VIRTÙ E DELITTO


— Ah! non temete alcun male da me. Del male a voi!Virtù e delitto, ecc. pag. 31.


Virtù e Delitto

O LA FAMIGLIA
DEL MASNADIERO

NOVELLA STORICA DEL SECOLO XVI

DI

GAETANO BARBIERI

MILANO
PRESSO LA DITTA ANGELO BONFANTI
Contr. della Passarella, n. 488.


[INDICE]


I. LA MAGRA FIERA.

Chi nel secolo decimosesto avesse attraversata agli otto di settembre quella catena di Apennini sgombra di nevi dal principio di aprile sino alla metà di novembre, piaggia incantevole per ogni sorta di produzioni della natura che ne ammantano i molti gioghi e le poche pianure, oggidì Calabria Citeriore, giunto al piè delle montagne del Sila, là donde sgorgando il Crati va a fecondare un’amena valletta, avrebbe veduto quivi apparata in tutta solennità una chiesa intitolata alla Natività della Vergine e dinanzi a questa una piazza, o piuttosto anfiteatro animato da immensa folla di terrazzani e stranieri, circondato di tende sotto cui stavano esposti in vendita non solo aranci e melegrane, non solo tutte le merci di cui abbonda quel fertilissimo suolo, ma quante ricchezze esotiche in oltre dal vicinissimo Mediterraneo venivano colà trasportate.

Nondimeno il desiderio di godere della totalità di una cotanto bella prospettiva gli sarebbe andato a vuoto nel 1510. Avrebbe udito sì lo squillo delle campane festive, veduti i padiglioni della chiesa addobbata da festa ed anche qualche baracca di venditori di vino; avrebbe veduti alcuni contadini e benestanti delle più vicine campagne oziare in sagrato e infilzar ragionamenti alla propria maniera, intantochè le loro donne stavano entro la chiesa intonando con le bellissime loro voci meridionali cantici alla Vergine sul metro che inspirò due secoli appresso que’ leggiadrissimi di messer Trionello[1]

Tu dunque nasci, celeste angioletta?

Deh quanto tempo è che il mondo ti aspetta!

Se’ tu colei che su l’arpa dorata

Lo re profeta n’avea cantata? ecc. ecc.

ma non sarebbesi incontrato in estranei, tratti ivi dalla curiosità o dalla brama di comprare o di vendere. Tutt’al più gli sarebbe apparso uno o due di quei palchetti posti quasi a livello della testa di un uomo su cui nelle fiere stanno seduti gravemente con la loro tromba divinatoria sempre apparecchiata l’astrologo o l’astrologa che danno per danaro a chi la cerca la buona o anche talvolta la trista ventura; perchè, per una di quelle anomalie non insolite ad incontrarsi nelle teste umane, mentre la popolazione del regno di Napoli è forse l’unica fra le nazioni cattoliche presso cui nè sovrani nativi nè stranieri nè pontefici arrivarono mai ad introdurre il tribunale dell’inquisizione, questa popolazione ha forse superate per lungo tempo tutte l’altre nelle superstiziose credenze. Ed avrebbe ancora vedute schierate in bella mostra, benchè non in divisa a quei tempi, le milizie comunali della città e della campagna che, avendo nella maggior parte delle loro attribuzioni ceduto il luogo alle assoldate bande straniere, erano scadute assai dal primitivo lustro, nè serbavano altre incumbenze fuor quelle di far gli spari nelle sagre all’ora della benedizione, di assicurare il buon ordine nelle fiere e in generale di mantenere il paese all’intorno possibilmente difeso dagli aggressori.

Qual era il motivo di una sì spiacevole novità? Si potrà raccapezzarlo dai propositi che si faceano da una brigata d’individui convenuti quivi nell’ora del vespro, i quali, simili ai contadini della nostra Lombardia, e per dir vero di tutta la cristianità, nell’aver paura che lor caschi addosso la soffitta del tempio se ci rimangono qualche minuto oltre ai lor conti, stavano aspettando quel tocco di campanella che li facea gettarsi tutti in una volta entro la chiesa ove, inginocchiati e seduti ad un tempo su le proprie calcagne, coi capi che toccavano terra e con una divozione non mentita, chè bisogna render loro questa giustizia, riceveano la benedizione dell’augustissimo Sacramento.

— Da che mondo è mondo non c’è mai stata una festa della Madonna così malinconica — diceva un giovinotto che però potea men degli altri della brigata sapere per esperienza da quanto tempo il mondo fosse mondo.

— Che cosa vuol dire, Gennariello mio, non esserci più il nostro buon re Federico! — soggiunse un vecchio massaio di comune che si dava una grand’aria d’importanza.

Contemporaneo a tale osservazione fu il mesto sorriso d’altro vecchio in poveri panni che, senza far parte di quella brigata, le stava ronzando attorno. Nessuno allora ci badò, eccetto il giovine Gennariello. Intanto saltò su un uomo di mezzana età volgendosi al massaio di comune:

— Per altro, compare, non vedo come c’entri il re Federico con la banda d’assassini della Bocca del Lupo che guasta tutti i nostri divertimenti e in grazia della quale soltanto abbiamo questa magrissima fiera. Quand’anche adesso vivesse sarebbe in Francia ove si ritirò per mangiar bene e bever meglio e non ci pensare ad altro. Oh sì ve’, lui che non fu buono di mantenersi nostro re e che ci donò via senza preveder nemmeno a chi ci donava, lui sì voleva esserci d’un grande aiuto! —

Qui il vecchio che avea sorriso prima mise un sospiro di cui altri s’accorsero; poi come sbadatamente si allontanò.

— Perchè ha sospirato quel baggeo che avea l’aria di starci ascoltando? — disse l’uomo di mezzana età.

— E un momento prima l’ho veduto sorridere — rispose Gennariello. — Sapete, compare Gervasio, che colui è una figura curiosa! Mi ci ero trovato vicino un’altra volta quest’oggi quando stavo guardando l’arrivo delle nostre milizie che si disponeano su la piazza, e quel galantuomo, guardando il giovine comandante che dava i suoi ordini, facea la stessa funzione; or sospirava, or ridea. Ci avete indovinato a chiamarlo un baggeo; senza dubbio un idiota abitante de’ più alti greppi dell’Apennino, un di coloro che vanno all’impazzata ove li portano le gambe e che ridono e sospirano agli angeli. Guardatelo là; è tornato adesso a bearsi nella contemplazione delle nostre guardie comunali. Del resto, Gervasio, parlaste benissimo quando, al proposito del defunto re Federico, diceste: Lui sì voleva esserci d’un grande aiuto! Non ci riesce il vicerè attuale, il magnifico don Gonzalvo di Cordova, che non è, per Dio! uno stupido, a liberarne da questo flagello!

— E certo — replicò Gervasio — fa di tutto a tal fine. La dite una bagattella l’ultima grida che mette sì grossa taglia su la testa dell’uomo, nominato da chi il Leone, da chi il Gran capitano degli Apennini, vero e primario capo degli assassini? Lo dite poco l’articolo V di tale grida: Chiunque sarà convinto d’aver prestato soccorso al malfattore o di essersi trovato o d’aver solamente potuto sospettare di essere stato in compagnia di esso senza portarne denunzia ai tribunali, fosse anche suo stretto congiunto, verrà assoggettato alle pene decretate contro ai suoi complici? Poi c’è gente appostata per tutta la Calabria a fine di sorprenderlo.

— Contatemi di agguati tesi e di taglie! — tornava a dire il massaio. — Il Leone mette le sue taglie anche lui, mette anche lui i suoi agguati e fa ogni giorno reclute, perchè i suoi soldati non hanno mica bisogno di certificati di moralità affinchè costui gli ammetta; va a trarseli fuori sin dalle galere di Taranto. Contro alla forza aperta ci vuol forza aperta.

— Zitti, zitti! — esclamò il giovinotto. — C’è qualche cosa or di meglio che chiama la nostra attenzione. Entra in chiesa adesso la fidanzata del comandante delle nostre milizie, la ricca figlia ed erede del cornetta Solis tanto beneficato sino che visse dal nostro attuale vicerè. Che bellissima creatura! Come ha fatto presto a girar gli occhi su l’amante e come subito si sono intesi! Per dir vero il sorriso del secondo è stato d’una gravità a lui insolita.... posso dirlo io che, come suo coetaneo, conosco il fare del signor Luigi Grifone.... ma comanda a gente più vecchia di lui e ha bisogno di tenersi in sussiego. —

Di fatto dinanzi alla porta maggiore della chiesa scendeva allora dal suo leggiadro e ben mansuefatto palafreno su cui era stata in groppa insieme con la nudrice e consegnava la sua cavalcatura ai propri famigli la bellissima Maria Solis, giovinetta di circa diciotto anni, di media statura, ma di leggiadrissime forme e dotata della più soave fisonomia, la cui carnagione bruna meridionale ricevea risalto dalle sue chiome nere vagamente inanellate, da due bei nerissimi occhi e dai più freschi e vividi colori della gioventù. Appena il giovine comandante ebbe contraccambiato lo sguardo espressivo che quella gli volse fu veduto dare alcune istruzioni ai suoi aiutanti, poscia entrare in chiesa egli pure. Ancorchè, come si è detto, i soldati comunali non avessero allora il distintivo di una divisa, i lor comandanti ben discerneansi a certe armadure più leggiere delle antiche e divenute piuttosto di lusso dopo introdotto l’uso dell’armi da fuoco. Quella del capitano Luigi Grifone era elegantissima e adatta quanto mai alle sue belle forme che il faceano apparire cotanto degno della promessa sua sposa.

