ROMANTICISMO


GEROLAMO ROVETTA

ROMANTICISMO

DRAMMA IN 4 ATTI

Sedicesima edizione

MILANO
CASA EDITRICE BALDINI & CASTOLDI
Galleria Vittorio Emanuele, 17

1922


PROPRIETÀ RISERVATA

I diritti di riproduzione, di traduzione e di rappresentazione sono riservati per tutti i paesi, non escluso il Regno di Svezia e Norvegia

È assolutamente proibito di rappresentare questo dramma senza il consenso della Società Italiana degli Autori. (Articolo 14 del Testo unico 17 Settembre 1882).

UNIONE TIPOGRAFICA — MILANO


A TINA DI LORENZO L'AUTORE DI
DORINA DI NORA DI ANNA CON AFFETTUOSA
E RICONOSCENTE AMMIRAZIONE.

LIVORNO, 18 NOVEMBRE 1902.


Patria italiana sul teatro

A Gerolamo Rovetta.

Per qual ragione credete voi che il vostro nuovo dramma «Romanticismo» sia così ben accolto sui teatri di città in città d'Italia e dia alla nostra letteratura il conforto che un lavoro drammatico applaudito e piaciuto, nel pieno senso della parola, sia questa volta un lavoro italiano? Voi non pecchereste d'immodestia, rispondendomi che gli è perchè lo avete fortemente concepito e datagli una forma appropriata, con sentimento di verità e d'arte. I vostri personaggi son persone vive che operano e parlano in un ambiente reale: i caratteri sono quali, nelle rispettive condizioni di vita e d'ufficio, erano i caratteri del Lombardo-Veneto, triste vocabolo di austriaca memoria, mezzo secolo fa; gli affetti, quali nei cuori degl'Italiani di codesta nobile e visceral parte della patria nostra si venivano formando e nella vita si effondevano, in quel sacro decennio fra il '49 e il '59, che maturò, fermentante dal 1821, la libertà d'Italia. Il vostro conte Vitaliano Lamberti aveva nei decennii antecedenti portato il nome di Federico Confalonieri, di Giovanni Arrivabene, degli Arconati, degli Arese, dei Trecchi, dei Porro. Quella borghesia eroica che nella farmacia di Giovanni Ansperti riceveva l'epico giuramento dei fedeli al verbo mazziniano, e dava, serena e impenitente i suoi confessori e martiri alle forche di Belfiore, accolse il medico, il libraio, il prete, il patrizio, che non si chiamavano Ansperti, Fratti, Strassèr, Morelli, Lamberti, ma Scarsellini, Maggi, Maisner, Montanari, Finzi, Grioli, Zambelli, Speri, Penna, Ottonelli, Tazzoli. La povera Giuditta Ansperti, che muore di crepacuore un mese dopo esserle stato impiccato il marito, fu, in quella stessa Como, e in una farmacia, con dissomiglianza di vicenda e di fibbra, la forte donna il cui affetto tenace segue fino alle terribili carceri di Venezia Luigi Dottesio, e che è sopravvissuta, fino a sei anni fa, quasi nonagenaria, a quel dramma d'amore e di patria e di sangue. Dalle montagne del confine elvetico, che Ugo Foscolo inaugurò al rifugio dell'idea italica sotto l'egida delle libertà repubblicane; fra quelle balze, esercitate dal contrabbando politico, di mezzo alle quali il vostro conte trafuga in salvo il vecchio farmacista e si trova a dover ammazzare il tristo gendarme, che italiano, si fa gioia e vanto delle lacrime e del sangue degli italiani ribelli al suo imperatore; dalle balze di quelle montagne erano passati in una tempestosa notte del '22, a lume di torcie, l'Arrivabene, l'Ugoni, lo Scalvini, scampando allo Spielberg che ingoiava il Pellico, il Maroncelli, l'Oroboni, il Pallavicino, il Castillia, il Borsieri. Di quelle dame austriacanti, madri di figliuoli liberali; di quelle spose che avevano fatta una cosa sola dell'amore coniugale e della devozione all'Italia; oh quante la storia, la più inedita, del cuore di donna, quante ne avrebbe potuto consacrare alla compassione o al disprezzo, ovvero (come già per Teresa Confalonieri) al culto reverente, di noi che allora eravamo giovanetti! E il vostro consigliere imperiale, che divide la sua fedeltà tra l'aula della Cancelleria Cesarea e i recessi d'una di quelle alcove maledette nel verso del Berchet e del Nicolini, lo abbiamo avuto, mutati nomi e proporzioni, anche noi nella Toscana lorenese: salvo che qui la tragedia si assottiglia pianamente nel comico, che il Giusti di tra le quinte dell'allusione motteggevole ritraeva in iscorcio; nel modo stesso che la ferocia del gendarme Baraffini ingoffiava in qualche inocuo pupazzetto militare, tirato pe' fili della sestina scettica del Guadagnoli. Ma il pallido Ortis del romanticismo di tutta la penisola si disegnava con chiaroscuri lunari lungo le linee, sulle quali voi avete tracciata la figura del venturiero Rodolfo. E non piuttosto di Lombardia che di altra qualsiasi regione d'Italia era il marchese Giacomino, da voi ritratto con arguzia e festività goldoniane, quando dalla regione designata per la riscossa rivarcava il Ticino, sotto la bandiera tricolore, non più fatuo giovanotto quasi inconsapevole de' suoi stessi sentimenti di naturale amor patrio, ma soldato di Vittorio Emanuele alle cariche di Palestro e di San Martino.

