LA LEDA SENZA CIGNO.
LA LEDA SENZA CIGNO
❧ ❧ RACCONTO DI
GABRIELE D'ANNUNZIO
❧ ❧ ❧ SEGUITO DA UNA
LICENZA ❧ TOMO PRIMO
FRATELLI TREVES EDITORI
• MILANO • MCMXVI
Proprietà letteraria.
Riservati tutti i diritti.
Copyright by Fratelli Treves, 1916.
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Tip. Treves.
ASPETTI DELL'IGNOTO. LA LEDA SENZA CIGNO.
Questo mi fu raccontato ieri, prima di sera, sul pontone piatto che la bassa marea lasciava in secco a poco a poco, mentre udivamo intorno bruire la vita nascosta delle sabbie e a quando a quando il chiù rammaricarsi nelle macchie litorali fiorite di ginestrelle e di giunchi marini, mi fu raccontato da Desiderio Moriar, squisitissimo artista ignudo di opere e di fama; il quale con me sa come nel vivere, ancor più che nel leggere, nulla valga quanto l'abito dell'attenzione.
Ma egli ha una voce che somiglia a una di quelle giornate torbide di marzo, tutte sprazzi argentini, ventate subitanee, rovesci d'acqua e di gragnuola, pause piene di melodia, dove le cose non nate sembrano aver più potenza che le cose già venute in luce. E questa sua voce passa per una bocca avida e scontenta come d'un bimbo ghiotto che con un soldo falso e gobbo s'indugi davanti alla vetrina del pasticciere. E su certe parole i suoi occhi bruni si muovono tra il battito dei cigli con una inquietudine che sembra accendere una stilla di sangue nell'angolo delle palpebre verso il naso, come quel tòcco vivo di cinabro che si vede in certi ritratti manierati; oppure talvolta pare che ritraggano a sé lo sguardo e galleggino su non so che acqua di sogno come due gusci lisci di nocciuola.
Né, veduto di fronte, egli è lo stesso uomo che si mostra di profilo: a una sensualità avventurosa, insofferente di costrizione ma intesa a scegliere pur nella sua subitezza, egli sembra volgendosi opporre l'abnegata volontà di chi senza fallo scopre il medesimo orrore vuoto sotto i più facili e i più difficili capricci della vita. Le sue belle mani, a volta a volta nervose come quelle del grande violinista tra archetto e tastatura o disossate e morbide come quelle del famoso sarto in punto di provare il vestito alla dama, con un gesto brusco fanno di tratto in tratto scrocchiare le dita parendo saggiare il tono dello scheletro celato. Allora certe rapide onde sensitive, palesandoglisi al pomello della gota, alla tempia, al mento, mi ricordano la pelle troppo fina dei cavalli di sangue e qualche volta anche il muso comico dei conigli.
Or che mirabile strumento animato per rilevar con un gesto, con un accento, con una pausa, con un cenno, con uno sguardo i valori delle cose visibili e invisibili!
Egli diceva iersera, per quel misto di fanciullaggine e di magìa: «La notte non è onnipresente e perpetua? Se chiudo il pugno, sotto il pieno meriggio, ecco, faccio la notte nel cavo della mia mano». Così, narrando, egli mi faceva sentire di continuo quella meravigliosa oscurità su cui si disegnano le forme e gli eventi, quella divina ombra che riempie la piega d'una gonna o la fessura d'un cuore.
Disperando d'imitare pur lontanamente l'arte sua viva, nel riferire taluno de' suoi racconti io mi studio d'imaginarmi che il caso sia seguìto a me medesimo.
Ero in una di quelle giornate di tedio, che si dice sieno state inventate per le nature ambigue dal precettore di Nerone, quando la virtù attiva della vita si ritrae dai cerchi dell'anima come l'acqua dalle gore d'una gualchiera o d'un mulino lasciando a secco i fossi ingombri di rottami e di lordumi intorno ai congegni inerti.
Par di fiutare in ogni pensiero un odore di melma in fermento. Il corpo stesso è come sguainato e stroncato: cerca di sostenersi, di appoggiarsi, di trovar requie in qualche attitudine durevole; ma somiglia quei vecchi crocifissi mancanti della croce, che nelle botteghe degli antiquarii sembran rinchiodati a supplizio in qualunque luogo e contro qualunque arnese si ritrovino.
Anche la stagione secondava tale miseria; ché pioveva e non pioveva, nella Landa. Una nuvola bucherata spruzzolava un tratto di sabbione con gocciole grosse e rade che, per esser quasi tiepide, parevan cadute da uno schiumatoio. Ma di là dalla banda annaffiata s'intravedeva la sabbia secca, e più in là un'altra spruzzaglia, e più in là un'altra lista di alido; cosicché anche la terra pareva in malessere come quelle donne incinte che si sentono la pelle a chiazze fredda e calda, qualcosa d'informe dentro sobbalzando in una profondità indefinita.
Stavo per lasciare dietro di me, al cancello d'un giardino, una di quelle dolci e noiose creature che, all'incontro della giovenile visione di Dante, si ostinano di tener senza fine su le braccia il loro amore esanime «involto in un drappo sanguigno leggiermente» per non potersi mai risolvere a seppellirlo, e si sforzano di farci mangiare «per ingegno» il loro caro cuore che pur non arde. Vide cor meum.
Udivo il suono della lamentazione consueta come quel ronzio che il chinino lascia nell'orecchio del malato di febbri dopo l'accesso. E non istavo né dentro né fuori; ché la pietra della soglia era tra noi, cosparsa di pòlline giallo. E vedevo quella farina selvaggia attaccarsi alla pittura recente del cancello nuovo, riempiere gli interstizii, involgere una bolla di gomma che in una traversa di quel legno di pino non interamente morto si gonfiava a quel modo che la vescica s'alza nel palmo d'una mano avanti d'incallire.
Un vasetto di coccio sospeso a un tronco scorticato aveva ricevuto d'un tratto tanta ragia, al primo muovere del succhio, che ne traboccava in lunghi filamenti d'apparenza quasi zuccherina, sicché metteva voglia di darla a masticare per impiastrarne la lingua molesta e invescare contro al palato le parole importune. Sotto la mollezza d'una nuvola latticinosa e irresoluta gli uccelli qua e là stonavano come gli alunni svogliati d'una scuola corale. E tutta la vita m'aveva l'aria di una di quelle sciocche allegorie che un tempo il maestro di retorica proponeva su la lunga panca dell'esame. L'avevo così mal composta che, per punizione, ero costretto a portare il foglio appiccato con due spilli dietro la schiena.
Allora, scendendo verso il Quartiere d'inverno per i sentieri della foresta, pensai con invidia a quei rari pastori landesi, ultimi discendenti de' vecchi fantastici che su gli alti trampoli varcavano stagni e pantani del deserto arenoso e co' gran passi potevan eguagliare il galoppo d'un cavallo de' Pirenei.
Ne avevo conosciuto uno nella macchia, pochi giorni innanzi. Ridotta la misura delle pertiche leggendarie a due modesti mozziconi. messi ad armacollo l'ombrello verdognolo e il sacchetto brunastro, calcato su gli orecchi il berretto di lana in forma di fungo, costui passava tutto il santo giorno immobile contro il sostegno del bastone, lavorando di calzette coi ferri, immune di pensieri come il suo cane, indifferente alla fuga del tempo come dev'essere l'ampolla dell'oriuolo da polvere, con la sua lingua riposta per anni nel silenzio della sua saliva come la sardina conservata nell'olio della scatola.
Lungi dagli occhi amati o non più amati, la luce pare diversa.
Per entrare nella nostra camera, il cielo aspetta che le lampade sieno spente.
Tra le raschiature fresche dei pini (in distanza i fusti avevan l'aria di portare inchiodate quelle pelli rossigne di capretti che soglion pendere agli usci dei macellai) scorgevo la città variopinta dell'Etisìa covata da un tepore umidiccio di stufa alquanto disgustoso come quello che si respira in certi bagni turchi trasportati in Occidente, ove gli uomini grassi s'affannano a sudare leggendo il giornale della loro fede spiegato su la pancia grondante.
Le ville parevano leggiadramente costruite di carton pesto e di latta traforata da un architettorello girondino con pizzo al mento e svolazzo alla cravatta, che si fosse ingegnato di conciliare nell'arte sua ospitale l'inspirazione della Riviera ligure a quella del Lago dei Quattro Cantoni, entrambe consolatrici. Ogni facciata portava inscritto in lettere di stil novo il suo bravo nome fornito dalla mitologia, dalla botanica, dai fasti civici o dalla buaggine sentimentale. Ogni interno doveva avere il suo vaso di fiori artificiali sotto la campana di cristallo, la sua grossa conchiglia bitorzoluta, la sua figurina di Giovanna d'Arco in armatura di piombaggine, e la sua pendola col cuccù per chiamare la felicità o la morte.
Cumuli di ciarpe e di coperte, sollevati di tratto in tratto da uno schianto di tosse, riposavano su lunghe sedie di vimini, di là dai vetri nettissimi che come quelli degli aquarii parevano chiusi sopra un mondo remoto. Su la via bianca una fila interminabile di bruchi, discesa chi sa di dove, camminava verso l'eternità con la contrattura lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli. Qualcuno dei loro nidi lanuginosi in cima a qualche ramo dava imagine d'una mano malata avvolta di filacce. Un pianoforte lassù, che aveva ereditato l'anima di un organetto di Barberìa suo parente, sonava uno di quei pezzi che portano un numero su ogni nota per condurre ciascun dito al suo tasto; e non so quale avo romantico risvegliandosi in qualche parte di me si mostrava curioso di sapere se la copertina s'ornasse d'una gondola nera o d'un salice piangente o d'un'arpa ossianica in litografia e se il titolo fosse: «Il sospiro dell'Esule» oppure «Il giovine schiavo» oppure «Ultimo giorno di Maria Stuarda».
Un pensiero atroce e puerile mi passò pel cervello: «Se ora getto un grido, tutti i malati si precipitano alle finestre, e mi restano là con i loro visi eguali e bucati come i sugheri che pendono dalla sciabica stesa ad asciugare dopo la pésca.»