— Come corre quel nostro Luigi! — notò il giovinotto. — Ha forse paura ch’ella gli scappi dalla porta di sagristia?

— Già la calamita ha sempre tirato il ferro — disse il massaio d’importanza assaporandosi, come se avesse il pregio della più rara novità, questo suo fiore di comparazione rettorica.

— Volete ridere? — soggiunse Gennariello — entra in chiesa anche il galantuomo dai sorrisi e dai sospiri. Ah! adesso si capisce tutto — aggiunse con vivace gaiezza. — È un rivale del capitano Luigi, e per questo lo ha squadrato sì a lungo. Aspettatevi una disfida! —

Certamente chi avesse veduto l’inconcludente affaccendarsi di quel vecchio che era or qua, or là, che appena tornato fuor di chiesa il capitano Luigi per mettersi a capo della sua soldatesca tornò fuori anch’egli; chi avesse veduto il suo frequente ridere e sospirare che pareva a credenza, avrebbe potuto giudicarlo come lo giudicò il nostro giovinotto. Però non sarebbe corso tanto nel sentenziarlo se avesse fatto mente all’espressione malinconica del volto smunto e sparuto del medesimo, alla sua fronte meditabonda e aggrottata, alla sua guardatura torva, non però truce, che potea sembrar forse piuttosto d’un uomo soggetto ad accessi di mania che d’uno scimunito.

Ma Gennariello la pensava così, ed il vecchio massaio gli disse:

— Voi vi perdete in frascherie e vi scordate delle mie giuste riflessioni di poco fa.

— Guardate se me le scordo; ve le ripeto: Contro alla, forza aperta ci vuol forza aperta. Non potrete però dirmi che questa milizia comunale stia con le mani alla cintola. Quante volte si è battuta valorosamente contro agli assassini! e quanti ne ha fatti freddi! soprattutto il bravo giovine che la comanda!

— Ma una notte mentre veniva dalla casa della sua fidanzata rischiò di essere fatto freddo anche lui, se qualche suo dipendente capitato a tal ora, può dirsi miracolosamente, per quelle foreste non lo salvava da chi lo assalì all’improvviso.

— Non verrò a dirvi — soggiunse il massaio di comune — che questa nostra milizia non si presti assai bene al suo dovere, ma i fatti son fatti; ammazzamenti se ne odono ogni giorno; nessun possidente è omai sicuro nelle sue case di campagna o andando pe’ fatti suoi; tutta la nostra Calabria, vi dico io, è posta nei triboli da questo saccheggiatore. —

Qualcuno allora notò come generalmente nelle più atroci fra le aggressioni che avvenivano il Leone non si lasciasse vedere.

— Venga poi egli in persona — ripetè il massaio, nè sembra che dicesse male — o mandi le sue bande a scannarmi, dico che per me tanto fa. —

Un famiglio del curato di San Giovanni in Fiore che non avea parlato sin allora aperse la bocca per dir anch’egli la sua sentenza.

— Bisogna confessarlo per altro, questo Leone ha di gran belle maniere per farsi degli amici.

— Caro voi — sclamò l’assennato massaio — insegnatemene una di tali belle maniere.

— Sol questa. Fu a pranzo giorni fa dal mio padrone. Dopo aver desinato si ritirarono insieme in una stanza; di lì a poco il Leone si congedò, e a me, solamente per averlo servito a tavola, mi regalò un bel ducato.

— E nella camera ove si ritirarono sai tu che cosa facessero? — chiese Gervasio.

— Io non cerco i fatti de’ miei padroni.

— Io scommetto che il tuo onestissimo Leone avrà pregato con la pistola alla gola il povero prete a dargli qualche centinaio di ducati. Il tuo padrone non te lo avrà forse detto per non pubblicare la cosa prima di fare le sue denunzie.

— Io poi non cerco tanto in là, e le centinaia di ducati e la pistola alla gola, se non gli ho veduti io, non gli avete veduti per dinci nemmeno voi.

— E quest’è una verità sacrosanta! — sclamò Gennariello.

— So che mi donò un ducato; questo lo so.

— Digli — saltò su un garzone di muratore — che anch’io sono stato beneficato dal Leone e questi certamente non ce ne aveva interesse. M’incontrò su la via di Paola che piangevo perchè alcuni della sua banda mi avevano portati via i pochi soldi della mia settimana. Mi costrinse ad andare con lui, chè li raggiunse presto i suoi, volle verificare la cosa perchè è un uomo giusto, ma quando fu sicuro di non avermi trovato in bugia non solo mi fece restituire i miei danari ma, indovinate mo! ci aggiunse tre volte tanto del proprio. —

Altri fecero coro al famiglio del curato e al garzone di muratore raccontando altri simili tratti di magnanimità attribuiti al Leone.

— A che tempi viviamo! — esclamò il massaio. — Sul sagrato della chiesa della beatissima Vergine, nel giorno d’una delle sue primarie feste, si ha ad udir gente che fa gli elogi d’un assassino come se facessero il panegirico d’un santo!

— Non v’inquietate, buon papà — disse Gervasio; — non può negarsi che il Leone nella vita d’assassino che fa ha presi i modi cavallereschi di certi condottieri de’ tempi andati che i nostri vecchi ci vanno tuttavia ricordando e che, a dare il giusto loro nome alle cose, erano ancor essi belli e buoni assassini. Non meno di quelli il Leone fa la guerra ai ricchi e protegge i poverelli. Insegnate mo a questa gente a parlarne male, ancorchè io convenga per il primo che ha torto chi ne parla bene!

— Io dico che non c’è più religione — gridava il compare massaio.

— Anche questa, cred’io, è una lamentanza vecchia — notò Gennariello.

Intanto la campana della benedizione chiamò tutti in chiesa, onde non rimasero nel sagrato e nella piazza se non le milizie che fecero i loro spari quando ne fu il tempo, qualche garzone vinaio restato a guardar la sua bettola, finalmente un’astrologa che, posta per allora da un lato la sua tromba magica, contava da star sul proprio palchetto ed intascava i danari raccolti nel suo piattello, o parlava a quando a quando con alcun suo alleato segreto che, venendole a confidare quel passato di cui fu testimonio, le ingrossava il capitale de’ suoi pronostici dell’avvenire.

II. LA MALA PREDIZIONE.

Data la benedizione, la maschile brigata descritta dianzi nell’uscire di chiesa si fermò sul sagrato a far ala per vedere venir fuori le donne, come i nostri giovani eleganti si fermano sotto gli atrii del grande teatro per passare in rassegna le belle della giornata.

Nè fra quelle che il luogo ed il tempo attuale potevano offrire alla vista andò certamente inosservata la vezzosissima Maria Solis che, dopo dati ai suoi famigli alcuni ordini in forza de’ quali la cavalcatura allestita per lei andò ad aspettarla altrove, disse come rispondendo ad una rimostranza fattale dalla nudrice:

— Intanto ch’egli congeda le sue milizie per accompagnarsi indi con noi bisogna bene ch’io mi faccia passare il tempo.

— Ma in tutt’altro modo io direi, cara mia. Se vi prendete su uno spavento!...

— Sapete bene, Concezione — tale era il nome della nudrice — ch’io non sono la figlia della paura. Se non volete farvi astrologar voi siete padrona. —

E così dicendo si trasse per mano la nudrice verso il luogo ove l’astrologa s’era tornata a mettere più fervidamente che prima nell’esercizio della mistica sua professione. Sia in grazia della bizzarra loro acconciatura, oppure conseguenza della vita stentata che fanno, le fisonomie delle zingare o astrologhe non appariscono per solito molto simpatiche, e fra cento consorelle della Meg Merrilies del Guido Mannering si troverà per prodigio, se pure è vero, una Esmeralda. L’astrologa di cui parliamo qui apparteneva alla classe delle cento; vi lascio pensare se non era una brutta serva di Dio! Accortasi costei della buona clientela che stava per capitarle, si sbrigò tosto degli avventori che avea per volgersi alla vezzosa Maria Solis di questo tenore:

— Indovino subito che quella bella signorina vuol ch’io le dica la sua ventura.

— Comare, se tutto il vostro indovinare sta qui, è ben poca cosa. Mi vedete venirvi direttamente in verso. Per qual altro fine vorreste ch’io lo facessi?

— Se lo dico io che si consuma il tempo! — soggiugneva la povera Concezione che stava su le spine, ma che d’altra parte non sapea mai contraddir nulla alla sua diletta figlia di latte.

