The Project Gutenberg eBook, Dalle Novelle di Canterbury, by Geoffrey Chaucer, Translated by Cino Chiarini

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NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

—Le note relative all’introduzione sono raccolte alla fine dell’introduzione stessa; le note relative alle novelle sono raccolte, come nell’originale, alla fine del libro raggruppate per ogni novella.

—L’immagine di copertina del libro è stata prodotta dal trascrittore usando il frontespizio dell’opera originale; l’immagine è posta in pubblico dominio.


PROPRIETÀ LETTERARIA

CINO CHIARINI

DALLE

NOVELLE DI CANTERBURY

DI

G. CHAUCER

SAGGIO DI UNA PRIMA TRADUZIONE ITALIANA

BOLOGNA

DITTA NICOLA ZANICHELLI
1897


A

GIUSEPPE PICCIOLA


PREFAZIONE

He is the poet of the dawn who wrote
The Canterbury Tales, and his old age
Made beautiful with song....

(Longfellow)

Le cinque novelle che presento al lettore in questa prima veste italiana sono un semplice saggio di una traduzione di tutte le Novelle di Canterbury, che avrei in animo di fare, se la modesta opera mia non venisse giudicata del tutto inutile. Uno studio compiuto e minuzioso intorno alla vita e alle opere del Chaucer sarebbe qui fuori di luogo, perchè destinato ad illustrare troppo piccola parte della maggiore e più importante opera del poeta. Per questa volta, quindi, mi limiterò a dare qualche notizia delle Canterbury Tales in generale, fermandomi più particolarmente su ciascuna delle novelle tradotte in questo primo saggio.

Il Chaucer non compose e scrisse la geniale opera, alla quale maggiormente deve la sua fama di poeta grande ed arguto, tutta di seguito e di un sol getto, ma ne raccolse ed elaborò il vasto e vario materiale in molte riprese, e a lunghi intervalli di tempo. E da questo forse ebbe origine la mancanza, quasi assoluta, di una rigorosa e chiara unità nella economia generale di tutta l’opera, tanto che l’ordine stesso col quale si seguono le novelle è incerto, e varia secondo i codici. Quindi non si può con precisione determinare quando le Novelle di Canterbury siano comparse, per la prima volta, come un lavoro organico e artisticamente compiuto. Quello che è certo, è che l’opera non potè essere finita di compilare prima del 1386, giacchè in alcune novelle si allude a fatti che a quest’anno si riferiscono. E questa è appunto la ragione, per cui come data approssimativa della composizione delle Canterbury Tales è accettato comunemente l’anno 1386. Alla questione se il Chaucer avesse conoscenza del Decamerone, e da questo avesse preso il disegno generale delle sue novelle, accenneremo più avanti parlando della storia di Griselda: per ora diremo solamente che l’idea di riunire insieme, in forma di racconti fatti da varie persone, storie più o meno avventurose, il Chaucer potrebbe averla presa dal romanzo dei Sette Savi, così popolare nel medio evo, o anche più verisimilmente, come fu osservato[1], dalla Vision concerning Piers Plowman, attribuita a William Langland, dove si racconta di «pellegrini e palmieri» che si recavano a San Giacomo di Compostella, e a visitare altri santi a Roma «raccontando molte savie novelle.»

Thomas à Becket, caduto ai piedi dell’altare sotto il pugnale dei sicari di Enrico II, che lo fece assassinare perchè aveva osato di opporsi alla dinastia normanna per la libertà del popolo sassone, fu canonizzato, ed il suo corpo venne sepolto e religiosamente conservato nella cattedrale di Canterbury. Quivi i suoi concittadini venivano dalle regioni più lontane dell’Inghilterra in pellegrinaggio, non solo per ottenere qualche grazia dal santo miracoloso, ma spinti da un religioso sentimento di gratitudine verso il primo inglese, che dall’epoca della conquista era stato un terribile nemico dei tiranni stranieri.[2]

Il Chaucer immagina appunto che una allegra brigata si ritrovi, per caso, una sera di aprile, in un albergo di campagna in Southwork, chiamato il Tabarro, e vi passi la notte, per recarsi la mattina presto in pellegrinaggio alla tomba di S. Tommaso. Dopo cena l’oste Harry Bailly, saldati i conti con i suoi numerosi avventori, si mette a chiacchierare con loro allegramente, e avendo sentito che andavano tutti a Canterbury, in un momento di buon umore fa ai suoi ospiti una proposta, che è accolta subito con entusiasmo.—La mattina egli sellerà il suo cavallo, e partirà con loro.—E poichè la strada che conduce a Canterbury è lunga e noiosa, propone che ognuno, mentre la brigata cavalca tranquillamente, racconti per turno due novelle, e lo stesso si faccia al ritorno.

I pellegrini capitati al Tabarro erano in tutto trentadue[3], cosicchè le Novelle di Canterbury avrebbero dovuto essere, almeno, cento ventotto. Ma il Chaucer, purtroppo, non finì l’opera che aveva concepito con sì largo disegno, ed a noi non restano che venticinque novelle, compresa «The Cokes Tale of Gamelyn» che da molti è ritenuta apocrifa, due delle quali sono in prosa[4].

Nel prologo, che il Craik definisce «a gallery of pictures almost unmatched for their air of life and truthfulness»[5] il poeta ci presenta, ad uno per volta, tutti i suoi compagni di viaggio (giacchè immagina di essere stato anch’egli della brigata) con tutti i più minuti particolari della condizione, della educazione, delle abitudini, delle qualità fisiche e morali e del modo di vestire di ciascuno. Dal nobile cavaliere di ventura al contadino, dal letterato al marinaio, dall’avvocato all’usciere del tribunale, dal mugnaio al dottore, dal buon parroco di campagna al frate disonesto e imbroglione, dalla monaca educata e inappuntabile alla volgare e sguaiata venditrice di fazzoletti, la vecchia società inglese della fine del secolo XIV è descritta, in questo originalissimo e interessante brano di poesia, in tutti i suoi diversi elementi. Nessuno dei particolari più minuti che si riferiscono alla stravaganza delle vesti in uso al tempo suo, nel quale quasi ogni classe di persone aveva un modo proprio e caratteristico di vestire, è dimenticato dal poeta.

Suora Eglantina, per esempio, «portava il fisciù appuntato con molto garbo» il monaco «aveva le manopole di pelliccia della più fine qualità» e la donna di Bath «portava le calze rosse ben tirate su fino al ginocchio.» Lo stesso dicasi dei segni particolari del viso, delle qualità dell’animo e del corpo, che si alternano nella descrizione del poeta disordinatamente e senza gradazione di sorta, sicchè talvolta sentiamo nel suo modo di parlare qualche cosa di rude e di contorto. Traducendo sarebbe stato facil cosa mettere un po’ di ordine, ed evitare le frequenti spezzature del periodo e il ripetersi di certe espressioni, ma trattandosi di una versione in prosa, questo io mi sono proposto prima di tutto: conservare, nella parola e nel pensiero, più che fosse possibile l’impronta caratteristica di questo geniale poeta novellatore, che senza avere la frase concisa e scultoria del nostro Boccaccio, e senza essere fino ed arguto come lui, è di lui forse più moderno nel modo di vedere e di sentire, I pratici consigli che egli suggerisce alle donne che hanno marito, nel lepidissimo congedo col quale il chierico di Oxford chiude il suo racconto, possono essere, se io non erro, un esempio di questo spirito di modernità, e di quella giovanile gaiezza che dà vita a tutta l’opera poetica del Chaucer. I personaggi che ci sfilano davanti in questo prologo, con la varietà di colori e di atteggiamenti con cui vediamo passare, una dopo l’altra, le figure di una lanterna magica, non sono immaginati e inventati dalla fantasia del poeta. Sono creature vive e reali, uomini e donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi, e per questo i loro discorsi e i loro atti ci interessano e ci divertono. Fermiamoci per un momento davanti a qualcuna di queste figure. Il dottore, in fatto di medicina, oggi senza dubbio, sarebbe un poco arretrato, nonostante i suoi profondi studi sulle opere di Esculapio, di Ippocrate, e di tutte le celebrità mediche dell’Arabia, e nonostante la sua scienza astrologica: ma se il medico è per noi antico, l’uomo è interamente moderno. Infatti due cose premono sopratutto al nostro bravo dottore: la sua salute e i quattrini. E però «mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile a digerirsi» e si teneva cari ed amici gli speziali, che eran d’accordo con lui «nel cavar sangue al prossimo». Chi non riconosce nel mercante di indulgenze un frate Cipolla dotato di una malizia più moderna di quella che non avesse, in fondo, il simpatico frate boccaccesco? Egli veniva da Roncisvalle: ma nelle sue lunghe peregrinazioni, che faceva con la sola missione di imbrogliare devotamente il prossimo, certo ebbe a capitare anche in Truffia e in Buffia come frate Cipolla. Ma a lui non bastava gabbare gli ingenui e gli sciocchi: aveva anche «alcune altre taccherelle, che si taccion per lo migliore[6].» Accanto alle poco oneste figure del mercante di indulgenze e di frate Uberto, suo degno collega, spiccano le altre due dell’umile ed onesto parroco e del contadino suo fratello, che ispirano, come osserva assai felicemente il Ward,[7] quella grande simpatia che Dickens sapeva trovare nelle persone semplici e povere. L’impiegato del tribunale che quando ha alzato il gomito un po’ troppo incomincia a parlare in latino, l’economo che ruba sulla spesa a man salva, senza che nessuno se ne accorga, il monaco divoratore di arrosti, e cacciatore impenitente come don Paolo nella «Scampagnata» del Fucini, sono tutte macchiette una più vera e più originale dell’altra. E non ultima fra di esse è quella così caratteristica dell’oste, il quale è l’anima della brigata, sempre pronto a richiamare all’ordine tutti, a fare le sue osservazioni sulle novelle che si raccontano, e a ridere e a scherzare allegramente. Il prologo delle Canterbury Tales è una delle creazioni più perfette del Chaucer, e forse fu la parte da lui scritta per ultima di tutto il suo libro di novelle. Per la sua ingenua schiettezza, per la sua simpatica e piacevole semplicità, che ne fanno una delle più pregevoli cose dell’antica poesia inglese, esso resterà sempre, nel suo genere, un modello non facilmente imitabile. Che figure scialbe e senza vita sono quelle sette persone così accademicamente riunite in un albergo a raccontare novelle, nelle “Tales of a Wayside Inn” con cui il gentile poeta di Evangelina[8] volle imitare i pellegrini di Canterbury!

La lunga storia che il compìto cavaliere racconta per il primo ai suoi compagni di viaggio, non offre il destro ai cacciatori di più o meno pretese fonti di sbizzarrirsi troppo. Poichè il disegno generale e la materia principale di questa novella sono tolti, in modo da non ammettere discussione, dalla Teseide del Boccaccio; dalla quale il Chaucer ha tradotto quasi letteralmente circa duecento settanta versi, ed oltre cinquecento ha imitati o parafrasati. Per quale ragione però egli che si è valso, nei suoi scritti, così spesso e con tanta larghezza dell’opera poetica del Boccaccio, non abbia mai ricordato il nome di lui, è un mistero che fino ad ora nessuno ha saputo spiegare. Mentre cita debitamente ai luoghi loro Dante e il Petrarca, ai quali deve ben poco in confronto degli obblighi che ha verso il Boccaccio, e dimostra quasi una certa sollecitudine nel ricordare altri scrittori latini e medievali, che avrebbe potuto lasciare nell’oblio senza scrupoli di coscienza, dimentica sempre l’autore del Decamerone. Si direbbe anzi che appunto quando attinge da lui più direttamente e più largamente, come in questa novella del Cavaliere, e nel poema intitolato Troilus and Cressida, il Chaucer si studi di nascondere meglio che può, a chi legge, la vera fonte, con citazioni false ed enigmatiche. Gli autori che egli cita, quando dovrebbe citare il Boccaccio che è la fonte vera, sono: Lollius, Stazio, e il Petrarca. Il Sandras non riuscendo a spiegare in altro modo questo fatto stranissimo, sospetta che il Chaucer abbia voluto fare uno scherzo ai suoi lettori, confondendoli con citazioni fuori di proposito ed inventate. Questa spiegazione, la quale dimostrerebbe, in fine, che l’autore delle Novelle di Canterbury ebbe lo spirito di voler ridere alle spalle dei suoi futuri critici, non piacque troppo al Lounsbury,[9] che la dice non solo inverosimile e priva di ogni fondamento, ma trova, non so con quanta ragione, nelle parole del critico francese: «a tone of candid depreciation.» E conclude: «Forse non sarà mai possibile per noi sapere con certezza per quale ragione il Chaucer non nomina il Boccaccio, nelle sue opere; e su ciò non si potranno esprimere se non opinioni individuali, le quali non avranno mai il valore di veri e propri argomenti.»

Il fatto citato dal Rossetti[10] che Pierre Seigneur de Beauveau, il quale verso la fine del secolo XIV fece una traduzione francese in prosa del Filostrato, afferma in modo assoluto che l’autore del poema da lui tradotto era un poeta fiorentino, chiamato Petrarca, non porta davvero nessuna luce sul silenzio del Chaucer in quanto al nome del Boccaccio. Ed anche volendo concluderne, col Tyrwhitt e col Rossetti, che forse il Chaucer, cadendo nello stesso errore di Pierre de Beauveau, credè che delle opere del Boccaccio a lui note fosse autore il Petrarca, non si viene a capo di nulla: anzi la matassa si fa sempre più intricata. Poichè se da una parte, così, si spiegherebbe il caso della storia di Zenobia[11] attribuita al Petrarca, mentre si trova nel De casibus virorum et foeminarum illustrium del Boccaccio, dall’altra rimane sempre più oscuro il mistero di Lollius, citato come autore del Filostrato. Secondo lo Skeat[12] la vera spiegazione di questo enigmatico nome sarebbe quella proposta dal prof. Latham,[13] il quale crede che il Chaucer, intendendo malamente il verso di Orazio: «Troiani belli scriptorem, maxime Lolli[14]» abbia supposto che Lollio fosse uno scrittore latino che avesse trattato della guerra troiana. E questo, secondo il Latham, bastò al poeta per citarlo, senz’altro, come la fonte dell’episodio della guerra di Troia, che egli, invece, aveva attinto al Filostrato. Certamente può sembrare strano il fatto che il Chaucer, il quale aveva tradotto tutto il De Consolatione di Boezio, dimostrando una certa famigliarità con la lingua latina, sia caduto in un errore così grossolano: ma non potrà parere impossibile, quando si pensi che non sarebbe questo il solo. Un altro errore del genere, assai curioso è, per esempio, il pernicibus alis di Virgilio, nella descrizione della Fama (En. IV, 180), tradotto con: ali di pernice. Se quella del prof. Latham è la vera spiegazione, o almeno la più probabile, è lecito concludere che spesso le citazioni del Chaucer sono fatte in mala fede, e forse con lo scopo di nascondere, molto ingenuamente, la verità. E basterebbe, se io non erro, a giustificare questa conclusione che spiegherebbe tutto, la citazione di Stazio alla quale io accenno nella nota 23 della Novella del Cavaliere. Nè si può opporre il fatto che Dante, il Petrarca, ed altri scrittori, sono sempre citati a dovere: poichè, tenuto conto di quanto il Chaucer deve nelle sue opere al Boccaccio, si potrebbe rispondere che in questo caso il poeta delle Canterbury Tales fa come certi scrupolosi debitori, i quali pagano i debiti piccoli, e poi si dimenticano di quelli più grossi. Ma torniamo alla novella del Cavaliere.

Del lunghissimo poema del Boccaccio il Chaucer non ha preso che la materia romanzesca, che molto bene si adattava al racconto fatto da un cavaliere, il quale «ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia.» L’argomento della sua novella è infatti la storia cavalleresca dei due giovani tebani Palemone e Arcita, che dopo una serie di romanzesche avventure si disputano in un grande torneo la bella cognata di Teseo.