In una finestra senza cortine, dietro il vetro si levò un che di simile a un gesto bianco che scacciasse un moscone o che mi chiamasse. Certo, non altro che un sottil vetro mi separava dalla morte, e quella mano ignota stava per romperlo.
Mi ricordai che un mio cugino a Nizza ebbe la ventura d'essere meravigliosamente amato per tutto un pomeriggio, fino alla sera, da una canonichessa di Cracovia, che poi spirò nella notte.
Ma la porta della mia donna eletta e perduta era chiusa; e nel piccolo giardino una serva in cuffia e in zoccoli insaponava un can barbone color castagno che pareva stingere sotto la schiuma come fosse di cioccolata, mentre l'acqua sporca colava giù per la viottola nella strada, verso me, simile a una mano deforme che palpasse in terra e s'allungasse e s'allargasse cercando qualcosa che io avessi perduta.
Non sapevo che.
M'aspettavo che qualcuno di dietro mi dicesse con zelo: «Signore, guardi, si volti; ha perduto la tal cosa.» Ma nessuno fiatò; né quella mano colante si levò a restituirmi la cosa: seguitò a palpare più lontano, fino al rigagnolo, disturbando un conciliabolo di bruchi radunati sotto una specie di canavaccio che poteva somigliare tanto a una spoglia di serpe quanto alle cellette d'un favo votato e disseccato.
Un carrozzino a forma di cesta intanto mi veniva incontro su tre ruote, sospinto da un uomo baffuto e brizzolato che compieva quell'officio con la dignità propria dei reduci dalle patrie battaglie e dei salvatori di professione addetti agli annegamenti e agli incendii. Una vecchia signora v'era distesa, che nel suo aspetto di moribonda serbava non so che luccichìo di furore in due pupille ostili all'Universo, sporgenti in sommo di due borse grinze che ricordavano la ferocia del polpo legato al suo triste sacco e non si sapeva per qual mai accidente mancassero degli otto tentoni guerniti di ventose. A due passi da me il carrozzino s'arrestò così inaspettatamente che sobbalzai.
Una riga di bruchi attraversava la strada; e il degno spingitore — chi sa per qual movimento di pietà, di ribrezzo o di superstizione — cercava un modo ingegnoso d'evitare la strage. Com'egli di dietro pontava su l'orlo della cesta perché la ruota davanti si sollevasse, la vecchia sentendosi sballottare ritrovò tutti i suoi spiriti per schizzare contro il gaglioffo l'acredine dei suoi due polpi senza tentoni. La ruota ricadde e tagliò il lungo budello villoso e molle. Le altre due ruote e le due scarpe seguaci compirono il tagliamento.
Per disgustò volgendomi, vidi dietro una palizzata un ragazzo che rideva da due minuti occhi porcini affondati in una faccia enorme e lustra sul punto di scoppiare come se dalla nuca forata qualcuno seguitasse ad insaccarvi sugna e carne pesta.
La carogna brulicante d'un can bastardo in un immondezzaio non è spettacolo quasi ricreativo al confronto di certe apparizioni della bruttezza umana vestita di panni?
Una gran folata di vento mi passò sul capo: uno di quei fiati subitanei che sembrano venire dal miracoloso confine d'un'altra vita non conoscibile se non talora indistintamente per certi baleni del ricordo o bagliori dell'ansia, quando lo spirito, forse memore, forse presago, si dibatte invano per sottrarsi alle abitudini, alle manìe, alle bugìe, alle smorfie, alle paure, alle infezioni senza numero ond'è composta la nostra vita.
Il pòlline pareva fumigare dai rami scossi e dorare di sé la nuvola dilacerata che mi lasciò scorgere d'un tratto il più angelico tra i visi dell'aria per mezzo a due lembi simili a due bende di lino spolverate da quell'oro silvano.
E, prima di udire la nota inesperta di un usignuolo novizio, sentii che il pino al passaggio del soffio si gonfiava di musica, dal pedale alla vetta, come uno strumento a fiato.
E bastò quella nota gracile perché tutto si mutasse.
Allora m'affrettai verso la città, pensando che forse la musica era per interpretare l'enigma di tutte quelle figure introdotte in me da non so che senso crudele aggiunto alla vista normale.
Un giovine sonatore di cembalo, escito dalla Schola Cantorum, educato alla grazia e alla forza degli antichi cembalisti italiani, mi aveva scritto con fiera gentilezza che nel suo concerto di quel giorno avrebbe sonato per me solo.
Ottima cautela, del resto, perché, entrando nel Casino, m'accorsi come la più gran parte dei porci paesani — more biblico — non fosse stata attratta dalle margherite.
Gli uditori erano scarsissimi nella vasta sala tutta senza risparmio dipinta in quello stile turchesco che ha la virtù d'infiammare la fantasia dei sottuffiziali nei parlatorii dei bordelli. Non mancava se non il profumo delle famose pastiglie dette del Serraglio. L'Euterpe locale, donna ossuta e brusca, posta a guida d'ogni raro uditore verso la sua seggiola, cacciando di tratto in tratto la mano nella tasca del grembiule faceva sperare che fosse per prendere una di quelle pillole odorifere e per abbruciarla nel polito scodellino delle mance; ma ogni volta il gesto era seguito dalla delusione.
S'udì scrosciare un nuovo rovescio su la vetrata del soffitto; ed ecco, lo spirito agile dell'acqua parve penetrar nell'ombra squallida, con non so che di fragranza terrestre di gioia.
Le pareti s'apersero; la gran carcassa di ferro, di legname, di stucco e di vernice fu portata via da un sol colpo di vento, quasi fosse un mucchietto d'aghi di pino su la spiaggia battuta dall'Atlantico.
Chiare fonti repentine scoppiarono da ogni parte come in quel luogo quieto del barco ove l'ospite con un sorriso misterioso conduce gli invitati senza sospetto e non visto volge la chiave nascosta nella faretra d'un Cupìdo per muovere i giochi e i tradimenti dell'acqua.
Su dall'erba rasa, di tra i cespugli simmetrici, di tra i bossi tonduti, dalle mammelle delle naiadi, dalle conche dei tritoni, dai dorsi dei delfini, dalle gole delle rane di bronzo acquattate presso i sedili o alla soglia delle grotte, dalle modanature dei balaustri lungh'esse le terrazze e le scale, dalle cupole dei tempietti e dalle arcate dei passeggiatoi, da ogni parte i getti spicciano sprizzano bàlzano schioccano perseguono percuotono formidabili come nell'imboscata le spade gli stocchi le picche.
Dame e galanti strillano ridono corrono si schivano si salvano.
Ma in ogni rifugio, in ogni nascondiglio è l'insidia della fresca persecutrice; ecco uno schizzo obliquo nella nuca, nell'orecchio, tra le spalle; ecco una polla bassa che suona sotto il verdugale come un batacchio in una campana sorda; ecco uno stroscio rude che rapisce una parrucca, l'immola, la sparpaglia, ne fa quasi un fiocco della sua spuma.
Amarilli fuggendo inciampica in un cespo di rose, cadendo bocconi le sfoglia e si punge. La malizia degli zampilli l'assale, come uno stormo di gnomi trasparenti e saccheggia la sua leggiadria inerme. Una piuma, un velo, un nastro, un nodo d'amore, un neo di taffettà, un pettine di scaglia, una scarpetta di tela d'oro, ogni spoglia leggera danza in cima d'ogni zampillo come tal uovo forato e votato; e anche una foglia verde, un petalo bianco, una spina bruna.
«Aita! Aita!» Il cavalier Palamede non s'indugia, non si volge, non ode; se la dà a gambe con gran tintinnio di ciondoli, con la coda di traverso, con le calze appiccicate alle insigni polpe, con in mano il fodero floscio dello spadino smarrito.
Tutti e tutte fuggono strillando, soffiando, lungo le spalliere di càrpini, verso la gradinata di marmo carnicino, come un branco misto di paperi e di cigni cacciato fuor dal suo laghetto da uno spavento improvviso.
Già si credono in salvo e si scrollano le fuggitive, quando le piccole sfingi di marmo carnicino, ben pettinate e savie come damigelle di compagnia, riposanti su due branche dagli ugnòli inoffensivi, prendono a soffiar dalle bocche senza enigma larghi ventagli d'acqua che s'incrociano per tutta la scala.
Ricomincia la fuga venusta; e la scala sembra che si prolunghi come quella di Giacobbe, verso il cielo soave d'occidente ove le spole delle rondini tessono il velo violetto della Malinconia.
Ed ecco la prima collana di perle si rompe sgranellandosi: gli acini ruzzolano giù per i gradini lisci e rosei che l'acqua discende in minuscole cascate.
Si rompe la seconda (di sette fili?); si rompe la terza (di ventun filo?) e un'altra, e un'altra ancora, senza novero.
Le perle si moltiplicano, simulano una grandine mite, scorrono per ogni verso, rilucono, risonano, rimbalzano, si mescolano ai rivoli, ora sembrano le bolle preziose dell'acqua, ora le gocciole della bellezza grondante.
E, come cessano le sfingi di soffiare, i pavoni appollaiati nei càrpini si levano con uno strido; vengono su la strada come attratti dal becchime inatteso; inseguono i grani trascinando sul marmo umido i loro chiusi flabelli.
Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo soffice di gatti d'Angola, e bianchì come la panna e grigi come il fumo, dagli occhi rossi, dagli occhi cilestri.
Ed ecco, chi sa donde, uno stuolo di bertucce nere e lustre come il giaietto, dalle manine pallide e grinzose, con un campanello d'oro alla coda.
E i mici e le monne inseguono le perle sonore, le fermano, le afferrano, se le mandano e rimandano, scherzando, ruzzando, rissando, con atti con gesti con cenni di grazia sempre facile e nuova.
E lassù le collane si spezzano, si sfilano, si sgranellano ancóra, quasi che per prodigio lassù il riso carnale della Giovinezza si cangi in quei disciolti monili trascorrenti e irrecuperabili. (Nel rosaio, laggiù, Amarilli ha perduto i sensi? o ha reso l'anima?)
