SOTT'ACQUA

RACCONTO

DI

GEROLAMO ROVETTA.


TERZA EDIZIONE


MILANO

FRATELLI TREVES EDITORI.

1883.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

Riservati i diritti di traduzione.

Tip. Fratelli Treves.


INDICE

[Capitolo I]
[Capitolo II]
[Capitolo III]
[Capitolo IV]
[Capitolo V]
[Capitolo VI]
[Capitolo VII]
[Capitolo VIII]
[Capitolo IX]
[Capitolo X]
[Capitolo XI]
[Capitolo XII]
[Capitolo XIII]
[Capitolo XIV]
[Capitolo XV]


SOTT'ACQUA

CAPITOLO I.

— Sarai buona, non è vero?... Mi prometti di non farmi ingelosire?

— Te lo prometto.

— Giuralo.

— Giuro.... bambino mio.

E a questo punto, com'è naturale, si udì nel salotto il leggerissimo susurro d'un bacio.

Quando la contessa Elisa chiamava bambino il conte Eriprando degli Ariberti, voleva proprio dire che si trovava allora molto in tenero con lui; cosa che non le accadeva sempre, quantunque, quasi sempre, ella credesse di volergli bene. Ma dal canto suo, la contessa Elisa era occupatissima, aveva ogni giorno un infinito numero di cosucce da fare e da sbrigare, mentre il conte Eriprando non ne aveva che due sole: voler bene alla contessa Elisa ed aspettar pazientemente una risposta alle carte ch'egli aveva inoltrate negli uffici delle strade ferrate A. I., col nobilissimo scopo di ottenere un impiego. Anche le grandi occupazioni però della contessa Elisa Navaredo si riducevano a questo, di trovare il modo di fare il passo più lungo della gamba, di fare insomma abbastanza buona figura a dispetto delle ristrettezze economiche che l'angustiavano. E, bisogna poi renderle questa giustizia, tutto sommato, ci riusciva benino.

Con un certo buon gusto che le era particolare, sapeva far comparire e scomparire le guarnizioni, i pizzi e i fiori dalla veste al cappellino, e viceversa; sapeva bravamente, con due abiti vecchi, farsene uno nuovo, e quanto meno la stoffa conservava il colore, la contessa ci rimediava accorciando tanto più le maniche e abbassando lo scollato. Teneva una cameriera, la Beppa, che faceva anche da cuoca, e il cocchiere serviva in tavola, annunciava le visite, tostava il caffè, portava l'acqua, puliva le stanze, e tagliava la legna per la stufa della sala, che si accendeva solamente la domenica, giorno di ricevimento in casa della Contessa, la quale, in tal modo, mangiando pochino sette giorni alla settimana e studiando l'arte di parere dodici mesi all'anno, poteva darsi ancora delle arie con una rendituccia di sei o sette mila lire: e quando Lord Palmerston, era questo il nome del suo cavallo, non pativa di reumi, poteva anche fare le visite nella sua carrozza: un brougham stinto e sdruscito, ma che aveva dipinto sugli sportelli uno stemma così grande da parere l'insegna d'un tabaccaio.

Il conte Eriprando degli Ariberti di rendite ne aveva ancor meno; ma, in compenso, era più ricco d'amore.... fors'anche perchè la contessa non lasciava mai che lo spendesse tutto. Il loro sangue egualmente puro scendeva all'uno e all'altra attraverso un lungo ordine di magnanimi lombi: quello del conte però era molto più caldo, più abbondante, più vigoroso di quello della contessa: ma la differenza si spiega subito coll'avvertire che lui non aveva ancora ventitrè anni, mentre lei ne aveva contati fino a trentadue.... e poi si era fermata lì, senza tirare più innanzi.

Si erano alzati tutti due dal canapè, il conte però prima della contessa; quest'ultima tenendosi stretta al braccio del giovanotto e lasciando che egli facesse un po' di forza per sollevarla; e sebbene dal canapè all'uscio non ci fossero che due passi e mezzo da fare, ella percorse quel brevissimo tragitto appoggiata, abbandonata quasi di peso su lui che la guardava in un certo modo che voleva dire “se tornassimo indietro, cara, a sederci un altro pochino?...„

— No, sai; bisogna, adesso, che tu vada via.

— Ancora cinque minuti soli....

— No, no: è tardi, e domattina mi devo levare per tempo.

E la contessa Elisa, per far intendere al conte Eriprando che quella volta poteva proprio lasciare ogni speranza, tirò indietro il sorriso languido, si fece subito seria seria, e gli si levò d'addosso, mentre colle due mani accomodava i capelli sulla nuca, che le si erano scomposti.

— Cattiva!

— Ma, sai, bambino, che con tanta gente che ho conosciuto, un egoista come te, non l'ho mai incontrato?

A queste parole il conte Eriprando fece il muso; ma la contessa Navaredo, quasi stizzita, tirò innanzi senza badargli:

— Per te non dovrei nè dormire, nè mangiare, nè uscire, nè far nulla.... altro che filare il sentimento!

— Ti domandava cinque minuti soli, soli....

— È dalle dieci che mi domandi cinque minuti; e abbiamo fatto venire la mezzanotte.... E poi, ho già suonato; c'è la Beppa di là che ti aspetta per farti lume e io non posso soffrire les commérages delle anticamere.

Le anticamere di casa Navaredo si riducevano al pianerottolo della scala: ma, come metafora, poteva passare.

— Dunque, alle dodici in punto ci troviamo alla stazione?

— Sì, caro; ma ricordati che non voglio altre lune.

Il giovanotto promise di no, e la contessa, che con una mano avea già mezzo aperto l'uscio del salotto, lo chiuse di nuovo, e si baciarono un'ultima volta.

— Sei contento?

— Adesso sì.

— Dunque va, da bravo. Ricordati domattina di telegrafare all'albergo, perchè ci tengano pronte le camere.

— È già tutto fatto.

— Grazie....

— Prego....

L'uscio fu aperto: la Beppa era là, sul pianerottolo, col lume in mano e colla faccia sbianchita e ingrugnata dal sonno.

— Buona sera, signora contessa.

— Buona sera, signor conte. A domani.

— A domani.

La Beppa scese innanzi adagio, giù per la scala, ripida, stretta e oscura, tenendo alto il lume col braccio levato.

Quando fu sulla porta di casa, Ariberti tolse dalla tasca interna dell'abito un portasigari di pelle nera con una vistosa corona di conte nel mezzo: poi, dal portasigari, un virginia: ne cavò la paglia che ripose nell'astuccio, lo accese al lume della Beppa, tirò in fretta due o tre sbuffate di fumo per vedere se andava bene, e dopo, dal medesimo portasigari, levò un mozzicone che porse alla donna:

— To'... lo darai a Menico.

Menico era il cocchiere, il cameriere, il porta acqua, il caffettiere, lo spaccalegna di casa, e quando aveva due minuti di tempo, anche l'amante della Beppa.

— Grazie, signor conte!

Bon dì.

— Serva sua.

E la Beppa, sbatacchiata la porta dietro al giovanotto, tirò tanto di catenaccio.

CAPITOLO II.

Il conte Eriprando degli Ariberti quella notte non aveva sonno: invece si sentiva in cuore una gaiezza insolita e nelle gambe una elasticità, una voglia di camminare che lo fece andare a zonzo per più d'un'ora. La gioia tutta nuova che lo aspettava al domani, quel viaggio con Elisa, quelle due o tre settimane che passerebbe con lei in riva al mare, lo rendevano l'uomo più beato della terra.

In quell'azzurro c'era però un punto nero; anzi, per essere esatti, bisogna dire che ce n'erano due, quantunque uno più piccino dell'altro.