***

E tutta questa vita vera di quel periodo della nostra storia Voi l'avete atteggiata con arte sapiente; sì per quel che avete condotto espressamente sulla scena, sì per quello che fra atto e atto avete trascorso. La morte della vedova Ansperti, quanto è più pietosa risaputa dopo! e come drammatico lo scontro dei patriotti coi gendarmi sul confine svizzero, nella penombra del racconto senza indugiarvisi sopra! E il suicidio espiativo dell'Ortis denunciatore, che Voi con audace novità fate raccontare dal marito alla moglie, e può da quella coppia pura avere generoso compianto; e il duello patriottico tra Giacomino e il Grosso ufficiale austriaco che ci pare aver conosciuto nonostante che voi non gli abbiate fatto l'onor della scena; sono tratti di artista possente, che sa risparmiarsi alle parti culminanti dell'opera meditata, e in queste poi eccellere luminoso.

Dico nel primo atto tutto intero, che non si dimentica; e (per quanto dallo avervi ascoltato può essermisi impresso nella memoria) nella scena, che mi parve bellissima su tutte, nella quale moglie e marito si rivelano, tardi ma in tempo, a se medesimi, e nella religione della patria riconsacrano e sublimano l'amor coniugale; e dove a quella religione il conte mazziniano inizia il marchesino, che d'ora innanzi avrà coscienza di ciò che sin allora solamente sentiva; e le arti poliziesche della suocera e del consigliere intorno alla giovane sposa magnanima; e il castigo che alla vecchia dama si viene, lungo tutto il dramma, apparecchiando nella diserzione d'ogni più caro e legittimo affetto, e nel supremo dolore, in cui ella ritrova colle lacrime materne se stessa, dell'arresto del figliuolo; e nella temperanza con la quale avete ritratto e lei e l'imperiale amico suo senz'aggravarli di troppo foschi colori, anzi lasciando che ancor egli, pur rimanendo inflessibile nell'aulica sua devozione contro l'idea italiana, e contro il «romanticismo» della rivoluzione impossibile, abbia tuttavia alcuno di quei tratti generosi a cui nessun cuore umano che non sia de' pochi affatto snaturati e perversi, rimane chiuso con sigillo inviolabile.

Questi sono pregi nobilissimi del vostro lavoro. Ai quali deve pur aggiungersi la sincerità della lingua e dello stile che mi parvero non peccare nè di trascuranza delle proprietà dell'idioma che ci è testimonio di nazione, nè di quella preziosità che sotto altre penne (e alcun'altra volta scusate sotto la vostra stessa) aliena dallo schietto quotidiano linguaggio il conversar delle scene. Grave questione cotesta, nella quale credo che autori ed attori avrebbero ancor molto da fare, qui fra noi, per conseguire al teatro nostro la virtù somma, che dovrebb'essere, in tutti i sensi ed aspetti, la verità.