Erano le sonate di Domenico Scarlatti.
Il giovine sonatore aveva il viso raso angoloso e sparso di qualche neo irsuto alla Franz Liszt, un paio d'occhiali professorii a stanghette d'oro sopra un naso quasi greco, l'antico zazzerino spolverato di Jacopo Peri, una cravatta a due giri sopra un di que' lunghi panciotti di velluto nero che portano gli eleganti nelle litografie di Gavarnì; ma per l'arte mirabile delle sue dita e dei suoi spiriti si rivelava un vero «maestro al cembalo» degno del Settecento e del divino Napoletano.
Il vigore, l'ardire, l'eleganza, l'allegrezza, la franchezza, la volubilità, la voluttà di quella musica rinnovavano e rinfrescavano a miracolo in me il senso della vita. Ciascuna sonata, con l'unico suo tema condotto sopra un movimento diviso in due parti, pareva disegnare ogni volta la linea breve d'una perfezione sempre diversa e variare per modulazioni imprevedute l'energia del più limpido elemento.
In un intervallo, quando le mie palpebre erano ancóra abbassate sopra una delle mie imaginazioni incantevoli, mi giunse in un fruscìo tenue un profumo di donna simile all'odore che si parte da un cespuglio scosso; cosicché al primo attimo credetti di non esser turbato se non dal mio medesimo sogno. Amarilli?
Ma, volgendomi, vidi una giovine signora che stava per sedersi nella sedia accanto alla mia; e nel primo aspetto notai la qualità de' suoi occhi che pareva non le servissero a dirigersi. Di sùbito il mondo creato in me da quella musica crollò e si dissipò, come se mi fosse caduta di mano una di quelle sfere cristalline che figurano l'orbe terraqueo nella palma d'un angelo inglese della Creazione. Gli zampilli cessarono di stoccheggiare, le collane cessarono di sfilarsi. L'anima, escita magicamente di sé stessa, balzò indietro di più secoli.
La nostra vita è un'opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto è più ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l'ordine delle leggi apparenti. Né, quando crediamo di dormire e di sognare, siamo noi addormentati ma sì bene il Mago s'assonna tralasciando di condurre le nostre virtù verso le virtù delle cose con l'arte sua improvvisa e infallibile. Abbandonati per un tratto a noi stessi, potremmo forse spiarlo e conoscerlo come potremmo osservare il nostro segreto s'egli non fermasse in noi un qualche congegno, al modo dell'operaio che introduce un chiodo o una scheggia nella macchina per renderla inservibile. Ma l'uomo veglia di continuo, fin dal cominciamento del mondo; e nessun Macbeth può, in verità, uccidere il sonno che mai non gli si accosta.
Il sonno umano è un errore come il tempo e come lo spazio.
Il nostro letto non è se non il simbolo d'un rito incompreso o mal compreso, come l'antico catafalco annuale di Adone o quello di Gesù eretto nella navata innanzi Pasqua. Non l'uomo ma l'imagine cèrea d'un dio vi si stende.
Gli occhi della sopravvenuta erano di quelli che ci lasciano perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco e senza presa. Gli orli delle palpebre induriti e netti come castoni li legavano come questi legano le gemme, e mi facevano pensare agli occhi d'un dio o d'un atleta di bronzo composti d'argento azzurrognolo o di pasta vitrea colati o connessi nella cavità del metallo per essere imperituri e per domandare in perpetuo ai mortali l'offerta o la lode senza concedere alcuna cosa in compenso.
Ma il colore della pelle sul viso nudo era per contro così delicato che non mai tanto m'aveva commosso la prima delle piccole rose scempie che sbocciano dallo stecco del pesco. Era un pallore illuminato non so se da una qualità insigne del sangue o dalla potenza della modellatura, non avendo io ancor mai veduto i piani d'una faccia vivente trattati con tal larghezza scultoria che, nell'angustia d'una maschera, potesse ricordarmi i movimenti grandiosi del terreno nei paesi nobili, il ritmo inimitabile della valle e del colle nella stagione più chiara e più tacita.
Mi copersi con la mano la vista; e, chinata la fronte, l'ascoltai per alcuni attimi respirare di là dalla musica, o forse in fondo alla musica che mi pareva non più correre lungo la tastiera ma agguagliarsi e quietarsi come quei ricetti d'acqua lasciati a vespro su la spiaggia dalla marea quando la mia imaginazione nutrita dal Mediterraneo dà una causa alla loro sublime bellezza fingendovi trasportata qualcuna delle statue che naufragarono sotto le Cicladi.
Il sentimento della presenza umana mi sembra così meraviglioso che mi domando per quale aberrazione o per qual viltà io mi compiaccia di vivere tanto a lungo in mezzo agli alberi e su le rive deserte. Ma bisogna dire che anche l'anima più robusta e più sveglia si ricusa agli sforzi consecutivi e che occorre una straordinaria somma d'attenzione per trapassare l'ottusità della consuetudine e per giungere a percepire il ritmo nascosto di una vita estranea.
Io fui subito sopraffatto da un'onda di tristezza, come se quella creatura avesse rifatto per me il cammino tra le case dei malati, avesse patito lo sguardo di quei due feroci occhi senili sporgenti in cima di quelle due borse grinze, e mi riconducesse i miei pensieri color di cenere brancicati da quella mano sudicia che colava in terra.
Con una forza d'allucinazione inoppugnabile come la realtà, sentii a un tratto la miseria e la sciagura in un modo informe e diffuso, non legate a quel volto e a quel corpo ma sparse come quando si sale su per una scala sinistra, si esita per un corridoio scialbo, e poi s'entra in una stanza mal rischiarata ove restano le tracce d'un delitto commesso. Penso che avrei scoperto nell'oscurità qualche oggetto rivelatore se non avessi tolto di su' miei occhi lo schermo e non mi fossi voltato a guardare la mia vicina con una sconvenienza involontaria che sembrò meravigliarla più che offenderla.
La sua bellezza aderì ai miei sensi perfettamente come se in questi ella avesse già il suo luogo e vi rientrasse a quel modo che la cosa rara si riadatta alla sua custodia o il rilievo alla sua impronta. La mia divinazione dolorosa si ritrasse in disparte e mi lasciò intero nella commozione nuova.
La linea di quella forma obbediva alla legge delle grandi opere plastiche; perché, in qualunque punto io la immaginassi generata, ella era condotta al compimento da una specie di fluida necessità: partita dalla nuca, tornava alla nuca; partita dal ginocchio, tornava al ginocchio, con una continuità e una pienezza proprie a lei sola, con un movimento che solo le conveniva come a una determinata forma musicale, come l'«a tre quarti» a quell'Andante, come l'«a sei ottavi» a quell'Allegro di Domenico Scarlatti.
Ella portava una giacchetta di cincilla più lieve che la peluria d'un cigno cinerino, sopra una stretta gonna di panno bigio che la impastoiava senza castità. Di sotto al suo cappello di crino rialzato da una banda e ornato di due penne d'airone di Numidia simili a due coltelli, una seta manosa e brillante d'un colore castagno dorato era disposta a matasse che non ratteneva né un pettine né una forcina apparente ma la loro stessa densità vivace.
Ella era tutta così fasciata nella squisitezza di quella moda che allora sembrava apprestare le donne per giacersi comodamente dentro le lunghe cassette mortuarie delle principesse faraoniche. Su la sua sedia non occupava più d'aria che non ne contenga un di quei sepolcri egizii di legno dipinto. Ma, pur a traverso la più recente eleganza, dalla linea che si generava nella ondulazione della sua guancia ella era per me disegnata sino ai piedi quale gli artisti devono imaginarsi l'antica Leda dell'Eurota. Dalla cintola in giù la sua grazia pareva inflessa verso il mistero del «divino Olore», come avrebbe detto Poliphilo.
E ripensai a quella Leda di Leonardo, che Cassiano del Pozzo, l'amico del Pussino, poté tuttavia vedere a Fontanabeliò nel 1625 e ch'io mi sogno sempre di ritrovare in qualche maniera inverosimile.
— Beethoven? — dissi a bassa voce, sorpreso dall'accento della musica che riudivo dopo l'intervallo indefinito del mio silenzio distratto.
Per una curiosità spontanea, la signora guardò nel programma che aveva sul manicotto e, come sollecitata dalla mia attitudine di attesa, disse:
— Ferdinando Turini.
Aveva proferito quel nome italiano con una timidezza infantile e quasi leziosa accompagnata da un rossore che pareva cancellare la potenza della sua maschera come quel succo vermiglio di cui si tingevano il volto triste le vergini dell'Apulia disponendosi ad abbracciare la statua funebre di Cassandra.
— Che pensare? — dissi, felice del pretesto, col cuore palpitante. — Aveva egli avuto conoscenza del primo stile beethoveniano? Non so, veramente. Se potessimo sapere che l'ignorò, quanto valore originale e significativo avrebbe per noi questa Sonata in re bemolle!
M'accorsi della nativa e profonda indifferenza del suo spirito per questo genere di sottigliezze e di problemi, come con una sola nota di saggio un cantore s'accerta della sordità di un luogo chiuso. I suoi occhi tra gli orli precisi delle palpebre ridivennero impenetrabili. Per istinto mi chinai un poco verso di lei, sul margine del suo segreto, ma smarritamente, destituito di quella virtù che nei primi attimi m'aveva rivelato in lei una massa di oscura miseria.
Il suo profumo dissolveva la forza della mia indagine: e ora io la guardavo come chi guardi non so che ultima cosa per la quale egli abbia fatto non so che lungo viaggio. Un flutto di vita remota, simile a quel fiato subitaneo che avevo udito spirare sul mio capo e sul pino, sopravveniva a travolgermi e a sommergermi. Mi pareva che una necessità patetica fosse sospesa su me, e ch'io fossi già disposto a quella specie di follia arteficiata onde si compone l'incanto che precede la passione.