L’astrologa intanto, postasi in fazione, non mancò di esaminare una palma e l’altra della mano che la giovinetta non ricusò di sporgerle e di fare i suoi calcoli e borbottamenti segreti; indi, cinta secondo il solito d’un fazzoletto, che diceasi bianco, l’imboccatura della tromba onde la sua voce fatidica giugnesse a chi soltanto doveva ascoltarla, intimò alla sua neofita di avvicinar l’orecchio alla estremità più ampia della tuba misteriosa mentre ella avrebbe consegnate le sue parole all’estremità superiore di essa.

Convien credere che l’astrologa su le prime non raccontasse altro alla sua consulente se non il nome del casato di essa, quello del suo giovine amante, dell’amore che entrambi si portavano scambievolmente, perchè la Maria esclamò con vivacità:

— Comare benedetta, se non mi dite altre cose fuor delle presenti ch’io sapea prima di venire da voi, era inutile ch’io vi consultassi.

— Ma volete proprio saper le cose avvenire? — esclamò senza valersi della tromba la maligna donna presa da un momento di stizza nel vedersi alquanto dileggiata da una giovinetta.

— E di che altro volete ch’io sia curiosa?

— Bene, bene, vi servirò come a voi piace. — E qui le confidò all’orecchio altre cose col ministerio della terribile tromba.

— Oh! oh! oh! — sclamò la Maria senza rispettar punto il segreto del fidatole arcano. — Io per dir vero ci ho badato appena che un vecchio smunto e mal vestito, quale me lo descrivete voi, sia entrato in chiesa e abbia guardato fiso ora il capitano di questa milizia or me....

— Ci ho ben badato tanto io! — soggiunse la Concezione.

— Ma ci siamo, cara comare, mi raccontate sempre delle cose presenti.

— Or bene, giacchè mi ci costringete — disse l’irritata maga — vi dirò alla presenza di tutti che l’uomo al quale dite di non aver badato ha la mala guardatura e vi ha portata la vostra fatale disdetta.

— Madonna! Madonna! ve lo diceva tanto io di non venir a destare questo vespaio! — gridò alla Maria la povera Concezione.

Ma la buona Maria che, come ne occorrerà l’occasione di farlo vedere in appresso, aveva nel suo retto discernimento e nella purezza del proprio cuore i migliori talismani contro a qualunque fascino del mal occhio[2], si diede a ridere di tutto cuore. Ed il suo riso ed il suo attuale trastullo sarebbero durati più lungamente se non vedeva venire a sè un aiutante a lei ben noto del suo fidanzato; chè allora, premurosa di sapere qual messaggio le recasse a nome dell’amante, gettò in fretta una moneta d’argento sul piattello dell’astrologa che in quel punto forse sentì qualche rimorso di essersi tanto lasciata vincere da uno stizzoso zelo del decoro di sua professione.

Intanto i nostri curiosi si erano avvicinati al palchetto della sibilla per veder meglio che cosa facesse e non facesse la Maria, e continuavano a parlare alla rinfusa di lei, del suo amante, ed anche del Leone.

— Dite, Gennariello, chè voi lo saprete, è propriamente nativo di Napoli quel capitano Luigi?

— Sì e di nobil casato. Le passate vicende politiche, dicesi, fecero morire di crepacuore il consigliere Grifone suo padre che nondimeno gli ha lasciata una buona sostanza. I suoi danari gli vengono sempre pagati da un banchiere di Napoli.

— E quanti ne ha! e come se li fa godere dagli amici! — Gervasio dicea.

— Fa anche di grand’atti di beneficenza — soggiunse il giovinotto. — E non è solo un buon soldato, ma istrutto di tutte le cose; la dà ad intendere fino ai nostri preti; basta dire che sa perfettamente il latino ed il greco!

— A proposito di greco e latino — soggiunse Gervasio — sapete chi parla anche queste lingue come un libro aperto?

— Chi?

— Il Leone.

— Ecco almeno una citazione venuta a tempo — sclamò sogghignando Gennariello.

— C’è mo dubbio — soggiunse il massaio — che quel Leone, giacchè mi dite che sa il latino ed il greco, si sia dato in potere del demonio? — e nel domandar questo si fece il segno della croce.

— Chi sa? — disse il giovinotto ridendo.

— Eh! la mia creatura — saltò su Gervasio — non c’è tanto da ridere. Porta sempre un certo anello con sè ch’egli chiama il suo estremo rifugio. Può benissimo essere un anello magico.

— Padre Venanzio, lo credete voi? —

Tale interrogazione fu vôlta da Gennariello ad un vecchio frate dell’ordine dei minimi che passava di lì uscendo allor della chiesa, ove avea fatto il panegirico della Madonna, per tornarsene al suo convento di Paola. Questo religioso, spettabile per costumi e saggezza come per affabili modi che gli si leggevano in viso, avea ricevuti tre anni prima gli ultimi aneliti del fondatore del suo ordine, morto a Plessis in Francia.

— Che cosa ho da credere? — richiese il buon frate volgendosi addietro.

— Che l’assassino detto il Leone sia posseduto dal demonio.

— Figliuolo, son cose queste che la mia povera testa non arriva a conoscere; ne so una solamente, ed è che, se è vero che l’uom nominato da voi sia un assassino, non è posseduto dallo spirito del Signore. Ah! le nostre passioni sono peggiori di tutti i demoni; preghiamo il cielo che nessuna di esse ne dia il tracollo, perchè siamo vestiti tutti di questa carne e tutti fallibili se Dio non ci tiene la sua santa mano sopra. Buona sera, figliuolo!

— Sta a vedere — disse il vecchio massaio — che anche un religioso del glorioso Francesco di Paola[3] diventa l’avvocato degli assassini! —

Il padre Venanzio, che avea già continuato per la sua strada, trovò la Maria che stava per montare a cavallo insieme con la nudrice. La notizia che le avea portata l’aiutante del capitano Luigi si era che per affari della sua milizia egli non poteva accompagnarla, come erano rimasti d’intelligenza, nel ritorno di lei a casa, ma che non avrebbe mancato di visitarla nella sera medesima.

Alla vista del buon padre Venanzio la Maria si rattenne dal mettere il piè nella staffa e s’affrettò con volto ilare a dirgli:

— Padre, la vostra benedizione!

— Volentieri, figliuola.

— Ce ne è ben di bisogno — sclamò la Concezione — dopo il pronostico!...

— Che pronostico? — domandò il padre Venanzio.

— Niente, niente, buon padre — soggiunse la Maria. — La mia buona Concezione ha paura della sua ombra, ed io qualche volta... io qualche volta ho poco giudizio. Vi racconterò tutto se verrete a trovarmi. Son cose da ridere solamente. Ma venite un po’ più spesso a vedermi. Volevate tanto bene al mio povero padre!

— E ne voglio anche a voi, la mia creatura. Ma a noi poveri frati tocca più spesso il dovere di andare nelle case ove ci sono delle disgrazie. La vostra finora, Dio voglia che si possa sempre dirlo, è la casa della felicità.

— Ah parlate pur bene! — gridò la Concezione. — Dio voglia che si possa sempre dirlo!

— Nonostante — continuò il padre Venanzio — la prima volta che torno da queste parti verrò a vedervi.

— E perchè non questa sera? — replicò la Maria.

— Perchè gli affari del mio convento mi vogliono domani a Paola. Addio, buona Maria. Salutate a mio nome il vostro fidanzato. —

In questa guisa si separarono e a poco a poco la piazza fu sgombra.

III. L’APPARIZIONE.

Sopra una delle più alte punte del Sila sorgeva una casa, nè umile tanto che si potesse chiamarla rustica, nè sfarzosa sì da qualificarla per signorile, ma più deliziosa di una villa reale veniva fatta dalla felicità di sua situazione. Fiori ed erbe d’ogni soave odore ne imbalsamavano l’aere all’intorno, mentre tempravano l’estiva arsura, spesso sensibile in quei climi anche nel principio di settembre, alte foreste di castagni, di abeti e di frassini che verso il declivo del monte cedevano il luogo agli ulivi e alle viti. Il maggior balcone di tale casa signoreggiava sì il Mediterraneo che da esso vedevate e il capo della Scalea e il golfo di Taranto e la foce del Crati. Era questa la casa della giovinetta Maria Solis che abbiamo imparata a conoscere ieri sera. Di buon mattino ella stava lavorando all’ago presso l’indicata finestra, ma nè le foreste nè il Mediterraneo nè il golfo di Taranto nè la foce del Crati avevano i pensieri di quella donzella.

Una considerazione grave per lei le avea fatta passare inquieta la notte e la tenea tuttavia assorta in serii pensieri. Il suo Luigi le avea bensì serbata parola col visitarla la sera innanzi appena sdebitatosi de’ protratti obblighi militari che allegò siccome impedimento dell’accompagnarla a casa, ma oltre all’avere tenuta assai corta quella sua visita sembrò alla Maria che si sforzasse nascondere una certa tetraggine divenutagli abituale da qualche tempo e che s’accrebbe quand’ella gli fece il racconto della scena avuta con la zingara e delle predizioni fattele da colei su l’uomo dalla mala guardatura. In oltre la Maria non sapea spiegare a sè stessa i motivi di una premura mostrata da Luigi a fine di sapere se il padre Venanzio era stato o verrebbe a visitarla, come solea quando si trasferiva alla valle del Sila, e della fretta onde congedossi da lei appena inteso che il buon minimo avea già ripresa la strada di Paola.