Della verità storica poi, di fatti e d'ambiente, lumeggiata in modo squisito dalla valentia dei vostri interpreti e dallo sceneggiamento e dal costume, così fossero i drammaturghi sempre in sicuro possesso come siete stato Voi nell'interrogarne un'epoca, della quale i testimoni viventi rimangono, drappello di seniori, ancora in buon numero! Ahimè quanto falso medioevo sulle scene moderne! e non di scrittori italiani solamente; anzi, diciamo piuttosto, quanto falso medioevo italiano in lavori teatrali, che è sotto tale rispetto «peccato nostro e non natural cosa» tradurceli e accettarceli con plauso e, in certo modo, sottoscriverceli noi Italiani, sui teatri d'Italia! Voi avete dato un esempio, da augurarne imitatori. Ho riletto, dopo la rappresentazione del vostro «Romanticismo», le scene maestrevoli che la Sand desunse pel suo «Cadio» dalla storia della Vandea; nè le vostre mi paiono da meno: oltre poi il vantaggio, di averle Voi commisurate a scenica rappresentazione: chè il teatro parla a più e di più specie, persone che non il libro; parla a coloro ai quali non vorremmo non averci a pentire di aver insegnato a leggere il libro e il giornale; e parla, il teatro, il linguaggio del cuore, nel quale tutti anche e letterati e analfabeti, dovremmo saperci intendere e sentirci uniti nel bene. E si avverta che quanto è più facile lo adire le fonti del vero d'un'età a noi vicina, tanto più stringente è l'obbligo d'attingervi schietto: e più grave dunque il carico che Voi vi eravate addossato.

Proseguite animosamente, anche perchè — questo vi dico per ultimo, ma sopra tutto mi preme che vi sia detto; e per questo principalmente ho preso fiducia di scrivervi in pubblico — anche perchè voi avete fatto, signore, un'opera buona. E ciò pure io credo (e rispondo alla dimanda che Vi proposi in principio) sia legittimo titolo del lieto successo che avete incontrato. La Poesia civile, la quale, e romantica e classica, cooperò con tanta efficacia a conquistarci la libertà nazionale, è richiamata sotto le armi a difenderla: difenderla da nemici tanto più pericolosi in quanto essi pretessono in nome della libertà umana, mentre uccidono consapevoli o no, il sentimento della patria. Io ho pur una volta sentito, come da giovane, echeggiare il teatro di applausi patriottici: ve ne ringrazio di cuore. La grande istoria della servitù d'Italia e del suo risorgimento Vi offre, da tutto il secolo decimonono, altri degni argomenti a trattare o riproducendo con nomi storici o, molto meglio, dal complesso dei particolari, com'era avete fatto, idealizzando fedelmente al vero persone ed avvenimenti. Vi preghiamo — lasciatemi parlare in nome della generazione con la quale io discendo — Vi preghiamo, Voi che ascendete, non sia questo il solo lavoro con cui facciate rivivere sulle scene, a memoria, ad ammonimento, a conforto, la santa immagine della patria italiana.

Firenze, Settembre 1902.

Isidoro Del Lungo.

(Dal Giornale d'Italia: — Roma — Sabato 4 Ottobre 1902).

PERSONAGGI

  • Il conte VITALIANO LAMBERTI
  • Il conte di RIENZ
  • Il marchese GIACOMINO D'ARFO
  • RODOLFO CÉZKY
  • GIOVANNI ANSPERTI, farmacista
  • CASIMIRO FRATTI, medico
  • MAURO STRASSÈR, libraio-editore
  • Don CARLO MORELLI
  • Il signor FAUSTINO, direttore della Farmacia Ansperti.
  • BARAFFINI, sergente dei gendarmi
  • DEMOSTENE, facchino
  • FRANCESCO, vecchio servo di casa Lamberti
  • La contessa ANNA LAMBERTI
  • La contessa TERESA LAMBERTI dei duchi di Landro
  • GIUDITTA ANSPERTI
  • CAROLINA, vecchia cameriera della contessa Teresa
  • Una contadina
  • Gendarmi.

L'azione succede nel 1854:

Nel 1º atto a Como, nella farmacia Ansperti.

