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I MISTERI DEL PROCESSO

MONTI E TOGNETTI

ROMANZO

di

G^no SANVITTORE

ROMANO

VOLUME UNICO

MILANO

Presso CESARE CIOFFI, Editore

Via S. Zeno, N. 7.

1869

Proprietà letteraria, a norma della legge 25 giugno 1863, N. 2337.

Tip Guglielmini.

MONTI E TOGNETTI

I.

Il prete di vettura.

V'ha in Roma una classe di preti diseredati, che non hanno alcuna parte nell'orgia dei lauti piatti e delle grasse prebende. Questi sciagurati vengono chiamati comunemente preti di vettura.

Per essi il maggior provento di lucro è quello che traggono dai mortori; e perciò a somiglianza dei corvi costoro fiutano l'odore dei morti, e calano a stormo sul fresco cadavere di un estinto.

La loro opera, tanto per l'associazione, come per la messa, viene appigionata da un sensale, che contratta a cottimo col sagrestano della parocchia, gli fornisce un dato numero di preti, e distribuisce a ciascuno di essi la dovuta mercede. La parte migliore del mortorio rimane naturalmente al sensale e al sagrestano; quelli che ne ricavano minor profitto sono i preti di vettura.

Questi preti traggono dunque una magra esistenza, accanto alle lautezze dei prelati e dei cardinali. Potrebbero paragonarsi al mendico che raccatta le briciole sotto la mensa dell'Epulone.

Un prete di vettura, fra i cinquanta e i sessant'anni, piccolo, magro, con un viso da buon uomo, su cui stavano dipinte le afflizioni di una vita stentata, il quale rispondeva appunto al nome di don Omobono, sgambettava per le vie di Roma, nella mattina del giorno 22 ottobre 1867.

Il suo cappello colle ale disfatte, il suo abito stretto e monco, le calze di un nero rossastro, e le scarpe scalcagnate attestavano lo stato poco florido delle sue finanze; mentre i lineamenti del suo volto smunto portavano l'impronta della timidezza e della rassegnazione.

Don Omobono entrò in una modesta casa della Longara, e salita una scala, bussò a una porta di povera apparenza.

—Avanti! disse dall'interno una voce di donna.

Il prete tirò la funicella che alzava il saliscendi, ed entrò, dicendo:

—Lodato sia Gesù Cristo!

—Sempre sia lodato! rispose una donna di età avanzata, dalle sembianze oneste, dall'aspetto pulito, la quale stava seduta presso una tavola facendo la calza.

Era una stanza meschina, ma posta in buon assetto.

—Signora Maria, soggiunse il sacerdote, sono venuto a incomodarvi…

—Anzi!… disse la donna. Don Omobono, accomodatevi.

—Sono venuto per quella messa che siete solita a far dire tutte le settimane per le anime del purgatorio.

—Bravo! appunto vi aspettava.

—Solamente… sarei a pregarvi questa volta di aumentare la elemosina… Non mi è proprio possibile dirla per venti soldi, bisogna che me ne diate almeno ventidue. Se sapeste in che panni mi trovo!…

—Cosa volete che dica?… anch'io sono poveretta… ma ve li darò…
Capisco che anche voi dovete campare.

—Si campa malamente, signora Maria! E poi con questa paura in corpo!…

E don Omobono accompagnò con un profondo sospirone quella espressiva reticenza.

La signora Maria sospese il suo lavoro, e guardando in faccia il prete, chiese con ansietà:

—Che c'è di nuovo quest'oggi?

—C'è di nuovo che questi spiritati garibaldini si vanno avvicinando alle porte di Roma: questa mattina stando a Porta del Popolo si sentivano le cannonate dalla parte di Ponte Molle. Se fanno tanto di passare il ponte, siamo belli e fritti; santa Vergine, che mai sarà di noi?

—Non vi spaventate poi tanto, don Omobono! E che credete? che i garibaldini entrando in Roma vorranno farvi del male? Scacciatevi dalla mente queste idee; essi non vogliono infin dei conti far altro che abbattere il governo del Santo Padre. Ma che vogliano commettere delle stragi e degli assassinii, questo non è possibile.

—Per me, signora Maria, non mi ci fido punto. In questo momento piuttosto che essere in Roma, vorrei trovarmi… che so io? al Perù, a Messico, e quasi quasi all'inferno, che Dio me lo perdoni. Solo il pensiero di vedere i garibaldini mi fa venire la pelle d'oca.

—Ma Garibaldi, sapete pure che non si trova cogl'insorti: egli è sempre a Caprera, dov'è guardato a vista.

—Ma con questi demoni ci sta però suo figlio, che sarà m'immagino un diavolo incarnato come suo padre. Domine! Domine! Libera nos Domine!

E così dicendo, don Omobono tutto tremante fece un segnale scongiuratore dell'esorcismo.

—Io torno a dirvi che vi calmiate, riprese Maria. Che cosa avete a temere voi che siete un povero prete infelice, che vivete si può dire di carità, e non avete mai fatto male ad alcuno?

—Oh questo poi è vero! non ho mai fatto male nemmeno a una mosca.

—Sono i cardinali, i prelati che devono temere, poichè per essi si avvicina il termine del potere e delle delizie mondane.

—Signora Maria! esclamò il pretoccolo, spalancando tanto d'occhi, anche voi! Che cosa mi fate sentire!

—Oh sì! lasciatemelo dire, proseguì la donna con maggior calore. Se tutti i sacerdoti fossero come voi, poveretto, che vivete a stento, e siete incapace di far del male, le cose della nostra santa religione andrebbero meglio. Sono i vizi dei cardinali, e della corte papale che hanno prodotti tanti scandali e tante eresie.

—Che cosa mi tocca sentire!

—Se volete dire la verità, don Omobono, pensate così anche voi.

In quella si aperse la porta ed entrò nella stanza un giovane sui ventidue anni: aveva una corporatura svelta, il volto melanconico, gli occhi vivaci; portava le vesti semplici dell'operaio romano. Quel giovane era il figlio di Maria, era Gaetano Tognetti.

—Mamma! mamma! esclamò egli, entrando in fretta, ed altro avrebbe aggiunto, ma quando vide il prete si oscurò nel volto, e tacque.

—Gaetano! soggiunse la madre. Che cosa volevi dirmi?

—Niente, niente; non serve, rispose Tognetti, che si era posto di cattivo umore, e andava guardando in cagnesco don Omobono.

Questi se ne accorse, e si levò in piedi.

—La non s'incomodi, sor prete, disse il giovane. Rimanga seduto.

—Oh no, signore! anzi me ne vado via. Signora Maria, vi riverisco.
Signor Gaetano!

—Le son servo.

La buona donna, levatasi in piedi, accompagnò il prete fino alla porta, e quivi prendendo la sua mano per baciarla, vi pose un cartocetto di soldi, che si era tolto dalla saccoccia.

—Don Omobono, mi raccomando alle vostre orazioni.

—Vi servirò indegnamente, rispose il prete, e se ne andò.

—Pare impossibile, mamma, che debba sempre trovarti con dei preti! disse Gaetano, quando fu solo con Maria.

—Quegli, vedi, rispose essa, è un buonissimo uomo, e son certa che le sue preghiere valgono qualche cosa presso il Signore. Ebbene, Gaetano, che cosa volevi dirmi? Sei entrato tutto ansioso!

—Voleva dirti, mamma, che ho avuto proprio adesso una bella notizia.
Garibaldi è riuscito a partire da Caprera, e in questo momento si
trova alla testa dei volontari. Anche uno sforzo ad essi saranno in
Roma. Però…

Il giovine s'interruppe.

—Però che cosa? chiese ansiosamente la madre. Perchè ti sei fermato?

—Non ti spaventare sai, non ti angustiare per quello che ti dirò; è bene che io ti prevenga, ma vedrai che tutto andrà bene.

—Oh Dio! spiegati dunque.

—Capisci bene che in questo momento decisivo la città di Roma non può restarsene inoperosa; sarebbe un'infamia eterna per noi altri romani, se non avessimo partecipato al movimento. È vero che c'è una grande quantità di romani là fuori fra i volontari, ma pure anche quei di dentro bisogna che facciano qualche cosa.

—Dunque si farà una rivoluzione! esclamò la madre di più in più atterrita. E tu vi prenderai parte! E rimarrai ferito… morto, fors'anche!… Ah no, Gaetano, per amor di Dio!…

—Ecco qua come sono le donne! L'ho detto io che ti saresti subito spaventata. Ho voluto prevenirti, appunto perchè non ti agitassi troppo. Non v'è niente d'aver paura; sai, non si tratta che di una semplice dimostrazione, si faranno quattro schiopettate, e…

—Ah!

La madre mandò un grido, che le partì dal cuore, all'idea del pericolo che avrebbe corso il suo Gaetano in una mischia.

—No, no, soggiunse egli, che avvedutosi dell'effetto che avevano prodotto le sue parole, voleva attenuarne l'importanza. No, voleva dire che si spareranno delle bombe… cioè no! insomma sarà l'affare di un momento. E vuoi che io, proprio io, sia colpito? Eh! non c'è paura!

Maria si asciugò tacitamente gli occhi pregni di lagrime, poi disse:

—Povere donne! ecco qua il nostro destino: facciamo dei figli, diamo loro il nostro latte, li alleviamo con istenti e fatiche, perchè poi si espongano a questi rischi, per vederli un giorno feriti… insanguinati… Oh no! Gaetano, no, insomma: tu non devi esporti a quel modo. Lascia che gli altri vadano, ma tu…

—Se tutti dicessero così non si farebbe nulla… bisogna bene che
qualcuno si esponga. Via, mamma, calmati. Tu pregherai la Beata
Vergine, e vedrai che non mi succederà niente di male. È venuto
Curzio?

—Non s'è visto ancora.

—Eppure non v'è un'ora da perdere! Esclamò Tognetti. Bisogna che intanto io vada…

—Dove? gridò Maria con ispavento.

—Qua vicino… a vedere un amico.

—Ah no! tu non vuoi ritornare.

—Ti giuro che devo veder Curzio qui a mezzogiorno; e mancano pochi minuti. Sta sicura che vado e ritorno sul momento.

Tognetti aveva appena finito di pronunziare queste parole, e strette le mani della madre fra le sue affettuosamente, stava per avviarsi, quando s'intese a bussare alla porta. Maria andò ad aprire.

Una signora dall'apparenza aristocratica, tutta vestita di nero, e col capo coperto di un velo, che scendeva a celarle la faccia, apparve sulla soglia.

II.

Il segreto di una madre.

Maria non si mostrò punto sorpresa della visita; pareva ch'essa aspettasse quella persona.

La signora sconosciuta si fermò sulla porta, e chiese piano a Maria:

—Chi è quell'uomo?

—Non temete, signora, rispose a bassa voce la povera donna. È mio figlio.

Poi siccome pareva che quella esitasse, aggiunse più piano:

—Entrate pure!

Mentre la signora si avanzava nella stanza, Gaetano meravigliato trasse in disparte la madre, e le chiese.

—Chi è quella signora?

Maria parve imbarazzata a rispondere, e mormorò fra i denti:

—È… una mia amica.

—Ohè mamma! soggiunse Tognetti in tuono faceto. Tua amica una signora di quello stampo! Se tu non fossi quella brava donna che sei, faresti pensare…

E sorridendo il giovane baciò la mano alla madre, e mosse verso la porta.

Maria lo fermò per un braccio, e disse con tuono espressivo:

—Dunque ritorni!

—Fra cinque minuti, rispose Gaetano. Anzi se viene Curzio gli dirai che mi aspetti.

—Pensa, replicò la madre, che mi lasci nella maggior angoscia.

—Non temere! disse Gaetano.

Poi, volgendosi alla signora velata, ch'era rimasta immobile in piedi, nel mezzo della stanza, la salutò chinando la testa.

—Signora!

Ed uscì.

Appena fu partito il figlio, Maria accorse accanto alla donna, dicendole:

—Perdonate, signora!

Questa rispose con un'amichevole stretta di mano, poi dopo aver guardato intorno, per assicurarsi ch'ella era sola con Maria, alzò il velo nero che le copriva il volto.

La principessa Rizzi ch'era dessa, era una donna, che sebbene avesse varcato il limite dell'età giovanile, conservava tutto il prestigio di una possente bellezza. La sua statura elevata, le forme statuarie, le trecce d'ebano, gli occhi eloquenti, il profilo veramente romano formavano un insieme che destava l'ammirazione, e imponeva il rispetto.

Gli anni non avevano recata una ruga su quella fronte maestosa, quelle labbra incantevoli conservavano tutta la freschezza dell'adolescenza.

—Perdonate! proseguiva Maria. In questi momenti io sono tanto angustiata! Sto in pena per la vita di mio figlio.

—Buona Maria! soggiunse la principessa. Il mio cuore comprende le angoscie del tuo: pel cuore non v'è distinzione di gradi sociali: il cuore delle madri è sempre lo stesso, lo ti trovo tremante per la vita di tuo figlio, e io venni appunto, perchè anch'io temo per la sicurezza del figlio mio. È necessario che io lo veda.

—Egli deve venir qui fra poco, rispose Maria. Ha un appuntamento con
Gaetano.

—Povera Maria! riprese la principessa prendendola per mano. Tu fosti una seconda madre pel mio Curzio; tu gli hai dato il tuo latte, gli hai prodigate le tue cure. Quanto debbo esserti riconoscente! Ma dimmi: egli ignora sempre chi sia la madre sua?

—Sempre. Io gliel'ho tenuto occulto questo segreto, come voi mi avete imposto.

—Ed egli non ha indovinato che le mie premure, il mio affetto, avevano una sorgente pura, innocente, santa?

In quel momento qualcuno bussò alla porta. La dama abbassò il velo.

—Eccolo, esclamò Maria, deve esser lui, signora!

E andò ad aprire.

Entrò un bel giovane che di poco aveva passati i vent'anni, ma dall'aspetto maschio, virile, superiore all'età. I lunghi capelli neri, sciolti con pittoresco disordine, lo sguardo di fiamma, la fisonomia ispirata, l'abito negletto eppure elegante, tutto in lui rivelava a prima veduta un'artista.

Infatti il giovane Curzio Ventura era un valente scultore. L'occhio esercitato fin dall'infanzia sui preziosi avanzi dell'arte antica, racchiusi in quel vasto museo che si chiama Roma, la vocazione naturale, l'istintiva intuizione del bello, avevano abbreviato il suo tirocinio; ed egli già plasmava nella creta le ideali creature della sua mente, quando i suoi coetanei, modellavano gli studi dell'accademia.

—Curzio! esclamò Maria.

—È lui! gridò la principessa, e rialzò il suo velo.

Il giovane scultore, senza badare alla dama, chiese tutto frettoloso a
Maria:

—Gaetano? Dov'è Gaetano?

—Egli è uscito per un momento, rispose la madre di Tognetti.

—Ah Dio! esclamò Curzio, con un energico movimento di rabbia. Poi si volse, per ripartire senz'altro.

Maria lo arrestò, e disse:

—Aspettate! Egli mi ha incombenzata di dirvi che ritornerà fra pochi istanti, che lo aspettiate.

—Non posso! rispose Curzio.

—Per pochi momenti, soggiunse Maria. Intanto…. vi è quella signora che vuole parlarvi.

—Ah! la signora!… ma in questo momento….

—Finchè aspettate Gaetano potete trattenervi con lei.

Ciò detto, senza lasciar tempo a Curzio di replicare, Maria uscì dalla stanza, entrando in una cameretta attigua. Il giovane non sapeva dissimulare il suo dispetto.

—Vi duole di rimanere qualche istante in mia compagnia?

Così disse con accento dolcissimo la principessa, rimasta sola col giovane.

Curzio tacque un istante, poi disse:

—Oh no, signora! Sapete bene che io nutro per voi della gratitudine e del rispetto.

—Ma non dell'affetto, Curzio? Del rispetto e della gratitudine! Il vostro cuore non vi detta nessun altro sentimento per me?