Ancorchè a prima vista la nostra giovinetta ne sia apparsa d’una vivacità capricciosa, talvolta persin leggiera e poco meno che inconsiderata, ella diventava la persona più meditativa del mondo ove le occorressero all’animo argomenti che si riferissero al suo amore per Luigi, o che ancora in qualsiasi modo fossero atti ad esercitare l’alto di lei carattere; nel che una cosa aiutava a spiegare l’altra. Ella amava in Luigi Grifone non solamente il bel giovine e il giovine coraggioso, prerogative già onnipotenti di per sè stesse sul cuor di una donna, ma in oltre ravvisava in esso, può dirsi, il suo unico educatore, colui che, dotato d’un ingegno superiore quasi agli anni suoi, sviluppava in lei i germi d’un discernimento naturalmente rettissimo; onde non è a stupire se vedemmo la Maria religiosa sì per indole e per educazione ma scevra in uno de’ volgari pregiudizi di que’ tempi, come non è meraviglia ch’ella sortisse un amante di mente non ordinaria nei giorni contemporanei al gran segretario fiorentino e forieri della fortunata epoca di Leone X.

Di questo umor non bellissimo della sua figlia di latte si accorse la Concezione che stava allora rinnovellando le ampolle di fiori freschi su la mensola della Madonna; ma vedete un po’ come bene la buona vecchia ne indovinasse il motivo!

— Affè che mi parete pensierosa questa mattina. Direi quasi vostro danno! Ci voleste andar di legge a sentir quella mala astrologa!

— Ah! avete ben ragione — disse con dolce e mesta ironia la giovinetta. — Non ci sono altre cose che possano dar da pensar su la terra fuor delle predizioni di una zingara pazza.

— Che altro mai può darvi fastidio?

— Che altro mai! Non vi avvedeste ieri sera come avesse la fronte annuvolata Luigi?

— Ci badai poco; doveva essere stanco delle sue fazioni della giornata.

— Si è trovato in simil caso altre volte, e il suo buon umore non lo abbandonava per ciò. Oh! questo buon umore è ben alterato da quindici giorni fa!

— Eh! son quindici giorni appunto da che corse quel brutto pericolo di essere scannato da un assassino. Mi par bene un buon motivo di non essere più allegro.

— Oh! Luigi non è l’uomo da pensare al pericolo quando è passato. Poi un’idea adesso me ne richiama un’altra. Non vi siete accorta che da quindici giorni non mi parla più della speranza di veder presto effettuate le nostre nozze? E sì per l’addietro era il suo discorso favorito d’ogni minuto!

— Questo, se volete, lo ho notato, e ho notato ancora che non vi dà più conto dei lavori che fa fare nella casa da lui comprata di fresco per alloggiarci la sua sposa. In oltre ha venduti que’ suoi due più bei cavalli da sella che gli erano tanto cari. C’è mai dubbio che i suoi affari domestici non andassero più bene come una volta? Egli è, come voi, orfano di padre e di madre. Le sue sostanze le amministra un tutore, quel banchiere che gli va rimettendo danari da Napoli. Tutti i tutori non son fedeli, la mia Maria, come questa povera vecchia spagnuola che vi tien luogo di madre!

— In questa parte certo devo ringraziar Dio, cara la mia Concezione. Ma me fortunata se il mio Luigi non avesse altre afflizioni oltre quelle che potessero derivargli da uno sbilancio economico!

— Bella fortuna da vero!

— Me fortunata! l’ho detto e lo ripeto. In tal caso gli direi subito: Luigi, se qualche circostanza non preveduta ti ponesse in una posizione più difficile.... se, per mettere il caso più disperato, ti privasse perfino d’ogni modo di sussistenza, pensa che la tua Maria ha una sostanza sufficiente per vivere lei e per far vivere te.

— Ma, signorina — disse la Concezione facendosi ritta ritta — non vi ricordate più che la buon’anima di vostro padre Francesco Solis vi ha lasciata sotto la tutela della Concezione Rustegos vostra seconda madre e che per conseguenza non potete disporre nè delle vostre sostanze nè della vostra mano senza il consenso di questa vostra tutrice?

— Il consenso di questa mia tutrice! vi mostro io subito come fo ad ottenerlo. — E nel dir ciò la cara giovinetta, alzatasi dalla sua scranna, corse ad abbracciare la Concezione e le impresse fervidamente un bacio per guancia e un su la bocca.

— Ah, briccona! mi conosci troppo — esclamò la vecchia che, strettasi al seno la sua prediletta, contraccambiò le tre e le quattro volte i ricevutine baci.

— Aveva io torto, mamma, quando ponevo ogni mia fiducia nell’amor che mi porti e che è tanto contraccambiato dalla tua figlia? —

Venne indi un succedersi di scambievoli e cordialissime carezze cui impose fine la nudrice con una sensatissima riflessione, perchè, se prescindiamo da certe superstizioncelle che la buona vecchia spagnuola aveva nell’osso, la nostra Concezione, quando era fuor di tutte le suggezioni e a quattr’occhi con la sua allieva, parlava proprio da donna di proposito.

— Orsù, figlia mia, quello che si ha a fare si faccia subito. Così nella mia Spagna nativa come in questa parte d’Italia il tempo di maritarsi per le ragazze arriva presto e vola anche più presto. Quando viene oggi il tuo Luigi hai da spiegargli alla libera questa intenzione che dicesti a me. L’eccesso del tuo amore non raffredderà il suo, perchè quel buon giovine t’ama da vero; me ne sono avveduta io in più d’una circostanza, e noi vecchi ce ne intendiamo di queste cose!

— Ma e se ci fossimo ingannate voi ed io sul motivo del suo turbamento?

— E se ci fossimo ingannate non gli dài mica una sassata con lo spiegargli quello che saresti pronta a fare per lui? Ne trarrà una maggior confidenza a sceglierti in tutti i casi d’angustia per sua amica, per sua consigliera. A te poi non mancano le belle maniere di far nascere un discorso.

— M’ingegnerò, mamma. Già non dovrebbe tardar molto a capitare. —

Non aveva ancor terminato di profferire queste parole la giovinetta quando d’improvviso si spalanca l’uscio della stanza e si presenta alle due donne tale visione che avrebbe atterrite persone anche più intrepide. Poco men che ignudo, ma armato, grondante sangue, ansante, con una fisonomia stralunata, atta per altro ad indicare più forse un infelice che un delinquente, entra un uomo di circa sessant’anni. Trasalisce la Maria, la Concezione grida tosto:

— Vergine Santissima! Vergine Santissima! l’uomo dalla mala guardatura! — nè ha forza di profferire un accento di più.

L’uom sopraggiunto dice con voce patetica alle due donne tratte troppo fuor de’ lor sensi per udirne le parole:

— Ah! non temete alcun male da me. Del male a voi! cerco soltanto mettere in salvo la mia vita che si vuol togliermi. —

Come si è notato, era impossibile che il suono di questi accenti arrivasse all’orecchio delle due povere spaventate creature. Pure l’imminenza di un pericolo, o temuto o reale, ne guida più presto, e come per forza d’istinto, a quella freddezza di mente necessaria onde misurar meglio lo stesso pericolo e meditare i modi di trarci il men male d’impaccio; e ciò sarà accaduto tanto alla giovine Maria quanto alla sua buona nudrice, le quali udirono l’inchiesta dello straordinario personaggio quando questi la ripetè, non però senza aver prima posto in disparte il suo moschetto e ciò a fine di rassicurarle meglio su le proprie intenzioni.

— E qual disgrazia vi è occorsa e che cosa possiamo fare per voi, noi povere donne? — disse la Maria.

— Qual disgrazia, buona signorina? col dirvi che mi vogliono morto vi ho detto tutto. Che cosa potete fare? darmi il tempo di ristagnare il sangue che mandano le mie ferite e, se aveste alcuni panni vecchi entro cui potessi avvolgermi... vedete in che stato mi hanno ridotto... datemeli in carità, poi abbandono subito la vostra casa. Per vostra quiete nessuno mi ha veduto ad entrarci. —

Già l’abbattimento della paura, grazie a queste sole parole, avea fatto luogo nel cuore della sensibile Maria a tutte le emozioni della pietà. Essa lacera tosto una gran falda della tela su cui stava lavorando.

— Servitevi di questo per le fasciature di che abbisognate. Concezione, guardate fra i rimasti abiti del povero padre mio se ve ne sia qualcuno che s’adatti a questo povero nostro ospite. —

Gli occhi inumiditi del personaggio misterioso provarono che per lo meno non gli era ignota la gratitudine.

