Canneto il lungo, Palazzo Raggio, n.º 800.
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1836.
Presso l'Editore VINCENZO CANEPA Sotto i Portici dell'Accademia Ligustica.
SACRA REALE MAESTÀ
L'Augusta Casa de' Sovrani Sabaudi, S.R. Maestà, diede sempre colla grandezza di azioni magnanime nobilissimo argomento all'ingegno de' Cantori d'Italia.
Gabriele Chiabrera, sommo ornamento delle lettere ne' Vostri Reali Dominj, confortato dal favore del Duca Carlo Emanuele, prese a celebrare con eroico poema quell'Amedeo che liberò col senno e colle armi l'Isola di Rodi. Questo poema era ben degno di ricomparire, dopo due secoli, sotto gli auspicj della Reale Maestà Vostra, che tutti consacra i suoi pensieri alla felicità de' sudditi ed alla gloria del regno; e che si è degnata di permettere, che fregiato dell'Augusto nome di Lei, venga nella luce del pubblico. Io lo depongo appiè del Trono Reale insieme agli umilissimi sensi del mio sommo rispetto
Di V. S. R. M.
Ubbidientissimo Servitore e fedelissimo Suddito VINCENZO CANEPA Editore.
AI LETTORI GENTILI
VINCENZO CANEPA
Essendomi proposto di mettere nuovamente in luce l' Amedeide di Gabriello Chiabrera, pregai il Cav. Don Gio. Batta Spotorno, che tante altre premure si era dato per onorare la memoria di quel sommo Poeta, scrivendone copiosamente la vita e pubblicandone molte prose inedite, a volermi favorire per sua cortesia di preparare, dirigere, ed illustrare questa edizione. Ed egli compiacendomi, vuole ch'io dichiari, qui sul principio, che ad assumere tal fatica non tanto il muove la grandezza del Poeta; ma sì e principalmente, il desiderio ossequioso, trattandosi d'un libro onorato del nome dell'Augusto Monarca il Re CARLO ALBERTO, di potere in qualche guisa, quanto ad uomo oscuro è conceduto, dimostrare la somma sua devozione all'ottimo Principe che si degnò confortare con segno onorevolissimo del suo Real Patrocinio i piccioli studj di esso P. Spotorno.
Gli argomenti all'Amedeide, che leggerete in questa edizione, sono fatica del sig. avvocato G.B. Belloro, savonese, che me gli offerì gentilmente; nè io volli ricusare il dono della sua cortesia; troppo essendo convenevole che in qualche modo concorra ad una edizione del Chiabrera uno almeno degli arcadi savonesi.
VITA DI GABRIELLO CHIABRERA
SCRITTA DAL CAV. P. GIO. BATTA SPOTORNO.
Se la nostra Liguria occidentale non avesse di che pregiarsi se non se di GABRIELLO CHIABRERA, ragion vorrebbe ch'ella se ne tenesse onorata e superba. Perciocchè fu questi il primo che mostrò agl'italiani esservi pure un'altra scuola, fuori della provenzale, in cui mirando studiosamente si potea venire in fama di poeta meraviglioso; e il mostrò con esempj felicissimi sì nel genere grande, sì nel gentile; spirando, se così m'è lecito parlare, ne' petti degl'italiani un nobile ardimento; e la nostra favella, di timida e rispettosa ch'ella era in mezzo alla copia delle voci e de' modi, facendo animosa ed altera senza macchiarne l'urbanità e la grazia che le viene dal puro e sonante dialetto dell'Arno. Ma questo Poeta non ebbe mai scrittore della sua vita; ed egli di se medesimo parlò brevemente, più tosto per dire gli onori avuti da Principi grandi e da Sommi Pontefici, che per altra cagione. E però non a torto faceva querele il Tiraboschi di tanta negligenza. Ond'è che nella Storia Letteraria della Liguria io m'ingegnai di stendere minutamente la vita di questo sommo poeta; ed ora ne do quasi un compendio, ma corredato di molte notizie, che per quegli anni non erano conosciute; cosicchè Egli più non abbia a dirsi inonorato in Italia.
GABRIELLO CHIABRERA nacque in Savona il 18 giugno del 1552; e nacque quindici giorni ed alcune ore dopo la morte di Gabriello suo padre. La famiglia de' Chiabrera, che veramente chiamavasi de' Zabrera, e latinamente de Zabreriis, sembra d'origine spagnuola; e il primo a piantarla tra noi fu probabilmente uno di que' militi spagnuoli che vennero in Italia nel 1271 con Guglielmo marchese di Monferrato, il quale aveva tolto in isposa Beatrice figliuola di Alfonso Re di Castiglia. E oggidì sono tuttavia parecchi altri cognomi nel Monferrato e nel Piemonte che si palesano d'origine spagnuola. Ma qual che fosse l'antica stirpe de' Zabrera, questo è certo che un Gabriele, de Zabreriis fece un sepolcro a se ed a' suoi l'anno 1493 nella chiesa di S. Giacomo vicin di Savona, e ne ornò la cappella con una tavola di pittore in quell'età molto prezzato. Da questo Gabriele I. venne un Corrado, che di Mariola Fea gentildonna savonese generò Gabriele II.; e questi ebbe da Geronima Murasana, pur savonese, e figlia del dotto giureconsulto Pier Agostino, Massimo, uomo di buone lettere ed amico in Roma di Paolo Manuzio; Gabriele III., ossia il nostro poeta, e Laura, data in moglie ad Aurelio Bosco Savonese.
La madre del Poeta, rimasa vedova in fresca età, passò ad altre nozze con Paolo Gavotti nobile savonese, e di GABRIELLO si tolse la cura Margherita sorella del padre di lui, la quale di Ottavio Pavese suo marito non aveva prole veruna; ma la tutela del pupillo tenevala Giovanni pure fratello del padre, ed esso ancora senza figliuoli. Giunto GABRIELLO all'età d'anni nove, fu condotto in Roma, ove Giovanni suo zio faceva dimora[1], ed ivi fu nodrito con maestro in casa da cui apparò la lingua latina. In quegli anni lo prese una febbre, e dopo due anni lo percosse un'altra, che sette mesi lo tenne senza sanità e l'inviava a morire etico; onde Giovanni suo zio, per farlo giocondo con la compagnia d'altri giovinetti lo mandava alle scuole de' PP. Gesuiti; ed ivi prese vigore e fecesi robusto, ed udì le lezioni di filosofia, anzi più per trattenimento che per apprendere; e così visse fino all'età di venti anni. Ma nel 1572, essendo mancato di vita in Roma lo zio Giovanni, esso GABRIELLO andò a Savona a vedere e farsi rivedere da' suoi; e fra pochi mesi tornossene a Roma.
Quivi avuta occasione di vendere un giardino, che sembra eredità dello zio, al Cardinale Luigi Cornaro Camerlengo di S. Chiesa, colse l'opportunità di entrare in corte di quel Porporato, e vi stette tre anni. In questo, avvenne, che senza sua colpa fu oltraggiato da un gentiluomo romano, ed egli vendicossi; nè potendo meno, gli convenne di abbandonar Roma, e ridursi alla patria. Del qual avvenimento non abbiamo altra notizia, salvo se quella lasciataci dal Poeta, e che si è riferita colle sue parole medesime.
In Savona stette molti anni, dividendo il suo tempo tra lo studio delle buone lettere, la compagnia di giovani suoi pari, ed eziandio, nel vagheggiare una beltà savonese, ch'egli chiama poeticamente la Galatea de' savonesi mari. Sopra questo innamoramento abbiamo l'incomparabile canzone Per duri monti alpestri. E ne parla slmilmente nel canto VII. dell' Italia liberata, dicendo:
Appena nato, a' duri miei tormenti Sorte volle adoprar la sua fierezza; Mi negò le lusinghe dei parenti, Mi pose in risse, m'involò ricchezza: Amore alfin con le sue fiamme ardenti Servo mi fe' d'una crudel bellezza.
Sono pur da leggere queste parole della canzone XXIX. tra le morali scritta ad Jacopo Doria:
Forza d'alta beltà, ch'empie gli amanti Di caro duol, tiranneggiò mia cetra: Oggi che imbianco…….. …….. altrove ergo i pensieri.
E tuttavia nel CHIABRERA l'amore vestiva un abito gentile, alla platonica; e in tutte le sue poesie non è parola che ricordi, non dirò le sozzure di certi poeti de' tempi a noi vicini, ma nè anco la licenza dell'Aminta e della Gerusalemme.
L'anno del 1584 rallegrò la solitudine del CHIABRERA con l'arrivo in Savona della famosa Isabella Andreini, venutavi colla sua compagnia comica a farsi udire sulle scene. Il poeta onorò con parecchie composizioni il valore dell'attrice, ed essa, che non era donna volgare, rispose con rime pregevolissime che abbiamo alle stampe. Ma v'ebbero sdegni e combattimenti tra' gentiluomini di Savona. Stavano per una parte Ottaviano e Luigi Multedo; per l'altra Benedetto Corsi, Giulio e Cesare Pavesi, Ambrogio Salinero e il nostro Poeta; che brevemente, al solito, così accenna quella tenzone: «in patria incontrò, senza sua colpa, brighe, e rimase leggermente ferito su la mano: fece sue vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando: quietassi poi ogni nimistà, ed egli si godette lungo riposo.» Si compose la discordia con un atto di pace rogato in Mulazzano addì 16 aprile 1585, ed accettato in Savona dai Multedo il dì 24: il che ne fa conoscere che la fazione del CHIABRERA ebbe a ricoverarsi negli antichi dominj della R. Casa di Savoja.