Nel 2º, 3º e 4º atto nella villa Lamberta, presso Milano.

ATTO PRIMO.

La scena rappresenta la retrobottega della farmacia Ansperti. Dai vetri delle finestre, che hanno le tendine bianche, ma sono aperte, e dagli usci si vedrà l'interno della farmacia e la porta che dalla farmacia mette sulla strada. La retrobottega è arredata come un modesto salottino borghese: un grande braciere con intorno alcune seggiole: una tavola grande, che serve da pranzo e da giuoco. — È la fine di novembre. — Sono le sette pomeridiane. La farmacia è illuminata con una lucerna ad olio: nella retrobottega una lucerna ad olio sulla tavola ed una candela di sego sulla credenza. Sulla tavola ad un'estremità, sul vecchio tappeto, è steso un tovagliolo con l'occorrente del pranzo per una sola persona.

SCENA PRIMA.

Il signor Faustino e la signora Giuditta. Il Signor Faustino, seduto a tavola, cena. La signora Giuditta, vestita assai modestamente, senza nessun ornamento, con un fazzoletto nero al collo, curva dinanzi al grande braciere, fissa la brace immobile, assorta, con la mente lontano. È pallida: ha l'aspetto sofferente.

Faustino continua a mangiare, poi dopo essersi pulita la bocca col tovagliolo cerca la bottiglia del vino con gli occhi: dopo un momento chiamando sottovoce:

Signora Giuditta! Signora Giuditta!

Giuditta scuotendosi: lo fissa senza capire.

Faustino sorridendo.

Sono condannato anch'io...

più sottovoce

A morir di sete!

Giuditta.

Ah!... Il vino!

si alza: va a prendere la bottiglia sulla credenza.

Scusi! La mia povera testa se ne va!

Faustino.

Coraggio, signora Giuditta!... Non bisogna crucciarsi e bisogna distrarsi!

dopo averla osservata: gravemente.

Lei è molto ammalata!

Giuditta scoppia in lacrime.

Faustino alzandosi e prendendole una mano.

Coraggio! Coraggio per lei...

sottovoce

e più ancora per lui.

Giuditta a mano a mano con crescente esaltazione.

Lo sento! Lo sento! Non lo vedrò più! La forca!... La forca! Poveri e ricchi! Plebei e nobili! La forca... non guarda più in faccia a nessuno!

Faustino.

Sst!

guarda verso la farmacia: poi, più sottovoce, spaventato.

Sa che quel rinnegato del sergente Baraffini l'ha presa a perseguitare e fa sempre la ronda!... — Pensi, invece — per calmarsi — che con tante perquisizioni non hanno trovato una prova sola contro suo marito! E suo marito, Tito Ansperti, è forte di corpo e di spirito: saprà negare, negare, negar sempre, per salvar sè e gli altri.

Giuditta.

E il dottor Lazzati? — Gli hanno trovato qualche cosa? — No. — Eppure lo hanno condannato a quindici anni di ferri! E poi... fra i suoi compagni...

Faustino con impeto.

Fra i patriotti?... Una spia?

Giuditta.

Una spia, no! Ma un animo debole che non resista ai patimenti, alle minacce, ai tradimenti... — Mi compatisca, signor Faustino!... Perdoni ad una povera donna che ama, che soffre... e che muore. Sì! Sì! La morte! Ecco la mia forza e la mia speranza, perchè il mio Tito non me lo rendono più! Sono tre mesi, più di tre mesi, che quel Baraffini aveva messi sopra di me i suoi occhi di spia infame! — È venuto a strapparlo dalle mie braccia! E rideva, ghignava, mentre i gendarmi lo ammanettavano! Lo hanno condotto a Como, a Milano, a Venezia! Dio, Dio, a Venezia! Sapete come si chiama la prigione dove lo hanno rinchiuso a Venezia? — Lo Stokhaus! — La casa delle bastonate.

scoppia di nuovo in lacrime.

Faustino esortandola a calmarsi.

Signora Giuditta! Signora Giuditta! Anche per quel povero vecchio del signor Ansperti!... Il signor Tito era l'unico figlio!

Giuditta.

