Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso
and the Online Distributed Proofreading Team.
Gerolamo Rovetta
Il Tenente dei Lancieri
ROMANZO
Sesto S. Giovanni, 1916.
I.
La ditta portava il nome del padre «Giovanni Monghisoni», ma chi comandava, la vera padrona del negozio, era sempre stata l'unica figlia del Monghisoni: la signora Maddalena, maritata Trebeschi.
Colla sagacia, col fiuto degli affari, uniti a una gran passione per i quattrini, e di più col vento sempre in poppa, la signora Maddalena aveva mandato avanti la nave a gonfie vele, aveva raddoppiata e triplicata la sostanza paterna. Ma quanta attività, quanta tenacia, quanto lavoro ci aveva messo, e quanto sforzo di polmoni! La voce della signora Maddalena squillava, in ogni ora e in ogni stanza, come una campana; giovane, sana, esuberante, il gridare era il suo unico sfogo.
Il fondaco era in via Lentasio a porta Romana. Nei lunghi cameroni, fra le botti d'aringhe, i barili d'olio, le forme di parmigiano, era un continuo andirivieni, un vociare continuo, di commessi e di avventori: il lampadino che ardeva in fondo in fondo, nel buio, dinanzi ad una immagine della Santa Casa di Loreto, dondolava come un pendolo, per il tremoto dei facchini che caricavano o scaricavan la roba: ma la voce della signora Maddalena, sempre alta e forte, dominava tutto quel gran fracasso, dando ordini e strapazzate.
Il babbo Monghisoni quand'era vivo, stava ben attento, e scantonava nel fondaco, per non urtare la figliuola; se no, fioccavano le strapazzate scroscianti come pioggia e grandine anche sul suo capo.
—Se non ci fossi io—strillava la signora Maddalena—se io fossi come le altre donne, tutte matte da legare, che pensano soltanto a spendere e a fare all'amore, colla tua poca testa a quest'ora saresti al Ricovero o all'ospedale.
Morto il padre, essa aveva cominciato a lodarlo e a levarlo ai sette cieli; ma lo faceva aggrottando le ciglia, e finiva sempre per umiliare gli altri ed esaltare, sè stessa.
—Mio padre!… Era l'unico al mondo che poteva vantarsi, come me, di essere un fiore di galantuomo!—Oppure:—Mio padre!… era insieme con me la sola testa di casa in mezzo a un branco di bestie,
La Signora Maddalena, ancora prosperosa e piacente adesso che toccava la cinquantina, era stata a' suoi tempi un bel pezzo di donnone: a porta Romana la chiamavano il bel granatiere. Maestosa, forte, con un profluvio di capelli nerissimi, lucenti, ondulati, spartiti a ciuffo in mezzo alla fronte, colla peluria dei baffettini che le ombreggiava le labbra rosse e dava risalto ai denti sani, con un'aria smargiassa di me n'impipo, pareva la padrona del mondo. Pure, se le piaceva di mettere in mostra la sue qualità virili per dar soggezione, ed all'occorrenza anche per incutere un certo timore, non aveva mai fatto caso della propria bellezza: e nemmeno, a dir vero, di quella degli altri. Aveva scelto per marito il signor Daniele Trebeschi: un perticone giallo, mal piantato, col naso storto e fatto a, spatola e col mento pecorino; certo, il più brutto dei suoi commessi: ma che ne importava alla signora Maddalena? In dieci anni che lo aveva, in negozio, o non lo aveva mai guardato, o ci si era avvezzata. Aveva notato invece quello che a lei premeva: cioè che fra i suoi commessi era il più attivo, il più diligente, il più pratico: onde il giorno nel quale essa si trovò di fronte a un dilemma inevitabile, o crescergli lo stipendio o lasciarselo scappare, s'appigliò a un terzo partito, che fu di sposarlo. E poi il signor Monghisoni diventava vecchio, rimbambiva un giorno più dell'altro, e per il negozio, un uomo sicuro, fidato, interessato, le era ormai necessario.
Essa non viveva se non per gli affari; pel buon andamento degli affari aveva preso marito; e per l'incremento degli affari, per l'avvenire della ditta aveva messo al mondo anche i figliuoli. Ma questa, per la signora Maddalena, era sempre stata una faccenda affatto secondaria. Se ne sbrigava il più presto possibile, rimanendo fino all'ultimo momento al suo posto a gridare, a strapazzare, a far conti. Il suo posto era lo scrittoio, un bugigattolo, in un angolo del primo camerone del fondaco; e, dopo ogni parto, appena poteva reggersi in gambe, colà scendeva, ancora pallida e debole, facendo un gradino alla, volta, indifferente alle tanfate di mucido e di rancido che la prendevano alla gola: appoggiata alte pareti fredde e viscide, ricominciava a brontolare e a strapazzare colla voce fievole e rotta, scrollando il capo faticosamente.
—No! no! no!… Quando non c'era lei, non sapevano far niente, niente!… Erano tanti babbei, tanti mangiapane, che colla loro indolenza e incuria volevano mandarla in rovina.
L'orgoglio, le gioie, le ansie della maternità essa le aveva provate e le provava; ma per quella sua azienda, per la ditta, per i suoi quattrini, accumulati col suo sudore e col sangue del suo sangue. Stava in palpiti solo quando si spargeva la voce del possibile fallimento di un suo banchiere o corrispondente. S'inebriava di gioia solo quando le riusciva un bel colpo.
Menava vita regolare. All'alba entrava nel fondaco, dietro al signor Daniele che le apriva la porta e non risaliva altro che la sera tardissimo, qualche volta a notte inoltrata, facendo lume al marito, che sotto i suoi occhi doveva richiudere diligentemente la cassa, i cassetti, gli usci, la porta. Anche, la domenica, quando i commessi se n'erano andati, la signora Maddalena teneva tuttavia nello scrittoio il signor Daniele a rifare tutti i conti, a stendere il bilancio della settimana. Era quella la sua vita, era quello il suo ambiente; per lei la giornata più lunga dell'anno era il Natale, perché doveva, tener chiuso e lasciar andar il signor Daniele a Melegnano, a portare il panettone e gli augurî a' suoi parenti.
Quella mattina strapazzava anche per il resto della giornata:
—Non pensavano altro che a divertirsi, a far festa, a buttar via quattrini a cappellate! Lei sola aveva nel sangue, come quel pover'uomo di suo padre, l'amore al lavoro e alla casa!…
E non usciva: anche tutto quel giorno sola soletta, intirizzita, rimaneva nel suo bugigattolo, scartabellando lo scartafaccio, e passando e ripassando il portafoglio delle cambiali. In quell'androne chiuso, durante il pomeriggio di Natale, il silenzio era profondo e cupo: e soltanto in fondo, nel buio, crepitava il lampadino acceso dinanzi alla Santa Casa di Loreto.
II.
La ditta Monghisoni commerciava in olio, formaggio, aringhe salate, baccalà, ma lavorava molto anche in cambiali. Il saggio dello sconto variava dall'otto al dieci per cento.
—Tutto sommato—esclamava la signora Maddalena—un poco più un poco meno, quello che si paga anche alla Banca; e posso vantarmi che per onestà, dopo morto quel bonomo di mio padre, come me non c'è nessuno.