Tornato alla quiete della patria, cominciò col fratello Massimo a pensare alla propagazione della stirpe; e non avendo quegli voluto sottomettersi al legame del matrimonio, fu deliberato che GABRIELLO s'eleggesse una sposa. Qui porrò un fatto che parrà novella, e non è; vo' dire che il Poeta si teneva per affatturato da qualche maliarda o stregone, cosicchè stimavasi non atto al debito coniugale; e ne scrisse lunga e mesta lettera a Bernardo Castello pittore, suo grande amico, scongiurandolo a veder pure di trovare in Genova cerretano o donnicciuola, che valesse a rompere la malìa. Qual fosse la risposta del Castello, nol sappiamo. Nè di cotal immaginazione del Poeta è da far commedia; chè fin nel secolo XVIII. molti libri si scrissero da gravi uomini, e non idioti, a mostrare la potenza e le arti meravigliose delle streghe[2]. Finalmente piacque al CHIABRERA d'unirsi con una giovinetta d'anni 16, nominata Lelia, figliuola di Giulio Pavese gentiluomo di Savona, e della signora Marzia di Niccolò Spinola patrizio genovese. Ed ottenuta la dispensa dall'impedimento di consanguinità, si celebrò il matrimonio nella chiesa de' PP. Cappuccini fuor di Savona il dì 29 luglio del 1602. GABRIELLO non n'ebbe. prole, ma gliene vennero disturbi ed impicci nojosi. Perciocchè Lelia, essendo mancato di vita Giangiacomo Pavese fratello di lei, lasciando pupillo un figlio di nome Giulio, ne assunse col marito la tutela: di qui molestie di conti; pensieri d'educazione; possesso di eredità e nella Liguria, e per procuratore in Napoli, dove i Pavesi possedevano beni assai; di qui tutte quelle altre noje che sono compagne degli affari economici. Ma Lelia, veggendosi senza prole, aveva posto in Giulio un affetto sviscerato; e se GABRIELLO non era sollecito a tutto, che potesse giovare al nipote, gridava ch'egli era un assassinare il pupillo. Questa tutela tornò poscia in danno de' Chiabrera; stantechè avendo GABRIELLO donato ogni suo avere alla moglie, Giulio venne ad unire in se l'eredità de' Chiabrera e de' Pavesi. Abbiamo una lettera del Poeta, scritta nel 1634, ringraziando il Cavaliere Cassiano dal Pozzo «per le cortesie compartite a Giulio Pavese mio nipote.»
Il piacere delle nozze fu turbato per una sentenza de' tribunali di Roma, che GABRIELLO accenna oscuramente; e che noi possiamo con maggior chiarezza descrivere. Il Poeta aveva un fratello naturale di nome Augusto, che stavasi in Roma, e maneggiava la dote di Lelia, con procura in forma legale: ora costui per avere scritto delle pasquinate, o come allora dicevano, de' pasquini, fu condannato, non sappiamo a qual pena, e i beni dati al fisco; compresavi la dote di Lelia. Per che GABRIELLO corse a Roma, e con mostrare le sue ragioni, e col favore del Cardinale Cinzio Aldobrandini, protettore de' letterati, ricoverò con fatiche e spese la dote della moglie. Augusto aveva potuto scampare la tempesta fuggendo nell'Abruzzo; e di colà scrisse a GABRIELLO nel 1607 chiedendo danari; ed è questa l'unica notizia che ho trovato di costui; e poco monta il saperne più oltre; ch'egli non recò a' suoi utilità nè decoro.
Dopo lo sconcio qui rammentato non ebbevi fatto alcuno nella vita del CHIABRERA, come uomo privato, che meriti d'avere speciale ricordo: visse in patria con riposo, sano in modo che non mai stette in letto, salvo due volte per due febbri terzanelle, nè ciascuna di loro passò sette parosismi. In questo egli fu assai avventuroso: ma non già nell'avere (sono parole di lui), perchè nato ricco, anzi che no, disperdendosi la roba per molte disavventure, egli visse, non già bisognoso, ma nè tampoco abbondantissimo. Certo è che s'egli non fu ricco signore, ebbe quanto s'addice a vivere onorevolmente da gentiluomo di provincia. In città s'era comperata, metà dai Ferrero, e metà dai Carretto, una casa (1603-1605), ornata di marmi; ed è quella che si vede nel vicolo di S. Andrea, ed ha sopra la porta in un cartello di marmo queste parole d'Orazio: nichil est ab omni parte beatum; forse per accennare all'umile contrada in cui era fabbricata. Di un suo giardino parla più volte nelle lettere a Bernardo Castello. E rifabbricandosi nel 1616 la piccola chiesa di S. Lucia, e rimanendovi un poco di scoglio scoperto, il CHIABRERA, ottenutolo, lo ricinse di muraglie, e fecevi un piccolo giardino, e una loggetta, nella quale fra il giorno si riduceva a far versi, e a cianciare con cittadini ed uomini di villa, che di colà per loro faccende passano continuo; godendovi pure l'aspetto di Genova, che vi si mostra manifestissimo. E perciocchè era vicina alla chiesa di S. Lucia, martire siracusana, della quale si professava devotissimo per la debolezza della sua vista, cosicchè non poteva scrivere al lume, chiamavala piccola Siracusa; come puossi vedere nella data di molte lettere al Giustiniani. Negli ultimi anni (1632) edificò una casa di campagna in Legine, dove possedeva una vigna assai vasta; e nella iscrizione, che tuttora vi si legge sulla porta, dichiara averla fabbricata musarum opibus; cioè con denari ritratti dalle sue poesie[3]. Perciocchè il CHIABRERA che aveva cominciato a poetare per ozio, e poscia per onore, volle alfine che i suoi versi gli fruttassero meglio che sterili applausi; non che domandasse contanti; ma piacevagli per un sonetto, o un altro componimento, vedersi ricambiato con qualche gentilezza; e tale che all'uopo egli potesse permutarla in moneta; come più volte scriveva al pittore Castello. E fu talora, che volendo intraprendere un viaggio, e stando male a quattrini, nè volendo far debiti in Savona, per certa alterezza, volgevasi in Genova alle persone da lui celebrate: siccome al P. Abate D. Angelo Grillo, patrizio Gianvincenzo Imperiale; e quando i creditori ridomandavano la somma cortesemente prestata, il Poeta che non sempre aveva alla mano la moneta, forte si doleva, e ricordava l'amicizia, e i versi scritti in encomio del creditore. Ma l'Imperiale, uomo vano anzichè gentile, non volle appagarsi di lodi; e convenne al CHIABRERA pagarlo con una tavola del Tiziano. Il pittore Bernardo Castello, che non dipingeva senz'averne l'indirizzo dall'amico Poeta per la composizione, o storia, doveva sempre ricambiarne i consigli con qualche disegno di pittore insigne, o con un suo lavoro suggerito dal CHIABRERA. Le quali cose si volevano accennare, acciocchè si conosca che GABRIELLO aveva di che vivere in aurea mediocrità; e infatti, senza le pensioni che gli pagavano il Granduca di Toscana e il Duca di Mantova, egli stava nel catasto delle taglie per dieci mila scudi; somma rilevante a quel tempo in un gentiluomo privato; e veggiamo che la moglie teneva almeno due servigiali; e non mancava un servitore al marito.
Ma di un sommo poeta non si deggiono così ricercare le notizie della vita domestica, come quelle degli studj e degli onori per essi ottenuti. GABRIELLO CHIABRERA, uscito dagli anni della prima gioventù, e dalle istituzioni puerili, cominciò a praticare in Roma con Paolo Manuzio amico di Massimo suo fratello, e ascoltavalo ragionare: poi recandosi alla Sapienza, udiva leggere Marcantonio Mureto, ed ebbe con lui familiarità: avvenne poi che Sperone Speroni fece stanza in Roma, e con lui domesticamente trattò molti anni; e da questi uomini chiarissimi raccoglieva ammaestramenti. Que' sommi latinisti, Manuzio e Mureto, gli fecero nascere desiderio di poetare nell'antica lingua de' Romani; ma non istette molto ad avvedersi che i primi seggi erano già tenuti da uomini famosi; e si volse alla lingua italiana; confortatovi eziandio (come si vuol credere) da Sperone Speroni. Diedesi dunque a studiare ne' primi fondatori dell'idioma toscano, e specialmente in Dante, nel Petrarca, e nel Boccaccio: tra' meno antichi pregiò sopra tutti l'Ariosto. Con presidj sì fatti, e coll'aggirarsi per la Toscana, venne a tanto di perfezione che sì nella poesia, come nella prosa, egli è scrittore pieno di urbanità, di grazia non affettata, e così puro che l'Antologia di Firenze, disse del suo scrivere quelle parole dell'Alighieri:
«…….. ma Fiorentino Mi sembri veramente quand'io t'odo.»
Allo studio della italiana congiunse quello della lingua greca; e tanto s'invaghì della perfezione de' greci poeti, che volendo lodare alcuna cosa, come perfetta, era solito dire: è poesia greca. Omero metteva innanzi a tutti; ed essendovi già fino da que' tempi alcuni detrattori dell'altissimo poeta, egli affermava odorare di sciocchezza chi non intendeva le bellezze omeriche. Di Pindaro prendeva singolar maraviglia. Quanto fosse studioso di Anacreonte, chiaramente appare dall'averlo imitato felicemente. In Virgilio lodava il verseggiare nobilissimo e il parlar figurato. A Dante dava gran vanto per la forza del rappresentare e particoleggiar le cose, le quali egli scrisse; ed a Lodovico Ariosto similmente; cui era solito dare il titolo di grande. Leggeva molto Orazio, e sovente ne cita i detti, o li trasporta in italiano con felicità incomparabile: mi serva il riportare questo verso,
Il taciuto valor quasi è viltade,
bellissima versione di quella sentenza che tormentò sempre i traduttori del Venosino: paulum distat inertiae celata virtus. In Orazio commendava la lingua colta, l'eccellenza degli aggiunti, il non avere nulla di soverchio, e l'adornarsi di sentenze morali. E siccome il nostro CHIABRERA avea pur dato opera agli studj sacri, compiacevasi molto del profeta Isaja, ch'è pure sommo poeta; e negli ultimi anni aveva in costume di portarlo seco insieme con Dante.
Con tanti presidj ed ammaestramenti, e dotato d'ingegno grande, e bramoso di gloria, non poteva il CHIABRERA non levarsi sopra la schiera de' poeti, e giungere a tale di altezza, che altri non avesse speranza di aggiungerlo. Tentò quasi tutti i generi di poesia, e i più felicemente.