Infatti consideravo ogni particolarità sotto una luce indefinibile che pareva già inviluppata di passato, come qualcuno che osservi e avvolga poi con estrema cura oggetti da riporre, i quali sieno per divenirgli preziosi ricordi dond'ei creda trarre una ebbrezza certa quando gli accadrà di riprenderli in mano. Cosicché il passato e il futuro convenivano in quel mio sentimento composto, e il presente non era se non una sorta di levame.
Le parlavo dentro di me come in un giorno a venire: «Tutto m'è chiaro nella memoria. Ti chinasti un poco innanzi come per meglio ricevere la musica. Pareva non ascoltassi con l'orecchio che coprivano i capelli ma col labbro gonfiato, come certi fanciulli quando una favola li rapisce. Tenevi la mano destra nel manicotto. Due volte, avendola messa fuori, la ricacciasti dentro con una strana fretta come per impedire che qualcosa ne cadesse. Il guanto era infilato nel polso ma la mano era nuda, escita dalla fenditura, e la spoglia di pelle penzolava sul dorso serbando la forma delle dita vive. Notai lungo il pollice un segno impresso, simile a una leggera ammaccatura prodotta dal contatto di non so che durezza....»
Non credo ch'ella ascoltasse veramente la sonata italiana. Mi pareva che la sua sensibilità musicale fosse molto scarsa.
La musica diffonde qualcosa di aereo nel corpo delle donne che sentono l'innocenza della melodia, come quell'aria ch'empie le ossa vane nelle ali degli uccelli volanti. Non so perché, una volta, in un concerto, vedendo l'amica mia curvata sotto il suo male e sussultante alla lamentazione sovrana d'un famoso violino, ripensai quelle bolle d'aria che il cacciatore vede salire a traverso il sangue caldo della ferita nell'ala dove l'òmero fu rotto dal piombo. Bella e profonda imagine, che mi ritornava nello spirito mentre io consideravo per contro la densità di quella vita, la coesione di quella sostanza, quella sorta di piena animalità dissimulata dai volumi d'un'architettura sì nobile.
Eppure ella era abitata da un'angoscia che in quel punto doveva urtare contro il fasciame delle sue coste come per ischiantarlo. E la pena, che di tratto in tratto saliva a gonfiarle il labbro inferiore, m'era così manifesta ch'io quasi mi meravigliavo di non vederne l'onda correre su per la delicata pelliccia come certi brividi d'agonia che solcano a spiga il mantello delle bestie inferme.
— Soffrite, signora? — osai chiederle, con una voce alterata che certo la toccò.
Ella volse verso me l'enigma di quel suo viso dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte.
— Niente affatto — rispose; e rise d'un secco riso senza risonanza come ridono talvolta le cortigiane a qualcuno che è dietro di loro mentre lo specchio riflette quella cera fissa e brusca ch'esse hanno nel trafiggere col lungo spillo il cappello.
Allora tutte le mie imaginazioni novamente si disfecero. Ella si mise a chiacchierare come una piccola mondana di Parigi, con una bocca molle ed elastica che esagerava la forma delle parole e la modulazione delle sillabe fino alla smorfia. Si burlò della sala turchesca, del pianista zazzeruto, dell'uditorio melenso; spregiò la vita meschina e noiosa di quella cittadaccia nata per baracche e baraccuzze da un accampamento di resinieri: si disperò d'essere condannata a vivacchiarci quasi tutto l'anno.
— Perché, signora? — chiesi timidamente. — Per la salute?
Ella rise di nuovo, con acredine.
— Ho l'aria d'esser malata? Qua e là qualche gola tossiva nell'ombra che pareva divenire a poco a poco più fredda, un nuovo rovescio crepitando su la vetrata grigia.
— No, certo.
Ella si raddrizzò su la sedia, sollevò il busto con una scossa quasi involontaria come quel rude sussulto che ci comunicano talora certi brividi inesplicabili. Notai la larghezza delle spalle e del petto, struttura solida che corrispondeva allo stile del capo. Travidi nell'apertura del manicotto qualcosa di luccicante, avorio e acciaio, simile all'impugnatura d'un revolver che stesse per scivolare.
— È per l'automobile — disse sorridendo, quasi volesse rispondere al mio probabile stupore di vederla armata. — Dopo il concerto, vado sino a Bordeaux.
Veramente ora pareva che le labbra appartenessero a un'altra donna, in mezzo a quel volto vivessero d'una vita estranea, con quella frivola mobilità che contrastava alla scolpita fermezza degli altri lineamenti e al mistero formidabile dello sguardo nudo. Ripensavo certe danze sarde danzate a viso chiuso e cupo, certe danze arabe in cui il solo ventre s'agita incessantemente in un corpo annodato da non si sa qual fascino serpentino. Il rosso artificiale era fresco, messo di recente, forse prima d'entrare con mano frettolosa, che sopravanzava alquanto gli orli e gli angoli, più o meno intenso. I denti erano robusti, quelli di sotto piantati un poco irregolarmente, splendidi come pezzetti di materia preziosa, fatti d'uno smalto così profondo e puro che si pensava ai carati della perfezione, quasi fossero gemme da osservarsi su la carta del gioielliere.
— Ascoltate — dissi, tocco da qualche nota del secondo tempo d'una sonata di Domenico Paradisi, ch'era l'ultima.
La spiavo di sotto ai miei cigli socchiusi.
La forza della dissimulazione abbandonò a un tratto quelle labbra su cui un sentimento di sconosciuta gravità sembrò porre una vera benda, quale non più fitta devono portar le Berbere nella nostra bianca e lunata Ghadamès.
Eppure, la cadenza essendo per risolversi e il mio cuore temendo la fine come un addio, la guardai di nuovo come uno che guardi un'ultima cosa per la quale egli abbia fatto il più lungo viaggio.
Era così liscia che pareva non dovesse avere un solco neppure nel cavo della mano. Era levigata veramente dall'acqua dell'Eurota, se tanto mi risplendettero nella memoria i ciottoli del fiume laconico senza cigni fra le strette ombre azzurre degli oleandri e delle canne. «Chi sei, chi sei, tu che certo ospiti dietro la tua fronte bassa un serpe scaltro, se bene il tuo cuore sia gonfio di lacrime?»
Come tante altre volte, tutto il mio essere aderì all'incognito che è il fondo della vita, per l'ombra accolta nel corpo, pel buio che occupa i nascondigli della carne, per l'oscurità delle viscere e dei precordii.
Sentivo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.
Una disperata poesia divenne la mia propria sostanza.
Ella era in piedi, tra sedia e sedia, mentre la sala si votava degli uditori come d'una poltiglia scorrevole che l'Euterpe ossuta spazzasse verso l'uscio. Ogni forma d'umanità pareva abbassata verso terra, privata di vertebre, scolorata e strascicante, tranne quella che in piedi m'era dinanzi, intiera, silenziosa, piena d'un suo male simile a una verità o a una menzogna profondissima che le tenesse vece di vita.
I luoghi più solinghi non sono nei deserti e nei monti, non tra sabbie e rocce sterili, ma dove l'anima affronta il destino respirando per alcuni attimi un'aria non respirabile da alcun altro essere prossimo.
Ella ora guardandomi restringeva un poco quelle palpebre che pur m'eran parse ferme come nelle statue arcaiche le gronde di bronzo rilevate intorno al cavo dell'orbita. Un cozzone di cavalli in esame d'una bestia da mercanteggiare non ebbe mai una qualità di sguardo più fredda e accorta. Ma mi sembrava che in fondo alle sue pupille l'esame luccicasse come uno strumento micidiale da cui fossi per esser leso. Ella non celava nel dolce manicotto color di perla se non una sola mano, quella nudata; e, certo, doveva con quella tenere l'arme piccola per assicurarsi che non cadesse. Ma il raggio de' suoi occhi era molto più pericoloso. Non so perché, mi sentivo più fragile, più caduco, angosciato da un'apprensione non dissimile a quella che si prova quando un medico ci palpa per scoprire il nostro punto debole. E (questo riferisco con assoluta veracità, se pur possa in séguito sembrar troppo singolare) e mi passò nel cervello un'imagine involontaria, risorta forse da un episodio della mia esistenza obliato: l'imagine bizzarra e lugubre del dottore d'una Società d'assicurazione, in atto di tastare e d'ascoltare il cliente nello stomaco, nel fegato, nel polmone, nel cuore, per un calcolo di durata approssimativo. Sentii che le arti del mio spirito, non potevano prevalere contro quella creatura a cui, come nel mito, il divino doveva appressarsi sotto la specie animale.
Non fui, sotto il suo sguardo estimatore, se non un corpo miserabile, logorato dall'eccesso, disgregato dall'inquietudine, di continuo minacciato dallo schianto che segue ogni estrema tensione. «Sì, certo;» voleva rispondere a quell'indagine la mia ironia «è facile finirmi. Tutto il mio vigore è concentrato alla base del mio cranio. Basterebbe un piccolo colpo secco, o un forellino non più grande di quello che la dònnola fa nel capo d'un pollo....»
Or da quale linea della sua faccia moveva verso di me quell'aura delittuosa? Perché in quel punto ella stessa mi rivelava quel che v'era di nocivo e di distruttivo nel suo istinto profondo?
Tuttavia non l'agguato soltanto era in lei ma anche un grido indistinto che, non giungendo ancóra al mio orecchio, mi toccava già l'anima.
— Bisogna andare — ella disse volgendosi, con una fretta subitanea, per quello squallido labirinto di seggiole.
Ora, come al primo entrare, pareva che gli occhi non le servissero a dirigersi. Urtata dalle sue gambe una seggiola cadde, e poi un'altra ancóra. Ella seguitava ad avanzare come una cieca, trovandosi sempre dinanzi le lunghe file senza passaggi. Bisognava rovesciarle per aprirsi un varco. Era come in certi sogni affannosi e ridicoli.
