IL FIUME BIANCO E I DÉNKA


IL
FIUME BIANCO E I DÉNKA

MEMORIE

DEL
PROF. CAV. AB. G. BELTRAME

PUBBLICATE
PER CURA DEL R. ISTITUTO VENETO DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI
NELL'OCCASIONE
DEL
CONGRESSO INTERNAZIONALE GEOGRAFICO
IN VENEZIA

VERONA
STABILIMENTO TIP. DI G. CIVELLI

1881.


(Proprietà letteraria).



[INDICE]


A' MIEI LETTORI

Io nol nego: fin dai vent'anni ho avuto la vocazione d'andarmene proprio in Africa; ed unico mio scopo era la conversione di quelle genti barbare e selvagge a religione e civiltà. Ma non posso negare altresì d'essere stato fin da giovinetto sempre vago del viaggiare, d'ogni cosa nuova, strana, lontana da ogni nostra abitudine. Passavo quindi molte ore del dì guardando avidamente la carta dell'Africa; rinfocolavo l'immaginazione colla lettura di molti viaggi di missionari e di altri viaggiatori; studiavo l'arabo giorno e notte; sognavo, facevo calcoli su calcoli, castelli su castelli.... e dirò anche che covavo il desiderio di scrivere un giorno qualche cosa che almeno non fosse stata mai scritta; e to' che in parte ci sono riuscito. La Società Geografica Italiana fece stampare la mia grammatica, che adesso si ristampa col dizionario relativo della lingua dei Dénka parlata da più di venti tribù dell'Africa Centrale; e quindi un saggio di grammatica e un brevissimo vocabolario della lingua degli Akkà. Venne pure alla luce il mio viaggio nel Sènnaar e nello Sciangàllah; e a questi lavori — per quanto ne sò io — non venne fatto mal viso. Ora, per cura del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, vengono pubblicate le mie memorie sul fiume Bianco e sulle tribù dénka, nella fausta occasione del Congresso Internazionale Geografico in Venezia.

Nè voglio darmi a credere che molte cose non sieno state, o non sieno per essere giustamente censurate. Lo so che non è possibile scrivere un libro e mettersi così in relazione diretta con tante persone per bene senza che vi si trovino cose degne di nota. Ma questo posso dire ch'io cercai sempre la verità. I miei giudizi e i miei apprezzamenti possono essere erronei, ma sono sinceri.

Spero quindi che anche questo povero mio lavoro non riuscirà discaro; e dico lo spero, perchè eziandio la lode delle persone, ammodo s'intende, è uno sprone per tutti, che fa sopportar con piacere il sacrificio e durar la fatica con tanto di cuore.

Verona, 30 aprile 1881.

G. Beltrame.

I.

Il Provicario Apostolico dell'Africa Centrale Ignazio Knoblecher — Ultime sue parole in Koròsko ai Missionari veronesi — Le rive del fiume Bianco da Chartùm ai Scìluk — Le meraviglie di una foresta — Gli Arabi d'Abù-Zèt — I Baggàra-Selèm — Linguaggio mimico degli Arabi.

Mi recai per la seconda volta in Africa sullo scorcio del 1857 coi missionari Francesco Oliboni, Angelo Melotto, Alessandro Dal Bosco, Daniele Comboni, e con un artigiano, Isidoro Zili.

In Koròsko, piccolo e povero villaggio di Nubia fra il 22º e il 23º lat. N. sulla riva destra del Nilo, c'incontrammo col Provicario Apostolico Ignazio Knoblecher, il quale tornava in Europa per rimettersi in salute; ma invece moriva in Napoli nel mese, se non erro, di aprile dell'anno 1858.

A questo imperterrito Missionario, a cui mi legano tante care memorie, era dovuta l'origine della Missione dell'Africa Centrale che allora contava dieci anni; e a lui principalmente s'addiceva il merito d'averla conservata e diffusa in mezzo a stenti, sofferenze, difficoltà e pericoli senza numero. Egli aveva lungamente lottato col terribile clima e sopportato con vera rassegnazione le febbri del Sudàn, a vincere le quali torna quasi sempre inutile il solfato e persino l'arseniato di chinina.


Mi suonano ancora all'orecchio le parole che mi diceva avanti di benedirci tutti e di lasciarci l'ultimo saluto. — «Caro don Giovanni, vi raccomando la Missione Italiana, di cui voi sarete il Presidente. Ho già disposta ed ordinata ogni cosa perchè siate bene accolto coi vostri fratelli nella Stazione di Santa Croce sul fiume Bianco (6°, 40′ lat. N.). Colà starete per qualche tempo, esplorerete il paese, noterete i costumi degli abitanti, ne studierete la lingua, e sceglierete quindi la posizione che a voi sembrerà più opportuna per fondarvi la vostra Missione. Vedete però di andar molto cauto prima di conferire il Battesimo, specialmente agli adulti. — Non so se noi ci rivedremo ancora. — Io mi sento sfinito e temo di dover presto morire.... se mai, a rivederci in cielo.»

Quattro volte percorsi in barca la via del fiume Bianco; due volte a ritroso della corrente, nella stagione secca, favorito dai venti del nord; e due volte a seconda, nella stagione delle piogge (charìf), allorquando spirano i venti del sud; e giunsi fin quasi al 4º grado di latitudine settentrionale.

Partendo da Chartùm, nello scendere il fiume Azzurro, a sinistra del quale è posta la città, i barcaiuoli a forza di remi possono a stento tenere scostata la barca da quella riva, contro cui fortemente la spinge il vento di tramontana: ma girata appena l'estrema punta della penisola del Sènnaar, ecco ch'essi depongono i remi, spiegan la vela, e intonano un canto monotono al loro profeta, mentre la barca sotto la carezza poderosa del vento procede innanzi superba verso il mezzodì.

Per un buon tratto, la curiosità del viaggiatore che per la prima volta veleggia sul fiume Bianco preparato a gustar cose nuove e mirabili, rimane alquanto delusa. Egli non vede che due sponde basse, piane e sabbiose, larghe dai 40 ai 50 passi, che rassomigliano a due grandi strade imperiali, macchiate qua e là da alcuni arbusti e fiancheggiate, ciascuna, da un lembo del fiume e da una foresta d'acacie; sicchè, trovandosi a una cert'ora in mezzo al fiume, presentansi a destra e a sinistra come tre lunghi nastri coi colori azzurro, bianco e verde, che pare non finiscano mai.

Presso a 40 miglia geografiche da Chartùm si inalzano due piccoli monti, l'uno a destra del fiume chiamato Gèbel-Àule (monte primo) ed anche Giàr-en-Nèbi, dal nome di un gran Capo che abitava vicino; e l'altro a sinistra appellato Gèbel-Mòndara (monte specchio), perchè la sua testa, come dicono gli Arabi, è piatta e rotonda a foggia di uno specchietto di Trieste. Dopo alcune ore di cammino s'erge pure a sinistra Gèbel-Mùssa (il monte Mosè), ch'ebbe il nome, come Giàr-en-Nèbi, da un gran Capo, tutti e due tenuti in venerazione dagli Arabi Hossanìeh.

Quindi il fiume si divide in più bracci che par che spacchino la foresta, formando varie e graziose isolette ombreggiate, come le rive, da acacie, da mimose, da tamarindi e da altre piante.


Io volli internarmi nella foresta per osservarla da vicino; ed oh! quanto grande e potente è lo scheletro di quella generazione, i cui Nestori abbarbicati nel terreno primevo con tante radici serpentine e nodose inalzano il loro fusto ramoso, quasi a contendere lo spazio al cielo! e intorno ad essi cento piante serpeggianti s'avviticchiano, si arrampicano e danzano, per così dire, vagamente cadendo dalle loro cime in modo da lasciar qualche volta nel mezzo uno spazio vuoto e rotondo impenetrabile ai raggi del sole, ove gran parte della notte trovan rifugio le gazzelle, i bufali, gli elefanti, il leone, il leopardo, la pantera, che s'appressano al fiume per dissetarsi; e sulle cui braccia erculee riposano tranquilli gli avoltòi rapaci e le aquile, i papagalli dalle verdi piume, le timide tortorelle, le cicogne nere, le galline faraone e una quantità d'altri svariati uccelli. — E il mattino! oh! come qui è bello il mattino! — La luce dei primi raggi del sole saluta ridente le cime degli alberi e le sprazza minutissima e le indora; si agglomera e si condensa intorno alle loro chiome eleganti; si arriccia e si velluta nelle foglie pubescenti e pelose; si acciglia e s'ottenebra fra i rami stipati; s'inceppa nelle reti delle piante parassite, e si nasconde fra i mille labirinti de' cespugli ramosi, dipingendo con la tavolozza più feconda e capricciosa i figli prediletti della flora africana. — S'ode frattanto qualche mugghìo lontano delle fiere che si addentrano nella foresta. — E lungo il fiume su quell'onda di foglie disegnata dalle cime degli alberi si veggono navigare le scimmie coi loro nati in seno, percorrendo grandi distanze senza discendere mai al suolo; e sotto quegli alberi, una quantità di gazzelle e d'altre antilopi di forme le più leggiadre brucano l'erba rugiadosa e saltellano festose nella libera e palesemente gaia loro vita; mentre stormi di grossi uccelli vanno e vengono fra l' una e l'altra riva del fiume; e qua e là gloterano le cicogne, e rotano in alto gli avoltòi e le aquile intorno a centinaia di tortorelle che amoreggiano giulive tra le piante; e ovunque una infinità di volatili d'ogni specie. Tutto canta, tutto gruga, tutto chiocchiola, tutto pigola; per tutto si sente frullo d'ali, per tutto c'è vita e armonia. — Oh! quanto solenni, nel mattino, sono i primi fremiti della foresta che risente la vita! — Ma a misura che s'alza il sole, la delicatezza delle prime tinte svanisce in un immenso chiarore che ricopre come d'un bianco velo le bellezze di questa natura selvaggia, i quadrupedi si rintanano o si posano all'ombra d'alberi annosi, e tace il canto degli augelli fin verso sera. — «Allora una luce pallida dà alla foresta non so che di molle e di malinconico; c'è una specie di silenzio per l'occhio, una pace di linee e di colori, un riposo di tutte le cose, nel quale sembra che lo sguardo illanguidisca e l'immaginazione si culli;» finchè sotto gli ultimi raggi del sole che cade, le varie tinte de' colori di cui s'adornano le piante e il movimento de' volatili che cercano un luogo per riposarsi la notte, par che ridonino alla foresta la vita del mattino.... ma una vita che tosto muore, come l'ultima scintilla del lucignolo che sta per ispegnersi.

La foresta continua a fiancheggiare le rive del fiume e a presentar sempre nuove scene.

Mi tormenterei invano se volessi esprimere con parole le varie emozioni che provai viaggiando in un paese a me fino allora sconosciuto, di cui avevo letto e avevo udito narrare mille cose bizzarre e stravaganti. Dirò solo che inoltrarsi in un tal paese e spaziare collo sguardo avidamente da ogni parte; trovare un pascolo continuo alla curiosità in tutto ciò che cade sott'occhio o giunge all'orecchio; gettare un oh!! di stupore a ogni tratto, e chiedere ogni momento a' barcaiuoli or questa or quella cosa; sentire che la mente a poco a poco si dilata e si rischiara; provarsi ad abbozzare un gruppo di gente che non si sa ancora a quale tribù appartenga e qual religione professi; sperare di veder presto la Croce di Cristo trionfar della loro barbarie traendo seco gloriosa la civiltà; e pensare di descrivere un giorno, o colla voce o colla stampa, tante cose a chi non le ha mai vedute o sentite... è davvero il più vivo e il più vario dei diletti umani.

Queste foreste, che accompagnano il fiume a destra e a sinistra, da Chartùm (15°, 37′) fin presso a machàdat-Abù-Zèt (13º lat. N.), non s'estendono in larghezza che circa due miglia geografiche, e in gran parte sono inondate dalle acque del fiume durante la stagione piovosa.


I primi abitanti che si trovano a sud di Chartùm lungo il Bàhr-el-Àbiad sono gli Arabi Hossanìeh, e quindi i Baggàra a sinistra del fiume, e gli Abù-Ròf a destra tra il 10º e il 14º lat. N.

Questi, come quasi tutti gli Arabi del Sudàn qua e là dispersi tra il 10º e il 15º grado, dalle rive del Senegàl sino a quelle del fiume Azzurro, si dicono Arabi d'Abù-Zèt.

Ecco quanto ci racconta la tradizione presso tutte le tribù arabe da me visitate lunghesso i fiumi Bianco ed Azzurro, fatta eccezione degli Abù-Gerìt, o Zabàlat[1], e di qualche altra piccola tribù di colore giallognolo, la quale venne a stanziarsi nel Sudàn molto più tardi degli Arabi Abù-Zèt.

«In un'epoca posteriore all'egira, e forse allor quando Amùr s'impadroniva dell'Egitto, molte tribù arabe, sotto la condotta di Abù-Zèt e di altri suoi compagni, abbandonarono la penisola arabica, e traversato il mar Rosso, probabilmente a Bab-el-Màndeb, per una via ora sconosciuta arrivarono finalmente al fiume Bianco durante la stagione secca. Abù-Zèt, essendo le acque molto basse, camminava lungo il fiume per vedere se c'era un guado; e trovatolo, passò pel primo alla riva opposta tirando per l'orecchio una delle sue capre e cercando così di eccitare uomini ed animali a seguirlo; ma non vi riuscì; niuno s'attentò di traversare il fiume in quel punto a cui fu dato il nome, che tuttora conserva, di guado della capra (machàdat-el-Àns). Abù-Zèt quindi ruppe il guado, poche ore dopo di cammino più a nord, in un luogo che presentava minori difficoltà, e tutti lo seguirono uomini ed armenti. Da quell'epoca il guado prese il nome di Abù-Zèt (machàdat-Abù-Zèt).»

Questi Arabi si diffusero poi per tutto il Sudàn. Le tribù arabe del Senegàl, di Bòrnu, dell'Uadày, del Dar-Fùr, gli Aulàd-Rascìd e i Salamàt, i Risekàt e i Benì-Aèlba, gli Aulàd-Òmar ed altri non traggono altra origine.

Gli Arabi poi che si stabilirono nel Kordofàn formarono le seguenti tribù:

I Kubabìsc, cioè pastori de' montoni, che compongono la tribù più importante del Kordofàn e che abitano il paese da Dòngolah fino a El-Obèid. Essi guidano le carovane e noleggiano i loro cammelli ai Giallàba (mercanti) pel trasporto dell'avorio, del tamarindo e specie della gomma. Oltre i montoni e i cammelli essi pascono capre in quantità.

I Benì-Geràr, tribù potente di cui la maggior parte abita il Dar-Fùr, gente guerriera e predatrice, temuta dagli stessi Kubabìsc, coi quali è spesso in guerra.

Gli Hababìn, tribù formidabile alleata coi Benì-Geràr.

I Megianìn e gli Aulàd-el-Bàhr stanziati sulle frontiere del Dar-Fùr.

Gli Hossanìeh (cavalieri), da hossàn == cavallo, tribù assai povera, accampata, come dissi, a sud di Chartùm a sinistra del Bàhr-el-Àbiad.

I Baggàra (mandriani), da bàgar == bove, i quali sono numerosissimi e prendono diversi nomi, di Baggàra-Hauàsma, Baggàra-Risekàt, Baggàra-Selèm ecc. dal nome di qualche antico e celebre loro capo, o da qualche loro qualità speciale. Essi abitano a sud, sud-ovest degli Hossanìeh, ed io ebbi occasione di parlare più volte con loro, specialmente coi Baggàra-Selèm, dei quali posso dir qualche cosa, senza però ripetere quanto scrissi altrove degli Arabi nomadi in generale[2].


Questi Arabi commerciano coi Giallàba (mercanti) del Kordofàn, ai quali danno avorio, gomma, pezzi di tela di cotone (damùr), e ricevono vecchie piastre d'argento egiziane, che sono la moneta più ricercata presso gli Arabi.

I Baggàra-Selèm si servono dei bovi per trasportar carichi; posseggono poche capre e pochissimi cavalli che si procacciano dagli Arabi nomadi attendati tra i fiumi Dènder e Azzurro, intraprendendo così viaggi assai lunghi e pericolosi. In queste spedizioni essi si uniscono in numero di trenta o quaranta; traversano il fiume Bianco col mezzo di una zattera, o a nuoto, un po' al sud delle montagne dei Dénka (giobàl-ed-Dénka), presso il 12º lat. N., e per una via affatto deserta, dopo tre giorni di cammino verso oriente, arrivano al monte Gùle, ove si riposano presso Arabi della stessa loro tribù; quindi dopo tre giorni ancora passano in barca, o a nuoto, il fiume Azzurro nelle vicinanze di Rosères, e circa al mezzodì del quarto giorno si trovano nel luogo destinato per la compera dei cavalli, il cui prezzo oscilla dalle sessanta alle centoquaranta piastre egiziane (dalle 15 alle 35 lire italiane).