—Signora! È venuto il momento che io vi parli col cuore sulle labbra. Finora io accettai i vostri benefici, senza scrupolo di sorta. Io fui educato a vostre spese; da voi fui sovvenuto ne' miei bisogni; assistito nelle disgrazie; da voi ebbi sempre in ogni circostanza della mia vita una parola di affetto, e un soccorso di danaro. Voi vi dicevate incaricata da mia madre, ed io non poteva respingere i doni che mi facevate in suo nome. Da qualche tempo però il vostro linguaggio si è mutato; l'espansione con cui mi parlate, il fervore delle vostre premure, la passione, lasciate che ve lo dica, la passione, che traspare nelle vostre parole, mi fanno comprendere che un'altra è la ragione, un altro è il movente dei vostri rapporti con me. No, signora; voi non siete l'incaricata di mia madre; voi agite per conto vostro, e il sentimento che vi ispira questa condotta è tale, che io non potrei d'ora innanzi senza arrossire accettare il frutto della vostra bontà.

Il giovane artista pronunciò queste parole con accento solenne.

La principessa lo ascoltò anelando, di pallida ch'era si fece vermiglia nel volto, e quando egli si tacque proruppe:

—Curzio! Tu mi stimi così poco! Tu mi credi capace di un sentimento basso e umiliante! Ma dunque tu non hai indovinato; il tuo cuore è rimasto muto alla voce della natura! No, Curzio; io non sono l'incaricata di tua madre, no io, io stessa sono tua madre!

—Voi! mia madre! Ah!

Curzio si lanciò a baciare la mano della principessa, ripetendo:

—Perdono! perdono!

La madre impresse un bacio sulla fronte del giovane, con tutta l'effusione dell'affetto lungamente compresso.

Successe qualche momento di eloquente silenzio.

—Adesso, riprese la principessa, comprendi adesso la ragione delle mie cure, la fonte del mio affetto. Io sono tua madre, e se finora non ti ho rivelato questo dolce nome si è perchè tutti devono ignorare i legami che ci uniscono, mio marito pel primo, perchè egli sarebbe un nemico terribile per te. E se quest'oggi io mi sono risoluta di rompere il silenzio, gli è perchè quest'oggi ho bisogno d'invocare i miei diritti di madre. Sì, Curzio; un gran pericolo ti sovrasta. Sì, figlio mio, io so, non t'importi come, io so che tu appartieni al comitato d'insurrezione, che tu sei anzi uno dei capi sezione, so che voi altri avete concertato per quest'oggi un movimento di rivolta nell'interno di Roma. Ebbene, sappi che lo spionaggio si è insinuato nella vostre file, che la polizia è prevenuta, che il governo sta sull'avviso. È impossibile la riuscita del tentativo; voi correte a inevitabile rovina.

—Ebbene? chiese Curzio.

—Ebbene, fino che siete in tempo rinunziate a questo progetto.

—Impossibile! Tutto è stabilito; si è tardato anche troppo.
L'insurrezione di Roma deve scoppiare.

—Ma siete traditi, vi dico, sarete schiacciati!

—Non importa: Noi protesteremo col nostro sangue contro la tirannia del pontefice, e se morremo, la nostra morte affretterà il giorno della redenzione di Roma.

—S'egli è destino che debba compiersi la rivolta, si compia; ma tu figlio mio, rimani in disparte. Pensa che il tuo sacrificio sarebbe inutile alla causa della libertà, e fatale al cuore di tua madre.

—Che? esclamò Curzio. Che io lasci morire i miei fratelli, e che mi tenga vilmente in disparte! Voi mia madre mi consigliate una viltà. Ah! voi non siete romana!

—Io sono madre!

—Ebbene, armatevi di coraggio: vostro figlio sarà degno di voi.

La principessa, pure tremando per la vita del figlio, sentiva nel cuore la santa gioja dell'orgoglio materno.

Curzio fatto un supremo cenno d'addio, mosse verso la porta per partire.

Tutta l'angoscia della paura risorse nell'anima della madre, e con energico sforzo essa trattenne il figliuolo. Gli si parò dinanzi, e sclamò:

—Ah no! Io non ti lascio in quest'istante.

—È necessario! sclamò Curzio, e cercò di distoglierla dolcemente dalla resistenza.

Ne seguì una specie di lotta, piena di affanno, di lagrime, di amore. Da un lato combatteva la tenerezza materna: dall'altro un generoso proposto, in contrasto coll'affetto figliale.

In quella si aperse la porta, e un uomo di sinistra apparenza comparve sulla soglia.

III.

Il principe Rizzi.

Francesco Rizzi di Castelgrande principe assistente al soglio pontificio, antico allievo dei gesuiti, abbarbicato da lunga mano ai caporioni della reazione, era uno dei più accaniti sostenitori del potere temporale del Papa.

La sua natura malvagia era apertamente rivelata dalle sue fosche sembianze. Allo, magro, stecchito, egli aveva radi capelli, tinta olivigna, naso grifagno, guardatura losca. Camminava di sbieco, parlava con voce rauca, profonda; v'era nella sua persona qualche cosa che suscitava istintivamente il ribrezzo.

Tale era l'uomo, al quale era congiunta coi vincoli del matrimonio la bella principessa.

—Mio marito! esclamò essa, con un acuto grido di terrore, quando lo vide apparire sulla porta, come bieco fantasma.

Egli si avanzò lentamente, in silenzio, mentre Curzio, interdetto, scostatosi d'un passo, guardava il nuovo venuto.

Giunto vicino alla moglie, il principe Rizzi le disse in tuono severo:

—Io vi chiederò, o signora, che cosa sia venuta a fare la principessa Rizzi nella casa di un povero muratore, dove io la trovo in compagnia di…

Qui egli s'interruppe, e volta un'occhiata sdegnosa sopra Curzio, proseguì in tuono sprezzante:

—Di uno sconosciuto!

Le fiamme salirono al volto del giovane, il quale acceso d'ira proruppe in aria minacciosa.

—Di tale sconosciuto, che….

E più avrebbe detto, se la principessa frapponendosi e trattenendolo non gli avesse detto piano e rapidamente:

—Per pietà, Curzio!…

Poi, voltasi al marito, gli disse con tutta la serenità della purezza offesa:

—Ed io vi risponderò, o signore, che la principessa Rizzi sente troppo altamente di sè per rendere conto delle sue azioni a chi sospetta di lei; e che voi, o signore, dovreste stimarmi abbastanza per non abbassarvi fino a spiare la mia condotta.

Il principe, accigliando di più in più la fronte, soggiunse:

—Le vostre parole sono altere, ma i fatti vi accusano palesemente, ed io, usando del mio diritto di marito e signore, v'impongo di giustificarvi.

Questi detti furono pronunziati come una brutale ostentazione di forza.

Curzio, testimonio di quella scena, non potè più frenarsi, e volgendosi al principe, disse:

—Mi pare che il signore abbia scelto assai male il suo momento per una spiegazione conjugale. Egli è, s'io non erro, un principe assistente al soglio pontificio. Ora che i nemici del potere temporale del Papa stanno per giungere alle porte di Roma, egli dovrebbe affrettarsi a sorreggere il soglio, che minaccia di crollare e cadere per sempre.

—Se tale è il mio dovere in questo momento, rispose Rizzi con fredda ironia, il dovere di un framassone, quale voi siete se io non erro, si è quello di recarsi in mezzo alla congrega, ed affilare il pugnale della sua setta. Ciò vuol dire che se io ho scelto male il momento di una spiegazione conjugale, voi sceglieste assai male l'ora di un abboccamento amoroso.

A quelle parole, che suonavano un atroce insulto per sua madre, Curzio stette per lanciarsi addosso al principe, gridando:

—Miserabile!

La principessa si frappose anche una volta: il giovane si contenne fremendo. Un riso sarcastico inarcò le labbra sottili di Rizzi.

—Signora, diss'egli, la vostra carrozza vi aspetta qui fuori. Quanto a voi, bel giovinotto, non tanto fuoco: ci rivedremo, ve lo prometto, ci rivedremo!

—Quando e dove vorrete, esclamò prontamente Curzio.

La principessa, onde por termine a una situazione tanto perigliosa, decise di seguire il marito; fece un segno di fervente preghiera verso il figlio, ed uscì con Rizzi, il quale l'accompagnò col suo cupo sogghigno sulla bocca.

—La lascerò partire con colui, così?… pensava Curzio. Ah no!

Si avviò per seguire i due ch'erano partiti.

Maria ch'era intanto entrata nella stanza lo trattenne.

—Fermatevi, Curzio! Voi non sapete chi è il principe, e di che cosa è capace.

—E che mi cale di lui?

—Egli è fratello d'un cardinale, e potentissimo. Vi farà arrestare.

—Dunque anche tu, povera madre, sclamò il giovane, anche tu sei vittima di questo abborrito potere sacerdotale! Colle catene di Roma cadranno anche le tue. All'opera dunque! alla lotta!

La porta s'aperse, e Tognetti entrò frettoloso nella stanza.

—Tu appunto, disse, tu, Curzio, fratello!

Poi, trattolo in disparte, scambiò con esso alcune parole piano e in fretta.

—Ho parlato ora con Cucchi, tutto è concertato per questa sera. L'ora fissata è alle sette. A noi è affidata una missione importante. Vieni, parleremo fuori.

—Andiamo.

—Ah no! gridò Maria posta in apprensione dal mistero di quel breve colloquio. No, non partite. Voi andate a farvi uccidere, ed io povera madre…

—No, disse Tognetti, rassicurati, mamma. Ti ho già detto che sarà un affare da nulla. Prega il Signore per noi.

—Un bacio, figlio mio, un abbraccio, pregò la povera donna, che si sentì impotente a trattenerli.

E li abbracciò entrambi.

—Anche voi, Curzio, anche voi siete mio figlio. Che il Signore vi benedica entrambi.

—Il Signore ci assisterà, disse Gaetano, perchè noi vogliamo la libertà della patria e il trionfo della vera religione di Cristo.

I due giovani baciarono un'ultima volta la donna, e svincolati dall'abbraccio partirono.

Essa tentava di richiamarli ancora.

—Figlio!… Fermati… Si sono allontanati! non odo più i loro passi.
Oh Dio! se non dovessi più rivederlo il mio Gaetano! Santa madre di
Dio, aiutatemi voi!

Poi si volse a un'immagine della Madonna che pendeva da una parete della stanza con un lume acceso dinanzi, e postasi in ginocchio, e giunte le mani in atto di fervorosa preghiera:

—Santa Vergine! esclamò. Voi che provaste la pena atroce di vedere il vostro figliuolo tormentato e morto, voi che sentiste tutti gli spasimi che può sentire una donna, abbiate compassione di una povera madre. Proteggete mio figlio!

IV.

Le due cugine.

Il rione di Trastevere presentava in quella mattina un aspetto singolare. I popolani si aggiravano per le strade; si scambiavano cenni e parole misteriose, si adunavano in crocchi, si dividevano per ritrovarsi poco dopo in altri punti, e in mezzo a quel va e vieni spuntavano ad ora ad ora le figure sospette degli spioni, dei birri travestiti, che aguzzavano gli sguardi, tendevano le orecchie, notavano le fisonomie e gli andamenti; e ad ora ad ora qualche pattuglia di zuavi, qualche drappello di gendarmi passava per le strade, donde al loro avvicinarsi si erano dileguati i cittadini.

Le trasteverine, quelle donne belle e sdegnose, che serbano viva la tradizione dell'antica fortezza e maestà del popolo romano, tranquille nel sembiante, ardenti nel cuore, si mescevano agli accordi degli uomini loro, guardavano con piglio di provocante disprezzo i satelliti della tirannide sacerdotale.

Una giovane di statura alta, di forme statuarie, il cui vestiario semplice e modesto presentava quella naturale eleganza di panneggiamento ch'è proprio delle statue romane, portando un suo cesto colla grazia ingenita di una Flora antica, camminava sola e con passo celere verso la propria dimora.

Uno zuavo papalino atteggiato a un portamento soldatesco fra lo spavaldo e il galante, la seguiva dappresso, arrischiando alcuni motti sguaiati in gergo mezzo francese, ai quali la romana non rispondeva altrimenti che colla più sprezzante noncuranza.

Giunta alla propria casa, la giovane sta per entrare, quando il soldato, venutole vicino, vuol seguirla oltre la soglia, ma essa, frappostasi coll'aitante persona fra la porta e lui:

—Va via! prorompe, e passando oltre chiude l'uscio con fracasso.

Sacrè non! grida lo zuavo rimasto al di fuori; e intanto tenta, scuotendola, la porta chiusa al di dentro.

—Mangiati la lingua, brutta figura! esclama la donzella entrata in una stanza, dove l'aspetta un'altra giovane.

—Che cos'è stato, Teresa? Che cos'è questo rumore? questa le chiede.

—Niente, niente, risponde. Figurati che andando a fare la spesa, ho incontrato un signore zuavo, che s'è messo a farmi l'occhio di triglia, e a dirmi delle paroline inzuccherate. Io, via senza badargli, e lui ha avuto il coraggio di seguirmi fino a casa, e voleva entrare per forza; ma io gli ho chiuso la porta in faccia ben bene.

Così dicendo Teresa aveva deposto il cesto che recava sotto il braccio, e ne aveva tratto dell'insalata, del pane e dei frutti che andava disponendo sul desco.

Intanto lo zuavo seguitava a far chiasso al di fuori, bussando alla porta, e urlando:

Ouvrez non de Dieu!

E Teresa di rimando a gridare:

—Batti, batti! così ti battesse il core!

—Oh Dio! sclamò l'altra donna. Non vorrei che in questo frattempo arrivasse il mio Peppe. Se ritrova costui lì fuori, si compromette di certo.

—Or ora, se non se ne va, disse Teresa, vedrai, Lucia, che vado a cacciarlo via col manico della scopa. Ma taci: mi sembra che si sia persuaso e se ne sia andato da sè.

Infatti il papalino, stanco di bussare inutilmente o pauroso di qualche brutto incontro, aveva lasciata l'impresa.

Una bella bambina di cinque anni entrò nella stanza dov'erano Teresa e Lucia, e s'ebbe carezze dall'una e dall'altra. Era una brunettina fresca e vivace.

Quella ragazzina con una sorelluccia e un fratellino più piccoli di lei, erano i figliuoli di Lucia e di Giuseppe Monti suo marito.

Monti era un soprastante muratore, nato a Fermo, ma da più anni dimorante in Roma, dove per causa di lavoro si era stabilito colla famiglia.

Quanto alla romana Teresa, essa era una cugina di Lucia, rimasta priva, dei genitori in giovane età. Era tenuta dalla moglie di Monti in conto di una vera sorella.

Era vicina l'ora in cui Giuseppe soleva venire a casa per dividere colla sua famigliuola il pasto frugale, e ritornarsene poscia al lavoro quotidiano.

Lucia, avvicinatasi al focolare, attendeva alla minestra perchè si cuocesse; intanto Teresa accudiva ad altre faccenduole; e la piccola Paolina, così come lo comportava l'età infantile, prestava l'opera sua ora all'una ora all'altra delle due donne, con quel vezzo adorabile che è proprio della sua età, e spesso la madre ricambiava coi baci i suoi tenui servigi.

Finalmente le due cugine si diedero ad apparecchiare la mensa.

E Teresa non ristava di parlare colla sua spigliata loquela, mentre stendeva la tovaglia o recava i piatti, i bicchieri, le posate.

—Ma sai, Lucia, che ci vuole una bella fronte! andava dicendo. Oh! i bei difensori che ha il Papa! Villani rifatti che si danno bel tempo con l'obolo di san Pietro. O che san Pietro manteneva dei soldati? Questa non l'ho mai sentita a dire. Managgia l'anima loro! Perchè non stanno ai loro paesi? Fortuna che siamo alla fine, per quanto pare! Ma non sai la bella notizia? Garibaldi se n'è fuggito da Caprera. E adesso si trova coi volontari là fuori; si può dire alle porte di Roma. Guarda!

E la bella giovane toltasi di saccoccia una coccarda tricolore, la mostrò tutta allegra a Lucia.

—Questa me la sono composta da me, e voglio mettermela sul petto appena Garibaldi sarà entrato in Roma. Ma che non ti rallegri anche tu? non salti dalla contentezza?

—Che vuoi? disse tristamente Lucia. Io non posso dividere la tua letizia. Ho un presentimento che mi opprime. Non so perchè, ma ho paura che la voglia finir male!

