L'IDOLO


GEROLAMO ROVETTA

L'IDOLO


ROMANZO


MILANO
LIBRERIA EDITRICE NAZIONALE
Via S. Margherita, 5

1904


PROPRIETÀ LETTERARIA

Tutti i diritti di riproduzione e di traduzione riservati all'autore

Como — Stab. Tip-Lit. Romeo Longatti — Como.


PARTE PRIMA.

I. La Conferenza.

A Milano: nella «gran sala» del Circolo artistico-letterario.

Un salone qualunque, abbastanza armonico, ornato di bandiere nazionali e di fantasia.

Giordano Mari, illustre pensatore e storico elegante: parla molto e scrive poco, per cui la sua fama è in continuo aumento. Bell'uomo: barba bionda, corta; capelli bruni, lucenti, ondulati; ciuffo alla moderna. Età, forse, quarantacinque anni, che all'occhio superficiale, e dopo le cure e la cura della toeletta, possono anche sembrare, forse, trentacinque. Diritto in piedi, sul palco elevato, accanto al tavolino, colla solita bottiglia e il solito bicchier d'acqua dal fondo arrugginito, parla da tre quarti d'ora sui Precursori della Rivoluzione.

Quando il conferenziere china lo sguardo per rivolgere il discorso alle signore — tutto un parterre fitto fitto di bei visetti intenti, rallegrato dalla vivezza dei papaveri, per la gran moda dei cappellini rossi — egli sorride sfoggiando la lucentezza candida dei denti, e modula la voce penetrante con inflessioni morbide, quasi tenere. Poi, quando rivolge il capo, e un apposito periodo, ai giovani letterati, agli artisti del pensiero che spiccano qua e là, infissi alle pareti, colla testolina ben pettinata, i solini alti, marmorei e l'uggia classica spirante sui labbruzzi anemici, votati alla sigaretta, la sua parola si fa più lenta, la voce più fredda, la frase più acuta; mentre tuona come un poderoso baritono dell'eloquenza quando scaglia un nome, un'apostrofe o dedica una volatina agli artisti della forma, agli scultori ed ai pittori che lo stanno a sentire raggruppati sull'uscio in fondo alla sala, con le facce sudate — con più o meno barba — spiranti un'attonita maraviglia:

— Cribbio, che polmoni!... Che Tamagno!

Giordano Mari (continuando)... Ecco dunque, o signori, sopra la pleiade dei pensatori che apersero la via ai tempi nuovi e abbatterono l'antico edificio della tirannide, ecco elevarsi quattro grandi figure d'uomini e di scrittori, i maestri dell'idea nuova, i critici della storia universale: Montesquieu, Voltaire, Diderot, Rousseau...

Donna Fanny (uno dei cappellini rossi, il più straordinario, il più bizzarro e il più parigino, sottovoce ad Emma, indicandole, s'intende, il conferenziere) Guarda che bella mano! In un uomo, dopo i denti, io guardo subito la mano. Molte fanno un gran caso anche dei capelli; per me niente! Basta che non siano rossi!

La signorina Emma: (un visino sentimentale: non si muove, non risponde, forse non ha nemmeno udito quel che ha detto Fanny: ha tutta l'anima negli occhi e gli occhi nel conferenziere).

Giordano Mari (continuando e fissando Emma che egli non ha mai visto, ma i cui occhi neri, intenti, ha subito notato fin dalle prime parole, e se ne serve, come fanno tutti gli oratori, per dirigere ed appoggiare il discorso)... Giganti della ragione i due primi, del sentimento i secondi: tutti egualmente degni della nostra ammirazione riconoscente, poichè, per dirla col nostro immortale Alighieri:

... ad un fine fur l'opere loro.

Fanny (sempre ad Emma e sempre riferendosi al conferenziere) Gli uomini, i biondi, specialmente, stanno benissimo col gilet bianco e la cravatta nera.

La signorina Emma (pallida, quasi smunta per la grande attenzione. Non è mai stata ad una conferenza, non ha mai sentito un uomo parlar tanto e così bene. Quando gli occhi di Giordano Mari si fermano nei suoi, prova un senso strano, quasi penoso, di soggezione, di oppressione, di timidezza vereconda... e quando Giordano Mari non la guarda più, le sembra d'essere rimasta al buio, d'un tratto).

Giordano (appunto: lasciando Emma al buio, per illuminare co' suoi sguardi i giovani letterati)... Montesquieu è il gran signore dello stile e della dialettica; il gentiluomo squisito che con gli eleganti periodi sbaraglia il vecchio esercito dei teologi: Voltaire è lo spirito diffuso, il re delle moltitudini, a cui con la frase limpida e facile rivela quanto di falso e di ridicolo sia nelle più venerate dottrine. Egli che, come fu detto, disinventa Dio, richiama l'uomo al buon senso...

Guido Bardi (un giovane e già illustre poeta che ha scritto delle novelle in prosa, una delle quali sta per essere pubblicata, tradotta in francese, nella Revue Parisienne, a Nino Sebastiani, ma senza voltarsi, senza muoversi, sempre cogli occhi rivolti a donna Fanny, che occhieggia a sua volta, frequentemente) Taine!... Tutta roba del Taine!

Nino Sebastiani (autore drammatico molto applaudito, che non ha mai letto il Taine: contentissimo di averlo imparato a conoscere, risponde a Guido Bardi, anche lui rimanendo immobile e cogli occhi sempre rivolti alla signorina Emma, che non lo guarda mai) Tutta roba del Taine! Tutta la conferenza non è altro che un mosaico di furti... qualificati.

Guido Bardi (riferendosi a Giordano Mari, con una crollatina del capo) Non è che un falso erudito... un assimilatore.

Nino Sebastiani (sempre fissando Emma che fissa sempre il conferenziere: diventando geloso) Bel merito l'erudizione!... Tutta roba presa dagli altri! Mai niente di originale!...

Giordano Mari (il braccio proteso verso i pittori e gli scultori in fondo alla sala)... Il Diderot, vulcano erompente di eloquenza, lo richiama ai provvidi istinti della natura. Ma se questi hanno distrutta la vecchia società iniqua e artificiosa (nota di petto), Gian Giacomo Rousseau ha posto i fondamenti della società nuova, nella quale gli uomini non devono essere soltanto liberi, ma anche buoni! (Un momento di pausa: un sorriso: ritrova gli occhi fissi, incantati di Emma, vi si ferma coi suoi e ripiglia con sentimento, con voce amorosa, carezzevole)... Egli restaurò con le sue pagine il culto di tutte le cose sane, la solitudine, la campagna, il popolo, il lavoro; e pose in cima del suo ideale sociale la donna, ben sapendo che senza la donna nulla di buono s'è fatto al mondo...

Nino Sebastiani (facendosi sentire dai più vicini) Nemmeno i conferenzieri.

Giordano Mari... Ben sapendo che l'amore (Emma trasalisce, pallida, palpitante, ma non batte palpebra)... Ben sapendo che l'amore è la forza sovrana nella fisica dell'umanità, che la passione, la quale trae le sue radici dalla natura, eguaglia veramente tutti gli uomini, innanzi al compito della vita! (Guarda l'orologio, così per dare ad intendere che parla improvvisando, a ora).

I pittori e gli scultori (approfittando della pausa per applaudire) Maraviglioso! Straordinario! Che forza di polmoni!

La più autorevole tra le barbe più incolte. I polmoni! Va benissimo, ma non è tutto! E l'ingegno? E il ragionamento? E la prospettiva? E il colore? Perchè è sempre — quel che si dice — un'impressione — più o meno — che noi vogliamo ottenere sul nostro pubblico. E dunque, appena il pubblico, sicuro, comincia a sospettare che l'artista possa mai sottintendere una qualche... intenzionetta, oltre alla tecnica della fattura ed alla tonalità dell'effetto, allora guai, si impunta da vera bestia, a non capir niente! E la logica dell'artista sta appunto nel raggiungere una chiarezza tale di... di... procedimento, che il pubblico abbia sempre da capir tutto, anche quando... el capiss no!

Il cavalier Venceslao Dionisy (il padre della signorina Emma: si tiene l'ultimo, scostato d'un passo dalla coda del pubblico stipato fin nella seconda sala, che serve d'anticamera. Le mani incrociate sul dorso, il capo chino, egli non applaude il conferenziere, ma lo segue attento, dignitoso, approvandolo con un buon sorriso di autorevole compiacimento, che gli corre fra mezzo i peli della barba alla Verdi. È appunto questa somiglianza con Giuseppe Verdi che forma l'orgoglio, la soddisfazione, e il quotidiano «perchè» dell'impeccabile vita del cavalier Venceslao, che gl'impone negli atti, nelle parole, nel contegno, sopra tutto nelle approvazioni, quel riserbo calmo e sereno, dovuto alla coscienza della propria autorità personale. È tale la rassomiglianza, che egli stesso ne rimane ingannato, tanto che qualche volta gli accade di prendersi anche lui... per il Maestro).