Il punto grande, lo scarabocchio, era quella musona della contessina Cecilia; il punto piccolo, quello screanzato di Gegio. Da un'altra parte, sola con lui, la contessa Elisa non ci sarebbe andata, a Venezia: ella vi andava per tener compagnia alla figliuola, e per la salute del suo nipotino: ed anzi, quando lui e lei, negli amorosi colloqui delle serate primaverili, vagheggiavano quella giterella come il sogno incantevole d'una notte d'estate, tutte le loro speranze erano sempre riposte nelle scrofole del bambinello.

Dopo d'aver girato in su e in giù, per straducce buie e deserte, alla fine dovette pure decidersi a rincasare. Rallentò il passo, e rimpianse il mozzicone che aveva donato a Menico, perchè il suo virginia era consumato.

Il conte Eriprando abitava molto lontano dalla contessa Navaredo, in una viuzza modesta, in una casetta dall'aspetto meschino e dove il fitto, che si pagava ogni semestre, era proprio una miseria. Quando vi giunse, prima di metter la chiave nella toppa, levò il capo e guardò una finestrella del secondo piano: era spalancata e ne usciva uno sprazzo di luce.

— La mamma è ancora in piedi, — disse fra sè, nell'aprire.

Non poteva sbagliare. Il lume non era certo quello della serva, perchè la contessa degli Ariberti serve non ne aveva, se non si vuol contare una donnetta che andava da lei la mattina a sbrigare le faccenducce più umili.

— Sei ancora alzata? — disse il conte entrando nella stanza della mamma.

La vecchierella era intenta a stirare sopra una gran tavola di legno greggio, e tutto all'intorno, sul canapè, sulle sedie, sul cassettone, si vedevano, disposte con cura, delle mutande, delle calze, delle camicie, dei solini e dei polsini finti: grande amarezza questa del conte Eriprando, il quale non vedea l'ora d'esser capo-ufficio per avere le camicie coi polsini e il collo tutto attaccato. Sua mamma, poveretta, aveva tentato di fargliene una: ma ci perdette intorno una quindicina di giorni senza potervi riuscire: il solino, non c'era caso, faceva borsa da una parte o dall'altra!....

Nella stanza piccola, bassa, faceva un caldo da soffocare, sebbene la finestra fosse aperta ma di fuori c'era scirocco, e di dentro due lucerne di petrolio infocavano la stanza colla loro luce sfacciata e rossastra. Eriprando cominciò subito a sudare; invece la vecchiarella secca, piccina, che lavorava in quel forno dalle otto della sera, non sudava affatto.

— Mi trovi alzata perchè non ho sonno; già, con questo caldo, anche a voler dormire, non si può. E poi, ti occorre la roba per domattina, e io, lo sai bene, preferisco andare a letto tardi, piuttosto di essere costretta a levarmi presto.

La buona donna mentiva adesso col suo figliolo. Sapeva bene lei che, per quanto fosse andata tardi a letto quella sera, avrebbe sempre dovuto alzarsi per tempo il giorno dopo. Il viaggio del contino la affaticava da un mese. Aveva dovuto provvederlo di biancheria e riaccomodargli quella vecchia: aveva dovuto pulire, sbattere, rammendargli i panni, e solamente attorno all'abito nero ci aveva sciupati sette giorni e perduto un occhio e mezzo. Ma, e d'altra parte come si fa?... Il conte Eriprando degli Ariberti, partendo da Vicenza per le bagnature colla contessa Elisa Navaredo e la contessina Cecilia D'Abalà, non poteva andare come un pitocco qualunque.

Gli Ariberti erano una delle più antiche famiglie di Vicenza: ed è forse per questo che la troviamo così vicina a morire di consunzione. Il padre del contino Eriprando, il conte Eutichiano, era stato un impiegatuccio a duemila cinquecento; e in un momento di debolezza e con tre semestri di fitto in arretrato alla gola, aveva commesso un matrimonio morganatico, come diceva lui, colla figlia della sua padrona di casa, l'Orsolina, che fu poi così compresa delle illustri nozze, alle quali era stata assunta, da camminare in punta di piedi, quando si trovò gravida, per paura di scomodare il nobile rampollo che il conte suo marito s'era degnato di affidarle per la gestazione. Con legittimo orgoglio del conte Eutichiano, che vedeva così continuata la nobile prosapia, l'erede (erede per modo di dire, che non c'era proprio niente da ereditare) fu un maschio e subito gli misero nome Eriprando. Era l'Eriprando nono o decimo della casa, e tutti i predecessori che portarono prima quel nome, in sei o sette secoli, avevano avuto in mano, l'uno dopo l'altro, i destini della città.

Per l'Orsolina, il conte figlio era qualche cosa di sacro. All'affetto materno ella univa nel suo cuore la religione, il culto che professava all'ultimo discendente degli Ariberti, e facendogli da serva, credeva in buona fede di non fare nulla più del suo dovere.

Il conte Eutichiano morì quando il bambino non aveva più di tre o quattro anni. Alla vedova ed al pupillo non rimase altro per vivere che la magrissima pensione del marito, la biancheria e il mobilio bastante per quattro stanze: cominciarono col subaffittarne due, e n'ebbero così un altro cespite di entrata.

Mamma Orsolina si tiranneggiava, si misurava, come si suol dire, il boccone di pane, e tutto ciò perchè Prandino non mancasse di nulla. Lei faceva colazione con una fetta di polenta, se ce n'era: ma Prandino, quando andava a scuola, avea il suo canestro per la merenda sempre ben fornito. L'Orsolina la si vedeva, a ricordo d'uomo, con una vesticciuola di percalle a quadrettoni caffè, linda, pulita, ma tutta a rattoppi, che pareva un mosaico: invece il camiciotto di Prandino era novo fiammante, la biancheria fina, le scarpette lucide e scricchiolanti.

Quando venne il momento di dover pensare ad una professione pel contino Eriprando, la buona donna si sentì stringere il cuore; ma, vedendo anche lei che, senza far nulla non avrebbe potuto vivere, volle almeno ch'egli s'avviasse all'avvocatura.

Lo fece studiare..... e trovò modo, Dio solo sa con quanti stenti e con quanti sacrifici, di mantenerlo all'università: ma quando già era dottore, Prandino stesso comprese da sè che anche colla laurea avrebbe finito copista in qualche studio: il genio forense gli mancava del tutto. Allora, facendosi più sentito il bisogno di guadagnare, si decise anche lui a trangugiare l'amaro calice e cercò un impiego nelle ferrovie. Adesso che lo abbiamo imparato a conoscere, aveva già mandato le sue carte, aveva passato benino gli esami.... ma continuava ad aspettare l'impiego, che si prometteva e non arrivava. Mamma Orsolina, del resto, non disperava. Era sicura che col suo nome Prandino avrebbe fatto una bella carriera e figurandoselo commendatore e capo-traffico, non lo vedeva, per il momento, alla vendita dei biglietti ed alla spedizione delle merci. Certo che se il parentado degli Ariberti lo avesse voluto aiutare.... ma l'Orsolina non si lamentava di nessuno. I parenti non le erano venuti incontro, quest'è vero: ma i parenti, si sa bene, per queste mosse hanno sempre le gambe troppo corte, e poi nemmeno lei li era andata a cercare. D'altra parte era troppo buona per sentire dell'odio, dell'invidia, o solamente dell'amarezza, per alcuno: ella sopportava tutto in santa pace, ed era più che soddisfatta, felice, quando le domeniche d'estate andava in Campo Marzo, tutta chiusa nella sua mantelletta di seta nera, in compagnia della signora Luciana, una zitellona che teneva in affitto da molti anni le due disponibili delle quattro camerette, e le poteva dire, indicandole i più splendidi equipaggi che passavano al trotto: — quella signora là, è la marchesa tale, seconda cugina di Eriprando: — quell'altro signore è il conte così e così, terzo cugino di Eriprando: — adesso arriva il principe Caio, fratello d'un cognato d'una cugina di Eriprando — e con queste indicazioni la durava per tutto il passeggio, e la domenica vegnente ricominciava da capo, senza che mai ne dimenticasse un solo!... Quando poi rientrava in casa, dopo il corso di Campo Marzo, era tutta beata: le sue stanzette le sembravano più grandi, più lucente il cassettone, più morbido il canapè: e a cena, la sua polenta asciutta le parea dolce e saporita come un marzapane.