Questi Arabi nutrono i loro cavalli d'erbe, di latte, e talvolta di burro o di dùrah (mais bianco), e se ne valgono per dar la caccia agli animali e ai Negri, occupazioni predilette ai Baggàra Selèm, i quali sono tanto codardi a piedi quanto sono arditi e temerari a cavallo.

Durante la stagione secca, essi abitano tutti presso il fiume, e i loro casotti si estendono da machàdat-Abù-Zèt verso il sud per circa sessanta miglia geografiche; ma cominciato il charìf (l'epoca delle piogge), pochi solamente rimangono sulle rive a custodia dei campi di dùrah e di sesàme; la maggior parte se ne allontana e va errando da un luogo all'altro in cerca di buoni pascoli pei loro bestiami, stando però sempre in guardia per non essere sorpresi ed assaliti dagli Hauàsma, i quali muniti di una grossa veste di cotone fatta a maglia, che a guisa di corazza li difende dal collo fino alle anche, incuton loro gravi timori. Perciò i Baggàra-Selèm ricercano con premura aste guarnite di lunghi pezzi di ferro rotondi e puntuti, atti a penetrare le maglie degli Hauàsma.

Gli arabi Selèm nell'estate sono intesi alla caccia e alla preda. Essi spiano continuamente i Negri dénka che pascono i bestiami sull'altra riva del fiume; e quando possono congetturare che nessuno trovasi alla loro custodia, o non veggono che teneri giovinetti, allora quattro o cinque dei più arditi passano nuotando col cavallo il fiume, e due o tre s'avventano spietatamente addosso ai giovinetti e, afferratili pel collo, se li caricano sul cavallo e via; gli altri inseguono il bestiame che fugge impaurito verso il fiume, ove, non sapendo trovare altro modo allo scampo, si precipita e cerca di toccar l'altra riva.

Avviene però talvolta che i Dénka, fatti accorti del loro arrivo, s'imboscano per investire i Baggàra all'improvviso, e riescono a farli prigionieri. Allora questi vengono al più presto riscattati dai loro parenti.

Il riscatto di un Arabo prigioniero, sia ricco o povero, costa ai parenti trenta buoi; mentre i Dénka debbono darne dai quaranta ai cinquanta per liberare un figlio o una figlia di un Capo, e per qualunque altro Negro dai dieci ai venti, secondo la sua condizione. I poveri che non posseggono bestiame non vengono riscattati, e rimangono proprietà degli Arabi.

Ciò non ostante, i Baggàra-Selèm e i Negri dénka fanno tra loro mercato, o, come lo chiamano gli Arabi, El-Sùk; e sì gli uni che gli altri si servono delle feluche dei Scìluk per tragittare il fiume e per trasportare le loro merci.

Presso i Selèm è adottata la circoncisione, la quale viene praticata sui figliuoli e sulle figliuole; ma essa è tenuta come opera meritoria, non come obbligazione assoluta.

Uomini e donne hanno i capelli intrecciati; queste però pongono uno studio maggiore nell'acconciarseli; e pezzetti d'ambra e di corallo, perline di vetro e cordoncini rossi si veggono qua e là pendenti dare miglior risalto al nero dei loro capelli, i quali pel vecchio strato di grasso che li ricopre perdono, osservati da vicino, la grazia ed eleganza che mostrano veduti di lontano.

Le donne, e specialmente le ragazze, fanno a gara di spalmarsi il corpo con unguenti odorosi, e tengono in molto pregio gli anelli d'oro che si pongono per ornamento alle pinne del naso.

Le donne, in generale, sono piccine, ma belle assai; esse amano oltremodo la danza, che viene regolata da battute di mano e dal suono di un tamburone.

Questi Arabi sono gelosissimi di tutto ciò che succede nell'interno delle loro famiglie, delle quali essi non parlano mai. Per la qual cosa è ignota del tutto al viaggiatore l'intima loro vita.

Il latrocinio è il loro mestiere principale; essi fanno scorrerie nelle terre vicine dei Negri, raccolti in bande, a cavallo, armati, rubando quanto possono portare o trascinare, e ammazzando, per precauzione, quanti incontrano. Ci sono ladri speciali di biade, ladri di bestie bovine, ladri di fanciulli negri, ladri di mercato. Assaltano a cavallo per le strade, particolarmente le carovane; e in ciò sono artisti insuperabili. La loro bravura consiste più nella rapidità che nell'accortezza, più nel non lasciarsi raggiungere che nel non lasciarsi vedere. Passano, afferrano e dispaiono senza dar tempo alla gente di riconoscerli. Sono furti a volo, fulminei, giochi di prestidigitazione equestre. E in ciò sono maestri persino i giovinetti di otto anni. Bisogna dire adunque che l'istruzione, che questi ricevono in argomento nelle loro famiglie, sia incessante, premurosa, e che incominci assai per tempo. — Povere creature!!

Pare che i Selèm sieno venuti dal sud-ovest del Dar-Fùr da circa sessant'anni. La maggior parte di essi s'estese lungo la riva sinistra del fiume Bianco, e gli altri errarono per qualche tempo nella penisola del Sènnaar, e s'accamparono finalmente presso il monte Gùle.

La fisionomia dei Selèm, come quella di tutti gli Arabi, è di una mobilità sorprendente; «essi manifestano i loro pensieri coi più rapidi movimenti degli occhi e della bocca, e traducono le loro parole in gesti così caratteristici, per dar aiuto, chiarezza e forza ai loro discorsi, che difficilmente se ne riscontra un simile esempio presso altre nazioni.»

Di questi loro gesti esprimenti un'azione qualunque, anche senza il concorso della parola, si potrebbe comporre un dizionario abbastanza lungo; ma io qui m'accontento di esporre un brevissimo saggio, che basti a dare un'idea generale del linguaggio mimico da essi praticato.

Dirò adunque che presso gli Arabi del Sudàn:

1. L'azione del mangiare si esprime accostando al ventre la mano diritta aperta e avvicinandola poi subito alla bocca, raccogliendo le dita della mano stessa intorno al pollice nell'atto che si compie quest'ultimo movimento.

2. L'azione del bere, chiudendo le tre dita indice, medio e anulare della mano destra, e tenendo quindi levati il mignolo e il pollice, coll'unghia del quale si toccano e si ritoccano gl'incisivi della mascella inferiore.

3. L'azione del dormire, portando la palma ben distesa della mano diritta contro l'orecchio destro, e piegando un po' la testa da quella parte.

4. L'azione di montare a cavallo, mettendo la mano destra a cavalcioni sulla mano sinistra.

5. L'azione di mozzare il capo, strisciando rapidamente il dosso della mano diritta su pel collo dal di dietro in avanti.

6. L'azione dello sferzare, scotendo dinanzi a sè la mano destra bene aperta.

7. L'azione del colpire con lancia o spada, imitando i movimenti che si fanno impugnando queste armi nell'atto che si cerca d'offendere il nemico.

8. L'azione del pagare in piastre d'argento, stropicciando coll'indice il pollice della mano diritta, percotendo nello stesso tempo leggermente coll'unghia di questo la palma della mano sinistra.

9. L'atto di vedere e quello di udire, mettendo l'indice dell'una o dell'altra mano immediatamente sotto dell'occhio, o verso il meato uditorio.

10. L'azione di prendere qualche cosa, allontanando un poco la mano destra aperta e chiudendola nel mentre la si riavvicina al proprio corpo.

11. L'atto di comprendere, portando l'indice sulla fronte o sulla tempia.

12. L'atto di consentire, toccando con la mano diritta la fronte, e inchinando nello stesso tempo un po' il capo.

13. L'atto di rifiutare, scotendo la testa e la mano destra lestamente.

14 L'interrogazione è generalmente indicata dallo sguardo e dall'immobilità delle mani.

15. Che c'è? qual novità? che cosa bramate? — Tutto ciò si traduce aprendo bene gli occhi, tenendo la bocca mezzo aperta, ed alzando fino al petto le due mani, le quali talvolta si fan tremolare come indizio di curiosità impaziente; e talvolta si agita anche la testa da diritta a sinistra.

16. La negazione, appoggiando verticalmente la mano al petto e battendoselo colle dita, come i martelletti batton le corde di un pianoforte.

17. Il disprezzo, alzando la testa e lisciando la barba con le unghie della mano diritta bene spiegata.

18. La stima, ponendosi la mano destra lentamente sopra la testa.

19. L'amicizia, accarezzando ripetutamente con la mano diritta l'indice della mano sinistra.

20. L'inimicizia, intrecciando e staccando a più riprese l'indice dell'una con quello dell'altra mano.

21. L'ossequio verso di alcuno, avvicinando le mani al cuore e agitandole alcun poco.

22. L'abbondanza, collocando orizzontalmente la palma della mano presso la bocca e soffiandovi sopra.

23. La miseria, pigliando coll'indice e il pollice l'estrema parte superiore del vestito e scotendolo mentre levasi e crollasi il capo. — Questo gesto esprime talora indifferenza.

24. Il difetto assoluto di denaro e di vitto, facendo scoppiettar l'unghia del pollice contro gli incisivi della mascella di sopra, con un movimento orizzontale della mano. Questo gesto propriamente significa: nulla; ma vuol dire ancora: non m'importa un bel niente; io non ne voglio sapere; e qualche volta indica disprezzo.

25. Il vigore e la bravura, movendo con forza dall'alto al basso la mano chiusa davanti al petto, avvertendo però di tenere il pollice aperto e ben teso.

26. La perfezione, agitando un po' la mano, tenendone la palma rivolta al cielo, e l'estremità dell'indice sul polpaccio del pollice.

27. La fine, il compimento d'un atto, battendo con la palma della mano destra sopra la mano sinistra chiusa sulla piegatura del pollice.

28. Si attesta la divinità, qualcuno de' propri antenati, sè stesso, scotendo la barba colle prime tre dita della mano, e alzando al cielo gli sguardi.

29. S'implora la pietà, il favore, l'intercessione di alcuno, avvicinando le mani alla barba della persona che si sollecita, e stringendo poi tosto una delle sue mani tra le proprie.

30. Alcune volte viene indicata la qualità del mussulmano, alzando le mani tese di qua e di là della faccia, e appuntando i pollici nella parte inferiore delle orecchie, come quando l'Arabo recita il tekbìr nella preghiera; o levando l'indice della mano diritta, cerimonia d'obbligo nella professione della fede mussulmana, accennando nello stesso tempo di sì o di no colla testa, secondo che l'individuo indicato è o non è vero mussulmano.

II.

Vendette — Guerre — Armi — Coraggio passivo e fierezza — Ostinazione degli Arabi — Il suicidio — Le montagne dei Dénka — Il Tarciàm.

I Baggàra, come tutti gli Arabi e i popoli barbari, non hanno tribunali per deliberare intorno alle pene dovute ai delinquenti; non hanno polizia per invigilare, prevedere ed evitare i delitti; non hanno prigioni per tenervi chiusi i rei o gli accusati e per far loro scontare la pena ch'essi han meritata; e quindi s'attengono alla legge del taglione, che è la legge della Bibbia, di Menu e del Corano. Occhio per occhio (aèn be aèn), orecchio per orecchio (uèden be uèden), sangue per sangue (ed-dàm b'ed-dàm); l'uccisore deve morire quand'egli non acqueti i parenti della sua vittima, cedendo loro una parte delle proprie sostanze.

All'insulto fatto ad un Arabo Baggàra o ad un suo ospite deve rispondere sovente un'intera famiglia, o tutta la tribù dell'offensore.

Il più leggiero pretesto dà origine tante volte a lotte le più lunghe e le più sanguinose fra tribù e tribù.

Io so di una carovana la quale recandosi dal Kordofàn al Dar-Fùr venne di notte tempo assalita, a poca distanza dalle frontiere, dagli arabi Baggàra i quali uccisero quindici uomini, senza darsi alcun pensiero di trafugarne le mercanzie.

Un Arabo, che conosceva appieno e raccontava minutamente le circostanze di questo incidente, asseriva che i Baggàra avevano compiuto così un atto di giustizia, una vendetta, tarda sì.... ma legittima.

Otto anni prima, alcuni mercanti, giallàba, che battevano questa medesima via, s'erano incontrati in pochi Baggàra, la cui marcia era sembrata loro sospetta, e ne uccisero due, mettendo gli altri in fuga. Ma da questo momento i Baggàra vendicati lasciaron libera la strada, che potè essere poi percorsa dalle carovane senza alcun timore.

Il beduino Sciànfara, come dice la tradizione, pretendeva il taglione per la morte violenta di suo padre. Egli aveva ucciso in diverse imboscate novant'otto de' suoi nemici. Finalmente, sorpreso da alcuni all'orlo di un pozzo, non seppe trovar modo allo scampo e dovette egli stesso perire, ma dopo d'averne ammazzato uno ancora con un colpo di pugno nel petto. Egli però aveva giurata la morte a cento, e il suo voto.... verrà esaudito. Il cadavere dell'Eroe fu sospeso ad un albero e non tardò a decomporsi; le sue ossa si disarticolarono; e un pastore della tribù nemica, passando per caso sotto quell'albero, premette col piede sulla punta di un osso e restò ferito. Nello stesso giorno gli si contrassero spasmodicamente i muscoli e dovette soccombere. Così il voto di Sciànfara, secondo la favola, ebbe il suo compimento.


Una delle cause, e forse la più attiva, delle lotte che di quando in quando intraprendono le tribù del deserto, è la sete ardente che tutti i popoli nomadi hanno del bottino. Guerra e bottino suonano presso loro la stessa cosa; essere vincitore vuol dire spartirsi la preda; vedere un Arabo tornare dal campo di battaglia coronato di gloria, è vederlo ricco di montoni e di cammelli tolti al nemico. Insomma l'eroismo degli Arabi è l'eroismo de' Cosacchi. Essi combattono a cavallo armati di lancia e di sciabola, sparpagliati, stuzzicando il nemico di fronte e dai lati, e tenendolo inquieto continuamente; uccidono il cavaliere per avere la sua giumenta; salvano sè stessi per assicurare la propria.

Havvi in ciascuna tribù una quantità di giovani poveri, i quali ambiscono di far mostra del loro coraggio e di procacciarsi in tal maniera la dote che essi debbono, volendo sposarsi, offerire al padre della fidanzata, dote che generalmente consiste in un certo numero di capre, di pecore, di cammelle o d'altro.

Per questi giovani la guerra è una buona fortuna; la loro suscettibilità quindi per il punto d'onore non conosce confini; il più leggiero pretesto dà origine spesso a lotte le più tremende. Raro è il caso che una tribù viva in pace per più di due anni senza che succeda alcuna infrazione delle leggi del deserto. I vecchi allora ne gioiscono, mentre s'incamminano senza inquietudine verso la tomba. Ma la gioventù?... La gioventù s'agita, si lamenta, si dispera per tanta disgrazia; finchè sorge qualcuno fra i principali personaggi della tribù, rinomato per bravura ed esperienza delle cose di guerra, il quale approfittando della speciale condizione in cui trovansi gli spiriti irrequieti della gioventù, la chiama a sè e le dichiara ch'egli è pronto a guidarla ovunque per derubare i vicini de' loro bestiami, per saccheggiare le carovane, per la tratta dei Negri.

Il Capo, in due o tre giorni, s'è formata una truppa di circa un migliaio d'uomini, e la campagna incomincia.

Da questo momento esploratori sono inviati qua e là per investigare di nascosto ogni cosa; e il Capo sa minutamente quanto succede di giorno in giorno, di ora in ora, nel deserto e presso le tribù vicine. — Viene egli a conoscere che gli uomini forti di una tribù sono partiti per la guerra o per la caccia? — Egli si mette in marcia, sorprende le loro mandre guardate da piccoli fanciulli, le rapisce e dispare in un istante. — È stata veduta una carovana nel deserto? — Egli dispone subito la sua gente a gruppi, e tutti se ne vanno silenziosi verso la carovana tenendo gli occhi sempre all'erta; e questi la precedono, quelli la fiancheggiano, altri la seguono a poca distanza, protetti dalle colline di sabbia che nascondono alla stessa il segreto dei loro passi. Il Capo frattanto e tutti i suoi bravi la spiano cautamente, contano le sue armi, ne studiano l'accampamento, osservano la maniera di allestire i cammelli; l'aspettano al varco, e allora, la sera o il mattino, quando mercanti, servi e cammellieri sono occupati a scaricare o a caricare le tende, le casse, il mobilio, la cucina, i viveri, le mercanzie, o nel momento che si prendono un po' di riposo, un po' di cibo, o appena desti dal sonno, gli Arabi, ad un cenno del loro Capo, si slanciano contro di loro, uccidono quanti si oppongono all'improvviso loro assalto e tutto portano via, non lasciando colà che un campo di morti.