Il babbo vive per la patria, per la vendetta! Lui... non è che suo padre! Io sono sua moglie! Lo amo, lo adoro, ne sono innamorata! Sono giovine ancora! È mio, è mio, il mio Tito e lo voglio!

Suona il campanello dall'uscio che dalla strada mette in farmacia: Giuditta si asciuga la lacrime in fretta.

Faustino fa per avviarsi in bottega.

Finisca di cenare. Vado io al banco.

vede in farmacia il conte Lamberti: sottovoce a Faustino:

È il conte Vitaliano!

Giuditta e Faustino mutano d'aspetto immediatamente: sorridono e si mostrano disinvolti.

Giuditta rimuovendo la brace con una palettina.

Avanti, avanti, signor conte! Venga a scaldarsi le mani! Soffia una brèva gelata! Un ventaccio di neve!

Faustino mentre Lamberti entra nella retrobottega.

Servitor suo, signor conte!

SCENA II.

Lamberti vestito da cacciatore e DETTI poi la voce di Demostene.

Giuditta.

È stata una buona giornata? Ha fatto buona presa?

Lamberti.

No.

Faustino.

M'hanno detto che attorno al Bisbino si levano le starne a nuvoli!

Lamberti.

Non sono stato a caccia.

Giuditta ha notato l'occhiata e il torbido umore di Lamberti: sforzandosi con una risata.

Allora grande allegria e festa per la selvaggina!

Lamberti fissandola con intenzione.

Appunto: grande allegria! Molta allegria!

Faustino per cavarsela, avviandosi in bottega.

Con permesso...

Giuditta.

Si ricordi: lo zucchero e il caffè a casa Bernasconi.

Faustino.

Subito!

chiamando

Demostene!

entra nella farmacia.

Demostene di dentro con una sua cantilena particolare.

vèngòòò!

Mentre dura il dialogo tra la Giuditta e il Lamberti, si vedrà il signor Faustino consegnare due pacchi di zucchero e di caffè a Demostene: poi, dall'uscio di strada, che si apre sempre con una scampanellata, entrerà una donna di servizio con una ricetta: il signor Faustino, legge la ricetta e prepara la medicina che consegnerà poi alla donna.

SCENA III.

Giuditta e il conte Lamberti nella retrobottega.

Nella farmacia — a suo tempo, e seguendo l'azione come è indicata nella scena II
Faustino, Demostene e la DONNA DI SERVIZIO.

Giuditta.

In questi mesi a Como si crèpa di salute! se non ci fosse un po' di lavoro in coloniali, con la farmacia non si caverebbero le spese!

Lamberti fa un atto di stizza, passeggiando in su e in giù.

Giuditta sforzandosi di sorridere.

Misericordia che nuvoloni! È giovine, è ricco... La signora contessa è una dea fra le più ammirate dell'Olimpo milanese di tutto il Lombardo-Veneto! Dovrebbe essere allegro, felice e invece è sempre tetro e brontolone, come il vecchio Silva dell'Ernani!

Lamberti fissandola.

Lei, invece signora Giuditta, lei, la moglie di Tito Ansperti... si mostra troppo di buon umore con me.

prorompendo.

Per Dio, non sono una spia!

Giuditta, spaventata.

Signor conte!

frattanto nella farmacia si svolge l'azione tra Faustino e Demostene com'è indicato nella scena II.

Lamberti.

E allora, perchè — tutti qui! diffidate di me? Lei, signora Giuditta, col suo ridere forzato, mentre è pallida, ancora stravolta dal dolore? E anche il signor Faustino, il dottore, anche don Carlo, tutti! E più di tutti il vecchio Ansperti, suo suocero!

Giuditta inquieta per sè commossa per il Lamberti.

Quel povero vecchio, dopo che gli hanno arrestato il figliuolo... in seguito ad una falsa denunzia... a sospetti senza fondamento, non ha più la testa a posto.

Lamberti avvicinandosi: sottovoce.

Giovanni Ansperti il Presidente della Fratellanza Repubblicana Comasca, ha il cuore sempre forte e la testa sempre a posto!

Giuditta lo fissa pallida, esterrefatta.

Lamberti.