Mamma Orsolina, anche quella notte continuava nel suo lavoro, e il conte Eriprando, secondo il solito, quantunque del bene gliene volesse, non si sentiva rattristare dallo spettacolo di quella vecchiarella che si affaticava per lui. Era un po' viziato l'amico: era stato avvezzo a esser servito: e poi, colla propria coscienza si accomodava facilmente, pensando che s'egli l'avesse anche sgridata, tanto e tanto quella buona donna non avrebbe voluto intender ragioni.

Non le disse nulla dunque, ma invece si mise anch'egli a far qualche cosa. Prima di tutto si levò l'abito nero e tenendolo sollevato con una mano, coll'altra ne cavò, dalle tasche, il portasigari, un portafoglio di cuoio con una corona d'argento nel mezzo, dono della contessa Navaredo: un fazzolettino di battista che aveva pure una gran corona da conte ricamata in un angolo, capolavoro di mamma Orsolina, e un paio di guanti scuri, piegati a mezzo. Tutta questa roba la collocò in ordine, sul tavolino, e poi cominciò a ripulir l'abito ben bene.

La contessa Elisa usava di nascondere colla cipria l'impertinenza dei capelli bianchi, che qua e là cominciavano a comparire nell'ampio volume della chioma bionda, e perciò, dopo i loro colloqui, il conte Eriprando rimaneva tutto bianco di farina di riso. Anche quella sera, mentre colla spazzola dissipava le amorose tracce, un profumo di cipria all'opoponax lo avvolse come in una nuvola, sollevandogli nella mente, nel cuore, nei sensi, dei ricordi, che lo facevano vagar lontano da quella povera stanzetta, fino al canapè dei cinque minuti.

Quando l'abito fu spazzolato, il conte Eriprando lo posò delicatamente sul divano, piegandolo in quattro, colle fodere fuori. Quell'abito avea da sostenere una gran parte alle bagnature; figuratevi che, come si suol dire, era figlio unico di madre vedova!... Poi, venne la volta dei guanti; prese un piccolo calamaio d'osso, una penna, e, sedutosi, sempre in manica di camicia, vicino a una lucernetta, cominciò adagio adagio e con molta pazienza, a colorir coll'inchiostro dove la pelle era un po' consumata.

Il conte e la contessa erano così occupati da una mezz'ora, quando dopo un “si può„ che ebbe risposta affermativa, s'aperse l'uscio che dava sulla scala, ed entrò nella stanza una figura nera, lunga, ossuta, tanto da non potersi indovinare, a prima vista, se fosse un prete o una donna. In mano aveva un bicchiere, pieno, per due terzi, di caffè.

— A lei, contessa Orsolina; ho fatto il caffè fresco e gliene porto una mezza chicchera.

La signora Luciana non aveva mancato mai, in tanti anni di fitto, di chiamare contessa l'Orsolina: anzi ci teneva di rimbalzo a tutta quella aristocrazia, perchè già i titoli, anche quando non cavano la fame, riempiono la bocca.

Il conte Eriprando salutò la signora, senza scomporsi, con un inchino cordiale e dignitoso a un tempo, e continuò tranquillamente a tingere i guanti.

— Ne vuoi due dita? — chiese mamma Orsolina rivolgendosi al figliuolo.

— Grazie, mamma. Dammene una goccia in un bicchier d'acqua.

L'Orsolina uscì, e rientrò subito con una ciotola di cristallo quasi piena d'acqua fresca; si avvicinò al suo ragazzo, e versò tanto caffè nella ciotola, finchè questi, che aveva levati gli occhi, fe' cenno col capo che bastava.

Anche la signora Luciana, quando tutti ebbero terminato di bere il caffè, prese, senza dir nulla, un ferro dal fornello, e, da un altro lato della tavola, cominciò a stirare dei fazzoletti.

— La signora Luciana non ha mai sonno!

— Lo creda, signor conte, io dormo d'inverno anche per l'estate.

— Hum! Chissà.... chissà che foco ci brucerà sotto a tutta questa insonnia!...

— Oh! giusto!.... Che fuoco la vuole che ci bruci sotto, caro lei!....

Luciana, ad onta dei quarant'anni sonati, anzi, forse appunto per questo, se la godeva un mezzo mondo quando il bel giovinotto le toccava certi tasti delicati.

— Io non ne so nulla: però i miei sospetti cadrebbero sopra un capitano dei bersaglieri, stagionato ma ben portante, che vedo spesso girellare da queste parti con certe arie da conquistatore....

— Mi fa la grazia di tacere? Mi fa la grazia di non inventarne sempre delle nuove, lei? Ieri era un avvocato, oggi è un capitano dei bersaglieri, stagionato ma ben portante!.... Quasi che non ci fossero altre donne per la casa, e più belle di me!....

— Via, via, signora Luciana: lo sa anche lei, lo sa anche lei di essere amata: e ne gode, e si vede:

“Quando nell'ombra de' suoi negri occhioni

Improvvise balenano e procaci

Le cupidigie che...„

— Zitto là!.... non dica sciocchezze!.... e vada a dormire.... che domani.... Domani dev'essere una gran giornata per lei, ma... acqua in bocca! Acqua in bocca, chè se no, ce ne sarebbero degli altarini da scoprire!....

— Sa, — continuò l'altro, che invece di essere spaventato, si sentiva lusingato da quelle minacce, — sa, signora Luciana, che sto già preparando de' versi per le sue nozze?

“Dall'arida cenere

Rinasce il mio core,

Ritorna la cetera

Ai canti d'amore.„

— Grazie tante, ne faccio senza de' suoi versacci, tutti pieni di sporcizie....

Le tue carezze le conosco io solo, continuò l'altro facendo gli occhiacci.... — E il tuo guancial per me non ha segreti....

— Le dico di smettere!....

Guai se potesse dir quel letticciuolo,

Se potessero dir quelle pareti....

— La vuol finire, sì o no? Prenda il suo lume, i suoi guanti, e vada a dormire subito, subito, subito!....

Così dicendo, la signora Luciana, rossa come un peperone, con certe chiazze che non erano tutto pudore, si era buttata addosso al giovanotto, per farlo tacere, per ispingerlo fuori della stanza, e intanto si godeva a stringergli le mani e le braccia. Il conte Eriprando continuava a ridere e a recitare i versi dello Stecchetti, per irritare sempre di più la signora Luciana; ma poi, siccome era tardi, prese il lume, i guanti, che avea involtati in un giornale, e s'avviò davvero per andare a dormire. Mamma Orsolina rideva a quelle scene, senza capirne nulla, tutta allegra per l'allegrezza del suo figliuolo:

— Aspetta, Prandino!... Vengo anch'io!...

E lasciata la signora Luciana a brontolare e a finire la camicia che aveva già mezzo stirata lei, entrò col figlio nell'altra camera.

Chiuse la finestra, rimboccò le coperte del letto; uscì e tornò con un bicchier d'acqua fresca che pose sul tavolino da notte, e poi, finalmente, se ne andò dalla camera, ma dopo aver salutato e guardato il suo figliuolo con una occhiata nella quale c'era dentro un bel bacione, ch'ella, intimidita, non osava dargli.