Giordano Mari (avvicinandosi alla conclusione)... Così la filosofia s'alleava al cuore; così si ponevano da lungi le basi di quella società futura che noi tutti, o signori, vagheggiamo come una superba certezza, e nella quale tutti, sciolti da ogni vincolo favoloso col cielo, possiederemo la piena signoria della terra su cui siam nati e godremo piena la libertà dell'amore e del pensiero!

Nino Sebastiani (con sprezzo) Ancora del Taine...

Guido Bardi (che ha letto tutto) No; questa è di Giorgio Sand.

Nino Sebastiani (che non ha letto niente) Vecchiume romantico!

Giordano Mari (concludendo con arte, con calma, mentre prende i guanti dal tavolino e li tiene in mano)... Noi possiamo veramente dire che sta per aprirsi il nuovo «millennio» della giustizia e della ragione, alla cui salutare autorità noi andremo debitori di tutto, così della fondazione degli ordini nuovi, come della distruzione degli ordini antichi.

Guido Bardi ha appena il tempo di esclamare:

— Ancora il Taine! Accidenti che saccheggio! — e già scrosciano gli applausi. Le smanacciate degli uomini s'alleano ai battimani in sordina delle dame inguantate. Tutti si muovono: il conferenziere s'asciuga dignitosamente la fronte e ridiscende tra i mortali.

II. In via San Paolo.

Mentre dura il rumore delle seggiole, il fruscìo delle vesti, e il cicaleccio complimentoso delle signore che si alzano, si salutano e si voltano per avviarsi verso l'uscita, mentre i pittori e gli scultori applaudono ancora, ma più fiaccamente, perchè delusi nell'aspettazione del razzo finale, Guido Bardi e Nino Sebastiani, stretti nei gomiti e scivolando abilmente con dei sommessi «pardon!» fra le vesti e gli strascichi delle signore e infine urtando, senza tanti riguardi, e sfondando la folla degli uomini, si precipitano alla conquista dei soprabiti che infilano sbracciandosi e scendendo a salti lo scalone.

Vogliono arrivare i primi a mettersi sulla porta di sentinella, per offrire i loro omaggi e la loro compagnia alle belle signore: anzi, più precisamente, Guido Bardi a donna Fanny, Nino Sebastiani alla signorina Emma.

Ma le due amiche, proprio queste due, si fanno molto aspettare.

— Che cosa succede? — chiede il commediografo al poeta, scambiando una sigaretta con un cerino.

Quasi tutte le signore, sfollando, sono già uscite nell'angusta e tetra via di San Paolo, avvivandola, per un istante, di voci e di risa, rischiarandola, rallegrandola, colla gaiezza delle vesti, coi fiori vivaci dei cappellini... ma, ancora, nè donna Fanny, nè la signorina Emma non si vedono spuntare... e nemmeno il Verdi che le accompagna.

Nino. Che diavolo fanno lassù?

Guido. Andiamo a vedere.

I due giovani rientrano, attraversano la portineria, cacciano la testa nel vano dello scalone, guardano in su:

— Eccole!

Sono in alto, sul primo pianerottolo. Si ode la vocetta allegra e il riso metallico di donna Fanny che fa, colle solite moine, congratulazioni e complimenti al conferenziere, presentato loro dal nobile Barbarani, il piccolo e rumoroso presidente del Circolo artistico-letterario.

Nino Sebastiani e Guido Bardi (si guardano: si fissano: ognuno dei due, fuori un palmo di muso: la sigaretta si rizza fra le labbra e non fuma più).

Nino (colla voce grossa per un'indigestione di gelosia) Io le pianto e me ne vado.

Guido (furente, ma sempre diplomatico) No.

Tutti e due si vendicano, borbottando, scagliando invettive contro il nobile Barbarani: che c'entra lui a fare il presidente di un Circolo artistico-letterario? Se come artista non ha mai dipinto... altro che i suoi baffi? Se come letterato non ha mai scritto... altro che al suo fattore? Se come mecenate non ha mai comperato altro che oleografie? Ma, appunto per questo, i letterati non volevano un artista; gli «artisti» non volevano un letterato, e allora, per non offender nessuno, hanno fatto presidente... un asino pieno di belle maniere, che non sa far altro che presentar la gente... che non si vuol conoscere!

Il Presidente (in alto: sul pianerottolo, con frequenti colpettini di tosse per rischiarare la voce stanca che gli si intorbida frequentemente) Ecco appunto — benissim — il nostro grande conferenziere Giovanni Mari: cioè, volevo dire Giordano, l'illustre commendator Giordano Mari, che ho davvero la squisitissima soddisfazione di presentare ad una delle più amabili e più belle signore, la nostra donna Fanny Simonetti, e, senza eccezione, alla più graziosa popolina di Milano, la signorina Emma Dionisy, di cui ecco l'artefice genitore — benissim: son proprio content!

La signorina Emma (arrossisce dinanzi al conferenziere che le sembra ancor più alto, più biondo, coi denti bianchi ancor più lucenti; china gli occhi quasi abbagliata, e al contatto della sua mano ha un tremito, una vibrazione nervosa).

Il cavalier Venceslao (un cilindro a larghe tese, un foulard bianco attorno al collo: si avanza serio, stendendo le mani al conferenziere: un colpo solo, fortissimo, e basta).

Il Presidente (che è ancora svelto e forte in gamba — soltanto in gamba — scende la scala a salti: vedendo nel vestibolo Guido Bardi e Nino Sebastiani) Benissim! Son proprio content! (Nuove presentazioni: molta cordialità da parte di Giordano Mari, molti complimenti).

Giordano Mari (ai due giovani letterati che si inchinano appena, torvi, muti) Conoscevo già per fama il loro nome... con ammirazione le loro opere...

Tutti insieme escono dal portone e si avviano a due a due. Il piccolo presidente corre innanzi e indietro, da questo a quello, come un cagnolino che tiene in branco le pecore, abbaiando allegramente il suo benissim. Giordano Mari, dinanzi a tutti, si accompagna con Emma. Nino Sebastiani, che resta in fondo col cavalier Venceslao, si oscura ancor di più, e Guido Bardi, camminando a fianco di donna Fanny, si rasserena.

Fra il poeta e il commediografo non c'è nessuna alleanza intima: sono sempre insieme per forza di amore, perchè vanno sempre insieme Emma e Fanny. Ma se l'amore li unisce, la letteratura li divide — la letteratura e la grammatica: croce e delizia. — Delizia del poeta che ne è in possesso, croce del commediografo, che ne fa senza e si scusa dicendo:

— Se nessuno conosce la grammatica, è come non ci sia; dunque è inutile.

Giordano Mari (camminando diritto al fianco di Emma, pavoneggiandosi, colle falde del lungo abito nero, svolazzanti alla calda auretta del maggio). Ho una grande simpatia per Milano: non è come Roma colla sua storia schiacciante, non è come Venezia colle sue arti troppo belle: a Milano, lo spirito riposa. Quando si è visto ed ammirato il duomo, basta! (Dopo un momento di pausa: più sottovoce, con diretta galanteria) Parlo solo... dei monumenti.

La signorina Emma (si confonde: le sfugge lo strascico dell'abito che aveva in mano: si ferma un attimo e lo riprende, poi continua a camminare, guardando sempre per terra, e notando, ad onta del suo orgasmo, della sua confusione, che anche i piedi di Giordano Mari sono bellissimi e ben calzati).

Giordano Mari (continuando)... È la buona città borghese, rivoluzionaria soltanto in politica: e, ciò che sembra una contraddizione e non lo è, rivoluzionaria per la propria conservazione. Ma in arte? I suoi artisti non fanno che copiare la natura. In letteratura? I suoi scrittori non fanno che copiare... l'articolo di moda. Il suo teatro? Niente Wagner! Niente Ibsen. I milanesi non vogliono pensare... che ai loro affari. Per questo l'opera tipo è la Bohème, il drammettino interessante, fatto soltanto per gli occhi e per le orecchie, e che sul finire vi spreme quattro lacrimette che fanno digerire il pranzo e preparano lo stomaco per la cena.

La signorina Emma (trova che egli parla molto bene, che ha molto spirito, una gran bella voce, e continua a guardar per terra e aspetta un altro complimento, forse il principio di una dichiarazione, e perciò diventa sempre più rossa senza apparente motivo).

Giordano Mari (sospirando, levandosi il cilindro e asciugandosi la fronte come uno che ha molto lavorato ed è molto stanco)... Qui si riposa: la mente non è assediata e oppressa dalle ombre del passato. Cor magis tibi Mediolanum pandit! Come avrei bisogno anch'io di riposare, di ritemprarmi in questa feconda modernità, fuor delle cose morte! Mi ci vorrebbe proprio un po' di Milano!

La signorina Emma (con ansietà, ma vincendo la timidezza, perchè le preme molto di sapere ciò che domanda) Si fermerà, dunque, qualche giorno... a Milano?