L’elemento epico, cioè quanto si riferisce alla guerra dell’eroe ateniese contro le Amazzoni, che nel poema del Boccaccio occupa tutto il primo canto, è escluso dal racconto del Cavaliere. Il quale solo sul principio accenna fugacemente alle gesta di Teseo nella Scizia, ed incomincia la sua novella dal ritorno trionfale di lui in Atene, e precisamente dalla strofe 25 del Libro II della Teseide. Il Chaucer, senza abbandonare mai il disegno generale, secondo il quale è svolta dal Boccaccio l’avventura dei due cavalieri di Tebe, ha notevolmente abbreviato la storia di Palemone e Arcita, che nella sua novella è raccontata in 2250 versi, mentre nella Teseide si estende a 8600 circa. Di questo la critica gli ha dato ampia lode, notando che egli ha dimostrato un sano criterio artistico, e buon gusto, nel lasciare molte delle lunghe e noiose descrizioni del Boccaccio. Se non che si potrebbe domandare, senza togliere nulla al merito del poeta inglese, se ciò si debba proprio al suo buon gusto soltanto, o piuttosto alle esigenze della forma da lui prescelta per la sua storia. E la risposta non mi pare difficile: poichè se il Cavaliere, destinato dalla sorte a incominciare per primo la serie dei racconti di Canterbury, invece di raccontare una novella, avesse preteso di recitare un poema intero in dodici canti, quale è la Teseide, c’era il caso che molti dei suoi compagni di viaggio avessero dovuto rinunziare al proprio racconto; dato che l’oste Harry Bailly, il quale aveva tanto buon senso, non lo avesse obbligato, come fece al Chaucer[15], a cambiare argomento. Del resto il Cavaliere stesso, incominciando la sua novella, dice che dovrà abbreviarne la lunga storia affinchè «nessuno per colpa sua debba rinunziare al proprio racconto.» Ma ben più largamente, dobbiamo confessarlo, il Chaucer avrebbe potuto sfrondare dalla selva epico-romanzesca della Teseide, se troppo spesso non si fosse compiaciuto, anche egli, di quelle lunghe e noiose descrizioni, più tollerabili ad ogni modo in un poema che in un racconto in forma di novella, e di quelle tirate rettoriche, a base di mitologia e di storia sacra, che sono l’indispensabile bagaglio poetico di quasi tutti gli scrittori dell’età di mezzo, in cui si preferiva all’aurea semplicità di Virgilio la gonfia rettorica di Stazio. La minuta descrizione di tutte le figure istoriate nei tre templi del grande anfiteatro destinato al torneo, l’enumerazione delle varie specie di alberi e di piante onde fu eretto il rogo di Arcita, gli epici particolari dei suoi funerali, che il Cavaliere poteva risparmiare ai suoi compagni di via senza punto nuocere all’interesse della sua novella, dimostrano che il Chaucer non si lasciò consigliare sempre dall’arte e dal buon gusto nel far suo il materiale della Teseide.

Con tutto ciò non si può negare, certamente, che egli abbia portato nell’argomento della favola di Palemone e Arcita qualche nota personale, e modificazioni talvolta felici ed opportune come quelle notate, insieme col Tyrwhitt[16], dallo Skeat e dall’Hertzberg[17]. Il Chaucer era troppo poeta nel fondo dell’anima, per fare nella sua novella un semplice sunto in versi dell’originale onde la tolse.

Quanta poesia in questa breve descrizione dei primi albori del mattino:

«The busy larke, messager of daye,
Salueth in hire song the morwe gray;
And fyry Phebus ryseth up so bright,
That all the orient laugheth of the light,
And with his stremes dryeth in the greves
The silver dropes, hongyng on the leeves.»[18]

Per trovare una di queste pennellate così poeticamente sentite e riprodotte dalla natura, bisogna leggere Dante e Shakespeare. Longfellow pensava certo a questi versi, quando in quel suo bellissimo sonetto scriveva del Chaucer:

«He listeneth to the lark

Whose song comes with the sunshine through the dark
Of painted glass in leaden lattice bound:
He listeneth and he laugheth at the sound,
Then writeth in a book...»[19]

La storia del romanzesco amore di Palemone e Arcita fu uno degli argomenti che più allettarono il Chaucer fin da quando ne ebbe conoscenza per la prima volta nella Teseide. E dobbiamo dire che egli ebbe una particolare predilezione anche per il poema del Boccaccio, giacchè reminiscenze e traduzioni della Teseide se ne trovano anche in altri tre suoi componimenti poetici: The Parliament of Fowls, Of Queen Annelida and false Arcite, Troilus and Criseide. Molto prima che nella novella del

Cavaliere, inoltre, le avventure amorose di Palemone e Arcita il Chaucer le aveva trattate in un componimento giovanile che è andato perduto, e che egli stesso ricorda nel prologo di un’altra sua opera poetica intitolata: The Legend of good Women.[20] Questa prima redazione fu certo molto diversa da quella che è rimasta nelle Canterbury Tales: il Tyrwhitt non esclude che potesse essere una semplice traduzione della Teseide. Molto probabilmente la Novella del Cavaliere non è che un rifacimento di questo primo lavoro giovanile, che, composto in origine con intendimenti ben diversi, passò poi a far parte delle Novelle di Canterbury.[21] La cavalleresca storia di Palemone e Arcita è una creazione originale del Boccaccio, o è il riflesso di qualche novella medievale? Il tema, come osserva, il Crescini[22], non è nuovo: ma nessun documento si può produrre fino ad oggi, il quale contenda al Boccaccio il merito di questa favola d’amore, che ebbe maggior fortuna di quello che forse non meritasse. Giacchè passando dalla Teseide alla novella del Chaucer, e da questa al dramma attribuito al Fletcher e al poema del Dryden, ebbe l’onore di ispirare alcuni dei più nobili ingegni dell’Inghilterra.[23]

Nella patetica storia di Costanza, raccontata dal Dottore in legge, piuttosto che di fonti immediate, di copie e di imitazioni, bisogna parlare di riscontri e di analogie; ed è necessario andare molto cauti, prima di gridare alla scoperta, per non cadere in qualcuno di quegli errori o in alcuna di quelle tante inesattezze, in cui cadde troppo spesso la critica letteraria di questo secolo, smarrendosi per l’intricata selva delle genealogie dei racconti medievali. Questa novella ha in sè elementi assai diversi, derivati in origine dalla grande sorgente popolare, che la tradizione orale e scritta ha modificato lentamente, con una larga messe di variazioni. I temi fondamentali di cui essa si compone sono due: la bellezza, causa di peccato e di sventure, e il trionfo della innocenza perseguitata. A questo secondo nella leggenda popolare è sempre unito l’elemento miracoloso: ed anche in questa novella ha molta parte, non solo, ma non manca neppure il miracolo vero e proprio: v’è infatti il cavaliere assassino e spergiuro, al quale una mano misteriosa con un colpo fa schizzar via gli occhi dalla testa. La storia di Donegilda che facendo ubriacare il messo, il quale deve recare al re Alla la lieta notizia che Costanza ha partorito un bel maschio, gli toglie di tasca la lettera, e la sostituisce con un’altra in cui è scritto che sua moglie ha dato alla luce un essere mostruoso o una bestia, è il vecchio e popolarissimo tema della suocera regina, che odia la nuora e vuole disfarsene ad ogni costo[24]. E nelle sue molteplici versioni e relazioni con altri fatti, lo troviamo spesso ripetuto, nelle novelle nostre, dalla storia di Dionigia principessa di Francia, di Ser Giovanni Fiorentino,[25] alla moderna novellina toscana, per citarne una, intitolata «L’uccellino che parla.»[26] Lo stesso può dirsi, in generale, degli altri elementi che compongono questa Novella del Dottore in legge: il tradimento del cavaliere che uccide Ermenegilda ricorre, in circostanze poco diverse, nel Roman de la Violette, nel romanzo inglese Le Bone Florence of Rome[27], in un capitolo dello Speculum Maius di Vincent de Beauvais, frate domenicano fiorito verso il 1260, e nelle Gesta Romanorum. Le avventure e le sofferenze di una principessa, costretta dal padre a sposare uno straniero, o un re di religione diversa dalla sua, sono un argomento comunissimo e di una tradizione assai remota. Il Tyrwhitt afferma in modo assoluto che il Chaucer, con qualche leggerissima variante, ha preso la pietosa storia di Costanza dal secondo libro della Confessio Amantis di John Gower, amico del poeta ed il maggiore dei poeti suoi contemporanei. Aggiunge però che egli non ritiene neppure il Gower inventore della novella, e cita in proposito un’antica poesia inglese intitolata Emaré, dal nome dell’eroina che ha una serie di avventure presso a poco simili a quelle di Costanza[28]. L’opinione del Tyrwhitt, il quale dà per fonte diretta e immediata ciò che non può avere altro valore, se non quello di un fortuito riscontro, non è accolta dal Wright.[29] Egli crede, molto più verisimilmente, che la Novella del Dottore in legge abbia per fonte diretta qualche antico romanzo francese, e nota che la redazione della storia quale si trova nel poema del Gower, è tolta, invece, dalla cronaca anglo-normanna di Nicolas Trivet, o Treveth, il quale era un frate domenicano inglese che visse nella prima metà del secolo XIV. La cronaca di Nicolas Trivet, contenente la vita di Costanza, figlia dell’Imperatore Tiberio Costantino, fu stampata, con la traduzione inglese, da Edmund Brock nelle pubblicazioni della Chaucer Society.

Da un accurato raffronto che il dotto critico fa del racconto che si trova in questa cronaca, con la novella raccontata dal Dottore in legge, rilevandone tutte le somiglianze, sembrerebbe che il Chaucer si fosse valso piuttosto largamente della cronaca del frate inglese[30]. È probabile, quindi, che tanto il Gower quanto il Chaucer abbiano attinto, senza saperlo, alla stessa fonte, cioè al racconto francese di Nicolas Trivet. Questa infatti è l’opinione più comunemente accettata: l’Hertzberg,[31] però trova che non vi sono prove e documenti abbastanza sicuri per accogliere le conclusioni del Wright, e dice che la sola cosa che si può affermare con certezza, è che nè il Gower nè il Chaucer hanno inventato la storia di Costanza, ma hanno attinto ad una fonte antica, che probabilmente non è la cronaca del Trivet.

La novella del Dottore in legge è una delle più belle di tutta la lunga serie dei racconti di Canterbury, e come pittura commovente della rassegnazione cristiana, e dell’umana virtù, è degna sorella della storia di Griselda raccontata dal Chierico di Oxford. L’episodio della partenza di Costanza sulla nave, dove viene abbandonata col bambino in balìa delle onde e dei venti, è così profondamente sentito, e così vero in tutti gli affettuosi particolari dell’amore materno e della fede, che non si può leggere senza provare un intimo senso di commozione. In questa novella il Chaucer non adopera il metro da lui comunemente usato nello stile eroico e burlesco, cioè il così detto verso eroico: per gli argomenti serî e patetici egli predilige una forma poetica speciale, nella quale sono scritte, oltre questa, la «Novella del Chierico di Oxford» la «Novella della Madre Priora» e la «Novella della seconda Monaca.» Si tratta di una strofe rimata di sette versi, composta su questo schema: a b a b b cc. Il Chaucer ha intradotto per il primo questo metro nella letteratura inglese: per quanto nel suo poemetto Troilus and Cressida, che è un rifacimento del Filostrato, questa strofe sostituisca evidentemente l’ottava del Boccaccio, sembra strano che essa debba considerarsi una derivazione diretta dell’ottava rima, come vorrebbe qualcuno[32]. Il Tyrwhitt[33] inclina a credere che sia, invece, di origine provenzale, e cita una poesia di Folchetto di Marsiglia, scritta in una strofe di sette versi, che corrisponde esattamente a quella del Chaucer. E la sua opinione è divisa dall’Hertzberg, il quale dice, senz’altro, che questo metro è preso in prestito dai poeti di Provenza. In Inghilterra questa strofe divenne subito molto popolare, e fu usata assai spesso dai due immediati seguaci e imitatori del Chaucer, Occleve e Lydgate. Perfino Giacomo I di Scozia l’adoperò in un suo lavoro poetico intitolato The Kinges Quair:[34] e pare, anzi, che in omaggio a questa regale predilezione la strofe acquistasse il nome di ryme royal, col quale la sua popolarità durò fin verso la fine del secolo XVI, in cui fu spodestata dalla nuova stanza dello Spencer, composta di nove versi.

La Novella del Chierico di Oxford è, in sostanza, la storia raccontata da Dioneo nell’ultima novella del Decamerone. Ma la fonte non è il Boccaccio: il Chaucer stesso ci fa sapere nel prologo[35], che la fonte diretta è il Petrarca, e questa volta, ad onore del vero, egli dice proprio la verità. Poichè il racconto del Chierico di Oxford segue quasi letteralmente la parafrasi latina che Francesco Petrarca fece della novella del Decamerone, e che egli stesso mandò con bellissime parole al Boccaccio verso il 1373[36]. La questione che alcuni critici[37] hanno voluto fare, se il Chaucer abbia composto la sua novella sopra un semplice racconto orale a lui fatto, della storia di Griselda, dal Petrarca (come sembrerebbe si dovesse ricavare dal prologo), o se egli abbia, invece, avuto sott’occhio il manoscritto latino, mi sembra oziosa e senza alcun valore. Giacchè nulla aggiunge e nulla toglie al merito del poeta inglese, il fatto che egli abbia avuto, o no, fra mano il testo latino della traduzione del Petrarca. Comunque sia, basta un diligente confronto di questo testo con quello del Chaucer, per convincersi che l’autore della novella del Chierico di Oxford ha indubbiamente avuto sotto gli occhi la traduzione latina del Petrarca. Certe espressioni, certi movimenti e atteggiamenti del pensiero, certi minuti particolari che poca o nessuna relazione hanno con la narrazione generale del fatto, non possono essere rimasti così impressi al Chaucer, che egli abbia potuto ripeterli, nella sua novella, quasi con le stesse parole del testo latino. L’Hertzberg ritiene che l’asserzione del Chierico di Oxford nel prologo non implichi altro che il semplice fatto, che il Chaucer ha attinto alla traduzione del Petrarca. Le parole del Chierico, secondo lui, non bastano per affermare che il poeta abbia realmente conosciuto a Padova il cantore di Laura, e proprio dalla sua voce abbia appreso la storia di Griselda. Certo non vi sarebbe nulla di strano e di inverosimile ad ammettere che il Chaucer trovandosi verso la fine del 1372 in Italia, dove era stato mandato dal governo di Edoardo III in missione diplomatica, si recasse a Padova per conoscere Francesco Petrarca, che proprio in quel tempo si trovava in mezzo ai dolci colli di Arquà. Ma nessun documento prova questa visita del poeta inglese al poeta italiano: e forse nelle parole del Chierico di Oxford si è voluto trovare più di quello che il Chaucer stesso abbia voluto dire. Assolutamente destituita di fondamento, poi, è l’asserzione di alcuni biografi e studiosi[38] del poeta, che egli avesse conosciuto il Petrarca in Milano fino dal 1368, in occasione delle nozze di Violante, figlia di Galeazzo Visconti, con Lionello Duca di Clarence. E ci volle, davvero, tutta la buona volontà e la calda fantasia del Baret, per affermare, senza provarlo in alcun modo, che in questa circostanza il Chaucer fu presentato anche al Boccaccio; e per immaginare perfino i geniali discorsi tenuti dai tre illustri letterati: «Que de sujets durent être traités, que d’idées échangées, quels horizons nouveaux ouverts par les deux doctes Italiens à cet enfant curieux de la Grand Bretagne encore barbare!»[39]

Ma ad una questione assai più importante ci conduce la storia di Griselda raccontata dal Chierico di Oxford: cioè se l’autore delle Canterbury Tales abbia avuto conoscenza del Decamerone. Le novelle del Chaucer, che ordinariamente sono considerate come prese o imitate dal Decamerone, sono, oltre la Novella del Chierico di Oxford, queste tre: «The Schipmannes Tale» (Novella del Marinaro) che corrisponderebbe alla novella di Gulfardo e Gosparruolo (Decam. VIII. 1); «The Frankeleynes Tale» (Novella del Possidente) corrispondente alla storia di Madonna Dianora e Messere Ansaldo (Decam. X. 5); e «The Reeves Tale» (Novella del Fattore) da confrontarsi con la novella raccontata da Panfilo (Decam. IX. 6). Relazioni di somiglianza, specialmente in certi dettagli, si trovano, inoltre, fra la Novella del Mercante (The Marchaundes Tale) e quella di Lidia e Nicostrato (Decam. VII. 9), e fra la Novella del Mugnaio (The Milleres Tale) e la storia di Frate Puccio (Decam. III. 4). Senza entrare in particolari e senza fare qui dei raffronti che sarebbero fuori di luogo, notiamo solamente che le somiglianze fra racconto e racconto nelle novelle che abbiamo citate, non sono tali da potere provare materialmente che il Chaucer conosceva il Decamerone. In mezzo alle numerose e sostanziali variazioni di uno stesso tema, che la tradizione orale ha modificato in mille modi, non è possibile rintracciare l’originale e designare la fonte. Nè si può certo chiedere ad un raffronto fra il Decamerone e le Canterbury Tales la prova che il Chaucer abbia avuto conoscenza dell’opera maggiore del Boccaccio. Anzi se si voglia tener conto del fatto, che delle altre opere del Boccaccio a lui senza dubbio note, come la Teseide, il Filostrato, De casibus virorum et faeminarum, De claris mulieribus, e il De Genealogia Deorum, egli si è valso molto spesso, e senza tanti scrupoli, da un simile raffronto si dovrebbe concludere che forse al Chaucer non dovette essere noto il Decamerone.