Qualche anno prima del mio arrivo nel Sudàn, una grossa carovana, composta di 120 uomini e 200 cammelli, cadde vittima d'una insidiosa aggressione degli arabi Benì-Geràr. Un solo uomo, di nome Abd-El-Kàder, ebbe la sorte d'aver salva la vita e di poter dare esatti ragguagli del crudele e pietoso avvenimento.

La carovana, partita da Dòngola, era diretta a El-Obèid nel Kordofàn, ove trasportava merci provenienti dall'Europa e dall'Egitto, e datteri di Nubia. Essa si trovava vicina al pozzo Bir-Uày, ove si sarebbe accampata; quando 600 Arabi dei Benì-Geràr, montati sopra 300 cammelli e guidati da un Capo de' più arditi, passarono un po' a sud del pozzo allo scopo di sorprendere e derubare i Kubabìsc del numeroso loro gregge che intorno a quei luoghi da qualche giorno pascolava. I pastori però ch'erano alla custodia di quel bestiame non appena ebbero qualche sentore dell'avvicinarsi dei Benì-Geràr, lasciarono quel posto e s'avviarono verso il pozzo di Elài, che dista da Bir-Uày un giorno e mezzo circa di cammino. E quando i Benì-Geràr s'accorsero della ritirata dei Kubabìsc, due esploratori annunziarono al loro Capo la venuta della carovana al pozzo Bir-Uày. Quindi il Capo adunò la sua gente per chiedere se fosse miglior partito quello di dar tosto l'assalto alla carovana, o l'altro di seguir prima le orme dei Kubabìsc e impadronirsi dei loro bestiami. E tutti furono d'avviso di mover tosto verso il pozzo di Elài, imperciocchè la carovana per tre giorni almeno sarebbe rimasta al pozzo Bir-Uày per ristorarsi delle fatiche del viaggio e per dar riposo e nutrimento ai cammelli.

Partíron subito, e dopo alquante ore di buon trotto giunsero in Elài, ove il gregge dei Kubabìsc non era custodito che da qualche vecchio e da alcuni giovinetti, i quali, come videro i Benì-Geràr, si diedero alla fuga. I Benì-Geràr s'impadronirono di tutto il bestiame e lo incalzarono verso Bir-Uày, ove arrivarono dopo due giorni. Colà si misero in agguato, presso la carovana, dietro a due lunghe colline di sabbia aspettando il momento opportuno per assalirla.

I mercanti frattanto coi loro servi vivevano sicuri, tranquilli, allegri almanaccando intorno ai guadagni che speravano ricavare dal traffico delle loro mercanzie.

La vigilia del giorno fissato per la partenza, colui che soleva dirigere la carovana diè l'ordine di riunire i cammelli ch'erano sparsi qua e là, lasciati liberi di pascere gli arbusti spinosi della vallata. Tutti furono rinvenuti ad eccezione di un solo, che apparteneva a un mercante, il quale non poteva darsi pace d'averlo perduto; e vedendo appressarsi la notte, comandò a un suo schiavo di ricercarne le tracce e di seguitarle finchè l'avesse trovato. Lo schiavo, riconosciute le pedate, rinvenne il cammello del mercante, ma presso i Benì Geràr, i quali, come del cammello, divennero padroni anche dello schiavo.

Frattanto il mercante, passate alcune ore, vedendo che oltre il cammello anche il servo era scomparso, voleva egli stesso mettersi in cerca dell'uno e dell'altro; ma il suo amico Abd-El-Kàder: no, disse, è notte, e temo che tu smarrisca la via; andrò io, che sono un po' più pratico del deserto.

Abd-El-Kàder aspettò che tutti si fossero ritirati nelle loro tende; si ravvolse in una cappa bianca, e con un triste presentimento nell'anima si diresse pian piano a quella parte verso la quale s'era incamminato lo schiavo. — In tutto l'accampamento regnava un silenzio profondo. — Dopo circa un quarto d'ora, salì sopra una collina di sabbia, discese, traversò una stretta valle, ove qua e là vedeva qualche macchia nera. — Erano cammelli accosciati. — Ebbe allora per un momento la tentazione di rinunziare all'impresa di procedere più innanzi; cominciò a sospettare d'un'imboscata, e temeva d'essere sorpreso da qualcheduno dei nemici. Ma la curiosità vinse la paura e tirò avanti in punta di piedi, finchè trovossi sur una seconda collina e vide a un tratto brillare davanti a' suoi occhi i fuochi accesi dei Benì-Geràr. — L'oscurità della notte lo proteggeva; egli potè arrestarsi un istante; contò press'a poco i fuochi e gli uomini; si stese in terra, e tese l'orecchio; udì confusamente qualche discorso che gli parve si riferisse alla sua carovana; e tutto commosso di ciò che aveva veduto ed udito tornò frettoloso e tremante all'accampamento de' suoi.

Tutti erano quieti nelle loro tende; solamente l'amico l'attendeva con qualche buona notizia; ma quando intese ciò ch'eragli avvenuto: ci siamo, sclamò; ora convien pensare a salvarci.

Furono tosto chiamati a consiglio i mercanti, i servi e i cammellieri, ai quali Abd-El-Kàder raccontò ogni cosa e gli invitò a una pronta deliberazione.

Ecco i due quesiti proposti: «dovrem noi partire stanotte?... o sul far dell'alba?...

Meglio sarebbe stato, secondo il parer mio, appigliarsi al primo partito. I mercanti però risolsero di differire la partenza allo spuntar del giorno, poichè nella notte, com'essi dicevano, il grugnito de' cammelli avrebbe svegliato i nemici, i quali sarebbero accorsi per impedire che fossero caricati. — Ma il grugnito de' cammelli, io dico, gli avrebbe pure svegliati all'alba, quando fossero stati addormentati. — Meglio era partire la notte, perchè allora i Benì-Geràr dormivano senza dubbio; avrebbero dovuto quindi svegliarsi, accordarsi, riunire i loro cammelli; la qual cosa richiedeva tempo e presentava maggiori difficoltà fra le tenebre della notte. Oltre a che la carovana, se fosse riuscita a partire prima d'essere assalita, poteva mutar direzione nel suo cammino e rendere così malagevole al nemico l'inseguirla; e nel caso fosse stata raggiunta, essa avrebbe potuto opporgli una resistenza assai meno pericolosa che durante la lunga e faticosa operazione del suo allestimento, il quale sarebbe stato certamente interrotto dagli Arabi all'alba del mattino. Di fatto, mentre un po' prima dell'aurora i cammellieri, i servi e i mercanti stessi s'affaccendavano a mettere in pronto la carovana, duecento Benì-Geràr montati sopra cento cammelli sboccarono nella valle, e al primo vedere la loro preda saltaron giù dalle cavalcature, e sparpagliati in un grandioso disordine, agitando convulsivamente le lance, imprecando, e mandando grida selvagge, le s'avventarono contro come leoni affamati. I mercanti credendo dapprima di non avere altri nemici da combattere tentarono di resistere all'improvviso assalto; tirarono alcuni colpi di fucile contro di loro che non erano armati che di lance: ma, tutt'a un tratto, e nel momento in cui la carovana cominciava a pigliar confidenza nelle proprie forze, cento cammelli da una parte e cento dall'altra trasportarono sul campo di battaglia quattrocento Arabi ancora. Fu quindi un terrore, un'angoscia da non potersi descrivere. La gente della carovana stretta tutt'all'intorno dai Benì-Geràr venne barbaramente trucidata in pochi minuti. Solo Abd-El-Kàder, non avendo ricevuta alcuna ferita, riuscì a gittarsi a terra e a fingersi morto. Ma un Arabo passandogli accanto lo punse leggermente colla sua lancia, e da un movimento che vide lo riconobbe per vivo; lo fece alzare e lo condusse davanti al suo Capo. — La carneficina era già consumata; tuttavia il Capo allettato dall'odore del sangue propose di legarlo a un albero, e così per passatempo di ucciderlo a colpi di giavellotto. — A un segnale del Capo il crudele divertimento incominciò a spese di quel disgraziato. Ma per un singolare accidente, cui il Capo ascriveva a miracolo, dieci o dodici colpi successivi di lancia sfiorarono la pelle di Abd-El-Kàder senza ferirlo gravemente. Il Capo allora stupito esclamò: la tua vita, o amico, è molto dura, o Dio ti vuol salvo. Ebbene! sii adunque libero, e vattene pure ove meglio ti aggrada. — Abd-El-Kàder che da quel momento era libero, ma libero in mezzo al deserto, senza camicia e senza cibo, stette fermo al suo posto. — E dunque! gli domandò il Capo, tu non pensi di andartene? e che altro t'aspetti? — E dove mai, egli rispose, vuoi tu ch'io me ne vada? e come potrò campare la vita senza alimento alcuno? ho io nè manco un otre per conservarvi un po' d'acqua? — Gli Arabi frattanto si dividevano i datteri tolti ai mercanti; e per far giuste le parti li contavano ad uno ad uno. — Il Capo quindi, messa la mano in una cesta, ne prese trenta e li consegnò ad Abd-El-Kàder, a cui diede pure un vecchio otre, e poi gli disse: or vattene; che ti guidi Iddio e che ti benedica. — Abd-El-Kàder, incerto della via che avrebbe dovuto prendere per imbattersi in qualche carovana ed unirsi ad essa, s'avviò pensoso e sconfortato verso il pozzo per riempirvi d'acqua il suo piccolo otre. Ma l'otre era forato, e invano n'avrebbe chiesto un altro agli Arabi. Egli allora si risolse di non abbandonare il pozzo, e di attendervi rassegnato tutto ciò che di lui avesse voluto il destino. La sera del giorno stesso i Benì-Geràr erano scomparsi, e l'infelice Abd-El-Kàder, sentendosi morir di fame, mangiò i trenta datteri senza poi sentirsene sazio. Fortuna che il torrente che conduceva al pozzo era coperto d'arbusti spinosi chiamati dagli Arabi es-segiàr, e rhamnus lotus dai botanici, il cui frutto, che è una bacca, forniva anticamente l'alimento ai Lotofagi; e gli Arabi, che lo dicono nàbak, ne fanno uso pure oggidì; Abd-El-Kàder dovette rassegnarsi a questa manna che gli dava il deserto, la quale però ci voleva per salvargli la vita. Così tirò avanti per quindici giorni; ma in ultimo era ridotto sì male da non potersi più reggere in piedi, e fu costretto a ritirarsi in un antro sinuoso, ove per pietà invocava la morte. Finalmente un gawàs (sgherro) turco guidato da un Arabo e diretto, a dromedario, verso El-Obèid s'avvicinò al pozzo per rinnovar l'acqua al suo otre.

Abd-El-Kàder, che altro non s'aspettava che la morte, li vide di lontano e cominciò a sperare la vita; fece sforzi incredibili per levarsi da terra e mover loro incontro, ma invano; le braccia e le gambe più non gli servivano: a stento riuscì a strascicarsi fino alla bocca della spelonca e a mandar fuori lamenti e gemiti da intenerire il cuore più duro. Il Gawàs fu il primo ad udir quelle grida, e disse al Beduino che lo accompagnava: ascolta.... ascolta tu pure.... queste sono certamente le grida d'una bestia che soffre dolore.... ed escono da quella grotta che tu vedi là presso il torrente; eccola, eccola la fiera che si contorce.... debbo io inviarle contro la palla della mia pistola?

— No, no, rispose il Beduino: io son d'avviso ch'esse sieno invece le grida d'un infelice che chiede soccorso, e io voglio assicurarmene: balzò giù dal dromedario, e dopo pochi salti fu alla spelonca. — Oh spettacolo!! — Il Beduino levò di peso Abd-El-Kàder e sei portò al pozzo, ov'egli venne trattato con umanità e si sentì subito ristorato. I due passeggieri consecrarono inoltre quel giorno a sotterrare i morti compagni di Abd-El-Kàder, i cui corpi disseccati dal sole giacevano ancora sopra la sabbia rossa del loro sangue; e l'indomani partirono tutti e tre alla volta di El-Obèid.

Dopo qualche anno alcuni Baggàra raccontavano con tuono di vanto questo avvenimento colle più minute circostanze.


Il suono d'un tamburone, chiamato noggàra, battuto a misurati colpi invita la tribù al combattimento ed annunzia ancora una semplice mutazione di posto per comodità dei pascoli.

L'arma degli Arabi nel Sudàn, e così presso i Baggàra, è la lancia (hàrba), la quale serve loro anche da giavellotto. Questi Arabi non hanno nè arco, nè frombola, che tanto solevano usare i loro antenati. I capi specialmente si servono pure di lunghe spade diritte cui imbrandiscono con ambo le mani.

In guerra si difendono collo scudo che non è altro che un telaio ovale, formato d'un legno flessibilissimo e traversato per lungo da un asse della medesima specie, sopra il quale essi stendono e fissano la pelle del dorso d'un'antilope. La sua larghezza è circa di due piedi, e dai tre ai cinque l'altezza. La superficie esteriore è convessa, e nel mezzo della parte opposta sta l'impugnatura. Sull'orlo poi superiore sono, per lo più, alcune tacche, delle quali si valgono per appoggiarvi l'asta della loro lancia e per dirigerne quindi meglio i loro colpi. Quantunque la pelle di cui è formato lo scudo sia molto dura, pure succede talora che vien perforata dalle punte dei giavellotti; perciò il guerriero cerca di ripararne i colpi o colla sua lancia o collo scudo, che oppone in direzione obliqua alla linea percorsa dai giavellotti. L'Arabo minacciato dal nemico s'abbassa, mettendo un ginocchio in terra e coprendosi nello stesso tempo collo scudo; scatta poi su come una molla allorquando alla sua volta egli tenta di attaccarlo.

I Baggàra combattono possibilmente a cavallo, ed allora non hanno lo scudo, di cui sono quasi sempre muniti i soldati a piedi. Questi vengono tradotti a cammello sul teatro del combattimento; e ciascun cammello ne trasporta due, dei quali l'uno siede sul gibbo e l'altro si tiene in sulla groppa del ruminante. Questo mezzo di trasporto torna nel Sudàn assai facile e pronto; e siccome i cammelli vi si trovano in una quantità enorme, così arrivati a posto i combattenti non se ne danno gran pensiero, ma gli affidano a pochi guardiani, i quali a non molta distanza attendono inquieti l'esito della pugna.


Gli Arabi del fiume Bianco, come i Nubi, hanno quasi tutti legato sopra il gomito sinistro un pugnale del quale si servono a vari usi, e qualche volta per isfogare le loro gelosie o per far mostra del loro coraggio. — Un d'essi ha preso moglie e trovasi contento, beato d'aver ottenuto quella mano, a cui tanti altri aspiravano ardentemente ma invano. Or questi ingelositi della sua felicità non lo perdono d'occhio mai, gli tendono continue insidie, non gli lasciano un istante di riposo; e quand'egli meno ci pensa sente che la punta di un pugnale gli trapassa la polpa d'una gamba o lo ferisce in un braccio o in una spalla. Se il ferito giunge a conoscere il feritore, lo sfiderà poi a duello davanti al Capo della tribù, duello che avrà luogo col pugnale e alla presenza del Capo stesso. Ma nell'atto del tradimento si guardi bene il tradito dal lasciarsi sfuggire un grido, dall'emettere il più piccolo lamento per non meritarsi fama d'uomo debole e vigliacco, servo del dolore; s'egli camminava non s'arresti punto: se parlava non interrompa il discorso, non si conturbi, nè volga il capo verso l'assassino.

Qualche volta un giovine guerriero racconta ad altri giovani le sue prodezze e se ne vanta, dicendo che nessuno può superarlo in valore; e un altro giovine, che non può più tollerare le sue petulanti presunzioni, senza rispondergli afferra il pugnale e se lo conficca in una coscia, e passandolo poi insanguinato al millantatore, lo invita a fare altrettanto s'egli non vuol essere da meno.

Questi costumi sono senza dubbio barbari e feroci; non si può negare però ch'essi imprimano in coloro dai quali vengono praticati una singolare energia, un coraggio passivo, invincibile e stoico. E si noti che questi atti di eroismo si manifestano specialmente fra i giovani che appartengono alle più distinte famiglie della tribù.

Molti fra noi male sopportano un forte dolor di capo, di denti, di stomaco; la più leggiera ferita strappa loro un grido; ma l'Arabo invece saprà sostenere senza risentirsi e senza rammaricarsi i più atroci tormenti; e non è ch'egli non soffra; egli soffre quanto noi soffriamo; ma il punto d'onore gli fa dire come allo stoico: «Non sarà mai, o dolore, ch'io ti confessi in nessun modo.» Non la sete, non la fame nè la stanchezza nè le ferite profonde di una lancia potranno indurlo ad inquietarsi; e mentre nei divani dell'Egitto si veggono i Fellahìn, condannati al bastone o alla sferza, trascinarsi piagnolosi ai ginocchi delle autorità turche perchè sia loro conceduto il perdono o alleviata la pena, s'è ammirato più d'una volta l'Arabo del Sudàn subire lo spaventevole supplizio del palo senza accordare a' carnefici assetati di vendetta il trionfo di un gemito, la soddisfazione di una lagrima.