Prandino aveva cominciato a svestirsi quietamente, colla cura di chi non vuole strapazzare la propria roba. Piegò il panciotto e i calzoni, e involtò la cravatta di raso nero nello stesso numero del Giornale di Vicenza, dove c'erano i guanti. Fatto ciò, perdette ancora del tempo parecchio a lucidare la sua catena di similoro; una catena che credevano tutti, anche la contessa Navaredo, fosse d'oro massiccio. Levò quindi dal cassettone un cartoccio, nel quale stava involtato un portafogli unto e bisunto, il predecessore di quello che gli aveva regalato l'Elisa, e tornò a contare, operazione che da una settimana faceva regolarmente tutte le sere, il danaro che c'era dentro.

Non c'era verso: erano dugento ottanta lire, non una di più, non una di meno!... Allora tornò, come tutte le altre volte, a rifare i suoi calcoli: tanto pel viaggio, tanto per la camera, tanto pel vitto, pei bagni, per le acque, pei traghetti... Ne aveva per dodici giorni, a far molto! Fossero state almeno trecento, avrebbe avuto un po' di largo!.... Alla fin fine viaggiava con signore, e colle signore si spende sempre di più... poi c'era quel monello di Gegio, il quale si metteva a piangere dalla sete e voleva bere tutte le volte che vedeva un caffè.... poi c'era suo cugino Badoero, sicuro, che lo avrebbe condotto in società e che indirettamente lo avrebbe fatto spendere anche lui.

Bisogna sapere che su questo cugino Badoero il conte Eriprando ci faceva molto assegnamento per darsi arie a Venezia. Ne aveva discorso molte volte colla contessina Cecilia, e non parlava mai delle bagnature colla contessa Elisa, senza ch'egli non le promettesse di presentarglielo. Per dire la verità si conoscevano appena di nome, tanto da scambiarsi i biglietti di visita ogni capodanno e nulla di più. Ma, non importa, erano parenti lo stesso: e il Badoero, oltre di appartenere ad una gran famiglia, — figuratevi che fra maschi e femmine contavano in quella casa più di una dozzina di corni, corni ducali, s'intende, — oltre dunque di appartenere ad una gran famiglia era anche un riccone sfondolato. Ma pur troppo, per quanto il cugino Badoero fosse ricco, le ducento ottanta lire del conte Eriprando non ne volevano sapere di diventare trecento!...

E queste sue pene, dopo d'essersi levati gli stivali prima di saltare nel letto, le confidò tutte con un'occhiata piena di passione ad una fotografia portrait-album, ch'egli teneva sul suo tavolino da notte appoggiata a un elegante cavalletto di legno intarsiato.

In quel ritratto la contessa Elisa dimostrava una diecina d'anni di meno, ragione per cui tanto lei quanto il conte Eriprando lo trovavano somigliantissimo.

Era stata presa di profilo come dicono i fotografi: in piedi, a mezza figura. Aveva i capelli sciolti che le scendevano giù per le spalle e, fra le mani, teneva un libro aperto, che non doveva essere un libro di devozione.

Era appoggiata al davanzale d'una finestra, più che raccolta, assorta nella sua lettura: e la fotografia, con effetto di chiaro di luna, aggiungeva dei riflessi romantici a quel profilo delicatissimo di figuretta bionda e sentimentale.

Adesso il tempo avea giocato dei tiri assassini alla Contessa. Il collo le si era un po' ingrossato, le guance cominciavano a diventar flosce, le palpebre, specialmente la mattina. Le avea rosse e gonfie: la pelle scuretta, la fronte un po' rugosa, e quando apriva la bocca si vedeva qualche segno di lutto fra i mascellari: già il suo riso non era più limpido, squillante, argentino e breve; s'era fatto troppo lungo e sgangherato, e la finezza della vita era sciupata da un tantino di pinguedine. Di tutte queste disgrazie il conte Eriprando non se ne accorgeva: per merito della cipria, del belletto, della glicerina, del cold-cream e della crème froide, ma sopratutto dell'amore, egli la vedeva sempre bionda, bianca, sottile, con alcun che di vaporoso, di etereo, di virginale nell'espressione, soavemente melanconica del volto ed in tutta la linea elegante della personcina; tal e quale com'era là in quel suo ritratto... ch'ella da dieci anni continuava a far riprodurre.

Quella dolce contemplazione durò qualche tempo: poi, finalmente, si decise, spense il lume e saltò nel letto. Però anche al buio, la contessa Elisa, coi capelli sciolti, col libro in mano e tutti gli effetti del chiaro di luna appariva viva dinanzi agli occhi del nostro innamorato!... Com'era cara, com'era bella, com'era buona! — ed era sua!.... Quante felicità avrebbe godute con lei in quelle due settimane.... al Lido di giorno.... in gondola di sera..., e poi.... — Peccato ch'egli non avesse almeno trecento lire, e che non si potessero mandare al diavolo quell'uggiosa della contessina Cecilia e quello sbarazzino di Gegio!

CAPITOLO III.

Otto o nove anni addietro, quando il conte Eriprando d'adesso era appena Prandino, Elisa Navaredo, oltre al figurare come una donnina bella ed elegante, quale l'abbiamo veduta nel portrait-album, era per di più una dama elegante, che dava molto a parlare alla cronaca cittadina.

A Prandino, quella bella signora, le chiacchiere, i desideri, gli scandali che la circondavano, fecero subito una grandissima impressione. Egli non parlava mai della Contessa, ma ci pensava sempre, giorno e notte; e tutti i suoi castelli in aria erano pieni di lei, della sua grazia, della sua bellezza e de' suoi fascini provocatori. — Oh! quando fosse diventato un grand'uomo!... — qual è il ragazzo che non sogna di diventare un grand'uomo?.... — quando fosse diventato un grand'uomo, allora le confesserebbe d'amarla... e l'Elisa non gli direbbe certo di no!....

Tutto il suo avvenire egli lo vedeva in lei e per lei, e tanto s'infervorava col pensiero fisso nella contessa Navaredo che, alle volte, facea delle lunghe passeggiate, solo soletto, fantasticando attorno a quella donna, fingendo di averci insieme dei colloqui d'amore o delle scene di gelosia, e terminava sempre coll'essere lieto o triste per davvero, a seconda che la sua immaginazione lo figurava amato o deriso.

Quando la incontrava, arrossiva tutto, sebben l'Elisa non lo guardasse neppure: tutte le domeniche, e le altre feste comandate, andava in Duomo, alla messa delle dieci, per vederla, per trovarsi dove era lei.

Ma, prima di quelle messe, sciupava tutta la mattina lavandosi e fregandosi tanto da spellarsi per diventare più bianco.

Rifaceva per una decina di volte almeno il fiocco della cravatta, perdeva un'altra mezz'oretta intorno alla scriminatura, e, proprio in mezzo alla fronte, s'impiastricciava un riccio alla rubacuori, che pareva un punto interrogativo.

Dopo d'averla guardata di lontano, per tutto il tempo che durava la messa, usciva fuori in fretta dalla chiesa e s'imbrancava, fermandosi sulla porta, cogli altri adoratori del bel sesso, per farsi vedere, e un tantino per farsi anche ammirare da lei. La Contessa, figurarsi!, gli passava dinanzi dritta, lesta, senza nemmeno accorgersi di quel bamboccione impomatato per amor suo, mentre vedendosela così vicina, a Prandino invece gli tremavano le gambe, gli si scoloriva la faccia, e benchè davanti allo specchio avesse fatte molte prove, tuttavia là non gli riusciva mai bene di riverirla levandosi il cappello con un largo giro del braccio e in tre tempi, salutare, inchinarsi e stringere i tacchi. Per lo più, quando si decideva a scoprirsi, la contessa Navaredo era già passata.