— Ma la mia cara Maria, sappiamo noi bene a che ci esponiamo? spero che questo uomo non ci vorrà compromettere.... ma pensate a ieri sera!... —

— La mia intenzione non è al certo di compromettervi — soggiunse tosto lo sconosciuto — però se avete delle paure su ciò.... questa buona giovinetta, sotto il cui tetto mi ha portato un caso ch’io non prevedeva giammai, m’intenerisce troppo.... torno a gettarmi fra le mani de’ miei persecutori.

— No, no, buon uomo! — esclamò la Maria — non fate un simile torto alla nostra ospitalità. Questa benedetta Concezione mi ama tanto che alle volte.....

— Vi amo certo e questo amor mio mi scolpisce meglio nella memoria e la figura di quest’uomo e le parole profferite dalla zingara.

— Concezione, non bado ad un’astrologa di piazza io. La mia consigliera vedila là! — e accennava col dito l’immagine della Vergine — quella là innanzi alla quale rinovavi i fiori poc’anzi. Oh! mi son volta a lei prima di risolvermi; l’ho guardata; mi è sembrato fin vederle mover gli occhi, mi è sembrato udire dalle sue labbra divine queste parole: Quando vedi un infelice non cercare perchè lo sia ma soccorrilo! La chiamano madre degli sfortunati per questo. —

La Concezione, in cui taceva ogni riguardo di umana cautela quando vedea la figlia sua volere una cosa, e in parte ancora persuasa da quei detti profferiti dal labbro d’un angelo, andò in cerca delle cose che la Maria le accennò.

Nell’intervallo in cui ella rimase sola con l’uom misterioso, questi, guardandola con volto sempre più commosso, le disse:

— Oh! voi arrivereste a riconciliarmi con gli uomini.

— Vi compiango se avete bisogno di chi vi riconcilii co’ vostri simili — gli rispose la virtuosa Maria più assai contristata del certo che lusingata da un tal complimento. — Ma lo stato in cui vi vedo è in parte la vostra scusa. Amico mio, pensate or solo a voi stesso e a tutto ciò che la mia casa vi può somministrare. Vado a sollecitare la Concezione. —

Poc’altri discorsi passarono in appresso tra le soccorritrici e l’uom soccorso che, ben accortosi e del far guardingo della Concezione e compreso d’affettuoso rispetto per la Maria cui s’avvide parimente d’aver dato disgusto col mostrarsi nemico degli uomini, affrettò la sua fasciatura ed il suo travestimento. Non ci volle più d’una mezz’ora perchè fosse terminato. Colmando di benedizioni la Maria il misterioso personaggio se ne andò per una porta segreta affatto lontana da quella donde entrò, accompagnato dalla Concezione che suggerì ella stessa questa cautela.

IV. NUOVI MOTIVI DI AGITAZIONE E STUPORE.

Rimaste sole le due donne si trovarono per dir vero sollevate di un gran peso e di conserto ringraziarono il cielo nella fiducia che un tal fatto non avrebbe conseguenze peggiori. Ma non ebbero il tempo di abbandonarsi fra loro a que’ parlari cui siamo soliti dopo essere stati spettatori ed attori d’uno strano avvenimento perchè non tardò ad arrivare Luigi. Mise un’esclamazione di gioia la Maria, tanto più che le sembrò scorgere in esso una cera più allegra di quella con cui l’aveva lasciata.

— Perchè non siete arrivato un po’ prima? — gli disse la Concezione. — Ci avreste trovate....

— Un affare di grande premura — rispose Luigi interrompendo il discorso alla nudrice — mi ha trattenuto, al certo contra ogni mia voglia. Mi stava troppo a cuore che la mia cara Maria non mi credesse dimentico delle mie promesse. Sì, mia diletta, le ricordo sempre e spero finalmente non lontano il momento in cui io non abbia a distrarre un solo istante i miei pensieri da voi.

— Se ciò è — rispose la Maria — non v’è sagrifizio passeggiero ch’io non veda compensato da una sì bella speranza.

— Bisogna bene — soggiunse la Concezione — che i vostri pensieri sieno gravi assai se non vi hanno dato il tempo nemmen di ascoltare quelli che hanno agitate noi povere donne.

— Oh Dio! che cosa è stato? — chiese ansiosamente Luigi.

— Nient’altro se non che abbiamo avuto qui l’uomo dalla mala guardatura! — fu presta a rispondere la Concezione.

— Come? — domandò Luigi con uno stupore che sentiva d’atterrimento.

— Cioè — soggiunse sorridendo la Maria — l’uomo cui attribuiva questa leggiadra prerogativa l’astrologa. Vi ricordate bene il racconto che vi ho fatto ier sera?

— Proseguite! proseguite! — disse Luigi con una voce che potea credersi fatta tremante dalla sola idea di disturbi, qualunque ne fosse la natura, sofferti dall’arbitra del suo cuore.

— Ma il mal occhio — continuava tuttavia sorridente la Maria — quel poveretto non lo ha fatto a noi che abbiamo saldato il tutto con un po’ di timore. Glielo hanno piuttosto fatto i suoi persecutori dai quali si è campato a stento rifuggendosi in casa mia mal concio dalle ferite ed in uno stato che bisognava non aver cuore per non sentirne pietà.

— Non comprendo — diceva Luigi pallido in volto e con una confusione che continuava ad apparire bastantemente giustificata dalla spiacevole stranezza del caso in cui la Maria si era trovata — non comprendo...... perchè nessuno mi ha detto che gli aggressori si fossero vôlti da questa banda...

— Ma non vi parlo d’aggressori; l’uomo rifuggitosi qui lo avrei detto piuttosto assalito che assalitore — la Maria soggiugneva.

— Per dir la verità poteva essere più la seconda cosa che la prima; era carico d’armi!

— Se non gli ho veduto altr’arma che un moschetto! ma cara Concezione!....

— Per altra parte io non ho dato ordini.... forse uno de’ miei aiutanti.... — susurrava a fior di labbro Luigi.

Tra le interruzioni che non potea starsi dall’intromettere Luigi, il quale si mostrava affannato forse più che le narratrici nol fossero, e tra quelle che per forza del suo carattere andava introducendo la Concezione, fu terminato dalla Maria più placida in aspetto degli altri il racconto dell’avvenimento di cui siamo stati or or testimoni.

Luigi allora rimase sì tacito, sì sopra pensieri che giustificò questa inchiesta della Maria:

— Ma dove sei or con la mente, Luigi? Io di questo fatto omai non me ne ricordo più. Tu dovresti esser contento poichè vedi che non me ne è venuto alcun danno. Perchè non ripigli quella giocondità che mostravi appena giunto?

— Mia cara, puoi immaginarti s’io non goda al vedere che non ti è occorso nulla di sinistro, s’io non ammiri la tua intrepidezza; ma il sapere che questa è stata posta a tal prova... poi.... tu lo vedi, il grado che occupo nelle milizie non mi permette di starmi dal far ricerche su ciò che sento ora accaduto. Più presto ch’io lo potrò sarò nuovamente da te. Maria! — e qui mise un sospiro e la voce di lui prese un accento soavemente patetico mentre baciandole con tenerezza la mano continuava: — Ah Maria! tu sei un angelo del paradiso! — e fu in un subito fuor della stanza.

— Sono un angelo del paradiso, e mi fugge via più che se fossi un demonio dell’inferno! Che ne pensi, Concezione?

— Ma, cara mia, egli ti ha pur data una ragione della sua istantanea partenza.

— Sì, ma non arrivo a spiegare a me stessa la confusione che dominava ne’ suoi discorsi e che appannava, per così esprimermi, gli accenti della sua tenerezza. Il solo momento in cui mi è sembrato leggergli negli occhi e nella fisonomia la forza del solo amore è stato quando mi ha lasciata. Ah sono ben infelice! —

La Concezione le avrebbe pur ripetuto volentieri che tutto le derivava dall’aver voluto farsi astrologar dalla zingara; ma vedea troppo reale il dolore della Maria per non temere di tribolarla di più, oltrechè era nata in lei stessa un’altra paura.

— È vero — ella pensava; — si scorgeva più la confusione che l’amore in que’ suoi discorsi. Parea che non vedesse l’ora d’andarsene. C’è mai pericolo ch’io mi sia ingannata nel credere Luigi innamorato da vero di lei e ch’io l’abbia innocentemente tratta a perdizione mantenendola in questo errore? Ah, Signore! non lo permettete! —

Povero Luigi! che torto gli si facea!

V. LA CORTE DI GIUSTIZIA.

Era scorsa una buona settimana dopo il pauroso caso avvenuto nell’abitazione della Maria quando, in una certa mattina, tutta Cosenza, città capoluogo della Calabria Citeriore, era in moto. Non credo si sarebbe trovato un solo abitante nella propria casa. Tutta la strada grande ringorgava di cittadini e di campagnuoli accorsi da ciascuna porta della città. Il maggior concorso per altro di chi andava e veniva era a quella che guida al mare.

