via, se non quella offertagli dal contiguo palazzo dell'ambasciatore di Spagna.

Ora bisogna sapere che una legge dichiarava reo di morte chi entrava furtivo nel palazzo di un ambasciatore straniero.

Il Foscarini è scoperto dagli sgherri dell'Inquisizione di Stato, dinanzi alla quale tace il motivo, per cui entrò nella casa dell'ambasciatore, e nol svela nemmeno al padre suo, che è doge. Veramente doge era allora Antonio Priuli (1618-1623), ma son licenze poetiche. Infine Antonio Foscarini è condannato a morte e Teresa Navagero si uccide.

E così anche dal Niccolini, come dal Byron, da Victor Hugo, dal Manzoni, per parlar solo dei maggiori, si scrisse la storia di Venezia.... in versi.

È vero, l'innocenza del Foscarini fu confessata dal Consiglio dei Dieci con atto solenne e nella chiesa di Sant'Eustachio si pose al nome dello sventurato patrizio un ricordo marmoreo che ne riabilita la memoria. Ma la calunnia dovea essere con abile malvagità preparata, se la sua reità era così comunemente creduta da non trovar fra i giudici uno solo che parlasse in sua difesa. E se innocente veramente egli fu, il governo che riconobbe l'innocenza del Foscarini, con esempio unico nella storia, potea giustificare il suo errore con le vicende dei patrizi Angelo Badoer, Giambattista Bragadin, Giovanni Minotto, che mostrano la perfidia di Spagna e la corruzione di taluni patrizi.

Certo è, nè la storia il nega, che fra i nobili serpeggiava profonda la corruzione: il lusso era fomite a basse azioni, la scellerata avidità dell'oro spingeva a infedeltà, a intrighi, a brogli nelle elezioni, a concussioni, a rapine, a sozzure.

Parecchi, intenti ai grossolani piaceri della vita, rotti alle lascivie, occupavano il tempo fra mascherate, ridotti, conviti, giuochi, balli, feste, teatri. Le esigenze ognor crescenti del lusso assottigliavano le ricchezze accumulate dagli avi, come il voluttuoso vivere scemava le energie dell'animo e del braccio.

Le donne ci appaiono tra mille colori e sprazzi e barbagli d'oro e d'argento, tra una lieta fantasmagoria di lunghe vesti seriche, di broccato, di drappo d'oro, di velluto ricamato. Le carni rosee traspaiono a traverso i merletti finissimi di Burano, o tra i lembi delle camicie leggiadramente lavorate in oro, in argento, in seta; i busti gioiellati disegnano le forme, e dalle spalle cadono cappe e robboni, foderati di pelli preziose. Nè a tanto scialacquo possono opporsi in alcun modo le leggi suntuarie, che prescrivono un limite al valore dei panni, delle vesti e a quello delle minuterie.

La bizzarra calzatura degli alti zoccoli, che le donne aveano inventato nei primi tempi per non imbrattarsi col fango delle vie e che fu poscia causa di un lusso sfrenato, si andava abolendo. Uno scrittore francese del seicento narra, a questo proposito, un aneddoto curioso. Le figlie del doge Domenico Contarini furono le prime veneziane che smettessero quest'uso e un ambasciatore discorrendo un dì col doge e coi consiglieri degli altissimi zoccoli usati dalle veneziane, incomodi così da aver mestieri per camminare d'essere sostenute, lodò le due patrizie Contarini, che avevano prescelto le scarpette, senza paragone più comode. Pur troppo comode, pur troppo! esclamò con faccia scontenta uno dei consiglieri, che sarà stato probabilmente un marito e avrà ritenuto quella specie di alti trampoli un'invenzione prudente a garanzia della felicità coniugale. Infatti la donna scende dal suo piedestallo, perde a poco a poco l'aria di cerimonia rigida e obbligatoria, si mesce alla folla, corre ai convegni allegri, ride del suo più gaio e gentile sorriso, contenta dell'oggi, fiduciosa del domani.

Le donne eleganti, briose, allegre, nervose, diverse d'indole, di pensieri, di costume dalle veneziane gravi e maestose dei secoli precedenti incominciano una vita di dolci imprudenze, di sensazioni inebrianti, di desiderî, di concupiscenze, di eccitazioni, fra i complimenti e le riverenze, le visite e le conversazioni, fra lo svolazzare delle penne e dei nastri.