Però, soffriva spesso dei dispiaceri, delle gelosie, delle amarezze, che lo rendevano proprio infelicissimo. Bastava che, mentr'egli la pedinava di lontano, la vedesse accompagnarsi con qualcuno, perchè al povero Prandino gli si facesse nera l'esistenza, come il carbone. Allora s'imbestialiva, e nel suo furore a freddo, la copriva di vituperi, la chiamava leggera, civetta, e si figurava, quando sarebbe stato un grand'uomo, di farsi amare dalla regina per farle dispetto.

Del conte Navaredo, il marito della contessa Elisa, Prandino non soffriva gelosia: invece, quando si trovava con lui, era preso da una gran soggezione.

Un giorno, che lo incontrò, facendo una visita, si sentì confuso, impacciato, sconvolto, quasichè l'altro gli leggesse in fronte il segreto dei suoi desideri e della sua passione.

Per fortuna di Prandino, il conte Navaredo morì presto di un accidente, e non si potrebbe ridire la gioia dalla quale fu invaso alla notizia di questo avvenimento il buon ragazzo, del resto così mansueto e delicato di cuore, da scappar via dalla cucina inorridito quelle rare volte che la contessa Orsolina poteva abbandonarsi al lusso di tirare il collo ad un magro volatile.

Ma ben presto, appena finito il lutto grave, egli la scontò a caro prezzo quella sua gioia cattiva. Ogni giorno, a Vicenza, si dava in moglie la Contessa a qualche nuovo adoratore, e quelle chiacchiere tormentavano, perseguitavano il povero Prandino, che arrossiva e impallidiva tutto in una volta, con turbamenti strani e angosciosi. Allora leggeva Leopardi, piangeva, e la chiamava Aspasia.... quasi che lei ne avesse colpa! Più di ogni altro, poi, lo metteva fuori di sè un capitano di cavalleria, un riccone, il marchese Del Mantico, che teneva sempre dietro all'Elisa, come la sua ombra.

In tal modo, avvelenandosi senz'alcun costrutto l'esistenza e godendosi con poco sugo delle gioie immaginarie, il nostro Prandino diventò a poco a poco il conte Eriprando: ma l'ideale del ragazzo rimase pur sempre l'amore e il dolore dell'uomo.

Aveva vent'anni, quando si fece presentare in casa Navaredo. Era goffo, timido, impacciato; tutti lo deridevano senza pietà, e la Contessa più di tutti. Solamente due anni dopo, quando il marchese Del Mantico fu promosso a maggiore e cambiò reggimento, solamente allora il conte Eriprando cominciò ad essere preso in considerazione, ed ebbe in regalo la fotografia, portrait-album, con effetto di chiaro di luna.

Però egli lasciò correre del gran tempo, prima di spiegarsi intorno a' suoi sentimenti. Non osava.

Tutti i giorni che si recava dalla Navaredo, giurava a sè stesso di aprirle il cuore, di spiattellarle la sua brava dichiarazione; — ma quando era là, gli mancava il coraggio e la parola e apriva la bocca soltanto quand'era tornato via, per darsi del balordo, dell'imbecille e della marmotta.

Egli non la lasciava mai, taceva molto e la guardava sempre. Qualche volta la contessa Elisa, che aveva capito quanto foco covasse dentro per lei quel bel giovanotto balbettante, confuso, timoroso, che le riempiva la casa di amorini e perdeva tutto il giorno a dipingerle delle corone da contessa sui ventagli, le scatole e il parasole, qualche volta si godeva a metterlo alle strette; ma lui zitto, ammutoliva subito, abbassava gli occhi e tutto rosso parea rannicchiarsi nel suo abito nero, come una lumaca dentro al guscio.

Ma si sa bene, tira, tira, la corda si rompe.

Nell'autunno prima del viaggio di Venezia, il conte Eriprando era stato, come il solito, invitato dal suo compare a passar un mesetto in campagna: fortuna volle che la contessa Elisa prendesse appunto in affitto un villino nelle vicinanze e.... sfido io! si vedevano sempre, facevano delle lunghe passeggiate insieme, sedevano stanchi, soli.... e senza alcun sospetto sotto l'ombra di un albero o fra i cespugli delle giovani quercie, e accadde.... quello che da un pezzo doveva accadere. Un giorno, ch'egli le avea detto a memoria il Guado dello Stecchetti, quando l'ebbe finito, colla scusa che questa poesia era carina tanto, concluse dicendole che anche lei era bionda, bella e che lui l'amava, che da molto tempo

“Glielo voleva dire e non l'osava.„

Elisa lo ascoltò senza punto punto adirarsi; ma finse di non capire che l'amico le parlasse sul serio.

Prandino allora ripetè l'assalto, anche più scopertamente; ma la Contessa d'un tratto pareva avesse perduto il suo spirito, e continuava a non capir nulla. Allora, quell'altro le disse, tremando, che le voleva bene, e lei a rispondergli che mentiva: e il giovanotto a ripeterle ch'era innamorato fin da quando, si può dire, era ancora un ragazzo e che la pregava, la scongiurava d'esser buona, di lasciargli intendere che anche lei non era insensibile e che di tutto quel gran bene gliene ricambiava un zinzino.

— Eppoi?.... quand'anche glielo dicessi?.... A che pro?.... Tanto e tanto, sarebbe sempre la stessa cosa.

L'Elisa disse queste parole lentamente, facendosi seria, quasi mesta, alzando gli occhi al cielo con sospiri, con fremiti, che la scuotevano tutta.

Prandino che, sparata la bomba, sentiva crescere il coraggio coll'odor della polvere, le si fece più vicino e le prese le mani: ma lei non volle, si ritrasse, si schermì, fe' forza per liberarsi dalle strette del giovane; in fine, terminò col tagliare il male nel mezzo, e tirò via una mano, l'altra abbandonando a quelle carezze insensate.

Ariberti, preso l'aire, parlava adesso per tutto il tempo che aveva taciuto. Non le domandava che una parola, un segno, un indizio qualunque che gli facesse capire ch'ella gli voleva un po' di bene.

— E dopo?.... Quand'anche glielo lasciassi intendere?.... Già sarebbe sempre la stessa cosa.

E l'Ariberti ad insistere, a ripeterle che lo renderebbe l'uomo più contento, più beato del mondo; ch'egli non le domandava la sua pace, ch'egli non avrebbe turbato la sua quiete, la sua coscienza: ch'egli da lei non voleva altro che un sorriso, che una parola, e dopo avrebbe taciuto di nuovo, come taceva da tanti anni: ma che ne sarebbe stato così lieto, così superbo, perchè era solamente un po' del suo cuore ch'egli voleva ottenere, perchè egli desiderava soltanto di dominare ne' suoi pensieri, perchè egli non aspirava se non al possesso dell'anima sua, perchè l'amore ch'egli sentiva per lei, potente, appassionato, era però alto, era però nobile e puro, come l'amianto che la fiamma purifica e non consuma.

L'Elisa a tanta retorica, sempre con la testa china, sempre seria, sempre mesta, cogli occhioni sempre fissi, immobili, quasi la tenesse assorta l'idea d'un lontano pericolo, continuava a ripetere, come ritornello:

— E poi?.... Quand'anche glielo lasciassi capire?.... A che pro?.... Sarebbe poi sempre la stessa cosa!....

Il giorno dopo pioveva, e la passeggiata non si potè fare.

Non tralasciarono però di vedersi. Il conte Eriprando andò a farle visita e trovò la Contessa nel salotto terreno, che ricamava certe strisce di panno, destinate col tempo a diventare, unite insieme, un tappeto: ma che intanto si potevano paragonare alla famosa tela di Penelope, non che per fatto loro avessero costretto nessuno ad aspettare, ma perchè, invece, gli adoratori della Contessa, uno dopo l'altro, dovevano tutti godersele sotto il naso, finchè durava l'amore.