—Sei pazza? E che, credi che i soldati papali potranno resistere ai Garibaldini? Ma se ne hanno già prese tante, se ne hanno prese! Quel bravo giovane di Menotti, il degno figliuolo di Garibaldi, che Dio lo benedica, gliene ha già date finchè ne hanno volute. Li abbiamo pure veduti ritornare in città scornati e fuggiaschi, tutti quegli zuavi e antibojani ch'erano usciti come tanti rodomonti. Li hai pur visti anche tu!

Lucia taceva, crollando il capo, come se cupe visioni le ingombrassero la mente; poi dopo qualche istante di silenzio, soggiunse a un tratto:

—E se ritornassero i Francesi?

—I Francesi! esclamò Teresa; ma non è possibile!

—E perchè dici che non è possibile?

—Perchè… perchè… ce ne sono tanti dei perchè, ma non li posso spiegare. Oh! non si sono impegnati con una… so molto io… con una… convocazione? non hanno promesso insomma di non tornare più?

—Le promesse sono chiacchiere belle e buone! Io ho paura, ecco!

—Tu hai paura, ed io invece mi sento un coraggio da leone.

Teresa pronunciando quelle parole ardeva negli occhi, e il suo bel volto esprimeva tutta l'energia d'un'anima virile. Si sarebbe detto che in lei riviveva lo spirito della vergine Clelia.

Bussarono alla porta.

—Ohè! sclamò Teresa, che sia quella marmotta? Mo' lo concio io per le feste.

E avvicinatasi alla porta, chiese ad alta voce:

—Chi è?

—Son io! rispose una voce tremolante.

Teresa aperse, e apparve sulla soglia la figura sparuta e paurosa di
Don Omobono, il prete di vettura.

Egli era un vicino della famiglia.

—Oh don Omobono! sclamò Teresa. Venite avanti.

V.

Gli spasimi di don Omobono.

Il povero prete metteva paura a vederlo; stava rannicchiato, colla testa sprofondata fra le spalle e tutta nascosta nel cappellaccio, le gambe piegate e le ginocchia che si toccavano. I denti gli battevano come per freddo, e i muscoli della sua faccia erano ad ogni momento travagliati da un contorcimento convulsivo, che gli faceva allargare la bocca in direzione delle orecchie, e avvicinare la punta del naso a quella del mento.

—Che cos'ha, don Omobono? chiese Teresa.

—Niente, niente, balbettò egli. Mi permettete di passare per andare nella mia stanza?

—S'accomodi pure.

Convien sapere che l'ingresso principale della casa, donde avrebbe dovuto passare don Omobono per andare nella sua stanza, era aperto sopra una delle strade principali di Trastevere; mentre invece l'alloggio delle donne, per il quale si poteva passare in quello del prete, aveva un'uscita sul vicolo adiacente.

—Perchè non è passato dalla parte della strada? gli domandò Teresa.

—Perchè, rispose, in questi giorni di pericolo io non mi azzardo a camminare senonchè pei vicoli, e cerco anche di sgambettare presto presto e scivolare rasente i muri, per essere veduto il meno che sia possibile.

—E di che cosa ha paura?

—Che so io? qualche gran cosa è imminente. Non avete sentite le trombe poco fa? erano gli zuavi che andavano a raddoppiare i corpi di guardia. Scommetto io che fra poco sentiremo le fucilate anche in città! Sapete che cosa ho sentito dire?

—Che cosa? via!

—Che Garibaldi abbia già passato Ponte-Molle.

—Il ciel lo volesse! esclamò Teresa. Io andrei subito ad incontrarlo.

—Ed io, disse don Omobono, andrei subito a nascondermi in cantina.

—Ma che cantina! Via, si faccia coraggio. Io le darò un talismano, con cui potrà presentarsi arditamente dinanzi ai garibaldini senza paura, anzi colla certezza di essere festeggiato.

—Che cosa mai? vediamo.

Teresa trasse fuori la sua coccarda e la mostrò al prete impaurito.

—Ecco qua, la guardi: una bella coccarda tricolore.

—Una coccarda! esclamò don Omobono indietreggiando e portando la mano alla fronte in atto di segnarsi colla croce.

—Sì, signore, disse Teresa. Qua!…

E, preso il cappello a tre punte del prete, appuntò con una spilla sopra una delle falde rialzate la coccarda.

—Questa sarà d'ora innanzi la sua salvezza. Così!…

Gli mise il cappello in testa.

—Così sta come un angelo.

Don Omobono, che non ardiva nè tenere nè levarsi quel cappello scomunicato, rimase duro, stecchito come una statua di legno, mormorando fra i denti:

—Io portare la coccarda tricolore!

E Teresa ridendo:

—I garibaldini lo porteranno in trionfo.

In quella bussarono di nuovo alla porta di strada.

Teresa andò ad aprire.

—Oh Dio! Chi sarà? diceva intanto don Omobono.

E toltosi di capo il cappello, cercava di staccarne la coccarda; ma non riusciva che a pungersi ripetutamente collo spillo.

Si presentò all'uscio un signore vestito di nero, di statura vantaggiosa, col viso tondo, roseo, sbarbato, e i capelli rossicci composti e lisciati con cura. Poteva avere quarant'anni.

Tuttochè vestito da secolare, egli aveva nel suo insieme un non so che d'ecclesiastico, che rivelava facilmente la sua condizione.

—Sta qui don Omobono? chiese egli con tutta civiltà.

—Sissignore, rispose Teresa: eccolo là. E additò il prete di vettura.

—Ahimè! Chi vedo! mormorò questi tutto spaventato.

E disperando ormai di poter staccare la coccarda dal suo cappello, cercò di coprire alla meglio il corpo del delitto prima con una mano, poi con un lembo dell'abito.

—S'acco….comodi, mon….

Stava per dire Monsignore, ma un rapido gesto e un'occhiataccia dello sconosciuto gli strozzarono la parola in bocca, e riprese più imbarazzato che mai:

—S'accomodi.

—Son venuto, disse il monsignore travestito, per parlarvi di un affare riservato.

E così dicendo, volse in giro un'occhiata, che si fermò a due riprese prima sull'una poi sull'altra delle due donne.

—Troppo onore, soggiunse il prete. Venga, venga nella mia stanza.

Ma l'altro, senza far mostra di volerlo seguire, disse seccamente:

—Stiamo bene anche qui.

Teresa, alla quale l'incognito riusciva sommamente antipatico, e che aveva già fiutata la merce di contrabbando, s'era avvicinata a Lucia, e le disse sottovoce:

—Ohè, che ne dici? Stiamo bene anche qui! Pare che sia in casa sua!

—E noi andremo di là, rispose Lucia.

—No, signore, soggiunse Teresa, che siamo padrone in casa nostra.

—Andiamo per prudenza, riprese Lucia; e salutò il signore con un asciutto: Serva sua!

—Rimanete pure, bella giovane, diss'egli con un sorriso smorfioso.

—Grazie tante: vieni Paolina.

E le due donne colla bambina passarono nella camera attigua.

Quando monsignore si trovò solo col prete:

—Dunque, riprese, devo parlarvi di un affare importante.

Don Omobono, imbarazzatissimo, seguitava a fare i massimi sforzi per nascondere la coccarda appuntata sul cappello. Cercando insieme di dissimulare la sua confusione, diceva:

—S'accomodi, eccellenza reverendissima, s'accomodi.

E gli porgeva una sedia, sulla quale monsignore sedette, facendo in pari tempo segno a don Omobono di sedersi vicino a lui.

—Come mai, disse il prete, come mai vostra eccellenza si arrischia a camminare per le vie di Roma in queste giornate?

—Che? avete paura voi? soggiunse in tuono beffardo monsignore.

—Io? no…. cioè…. così…. un pochettino.

—Prima di tutto, vedete che mi sono messo l'abito da secolare, e così non posso essere riconosciuto. E poi, credete pure che non v'è nulla a temere.

—No, eh!

—Quest'oggi appunto l'inviato francese ha assicurato Sua Santità che in ogni caso non sarà per mancargli l'aiuto della Francia.

—Ma se prima che arrivino i Francesi dovesse…. così per caso…
succedere…?

—Che cosa?

—Una rivoluzione, che Dio ci scampi e liberi!

—Ohibò! Ci avevano pensato i framassoni: ma siamo stati prevenuti a tempo. Tulle le misure sono prese, e non c'è nulla, proprio nulla a temere. Ma che avete? mi sembrate agitato.

Don Omobono era infatti irrequieto, tormentato dalla paura che monsignore scoprisse la coccarda. Però richiamò sulle labbra un sorrisino di tranquillità, e rispose:

—Io non ho niente, monsignore, proprio niente. Non è altro che la soddisfazione, la gioia che provo per l'onore che mi ha fatto vostra eccellenza reverendissima, degnandosi di venire a trovarmi…. gli è questo che… che…

—Io sono venuto, riprese monsignore, sono venuto per… Ecco qua: voi abitate in questa casa, non è vero?

—Eccellenza, sì; sto in quella stanza, là, quello è tutto il mio
appartamento.

—Questa è la casa di un soprastante muratore, non è così?

—Eccellenza, sì; si chiama Giuseppe Monti.

—E quella ch'era qui poco fa è sua moglie?

—Eccellenza sì.

—Ebbene, don Omobono: io ho saputo che gli sovrasta una disgrazia.

—A chi? a Monti?

—Precisamente. Pare che si sia mischiato nella congiura. Il fatto sta che dev'essere arrestato.

—Oh poveretto! questo mi dispiace!

—Però… soggiunse dopo qualche momento monsignore, però… vi potrebbe essere un rimedio.

—E quale? chiese don Omobono.

—Che so io, rispose monsignore con piglio d'indifferenza… se qualcuno volesse pregare per lui…

Il prete di vettura roteò gli occhi, strisciando in pari tempo la punta della lingua sul labbro superiore.

Con quella pantomina egli voleva dire:

—Ho capito!

Infatti un lampo gli aveva chiarita la mente, e quella luce improvvisa gli rendeva manifeste le ragioni della visita di monsignore e de' suoi discorsi.

Non occorreva essere un'aquila d'ingegno per penetrare nella mente del prelato travestito. Certi casi sono così frequenti nella capitale del mondo cattolico, che si parano subito alla mente del più idiota.

Un monsignore, un dignitario della Chiesa, uno dei capi del governo pontificio, girando intorno per le vie di Roma, come un damerino, colla sua mantelletta di seta pavonazza appiccata leggiadramente sugli omeri, colla sua chioma arricciata, colle sue scarpette a fibbie d'argento, seguito dal domestico in gran livrea, adocchia una bella donna, s'informa per mezzo de' suoi agenti della sua condizione, del nome, della dimora. L'avventura è la più facile del mondo: si spargono dei dubbj sulla sicurezza del marito, del fratello, del padre, insomma della persona più cara che si abbia la donna. Si minaccia la libertà di quell'uomo, e con tale pressione si cerca di trascinare la misera sulla via del disonore. Ma s'ella resiste, se le minaccie tornano vane, allora si adoperano i mezzi più energici: l'arresto si opera davvero, e allora la povera donna vien posta nell'alternativa di veder languire il suo diletto in una prigione, e consumarvi la vita, o di mancare a' suoi doveri più sacri.

Ecco ciò che avviene ogni giorno nei luoghi soggetti al felice dominio del papa-re, per opera di coloro che con una mano inalzano la croce, mentre coll'altra stringono le catene del popolo.

È naturale adunque che don Omobono, conscio appieno di tali fatti, dopo quel primo cenno di monsignore, penetrasse addentro nelle sue recondite intenzioni.

E volendo andare innanzi ai suoi desiderj, disse:

—È naturale: se qualcuno pregasse per lui, per esempio… sua
moglie…

—Oh sì! rispose monsignore, affettando noncuranza, la moglie può destare compassione, e…

—L'ho detta io! pensava fra sè don Omobono.

—Voi la conoscete, proseguiva il prelato; potete parlarle, dirle il pericolo in cui si trova suo marito, consigliarla…

In quel momento il cappello, che il povero prete andava rotolando fra le mani, gli fuggì, e cadde a terra.

Egli mise un grido di terrore.

La coccarda tricolore si mostrava in tutta la sua pompa nel bel mezzo di un'ala, proprio dalla parte meglio esposta agli sguardi di monsignore.

Un fulmine che fosse caduto sulla testa di don Omobono non lo avrebbe ridotto in uno stato di annichilamento simile a quello che lo investì in quel punto.

—Che cosa vedo? esclamò monsignore, alzandosi, raccogliendo il cappello tricornuto, e guardando da vicino il segnacolo della rivolta. La coccarda tricolore! l'emblema dei rivoluzionari! il simbolo della setta! Un ecclesiastico! inalberare il vessillo della ribellione sulla propria testa!

—Eccellenza, diceva don Omobono tutto tremante, eccellenza reverendissima… l'assicuro ch'io non l'ho fatto apposta… che non ci ho proprio colpa, io…

—Va bene! soggiungeva in tuono di minaccia monsignore. Va bene!
Penseremo anche a questo.

Il prete di vettura, giunto al parossismo dello spavento, perdè le forze; scivolò giù dalla sedia, cadde in ginocchio dinanzi al prelato.

—Eccellenza, gridava, creda che non ci ho colpa. Mi usi misericordia.

Monsignore rasserenò la faccia accigliata con un benigno sorriso, e porta la sua mano a baciare a don Omobono, e rialzatolo insieme, con piglio di clemenza:

—Orsù! disse, voglio perdonarvi… non se ne parli più… nessuno saprà nulla… purchè…

Il pretoccolo comprese a volo il significato di quella reticenza eloquente. E trangugiando un altro mentale: ho capito! si avvicinò alla porta della stanza, ov'erano entrate poco prima le due donne, e chiamò:

—Signora Lucia!

Il prelato gli si avvicinò, e gli disse all'orecchio:

—Per ora non le dite chi sono.

Lucia entrò nella stanza.

—Che volete, don Omobono?

—C'è questo signore, disse il prete, che vuol parlarvi.

—Io non conosco questo signore, disse Lucia, nè so che affari possa avere con me.

—Non siate tanto sdegnosa! disse monsignore, avvicinandosi. Io venni unicamente per giovarvi.

Lucia insospettita guardava con occhio diffidente il prelato incognito, e con accento di dubbio soggiunse:

—Per giovare a me?

—Sì, replicò monsignore, per giovare a voi… o piuttosto a vostro marito.

Intanto don Omobono, il quale temeva che pei modi bruschi della donna il prelato s'incollerisse, e la tempesta si rovesciasse anche sul suo capo, postosi di dietro a monsignore, faceva verso Lucia dei gesti grotteschi, con cui voleva avvertirla che quello con cui parlava era un pezzo grosso, e che aveva la chierica, e che portava la mantelletta, e che gli usasse bei modi, e non lo disgustasse, e badasse a lei.

Lucia non capiva nulla a quei lazzi stranissimi, ma sempre più sospettava vagamente del vero, e volta a monsignore, gli disse con alterezza:

—Ma noi, signore, non abbiamo bisogno dei soccorsi di alcuno.

—Se vostro marito, riprese lentamente il prelato, corresse un pericolo, s'egli per esempio…

E l'astuto s'interruppe.

—Ebbene, che cosa? gridò Lucia, cui già si rimescolava il sangue all'idea che qualche male potesse incogliere al suo Giuseppe.

—S'egli, per esempio, fosse in procinto di essere arrestato!…

—Che cosa dice? esclamò la donna atterrita.

Ma poi, dando luogo alla riflessione, e rimettendosi, disse con maggior calma:

—Oh non è possibile! mio marito è un galantuomo; non ha mai fatto del male; e non credo assolutamente ch'egli corra il pericolo ch'ella dice.

—Ed io vi dico, bella sposina…

Così parlando il prelato con modi leziosi, si avvicinava a Lucia, che indietreggiò, e prese fieramente a dire:

—Ed io, bel signore le dico, che non sono poi tanto gonza da non capire ch'ella si è introdotta qui con codesto pretesto per fini non buoni. E mi meraviglio che don Omobono, che io ho sempre rispettato come un degno sacerdote, tenga mano a simili faccende!

Lucia pronunziò ad alta voce, queste parole, e Teresa chiamata dal rumore entrò nella stanza anch'essa.

Don Omobono, che dopo molti sforzi infelici, era giunto finalmente a staccare quella maledetta coccarda, e a gettarla lontano in un angolo, colpito ora dalla violenza di quell'apostrofe, non sapeva che cosa rispondere alla donna irritata, e borbottava:

—Io!… non so niente!