Ma «la ditta» non ammetteva, nè rinnovazioni, nè pagamenti parziali, nè acconti sul capitale.
—Io sono puntualissima ne' miei impegni; e tutti devono essere puntualissimi con me. Regola generale!
In questa idea la signora Maddalena si era intestata in modo che non c'era verso di smuoverla: non lo faceva per avarizia, ma quasi per puntiglio. Magari, di lì a poco, tornava a prestare la stessa somma ed anche una più grossa, ma il giorno della scadenza—regola generale—bisognava pagare.
Il sarto di casa, un vecchio portinaio di via San Barnaba, era venuto per vestire d'inverno tutti i Trebeschi; e la signora Maddalena gli stava appunto rifiutando la rinnovazione che il povero diavolo le domandava per una sua cambiale di novantacinque lire.
—Capirà, signora Maddalena, può farmi questo favore! senza arrischiar nulla: fra pochi giorni, quando le porto gli abiti fatti, lei stessa si tratterrà le novantacinque lire sul mio conto.
La signora Maddalena scrollava il capo:—No, no, no! Sono complicazioni che non mi vanno. Oggi scade la vostra cambiale e dovete pagarla. Quando poi mi porterete gli abiti finiti, in perfetto ordine, io allora vi pagherò il vostro conto. Vecchio mio!… Si cammina come un orologio; anzi, molto meglio, perché gli orologi vanno sempre male e io vado sempre bene.
Ciò detto, uscì dallo scrittoio e chiamò il marito che, per ordine gerarchico e di anzianità, doveva essere il primo a farsi prendere la misura.
—Daniele!…
Ma Daniele, in quel frastuono rimbombante, non udì, e non rispose subito.
—Dààniele! Sei sordo?—ripetè quasi urlando la signora Maddalena.—E sì, per diana, posso vantarmi di aver i polmoni di mio padre: Dààniele!
—Eccomi! eccomi!—e il signor Daniele sbucò di dietro a due facchini che facevano rotolare un barile sopra un lungo carretto a mano.
—Presto, la misura.
La signora Maddalena si era appoggiata col gomito a due pezze di panno color bigio «resistente» che aveva comperato apposta per vestire tutta la famiglia, e mentre il sarto prendeva le misure al signor Trebeschi, Maddalena dava le opportune istruzioni.
—Giacca, gilet e pantaloni; largo, comodo; e buone fodere, mi raccomando.
—Non dubiti, signora, Maddalena.
Poi il sarto, mentre teneva alzato un braccio del signor Daniele per prendergli la misura della manica, domandò, sempre rivolgendosi alla signora Maddalena:
—Facciamo a un petto solo, o a due?
—A due, a due petti! Così, all'occorrenza, gli può servire anche da, paltò. Io, che ho la testa sulle spalle, ho sempre tutte le viste. Ha finito?
—Sissignora.
—E uno! Adesso a quest'altro!
E mentre il signor Daniele, che si era lasciato girare e rigirare dal sarto senza mai dire una parola, tornava frettoloso là donde era venuto, Maddalena ricominciò a gridare con quanto fiato aveva; in gola:
—Temistocle! Temistocle!
Comparve, quasi subito, un altro perticone dinoccolato, arruffato, colla faccia scialba, col naso storto e fatto a spatola e col mento pecorino; era il primogenito dei Trebeschi. Si sbottonò subito il panciotto e si fermò diritto dinanzi al sarto, anche lui senza fiatare.
—Mi raccomando molta roba sotto alle maniche e in fondo ai calzoni, per farli allungare a un bisogno: la mal'erba cresce.
—Non dubiti, signora Maddalena.
—I bottoni per le bretelle, ben forti.
E mentre Temistocle, come prima aveva fatto suo padre, si lasciava voltare e rivoltare, la signora Maddalena continuava a strapazzarlo:
—Sei uno sciupone: è un peccato farti la roba! Ma perché non prendete tutti esempio da me, giacché avete la fortuna di avermi sempre davanti agli occhi? Questo vestito—e ne alzava la sottana stirandola con una mano—ha più di sei anni ed è ancora nuovo fiammante!
Poi, al sarto:
—Ha finito?
—Sissignora.
Temistocle non glie lo lasciò ripetere, e mentre la signora Maddalena esclamava:—E due!—scappò in fondo al magazzino dove, tolta di mano la bilancia ad un giovanotto che stava pesando un gran fiasco d'olio, gli disse:
—Corri; tocca a te.
Infatti, in quel punto si udì la voce della signora Maddalena che chiamava:
—Gian Maria!
Gian Maria, il secondogenito, sebbene avesse un anno soltanto meno di Temistocle, era molto più piccolo. Ma. aveva la stessa testa arruffata, lo stesso naso collo stesso mento da pecora.
Dopo di lui si presentò per la misura di un soprabito anche la nipote del signor Trebeschi: la signorina Cammilla era assestata e aggraziata nella elegante semplicità della giovane personcina; dal visetto piacente traspariva la bontà e la dolcezza: tuttavia, chi osservasse bene la forma del naso e del mento poteva riscontrare anche in lei una lontana aria di famiglia.
Uno solo, l'ultimo dei Trebeschi, Giacomino, alto, sottile, elegante, era un bel ragazzo, col naso diritto e il mento aristocratico: tutti dicevano, per spiegarci tale anomalia, che Giacomino assomigliava alla mamma. In ogni modo è certo che la somiglianza, se somiglianza c'era, non rabboniva la signora Maddalena, non la rendeva nè più indulgente nè più tenera per quel figliuolo; anzi sembrava che nutrisse contro di lui una strana avversione.
Forse la signora Maddalena era così, perchè Giacomino dal canto suo dimostrava un carattere troppo vivo e indipendente e certe volte anche prepotente. Egli intanto dichiarava che non voleva saperne a nessun patto di fare il «mercante», poi scappava, stava fuori la notte, giocava al biliardo, dava pizzicotti e abbracci alla serva, e non aveva nessuna paura di sua madre: fatto straordinario, questo, così straordinario che gli suscitava intorno un tacito senso di ammirazione e di simpatia. Tutti quanti facevano carte false per scusarlo, per difenderlo, per salvarlo dalle furie materne.
Anche quel giorno Giacomino doveva essere lì cogli altri per farsi prendere la misura; ma, al solito, se n'era dimenticato, e bisognò che il babbo di nascosto lo mandasse a chiamare.
—Eccomi, saperlotte! Avete detto alle dieci, e non sono che le dieci e un quarto!—esclamò Giacomino arrivando di corsa, e quantunque la mamma, muta, con gli occhi torvi (bruttissimo segno!) cercasse di schermirsi e di respingerlo, egli riuscì a stamparle un bacio sul collo.
Il sarto, che stava per andarsene, e si era già messo le due pezze sotto le braccia, le posò sopra uno sgabello per cercare nelle tasche il nastrino del metro; ma Giacomino, prima di lasciarsi prendere la misura, volle vedere la stoffa; poi, appena l'ebbe guardata e toccata, dichiarò che non ne voleva sapere: era troppo grossa, troppo ordinaria.—No! no! no! E poi sempre vestiti tutti ad un modo, come in un collegio; peggio, come in una casa di ricovero! No! no! no!…—non ne voleva sapere!