Il salotto terreno, con un divano, un tavolino rustico e due o tre seggiole di paglia in tutto, era una specie di sala di passaggio, con due porte vetrate, l'una di faccia all'altra. La prima dava nel giardino e avea di fronte un fitto capanno di mortella intrecciata colla vite selvatica: la seconda metteva invece sul piccolo orticello della villetta.

Era una giornata d'autunno, bigia, uniforme, senza uno spacco di cielo fra quella tinta squallida, infinita, senza neanche il fantastico rincorrersi delle nubi che si accavallano minacciose.... Era una giornata bigia, uniforme, monotona.

La pioggia col suo susurro lento e continuo, in quel silenzio di ogni anima viva, sembrava avesse isolato il salotto lontano dal mondo, fra i riflessi del verde delle piante, dell'erba, delle foglie, fatto più cupo dall'acqua che cadeva; quella pioggia, quella luce scialba, il lontano brontolìo del tuono mettevano addosso una melanconia, una tristezza, che rendeva più dolci e più desiderate le commozioni di una confidenza intera e tranquilla.

— Sa?... non lo aspettava oggi, con questo tempaccio.

— Quando son partito da casa, sembrava che il cielo si rischiarasse!

— Davvero?

E la Contessa lo guardò in modo, che l'altro dovette arrossire. Gli era sfuggita una goffaggine, e se ne accorse subito; ma, sempre, il primo momento ch'egli si trovava con Elisa, provava un impaccio, una soggezione, che non potea superare.

— Iersera, ho ricevuto una lettera da mia figlia.

— Buone nuove?

— Sì, buonissime.

— E laggiù come si trova?

La contessina Cecilia, la chiamavan così per un riguardo alla mamma, aveva sposato l'avvocato D'Abalà, sotto-prefetto a Maremma.

— Non troppo bene, anzi finchè a mio genero non daranno un'altra destinazione, fa conto di ritornare a star con me.

A questa notizia l'Ariberti sorrise; ma a denti stretti.

— Ci son dei saluti anche per lei.

— Grazie mille, Contessa.

L'Elisa, a questo punto, cercò nel cestino, ma invece della lettera di sua figlia, le corse fra mani un'altra lettera. Accortasi dello sbaglio, arrossì e, in fretta, se la cacciò nella tasca della veste.

Eriprando, che aveva scorto sulla busta lo stemma del marchese Del Mantico, fece un muso così lungo tutto ad un tratto, in modo che la Contessa non potè non accorgersene.

— Mi ha scritto anche il Del Mantico: e m'ha detto che, in settimana, verrà a trovarmi.

Prandino impallidì.

— E.... lei.... che cosa gli ha risposto?

— Che lo vedrò molto volentieri.

Ariberti si sentì opprimere il petto dall'affanno. Volle parlare, ma non potè dire due parole. Finalmente dopo un buon tratto che durava la scena muta, si alzò e stese la mano alla Contessa per accomiatarsi.

— Va via?... Così presto?... E con questo tempaccio?...

— Ci son venuto anche coll'acqua.

— Ma allora, secondo lei, pareva che il cielo si rischiarasse.

E l'Elisa tornò a ridere fissandolo, con un riso ch'era tutto un'amabile canzonatura.

Egli continuava sempre muto, sempre con tanto di muso a stenderle la mano, la Contessa gliela strinse: poi, con una certa violenza, lo tirò vicino, e se lo fece sedere sopra una seggiola accanto.

— Andiamo, da bravo, si consoli. — Oh!... Per me....

— Ho scritto a Del Mantico di non venire, perchè di giorno in giorno aspetto mia figlia. È contento adesso?

Ariberti non lo volle dire, ma lo lasciò intendere anche troppo.

Tuttavia nelle sue notiziole la Contessa non era molto esatta. Era stata lei a scrivere al maggiore di venirla a trovare, e il maggiore invece le avea risposto che non veniva, con una lettera piuttosto fredduccia, scusandosi coi soliti affari di servizio, e, se si deve dir proprio tutto, questa lettera avea molto infastidita la contessa Navaredo.

— Dunque.... — e Prandino, che adesso ritrovava tutta la sua vivacità, per il gran peso che si era levato da dosso, si tirò tanto vicino alla Contessa, da toccarle le vesti colle ginocchia. — Dunque.... se gli ha scritto così.... vorrebbe dire.... che un po' di bene me lo vuole?...

— Veramente, potrebbe anche non volere dir nulla di tutto questo!...

— La prego, la scongiuro, Contessa, mi dica che è stato per farmi un piacere che gli ha scritto di non venire.

— Sì.... perchè mi siete amico e non voglio vedervi col muso lungo.

Elisa cominciava a trattarlo col voi; ma bisogna compatirla, povera signora. L'Ariberti, quando si metteva in orgasmo, era un gran bel ragazzo, con quelle sue guance fresche, rosate, come una fanciulla; i capelli neri, folti e spettinati; e poi, aveva delle mossettine, degli atteggiamenti, certe arie da fanciullo viziato, che riuscivano molto attraenti, specialmente per una donnetta come l'Elisa, che, adesso, anche nell'amore, si godeva a fare un po' le parti della mamma: “....perchè mi siete amico e non voglio vedervi col muso lungo.„

— Per questo solo?

— Sicuro!...

— Non vi credo. Gli avete scritto di non venire perchè.... perchè mi volete un po' di bene.

— Torniamo da capo?

— Ve ne supplico, siate buona, non mi fate soffrire così. Già lo capisco, lo vedo, lo sento che mi volete bene; dunque non siate cattiva, ditemelo, mi volete bene, non è vero?

Elisa lasciò cadere il ricamo sulle ginocchia, e piegandosi un po', fissò il giovane con un senso d'affetto pieno di compiacenza, che le trapelava dagli occhi.

— Bambinone!

— Mi volete bene?...

— No!

A questo punto, per un perchè forse più patologico che psicologico, la Contessa mutò d'un tratto. Da' suoi occhi si dileguò ogni espressione di tenerezza; divenne seria, sembrò quasi irritata, si levò da sedere e andò ad appoggiarsi, ritta, senza più dire una parola, alla vetrata che metteva nel giardino.

L'altro, indispettito, si abbottonò l'abito nero, quello stesso che più tardi fu rimesso a nuovo da mamma Orsolina per il viaggio di Venezia, poi cominciò a dondolarsi sulla sua seggiola.

Stettero un pezzo così: lei, pensosa, immobile a guardar l'acqua che cadeva; lui, tutto nervoso e sconvolto, a sfogare la stizza facendo l'altalena.

Però, dopo qualche tempo, sebbene Ariberti non ne potesse proprio più, fu la prima l'Elisa a parlare.

— Conte, conte! Venga qui.... Guardi com'è bello!

Di fuori, continuava a piovere; ma la pioggiolina s'era fatta più minuta, il cielo più chiaro, e una larga striscia di sole faceva brillare sulle foglie degli alberi e dei fiori, sui fili d'erba e sui bianchi sassolini del giardino, le gocciole dell'acqua caduta, così che parevano gemme, mentre di lontano, l'arcobaleno squarciava co' suoi vivaci colori la tinta grigiastra, uniforme, disegnandosi largamente di sotto a un gran lembo d'azzurro.

— Conte!... Venga qui!

Prandino si alzò, ma rimase affatto insensibile a tutte quelle bellezze della natura.

— Perchè torna a trattarmi col lei adesso?

— Oh che, forse non le ho sempre parlato in terza persona?

— Sempre no; e lei lo sa bene.

— Allora le domando scusa della libertà che mi son presa senza accorgermene. Venga.... Venga con me: andiamo là, sotto il capanno.