Monsignore, chiamandosi sulle labbra il miele più dolce, cercava di acquetarla, dicendo:

—Badate, voi siete in errore.

—In errore quanto vuole, proruppe essa di più in più sdegnata, ma quella è la porta, e la prego di andarsene.

A tale affronto le vampe della collera salirono al volto di monsignore. Fulminò con un'occhiata da tigre la donna, e con voce tremante di rabbia le disse:

—Potreste pentirvi di avermi trattato così!

Intanto don Omobono erasi avvicinato a Teresa, entrata allora nella stanza, e le aveva susurrato all'orecchio:

—Ditele voi che si rovina, che quello è nientemeno che monsignor
Pagni, un prelato, un giudice della Sacra Consulta!

L'effetto che il buon prete si riprometteva dal suo avvertimento fu ben diverso nel fatto.

Teresa, che già aveva letto qualche cosa di sinistro nella ciera del prelato travestito, e che ora si rendeva certa delle turpi intenzioni che avevano spinto quell'uomo malvagio nella sua casa, montò su tutte le furie, e senza alcun riguardo si diede a gridare:

—Un sacerdote che mentisce le sue vesti per introdursi in una casa di gente onesta, non può venirci che con cattive intenzioni! E se è poi un prelato che opera così, non può essere altro che un indegno ministro del Signore!

Poi, volgendosi a monsignor Pagni, che fingeva di non capire, esclamò con maggior forza:

—Ha inteso, monsignore?

—Che dici, Teresa? chiese Lucia maravigliata.

—Ma sì, rispose quella, non hai visto che ha la chierica?

E con piglio buffonesco accennò la testa di monsignore, il quale, essendosi alquanto voltato, aveva posto in evidenza il segno ecclesiastico della tonsura.

Poi Teresa aggiunse, con quanta espressione di sprezzo può assumere una donna:

—La vada a dir messa, la vada!

Monsignore, che poco prima si era fatto rosso per la collera, ora divenne a un tratto pallido, anzi livido in volto; i suoi occhi balenarono di fosca luce, come se avessero schizzato fuori il veleno della rabbia concentrata.

Non parlò, non fiatò; stese la mano con gesto di minaccia, come se avesse detto: «Me la pagherete!»

E furiosamente partì.

È impossibile descrivere la tremerella che assalse don Omobono. Fuori di sè per la paura, accompagnò il prelato incollerito fin sulla porta, e sprofondandosi in un inchino, balbettò sommessamente:

—Ecce….cellenza…. reve…. reverendissima!

Poi, tornato in mezzo alla stanza, colla più comica disperazione disse alle donne:

—Povere voi! che cosa avete fatto!

—E non dovevamo trattarlo così? esclamò Teresa. Si provi a ritornare!

—Ma non capite, replicò don Omobono, che vi siete rovinate? E quello ch'è peggio si è che avete rovinato anche me, che non ci entro per nulla.

—E che? chiese Lucia alquanto allarmata. Credete che sarà capace di farci del male?

—Monsignor Pagni! esclamò il prete. Altro che male! Intanto per la prima farà carcerar davvero vostro marito.

—Arrestarmi Peppe? e perchè poi?

—Oh bella! per vendicarsi di voi, per costringervi a domandargli grazia.

—Ah! non è possibile tanta perfidia!

—Non è possibile? ma se son casi che si vedono ogni giorno.

—Oh Dio mio! se Peppe sapesse!… Non gli dite nulla per carità!

—È meglio anzi avvertirlo, disse Teresa.

—Ah no!

—Eccolo.

Infatti Monti entrava nella stanza.

VI.

Giuseppe Monti.

Giuseppe Monti era un uomo di belle forme. I capelli e la barba, bruni gli uni e l'altra, contornavano il suo volto virile, espressivo, leggermente abbronzato dalle abitudini del lavoro; si leggeva ne' suoi lineamenti la bontà del carattere, accoppiata a quell'energia che ispira le forti risoluzioni. Lo sguardo de' suoi occhi neri, blando e amoroso nella calma, diveniva terribile se lo animava lo sdegno.

Monti era un bravo operaio; la naturale intelligenza e l'amore indefesso del lavoro avevano supplito in lui al difetto dello studio. Nella sua qualità di capo-maestro muratore, egli aveva condotto a termine dei lavori che avrebbero fatto onore ad un architetto. Eppure, modesto per natura, egli si era mantenuto nell'umiltà della sua condizione. Non essendo ingordo di danaro, non si era mai lanciato in quelle temerarie speculazioni di appalti, che spesso arricchiscono in breve ora i capi-maestri. Erasi sempre contentato di quell'onesto guadagno che bastava al sostentamento della sua famigliuola. Amantissimo della moglie e dei figli, passava con essi tutto il tempo che gli avanzava dal lavoro, e che altri operai consacrano alla gozzoviglia e al vizio.

Monti entrò in casa tutto animato di quell'intima soddisfazione, che investe l'uomo che ha lavorato quanto deve. Egli stava allora dirigendo una nuova fabbrica nelle vicinanze della Longara.

Portava seco alcuni utensili della sua professione; li depose entrando: si avanzò verso Lucia, le strinse affettuosamente le mani, e:

—Presto, presto! esclamò. Ho una fame indiavolata; metti in tavola,
Lucia. E i ragazzi dove sono?

—Eccoci babbo! rispose la voce argentina di una fanciulla.

Era Paolina, che veniva dal babbo, tenendo per mano un ragazzo più piccolo d'uno o due anni.

Monti li abbracciò, e baciò l'uno poi l'altro, li prese sulle ginocchia, li fece giocherellare, e diceva fra sè:

—Che piacere quando si ritorna dal lavoro accarezzare i proprii
figliuoli!

Poi chiese a Lucia, che attendeva con Teresa a far cuocere la minestra:

—Il piccino?

—È nella sua culla che dorme, rispose la moglie.

—E la minestra è cotta?

—Manca poco; aspetta.

—Oh don Omobono! riprese Monti, salutando il prete di vettura. Perdonate; non vi aveva veduto. E tu non parli quest'oggi, Teresa? Che cos'è? Ve ne state tutti ingrugnati? cosa è avvenuto? che cosa c'è di nuovo?

—Niente, proprio niente, rispose Lucia.

—No, v'è qualche cosa. Non mi ricevete mai così, quando ritorno a casa dal lavoro. Sentiamo, Teresa; tu che sei la bocca della verità. Che cosa è accaduto?

—Abbiamo ricevuto una visita di malaugurio, rispose Teresa.

—Taci! disse piano Lucia.

—Oh lascia che glielo dica! esclamò l'altra. Infin dei conti, è meglio che lo sappia.

—Ma che è stato dunque? sentiamo.

—Sappi che c'è stato qui un nottolone di sagrestia, che ha voluto parlare con Lucia, e ha cominciato a infinocchiare tante e poi tante bubbole, con qual fine poi… lo saprà qui don Omobono, che l'ha introdotto.

—Don Omobono! esclamò Monti, guardandolo.

—Io! non è vero, soggiunse il povero prete, facendosi piccin piccino.

—Ah! se arrivavo prima! se lo trovavo qui! E come è finita?

—È finita, rispose Teresa, che lo abbiamo cacciato via.

—Brave! esclamò Monti.

E don Omobono:

—Sì, andate là, che avete fatta una bella cosa. Monsignore Pagni è capace….

—Di che cosa?

—Di farvi arrestare.

—Farmi arrestare! gridò il capo-maestro: poi prese per mano il pretuccio tutto tremante, e gli disse con voce vibrante:

—Ma non sapete, don Omobono, che è finito il tempo delle ingiustizie, delle violenze, dei soprusi? Non sapete, che non passeranno ventiquattro ore che Garibaldi sarà entrato in Roma?

—Che! davvero? esclamarono le donne.

Don Omobono corse a raccattare la coccarda nell'angolo, dove l'aveva gettata poco prima.

Frattanto Lucia aveva portato la minestra in tavola, e Teresa metteva i bimbi a sedere nelle loro seggioline.

Monti sedette a mensa in mezzo alla sua famiglia, e mentre la moglie scodellava la minestra, egli seguitava a dire:

—Ma sì! Abbiamo finito di stare sotto il governo della perfidia e della ipocrisia. Non più preti sovrani! non più farisei, che benedicono e uccidono colla medesima mano!

Don Omobono, che non sapeva ormai più che contegno tenere, li salutò con un:

Prosit!

E se ne andò, passando nella sua camera.

—Qua, miei cari figliuoli, proseguiva Monti. Voi crescerete in un'epoca migliore!… Mangia, Paolina. E tu, Tonino, che vuoi?… Lucia, dàgli da bere. Avremo finito di dipendere dai birri e dalle spie, di tremare continuamente per la nostra vita, per la nostra libertà, per l'onore delle nostre donne!… Santo Iddio! che non debba venire il momento della giustizia anche per Roma, per Roma che è la nostra capitale, la capitale d'Italia!… Mangia, Tonino. Lucia, non aver paura, ormai non abbiamo più nulla a temere. Teresa, vedi un poco chi è.

Avevano bussato alla porta di strada. Teresa andò ad aprire.

Un lieto sorriso apparve sulle labbra della bella romana: il suo sguardo si era incontrato nella simpatica figura del giovane Tognetti.

—Oh, ben venuto! Avanti! esclamarono tutti.

Tognetti si arrestò un poco confuso, e disse:

—Mi dispiace di trovarvi a tavola.

—Avanti, avanti! replicò Lucia. Tra noi non si fanno complimenti.

—Vieni, vieni, Gaetano, soggiunse Monti. Vieni a mangiare un boccone con noi.

—No, no, disse il giovane visibilmente imbarazzato. Avrei bisogno di parlarti.

—Parla pure.

—Guarda che bell'innamorato! disse Teresa con un cenno burlesco di sdegno. Non dice nemmeno una parola alla sua sposa! Meriterebbe che lo lasciassi in piedi.

E così dicendo, avvicinava una sedia. Ma Tognetti rimase in piedi.

—Scusami, Teta, disse, ho un affare di grande premura. Senti, Peppe.

E con un cenno chiamò Monti in disparte.

—Che, non dobbiamo sentire noi? esclamò la vivace Teresa. Che usanze sono queste?

Monti si alzò in fretta, e si ritrasse in un canto della stanza coll'amico.

Lucia lo seguì con guardo inquieto.

—Non c'è tempo da perdere, disse Tognetti a bassa voce; abbiamo bisogno di te. Stiamo per fare un gran colpo, capisci?

—Sì! rispose Monti. Vengo subito con te.

—No, no, partirò prima io, per non dare sospetto alle tue donne.

—Va bene, io verrò fra un momento.

—Ti aspetto.

—Dove?

—A Ponte Rotto.

—Va bene.

Monti tornò alla tavola, e sedette. Era tranquillissimo in vista, ma pure avea sulla fronte un'ombra tenuissima di pensiero, che non sfuggì all'occhio intento della moglie.

—Dunque siamo intesi, disse forte Tognetti. A rivederci, Peppe. Sora
Lucia, vi saluto. Teresa!…

—Aspettate, soggiunse Lucia. Bevete almeno un bicchiere di vino.

—Grazie tante: ho un affare… sono aspettato.

Intanto il giovane si avviava.

—E a me, non si stringe nemmeno la mano? disse Teresa.

—Hai ragione, Teta.

E tornando indietro, Tognetti strinse con forza la mano alla sua fidanzata.

—Ahi! Ahi! gridò essa. E adesso per ricompensa mi fai male! Uh! che sgarbataccio!

—Addio!

—Che brutta parola! Si dice: A rivederci!

—Ebbene a rivederci!

—A rivederci, Gaetano, ripetè anch'essa la piccola Paolina colla sua grazia infantile.

Tognetti rispose con un ultimo saluto, e partì.

Tutti rimasero in silenzio. Monti era pensoso: quell'ombra leggera della sua fronte si era fatta scura e profonda.

—Peppe, che hai? chiese Lucia con subito grido.

—Nulla.

—Tu non mangi più.

—Ma sì; vedi pure che mangio. Non ho nulla.

—La visita di Gaetano ti ha turbato, disse Teresa.

—Che cosa è venuto a dirti? domandò Lucia.

—Niente! È venuto ad annunziarmi… così… che c'è un lavoro nuovo da intraprendere.

—Perchè dunque ti ha chiamato da parte? perchè ti ha parlato con tanto mistero?

—Non so davvero! È proprio matto quel Gaetano!

—No, tu m'inganni; mi nascondi qualche cosa.

—Sei pazza! or via, bando a queste follie. Bisogna che io vada…

—Dove?

—Sai pure, al mio lavoro consueto. Ti par cosa strana? Devo ben ritornare dopo il desinare: non faccio così ogni giorno?… ho indugiato anche troppo quest'oggi.

Monti, così dicendo, si levò; Lucia fece lo stesso. Ormai il sospetto si era inoltrato addentro nel suo cuore.

—Monti, lo ripeto, tu mi nascondi qualche cosa.

—Nulla, te ne assicuro. Ma via, calmati. Non vedi come io stesso sono tranquillo? Che cosa ti metti in mente?

Prese il cappello, e allontanando dolcemente la moglie, si avviava.

—No, non partirai, esclamò a un tratto Lucia con accento risoluto. Tu vai ad esporti a qualche pericolo. Ne son certa.

—Perchè pensare queste cose? Lasciami, Lucia. Addio, Teresa!

Con queste parole Monti si sciolse con forza da Lucia, e s'incamminò frettolosamente: ma giunto sul limitare della porta, un improvviso pensiero lo assalse, si arrestò, tornò indietro con impeto, e corse ad abbracciare i suoi bambini.

—Figli miei! esclamò, e li coperse di baci.

Per quanto un uomo sia fermo, egli s'intenerisce sempre quando bacia i suoi figli. Monti sapeva che andava incontro a un pericolo mortale; gli balenò in mente l'idea: Se non dovessi rivederli più!

E a' suoi baci si mescolarono alcune lagrime.

—Babbo! perché piangi? chiese Paolina.

—Io? non è vero!

—Egli piange! gridò Lucia. Ma dunque è vero; io non m'inganno: egli vuol lasciarci per sempre.

—Addio, miei cari.

—No, trattenetelo, figliuoli. Egli va a morire.

—Lucia!

—Fermati.

Invano la moglie cercò trattenerlo; invano i bambini si aggrapparono alle sue ginocchia. Monti si staccò rapidamente da quelle braccia affettuose, e gridando un'altra volta: Addio! partì.

Lucia si gettò fra le braccia di Teresa, dicendo:

—Oh Dio! Un fatale presentimento mi stringe il cuore.

—Calmati, soggiunse Teresa. Non sarà nulla; finalmente poi ti spaventi senza ragione.

—Ma perché ha pianto nel baciare i suoi figli?

—Chi sa? si danno certi momenti di commozione senza motivo.

—Ah no! Qualche cosa di terribile deve accadere! Me lo dice il cuore!

E la povera Lucia, piangendo, si strinse al seno i suoi figliuoletti.

VII.

Monte Aventino.

Il monte Aventino, celebre in antico pei famosi ladroni, che vi annidavano ai tempi della fondazione di Roma, è adesso occupato quasi unicamente da varj conventi di frati. Alle falde di quel colle ameno, stanno diverse osterie, dove si beve un vino delizioso. E infatti una di esse, dall'aspetto più ridente dell'altre, invita i passeggieri, che transitano per la via che mena a Porta San Paolo, con questa scritta, il cui senso è tanto chiaro, per quanto i versi sono zoppicanti:

/* Chi vuol bere del buon vino Venga a piedi del Monte Aventino. */

A poca distanza da quell'osteria, si trovava una grotta, che una volta servì da cantina, ed ora era abbandonata quasi del tutto. Vi si giungeva da diverse parti, dalla sommità del colle, dalla strada sottoposta, dalle viuzze serpeggianti nei fianchi del poggio, per le porte posteriori delle taverne o attraverso le siepi delle vigne. In mille modi ci si poteva giungere, e in altrettanti era facile partirsi di là.

Quel luogo fu scelto per qualche tempo pei ritrovi del comitato d'insurrezione romana.

Questo comitato, che portava anche il nome di comitato di Salute Pubblica, si era composto in Roma appena la rivolta era scoppiata nella campagna viterbese.