Io so d'un Arabo il quale, facendo parte d'un drappello militare che aveva seguito il governatore del Kordofàn in una spedizione contro i Baggàra, si rese colpevole d'omicidio, ed assiso quindi presso il cadavere della sua vittima attendeva paziente e tranquillo che i satelliti del Governo venissero ad arrestarlo. Alcuni soldati, che di là passarono per caso, lo videro, l'afferrarono e lo condussero alla tenda del Governatore.

Più di venti uomini stringevano l'omicida il quale non opponeva alcuna resistenza; e chi lo tirava per le braccia, chi per le gambe, chi pel collo e chi per i capelli; e com'egli fu davanti al Governatore: «Sappi, o Signore, sclamò, ch'io non ebbi la viltà di fuggire dopo l'uccisione del mio Capo, ma attesi imperterrito la mia cattura; or dì adunque a' tuoi cani che mi lascino in pace, affinchè libero io possa, se mai, marciare al supplizio come un uomo.» Il Governatore ordinò fosse lasciato libero; e l'Arabo allora cominciò ad esporre i motivi che, secondo lui, erano più che sufficienti a giustificare il suo delitto. Ma il Governatore lo condannò a morire legato alla bocca di un cannone carico a palla, a cui egli stesso avrebbe dovuto dar fuoco. Mentre si facevano i preparativi per l'esecuzione della sentenza, l'Arabo che aveva sentito con tutta indifferenza la propria condanna uscì dalla tenda ove si trovava, e avvicinatosi a un gruppo di soldati che lì presso erano accoccolati, pregò uno di essi che fumava a voler cedergli un istante la pipa; quindi si raccolse più che gli fu possibile in sè stesso, fumò mezza pipa, e quando lo si venne ad avvertire che tutto era pronto pel suo supplizio, la restituì al padrone, lo ringraziò, lo salutò e mosse con passo fermo verso il cannone, infame strumento della sua morte.

Le esecuzioni, di cui noi fummo parecchie volte testimoni in Europa, offrono uno spettacolo ben differente; la maggior parte dei colpevoli che prima d'essere caduti nella mano inesorabile della giustizia facevano i rodomonti, vinti poi dal terrore furono veduti strascicarsi sul palco più cadaveri che persone vive.

Noi abbiamo veduto l'Arabo fiero e dotato della più squisita suscettibilità; ma invincibile è pure la sua ostinazione; non c'è caso di smuoverlo quando egli si sia fissato con la mente in un'idea, in un capriccio qualunque; le preghiere tornano vane, inutili le minacce, il bastone e la sferza; la morte stessa non l'indurrebbe a mutar consiglio; meglio è allora abbandonarlo a sè stesso finchè da sè stesso rinsavisca.

Un mercante europeo viaggiava in un deserto del Sudàn, e guida della sua carovana era un Arabo, a cui solo era nota la via che si dovea percorrere per giungere a un dato luogo. Dopo due o tre giorni di cammino, l'Arabo non avendo di che cibarsi chiese al cuciniere, che preparava la cena pel mercante, qualche cosa da mangiare. Il cuciniere gli rispose con mal garbo d'aver pazienza un poco. L'Arabo aspettò un quarto d'ora, e poi rinnovò la domanda. Il cuciniere indispettito gli diè sulla voce, e intanto capitò là il mercante che fece all'Arabo un acerbo rimprovero, perchè voleva essere servito prima di lui ch'era il padrone. L'Arabo, che credeva di non meritare tali parole di censura e di biasimo, insistette nella sua domanda, che questa volta espresse con un «voglio mi si dia da mangiare.» Allora il mercante: ebbene, disse, poichè sei così prepotente da volere quel che vuoi tu, e non quello che voglio io, sappi che ti tratterò da qui innanzi come un asino indocile.... e stasera non cenerai per dio! — Così fu — l'Arabo tacque, abbassò il capo e si ritirò in disparte.

All'indomani il mercante si levò di buon'ora, e com'era solito di fare, uscito dalla tenda, risvegliò la sua gente ed ordinò il carico de' cammelli; quindi rientrò a bervi il caffè aspettando che tutto fosse in punto per rimettersi in via. Ma poco dopo un servo veniva ad avvertirlo che la guida si ricusava di sellare la sua cammella e di continuare il cammino. Egli stimò bene di tacere, sperando che l'Arabo non l'avrebbe durata a lungo nel suo proposito; fece un giro intorno all'accampamento; passò vicino alla guida fingendo di non essersi accorto di nulla. Venuto il momento della partenza, l'Arabo colla sua lancia in mano era sempre là immobilmente assiso sopra la sabbia come uno che non dovesse far parte di quella carovana. Ma.... come? — disse il mercante — tu non se' pronto ancora? — No, rispose, poichè non posso partire; tu non ignori che ieri io non assaggiai briciola; il mio ventre è vuoto ed ha bisogno di riposo. E poi tu mi dicesti, n'è vero? ch'io sono un asino; e tu pure devi sapere che non è possibile che un asino possa guidare degli uomini. — Alzati, te lo impongo, gridò allora con voce animata il mercante. — L'Arabo non si mosse di così com'era. — Ed egli lo percosse con un colpo di sferza. — E l'Arabo sempre fermo al suo posto come una statua. — Il mercante cavò quindi dalla sua cintura una pistola, e drizzatane la bocca alla fronte della guida: tu partirai, le disse, o ti farò saltare in aria la dura tua cervice.

Un Italiano, un Francese, un Inglese, un Turco avrebbero ubbidito, o si sarebbero difesi. Ma l'Arabo? l'Arabo armato della sua lancia nè volle ubbidire nè difendersi, e levatosi ben tosto da sedere, gittò via la lancia e cominciò a danzare davanti al mercante dicendo: ammazzami adunque, ammazzami presto: sono io forse un turco da temere la morte?

Il mercante ch'era ben lungi dal credere che la cosa la sarebbe andata a finire così, si trovò in un bell'imbarazzo. Aspettare che di là passasse qualche carovana e unirsi ad essa.... avventurarsi senza guida in un deserto ove non esisteva traccia alcuna di via.... era un esporsi a morir di sete con tutta la sua gente. Egli s'appigliò finalmente al partito, ch'io credo sia stato il migliore, di seguire cioè le tracce già stampate da' cammelli nella sabbia, e rifare così la strada, la quale l'avrebbe condotto ad un pozzo, che aveva abbandonato da circa due giorni; sperava frattanto d'incontrarsi in alcuni Arabi e di provvedersi d'un'altra guida. Montò in sella, e senza lasciare trasparir nulla di ciò che lo inquietava moltissimo comandò alla sua gente di ritornare verso il pozzo, mentre egli contava i passi del suo cammello, risoluto di retrocedere e di uccidere la guida, se prima d'averne contati cento non l'avesse veduta marciare alla testa della carovana.

Ma non appena questa si mosse, ecco l'Arabo che si rizzò lestamente, si diresse verso la sua cammella, la sellò in un batter d'occhio, le si slanciò sopra, e raggiunta la carovana la rimise sul sentiero che dovea condurla là dove il mercante era diretto. Or questi in tutto quel giorno non fece parola alla guida come non l'avesse veduta, e come niente fosse accaduto. Venuta la sera, e posto l'accampamento, l'Arabo si prostrò ai piedi del mercante piangendo come un bambino; ma il mercante due volte lo respinse; e due volte l'Arabo, pentito, gli s'inginocchiò davanti dicendo: ah! perdonami, o Signore; non è il gastigo da me giustamente meritato ch'io temo; conosco il male che feci e l'angustia che ti recai colla mia condotta, e son pronto a scontarne la pena; ma ti supplico, per ciò che hai di più caro al mondo, a non conservar rancore contro di me, a volere dimenticar tutto; e ti giuro che non avrai più di che lagnarti del mio servizio. — Il mercante ordinò al cuciniere gli si portasse da mangiare; l'assicurò del suo perdono, ed imparò ancora una volta come gli Arabi debbano essere trattati.

Vogliamo notare però che, quando l'Arabo non sia giunto a un certo grado di ostinazione, se v'ha mezzo d'indurlo a far qualche cosa è quello delle minacce e della forza, non mai quello delle promesse e della preghiera.

Il suicidio è rarissimo fra gli Arabi, e non v'ha, si può dire, caso in cui lo si approvi o lo si scusi; tutti, senza eccezione, lo condannano e gli si dichiarano contro più o meno severamente secondo i motivi dai quali esso è determinato. E faccio qui osservare che gli Arabi, quelli almeno coi quali io parlai, non vogliono nè manco supporre che l'attentato contro la propria esistenza possa avvenire con volontà pienamente libera, e quindi con perfetta coscienza dell'atto che viene commesso. L'istinto naturale della propria conservazione è così sentito, che non permette loro di fare una tale supposizione.

L'uomo, dice il Beduino, deve colla sua savia condotta saper evitare la passione, il dolore, il rimorso, l'infortunio che lo inducono a tanta viltà; o se pure è colto da qualche sciagura improvvisamente, deve trovarsi apparecchiato ad affrontarla e a vincerla. L'Arabo insomma non la intende di scusare in nessun modo il suicida da lui sempre considerato qual vile insofferente del dolore; e però sommamente spregievole.

E chi crederebbe esservi fra noi, che pur non siamo beduini, chi loda ed esalta il suicidio? — Si volesse almeno riflettere che mentre fra gli Arabi il sentimento di alta riprovazione dei suicidi ne diminuisce grandemente il numero, presso noi invece la lode e la scusa tanto spaventosamente l'accrescono.

La riva destra del fiume, da Chartùm al 12º grado, non presenta al viaggiatore quell'interesse che gli desta nell'animo la riva sinistra.

Passato il confine della dominazione egiziana, e dopo le secolari foreste vergini e impenetrabili che a sinistra la dividono dalla potente e brutale razza dei Negri Scìluk, s'ergono a destra del Bàhr-el-Àbiad le montagne dei Dénka. — Ed ora mi tornano alla mente con affettuoso e profondo sospiro i bei momenti quando io e la buon'anima del missionario Angelo Melotto, mio collega, nel 17 marzo del 1859, salimmo la cima di una delle più alte di quelle montagne, per adocchiare in un istante tutta la parte da noi con tanta fatica esplorata nella penisola del Sènnaar ove abitano alcune tribù dénka, fra le quali speravasi di fondare la Missione Italiana. — Le montagne dei Dénka, poste tra il 12º e il 13º grado di latitudine, diconsi Niemàti dalla tribù più vicina degli Abialàñġ; e sulla carta del Werne trovansi del pari fra questi due gradi e son chiamate da lui G. Njemàti; le vedo pure segnate sulla confusa carta di Brun-Rollet sotto il nome di Dj. Hemàja, e su quella del Zimmerman di Jeb.-jemàti. Dagli Arabi poi sono dette Giobàl-ed-Dénka, perchè un tempo i Dénka della penisola s'estendevano a nord fino a quelle montagne; ma, fatti scopo alle continue incursioni degli Arabi Abù-Ròf, si ritirarono poi alquante miglia geografiche verso sud. Tuttavia gli Abù-Ròf fanno a cavallo frequenti scorrerie tra i Dénka per derubare il dùrah, di cui abbondano, e, potendo, anche i loro figliuoli[3].

Questi Negri, abitanti tra il 12º e il 9º lat. N., sono chiamati Dénka dagli Arabi della penisola del Sènnaar; dagli Arabi poi situati alla sinistra del fiume Bianco sono detti Gianghè, come la tribù che divide i Scìluk dai Nuèr. Ma gl'indigeni si riconoscono col nome di Gièn; e con questo nome generale appellansi tutte le tribù che parlano la lingua dei Dénka, avendo ciascuna anche un nome proprio significativo, come meglio vedremo parlando delle tribù Dénka del Nilo superiore, le quali hanno con queste comuni i costumi.

I Scìluk però e i Nuèr non sono compresi nel novero dei Gièn, dai quali vengono considerati come antichi invasori delle loro terre. E in fatto essi fanno uso di un'altra lingua, sebbene intendano e parlino pure quella dei Dénka.

Chi amasse entrare in particolari sulla conquista che la potente e fiera tribù dei Scìluk fece, molti anni sono, del Sènnaar, rendendosi tributario il paese fino a Bèrber, non ha che a leggere il Bruce e il Brocchi[4].

Presso l'11º grado, a destra del fiume Bianco, s'alza un piccolo monte, che gli Arabi nominano Tefafàn o Bìbar, e i Dénka Kur-uìr, cioè masso del fiume. In questo punto Brun-Rollet sulla sua carta segna un influente, ch'io trovo notato anche su altre carte, a cui dà il nome di Pìper (dal monte Bìbar); ma in realtà non è che un canale, o, per usare della frase dei Dénka, un occhio del fiume (ñġàen) chiamato da essi Tarciàm, il quale esce dal fiume presso il monte Bìbar, e dopo un giro di circa quindici miglia geografiche ritorna nel fiume stesso. La sua maggiore distanza dal fiume è dalle quattro alle cinque miglia. Ciò riscontrai col mio collega defunto Angelo Melotto in una nostra esplorazione fra i Dénka Abialàñġ.

III.

Caratteristiche della razza negra — Il paese dei Scìluk — I cani — Odio contro i Turchi — Raffronti della lingua dei Dénka con quella dei Scìluk.

Il viaggiatore che parte dal Cairo e si dirige, rimontando il Nilo, verso il sud, traversa successivamente l'Egitto, la Nubia, il Sènnaar; e a misura ch'egli s'avvicina all'equatore vede cangiarsi intorno a sè il teatro delle creazioni di natura.

Arrivato però a Chartùm (15°, 37′), s'egli continua il suo cammino lunghesso il fiume Azzurro sino a Fazòql, e quindi segue il Tómat fin quasi alle sue sorgenti, si troverà finalmente in mezzo alle tribù nere dei Bèrta, e crederà così d'aver veduto concatenarsi l'Egiziano aborigene col crespo Etiope per una gradazione insensibile di colore, che non gli permetterà di segnare il punto ove finisce l'uomo bianco ed ove incomincia il nero.

Che se dalla città di Chartùm veleggia pel fiume Bianco verso il mezzodì, egli distinguerà facilmente dall'Arabo giallognolo o bruno i negri Dénka della penisola del Sènnaar, che dal 12º grado si estendono fino al 9º di lat., e i negri Scìluk, posti agli stessi paralleli, a sinistra del fiume.

Ma i Bèrta, i Dénka, i Scìluk, i quali tutti hanno la pelle nera, ci presentano forse tutti il tipo del vero Negro, del crespo Etiope?

Il color della pelle, che cade subito sott'occhio, non può essere trascurato da un osservatore superficiale. Le differenze di forme potranno sfuggirgli, ma non quelle di colore, le quali saranno per lui base d'una classificazione grossolana.

Il naturalista al contrario poco o niun caso fa del colore, il quale talora non serve nè manco a distinguere le varietà d'una medesima specie; e altrettanto dicasi delle tinte dei fiori e delle foglie nelle piante, dei peli e dei capelli negli uomini. La materia colorante, la sostanza, (il pigmentum), che sta nelle cellule dello strato mucoso dell'epidermide, si sviluppa e si condensa sotto l'influenza di alcune circostanze, fuori delle quali sparisce o vi si mostra appena. Quindi è che l'Arabo giallognolo dell' Heggiàs si fa bianco in Algeri e in Aleppo, e bruno nel Sènnaar e sulle rive del Senegàl. Il corpo umano trasportato da una in un'altra latitudine, vi perderebbe la vita se non si producessero in lui delle modificazioni. Sotto una temperatura elevata, un'aria secca, un vento rapido, la traspirazione sarebbe eccessiva se la pelle non fosse resa assai meno porosa e quasi impermeabile a certi fluidi, che sono i veicoli stessi della vita. Una pelle densa e rugosa sottrae il corpo dall'azione troppo brusca delle variazioni atmosferiche; lo preserva da congestioni cerebrali e da colpi di sole; lo ripara dal freddo, imperciocchè arresta l'irradiazione e la dispersione del calore del sangue: sicchè la pelle dei Negri è al tatto meno calda della nostra, e li protegge come protegge noi il vestito.

Questa pelle densa però non presenta presso tutti gli Africani le medesime tinte di colore. Ma egli è certo che fra i popoli più barbari del centro dell'Africa la pelle offre una tinta assai nera, o s'avvicina a quella della fuliggine, pelle dura, rugosa, la quale facilmente si screpola. Presso i Negri del Sudàn le unghie sono bianche o, dirò meglio, sembrano tali, e talvolta sono leggermente colorite, e tal'altra hanno un color rosa.

Non si creda però che la pelle abbia lo stesso colore in tutte le parti del corpo. Ov'essa è più densa ha un colore più oscuro, come sui ginocchi, sul gomito, sulle tempie ecc.

La pianta del piede però, la palma della mano, la pelle posteriore al ginocchio sono le parti meno oscure.

Il sudore dei Negri, che in generale è poco abbondante, manda un odore acuto, acre, spiacevolissimo. Quindi non deve far meraviglia se le bestie feroci attaccano i Negri a preferenza dei Bianchi. Il loro fiuto annunzia assai più facilmente l'avvicinarsi dei primi che non quello dei secondi.

Se non che non è la pelle, come già dissi, che noi dobbiamo interrogare per conoscere le differenze reali che passano tra l'una e l'altra razza.

La fisonomia del Negro puro è talmente caratteristica, che è impossibile, anche a chi non sia molto addentro in questi studi, non riconoscerla a prima vista, quando pure l'individuo avesse la pelle bianca. Le sue labbra sporgenti, la fronte bassa, i denti in fuori, i capelli corti, lanosi, semiricciuti, la barba rada, il cranio depresso, il naso largo e schiacciato, il mento fuggente, le mascelle salienti, gli occhi rotondi, le orecchie grandi, le braccia lunghe e gracili, le gambe arcuate con polpaccio piccolo, i ginocchi semipiegati, i piedi lunghi e piatti col tallone sporgente all'indietro, lo sterno tondeggiante, il corpo un po' curvo all'innanzi e il portamento stanco, gli danno un aspetto speciale fra tutte le altre razze umane.

La Negra sovente raccoglie da terra degli oggetti, senza punto piegare le gambe; chinando il corpo tutto d'un pezzo, a partir dal bacino, ella prende colla mano ciò ch'ella desidera. Una donna bianca a grande stento potrebbe imitare tale movimento.

Ciò premesso, i Bèrta, quantunque la loro pelle sia nerissima, non ci presentano il tipo del vero Negro[5], mentre invece sono veri Negri i Dénka e i Scìluk. Dei Bèrta ho già parlato in un altro mio lavoro, ove scrissi pur qualche cosa dei Dénka, dei quali però molto ancora mi resta a dire, che dirò più tardi quando mi toccherà di parlare delle tribù Dénka del Nilo superiore. Or qui non farò che trascrivere alcune note, le quali trovo sparse qua e là ne' miei vecchi giornali di viaggio risguardanti i Negri scìluk e il loro paese.


Il paese dei Scìluk, che conta dai 15 ai 20 mila, abitanti, dal 12º grado si estende lungo la riva sinistra del fiume fin quasi al 9º di lat. settentrionale, mentre non oltrepassa un quarto di grado in longitudine, partendo dalla riva verso occidente. Esso in generale è fertilissimo; l'estremità sud-ovest però è assai paludosa, e sabbiosa è quella a nord.

Nelle vicine boscaglie più che altrove crescono i tamarindi, e moltissime piante, che gli Arabi chiamano Àmbag[6] (Aedemone mirabilis), e verdeggianti nàbak (Rhàmnus Nabèca, secondo Forskal,) adornano ambedue le rive.

Nei luoghi paludosi cresce naturalmente il riso rosso selvatico, e dopo il 10º grado, rimontando il fiume, s'incontrano boscaglie di palme delèb (Borassus Aethiopum) e di palme dóm.

I Scìluk coltivano con amore il sesàme, il mais bianco (dùrah), piccoli fagiuoli e tabacco. Non parlo degli animali selvaggi, dell'ippopotamo, del coccodrillo, degli animali domestici, poichè son quegli stessi che si trovano nella valle del fiume Azzurro, e dei quali già dissi qualche cosa nel mio lavoro «Il Sènnaar e lo Sciangàllah.» Non voglio tacere però che fra gli uccelli si mostrano qui più frequenti le anitre, i pellicani, le folaghe (anas aegiptiaca, anas gambensis, anas melanotos, anas plotus vaillantii, pelecanus rufescens, sterna leucoptera, fulica atra ecc.); quindi le gru (grus pavoninus, anatamus camelligerus); le ibi, tra le quali la religiosa; le ardee (ardea atricollis, ardea minuta, ardea purpurea).


Vidi fra i Scìluk una bellissima razza di cani. Il fondo della loro pelle è grigiastro e screziato qua e là di macchie oscure. Essi hanno forme eleganti; somigliano a' nostri levrieri, ma sono più piccoli. Non saprei per qual sentimento, i Scìluk gli amano e li proteggono.... sarà forse per solo interesse, poichè i cani guardano nella notte i loro bestiami. Avvicinandosi qualche fiera alle zerìbeh (ricinti), ove trovasi raccolto il bestiame, essi mettono urli, latrati e guaiti da lacerare le orecchie ad un sordo; i Negri gridano l'allarme, aizzano i cani; questi uniti in frotta s'avventano contro le fiere, e se non possono raggiungerle le inseguono rabbiosamente fino a una certa distanza; qualche volta però piombano loro addosso, e allora ne segue una battaglia feroce, un sottosopra da non poter farsene idea. Le fiere possono rimaner vinte; ma più spesso ci perdono i cani. Qualcheduno nel mattino non si vede più a comparire; qualche altro è là sul terreno disteso vittima della mischia; questi grondano sangue, quelli han rotte le gambe o lacerate le orecchie. Poveri cani!.... e non meriterebbero d'aver dei padroni che gli amassero e li proteggessero un po' meglio di quel che non facciano i Scìluk? Ma essi invece sono abbandonati, vagabondi, senza nome, senza una capanna che li ricoveri, senza leggi. Sono tutti nel deserto, vi si scavano delle piccole tane, vi dormono, vi mangiano, vi nascono, vi allattano i piccini e vi muoiono. Tutto l'amore che i Scìluk hanno per loro si riduce a non maltrattarli, a non permettere che sieno maltrattati e a non lasciar loro mancare il cibo. Non ho udito mai che un cane sia divenuto rabbioso; e sì che da quelle parti i cani patiscono seti ardentissime a lungo tempo sostenute. Bisogna dire adunque che la sete ardente non sia il motivo o, dirò meglio, l'unico motivo della rabbia dei cani. Certo è ch'essa nasce spontanea nel cane, nel lupo, nella volpe, nel gatto, e che questi animali la trasmettono agl'individui della loro specie, ai quadrupedi di specie diversa, ed all'uomo; ma non s'è potuto fin qui dimostrare in che consista la disposizione di detti animali, e specialmente del cane, la quale da origine alla rabbia spontanea, nè quali sieno le circostanze o le condizioni a ciò necessarie. E supponendo pure colali condizioni, si ignorano le cause, onde sono poste in atto. Molte, a dir vero, se ne sono divisate, ma non àvvene alcuna la quale regga ad un esame profondo.


I primi viaggiatori e mercanti europei che visitarono i Negri scìluk, li trovarono sospettosi, diffidenti, e per conseguenza pericolosi e crudeli. E tali divennero specialmente dopo la spedizione egiziana in Nubia (1821), del cui passaggio si risentirono tanto, mentre essa era diretta verso il fiume Sóbat, e nel suo ritorno a Scèndi. Ma il loro odio contro i Bianchi, ch'essi credevano tutti Turchi, crebbe assai più allorquando, un anno dopo, intesero la disumana strage di Scèndi, per la quale si volle in qualche modo vendicata la morte d'Ismail-Pascià[7]; odio che il monarca e i vecchi del paese non tralasciarono mai d'istillare nel cuore dei giovani, allo scopo di renderli avversi ad ogni relazione coi Bianchi. Fin d'allora i Scìluk ebbero in fondo all'anima il vago sentimento d'una forza aggressiva, crescente, minacciosa de' popoli bianchi, dalla quale temevano o presto o tardi d'essere schiacciati. E quando gli Europei dopo alcuni anni tentarono di metter piede fra loro per recar doni al Capo supremo, in apparenza, ma in realtà, pensavan essi, per vedere, scrutare, fiutare, corrompere e spiare così il terreno per farne una conquista; quando furono veduti con taccuini in mano, con cannocchiali, con istrumenti misteriosi ficcarsi da per tutto, notar tutto, misurar tutto, voler saper tutto.... tanto più crebbero i sospetti ed i timori d'un'invasione, e immaginavano questa invasione accompagnata da tutti gli orrori dell'odio e della vendetta, persuasi com'erano che i Bianchi nutrissero contro di loro gli stessi sentimenti, ch'essi nutrivano contro i Bianchi. Ma a poco a poco i Scìluk cominciarono a distinguere i Turchi dagli altri Bianchi europei ed a comprendere che questi non avevano mire ostili, e che tutt'al più attendevano al solo commercio.

La prima volta ch'io vidi i Scìluk fu nel 1858, allo spuntar dell'alba del 28 gennaio. Ero coi miei compagni e col missionario Matteo Kirchner, che fu poi degno successore del defunto Provicario Ignazio Knoblecher, quando la dahabìah (gran barca) della Missione, carica delle provvisioni di un anno per le due stazioni di Santa Croce, nella tribù dei Kic fra il 6º e il 7º lat. N., e di Kondókoro, nella tribù dei Bàri tra il 4º e il 5º grado, arrenò in un banco di sabbia presso la sponda sinistra, ov'erano attendati provvisoriamente alcuni Negri scìluk pescatori colle loro famiglie. I nostri barcaiuoli fecero tutti gli sforzi per disimpacciarla, ma inutilmente. Dovemmo aspettare il chiaro giorno, ed invitare que' Negri che venissero in nostro soccorso, promettendo loro un bel regalo in perline di vetro che essi amano tanto. Ma non ci fu verso di persuaderli a venire fin quasi al mezzodì; essi non si fidavano della nostra lealtà; ci credevano Turchi. Allora uno dei nostri barcaiuoli, di nome Mahàmmed-Chèr, saltò in acqua e s'avvicinò alla sponda mostrando loro alcune file di perline di vetro delle più belle che avevamo per adescarli, assicurandoli nello stesso tempo che i Bianchi che si trovavano nella gran barca non eran Turchi, e che perciò non temessero di nulla. Capitarono quindi sopra una mal connessa barchetta circa dodici Scìluk, e giunti alla distanza d'una decina di passi da noi, s'arrestarono, ci squadrarono ben bene, si scambiarono a bassa voce alcune parole, vollero vedere la quantità de' regali che noi avremmo data; fecero poi sforzi incredibili, insieme coi nostri barcaiuoli, per cavare la barca dall'arena, ma non riuscirono nè manco a smoverla. Noi demmo loro il regalo convenuto e li pregammo d'indurre anche i loro compagni, che ci stavano osservando dalla riva, perchè venissero a prestarci assistenza, facendo loro nuove promesse. Accorsero allora su quattro o cinque barchette tutti i Scìluk pescatori che colà si trovavano e che saranno stati intorno a trenta, muniti di lancia, lasciando sole le donne con i bambini. A dir vero noi temevamo questi liberatori, che alzando la voce pretendevano vedere quali e quante perline avremmo loro date; e vedutele ce le presero fuor di mano quasi colla forza; lanciando poi grida selvagge cominciarono a spingere la dahabìah verso il corso d'acqua navigabile; ma non appena essa fu smossa, le donne dalla riva, agitando le braccia e mettendo acutissimi strilli, incitavano i loro mariti a fuggire. Questi saltarono tosto nelle loro piroghe e in pochi istanti guadagnarono la sponda, negandoci ogni ulteriore soccorso e dicendo che noi eravamo Turchi. Stemmo lì fermi fino al giorno seguente; i Negri durante la notte erano già scomparsi; che cosa fare?... Noi credemmo miglior partito di alleggerire la dahabìah delle casse più pesanti, improvvisando alla meglio una zattera coi remi e con altro per adagiarvele; quindi tentammo a tutto fiato di smuoverla, ma indarno; calammo allora altra roba sulla zattera; e finalmente alle due pomeridiane, la Dio mercè, siamo usciti dal difficile passo e ci rimettemmo sul buon canale. I barcaiuoli ricaricarono con gran fatica ogni cosa, e alle ore cinque e mezza partimmo col vento in poppa.


Nell'anno 1860 io tornai a visitare i Scìluk e li trovai trattabili e pieni di fiducia specialmente verso gli Europei non Turchi, ch'essi sapevano distinguere assai bene.

In questa occasione io ebbi la fortuna di parlare più volte con un Capo di questi Negri, il quale oltre la propria lingua e quella dei Dénka parlava speditamente anche l'araba, essendo egli stato schiavo per alcuni anni nella casa di un Turco, alla morte del quale potè ricuperare la libertà che aveva perduta fin da tenero giovinetto.

Da questo Capo io raccolsi principalmente quanto sto scrivendo sui Negri scìluk, ed ho ragione di credere che tutto ciò che mi disse sia vero, perchè è conforme a quello che udii ripetere da qualche Arabo, il quale da lungo tempo trattava con questi Negri, ed a ciò ch'io stesso ho potuto osservare.

Ho detto altrove che i Scìluk, come i Nuèr, non sono compresi nel novero dei veri Dénka (Gièn), dai quali vengono considerati come antichi invasori delle loro terre; e di fatto essi fanno uso di un'altra lingua, sebbene intendano e parlino pure quella dei Dénka[8].

Io volli notare alcune parole della lingua propria dei Scìluk, per indagare a quale altra razza potessero appartenere, e dedurne così la provenienza.

Ecco le poche parole ch'io trascrivo quali trovo segnate sul mio giornale di viaggio, a fronte delle quali porrò quelle della lingua dénka, per conoscerne e valutarne il divario.

Nomi scìluk Nomi dénka
Dio — Kuàe Dio — Dèn-did (pioggia grande)
Uomo — Giâló, Dâno Uomo — Ran, Móg
Donna — Dakóu Donna — Tík
Fanciullo — Dèn Fanciullo — Mèvt, Uén
Fanciulla — Gñàn Fanciulla — Gñà
Cielo — Màl Cielo — Vniàl
Terra — Figñ Terra — Pigñ
Acqua — Fíu Acqua — Píu
Fuoco — Màg Fuoco — Màg
Vento — Rùde Vento — Ióm
Pane — Bièl Pane — Kuín
Albero — Tàu Albero — Tim
Frutto — Gñuèl Frutto — Tàu (l'a quasi o)
Casa — Uàt (l'a quasi o) Casa — G¨ùt
Barca — Jái Barca — Rièi
Stella — Kièlo Stella — Kuél
Tabacco — Tàbo Tabacco — Tàb
Pipa — Dak Pipa — Tógñ-e-tàb (vaso del tabacco)
Bestia — Diàn Bestia — Lái
Lancia — Ton Lancia — Tòn
Pronomi personali
Scìluk Dénka
Io — janèn Io — g¨èn
Tu — jin Tu — jín
Egli, Ella — ñġatì Egli, Ella — jèn
Noi — Uèn (l'e quasi o) Noi — òg¨
Voi — Un Voi — uék
Eglino, Elleno — Ġi (ġ dura) Eglino, Elleno — kék
Tutti — Ġebène (ġ dura) Tutti — ké-vdia, rór-e-bèn (Tutti gli uomini)
Addiettivi indicativi numerali cardinali
Scìluk Dénka
1 — dièl 1 — tók
2 — ariòu 2 — ròu
3 — adèk 3 — diàk
4 — añġuèn 4 — ñġuàn
5 — abìġ 5 — vdiéc
6 — abik-ièl 6 — vde-tèm
7 — abi-riòu 7 — vde-ròu
8 — abi-dèk 8 — bêd
9 — abi-ñġuèn 9 — vde-ñġuàn
10 — fiàr 10 — vtiár
11 — fiàr ógiàk-ièl 11 — vtiár-ko-tók
12 — fiàr ógià-riòu 12 — vtiár-ko-ròu
13 — fiàr ógià-dèk 13 — vtiár-ko-diàk
14 — fiàr ógià-ñġuèn 14 — vtiár-ko-ñġuàn
15 — fiàr ógià-biġ 15 — vtiár-ko-vdiéc
16 — fiàr ógià abik-ièl 16 — vtiár ko-vde-tèm
17 — fiàr ógià abi-riòu 17 — vtiár-ko-vde-ròu
18 — fiàr ógià abi-dèk 18 — vtiár ko-bèd
19 — fiàr ógià abi-ñġuèn 19 — vtiár ko-vde-ñġuàn
20 — fiàr-riòu 20 — vtiár ròu
21 — fiàr-riòu ógiàk-ièl 21 — vtiár ròu ko-tók
22 — fiàr-riòu ógià-riòu 22 — vtiár ròu ko-ròu
30 — fiàr-dèk 30 — vtiár diàk
40 — fiàr-ñġuèn 40 — vtiár ñġuàn
50 — fiàr-abìġ 50 — vtiár vdiéc
60 — fiàr-abìk-ièl 60 — vtiár vde-tèm
70 — fiàr-abì-riòu 70 — vtiár vde-ròu
80 — fiàr-abì-dèk 80 — vtiár bèd
90 — fiàr-abì-ñġuèn 90 — vtiár vde-ñġuàn
100 — fiàr fiàr 100 — buòt
Addiettivi indicativi possessivi
Scìluk Dénka
mio ġià (ġ dura) mio kedià
mia mia
tuo ġiìn (ġ dura) tuo kedù
tua tua
suo ġiì (ġ dura) suo kedè
sua sua
nostro miuón nostro kedà
nostra nostra
vostro miubèn vostro kedún
vostra vostra
loro ġitinaciá loro kedèn

Basta, io credo, questo brevissimo saggio per iscorgere chiaramente che la lingua propria dei Scìluk è bensì diversa da quella dei Dénka, ma presenta press'a poco la stessa fisonomia, e che quindi i Negri che parlano questa lingua debbono appartenere alla medesima razza. Si vuole che i Scìluk sieno provenienti dal sud-ovest.