In una relazione Della città e Repubblica di Venezia, che si conserva nella biblioteca Ambrosiana, sono scritte queste significanti parole: in materia di donne basta in Venetia haver maniera, pacienza e denari.

Negli stessi conventi, dove da lungo tempo era penetrata la licenza del costume, il lusso e la corruzione toccavano l'eccesso. Molte fanciulle prendevano il velo costrette dai genitori e nella solitudine del chiostro vagheggiavano mille immagini di bellezza e di piacere. Vestono alcune monache, dice una scrittura contemporanea, più lascivamente, con ricci, con petti scoperti qual dell'istesse secolari e molte hano loro innamorati, i quali uano spesso a uisitarle e confabulare, essendo tra loro continuo trafico de presenti, e perchè quasi tutti Monasteri hano quatro o cinque conuerse che uano per la città cercando elemosine e facendo altri seruitij, molte ne servono come per.... e lasciamo la brutta parola nella penna dello scrittore anonimo.

Quando il principe di Toscana, poi granduca col nome di Cosimo III, venne il 1628 in Venezia, ammirò le monache vestite leggiadramente, con abito bianco alla francese, busto di bisso a piegoline e trine altissime, il seno mezzo scoperto, e su la fronte un velo piccolo, sotto il quale uscivano i capelli arricciati.

Nella citata relazione su Venezia della Biblioteca Ambrosiana sta ancora scritto: Essere la salute della repubblica l'avere il popolo effeminato che viene ad essere infingardo.

Nelle repubbliche come presso i sovrani fu sempre arte di stato addormentar coi piaceri le passioni e i pericolosi desideri di soverchia libertà. Ma le passioni alle volte si risvegliano all'improvviso, e quando non sono volte a nobili indirizzi trascorrono sovente ai fatti più atroci, ai capricci più iniqui. Il coraggio quando non serve a onesti intenti si muta spesso in ferocia, e destandosi alla fierezza impara crudeltà. Così in mezzo alla vita veneziana molle, gioconda, che pare un carnevale continuo, ci arrestano le avventure di alcuni tracotanti, che si arrischiano ad imprese per le quali si stimerebbe appena che vi fosse stato in quei tempi animo di divisarle e braccio da eseguirle.

Proviamoci a risuscitare una di quelle scene di prepotenza e di delitti, che, meglio di lunghe descrizioni, possono dare una idea del tempo e del costume.

La sera del 28 febbraio 1601, v'era festa di nozze nella casa dei patrizi Minotto. Sapete, una di quelle mirabili feste veneziane, in cui gli appartamenti suntuosi dalle stanze tappezzate di broccato e di arazzi, scintillanti di vetri e di specchi di Murano, erano condegna cornice alle belle donne vestite di raso e di damasco, scintillanti di perle e di gioielli. I suoni erano incominciati e la novella sposa, ballando sola una specie di minuetto, avea dato principio alle danze, quando entrava nella sala un giovine patrizio di membra vigorose e spigliate, Leonardo Pesaro, tipo di suprema scelleratezza. Il tracotante giovine vide in un angolo un altro patrizio, Paolo Lion, col quale avea vecchia ruggine, e accostatosi all'avversario, che stava insieme alla sua fidanzata, lo insultò. Il Lion rimbeccò pronto al Pesaro, che uscì di casa Minotto, si armò, si unì ad alcuni altri amici arroganti e soverchiatori di professione, e tutti insieme mascherati ed armati si avviarono al palazzo dei Minotto, irruppero nella sala da ballo e spietatamente uccisero il Lion. Non paghi ancora, il Pesaro e i suoi continuarono gli insulti, le grida, lo schiamazzo, mettendo sossopra la sala, correndo per le stanze con le spade sguainate, ferendo quanti incontravano. Ne nacque uno scompiglio infernale. Le torcie erano tutte spente, tranne una tenuta dal Minotto, che, roteando con l'altra mano una sedia, difendeva la sua sposa adorna di perle e di gioielli d'inestimabile valore. Un soldato straniero, che tentava proteggere con la spada gli sposi Minotto, ebbe tagliate tre dita di una mano.