Giordano Mari (lusingato, guardando la ragazza e trovandola, davvero, carina carina...) Tutta la settimana.

La signorina Emma (alzando il capo, alzando gli occhi, fissando il Mari contenta perchè in quel momento «tutta una settimana» le par lunga un secolo) Come è stata bella la sua conferenza! È la prima che sento! Che combinazione!...

«Che combinazione?» Di che? Di che cosa? Giordano Mari, stupito, torna a guardarla. Combinazione? Perchè? Di che cosa?

Di ciò che la giovinetta sente in fondo al suo cuore, che «cominciava allora... », cioè no, che ha cominciato un'ora innanzi, quando i suoi occhioni neri e profondi si sono incontrati negli occhi di quell'uomo bello e forte, così in alto sopra tutti gli altri, signore, dominatore di quella folla, ch'egli con una parola faceva fremere di ammirazione, o vibrare d'entusiasmo.

Il cavalier Venceslao (alla coda della comitiva, prende a braccetto Nino Sebastiani: vorrebbe sapere come ha trovato la conferenza).

Nino Sebastiani (con un moto di stizza e di sprezzo) Un mosaico internazionale!

Il nobile Barbarani (staccandosi da donna Fanny e raggiungendo di corsa, perchè sono andati molto innanzi, Giordano Mari e la signorina Emma) Diceva adesso donna Fanny, che vorrà pubblicarle, certamente, le sue conferenze?

Giordano Mari. Sì; le ho già cedute al mio solito editore per l'Italia e alla casa Hartleben per la Germania.

Il nobile Barbarani. Ah! Ah! Benissim! Son proprio content! (si ferma sulle gambette a roncolo per aspettare donna Fanny con Guido Bardi, e dar loro la bella notizia).

La signorina Emma (con un fil di voce, mentre alzatasi la sottana fa un piccolo saltello per ischivare una pozza) E dopo Milano... dove va?

Giordano Mari. Prima a Bologna, poi a Napoli, poi a Roma, dove compirò il mio ciclo di conferenze... poi, a Venezia.

— Lei, appunto, è di Venezia?

— Quasi; ma sono nato a Padova.

La signorina Emma (con un trasporto di entusiasmo) Venezia e Padova sono due gran belle città!

Giordano Mari (dà un'altra rapida occhiata alla signorina Emma, pensando fra sè: è candore o civetteria?)

La signorina Emma (continuando con vivo interesse) E le ha già scritte tutte le sue conferenze?

Giordano Mari (crollando il capo con olimpica superiorità) Scritte? (un sorriso come sopra; un'altra crollatina di capo) Le scrivo dopo, più tardi, quando preparo il volume per l'editore: lo scriverle, non è altro che un lavoro di.... di selezione.

La signorina Emma (con meraviglia ed ammirazione) Ma allora, Dio mio! come fa?

Giordano Mari (dimenandosi ancora di più, quasi da riempiere, all'occhio, colle lunghe falde svolazzanti la stretta via di San Paolo) La mia conferenza non è mai nè un'opera d'arte, nè un'opera letteraria....

La signorina Emma (interrompendolo con uno sguardo e mormorando con un sospiro che si innalzano come un'aureola di ammirazione amorosa attorno alla testa bionda, simpatica, dell'illustre pensatore) Oh! così bella! È stata tanto bella la sua conferenza!

Giordano Mari (non dice di no, anzi pare dica di sì, e continua) Ho solo un merito, forse raro, anzi sempre più raro: la sincerità! E la sincerità è la grande bellezza (pronuncia lentissimamente e con una sapiente modulazione — bel-lez-za — fissando Emma che torna a guardar per terra); la sincerità è la grande bellezza delle anime e delle cose. No; le mie non sono conferenze; io non tengo delle conferenze (un moto stizzoso, di sprezzo. Emma torna ad alzar gli occhi ed a guardarlo incantata), io parlo soltanto perchè ho qualche cosa da dire; forse.... qualche cosa di nuovo....

La signorina Emma (in estasi) Tutto, tanto nuovo... tutto, tanto tanto bello!

Giordano Mari. Certo qualcosa di.... di sincero (continuando a gonfiarsi a vista d'occhio). Come parlo per un'ora, potrei parlare per due, per tre, per un giorno di seguito.

Guido Bardi (con un sorrisetto sarcastico, sottovoce: facendo sorridere donna Fanny) As-sas-si-no!

Giordano Mari. Che cosa sarà la mia conferenza di Bologna? Il seguito di questa d'oggi, di Milano. E a Napoli che cosa dirò? Ciò che non ho avuto tempo di dire a Bologna: e a Roma lo stesso; e lo stesso a Parigi, alla Sorbona, dove mi hanno invitato, perchè il pensiero, araldo dell'arte e della letteratura, non ha più confini ormai, è cosmopolita (seguiterebbe a tener conferenza anche per la strada, se chinando lo sguardo sulla sua compagna, non la trovasse più che mai estatica: carina, carina, molto carina! Avvicinandosi di più, fissandola negli occhi). A lei, signorina, è parsa bella la mia conferenza?...

Emma (risponde soltanto guardandolo; non ha più fiato per dir di sì; nemmeno per tenere sollevato lo strascico della veste, che spazza il marciapiedi del corso Vittorio Emanuele).

Giordano Mari.... Or bene, essa le è parsa bella perchè l'ha sentita sincera: non è merito mio; la bellezza è lo splendore del vero, diceva il divino Platone; e lo dicono anche i suoi occhi, signorina!

Guido Bardi (che allunga il collo per star a sentire, pesta sull'abito di Emma, che si ferma di colpo, chinandosi) Oh, pardon!

Il cavalier Venceslao (di lontano, con una vocetta esile che ricorda i cantori della cappella Sistina e distrugge tutto l'effetto autorevole della bella barba verdiana) Emma! Il signor Sebastiani ti saluta: dice di non poter venire oggi a pranzo da noi!

Nino Sebastiani è invitato a pranzo tutte le domeniche in casa Dionisy: e si sa, non ci manca mai per via della signorina Emma; anzi, per quanto è possibile, cerca di far entrare nelle domeniche anche qualche giovedì; ma stavolta, invece, dopo quella maledettissima conferenza, indispettito, ingelosito, furibondo, e sperando di fare un gran colpo decisivo sull'animo di Emma, ha dichiarato, sempre col broncio, al cavalier Venceslao di aver dovuto accettare un altro invito.

Il cavalier Venceslao (ripete con intenzione) Emma! Hai capito?... Il signor Sebastiani non vuol venire a pranzo!

Emma (distratta, per dire un complimento) Oh chissà come la mamma ne sarà dispiacente!

III. In via Monte Napoleone.

Dinanzi al portone di casa Dionisy: la via Monte Napoleone, di domenica, a quell'ora, le quattro pomeridiane, è pochissimo frequentata.

Carlo Borghetti (un giovanotto nè bello, ne brutto, nè elegante, nè trascurato: l'aspetto serio, di un uomo che lavora; la cera fosca di Lindoro in collera con Zelinda. Passeggia su e giù da mezz'ora per incontrare «per caso» la signorina Emma, quando torna dalla conferenza: fra sè, stritolando il collo ad un sigaro di Virginia che non vuol tirare) Sono le quattro! Che chiacchierone di un conferenziere! Ancora un giro e poi me ne vado a casa! E poi dopo, si sa, mezz'ora di complimenti col drammaturgo fischiato!... Quel falso Verdi è un gran padre balordo! Lascia sempre sua figlia insieme con donna Fanny, una civetta... peggio, ancora, una donna maritata da un paio d'anni, e che, oltre ai clandestini, ha già un amante ufficiale per paravento!.... (sorridendo sprezzantemente) Il poeta! Un poeta ridicolo!... Come quell'altro, l'amico indivisibile! Un commediografo... seccatore! (e aggrotta le ciglia).

Egli l'ha a morte contro i poeti, e i commediografi italiani specialmente... dal giorno che Nino Sebastiani s'è messo a corteggiare la signorina Emma.

Carlo Borghetti, un nobile di Crema, stabilitosi a Milano, sebbene molto ricco del suo, esercita l'architettura, e sebbene ancora più vicino ai trenta che ai quarant'anni, ha già acquistato una bella rinomanza; ma come egli tiene celato in fondo al cuore con sospettosa e ombrosa selvatichezza il suo amore per la signorina Emma, così tutta la vivacità del suo ingegno, rimane nella vita mondana, sepolta quasi, sotto un mutismo ombroso, sdegnoso, insofferente, lunatico... e che poi, in fondo, non ha altra origine che in un riserbo naturale, in una timida ritrosia.