Molto più che la storia di Griselda, pur rimanendo nel racconto del Chierico di Oxford tale e quale, in sostanza, è nella novella raccontata da Dioneo, il Chaucer non l’ha tolta evidentemente dal Decamerone, ma dalla traduzione latina del Petrarca. Ma se mancano gli elementi e gli argomenti necessari per potere affermare esplicitamente che il Chaucer conobbe il Decamerone, nessuno vorrà negare la stranezza e la inverosimiglianza del fatto, che il Chaucer, il quale conobbe e tradusse la Divina Commedia, e conobbe le opere del Petrarca fino al punto da chiamarlo «my master Petrarch»[40] e da tradurre quasi alla lettera il sonetto LXXXVIII del Canzoniere,[41] non conoscesse affatto l’opera maggiore e più importante del Boccaccio, il quale egli mostra di avere conosciuto anche troppo nella Teseide, nel Filostrato, e più o meno in quasi tutte le opere latine. Nessuno, credo, potrà ammettere facilmente che un letterato di ingegno come il Chaucer, avido di imparare e di conoscere, il quale cerca fuori della rozza sua patria un raggio luminoso di quell’arte e di quella poesia per la quale si sente nato, giunto in Italia vi si trattenga circa undici mesi (dal Dicembre del 1372 al Novembre del 1373), ed insieme col nome di Dante Alighieri e di Francesco Petrarca, a lui notissimi, non senta mai ricordare quello di Giovanni Boccaccio. E si badi che il Chaucer durante il suo non breve soggiorno in Italia, si recò a Firenze proprio nell’anno 1373, vale a dire quando il Boccaccio incominciava, per incarico del Comune di Firenze, le sue letture pubbliche sulla Divina Commedia nella chiesa di S. Stefano. Anche ammesso che il Chaucer, il quale sembra che lasciasse Firenze prima del 22 Novembre, non avesse avuto il tempo o l’occasione di assistere ad una delle lezioni del Boccaccio, che inaugurò la cattedra dantesca il 23 Ottobre, è molto inverosimile che non avesse almeno sentito parlare di un avvenimento così importante, e dell’alto onore a cui la Signoria di Firenze chiamava l’autore del Decamerone. Ma è proprio un destino che certe circostanze e certi particolari interessantissimi della vita del Chaucer debbano restare nell’ombra e nel mistero: se si potesse provare che egli conobbe realmente, a Padova, il Petrarca, e da lui ebbe notizia della storia di Griselda, avremmo un valido argomento di più per ritenere che il Boccaccio e le sue novelle dovettero essere noti al Chaucer. Poichè il Petrarca che mandando la sua traduzione latina al Boccaccio scriveva: «A chiunque poi mi domandasse se la cosa sia vera, cioè se questo scritto sia favola o storia, risponderei come Crispo: chiedetene conto all’autore che è il mio Giovanni»[42] il Petrarca, dico, non avrebbe certo tenuto nascosto al Chaucer il nome dell’amico suo, e del libro onde egli aveva tradotto la novella di Griselda. Stando così le cose, e non essendo possibile, purtroppo, in tale questione, uscire dal campo delle congetture e delle semplici supposizioni, a me sembra che senza affermare in modo assoluto e gratuitamente come il Mamroth,[43] che il Chaucer conobbe il Decamerone e da questo tolse il piano del suo libro, si possano accettare le conclusioni del Kissner,[44] cioè che forse le Canterbury Tales debbono al Decamerone più di quello che comunemente si crede, e che ad ogni modo non ci sono nè documenti nè ragioni inoppugnabili, i quali ci vietino di poter credere che le novelle del Boccaccio fossero note al Chaucer.

Le origini della storia di Griselda si perdono nella tradizione popolare: e in argomenti di questo genere non è raro il caso, in cui la voce del popolo ci porti l’eco di qualche fatto accaduto, chi sa in quali circostanze e con quali particolari, in tempi lontanissimi.[45] Che la storia della povera pastorella «provata fino al martirio dal marito marchese» fosse nella tradizione orale, lo provano, come già osservò il Bartoli[46], queste parole del Petrarca, dalle quali sembrerebbe che la storia di Griselda fosse nota già da molto tempo non solo a lui, ma anche al Boccaccio: «ricordandomi di averla io stesso con gran piacere udita narrare molti anni indietro, e poichè tanto era piaciuta a te stesso, che degna la credesti di farne materia al tuo stile.»[47] II tema è piuttosto comune: ci troviamo davanti ad una delle numerose versioni che rientrano nel vasto ciclo della moglie calunniata e perseguitata, come la storia di Genoveffa[48]. L’opinione del Duchat[49], accolta e ripetuta anche dal Le Grand d’Aussy[50], dal Manni[51], e dall’abate de Sade[52]: che il Boccaccio avesse tolto la storia di Griselda da un antico manoscritto francese intitolato: Le Parement et Triomphe des Dames, fu dimostrata assolutamente erronea, prima anche che dal Landau, dal Tyrwhitt, il quale osservò che l’autore del Parement, Olivier de la Marche, era nato e vissuto molti anni dopo la morte del Boccaccio.

Il Chaucer nella sua novella non si discosta quasi mai dal testo del Petrarca: e lo segue così scrupolosamente, anche nei particolari più minuti, che il racconto del Chierico si potrebbe chiamare una traduzione poetica della prosa latina petrarchesca. Non c’è una frase, non una sola parola nella novella del Chaucer, che possa fare supporre, anche lontanamente, che egli avesse letto o conosciuto in qualche modo la novella del Boccaccio. Unica indiscutibile fonte è il Petrarca: ed io non saprei, a questo proposito, come qualificare l’assurda asserzione del Klein, il quale dice che il racconto del Chierico di Oxford «è un miscuglio di Boccaccio, Petrarca e Maria di Francia»[53] aggiungendo a questo non pochi altri spropositi, che, con tutto il rispetto dovuto ad un critico tedesco, non vale neppure la pena di rilevare. Per quanto però il Chaucer traduca molto spesso quasi letteralmente dal Petrarca, la sua natura di poeta e le sue qualità di osservatore e conoscitore profondo dell’animo umano, spiccano in questa novella anche più che in altre, dove la materia del racconto è più originale e indipendente. Quando Gualtieri dopo avere detto a Griselda che il papa gli ha permesso di prendersi un’altra moglie, la caccia di casa, e le ingiunge con amara irrisione di riprendersi la dote che aveva portato, il Petrarca segue e traduce il Boccaccio, il quale così fa rispondere dalla povera pastorella al crudele signore di Saluzzo: «Comandatemi che io quella dote me ne porti che io ci recai, alla qual cosa fare, nè a voi pagator nè a me borsa bisognerà nè somiere, per ciò che uscito di mente non m’è che ignuda m’aveste.» Il Chaucer con un linguaggio profondamente umano, che rende anche più commovente la risposta di Griselda dice: «In quanto alla concessione che mi fate di lasciarmi andar via con la dote che vi ho portato, capisco bene che voi intendete parlare dei miei poveri cenci, che non erano niente di bello davvero: ma nonostante ben difficilmente io potrei ora ritrovarli. Buon Dio! a sentirvi parlare, e a guardarvi, sembravate così buono e gentile il giorno del nostro matrimonio!» Non è un senso di intima ribellione che fa scattare la povera e ingenua pastorella: in quella esclamazione è mirabilmente compendiato tutto il suo dolore e tutto il suo stupore, davanti a tanta e così inaudita crudeltà di animo. Con quanta verità di sentimento, alle semplici parole: «Audito ergo non tam filiae tacite redeuntis quam comitum strepitu occurrit in limine: et seminudam antiqua veste cooperuit»[54] onde il Petrarca descrive il primo incontro di Griselda, scalza e in camicia, col vecchio padre, il Chierico di Oxford sostituisce quest’altre nel suo racconto: «Il povero vecchio, avendo sentito che la sua figliuola ritornava a casa in quel modo, in fretta in fretta le andò incontro, portando seco la vecchia veste che essa aveva lasciato, e piangendo amaramente, cercava di coprirla alla meglio con quella.» La fiera invettiva al popolo incostante e mutevole come la luna, i commoventi particolari della pietosa scena fra Griselda e i suoi figliuoli, il congedo originalissimo, e di un sapore veramente moderno, col quale il Chierico, finito il suo racconto, si rivolge agli uomini che hanno moglie, e alle donne che hanno marito, ed altre finezze ed arguzie che ognuno potrà facilmente riscontrare da sè, basterebbero da soli a giustificare le lodi e l’ammirazione di tutti i critici più autorevoli dell’Inghilterra, per questa novella, che nel suo genere è forse la più bella fra le Canterbury Tales.

Le «celesti sofferenze» di Griselda, dalla novella del Decamerone in poi, furono imitate e riprodotte in quasi tutte le più importanti forme letterarie antiche e moderne: la rappresentazione sacra, la ballata, la novella, il poema, la commedia, la tragedia, e perfino, ai giorni nostri, il melodramma, si disputarono questa storia, che ha goduto una popolarità lunghissima e quasi senza interruzione. E non solo in Italia, ma anche presso le altre letterature d’Europa, specialmente in Francia in Inghilterra e in Germania, sbocciò attorno alla ideale figura di Griselda una vera fioritura poetica.[55] Se il Boccaccio, come sembra, non si può considerare l’inventore di questa fortunata storia, egli ha tuttavia il grandissimo merito di averne dato, nella sua novella, la prima redazione scritta che si conosca: e nessuno può invidiargli e negargli la gloria di averne creato quel capolavoro di semplicità e di sentimento, che tanta luce di arte e di poesia irradiò fin dal suo nascere.

Venuto il turno del Mercante d’Indulgenze, le persone più civili e bene educate[56] che si trovavano nella gioconda brigata di Canterbury, avendo capito subito, strada facendo, che razza di prete scapestrato e libertino egli era, e forse avendone già avuto abbastanza del licenzioso racconto della donna di Bath, e di qualche altro, non meno scurrile ed osceno, dei novellatori che lo avevano preceduto, misero le mani avanti: e lo pregarono di non dire sguaiataggini. Ed egli, mantenendo la sua promessa, racconta infatti una storia moralissima, e piena di savi avvertimenti[57]. La fonte di questo racconto del Mercante d’Indulgenze è sconosciuta: le sue linee generali si ritrovano in una novella del Novellino[58], nella quale un santo romito avendo scoperto in una selva un tesoro, fugge per non essere tentato da quello. Ed incontrati tre briganti che lo fermano, dice loro come egli fuggisse perchè aveva alle spalle la Morte, indicando ad essi il luogo dove giaceva il tesoro. I tre malfattori trovato il tesoro, decidono che uno di loro vada in città a vendere una piccola parte dell’oro che hanno scoperto, e ne compri da mangiare e da bere per tutti e tre, mentre gli altri restano a far la guardia. Quello che va in città mette il veleno nelle vivande e nel vino che porta ai suoi compagni, per ucciderli e restare egli solo padrone di tutto il tesoro. Appena tornato, però, è ucciso dagli altri due, che avevano deciso di disfarsi di lui, per dividere fra loro solamente le ricchezze trovate. Ma avendo poi mangiato e bevuto delle vivande e del vino che erano avvelenati, muoiono, come l’altro, vittime della loro cupidigia.

Per quanto le somiglianze e i punti di contatto fra questo racconto e quello del Chaucer siano piuttosto notevoli, non si può, in modo assoluto, affermare che il Novellino sia la fonte diretta alla quale il poeta delle Canterbury Tales ha attinto la storia del Mercante d’Indulgenze[59]. È probabile, invece, che la fonte immediata sia qualche antico fabliau francese andato perduto[60], dal quale forse il racconto passò anche al Novellino. Un particolare diverso e molto interessante pel significato altamente poetico, è nella novella del Chaucer questo: che il santo romito dell’antica novella italiana, il quale rappresenta la virtù morale e cristiana, e nell’oro vede e fugge la morte dell’anima, è cambiato in un vecchio decrepito, che indarno chiede di morire e domanda pace per le stanche sue ossa: poichè egli è la Morte. Dura condanna: dare altrui la morte, cioè il riposo del corpo, senza poter morire! Il Ward paragonando questo vecchio della novella chauceriana all’Ebreo errante della leggenda, nota che tale concezione è degna di un poeta[61]. Il racconto secondo il Liebrecht (Orient. und Occid., I, 654) ha origine orientale, e ricorre anche nelle Mille e una notte[62]. L’avventura, per il suo carattere altamente morale, entrò nelle sacre rappresentazioni, e la troviamo infatti nella Rappresentazione di S. Antonio. Dal Novellino passò, in versioni differenti, ad altri testi, fra i quali a quello latino del Morlini[63].

Il Chaucer aveva temperamento e natura di poeta: e senza dubbio le peggiori e più noiose sue novelle sono le uniche due scritte in prosa, dalle quali non bisogna certamente giudicarlo nè come poeta nè come scrittore di prosa. Egli ha, tuttavia, notevoli qualità di prosatore. Oltre l’osservazione arguta, la visione delle cose sempre pronta e giusta, la frase sbrigliata e incisiva, il Chaucer possiede la quadratura artistica del discorso e del racconto in prosa. E queste sue qualità egli dimostra più specialmente in questa novella, nella quale non il sentimento nè la poesia della storia di Costanza e di Griselda è da ammirare, ma la perfetta tessitura del racconto, dove nulla è superfluo, tutto è al suo posto e naturale, anche nei più minuti particolari.

Il Cantare di Ser Thopas è una satira, fatta con molto spirito e con fino accorgimento, dei romanzi cavallereschi, i quali in versi rozzi e privi, generalmente, di qualunque senso d’arte, narravano le più inverosimili e barocche avventure di qualche famoso cavaliere. Questi antichi cantari, goffi nella forma e pieni di particolari inutili e spesso grotteschi, erano divenuti popolarissimi in Inghilterra, ed avevano finito per guastare, o meglio falsare, il gusto letterario della incolta età del Chaucer. Il quale, dotato di quell’intelletto d’arte che come un improvviso sprazzo di vivida luce illuminò la buia notte della sua patria, fu naturalmente spinto a deridere una forma di poesia così vacua e convenzionale. Voler fare per questo del Chaucer un precursore del Cervantes, come ad alcuno piacque, sarebbe, senza dubbio, una esagerazione non giustificabile: ma prendere sul serio le avventure di Ser Thopas, e negare la satira e la parodia, sarebbe errore gravissimo e un voler disconoscere al Chaucer una delle più spiccate qualità del suo ingegno. Il poeta non intende di screditare la cavalleria, e la poesia cavalleresca in generale: anzi egli stesso dimostra una speciale predilezione per il racconto romanzesco, e si compiace di avventure cavalleresche, come nella Novella del Cavaliere e nella bellissima e fantastica storia di Cambuscan, re di Tartaria, raccontata dallo Scudiero. Egli mette in ridicolo una forma speciale e determinata di poesia, caduta nelle mani del popolo e di poeti rozzi ed incolti, nella quale alla barbarie della lingua e alla volgarità del verso e della rima facevano riscontro frivolezze e stravaganze d’ogni genere. E questo è precisamente il racconto cavalleresco in strofe di sei versi, rimati a a b a a b, dei quali il primo, il secondo, il quarto e il quinto, sono ottonari completi:

il terzo e il sesto hanno questo schema:

oppure quest’altro:

In questo metro appunto sono alcuni di questi cantari nominati dal Chaucer in Ser Thopas, come Horn child, e Ser Libeaux[64]: e con una grande abilità egli imita e riproduce da questi, nel suo cantare, tutti quegli errori e quelle goffaggini di forma, e tutte quelle frasi peregrine, che così spiritosamente mette alla berlina. La monotona ripetizione della stessa rima del primo e secondo verso, nel quarto e quinto della strofe, non poteva sfuggire al fine orecchio del Chaucer. Certe rime, ad arte sbagliate, e l’uso di certe barbare parole, accanto a delle finezze di forma e di espressione che non si trovano negli altri racconti cavaliereschi di questo genere, dimostrano non solo, in modo indiscutibile, che il fine del Cantare di Ser Thopas è la satira burlesca, ma provano anche la conoscenza mirabile che il Chaucer aveva della lingua, e la maestria con cui sapeva trattarla.

Ser Thopas è evidentemente il prototipo dei donchisciotteschi cavalieri dalla lunga lancia e il terribile sciabolone di questi vecchi cantari, nei quali è dipinto un mondo ridicolo e fattizio, dove tutto è convenzionale: i boschi, le piante, gli uccelli, e perfino la esilarante bevanda onde ogni bellicoso cavaliere si rinfrancava prima di cimentarsi. Non è improbabile, come altri notò, che nel Cantare di Ser Thopas il Chaucer abbia ripreso il soggetto di qualche antico racconto del genere[65] trasformandolo nella sua spiritosa caricatura; ma l’affermazione del Hurd[66]: che esistesse un vecchio cantare intitolato The boke of the Giant Olyphant and Chylde Thopas, del quale il poeta si sarebbe servito, è assolutamente infondata[67].