So tutto; e stasera prenderò parte anch'io al vostro gioco del sette e mezzo. — Dov'è il signor Ansperti?... Di sopra?... Lo faccia venir giù. Se io fossi soltanto un imprudente — lei lo sa — Tito Ansperti a quest'ora sarebbe impiccato. Per chi è trovato in possesso di una cedola del prestito di Mazzini, c'è la pena di morte — e Tito Ansperti ne ha vendute cinquecento per cinquanta mila svanziche in un giorno solo e a Como soltanto! E il contrabbando? E la diffusione dei libri rivoluzionari?

con un impeto di collera.

Ma si fidi di me! Ha tanta fiducia nel signor Faustino, il direttore della sua farmacia, che conosce da pochi mesi, e in me no, che mi ha sempre veduto? Si fida di Demostene — il suo facchino — e non si fiderebbe di me, che ho avuto per trent'anni il fratello di suo suocero in casa mia, mio amministratore, mio procuratore? — Ma guardi la mia faccia. Legga nei miei occhi! Le par possibile che io possa essere un traditore, ovvero un pusillanime, un vigliacco?

Giuditta dopo un momento.

Io credo in lei? ma... e gli altri?...

esitando.

Ella sa perchè, non la sua persona, ma il suo nome è circondato da tanta...

Lamberti.

Antipatia, da tanto odio? Lo so.

Giuditta.

Da tanta diffidenza.

Lamberti.

Per mia madre! — Mia madre una duchessa di Landro, italiana, ma che chiamano «la Tirolese» perchè è tirolese il conte di Rienz! — Mia madre devota a casa d'Austria, mia madre la cugina, l'amica... Sì, l'amica, è falso, è un'infamia, ma tutti lo credono per gettarmelo in faccia! Mia madre l'amica di quel Conte di Rienz, del consigliere, dell'ispiratore mandato da Vienna all'arciduca!

Giuditta.

Signor conte! Signor conte!

Lamberti.

Ebbene, tutto questo è un grande dolore per me! È la vergogna che pesa sopra di me! Ma imputarmelo a colpa, no! — Dov'è la giustizia? E la giustizia dev'essere il sangue giovine e nuovo di un popolo nuovo e giovine! — È la mia disgrazia, terribile, signora Giuditta! Per mia madre, anche in casa mia, trovo la freddezza e l'indifferenza!

con un impeto di sincerità.

Io amo mia moglie con tutta la poesia, con tutta la passione, ma non sono riamato! — L'ho detto anche a Tito Ansperti: la patria prima; ma poi anche il mio nome da redimere, anche l'amore da inspirare, una famiglia mia da conquistare!

cambiando.

Ci vogliono prove?

Giuditta.

Non per me...

Lamberti.

Prove materiali, non ne ho, ma riuscirò a convincere lei e gli altri. — Dovevo essere iniziato alla Giovine Italia, presentato ai fratelli da suo marito. Quando egli fu arrestato, speravo che da un giorno all'altro fosse prosciolto...

Giuditta con un grido.

Sperava?... Oggi non spera più?

Lamberti deludendo la domanda di Giuditta.

Oggi ho alcune gravi rivelazioni da fare alla Società. Qualunque indugio potrebbe essere fatale.

più sottovoce afferrandole la mano.

I fratelli si raccolgono qui anche stasera?

vedendola esitante.

Ancora? — Ebbene lo dirò come ci siamo intesi io e suo marito, e mi crederà!

Giuditta lasciandosi cadere sopra una seggiola fissa ancora Lamberti che resta in piedi, davanti a lei.

Lamberti.

Anche Tito Ansperti era, come me, un cacciatore appassionato: ci incontravamo spesso, nei boschi lontani, e si cacciava poi insieme, soli io e lui, le intere giornate.

Giuditta.

So, so; ebbene?

Lamberti.

Una mattina prestissimo, ai primi di settembre...

Giuditta interrompendolo.

Il giorno stesso in cui sono venuti i gendarmi?

Lamberti.

No. Tito Ansperti è stato arrestato il venerdì: noi, invece, ci siamo incontrati la mattina del mercoledì: sono date che non si dimenticano.

Giuditta come un'eco: quasi cupamente.

Alle otto di sera, il cinque settembre: venerdì. Sono date che non si dimenticano!