Francesco Maria Zanotti, che soli quattro lirici sommi voleva riconoscere in Italia, tra questi collocò il CHIABRERA. Scipione Maffei riconosce due scuole poetiche in Italia, quella del Petrarca e l'altra del CHIABRERA. Antonmaria Salvini affermava niuno meglio del nostro poeta aver inteso il carattere sublime di Pindaro e il vezzoso d'Anacreonte. Ma parecchie difficoltà fecero contrasto alla gloria del CHIABRERA; cosicchè il Muratori con ogni ragione lagnavasi che non fosse conosciuto quanto e' meritava. E in primo luogo, lui vivente, si contaminava la letteratura colle gonfiezze e i bisticci del secento; e perciò coloro che avrebbero dovuto imitarlo, ivano perduti nella pazza scuola de' concetti e delle stravaganze: conobbelo il CHIABRERA negli ultimi anni; e ne diede cenno nelle sue lettere al Giustiniani. I pochi, che bene vedevano la sciocchezza dell'Achillini e de' suoi imitatori, non volendo in tutto allontanarsi dall'uso corrotto, eleggevano una via di mezzo, attenendosi al Testi, al Filicaja e al Guidi; nobili poeti; ma pur di troppo lontani della semplicità degli antichi esemplari. Aggiungasi la corruzione de' costumi, entrata coll'ozio e l'ignoranza in Italia; onde avvenne che nel secolo XVII non più si parlava nè d'Omero, e Virgilio, nè di Dante e di Francesco Petrarca, ma dell'Adone, del Pastor Fido, e di altri libri maestri o provocatori di lussuria. Finalmente, come notò il M. Maffei «quest'autore ricerca studio fondato e fermo, perchè non poco difficile è da principio discernere la sua bellezza;» e pochissimi sono coloro che vogliano durare la fatica di uno studio poetico fondato e fermo. Ma negli ultimi tempi si è cominciato a conoscere alquanto meglio il valore del Savonese; e il Monti nella Proposta, e il Cesari nelle Bellezze di Dante il commendarono con parole sì fatte, che più non potevasi.
Nelle Satire, o Sermoni, è il CHIABRERA così eccellente, che può dirsi il secondo, dando il primo luogo ad Orazio, com'è convenevole. Di che veggasi il bellissimo articolo che ne scrisse Clementino Vannetti nelle Osservazioni sopra di Orazio[4]. Nella satira più audace ed irosa, si provò d'imitare Archiloco, ma non satisfece a se stesso: come dichiara nella vita sua propria; benchè il Guasco, pubblicando l'Amedeida minore, promettesse di volerne dare con altri componimenti, le canzoni archiloche, ossia le satire alla maniera di quel Greco.
Negli epitaffj, chi ama la schiettezza congiunta all'urbanità, non può non dar lode segnalata al CHIABRERA. Poche sono l'egloghe che ne abbiamo; e degne ch'altri non l'abbia a vile. Ne' ditirambi piacque al critico Fioretti ed al Soave; e che piacesse molto al Redi, si può argomentare dall'avere saputo quest'illustre Toscano giovarsi del CHIABRERA pel suo Bacco in Toscana.
La gloria d'essere riguardato come il Pindaro e l'Anacreonte e l'Orazio d'Italia, non ritenne il CHIABRERA dal tentare la poesia drammatica. Non trovo ch'egli mai si volgesse a scrivere commedie; giudicando forse che poco o nulla si potesse aggiungere a quelle de' Toscani, che veramente sarebbero perfettissime, se non fossero sfacciate. Nelle tragedie, altri amava meglio trarne gli argomenti dalle favole antiche, altri da quelle de' romanzi: il CHIABRERA imitò i primi nella Ippodamia, della quale sono lodati i cori; s'accostò a' secondi nell' Angelica in Ebuda; e direi ben anco nell' Erminia, se io ne avessi trovato notizia sicura.
Un'altra maniera di poesia drammatica è la favola pastorale; che Torquato Tasso avea levato a tal di perfezione da consigliare i poeti a non volere farsi emulatori dell'Aminta. Io non dirò che il CHIABRERA possa starsi appetto del Tasso; ma dico d'essere pienamente convinto, aver egli il primo seggio, dopo Torquato, tra gli scrittori di favole pastorali; e forse a farlo men chiaro, concorrono due pregj, che agli occhi de' volgari sono difetti; la semplicità dello stile, puro sempre e grazioso, e la modestia del costume; perciocchè, a parlare ingenuamente, v'ha non pochi, e talora in vista gravi ed assennati, i quali danno lodi egregie a certe composizioni, che forse farebbero segno a critiche amare, se in quelle non trovassero di che pascere le passioni segrete; e così veggiamo essere avvenuto del Pastor Fido; ch'è una filza ingegnosa di madrigali e concettini lascivi.
Nella drammatica spettacolosa, ossia nell'ordinare scene con pompa e varietà di macchine meravigliose, ed a' personaggi che in esse deggiono comparire acconciare brevi parole in verso, fu il CHIABRERA celebratissimo; e i Medici per ciò il chiamavano a Firenze, e i Gonzaga a Mantova; e per questi suoi ingegnosi ritrovamenti ebbe pensioni da que' Principi, non per la sua eccellenza nella poesia; chè sempre, tra le nazioni molli ed oziose, il piacere de' sensi venne anteposto alla illustrazione della mente.
È un altro campo, già tenuto da campioni impareggiabili, e che non pertanto invita gli uomini d'alto ingegno ad entrarvi per vaghezza di gloria; vo' dire l'epica poesia. Il CHIABRERA in poemetti di poche centinaja di versi sciolti, mostrò la grandezza del suo ingegno; sia per l'evidenza delle descrizioni, la forza e la rapidità delle azioni, sia per l'eleganza dello stile; e per quella maestria nel numero del verso, che niuno, dopo di lui, seppe mai pareggiare. Ed eccellente fu non meno ne' sacri argomenti che ne' profani. Provossi eziandio in poemetti di pochi canti; trattando il soggetto, con legger mutamento, e in rima e in versi dalla rima disciolti; come fece nel Batista e nella Giuditta, o solamente in isciolti, quale il Foresto. Ancora, d'un episodio trasse un poema; per esempio, il Ruggiero di dieci canti, ricavato da un'azione dell'Orlando Furioso. Tentò ancora la vera epopea, scrivendo l' Italia liberata dai Goti, la Firenze, e l' Amedeida. Tutti e tre hanno pregi grandissimi; e nell' Italia specialmente il nostro Poeta versò il tesoro dell'urbanità ed eleganza toscana ch'egli possedeva maravigliosamente; ma niuno de' tre è argomento popolare; condizione principalissima negli epici poemi, benchè i Retori l'abbiano dimenticata ne' loro precetti. La Firenze, è minore e maggiore; quest'ultima ha dieci canti in ottava rima. L'AMEDEIDE fu dall'Autore pubblicata in canti 23 e ridotta in 10, e in questa minor forma, lui morto, data alle stampe.
Nè il CHIABRERA fu solamente poeta sommo: vuolsi pur lodarlo altamente come prosatore. Il suo parlare è propriamente fiorentino purissimo; ma senza riboboli nè smancerie da pedanti: parvi d'udire una gentil donna fiorentina che non abbia letto libri tradotti malamente dal francese, nè conversato con uomini che s'estimano letterati solo che possano contaminare con modi stranieri il bellissimo idioma dell'Arno. Non ha periodi lunghi soverchiamente nè trasposizioni affettate; e dice le cose grandi con parole gravi e semplici; le umili con graziose. Nelle lettere famigliari è schietto, festivo, felicissimo; e va innanzi a tutti gli altri nostri, specialmente in quelle 150 a Pier Giuseppe Giustiniani, trovate in Genova, ed impresse in Bologna per gentil pensiero del P. Porrata, nobile genovese, della C. di Gesù. Nella ristampa fattane in Genova per mio suggerimento, ma condotta contro a' miei consigli, per mano altrui, si legge un certo numero di lettere inedite, che io ottenni gentilmente da chi avevale trascritte dall'archivio di Savona; ma in esse, come distese in istile curiale, non apparisce il valore del CHIABRERA. Lodevoli molto sono quelle altre, forse un 250, che usciranno colla mia assistenza dai torchj del signor Ponthenier. Bellissimi poi sono i dialoghi sull'arte poetica, e quello che contiene la sposizione di un sonetto del Petrarca: in essi non è la grandezza platonica; sì una nobile semplicità, che vestendo leggiadramente una dottrina non volgare, diletta e rapisce. Nell'orazione per un nuovo Doge di casa Spinola e negli elogj de' letterati coetanei, il CHIABRERA è minore di se. Degno di lui è l'elogio di Alessandro Farnese, che con altre egregie prose, ricavate per mia cura da' testi a penna, fece stampare il signor Vincenzo Canepa nell'anno 1823 in-12. I discorsi all'Accademia degli Addormentati di Genova possono dirsi mediocri.
Parmi di avere accennato tutte le composizioni di GABRIELLO CHIABRERA così in prosa come in verso; benchè ve n'abbian molte inedite; per figura, le lettere al pittore Luciano Borzone, e le poesie varie che Benedetto Guasco prometteva di voler mandare alla luce pubblica; ma furon parole.