Della mia traduzione poco debbo dire. Ho preferito la forma in prosa perchè, ad ogni modo, mi è sembrato minore colpa fare della prosa mediocre che della poesia cattiva. Per mantenere al racconto, più che fosse possibile, quella forma semplice e popolarmente spigliata che il Chaucer ha voluto dare alle sue novelle, ho cercato di restare, fin dove ho potuto, fedele alla espressione del poeta, senza preoccuparmi troppo di certe durezze di stile che mi saranno, spero, facilmente perdonate. L’edizione delle Canterbury Tales della quale mi sono servito per la traduzione, è quella del Tyrwhitt, comparsa per la prima volta nel 1775: ma ho avuto sott’occhio anche quella del Wright, e del Bell, che ho sempre seguito, per la grafia molto più corretta, nelle citazioni del testo inglese. Tutte le volte che ho creduto di abbandonare la lezione del Tyrwhitt, l’ho dichiarato in una nota. Edizioni più recenti non ho, purtroppo, potuto consultare, nè ho avuto modo di valermi delle pubblicazioni della Chaucer Society, che sotto l’alta direzione del suo illustre e benemerito fondatore, Frederick James Furnivall, ha portato preziosi contributi alla intelligenza del testo chauceriano. Per la compilazione delle note mi sono valso più specialmente delle note e del glossario del Tyrwhitt, dello Speght, del Wright e dell’Hertzberg, che ho sempre citato ai luoghi loro: per le notizie generali sulla vita del poeta e su tutta l’opera sua, ho attinto all’opera magistrale del Lounsbury. In una prima traduzione di un testo così difficile, e non di rado controverso, è facile essere caduto in qualche errore: e di alcuno mi sono avvisto io stesso, ahimè troppo tardi, nel compilare le note, quando esso era già irrevocabilmente consacrato alla stampa. Di questi, e di altri che mi possano essere sfuggiti, chiedo venia fin d’ora al benigno lettore.

Pesaro 7 luglio 1897.


NOTE ALLA PREFAZIONE

[1] A. W. Ward, Chaucer, London, Macmillan 1884.

[2] Macaulay, Hist. of. Engl., vol. I. B. Tauchnitz, Leipzig.

[3] Compreso, s’intende, anche l’oste, al quale nessuno avrebbe vietato di raccontare una novella, per quanto non fosse obbligato. Intorno al numero preciso dei pellegrini nominati da Chaucer, non si trovano tutti d’accordo. E c’è, in verità, un po’ di confusione: poichè il poeta (Cf. Prologo, pag. [4]) dice che erano ventinove (non si sa se comprendendovi se stesso), e poi ne nomina trentuno, compreso lui stesso e non contando l’oste.

[4] La «Novella di Melibeo» raccontata dal Chaucer stesso, e la «Novella del Parroco» che è l’ultima delle novelle rimaste. Delle ventiquattro autentiche due sono mutile: La «Novella del Cuoco» della quale non restano che pochi versi, e la «Novella dello Scudiero.»

[5] Hist. of Eng. Literat. Scribner, New York 1875, 1.

[6] Come dice il Boccaccio del servo di frate Cipolla. Il ritratto morale del mercante di indulgenze è completato da lui stesso nel principio del suo racconto (Cf. pag. [273] segg).

[7] Op. cit., pag. 114.

[8] Longfellow, Poetical Works, London, G. Routledge and Sons. pag. 288. Noto qui, per incidenza, che fra gli altri personaggi seduti accanto al fuoco a raccontar novelle, vi è uno studente, una poco originale imitazione del Chierico di Oxford, il quale racconta la storia del Falcone di Ser Federigo, del Decamerone (Gior. V. Nov. 9). Intorno alle fonti di queste novelle vedi Varnhagen, Longfellow’ s Tales of a Wayside Inn, und ihre Quellen. Cfr. Anglia, VII, 1884.

[9] Lounsbury, Studies in Chaucer, J. Osgood, London, 1892. II, 234.

[10] Chaucer’s «Troylus and Cryseyde» compared with Boccaccio’s «Filostrato.» Cfr. Lounsbury, op. cit. 235.

[11] Nella novella raccontata dal Monaco.

[12] Poetical Works of G. Chaucer, edited by Robert Bell, revised by W. Skeat, G. Bell, London, 1885. I. pag. 18. n.

[13] Cfr. Lettera all’Athenaeum, 3 Ott. 1868, p. 433.

[14] Epist. I. 2. 1.

[15] Cf. Il Cantare di Ser Thopas, pag. [317].

[16] The Poetical Works of G. Chaucer. London.

[17] Chaucers Canterbury-Geschichten aus den Englischen von Wilhelm Hertzberg. Leipzig.

[18] Non ho saputo resistere alla tentazione di citare il passo nell’originale: per la traduzione V. Nov. del Cavaliere pag. [76].

[19] Longfellow, op. cit. pag. 280.

[20] La regina Alcesti enumerando al dio dell’Amore alcune delle opere poetiche del Chaucer, dice che egli scrisse anche: «all the love of Palemon and Arcite.»

[21] Vedi quanto su questa novella, sulle sue relazioni con la Teseide e con altri scritti del Chaucer scrive il Ten Brink, nei suoi interessanti studi: Chaucer, Studien zur Geschichte etc. A. Russell. Münster, 1870, p. 39. Per le due redazioni della storia di Palemone e Arcita vedi anche: Köbbing, Zu Chaucer’s «The Knightes Tale». Remarques sur le rapport des deux rèdactions etc, in Englische Studien, II. 1878. p. 528-532.

[22] Contributo agli studi sul Boccaccio. Loescher, 1887.

[23] Il dramma che va sotto il nome del Fletcher, attribuito da qualcuno anche a Shakespeare, è intitolato: «The two noble kinsmen». Sullo stesso argomento già aveva composto un dramma Richard Edwards, che fu rappresentato alla presenza della regina Elisabetta nel 1566, col titolo: «Palemon and Arcite.» Il poema del Dryden è una parafrasi del racconto del Cavaliere.

[24] Trovasi anche nel romanzo intitolato: Le Chevalier au Cigne, e in quello anche più antico del Re Offa.

[25] Pecorone, X, I. Vedi quanto scrive sulle varie versioni del racconto di questa novella, e delle sue relazioni coll’antico romanzo francese della Bella Elena di Costantinopoli Egidio Gorra (Il Pecorone, in studi di Critica Letteraria).

[26] Confr. V. Imbriani, Novellaia Fiorentina VI.

[27] Vedi Ritson, Metrical Romances. Cfr. Bell, op. cit. I. 271.

[28] Per la relazione della storia di Emaré con l’antico romanzo anglo-sassone del re Offa, vedi Ritson, Op. cit.

[29] The Canterbury Tales of G. Chaucer by Thomas Wright.

[30] Cf. Lounsbury, Op. cit., II. 210.

[31] Op. cit.

[32] Cfr. Bell, Op. cit., pag. 272.

[33] Op. cit., pag. XL. n.

[34] The Kinges Quair (cioè The King’s Quire: Il libro del re) è un poema di circa 1400 versi, nel quale Giacomo I ricorda, insieme col Gower, il Chaucer come «maister dear».

[35] Cfr. pag. 208.

[36] Lettere Senili, Lib. XVII, III.

[37] Cfr. R. Bell, Op. cit., pag. 22. e segg.

[38] Cfr. Warton, Hist. of. Eng. Poetry. London pag. 225.

[39] E. Baret, Les Troubadours et leur influence sur la Litterature du midi de l’Europe, pag. 262.

[40] Nella «Novella del Monaco.»

[41] Il Sonetto incomincia: «S’amor non è etc.» La traduzione è inserita nel poemetto: Troilus and Cressida I, 400.

[42] Lettere senili di F. Petrarca, volgarizzate da G. Fracassetti. Firenze, Le Monnier 1870. Vol. 2, Libr. XVII. 3.

[43] F. Mamroth, G. Chaucer, seine Zeit und seine Abhängigkeit von Boccaccio. Mayer, Berlin. 1872. Pag. 56 segg.

[44] A. Kissner, Chaucer in seinen Beziehungen zur Ital. Literat. Bonn, 1867, Pag. 76.

[45] Noguier, nella sua Histoire de Toulouse, afferma che Griselda visse realmente nel 1103. Bouchet (Annales d’Aquitaine, III.) dice: «Griselidis vivoit environ l’an 1025.» Anche il Foresti (Supplemento delle Cronache) dice che Griselda è esistita, ed il fatto è vero. Questi documenti non hanno certamente alcun valore, ma potrebbero fare sospettare che esistesse la tradizione di un fatto realmente accaduto.

[46] I Precursori del Boccaccio etc. Firenze, 1876. Pag. 42.

[47] Lett. cit.

[48] Cfr. Landau, Die Quellen des Decameron, Pag. 156 segg.

[49] Note a Rabelais. Cfr. Dunlop, Hist of Pros. Fict, London, 1888, II, pag. 145.

[50] Fabliaux I. 269.

[51] Ist. del Decam. Firenze, 1732. Pag. 603.

[52] Memoires pour la vie de Petrarque. III. pag. 797. Cfr. Tyrwhitt, op. cit. 61, n.

[53] Geschichte des Dramas, Leipzig, 1867, I. pag. 639. Il Lai del Fresne di Maria di Francia, nonostante alcune tenui analogie, non ha che qualche relazione di somiglianza con la storia di Griselda, e non può essere considerato come fonte originale.

[54] Anche il Boccaccio dice semplicemente che Giannucole «guardati l’aveva i panni, che spogliati s’aveva quella mattina che Gualtieri la sposò: per che recatigliele et ella rivestitiglisi, ai piccoli servigi della casa paterna si diede.»

[55] Una interessante enumerazione di tutte le opere a cui ha dato origine la storia di Griselda, si trova nel dotto articolo su Griselda di Reinhold Köhler, inserito nella Encyklopädie von Ersch und Gruber. Vedi anche: Westenholz, Die Griseldissage in der Litteraturgeschichte. Cfr. Zeischrift für Deutsche Philologie, xxi, p. 472. Per la letterat. russa vedi Wesselofsky, La Griselda ecc. in Civiltà italiana, Anno I. pag. 156 e segg.

[56] Il Chaucer dice «the gentils» che io nella traduzione ho omesso, dando alla frase un altro movimento.

[57] La maggior parte di quelli che si riferiscono alla gola e all’avidità del mangiare e del bere, sono tolti dall’opera De Contemptu mundi, di Innocenzo III. È curioso che la espressione latina, onde il Mercante d’Indulgenze esprime l’argomento delle sue prediche, che è poi quello della sua novella, ricorre tale e quale nel testo latino del Morlini (Nov. XLII, ediz. Jannet. P. 85): radice malorum cupiditate affecti.

[58] La LXXXI nel testo del Borghini, e la XVI in quello del Papanti. Cfr. la Nov. LXXXIII nell’ediz. del Gualteruzzi.

[59] Che il Chaucer avesse conoscenza del Novellino non è provato: altre novelle che abbiano con esso anche una lontana relazione, nelle Canterbury Tales non ve ne sono. L’episodio di Talete che cade in una fossa, nella «Novella, del Mugnaio» è troppo comune e popolare, per supporre, come il Tyrwhitt, che il Chaucer l’abbia tolto dalle Cento Novelle Antiche (Gualt. 38. Borgh. 36).

[60] Della conoscenza che il Chaucer ebbe dei Fabliaux francesi parla il Wright nei suoi Anecdota literaria.

[61] Op. cit., pag. 131.

[62] Per l’origine di questa storia, per questi ed altri riscontri, e per la versione orale popolare, vedi D’Ancona, Le Fonti del Novellino, in Studi di Critica e Storia Letteraria.

[63] Sulle novelle e sulla vita del Morlini, del quale fino ad ora ben poco si conosce, sta studiando da qualche tempo il Saviotti, già noto agli studiosi per altre pregevoli pubblicazioni. Rileviamo fin d’ora l’importanza di questo che sarà un nuovo contributo alla storia della novella.

[64] Nello stesso metro è anche The King of Tars, che ha, in alcune espressioni, rapporti di somiglianza con la storia di Ser Thopas. In questa medesima stanza di sei versi scrisse il Dunbar (1460-1520) una ballata burlesca, intitolata: Sir Thomas Norray.

[65] Cfr. Hertzberg, op. cit.

[66] In Letters on Chivalry and Romance. Cfr. Lounsbury, op. cit. II, 245. Egli, del resto, ha il merito di essere stato il primo, o uno dei primi, a dimostrare che il racconto di Ser Thopas va inteso come una parodia dei cantari cavallereschi.

[67] Cfr. Tyrwhitt, op. cit. e Ritson op. cit.

ERRATA-CORRIGE

ErrataCorrige
Pag.24.AvicenoAvicenna
»52.soccorercisoccorrerci
»77.il campo «ha«il campo ha
»94.che tormentano, in questo mondo,che tormentano in questo mondo
»113.abbi pietà,abbi pietà
»115.levando in alto, la manolevando in alto la mano,
»123.diederodànno
»150.MalkinsMalkin
»152.AlcesteAlcesti
»174.«ChiChi
»195.coraggioil coraggio
»196.Mentre il senatore,Mentre il senatore
»197.nostro Signoranostra Signora
»224.EÈ
»»posapossa
»287.e poio poi
»»Dio le sueDio con le sue
»293.restarono atterritirestarono attoniti

NOVELLE DI CANTERBURY

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PROLOGO

Quando le dolci pioggie di Aprile hanno spento l’arsura di Marzo, rinfrescando ogni vena della terra con quel succo meraviglioso che ha la virtù di dare la vita ai fiori; quando zeffiro sfiora col molle soffio i teneri germogli in ogni bosco e in ogni pianura, e il giovane sole ha percorso la metà del suo cammino in Ariete; quando gli uccelletti si abbandonano ai loro canti, e dormono tutta la notte con gli occhi aperti (così vivamente li punge il risveglio della natura), la gente prova, allora, un vago desiderio di mettersi in moto; e i pellegrini[1] vanno in cerca di straniere piagge, per visitare i santi miracolosi di qualche lontana contrada[2]. E in gran numero, specialmente, si recano dalle estreme campagne d’Inghilterra a Canterbury, per ringraziare il martire benedetto di quel luogo, che fece loro la grazia, quando erano malati.

Una sera, appunto in questa stagione, mentre me ne stavo all’osteria del Tabarro, in Southwerk, aspettando la mattina per mettermi divotamente in viaggio verso Canterbury, capitò all’improvviso una brigata di ventinove persone di varia condizione: tutti pellegrini, che si erano trovati, per caso, lì al Tabarro, per andare a Canterbury, come me. Le camere, e le stalle pei nostri cavalli, erano per fortuna abbastanza grandi, e ci accomodammo tutti alla meglio.

In un attimo (il sole era appena andato sotto) barattai una parola con ciascuno di loro, e senz’altro fui della brigata anch’io, colla promessa di esser su per tempo la mattina, pronto a prender la strada di Canterbury con loro.

Ma prima di cominciare il mio racconto, giacchè non ho fretta e il tempo non mi manca, mi pare molto naturale ch’io debba dirvi di questi miei compagni di viaggio, quello che potei raccapezzare: chi fossero, di che condizione, e come vestiti. Comincerò, per primo, da un cavaliere.

C’era, dunque, un cavaliere, una degna persona, il quale fin da quando montò la prima volta a cavallo, ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia. Si era segnalato in prodezza combattendo pel suo signore e non c’era fra i cristiani e gl’infedeli uno che avesse cavalcato quanto lui, sempre onorato per la sua dignità di valoroso cavaliere.

S’era trovato alla presa di Alessandria[3]; e in tutte le città della Prussia era stato più di una volta capo tavola[4]. Nessun altro cristiano della sua condizione aveva mai viaggiato quanto lui in Lituania e in Russia. Fu all’assedio di Algezir a Granata; combattè a Belmaria[5]; vide cadere in mano dei Turchi Layas e Satalia[6], e nel mare Grande[7] fece parte di molte illustri armate. Ben quindici volte si era trovato a ferali conflitti, e a Tremissen[8], per la nostra fede, era sceso tre volte in lizza, uccidendo sempre l’avversario.

Questo prode cavaliere una volta, col signore di Palathia[9], combattè contro un pagano di Turchia, e anche allora si segnalò. Sebbene fosse così valoroso, era tuttavia molto prudente; ed aveva un modo di fare modesto e semplice come quello di una fanciulla. Un atto sgarbato, una parola scortese, non gli sfuggì mai, in tutta la sua vita, neppure trattando con l’essere più volgare di questo mondo. Insomma era veramente un compìto cavaliere. Perchè sappiate, ora, in quale arnese egli cavalcava, vi dirò che aveva un bel cavallo, ma di poco brio. Portava una casacca di fustagno tutta macchiata dalla ruggine della corazza, poichè era di ritorno da un lungo viaggio per andare a Canterbury.

Aveva portato con sè suo figlio, un giovine scudiero, innamorato, di sangue molto caldo, coi capelli tutti ricci, che parevano arricciati artificialmente[10]. Poteva avere, tirando a indovinare, una ventina di anni. Era di corporatura piuttosto snella, di un’agilità meravigliosa, e fortissimo. Una volta era stato in Fiandra, in Artois e in Piccardia, facendo parte di una spedizione militare, e si era portato valorosamente, sebbene così giovane, con la speranza di entrare in grazia alla sua bella.

Era di una carnagione così fina, che il suo viso si sarebbe potuto paragonare a un prato coperto di fiori, bianchi e rossi. Cantava, o suonava il flauto, tutto il giorno; aveva, in somma, tutta la freschezza giovanile del mese di Maggio. Portava una tunica corta con maniche lunghe e larghe; stava molto bene a cavallo, ed era un bel cavaliere. Componeva canzoni, era buon parlatore, valente giostratore, bravo ballerino, e sapeva dipingere e scrivere assai bene. La notte, per fare all’amore, dormiva meno di un rosignolo.