IV.

Il regno dei Scìluk e il loro Governo — Mezzi d'incivilimento — Punizioni — Diritto di elezione al trono — Residenza reale — Quanto si possa fare assegnamento della parola di un re Negro — Il latrocinio — Divisione, carattere e costumi vari dei Scìluk — La schiavitù presso i Scìluk e gli Arabi in Hèllat-Kàka — I mercanti d'avorio divenuti rapitori e mercanti di schiavi.

Tra i Negri che s'incontrano lungo le rive del fiume Bianco, non havvi che la tribù dei Scìluk che abbia un Re, il quale risiede a Dènab, ed esercita una indeterminata autorità generale, che viene spesso limitata dalle reciproche gelosie e dal capriccio di alcuni Capi de' villaggi vicini, i quali compongono una specie di Consiglio di Stato.

I due più grandi villaggi fra i Scìluk sono Hèllat-Kàka, tra il 10º e l'11º lat. N., villaggio che si estende lungo la riva sinistra del fiume per quasi tre miglia geografiche, ed è diviso in tante borgate vicinissime le une alle altre e scostate dal fiume circa un quarto d'ora di cammino; e Dènab (a 9°, 5′), ch'io ritengo col Kotschy sia la capitale dei Scìluk e non Hèllat-Kàka, come pretesero alcuni. Dènab trovasi più nel centro della tribù; Dènab è la residenza del Re; Dènab è abitato puramente dai Scìluk, mentre Hèllat-Kàka si compone di famiglie di tante e diverse tribù; vi si vede l'Arabo bruno de' Baggàra, il giallastro degli Hossanìeh, l'uomo di Nóba, del Kordofàn, del Dàr-fùr, il Negro dénka, il mercante dongolèse e l'indigeno Scìluk.

I Negri scìluk sono di mezza statura, ben tarchiati, forti, ruvidi com'è la loro pelle, han l'occhio vivo, penetrante, feroce; sono per natura bellicosi e vendicativi; essi vivono per solito di pesca, di caccia, di furti e di rapine.

Il Monarca, assistito dal Consiglio di Stato, piuttosto che reggere i suoi sudditi gli opprime.

Il meschino commercio, che da circa ventanni s'è iniziato colle barche de' mercanti passeggieri, i quali sulla riva del fiume, con perline di vetro, comprano dalle donne e dalle fanciulle gherre, borme (piccoli e grandi vasi di terra cotta), galline, uova, latte, grano di dùrah (holcus dùrah) e, nell'interno della tribù, denti di elefante, non è possibile che progredisca perchè è strozzato da monopoli del Monarca e dei membri del Consiglio di Stato, dalle proibizioni d'esportazione e d'importazione, e dalla capricciosa mutabilità degli ordine; e con tali vincoli posti al commercio, come potrà mai, io dico, attuarsi l'industria? e l'arte di lavorare e rendere fruttifero il terreno, che pure in alcuni luoghi è tanto fecondo, come potrà introdursi, io domando, e perfezionarsi, se quel po' di agricoltura che oggi vi si pratica, in modo però da non meritare quasi il nome di arte, trovasi aggravata di balzelli e vincolata nell'esportazione dei prodotti?...


Conquistare bisogna simili regioni colla forza, ma con una forza che tenda ad edificare, non a distruggere; con una forza che emani da un popolo religioso veramente e civile, il quale sparga qua e là colonie numerose e forti, che s'affratellino con que' poveri Negri e s'accomunino fino a stringere matrimoni, e insegnin loro a legarsi in amichevoli relazioni con tutti, ma specialmente colle tribù che hanno la medesima origine e parlano la stessa lingua, cercando così d'infondere nei loro animi il sentimento di nazionalità e far che incominci a risorgere fra tribù e tribù il commercio che ora è morto; mentre nessuna tribù osa oltrepassare i propri confini se non per portare la guerra alla tribù vicina, affrettandosi poi a ripassarli. I Negri di una tribù, che ordinariamente non supera i venticinque mila abitanti, vivono sempre isolati, fuggendo ogni altro consorzio umano. E in questa mancanza assoluta di comunicazioni, essi rimarranno sempre, quali sono, ignoranti di tutto, timidi, creduli, superstiziosi. Ignari di quanto succede a non molta distanza dal proprio paese, immagineranno cose straordinarie e prodigiose.

Alcuni anni sono Lakonò, Gran Capo d'una tribù sul fiume Bianco, raccontava a un certo Solimàn Kàscef che a dieci giorni di cammino dal luogo ov'essi si trovavano, esistevano miniere d'oro inesauribili, le quali erano custodite da esseri mostruosi, che avevano la testa di cane e che si pascevano di carne umana[9].

Qualunque educazione ricevano i Negri da Missionari premurosi e zelanti, lo spirito rimane sempre frivolo e vano, la loro attività sopita, infermo il ragionamento. Sono bambini incapaci di regolarsi da sè, che si trastullano dei gingilli, si dilettano al racconto delle storielle, sorridono alla favola, ammirano i giuochi di prestigio, ma sdegnano affatto la scienza, e non vogliono saperne di religione.

Come sopita in loro è la ragione, così lo è l'immaginazione. È vero che i popoli barbari, per lo più, amano molto la poesia, la quale somministra i più brillanti colori, ond'essi si compiaciono di tracciare i graziosi quadri d'un'ingegnosa mitologia. I Greci non hanno aspettato Pericle per creare l'Iliade; e l'Arabo selvaggio, nomade, predatore, recava alla Mecca, assai prima dell'islamismo, il tributo de' suoi versi. Vi s'incontravano allora poeti sporchi, affamati, seminudi, a lunga ed unta capigliatura, cantare le gesta degli Eroi o i saggi dell'amore con quella forbitezza di lingua, con quell'eleganza ardita, con quella grazia ingenua che noi ancora ammiriamo, e di cui n'è prova il Moallakàt di Sciànfara.

Nulla, assolutamente nulla di tutto questo presso i Negri. Le loro canzoni rassomigliano ai ritornelli che balbettano i fanciullini; e il più delle volte si compongono di parole slegate, dalle quali difficilmente si può dedurre un concetto. Tali sono i Negri scìluk, e tali sono tutti i Negri da me visitati entro il bacino del fiume Bianco.

Insomma, fuori d'un miracolo di Dio, il quale può tutto, io non vedo altro mezzo che valga a mettere in sulla via della civiltà i popoli selvaggi dell'Africa Interna che una forza bene intesa e l'incrociamento di razze.


Il Re dei Scìluk punisce con delle multe i furti e le rapine; e gli omicidi colla morte a colpi di lancia o di bastone.

Ciascun villaggio ha il suo Capo, che viene eletto dal Re e che deve invigilare alla osservanza degli ordini superiori, quando si tratta specialmente della vendita dei denti di elefante, la quale non può seguire che dietro il consenso del Monarca, a cui va pagata la tassa. Uno che fosse colto in flagranti sarebbe tosto punito e spogliato di tutto ciò che possiede.


Il regno dei Scìluk non è ereditario, come scrisse qualche viaggiatore. Quando io visitavo per la terza volta questo regno e mi trovavo a Dènab il 7 dicembre 1859, il Re, di nome Mievdòk, era già morto sin dal febbraio dello stesso anno, e nelle sue ultime agonie veniva finito con tre colpi di lancia da uno dei suoi parenti più stretti, perchè disdice ad un Monarca sì grande il morire, come essi ripetono, d'una morte troppo comune. Egli sen giaceva ancora insepolto, ben chiuso in una capanna, perchè non era stato eletto il successore, che si diceva dover essere il figlio di un suo fratello chiamato Ghèu. «La scelta però dipende dal voto del popolo, e appena il successore sarà stabilito in carica, il defunto Monarca verrà seppellito sotto un tamarindo presso la residenza reale;» così diceva a' miei barcaiuoli un vecchio Scìluk, che mostravasi dolente di una nuova elezione, e che meglio era, andava ripetendo, di vivere senza Re.

Dènab; con questo nome vengono chiamate diverse borgate, che per notevole estensione si succedono l'una all'altra lungo il fiume; e in mezzo a queste, un po' distante dalla riva, abita il Gran Re dei Scìluk, a cui nessuno, pel dovuto rispetto, può presentarsi se non procedendo carpone.

La residenza reale è tutta chiusa da un ricinto quadrato (zerìbah), e si compone di circa sessanta capanne di paglia, di cui altre hanno il tetto acuminato, ed altre rotondo come una cupola. Quasi tutte sono abitate dalle donne di Sua Maestà, il quale passa la notte e il giorno or nell'una or nell'altra come meglio gli aggrada. Quattro o cinque di queste capanne son destinate per le donne incinte, e otto o dieci per quelle che soffrono comecchessia incomodi di salute; una grandissima capanna poi, che si distingue fra tutte l'altre anche per la sua forma, è riserbata per la tesoreria. Essa contiene i più grossi denti d'elefante e d'ippopotamo, maravigliose corna di rinoceronte e di diverse antilopi, preziose pelli di animali feroci, i più bei campioni di perline di vetro, stoffe di tela e sciabole donate al Monarca da mercanti arabi, turchi, europei. Questa capanna è considerata come luogo sacro, e solamente le persone che sono in grazia di Sua Maestà possono porvi il piede.

Ai quattro angoli fuori del grande ricinto della residenza reale sono quattro piccole zerìbeh, ciascuna delle quali contiene intorno a cinquanta Negri scelti fra i più forti della tribù; e questi costituiscono la guardia nobile dell'Augusto Monarca. Davanti all'ingresso s'inalzano parecchi superbi tamarindi, dei quali il più maestoso copre colla sua ombra il seggio reale; e qui s'uniscono a consiglio i Capi, qui si danno giudizi, qui si pronunciano sentenze. I padri, che posseggono belle e graziose ragazze, si tengono onorati di poter presentarle ai piedi del Re; così che io credo che il Re dei Scìluk conti più donne del Gran-Sultano dei Turchi.


Per conoscere quanto si possa fare assegnamento della parola di un re Negro, leggiamo ciò che lasciò scritto M. Jules Poncet, negoziante e viaggiatore ch'io conobbi di persona in Chartùm, nel suo libro: Le fleuve Blanc, e les chasses a l'éléphant:

«En 1860, mon frère Ambroise s'arrêta au-dessus de Dénab, pour essayer d'obtenir du roi des Schellouk la permission de chasser dans ses États. Comme ce Monarque n'a jamais voulu recevoir aucun blanc, mon frère dut lui envoyer notre reis Oued-Khalled, et un de nos employés nommé Messaad, qui ayant habité chez les Schellouk, parlait bien leur langue; mon frère envoyait à sa majesté à titre de cadeau plusieurs sacs en indienne, pleins de différentes verroteries. Nos émissaires partirent de la barque, traversèrent deux gros ruisseaux pour arrivar à la résidence royale. Ils s'assirent sous un tamarinier, et quelques minutes après s'être fait annoncer, le roi sortit de son palais, tenant sa pipe d'une main et son bâton de l'autre, du reste nu comme tous ses sujets; il alla s'asseoir sous son arbre particulier. Un Nègre vint alors dire à nos gens de s'approcher. Ils marchèrent dans la direction du roi jusqu'à une distance de quinze pas, puis s'agenouillèrent en marchant sur les pieds et les mains, selon l'usage, jusqu'à la distance de trois ou quatre pas de sa majesté, qui reconnut d'abord Messaad, à qui il dit: Messaad, pourquoi es tu venu? Ce dernier répondit, ce qui était la vérité, que les Schellouk, après avoir tué son frère l'anné précédente, l'avaient dépouillé de tous ses biens, et qu'à la suite de ces malheurs, il s'était retiré auprès d'un blanc, qui lui avait donné des armes et des hommes pour chasser; que ce même blanc le saluait, e lui envoyait par ma médiation quelques sacs des verroteries, avec prière de lui permettre de chasser l'éléfant, ainsi qu'à lui Messaad, connu de tous les Schellouk, et duquel l'on n'avait rien a craindre.

«Le roi, sans dire un seul mot, ouvrit les sacs qu'il regarda attentivement, en prit deux contenants les plus belles verroteries; puis il distribua le reste à ses gens. Il parut satisfait, et après avoir gardé le silence quelques minutes, il dit à Messaad: Retourne auprès de ton blanc, et dis-lui que je donne pleine permission à Messaad de chasser dans mes États, et que, dès demain, j'en avertirai les chefs de tous les villages.

«Nos deux émissaires se trouvant très-satisfaits de cette promesse, le remercièrent en termes flatteurs, et se retirèrent en marchant sur leurs pieds et leurs mains comme ils étaient venus. Ensuite, ils s'en vinrent raconter a mon frère le résultat de leur ambassade. Le lendemain, Messaad et ses hommes sortirent pour aller chasser. Dejà ils étaient en route, quand mon frère les rappela d'àprès un contre-ordre de sa majesté, que deux émissaires lui avaient apporté peu après leur départ.

«Les députés de ce monarque remirent à mon frère de la part de leur maître, deux boeufs en cadeau, et lui dirent que son conseil l'avait déterminé a retirer sa parole pour cette permission de chasse, ajoutant que les Turcs prenaient le prétexte de chasser pour s'emparer de ses États, et que, d'après cette réflexion, sa majesté ne permettait pas à Messaad de chasser, et qu'en outre, il invitait mon frère de partir de suite avec ses gens.

«Un de ses émissaires, qui s'appelait Cheik Abder-Rhamàn, nous assura, en langue arabe, que c'étaient les conseillers seuls du souverain qui l'avaient fait revenir sur sa promesse.»

I Negri scìluk sono il popolo più turbolento, più audace, più traditore, più ladro di tutta la vallata del Bàhr-el-Àbiad. Il Re però e tutti i Capi sanno reprimere colla forza questa loro indole perversa, nell'interno della tribù; ma non impediscono che venga dispiegata al di fuori, anzi la favoriscono col ricever parte dei loro furti. I genitori stessi avvezzano i loro ragazzi a rubare. Fra questi Negri il latrocinio è ammesso come cosa naturalissima, sempre però fuori della loro tribù, quando non si tratti di derubare un forestiero. — Mi ricordo che un giorno, giusto nel paese dei Scìluk, stanco di starmi seduto in barca nel mio ristretto e disagiato casotto, montai sulla riva e m'addentrai nel bosco non più di cento passi, perchè i miei barcaiuoli m'aveano avvertito che non conveniva allontanarsi troppo dal fiume per timore dei Negri. Eran circa due ore dopo il mezzodì; avevo appena mangiato un boccone; m'acconciai comodamente all'ombra di una pianta a fare il chilo, e deposta da banda la mia pezzuola e la tabacchiera d'argento, che mi tenevo cara assai non tanto pel suo valore intrinseco, quanto per la persona che me l'aveva regalata, m'addormii. Svegliatomi dopo alcuni minuti, non trovai più nè pezzuola nè tabacchiera. Alcuni giovinetti Negri, che ho veduto poi a qualche distanza fuggir via, se n'erano serviti. È incredibile l'audacia di questi monelli. Non c'è luogo dove non penetrino, malgrado la più oculata sorveglianza; strisciano, guizzano, si schiacciano contro terra, coperti d'erba, di paglia, di foglie; rischian la vita per un nonnulla. Io stetti lì ancora un cinque minuti, mortificato, immobile sotto l'albero, colle braccia incrociate, e lo sguardo fisso a terra, esclamando di tratto in tratto: — Ah! che birboni!!... e tornai poi in barca a rintanarmi nel mio casotto.