Ora è da far motto degli amici, che n'ebbe molti, e segnalati. Già si è detto di P. Manuzio, del Mureto, di Sperone Speroni, del P. Grillo, e di Gianvincenzo Imperiale. Aggiungeremo Fulvio Testi, Agostino Mascardi, Virginio Cesarmi, Giacomo Filippo Durazzo, e Monsignor Ciampoli, il P. Rho Gesuita di Lombardia, il P. Antinori, il Cav. Luca Assarino, Mariano Valguarnera, siciliano, il Cicognini, il Balducci, Ansaldo Cebà, Giangiacomo Cavalli, poeta sommo nel dialetto di Genova, il pittore Cristofano Allori, Lorenzo Fabbri, lucchese, che stavasi in Genova, i due fratelli Ambrogio e Giulio Salinero, Pier Girolamo Gentile e il P. Alberti, Somasco, tutti e quattro savonesi. In Firenze ebbe amici ed ospiti i signori Corsi marchesi di Cajazzo; in Genova, Gianfrancesco Brignole Sale marchese di Groppoli, e Pier Giuseppe Giustiniani: quest'ultimo signore, degno veramente dell'illustre sua stirpe, ebbe col CHIABRERA un'amistà familiare, che durò fino alla morte del poeta: l'albergava in sua casa; e tutti gli anni il voleva a Fassolo; dove gli aveva fatto apprestare una stanza rivolta a mezzodì, e sopra la porta fatto incidere il distico seguente:
Intus agit Gabriel: sacram ne rumpe quietem: Si strepis, ah! periit nil minus Iliade.
Gli onori che il Pindaro Savonese ottenne da' Sovrani d'Italia furon grandissimi; ed egli stesso gli ha minutamente descritti nella sua vita, che, tranne cotal vanità, è un modello non che d'eleganza, di modestia eziandio. Noi dunque nulla ne diremo; accennando solamente che per l'anno santo del 1625 Papa Urbano VIII, gli scrisse un breve, come si praticava co' principi, invitandolo a Roma: il Poeta andò, e fu ricevuto da quel dotto Pontefice con dimostrazioni singolari di stima e di affetto. E fu questo, parmi, l'ultimo viaggio del CHIABRERA; il quale sempre s'era dilettato di viaggiare; ed aveva visitato tutte le corti e le città principali d'Italia; ma soggiorno non fece che in due, in Firenze ed in Genova; giacchè a Roma, dopo il bando avutone alcun tempo per la rissa dianzi accennata, ebbe sempre l'animo avverso. In patria fu similmente onorato e prezzato; benchè io non trovi ch'egli fosse mai Priore degli Anziani, ch'era la maggior dignità che potessero dare i Savonesi a' loro patrizj. Bensì sappiamo che fu più volte Oratore a Genova pe' suoi cittadini; cosa che piacevagli sommamente, perchè gli dava opportunità di godersi Genova a spese di Savona.
Così visse GABRIELLO CHIABRERA fino all'anno 87 della sua vita: mancò poco a poco, per vecchiezza anzichè per forza di morbo. Ed essendo vivuto mai sempre, come a vero cattolico s'addice, sentendo appressarsi il fine del suo vivere, si confessò d'ogni sua colpa al P. Garassino, Servita, e ricevette il Viatico e l'Olio Santo dalle mani di Benedetto Malfante suo parroco. Confortato in tal guisa dalla Religione, si morì il 14 ottobre 1638; e il dì appresso, fu il suo cadavere onorevolmente accompagnato alla chiesa di S. Jacopo de' Minori Riformati, e nell'arca della sua famiglia deposto; ma nè la moglie, benchè agiata ed erede del marito, nè gli amici, nè il Comune pensarono mai a onorarne la tomba. Lelia sopravvisse fino al 1647. Il testamento del Poeta ha la data del 3 febbrajo 1634; quello della sua vedova, del 5 maggio 1640: ambedue ricevuti in Savona dal notajo Marcantonio Castellini. Qui porrò fine alle notizie di GABRIELLO CHIABRERA, principal vanto di Savona, gloria della Liguria ed ornamento d'Italia.
ANNOTAZIONI ALLA VITA.
[1] Benchè il Chiabrera non dica per qual motivo Giovanni suo zio abitasse in Roma, io credo poter affermare che ciò fosse per ragione di commercio. Certo è che Augusto fratel naturale del Poeta maneggiava in Roma la dote di Lelia; e maneggiare qui significa mercanteggiare. Lelia era di casa Pavese; e che i Pavesi eziandio tenessero negozio in Roma, è cosa notissima. Sappiamo similmente che al commercio applicavano nella capitale del mondo cattolico i Siri, ragguardevole famiglia di Albisola. Erano speculazioni commerciali di banco, che non offuscano la nobiltà, secondo che dimostra il Conte Napione nella sua dissert. sulla patria di C. Colombo. Ma il Chiabrera che voleva comparire nelle Corti, non ha parola, da cui si ritragga il negoziare de' suoi, i quali sopperivano coll'industria alla strettezza del nostro territorio. E a dirla schietta, io penso che pure a motivo di negozj fosse in Roma all'età del Chiabrera un ramo degli Spotorno; e l'argomento dal vedere che la casa avevano a Ripa grande, e la sepoltura in S. Francesco a Ripa, come insegnano le iscrizioni che vi si leggono tuttavia.
[2] Il marchese Maffei nell' Arte magica dileguata riferisce che il dotto P. Lebrun nell'opera des pratiques superstitieuses ebbe fede a colui che gli riferì «come suo padre e sua madre per sette anni erano stati inabili, e che una vecchia ruppe il maleficio e li lasciò liberi.» E qualche chiesa particolare di Francia, non mai la Romana, lasciò trascorrere ne' Rituali diocesani alcun cenno di tali malie per inabilitare gli sposi.
[3] Molte di queste notizie si trovano nel Viaggio per la Liguria del sig. Bertolottì; ma e' le trascrisse assai fedelmente dal tomo IV. della Storia Letteraria Lig.
[4] Abbiamo i Sermoni del Chiabrera corretti sovra d'un testo a penna ed illustrati, Genova, 1833 in-12.º e in-8.º per gentil cura del chiar. Prof. Ab. Rebuffo che intitolò quest'edizione all'illustre suo amico Prof. Bertoloni.
AMEDEIDE
POEMA
Con gli Argomenti
DELL'AVVOCATO
GIAMBATISTA BELLORO
SAVONESE
CANTO PRIMO
ARGOMENTO.
Di Rodi Angel divino alla difesa AMEDEO chiama, e 'l guida in sul naviglio; Ma l'empia Aletto allor da tanta impresa De' suoi temendo l'ultimo periglio, Alla stretta città novella offesa Sveglia Ottomano a far, col suo consiglio; Ed egli di Sultana il cor piagato, La mostra vuol veder del campo armato.
I
Musa, ch'alme corone al crine adorno Tessi di stelle, e di bei lampi ardenti, E dal Cielo, ove fai dolce soggiorno, D'ammirabile spirto empi le menti, Di' d'AMEDEO, come da Rodi intorno Tolse il furor de le nemiche genti, Quando a' Cristiani altar porgendo aita Il feroce Ottoman trasse di vita.
II
E Tu, ch'alto adoprando, ampio sentiero T'appresti, o CARLO, a le magion stellanti, Mentre pur sali, e nel vïaggio altiero Belle orme imprimi, odine lieto i canti; Non perchè 'l corso del real pensiero Spronar tu deggia del grand'Avo ai vanti; Non è mestier: così spedito, e franco Voli a le mete eterne unqua non stanco.
III
Scorgi sol, ch'agli Eroi sacra corona Dassi in Parnaso; e lo sperar sia certo, Ch'un dì cetra immortal lungo Elicona Temprerà Febo al tuo sì nobil merto: Bene alto in terra d'AMEDEO risuona Il giusto affanno in guerreggiar sofferto; Ma più sublimi inverso il ciel tue lodi Allor n'andranno: or dà l'orecchio a Rodi.
IV
Chi mosse in prima, e per pietà soccorse Quei tanto afflitti, e guerreggiati regni? Il gran Batista; Egli ver Dio sen corse Forte pregando, e mitigò suoi sdegni. Per le colpe di Rodi in ira sorse, Ch'avean d'ogni pietà varcati i segni, E guardava su lei con fronte carca Di ben giusto furor l'alto Monarca.
V
Già d'acerbi guerrier tutte cosperse Avea l'aspro Ottoman piaggie, o pendici, E già sforzando le difese avverse, De le mura abbattea gli alti edifici. Ma non Giovanni rimirar sofferse Senza conforto i popoli infelici, E sperando impetrarne alcun perdono, Di Dio sen venne a l'ineffabil Trono.
VI
Ed ivi ardente, come amore invita, Parlò cosparso di pietà ben vera: Alto Dio, la cui forza alta infinita Non mai per ira i peccator dispera, Che 'n lor miseria i Rodiani aita Sperin da tua mercè per mia preghiera, Etti palese; e s'io per lor procuro, Di non spiacerne a Te son ben sicuro.
VII
Eterno Redentor, tempra i disdegni, E di tua gran bontà cresci gli esempi; Non dar popoli tuoi, non dar tuoi regni A' tuoi nemici abbominati ed empi; Quante rie ferità, quanti atti indegni Su gli aitar forniransi, e dentro i Tempi? Quante vergini piè verransi a meno? Deh Dio, deh stringi a la giustizia il freno.
VIII
Così pregando inginocchiato avante Del Signor stava a l'immortal presenza, E di vera pietà colmo il sembiante Tenta per ogni via l'alta clemenza. A quel parlar commosso il gran Tonante, Rivolse nel pensier nova sentenza, E si dispose a dispensar pietate; Poi queste fece udir voci beate:
IX
In lor gran cecità non mai per certo Fian ciechi i peccator, s'a' lor peccati Dimanderan perdon col vostro merto, O nel colmo del Ciel spirti beati; Ed oggi i Rodïan del mal sofferto Godranno il fine, e gli avversarj armati Vedran sul campo traboccar funesti; Con sì fatta pietà preghi porgesti.
X
Così diceva, ed il pensier, che chiude Nel petto eterno, a Gabriel fa chiaro; Scenda di Sciro in su l'arene ignude, Ove il grande AMEDEO vinto gittaro Di concitato mar tempeste crude, Poi ch'i navigli suoi sparsi affondaro; Indi per l'ampio mar seco sen vada, E poi di Rodi al fin gli apra la strada.
XI
Dier lode allor nel Re del mondo intenti I gran stuoli de gli Angioli, e dei Santi; E gli aurei cerchi de le stelle ardenti, E i campi eterni risonaro a i canti. Ma veste infra soavi almi concenti Fulgidi vanni a fulgido or sembianti Quel divin nunzio, e ne fornisce il tergo, Ed esce fuor del sempiterno albergo.