L'antica Giunta Nazionale romana, che prima ebbe la direzione del partito liberale nella città di Roma, aveva sempre consigliata la moderazione, e si era limitata a comporre innocue dimostrazioni contro il governo pontificio. E perciò questa Giunta, fin da quando cominciò a prepararsi il movimento rivoluzionario delle provincie romane, si trovò incompatibile col nuovo indirizzo delle cose; e infatti nel 21 settembre di quell'anno 1866 si era ritirata dalla direzione.

Alla Giunta subentrarono allora i Capi-sezione dell'associazione romana, i quali ai 27 dello stesso settembre diressero un proclama al popolo romano, perchè si tenesse preparato all'insurrezione.

Dal seno poi di questi Capi-sezione sorse il Comitato di Salute pubblica, nel quale al cominciare dell'azione si accentrarono tutti i poteri rivoluzionari.

È questo comitato, il quale aveva assunta la terribile responsabilità del supremo conflitto, che all'epoca di cui parliamo teneva le sue riunioni in una grotta del Monte Aventino.

Tognetti aveva aspettato il suo amico Monti al cominciare del Ponte Rotto; avevano insieme varcato il Tevere in quel punto che serba ancora i vestigi dell'eroismo di Orazio Coclite, e costeggiando il fiume, si avviarono verso le falde dell'Aventino: essi dovevano recarsi alla grotta misteriosa.

S'inoltrarono in un vicoletto, che sale verso la vetta del colle, passarono fra le rotture di un muro diroccato, e traversato un breve spazio di ortaglia abbandonata e imboschita, trovarono, nascosta fra i rovi, l'ellera e i rottami l'imboccatura della grotta; il terreno scendeva lievemente, e la luce andava mancando di mano in mano che si procedeva.

Fatti dieci passi, Tognetti, che andava innanzi, si arrestò, toccò sulla sua diritta la parete umida e scabrosa del masso, e andò palpeggiando finchè trovò l'apertura, per la quale doveva voltare. Trovata che l'ebbe, s'inoltrò in quel fitto bujo.

Aveva mosso appena un passo là dentro, che si sentì bruscamente arrestato da una mano, che gli afferrò la giubba sul petto, e in pari tempo la punta aguzza di una lama di ferro, forando le vesti, venne a posarsi a fior di pelle sotto la sua mammella sinistra.

Tognetti sporse innanzi la testa cercando quella dell'assalitore, e all'orecchio di questo, mormorò:

—È il giorno dei morti!

Il pugno che stringeva il suo abito si aperse. La lama dello stiletto si ritrasse, e il giovane passò oltre.

Monti ripetè le medesime parole, e anch'esso passò.

Fecero molte giravolte, salirono e scesero degli informi gradini, ajutandosi in quella tenebra col continuo tentar delle mani, finchè arrivarono a una specie di sala a volta scavata nel sasso.

Era la grotta del Comitato.

Molte erano le persone quivi adunate; ma tanto poco era lo spiraglio di luce che arrivava là dentro, che gli uomini sembravano altrettante ombre dalle vaghe sembianze, dall'aspetto incerto e oscillante. Solamente dopo un lungo soggiorno che si fosse fatto là dentro, si poteva pervenire a veder chiari gli oggetti.

Quando i due compagni giunsero nel luogo della riunione, una voce parlava, una voce franca, ardita, impetuosa.

—È tempo, diceva, proseguendo in mezzo al silenzio degli altri un lungo discorso, è tempo ormai che vi laviate da questa macchia, o Romani. L'Italia segue con occhio intento i suoi figli, che mossero per liberarvi a prezzo del loro sangue. E guarda voi pure, e dice, sì, fratelli, ve lo dice colla mia bocca: E Roma, che fa, che non risponde all'appello? Sarebbe vero ch'essa ami le sue catene? Sarà vero che i nepoti degli Scipioni e dei Bruti siano schiavi adoratori del pontefice-re? Questa, questa è l'accusa che vi grava sul capo. A voi, Romani, a voi: rispondete.

La voce si tacque, e subito dopo un'altra, non meno maschia della prima, ma più giovanile, più ardente, proruppe dall'altro lato della grotta:

—Io, figlio di Roma, in nome di tutti risponderò.

Un mormorio di approvazione successe a quella parole. E Tognetti, che aveva riconosciuta quella voce, sussultò dal piacere, e stretta vivamente la mano di Monti, che aveva vicino, gli disse all'orecchio:

—Ascolta, ascolta! È Curzio che parla.

E Curzio, ch'era esso infatti, così riprese il suo dire:

—Io non dovrei rispondere colle parole. Tra poco Roma risponderà coll'azione, col sangue: ma io non posso lasciar cadere quest'accusa di codardia. Dite codarda Roma perchè non è insorta ancora! Ma non sapete che a Roma manca il suo sangue più caldo e più puro, e invece di quel sangue le circola nelle vene una tabe immonda e non sua? Che sono nove anni che i suoi figli migliori emigrano continuamente, e vanno ad accrescere le file dell'esercito italiano, e sono nove anni che piovono in seno a lei sciami di stranieri reazionari e feroci? Roma non si è ancora mossa! Ma ridatele, per Dio, il suo sangue, le sue forze! Sbrattatela una volta di questa canaglia cosmopolita, e allora, allora vedrete che cosa le sta nel cuore. No, la gente che oggi circola entro le sue sacre mura non sono i figli di Roma; questi voi li troverete là fuori, colla camicia rossa, col fucile del volontario. Coloro che ci circondano da ogni parte, coloro che ci stanno sopra a opprimerci il respiro, a soffocare ogni tentativo, a schiacciare ogni anelito del nostro cuore, sono i satelliti della reazione mondiale, sono le spie e i poliziotti d'ogni paese. Non è la soldatesca straniera che ci tiene schiavi, che paralizza le nostre forze. È questo fecciume di chierici e di delatori, che ha resa la nostra eterna città la cloaca dell'orbe intero. È questa melma, che ci avvolge, c'imprigiona, ci mozza il fiato. Un popolo inerme ma generoso può insorgere contro una truppa agguerrita: ma come guardarsi le spalle dal tradimento, quando vi sta intorno una turba infinita di delatori o di birri? E costoro non sono romani, per Iddio! Tenetelo a mente, sono i clericali di tutta la terra, che hanno piantata la loro cittadella qui, nel cuore d'Italia. Questa è la nostra situazione; per questo furono finora sventati i nostri intendimenti; per questo, Dio nol voglia, ma io temo che il nostro tentativo sarà soffocato nel sangue. Io lo temo, sì, perchè so che siamo circuiti, spiati, e per ogni buon cittadino romano v'hanno cento delatori forestieri che lo tengono d'occhio. Non importa, noi daremo tutte le nostre forze, tutta la nostra vita per la patria, protesteremo almeno colla morte contro il governo dei preti. Il plebiscito di Roma sarà scritto, non foss'altro, col sangue de' suoi cittadini cadenti sotto il piombo de' mercenari stranieri, o sotto la mannaja del pontefice. All'armi, all'armi dunque, o veri Romani! In questo supremo momento taccia ogni rancore; tutti siamo concordi in un solo volere. Mostriamo all'Italia, al mondo intero che non vogliamo, no, non vogliamo essere sudditi di un sacerdote coronato, che insulta il Vangelo e la croce di Cristo!

Curzio aveva pronunziato il suo discorso con quella foga irresistibile della passione che trascina invincibilmente gli uditori. Tutto l'entusiasmo dell'amor patrio e dell'abnegazione era impresso nelle sue parole. Pareva che in lui rivivesse lo spirito di quel grande di cui portava il nome.

Il fremito che percorse l'assemblea fece comprendere che quel fervido impulso si era rapidamente trasfuso a commuovere tutti gli astanti.

—Andiamo, dunque!

—Alle armi!

—Viva la libertà!

Così gridarono molte voci, e insieme si udirono in quella oscurità il rumore delle lame sguainate e lo scricchiolio de' revolver.

—Fermate! aspettate! gridò in quella la voce calma e severa di un uomo, che pareva il capo della riunione. Ogni movimento incomposto condusse sempre a rovina. È necessario adunque che le nostre mosse siano coordinate insieme, e regolate da un piano, perchè più pronto e sicuro sia l'effetto. Solamente una disciplina assoluta accoppiata a disperato coraggio può condurre a buon termine un'impresa come la nostra. A me dunque; ascoltate. Brevi saranno le mie istruzioni. Pronta e rapida sia l'azione. Il movimento deve aver principio alla stessa ora in diversi punti di Roma, per distrarre e dividere le forze dell'inimico: una volta impegnata la lotta, la città intera diverrà il campo della battaglia. Il centro dell'azione dev'essere il Campidoglio; la campana di quella torre, che rappresenta anche oggi il capo di Roma, risveglierà e chiamerà all'armi tutti quanti i cittadini. L'antico propugnacolo della grandezza romana diverrà la rocca inespugnabile della nascente libertà. Ottocento giovani scelti guidati dai loro capi-sezione sono già destinati dal comitato a occupare il Campidoglio, e a porvi il presidio. Le armi necessarie a tale impresa sono nascoste in una vigna fuori di Porta San Paolo. Al momento dell'azione è necessario che quelle armi siano introdotte a forza per la porta San Paolo sbarrata e occupata dagli zuavi del Papa. Duecento giovani sono destinati a questo colpo: essi usciranno alla spicciolata dalla Porta San Giovanni, che è l'unica aperta in questo giorno, si riuniranno in prossimità della vigna; e dopo aver caricate le armi sui carri, si avvieranno con quelle verso la Porta San Paolo. Frattanto alla medesima ora un altro drappello dall'interno della città assalirà il corpo di guardia degli zuavi, se ne impadronirà, e aprirà la porta ai compagni che sopraggiungono colle armi. Queste saranno rapidamente distribuite agli ottocento giovani destinati alla presa del Campidoglio, i quali si troveranno disseminati per tutte le vie che da Porta San Paolo, per la Marmorata, Bocca della Verità e Piazza Montanara conducono al Campidoglio; ed essi non tarderanno un istante ad occuparlo. Mentre si compirà questa fazione, in tutti gli altri punti principali della città deve scoppiare simultaneamente l'insurrezione: sarà cura di ogni capo-sezione di avvertire e raccogliere al dato momento gli uomini del suo rione. In Piazza Colonna si attaccherà il corpo di guardia, e quivi si aduneranno gli uomini destinati a impadronirsi del Comando di piazza e del palazzo di polizia a Monte Citorio. In pari tempo la caserma degli zuavi sarà minata; quello scoppio servirà di segnale a tutti gl'insorgenti di Borgo e della Longara. Romani, fratelli! il momento supremo è giunto! Concordia e prontezza nell'azione, e la vittoria sarà per noi! L'ora fissata pel principio dell'azione è quella delle sette.

Il capo tacque; alle sue parole successe un silenzio pieno di solennità; ognuno sentiva la gravità di quell'ora. Dagli uomini là radunati dipendeva la vita dei concittadini, la salute della patria. La maggior parte di loro era forse in quell'istante consacrata alla morte.

Prima di separarsi, sentirono spontaneamente la necessità di un bacio fraterno. Ognuno abbracciò il suo vicino, come si abbraccia l'uomo che va a morire.

Monti e Tognetti aspettarono Curzio sull'imboccatura della grotta.

Egli si pose in mezzo a loro; li prese per mano, li trasse in disparte, e tutto lieto loro disse:

—Coraggio, amici miei! a noi è affidata la missione più importante: quella di far saltare in aria la caserma degli zuavi!…

VIII.

L'insurrezione.

Sciolta l'adunanza della grotta, i capi-sezione si affrettarono a recarsi al proprio rione; quivi ognuno, per mezzo de' suoi sotto-capi, uomini fedeli e provati, diede l'avviso agli uomini della sua squadra.

I capi-sezione avevano ricevuto nel seno del Comitato l'indicazione delle speciali incombenze che a ciascuno erano affidate, ed essi alla loro volta, diramando i loro comandi, adopravano che ognuno all'ora fissata si trovasse al suo posto, pronto al cimento.

I cittadini romani, dipendenti da quei caporioni, erano animati da uno spirito ardente, erano ansiosi di venire alla lotta. E se un generoso proposito, sorretto dalla gagliardia dell'azione, fosse bastato pel trionfo della causa migliore, a quest'ora la bandiera dei tre colori sventolerebbe vittoriosa sulla vetta del Campidoglio.

Ma un malefico genio sovrastava all'impresa. Curzio aveva detto pur troppo il vero. Gli sforzi magnanimi dei patrioti romani erano paralizzati da quel colossale spionaggio che la Curia romana accumulò in tanti anni, chiamando in suo aiuto tutti gli avanzi della barbarie che i popoli civili hanno ributtati innanzi all'impulso della libertà.

E se gli sforzi riuscirono vani, se inutilmente fu sparso il sangue di tanti generosi, la colpa è tutta di questo mostruoso connubio della rete di Pietro collo scettro di Nerone.

La delazione, dalla quale i patrioti non potevano difendersi, fu quella appunto che fin da principio sventò il piano della rivolta.

Nel momento stesso in cui il Comitato aveva raccolti nella grotta di Monte Aventino i capi-sezione e tutti quei congiurati ai quali era devoluta una importante missione da compiere, il direttore della polizia, nel suo palazzo di Monte Citorio, veniva avvertito da' suoi confidenti segreti, che fuori della Porta San Paolo, e precisamente nella vigna Matteini, stava nascosto un deposito di armi e di munizioni che dovevano servire per la insurrezione di Roma.

È facile immaginare l'allarme che produsse nel Governo una tale notizia; le precauzioni furono adottate, gli ordini furono diramati in un lampo; e mentre si raddoppiava il presidio dei corpi di guardia, e si mandavano grosse pattuglie per la città, una colonna, composta di una compagnia di zuavi e di mezzo squadrone di gendarmi a cavallo, moveva verso la Porta San Paolo.

Alle ore cinque e un quarto pomeridiane quella colonna giungeva alla vigna Matteini, e la circondava.

In quell'ora non si trovavano alla vigna che otto uomini. I duecento giovani destinati ad introdurre in città le armi e le munizioni non dovevano raccogliersi in quel luogo se non che verso le sei ore e mezzo.

Al primo presentarsi della truppa, quegli otto valorosi, che avevano la custodia del deposito, tentarono una resistenza impossibile esplodendo i loro fucili, ma ben presto furono sopraffatti dal numero, e alcuni di essi vennero uccisi, altri arrestati.

Così le armi che dovevano servire alle forze della rivolta, caddero in potere dei satelliti dell'oppressione.

Frattanto i giovani, che alla spicciolata uscivano dalla Porta San Giovanni per recarsi, girando le mura, alla villa Matteini, venivano di mano in mano, senza possibile resistenza, arrestati dalle numerose pattuglie che colà erano state a tal uopo disposte.

Non ostante queste precauzioni della polizia e della forza militare, nei dintorni del Monte Testaccio era riuscito di adunarsi al drappello destinato ad attaccare dal di dentro della città la Porta San Paolo, per facilitare così l'ingresso ai compagni, che dovevano recare dalla vigna le armi e le munizioni.

Infatti, all'ora fissata delle sei e mezzo, ignorando che le armi erano cadute in mano dei pontificj, quell'ardito drappello assaliva bravamente il corpo di guardia della Porta San Paolo.

Gli zuavi di guardia, superiori di numero, si difesero con accanimento, ma dovettero cedere all'impeto degli audaci Romani; questi s'impadronirono della porta, e non potendo aprirla, vi appiccarono il fuoco, e così schiusero il varco. Ma in quella che credevano d'incontrarsi coi loro compagni, reduci col carico delle armi dal luogo del deposito, s'imbatterono invece nelle truppe inimiche, che di quelle armi si erano appunto allora impossessate.

Non si scoraggiarono i patrioti di contro alla preponderanza del numero e all'avversità dell'opposta fortuna. Si fecero baluardo della porta, e tennero fermo.

La compagnia degli zuavi si avanzò alla bajonetta: fu accolta con un fuoco vivissimo, e costretta a ripiegare.

Allora mossero innanzi i gendarmi a cavallo, mulinando colle sciabole sguainate: i patrioti li aspettarono di piè fermo, e combattendo disperatamente li posero in fuga.

La colonna pontificia si ritirò nella vigna Matteini, e la Porta San
Paolo rimase in potere di quel pugno di forti.