Lamberti.

Io avevo fissato la posta dietro la villa del Pizzo, alle prime boscaglie che salgono poi, a dirupo, lungo la montagna. L'alba non spuntava ancora: io avevo attraversato il grande giardino dell'albergo «Alla Regina d'Inghilterra», avevo scavalcato il muro di confine fra il giardino dell'Albergo e quello della villa e mi ero lasciato cader giù, di colpo, nel recinto della villa stessa, quando vedo passarmi davanti agli occhi il lucicore di una canna di fucile e sento una mano forte, di ferro stringermi alla gola.

Giuditta.

Tito?

Lamberti.

«Che fate qui? — Dove andate?» — borbotta il mio aggressore, in tono di minaccia e di collera.

Giuditta.

Era lui?... Era Tito?...

Lamberti.

Ma allora, subito...

Si ode il campanello della farmacia: entra la donna com'è indicato nella scena seconda.

Giuditta con voce indifferente, avvicinandosi all'uscio a vetri.

Come sta la padrona?

Donna di dentro.

Stasera è quasi senza febbre!

Giuditta.

Buon segno! Speriamo!

rientra: torna a sedersi come prima: con la stessa intonazione di prima.

Era lui? Era Tito?...

Lamberti.

Lo riconosco alla voce! «amici!...» rispondo «Lamberti!» L'altro rallenta la mano, mi lascia libero, ma il suo viso — la penombra a mano a mano diradava — rimaneva accigliato, inquieto. — «Non è la buona strada, signor conte! — Per di là! Per di là!» — E mi respinge a viva forza verso il muro di cinta, quando ad un tratto si ode nella boscaglia un frastuono, un precipitare di passi e dal dirupo erto, scosceso due giovani montanari piombano, d'un salto, in mezzo a noi, e buttati vari pacchi di libri e di carte ai nostri piedi, continuano sempre giù, a precipizio, e spariscono nella discesa!

SCENA IV.

Suona il campanello della farmacia: entrano Don Carlo Morelli e Mauro Strassèr. Si fermano al banco a discorrere col signor Faustino. — Poi in fine entra in Farmacia il Dottor Fratti.

Giuditta dopo aver guardato, rimanendo seduta, chi è entrato in bottega: a Lamberti in tono rassicurante.

Don Carlo e il libraio Strassèr!

Lamberti continuando.

Erano due contrabbandieri! E portavan libri del Guerrazzi, del Gioberti, la Francesca da Rimini del Pellico! Erano giornali, l'Italia del Popolo, coi proclami di Mazzini, di Saffi, di Kossuth, stampati a Capolago dalla tipografia Elvetica.

cambiando, ridendo.

Ah! ah! La villa del Pizzo! La villa dell'arciduca Ranieri, vicerè del Lombardo-Veneto, è un buon posto, sicuro, per un simile contrabbando! — Tutto ciò io indovino, intuisco a quella rapida scena, il pallore minaccioso dell'Ansperti, e subito, gettandogli le braccia al collo e baciandolo, gli grido ma, a voce bassa, con tutto il calore del mio sangue: «Viva l'Italia!» — Viva l'italia — mi risponde l'Ansperti abbracciandomi a sua volta, sicuro che io non ero un giuda! — Una vecchia tana di volpe serve di nascondiglio, fino a sera, ai libri e ai proclami...

scampanellata forte: è il dottor Fratti che entra in farmacia.

Giuditta sottovoce.

Il dottor Fratti!

Lamberti.

E la sera ne abbiamo introdotti a Como, quanti ce ne stavano, sotto gli abiti, nelle tasche, nel carniere... Poi a Milano.

Giuditta con fede e con entusiasmo stringendogli la mano.

Adesso sì!

Lamberti interrompendola: allontanando la propria mano.

Adesso o credermi o denunziarmi!

Giuditta.

Andiamo su, dal babbo!

si stringono la mano. — Giuditta, chiamando sull'uscio a vetri.

Venite avanti!

Don Carlo.

Buona sera, signora Giuditta!

Giuditta.

Qui fa più caldo! — Demostene!

Demostene di dentro.

Vengòòò!

Giuditta.

Porta del carbone!