C'è in lui, come c'era sin da giovane, una preziosa fusione di doti positive e di estri bizzarri. Mentre sarebbe parso a tutta prima che le prerogative principali del suo ingegno fossero il raziocinio matematico e l'austera severità della deduzione, ecco scintillare da quella sua mente eclettica, faragginosa ed equilibrata ad un tempo tutte le genialità, gl'impeti, e gli entusiasmi di un artista... Egli diventa un architetto nel senso classico ed in pari tempo nel senso moderno della parola. L'artista s'innamora delle bellezze del passato; lo scienziato si appassiona dei problemi del presente. Studiando i monumenti — e recando in quelle ricerche una coltura eccezionalmente varia e profonda — si fa archeologo e storico; e la sua dottrina, unita al naturale senso per ogni cosa bella ed armonica, lo guida sin dagli inizii nel lavoro professionale, preservandolo da ogni volgarità, da ogni compromissione venale colla moda bottegaia, sfacciata e pitocca, in fondo, dell'epoca...

Ora, Carlo Borghetti si è buttato con fervore febbrile ad una missione che lo appassiona, che avrebbe consacrata la sua fama, e alla quale egli consacra la sua vita: la ricostruzione del monastero di Pontida qual'era nei tempi epici dei Comuni lombardi. Governo e Provincia gli hanno dato l'incarico: gli occhi di tutto il mondo sapiente si sarebbero rivolti all'opera sua.

Carlo Borghetti (guardando l'orologio) Sono le quattro e mezzo! Un ultimo giro, poi... a casa! (Ne fa due o tre degli «ultimi giri», poi guarda ancora l'orologio). Le quattro e tre quarti!... Vado!

Invece resta; e tanto più la signorina Emma avrebbe tardato a tornare a casa, tanto più egli sarebbe rimasto lì ad aspettarla, trattenuto dalla gelosia, dalla incertezza, dall'ansietà, dalla disperazione.

— Finalmente!

Lontano, lontano, in fondo alla contrada, due cappellini, uno rosso ed uno verde, il verde è l'importante, entrano dal corso Vittorio Emanuele in via Monte Napoleone.

— Eccola!

Un'occhiata rapidissima, un lampo, e l'architetto ha già visto non solo che c'è lei, ma anche, subito, che non c'è lui... il commediografo.

Ah! che sollievo!...

Sorride, diventa rosso, messo in orgasmo e intimidito da quel cappellino verde che si avvicina lentamente. Egli si ferma colla scusa di accendere un altro sigaro, e intanto, mentre tiene colle due mani il cerino per difendere la fiamma dal vento e fuma, fuma come una locomotiva, guarda innanzi, spiando chi c'è in compagnia della signorina Emma.

Carlo Borghetti (fra sè come sopra) Donna Fanny... il poeta... il presidente... il Verdi... Per Dio, chi è?...

Il sangue gli dà un tuffo: l'architetto è diventato pallido: anche il secondo sigaro non tira. In fretta attraversa la contrada; vuole schivare, non vuol fermarsi con quella gente.

In quell'«andante maestoso» che si avvicinava con Emma, in quel gilet bianco, in quel cilindro lucente come un fanale, egli ha subito sentito, indovinato, il gran conferenziere, l'uomo del giorno, un nemico... il nemico!

Il nobile Barbarani (ha visto l'architetto da lontano: fa un piccolo salto, chiamandolo, e si pianta in mezzo alla strada per fermarlo) Carlo Carletto! Son proprio content! (rivolgendosi a Giordano Mari) Adesso le farò conoscere (colpetto di tosse: colla voce più forte) un grande originale. Molto ingegno! Molta erudizione! Matto, ombroso come un cavallo! Ha la specialità dei monumenti, delle antichità, tutta roba interessante per gli appositi amatori, per la storia — bravo! — Ma con la dovuta moderazione! (un altro colpetto di tosse perchè si arrabbia e soffoca) E col dovuto rispetto e le dovute convenienze per chi paga le tasse e ha diritto ai suoi comodi! Milano è una città modernissima — per i milanesi prima di tutto!... Non un museo per i forestieri! Carlo! Carletto!... Don Carlo!

Carlo Borghetti — (risponde seccamente) Ciao. (Si leva appena il cappello e tira via diritto, affrettando il passo e con una faccia tale che tutti sorridono, ma nessuno osa fermarlo).

È proprio fuori di sè. Egli odia in quel punto tutta la gente e tutte le donne. Le donne in ispecial modo: leggiere, vane, civette, false!... Tutte le donne, che poi si riducono per Carlo Borghetti ad una sola, Emma, il cappellino verde, colpevole di farsi accompagnare per la strada da quel ciarlatano dell'oratoria; colpevole.... colpevole, sopra tutto, di non aver mai capito ciò ch'egli si è sempre studiato di nasconderle, a furia di musi, di scontrosità e magari anche di sgarberie!

Il nobile Barbarani (rimane per un istante sconcertato, fermo in mezzo alla strada; poi, brontolando, si mette alla coda prendendo sotto braccio il cavalier Venceslao) Che presunzione! Che arroganza! Per avere il diritto di mancare anche di educazione, bisognerebbe chiamarsi per lo meno... il Brunelleschi!

Giordano Mari (sottovoce, osservando la signorina Emma, dopo di aver osservato l'atto, il turbamento, quasi la fuga del giovanotto) Chi è quel signor.... Carletto?

Emma (con naturalezza... sincera) Mio cugino, l'architetto Carlo Borghetti.

Giordano Mari (con squisita cortesia, per fare un complimento alla famiglia) Oh, oh!... Il sapiente artefice restauratore, il rievocatore, dirò meglio, del monastero di Pontida?

Emma (sorridendo, perchè tutti ridono in coro delle originalità di suo cugino) Già: e si figuri: adesso, perchè lo zio è diventato ministro dell'istruzione pubblica, voleva dare le sue dimissioni, sospendere i lavori...

Giordano Mari (vivamente interrompendola, parlandole più curvo, quasi inchinandola) Come, come, Sua Eccellenza l'onorevole Albertoni sarebbe dunque suo zio?...

Emma. Sì, fratello della mamma.

E così dicendo Emma arrossisce e torna a guardare per terra, confusa, turbata e inebriata. Sente che Giordano Mari le si è fatto più vicino, sente più vicino a' suoi capelli, alle sue guance, quella bocca eloquente, mobile, carnosa, dai bei denti lucentissimi e si sente tutta avvolgere da uno sguardo più fisso, più intenso, più caldo e... — Che peccato! — mormora, sospira ingenuamente. — Siamo già a casa!...

A quattro passi di distanza:

Donna Fanny (dicendo quasi la stessa cosa a Guido Bardi) Che peccato! Siamo arrivati!.... Ed io devo proprio salir un momento dalla signora Dionisy..

Guido Bardi (con una certa ansietà che gli rende la voce un po' velata) E... dopo?... Sì?... Vengo a salutarla?

Donna Fanny. Oggi... non si può. È domenica: devo andare anche da mia suocera: è il suo giorno.

Guido Bardi (si rannuvola... si morde i baffi).

Donna Fanny (guardandolo per consolarlo, con uno sguardo morbido come una carezza) Venga a prendere il caffè — con noi — dopo pranzo. Ma... non si faccia aspettare!

IV. Di sopra, in casa Dionisy.

Il salottino della signora Letizia, la madre di Emma: persiane chiuse, tendine calate; di primo colpo, buio pesto, poi a poco a poco si comincia a distinguere una figura bianca, gentile, che occupa, mollemente distesa, tutta la lunga poltrona a sdraio: capelli inverosimilmente biondi, occhi inverosimilmente neri: la signora, che è stata bellissima, è ancora bella: soltanto da un paio d'annetti circa non si lascia più vedere altro che allo scuro... sempre più allo scuro. Vicinissimo, un'ombra, una forma confusa, molto chinata su di lei. È il dottor Fabio Speranza che, dopo averle cercato e toccato il polso, è salito adagio, più su, colla mano, dentro la manica larga della soffice veste d'intérieur, e trovato morbido e piacevole il posticino, vi è rimasto, al caldo, senz'ombra di malizia.

Il dottore (eleganza stagionata: tutte le arguzie e le risorse della professione; parla lentamente, sommessamente, con una monotonia di tono e d'argomenti che riposa, calma e persuade) Dunque, per oggi, la mia tosa, restiamo intesi così: la noce vomica, prima quattro gocce, poi cinque, poi sei, a colazione, e così a pranzo. E per il momento, direi nient'altro. Stiamo a vedere. La digestione è abbastanza regolare — vero? — La nutrizione soddisfacente, la cerina... buona; anche quei nostri piccoli fenomeni nervosi non si sono più ripetuti, dunque — da brava — dallo stato generale dell'organismo bisogna ragionevolmente concludere che il meglio è nemico del bene, quindi accontentarsi!

La signora Letizia (languidamente) E le pillole di ferro?

Il dottore (dopo averci molto pensato, gravemente) Io direi anche, se crede (pausa), sospendiamole per qualche giorno (lunga pausa e lungo sospiro). Potremo poi ricominciare più tardi, se sarà il caso la cura ascendente.

La signora Letizia. E dell'Emma che cosa ne dice?

Il dottore (ancora più grave, più serio, scrollando il capo, sospirando profondamente) Mah!... (un'altra pausa, poi risalendo colla mano dentro la manica della signora Letizia e premendole il braccio in modo significativo) Un marito; cara la mia tosa, darle marito. Tutto il resto, l'esercizio, l'aria buona, la montagna, il tennis... non dico di no: hanno ottenuto un risultato al di là del soddisfacente. La ragazza è bene sviluppata, ben nutrita... il pannicolo adiposo abbondante, ma... ma... (sospiro e pausa) tutto alla sua epoca indicata, alla sua stagione prefissa — sicuro. Adesso, Emma... — appunto — ha un certo pallore interessante... un certo brillare degli occhi... Viene la sua stagione per tutto — vero? — per il cappellino di paglia e per la pelliccia. E dunque, eccoci: precisamente: adesso, Emma è nella vera stagione del matrimonio.

La signora Letizia (languidamente) Oh, dottore, è un po' il suo tic quello del matrimonio!

Il dottore (sorridendo e colla punta del dito mignolo rovesciando delicatamente il labbro inferiore della signora Letizia per guardare le gengive un po' esangui) È Domeneddio che ha fatto le cose in modo da giustificarmi pienamente!

La signora Letizia (rivoltandosi sulla poltrona, ridendo e nascondendosi il viso, impone colla mano al dottore di tacere, di non ricominciare colle solite enormità. Poi, quando si è bellamente riadagiata come prima, e il dottore le ha rimesso il cuscino di piume sotto il capo, riprende il discorso seriamente) Io credo che Emma, sotto certi rapporti, sia ancora... nel mondo della luna. Non so se mi spiego...

Il dottore le risponde, approvando col capo, che si spiega benissimo.

— Non sa, non immagina l'amore altro che dalla letteratura, dal teatro... e non è per lei altro che il Romanzo di un giovane povero.

— Oppure il Padrone delle Ferriere, che e più istruttivo.

— In conclusione, Emma non pensa a niente, non le importa niente di nessuno; prende tutto con indifferenza, anche la corte che le fa Nino Sebastiani e... non capisce niente. (Con due occhiate: una innalzata al cielo, l'altra rivolta al dottore, piena di rimpianto) Età felice!

Il dottore (continuando ad accarezzarle la mano, a premerle leggermente le ginocchia; con filosofia) Da brava: tutte le età hanno i loro vantaggi e i loro inconvenienti; e in quanto ad Emma, trovo appunto regolare che lo sviluppo fisico preceda lo sviluppo morale. Regolare ed opportuno: così — vero? — è possibile guidarla, consigliarla, farle fare tutto ciò che potrà riuscire più conveniente per il suo bene. Invece, non prevenendo l'avvicinarsi della crisi, sappiamo noi che cosa ci può capitare? Possiamo prevedere.... le conseguenze? Emma, siamo d'accordo, è fredda di temperamento; è un po'... clorotica, potrà anche accontentarsi di essere amata; ma, d'altra parte, quella sua stessa mancanza di uniformità di carattere..., certi languori... Se avesse bisogno lei di amare? Allora diventerebbe forse pericoloso. (Pausa: poi ripigliando) Potrebbe perdere la testa — vero! — per un poco di buono, e in tal caso che cosa si fa? Esauriti gli argomenti persuasivi — sicuro — noi dovremo sempre finire coll'accettare anche il poco di buono e firmare la ricevuta.

La signora Letizia (con calma, senza scomporsi) Mi spaventa, dottore!

Il dottore. Mah! (Pausa: espressione quasi truce a furia di essere grave e severa). Bisogna prevedere per prevenire. Una volta Emma già maritata, a posto... se le succedesse anche, per un'ipotesi, per una combinazione come ne succedono tutti i giorni, d'innamorarsi... non andrebbe a finire il mondo: anzi, tutt'altro! — È sempre un disastro, un infortunio riparabile quando, parliamoci chiaro, non finisce per essere poi, addirittura, un beneficio. Io direi dunque, per il momento, di non pensarci nemmeno a don Carlo Borghetti. È un fisico troppo sanguigno, una natura troppo energica; prende tutte le cose troppo sul serio, ed Emma finirebbe forse coll'essere sacrificata; mentre tutto al contrario, per quello che si può prevedere, perchè il matrimonio rappresenta sempre un'incognita, con Nino Sebastiani, finirà presumibilmente col fare a suo modo. Ho parlato, alla lontana, colla madre... del Sebastiani (pausa). Sarebbe — pare — contentissima; per il momento fisserebbe a suo figlio — dice lei — un assegno annuo di circa ventimila lire; — quindicimila ne porta l'Emma in dote?.. — dunque, diremo — aspetti un po' — quindici e venti, trentacinquemila — si può fare anche una vita buona, senza pensieri. E poi tre, o quattro volte tanto, in avvenire. Il più lontano possibile — vero? — La signora Sebastiani ha un vizio di cuore ancora compensato, ma, coi dovuti riguardi (pausa), come l'ho tacconata una prima volta, spero di poterla far tirare innanzi magari anche per una ventina d'anni! Nino poi, in quanto a salute, salvo casi impreveduti, potrei anche garantire. Ha un aspetto appariscente, l'indole... d'un cagnolino: oggi sta dietro e obbedisce alla mamma: domani farà altrettanto colla moglie. Se frequenta un po' il palcoscenico, se scrive qualche commedia... roba che passa. Capirà anche lui che una volta ammogliato — vero? — dovrà fare l'uomo serio. — Oggi l'Emma dove è andata? Al lawntennis?

La signora Letizia. No; è andata con Fanny ad una conferenza al Circolo artistico-letterario. Non aveva mai sentito conferenze...

Il dottore. Quel certo Giordano Mari? (pausa: poi) Già, avevo anch'io un biglietto, ma poi — al solito — non ho avuto tempo d'andarci (un profondo sospiro). Sono preso, come si dice, per il collo. Ho finito per far colazione... quasi al tocco. Anche con Venceslao... direi, potrebbe parlarne di questo Sebastiani. E in quanto ad Emma, cominceremo un giorno o l'altro, con un po' di quiete, a tastar il terreno.

La signora Letizia. Venga domani a colazione...

— A che ora? Perchè alle dieci ho l'ospedale.

— Venga alle dodici. (Dopo un momento, interrompendo il dottore che intanto ha continuato a lamentarsi, sedendo più comodo e accavallando le gambe, d'essere in gran ritardo e di non poter nemmeno respirare per le molte visite che ancora gli rimangono da fare) Devo dirle proprio tutta la verità? Io l'Emma... non la capisco! Non me la spiego! E sì, che sono sua madre! Mai una tenerezza, un momento d'espansione — nemmeno d'allegrezza; di quell'allegrezza affettuosa che hanno tutte le ragazze....

Il dottore (fisso, cupo, aggrottando le ciglia) Invece... in certi momenti si mostra nervosa?... È facile all'irascibilità?...

La signora Letizia (continuando)... passano settimane senza che venga a darmi un bacio; anche la sera devo sempre essere io la prima. Mai nessuna confidenza, e come fa con me, tal e quale con quel... buon uomo di suo padre!...

Il dottore (conferma, ripetendo come un'eco) Buonissimo.

La signora Letizia. E così pure rimane dei giorni interi senza dirmi una parola...

— Un po' dispettosa — vero? — un po' contraddicente?

— E mentre io sono impensierita per non potermi spiegare il suo malumore, i suoi capricci, la sua cattiveria, il suo mutismo, e comincio anche ad inquietarmi per la sua salute — ecco, non la sento a discorrere, a ciarlare, a magari ridere come una matta, colla sua cameriera? Di amiche ne cambia una ogni quindici giorni — come faceva colle bambole quand'era bambina. Adesso è un pezzo che tocca alla Fanny... Ma poi durerà anche colla Fanny?... No, no; creda, è proprio vero quello che le ho detto: Emma non pensa ad altro che a divertirsi, e non le importa niente di nessuno! Del resto... (la bella signora guarda il dottore con un'espressione che vuol dire... e dice molte cose), del resto... sarà meglio per Emma — non è vero, dottore?

È questa la solita ripetizione di tutti i giorni: quando il dottore comincia a lamentarsi delle troppe visite che ha da fare, la signora Letizia comincia, per suo conto, a lamentarsi della figliuola che non ha cuore.

È così — ed è sempre stato così, e nient'altro — il loro amore: il bisogno di lamentarsi sempre e di compiangersi l'un l'altra per quelle piccole infelicità... che fanno loro tanto piacere!...

Una grande scampanellata.

Il dottore, senza turbarsi, abbandona il braccio della signora Letizia.

— Visite?

Una seconda scampanellata.

Tutti e due quasi insieme:

— Venceslao.