Non so veramente se la sala si fosse oscurata; però m'aveva l'aria di una brutta chiesa piena d'echi nell'ufficio delle Tenebre. E la custode ossuta accorreva verso noi furibonda, con lo zelo d'un sacrestano contro i profanatori. Una moneta tesa la placò e le mosse una ilarità inestinguibile; ché, come la signora rideva d'un riso falso, ella per compiacenza la imitava senza freno, rialzando le seggiole e persuadendo a noi e a sé stessa che quell'avventura era la più buffa del mondo.
Fuori, non pioveva. Un vento fresco, pregno di ragia come quell'acqua piovana che riempie i vaselli appesi ai pini, mi lavò la faccia. La cresta delle nuvole a ponente era come una schiuma abbagliante.
Qualcosa d'argenteo, quasi un riflesso di madreperla, guizzò negli occhi della sconosciuta. Il primo quarto della luna pendeva dal cielo verdigno come se la fata Morgana vi rispecchiasse il pallore della Landa.
— Avete una vettura per rientrare? — mi domandò ella, con una esitazione che la mia timidezza non seppe cogliere.
Conosceva dunque la mia via e me?
— Rientrerò a piedi — risposi. Mi guardava, considerando in sé cose ch'io non sapevo vedere e che nondimeno mi parevano influire su l'orizzonte e caricarlo d'una forza simile a quella che lampeggia senza tuono in certe sere d'estate quando tutta la nostra anima sta per ispiccarsi in faville dall'apice del nostro cuore una fiamma investita dal nembo. Il suo viso era alterato da un tremito muscolare che non potevo più reggere, quasi trasposto nella commessura delle mie mascelle come quello spasimo che i medici chiamano trisma.
La mia coscienza era come il mozzo d'una ruota velocissima.
— Buona sera — allora disse ella movendosi verso l'automobile coi piccoli passi lesti a cui la costringeva la stretta gonna.
Che ironia patetica nel contrasto di quella volontà oscura impedita da quelle pastoie eleganti!
— Ci rivedremo?
La mano armata restò sempre nascosta nella pelliccia molle.
— Chi sa!
Tra il rombo del motore, scorsi dietro il vetro dello sportello il gesto dell'altra mano guantata, un gesto bianco simile a quel che avevo intraveduto alla finestra senza cortine, nella città dei malati e dei morenti. In un attimo, non restò su la via, tra i due solchi delle ruote, se non il riflesso della nuvola abbagliante impigliato nella melma liquida.
La sconosciuta era scomparsa. Per sempre?
Certo, un carro funebre non avrebbe potuto trasportarla per me in un mistero più fondo, in un annientamento più cupo. Quell'assenza e la morte non avevano il medesimo aspetto? Bisognava evocare quel viso da una tenebra eguale a quella del sepolcro.
Risalivo pel cammino già noto, ripassavo pel Quartiere d'inverno; ma non tanto avevo il senso della mia direzione quanto il senso dello spazio percorso da quel destino di carne su la strada diritta ove la luna novella cominciava a segnare le ombre, strazianti di dolcezza per un cuore disperato.
Era già l'ora delle lampade domestiche. A ogni lampada accesa, la mia malinconia traboccava come per nutrirla.
Non riconoscevo la faccia delle case: le quali parevano non aver più altra vita che quella addensata nel cerchio luminoso, ove le ombre venivano ad attingere la luce come al margine quieto d'una fonte. Di là dal cerchio, tutto pareva involto da un vapore di natura umana, come se vi fumasse la febbriciattola vespertina che s'accende al calar del sole nella colonia infetta.
Il crepuscolo era ancóra tanto chiaro che potevo distinguere un ragnatelo stellato tra le verghe d'un cancello, o tra qualche filo d'erba una di quelle piccole sfere raggiate di peluria, delle quali non ho mai saputo il nome, più lievi che il primo laniccio del bozzolo, destinate a involarsi di là dai confini del mondo sotto il soffio d'un fanciullo gonfiagote.
Un pioppo tremolava, solo, vestito d'argento cangiante, all'angolo d'un giardino; e nel tremolìo diceva: «Eccola, eccola».
D'un tratto apparve quella ch'egli annunziava trepido, ma assai più bianca di lui, tutta candore e freschezza, tutta giubilo nuziale, una sposa pudica, abbigliata della sua propria verginità: la fioritura d'un melo!
Ogni apparenza era apparizione al fervore de' miei sensi; ma ognuna era accompagnata da un dolore folgorante che mi pareva quasi corporale, simile a quello che provavo un tempo per l'avidità di respirare profondamente l'aria marina con un torace dove tre costole rotte non eran saldate ancóra.
Pativo l'urgenza d'una forza che non dominavo; della quale veramente non sapevo se io la contenessi o ne fossi contenuto.
Quel gusto ceneroso, che avevo assaporato scendendo verso l'inatteso incontro, mi tornava misto a non so che dolciore sanguigno, contro cui si levava entro di me una ripugnanza amara come la nausea, i miei pensieri somigliando con orrore a quelle sanguisughe che bambino avevo veduto mettere in un piatto di cenere perché vi rivomitassero il sangue succhiato.
Quando alfine, trapassata la zona della malattia e dell'agonia, mi ritrovai nella selva selvaggia, sentendomi vellicare il volto e il collo dai fili invisibili tessuti tra ramo e ramo, compresi che quella era la carezza della primavera e che forse fino allora avevo torbidamente sofferta la doglia primaverile.
Una gocciola mi cadde su una mano, un'altra su una palpebra; una pina secca schizzò di sotto al calcagno; qualcosa di molliccio saltellò a traverso il sentiero, forse una botta; l'assiuolo sonò il suo oboe d'una sola nota; l'usignuolo colse nell'ombra quella nota di velluto bruno e la trasmutò in limpido cristallo volubile gorgheggiandola. Tutta la foresta fu piena di gemito e di canto, stillò di piovitura, grondò di ragia, sapida come un piatto di mescolanza, ineffabile come il sentimento della pubertà.
Ma in quell'immenso fiato la mia ansia non cercò se non il ricordo di quel profumo «simile all'odore che si parte da un cespuglio scosso», nel quale era venuta a me la donna impastoiata. L'ansia eterna dell'avventura mi riprendeva e mi riagitava con una violenza folle. Quale altra novità di possesso potevo sperare? quale altra comunione attendere? quale altra delusione raccogliere? Mi morse e m'artigliò il rammarico iroso di non aver saputo o voluto con un movimento d'audacia prevalere su la perplessità momentanea della sconosciuta, quando ne' suoi occhi fissi luccicava il doppio acume del dilemma. M'ebbi in dispregio come se avessi lasciato sfuggire per fiacchezza e per sciocchezza una preda magnifica. Dimenticai l'apprensione che m'aveva data, fra sedia e sedia, l'indagine di quello sguardo.
Il fermento della foresta mi comunicava una forza illusoria, onde nascevano propositi insensati. Cercavo d'orientarmi verso il punto della corsa lontana, verso la strada maestra. Non avrei avuto il tempo di ritrovarmi là, sul suo passaggio, aspettando il ritorno nella sera o nella notte? Mi pareva che una follia remota chiamasse la mia follia, a traverso la Landa. Affrettavo il passo. Due volte m'avvenne di smarrire il sentiero e di ritrovarlo passando pel folto, fra le ginestre e i rovi, col cuore che mi balzava come a un bandito che s'imboschi.
Anche nella mia casa erano accese le lampade. Le nuvole, avendo rioccupato il cielo, rasentavano il tetto, in fuga verso levante. Quando entrai, le stanze terrene erano piene di quello spavento indistinto che sembra riempire le stanze deserte finché la presenza consueta non lo dissipi; ché, quando l'uomo si volge per andarsene, sembra che un fantasma prenda il suo luogo e si sieda ov'egli era seduto poco innanzi. La marea saliva; e qualcosa di simile alla minaccia di una moltitudine di femmine romoreggiava contro la duna, rimbombava nella veranda.
— È venuto qualcuno? — chiesi al domestico.
— La signora — rispose.
Se bene non potessi aver dubbio su la persona, l'altra mi si voltò nel cuore con un tonfo sordo.
— Aveva l'aria molto inquieta — soggiunse. — Ha aspettato qui fino alle sei. La prega di andare da lei sùbito dopo pranzo.
Ci sono ore della vita solitaria, in cui la sensibilità del corpo sembra dilatarsi fino alle pareti della casa, in quella guisa che talvolta levando un braccio sentiamo il nostro cuore battere fino alla punta delle dita e oltre.
Tutta la casa pareva prepararsi a ricevere un che d'incognito. Un evento silenzioso poteva entrare per ogni porta. L'attenzione delle mura era tutta rivolta verso la notte. Nessuna stanza conservava il suo sentimento d'intimità, ma ascoltava quel ch'era per accadere di fuori e tralasciava di rattenere il calore e di conciliare i pensieri delle cose in lei raccolte e disposte.
Cercai tra le mie stampe qualcuna delle Lede conosciute. Prima mi venne sotto la mano quella dell'Ammannato, che è al Bargello. Un lontanissimo ricordo fiorentino mi risorse nello spirito. Lo ritrovai nel libro segreto della mia memoria, alla data del 22 settembre 1899.
Lessi, con una commozione confusa che non osavo scrutare per non dissolverla: «Ieri, incredibile a dirsi, alcuni servi del Bargello, volendo rimuovere la Leda, la lasciarono cadere; e il marmo si ruppe in sette pezzi. I frammenti furono portati all'Officina delle pietre dure per il restauro. Sono andato oggi a vedere quella voluttà disgregata. Le parti che più intensamente godevano sono intatte. La testa è fenduta, come la mia.... Dall'Officina son poi passato al Museo, per vedere il posto lasciato vuoto dal gruppo infranto. La mia imaginazione l'ha riempiuto d'una bellezza più ardua. Ora, stando io in questo imaginare, a un tratto tutte quelle campane mute e abbandonate che ingombrano la loggia (bocche col bavaglio) si son messe a risonare nella mia testa....»
La pagina seguente pareva scritta in un leggero delirio, né sapevo più per quale amore, per quale assenza: «Mi sembra che, allungando la mano, potrei afferrare qualche cosa di te nello spazio e tirarti a traverso la distanza, come un fanciullo tira la corda di un aquilone che il vento minacci di portar via oltre le nuvole. Lo spazio s'accende, e tu apri la bocca per bere il fresco della rapidità. Tu ridi. Odo il tuo riso; lo tocco come si tocca una collana, àcino per àcino. Si potrebbe piangere....»