— È lui! — Non è lui! — È proprio lui il Leone. — L’armatetta dei guardacoste lo ha sorpreso solo entro un palischermo che correa con tutto il vento in sua via verso il faro di Messina. — Lo conducono adesso al tribunale ove stanno già uniti i giudici per isbrigarlo. — Erano questi i varii discorsi che l’uno teneva all’altro e che davano la ragione di tanto subuglio.

Il tribunale di fatto è adunato nella grande sala della giustizia. Ne è presidente certo capitano di giustizia Bargilone, uom perfettamente concorde co’ suoi compagni nella massima di riguardare i delitti umani come campo di ricca messe a chi li giudica, con che davano l’aspetto d’inique alle cause anche le più giuste, e questa certamente ne era una, poichè trattavasi in fin del conto di giudicare un capo d’aggressori ravvisato ai più convincenti indizi per tale. Ma qual santa causa non si trasforma in orribile se vengono a sostenerla i tormentatori patentati, le strappate di corda, le gabbie, le tanaglie, la ruota, i roghi, le caldaie per bollirci gli uomini dentro e tutte le enormi suppellettili di quel Tristano d’esecrata memoria che dai dominii di Luigi XI si dilatarono con tanto fatale rapidità in tutto il rimanente dell’Europa!

Il vicerè del regno di Napoli, il gran contestabile don Gonzalvo di Cordova, uom grande nella guerra come negli affari di stato, non avea certamente risparmiate cure per render gradita ai popoli da lui governati la dominazione di Ferdinando il Cattolico; e per vero dire la cosa pubblica veniva in allora amministrata senza lamenti, sia rispetto agli affari civili, sia rispetto agl’interni regolamenti ed al riparto dei pubblici pesi. Ma non poteva dirsi altrettanto in ciò che spettava ai tribunali criminali, pupilla dell’occhio d’un monarca che portò bensì alla più inaudita grandezza i suoi dominii, ma che fu ad un tempo il fondatore della inquisizione, e che, desideroso (nella qual cosa nè egli nè i suoi successori, come si è detto, riuscirono mai) d’introdurla nel regno di Napoli, non sol tollerava ma favoriva tutti i barbari odiosi privilegi dei tribunali di que’ giorni affinchè divenissero come l’impalcamento del più orrido tribunale ch’egli, Ferdinando, e l’atroce Torquemada, allora ottuagenario, voleano fosse la corte suprema di giustizia del Nuovo Mondo e del Vecchio. Ad impedire pertanto e a correggere gli abusi giudiciali in quel tempo esistenti ben poco poteva il gran Gonzalvo, costretto talvolta a premersi entro sè stesso i cordogli che non dalla giustizia ma dalla giustizia inumanamente esercitata gli derivavano.

Dinanzi a questo tribunale pertanto composto com’era e come sol potea sfortunatamente esserlo allora, in mezzo a sedici alabardieri, strettamente incatenato, arrivò finalmente lo sciagurato che era stato sorpreso nel palischermo. Tutta Cosenza allora fu in quella sala; non avreste più veduto un uomo girar per le strade e tutti coloro che non capivano nella sala erano aggruppati negli anditi, ne’ corritoi, lungo le scale del palazzo della giustizia. Cosa strana! ognuno s’aspettava di vedere nel prigioniero tutto quel di peggio che la faccia d’un capo d’assassini può presentare. Vedevano in vece sopra un volto, solcato dai patimenti, l’espressione soltanto della mansuetudine e della rassegnazione. Parea quasi incredibile (se il volgo fosse molto avvezzo ad istituire tal genere di confronti) che con quella fisonomia si fossero conciliati gli enormi delitti onde il Leone veniva accusato.

Sotto un pastrano nuovo portava un giubbettino verde che, come se fosse qualche cosa spettante a divisa, avea rivolture di panno rosso, ma che le fenditure del pastrano stesso lasciavano a stento vedere. Il capitano Bargilone, la cui nequizia era placida e l’accento del quale sinistramente blando andava accompagnato da un sogghigno che non lo abbandonava mai nemmen quando le sue misere vittime mandavano grida tra le fiamme o sotto lo strazio de’ più spaventosi tormenti, si fece tosto ad interrogarlo:

Come vi chiamate?

— Non mi chiamo più nulla; mi chiamarono il Leone, e talvolta il gran capitano degli Apennini.

— Oh! oh! — sclamò ghignando il capitano di giustizia. — Badate a non cozzarvi per questo titolo col vicerè di Napoli.[4]

E questo sarcasmo ed altri successivi ancor più amari del Bargilone andarono molto a sangue di quella platea composta d’individui che non erano al certo altrettanti Filangeri o altrettanti Beccaria per comprendere come il reo caduto in mano della giustizia, e durante l’esame e nell’atto della sentenza e fin sul palco di morte, debba divenire un sacro oggetto di dignitoso riguardo pel giudice. Chi fra i presenti avrebbe potuto aggradir meno simili scherzi sarebbero stati uomini del far di coloro che nel sagrato della Madonna del Sila udimmo lodarsi di alcune beneficenze del Leone; ma, oltrechè la plebaglia ama ridere di tutto e su tutto, la sua interessata gratitudine non dura più del potere di essere benefico in chi se la conciliò. Lo sgraziato Leone, stretto di catene e su l’orlo del suo patibolo, non era più che un vile assassino agli occhi d’ognuno.

— Per coraggio almeno e per fermezza d’animo non cedo a Gonzalvo di Cordova — così il Leone rispose al sarcasmo del Bargilone.

— Bravo! va bene! — ripigliò a dire costui — potreste averne bisogno di queste virtù. Per altro son persuaso non garberebbe gran che al signor Gonzalvo questo parallelo che fate tra lui.... scusate se chiamo le cose come le chiamano gli altri... ed un assassino. —

Qui la rassegnazione serbata finora dal reo diede luogo alcun poco ad un impeto d’irritazione.

— Davanti a Dio fui un peccatore; ma non è vero che gli uomini avessero diritto di chiamarmi assassino.

— Ah! contatemi mo con che bel nome volevate che vi chiamassero?

— Ora non cerco più che mi chiamino con nessun nome. In buona giustizia dovrei esser chiamato un uomo che fece guerra alla società dopo che tutta la società avea mossa la guerra a lui.

— Ma sapete voi che cosa faccia de’ prigionieri del vostro ordine la società?

— Li fa morire, come io in altri tempi.... se non ho potuto altrimenti.... le ho fatto morire i suoi. Quanto a me, non cerco migliore intento. Ma vi prego che ciò sia presto.

— Su l’una delle due cose mi arbitro a dirvi che ci potete contare. Circa poi al più presto o al men presto, finora, da galantuomo, non vi posso assicurar nulla. Ma ditemi, signor prigioniero di guerra... giacchè vi piace essere considerato così.... finchè eravate in tempo di scegliere, non avreste mo potuto seguire una bandiera un tantino più accreditata? —

A questa domanda il reo sospirò; si fece anche più pallido nell’aspetto e il suo volto, disdegnoso poc’anzi, si compose ad un’espressione affatto patetica quando rispose:

— Io stava per seguire la più nobile di tutte quando i vostri guardacoste me ne hanno impedito.... ma che dico io i vostri guardacoste? Io era indegno di Lui ed Egli non mi ha voluto.

— Di chi parlate adesso?

— Signore, io vaneggiava in questo momento; un certo amore della dignità di me stesso.... Oh sì, sì, vaneggiavo da vero. Chi è nel caso mio non può più parlare della dignità di sè stesso.

— Pare veramente. Si è detto, galantuomo mio, che possediate certo anello magico....

— Magico! — sogghignando ripetè il prigioniero.

— Coll’aiuto del quale vi sapete rendere invisibile.

— Se possedessi un anello di tanta virtù potete credere che non mi vedreste e non mi avreste or nelle mani. Portai lungo tempo, è vero, entro un anello tale specifico che ad ogni voler mio m’avrebbe sottratto per sempre al potere di tutti gli uomini; ma lo specifico e l’anello che lo conteneva andarono in fondo al mare quando credei d’aggregarmi ad un altro vessillo.

— È ben fatto che non vi siate reso nè invisibile nè impalpabile perchè potrete or darci alcuni schiarimenti di cui il tribunale abbisogna. Fa d’uopo che ora ne diciate i nomi di tutti i vostri compagni.

— Fui preso che ero solo nel mio palischermo.

— Galantuomo, vi consiglio risparmiare le vostre sottigliezze che qui non vi giovano a nulla. Intendo dire i nomi dei compagni dai quali vi allontanavate quando siete stato preso.

— Non ne saprete uno solo dalla mia bocca.

— Diavolo! si sono già fatti conoscer tanto!

— Allora è inutile che ve li dica io.

— Ma avrei sentiti volentieri i loro nomi anche da voi; anzi su ciò devo consigliarvi a non fare lo scompiacente.

— Vi ho risposto.

— Perchè poi, amico mio, abbiamo qui poco lontani — e nel dir ciò accennava la stanza della tortura — abbiamo qui poco lontani certi esortatori che hanno fatto parlare bocche più tacite della vostra.