Aveva modi molto cortesi, ed era modesto, e pronto a prestarsi in qualunque cosa: a tavola col padre era lui che tagliava e faceva da scalco.

Dei servitori, il nostro cavaliere non aveva portato con sè che un valletto, il quale aveva una veste verde, e un cappuccio dello stesso colore. Dalla sua cintola pendeva, con molta semplicità, un fascio di frecce adorne di penne di pavone, lucide e appuntate; che egli sapeva scagliare dritte e veloci da pari suo. In mano teneva un poderoso arco. Aveva la testa rapata e il colorito bruno. Conosceva molto bene il mestiere del boscaiuolo. Al braccio portava un lucido bracciale; a un fianco una spada e uno scudo, all’altro un bel pugnale ben montato, con la punta aguzza come quella di una lancia. Sul petto gli brillava un S. Cristoforo di argento. Portava a tracolla un corno, appeso ad un nastro verde. Se non m’inganno, doveva essere proprio un guardaboschi.

C’era anche una monaca, una madre superiora, che aveva un aspetto semplice e modesto; il suo più gran giuramento era per S. Luigi. Si chiamava suora Eglantina. Cantava molto bene la messa, intonandola dolcemente col naso; parlava benissimo e con garbo il francese che parla il popolo di Stratford, a Bowe[11]: ma non conosceva affatto quello di Parigi. Stava a tavola con tutte le regole: non c’era caso che le cascasse qualche cosa di bocca o che si ungesse le dita con la salsa. Portava il boccone alla bocca con tanta attenzione, che non le cadeva mai una briciola sul petto. Si compiaceva molto ad essere bene educata. Ogni volta che beveva, si asciugava, prima di bere, il labbro superiore; il quale non lasciava nel bicchiere la più piccola macchia d’unto. Insomma cercava di mangiare con tutta l’eleganza e la correttezza possibile. La sua compagnia era molto divertente e piacevole; aveva un modo di fare che la rendeva amabile. Si studiava, con ogni cura, di imitare le maniere che usano a corte, e di avere modi gentili; poichè ambiva d’essere stimata una signora degna di riguardo.

Vi dirò delle qualità dell’animo suo: era così caritatevole e pietosa, che piangeva, solamente a vedere un topo preso in trappola, morto, o ferito. Aveva dei cagnolini che ingrassava a carne arrosto, latte, e schiacciata. E piangeva a calde lacrime se per caso uno di loro moriva, o buscava per la strada una bastonata un po’ forte. Era una donna piena di sincerità e di cuore. Il fisciù che portava al collo era appuntato con molto garbo. Aveva il naso lungo ma ben fatto; gli occhi grigi come il vetro, la bocca molto piccola con labbra morbide e rosse come una rosa; bellissima fronte, larga quasi un palmo. Era piuttosto bassa; e raggiungeva a fatica la statura ordinaria di una donna.

Il mantello che aveva indosso era, per quello che ne posso giudicare io, fatto con gusto. Attorno al braccio portava una doppia corona di piccoli coralli, tutta guarnita di verde, dalla quale pendeva un bel medaglione d’oro. Sul medaglione era incisa un’A con sopra una corona; e dopo il motto: Amor vincit omnia. Aveva con sè un’altra monaca che le faceva da cappellano, e tre preti[12].

C’era anche un monaco, un gran brav’uomo in verità: appassionato per andare a cavallo e per la caccia, di aspetto florido e degno proprio di un abate. Aveva nella stalla dei cavalli bellissimi; e quando passava col suo cavallo, si sentiva da lontano il rumore dei sonagli ben distinto; e qualche volta suonavano forte come la campana della cappella nella quale egli aveva la sua dimora religiosa.

Il buon monaco amava il progresso: la regola di S. Marco e di S. Benedetto, un po’ troppo rigorosa, a dire il vero, era roba vecchia; meglio, quindi, lasciarla stare, e seguire le pratiche del mondo nuovo. Del testo il quale dice: che chi va a caccia non può essere un sant’uomo, e che un monaco senza regola[13] è un pesce fuor d’acqua, cioè un monaco senza monastero, non glie ne importava proprio un’acca[14]. Un testo che dice queste cose, secondo lui, non valeva un soldo[15].

E, badate, non la pensava mica male: perchè rinchiudersi in un chiostro a logorarsi il cervello con lo studio, sempre col naso sul libro? O perchè, come vorrebbe S. Agostino, fare i calli alle mani lavorando dalla mattina alla sera? Se tutti dovessero fare così, dove anderebbe a finire il mondo? Lasciamo pure a S. Agostino, se gli preme, il diritto di lavorare. Però era un forte ed abile cavaliere, ed aveva dei levrieri che volavano come uccelli. Per lui il cavallo e la caccia della lepre erano una vera passione; non ci avrebbe rinunziato a nessun costo.

Vidi, se ben ricordo, che aveva le maniche della veste, vicino alla mano, guarnite di pelliccia, della qualità più fina che si trovasse nel suo paese. Per fermare il cappuccio sotto il mento portava uno spillo, molto curioso, lavorato in oro, che nella parte più grossa aveva un nodo d’amore[16]. Era interamente calvo, e aveva un cranio lucido come uno specchio.

Anche la faccia era senza un pelo, e liscia come se gli ci avessero passato una mano d’olio, tanto egli era grasso e ben pasciuto. Aveva gli occhi infossati, e li stralunava come un matto, mentre la testa gli fumava come il camino d’una fornace[17]. Calzava un bel paio di stivaloni di pelle molto fine, e aveva il cavallo bardato con lusso; insomma era un gran bel prelato. Non era pallido, nè pareva che avesse l’animo tormentato; e per lui un buon papero, bello grasso, era il migliore arrosto del mondo. Cavalcava un palafreno scuro come una bacca di cipresso.

C’era anche un cercatore, un fratacchiotto svelto e d’umore allegro, il quale viveva d’elemosina: l’avresti detto un sant’uomo. In tutti e quattro gli ordini di quei frati non c’era un altro che sapesse scherzare e chiacchierare come lui. Più di una volta aveva combinato, a spese sue, il matrimonio di qualche bella ragazza. Tra i frati del suo ordine era un pezzo grosso. Ben veduto da tutti, bazzicava dappertutto, ed era accolto famigliarmente dai signorotti di campagna, non solo, ma anche dalle signore più cospicue della città: perchè, com’egli stesso diceva, avendo la licenza del suo ordine, egli poteva confessare meglio di un curato. Ascoltava con molto amore la confessione, ed era molto indulgente nel dare l’assoluzione. Quando sapeva che c’era da buscare qualche cosa andava molto adagio con la penitenza: chi era pronto a fare un po’ di elemosina a un povero ordine di frati, non poteva avere macchia nella coscienza, e l’assoluzione l’aveva in saccoccia prima di confessarsi. Uno che fa l’elemosina, diceva egli, quasi vantandosi della scoperta, è già pentito dei suoi peccati. Non c’è mica bisogno di piangere: c’è della gente che ha il cuore così duro, che non sa tirare una lacrima neppure se è ferita a sangue. Quindi fa molto meglio chi senza tanti piagnistei e senza tanti paternostri, lascia guadagnare qualche cosa ai poveri frati.

Dentro il cappuccio portava sempre una quantità di piccoli coltelli[18] e di spilli, per offrirli alle belle donne che ne avessero bisogno. Aveva un bel timbro di voce, e sapeva cantare e suonare a memoria. C’era una specie di canto, poi, nella quale era insuperabile.[19] Il suo viso era bianco come un giglio. Da valoroso campione conosceva a menadito le bettole di tutte le città dove era stato, ed era amico di tutti gli osti e di tutti i più allegri cantinieri, come un lazzarone o uno straccione qualunque. Se non che, ad una persona come lui non stava bene, almeno fin dove gli era possibile farne a meno, trattare con simile canaglia. Quella non era davvero una compagnia che gli facesse onore, e potesse giovargli; perciò era meglio accompagnarsi con chi aveva soldi, e grazia di Dio da vendere. Quando sapeva che c’era da beccare qualche cosa, correva subito, tutto gentilezza, e pronto a rendere qualunque servizio. Non c’era al mondo un uomo che avesse le sue virtù: in tutta la confraternita non era possibile trovare un altro frate più bravo di lui per domandare l’elemosina[20]. Poichè anche se andava da una povera vedova, che non avesse da dargli, per modo di dire, un paio di scarpe rotte[21], qualche cosina, prima di andar via, buscava sempre; con tanta dolcezza sapeva dire il suo: In principio. Era, poi, così accorto nel comprare e rivendere, che rimediava più col suo piccolo commercio che con la tonaca. Quando una cosa non andava a modo suo, abbaiava come un cane cucciolo; perciò quando c’era da comporre qualche questione poteva prestare un valido aiuto. Non credete che avesse l’aria di uno di quei poveri diavoli, che vanno in giro con una tonaca frusta frusta: pareva un canonico, anzi un papa addirittura. Portava una mezza cappa di lana filata a doppio, tonda e tutta d’un pezzo come una campana[22]. Quando parlava, faceva sentire, per vezzo, un po’ di lisca, affinchè la lingua inglese in bocca sua suonasse più dolce. Allorchè, finito il canto, toccava l’arpa, gli occhi gli brillavano come due stelle in una serena notte d’inverno. Questo rispettabile frate si chiamava Uberto.

C’era anche un mercante con la barba forcuta e il vestito di vari colori, il quale se ne stava sul suo cavallo, con un gran cappello di castoro in capo. Aveva un bel paio di stivali elegantemente affibbiati. Diceva le sue ragioni con molto calore, e in ogni occasione tastava accortamente il terreno, per vedere se c’era modo di guadagnare qualche cosa. Avrebbe desiderato che il tratto di mare fra Middelburg e Orewel fosse, per ogni buon fine, guardato e reso sicuro dai pirati. Era molto abile a cambiare, ad interesse, gli scudi con le altre monete. Questo bravo mercante sapeva valersi molto bene della sua abilità: e con tanta accortezza faceva gli affari, stringeva contratti, prendeva denari in prestito, che non c’era mai caso di sentir dire che avesse qualche debito. Era, in somma, una persona veramente degna; ma se devo dire la verità, non so come si chiamasse.

C’era anche un chierico di Oxford, che da un gran pezzo almanaccava con la logica. Aveva un cavallo che reggeva l’anima coi denti, ed anche lui, per dire la verità, del grasso non ne aveva da buttar via, ma era smunto e malandato. Portava un mantello tutto logoro, e non poteva comprarsene un altro, perchè ancora non godeva nessun beneficio, e non era adatto a un altro impiego qualunque. Era più contento di avere a capo del letto una ventina di volumi delle opere di Aristotile, ben rilegati in pelle nera e rossa, che dei begli abiti, o un violino, o un altro strumento a corda, per divertirsi a suonare[23]. Con tutta la sua filosofia, era sempre al verde; perchè tutto quello che poteva raccapezzare dagli amici, lo spendeva in libri o per imparare qualche cosa. E pregava giorno e notte per l’anima di coloro, che contribuivano, in qualche modo, a procurargli i mezzi di studiare, non avendo egli al mondo altro pensiero, altro desiderio che lo studio. Non diceva mai una parola più del necessario: e parlava sempre correttamente, e con modestia, in poche parole, e sempre con molto criterio. I suoi discorsi erano pieni di virtù e di morale, e con ugual piacere era sempre disposto a imparare e ad insegnare.

C’era, con noi, anche un impiegato del tribunale,[24] colta e intelligente persona, il quale aveva passeggiato più di una volta su e giù per il portico di Westminster[25]. Era un uomo che aveva realmente delle ottime qualità; sempre prudente e pieno di buon senso, ispirava a tutti un certo rispetto. Godeva tale stima, ed erano così apprezzati i suoi savî discorsi, che molto spesso era invitato a sedere giudice in tribunale, a nome di una intera commissione[26]. Con la sua dottrina, e col nome che s’era fatto, guadagnava quanto voleva, e d’ogni parte gli piovevano regali. Era difficile trovare un altro che sapesse fare i propri interessi come lui. I suoi beni erano tutti libera proprietà; e non si poteva fare sospetti su quel ch’egli comprava. Era un uomo d’affari, senza dubbio, ma aveva un po’ la smania di darsi da fare anche più del bisogno. In tribunale citava tutti i momenti casi e giudizi che risalivano, nientemeno, al tempo del re Guglielmo[27]. Aveva l’abilità di redigere e presentare un verbale in modo, che nessuno vi trovava mai da ridire; e sapeva a mente tutti gli articoli del codice. Cavalcava alla meglio, con una veste di stoffa a vari colori, stretta alla vita da una cintura di seta a striscie. Ma basta del suo vestiario.

Faceva parte della brigata anche un possidente[28], con la barba bianca come un fiore di margherita e col viso molto colorito. La mattina, appena alzato, cominciava sempre con una buona zuppa nel vino. Da vero figlio di Epicuro era solito passarsela allegramente, e pensava che la vera felicità è riposta nel pieno godimento del piacere. Proprietario di case, ed uno di quelli grossi, era il S. Giuliano del suo paese[29]. Pane e birra, alla sua tavola, erano sempre della migliore qualità[30]; nessuno aveva in cantina le botti di vino che aveva lui, e in casa sua c’era sempre pronto, a tutte l’ore, qualche buon piatto, cotto al forno, di pesce o di carne, e in grande abbondanza. Da mangiare e da bere gli pioveva in casa d’ogni parte, con tutto ciò che di più squisito si può desiderare. Il suo pranzo e la sua cena variavano col variare delle stagioni. Teneva ad ingrassare in gabbia molte buone pernici, nel vivaio nuotavano a dozzine le regine e i lucci: e guai al cuoco, se la salsa non era piccante e saporita, se in cucina non andava tutto come un orologio. Nel suo salotto da pranzo c’era sempre la tavola apparecchiata, dalla mattina alla sera.

In consiglio la faceva sempre da padrone, come quegli che era stato, non so quante volte, deputato della provincia. Alla cintola, che era bianca come latte appena munto gli pendeva una daga e una borsa di seta. Aveva fatto anche il pretore e il ragioniere[31]; insomma un proprietario bravo come lui non s’era mai visto.

Erano venuti con noi anche un merciaio, un legnaiuolo, un tessitore, un tintore e un tappezziere, vestiti nell’uniforme della importante e numerosa società alla quale appartenevano; ed era tutta roba nuova e pulita. Il pugnale non aveva il manico di rame, ma tutto ben lavorato in argento, e d’argento erano anche la cintura e la borsa. Avevano tutti e cinque l’aria di persone per bene, e ognuno di loro avrebbe potuto sedere benissimo, in una sala dorata, alla tavola d’onore[32]. Per senno, poi, sarebbero stati ottimi consiglieri municipali; molto più che avevano tutti qualche cosa al sole. Le loro mogli naturalmente sarebbero state contentissime, ed avrebbero fatto male a non essere: sentirsi chiamare «signora» e la sera, andando ai ritrovi festivi in chiesa con una elegante mantiglia, prendere, senza tante cerimonie, i primi posti, è una bella soddisfazione.

Insieme con loro c’era un cuoco, che avevano portato apposta, per fargli cucinare, all’occorrenza, un buon pollo lesso con la gelatina, e una torta di farina e di galanga[33]. Costui era un famoso bevitore di birra, e un bicchiere di quella di Londra lo sapeva giudicare senza sbagliare. Era molto bravo per cuocere l’arrosto allo spiede e sulla gratella, per il bollito, pel fritto, per fare brodi di carne battuta, e per la torta al forno. Peccato però, pensavo, che avesse il cancro ad una gamba: cucinava così bene il cappone in galantina[34]!

C’era anche un marinaro, che veniva dal lontano Occidente, ed era, per quello che potei capire, di Dartmouth. Cavalcava, alla meglio, un ronzino preso a nolo, e indossava una veste grossolana, che gli arrivava giù fino al ginocchio. A tracolla, appesa a un cordone, portava una daga; i cocenti calori dell’estate gli avevano abbronzato il viso. In fondo era davvero un buon diavolo, sebbene nel suo viaggio a Bordeaux, mentre il mercante se la dormiva tranquillamente sulla nave, spillasse ogni tanto, dalla botte, qualche bicchiere di vino, senza tanti scrupoli di coscienza ......................[35]

Come marinaro però e come pilota, per abilità nel conoscere le maree, le correnti e le secche per le quali doveva passare, e per calcolare l’altezza del sole e della luna, non se ne trovava uno compagno, neppure a cercarlo da Hull[36] a Cartagine. Era coraggioso, e nello stesso tempo aveva molta prudenza nell’avventurarsi[37]; più di una tempesta gli aveva arruffato la barba. Conosceva a occhi chiusi tutti, i porti, da Gothland fino al capo di Finistere[38], e tutti i golfi della Bretagna e della Spagna. La sua nave si chiamava Maddalena.

Era venuto con noi anche un dottore, di cui non c’era in tutto il mondo l’eguale in medicina e in chirurgia, poichè conosceva a fondo anche l’astrologia. Si occupava moltissimo dei suoi malati, intrattenendoli delle ore intere con esperimenti magici; e con molta abilità sapeva rendere l’oroscopo[39] favorevole all’ammalato.