Il cavalier Venceslao, quando rientra nel seno della sua famiglia, ci tiene ad avvertire ch'è proprio lui, perciò ha imposta la regola al portinaio che «per il padrone» si debba suonare due volte.

Emma (entrando di corsa nel salottino, e precipitandosi addosso alla poltrona della mamma, stampandole sulla bocca due bacioni collo schiocco) Oh, mamma, mamma; che fascino! Che arte! Che maraviglia! Come ti saresti divertita! E anche tu, dottore, perchè non sei venuto! Hai fatto malissimo! Che cosa grande! (un altro abbraccio impetuoso, nervoso, altri due baci sul viso della mamma ancora più risonanti).

La signora Letizia (alzandosi mezzo soffocata, allontanando, come difendendosi, la figliuola) Emma! Emma! Che fai? (guardandosi nello specchio, un po' inquieta per l'amabile incarnatino delle sue guance) Una conferenza!... Si sa, poi, che cosa può essere di straordinario! (Si accomoda la bionda capigliatura a ricci che la figliuola le ha mandata un po' di traverso). Corri sempre da un'esagerazione all'altra!

Il dottore (crollando il capo con aria di sussiego e di sprezzo) Adesso sono di moda i conferenzieri (pausa, poi coll'intenzione di fare dello spirito) i quali non sono poi altro che predicatori vestiti da uomo!

Emma (subito: con slancio) Sei uno stupido!

La signora Letizia (richiamando la figliuola al dovuto rispetto) Oh! Oh! Oh!...

Il dottore (che se la gode: con fina malizietta) Sentiamo un po'... per valutare al giusto merito l'eloquenza di questo signor Giordano Mari... c'era alla conferenza — vero? — anche Nino Sebastiani?

Emma (colla più candida disinvoltura, come se si trattasse del sindaco o del prefetto) Nino Sebastiani? (ci pensa) No. (Ricordandosene) Cioè, sì!

Il dottore (ritorna serio, molto serio, osservando Emma con grande attenzione, mentre, cacciate le dita nei taschini della sottoveste, fa risuonare continuamente le chiavette di casa).

Emma (riprendendo subito, ed esaltandosi, l'argomento che più l'interessa) Non legge, sai? Parla! Senz'esserci preparato! Improvvisando! (Voltandosi vivamente verso donna Fanny che sta per entrare nel salottino seguita dal nobile Barbarani, mentre il cavaliere Venceslao si ferma nel salone e si mette al pianoforte) Non è vero, Fanny?... Non è vero, papà, che cosa straordinaria?

Donna Fanny (più calma, dopo aver abbracciata, senza stringerla, donna Letizia e averle dato per aria i due baci di convenzione) Ha un gran merito!... Anche Guido lo riconosce... (Guido Bardi, s'intende). Come conferenziere è di prima forza!

Il nobile Barbarani (sempre saltellando, dopo aver battuto col palmo della mano sulle spalle e sulla pancetta del dottore) Di primissima forza! Di cartello!... Un vero oratore di cartello! Diceva benissimo il pittore Fioravanti, quello famoso che ha fatto il ritratto anche a donna Ida: È un Demostene, un Cicerone — coi polmoni del Tamagno!...

Il cavalier Venceslao (dal salone, solfeggiando e accompagnandosi cogli accordi del pianoforte) È un'eloquenza dantoniana! Drlirinin!... Irrompente! Drlaronn!... Maestosa! Drlarumm!...

Donna Fanny. E poi è un bel giovane, un bell'uomo! Ha magnifici denti. Il Barbarani ce lo ha presentato, ed egli ci ha accompagnate fin qui. Anche Guido lo ha trovato molto... signore! molto... come si deve!

Il nobile Barbarani. Non frequenta che la migliore società. A Padova è stato l'amante della contessa Pianelli. Lo sapevano tutti: era... ufficialissimo! Stasera gli diamo uno champagne d'onore al Circolo artistico-letterario — Son proprio content! (Al dottore, che intanto ha continuato a guardare e a studiare la signorina Emma) Dovresti venire anche tu — benissim! — Dieci franchi a testa soltanto i soci frequentatori, perchè gli artisti, si sa, in Italia ne han pochi da spendere.

Il dottore (scrollando il capo e sospirando) Impossibile!... Sono così preso in questi giorni!(Guardando l'orologio) Sono le cinque e mezzo e dovrei già essere in via Cusani! Scappo! (Scampanellata; il dottore sente venire altre visite, si siede). Scappo subito.

È la vecchia marchesa Gonzales: vecchia per gli altri, non per sè stessa; ha molte pretensioni di eleganza, di gioventù e la smania di essere ancora corteggiata. Ingrassa ogni giorno, ma per conto suo ha invece l'illusione di dimagrare a forza di stringersi e di patir la sete, cosa che la fa essere sempre eccitata, rabbiosa. Quando le domandano se è stata alla conferenza, monta in furore. Ma come?... Lei?... La marchesa Gonzales alla conferenza di un ateo? Di un... eretico? Sa! Sa! Sa tutto!... Le hanno detto tutto! Le hanno già riferito i suoi amici — perchè lei ha degli amici veri, e tutti simpatici, fedeli, provati e tutti giovanotti! — le hanno riferito che cosa ha detto di bello quel signore! Che teorie! Che massime! Che dottrine!.. Che spropositi!

Lo sdegno e la veemenza della marchesa sono tali che tutti tacciono ammutoliti. La signora Letizia è quasi mortificata di aver mandato Emma alla conferenza; donna Fanny di esserci stata lei; ed Emma, scossa, confusa, china il capo, quasi vergognosa, quasi addolorata.

Il silenzio è grave, penoso, rotto soltanto dagli accordi e dai solfeggi del cavalier Venceslao, e dal risonare delle chiavettine del dottore, il quale, in punta di piedi, gira intorno alla ricerca del suo cappello... poi, pianino, passando vicino ad Emma, toccandole, premendole le mani, le ricorda, sottovoce, le cartine di fosfato che ha da prendere prima di pranzo, e sparisce senza che nessuno se ne accorga.

Il nobile Barbarani (a un tratto scattando dalla seggiola e fermandosi ritto dinanzi alla marchesa) Miscredente?... Un ateo?... Un eretico?... Benissim! Ma in tal caso (un colpettino di tosse) sia quel che si sia — mi piace sempre dire la verità! — son proprio content d'essere un miscredente anch'io; perchè il Diderot, il Voltaire, il Rousseau, li leggo e li ammiro anch'io, e in quanto alla filosofia e alla storia c'è poco da ridere: credenti, o miscredenti, la storia — per sua regola, marchesa — resta quello che è; non si può cambiare.

Emma (si sente sollevata; lo guarda, sorride) Che bel vecchietto quel Barbarani! Leale, franco, simpatico...

V. All'hôtel della «Bella Venezia».

Giordano Mari (entrando cerca il portiere che non c'è, chiama il cameriere che non risponde, entra nel burò dove non trova nessuno; si mette a brontolare prima a mezza voce, poi molto più forte).

Il direttore (che si era addormentato in quel caldo pomeriggio, risvegliandosi e avanzandosi nel buio) Il signore?... domanda?...

Giordano Mari. Domando se ci sono lettere, telegrammi per me.

Il direttore (che non si ricorda chi è) Scusi?...

Giordano Mari (risentito) Per Dio! Giordano Mari.

Il direttore (lo guarda c. s.)

Giordano Mari (furibondo) Il numero 15!

Il direttore (con calma) Adesso domanderemo al cameriere.

Per il numero 15 c'era un telegramma ed una lettera: erano stati portati in camera: e per Giordano Mari dovevano essere importanti assai, perchè, ordinato in fretta da pranzo, fa le scale d'un fiato.

Col telegramma, invece di una sola lettera, ce ne sono due. Una da Roma, l'altra col bollo di città.

Giordano, prima di aprire, guarda di chi sono: la lettera di Roma è quella che egli aspetta dall'onorevole Rocco Marana, sotto-segretario di Stato all'istruzione pubblica. Quella di città è del suo editore.

— Ma perchè mi scrive? Se l'ho avvertito che domattina sarei andato io da lui?

Da quella lettera Giordano Mari sente che deve aspettarsi una contrarietà, un rifiuto; tuttavia legge prima il telegramma:

«Impossibile ottenere rinnovazione: voci attendibili assicurano solito sovventore prossimo fallimento. Regolati.»

«Finardi.»

— Anche gli usurai che falliscono! Quando il diavolo ci vuole mettere la coda! E adesso... a quest'altro! — E comincia più lentamente ad aprire e a leggere la lettera di Roma. È la risposta ad una sua domanda per certa missione all'estero che ha più volte sollecitato e che gli procurerebbe, oltre al divertimento e all'onore di un paio di commende, anche qualche biglietto da mille:

Ministero
della
Pubblica Istruzione

Gabinetto del Sottosegretario di Stato.