— Non so se la forza di questi esortatori vincerà la mia nel sopportare il dolore.

— Lo credete? Anche una volta; volete risparmiarmi la necessità di valermi dell’opera loro?

— La mia risposta ve l’ho data; fate quello che credete. —

Allora ad un cenno del presidente il reo fu condotto nella fatale stanza dei tormenti ove tutti i giudici si trasferirono.

VI. FAZIONI DI BARBARIE INTERROTTE.

Nè amo di trasferirmi io nè d’invitare a trasportarsi in quell’orrida stanza i miei leggitori che da troppe storie e da troppi romanzi storici hanno imparato quali atrocità sieno state commesse a nome della giustizia in que’ giorni malaugurosi. Mi limiterò a dire che tutto quanto di crudele poteva immaginarsi fu praticato a strazio dello sciagurato fin da quest’ora fattosi per noi oggetto soltanto di compassione; che la costanza di lui non fu smossa; che forse sarebbe morto tacendo sotto i tormenti, se un nuovo avvenimento non avesse intimata una tregua all’inumana demenza de’ suoi carnefici. La folla rimaneva al di fuori immobile ed ansiosa di conoscere quali scoperte avrebbe portate questa barbara quanto sciocca ed inutile prova, allorchè venne annunciata ai giudici, tutti accaniti contro ad una vittima sola, un’altra nidiata di vittime sorprese dalle guardie della giustizia.

Nella notte successiva alla festa già per noi descritta della Natività della Vergine, il capo de’ masnadieri si era recato, forse senza triste intenzioni in quel punto, nel suo covo della Bocca del Lupo ove trovavasi il rimanente della sua banda. Tenuto di vista da un drappello di milizia comunale, venne seguíto, e, investita dalla soldatesca la sua caverna, s’impegnò tal combattimento che costrinse i masnadieri ad una sortita funesta per gli assaliti, poichè molti di loro furono tagliati a pezzi e gli altri rimasero affatto scorati nell’accorgersi che il lor condottiero era rimasto seriamente ferito. I sopravvissuti allora si sbandarono e dopo aver vagato per diversi giorni fra i più inaccessibili e sconosciuti burroni si ridussero ad un luogo detto la Caverna di Totila poco distante da Rossano. Quivi, per quell’istinto forse che hanno in comune gli scorridori di saper discernere in un batter d’occhio il ricovero alla diversità delle contingenze più accomodato, convenne pure il loro capo vestito in foggia diversa dalla precedente e riavutosi alquanto dopo le riportate ferite. Accadde che stando in quest’antro egli ricevesse una lettera di cui fe’ mistero ai propri compagni e, letta la quale, uscì della caverna soletto a chiaro di luna. La cosa venne notata da due fra costoro soliti a vivergli maggiormente in confidenza. Seguitolo alla lontana, lo videro in lungo convegno con uno straniero che si separò poscia da lui lasciandogli il pastrano onde l’abbiamo veduto coperto. Di ritorno ai compagni, il Leone non fe’ ai medesimi alcun cenno del colloquio avuto, ma si limitò a congedarsi da essi per tutto il giorno successivo, promettendo di additar loro in appresso una più utile spedizione.

Nella sera i due compagni che gli aveano tenuto dietro la notte innanzi, e che nol vedeano ritornare, uscirono soli per consigliarsi fra l’ombre e nel silenzio delle foreste. Quivi, oltre al sospetto in cui lo presero per quel modo suo misterioso, adescati anche dalla ghiotta taglia promessa a chi consegnerebbe nelle mani della giustizia il capo de’ masnadieri, adottarono entrambi il partito di andare a denunziare il nascondiglio di lui e de’ suoi compagni alla giudicatura di Rossano; il qual tradimento non appena ebbero concepito, si posero in cammino per mandarlo ad effetto.

Era già l’alba quando, scontratisi in una squadra del tribunale stesso cui s’avviavano preceduta da due bargelli, si presentarono coraggiosamente a questi i due mascalzoni con la grida alla mano che li facea certi della promessa mercede.

— Seguiteci tosto, miei signori — lor dissero — e vi consegniamo prima di giorno il Leone ed i suoi compagni.

— Dove? — chiesero a costoro i bargelli.

— Alla Caverna di Totila.

— Infatti ne è stato detto che i compagni del Leone possano esser colà, e le vostre vite ce la pagheranno se non ci sono — fu risposto alle due spie che nell’atto stesso vennero leggiadramente legate; — ma quanto al Leone, son corse di belle ore, figliuoli cari, da che è stato sorpreso sul Mediterraneo e condotto alla corte di giustizia di Cosenza ove fra poco farete la vostra bella comparsa anche voi. —

Come rimanessero scornati e atterriti que’ due ribaldi è inutile il dirlo perchè il fatto parla da sè; era soltanto necessario l’indicare il caso occorso a costoro per far noto come tutta quanta la carovana de’ masnadieri si trovasse ora al tribunale di Cosenza, ove i due più vigliacchi della ciurma dovettero accorgersi di avere ordito il più nero ed inutile dei tradimenti all’infelice che, per non palesare i lor nomi, avea sopportati con coraggio i più orrendi tormenti.

Apparecchiatosi dunque a sollazzi di nuovo genere, il Bargilone eccitò i giudici a trasferirsi nuovamente alle lor sedi; poi si fece venire innanzi tutti i prigionieri condotti poc’anzi al tribunale ed il misero Leone ridotto dopo i sofferti strazi allo stato di moribondo.

Non lasciata ignorare alla miseranda sua vittima l’atrocia de’ due traditori compagni, con trionfante ironia soggiunse:

— Vedete che non vi mancano buoni amici!

— Non avevo fatto conto su l’amicizia loro nè su quella omai di nessuno sopra la terra — rispose con voce fioca il paziente.

— E voi — si volse il capitano di giustizia a tutti gli altri colpevoli — vi farete pregare come lui per dire quello che sapete e meritarvi così qualche maggior commiserazione dalla giustizia?

— Quanto a me — saltò su il più traditore di quegli scellerati — son pronto a dire tutto quello che so.

— Se si tratta di me — disse lo sfortunato reo principale — ero già pronto a dir tutto io medesimo.

— Non tutto, camerata — soggiunse il gaglioffo che aveva parlato dianzi. — Voi non v’immaginate forse quello che possa dir io. Nella vostra fretta di abbandonarci per sempre vi lasciaste cadere, senza accorgervene, la lettera di quel tal vostro amico misterioso.... —

L’infelice cui questi detti furono vôlti divenne pallido come la morte.

Il capitano di giustizia spalancò due occhi avidi sul malvagio denunziatore.

— Fatevi coraggio; dite, dite, figliuolo! A me subito la lettera di cui parlate! —

La lettera fu consegnata a chi la chiedea. Rimasto com’uom percosso dalla folgore, lo sciagurato Leone cadde privo affatto dei sensi.

Se tale deliquio fosse prodotto dal presentimento delle cose che tale lettera avrebbe svelate o dalle vitali facoltà del Leone esauste sotto i tormenti o dall’una e dall’altra di queste cagioni, gli è quanto sapremo dappoi. Per allora l’adunanza fu sciolta; il semivivo venne portato in un letto dello spedale delle prigioni. Racchiuso in un carcere a parte colui che consegnò la lettera misteriosa, gli altri furono condotti nelle carceri comuni dei malfattori.

VII. L’ESPETTAZIONE E L’ARRIVO.

Intanto la giovinetta Solis ha passato di ben tristi giorni da che Luigi si partì da essa in un modo che dava così da pensare. L’amante le avea promesso di tornare il più presto, ma, in vece di comparir egli in persona, le scrisse alla domane questo biglietto che da più giorni è tema di variate angosciose meditazioni per la solitaria Maria.

«Mia cara Maria.

«Un affare premuroso altrettanto quanto l’amore che ti ho eternamente giurato mi obbliga a partire immantinente per Paola. Senza questa istantanea necessità sarei venuto io stesso a congedarmi da te. Non posso prevedere io medesimo per quanti giorni dovrò privarmi dell’unica felicità ch’io m’abbia al mondo, quella di essere dove sei, di respirare l’aria che tu respiri, di contemplare in te la più bell’opera della natura e del cielo. Ciò ti dice abbastanza come solo la più aspra fatalità, non mai il voler mio, possano farmi acconsentire ancor per istanti alla più amara, all’unica vera privazione che il tuo Luigi possa soffrire. Il bisogno d’affrettare il mio viaggio non mi permette scriverti di più. Non dubitare mai della sincerità del mio affetto. Se mi sentissi capace di far torto alla purezza di questo sentimento crederei di poter volontariamente oltraggiare la divinità di cui sei la più somigliante immagine sopra la terra.»

A malgrado della tenera passione che traspirava da ogni frase di questa lettera, a malgrado della persuasione di essere sinceramente amata, durevole nella Maria e mantenuta in essa dalla nudrice, ancorchè, come vedemmo, fosse nato in cuore della Concezione un lontano timore di essersi ingannata, a malgrado di tutto ciò quella lettera fu un colpo mortale alla tranquillità della misera donzella cui venne recata. Dopo essere rimasta poco meno che instupidita, la Maria faceva ora un’inchiesta or l’altra a sè stessa: — Un affare premuroso altrettanto quanto il suo amore! Dunque ha degli altri affari premurosi egualmente? Anzi questo lo è di più; senza ciò non me ne farebbe un mistero. — E via e via venivano altre perplessità della stessa natura che per dir vero ella ripetè, or in un modo, ora nell’altro, a sè e alla Concezione, finchè la lontananza di Luigi continuò, e che per conseguenza non ripeteremo noi ai leggitori.

L’amore trovava sempre soluzioni plausibili a questi quesiti, poi in un subito l’amore stesso le distruggeva, onde la povera amante avea già perduto l’appetito ed il sonno; frequenti lagrime le appannavano gli occhi stanchi omai di guardare per traverso ai boschi e alle montagne se mai qualche cavalcatura riconducesse il sospirato Luigi a quella volta; i colori vividi della sua carnagione erano spariti; non soffriva meno di lei l’amorosa nudrice; le ore forse più fortunate per la giovinetta erano quelle in cui, gettandosi a’ piedi della Vergine e facendo quasi un tutto del proprio amore e della propria fede religiosa, credeva esauditi i suoi voti e in una pia estasi vedea già ritornato il suo amante che, sempre fedele, sempre degno di lei, le porgesse la mano di sposo.

Rinveniva un giorno da una di queste estasi deliziose quando vide dinanzi a sè il padre Venanzio che giungeva allora allora da Paola. Ciò che in altri tempi le avrebbe recato diletto, perchè certamente dovea piacerle il trovarsi col buon minimo che cercato, com’ella avea motivo di credere, da Luigi poteva essere meglio al caso di darne a lei le sospirate notizie, or le rincrebbe. Il sol uomo che Maria avrebbe voluto vedere in quel punto era Luigi e la presenza di un tutt’altr’uomo la spaventò.

— Ah, padre Venanzio! sicuramente è occorsa qualche disgrazia al mio Luigi.

— No, figliuola — disse il buon religioso. — Luigi Grifone è vivo, sano e poco lontano di qui.

— E perchè non viene subito?

— Ma bisogna che prima abbiate la compiacenza di fare un poco di conversazione con questo povero vecchio. —

La Maria s’arrese al desiderio del padre Venanzio portandogli ella stessa una sedia, con quale curiosità, con quale palpitazione, con quale trepidazione di cuore, i leggitori sel penseranno da sè. Seduti entrambi nella stanza dal famoso balcone, il religioso di Paola già s’accingeva a parlare, ma nemmen questa volta la Maria gli lasciò aprir bocca, chè gridò tosto:

— Ah ho capito! Luigi non mi ama più; non mi vuol più.

— Adagio, la mia Maria! queste cose non ve le ho anche dette.

— Ma ci son dunque andata vicina!

— Figliuola, se non mi lasciate parlare non ci anderete nè vicino nè lontano e perderò io stesso il filo di quello che devo dirvi per adempiere le parti di un cristiano e di un religioso. Buona cristiana lo siete pure anche voi?

— Oh sì, padre! parlate, parlate, non v’interrompo più.

— Quando Luigi vi promise di sposarvi credeva d’essere un giovine ricco e di poter formare d’indi in poi la vostra felicità.... —

La Maria non permise al monaco di procedere nel discorso perchè si diede a chiamar forte:

— Concezione, Concezione!

— Che cosa c’entra adesso la Concezione?

— Oh! come c’entri lo vedrete. Eccola qui. Già so a che tende il vostro discorso. Gli affari economici di Luigi vanno male.

— Tutto il male che possono andare, la mia creatura! — disse sospirando il padre Venanzio.

— La Concezione vi dirà che dal più al meno era quello ch’io m’era immaginata. N’è vero, Concezione, che io al vedere da alcuni giorni il mio Luigi sì pensieroso, ne diedi subito colpa ad un disordinamento di sue sostanze e che ti dissi: Ne ho più del bisogno per lui e per me. Metto fra le sue mani quanto posseggo? Tu, come unica mia tutrice, me ne desti in oltre la permissione; a che prezzo lo sai. —

Qui sorrise la giovinetta ed anche la nudrice che, voltasi al padre Venanzio, esclamò:

— Padre, ditelo voi se si può negar nulla a questa cara ragazza. Quanto ella vi ha raccontato è la pura verità. —

Il frate minimo, intenerito dalla bontà ingenua di queste angeliche creature, soggiunse:

— Gli è bene il saper ciò; è un passo innanzi per il povero Luigi che veramente è un ottimo giovine. Ma resta a sapersi se il sentimento della propria dignità, grandissimo in lui, gli lascerebbe consentire di vivere a spese di una moglie.

— Se non ce lo mettete in testa voi! — disse nella vivacità della sua passione la Maria.

Il padre Venanzio qui assunse un tuono di severità.

— Signorina, se il vostro amore è fondato su la stima che avete per Luigi dovete giudicarlo abbastanza compreso della propria dignità perchè non abbia bisogno che frate Venanzio gliene inspiri il sentimento. Credevo più nobile il vostro amore.

— Ah perdonatemi buon padre! perdonatemi! Noi donne non sappiamo alle volte che cosa ci diciamo, massime nell’impeto della passione. Per altro.... ma prima di tutto mi avete perdonato?

— Oh di tutto cuore, figliuola mia! Per altro.... che cosa volevate dire?

— Non sarebbe mai vero che, dando io la mano di sposa a Luigi, mi sposassi con un uomo sprovveduto di tutto. Non possedè egli tale ingegno che può fruttargli in mille maniere? Oh! non la consumerebbe no egli la dote di sua moglie.

— Qui parlate più ragionevolmente, perchè ho un gran concetto anch’io di Luigi.

— Che siate benedetto! ma fatelo venir subito e che quest’affare si combini presto; ho penato abbastanza.

— Prima ch’egli risponda... chè, vi ripeto, non mi fo guarante della sua risposta.... è necessario che sappiate come da tanta sua ricchezza egli sia caduto a non posseder nulla sopra la terra.

— Che mi fa questo?

— Fa molto, figliuola mia, e bisogna che sappiate tutto dalla mia bocca.

— Ah! dite presto quello che volete dire!

— È presto detto, figliuola mia. I danari che gli vedevamo spendere e che gli venivano rimessi puntualmente da un banchiere di Napoli il povero Luigi li credea frutti della eredità di sua madre. Un caso singolare gli ha fatto scoprire come in vece questi danari gli fossero spediti per segreto ordine di un suo parente che illegittimamente li possedea. Giovine di coscienza qual è, non solo non ha voluto ricevere più altre rimesse, ma ha pensato per prima cosa al modo di riparare i danni che cagionò innocentemente a chi avea diritto su quelle somme. Sapete che ha fiducia in me, onde è venuto a cercarmi al mio convento di Paola e per consultarmi su ciò e perchè lo aiutassi ancora, in quanto dipendeva da me, a ritornare su la miglior via questo parente, il quale.... Luigi non me lo ha nominato, e non me lo dovea nominare.... il quale dunque gli pare su la strada del ravvedimento. Dio voglia che sia così! Voi conoscete adesso lo stato presente di Luigi ed il motivo per cui ci si trova ridotto. Ma venire egli in persona a farvi una tale confessione!... capite bene... In somma è questa la ragione per cui mi vedete ora qui.

— Avea forse paura di mostrarsi insieme con voi? Diffidava egli a tal segno de’ miei sentimenti?

— No, Maria, non ne ho mai diffidato un istante — fu udita allora la voce di un nuovo personaggio la cui presenza fe’ trasalire la giovinetta ed anche in altro senso il padre Venanzio che non si aspettava sicuramente questa sorpresa.

E qui perdoneremo alla passione fervida di Luigi e alla stranezza delle circostanze sotto le quali vivea se, avendo seguíto da presso il virtuoso monaco ed introdottosi poco dopo di lui in casa della sua amante, stette da un uscio ad ascoltare tutto il dialogo che abbiamo narrato. Convien credere che i motivi stessi gli meritassero indulgenza dal suo egregio proteggitore che si limitò a rimproverarnelo con questa esclamazione non disgiunta da una specie di paterno sorriso:

— Ah gioventù! gioventù!

— Ah Luigi! — esclamò tutta giubilante la giovinetta — tu qui! Dovevi lasciarti vedere un po’ prima e m’avresti risparmiato il torto di sospettare che tu diffidassi di me.

— Giovinetta adorabile, sarebbe stato in realtà un farmi il maggiore dei torti il non credermi persuaso della sublimità de’ tuoi sentimenti. In quelli che hai svelati al buon padre Venanzio nulla vi è stato che fosse nuovo per me. Ma non è men vera la luttuosa storia che hai udita da lui e che ha posta a nuova prova la tua fedeltà, la tua costanza. Sarei nondimeno il più vile degli uomini se, non potendo più far nulla per te, io permettessi un tanto sagrifizio di te medesima.