L'Elisa, in mezzo a tutti quei profumi che la pioggia aveva sbattuti dai prati e dalle aiuole, aspirando quelle sbuffate d'aria fresca, frizzante, si sentì correre in tutto il corpo un senso di piacere, un benessere, un'elasticità, una contentezza che le penetrava nell'anima, come se quella giornataccia di autunno si fosse mutata in un bel giorno di maggio, co' suoi fascini e colla sua salute. Allora, le saltò l'estro di fare un po' la bambina, raccolse le vesti e si mosse per attraversare il giardino, sotto l'acqua, così senza ombrello, colla testa scoperta e, ridendo, invitò l'altro a seguirla.

— Venga, dunque, andiamo!

— Me lo dica in un altro modo....

— Ebbene, venite! bambinone.

Ciò detto, senza aspettar la risposta, Elisa si pose a correre verso il capanno, chiudendo gli occhi, gittando dei gridi, delle risate vibranti, scotendosi e fremendo sotto quell'acquerugiola che la bagnava tutta. Arrivata sotto il capanno, non aveva quasi di bagnato altro che gli stivalini, sembrava che non fosse corsa, ma volata là dentro. Prandino, invece, che le aveva tenuto dietro, era tutto inzaccherato. E ancora col respiro affannoso, tornò daccapo per farsi dire s'ella lo amava, con quell'insistenza ostinata e petulante, che alle donne non dispiace quasi mai, e agli uomini giova quasi sempre.

— Ditelo che anche voi mi amate un po'... Già, il dirlo, non vi costa nulla.

— Voi pensate che non mi costerebbe nulla?...

— Vi giuro; vi giuro sul mio onore.... Sarebbe sempre la stessa cosa.

Non era più lei, ora; era Prandino che ripeteva quell'antifona della sera innanzi.

— No, no. È meglio non dir nulla; è più sicuro. Com'è carino, come si sta bene qui sotto; non è vero?

E la Contessa, che voleva fingere anche con sè stessa d'aver vent'anni, tornò a ridere, a ninnolarsi, stancandosi le dita per legare attorno al capo il suo piccolo fazzolettino di trina.

La pioggia batteva, crepitava sulle foglie della vite e della mortella con uno scroscio lento e continuo, ma di sotto però non ne cadea se non qualche rara gocciola qua e là, che, ingrossata, si staccava dal fitto tessuto del capanno.

— Che gusto a star qui sotto, non è vero, Conte?

La contessa Elisa riebbe allora uno dei suoi bei momenti. Ritornò per un istante com'era dieci anni prima. La fatica di quella corsa le aveva colorite le guancie, il brivido dell'acqua, l'allegrezza che si sentiva intorno, l'amore caldo, appassionato di quel bel giovanotto bruno, forte, sano, che, pauroso, tremava d'amore dinanzi a lei, tuttociò le metteva addosso un brio, una lena, un calore che la faceva proprio ritornar giovane per davvero.

Volendo staccare un piccolo fiorellino da un ramo di mortella, si bagnò le mani e, alcune gocce, scosse dall'urto, le caddero sul viso. L'Elisa ritornò a ridere, dopo un grido acuto, squillante.... e porse al giovane le mani, perchè gliele asciugasse. Non lo poteva far da sè chè la sua pezzuola se l'era legata attorno al capo.

Prandino arrossì.... prese una mano della Contessa, poi l'altra, e le asciugò tutte due adagio, lentamente.

— Guardate qui, — fece lei quando l'altro ebbe finito, e gli mostrò la goccia d'acqua che le rigava la faccia, chinandosi e allungando verso di lui la sua testa incipriata.

A Prandino batteva il cuore violentemente, gli ronzavan le orecchie e sudava tutto. Avrebbe voluto parlare, ma la voce gli si strozzava nella gola: avrebbe voluto asciugar quella gocciola con un bacio, avrebbe voluto stringersi l'Elisa al cuore, e lei, forse, non chiedeva di meglio, ma non ebbe il coraggio di farlo o di tentarlo.

— Grazie, — diss'ella, quando il giovane, tremando l'ebbe toccata appena sulla guancia colla cocca del fazzoletto.

— Se non sentiste qualche cosa per me, non mi terreste qui così.... così vicino a voi.

— No; non sento nulla; non insistete; cominciate a seccarmi.

La Contessa disse tutto ciò con un'asprezza nervosa che contrastava col buon umore e colla tenerezza di poco prima.

Ritornarono a tacere: Prandino questa volta era anche un po' mortificato.

— Siete in collera?... — disse lei alla fine ritornando buona. — Via, datemi la mano e facciamo la pace.

L'altro le si avvicinò; le due mani si strinsero; ma anche dopo la stretta non si lasciarono.

— Perchè volermi far dire una cosa che già avete capito da un pezzo?

A queste parole dette con una lentezza piena di sentimento, chi lo crederebbe? Prandino invece di consolarsi fu preso da uno strano turbamento. Era una confessione che desiderava da tanti anni, che aspettava da tanti giorni, eppure detta là, in quel luogo, in quel modo, in quel momento, lo sorprese invece di commuoverlo, lo sgomentò invece di consolarlo. L'idea di quello che avrebbe dovuto rispondere, di quello che avrebbe dovuto fare lo impicciava. Tutto il suo sangue, così caldo, così bollente, s'era raffreddato in un attimo.

— Ah! dunque è proprio vero, mio Dio? — e non trovò e non seppe dir altro.

Elisa, ch'era vicinissima a lui, gli appoggiò la testa sul petto, poi gli si piegò addosso, stanca, quasi priva di forze, colle braccia abbandonate, chiudendo gli occhi, palpitando, traendo dal seno ricolmo lunghi e grossi sospiri.

Egli si guardò attorno.... incerto, timoroso. Capiva che avrebbe dovuto essere ardito; ma non l'osava. Invece la baciò appena, leggermente, sui capelli, e le disse piano, con la voce strozzata:

— Sarà sempre la stessa cosa, ve lo prometto.

Elisa ebbe un nuovo fremito, lo strinse lei al cuore, con una stretta nervosa, convulsa: l'altro mantenne la data parola.

Imbruniva; la pioggia ritornava a cader giù fitta fitta, e anche il capanno cominciava a gocciolare da tutte le parti.

La contessa Elisa socchiuse gli occhi, come se si destasse allora, poi si rizzò e:

— Grazie, — gli disse lentamente.

— Addio.... Contessa!

— Andate via?

— Sì.

— Perchè?... con questa pioggia?

— È meglio, Contessa.... lasciatemi andar via.... altrimenti.... Credetelo, è meglio che me ne vada. Addio.

La Contessa gli sorrise dolcemente, ma lo lasciò partire.

L'Ariberti, quasi di corsa, penetrò nel salotto, prese il cappello, l'ombrello, poi ne uscì di nuovo e senza nemmeno salutare un'ultima volta l'Elisa, senza nemmeno guardare dalla sua parte, si dileguò nell'ombra della sera che, di mano in mano, si faceva sempre più densa e più profonda.

CAPITOLO IV.

L'arcobaleno mantenne le sue promesse: dopo una giornataccia e tutta una notte scura e piovosa, ne uscì uno splendido mattino pieno di sole, d'aria e di colori.

La contessa Elisa si destò che già la piccola cameretta era inondata di luce, e, sedotta dalla larga striscia di sole che rigando il coltrone di seta gialla damascato ne sollevava un via vai di pulviscoli dorati, folleggianti fra loro, come torme d'insetti che s'inseguano, volle alzarsi, volle scendere all'aperto, per respirare anch'essa in mezzo a quel giocondo e allegro sereno della campagna, che la chiamava a sè dalle finestre spalancate.