Carissimo amico,

«Cattive notizie! Il tuo invio a Lipsia per l'esame e il possibile ricupero dell'epistolario galileiano, scoperto in quella città, — e di doverosa rivendicazione da parte del Governo italiano di fronte alle irregolarità di acquisto emerse dal recente processo — pareva cosa sicura. S. E. il ministro, anche l'altra sera, dopo un lungo colloquio intorno a molte altre cose, me ne aveva dato la quasi certezza, mostrando di ricordarsi molto bene di te, de' tuoi titoli e delle tue benemerenze. Credevo di potergli far firmare a giorni il relativo decreto e le commendatizie ufficiali presso i corpi diplomatici, allorchè, stamane, apprendo che la missione è irrevocabilmente affidata all'onorevole Toscolani. Questo nome, in questi momenti, ti dice tutto; ti dice specialmente, come non sia dipeso da mancanza di buon volere da parte mia l'esito negativo della pratica. Un elemento così irrequieto e tempestoso, da sottrarsi all'opposizione parlamentare ed extra-parlamentare, alla vigilia, o quasi, di un voto di vita o di morte pel Gabinetto, ha avuto il sopravvento anche nel campo... teoricamente sereno della scienza e delle arti. Tu sei troppo uomo di mondo, sebbene non rotto ancora a questa vitaccia politica, per non comprendere certe supreme necessità del momento. A voce, e spero presto, a Roma, potrò dirti di più. Per ora non volermene e gradisci una filosofica stretta di mano dal tuo

Affezionatissimo
Rocco Marana

Giordano Mari non dice una parola, non fiata, ma sotto gli occhi gli appaiono due solchi lividi, profondi. Apre l'altra lettera, quella dell'editore di Milano.

Amodei e C. Editori
Gabinetto del Direttore

Illustre e carissimo Mari,

«Mi offrite le vostre conferenze sui Precursori della Rivoluzione? Quali sono e quante sono? perchè io non ne conosco altro che una, la solita di Venezia, Torino e Genova; sempre bella, ma sempre quella, come la bandiera dei tre color! E poi... mi domandate duemila lire — anticipate — per un volume di conferenze? È vero che non è che una domanda... ma io non vi posso dare... che una risposta. Vi voglio molto bene, ma non posso, per voi, disgustarmi col mio interesse.

Affezionatissimo
Amodei.

«P. S. — Devo assentarmi da Milano per il matrimonio di mia nipote. Sono spiacente per me... e per voi. Vi avrei fatto conoscere l'architetto Carlo Borghetti, una vera capacità, un erudito fenomenale. Avrebbe potuto esservi utilissimo per la vostra monografia su sant'Ambrogio... o il signor Ambrogio, come volete voi.»

Giordano Mari, pallidissimo, resta fermo, immobile su due piedi. È una disdetta. Tutto gli va male... tutto! tutto!... C'è fin da ridere, tanto è curiosa!... E ride infatti; ma ad un tratto il riso gli si ferma sulle labbra ed ha un sussulto in tutta la persona: riapre, rilegge il telegramma:

«Impossibile ottenere rinnovazione: voci attendibili assicurano solito sovventore prossimo fallimento. Regolati».

— Ma allora?... E le altre?... E tutte le altre?...

Anche gli ultimi echi degli applausi di un'ora innanzi, le febbrili compiacenze del successo, tutto è svanito, dileguato ormai... persino il bel viso ridente di donna Fanny e gli occhi intenti, appassionati di Emma. E sì che quest'ultima, mentre egli legge la lettera del Marana, gli è tornata in mente... quale nipote dello zio ministro.

— E le altre cambiali?... E tutte le altre?...

Fa due, tre passi verso la finestra, sempre cupo, sempre pensoso, a testa bassa. Prende macchinalmente le forbici dalla toeletta e macchinalmente continua e continua a tagliarsi, a regolarsi, a limarsi le unghie...

— E le altre?... E tutte le altre?...

Rimane ancora diritto in piedi, immobile, a testa bassa, occupato delle sue unghie, ma a mano a mano il suo viso da pallido diventa giallo, gonfio, sformato... i solchi sotto gli occhi diventano sempre più profondi. Non ha più trentacinque anni nè quarantacinque... ne dimostra sessanta...

— E le altre?... Almeno dieci... dodicimila lire?...

Nella cameretta si sente solo il rumore del respiro greve, affannoso del Mari, e un tic-tic-tac delle unghie dure, che saltano via, mozzate dalle forbici.

Cameriere (battendo all'uscio) Signore...

Giordano Mari (trasalendo, voltandosi) Che c'è?

Cameriere. Il pranzo è servito.

VI. Dopo due settimane al club.

Giordano Mari ha rimandato ad altra epoca le sue conferenze di Bologna, Roma e Napoli; trovandosi a Milano, vuole invece approfittare dell'occasione, per fare tutte le ricerche necessarie e compiere sul posto l'importante monografia Ambrogio vescovo nella civiltà de' suoi tempi, che gli deve aprir la strada alla cattedra di storia in una delle principali Università del Regno. Intanto approfitta delle sere, e un po' anche del giorno (le biblioteche e gli archivi si chiudono presto) per far conoscenze e frequentare il bel mondo di Milano, in compagnia del presidente del Circolo artistico-letterario, il nobile Barbarani, sempre felicissimo, «proprio content», quando può fare il cicerone delle belle signore coi personaggi un po' celebri che passano da Milano.

— Sarà un debole — diceva il presidente Barbarani, scusandosi di questa sua manìa cogli amici che lo pigliavano a giuoco — ma a me la gente di talento... non mi dispiace! Si parla di tutto volentieri, e si vengono a sapere tante cose anche curiosissime, che saranno vere sì, saranno vere no, questo non implica, ma interessano moltissim. Mediolanum, eccone una bella, per esempio, si compone di due parole, Med e Lan, che nell'idioma celtico significano Fertile terreno!

Ma questa volta, a proposito di Giordano Mari, altro che pigliarlo a giuoco! Per poco non lo pigliavano a... bastonate! Nino Sebastiani era furente contro di lui, perchè pareva che il grande uomo di Padova facesse la corte alla signorina Dionisy; e Guido Bardi gli teneva il broncio, perchè anche donna Fanny si montava la testa e civettava a segno da compromettersi. E oltre questi due, che lo lasciavano indifferentissimo, perchè già noti in Galilea pei loro furori da Otello, anche Carlo Borghetti non si prendeva il gusto di diventare ogni giorno più villanissim?... certamente per quelle gelosie, invidie e battibecchi tra scienziati, che, dacchè mondo è mondo, purtroppo, si sono sempre ripetuti, cominciando dal Caro col Castelvetro?...

La mattina di quel giorno, proprio per far dispetto, e dare anche una prova di indipendenza e di prepotenza ai tre moschettieri di casa Dionisy, Nino, Guido e Carlo Borghetti, il nobile Barbarani fa staccare una lettera d'invito, al club, per Giordano Mari: e fa male.

Questa volta, anche tutti gli altri soci, molto esclusivisti e però molto diffidenti e difficili nell'ammettere persone estranee, gli fanno osservazioni e lamentele.

— Quella è gente del tuo Circolo artistico-letterario! Bisogna andar adagio! tirar dentro il primo che capita! Va bene, è un letterato, uno scrittore, uno scienziato, anche un genio! Quella è roba del tuo Circolo artistico-letterario! Ma qui, al club, che cosa ci verrebbe a fare? Intanto — come individuo — da dove è saltato fuori?

— Dalla più eletta società di Padova!

— Ma chi è, in fine? Chi è?

— È stato per tre anni l'amante ufficialissimo della contessa Pianelli, alla quale ha fatto la corte anche Don Carlos, sicchè mi pare — e il piccolo Barbarani tutto impettito si mette le mani sui fianchi, — mi pare, è sempre stato in buona compagnia!

Ma Guido Bardi e Nino Sebastiani soffiano nel fuoco, preparano una cabala contro Giordano Mari — tutti gli avrebbero voltate le spalle appena si fosse presentato — e il nobile Barbarani, a sua volta, per parare il colpo, continua a fare tutto il giorno una gran propaganda per il conferenziere!

Al club:

Il presidente Barbarani è in piedi in mezzo a sette od otto sportsmen, sdraiati intorno alla finestra del grande terrazzo. Nino Sebastiani, sul canapè, nell'ombra della sala, legge il Corriere della Sera: Guido Bardi, seduto al tavolo, col capo fra le mani, legge l'ultimo fascicolo della Revue des Deux Mondes.

Il nobile Barbarani. Vi assicuro — parola d'onore — per quanto pieno di talento, non esclude che sia anche di una educazione perfettissima! È qui il nostro Guido? precisament! Non è un letterato e un poeta di primissimo ordine, e medesimamente il più compito gentiluomo? E il bravo Sebastiani? Tutti applaudono le sue commedie che sembrano scritte addirittura da un francese, e con questo?... Gentilezza e cortesia sono il suo emblema.