Finalmente quelli che non poterono fuggire riuscirono a salvarsi rinchiudendosi nelle stanze. Più volte bandito, il Pesaro non rimetteva di sfidare la giustizia impotente ad agguantarlo, e coll'aiuto di alcuni amici pari suoi e di una mano di bravi, che teneva nelle campagne vicine a Venezia, commetteva d'ogni sorta violenze e rapine, ammazzando, ricattando, aiutando assassini, involando e stuprando fanciulle, rubando mercanzie, bastonando donne e preti e pagando i creditori con arcobusate. Leonardo Pesaro fu il più audace, ma non il solo illustre malandrino d'alto affare di Venezia nel secolo XVII. Fra i più bei nomi dell'aristocrazia veneziana troviamo molti banditi per colpe ignominiose.

Dinanzi alla pittura di una società così corrotta e al racconto delle imprese di tai briganti blasonati, si può credere, a ragione, ciò che taluni affermano che la vecchia repubblica fosse caduta al fondo della abbiezione più obbrobriosa.

Ma in questa età di violenti contrasti, alla decadenza morale, alle ribalderie dei soperchiatori, si possono contrapporre la nobile energia e i sacrifizi magnanimi di molti, nel cui cuore palpito supremo era la patria, però che la virtù non fosse inusitata nelle signorili dimore, e il senno pratico, acuto, previdente, guidasse i provvedimenti dei governanti.

Chi consideri l'accortezza e la prudenza con cui Venezia seppe uscire dai litigi con Roma e dalle insidie di Spagna deve dar lode alla Repubblica. Ma può anche sorgere agevole l'osservazione che negli Stati tanto più intensa fiammeggia la luce del pensiero, quanto più intorpidiscono le virtù civili e militari. E in vero lo scorto maneggio e l'acuta osservazione della diplomazia celano alle volte la codardia dei popoli.

Un patrizio veneziano, Antonio Querini (m. 1608), narrando la storia della scomunica fulminata da Paolo V, faceva l'osservazione seguente: Saranno sempre alla Repubblica consigli salutari, per la forma del suo governo, per la natura et conditione de' suoi sudditi, et per molte inhabilità sue a imprese belliche, l'attender a conservar l'imperio, anzi con la prudenza civile, che con il valor militare, et abhorrir tanto la guerra, quanto farebbe la sua destrutione. Quel veneziano calunniava inconsciamente la sua patria, però che anche nel decadimento del più grande stato italiano risplenda il valore guerresco. Certo la pagina più sanguinosa ma più grande, più infelice ma più gloriosa della veneta storia è la guerra di Candia.

I Turchi già signori dell'Arcipelago agognavano al conquisto di Candia, importantissima isola, che i Veneti aveano comperata nel 1204 dal marchese di Monferrato. Colto un pretesto, l'armata turca ruppe la guerra nel 1645 e prese la Canea. La vecchia repubblica seppe ancora trovare consigli audaci e opere gagliarde, e dal 1645, per ventitrè anni continui, seppe combattere, senza posa, battaglie marittime da giganti, rifulgenti d'eroismi, che hanno qualchecosa del leggendario e non sono vinti in paragone dai più memorabili fatti di Grecia e di Roma.

Dalla guerra di Candia, Venezia era uscita bella d'eroismo e di sciagura, vuota di sangue e di denari. L'erario pubblico era stremo e per adunare denaro e rinverdire il credito scaduto, il governo prese il partito di aprire il libro d'oro.

Così molti popolani doviziosi poterono per denaro essere ammessi al Maggior Consiglio. In questa conciliazione del vecchio sangue e del nuovo, in questa mescolanza d'idee, la Repubblica avrebbe potuto trovare una causa di vigoroso ringiovanimento, una feconda trasformazione nell'ordine nobilesco. A canto al rigido patrizio si trovava ora chi era giunto all'altissimo grado, aiutato solo da quella forza che resiste a tutti gl'impedimenti: la forza del lavoro.

A Venezia, asilo sicuro d'artisti e d'operai, venivano a fecondare le loro energie molti uomini operosi e costanti, e coll'abito del risparmio, coi frutti dello ingegno aveano fondato famiglie potenti. Dopo aver raggiunto le materiali agiatezze, potevano ora assidersi nei consigli della Repubblica. Ma questi nuovi ricchi assunti al titolo nobiliare, nel contatto colla vecchia aristocrazia, non seppero con giovanile ardimento dominarla e ne subirono invece l'azione. I difetti dei risaliti non seppero evitare, non attesero più alle pratiche della mercatura, credendo avvilirsi, e presero a schifo la parsimonia nel vivere. Sentendo l'ambizione del nuovo stato in cui erano stati posti dalla fortuna, cercarono le delicature della vita, guastarono i costumi fra il lusso, e volendo emulare le vecchie casate, per far dimenticare la loro origine, instituirono fidecommessi pei primogeniti, destinando al sacerdozio e al celibato gli altri figli. Per modo che, dopo due generazioni, quasi tutte queste famiglie scompaiono senza lasciare alcuna traccia nella storia. — Non nella storia, nell'arte sì. Traccia inavvertita, azione nascosta, ma non per questo meno importante.

Le raffinatezze della civiltà, il desiderio acuto dei godimenti, lo sfoggio di genti spensierate prodighe dei risparmi accumulati dagli avi furono incremento all'arte, nella quale era, come nella vita sociale e politica, una dimostrazione infinitamente estesa di bene e di male.

La temperanza armonica delle varie facoltà dello spirito, che avea brillato di luce splendidissima nel quattrocento e non era scomparsa del tutto nel cinquecento, cessa nel secolo XVII. Quindi concetti meravigliosamente grandiosi a canto a pomposa lascivia di forma, la quale nasconde meschini pensieri; artefici riboccanti di fantasia che ora trascorrono a tutte le stravaganze, ora studiano il vero con intendimenti che formano l'aspirazione e il tormento dell'arte moderna; e una soverchianza di vita giovanile a canto al delirar senile della decrepitezza.

L'arte trovava larghi incoraggiamenti nei nuovi nobili, che voleano dorare il recente blasone con ogni maniera di magnificenza. Così sorsero le maestose moli del palazzo dei Labia, ammessi al Maggior Consiglio nel 1646, del palazzo dei Rezzonico, ascritti al patriziato nel 1687, delle fantastiche decorazioni dell'appartamento degli Albrizzi, divenuti nobili veneti nel 1667, e via via.

L'arte barocca ha in Venezia un'impronta originale e stupenda. Nelle sue origini essa è come signoreggiata da un poderoso ingegno, che pur lasciando libero ogni freno alla fantasia ebbe pieno ed efficace il senso del reale. L'azione esercitata da Alessandro Vittoria sui decoratori e statuarî veneti durò lunga pezza e l'arte, fra le lagune, continuò per molto tempo a modellarsi sull'esempio di quel grande. È questo un periodo non ancora ben definito della nostra storia artistica e merita di essere considerato meglio che non si sia fatto sinora. La critica badando al male non si è curata del bene, si è limitata ad osservare e a biasimare quell'affettazione di forza che tien del convulso, senza indagare l'anelito segreto che avea bisogno di esplicarsi in nuove forme, in espressioni nuove, il desiderio acuto di ardimentosa originalità, che in mezzo ad errori è pur sempre indizio di forte pensare. Si volea rovesciar tutta l'arte precedente; la brama d'investigare, di provare, di esperimentare, rivelatasi così cocente nella scienza, si manifestava anche nell'arte, brama non tenuta in freno dall'armonia e dalla compostezza della concezione. Si volea muover guerra alle linee rette palladiane e si cercava il bello nel difficile: alla purezza degli ordini romani si voleano contrapporre le pompe più trasmodate; alle fredde saviezze della sesta, le licenze di un'arte bizzarra.

Fra le sregolatezze dell'architettura e le incomposte bravure dello scalpello, che vuole emulare il pennello, la licenza non appare priva di magnificenza e di grandiosità.

E nella enfatica decorazione, complemento della vita fastosa, vi sono vizi e intendimenti non ordinari, vi è qualche cosa che non si può esprimere se non colla parola genialità. Imperocchè nulla di più falso che la genialità indichi sempre il massimo dell'equilibrio mentale; essa molte volte anzi rampolla da disquilibrio e da ineguaglianze.