XII
Qual se poi lungo vagheggiar l'aspetto De l'aureo sol, de le stellanti sfere, Move aquila superba aspro diletto A sanguinar l'unghie ritorte, altiere, Sù, le nubi nel ciel fende col petto, E 'n un punto quà giù l'aure leggiere, E quanto è d'aria infra la terra, e 'l polo Sembra solcar, sembra varcar d'un volo;
XIII
Tal giù si cala, e le volubil piume Rivolge intento a l'arenosa sponda, Ove tra salse, e tra cerulee spume Il procelloso Egeo Sciro circonda; Omai de l'alba rugiadosa il lume Indorava del mar l'instabil onda, Quando l'Angelo giunse a l'antro ombroso, Ove in terra AMEDEO prendea riposo.
XIV
Egli lo stuol de' suoi, che 'n mare estinto Scorse affondar ne la tempesta rea, Pianse dolente, e se medesmo; or vinto I nobili occhi in sul mattin chiudea; Quì fronte annosa, e lungo crin ritinto In molta neve il messaggier prendea, E di rigidi manti il busto involve; Lo scote, e sveglia, indi la lingua ei solve:
XV
O d'arme invitto, e più di cor gentile, Germe immortal degl'immortali Eroi, Com'è, che d'ozio neghittoso e vile Non tuo valor, non tua virtù s'annoi? Tu di vil plebe a seguitar lo stile Or volgi riposando i pensier tuoi; Ma qual poscia in Italia, almo paese, Fia sculto marmo a le tue chiare imprese?
XVI
Allor di doglia al così dir confuso Tragge dal mesto cor lungo sospiro, E diceva AMEDEO: del vulgar uso L'anima serva a le viltà raggiro? Io vago d'ozio? che risplenda, o chiuso Stia 'l sole in mar, questa prigion sospiro? Ah che quì circonscritto odio la vita, E conto ore e momenti a la partita.
XVII
Sciolsi spirando in cielo aure serene, Del gran Sïon per adorar le mura; Ma su per queste inabitate arene Ruppe nostri sentier cruda ventura; Sì tra fere, e tra boschi il ciel mi tiene, Come tu scorgi e 'l lagrimar non cura; Così l'onor, di che sperava altiero Mio nome incoronarsi, omai dispero.
XVIII
Ma tu chi sei? che 'n sì crudel martoro Anima afflitta visitar non sdegni? Vivi mortale? od immortal fra loro, C'han pace eterna in su gli eterni regni? Se m'appari celeste, ecco io t'adoro; Toglimi, o Santo, a tanti casi indegni; O perchè mia memoria indi difenda, Sì rei destin la bella Italia intenda.
XIX
Così pregava alto gemendo; allora Sparse d'eletti fior nembo giocondo L'Angelo intorno; e sè di raggi indora, Mirabil vista! entro fulgor profondo: Dice, o guerrier, del cui gran pregio ancora Memoria eterna fia sacrata al mondo, A più lieti pensier l'alma rivolta, E me messo di Dio verace ascolta.
XX
Come risorga il sol, (del mar forniti I rischi or son: non paventar sue frodi) Pensa al partir; ma ricercar quai liti Deggia partendo, di mia bocca or odi; Asia, Orïente, eserciti infiniti, Arme d'inferno, aspro guerreggian Rodi, E mille armate navi, orribil guerra, Tutto chiudono il mar, chiudon la terra.
XXI
Oppressa da furor barbari ed empi Sente omai da vicin l'ultimo pianto; Va tu colà; suoi formidabil scempi Saran del ciel cura pietosa intanto; Là fa scudo a gli altar, fa scudo ai Tempi, E di Savoia sempiterna il vanto; Così diceva; e di pietate accese L'anima fida a le sacrate imprese.
XXII
S'invola poscia il volator Divino, Qual sparisce per l'aure aureo baleno. Tende le palme, e reverente inchino Traeva gridi il cavalier dal seno: Qual celeste pietà, qual mio destino Ti veste l'ali? e giù dal ciel sereno A questo afflitto dispensar conforto Te quì possente messaggiero ha scorto?
XXIII
Deh se ne l'alto ciel fatto hai ritorno, Mio pronto cor, deh tua pietà non cele; Esponlo, prego, a' piè di Dio; col giorno, Qual tu m'impon, dispiegherò le vele; Pronto a morir, con mille rischi intorno A' cenni suoi combatterò fedele. Sì da l'antro deserto, ove ei si serra, Volgesi a Dio con le ginocchia in terra.
XXIV
Nè così tosto a l'immortal sentiero Mosse la fulgida Alba il piè celeste, Ch'ei nel fondo del cor sveglia il pensiero, Come se stesso a la partenza appreste. Su l'erma piaggia non pervien nocchiero; Or come troncherà l'aspre foreste? Onde bipenne avrà? con quali ingegni A far naviglio tesserà quei legni?
XXV
In tanto affanno ver la terra inchine Ferma le ciglia; e giù nel sen non posa Il cor, che vuol, nè può partirsi; alfine Ne ritrova la via l'alma animosa; Vassene a l'aspre rupi indi vicine Là, 've le navi sue l'onda spumosa Con lungo assalto tempestando aperse, E sovra i liti le lasciò disperse.
XXVI
Ivi le travi, che fur scherzo a l'ira De l'Oceàno, col pensier misura Intentamente; e benchè rotto, ei mira Che quasi in stato un battelletto dura; Ponvi la mano, e su l'asciutto il tira; Poscia fornirlo, e risaldar procura Con gli arnesi sdrusciti, e con le sarte, Che de la vinta armata il mare ha sparte.
XXVII
Ed al fin punta in su la ripa il piede, E 'n varando il naviglio ei su v'ascende; E poi da terra allontanato il vede, Picciola vela agli aquilon distende. Ma su la poppa non veduto siede L'Angelo seco, ed al governo attende Con occhio intento, e per la fragil nave Spira su lucida onda aura soave.
XXVIII
Nè con sembiante neghittoso e lento I gran soccorsi rimirava Aletto, Mostro infernal, cui sol pena e tormento Di Rodi afflitta empiea di gaudio il petto: Volse il pensier per mille parti intento A sviarne il campion dal Cielo eletto, E quando ella il dispera, aspra s'ingegna Di far Rodi espugnar prima ch'ei vegna.
XXIX
Teme del campo a Rodi avverso, teme Del Tartareo tiranno aspri destini; Nè può mirar da le miserie estreme A sua salute i Rodïan vicini. Arsa tra queste furie ulula, e freme Livida i guardi, invenenata i crini; Nè punto cessa intra furori immensi, Che su lo strazio de Cristian non pensi.
XXX
Quinci un momento sol non spende in vano; Ma di Bostange ella vestì sembianza, E volò trasformata ad Ottomano Là sotto Rodi in ammirabil stanza: Ponsi ivi al petto l'una e l'altra mano, E reverente a la real possanza La fronte inchina, e le ginocchia piega, E con tal voce i suoi pensier dispiega:
XXXI
Perchè dal ferro, e dal travaglio oppressi Alcuna requie i tuoi guerrier ristori, Già molti dì dal guerreggiar tu cessi, E del tuo fiero cor tempri gli ardori; Rompi i riposi al campo tuo concessi, E con l'armi risveglia i tuoi furori, Risvegliali, Ottomano; ecco a gran corso Sen viene inverso Rodi alto soccorso.
XXXII
A piè de' monti, e fra quelle alpi estreme, Onde il Francese inver l'Italia scende, Regna AMEDEO, che di virtù supreme Quasi un fulgido Sol quivi risplende; Forte così, ch'ogni nemico il teme, O se spada impugnando egli contende Fuor di dorato arcione, o se con asta Su corridor spumante altrui contrasta.
XXXIII
Deggio forse narrar come possente Domò l'orgoglio de' vicin nemici, O ne i regni lontan come non lente Spiegò l'insegne a sollevar gli amici? Che più narrar degg'io? l'inclita gente Sempre in guerra ha vibrato arme felici; E questi ad emular forte s'accese Di tanti avi magnanimi l'imprese.
XXXIV
Scoterà forte il tuo sì saldo impero, Farassi appoggio a queste debil mura: Sorgi, sorgi, Ottoman; tanto guerriero Precorri armato, e trïonfar procura. Sì disse il mostro, e dileguò leggiero, Come rapido augel per l'aria pura, E sparsi i nembi, onde egli apparve adorno, Ivi stridendo se ne va dintorno.
XXXV
Grida Ottomano; e che farà quel forte? Alzi l'antenne, e quanto può s'affretti; Vengane omai; dure catene, e morte Per suo trionfo, il forsennato aspetti. Rodi sottrar da miserabil sorte? Ardir cotanto de' Cristian ne' petti? Perchè non paventar, ch'Europa cada Sotto il giusto furor di questa spada?
XXXVI
Ma pur da gli atti a reputar costretto Ch'oltramondano il messaggier si manda, Benchè rigonfio d'alterezza il petto, I gran duci del campo a se dimanda. A pena han de gli araldi inteso il detto, Che corrono ad udir ciò, ch'ei comanda, E stan dimessi ad ascoltar sue voci; Ed ei sì le formava aspre, e feroci:
XXXVII
Rodi soccorso avrà; sì per pietate Odo, ch'a' Re cristian vien che ne caglia; Ma pria giungano quì lor navi armate Certo ella ha da cader per mia battaglia; Oggi le turbe io vo' veder schierate; Come risorga il Sol vo' che s'assaglia; Non sia per gioco mia parola udita; Chi non avrà valor, non avrà vita.
XXXVIII
Quì fine ei pose a gli orgogliosi accenti; E quei dimora ivi non fanno alcuna; Ma ver l'insegne le disperse genti De' tamburi animosi il suon raguna. In tanto sul gran pian mille Sergenti Spiegano tenda di real fortuna, Di donde rimirar l'alto tiranno Debba le turbe, che schierate andranno.