Intanto gli ottocento uomini destinati ad occupare il Campidoglio aspettavano inutilmente le armi, dispersi pel lungo tramite di vie che dalla Marmorata conduce fino a' piedi di quel colle.

Così inermi, isolati, e delusi nell'aspettativa, furono in breve circondati da un fitto cordone di truppe. Affrontarono imperterriti il fuoco nemico, ma circuiti da ogni parte e oppressi dalle forze sproporzionate degli assalitori, furono per la maggior parte arrestati, e tradotti nelle riboccanti carceri pontificie.

Non ostante il cumulo di questi disastri, o la mancanza delle armi, tutti quelli che poterono sottrarsi all'arresto, o liberarsi violentemente dalle mani degli sgherri papali, si lanciarono verso il Campidoglio. Erano pochi, divisi e muniti a mala pena di qualche fucile e di alcune bombe all'Orsini: ma pure sarebbero bastati all'impresa, se anche in questa non li avesse attraversati l'opera nefanda dello spionaggio.

Il Governo pontificio, avvisato fin dalla mattina del tentativo che si preparava, aveva fatto occupare improvvisamente il palazzo dei Conservatori, in cima del Campidoglio, da più compagnie di cacciatori esteri.

Così, quando gl'insorti si avanzarono per occupare quella posizione, furono ricevuti da una scarica tremenda, che partendo dalle finestre del palazzo e colpendoli di fronte, ne rovesciò la maggior parte sul terreno. La grande scalinata del Campidoglio apparve tutta seminata di cadaveri e bagnata di sangue.

Tutti i superstiti seguitarono a salire, esplodendo i loro fucili.
Dalle finestre del palazzo continuava a partire un fuoco vivissimo.

Intanto i popolani del rione dei Monti, guidati dai loro capi-sezione, tentavano di giungere sul Campidoglio dalla parte del Foro Romano.

Si diedero a salire per le due gradinate secondarie dal lato dell'arco di Settimio Severo e da quello della Rupe Tarpea.

Quegli sbocchi erano fortemente occupati dai cacciatori esteri e dai gendarmi.

I Romani si trovarono nella svantaggiosa situazione di chi sale, combattendo contro chi si trova in alto; erano pochi e quasi inermi contro i molti e armati, ma pure procedevano animosi.

Si combatteva da ogni parte del Campidoglio: frequenti e micidiali erano i colpi dei soldati; scarsi e spesso vani quelli degli insorti.

La sacra collina, la fortezza di Roma, era come in antico attaccata e difesa accanitamente. Ma questa volta non erano i barbari che assalivano, non erano i romani che resistevano.

I barbari chiamati dai sacerdoti stavano accampati sul Campidoglio; e il popolo romano tentava invano di ripigliare ciò che la frode gli tolse, e gli contrasta la forza.

Lunghi ed eroici furono gli sforzi degli insorti, ma il soccorso delle truppe fresche in vantaggio dei pontificj decise della giornata.

I popolani, assaliti a tergo da nuove compagnie di cacciatori esteri, partiti al passo di corsa dalla vicina caserma, furono schiacciati fra due fuochi, mentre la fucilata continua del palazzo spazzava la grande scalinata.

Funeste del pari procedevano le sorti della rivolta in altri punti di
Roma; e dappertutto invano si spargeva il sangue cittadino.

Il deposito di revolver destinato ad armare quei patriotti che dovevano attaccare il comando di piazza e il palazzo di polizia a Monte Citorio, fu scoperto anche quello per opera dei delatori, e venne sequestrato nel momento appunto in cui si doveva farne la distribuzione.

Pur tuttavia si tentò l'impresa; uccisa la sentinella, gli insorti attaccarono il corpo di guardia di Piazza Colonna, esplodendo delle bombe all'Orsini, unica arma che lor rimanesse: ma furono soprafatti dai drappelli di cavalleria che quivi giunsero a sgominarli.

IX.

La Caserma di Serristori.

Mentre accadevano le cose narrate nei capitoli precedenti, Curzio, Monti, e Tognetti si accingevano all'opera, ch'era stata affidata al loro patriottismo. Una delle parti più importanti del piano d'insurrezione era certamente la mina della caserma Serristori.

La caserma situata nel rione di Borgo, e a poca distanza dal palazzo del Vaticano, era occupata dagli zuavi pontifici. Questo corpo è reclutato fra i clericali più fanatici e feroci, su tutti i punti del globo. È un'accozzaglia di gente, di stirpi, e di lingue diverse, che non ha altro vincolo comune se non che l'acciecamento e l'intolleranza religiosa. Sono i giannizzeri del potere temporale.

Facendo saltare in aria quella caserma, e con essa la maggior parte degli zuavi, si toglieva il nerbo principale delle truppe papali, e mentre gl'insorti si trovavano a fronte di un numero preponderante, s'impediva almeno che nuove forze sopraggiungessero ad opprimerli del tutto, siccome poi sgraziatamente avvenne.

Quella operazione non era però senza un grave pericolo, e si richiedeva ad eseguirla una straordinaria audacia combinata col massimo sangue freddo. Fu perciò che Tognetti, il quale godeva tutta la fiducia dei capi, avendo ricevuto insieme a Curzio l'incarico di quella impresa, pensò di associarsi nella esecuzione l'opera dell'amico Monti, del quale gli erano noti così il coraggio come la sicurezza.

Si trattava d'introdursi in un magazzino di armi sottoposto alla caserma, al quale si poteva accedere per una porta che si apriva sulla via di Borgo Vecchio, introdurvi dei barili di polvere, e appiccarvi il fuoco. Conveniva eludere la vigilanza delle sentinelle, e correre il pericolo imminente di rimanere vittima dell'esplosione.

L'impresa era stata da lunga mano preparata dai capi; erasi fabbricata una chiave, che poteva aprire dal di fuori il magazzino, si erano riempiti di polvere due grossi barili, e finalmente si erano eseguite delle esperienze, dirette a conoscere se l'esito del colpo sarebbe riuscito quale si voleva.

Fu concertato fra i tre compagni che Monti e Curzio per primi, passando per la via di Borgo Vecchio, sarebbero entrati rapidamente nel magazzino, richiudendo la porta; per essere pronti ad aprirla quando Tognetti, che andava in traccia dei barili di polvere, fosse sopravvenuto con quelli in una vettura.

Pochi istanti prima che Monti e Curzio entrassero nel magazzino, questo era occupato da più zuavi.

Un capitano si era recato, con un sergente e diversi soldati, a prendervi delle munizioni, per due compagnie che dovevano andare a rinforzare il posto di Porta San Paolo. Là, come sappiamo una intera colonna di pontificj aveva impegnata battaglia contro pochi valorosi, ed era stata respinta.

Mancavano pochi minuti alle sette ore, quando Curzio e Monti, entrarono dentro il magazzino, e lo trovarono affatto vuoto di gente.

Il loro ingresso era passato inosservato anche al di fuori.

Era una vasta camera terrena a vôlta, e in quel momento, dopo richiusa la porta vi regnava una perfetta oscurità.

I due compagni s'inoltrarono cautamente a tentoni, tenendosi per mano.

Curzio inciampò in qualche cosa che diede un suono metallico.

Sporse innanzi la destra e tastò. Era un fascio di fucili.

Procedettero innanzi, e questa volta fu Monti che incespicò, e quasi cadde: aveva inciampato contro un mucchio di mattoni.

Quivi si fermarono, argomentando di trovarsi nel bel mezzo del camerone.

—Eccoci nel magazzino, disse Curzio a bassa voce. E qui sopra sta la caserma degli zuavi.

—Ed ora, disse Monti, aspettiamo Tognetti. Non tarderà molto.

—Le cose sono male avviate, riprese il primo, e senza questo colpo decisivo la causa della libertà è perduta.

—Ma si sentono sempre delle fucilate. I nostri si battono tuttora.

—I nostri sono inermi, che vengono scannati senza pietà dalle bajonette e dal piombo degli stranieri. Sì, Monti, or ora n'ebbi l'avviso. Le spie della polizia hanno scoperto il deposito delle nostre armi fuori della Porta San Paolo, e tutti i fucili colle munizioni furono sequestrati. In questo momento il popolo romano senz'armi e senza difesa è abbandonato alla strage.

—Ma dunque non c'è speranza?

—Sì, Monti, c'è una speranza ancora. I nostri stanno in questo momento assaltando il Campidoglio, sono armi per essi il furore e il disperato coraggio. Quando noi avremo fatto saltare questa caserma, e avremo impedito così che nuovi nemici vadano ad assalirli alle spalle, non tarderanno a impadronirsi di quel sacro e antico asilo di libertà. Colassù potremo tener fermo finchè ci giunga il soccorso di Garibaldi. È necessario che l'alba di domani vegga sventolare la bandiera nazionale sulle alture di Roma; altrimenti tutto è finito.

Una vettura si fermò sulla strada, e poco dopo un colpo leggerissimo fu bussato alla porta.

Curzio si avvicinò, e chiese sommessamente:

—Chi è?

—La Libertà di Roma! rispose piano del pari la voce di Gaetano
Tognetti.

La porta fu aperta. E Tognetti coll'ajuto dei due compagni, trasse dalla vettura, e introdusse nel magazzino due barili, poi entrò dentro anch'esso.

La porta fu richiusa: la vettura partì.

—Come vanno le cose nostre?

Così chiese Curzio a Tognetti.

—Male, rispose. I nostri si trovano dappertutto senz'armi, e vengono massacrati senza pietà.

—Bisogna pensare a soccorrerli, disse Curzio. Entrando qui dentro abbiamo urtato in un fascio di fucili. Eccoli… sono qua. Noi porteremo loro queste armi.

—Ma prima, disse Tognetti, dobbiamo eseguire questo colpo della mina.

—Per la mina basto io solo! esclamò Monti. Voi altri andate.

—Che dici?

—Sì, fidatevi di me! penso io a tutto. Voi altri andate ad assistere i nostri fratelli, che si battono uno contro dieci.

—Qua, Tognetti, dammi la miccia e parti, al resto penso io.

—La miccia?

—Ma sì.

—Ah! non ci ho pensato!

—Disgraziato! e come fare?

—Vado a cercare…

—Ma no, non v'è da perdere un istante. Ogni minuto che passa costa la vita di cento romani.

—Non c'è più scampo!

—No, no, disse Monti. C'è un riparo!

—Quale? chiesero Curzio e Tognetti, ansiosamente, a una voce.

—Ecco qua: io tengo in saccoccia dei fiammiferi e un pezzo d'esca, questo mi è sufficiente.

—Che dici?

—Andate voi altri. Qui basto io solo, vi dico.

—No, no: un tanto pericolo vogliamo dividerlo con te.

—Ah sì!

—E i fratelli che hanno bisogno del nostro soccorso, li lascerete voi senza ajuto? Andate! non perdete tempo; andate a portar loro dei fucili.

—Ma tu come farai?

—Accenderò questo pezzo d'esca, poi lo porrò vicino alla polvere.

—Ma tu ti esponi così a una morte quasi sicura.

—Non importa: se io rimango morto, pensate voi alla mia povera moglie, a' miei figli.

—L'Italia intera ci penserà, disse Curzio. Tu rinnovi l'eroismo di
Pietro Micca.

—Andate, andate; prendete i fucili.

—E dobbiamo lasciarti solo in tanto rischio!

—Non andate ad arrischiare la vita anche voi altri? correte dove c'è bisogno di voi.

I tre patrioti si strinsero le destre in atto di supremo addio.

Curzio e Tognetti si caricarono di quanti fucili poterono portare, ed uscirono.

Monti rimase solo.

Chi potrà dire quanti e quali pensieri gli corsero per la mente in quell'istante? V'hanno dei momenti nei quali si comprende una eternità di idee, e quello fu l'un d'essi per Monti. Egli pensò certo a sua moglie e a' suoi figli, che aveva nominati poco prima; alla moglie e ai figli, che stava forse per lasciare abbandonati e soli sopra la terra!

Pure egli non cedette a lungo al fascino di quei pensieri: l'idea del dovere, dell'obbligo ch'egli si era assunto in faccia ai compagni, lo dominò, e si accinse all'opera.

Assuefatto al barlume di luce che rischiarava debolmente il magazzino, scorgeva abbastanza gli oggetti che lo circondavano.

Andò a prendere i due barili di polvere nel luogo dove erano stati deposti, e ad uno ad uno li trasportò nel mezzo della camera. Li dispose in modo che le due bocche s'incontrassero.

Poteva avvenire però che non prendessero fuoco insieme. Per ovviare a questo inconveniente, dispose fra le due bocche un mattone, ed estratto da uno dei barili un pugno di polvere, la seminò su quel mattone in modo che servisse di strada da una bocca all'altra.

Toccò di nuovo i barili, si assicurò che fossero ben disposti, che la polvere di ognuno d'essi si congiungesse a quella del mattone.

—Ed ora, pensò, mi protegga Iddio!

Estrasse di saccoccia il pezzo di esca, lo palpò, lo stirò. Poi trasse fuori un astuccio, ne cavò un fiammifero, e lo accese fregandolo contro il medesimo astuccio.

Accostò uno dei capi dell'esca alla fiamma di quel fiammifero, poi la buttò via.

Si assicurò che l'esca fosse bene accesa soffiandovi sopra; poi, aiutato dal debole chiarore che spandeva lo stecco dello zolfanello, tuttora ardente per terra, appressò l'esca alla polvere sparsa sul mattone, e quivi la depose in maniera che coll'estremità non accesa toccasse la polvere¹.

¹ Questi particolari sono esattamente conformi alla stessa confessione fatta dal Monti durante il processo

Dopo ciò, procedendo a tentoni, ma rapidamente, Monti trovò la porta, ed uscì sulla via.

Era giunto appena nella vicina piazza di Scossa-Cavalli, che una detonazione spaventosa lo avvertiva che la mina era scoppiata.

X.

Ultimi sforzi.

Lo scoppio della mina non produsse quell'effetto che il Comitato di
Salute Pubblica erasi ripromesso.

Solo una parte della caserma crollò, e precisamente quella ch'era situata sull'angolo della via Borgo Vecchio, e soli trentaquattro zuavi furono travolti nella rovina. La maggior parte degli zuavi era assente dalla caserma: chè, quando avvenne lo scoppio della mina, nuove compagnie erano già partite alla volta di Porta San Paolo.

Ormai piegavano senza riparo le sorti della rivolta.

I patrioti che accorsero al segnale dello scoppio furono arrestati dalle grosse pattuglie che sbarravano le vie.

Al Campidoglio, a Piazza Colonna, gl'insorti erano sbaragliati.

Solo resisteva ancora la Porta San Paolo. E contro quell'ultimo baluardo della libertà si scagliarono tutte le forze del dispotismo clericale.

Nuove colonne giungevano ogni momento a rinforzare l'attacco di fronte a quell'eroico drappello, che resisteva coll'energia della disperazione.

Solamente alle nove e mezzo della sera le truppe papali giunsero a ricuperare la Porta San Paolo, mentre i suoi difensori si disperdevano, cercando un asilo nelle vigne circostanti.

In quella sera la città presentava da ogni parte un desolante spettacolo: le strade, vuote di cittadini, erano asserragliate dalle truppe accampanti sulle piazze, e percorse da minacciose pattuglie. Intanto i gendarmi e i poliziotti andavano a picchiare alle case chiuse ed oscure, atterravano le porte, invadevano le dimore delle famiglie, strappavano i Romani dalle braccia delle mogli, delle madri, dei figli, per trascinarli nelle prigioni.

Bastava il più lieve sospetto, la più calunniosa delazione per incorrere in quella sorte. L'accusa sola era l'arresto, era il processo, era la condanna. Le spie e i birri stavano padroni della situazione.

Tutti quelli ch'erano segnati in nero nel libro della polizia (ed erano molti) in quella sera venivano ricercati. Nessuno era sicuro nel proprio letto!

Cupo e silenzioso sorse il giorno 23 ottobre sull'angustiata città. Quanti patrioti poterono sottrarsi alla carcerazione, e passare illesi attraverso dei fitti cordoni di truppa che barricavano in ogni parte le strade, accorrevano presso il Comitato, dicendo:

—Bisogna continuare a qualunque costo!

V'era però una fatalità che si frapponeva a quella tenace energia: era la mancanza di armi.

Dopo la vittoria riportata da Menotti a Monte Maggiore, respingendo, gli zuavi del papa, il campo dei garibaldini giungeva fino a Monte Libretti, a poche miglia da Roma. La presenza di Garibaldi, che alcuni giorni prima era giunto fra i volontari, aveva infuso nuovo spirito in quei valorosi, ed essi si accingevano all'ultimo attacco. Però le fortificazioni dei pontificj non permettevano ai garibaldini di avanzarsi colla celerità, che avrebbero voluto adoprare.

L'insurrezione di Roma doveva agevolare l'opera loro: ma il primo tentativo di rivolta fu represso nel modo che abbiamo veduto.

Il Comitato, incuorato dal coraggio indomito dei patrioti, si dispose alla riscossa. Organizzò un nuovo movimento, e frattanto spedì dei messi al campo dei garibaldini, perchè facessero noto il bisogno estremo di armi, in cui si trovavano i Romani.

Fu allora che i prodi fratelli Cairoli si accinsero a quell'ardua impresa, che doveva costare all'uno di essi e a molti compagni la vita.

Si unirono ad altri cinquanta animosi, e caricati di un buon numero di fucili, presero via pei monti Parioli, con intendimento di penetrare ad ogni costo nella città, e recare quel prezioso soccorso ai cittadini di Roma.

Giunti alla vigna Glorio fuori di porta del Popolo, alla distanza di due miglia circa dalla città, si fermarono quivi ad aspettare, secondo i concerti presi, il momento opportuno per introdursi in Roma.

Erano le ore 4 pomeridiane di quel giorno 23 ottobre quando il loro asilo fu scoperto.

La vigna Glorio venne assalita da cinquecento zuavi, che combatterono dieci contro uno.

I magnanimi compagni si difesero eroicamente, ma furono schiacciati dalla forza preponderante.

Il sangue italiano scorse a larga mano sotto le bajonette dei mercenari papali!

Frattanto le porte della città erano barricate e munite di artiglierie; i ponti sul Tevere erano minati per opera delle truppe; tutti i posti di guardia raddoppiati. Le pattuglie a piedi e a cavallo erano in moto giorno e notte. La piazza Colonna, piazza del Popolo, il Campidoglio, il Pincio, il Quirinale, tutti insomma i punti strategici, erano mutati in altrettanti campi trincerati, dove accampavano continuamente le colonne pontificie; la circolazione, divenuta difficile di giorno, era impossibile la sera. Roma dopo l'imbrunire era affatto deserta di popolo, occupata solo dai soldati.

Tale era l'aspetto della città in quelle funeste giornate; e intanto la polizia proseguiva imperturbabile ne' suoi arresti. Le prigioni non bastavano più ai detenuti, schifosamente agglomerati nei cameroni, nelle segrete, nei sotterranei, dappertutto.

Finalmente il generale Zappi proclamò ufficialmente lo stato d'assedio, e impose il disarmo generale, nuovo pretesto di perquisizioni e d'imprigionamenti.

Roma era dunque stretta in un cerchio di ferro e di bronzo; e mentre gli sgherri stranieri ribadivano le sue catene, i feroci poliziotti esercitavano liberamente il loro ufficio di manigoldi.

Eppure non cadde ancora l'animo dei generosi, che avevano giurato di vincere o morire, e coi polsi insanguinati dai ceppi, e col ginocchio degli oppressori sul petto, tentarono gli sforzi estremi contro la tirannide sacerdotale che li soffocava.

In vari punti della città s'impegnarono accaniti conflitti fra il popolo inerme e i prepotenti sgherri del papa.

A San Lorenzo e Damaso una compagnia di Antiboini, che traduceva un drappello di prigionieri romani, fu assalita dal popolo, costretta a lasciare i prigionieri, e cacciata in fuga.

Altre pattuglie venivano nello stesso tempo aggredite con bombe all'Orsini verso piazza di Pasquino, a Santa Lucia della Chiavica, alla Trinità dei Pellegrini, ai Monti, e in altri luoghi.

Questi atti di disperata audacia costarono nuove vite di cittadini, ma non valsero a smuovere le falangi reclutate dall'avidità e dal fanatismo su tutta la superficie del globo.

Il fatto più memorabile di quei giorni, e che formerà soggetto d'altra storia, fu quello della casa Ajani.

In quel vasto lanificio di Trastevere alcuni patrioti andavano faticosamente raccogliendo armi e munizioni nell'intento di adoperarle nel nuovo tentativo che si ordiva.

Per opera dei soliti delatori, la polizia fu avvertita di quei preparativi. Alle due antimeridiane del 25 ottobre una compagnia di gendarmi, coadjuvata da un battaglione di zuavi si presentò alla casa Ajani, intimando la consegna delle armi e la resa.

Alla minacciosa intimazione i Romani risposero impegnando un sanguinoso conflitto. Erano cinquanta, e non avevano che 28 fucili e 20 bombe alla Orsini!

Quattro ore durò la lotta; e ad ogni istante accorrevano nuove milizie in soccorso degli assalitori.

Il popolo, dalle contrade vicine, tentava ogni mezzo per ajutare i difensori della casa. In mancanza d'armi, i popolani di Trastevere rovesciavano sul nemico mattoni, sassi, masserizie, quanto loro veniva alle mani.

Propagatasi la notizia del conflitto, da ogni parte i cittadini, quantunque inermi, tentavano di accorrere in soccorso dei loro fratelli, ma in ogni contrada le comunicazioni erano chiuse da un fitto cordone di truppe; vano ogni ardimento.

Anche questa volta la fortuna sorrise ai carnefici. I prodi difensori della casa Ajani, isolati, divisi dai loro concittadini, circuiti da un migliajo di combattenti nemici, consumate le munizioni, esauste le forze, ma non il coraggio, furono assaltati dagli zuavi, che giunsero a penetrare dentro la casa.

Non cedettero quei valorosi: e lottando corpo a corpo, contrastarono ogni palmo di terreno ai soldati irrompenti. Nell'atrio, sulle scale scorreva il sangue. Le donne combattevano al fianco degli uomini, e cogli uomini cadevano trafitte, senza mandare un lamento.

Una di esse, Giuditta Tavani romana, incinta di sei mesi, con un suo bambino in braccio, combatteva armata di revolver, e vicino a lei combatteva un suo figliuoletto, garzoncello di tredici anni.

Ferita da molti colpi di bajonetta, Giuditta seguitava a lottare, e a difendere i suoi figli: finalmente cadde colpita da una palla nel mezzo del petto. L'eroica donna, il suo ragazzo, il bambino furono sgozzati senza pietà dai soldati del papa!

La lotta durò continua di piano in piano, di stanza in stanza; finchè, divenuta impossibile la resistenza, incominciò la strage; uomini, donne, fanciulli, combattenti e inermi, furono passati a fil di bajonetta o moschettati.

Così Roma nel 25 ottobre suggellò col proprio sangue il voto, che col sangue istesso aveva scritto il 22, e quel voto suonava: Odio eterno alla sovranità del papato!

In quel medesimo giorno 25, Garibaldi, quasi per vendicare gli assassinati di casa Ajani, riportava la splendida vittoria di Monte Rotondo. Molti pontificj restarono morti in quella gloriosa giornata, e duecento prigionieri e tre cannoni caddero in potere dei nostri.

È un nuovo passo verso Roma: anche uno sforzo e Garibaldi vi sarà entrato. Già i suoi volontari inseguono i papalini fin sotto le mura, ed esso dal casino di San Colombo in vista della città avverte i romani di tenersi pronti al supremo cimento…. quando le truppe francesi sbarcano a Civitavecchia, e alle ore tre pomeridiane del 30 ottobre entrano in Roma!

XI.

L'osteria della Sora Rosa.

Ai bevitori del buon vino dei Castelli era nota una taverna, situata in un vicolo a piedi del Monte Quirinale, a poca distanza della fontana di Trevi. Era l'osteria della Sora Rosa.

La Sora Rosa, l'ostessa, stava imperturbata al suo banco nei giorni di sommossa come in quelli di reazione, o che si dovesse nella sua bettola organizzare una rivolta, od operare un arresto; era amica dei liberali, come delle spie, purchè suoi avventori, e purchè pagassero: era un'immagine di quelle antiche deità che i pagani fingevano indifferenti ai casi umani, immutabili per volger di tempi e di eventi.

Era la sera del 30 ottobre; del giorno stesso in cui i Francesi erano entrati in Roma, troncando ogni speranza di ulteriori tentativi, rendendo vani tutti gli eroici sforzi tentati fino allora. L'osteria della Sora Rosa presentava un aspetto singolare. Da un lato stavano seduti alcuni uomini del popolo, dall'aspetto torbido e cupo. Giuocavano e bevevano, eppure sembrava che li occupassero altri pensieri che non erano quelli del vino e delle carte.

A un altro tavolo stavano a cioncare allegramente alcuni zuavi, un tedesco, uno spagnuolo, un francese, bella miscela di fedeli credenti!

Erano lieti; nei giorni passati avevano sacrificate tante vite di scomunicati rivoluzionari, alla maggior gloria del Santo Padre, che già credevano di vedere schiuso sulle loro teste un lembo di paradiso.

Erano lieti: avevano per tanti giorni, ricevuto un lauto soprassoldo, che le loro tasche riboccavano di monete d'argento, portanti la effigie del benedetto pontefice e re.

Erano lieti, per Dio! Non erano forse sopraggiunti i Francesi a sorreggere la loro fortuna vacillante, a ricacciare indietro i garibaldini colla furia dei fucili Chassepots?

Epperciò esalavano la loro letizia in ogni maniera possibile. Bevevano, canticchiavano, cozzavano insieme i bicchieri, facevano brindisi al Papa e alla Francia, al buon vino e alle monete d'argento, alla morte degli eretici romani, e alla prosperità della chiesa cattolica.

E quand'ebbero cioncato e inneggiato a loro bell'agio, si alzarono traballando, si presero a braccetto, e se ne andarono cantarellando nelle loro tre lingue un coro degno dell'antica Babele.

Quando furono usciti dalla osteria, un giovane che giuocava gettò le carte rabbiosamente sul tavolo, e sclamò:

—Hanno ragione di cantare questi maledetti, hanno ragione! Uh! se non tornavano i Francesi, dàlli e dàlli, avremmo poi finito con cacciarli tutti quanti nel Tevere.

Vicino a quel giovane stava un uomo di mezza età, di grossa corporatura, di fisonomia sinistra, vestito con una giubba di velluto e con un cappello di feltro, calato sulla fronte.

Costui diede col gomito sul braccio a quegli che aveva parlato, e gli susurrò a mezza voce:

—Non vi fate sentire a dir queste cose; potrebbe succedervi qualche
male.

—Io, caro mio, riprese l'altro, parlo come me la sento. Il cuore ce l'ho sulle labbra, io.

—Male, amico, male! A questi tempi il cuore bisogna tenerlo serrato a doppio catenaccio, come faccio io. Vi voglio bene, e per questo vi dò un consiglio di amico. Ci sono tante spie in giro!

—Accidenti a loro! a me non importa niente. Mi mandino anche in galera: ci starò per poco! Oh sì!

Un nuovo personaggio entrò nell'osteria.

Era un uomo di alta statura, tutto avvolto in un mantello, che gli celava parte del volto.

Quello sconosciuto passò vicino al tavolo, dove stavano i giuocatori; si arrestò per un istante vicino a quell'uomo di bieco aspetto, che aveva raccomandata la prudenza al suo compagno; gli battè sulla spalla, poi essendosi quello rivoltato a guardarlo, senza aprir bocca, gli fe' cenno di seguirlo, indi andò a sedersi in una tavola isolata e lontana da quella dove si giuocava.

L'uomo lo seguì, e sedette vicino a lui, poi disse:

—Ebbene? Che volete, compare?…

Si arrestò; guardò meglio l'incognito, lo riconobbe, e soggiunse rispettosamente:

—Lei! eccellenza!…

Ma l'altro lo interruppe, facendogli segno di tacere; poi chiamò il garzone dell'osteria, e fece portare un boccale.

—Che cosa fai qui, mascalzone? chiese l'uomo che veniva chiamato eccellenza, mentre il suo interlocutore, dopo aver riempito il bicchiere, lo vuotava in un fiato.

—Io farei la medesima domanda a lei, rispose questi con quel tuono mezzo officioso, mezzo insolente, che assume qualche volta la bassa gente quando il superiore si pone al suo livello.

—Rispondi a me. Che cosa fai qui?

—Sto qui, così… per passare un'ora… per divertirmi.

—Tu menti, mio vecchio Giano.

—Come vuole vostra eccellen…

—Taci!

Intanto l'uomo misterioso non aveva più la faccia coperta dal mantello, e Giano poteva liberamente riconoscere nelle sue fosche sembianze il principe Rizzi.

Era proprio desso, ch'era venuto incognito e solo nell'osteria della
Sora Rosa: ora vedremo a qual fine.

—Tu menti, replicò il principe. Vuoi che io ti dica perchè sei qui?

—Avrei piacere di saperlo, disse Giano.

—Prima di tutto, tu aspetti una persona.

—Questo è vero. Avanti.

—Questa persona è un giovane chiamato Curzio, un settario, uno dei capi della rivoluzione.

—Questo poi! fece Giano con una smorfia. Non sono capace!

—Zitto là! disse bruscamente il principe, e proseguì: Tu l'aspetti per farlo fuggire. Hai già pronti i cavalli che devono portarlo fuori di Roma, ed anche oltre il confine. Tu tieni lì in saccoccia…

—Che cosa? i cavalli?

—Il falso passaporto che deve servire per la fuga di quel giovane.

—Ma, eccellenza, per chi mi prende?

—Ti prendo appunto per quello che sei. Tu tieni anche in saccoccia la somma di duecento scudi romani, dei quali cento devono servire per tuo compenso, e gli altri cento per le spese della fuga.

—Vedo ch'ella è informata proprio benino, e io non persisterò a negare, purchè mi dica come mai ha saputo…

—Io so inoltre, che la persona, la quale ti ha dato quei duecento scudi insieme all'incarico di questa impresa, non è altri che la mia signora moglie, la principessa Rizzi: essa, che vuol salvare ad ogni costo il suo amante Curzio. Nega adesso, se hai coraggio.

—Io non nego nulla; vorrei solamente sapere come mai vostra eccellen…

—Zitto!.. Ora tu hai due strade da scegliere: una è quella di mettere in esecuzione il progetto della fuga; in tal caso sarai arrestato insieme a Curzio, tradotto alle Carceri Nove, e posto sotto processo a disposizione della Sacra Consulta.

—Questa strada non mi garba affatto. Sentiamo l'altra.

—L'altra consiste nel lasciar le cose come stanno, e non opporsi all'arresto di Curzio. In tal caso egli solo sarà carcerato, e tu ti godrai in santa pace l'intera somma dei duecento scudi. Scegli fra la Carceri Nove e i duecento scudi.

—Scelgo i duecento scudi.

—Sta bene. Ascolta dunque come devi comportarti: fra poco verrà in questa osteria Curzio, secondo quanto ha concertato con te. Tu devi tenerlo a bada, dicendogli di aspettare qui in tua compagnia la persona con cui dovete partire. Egli si tratterrà qui senza sospetto, finchè verrà la forza ad arrestarlo. Tu allora ti trarrai da parte, e lascerai fare. Va bene così?

—Benissimo, rispose Giano. E aggiunse fra sè: Eh, per essere un principe la sa lunga in queste cose!

Poi, dopo qualche istante di silenzio, riprese:

—C'è una sola difficoltà.

—Sentiamo.

—Io devo render conto dell'affare alla signora principessa…

—La signora principessa deve credere che la commissione è stata eseguita: tu dunque le dirai che Curzio ha passato felicemente il confine e si trova in salvo.

—Ma se poi viene a sapere che invece si trova in prigione?

—Imbecille! i processi della Sacra Consulta si conducono nel più stretto segreto, e nessuno conosce il nome dei carcerati. La principessa non saprà mai nulla.

Ciò detto, il principe si alzò in piedi, poi disse a Giano:

—Dunque, giudizio! Pensa che se tu fossi arrestato saresti tradotto…

—Alle Carceri Nove.

—Pensa che dalle Carceri Nove qualche volta si passa…

—Sulla piazza dei Cerchi.