Nulladimeno, non si potrebbe dire che appena balzata giù dal letto, uscisse subito dalla camera, oh! no, tutt'altro! Ella si vestì, si acconciò colla solita cura paziente e diligente. Si oscurò le sopracciglia, con due tocchi leggerissimi di pennello: lisciò, ammorbidì le guancie con una certa manteca, sulla quale poi fece correre varie volte il piumino della cipria. Specialmente attorno alle narici, che aveva un pochino enfiate, e dentro le occhiaie, furono minuziose quelle sue cure.

Dopo si diè il rossetto alle labbra, e, quantunque volesse sembrare spettinata, tuttavia non le costò poco tempo nè poco lavoro, l'artistico disordine dei capelli. Sulla veste, indossò un lungo mantello a doppio bavero, che nascondeva, o almeno dissimulava abbastanza bene, la fatale e inesorabile pinguedine, e finalmente attorno alle tese del cappello, puntò un velo fitto fitto, color caffè, di sotto al quale il suo volto, così accomodato e mezzo nascosto, appariva soffuso di una freschezza incantevole.

Tutto quell'abbigliamento diceva chiaro che la Contessa voleva uscire a passeggiar fuori della villetta, e difatti, appena scesa attraversò il giardino, passò il cancello e s'inoltrò in una stradicciola dritta, lunga, ombrosa, fiancheggiata da due rivi d'acqua limpida, sui cui margini verdeggianti ella si fermava qua e là per raccogliere stupide margherite e sentimentali “non ti scordar di me.„

Quando fu al termine della stradetta, udì un'allegria confusa e varia di fringuelli, di cingallegre, di passeri e di merli, che cantavano tutt'insieme. Lì, a dritta, poco discosto, dopo un prato tutto verde e un campo di terra nuda sparsa di sanali, c'era il paretaio, dove l'Ariberti, ogni mattina, andava a uccellare per conto del suo compare.

La contessa Elisa lo sapeva e per questo appunto girò a destra, sollevando un po' la veste colle due mani e tuffando arditamente, fra le erbe umide del prato, i suoi stivaletti di pelle lucida.

Il casotto del paretaio era tutto coperto da rami di pino selvatico e da fronde rampicanti, disposte in modo da nascondere quel luogo d'insidie. Le reti appese in giro, pendevan giù, da lunghi filari d'alberi d'ogni specie. Il mandorlo intrecciava i suoi rami con un giovine carpine ed il pero col sicomoro. I poveri uccellini avevan là, davvero, una ricchezza funesta di seduzioni!... Ma dopo quelle seduzioni sulla fronda cara che rammenta il nido, sul tronco amico che ricorda il primo volo, sotto le foglie e tra gli stessi fremiti della brezza che accompagnò i primi gorgheggi del loro amore, trovavano l'agonia e la morte!... Poveri augelletti!... Oh! mille volte più fortunata l'allodola che rimane uccisa da un colpo improvviso e tonante come la folgore, lontana dalle native pianure, in mezzo alla deserta infinità dello spazio!...

La contessa Elisa era giunta a pochi passi dal casotto e si godeva tutta tra quei gorgheggi, in mezzo a quella verzura folta, ricreata dall'aria fresca del mattino.

— Conte Eriprando! — gridò dopo un poco che era là rimasta ferma a guardare, — conte Eriprando!... Si può venire avanti!?...

A risponderle uscì dal casotto un contadinello che serviva il Conte facendogli da uccellatore. Questi, senza parlare, con una mano le fe' cenno di non muoversi dal posto: poi si chinò e, nascondendosi mezzo dentro e pur rimanendo mezzo fuori dall'usciolo, attento attento, fissava l'occhio su due tordi che si avvicinavano saltellando fra i rami del paretaio, finchè d'improvviso, essi volando di traverso, piombarono nelle reti, dove invano si dibattevano tra quei fili, che per le lor forze pareano di ferro, con degli scrolli matti, furiosi, disperati.

L'uccellatore con un urlo d'allegrezza, corse calpestando le aiuole seminate, ed era già là per ghermirli, quando la Contessa pregò Prandino, che in due salti l'aveva raggiunta, di lasciarglieli veder vivi nella rete.

— Giacomo! lascia stare! — gridò il Conte all'uccellatore, che obbedì di mala voglia.

L'Elisa e l'Ariberti, lo raggiunsero presto e si trovarono anche loro due dinanzi alle vittime spaurite.

— Oh! come son carini, come sono bellini, poverini! — esclamò l'Elisa vezzeggiandoli con tutte le moine e i diminutivi coi quali si godeva darsi delle arie bambinesche.

— Vuole che li serbi vivi per lei, Contessa?

— Oh! no: tanto non camperebbero.

Giacomo, appena udite queste parole non aspettò di più; e colle sue ditacce, schiacciò loro la testa, un dopo l'altro, con due colpi lesti, sicuri.

Dibatterono l'ali un'ultima volta, ed erano già morti.

L'Elisa diè in un grido acuto, mentre i suoi occhi si gonfiarono di lagrime.

— Perchè hai fatto a quel modo, villano?

E il Conte, irritato, aggiustò a Giacomo uno scapaccione così forte che gli mandò il cappellaccio a rotolare lontano.

— Dio mio, poverini! che senso m'han fatto....

L'Elisa, così dicendo, stringeva, chiudendoli, gli occhi, e si premeva le mani sul cuore che le palpitava.

Tutti e due rimasero tristi e silenziosi. Il villano, sconcertato, si grattò la nuca, poi, dopo di essere corso a raccogliere il cappello, ritornò lì per accomodare, con due strappate di mano, le bisacce della rete.

— .... Andiamo un po' all'ombra, nel casotto? — domandò Prandino alla Contessa, con la voce che gli tremava e il cuore che gli batteva forte.

— Andiamo.

E l'Elisa, di nuovo, sollevando un po' le sue vesti, fu la prima a muoversi nella direzione indicata, sempre triste, sempre silenziosa, saltellando leggermente per schivare le pozze fangose della viottolina.

Il nostro giovanotto, dopo le conversazioni del giorno innanzi, si aspettava qualche cosa da parte della contessa Navaredo: o una lettera, o un libro con un fiore, oppure un invito a colazione.

La contessa Elisa non usava chiamar gente a desinare, perchè i pranzi impegnano troppo, ma dava invece, di tanto in tanto, qualche colazioncina intima (erano sempre in due a tavola, compresa la padrona di casa) per la quale, più che la cameriera, la Beppa, che serviva da cuoca, lavorava il contadino che, essendo anche giardiniere, riempiva la mensa di fiori e di semprevivi.

Ma sebbene qualche cosa si aspettasse, tuttavia quella visita della Contessa, a quell'ora, in quel luogo, superava qualunque speranza avesse osato vagheggiare.

Erano i castelli in aria della sua adolescenza, fantasticati tutte le domeniche in Duomo, durante la messa delle dieci, che si avveravano coi loro più splendidi miraggi, divenuti realtà.

Camminando adagio adagio, egli la guardava amorosamente muoversi lesta, elegante, dinanzi a lui; e allora il piedino perfetto e, più su, la gamba rotonda, coperta da una calza finissima di seta rossa, che le vesti, nel sollevarsi, scoprivano di più a ogni passo, a ogni saltello; e allora, il profumo della cipria aux fleurs de lys de kachemyr, che a sbuffate gli saliva al naso; e allora quegli alberi che si movevano ai lunghi soffi della brezza mattutina quel verde grondante di rugiada, quell'erba luccicante, quel sole così limpido, quell'aria fresca e sana, quella solitudine sicura, in mezzo a tutto quel vasto silenzio, solo interrotto dal canto alto degli uccelli, gli facevano battere il cuore con una contentezza infinita, gli facevano correre nel sangue nuove ebbrezze voluttuose.

Quand'erano già vicini al casotto, s'accorse che Giacomo gli teneva dietro: Ariberti si voltò a dirgli: