RACCONTI STORICI
RACCONTI STORICI
DI
Giambattista Bazzoni
MILANO
Presso Omobono Manini
1832.
AVVERTIMENTO DELL’EDITORE
Avendo io richiesto al signor Giambattista Bazzoni qualche suo breve lavoro onde pubblicarlo in occasione del nuovo anno, egli cortesemente mi diede tre sue Novelle che furono da me tostamente poste in luce col corredo tipografico ch’io mi seppi migliore.
Il rapidissimo smaltimento della numerosa edizione di quelle Novelle, la ricerca che delle medesime continua ad essermi fatta, sarebbero bastate a determinarmi a pubblicarle una seconda volta, se anco per meglio convalidare il mio pensiero, ed a renderlo, mi lusingo, più gradevole, non m’avesse l’Autore concessa la pubblicazione di altri suoi Racconti inediti, i quali sono l’Ingelinda, Macaruffo o la Corte del Duca Filippo Maria Visconti e il Sotterraneo, a cui aggiunse la Scena Storica il Bravo e la Dama, già apparsa in luce con molti lodati componimenti di diversi autori nel libro intitolato Non ti scordar di me.
Offro ora dunque al Pubblico questa, dirò, raccolta di Racconti Storici del Signor Bazzoni colla fiducia che sarà per essere accetta non meno favorevolmente di quello che lo furono gli altri di lui lavori. Spero poi che i cortesi Lettori mi sapranno grado d’avere adornato il volumetto di non poche incisioni, condotte da giovane ma valente mano, il maggior numero de’ disegni delle quali li ottenne l’Autore dalla gentilezza dell’egregio e distintissimo Professore Hayez, nome sì universalmente conosciuto e pari ad ogni elogio.
La eleganza dell’edizione e le cose contenute fanno quindi che io auguri prosperamente dell’esito dell’opera, nè avverrà certo che la mia aspettativa vadi delusa, s’è pur vero che sia oggi giorno fatto generale l’amore delle storiche cognizioni, specialmente quando vengono presentate sotto forma di dilettevoli ed animati quadri.
Omobono Manini.
INGELINDA O LA SUORA BENEDETTINA
Ahi! nelle insonni tenebre
Pei claustri solitari
Fra il canto delle vergini
Ai supplicati altari
Sempre al pensier tornavano
Gli irrevocati dì.
Adelchi Att. IV.
Quasi di fronte ad un palazzo che sfoggia nell’aspetto tutta la sontuosità architettonica ch’era in voga al principio dello scorso secolo, sorge in Milano una Chiesa che va congiunta ad uno de’ piu antichi monasteri di questa città. Tal chiostro in cui vivevano le Suore dell’Ordine di San Benedetto è il Monastero Maggiore, e la sua chiesa s’intitola a San Maurizio; ivi Bernardo Luino, sì amabile e sublime in opera di pennello, colorì alcune figure che rapiscono d’ammirazione e diletto.
L’oscura porta del quadrato cortile che apriva l’ingresso al Monastero, la contigua marmorea facciata della Chiesa, abbrunita dagli anni, il campanile che le sovrasta, formano un quadro di linee severe, il quale si stacca interamente dalle gaje e ridenti prospettive che offrono gli edifizii moderni e richiama la mente ai costumi ed alla storia delle età trapassate.
Ne’ vecchi tempi il lato occidentale del vasto giardino di quel Chiostro veniva chiuso per una parte dal ricinto d’una rustica casuccia, che era della famiglia dell’ortolano, quindi da un muro che rispondeva esternamente alla contrada detta del Nilone di San Francesco; verso la fine di tal muro eravi una quadrata torre smussata, rozza, cadente, antico avanzo dei baluardi della città che quivi passavano prima dell’età di Federigo Barbarossa. Altra torre forse più vetusta e di forma rotonda sorgeva pure in quel giardino, e vuolsi, avesse al tempo dominio romano servito di carcere ad alcuni Santi Martiri, le cui immagini scorgevansi colà raffigurate in atto d’affacciarsi ai ferri della grata.