—E sulla piazza dei Cerchi…

—Zaf! esclamò Giano, facendo il gesto di un rapido taglio.

—Mi hai inteso. Prudenza e fedeltà! aggiunse il principe pianissimo.

Poi gettò una moneta sul tavolo, si avvolse nel mantello, e uscì dalla taverna.

Giano ritornò al tavolo dei giuocatori, canterellando:

—La-la-laral-là! La-la-laral-là!

—Ohè! mastro Giano! gli chiese la Sora Rosa dal suo banco. Chi è, se è lecito, quell'omaccio nero nero, che ha parlato fino adesso con voi? mi ha tutta l'aria d'un beccamorti.

—Altro che beccamorti! disse Giano, Quello è nientemeno… sapete chi e?

—Chi mai?

—Un venditore di cerotti pei calli. Sì, proprio. Un uomo che ha l'abilità di farvi camminare diritto come un fuso. Mastro Matteo, eccomi qua: ripigliamo la nostra partita: a me le carte.

Un uomo entrò nell'osteria, e andò a sedersi inosservato in un angolo oscuro.

Era Giuseppe Monti. Egli era sfuggito quasi per miracolo alle carcerazioni di quei giorni. Niuno aveva sospettato di lui; nessuna spia lo aveva denunziato.

Ora che tutto era finito, egli avrebbe voluto partire da Roma senza ritardo. A lui solo non sarebbe riuscita difficile la fuga; ma egli non poteva lasciare esposta alle crudeli rappresaglie del Governo pontificio la sua innocente famiglia.

Troppo spesso i preti governanti sogliono vendicarsi della salvezza dei patrioti sui loro congiunti.

Domandare un passaporto in quei giorni sarebbe stato lo stesso che svegliare un sospetto, che poteva riuscire fatale.

Egli aveva dunque deciso di aspettare ancora, a meno che non si fosse presentato un modo di scampo per tutta la sua famiglia.

In quella sera Curzio gli aveva dato appuntamento nell'osteria della
Sora Rosa.

XII.

L'arresto.

Non era molto che Monti aspettava, quando Curzio giunse nell'osteria.

Entrato appena, il giovane scultore si assicurò con un'occhiata di tutte le persone ch'erano là dentro.

Si avvicinò a Monti, e gli disse all'orecchio:

—Aspetta.

Poi passò dall'altra parte della stanza, e fattosi accanto ai tavolo dei giuocatori, chiamò Giano.

—Lascio le carte per un momento, disse questi a' suoi compagni.
Aspettatemi.

Quindi si alzò in piedi, e si ridusse con Curzio in un canto della taverna.

—È tutto all'ordine? chiese il giovane.

—Tutto, rispose Giano.

—Il passaporto?

—L'ho in saccoccia.

—I danari?

—Anche.

—La carrozza?

—Anche… cioè voglio dire che la carrozza ci aspetta.

—Dove?

—Non so…

—Come, non sai?

—Il vetturino deve venire a prenderci qui.

—A prenderci qui?… Ma è un uomo sicuro?

—Come me stesso. È un mio compare.

—Dunque, non abbiamo niente a temere?

—Nientissimo.

—Me ne accerti?

—Quanto è vero ch'io sono un galantuomo.

—E a che ora deve venire questo tuo vetturino?

—Alle otto.

—Sono già suonate.

—Ebbene, sarà qui a momenti.

Curzio rimase pensoso, poi disse:

—Senti, Giano, prima di partire vorrei… se fosse possibile…

—Che cosa?

—Rivedere mia… la principessa.

—Manca il tempo.

—Avrei voluto darle un ultimo saluto.

—Glielo darò io per voi. Non vi movete di qui. Sarà qui a momenti.

—Chi?

—Non ve l'ho detto? il vetturino, il mio compare. Aspettiamo, non abbiamo che da aspettare. Intanto, così, per non destare sospetti, io vado a finire la mia partita.

E infatti, Giano tornò a sedere al tavolo di prima, e a giuocare tranquillamente.

Un altro uomo entrò nell'osteria, e si avvicinò a Curzio: era Gaetano Tognetti. Anch'esso aveva ricevuto dallo scultore un appuntamento in quel luogo.

Curzio lo prese per mano, e lo condusse al tavolo dove aspettava
Monti.

—Amici, disse allora il giovane artista, la nostra partita per ora è perduta. La ricominceremo forse in breve, ma questa volta abbiamo perduto. In questo momento il trionfo è pei preti e pei loro spioni. Bisogna partire da Roma; per giovar meglio alla causa del suo riscatto, bisogna partire. Tutto è concertato per la mia partenza, ma mi piangeva il cuore di lasciar voi, miei fratelli, nel pericolo, che ad ogni ora che passa pende sui vostri capi. Una persona amica pensò già a provvedermi di passaporto e di danaro. Or bene, io mi sono procurato un foglio di via, che può servire per voi due. Seguitemi, amici miei, e fra poche ore avremo varcato il confine, saremo in salvo.

—Amico mio, ti ringrazio, disse Monti, ma io non posso dividermi dalla mia famiglia: non posso lasciare mia moglie e i miei figli soli, in preda alla vendetta dei preti, la più implacabile delle vendette!

—E tu, Tognetti?

—Io, rispose Tognetti, non posso abbandonare mia madre. La mia fuga scoprirebbe che io ebbi parte nella congiura, e questi cani, non potendomi avere in loro potere, non tarderebbero un istante a vendicarsi sulla povera vecchia, cacciandola in prigione.

Curzio rimase pensoso.

—Dunque, come farete? chiese dopo un momento di silenzio.

—Aspetteremo, rispose Monti, che si presenti il modo di salvare con noi anche la famiglia.

—Ma voi rimanete esposti a un pericolo tremendo! Se vengono a scoprirvi, siete perduti.

—Piuttosto morire, disse Tognetti, che mancare al mio dovere di
figlio.

—Nel giorno in cui ci siamo posti nella congiura abbiamo rinunciato alla vita, aggiunse Monti.

—Ottimi amici! soggiunse Curzio. Voi siete migliori di me.

—Non è vero. Tu non hai famiglia, sei libero di partire. Non sei astretto dai doveri che incombono su noi.

—E poi, la polizia conosce certamente il tuo nome come quello di un Capo-sezione; mentre noi oscuri popolani non saremo sospettati da nessuno.

A questo punto la porta dell'osteria si aperse.

Un uomo dall'aspetto sinistro comparve.

—Oh che brutta figura! disse uno dei giuocatori.

—Dio ne scampi, disse piano un altro. È un lavorante di manichini.

Quell'uomo, ch'era un commissario di polizia, entrò scambiando un segno impercettibile con Giano.

Sulla porta semischiusa si mostrarono le faccie laide dei birri papali.

Ognuno comprese che cosa stava per accadere, e nella osteria non s'intese un respiro.

Il commissario mosse difilato alla tavola, dove stavano i tre amici, si volse a Curzio, e gli chiese con tuono burbero:

—Siete voi il signor Curzio Ventura?

—Son io, rispose lo scultore.

—Ebbene, siete in arresto, gridò il commissario. E nello stesso tempo gli afferrò la giubba sul petto.

Monti e Tognetti si alzarono, e cacciando indietro lo sgherro, lo costrinsero a lasciare l'amico.

Alla vista di quella lotta i birri, ch'erano rimasti fino allora sull'ingresso entrarono tumultuosamente nell'osteria della Sora Rosa.

Erano otto o dieci manigoldi, vestiti in borghese, ma muniti di stili e pistole.

In un attimo si scagliarono addosso ai tre amici.

—Legateli tutti e tre, gridò il commissario.

—Indietro! esclamò Curzio.

E facendosi innanzi colle braccia robuste, atterrò due birri, che si erano avvicinati per impadronirsi di lui.

Al primo cominciare del tafferuglio, Giano aveva imboccata la porta della taverna, e se l'era svignata.

Gli altri giuocatori balzarono in piedi, e si diedero a lottare coi birri.

È indescrivibile lo scompiglio che si produsse nell'osteria. Volavano i bicchieri, le bottiglie; le panche venivano inalberate a modo di bastoni, le tavole erano rovesciate.

I poliziotti spararono alcuni colpi di pistola, che in quella confusione non ferirono alcuno. La stanza si riempì di fumo, e si accrebbe il serra serra, e l'intreccio dei lottanti.

Sola la Sora Rosa in mezzo a quell'immenso schiamazzo se ne stava seduta al suo banco, imperturbabile, con una specie di olimpica serenità.

Fra la nebbia del fumo, e il disordine di quel parapiglia, poteva riuscire ai tre amici di guadagnare la porta, e fuggire. E già divisavano di farlo, e già riusciva loro di mettere il piede sulla soglia, quando la via apparve sbarrata da una compagnia di gendarmi che si avanzava colla bajonetta in canna.

La resistenza non fu più possibile. Monti, Tognetti e Curzio, e i loro difensori dell'osteria furono legati, ammanettati, e trascinati alle Carceri Nove.

XIII.

Il giudice processante e l'avvocato.

Era passato un mese dopo gli avvenimenti narrati nei capitoli precedenti, quando due uomini s'incontrarono nelle anticamere del palazzo Rizzi, e insieme furono introdotti nel salotto della principessa.

L'uno era il giudice processante Marini, vera figura da inquisitore in abito secolare; lungo, scarno, occhi grifagni, naso adunco, bocca che si spalancava in modo spaventoso, dita lunghe, sottili, artigliate. Era qualche cosa di mezzo fra l'uomo e l'avoltojo.

L'altro presentava col primo un marcato contrasto: giovane dalla fisonomia simpatica, dall'occhio trasparente, dalla fronte elevata, pareva l'ideale della franchezza e della lealtà: era il giovane avvocato Leoni.

Quei due personaggi si scambiarono al primo incontro un freddo saluto. Quando furono soli nel salotto, il giudice pareva che volesse scandagliare l'avvocato co' suoi sguardi penetranti; poi gli si avvicinò, e cominciò con accento melifluo:

—Ho piacere di avervi incontrato, signor avvocato; è un dolce conforto quello di rivedere gli amici dopo i pericoli e la sventura.

—Grazie, signor giudice, grazie, rispose seccamente Leoni.

—Finalmente si respira liberamente, riprese Marini. I tentativi diabolici dei nostri perversi nemici andarono in perdizione. Il trono del Sommo Pontefice si basa ormai sopra incrollabili fondamenta.

—Sopra le armi francesi, non è vero, signor giudice? disse l'avvocato
Leoni con un sorriso impercettibile d'ironia.

—Le armi francesi furono mandate dall'Onnipotente a difendere il suo rappresentante. Gli empi satelliti dell'inferno furono vinti.

—Colla potenza delle armi spirituali!

—Ecco la signora principessa.

La principessa Rizzi entrava infatti nel salotto vestita con un elegante abito da mattina. L'affanno di una celata angoscia traspariva nel suo volto incantevole, come un'aura ineffabile di poesia.

Essa salutò con un grazioso inchino i due visitatori, che l'aspettavano.

Il giudice processante fece tre o quattro reverenze profonde, dicendo:

—M'inchino umilmente all'eccellentissima signora principessa. Come sta la sua preziosissima salute?

—Sto bene, rispose freddamente la principessa. Poi volgendosi a
Leoni: Come va, signor avvocato? gli disse con amabile sorriso.

—Grazie, principessa.

—Sedete, signori.

La signora sedette; i due uomini l'imitarono. Poi la principessa suonò il campanello, e al servo che comparve ordinò:

—La cioccolata.

—Come sta, riprese il giudice processante, l'eccellentissimo signor principe, suo consorte degnissimo?

—Bene, rispose la signora, poi si volse di nuovo all'altro:
Avvocato….

—Come sta, continuò il giudice, il reverendissimo monsignore, suo cugino?

—Bene! Avvocato, era molto tempo che non aveva il piacere di vedervi.

—Sapete, o signora, rispose Leoni, che io non frequento le sale
dell'aristocrazia.

—Convien dire adunque, soggiunse la principessa, che vi conduca qualche cosa di straordinario.

—Non lo nego, o signora, rispose Leoni. Io son venuto a trovarvi colla speranza di ottenere una grazia, ma una grazia di tal natura, che son certo mi perdonerete di essere venuto per questo motivo.

Un servo entrò, recando la guantiera colle tazze di cioccolata e coi biscottini, e servì la principessa, e i due signori.

—Oh squisita! esclamò il giudice processante, dopo ch'ebbe intinto un biscottino nella sua tazza.

—Ma se non l'avete ancora assaggiata! disse la signora.

—Non importa; a me basta vedere la cioccolata per giudicarla. Questa è propriamente una cioccolata alla gesuita.

—Alla gesuita! ma voi ci spaventate, signor giudice, disse ridendo
Leoni.

—Non vi spaventate, signor avvocato, continuò Marini. Si chiama una cioccolata alla gesuita quella, nella quale, immerso il biscottino, rimane diritto come un palo confitto in terra, senza piegare nè da un lato, nè dall'altro. Tale è la cioccolata che io prendo nella sagrestia di Sant'Ignazio, nella prima domenica d'ogni mese, dopo aver fatta la santa comunione.

—Dunque, soggiunse la principessa, volgendosi all'avvocato Leoni, dicevate che avete da chiedermi qualche cosa; dite pure: vi ascolto.

—Non a voi, signora, veramente, rispose Leoni, ma per intercessione vostra son certo di ottenere quanto bramo, poichè la cosa dipende da vostro cugino monsignor Pagni.

—L'eccellentissimo e reverendissimo monsignor Pagni! soggiunse a modo di correzione il giudice Marini, che stava intingendo il quinto biscotto nella sua tazza.

—Di che si tratta dunque? chiese la principessa all'avvocato.

—Sapete, o signora, rispose questi, che si sta facendo il processo contro coloro che hanno avuto parte nella insurrezione del mese passato. Sarà una causa importante, terribile. Ebbene, io ambisco l'onore di essere ammesso a difendere gli accusati principali.

—E ciò dipende da monsignor Pagni?

—Sì signora, poichè egli è uno dei membri più influenti del Supremo
Tribunale della Sacra Consulta.

—Siete ambizioso, avvocato; cercate la via di farvi un nome.

—No signora. Non è per ambizione che io domando che mi sia affidata questa missione difficile e pericolosa, ma perchè nell'intimo del cuore sono convinto che quegli accusati non sono così rei come si vorrebbe far credere. No, non sono malfattori prezzolati quelli che impugnarono le armi nei giorni della rivolta; saranno stati ribelli, traviati, colpevoli, se volete; saranno caduti nell'errore, nel delitto anche, ma ciò che li spingeva era un'idea nobile e generosa; e non dovrebbero condannarli coloro che sostengono che il fine giustifica i mezzi!

L'avvocato aveva pronunziate queste ultime parole (colle quali alludeva chiaramente alla setta gesuitica) con una tinta finissima di sarcasmo, lanciando insieme un'occhiata significante all'indirizzo del giudice Marini.

Questi raccolse la sfida contenuta in quello sguardo, e prese a parlare così:

—Col rispetto dovuto all'eccellentissima signora principessa, io non posso soffrire che il signor avvocato prosegua su questo tuono. Sappia il signor avvocato che io stesso sono incaricato della inquisitoria di questo processo, e a quest'ora ho già raccolti fatti tali da far dirizzare i capelli; ho un cumulo di prove, un arsenale di testimonianze, confessioni giudiziali e stragiudiziali, conquestioni, indizi probatori e amminicoli da far condannare due terzi di Roma. E se la clemenza del Sommo Pontefice non s'interponesse a quest'ora… a quest'ora… basta, non dico altro.

—Ignorava, riprese Leoni, che il signor giudice Marini fosse inquisitore di questo processo; ora tanto più sono desideroso di sostenere la parte di difensore, per quanto egli magnifica la gravità dell'accusa.

—Badi, signor avvocato, che la difesa criminale è un'arma a due tagli, e alle volte adoperandola si potrebbe insanguinare le mani.

—Quelli che riportano le mani insanguinate per solito sono gl'inquisitori…. e i carnefici!

Il giovane avvocato pronunziò codeste parole con tale un tuono sdegnoso, che il giudice si levò in piedi, pallido per la collera, esclamando:

—Signor avvocato!…

In buon punto giunse il servo della principessa, annunziando ad alta voce:

—Sua eccellenza monsignor Pagni.

XIV.

Il prelato e la principessa.