—Del resto—e scoppiò in una gran risata—tu parli sempre di risparmio e di economia, e poi non la sai fare, una giusta economia. Questo inverno dovrò cominciare il mio anno di volontariato. Che cosa me ne faccio degli abiti… da vile borghese? Vado in cavalleria, sapristi! Hoplà, là!—E mentre il signor Daniele, Temistocle, la Cammilla, tutti quanti stavano attenti a quella scena, cacciando fuori il capo tra le botti d'olio e i barili di acciughe, Giacomino inforcò una sedia e girò con essa attorno alla signora Maddalena, fingendo di cavalcare, gridando sempre allegramente:—Hoplà, là! hoplà, là!
—Ha sentito: lei può andarsene. Se ne vada—disse la signora Maddalena al sarto che, rimesse le due pezze sotto il braccio, cheto cheto, infilò l'uscio.
L'audacia era stata troppa: le teste del babbo, dei fratelli, della cugina non si vedevano più, erano sparite. Gli altri poi facevano anche più rumore del solito, per timore che la voce della signora Maddalena non si udisse in istrada.
Ma questa volta la signora Maddalena non fiatò. Continuava a fissare Giacomo, immobile, muta: quando la signora Maddalena guardava uno dei giovani del fondaco in quel modo, la sera si facevano i conti e il disgraziato era messo in libertà.
E infatti essa ripensava a un suo progetto che da anni le mulinava in testa per quel ragazzaccio. Altro che il volontariato! Lo avrebbe imbarcato come mozzo sopra una nave a vela: gli avrebbe fatto fare il giro del mondo. Suo padre non voleva? Voleva lei, e basta.
—Hop! hop! hoplà, là!—continuava a gridare il monello.
Essa a un tratto, mentre le passava vicino, lo, afferrò per i capelli, lo arrestò scotendolo con violenza.
—Scimmiotto!—borbottò fremente.—Va via! Fuori dei piedi!—e lo buttò lontano, verso la porta del fondaco.
Il ragazzo alla sua volta impallidì.
—Sì! Anche subito—rispose.—Anche sul momento. Sono un uomo, e non ti riconosco il diritto di trattarmi come un cane, d'insultarmi in questo modo. Hai capito?—e si piantò diritto in faccia a sua madre, fissandola pallido, ma sicuro.
Maddalena lo squadrò dal capo ai piedi; a un tratto si sentì confusa da quell'occhio limpido, ceruleo, che la fissava, abbassò lo sguardo…. e scorse allora, per la prima volta, la ciocca colorata di un fazzoletto di batista che spuntava dalla tasca di Giacomino.
—Che roba è questa?—Di nuovo aggrottò le ciglia, ficcò due dita nella tasca, ne tirò fuori lentamente il fazzoletto impregnato di acqua, di Colonia, dietro al quale schizzarono via, e ruzzolarono in terra un porta-sigarette d'argento ed un ritratto di donna.
—Che roba è?—ripetè la madre con una intonazione.—Roba mia.
—Roba mia—esclamò il giovanotto arditamente.—Roba mia.
E mentre Maddalena si chinava a raccattare il porta-sigarette, egli, in un attimo, ghermì il ritratto, e se lo ficcò nella tasca interna della giacca, che si abbottonò risolutamente.
—Quel ritratto a me, fuori!
—No.
—Fuori!
—No: mai.
Il giovane, per difenderlo ancor meglio, incrociò lo braccia sul petto.
—Vi ripeto: lo voglio e me lo darete.—Ma essa era avvezza a quelle ribellioni e sapeva che lì per lì, anche a pestarlo, non avrebbe ottenuto niente. Allora, pesando il porta-sigarette sul palmo della mano, come per valutarne il prezzo, cambiò discorso:
—Questo, intanto, rispondete, dove lo avete rubato?
—Rubato?…—Lì per lì il ragazzo si sentì montare il sangue alla testa, ma non poteva, non voleva dire come lo aveva avuto; non voleva compromettere suo padre.—L'ho comperato coi miei denari—rispose.
—Bugiardo!—gli gridò in faccia la signora Maddalena colla voce strozzata, poi, come mossa da un'improvvisa risoluzione:—Venite con me—gli disse, e si avviò al solito bugigattolo: fece entrare Giacomino per il primo; essa lo seguì e chiuse l'uscio.
—Tu fai debiti—gli disse, accostandogli la bocca al viso e quasi bruciandolo con una vampata di fiato.
—No, mamma—balbettò l'altro un po' scosso.
—Tu fai debiti; non negarlo, io lo so. Da un pezzo me ne sono accorta. I tuoi vestiti li fai rifare, stringere, accomodare. Dove trovi i quattrini? E le cravatte?—E così dicendo, preso Giacomino per il nodo della cravatta, lo scoteva, lo stringeva così forte da soffocarlo.—Tutti i giorni hai una cravatta nuova. Chi ti dà i danari? E questo… balocco? e mostrava il porta-sigarette—costerà almeno una cinquantina di lire. Com'è che si trova nelle tue saccocce? Io denaro non te ne do, tuo padre non può dartene, perché non ne ha: dunque, o rubi o prendi la roba senza pagare, che fa lo stesso. Ti conosco, mascherina. Tu non sei come i tuoi fratelli, tu, tu—e nel crescendo di quel tu, misto alla collera, alla minaccia pareva ci fosse dell'astio, perfino dell'odio.
Giacomo sentì tutto ciò. Nel viso alterato della madre non vide nessuna espressione di bontà, di affetto; diventò ancor più smorto, balbettò qualche parola sconnessa, poi, di colpo, scoppiò in un pianto dirotto.
Alla vista di quelle lacrime, la signora Maddalena, invece di placarsi, parve anche più inviperita: chissà? quelle lacrime le ridestavano forse a suo dispetto un senso di pietà e di rimorso in fondo al cuore.
—Coccodrillo—borbottò. Poi, credendolo vinto, fece l'atto di mettergli la mano in tasca.-Fuori il ritratto.
—No: questo no!—rispose il ragazzo, ridiventando uomo a quella minaccia: non piangeva più, e aggrottava a sua volta le ciglia, guatando la madre cogli occhi torvi.
La signora Maddalena sogghignò beffardamente.
—Un'amante!… E non hai ancora vent'anni! Debiti, giuoco, perché so che vai anche a giuocare al caffè Biffi, alla birraria Nazionale. Debiti, giuoco… e donne. Tu sei di quelle buone lane che mandano in malora le famiglie, che divorano i patrimoni. Ma questo non deve essere, questo io non voglio che sia, per tuo padre, per i tuoi fratelli e per me. Nè colle buone, nè colle cattive, nè da bimbo, nè da ragazzo, nè da uomo, ho mai potuto farti perdere un solo dei tuoi vizi. Ti ho battuto, persino; peggio che peggio! Non hai sentito nè l'amor proprio, nè le botte. Ma non si deve andare avanti così. Guardami bene, e non mi far perdere la bussola, e non farmi diventar matta. È un caso di dovere e di coscienza: o accetti la mia proposta… o so io ciò che farò.
—Non ho paura nè di te, nè delle tue minacce, chiare o tenebrose—rispose Giacomino con piglio arrogante.—Non ho paura di nessuno, io!… ma visto e considerato che in casa mia sono trattato come… come non mi piace, così… se la tua proposta è che io me ne vada… me ne andrò.