Trovava subito la causa di qualunque malattia, sia che provenisse dal freddo, sia dal caldo, o dall’umidità o dalla siccità dell’aria; con un’occhiata, vedeva dov’era il germe del male e come si era formato. Era in verità un ottimo pratico. Conosciuta la causa e trovato il germe della malattia, lasciava la sua ricetta, e c’erano subito pronti gli speziali, che mandavano droghe e pillole, d’accordo con lui, da buoni e vecchi amici, nel cavar sangue al prossimo. Aveva studiato a fondo il vecchio Esculapio, Dioscoride, Rufo, il vecchio Ippocrate, Hali e Galene, Serapion, Rasis, e Aviceno, Averrois, Damasceno e Costantino, Bernardo, Gatisdeno e Gilbertino[40].

Mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile a digerirsi. Sulla Bibbia non ci perdeva molto tempo; aveva un vestito rosso-sangue e celeste, foderato di taffetà e di seta piuttosto fina. Quando si trattava di spendere, andava molto adagio, e in questo modo s’era messo da parte tutto quello che aveva guadagnato nell’anno, in cui ci fu quella famosa pestilenza[41]. Poichè l’oro è il cordiale del medico, egli lo preferiva, naturalmente, a qualunque altra cosa.

C’era anche una buona donna di un paese vicino a Bath, la quale, per sua disgrazia, era un po’ sorda. Lavorava così bene il panno, che le sue stoffe superavano quelle di Ipres e di Ghent[42]. In tutta la parrocchia nessuna donna si sarebbe arrischiata di andare prima di lei a offrir l’obolo all’altare; e se qualcuna si provava a passarle innanzi, ne avea tanta rabbia, che tutta la sua devozione andava in fumo. I fazzoletti che la Domenica portava attorno, sul capo, per vendere, erano di un tessuto bello doppio: ci scommetto che pesavano almeno una diecina di libbre[43]. Aveva le calze rosse scarlatto, ben tirate su al ginocchio, e un bel paio di scarpe nuove. Era una bella donna; un po’ provocante con quel suo viso colorito: ma in fondo era stata sempre onesta. Tant’è vero che aveva salito cinque volte l’altare[44] per andare a marito, e da giovane non aveva avuto mai tresche; ma lasciamo stare il passato, chè ora non è il caso di andarlo a rivangare. Era stata tre volte a Gerusalemme, e aveva passato molti fiumi stranieri, e visto Roma, Bologna, S. Jacopo in Galizia, e Colonia, cosicchè non le mancava davvero la pratica di viaggiare. Per dire la verità era piuttosto ghiotta[45]. Cavalcava con disinvoltura un buon cavallo; aveva il collo ben coperto, e in capo portava un cappello largo come uno scudo o una targa. Era avvolta in un gran mantello che le scendeva, stretto ai fianchi, fino ai piedi, e alle scarpe aveva un bel paio di sproni appuntati. In compagnia rideva e chiacchierava che era un piacere; conosceva tutti i filtri dell’amore, poichè nell’arte di questo vecchio giuoco era provetta[46].

C’era anche un buon prete, un povero parroco di una piccola città, il quale era proprio un sant’uomo; aveva molta dottrina, e predicava, sinceramente, il vangelo di Cristo, educando, con gran devozione, i suoi parrocchiani. Faceva molta carità, si occupava con grandissima premura del suo gregge, e più d’una volta aveva dato prova di molta rassegnazione nella sventura.

Sentiva una certa ripugnanza ad angustiarsi per gl’interessi suoi[47], e preferiva pensare a gli altri; infatti era sempre in mezzo ai suoi poveretti, per dividere con loro quello che ricavava dalle offerte, e qualche volta anche il frutto di quel po’ di roba che aveva. Per lui ce n’era d’avanzo: si contentava di poco. La sua parrocchia era molto grande, e si stendeva fino a certe case lontanissime dalla città; nonostante, anche con l’acqua e coi tuoni, egli non abbandonava mai i suoi afflitti: prendeva su il suo bastone, e via, a piedi, a trovarli. In tutte le cose dava per il primo il buon esempio, e poi predicava agli altri. Ricorreva sempre alle parole del vangelo, e finiva spesso con questo paragone: «Se l’oro fa la ruggine, che cosa farà mai il ferro? Se un prete, al quale noi ci affidiamo, è il primo a dare il cattivo esempio, che cosa dovrà fare un povero ignorante?... È una cosa vergognosa, se uno ci pensa bene, vedere un cattivo pastore in mezzo a delle buone pecore. Perciò è dovere di ogni buon prete insegnare con l’esempio al suo gregge, come bisogna vivere in questo mondo.»

Questo buon parroco non era uno di quei tali, che riducono il beneficio un mercato, e lasciano marcire nel fango il loro gregge. Non correva a S. Paolo in Londra, per farsi una prebenda pregando per l’anima dei morti, o con la speranza di trovare un posticino in qualche confraternita. Se ne stava sempre a casa, e badava con molta cura alle sue pecore, sempre attento che il lupo non glie ne portasse via qualcuna. Insomma, faceva il pastore, non faceva il mercante. Sebbene avesse un animo così retto e virtuoso, non trattava mai con asprezza quelli che peccavano; nè parlava loro severamente, ma li ammoniva sempre con la sua solita bontà. La sua vita non aveva altro fine che quello di mostrare alle anime la via del paradiso. Però se qualcuno si ostinava nel male, e non la voleva intendere con le buone (fosse un signore o uno del popolo, era lo stesso), sapeva trattarlo come si meritava. Vi dico che era proprio il più buon prete del mondo. Nemico di ogni pompa e di ogni lusso, non si dava pensiero di condire le sue prediche con belle frasi[48]: predicava la dottrina di Cristo e dei suoi dodici apostoli, ed era il primo a seguirla.

Con lui era venuto anche un suo fratello, contadino, che aveva caricato, in vita sua, molti carri di letame; ed era un uomo laborioso e dabbene, di indole tranquilla, e molto caritatevole. Venerava Iddio con tutto il cuore, e, bene o male che gli andassero gli affari, il suo primo pensiero era sempre rivolto a lui; poi pensava al prossimo, che egli amava come sè stesso. Quando aveva tempo, batteva il grano, zappava, e vangava la terra, per quei poveri contadini che non si potevano permettere il lusso di pagare le opere; e lavorava sempre per amore di Dio, senza prendere un centesimo da nessuno. Pagava puntualmente le sue decime, su ciò che guadagnava con le sue fatiche, e su quel po’ di roba che aveva. Cavalcava una cavalla, avvolto in un tabarro.

C’erano anche un mugnaio, un economo, un fattore, un cursore un mercante d’indulgenze[49], e per ultimo c’ero io.

Il mugnaio era un tocco di villano, coi muscoli d’acciaio e le ossa così robuste, che non ce la poteva nessuno; infatti nella lotta riusciva sempre vincitore, e guadagnava il montone. Era tarchiato, e duro come un nodo d’albero: con un colpo di testa sgangherava o sfondava qualunque porta. Aveva la barba rossiccia come le setole della scrofa e il pelo della volpe, e la portava piatta come una pala. Proprio sulla punta del naso ci aveva un bernoccolo con un ciuffo di peli, rossi come le setole delle orecchie di una scrofa, e le narici erano larghe e nere. Al fianco portava una sciabola e uno scudo. La bocca pareva un forno. Era un famoso chiacchierone, un goliardo che passava la vita nel vizio e nel vitupero, ed aveva un’abilità straordinaria per farsi la parte sul grano che gli portavano a macinare, facendosi pagare, per giunta, tre volte invece d’una[50]. Nondimeno, per Dio, aveva anche lui, il suo pollice d’oro[51]. Era vestito di bianco, con un cappuccio celeste in capo; e siccome suonava molto bene la cornamusa, ci fece camminare a suon di musica fino fuori della città.

L’economo, persona molto gentile, era al servizio di un collegio di avvocati[52], e da lui tutte le serve avrebbero potuto imparare a far la spesa. Perchè era così accorto, che, anche se la roba che comprava non la pagava subito, ma la prendeva a credenza, trovava sempre il modo di portar via di bottega quel che c’era di meglio, e di intascare qualche soldo[53]. Siamo giusti, domineddio gli aveva dato un bel dono: vi pare poco, che un uomo, il quale in fondo era un pezzo d’ignorante, avesse l’abilità di rivendere tanti dottori?

I suoi padroni, gli avvocati del collegio, erano più di una trentina, e in fatto di legge ne sapevano tutti di molto, ed erano valentissimi. Immaginatevi che ce n’era una dozzina, i quali sarebbero stati capaci di amministrare il patrimonio e i terreni di qualunque Lord inglese. E con la sua rendita (salvo che non avessero dovuto combattere con un matto) gli avrebbero fatto fare la figura del gran signore, senza un centesimo di debito, se pure non avesse preferito menare una vita semplice e modesta. Erano amministratori così abili, che avrebbero saputo rimettere in gambe le finanze di qualunque provincia, per quanto malandata; eppure il nostro economo, quando si trattava della spesa, li metteva tutti nel sacco.

Il fattore era un uomo magro e collerico; si faceva radere la barba fino alla pelle, e intorno all’orecchio voleva sempre ben tagliati i capelli. Davanti aveva il cocuzzolo spelato come un prete. Aveva un paio di gambe lunghe e secche come due bastoni, senza un’oncia di carne. Per tenere in ordine un granaio o un magazzino era valentissimo; e non c’era revisore che potesse trovare da ridire su i conti fatti da lui. Dalla siccità e dalla umidità della stagione ti sapeva dire, senza sbagliare, come sarebbe andata la raccolta. Le pecore, il bestiame, il latte e il burro, i maiali, il cavallo, le provviste, e i polli del suo padrone, erano tutti affidati alla sua custodia e direzione; e per contratto faceva il rendiconto annuale, fin da quando il suo padrone aveva vent’anni. Nel suo libro non c’erano arretrati: i conti erano sempre in regola. Fattori, contadini e pastori, conoscevano tutti la sua furberia e le sue astuzie, e avevano di lui una paura indiavolata. Abitava in un luogo amenissimo, ombreggiato dal verde degli alberi. Zitto e cheto s’era messo da parte un bel gruzzolo, poichè sapeva spendere il denaro meglio del suo padrone, del quale cercava, furbo matricolato, di entrare nelle grazie, prestandogli, all’occorrenza, del suo, e guadagnandoci qualche volta, insieme ai ringraziamenti, anche un vestito o un cappello. Da giovane aveva imparato il mestiere del legnaiuolo, ed era riuscito un valente artigiano. Cavalcava un bellissimo stallone grigio pomellato, ed era vestito di una lunga cappa turchina, con una spada arrugginita al fianco. Questo fattore si chiamava Scot, ed era nato a Norfolk, vicino ad una città chiamata Baldeswell. Aveva la cappa legata alla vita come un frate, e cavalcava sempre in coda alla brigata.,

C’era, con noi, anche un usciere del tribunale ecclesiastico, con una faccia da cherubino, rossa come il fuoco per uno sfogo che gli era venuto fuori. Aveva gli occhi piccolissimi, ed era caldo e lascivo come un passerotto. Le ciglia spelate e la barba mezza spelacchiata lo faceano sì brutto, che i bambini ne avevano un gran terrore. Mercurio, piombo bianco, zolfo, borace, biacca, tintura di tartaro, unguenti, tutto era inutile: non era possibile trovare una medicina, che gli facesse sparire dal viso tutte quelle pustole bianche, e gli spianasse i bernoccoli che aveva sulle gote. Faceva delle gran mangiate d’aglio, di cipolla, di porri, e ci trincava sopra del vino generoso e rosso come il sangue, chiacchierando e gridando come un ossesso. Quando poi aveva bevuto ben bene, allora cominciava a parlare in latino. Stando tutto il giorno al tribunale in mezzo alle sentenze e ai decreti, niente di più naturale che qualche frase latina gli fosse rimasta in mente: del resto, ognuno sa che anche una gazza impara a discorrere bene come il papa[54]. Se qualcuno poi per divertirsi col suo latino lo faceva discorrere un poco, tirava fuori tutta la sua dottrina, e si metteva a gridare: Questio quid juris[55].

Scapestrato sì, ma in fondo aveva il core buono, e non c’era più buon diavolo di lui; se un amico gli pagava un quartuccio di vino, era padrone di tenersi, magari per un anno intero, una concubina: egli lo compativa, e chiudeva un occhio volentieri. Quando qualche merlo gli capitava sotto, se lo pelava, piano piano, senza che questi se ne accorgesse[56]. Tutte le volte che s’imbatteva in qualcuno dei suoi buoni amici gli insegnava a non aver paura dei fulmini dell’arcidiacono, dicendo: «l’anima nostra non è mica rinchiusa dentro la nostra borsa. Perciò niente paura, perchè l’arcidiacono colpisce lì, lì dentro è l’inferno per lui». Ma egli mentiva per la gola: il colpevole dovrebbe temere sempre la scomunica, poichè questa perde l’uomo, come l’assoluzione lo salva; e dovrebbe, ognuno, guardarsi dal significavit[57].

Aveva sotto la giurisdizione del suo ufficio tutta la gioventù[58] della diocesi, e con tutti era largo di consigli, con tutti si trovava sempre d’amore e d’accordo. S’era messo in capo una ghirlanda di fiori come quelle che si vedono appese per insegna alle birrerie, e invece di scudo portava una focaccia.

Insieme a lui cavalcava un simpatico mercante d’indulgenze, di Roncisvalle, suo degno amico e compare, il quale era ritornato proprio allora da Roma. Non faceva altro che cantare con quanto ne aveva in gola: «Amor mio vien qui da me[59]»; mentre l’usciere con una voce che sonava più di un trombone, gli faceva il basso accompagnandolo. Questo mercante di indulgenze aveva i capelli biondi come la cera, e morbidi come fiocchi di lana, che gli cascavano giù per le spalle, un ciuffo qua e un ciuffo là, molto radi; nonostante, per fare il chiasso stava senza il cappuccio, e lo teneva chiuso in fondo alla sacca. Pretendeva di cavalcare secondo l’ultima moda, e se ne andava, coi capelli svolazzanti per le spalle, con una semplice berretta in testa, mentre gli occhi gli luccicavano come quelli di una lepre. Sulla berretta aveva cucito una piccola immagine di Cristo, e si teneva davanti la sua sacca, piena zeppa d’indulgenze che venivano belle calde da Roma. Parlava con una vocina così curiosa, che pareva di sentir belare una capra. Era senza un pelo di barba, e ormai, credo, aveva perduto la speranza di averne: con quella faccia così pulita e liscia, sembrava sempre uscito dalla bottega del barbiere. Non mi ricordo bene se montava un cavallo o una cavalla.

Da Berwike a Ware non c’era un mercante d’indulgenze bravo come lui. In fondo alla sua sacca c’erano dei veri tesori: c’era una federa, che era fatta, niente di meno, col velo di Maria Vergine; c’era un pezzo della vela che portò S. Pietro pel mare, quando incontrò Gesù che lo raccolse e lo salvò. C’era una croce di metallo con pietre preziose, e degli ossi di porco dentro un bicchiere. Con queste reliquie quando trovava qualche povero curato di campagna, in un giorno solo gli rimediava più di quello che il poveretto non guadagnava in due mesi. E così lisciando e scherzando egli si giocava il curato e tutta la sua gente. Però bisogna dire la verità, in chiesa era un gran bravo prete. Leggeva molto bene l’epistola, e qualunque altra parte della messa;[60] ma era proprio inarrivabile nel cantare un offertorio. Siccome sapeva che subito dopo c’era la predica, e bisognava scioglier la lingua[61] per intascare quattrini con la sua solita abilità, cantava con maggior lena, e gridava con quanto ne aveva in gola.

E così, eccovi, in poche parole, la condizione, l’abbigliamento, il numero di tutta quella brava gente, e l’occasione in cui l’allegra brigata si trovò riunita a Southwork nella simpatica osteria del Tabarro presso Belle. Bisogna ora che vi racconti, come ce la passammo quella notte lì all’osteria; poi vi dirò qualche cosa della nostra cavalcata, e saprete tutto il resto del nostro pellegrinaggio.

Comincio dunque col chiedere alla vostra cortesia, lettori carissimi, di non volervela prendere con me e tacciarmi di ignorante, se io vi parlo alla buona, e vi racconto i discorsi e gli scherzi dei miei compagni di viaggio, con le loro precise parole. D’altronde, lo sapete meglio di me, chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile, di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla metafora. Quand’anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna badare a una parola piuttosto che a un’altra. Guardate un po’ Cristo: nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone, signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti[62].

Vi prego anche di perdonarmi se qui nel mio racconto non ho dato a ciascuno dei miei compagni di viaggio il debito posto, secondo la propria condizione, come avrei dovuto fare. D’altronde il mio ingegno, lo vedrete bene, è un po’ corto.