XXXIX
Parte di gemme la distinse, parte D'oro e di seta, inimitabil mano, Ammirabile sì, ch'ivi con l'arte Giostrar vedeasi ogni ricchezza in vano; Di bianche perle intra zaffiri sparto Ondeggia un tranquillissimo oceàno, Che i lidi implica; e di tessuto vento Il fanno tremolar soffi d'argento.
XL
Vedeasi, alto diletto a l'altrui ciglio, Argo solcarvi; ed il drappello Acheo Travaglia i remi nel mortal periglio Per entro i golfi de l'ignoto Egeo: Canta su cetra, e di virtù consiglio A ciascun porge incoronato Orfeo; Quinci liete sen van l'antenne ardite; Guardale con stupor l'ampia Anfitrite.
XLI
Ver sì gran tenda il gran Signor s'invia; Seco Sultana a paro, a par movea; Ed Ebräin mille guerrier per via, Usata guardia, intorno lor scorgea; Purpurea vesta ad Ottoman coprìa Il busto fier, che di piropi ardea; E cinto su quegli ostri aureo risplende, Onde al fianco la spada aurea s'appende.
XLII
Di bianchissimi lin turbante altiero, Carco di gran tesor, fascia i capelli, E tremano su lui, ricco cimiero, Gemmate piume di famosi augelli. Tale in sembianza minaccioso, e fiero Gli occhi volgea per gioventù più belli, E spirava nel barbaro ornamento Per entro ad ogni cor tema e spavento.
XLIII
Ma ne l'anima altrui sol spira amori Sultana, e foco di letizia pieno; Sì vincea con la chioma i più fin'ori, E con la tersa fronte il ciel sereno; Rubin le labbra, e su la guancia fiori Avea rosati, e d'alabastro il seno; Ed in celeste fiamma i guardi accesi Con dolce asprezza a rimirar cortesi,
XLIV
Cerchio sazio di perle il crin le cinge; E ricca in pompa di dorati manti Con la candida mano un scettro stringe, Che folgora d'elettri, e di diamanti; Quinci il fiero Ottoman frena, e sospinge Solo col variar de' bei sembianti, E sol che vibri de' begli occhi un giro, Sforza di quel superbo ogni desiro.
XLV
Costei di Regi in glorïosa sorte Già nei regni di Lidia i lumi aperse, Ma poscia il Turco in guerreggiar più forte La grandezza di lor tutta disperse; Sultana allor se ne correva a morte Per involarsi a le miserie avverse; Ma quando ella la destra al ferro porse, Ottoman giunse, e sul ferir la scorse.
XLVI
A pena scorta, rimirata a pena, Siccome lampo gli passò nel core, Ed indi gli trascorse in ogni vena Fiamma immortal di non provato amore. Subito il ferro, e la man bella ei frena, E fervido consola il suo dolore, E per sua vita ritornar gioiosa Di se chiamolla imperatrice, e sposa
XLVII
Nè, se l'alba risorge, o 'l carro ardente Lava ne l'Ocean Febo dorato, Egli arso, egli anelante unqua consente Pur da se dilungarsi il viso amato; Ed oggi a riguardar l'armata gente In real seggio ei la si vuol da lato, Perchè del campo ciascun'alma inchina Volga le ciglia in lei, come in reina.
XLVIII
Musa, che sù nel Ciel sparsa le chiome Di sempiterni raggi inclita splendi, E l'opre eccelse, che disperse e dome Non caschino, dal tempo indi difendi, Conta le squadre, e de' lor duci il nome, E di che Regni usciti a narrar prendi; Che oppressa da l'obblìo spira a fatica Quì fra' mortali la memoria antica.
XLIX
Le turbe in pria su l'ampio campo andaro, Che 'n pace avean per la Cilicia albergo, Il fianco cinte di ritorto acciaro, E l'arco in pugno, e faretrate il tergo; Non d'altro il busto, che di seta armaro; Sprezzano i Turchi luminoso usbergo, Nè portare elmo in testa han per costume; Ma tele attorte, e gran cimier di piume.
L
Diciotto insegne tremolando al vento Lo squadron folto in trapassar discioglie; A se dintorno cinque volte cento Ciascuna insegna di pedon raccoglie. Guidagli Ebreno; ei già canuto il mento Non sbandisce dal cor fervide voglie; Ma stima di guerrier vergogna e scorno L'alma spirar senza dure armi intorno.
LI
Dal genitor sì nobile arte apprese, Anima inespugnabile, superba, Ch'oltra sedeci lustri in armi spese L'etate ad onta de le rughe acerba; E sì l'asta vibrò, sì l'arco tese, Che suo nome per l'Asia anco si serba; Druso appellossi; or di lui fier non manco Ebreno appar, benchè rugoso, e bianco.
LII
Del vecchio Capitan l'orme seconda Alfange il bel, che da le belle ciglia Spande luce sì vaga, e sì gioconda, Ch'altrui d'amare, e riverir consiglia; Pel non avea, che su le guancie asconda La fresca rosa, che fiorìa vermiglia, E d'or la fronte per lo crin splendea, Che pura e tersa, e sovra gli altri ergea.
LIII
Pianse la madre il suo partire, e meno, Quasi a forza di duol, venne sua vita, Ed inondàr mille donzelle il seno Piangendo pur quella mortal partita; Ei fatto sordo, colà sciolse il freno, Ove tromba di morte a l'armi invita: Tanto eran giù nel cor sue voglie vaghe Tutte illustrarsi d'onorate piaghe.
LIV
Venti bandiere ai venti avea suo stuolo, Che, lui seguendo, di Panfilia uscìa; E trenta quel, ch'abbandonato il suolo Fertil di Licia, appresso lor sen gìa; Erane Arsace il guidator, che solo A bei raggi del sole un occhio aprìa, L'altro in battaglia incontrò notte oscura, Ed ei per gloria i danni suoi non cura.
LV
Fra la barbara turba armi non prese A seguir d'Ottoman gli aspri furori Anima di costui via più cortese, E meno amica d'adunar tesori; Nè tra 'l periglio de le dure imprese Porsero preghi con più studio i cori Per altrui scampo al ciel, nè fer devoti, Con più frequenza e con più pompa, i voti.
LVI
Ma tutti indarno, e su le piume ai venti Dissipati per aria al fin sen giro, Che per man d'AMEDEO tra i primi spenti Provò l'angoscia del mortal sospiro. Pianserlo di Chimèra i gioghi ardenti, E mesti di Limèra, ove l'udirò, Pianserlo i fonti, e scolorite in viso Il piansero le ninfe di Telmiso.
LVII
Dietro vien Caria; e rimembrava ancora Del gran Sepolcro l'immortal fatica, Onde la polve del consorte onora, Ben raro esempio, la reina antica; Turacano era il duce; a lui non fora Sembiante Orso, o Leon, ch'alpe nutrica, Tanto è fiero di spirto intra i più fieri; Ed avea cinque sopra dieci alfieri.
LVIII
Spoglia d'orrido lupo intorno il cinge Gemmata l'unghie; ed ha faretra altiera Per mirabili smalti, ove si finge Tra veneniferi angui aurea Megera; Nè sola atroce ella minaccia; Sfinge Spande ivi tosco, e fiamme alta Chimera, E con lor sembra, che latrar si scerna Il can custode de la valle inferna.
LIX
Non poca gente indi vestigi imprime, Che solca i campi della Lidia, e miete; Di varia pompa ella sen va sublime, E chiaro il guardo, e le sembianze ha liete; Non perchè pria, che da l'äeree cime Suoi corsi in grembo a l'Oceàno acquete, Sen va Pattòlo intra lucente arena Torbido d'or con ammirabil vena;
LX
Ma perchè il germe de' suoi regi estinti Sultana, armata di beltà divina, I crudi orgogli d'Ottomano ha vinti, E del suo vincitor vive reina. Schiera di cigni, che d'albor dipinti I lunghi colli, in sul Caïstro affina La voce in sul mattin, sembran costoro; Sì van cantando la letizia loro.
LXI
Han per iscorta in arme otto stendardi Col nome di Giassarte a l'aura stesi, Gagliardo in guerreggiar tra' più gagliardi, Colmo di spirti in bella gloria accesi. Non son l'orme di questi a seguir tardi Gli armati, che di Misia hanno i paesi; Fur cinque mila; e li conduce Alete, Mal sempre acceso d'amorosa sete.
LXII
Popol seguìa, ch'abbandonò le rive Di Xanto, e d'Ida la selvosa altezza, Ove nude mostrar l'antiche dive Al mortal guardo l'immortal bellezza; È duce Alcasto; di costui non vive Braccio, ch'avventi stral con più certezza; Quì seco d'armi nove insegne ei mena, Nè del Xanto rivide unqua l'arena.
LXIII
Ultimi di ciascun mossero il piede Numerosi di Ponto abitatori. Questi in cura a Bostange Ottoman diede; Seco ha cinquanta Capitan minori; Bostange per età, per lunga fede Godeva in guerra i più sublimi onori, Chè là, dove Ottomano oste conduce, Sempre in vece di lui nel campo è duce.
LXIV
Scita di sangue; per virtù d'ingegno, Per lingua scaltra, per gentil sembianti, E per opra di man cotanto è degno, Ch'a tutti altri guerrier trapassa avanti. Tanti, e sì fatti fur di ciascun regno I duci sommi, e fur cotanti i fanti; Poscia nube di polve al ciel solleva Squadra, che freno a' corridor stringeva.
LXV
Gli scorge Araspe; ei lungo il mar vermiglio Ebbe culla in Arabia, almo paese, E bel fu sì, che con l'ardor del ciglio In alta fiamma la Reina accese; Quinci posto di morte in gran periglio, Lunge dal Re geloso a fuggir prese; E poscia appo Ottoman cotanto sorse Che duce in guerra i cavalieri ei scorse.
LXVI
Nè mai per selva trapassar sì fiero Centauro in caccia rimirò Tessaglia, Come ei su rapidissimo destriero Nel polveroso pian move in battaglia; Cinto di ricca spada, in atto altiero, Fea per l'aria tremar lunga zagaglia, Coperto il busto di fregiati argenti; E gli altri in campo lo seguian non lenti.