Quel bel ragazzo non era mai stato tanto bello come in quel punto. Pareva l'immagine artistica di David in atto di sfidare il Gigante.
La signora Maddalena gli disse seccamente che gli avrebbe pagato tutti i debiti, a un patto: recarsi a Genova dal signor Rosasco, l'armatore, e imbarcarsi: salute, forza e coraggio ne aveva. Col tempo e la volontà di lavorare e di far bene poteva riuscire un buon capitano di mare.
Giacomo si sentì stringere il cuore: e il babbo così buono?… E mademoiselle Fanny?… la piccola cavallerizza?… quella del ritratto?… E i suoi fratelli, la sua casa? E Milano… la più bella città del mondo?… Più, più, mai più! Ma pure il piccolo eroe rimase diritto, impassibile, con una mano sul fianco, e rispose ancora con calma senza che i piccoli baffettini biondi, tirati in su, tradissero un sol tremito delle labbra:
—Sta bene; e sono molto contento di andarmene. Magari oggi per non aspettare domani.
La signora Maddalena lo guardò, poi volse gli occhi altrove. Meno del ragazzo, si sentiva sicura di sè; e la sua voce, proprio la sua voce, era alterata.
—Il signor Rosasco era un buon amico—andava dicendo, quasi per far animo a lui e a se stessa.—In fin dei conti anche quella poteva essere una bellissima carriera, forse la sua fortuna. Fosse stata un uomo lei! Subito in mare! A Milano non c'è più posto per nessuno! C'è troppa gente!
E concluse rabbonita, sorridendo per la prima volta, per la prima volta insinuante, dispostissima a sentire la confessione di una somma enorme:
—La cifra de' tuoi debiti? Dimmi tutto. Prima di partire pagherai.
—Venti o trenta lire, al giovine del sarto Martinenghi, che mi accomoda gli abiti.
—Va bene, va bene; il più grosso, sentiamo il più grosso.
—Ventidue lire alla calzoleria inglese, per un paio di scarpe gialle, di bulgaro.
—E poi? E poi?… Di' tutto. Hai la fortuna di avere una madre buona, generosa e che, a tempo debito, sa anche perdonare. E poi?
Giacomino pensò, ripensò. Doveva confessare anche quel centinaio di lire che gli aveva prestato il babbo e colle quali aveva comperato i fiori e un frustino di tartaruga col pomo dorato e anche quel porta-sigarette per regalare a mademoiselle Fanny? No; non lo doveva dire: non lo poteva dire. Non voleva che il babbo fosse sgridato per lui, povero babbo!
—E poi? Avanti.
—E poi—rispose forte e in fretta per finirla—un conto di cravatte, due o tre paia di guanti e dodici lire alla confetteria di Santa Margherita.
—E altro?
La signora Maddalena, per quanto avara, pareva desiderasse, in quel momento, che il figlio avesse un monte di debiti.
—Proprio nient'altro?—domandò con una strizzatina d'occhi significante.—E… la signorina del ritratto?
—Questo è affar mio. Quanto ai miei debiti, se ti paion pochi, non posso inventarne degli altri per farti piacere.
—Eh, eh! signorino!—Non le pare che ce ne sia abbastanza?
La signora Maddalena, a poco a poco riprendeva il sopravvento sulla madre.
—Che cosa si può sperare, quando, sotto la mia educazione e col mio esempio, uno scapestrato che non ha ancora vent'anni spreca un mucchio di danaro per la gola, per la vanità, per fare il milordino? Io posso vantarmi di non aver mai buttato via quattrini nè per la moda, nè pei capricci, e non ho mai sciupato dodici lire dal pasticciere, avendo da mangiare a casa mia.
Povero Giacomino! La signora Maddalena non poteva immaginarsi che quelle dodici lirette erano state rosicchiate in tanti confetti dai candidi dentini di mademoiselle Fanny.
—Dovrò partire, quando?—demandò il giovanotto, che voleva finirla; anche per trovarsi solo ed essere padrone del suo dolore, per sfogarsi, per piangere.
—Partirete… quando avrò la risposta del Rosasco: gli scrivo subito. Andate.
Ma la signora Maddalena, anche questa volta, girò gli occhi per non guardarlo in faccia.
—Sta bene—rispose Giacomino. Si avviò, poi tornò indietro.—Siamo intesi: lo dirai tu al babbo… perché io… (sentì inumidirsi le palpebre), perché io non gli dirò nulla—concluse arrogantemente, con un'alzata di spalle. Si rizzò, s'inchinò e—uno, due, tre—se la battè con un colpo secco dei tacchi.
—Siamo intesi: buon giorno.—E se ne andò.
—Superbo, donnaiolo, dissipatore! Io devo difendere la casa; la ditta Monghisoni—borbottò la signora Maddalena rimasta sola. E quand'ebbe finita e chiusa la lettera al signor Antonio Rosasco, armatore, a San Pier d'Arena, vi scrisse sopra: Urgentissima.
III.
Tutti erano assai inquieti nel fondaco. Perché la signora Maddalena si era chiusa nello scrittoio con Giacomino? Come mai?
Di solito, quando andava in bestia, strillava come un'anima dannata, anche davanti alla gente, e quella volta non si udiva nemmeno la sua voce!…
—Dio, Dio, Dio! Che cosa gli farà?—gemeva la signorina Cammilla, e diventava pallida pensando a Giacomino.—Che cosa gli dirà? Che cosa gli farà confessare?—pensava alla sua volta il signor Daniele, più stralunato, più arruffato, più giallo che mai, sbirciando alla sfuggita l'uscio del casotto, dove la sua signora si era chiusa col figliuolo.
Pure la Cammilla si consolava un poco quando Gian Maria e Temistocle rispondevano con un'alzata di spalle che quell'altro non aveva paura di nessuno e avrebbe saputo difendersi. Il signor Daniele invece si sentiva sempre più scombussolato e sgomento, sbagliava nel far le somme, gli tremava la mano nel pesare, non capiva più niente.
E aveva ben ragione di essere inquieto; stava peggio lui di Giacomino: l'aveva fatta più grossa.
—Dio, Dio, Dio! Se Giacomino, messo alle strette, minacciato, spaventato, facesse una frittata? Se confessasse che i denari li aveva avuti da suo padre?… Che a giuocare a biliardo, al Biffi, ci andava con suo padre? Se… Dio, Dio, Dio! (e da giallo diventava verde), se Giacomino confessava, tutto il resto!… Se parlava di madamigella Fanny?…
Quando il ritrattino della cavallerizza era saltato fuori dalla tasca di Giacomo, nessuno l'aveva visto, tranne la signora Maddalena. Se il signor Daniele fosse stato presente, sarebbe scappato Dio sa dove!… A Melegnano da' suoi parenti, e più in là, anche in capo al mondo!
E causa di tutto, l'amor paterno. Un cieco, un eccessivo amor paterno; un misto d'affetto e d'orgoglio pel suo bel ragazzo così ardito, così sano, così prepotente! Insomma così diverso da lui!
Il signor Daniele era la gallina che aveva covato un uovo di aquila; rimaneva come sbalordito e timoroso dinanzi a quel figliuolo, che non pareva dello stesso sangue dagli altri: lo ammirava, nelle sue qualità, ne suoi difetti, nei suoi vizi; e non solo, ma di soppianto dalla madre, lo contentava in ogni capriccio, quasi cedeva alle sue volontà e ne seguiva persino i cattivi esempi.