Il nostro oste, dunque, fece festa e buon viso a tutti, e ci mise a tavola in un momento, servendoci delle ottime vivande. Il vino era piuttosto generoso, e andava giù che era un piacere. L’oste, dicevo, il quale era stato maggiordomo di palazzo, ci trattò con molta cortesia. Egli era piuttosto grosso, ed aveva gli occhi infossati. In Chepe non c’era un tipo più simpatico di lui: franco savio e pieno di accortezza, uomo nel vero senso della parola, e per di più sempre di umore allegrissimo. Dopo cena si mise subito a scherzare con noi, e ci tenne un po’ allegri co’ suoi discorsi; poi saldati i conti disse: «Signori miei, siate di cuore i ben venuti; sulla mia parola io non ho mai avuto in questo albergo una così geniale brigata. Se mi riuscisse, vorrei trovare il modo di farvi sembrare il lungo cammino che dovete fare, meno noioso che fosse possibile. E credo proprio di aver trovato un mezzo molto semplice, e che non vi costerà nulla. Voi andate tutti a Canterbury, non è vero? Il signore v’accompagni, e il beato martire vi ricompensi. Or bene, io m’immagino che lungo la strada cercherete di chiacchierare e di scherzare; perchè il viaggio non offre, davvero, nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul suo cavallo come un pezzo di marmo. In questo caso, signori miei, mi propongo io, come vi dicevo, di farvi passare il tempo più presto e con meno noia. Se vorrete avere la gentilezza di seguire tutti il mio consiglio, e se domani quando sarete a cavallo vi piacerà fare quello che vi dirò io, vi giuro su l’anima di mio padre, il quale è morto, che farete un viaggio piacevolissimo. Quando non fosse vero, tagliatemi la testa con un colpo. Ma senza tante chiacchiere, su la mano, ai voti!»

La nostra approvazione non si fece aspettare tanto: ci parve che non fosse il caso di discutere la proposta dell’oste; e senz’altro accettammo, pregandolo di esporre il suo disegno.

«Signori, diss’egli, fate del vostro meglio per ascoltarmi, e non ve ne abbiate a male, vi prego, se la mia proposta non vi piace. Ecco, in sostanza, di che cosa si tratta. Ciascuno di voi, per ingannare la lunga strada, dovrà raccontare due novelle nell’andare e altre due al ritorno; s’intende che ognuno è padrone di raccontare fatti avvenuti quando che sia. Chi di voi si porterà meglio, cioè chi racconterà cose più belle e più divertenti, dovrà avere una cena, qui in questo albergo, a questa stessa tavola, pagata da tutti gli altri al vostro ritorno da Canterbury. E perchè possiate fare un po’ più di allegria, verrò anch’io con voi, a mie spese bene inteso, e vi farò da guida; proponendo, fino da ora, per chi lungo il cammino non farà quello che dico io, la punizione seguente: pagare le spese, di viaggio per tutti. Se l’idea vi piace, ditelo senza tanti complimenti, che io domattina mi farò trovare pronto per tempo.»

L’idea dell’oste piacque, e tutti demmo di buon animo la nostra parola, pregandolo non solo a voler fare davvero quanto ci aveva proposto, ma a volere essere il nostro capo, e nello stesso tempo giudice e relatore delle nostre novelle. E fino da quel momento fu stabilita, a un dipresso, la spesa della cena da farsi al nostro ritorno. Così da quanti eravamo li presenti, senza distinzione di grado, fu convenuto di affidarsi all’oste come guida, e di sottomettersi, di comune accordo, al suo giudizio di relatore. Egli allora ci portò del vino, e dopo aver bevuto ce ne andammo tutti a letto senza altro.

La mattina, appena giorno, il nostro oste si alzò prima di tutti, e fu così il gallo che ci cantò la sveglia. Messici tutti in rango, e montati a cavallo, c’incamminammo, di passo per la strada che conduce all’abbeveratoio detto di S. Tommaso[63]. Qui l’oste fermò il suo cavallo, e disse: «Signori, vi prego di ricordarvi della vostra promessa; se il canto della sera va d’accordo con quello della mattina, vediamo chi è che deve raccontare la prima novella. Ch’io non possa bere più, in vita mia, una goccia di birra e una goccia di vino, se chi si rifiuta di obbedirmi non farà per tutti le spese del viaggio!

Signor cavaliere, mio padrone, qua anche voi a fare al conto,[64] poichè ho stabilito che decida la sorte chi deve essere il primo a raccontare. Anche voi, sora Madre priora, venite qua; e voi signor chierico, siete pregato d’essere un po’ più svelto, e di non pensare ora ai libri. Avanti, giù la mano tutti».

In un momento tutte le mani si schierarono, e per non farla tanto lunga (fosse fatalità o caso, o quel che si voglia), la sorte cadde sul cavaliere, con gran piacere di tutta la brigata. E così gli toccò a raccontare pel primo la sua novella, secondo quello che di comune accordo era stato stabilito, come già sapete. Quel buon diavolo del cavaliere, in fine, quando vide che toccava a lui, da uomo savio, e sempre pronto a mantenere la sua parola, disse: «Ebbene, se devo essere io il primo, tanto meglio: sia lodato Dio, che è toccato proprio a me! Mettiamoci, dunque, in cammino, e fate attenzione a quello che dico.»

Con queste parole riprendemmo la nostra strada, e il cavaliere di buonissimo umore cominciò subito il suo racconto, e disse questa novella.

NOVELLA DEL CAVALIERE

Nelle storie dei tempi antichi si racconta che una volta c’era un duca, chiamato Teseo, il quale era signore e governatore di Atene; ed aveva così gran fama di conquistatore, che allora non ce n’era uno più grande di lui sotto la cappa del sole. Aveva conquistato molti grandi regni, e da valente e prode cavaliere era riuscito a soggiogare anche quello delle donne conosciuto anticamente col nome di Scizia, sposando la bella regina Ippolita, che egli si portò gloriosamente e con solenne pompa in Atene, insieme con la giovane sorella di lei Emilia. Ed ora appunto questo duca famoso cavalca verso Atene in mezzo alla gloria e ai suoni del trionfo, seguito da tutto il suo esercito in armi.

Se non avessi paura di andare troppo per le lunghe, vi racconterei per filo e per segno in qual modo Teseo riuscì, coi suoi cavalieri, a vincere il regno delle donne; vi descriverei la grande battaglia fra Atene e le Amazzoni, l’assedio di Ippolita, la bella e coraggiosa regina della Scizia, le feste che celebrarono le sue nozze con Teseo, e i sacrifici ch’egli fece, al suo ritorno, nel tempio di Pallade. Ma pur troppo, per questa volta, debbo farne a meno. Dio sa quale vasto campo da arare io ho davanti a me: e i buoi che tirano il mio aratro sono fiacchi. Il seguito della mia storia, dicevo, è molto lungo; e non vorrei che qualcuno di voi, per colpa mia, dovesse rinunziare al suo racconto. Ciascuno deve dire la sua novella, e staremo a vedere, poi, chi vincerà la cena. Riprendiamo, dunque, dove eravamo rimasti.

Il duca del quale vi parlavo, giunto quasi alle porte della città, e quando stava proprio per entrarvi con tutto il suo splendido seguito, volgendo per caso gli occhi da una parte della strada, vide una lunga fila di signore abbrunate, che stavano in ginocchio a due a due, lungo la strada, piangendo e gridando così disperatamente, che mai persona viva aveva sentito tali lamenti. Nè si chetarono, finchè non ebbero fermato il cavallo di Teseo, prendendolo per la briglia.

«Chi siete, disse loro Teseo, voi che col pianto turbate in questo modo, il mio trionfo? Piangete forse, e vi lamentate così, per invidia della mia gloria? Chi vi ha maltrattato, chi vi ha offeso? Ditemelo, ch’io possa, se è possibile, rimediarvi. Come mai siete tutte vestite di nero?»

Allora la più vecchia fuori di sè dal dolore, e col pallore della morte in viso, che faceva pietà a guardarla e a sentirla, rispose:

«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevi a compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata, che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì (quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto ai cani.»

A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra, e cominciarono a gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi il cuore.»

Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle, e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.

E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchè lo aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a cavallo, e via per la sua strada.

Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo, tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti. Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo il costume d’allora.

Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che levarono le donne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.

Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone, ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero, precisamente, per figliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire, poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.

Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori (poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggio non lascia poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo dovere».

Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò. Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa, cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho parlato e dovrò ancora parlarvi.

Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo. Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardino verdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per diletto.

Il povero prigioniero andava su e giù per la stanza tutto addolorato, e lamentandosi con se stesso della sua disgrazia diceva ogni tanto: ma perchè sono venuto al mondo?

Ora il caso fece che egli attraverso le fitte e grosse sbarre di una finestra gettasse gli occhi sopra Emilia, e ferito al cuore dalla sua bellezza si traesse indietro mandando un grido.

Dal quale scosso improvvisamente Arcita disse a Palemone: «Cugino mio, che cosa hai? Perchè sei pallido come la morte? Perchè hai gridato così? Chi è che ti ha fatto del male? Se è la prigionia che ti fa soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l’amore di Dio, poichè non c’è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra nascita; bisogna rassegnarsi, non c’è questione.»

Rispose Palemone: «Cugino, in verità tu ti sei immaginato una cosa che non è vera. Non mi ha fatto gridare la prigione: gli è che proprio in questo momento ho ricevuto una ferita, che passandomi per gli occhi, è penetrata fino al cuore uccidendomi. La bellezza di una donna che passeggia laggiù nel giardino è ciò che mi fa gridare e soffrire. Io non so se sia una donna o una dea, ma se io non m’inganno deve essere proprio Venere.»

E così dicendo cadde in ginocchio ed esclamò: «Venere, se per tua volontà tu appari così in questo giardino a me povera disgraziata creatura, aiutaci a fuggire da questa prigione. Se è nostro destino irrevocabile di dover morire quì dentro, abbi compassione del nostro lignaggio così oltraggiato da un tiranno.»

A queste parole Arcita si mise a spiare nel giardino, dove la donna seguitava a passeggiare su e giù. E rimase così colpito dalla bellezza di lei, che se Palemone ne fu ferito mortalmente, la sua ferita non era meno mortale davvero. E sospirando disse pietosamente: «La giovane beltà di colei che passeggia laggiù mi uccide. Se quella donna non mi concede, per pietà, di poterla almeno vedere, io sono bell’e morto.»

Palemone guardando, tutto arrabbiato, il cugino gli disse: «Arcita, ma tu dici questo davvero, oppure scherzi?» «No, rispose Arcita, io dico davvero, in fede mia. Dio volesse che in questo momento avessi voglia di scherzare.»

Allora Palemone aggrottando le ciglia soggiunse: «Arcita, non ti farebbe onore ingannare e tradire me in questo modo; me che sono tuo cugino, e dopo il giuramento fatto solennemente da tutti e due di essere sempre come due fratelli, di lasciare piena libertà l’uno all’altro (a costo di morire, e fino al giorno in cui la morte ci avrebbe separati) in amore e in qualunque altra circostanza; dopo che noi abbiamo giurato, anzi, che tu in ogni caso avresti aiutato me, ed io te. Questo fu il nostro giuramento, io lo ricordo bene, tu non puoi dire di no. Tu dunque ora dovresti aiutarmi col tuo consiglio: invece mancando alla tua parola vuoi amare la donna mia, quella che io amo e servo, che amerò e servirò fino a che il cuore mi batterà nel petto.

Ma tu o Arcita, mancatore di parola non farai questo certamente. Io fui il primo ad amare quella donna, e confessai a te l’amore mio come ad un confidente, come ad un fratello che aveva giurato di aiutarmi. Tu dunque, se sei un cavaliere, devi aiutarmi come puoi, altrimenti io ho il diritto di chiamarti un uomo sleale.»

Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.

Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge ad un amante?” Amore è la legge più potente che un povero mortale abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza, malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente, una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.

Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia senza speranza di riscatto.

Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto. Tu ama quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre: non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»

Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non è mia intenzione scrivere questa storia.

Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamente non volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un gran pericolo.

Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima: eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno. Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno della sua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.

Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia, e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità, addio tutto!

Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in un altro, più di quello che essi stessi possano immaginare? Uno, per esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone; e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.

Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo, ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»

Palemone, intanto, appena seppe che Arcita se ne era andato, cominciò a disperarsi in modo, che la gran torre echeggiava delle sue grida e dei suoi pianti. Fin le catene che aveva ai piedi erano bagnate delle sue amare lacrime.

«Ahimè, diceva, o cugino Arcita, Dio sa se di noi due tu sei quello, pur troppo, che ha guadagnato nella lite che ci ha divisi.

Tu ora cammini liberamente per le vie di Tebe, e poco ti importa del mio dolore. Tu se vuoi, bravo e coraggioso come sei, puoi radunare tutta la gente del sangue nostro, e far con essa una guerra così accanita al regno di Teseo da ottenere, per un evento qualunque, o come prezzo della pace, la mano di colei per la quale è destinato che io muoia. Poichè quale probabilità posso avere di possederla, col vantaggio che tu hai di essere fuori di prigione e libero di te, mentre io sono costretto a morire rinchiuso in una gabbia? Ormai posso rassegnarmi a piangere e a disperarmi per tutta la vita, per le sofferenze che mi dà la prigionia, alle quali si aggiungono i tormenti dell’amore, che raddoppiano il mio strazio.»

Ad un tratto il fuoco della gelosia gli divampò nel petto, e con tanta furia irruppe nel suo cuore, che divenne pallido come la cenere fredda della morte,[1] e disse: «O Dei crudeli, che governate il mondo con la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l’uomo viene ucciso come un’altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato, passa da una sciagura all’altra, spesso essendo, per Dio, anche innocente.

Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un’altra cosa, mi fa sentire più amaramente le mie pene; ed è che l’uomo, per amore di Dio, debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia qualunque può soddisfare tutti i suoi desiderî. Senza contare, poi, che la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l’uomo deve piangere e soffrire anche nell’altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in questo. È proprio così.

Il perchè io non non lo so, e lascio, appunto, che rispondano gli indovini; ma un’altra cosa, pur troppo, so: ed è che in questo mondo ci siamo venuti per soffrire. Io, disgraziato, vedo una serpe strisciare liberamente per la via; vedo un ladro, il quale ha derubato più d’un galantuomo, andarsene comodamente a spasso dove gli pare e piace, mentre io debbo starmene qui in prigione per volere di Saturno e per l’odio e l’ira di Giunone, la quale ha quasi distrutto completamente il sangue tebano, ed abbattuto le grandi mura della città. E Venere per giunta mi fa morire di gelosia e di paura per causa di Arcita.»

Intanto lasciamo per un poco Palemone nella sua prigione, e torniamo ad Arcita.

L’estate passa, e le lunghe notti invernali raddoppiano le pene dell’amante in esilio e del prigioniero in Atene. Io non so, davvero, chi di loro due si trovasse peggio. Poichè, in una parola, Palemone era condannato a perpetua prigionia, e a morire fra i ceppi e le catene; Arcita esiliato sotto la pena della testa, non doveva mai più rivedere la donna del suo cuore.

O innamorati, che cosa rispondereste a questa domanda: chi vi pare più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà mai più rivedere la donna sua. Pensate un po’ quel che vi pare voi che siete al caso di saperne più degli altri: io intanto, riprendo il mio racconto.

Arcita dunque, giunto a Tebe, non faceva che lamentarsi tutto il giorno, fuori di sè dal dolore di non dover più rivedere la sua donna. E per dirvi in una parola quanto era grande il suo dolore: mai creatura umana ebbe a soffrire come lui, fra quante ce ne sono su questa terra, e ce ne saranno prima che il mondo finisca. Non dormiva, non mangiava, non beveva, tanto che si ridusse secco come un uscio.[2] Aveva gli occhi infossati che facevano impressione a guardarli, la faccia smunta e pallida come la cenere spenta. Stava sempre solo, lontano da tutti, e la notte non faceva che piangere e disperarsi. Se sentiva qualcuno cantare o suonare, cominciava a piangere e non la finiva più. Era così accasciato ed avvilito, così completamente cambiato, che non si riconosceva più neppure la sua voce, sentendolo parlare.

Andava girando per il mondo con l’aria non di un povero innamorato colpito dal male di Eros, ma con l’aspetto di un matto. Pareva un disgraziato al quale l’umor tetro cacciandosi nella parte anteriore della scatola del pensiero, avesse mandato a spasso il ben dell’intelletto. L’organismo fisico e morale del misero amante era, insomma, tutto scombussolato. Ma perchè dovrei passare il giorno intero a raccontarvi le sue pene?

Dunque, già da un anno o due Arcita era in mezzo a questi tormenti e a questi dolori, quando una notte, mentre dormiva, gli parve di vedere, in sogno, Mercurio, l’alato messaggero del cielo, il quale gli disse di darsi pace e stare allegro. Il dio teneva dritta in una mano la boccetta apportatrice del sonno, e un cappello gli cuopriva i capelli luccicanti; era vestito ed armato (Arcita lo guardò bene), proprio come il giorno in cui Argo chiuse i suoi cento occhi nel sonno della morte.[3] «Arcita, egli disse, tu devi ritornare ad Atene: è destinato che là abbiano fine i tuoi affanni».