Mai il senso magico della vita s'era fatto in me tanto profondo. Come la musica obliata nel quaderno rivive intiera ed esercita la sua virtù novellamente, quasi allora allora creata, se il sonatore la suoni su le sue corde, così quel ritmo del passato si misurava al respiro che m'era in bocca. Taluna parola sembrava apparirmi al modo di quelle che un tempo il dito d'una piccola sorella scriveva sopra uno specchio e che non mi si palesavano se non quando appannavo la spera con l'alito. E lessi per ultimo: «In una vecchia pietra sepolcrale d'Inghilterra, Lady Beauchamp non poggia il capo su l'origliere né sul veltro fedele, secondo la consuetudine, ma sul dosso di un cigno, sembrando vogare verso l'isola di Artù. Penso che, se potessi tornare stanotte di nascosto nell'Officina, tale m'apparirebbe Leda morta....»
Chiusi gli occhi; e nel viso della donna impastoiata cercai su l'orlo del labbro superiore una parte esigua che, non ricoperta dal rosso, si mostrava lividiccia durante l'attimo del tremito, mentre la finezza del naso pareva estenuarsi e prendere nelle narici quel colore fumolento che suole accompagnare la perdita dei sensi.
Il domestico venne ad avvertirmi che la lanterna era pronta. La portai per farmi lume nella via sabbiosa, tra le pozzanghere, andando verso il giardino della mia amica.
La Landa era buia sotto il nuvolato; ma faceva dolco, come nella nostra Maremma notturna col vento di levante o di scirocco quando s'ode fra lunghe pause un anatrare di germani nelle tamerici, uno squittire di volpi lungo i paduli teneri di cannuccia novella, uno sgretolare di sassi al passaggio dei cinghiali su per le muricce, e il lagno che viene dal fondo dei secoli.
Qui udivo gli stridi fiochi degli uccelli marini di là dalle dune, simili talora a un pigolìo triste, e la voce dell'Oceano rammaricoso, e la nota del chiù che mi toccava ogni volta il punto più dolente del cuore come se meglio di me lo conoscesse.
Una nostalgia improvvisa m'accorava, creandomi nei sensi fantasmi così pronti che un brano di me stesso pareva sollevarsi da un di que' paglieti e poi ributtarsi giù in qualche piscina, o escire da una lama, scendere per un trattoio, pascolare sotto una sughera. Poi le allucinazioni animali s'interrompevano; e il sentimento poetico della patria era come il murmure degli spiriti che sognano all'ombra degli iddii lontani.
«M'è impossibile vederla, parlarle, intenderla» pensai soffermandomi e posando la lanterna su la sabbia, dentro un'orma d'uomo.
Mi pareva di non poter sopportare la presenza dell'amica tormentosa che m'aspettava, né contatto o prossimità di alcun altro essere angusto che mi richiamasse a me, mi forzasse a rientrare in me stesso, ricacciasse nelle impronte consuete quella straordinaria vita che sgorgava dal mio petto e si spandeva per tutto l'orizzonte cupida di lontananza, di novità e di creazione.
La lanterna era ai miei piedi; e dall'orma ch'ella occupava si partivano altre orme per ogni banda e si perdevano di là dal limite del chiarore. Il solco d'un carro biancicava come sparso di farina sfuggita a un sacco forato, ed era il pòlline piovuto dal nuvolo; nell'altro solco parallelo una catena di bruchi camminava verso l'eternità con la contrattura lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli; un ramo rotto e sfrondato giaceva in traverso, biforcuto come quello che serve a scoprire i tesori sepolti. Poco chiarore era per terra; ma mi pareva che, se avessi voluto, avrei potuto accendere nel sommo del mio spirito una di quelle luci onniveggenti che dalle torri della nave da guerra esplorano in giro lo spazio ostile e irraggiano l'avanzare cauto della morte. Avrei potuto scrutare il fondo della notte, se avessi sollevato un'altra palpebra che m'era più a dentro di quella sensibile su cui mi piaceva di provare la frescura marina abbassandola come sotto un labbro fugace. Ma l'ansia di creare arrestava a ogni tratto l'espansione del mio spirito, la mia aspirazione verso l'infinito, la mia inclinazione verso gli abissi, come se avessi in me una sorta di presame misterioso che rappigliasse in figure determinate l'idealità del mondo.
Un gran silenzio s'era fatto nella Landa; il quale non era se non il muto crescere della notte paziente.
Come gli uccelli si precipitano contro i cristalli del faro, come gli insetti aliano intorno alla lampada, la vita della solitudine urgeva all'orlo del chiarore basso, respirava verso di me, mi guatava senza esser veduta.
Tesi l'orecchio a un rumore singolare, non senza sgomento; ché pareva ora prossimo ora lontano. ora nell'aria ora sotterra, simile al battere cadenzato di due stecche l'una contro l'altra, simile al tintinno che nel lavoro di maglia fanno i ferri urtandosi. Era il pastore?
Era certo il pastore immortale della Landa, su i suoi trampoli, là nell'ombra, poggiato a un pino scaglioso, con ai piedi il suo cane selvaggio dagli occhi palpitanti come i fuochi delle lucciole. Era vestito di foglie? aveva per barba al mento uno sciame sospeso? dall'opra assidua delle sue dita escivano pannocchie di corimbi?
La forma e la metamorfosi m'eran così vive nell'immaginazione che, se avessi spenta la lanterna, avrei certo creduto vedere con le pupille del mio capo e l'uomo e il semidio.
Tesi ancóra l'orecchio, inquieto; ché il battito strano continuava senza intervallo. Seguendo il suono, entrai nell'ombra con un sentimento indicibile, come se lasciando il cerchio del chiarore escissi di me stesso per assumere non so che nuova natura notturna e udissi battere il mio proprio polso nella sostanza che stava per incorporarmi.
Non era se non il vento nelle dure foglie lanceolate d'una pianta gigliacea che si moltiplica per le sabbie.
E dentro me non era se non il mostro oscuro dell'amore, non ancor domato, non ancor legato, che ancóra si mutava e rimutava in mille forme, mi tentava e m'ingannava per mille figure, mi travagliava e rinnovellava con mille arti.
Come in me, così fuori di me tutto era travaglio e mutamento, angoscia e smania.
Camminavo alla ventura, tenendo giù la lanterna sospesa e oscillante a rischiarare i lembi d'un mondo meraviglioso come quello che il palombaro vede per i fori dello scafandro. Come nel fondo del mare, la vita vegetale e la vita animale avevano i medesimi aspetti. I cespugli erano irti d'orrore, una voracità vigile protendeva le fronde. E m'incalzava la sorte di colui che, avendo intraveduto alla soglia dell'antro l'ombra della sirena, non seppe più ritornare a galla.
Dov'era in quel punto la donna del mito? I fanali, davanti alle sue ruote veloci, rischiaravano laggiù la strada deserta, la carreggiata fangosa, i mucchi di selci, il ciglio dei fossi? Era ella tutta rotta dal suo dolore segreto, come quel marmo che fu ricomposto?
Subitamente mi ripiombò sul cuore la severa tristezza che m'aveva sopraffatto quando, coperta con la mano la vista, m'ero messo in ascolto per cogliere il suo respiro di là dalla musica. In un attimo, quella specie di delirio silvano si dissipò. Mi sentii sfinito come quando la febbre decade. Il passo nella sabbia mi divenne penoso. Nulla in me rimaneva che non fosse umano, malsano, miserabile.
Ritrovai la via della consuetudine.
Un'afa tetra snervava l'elasticità dell'aria. Dal nuvolato cominciava a cadere qualche gocciola quasi tiepida. S'udiva crescere a poco a poco il crepitìo sopra le macchie. Un assiuolo si lagnò nel folto: e parve che mi ricordasse la parola scritta nel libro segreto della mia memoria: «Si potrebbe piangere....»
Prima vidi, pei vetri d'una finestra, ardere nella casa una lampada rosea. Il cuore mi batteva non so perché, quasi di paura. In prossimità del cancello, mentre mi chinavo a spegnere la lanterna, fui chiamato per nome da una voce ansiosa e roca, da una voce di sventura che mi rimescolò tutte le vene. M'appressai, chiamai anch'io per nome. Travidi la mia amica dietro il cancello, agitata, tutta bianca, che con le due braccia nude scoteva le sbarre sforzandosi d'aprire.
— Che hai? Che accade?
Le sue mani passarono a traverso e mi toccarono, tremanti, già molli di pioggia, come per sentirmi vivo.
— Spingi! — disse ella in angoscia. — Spingi forte! Non posso aprire.
Spinsi con la spalla, ma il cancello resistette. All'umidità il legno nuovo s'era rigonfiato, e la pittura fresca aveva saldato la commettitura. Cercai più volte di sforzare, ma inutilmente. Le bolle di gomma schiacciate m'impiastravano le dita.
— Bisogna chiamare i domestici — consigliai, tentando di ridere come conveniva.
— No, no — fece ella, impaziente e stravolta, con una voce già soffocata dal pianto, aggrappandosi di nuovo alle sbarre. — Prova, prova ancóra!
Provai. Le sue mani di nuovo passarono a traverso, mi palparono il viso smarritamente.
— Che hai fatto? Che hai fatto?
La pioggia cresceva, scrosciava. L'assiuolo non cessava di lagnarsi. Tutta la Landa pareva oppressa da un'ambascia inesplicabile.
E l'amore singhiozzò come se contro il legno malvivo io l'avessi inchiodato e flagellato.