LXVII
Son mille, e tutti scelti; arcione, morso, Scudo, asta, brando di tesor cosparsi; I bei destrier, che li reggean sul dorso, Quasi nutriti d'aura, odian fermarsi; De' ferri al suon, di sì gran gente al corso, L'onda intorno del mar sembrò turbarsi, E mugghiò il grembo de le valli erbose, E le fronti de' monti alte e selvose.
LXVIII
Qual s'avvien, che Vulcan selva divori, Quando fra l'arse piante Austro discende; Mirasi il ciel sotto i dispersi ardori, Ch'orribile a veder, lunge risplende; Tal da l'armi dorate aurei splendori Il sol quì tragge, e così l'aria accende, Che fiammeggiavan di volanti lampi Le rive, i colli, le foreste e i campi.
LXIX
Sì l'oste in trapassar non men guerriera, Ch'altieramente dimostrossi adorna; E quando da mostrarsi altri non era, Verso i tetti reali il Re sen torna. Ma fin, che Febo il carro inchini a sera, La plebe i ferri ad apprestar soggiorna Dentro le tende, ed hanno i cor conversi A via più farli impiagatori, e tersi.
FINE DEL PRIMO CANTO.
ANNOTAZIONI
AL CANTO I.
L'anno 1654, per le stampe di Benedetto Guasco si pubblicò in Genova in forma di 12 la—Amedeida poema eroico di Gabriello Chiabrera con gli argomenti in ottava rima del Forestiero Idrontino e con la vita dell'Auttore ( sic ) da lui stesso descritta—Dopo la dedicatoria del Guasco a Gio. Francesco Tasso, e dopo l'avviso dello Stampatore, si leggono le parole seguenti:
«Questo poema esce in luce nella forma, che l'Autore lo compose da prima, e vivendo volse, che così appunto si stampasse.»
Come avvenisse che un poema composto dapprima di soli canti dieci, qual si legge nell'edizione del Guasco, crescesse fino a canti 23, quanti se ne contano in quella del Pavoni, può vedersi nelle lettere del Chiabrera a Bernardo Castello, che si stampano dal signor Ponthenier.
Avendo promesso di dare in questa nostra edizione l'una e l'altra Amedeide, e non volendo ingrossare il volume, si è pensato di collocare appiè di ogni canto della maggiore tutte le varietà che s'incontrano nella minore; notando accuratamente tutto ciò che non è in questa e si trova in quella, e riscontrando minutamente l'uno e l'altro esemplare per cavarne le varianti.
Nell'Amedeide minore, innanzi al canto primo si legge così:
SOGGETTO DEL POEMA.
«Che uno Amedeo di Savoja già difendesse Rodi, è fama universale: alcune istorie dicono ch'egli la difendesse da Ottomano Signore de' Turchi; ma qual modo fosse tenuto in difenderla, non si racconta distintamente: come potesse avvenire narrasi in questo poema, per dare diletto a' Lettori.»
Il Forestiero Idrontino che fece gli argomenti all'Amedeida minore, è Andrea Peschiulli, natìo di Corgliano in terra d'Otranto, e perciò detto latinamente Idrontino; e stampandosi quegli argomenti in Genova, tanto lontana dalla sua patria, con ragione poteva darglisi il titolo di Forestiero. Fu amico di alcuni Genovesi, e specialmente del famoso Padre Angelico Aprosio, che ne fa onorevol memoria nella Biblioteca Aprosiana pag. 336 e segg.
Argomento del Peschiulli al canto I. dell'Amedeida minore.
Prega per Rodi il gran Battista, e scende Angelo in Sciro, onde Amedeo ritrove; E 'l famoso Guerrier, poichè l'intende. Inver l'isola oppressa indi si move. Scorgelo Aletto, ed Ottomano accende. Perchè gli assalti alla città rinnove; Ma il fiero Trace a la Sultana a lato Vede prima in gran campo il Campo armato.
Nell'edizione dell'Amedeide maggiore, Genova, Pavoni, 1620, in 4.º dopo il frontespizio si legge il Contenuto del poema, che giudichiamo lavoro del Chiabrera. In esso con poche parole si dà il sommario d'ogni canto. Quello del primo dice così:
«Nel primo canto l'Angelo invita Amedeo a Rodi; il Diavolo ne dà notizia ad Ottomano: egli fa rassegnare; e si parla di Sultana sua Dama.»
NB. Ambedue l'edizioni di questo poema leggono Amedeida, non Amedeide. Non vi hanno varie lezioni nel canto 1.º.
Giudizio dell'Amedeide presentato con data del dì 14 dicembre 1618 al Duca Carlo Emanuele I. da Onorato d'Urfé, Gentiluomo francese a' servigj della R. Casa di Savoja, Marchese di Valromey, e Cavaliere dell'Ordine supremo della SS. Nunziata.
Nel Canto 1º.
1. Non piace al Critico che il Poeta abbia detto, come Dio
Per le colpe di Rodi in ira sorse, C'avean d'ogni pietà varcato i segni.
«Je voudrois plus tost dire, que les Esprits infernaux…. susciterent cet Ottoman pour ruiner les habitans et deffaire du tout celle sainte Relligion ( des Chev. de S.t Jean ).» Ma il Poeta partì da un principio già proclamato dall'Ariosto, per non citar quì Teologi ed Ascetici, che cioè le guerre barbare o ingiuste, sono da Dio permesse a punire i peccati de' monarchi e de' popoli.
2. Giudica un peu froide la preghiera del Batista, e vorrebbe che S. Giovanni avesse numerate ad una ad una le belle imprese fatte da' Cavalieri e da farsi.—Forse è vero che la preghiera è un po' fredda; ma doveva egli il Batista ricordare a Dio i meriti della milizia di Rodi? Forse che Dio ha bisogno di sapere le cose per le parole de' Santi?
3. Alla preghiera del Precursore Dio si mosse a pietà. Quì nota il Critico: «il faloit que le perdon fui ou devancé, ou suivi de repantance et de quelque grande penitance faitte par eux.» Ma è cosa verisimile che il Poeta volesse dimostrare quanto sia efficace presso Dio la intercessione del Batista.
4. L'Angelo rimproverando Amedeo, che stava in ozio, così gli dice:
Ma qual poscia in Italia, almo paese, Fia sculto marmo a le tue chiare imprese?
Spiace al Critico, che il Poeta ristringa la gloria d'Amedeo «toutte en Italie, qui est, ce me semble, une bien petite partie de la terre.» Credo che il Chiabrera, sempre intento ne' suoi versi alla gloria d'Italia, volesse far comprendere che ad un Principe che possedeva già una bella parte del nostro paese, doveva star a cuore d'esservi specialmente onorato.
5. L'Angelo nel suo primo favellare ad Amedeo, ha tutte le apparenze d'un uomo; e nondimeno il Duca gli dice:
Vivi mortale, od immortal….? Se m'appari celeste, ecco io t'adoro.
Quì starei con l'Urfé, e mei perdoni il Poeta.
6. «Les Turcs se razent tous la teste, et ne portent jamais cheveux.» Dunque errò il Poeta e in questo canto 1.º e ne' seguenti, dando capigliatura ai Turchi.
7. Facendosi a descrivere l'esercito de' Turchi invoca la Musa; di che si sdegna l'Urfé, quasi che il poeta volesse immortaliser les Turcs.—Non merita risposta.
8. «Cette seconde invocation descript la Muse comme la premiere—Crine adorno di stelle e di raggi—Et etant touttes deux dans un même chant il semble qu'elles ne devoient rien tenir l'une de l'autre.» Ma il Chiabrera invoca nuovamente la Musa stessa già invocata nel cominciamento.
9. e 10. Il Poeta non conta se non se mille cavalli nell'esercito de' Turchi; e non descrive mai nè macchine, nè altri ingegni guerreschi che danno bella varietà ai poemi.—Può rispondersi, 1.º che in Rodi non doveva trovar luogo molta cavalleria; 2.º che i Turchi allora, e alcuni secoli appresso, valevano ben poco nell'arte di maneggiare le macchine da guerra.
CANTO II.
ARGOMENTO.
Mentre Folco, onde far Rodi secura, Rincora i suoi Fedeli, Angelo eletto, Che d'Argomedo ha presa la figura, In cheto AMEDEO guida ermo ricetto; Ma poi ch'ode colui tale ventura, L'esercito rassegna a se soggetto: Visita Trasideo la sposa, e veste La trapunta da lei candida veste.
I
E già per entro il mar l'onde serene E d'Aquilon piacevole aura gode Il battel d'AMEDEO sì, che l'arene Scerne, e su Rodi i fier tumulti Egli ode; Come del lungo corso al fin perviene L'Angel, che del viaggio era custode, L'umida sabbia con la prora fende; E sul lito AMEDEO fervido scende.
II
Ma forma presa l'invisibil messo Di canut'uom, verso il guerrier cammina, E quasi romitel fattogli presso Salutando umilmente a lui s'inchina: Ben quì sia giunto il Cavalier concesso Contra Ottoman da la Bontà divina; O Signor, lungamente io quì t'aspetto; E con dolcezza l'accogliea, ciò detto.
III
Rispose il grande Eroe: meco per certo Nunzio trattò del gran Monarca eterno, Ch'a Rodi andassi; ma che 'l varco aperto Esser colà mi deggia io non discerno; Fra cotante armi d'Ottoman coperto Fia 'l calle mio? prendi ogni risco a scherno: L'Angelo giunge; e come l'alte imprese Han da fornirsi, il ti farò palese.
IV
Or vienne, o Franco; ed ei nel dir non stassi, Ma move innanzi le vestigia pronte, E per via dura di scoscesi sassi Sagliono lenti di Filermo il monte. Su l'erto giogo con distorti passi Vite s'inalza, ed adombrava un fonte Qual di cristal; ma per l'alpestra riva Oscura a gl'occhi altrui grotta s'apriva.