Dottor Fratti sull'uscio della farmacia.

E il signor Giovanni?

Giuditta.

Vado a chiamarlo e torno subito. Anche lei, signor Faustino! Venga a preparare le carte e le puglie. Resterà Demostene in bottega! Addio signor Strassèr!

Strassèr.

Buona sera!

Giuditta e Lamberti entrano dall'uscio di fianco, a sinistra, che mette alla scala e quindi alle stanze superiori.

SCENA V.

Don Carlo Morelli, il Dottor Fratti e Mauro Strassèr entrano dalla farmacia nella retrobottega: poco dopo da un uscio di fianco entra Demostene, in maniche di camicia e con un lungo grembiule bianco, portando un cesto di carbone.

Tutti depongono i mantelli, i cappelli sulle seggiole; chi appoggia l'ombrello, chi il bastone alle seggiole; si levano i grossi guanti di lana.

Frattanto entra Demostene e vuota mezzo il cestello del carbone sul braciere, lascia il cesto per terra accanto al braciere e passa per l'uscio a vetri, nella farmacia.

Tutti gli altri si avvicinano al braciere.

Fratti.

Il freddo, io lo soffro alle mani.

Strassèr.

Io, invece ai piedi.

Don Carlo sorridendo bonariamente e crollando leggermente il capo con un moto che gli è abituale.

Io alle mani, ai piedi e a tutto il resto!

ridono.

Fratti scherzando.

Siete vecchio, Don Carlo, e i vecchi, si sa, amano il caldo!

Don Carlo.

No, no! Io no! Secondo le stagioni. D'inverno amo stare al caldo, ma d'estate... al fresco!

ridono.

SCENA VI.

Il signor Faustino e detti; poi la signora Giuditta.

Faustino entra, spazzola il tappeto che è già sul tavolo e prepara le carte e le pugliette per il giuoco.

Don Carlo aperta la scatola del tabacco, ne offre allo Strassèr.

È vostro compatriotta: rapè d'Ungheria!

Strassèr prendendo il tabacco e annusando.

A me, già, che volete?... L'idea di riprendere il nostro... sett'e mezzo, ancora qui, proprio qui, dopo l'arresto dell'Ansperti, mi pare...

Don Carlo crollando il capo e rimescolando la cenere con le molle.

Anche a me. Mi pare, forse un eccesso di astuzia!

Fratti.

E l'abbandonare improvvisamente la farmacia, non sarebbe stato invece, un eccesso di... ingenuità? Qui ci tengono d'occhio, ma lo sappiamo e abbiamo preso le nostre precauzioni!

Faustino.

E poi trovare un altro posto?... Quale?... Dove?

Fratti.

Qui siamo vecchi amici: siamo sempre venuti e, finchè la polizia ce lo permette, continueremo a venire.

Strassèr voltandosi dà un'occhiata sospettosa all'uscio che mette alle stanze superiori.

Però, stasera, aspetteremo almeno, a giuocare, che quell'altro...

vuol dire: che il Lamberti se ne sia andato.

Don Carlo chiamando Faustino.

Pst!... Faustino!

Faustino si avvicina.

Il conte Vitaliano è andato su dal signor Ansperti!

Fratti.

A che fare?

Faustino.

Non so. È stato qui più di un'ora a discorrer colla signora Giuditta!

Tutti si fissano come interrogandosi a vicenda.

Fratti.

Come... figlio di sua madre, non m'ispira molta fiducia!

Don Carlo scrollando il capo e sorridendo con bontà.

Con tutti i suoi milioni è un povero infelice!

Faustino.

Per sua moglie?

Don Carlo.

Credo, molto di più... per sua madre!

Strassèr.

Voi andate spesso a villa Lamberta?

Don Carlo.

Sì, dalla contessa giovine.

a Fratti.

Voi pure, dottore?

Fratti.

Mi fanno chiamare per le persone di servizio. Per i padroni, arriva il medico da Milano. Peccato! Curerei la vecchia tanto volentieri... con l'arsenico!

Strassèr.

Ma... anche la contessa giovine, pare, non è troppo molto buona con suo marito?

Don Carlo scrollando il capo, più forte.

Non saprei! — Io so... che è molto buona per i miei poveri!