Le figure di quel pomeriggio e di quella notte si spogliarono d'ogni realtà rapidamente, fin dal risveglio del giorno dopo. Il ricordo fluttuò come l'ombra d'un sogno sul malessere primaverile. Ogni voglia di notizie e di ricerche fu sùbito contrariata dalla disciplina abituale della vita in disparte, dalla regola della clausura studiosa, dal saggio proposito di non ricascare in tentazioni. Il caso non favorì né un nuovo incontro né la scoperta d'un qualche utile informatore. A queste cagioni di rinuncia s'aggiunsero i sospetti, la vigilanza, l'assiduità dell'amica tenace. Poi seguirono le pene della rottura, una malattia d'indole nostalgica, una lunga convalescenza in un paese di colli e di prati, una rinnovata diligenza di meditazione e di contemplazione.
L'imagine della Leda senza cigno veniva nondimeno a me, assai spesso, con un vero alito vivo tra le labbra che il gioco dissimulatore non poteva più deformare, non mai chiuse perfettamente ma di continuo socchiuse come quelle che devono lasciar respirare più d'un'anima.
Mi visitava talvolta nell'ora delle lampade, quando il servo le governa e le accende nella camera terrena e sembrano elle già presenti per un che di divino onde soglion essere precedute nella scala già scura ma lasciano tuttavia che nell'indugio noi conosciamo quei pensieri anche divini i quali accompagnano il partirsi dell'altra luce da ciascuna delle nostre cose amiche per ritornarsene all'Occidente.
Poi che tutto il lungo giorno non fu pel solitario se non un edificio della volontà, egli ama verso sera lasciare aperta una piccola porta franca per ove possa entrare la mendicante o la strega, la semplicista o l'avvelenatrice, una inviata dell'Ignoto insomma; e vuol ripalpitare, attendendo l'inatteso. Per lo più non entra se non qualche larva inoffensiva.
Quella mia ospite era legata alla vita da un gran numero di nodi e d'incanti, impastoiata non soltanto dalla sua stretta gonna; e, ogni volta che s'inclinava verso di me, pareva tendesse una catena, schiantasse una ritòrtola, spezzasse una fune. Io le dicevo per incoraggiarla: «Non temere. Móstrati. Tu vieni all'ora della mia maturità. Tutto comprendo, tutto indovino».
Pareva che la coscienza aspirasse al momento glorioso in cui potesse tutto accogliere e rendere immune, simile a quelle città d'asilo dove si rifuggivano gli incolpati senza ragione o oltre ragione, simile a quei luoghi sacri che in antico ritenevano «la feccia e la ribalderia del mondo». Ma i suoi atti non erano senza ambiguità e contradizione. In fondo, l'affaticava la speranza di creare un sentimento nuovo, capace di condurre le più torbide forze dell'istinto e di salire più alto che la voluttà. Per quest'arte la giustizia e la misericordia non valgono. Convengono altre specie, altre osservanze, altri riti.
S'appressava intanto nella nuova primavera l'anniversario del giorno strano, quasi ricondotto dal lungo corteo dei bruchi per la via ringiallita di pòlline. E, quasi alla medesima data, il giovine maestro della Schola Cantorum tornò con gli usignuoli a dare il suo concerto italiano. Questa volta aveva seco la sua compagna: una piccola Spagnuola di Cuba, dorata come una squisita foglia di tabacco; la quale, promettendo di cantare per me solo arie ed ariette del Carissimi, del Caldara, di Antonio Lotti, mi faceva pensare non senza rammarico a quella specie di cani senza latrato che i Conquistatori trovarono nell'isola di prodigio dove oggi non esiste più, perdùtasene fin la memoria.
Gli onori del cembalo erano tuttavia per Domenico Scarlatti. La Sonata in la maggiore, quasi fosse una formula magica, risollevò dal passato intera e viva l'ora misteriosa come se la sconosciuta venisse di nuovo a sedermisi accanto e di nuovo con tutto il mio acume io mi chinassi all'orlo del suo segreto.
Se bene gli uditori fossero in più gran numero, la sedia vicina era rimasta vuota.
Scorsi un'ombra che s'appressava lungo la fila.
La mia inquietudine cresceva d'attimo in attimo così appassionatamente, che mi volsi, con l'anima negli occhi e col cuore balzante alla gola, come per ricevere d'un tratto quella bellezza che in tutti i miei sensi aveva già il suo luogo.
Due magre mani dalle dita a spàtola si tendevano verso di me, e il mio nome era proferito da una voce non obliata.
Riconobbi subito un amico mio, del quale da qualche tempo non avevo più notizie: un musicista di molto valore e di fama non volgare, che più d'una volta era stato ospite del triste Quartiere d'inverno nell'alternativa del meglio e del peggio.
— Tu qui? da quanto tempo?
— Ho passato qui tutto l'inverno, con mia madre, non bene.
— Ma hai un ottimo aspetto.
Per mordere il dolore gli era rimasta una mascella scarna da cui il rasoio pareva avesse portato via brani di pelle morta sostituiti dall'unto e dal lustro della glicerina.
— No. Sono bruciato.
I pomelli delle gote erano rossi e venati come le foglie della vite vergine su per un muro in autunno, non senza qualche rimasuglio di verdiccio e qualche traccia d'allumacatura. Avevo per la sua ruina, ahimè, le stesse pupille implacabili che avrebbero notato la più lieve onda nella seta manosa di certi capelli o nelle gronde di certe palpebre il radore d'un sol ciglio caduto.
— Bruciato da che?
Egli fece un gesto d'incuranza quasi brutale, ma mi fissò con uno di quegli sguardi che da uomo a uomo scendono dentro e sembrano cercare nel cuore un punto di sostegno, il luogo d'una simpatia virile.
Anche i suoi occhi ora m'apparivano come privi della loro buccia, come messi a contatto immediato con la crudità esterna, come se fossero i vertici scoperti della sua sensibilità e non potessero da nessun collirio essere leniti. Il suo sguardo mi doleva.
— Rimani ancóra? — gli chiesi. — Vuoi che ci vediamo?
— Parto fra due o tre giorni, sabato forse. Mia madre mi strappa via.
Aveva nell'alito l'odore del vino di Porto, ma i denti bianchi lasciavano ancóra alla sua bocca un che di giovenile.
Pativo la sua umanità con una forza singolare, come se fossi stato per qualche tempo il suo infermiere e avessi tollerato l'esalazione de' suoi sudori e conoscessi a una a una le sue miserie e le sue manie.
E già attendevo anche da lui l'inatteso.
— Vieni a colazione da me domani. Ti manderò la mia vettura.
— Sì, vengo.
E mi prese una mano e me la strinse tra le sue dita convulse. Come incominciava la Sonata in fa minore, tacemmo. Mi parve che la musica non ci ravvicinasse ma ci separasse, perché pensai ch'egli dovesse sentirla da artefice, in un modo assai diverso. Su la sedia non conteneva la sua irrequietezza, e me la comunicava.
— Che hai? Chi cerchi?
Come si volgeva, mi volsi. Indietro, a destra in piedi, addossata alla parete, stava la sconosciuta, col viso verso di noi accennando. I suoi lineamenti tremarono nella mia commozione e si cancellarono come un pastello immerso nell'acqua.
— La conosci? — mi chiese egli, con uno di quegli accenti che sembrano soffiare in un petto subitamente votato di tutto.
— No. L'ho veduta una volta. Chi è?
Mi disse il nome, che non aderì alla persona ma rimase in aria, suono vano ed estraneo, come quello apposto alla bellezza d'una collina lontana che da tempo viva innominata e immateriale nel nostro sentimento.
— A domani — soggiunse levandosi, mentre la cadenza si compiva.
Come la vampa riscoppia dal tizzo velato di cenere, la febbre diede lume al suo viso disfatto. Lo vidi andare verso la donna, un po' curvo ma con una sollecitudine che invadeva anche le pieghe dei suoi abiti e i suoi capelli precocemente grigi sopra il bavero. Lo vidi raggiungerla, scambiare un saluto, partire con lei. Colsi dietro di me il comento maligno di due uditori. Dominai il mio tumulto, scossi le scorie delle mie imaginazioni solitarie, riacquistai l'acume del mio sguardo, mi preparai a ricacciar le mani nella materia viva. Dimenticai i giochi d'acqua, le collane sgranellate, la scarpetta d'Amarilli in cima allo zampillo, le fughe ridenti nella scala di marmo carnicino, per sentire di nuovo stillare verso me il dolore e la morte come le gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.
Il mio amico venne, secondo il convenuto. Avevo tuttavia pietà di lui; ma mi accorsi che ora lo consideravo quasi strumento da servire, quasi arnese da trattare con mano delicata o rude nella vicenda. E la mia dolcezza, come spesso m'accade, non era se non una forma della mia energia.
La lucidità talvolta s'accompagna a un orrore quasi animale che sembra il castigo inflitto al laceratore dell'illusione, all'abolitore della convenzione.
Egli aveva cattive abitudini di malato e di maleducato mangiando: masticava con rumore, beveva col boccone in bocca, faceva schioccare le labbra, dimostrava una voracità e una sete non frenate da alcuna creanza. E queste cose comuni, in quella camera monastica annobilita dai libri e dalle stampe, dove ero solito prendere i miei pasti brevi leggendo o seguendo il mio pensiero, queste cose usuali apparivano enormi, aggravate dal mio sentimento insidioso; ché io di continuo gli rifornivo il piatto, gli colmavo il bicchiere, mi affannavo a rimpinzarlo e a inciuscherarlo come usa il compare col compare quando vuole averlo alla mano.
Veramente pareva che avesse grandi caverne da riempire o che da satollare avesse dentro di sé quell'uno che minacciava di non lasciargli neppur le cartilagini e le ossa. Accanto a quel viso vizzo, acceso da una punta di sbornia, incorniciato dai capelli lunghi e dalla cravatta a fiocco, arieggiante ancóra le vecchie maschere romantiche di Henri Mürger, ponevo l'enigma di quell'altra faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte.
E chiedevo senza suono: «È dunque la tua amante? Conosci la forma delle sue ginocchia? La tocchi con le spatole delle tue dita? Mangia, bevi».