Del resto i Negri scìluk nelle loro grandi spedizioni si raccolgono in numero di cento e più, e discendono o rimontano il fiume sopra leggiere piroghe, armati di lancia e di scudo e muniti di grossi utensili, per dare la caccia all'ippopotamo e al coccodrillo. Essi vanno disciplinati; hanno dei Capi, degli statuti, dei diritti riconosciuti in un certo senso persino dal Governo. Se discendono il fiume, spiano continuamente gli Arabi della riva sinistra e i Dénka della riva destra, e tirano specialmente alle loro vacche. Qualora riescano ad impossessarsene le spingono nel fiume, e d'isola in isola le conducono presso alle loro abitazioni. I Scìluk poi del sud fanno le loro spedizioni lungo il Sóbat e fino all'imboccatura del fiume delle Gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl), cercando di derubare per sorpresa i Gianghè della riva sinistra o i Nuèr della riva destra.

Durante la spedizione, che può durare anche più di un mese, essi dànno la caccia agli ippopotami e ai coccodrilli[10]. Da questi ultimi hanno il muschio, di cui fanno mercato; e dei primi conservano la pelle e i denti canini, ricercatissimi specialmente da qualche Inglese.

I Scìluk appetiscono assai la carne dell'ippopotamo che tagliano a lunghe striscie; quindi la sospendono a corde tese all'ombra e all'aria aperta, non mai al sole; e passate circa ventiquattr'ore hanno la carne secca che può servir loro di nutrimento per qualche mese. Rarissime volte mangiano la carne del coccodrillo, che è molto indigesta e sa di muschio. Vidi a mangiarne una volta i miei barcaiuoli, e io avrei proprio desiderato di assaggiarla, tanto più che quel coccodrillo l'avevo ucciso io stesso con un colpo di carabina; ma non mi fu possibile di accostarne briciolo alla bocca; il puzzo spiacente che mandava mi sconcertò talmente, che dovetti uscire di barca per non rigettare.


I Scìluk sono divisi in due classi. Quelli che si trovano ad Hèllat-Kàka, o più a nord, che sono assai pochi in confronto degli altri, vengono, per così dire, considerati come schiavi degli Arabi da quelli che abitano più a sud, i quali si estendono fin quasi al lago No, formato dalla mescolanza delle acque del fiume Bianco (Bàhr-el-Àbiad) con quelle del fiume delle Gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl o Kèilak). In realtà però i Scìluk del nord vollero emanciparsi dal predominio tirannico del Re e de' suoi Consiglieri, mescolandosi cogli Arabi, dei quali non si può dire che sieno schiavi. Questi Scìluk non hanno stabili abitazioni, sono erranti; io ne vidi attendati fin presso al 14º grado, e vivono unicamente di pesca, di caccia e di furti; mentre i Scìluk del sud hanno stabili dimore ed esercitano, sebbene con poco amore e con poco studio, anche l'agricoltura. Essi coltivano il dòkn (holcus dùrah), e i campi sono per lo più alquanto discosti dalle abitazioni. Avvicinandosi il tempo della raccolta, i coltivatori abbandonano le capanne e fanno dimora in mezzo ai loro seminati, per frastornar gli uccelli che non mangino il grano, e per guardarli dai ladri. Allora non riposano la notte che sopra grandi alberi per difendere così la loro proprietà senza il timore d'essere assaliti dagli animali feroci.

Il Scìluk è per natura infingardo, poltrone, come ordinariamente sono tutti i Negri. Bere la merìssah (specie di birra), fumar la pipa al suono del tamburo e della rabàba (strumento simile alla ghitarra) presso donne e fanciulle, che gesticolano, ballano, e cantano a più non posso, è il più bel divertimento, l'unica sua ambizione.

In tempo di pace, la quale non si prolunga mai oltre il mese della luna nel quale s'è conchiusa, i Negri scìluk fanno el-sùk (il mercato) cogli Arabi Baggàra, cogli Abù-Ròf, coi Dénka. Nei loro mercati essi vendono ai Baggàra della riva sinistra del fiume ed agli Abù-Ròf della riva destra correggie d'ippopotamo e muschio di coccodrillo; e ai Dénka carne secca e tabacco, ricevendo in cambio grano di dùrah.

I Negri scìluk, come tutti i Negri ch'io ho conosciuto in sulle rive del fiume Bianco, hanno una maniera singolare onde preservarsi dal freddo della notte. All'avvicinarsi della sera essi accendono un gran fuoco, ne attivano la combustione, e allorquando le legna sono ridotte in cenere, vi s'avvolgono con tutto il corpo unto d'olio di ricino, formandosi così come una crosta di cenere che serve loro di vestimento, nel quale dormono saporitamente e assai meglio che tanti poveri sventurati qui da noi, i quali sui loro letti non hanno abbastanza da coprirsi nella stagione invernale. Appena che coll'alba sorge il mattino, si spogliano del loro inviluppo notturno, lavandosi con molta cura nelle acque del fiume, e ricomparendo poi nel vecchio loro costume, di cui la natura sola n' ha fatto le spese, e che essi non sarebbero disposti a mutare con nessun altro. La è questione d'abitudine; non vogliono saperne di camicia e di calzoni; essi hanno dell'eleganza ben altra idea da quella che noi n'abbiamo; torturano gli orecchi, le labbra, il naso con grossi anelli di ferro e di rame; bizzarri abbigliamenti portano al collo, alle braccia, ai fianchi, ai piedi; si tingono il corpo di terra rossa; alcuni tengono irti i capelli; altri li voglion rasi e si coprono il capo con una pasta di cenere intrisa con olio, a cui danno diverse forme più o meno ridicole, ma tutte in modo da farli parer mostruosi. Ecco le loro galanterie; qui sta tutta la loro ambizione; così è — de gustibus non est disputandum — e tanto basti.

Un contrassegno, un'impronta particolare, fatta con un ferro rovente, il più delle volte sulle spalle, sulle guance, o sulla fronte serve a distinguere tribù da tribù, e talora villaggio da villaggio.

Le ragazze dei Scìluk sono piuttosto brutte; laide se le consideriamo dal lato materiale, e laidissime dal lato morale. Esse vanno affatto ignude fino al momento del loro matrimonio, il quale ha luogo, come presso tutte le tribù negre del fiume Bianco, intorno ai vent'anni. Allora si coprono con due pelli di capra o di montone, davanti e di dietro, le quali pelli s'uniscono solamente alla cintura, lasciando scoperta la parte esteriore delle coscie. Un numero maggiore o minore di bovi, secondo il potere dello sposo, è la dote della futura sua moglie. La dote vien consegnata ai genitori di lei, i quali dovranno conservarla per farne la restituzione al marito, nel caso che la moglie, stanca di lui, volesse fare ritorno alla propria famiglia; e questo non è solo costume particolare dei Scìluk, ma di tutti i Negri lungo le rive del fiume.


I Scìluk sono cupidi di schiavi, ma specialmente gli abitanti del nord, i quali s'uniscono quasi sempre cogli arabi Baggàra nelle loro spedizioni per la tratta di altri Negri, dei quali fanno poi crudele mercato.

Il luogo, nel quale venivano raccolti i poveri schiavi, era Hèllat-Kàka, ove traevano mercanti di molti paesi per comperare... carne umana. Nel 1859, quand'io mi trovavo appunto sul luogo, mi fu detto che ve ne erano stati venduti presso a 500, quasi tutti dell'età di otto o dieci anni. Molti di quegli infelici muoiono in breve tempo, altri di stento ed altri di nostalgia. I loro padroni prima di esporli in vendita, gli ingrassano, come si fa de' polli d'India; cercano di guarirli dalla nostalgia colla musica, co' balli, col canto; ne evirano alquanti, e insegnano o fanno loro insegnare qualche parola araba; il che ne aumenta il prezzo, che è ordinariamente cento piastre egiziane (quasi venticinque lire italiane) per un ragazzo, duecento per una bimba, circa ottocento per una giovane di diciassette o diciott'anni, bella, la quale sappia parlare un po' l'arabo e che non abbia ancora partorito; ed altrettante per un giovinetto evirato. Il Re dei Scìluk ha un tanto per cento sugli schiavi venduti da' suoi sudditi. Se muore uno schiavo, il suo corpo vien gittato nel deserto e fatto pascolo delle belve; se egli ammala, e la sua malattia è creduta contagiosa e difficile a guarire, lo si adagia alla meglio sopra il fusto di un albero nell'interno della foresta, ed accanto gli si pone un vaso d'acqua e qualche cosa da mangiare; e lo si lascia là ignudo giorno e notte, esposto all'aperto, qualunque sia la stagione. Avviene talvolta che l'acqua venga meno, che gli manchi il cibo, che il male aggravi; egli allora invoca aiuto, smania, si contorce... Gridi pur l'infelice quanto ha fiato, pianga, urli, si disperi, che nessuno avrà pietà di lui... Oh potesse almeno discendere da quella pianta malaugurata!... Non gli è possibile; v'è legato così, da non potersi per niun modo svincolare. — Tutto ciò mi parrebbe incredibile, s'io stesso non fossi stato testimonio d'un simile fatto.

Era la notte del quattro dicembre 1859, la terza volta che percorrevo il fiume Bianco fra Chartùm e Santa Croce; la mia barca era ferma presso Hèllat-Kàka; quella notte per me fu una delle più agitate del viaggio; non mi sentivo bene; non potevo prender sonno; avevo tante cose per la mente che m'inquietavano — il pensiero d'aver perduto così presto la cara e dolce compagnia degli amati miei fratelli missionari, coi quali solevo dividere il tempo in utili e preziose conversazioni, Francesco Oliboni ch'era morto poco dopo il nostro arrivo nella missione di Santa Croce, Angelo Melotto ch'era morto poco dopo il nostro ritorno da Santa Croce a Chartùm, Isidoro Zili ch'era pur morto in Chartùm, Alessandro Dal Bosco che vi lasciai gravemente ammalato, Daniele Comboni che sofferente di febbri era tornato in Europa. E i missionari tedeschi?... quasi tutti erano morti. Ma ancora più m'inquietava il pensiero del richiamo, che per mezzo mio ordinava il Prov. Apostolico Matteo Kirchner, col beneplacito di Roma, de' pochi missionari superstiti dalle stazioni di Santa Croce e di Kondókoro sul fiume Bianco. Ecco, io sclamavo allora, troncato d'un sol colpo il filo delle mie speranze... dopo tante e tante fatiche sostenute, dopo il sacrificio di tante vite! oh quanta maledizione pesa su questo suolo africano! quanto incomprensibili sono i giudizi di Dio!... ma sia fatta la volontà sua. E voi, anime a me tanto care, che or vi beate lassù nel cielo della vista del Padre universale e onnipotente, il cui Figlio incarnato sparse per tutti il preziosissimo suo sangue, ah! pregate affinchè lo Spirito Santo che dall'uno e dall'altro procede infiammi col fuoco dell'amor suo i gelidi cuori di tanti poveri Negri, e illumini le oscure loro menti perchè sieno fatti degni di entrare in grembo alla vera Chiesa da Gesù Cristo fondata... deh! pregate anche per me, che ignoro la sorte che m'attende, affinchè il Signore mi conceda, quando a lui piacerà, di rivedervi in cielo. — A un'ora dopo la mezza notte, appena addormentato mi svegliai; tutti i barcaiuoli e il mio servo dormivano profondamente; a me non riuscì più di chiuder occhio; udivo ad intervalli il latrato dei cani scìluk e il ruggito del leone; quindi in un momento di silenzio mi tuonò all'orecchio improvvisamente una voce squarciata e selvaggia, che non tacque più fin quasi all'alba; essa veniva dalla foresta, ed ora mi pareva d'averla vicina, ora la sentivo lontana, poi tornava a risonare più vicina, a seconda del vento che spirava, e sempre in tono di lamento, di disperazione; e prorompeva di tratto in tratto in grida acutissime, che mettevan freddo nelle vene. Io svegliai allora il servo e i barcaiuoli perchè essi pure ascoltassero quelle grida; e tutti eravam persuasi fossero le grida d'un infelice che domandasse soccorso. All'alba del giorno, io con tre barcaiuoli e il servo movemmo verso quella parte della foresta donde era venuta la voce, e dopo breve cammino scoprimmo il cadavere d'uno schiavo in mezzo a un lago di sangue, che alcuni cani, più fortunati di lui! leccavano. — Gittammo un grido di stupore. — Accanto al cadavere era una donna che accarezzava il suo volto sanguinoso, singhiozzando, ridendo convulsivamente, mormorando con voce infantile parole di disperazione e d'amore. Il cadavere, caldo ancora, aveva sei ferite nel petto; aveva un occhio crepato, morsicate le braccia e le mani, e stava disteso in terra sotto l'albero, sopra il cui fusto era stato legato quand'era vivo, ed ora vedevasi ancora la fune e un piccolo vaso di terra senz'acqua. Chi fosse quella donna, pazza di dolore, non l'abbiam potuto sapere; nessuno capiva la lingua che parlava.... Ah! forse sarà la moglie, io dissi, di questo sventurato!... Ma e chi l'ha ucciso così crudelmente?... e perchè?... mistero!

Il 17 febbraio 1860, essendo io di ritorno da Kondókoro e da Santa Croce coi missionari tedeschi Francesco Morlang, Antonio Kaufman, Giuseppe Lanz, con due laici, membri pure della missione, e con quattro giovinetti Negri e sei giovinette, catecumeni, m'arrestai colla dahabìah davanti alla maggiore borgata di Hèllat-Kàka, distante dal fiume circa un quarto d'ora, per comperare delle uova, delle galline, de' fagiuoli e due o tre montoni da mangiare durante il resto del viaggio fino a Chartùm.

Nella mia assenza di circa due mesi, la popolazione araba di Hèllat-Kàka s'era aumentata di forse duecento abitanti provenienti dalle montagne di Tèghele, i quali, come gli altri Arabi che da parecchi anni erano qui stabiliti, non avendo che poco bestiame, scelsero a loro dimora questa posizione perchè assai opportuna per la tratta dei Negri. Gli schiavi venivano poi venduti o qui sul luogo, o sui mercati di Dàr-Fùr e di Kordofàn.

Hèllat-Kàka, dal tempo che Seid Pascià vicerè dell'Egitto proibì la compera e vendita degli schiavi, n'era divenuta l'emporio, e gli Arabi crescevano ogni di più. Le loro capanne sono spartate da quelle dei Negri scìluk e compongono il gruppo principale di questa contrada. Due de' miei vecchi barcaiuoli, che da parecchi anni conoscevano questi Arabi, mi dicevano che non era che da poco tempo ch'essi avevano migliorata d'assai la loro condizione, da quando, cioè, cominciarono a tener commercio con alcuni mercanti d'avorio che percorrevano il fiume Bianco, dai quali compravano ogni anno buon numero di schiavi, qualche volta con piastre egiziane, ma il più delle volte con grossi denti di elefante, ch'essi ritraevano dagli Arabi dell'interno. Così è, alcuni mercanti di Chartùm, ch'io ho conosciuto, Turchi specialmente, i quali viaggiavano sul fiume Bianco coll'unico scopo di sordido guadagno, vedendo che la quantità dell'avorio diminuiva sempre più, che i concorrenti aumentavano e che crescevano le spese; nè avendo i mezzi da procacciarsi carabine di grosso calibro, e di assoldare uomini per dar la caccia agli elefanti, come facevano gli Europei, ricorsero ad uno spediente assai facile onde provvedere ai loro interessi, abusando ferocemente della impunità dei loro atti ingiusti e crudeli. Questi mercanti non s'allontanano mai dal fiume, ed allorchè veggono in sulle rive donne e fanciulle venute per lavarsi e per riempiere d'acqua le loro bórme (vasi di terra), o giovinetti che guardano il bestiame, o qualche casotto di poveri pescatori, si fanno subito annunziare dai Negri loro turcimanni quali buoni amici, che vanno in cerca di denti di elefante per comperarli, e mostrano alcune perline di vetro delle più belle, e ne promettono in dono per adescare gl'innocenti; anzi dalla barca ne gettan loro alquante file. Le donne allora, e i giovinetti specialmente, provocati dai doni bugiardi dei traditori, si raccolgono in buon numero; approfittano quindi gl'inumani del timore, che ispira loro lo scarico dell'armi da fuoco; uccidono i più forti che potrebbero opporre una resistenza; altri feriscono; molti mettono in fuga, e s'impadroniscono così a sangue freddo delle donne e de' fanciulli. Gli sventurati vengono tosto condotti in Hèllat-Kàka, ove il padrone della barca lascia un suo rappresentante chiamato uakìl, perchè procuri di venderli al più presto; mentre egli ritorna in traccia di nuova preda. Qualche volta questi mercanti avevano l'abilità di provvedersi di grano di dùrah a buon mercato, con quattro o cinque sole fucilate, che spaventassero i Negri venditori, i quali per campare la vita lasciavano volentieri la loro merce. Non era più possibile di porre il piede sicuri sopra una riva, ov'erano state commesse tali e tante crudeltà. I Negri non potevano più fidarsi, e con ragione, degli stranieri, e studiavano ogni modo per vendicarsi.

V.

Una zerìbah di schiavi — L'asta, la vendita, la separazione — Le dieci schiave Abialàñġ rapite a tradimento — Il loro quartiere in Hèllat-Kàka — Scena commoventissima — Brutto rischio — Audaces fortuna juvat — Uno de' più bei giorni della mia vita — Diffidenza punita — Il tradimento.

Io ebbi occasione nel 1859 d'introdurmi fra le capanne degli Arabi in Hèllat-Kàka, e di vedere co' miei occhi l'inumano governo che si fa di membra e d'anime umane.

Ecco là una grande zerìbah (ricinto), la quale circonda otto o dieci capanne; la porta d'ingresso è chiusa e non viene aperta agli estranei se non sono compratori di schiavi. Io non era uno di questi, nè avrei avuto il denaro per esserlo; pure volevo entrare ed osservare quel luogo di miserie per poter poi descriverlo con chiarezza; e vi riuscii.

«La zerìbah, mi diceva il Ràies della mia barca, appartiene a un Gran-Capo mercante di schiavi, e contiene mercanzia umana; quel Capo vende bene la sua merce, e quindi ha cura di nutrirla e d'alloggiarla meglio che può, onde presentarla alla vendita in buona condizione; nessuno vi troverai legato; sono schiavi fatti da qualche tempo e provenienti da tribù lontane; vedremo poi come sieno trattati gli schiavi fatti di fresco, o troppo vicini al loro paese.»

Due o tre fanciulli, una o due ragazze esposti fuori del ricinto sotto ad una tettoia, servono di mostra. Entriamo nella zerìbah senza paura, benchè un Arabo dall'occhio bieco c'inviti con poca cortesia a restar serviti. Io do un'occhiata intorno.... saranno state cinquanta persone; tutti Negri, mariti, mogli, fratelli, sorelle, padri, madri, fanciulli e bambini lattanti da vendersi separatamente o a partite, secondo il gusto di chi compra. E tante anime immortali, riscattate dal sangue e dalle angoscie d'un figlio di Dio, in quell'ora misteriosa in cui la terra tremò, ed in cui le rupi si squarciarono e i sepolcri si dischiusero.... tante anime saranno presto vendute, affittate, ipotecate o scambiate con droghe ed altri valori di simil genere, secondo la posizione commerciale o la fantasia del compratore! Quell'Arabo dall'occhio bieco, che ci fece restar serviti è il custode di tutta questa merce umana; e vuol vederli i suoi Negri sempre allegri, contenti, a mangiare, ballare, cantare e a ridere vivamente. Colui che rifiuta di essere di buon umore, o colui che non può sbandire dall'anima il pensiero della moglie, dei figli, del domestico tetto, è notato come un soggetto pericoloso, e si trova esposto a tutte le durezze che un uomo crudo e senza altra legge che la volontà propria può fargli subire. La vivacità, il brio e l'allegrezza, massime in presenza dei visitatori, sono loro imposti costantemente, ed essi vi sono stimolati o dalla speranza di avere un buon padrone, o dal timore delle punizioni che riceveranno non essendo venduti. L'ora nella quale io visitai quegl'infelici era ora di riposo, e se ne stavano distesi per terra, o sopra stuoie, in varie attitudini, all'ombra che proiettavano le capanne e qualche albero nella zerìbah; parte di essi dormiva, e parte era desta e taciturna; io vidi però alcuni che piangevano, perchè designati dal Gran-Capo per essere venduti quel giorno stesso. Verso sera, cioè dopo due o tre ore, doveva incominciar l'asta; mercanti del Dàr-Fùr, del Kordofàn, di Chartùm, di Dòngola si trovavano già da alcuni giorni in Hèllat-Kàka per comperare schiavi e per rivenderli poi nei loro paesi. Tra coloro che piangevano mi cadde sott'occhio una donna che poteva avere trent'anni, e a fianco a lei era una bambina, a cui era stato dato il nome di Scibàka, che non ne aveva più che dieci, la quale si teneva stretta alla madre e la guardava attonita. Entrambe balbettavano un po' l'arabo ed erano belle assai; parlavano insieme sommessamente per non essere sentite; ed oh! figliuoletta mia, diceva la madre col cuore affranto dallo scoraggiamento, questa è forse l'ultim'ora che passiamo insieme....

— No, mamma, non parlar così, noi saremo vendute ad uno stesso padrone, e tu sarai sempre mia e io sarò sempre tua.

— Se si trattasse di tutt'altra cosa, direi che tu la indovini, o figlia, ma io ho molta paura di perderti!

— Coraggio, mamma, non piangere; lo disse proprio il. Capo, che se saremo buone e ci daremo l'aria la più gaia, egli ci venderà ad uno stesso padrone.

La madre si asciugò colle mani gli occhi lagrimosi, e si sforzò di sorridere alla figlia e poi le disse: levati dal collo, o cara, le perline di vetro, che ti fan parere troppo bella, perchè temo altrimenti che il caro prezzo che tu costeresti impedirebbe forse d'essere comperate da uno stesso padrone.

— Or bene, madre, lo farò.

— Ascoltami ancora. Va da quel signore, che par che ci guardi commosso del nostro stato infelice, e pregalo.... ma pregalo assai a voler comperarci tutte e due.

La bambina colse il momento che non la vedesse il custode e corse da me, mi strinse una mano e disse: ah! signore, comprami tu insieme con mia madre, che è quella là che ci guarda; è buona, sai, e gaia come son io, e sapremo fare tutto quello che tu vorrai. — Quanto avrei desiderato di aver denaro! le avrei comperate a qualunque prezzo; il mio cuore mi diceva che di quelle due anime si avrebbe potuto far qualche cosa per guadagnarle a Dio. Ma così.... io non risposi; la parola mi si strozzò in gola; rivolsi gli occhi al cielo e dissi con tutta l'anima: deh! Signore, abbi pietà almeno di queste due infelici! — La Negretta, che vide i miei occhi umidi di pianto, si tenne più che sicura ch'io le avrei comperate, e s'affrettò a confortare la madre. Ma ecco il custode che entra nella zerìbah affaccendato e di buon umore. Egli getta un rapido sguardo sopra gli schiavi, ed ingiunge loro di mostrarsi quanto più possono piacevoli e lieti; poscia li fa mettere a circolo, e li passa a rassegna per l'ultima volta prima di esporli al mercato; e ne fa una scrupolosa ispezione per dar l'ultima mano al loro esteriore.

— Che vuol dire? esclamò egli arrestandosi davanti a Scibàka; ove sono le perline di vetro, o fanciulla?

La fanciulla guardò timidamente sua madre, che colla sveltezza propria delle Negre rispose:

— Le ho detto io poco fa di levarsele, perchè mi pareva più convenevole....

— Che sciocchezza! disse il custode con accento perentorio. E volgendosi verso la giovinetta:

— Rimettile subito al collo, capisci? soggiunse egli facendo girare una sferza che teneva in mano, e fa presto. E tu aiutala, diss'egli alla madre; le perline di vetro possono produrre una differenza di cento piastre egiziane nella vendita.


Fuori della zerìbah, in un vasto piazzale, erano raccolti i compratori che aspettavano il momento dell'asta. Ad un segnale che diede il Gran-Capo, l'Arabo dall'occhio bieco, il custode, condusse fuori gli schiavi da vendere, fra i quali Scibàka e sua madre che se la teneva per mano coll'aria abbattuta ed agitata aspettando il momento fatale.

Molti spettatori, disposti o no a comperare, secondo che darà l'occasione, si avvicinano agli schiavi; li palpano, li esaminano, e parlano dei pregi rispettivi di essi colla stessa noncuranza con cui un gruppo di stallieri discuterebbe intorno al merito di un cavallo.

La madre di Scibàka intanto guardava e riguardava con occhio inquieto la moltitudine delle fisonomie che si affollavano attorno a lei cercando se tra quelle ce ne fosse una cui essa e l'amata sua figlia si sentissero di poter chiamare padrone con minore ribrezzo.

Un momento prima che l'asta avesse luogo, un uomo, che non si sapeva di dove fosse venuto, ma che non era certo del Dàr-Fùr nè del Kordofàn nè di ChartùmDongolèse, un uomo di color bruno, lungo, magro e muscoloso, che aveva un camiciotto bleu, logoro e sudicio, si fece largo in mezzo alla folla come chi voglia incominciare attivamente un affare, e appressandosi al gruppo di schiavi, si pose ad esaminarli da uomo che se ne intende.

Subito che lo vide la madre di Scibàka provò istintivamente un orrore insuperabile, il quale si aumentava sempre più all'avvicinarsi di quell'individuo.

Or egli cominciò senza fare alcun complimento un esame minuzioso sopra quella partita di schiavi: prese la madre di Scibàka per la mascella e le aprì la bocca per osservarle i denti. La piccola Scibàka, ch'era vicina, per istinto, apriva anch'essa la sua bocca e faceva tutti que' movimenti che vedeva fare la madre. Quell'uomo poscia le fece tirar su la misera fàrda (veste), che la copriva per vederla tutta: la voltò e rivoltò in tutti i sensi, e la fece camminare e saltare per assicurarsi della sua agilità.

— Qual'è il tuo paese? le disse egli seccamente dopo di averla osservata da capo a fondo.

— Il paese dei Scìr[11], rispose ella guardando intorno come per cercare chi potesse liberarla.

— Potrebbe anch'esser vero, disse l'amatore, e distese la lunga e larga sua mano e tirò a sè la giovinetta; le toccò il collo e il busto; le tastò le braccia, esaminò i denti, e poscia la spinse verso la madre, la cui fisonomia esprimeva le crudeli angosce che le facevano provare i movimenti di quello stomachevole straniero.

La giovinetta atterrita si pose a piangere.

— Cessa adunque di miagolare, disse il venditore; non fare smorfie, poichè principierà subito la vendita.

E di fatto la vendita cominciò.

La madre fu messa all'asta prima della figlia, e seguita la vendita, essa volse indietro l'occhio inquieto; e sua figlia le stese le braccia; quindi la madre rivolgendo uno sguardo angoscioso al nuovo suo padrone ch'era d'età matura e di benevola fisonomia:

— Ah! padrone, vi prego, disse, per ciò che avete di più caro su questa terra, comprate pure mia figlia....

— Io lo vorrei, ma temo di non poterlo fare; non ho denaro che basti, rispose egli riguardando con affettuoso interesse la giovinetta, la quale lanciava intorno sguardi timidi e impauriti.

Il banditore vanta i pregi di lei, e parla a lungo per farla tenere in molta stima; le offerte si elevano con una rapidità progressiva, e sorpassano già la somma della quale può disporre il padrone della madre.... Insomma la giovinetta toccò in anima e in corpo a quell'uomo sconosciuto, di color bruno, lungo, magro, muscoloso, logoro e sudicio, pel quale la madre provava un orrore insuperabile. Iddio la protegga! io sclamai nel momento stesso che quelle due infelici creature emisero un grido il più acuto e straziante, e corsi via mordendomi per dolore ambo le mani.


Lo stesso Ràies della mia barca, il 18 febbraio 1860, mi diceva: — Ora vieni meco, o signore, ch'io ti condurrò a vedere in una capanna dieci schiave, che furono rapite l'altr'ieri sulla riva destra del fiume dal mercante * * * che tu devi conoscere; e a quanto adesso mi fu raccontato quelle donne sono Dénka; ma non ho potuto sapere a quale tribù appartengano; vieni e vedrai tu stesso come sieno trattati gli schiavi appena strappati dalle loro famiglie, massime quando la tribù è vicina.

— No, io non vengo; non potrei assistere a tanto spettacolo senza sentirmi spezzare il cuore; farei di tutto per superarmi, se avessi denaro da comperarle per ridonarle poi ai loro cari, ma così io non posso venire; ritorniamo in barca.... Mi spiacerebbe assai che quelle donne fossero della tribù degli Abujò, o degli Aghèr, o degli Abialàñġ; le quali tribù tu sai che furono da me visitate l'anno passato; ma che io voglio visitare pure quest'anno co' missionari tedeschi. Or dimmi un poco, o Ràies: — Quelle schiave, lo sai di sicuro che sono Dénka?

— Eh! senza alcun dubbio, me l'ha detto un Scìluk, che ne capisce la lingua; e mi disse ancora che son tutte, o quasi tutte maritate, e che tre o quattro hanno il latte; i poveri bambini saranno là che piangono le loro madri e che ne voglion le poppe!

— E che cosa farà il Turco di quelle donne?

— Le venderà in Chartùm per quel poco che valgono, perchè hanno partorito, e quindi il loro prezzo non è caro.

— Ma.... e non è ora proibita la vendita degli schiavi in Chartùm?

— Sì, è proibita pubblicamente, ma gli schiavi si vendono di nascosto; e il Divano lo sa, e tace.

— E i compratori di quelle donne come se ne serviranno?

— Trattandosi di donne che hanno partorito, i compratori se ne servono per lavorare la terra e inacquarla, per la seminatura e per i raccolti, o le affittano anche a coloro che ne hanno bisogno.

— Quanto tempo durano in vita queste povere donne?

— Veramente, non lo so; secondo la loro complessione. Quelle che sono vigorose e forti possono durare anche otto o dieci anni; e le scarte finiscono in tre o quattro.

— E se ammalano?

— Anni sono, i compratori si davano molta pena per farle guarire; davan loro medicine e una coperta la notte perchè se ne munissero contro il freddo. Ma tutto ciò serviva a poco o nulla; si buttava via il denaro, ed eran sempre fastidi, come essi dicono. Ora le fanno andare sino a tanto che possono, malate o sane; e quando una Negra crepa ne comprano un'altra: è una cosa più comoda e più vantaggiosa per tutti i versi; così, ripeto, essi dicono; e come le schiave, vengono trattati anche gli schiavi.

— Infelici! io dissi fra me, almeno aveste un qualche conforto nei vostri patimenti, il conforto della religione che unica al mondo può sostenere l'uomo nei momenti più desolati! ma anche questo conforto vi manca! oh Dio! qual prova terribile deve essere per voi quella di vedervi abbandonati da tutti, e sotto il giogo mostruoso d'una violenza senza fine!...

Di buon mattino ordinai al Ràies di staccare la barca dalla riva e di scendere il fiume. Durante il cammino io m'era seduto presso il timone, ov'era il Ràies, uomo intelligente e maomettano per la vita.

— E dunque, egli mi disse, che ti pare di quel turco mercante.... rapire quelle povere donne.... e chi sa in qual modo....

— Puoi immaginartelo, io risposi, a tradimento, dopo d'averle adescate con perline di vetro. Egli è un uomo vile, dispregevole, brutale. Povere donne! chi sa come e dove andranno a finire!

— Speriamo, soggiunse il Ràies, ch'esse cadano in buone mani. Fra i compratori vi sono molti uomini generosi ed umani.

— Te lo concedo, io dissi, e tu ne saresti uno, che tratti bene, lo so, la tua schiava; ma secondo la mia opinione, voi, uomini umani e generosi, siete in qualche modo responsabili delle brutalità e degli oltraggi che subiscono questi poveri sfortunati. Anche i Turchi, posso dirtelo, trattan bene gli schiavi; ma se il Divano ritirasse la sua sanzione e la sua influenza, quanto non sarebbe diminuita la schiavitù nell'Africa! Seìd-Pascià, è vero, ha proibita la schiavitù, fin dal 1854, nei paesi a lui soggetti, e quindi la compera e la vendita degli schiavi; pure noi sappiamo che nel Sudàn grande ne è ancora il numero, e che si possono acquistare a tenuissimo prezzo, se non nei pubblici mercati, in tanti altri modi che vengono suggeriti, e tu lo sai, da quelle stesse autorità, che dovrebbero invigilare perchè la legge fosse osservata. Che importa che i Pascià, gli Ufficiali del Governo e pochi, pochissimi, nel Sudàn trattino bene i loro schiavi, se la maggior parte invece nessuna cura si prende della salute e della vita di quegli infelici, che ammalati abbandona, stroppiati uccide, morti trascina lungi dall'abitato nel deserto perchè se li mangino le jene?... Insomma, lo ripeto, sono i vostri sentimenti generosi ed umani da voi millantati, che autorizzano tante brutalità.

— Sappi però, o signore, continuava il Ràies, che la schiavitù avrebbe luogo medesimamente nell'interno dell'Africa, ove dalle tribù stesse dei Negri viene praticata....

— Ma forse non con tanta barbarie; e, se mai, credi a me che i Governi civili d'Europa, qualora fossero assistiti dal vostro Governo, riuscirebbero se non a torla presto del tutto, a mitigarla d'assai.

La barca intanto progrediva il suo cammino, e giunse dopo circa tre ore alla riva destra dei Dénka-Abujò.

Era mia intenzione di visitare anche quest'anno (1860) il Gran-Capo di quella tribù, Akòl-Guorgièb[12].