A queste parole Arcita si svegliò con un sussulto. «Ciò che ho inteso, diceva, mi ha messo la febbre addosso: io anderò subito ad Atene. Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la donna mia, colei che io amo e servo. Davanti a lei non mi curo della morte.» E così dicendo prese un grande specchio, e guardatosi, vide che la sua fisonomia era così cambiata, che egli non era più quello di prima. Allora gli venne una bell’idea: giacchè le sofferenze patite lo avevano così mal ridotto, bastava che egli si desse un po’ l’aria di una persona di bassa condizione, per non essere riconosciuto in Atene, e poter vedere, così, ogni giorno da vicino la sua Emilia. Detto fatto: si tolse gli abiti, e si vestì come un povero operaio. Quindi accompagnato solamente da un suo scudiere (al quale aveva confidato tutto), vestito anche lui poveramente, prese la prima strada che menava ad Atene. Giunto là, un giorno andò al palazzo di corte, e si mise sulla porta, offrendosi a questo e a quello, se avesse bisogno di un uomo di fatica per qualunque servizio. E per non farla tanto lunga, gli riuscì di farsi prendere come aiuto da un cameriere addetto alla persona di Emilia. Naturalmente Arcita, accorto com’era, aveva subito saputo, appena tornato in Atene, quale era la servitù di lei. Tagliava le legna per il fuoco e portava i suoi viaggi d’acqua senza nessuna fatica: era giovane e robusto, ed aveva forza e spalle abbastanza buone, per reggere a qualunque servizio gli venisse comandato.

Erano appena due anni che egli, sotto il falso nome di Filostrato,[4] serviva in tal modo la sua bella Emilia; e già tutti gli si erano affezionati: nessuno degli altri servitori era benvoluto come lui. La gentilezza dei suoi modi era così grande, che a corte tutti ne parlavano: tutti dicevano che Teseo avrebbe fatto una vera opera di carità, a migliorare un poco la condizione di lui, facendogli fare un servizio più decoroso, in modo che potesse mettere in opera le sue virtù. Intanto la fama delle sue molte abilità e del suo bel modo di parlare si sparse per la città, e giunse presto agli orecchi di Teseo, il quale lo volle al suo servizio, e lo fece suo scudiere, dandogli, naturalmente, la paga necessaria per potersi mantenere in quel grado. Del resto c’era chi di nascosto gli portava, ogni anno, da Tebe la rendita dei suoi beni. Egli però aveva l’accortezza di spendere sempre modestamente, affinchè a nessuno potesse dare nell’occhio, e fare meraviglia, come mai avesse tanto denaro. Per tre anni Arcita se la passò in questo modo, senza essere scoperto; anzi seppe fare così bene, tanto in tempo di pace che in mezzo alle guerre, che Teseo non ebbe mai alcuno più caro di lui. Ma lasciamolo, ora, così contento e felice, e torniamo un poco a Palemone.

Questi sette anni erano passati per lui molto tristi nella orribile e cruda prigione, in mezzo ai tormenti dell’amore e della disperazione. Chi soffriva, al mondo, come Palemone doppiamente torturato? Da una parte, l’amore che lo faceva diventar matto, da l’altra, la prigione, dove si trattava di stare non un anno, ma per tutta la vita.

Quale poeta inglese potrebbe degnamente cantare, in rima, tutto il martirio di lui? Io no davvero; quindi tiriamo pure innanzi. Dopo sette anni, dunque, di penosa prigionia, precisamente la notte del tre di Maggio (come riferiscono i vecchi libri che raccontano i particolari di questa storia), fosse caso o destino (certo quando una cosa è destinata, deve accadere), Palemone, con l’aiuto di un amico, a mezza notte in punto scappava dalla prigione, dandosela a gambe per lasciare al più presto la città.

La notte era corta, e il giorno si avvicinava: era necessario nascondersi per non essere scoperto. Perciò Palemone con passo trepidante si rifugia, in fretta, in una selva lì vicina. La sua intenzione era di restare là nascosto tutto il giorno, per prendere, giunta la notte, la via di Tebe, dove poi pregherebbe i suoi amici di aiutarlo a guerreggiare contro Teseo. Poichè egli voleva, oramai, una di queste due cose: o perdere la vita, o sposare Emilia; questo si era proposto, e voleva riuscirvi.

Torniamo ora ad Arcita, il quale in mezzo a tanta felicità non sognava neppure che gli fossero così vicini, un’altra volta, gli antichi affanni; finchè la sua mala ventura gli ci fece battere proprio il naso[5]. L’allodola gaia, messaggera del giorno, saluta col canto i grigi albori mattutini; e Febo fiammeggiando levasi con tale splendore di luce, che tutto l’oriente ne ride, e nel fogliame del bosco vaporano sotto i suoi tepidi raggi le pendule gocce d’argento. Arcita intanto, il primo scudiere della corte di Teseo, si era alzato e contemplava il giorno sereno; quindi per fare onore a Maggio, con l’anima riboccante d’amore, se ne andò sul suo focoso destriero a diporto pei campi, qualche miglio fuori della città. E il caso fece che, per l’appunto, si diresse verso la selva stessa dove era Palemone, in cerca di caprifoglio e biancospino per fare una ghirlanda. E cantava con effusione al bel sole di Maggio:

«Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu, fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po’ di verde.» Quindi col cuore pieno di gioia, balza a terra da cavallo, ed entrato in fretta nel bosco incomincia a girare su e giù per un viale, proprio dove Palemone, trepidando di paura, stava nascosto dietro a un cespuglio, perchè nessuno lo vedesse. Egli non sapeva davvero che Arcita fosse lì; e Dio sa se egli se lo sarebbe mai immaginato. Ma dice bene un antico proverbio: il campo «ha gli occhi per vedere, il bosco gli orecchi per sentire.» Ed ha ragione chi va cauto, perchè gli uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di convegni. Neppure Arcita s’immaginava che il suo compagno di sventura, zitto e cheto lì nel bosco, gli fosse così vicino da sentire tutto ciò che egli diceva.

Arcita dopo avere girato qua e là per un bel pezzo, cantando la sua canzone di Maggio, improvvisamente divenne muto e pensieroso, come fanno quei bei tipi degli innamorati; i quali un momento sono su in paradiso, un minuto dopo giù nell’inferno;[6] e vanno su e giù come un secchio nel pozzo. Poichè l’incostante Venere rende mutabile, a un suo comando, l’animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il venerdì ora c’è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli altri giorni della settimana.

Finito il suo canto, Arcita cominciò a sospirare, e si mise a sedere lì nel bosco, dicendo «Maledetto il giorno che sono nato! Per quanto tempo ancora, o Giunone crudele, vorrai far guerra alla città di Tebe? Estinta è oramai la regale progenie di Cadmo e di Amfione: di Cadmo che fu il primo fondatore di Tebe, il primo a governarla e ad esserne incoronato re. Io sono del suo sangue, suo discendente in linea diretta, ed appartengo proprio al ceppo reale; ed ora eccomi qua, ridotto così disgraziato e vile, che non mi vergogno di servire, come misero scudiere, un uomo che è mio mortale nemico. E per mia maggiore vergogna, Giunone mi spinge perfino a disconoscere il mio nome; poichè mentre mi chiamo Arcita, ora mi nascondo sotto il nome di Filostrato, che significa: uomo da nulla. Ah! Marte crudele, ah! crudele Giunone, l’ira vostra ha ormai distrutto il sangue nostro; noi soli restiamo: io e quel disgraziato di Palemone, che Teseo tiene a marcire in prigione. Ma non bastava tutto questo; amore, per darmi il colpo di grazia, ha trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la mia morte prima ch’io venissi al mondo. O Emilia, tu mi uccidi con gli occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi importa nulla: purchè io possa fare qualche cosa per piacerti.»

E così dicendo cadde svenuto, e rimase, per qualche momento, privo di sensi. Intanto Palemone, il quale si era sentito, ad un tratto, come passare il cuore da una fredda lama, balzò in piedi; e tutto tremante dalla rabbia non potè più a lungo restar nascosto. Appena udito il racconto di Arcita, come un pazzo, e pallido come un morto, saltò fuori dal folto cespuglio che lo nascondeva, dicendo: «Ah! falso Arcita, falso e malvagio traditore, finalmente ti ho còlto, te che pretendi di amare tanto la donna mia; colei per la quale io soffro tutte queste pene e questi affanni. E dire che tu sei del mio sangue! che avevi giurato, come spesso ti ho ripetuto, di aiutarmi coi tuoi consigli! In questo modo, dunque, hai ingannato Teseo, cambiandoti il nome? S’io non cadrò morto, tu dovrai quì stesso morire. Tu non amerai la mia Emilia; io solo l’amerò, e nessun altro, poichè sono (come tu vedi) Palemone, il tuo mortale nemico.

E sebbene quì non abbia la mia sciabola, essendo fuggito per un caso di prigione, io non ti temo affatto; e tu dovrai o morire, o rinunziare all’amore di Emilia. Scegli, dunque, ciò che ti piace di più, poichè non c’è per te altro scampo.»

Arcita allora fuori di sè dalla rabbia, appena l’ebbe riconosciuto udendo quelle parole, con la ferocia di un leone trasse fuori la spada e disse: «Per il Dio che sta su in cielo, s’io non avessi pietà dei tuoi affanni e della passione che ti rende pazzo; se non fosse perchè non hai la spada, tu non moveresti più un passo da questa selva, senza cadere sotto la mia mano. Io spezzo quì la fede con cui tu pretendi che io sia ancora legato a te. Che? Pazzo che non sei altro: pensa che l’amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta la tua forza. Ma poichè tu sei un prode e cortese cavaliere, e vuoi contenderla con la spada, eccoti la mia mano: domani, immancabilmente, io sarò quì; e nessuno (parola di cavaliere) saprà nulla di quanto è accaduto fra noi.

Al mio ritorno porterò anche per te una buona armatura; anzi tu sceglierai delle due la migliore, e lascierai a me la peggio. Stasera, intanto, ti porterò da mangiare e da bere, e penserò anche a provvederti delle coperte per la notte. E se sarà destinato che tu vinca con la spada la mia donna, ed uccida me in questo bosco, abbiti pure la donna in premio».

Palemone rispose: «Va bene, accetto».

E si lasciarono così, per trovarsi la mattina dopo come ciascuno aveva lealmente promesso.

O Cupido, re spietato ed assoluto! È proprio vero, come si suol dire, che amore e impero non vogliono sapere di società. E nessuno lo sa meglio di Arcita e Palemone.

Arcita, intanto, se n’era tornato, in fretta, in città; e la mattina seguente, prima di giorno, si procurò di nascosto due armature complete, con tutto l’occorrente perchè egli e Palemone potessero misurarsi sul terreno. Montato, quindi, a cavallo con le due armature davanti a sè, si mise in cammino; e così all’ora e nel luogo stabilito i due amici si ritrovarono.

Appena si videro, impallidirono tutti e due. Come il cacciatore Trace appostato con la lancia alla tana del leone o dell’orso, sentendo dal fruscio del bosco avvicinarsi la belva (che rompe sui suoi passi rami e foglie), pensa trepidando: ecco il nemico, o io l’uccido sulla tana, o egli uccide me, se fallisco il colpo; così Arcita e Palemone, pallidi, trepidarono, conoscendo ciascuno il valore dell’altro. Senza nè anche salutarsi indossarono le armi, aiutandosi come due buoni fratelli. Quindi impugnata un’asta bene appuntata e forte, si avanzarono, con lunghi passi, l’uno contro l’altro. Avresti detto, vedendoli combattere che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d’una tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino al collo del piede. Ma lasciamo loro che si battono in questo modo, e torniamo a Teseo.

Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo, un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni, se un’altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desiderî, di qualunque genere siano: guerra, pace odio, amore, tutti, senza dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. Dico questo a proposito di Teseo, il quale ha una passione così grande per la caccia, specialmente per quella del cervo nel mese di maggio, che l’alba non lo trova mai a letto; ma è sempre pronto a montare a cavallo, con tutto il suo seguito di cacciatori coi corni e i cani. Egli trova nella caccia un divertimento così grande, che il suo maggior diletto, la sua unica ambizione, è l’essere chiamato: la distruzione dei cervi.

Era, come ho già detto, una bella giornata, e Teseo, con l’animo giocondo e pieno di felicità, montato a cavallo con regale pompa, se ne andò a caccia insieme alla sua bella Ippolita e ad Emilia, che indossava un bellissimo abito verde. E s’incamminò verso un piccolo bosco, lì vicino, dove gli era stato detto che c’era un cervo. Quindi si spinse avanti per una pianura, dove seppe che l’animale era solito fuggire presso un ruscello, e seguitò ancora la sua strada in quella direzione. Il duca lo seguì una o due volte, sguinzagliando i cani, che stavano tutti pronti ad un suo cenno; e finalmente giunto in un prato, portando la mano agli occhi, perchè il sole gli permettesse di vedere, scôrse Arcita e Palemone che combattevano infuriati come due tori. Le spade luccicanti volavano per l’aria così terribilmente, che il più piccolo colpo avrebbe abbattuto una querce. Teseo non sapendo chi fossero, diè di sprone al cavallo, e in un salto fu in mezzo a loro, con la sciabola sguainata, e gridò: «Olà! fermi, per la vostra testa. Giuro per Marte, dio potente della guerra, che il primo il quale, davanti a me, tirerà un altro colpo solo, cadrà morto. Chi siete voi che osate venire qui a combattere in questo modo senza un giudice o un ufficiale che diriga l’assalto, come in un leale torneo?»

Palemone rispose subito: «Signore, perchè non dirti, senz’altro, la verità? Tutti e due ci meritiamo la morte: noi siamo due disgraziati prigionieri stanchi della vita; tu che sei nostro signore e nostro giudice, non avere per noi nè compassione nè perdono. Uccidimi pel primo, che mi fai una vera carità, ma uccidi anche il compagno mio. O se tu lo desideri, uccidi lui prima di me; poichè sappi, se non te ne sei accorto, che costui è Arcita, il tuo mortale nemico. Egli fu bandito dal tuo regno sotto la pena della testa: perciò si merita la morte. Sappi che costui venne alla tua porta, e dicendo di chiamarsi Filostrato, riuscì ad ingannarti per molti anni, sì che tu stesso lo hai fatto tuo primo scudiero. Egli ama Emilia.

E giacchè è venuto il giorno della mia morte, faccio intera la mia confessione: io sono quel disgraziato di Palemone, che è fuggito, per sua unica volontà, di prigione. Sono anch’io tuo mortale nemico, ed amo così ardentemente la bella Emilia, che sarei felice di morire davanti a gli occhi suoi. Perciò da me stesso ti chiedo la mia condanna di morte; ma tu uccidi anche il mio compagno, chè tutti e due ci meritiamo di essere uccisi.»

Allora il nobile duca rispose: «La cosa è molto semplice. La vostra stessa bocca confessando tutto, vi ha condannato, ed io non lo dimenticherò. Non c’è, quindi, bisogno di farvi parlare con la tortura, e, per Marte rubicondo[7], voi morrete subito.»

A queste parole (le donne, si sa, fanno presto a commoversi) la regina cominciò a piangere, e con lei Emilia e le altre signore del seguito. Tutte ebbero pietà di quei due giovani, di illustre lignaggio, che solo per amore si battevano a quel modo. E vedendoli così orribilmente feriti e sanguinanti, si volsero a Teseo gridando: «Signore, abbiate compassione almeno di noi». E mettendosi in ginocchio per terra, volevano baciargli i piedi. Un cuore gentile si muove facilmente a pietà: e finalmente si commosse anche Teseo. Sebbene furibondo, da principio, contro i due Tebani, riflettendo, poi, alla colpa che avevano commesso, e alla causa che li aveva spinti, sentì che se l’ira li condannava come rei, la ragione non sapeva fare altro che scusarli. Pensò che chiunque, per amore, avrebbe fatto lo stesso, cercando di scappare, ad ogni costo, di prigione. Ebbe, poi, compassione di tutte quelle donne che piangevano in coro, e ripensando nell’animo generoso al caso dei due prigionieri tebani, diceva fra sè: «Guai a quel sovrano che è senza pietà, ed è un leone tanto con l’uomo pentito e sommesso, quanto con l’uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla stessa bilancia l’orgoglio e l’umiltà.» E tosto, sbollito il primo impeto dell’ira, alzando gli occhi sorridenti da terra disse, a voce alta, queste precise parole:

«Benedicite! Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli. Il cuore degli uomini è in mano sua.

Guardate Arcita e Palemone: fuggiti di prigione, avrebbero potuto vivere, in Tebe, come due re; invece per quanto sicuri di trovare in me un mortale nemico, eccoli un’altra volta qua, condotti, come ciechi, da Amore a cercare la morte. Non vi pare una grande pazzia questa? Chi più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? Guardate un po’ per l’amore di Dio, come sanguinano quei disgraziati! Non vi pare che si siano conciati, tutti e due, per le feste? Ecco come Amore, loro padrone, li ha pagati e compensati dei servizi resi. Eppure andate a levar loro di testa, se vi riesce, che sono due matti, a volere servire Amore ad ogni costo.