V
Ermo soggiorno; colà dentro il piede Portano a ricercar giusto riposo. Di costa ad AMEDEO l'Angelo siede, E lo sguardo fisò, come pensoso; Poi così cominciò: Prencipe erede Di mille Scettri, onde Torin famoso D'ogni vera virtute ascende in cima, E l'alma Italia alto valor sublima,
VI
Il giudicio di Dio, ch'a l'uom s'asconde, Oh quanto è eccelso! Al divin Seggio intorno Girasi orror di tenebre profonde, E lume tal, ch'a gli occhi altrui fa scorno; Sua voluntate è mar, che non ha sponde; Però de' rai de l'umiltate adorno Con silenzio adorando ognun s'acqueti: Nè cerchiam la cagion dei gran decreti.
VII
L'orgoglioso Ottoman, che i fieri Sciti, Usi d'intorno errar, siccome fere, Seco ha raccolti, e sì gli scorge arditi, Che maneggiano invitti, armi e bandiere, A pena d'Asia ha soggiogati i liti, Che ne l'Europa vuol guidar sue schiere, Palme cercando in esecrabil modi; Ed or minaccia, e dà battaglia a Rodi.
VIII
Ad essa in guerreggiar fallìa speranza Per lo suo scampo; ma gentil pietade Preghiera porse a l'eternal possanza, Che la coprisse da l'avverse spade. La Gran Bontà, che tutti preghi avanza, Consente a' Rodïan più lunga etade Per fare emenda di lor vita indegna, E vuol, che 'l campo Turco oggi si spegna.
IX
A sì nobile pregio il Ciel destina La tua virtù; tu volgerai dolenti I Turchi in fuga; a la crudel ruina Tu sottrarrai le Rodïane genti; Ma ferma in Ciel la volontà divina, Che quì pugnando i giorni tuoi sian spenti, E che Signor d'insuperabil spada Sopra i nemici, vincitor tu cada.
X
Sul fin de le parole affisa il guardo, Che d'almi rai divinamente splende Verso il guerriero; ed AMEDEO non tardo In brevi detti la risposta rende: I decreti celesti io non ritardo; Qualunque indugio i miei desiri offende: Veggasi in questo dì Rodi difesa; E la mia vita altieramente è spesa.
XI
Tace, e ne gli occhi gli si legge espresso, Che già travaglia nei maggior perigli Col gran pensier. Giunge l'etereo Messo: Oh come da lodar son tuoi consigli; Oltra il servire a Dio nulla è concesso In questa valle de gli umani esigli, Di bene a l'uom: fumo gli scettri, e gli ori; I veri onor son nei Divini onori.
XII
E se tanto quà giù suole ammirarsi De' tuoi Grandi Avi l'immortal virtute, Per te non fieno i vanti al mondo scarsi, Nè mai le lingue a la tua gloria mute; Or senti me: fra' Turchi vinti, e sparsi Tu fatti sordo al lor pregar salute; Di querele e di duol, per la battaglia, Vuolsi così nel Ciel, nulla ti caglia.
XIII
E, perchè l'armi tue dure tempeste Dianzi sparsero in grembo a l'Oceàno, Non moverai, che Messaggier celeste Novella spada non ti ponga in mano. La giù su quelle piaggie atre e funeste Il mortal guardo scorgerà, se 'n vano Spera in popoli armati umano ardire, Quando del sommo Dio risveglia l'ire.
XIV
Più non diss'ei; ma sorridendo sorse Del basso seggio, e disparendo a volo Scosse le penne luminose, e corse Sovra il seren de lo stellante polo. Ch'era messo del Ciel tosto s'accorse Il Re sublime, onde su l'ermo suolo L'inchina umìle, e disïando aspetta L'ora dal Cielo a sue fatiche eletta.
XV
Intanto al Re de' Cavalier, che 'n petto Portan candida Croce, erano avanti, Umidi gli occhi, e da l'interno affetto Cosparsi di mestizia atti, e sembianti Alcimedonte, e Timodemo; eletto Di lor ciascun da' Rodïan tremanti Per le miserie estreme omai vicine, De l'aspra guerra a ripregare il fine.
XVI
In lui speranza avean, perchè non meno Ognor clemente si mostrò, che forte; Già ne la bella Francia, almo terreno, Provenza il crebbe in riguardevol sorte; Ma così fatto zel rinchiuse in seno, Che sprezzò terre, e rifiutò consorte, E lontano da' suoi viver sostenne, Ed a sacrarsi Cavalier sen venne.
XVII
Infra lor gli anni giovenili spese Trattando l'armi; e su spalmati legni Tale apparì ne le più gravi imprese, Che de' nemici sbigottiva i regni; In ogni opra d'onor cotanto ascese, Che da tergo lasciossi anco i più degni, E per maniera tal sua gloria crebbe Che l'imperio di tutti a regger ebbe.
XVIII
Mentre regnò con disarmata mano Il nobil scettro al popol suo fu caro, Ed ora in guerreggiar l'aspro Ottomano Con virtù non minor veste l'acciaro; Conforto dunque non sperando in vano Da l'uomo eccelso i Rodïan, mandaro, Perch'egli a la città scampo non neghi In tal tempo, messaggi a porger preghi.
XIX
Essi di sangue, e di ricchezza altieri, E scaltri a pien per la virtù de gli anni Avean nel tempo rio fissi i pensieri A far men gravi de la patria i danni; Timodemo dicea: tuoi gran guerrieri, Signor, non fia chi di viltà condanni; Anzi del chiaro e lor sì nobil vanto Eterna fama ha da stancar suo canto.
XX
Ha quì tratte Ottoman squadre infinite, Chiuse le vie del mar, cinte le mura, E tra ceppi, tra fiamme, e tra ferite Minaccia fa d'ogni crudel ventura. E pur con l'alme, e con le fronti ardite Tengono infino ad or Rodi secura, Incontra morte coraggiosi e franchi, E per vegghiare, e travagliar non stanchi.
XXI
Ma senza aita a che cotanto ardire? Cadremo al fine; or tu consiglia il core, E del barbaro fier contempra l'ire; E sottranne con patti al suo furore: Se nel risco presente, oltra il morire, Di maggior mal non ci turbasse orrore, Voce non aprirei; ma quali schermi Avran le donne e i pargoletti infermi?
XXII
Ah che di sozze abominevol voglie Rapina fian: quì la rugosa fronte Gemendo abbassa in su le palme, e scioglie Giù da le ciglia lagrimando un fonte. Mentre il vince così forza di doglie A favellar comincia Alcimedonte, Non senza affanno; e sì dolor lo strinse, Ch'a mezzo il favellar gemiti spinse.
XXIII
Miseri noi! cui sole alba non mena, Nè chiude a sera in occidente il giorno, Che non ci si minacci aspra catena, Che duri oltraggi non ci sian dintorno; E nostra vita gir di pena in pena, Far su le scure tombe atro soggiorno, Stillar gli occhi, piangendo i cari ancisi, E depor sul ferètro i crin recisi.
XXIV
Su ciò volgendo il cor chi fia possente In petto non raccor somma pietade? Ma quanto più sarà Rodi dolente Posta in balìa de le nemiche spade? Non daranne Ottoman ne l'ira ardente Esempio d'ineffabil crudeltade? Non sfogherassi con furori immensi? Che ciò si vieti a tua virtù conviensi.
XXV
Pensa a la nostra Fe': caro e diletto Sempre fu vostro imperio a nostre schiere; Ed or non ci pentiam: tranne dal petto Alta necessità queste preghiere. A questi detti serenò l'aspetto E mostrò Folco le sembianze altiere; Ma, serbando nel cor la tema ascosta, Cotale a' messaggier diede risposta.
XXVI
Fedeli, io mossi da Provenza allora, Che 'l mento ombra di pel non mi copriva; E fin oggi con voi fatto ho dimora, De la mia vita omai presso la riva: Non mento io, no; fin che vivrommi ancora, Meco di voi fia la memoria viva. Rodi preposi al mio terren natio; Come da me porrassi unqua in oblio?
XXVII
Mentre in tal forma il gran Baron consiglia, Angel scelto di Rodi a la difesa, La crespa fronte, e le canute ciglia E d'Argodemo ogni sembianza ha presa; Al guardo di costui, gran meraviglia! Spazio alcuno in mirar non fa contesa; Ma dove di ciascun perde la vista, La sua più forza, e più possanza acquista.
XXVIII
Quinci è ben noto; or di sì fatto aspetto L'Angelo si colora; indi apparìa Là, dove Folco nel real suo tetto De' suoi l'affanno, e le preghiere udìa; Dicegli: d'Ottomano anzi il cospetto Pur ora il campo a schiera a schiera uscìa; Certo novello orgoglio oggi il commove, De gli aspri assalti a ritentar le prove.
XXIX
Ma non temete; di vigor ripiene L'alme vostre fiammeggino: vicino Oggimai veggo farsi a queste arene Incontra Turchi un Cavalier divino; Per salute di noi ratto sen viene, Trascorrendo di mar lungo cammino, Il gran guerrier, che di supremo alloro La Dora adorna, e la Città del Toro.
XXX
Sul fin de le parole ei si disveste De l'altrui volto, ed invisibil torna; Ma nel suo disparir, lume celeste Via più, che 'l sole i regj alberghi adorna; Qual se gran lampo tra più ree tempeste Balena in antro, ove pastor soggiorna, A quei fochi divin tremagli in seno L'anima rozza, e di timor vien meno.
XXXI
Tal Folco in pria di se medesmo tolto Immobilmente stassi; indi ravviva Dio ringraziando, la letizia in volto, E verso i messaggier le labbra apriva: Se per scampo di noi, lunge non molto Move il Grande AMEDEO da questa riva, Sieno forti le destre, e i cori ardenti, E di scitico stral non si paventi.
XXXII
Non che sottrarci da fortuna acerba Con sì forte guerrier non siam bastanti; Ma sentirà nostre armi Asia superba; Ma tra catene lasceremla in pianti; Qual Savoia ne' suoi virtù riserba, Come di quel gran sangue ergansi i vanti, È noto, ed ove in mar Febo s'asconde, Ed ove il carro d'or tragge da l'onde.