Un soffio di creazione mostruosa alitava tra le pareti fitte di volumi, ove la mia anima era vibrante come quell'aria che chiudono i legni secchi d'un violino ben costrutto. Ciò che dei libri immortali si mescola alla fluidità della vita nel silenzio, l'eternità che è fissa nei frammenti patetici dei capolavori, il mito che appesantisce su una tempia invisibile il fiore vinato del giacinto, lo splendore limpido del vino simile alla presenza corporea del dio che discioglie, un pane, un frutto, un coltello, un lembo di carne trasmutato dal fuoco, l'orlo d'un bicchiere toccato dalla grazia d'un raggio, ogni cosa innanzi a me e intorno a me esprimeva me a me stesso. Pieno di significati, giocavo con l'amore e con la morte. Con la figura del mio ospite, con la figura della donna assente e con la mia sobria ebrietà componevo i quadri successivi d'una nuova Danza macabra.
— Chi è quello? — disse egli, volgendosi verso il camino.
Era il calco intero d'uno degli otto incappati che portano la pietra sepolcrale nel monumento del Gran Siniscalco di Borgogna. Stava presso l'alare, curvo ma con la spalla senza carico, nascosto il volto sotto il cappuccio, scoperto una sola mano dal pollice lungo.
— Veramente — disse — non ti sei fatta una casa allegra.
E, fissando lo sguardo torbido verso qualcosa che vedeva egli solo, s'attristò come fa l'anima quando si raggomitola sul sacco riempiuto.
— Vieni, vieni — dissi all'improvviso levandomi e prendendolo per un braccio familiarmente, con una gaiezza audace. — Raccontami i tuoi nuovi amori.
— Quali amori?
— T'invidio. È una magnifica belva.
Lo feci sedere in una poltrona comoda, mentre il domestico recava i liquori e le sigarette. Io mi misi all'ombra d'uno scaffale, come in agguato.
Egli trasse il suo tabacco misto d'oppio da una sua scatola di bossolo e lo rotolò nella carta tra l'indice e il pollice ingialliti come dalla tintura di iodio. Affettava quel sorriso vano che gli conoscevo bene, quel sorriso di donnaiuolo disgustato che non fa differenza fra tresca e tresca; ma una delle sue deboli gambe tremolando sul tacco ed egli guardandosi la punta della scarpa, mi risorse nella memoria l'imagine d'un contadino che avevo veduto in un campo guardare tranquillo il suo piede scalzo ove una testa di vipera pareva incastrata per sempre come una sesta unghia.
— Perché la chiami belva? — disse. — Tu sai la storia?
— Non so nulla. Chi è?
Egli la bruttò con una parola vile; e poi biasciò come se la lingua gli si fosse disseccata.
— L'ami dunque?
Egli parlò, pieno di rancore, di sgomento, di vendetta e d'incantesimo, con qualcosa d'intollerabile come la vista di un'agonia, con qualcosa di falso come il gioco di un istrione, a volta a volta miserando e odioso, tragico e ridevole.
Ora la Leda senza cigno era là, così liscia che pareva non dovesse avere un solco neppure nel cavo della mano, levigata veramente dall'acqua dell'Eurota. E la sua vita era un'altra.
Nasceva d'una di quelle razze miste la cui virtù funesta è prodotta da un oscuro concorso di sangui e di fati, come la potenza di quei miscugli da infuriare, ove la radica della mandragola e l'umore della giumenta bollivano insieme. Suo padre, grande amatore di cavalli, aveva tenuto una famosa scuderia da corsa; poi s'era rovinato, aveva vissuto d'espedienti, da cavaliere d'industria; discendendo di bassezza in bassezza, inciampando più d'una volta nel codice. Dopo aver vissuto in contatto cotidiano coi palafrenieri, coi fantini, con gli allenatori, sfogando la sua temerità nativa e i suoi gusti da circo nel montare i puledri trienni su i galoppatoi publici, ella aveva sposato a diciott'anni un gentiluomo francese: aveva divorziato a venti; e s'era ritrovata prima con una fredda canaglia d'amante e poi sola, nel disagio, alla ventura, esposta alle persecuzioni del padre che voleva foggiarne un bell'arnese da guadagno non per lei ma per sé. Incapace di affrontare la miseria, deliberata a tutto, ella aveva incontrato in una città di terme una specie di procacciante in cerca di complici e di vittime: il quale per un seguito di accorgimenti felici era riuscito a fidanzarla con un giovine sciocco appena appena escito di minorità, orfano, già molto ricco e prossimo erede d'un'ancor più lauta fortuna. Ella, il fidanzato e il mediatore avevano vissuto due anni insieme, «avevano fatto la vita», errando d'albergo in albergo, di piacere in piacere, di noia in noia, dall'una all'altra veglia, dall'una all'altra tavola da giuoco, in una promiscuità non confessabile; ché la promessa sposa aveva posto il divieto fino all'ascensione del talamo e il paraninfo era riuscito ad esercitare sul novellino un dominio assoluto, simile a una sorta di malia perversa, servendosi di quel filtro che si porge con la siringa d'oro. La morfina, somministrata dalla mano sapiente, aveva diffusa una così rosea benignità che senza sforzo e senza sospetto fu ottenuta in favore della fidanzata austera una polizza d'assicurazione per un milione e mezzo, pegno nuziale. Quando il primo versamento fu eseguito in regola, la previdenza consigliò di sopprimere il benefattore. Un giorno, in una via difficile dei Pirenei, a una dose più forte di narcotico seguì una disgrazia preparata con squisita cautela. L'automobile rimessa in movimento, dopo una sosta casuale, precipitò nella forra lasciando su la carreggiata l'assassino incolume.
Non ascoltavo cose già note? Certo, di simili casi abbondano gli annali giudiziarii e i rossi romanzi ad uso dei portinai. Ma serpeggiava di sotto a quella massa di fatti volgari, non so che canale d'ombra che il mio spirito aveva già risalito e ora novamente risaliva riconoscendovi in confuso gli indizii del suo primo passaggio. E quella profondità mi dava l'ansia di scavare ancor più profondo in me stesso, di raggiungere in me un più vero di me, il quale non temesse e non fallisse dinanzi a ciò che stava per formarsi e per apparire.
— Come sai queste cose?
Egli animava di tratto in tratto il suo racconto con talune di quelle intime rivelazioni che non può commettere ad altri se non chi si confessi audacemente contro sé medesimo.
— Le so da lei.
— Ella si accusa?
— Non si accusa; parla. Ignora dove sia il bene, dove sia il male. Prima ti dice una cosa tremenda, senza guardarti, con non so che sorriso timido, come chi provi col piede la resistenza della tavola posta a traverso il torrente, prima di passare. Poi ti curva come un carico, ti pesa sopra come una colpa che tu debba reggere con l'osso della tua schiena.
— E sei sicuro che di queste cose ella non si componesse allora e non séguiti ora a comporsi una vita imaginaria?
— Porta il ferro della realtà ben ribadito al piede.
— Come?
— Vive con l'assassino.
— Dove?
— In questo paese.
— Da quanto?
— Da due anni.
— Era già la sua amante, prima della catastrofe?
— Sì, era; ma per compenso della mediazione, e poi per mezzo della complicità. Ella lo abomina.
— E perché lo tollera?
— Le circostanze che accompagnarono la fine del promesso sposo parvero sospette. E la Compagnia ne profittò per contestare la validità della polizza. Le prove mancavano o eran troppo vaghe. Nondimeno il processo fu avviato e si trascina ancora. L'uomo dunque la tiene sotto la minaccia di una denunzia folle e della mutua perdizione. Credo che, terminato il processo sul cui buon esito finale non v'è omai dubbio, la somma debba essere divisa tra i due in misura già pattuita.
— Quali rimasugli di vecchio romanzo poliziesco t'ingombrano la fantasia?
— Tutto questo è reale, e non è se non un barlume della realtà cotidiana. Imagina: essi vivono insieme, là, sul Bacino, in una di quelle villette sonore fatte di tramezzi e di palchi sottili, dove s'ode il cuore battere e il polmone gonfiarsi, dove non è possibile sfuggire all'odore dell'essere odiato né allo sciacquìo della sua catinella.
— E che uomo è costui?
— Imagina una testa a piramide tronca, una vera testa di pitone, precisa come una volontà geometrica, rigida come un problema o come una sentenza, con due occhi senza colore dietro un paio di lenti spesse come i cristalli delle lanterne cieche....
— E chi provvede alle spese?
— Egli non è d'origine se non un borghesuccio, figlio di un fabbricante di porcellane limosino. Ella ha qualche resto della sua dote. Ma tanto poco non basterebbe alle sue abitudini di eleganza e di lusso, almeno esterne. La fiducia nell'esito del processo le apre un credito rovinoso presso gli usurai vinattieri della Gironda. Anche per queste strozzature è buon mediatore il pitone freddo.
— E tu chi sei davanti a lui?
— La vittima designata del gioco abituale. Due o tre volte, mentre ero davanti al pianoforte, là, nella villa sul Bacino, l'ho veduto apparire nel vano dell'uscio, sogghignare silenziosamente, poi ritirarsi come uno che vada altrove per abbandonarsi alla sua ilarità. E ogni volta aveva per me l'aspetto di quei fantasmi che si formano da certe disgregazioni dello spirito su l'orlo della follìa e che agghiacciano il malato con una presenza intermittente. Un mio povero compagno, prima di entrare in una casa di salute, era frequentato da uno di questi visitatori; e non osava mai voltarsi per tema di vederselo allato. Ora qualcosa di simile accade anche a me....
— Ma è chiaro che si tratta di un fantasma tollerante e perfino compiacente, amico mio.
— Non contraria i giochi del caso e della fantasia, i capricci della noia e della crudeltà, ma soltanto li sorveglia da vicino o da lontano. Egli non ha se non uno scopo: tener legata a sé la complice, sia pure con una lunga catena da lentare quando convenga. Egli non teme se non la fuga, lo scampo, diciamo pure «l'evasione». Ora le armi ch'egli serba contro di lei e le note minacce rendono inefficace qualunque tentativo in terra. Ma v'è uno scampo dalla parte del buio, v'è lo scampo di sotterra. E questa la sola minaccia ch'ella possa opporre a quelle altre che la curvano.