Il Bardi e il Sebastiani (tutti e due insieme scattano come molle: ma dopo un'occhiataccia torva e un'alzata di spalle, tornano a leggere).

Il nobile Barbarani (un saltetto di compiacenza, quindi ripiglia tendendo l'amo nel circolo dei «fashionables») Di cavalli, per esempio? Anche di cavalli, Giordano Mari se ne intende moltissim! Dei varii sport? (movimento di curiosità). È una vera competenza! Un'erudizione speciale!... Certi suoi confronti coi Greci e coi Romani, e con le nostre corse del giorno d'oggi, sono interessantissimi e curiosissimi! Le bighe, per esempio, erano nè più nè meno dei nostri tilbury: e anche nel Longchamp dei Greci, nell'ippodromo, tiravano a sorte ciascuno il suo posto e partivano insieme a un segnale convenuto. Invece l'ippodromo dei Romani era poi il circo, cioè la nostra pista: precisamente! E anche i Romani — tal e quale — avevano per l'appunto i loro bravi... — aspetta un moment (pausa, poi:) gli editores ludi! — benissim! Nè più nè meno della nostra Società delle corse! E anche le scommesse! Ma, allora — grazie tante! — come le prendevano sul serio! Sotto Giustiniano, per esempio.... (si ferma interdetto, per timore di Guido Bardi che alza il capo e sta a sentire) o sotto un Costantino.... (stizzito) Già l'uno o l'altro, non importa, è il fatto storico che preme! (Tossisce, si rischiara la voce: con impeto quasi aggressivo contro il Bardi) E questo è positivissimo!.. I varii partiti — che si chiamavano le fazioni — invece di scommettere, tranquillamente, per Sansonetto o per Drusilla, si appassionavano al punto da far degenerare la discussione in una guerra punica ferocissima, che durava persino due o tre giorni, con venti e magari trentamila morti!... (Una risata, un saltetto e una fregatina di mani) Altro che totalizzatore!

Il Bardi e il Sebastiani continuano a leggere, sogghignando per quella erudizione da dizionario; ma, intanto, perdono terreno: i soci del club s'interessano allo sport dei Greci e dei Romani, ed anche a Giordano Mari; essi fanno parecchie altre domande sul conto degli editores ludi ed anche sui meriti della contessa Pianelli, delle corse degli auriga nel circo e delle avventure amorose del conferenziere a Padova; e così il piccolo Barbarani trionfa col suo grand'uomo, a dispetto del poeta e del commediografo.

Benissim! Son proprio content.

Ed anche un'ora dopo, sempre al club, ma nella sala da pranzo, egli continua a raccontare, a sdottoreggiare ed a sfiatarsi, sempre a proposito del suo illustre amico di passaggio.

Il nobile Barbarani, potentissimo come presidente del Circolo artistico-letterario, anche al club gode di una certa considerazione come direttore di mensa.

Quel giorno, al pranzo delle sette, c'è poca gente; mancano pure Guido Bardi e Nino Sebastiani, che quasi sempre, del resto, pranzano in famiglia; e il nobile Barbarani, fattosi più sicuro anche per questa assenza, è sul punto di arrischiare il gran colpo coi fedeli commensali, immersi, beatamente, nel tepido profumo del consumè, annunziar loro, cioè, che per l'indomani egli ha invitato a pranzo, proprio al club, e proprio lui, il grande Giordano Mari! (Tossisce, si rischiara la voce più che mai arrochita e incomincia).

— Dunque, domani... — benissim! — sarà una conversazione veramente piacevoliss... (ma il resto gli rimane in gola: entra nella sala per mettersi a tavola l'architetto Carlo Borghetti, sempre in ritardo al pranzo delle sette, perchè arriva alle sette e un quarto da Pontida: linea di Lecco-Bergamo-Milano).


Carlo Borghetti.

Il nobile Barbarani.

I soliti commensali.

Il maggiordomo e un cameriere in frak: servitori in livrea.

Fuori, il rumore del tram, quando passa; dentro, l'odorino del consumè.

Carlo Borghetti (spettinato, accigliato, la faccia sudata e stanca, saluta col capo a destra e a sinistra, mentre il servitore di dietro gli spinge la seggiola: appena seduto, sorbisce in fretta due o tre cucchiaiate di brodo: disgustato).

— Porta via.

Un servitore gli porta via subito il consumè: il cameriere gli versa da bere.

Il nobile Barbarani (con grande cautela, senza nemmen guardare Carlo Borghetti, quasi avesse timore di toccarlo soltanto cogli occhi) Dunque, certissimo, non è vero?... Stasera sarai anche tu, di casa Dionisy?

Carlo Borghetti (fissandolo bieco) In casa Dionisy? Stasera?

— Venceslao festeggia il venticinquesimo anniversario della prima rappresentazione dell'Aida. Tutto un concerto verdiano, interessantissim. (Tossisce: poi in falsetto, per tastare il terreno e preparare l'altra notizia dell'invito a pranzo) Io vi condurrò anche Giordano Mari, una persona proprio simpatici.... simpatichissima!

Carlo Borghetti (in collera, strapazza il maggiordomo perchè non trova il «menu»: poi pianta un palmo di muso).

Il Barbarani perde coraggio.

Uno dei commensali lontano (dopo un momento di silenzio) Un concerto? Con questo caldo? Non è finita la stagione dei concerti? (Ancora silenzio: rumorìo tranquillo, moderato, composto di piatti e di posate: i servitori camminano in punta di piedi...)

Un altro commensale. L'Aida! (col lungo sospiro dell'abbonato) Bei tempi per la Scala! La prima dell'Aida, la prima dell'Otello....

Il Barbarani (scattando sulla seggiola) Mai più! (Riscaldandosi) L'Aida del Verdi è stata scritta, nientemeno, per commissione del vicerè d'Egitto, col premio di centocinquantamila lire e rappresentata al Cairo con grande sfarzo nel 1871. Dunque settant'uno e venticinque...

I due commensali insieme. Novantasei!...

Barbarani (a Carlo Borghetti con un filo di voce e di speranza) Domani, per esempio, tu sei capacissimo di ritornare ancora a Pontida e di fermarti, magari, tutta una settimana?

Carlo Borghetti (sempre ingrugnito) No; per ora non mi muovo più da Milano. (Beve di colpo tutto il bicchiere di vino che ha dinanzi: il cameriere gliene versa dell'altro).

Barbarani. Come? Come? Come? Bevi durante il pasto? E bevi vino?... Che cosa vuol dire quest'infrazione alle regole, al metodo di cura?

Carlo Borghetti. Vuol dire che ho sete.

Barbarani (punto leggermente) Benissim: son proprio content della bella notizia.

Carlo Borghetti (che non ha sete, ma beve per stordirsi, e per calmare il suo dispetto contro la signorina Emma, e la sua rabbia contro Giordano Mari: sforzandosi, volendo rimediare alla sgarbatezza) Sono stato molto al sole; tutto il giorno al sole.

Il commensale più lontano (mangiando) Proseguono... alacremente... i lavori... a Pontida?

Carlo Borghetti (non risponde: non risponde mai alle domande che gli fanno al club a proposito de' suoi lavori. Invece brontola e si arrabbia di nuovo contro una fetta di «rosbiffe» che non vuol cedere).

Barbarani (con uno sguardo obliquo all'architetto e a quel «rosbiffe», che minaccia di offuscare i suoi meriti di direttore di mensa) Forse non hai scelto... bene. (Chiamando il cameriere perchè gli riporti il piatto) Giorgio!...

Borghetti (con stizza: butta sul tondo coltello e forchetta) Porta via (E vuota tutto d'un fiato il terzo bicchier di vino).

Il nobile Barbarani (con sollecitudine paterna) Oh! Oh! Oh!... Non ci sei abituato!... Non bevi mai per la dilatazione di stomaco.... Oh! Oh! Oh!... Adagio!... È Gattinara vecchio!

Carlo Borghetti (con le guance che gli son diventate subito rosse per quel terzo bicchiere: prorompendo in una sghignazzata) E Gattamelata?... Come sta il tuo Gattamelata?

Barbarani (stupito, inquieto, senza capire) Gatta?.. melata?...

Borghetti. Già: il grand'uomo patavino! Stasera, dunque, te lo porti in trionfo, da mia zia?

Barbarani (contento dello scherzo: sperando nella combinazione del pranzo per il giorno dopo) Ah! benissim! Giordano Mari?... Desidera vivissimamente di fare la tua bellissima conoscenza! Ha per te un'ammirazione addirittura straordinaria? Naturalissima, del resto: due persone di vero talento; due competenze reciprocamente simpati.... simpatichissime!

Carlo Borghetti (sempre colle guance accese: una guardatura ed un sogghigno insoliti) Dunque?... Si è deciso?

— ...?

— Per la bruna o per... l'altra?

— Cioè?

— Per donna Fanny o per la...

— ...?