Dal figliuolo si era lasciato indurre una sera ad entrare al caffè Biffi: passeggiavano da un pezzo sotto la Galleria, quando ad un tratto Giacomo scorse seduti ad un tavolino del caffè alcuni suoi antichi condiscepoli dell'istituto tecnico, e tutti volontari di cavalleria.
Come avrebbe potuto il signor Daniele trattenere quel diavolo di Giacomino, che senza alcun riguardo si era buttato allegramente fra le braccia dei compagni?
—Addio, Moretti!
—Oh, Trebeschi!
—Cosa fai?
—Come stai?
—Sono in cavalleria!
—Anch'io quest'inverno! Anch'io entro in cavalleria!—Ma, per il momento, entrarono invece nella, sala da biliardo, dopo aver traversato rumorosamente il caffè, urtando la gente… e il signor Daniele dietro, trasognato, meravigliato per la disinvoltura e la baldanza del figliuolo.
—Permettete? Facciamo le presentazioni: mio padre.
E Giacomino, con signorile eleganza, appoggiandosi ad una stecca di biliardo, fece tutte le presentazioni speditamente e coi dovuti inchini, mentre il buon Daniele sorrideva come uno stupido e s'imbrogliava nello stringere tutte quelle mani.
—Complimenti!… Servitor suo!—e guardava Giacomino per farsi coraggio.
E proprio lì, proprio in quel maledetto caffè Biffi, sempre per causa di quel diavolo scatenato, una bella sera egli aveva fatto la conoscenza, e aveva parlato la prima volta con madamigella Fanny. Cioè, parlato no. Egli si era contentato di dirle: bon soàr, madamoasèl, quando la signorina si era alzata per andar via. Ma intanto aveva cominciato col pagare il punch frappé… e dopo… dopo non c'era stato più rimedio.
—Se Maddalena venisse a saperlo!… Che finimondo!—E il signor Daniele, tremante, tornava a guardare verso il bugigattolo e l'uscio sempre chiuso. A poco a poco, l'oppressione, l'affanno gli toglievano il respiro.
Gli, pareva a volte che il casotto traballasse, che sua moglie ne scattasse fuori come una bomba, mettendo sossopra tutto il fondaco, tutta la via Lentasio, vomitando ingiurie e vituperi.
E il signor Daniele, riguardoso e delicato, soffriva in cuore suo, anche nel pensare alle brutte parolacce che senza dubbio avrebbero colpito ingiustamente quella gentilissima signorina, così piena di sentimenti dignitosi e disinteressati: con quel piccolo neo dietro l'orecchio, col collo d'avorio, sottile e trasparente nel cravattone rosso, e… e che, gli stringeva la mano con tanta forza da storpiargliela, dicendogli: mon cher ami!
—Babbo! Il Cartolari ha rimandato il conto! Ancora non va bene.
—Chiama Temistocle!… Parla colla Cammilla!
Aveva altro in niente lui che il Cartolari e i conti sbagliati! Seduto in un angolo buio del fondaco, tenendo sempre d'occhio l'uscio dello scrittoio, riandava nella mente tutta la storia di quel suo incontro colla signorina Fanny.
Una storia semplice, del resto e naturalissima nella sua… fatalità.
La signora Maddalena era andata a Lodi per affari, e non sarebbe tornata altro che il giorno dopo: erano in piena libertà… non c'era nemmeno il pericolo che la serva facesse la spia alla padrona, perché era stata mandata via su' due piedi. Il pranzo lo aveva preparato la Cammilla, e per stare allegri, invece del solito lesso e riso e rape, avevano ordinato maccheroni, polpettone, tortelli; ne avevano fatta una scorpacciata. Temistocle e Gian Maria russavano colla testa giù, sulla tavola. Il signor Daniele sonnecchiava, ma con una certa compostezza; Cammilla, accesa in volto, certo per il calor dei fornelli, rideva e scherzava con Giacomino… Dio santo! Non potevano continuarla così tutta sera, a divertirsi innocentemente?… Signor no! Giacomino, a un tratto, passa vicino al babbo, gli tocca il gomito, gli strizza l'occhio, fa l'atto di tirare un colpo colla stecca del biliardo:
—Si va a prendere una boccata d'aria? Saperlotte! Quattro passi e poi si torna!
Invece, quando il signor Daniele tornò a casa col figliuolo, la mezza era sonata da un'ora. Avevano fatto cinque o sei giri in Galleria, e Giacomo, ad ogni giro si era scostato dal babbo per spiare dai cristalli del caffè Biffi se vedeva il tavolino coi soliti amici: non c'era nessuno.
—Saperlotte!
—Andiamo a dormire: è molto meglio.
Il signor Daniele pareva avesse il presentimento d'una grande disgrazia. Ma il figliuolo entrò diritto nel caffè, e lui, par non lasciarlo solo, gli tenne dietro sospirando.
—Un punch frappè! Molto frappè!
Giacomino allungò le braccia, tirò fuori i polsini dalle maniche, accese una sigaretta e domandò lo Sport illustrato e il Figaro.
Il babbo lo contemplava estatico.
—Fumi troppo, ti farà male—gli disse poi con un tono di voce sommesso e carezzevole.
Giacomo, per tutta risposta, fece passare il fumo della sigaretta per il naso come i Turchi, poi lo inghiottì come gli Spagnuoli; poi, alzando il capo, vide fermarsi poco innanzi al suo tavolino una bella signora, mezzo vestita da uomo, accompagnata da un giovanotto con un soprabitino cortissimo e un berettino di panno bigio; la signora cercava un posto dove sedersi: ma il caffè era tutto pieno.
—Si accomodi, prego—esclamò il giovane Trebeschi alzandosi e inchinandosi con perfetta galanteria. Si alzò quasi subito anche il signor Daniele, ma per la confusione il cappello gli scivolò di mano e andò a cadere sotto il tavolino.
—Merci, monsieur.
Il giovanotto fece un gran saluto col berrettino stendendo il braccio all'inglese, e la signora,—Merci, messieurs—si accomodò fra Giacomo e Daniele.
Quest'ultimo, seduto a mezzo sulla sedia per tenersi il più possibile lontano dalla signora, cominciava a guardarla di sottecchi.
Essa aveva un soprabito come un uomo, ma era un gran bel… soprabito.
Dopo alcune domande, buttate là a caso da Giacomino, si avviò subito un'animatissima conversazione. Il signor Daniele stava attento, a bocca aperta, ma capiva poco perchè parlavano in francese e molto in fretta. Ad un tratto vide Giacomino alzarsi; si alzò subito anche lui, credendo di andar via; invece c'erano le presentazioni: il tic di Giacomino.
—Mon père—poi voltandosi—Mademoiselle Fanny Richard.
—Monsieur Richard, le frère de mademoiselle.—Ah, era suo fratello!…
Il signor Daniele s'inchinò, riafferrò a tempo il vecchio cilindro che gli scappava di mano un'altra volta, poi mentre Giacomo chiamava il cameriere e gli ordinava due altri punch frappès, disse sottovoce al figliuolo che avrebbe preso anche lui un'acqua d'arancio. E fu contento di quella risoluzione. Dinanzi alla sua acqua d'arancio, si sentiva tornare il coraggio, aveva qualche cosa per occupare il tempo e le mani, e, bevendo l'aranciata a sorsi, poteva sbirciare a suo bell'agio madamigella Fanny.
Sotto il soprabito essa aveva la giacchettina e il gilet bianco, la camicia, la cravatta, tutto come un uomo.
—Ah, il giovinetto non era che suo fratello—continuava a pensare il signor Daniele, e guardava la signorina con maggior fiducia.
Quella madamigella era proprio… un bell'ometto!
La grazia femminile risaltava in lei maggiormente per il contrasto dell'abito. I labbruzzi procaci, bagnati dal punch frappé, parean foglie di rosa. Daniele continuava a star attento, a sorridere quando ridevano gli altri e a non capire. Gli pareva che parlassero di cavalli: certo dovevano parlar di cavalli. Giacomino ci prendeva tanto gusto! Giacomino andava matto per i cavalli! Certe volte rimaneva estatico persino dinanzi ai brum di porta Romana. E il babbo, dopo aver guardato con compiacenza il figliuolo, tornava a bere un sorso d'aranciata e tornava a rimirare la signorina. A un tratto egli arrossì, abbassò gli occhi. Madamigella Fanny aveva caldo, si era sbottonata, con una rapida scorsa della mano scintillante di gemme, tutta la giacchettina e lo splendore del gilet bianco aveva abbarbagliato il signor Daniele. Giacomo e gli altri parlavano proprio di cavalli. Figurarsi! Erano due cavallerizzi del Circo Stanislao.
Ma niente sottanino corto; «amazzone» e «alta scuola». Madamigella e monsieur Richard erano ricchi proprietari di una scuderia in Inghilterra, artisti per passione; l'ippodromo era uno sport.
Giacomino spiegò tutto questo al babbo, soggiungendo con calore:—E domani sera un gran debutto al Dal Verme!
Domani sera?…
Quel domani sera ricordò al signor Daniele il ritorno della moglie che aveva dimenticato. Il pover'uomo si rannuvolò, sospirò, e fece cenno al figliuolo che era tardi, era ora di tornar a casa.
Ma che! Giacomino faceva il bravo col suo francese!… già aveva sempre preso il dieci anche a scuola; e parlava persino coll'erre!
—Voi dovete essere—come si dice,—molto fiero di vostro figlio—esclamò ad un tratto madamigella Fanny, rivolgendosi a Daniele, sforzandosi di parlar italiano, e guardandolo per la prima volta con certi occhi neri e luccicanti che diventavano sempre più grandi.
Il babbo sorrise: chinò in fretta la testa arruffata e si accostò il bicchiere alle labbra per bere un altro sorso d'aranciata, ma il bicchiere era vuoto..
Dopo aver parlato di cavalli, parlarono di scherma. Un'altra gran passione di Giacomino: ora peraltro non poteva esercitarsi come avrebbe voluto, perché alla palestra non si dava se non una lezione alla settimana.
Il signor Richard gli promise allora d'insegnargli un colpo straordinario: un colpo, col quale a Parigi aveva; passato da parte a parte un certo conte Brakonine, un russo, che si era permesso con sua sorella certi modi che non gli andavano. E parlando mezzo francese e mezzo italiano si voltò a raccontare il fatto al signor Trebeschi, mentre madamigella Fanny, bisbigliando pianino con Giacomo, gli dava appuntamento per la sera dopo al Dal Verme.
Il racconto del signor Richard andava per le lunghe. Aveva già consegnato due schiaffoni al conte Brakonine, lo aveva mandato a gambe all'aria nella «pista», lo aveva già passato da parte a parte più d'una volta, quando la signorina si alzò e dopo essersi fatta promettere una visita per la sera dopo al Dal Verme, cominciò a fissare il signor Daniele… continuò a fissarlo.
E mentre Giacomo impediva a monsieur Richard di pagare, essa strinse la mano del babbo due volte con tanta forza, che il pover'uomo ne rimase scombussolato.
—Bonsoàr, madamoasèl!
Il signor Daniele non seppe dir altro.
Per tutto il giorno dopo il brav'uomo fece il muso lungo con Giacomino, modi bruschi, poche parole condite col voi a tutto spiano; cercava insomma di imitare la cera ed il farà imperioso della moglie.
Ma l'altro non se ne diede per inteso; dopo cena, dietro le spalle della madre che, stanca del viaggio, cascava dal sonno, continuava a strizzar l'occhio e a far l'atto di tirare un colpo colla stecca.
Daniele era sulle spine, temendo che sua moglie si accorgesse di tutta quella mimica.
—Sì!… ho capito!…—diceva Giacomo sottovoce—appena la mamma sarà andata a letto.
Si riservava di fare al figliuolo una solenne paternale per la strada; e infatti, mentre camminavano in via Lentasio per sbucare a porta Romana, ne rimuginava l'esordio, quando a un tratto Giacomino, prendendolo a braccetto colla sua solita monelleria affettuosa, sparò il colpo a bruciapelo:
—Mon père, andiamo al Dal Verme?
—Sei matto?… Siete matto!
E Daniele che aveva pensato tutto il giorno a quel teatro, appunto perché non ci voleva pensare, si staccò a viva forza dal figliuolo.
—Siete matto! È ora di finirla! Dovreste imitare il mio esempio!
Lavorare! Andare a letto!
—Allora dammi i denari! andrò io solo—rispose Giacomo arrabbiandosi lui pure, ma sul serio.—Ho dato la mia parola e non voglio mancare. Non voglio aver osservazioni dal signor Richard. Non sono più un bimbo, sono un uomo.
Che c'è di male? Meglio al teatro che in una bisca!—E, borbottando e gesticolando, continuò a camminare in fretta verso il Dal Verme, mentre il signor Daniele, curvo, muto, gli teneva dietro per non saper che fare, per non lasciarlo andar solo, per paura che gli scappasse.
E così Giacomino sempre innanzi, il signor Daniele sempre dietro, si trovarono alla porta del teatro.
—I denari per i biglietti—intimò il giovinotto fermandosi su' due piedi.
L'altro cercò di qua e di là il portafogli, con una lentezza da far disperare; infino lo trovò, lo apri meticolosamente e non meno meticolosamente scelse il più sudicio fra i biglietti da dieci lire… durò un pezzo a fregarlo colle dita per assicurarsi che non erano due. Poi, scrollando la testa, seguì un po' alla lontana il figliuolo… e finì col sorridere ancora di compiacenza, vedendo come sapesse farsi largo fra la calca fino al finestrino.
—Pardon messieurs, pardon mesdames, due fauteuils di prima fila, s'il vous plait!
IV.
Il signor Daniele era sempre rannicchiato nel cantuccio buio del fondaco; pure, al ricordo di quel suo primo ingresso al Dal Verme, si sentì come avvolto da una gran luce allegra e calda: la folla muta gremiva il teatro: l'orchestra sonava in tono lamentevole la Stella confidente.
Gladiator, montato all'alta scuola da madamigella Fanny, eseguiva il «passo spagnuolo».
Gladiator, come spiegava il manifesto, era il «famoso stallone arabo, regalato alla Stella del Circo Stanislao da Mohamed-pascià»,
—Sediamoci?—aveva detto Daniele a Giacomino, subito quando, a furia di gomitate e di spintoni, erano arrivati ai loro, posti.—Sediamoci?
Il signor Daniele, alla vista di madamigella Fanny, così esposta al pubblico, nell'amazzone nera, attillata, a cavallo di Gladiator, aveva provato come un barbaglio, un senso misto di confusione, di gelosia e di timidezza vereconda: non voleva, non osava guardarla: gli pareva che, seduto, sarebbe stato più nascosto e tornò a domandare al figliuolo:
—Sediamoci?
—Oh! Oh! C'è tutto il Nizza cavalleria!—esclamò Giacomino, che aveva visto gli ufficiali prima ancora di madamigella Fanny, e di corsa, saltando lo steccato e attraversando l'ultimo tratto della pista, andò a salutare il capitano Braganza, un suo amico del caffè Biffi.
—Che fai?….. Che fai?….. Giacomino! Giacomino!
—Giù a sedere—gridò una voce rabbiosa dietro il signor Daniele.
Il signor Daniele si sedette di colpo.
—Cappello!—intimò poco dopo la stessa voce: e il signor Daniele, subito, si tolse anche il cappallo senza voltarsi: guardava sempre Giacomino, aspettando che tornasse, o almeno gli facesse cenno.
Oh sì!… aveva altro in mente il giovinotto! Dopo stretta la destra al capitano, si era avvicinato a M. Richard che, in falda e stivaloni alla scudiera e con un grosso frustino in mano, teneva d'occhio ogni movimento di Gladiator.
—Bellissimo teatro, saperlotte!
—Tutto quello che c'è a Milano, come a Parigi, a Berlino, a Filadelfia!… tutto quello che c'è a Milano di più high-life, anche il generale Piccolomini di Coccorito.
Gladiator, nel frattempo, sempre al suono della Stella confidente, aveva finito il «passo spagnolo» e incominciava la «danza scozzese». Il cavallo mordeva il freno bavoso, sbuffava, nitriva, squassava la criniera, ma pure doveva piegarsi sotto la mano esperta o il ginocchio di ferro di madamigella Fanny e fare lentamente e leggermente tutto il giro del circolo, cullandosi sulle quattro zampe.
—Brava! Benissimo!
Il pubblico applaudiva, e il signor Daniele si faceva piccino nella sua poltrona come per nascondersi. Aveva guardato una volta sola madamigella Fanny, diritta sol cavallo bianco. L'aveva guardata per un attimo, appena entrato in teatro… e dopo tanti giorni, anche allora che ci ripensava in quell'angolo riposto del fondaco Monghisoni, l'aveva ancora stampata negli occhi quella figura viva e procace: ne vedeva ancora il cappello a cilindro, lucentissimo, un po' sollevato dal grosso volume delle trecce, il solmo candido stretto ai collo delicato, le spalle larghe, il vitino sottile… e il mazzo di garofani rossi sul seno rotondo, sporgente, dentro l'amazzone attillata…
Era stato un incubo per lui lo spettacolo di quella svelta cavallerizza, di quel pubblico applaudente, di tutti quegli ufficiali, di quei giovanotti eleganti, che sorridevano, che scherzavano con lei, che la divoravano col desiderio.
Il buon uomo non vedeva l'ora che finissero gli sgambetti e le giravolte di Gladiator.
Ma ecco un ultimo esercizio. Madamigella Fanny aveva fatto impennare, il cavallo.—Su! su! su!—E il signor Daniele si era sentito un brivido nella ossa.—Su! su! su!—Gladiator tutto diritto, zampava in aria furiosamente… Madamigella Fanny si aggrappava alla criniera… Poi «hop» aveva gridato colla vocina acuta, ridente, prendendo la rincorsa; una frustata schioccante di M. Richard, e via, aveva saltato lo steccato fra uno scoppio di applausi.
—Brava! Benissimo!
E Giacomino?
Giacomino era in piedi, in mezzo allo stuolo degli ufficiali. Col cappello sulle ventitré e la mazza ficcata in una tasca dei soprabito, approvava e ammirava col gergo di chi se ne intende Gladiator e la Fanny.
—Se Dio vuole, è finito!
Il signor Daniele respirava e si allungava più comodamente nella poltroncina; ma tutto ad un tratto, ricomincia la Stella confidente ed eccola… eccola daccapo!
E un terzo incanto; non più il «bell'omino» dalla sera innanzi, non più la intrepida amazzone di prima: è a piedi, sola in mezzo al Circo immenso, reggendosi con una mano il lungo strascico e coll'altra mandando al pubblico saluti e baci…
Nuovi applausi, nuovo entusiasmo, e un'altra volta, due, tre, la Stella confidente e madamigella Fanny. Ma poi… la storia era continuata… Dopo qualche sera—povera ragazza!—poca gente al Dal Verme e pochi quattrini.
La virtù non è mai premiata a questo mondo: aveva ragione M. Richard.
—Se ma soeur—diceva—fosse come le altre centomila, bisognerebbe tutta le sere allargare il vostro Dal Verme. Invece la mia sorella, alto là, gentilissima, amabilissima, riconoscente a tutte le cortesie, ma… alto là. E di giorno, durante la répétition, e di sera con noi a cena, nessun altro che il generale Piccolomini di Coccorito, vecchio amico, e voi se ci farete l'onore.
Come dir di no?… e, qualche volta di giorno, colla scusa degli affari o della Camera di commercio, e qualche volta la sera, dopo che sua moglie era andata a letto e si era addormentata, il signor Daniele, strigliato, profumato, inguantato da Giacomino, scappava con Giacomino medesimo da madamigella Fanny.—Ma lui ci andava soltanto per sollecitudine paterna: per non lasciar andar solo il figliuolo, per invigilarlo, per impedire all'occorrenza che commettesse uno sproposito.
Proibire il Dal Verme al figliuolo?—Come poteva fare oramai? Giacomino aveva vent'anni e Maddalena aveva torto di volerlo tener sempre cucito alle sue gonnelle e sempre senza un soldo. Il troppo stroppia. E alle volte una simpatia innocentissima poteva salvare… dal pericolo. E pericolo con madamigella Fanny non ce n'era punto. L'intrepida amazzone del Circo Stanislao era a prova di bomba.—Lo diceva lei stessa, nel suo camerino, al signor Daniele, fissandolo con quegli occhi magici, scintillanti come le stelle e penetranti come un coltello—glielo diceva lei stessa sorridendo, sfiorandogli il ciuffo dei capelli arruffati, colla punta del frustino.
—No, no, no!… Quello che dovrà essere lui non è ancora arrivato.
—E il generale?… Piccolomini?
—Il generale? Oh! il generale non è altro che le grand père. Compris?…—Il nonno! E la bella ragazza, accarezzando più forte colla punta del frustino il ciuffo arruffato di Daniele, tornava a sorridere, tornava a guardarlo fisso e tornava a ripetere:
—No, no, no!… Marameo! Quello che dovrà essere lui non è ancora arrivato!
—Birichina! Birichina!
E ripensandoci, il signor Daniele sorrideva: sorrideva anche in quel fondaco melanconico, davanti all'uscio chiuso dello scrittoio della moglie.
—Birichina!… Birichina!…
Ma… e Giacomo?… Perché Maddalena lo teneva sempre chiuso?… Se
Giacomo avesse parlato? Se avesse confessato tutto?
Allora ricominciava la paura e colla paura il pentimento.
Aveva speso troppo: il lunch, come lo chiamava M. Richard, all'ora della prova, e la cenetta dopo il teatro, ingoiavano un mucchio di quattrini. Aveva fatto male a lasciar sempre ordinare e comandare a quei ragazzi.
E poi i fiori? E poi il frustino per la beneficiata?… E l'astuccio dalle spagnolette che dovevano regalare a madamigella Fanny quel giorno alla prova, o quella sera a cena… appena insomma avrebbero potuto svignarsela?
Aveva fatto male; anzi malissimo. Era stato imprudente. Avrebbe dovuto subito, fino dalla prima sera, obbligare Giacomino ad andarsene a letto, proibire il Dal Verme, proibire le lezioni di scherma di monsieur Richard, le passeggiate a cavallo di Gladiator… proibire le spagnolette, le ostriche, il cognac, la omelette soufflée!
E coi pentimenti e coi rimorsi gli riappariva dinanzi, più che mai terribile, minaccioso il fantasma della moglie, quando a un tratto si spalancò l'uscio dello scrittoio e Giacomino—finalmente!—Giacomino ne uscì in libertà!
Daniele, subito, gli passò accanto in mezzo al buio e gli domandò sottovoce:
—Hai parlato? Hai confessato?
—Io? Per chi mi prendi? La mamma non sa nulla: règolati. Bada di non cascarci tu. Senti? La mamma ti chiama. E il ragazzo, un po' pallido, ma sicuro, attraversò il fondaco per salire in casa.
Temistocle, l'altro fratello, e più di tutti la Cammilla, gli giravano attorno, inquieti, ansiosi, per interrogarlo.
—Niente! Niente! Una sfuriata delle solite—rispose Giacomo con un'alzata di spalle e passò via in fretta,—mentre anche il babbo, ormai rassicurato, lo seguiva e lo accarezzava con uno sguardo amoroso.—Come lo avrebbe abbracciato volentieri!
—Daniele! Taartaruga!
Alla voce della signora Maddalena, Daniele si voltò di colpo, traballando:
—Eccomi! Eccomi!—e corse affannosamente fin sull'uscio dello scrittoio.
—Dentro—gl'intimò la moglie.
—Eccomi—ed entrò.
—Chiudete.
Il signor Daniele, chiuse d'uscio, sgraffiandosi anche un dito tra per la fretta e la confusione.
—Bisogna mandare questa lettera alla posta, sul momento—strillò la signora Maddalena mostrandogli la lettera scritta al Rosasco.—Ma alla posta centrale. È più sicura.
—Dammela, la porto io.—Al signor Daniele non pareva vero di cavarsela così a buon mercato.
—Un momento. Dovete prima sapere anche voi di che; si tratta—rispose la signora Maddalena, che nelle occasioni più solenni dava sempre del voi a tutti.—Scrivo al signor Rosasco—soggiunse con voce, alquanto velata e interrotta da una tossetta secca—per avvisarlo che gli mando… gli mando… quel bel mobile.
—Giacomino?
—Sissignore; Giacomino, che tutti quanti avete guastato, viziato, resa insopportabile, pericoloso!
Pareva a Maddalena, coll'andare in furia, di scaricare addosso agli altri, in tutto o in parte, la gravita e l'odiosità della risoluzione presa.
—Vuoi mandare Giacomino a Genova?
—Appunto a Genova; per imbarcarsi.
—Imbarcarsi?… Per dove?
—Per dove, pur dove… per dove sarà.
La signora Maddalena voleva far presto, finirla. Aveva le guance rosse, era in orgasmo, sbuffava.
Le domande, le spiegazioni, le chiacchiere, la rimescolavano ancora più del solite.
—Mi sono abbastanza fatto il sangue guasto con… quello là! Se non vi siete proprio messi in testa di farmi crepare, abbiate; un po' di carità, e meno discorsi.
—Ma, scusa—insisteva il signor Daniele sommessamente—deve cominciare l'anno di volontariato fra pochi mesi.
—Il volontariato lo farà invece Gian Maria. È un tanghero che ha bisogno di svegliarsi e di rinforzarsi. Del resto, quando io, colla, mia testa, e io l'ho sempre avuta sulle, spalle, ho pensato una cosa, vuol dire che tutte le altre… le ho già messe, in regola.
Il signor Daniele diventava, pallido, taceva succiandosi il dito spellato.
—E voi, invece di fare opposizione, dovreste ringraziarmi… e benedirmi.
—Io non faccio nessuna opposizione—balbettò Daniele dopo un momento.—Soltanto vorrei capire meglio la tua idea. Vuoi imbarcarlo? Per dove?… Come?… Vuoi farne… un marinaio?
E a, mano a mano anche Daniele si riscaldava, alzava la voce. Per la prima volta sentiva in sè quasi un soffio di ribellione; il suo cuore si rivoltava, e anche la sua coscienza: non poteva, non doveva abbandonare Giacomino. Giacomino, che sarebbe stato punito così ingiustamente, così barbaramente, perché aveva taciuto, perché lo aveva salvato.
No! no! Doveva difenderlo; doveva salvarlo alla sua volta; lo doveva come padre e come galantuomo.
—Vuoi allontanarlo dalla famiglia, dalla casa?—ripigliò, dopo un momento, vincendo il tremito e l'affanno che gli soffocavano la voce.—In fine, non ha commesso nessun delitto.
Il petto poderoso della signora, Maddalena ebbe un sussulto, che essa fermò e represse a fatica, colle due mani.
Poi rispose colla, bocca amara e colle labbra asciutte, sforzandosi di parer calma:
—Tu non hai due dita di comprendonio, ma io sì, ne ho per tutti quanti, e per ciò, io non voglio aspettare a correggere quando non si sarebbe più in tempo, quando ci avrà sciupato mezzo patrimonio.—Si avvicinò al signor Daniele e gli bisbigliò all'orecchio:—Quel ragazzo fa debiti, ha delle amanti, giuoca! Via, via presto!
—Come me! Come me!—gemeva in cuor suo il povero Daniele; e dopo un breve silenzio riprese più umile, per riuscire più persuasivo:—Scusami, Maddalena, ma… per il momento… per il momento ripensiamoci.
—È un anno che io ci penso e ripenso.
—Tu sì, ma io no… e vorrei anch'io assuefarmi a questa… idea.
«Finché c'è tempo c'è fiato» e il signor Daniele, debole e incerto, aspettava sempre molto dal tempo.
—Se non ci avete pensato—la signora Maddalena ricominciava col voi—è colpa vostra. Non è la prima volta che io vi metto a parte di questa mia idea, che vi propongo d'imbarcare…—cercò un epiteto per non voler dire il nome, poi borbottò:—Giacomino.
—Ma io credeva non fosse altro che una minaccia, per ischerzo!—rispose il signor Daniele.
—Scherzo? Io non scherzo mai! Quando avrei tempo di scherzare, con tutti i fastidi, i dispiaceri che mi date? Ad ogni modo, adesso lo sapete: non è uno scherzo: basta così.
Daniele si risentì. Aveva la pelle dura, ma soltanto per sè: qui trattavasi di suo figlio.