La torre quadrata posta in fine al muro aveva serbato lungo tempo il nome di Torre d’Anisperto, perchè dicevasi averla fatta costruire quell’Arcivescovo, il quale nel nono secolo fortificò i ripari di Milano contro i temuti assalti dei barbari; ma venne poi chiamata la torre della Madalena, a causa che le naturali sue ruine, modificate alcun poco dall’arte, avevano cangiato l’ingresso della torre medesima in una grotta ripiena di ampii massi sui quali era stata adagiata una statua rappresentante la Madalena penitente. L’edera, il musco e varii antichi frantumi sparsi d’intorno concorrevano a dare a quel luogo il vero carattere d’un eremo, a cui fornivano tutto il patetico alcune annose piante frondosissime, che cingevano ed ombreggiavano a modo di bosco quel luogo, non che un rigagnolo che derivando quivi presso dal Nilone penetrava con dolce mormorìo nel giardino.
Terminati i vespri, un bel giorno di Maggio del 1489, le Monache uscite in frotta dal coro s’andavano disperdendo altre pei portici, altre per i corritoi e pel cortile: solo due di esse presero la volta del giardino e s’avviarono passo passo verso la grotta della Madalena.
Il sole declinato verso ponente splendeva in tutto il fulgore. Al suo raggio si vedevano rosseggiare di sopra al muro la fronte del vicino convento de’ Francescani e in lontananza le torri di Sant’Ambrogio. Tutto il giardino era fiorito e la verzura stessa delle frondi s’aveva alcun che di lucido e d’ameno che armonizzava colle belle tinte del cielo.
Le due Suore procedevano lentamente per l’erboso vialetto l’una a fianco dell’altra. Una era giovane, mesta, pallidissima e teneva dogliosamente inclinato il capo; essa sembrava sostenersi a stento, tanta era l’incertezza colla quale posava il piede; l’altra d’età poco piu matura l’andava dolcemente sorreggendo, e mostrava in volto la pazienza e la bontà di un angelo. Pervenute sotto gli alberi presso la grotta, fece la maggiore d’età assidere l’altra sopra uno de’ massi, le si pose dappresso e disse:
«Qui è fresco e quieto, non è vero Ingelinda?
«Sì, o sorella, l’aria è men calda e tutto mi pare tranquillo — in così dire lasciò cadere una mano in grembo alla compagna, ed alzò il capo traendo un sospiro. La sua faccia, contornata dai lini monacali, de’ quali era forse piu bianca, rappresentava un ovale, che se fosse stato d’alcun po’ meno scemo per estenuatezza, sarebbe apparso perfetto; il naso, la bocca, la fronte potevano appartenere ad una statua greca; aveva sottilissime e nere le sopracciglia, il contorno degli occhi era tale che nessun pittore saprebbe finger meglio, solo la pupilla immobile, appannata, non corrispondeva alla sua rara bellezza... ella era cieca.
«Dove siamo, disse, mia cara Agnese?
«In giardino, nel boschetto, presso la grotta di Santa Maria Madalena.
«Quel bosco e quella grotta che voi mi conduceste a vedere sei anni sono quand’io venni la prima volta a Milano e qui fui colla mia povera madre a ritrovarvi. Ve ne ricordate?
«L’ho presente quel giorno come se fosse oggi stesso.
«Io pure non l’ho mai dimenticato. Era dì di festa; sentii la messa con mia madre nella Chiesa di fuori, in mezzo a gran folla di signori, poscia entrammo qua dentro e fummo accolte con tutta cortesia, e tosto condotte nel parlatorio — Quest’è tua cugina Agnese la figlia dello zio Corrado d’Arona — mi disse mia madre quando voi ci veniste incontro insieme alla Badessa. Io v’abbracciai, voi mi colmaste di carezze e avend’io mostrato desiderio di vedere i luoghi interni del chiostro mi guidaste nelle sale, nelle celle, per tutto ed anche in giardino. Qui coglieste per me molte rose ed altri bei fiori, e mi faceste visitare questa grotta: so che la Santa sta leggendo ed ha vicino a sè un rosario ed un crocifisso.
«Per l’appunto. Rimango però compresa da meraviglia come vi possiate rimembrare di ciò, mentre allora non restammo qui che un momento. Voi d’altronde eravate sì giovinetta e vivace!...
«È vero, o sorella, ma allora il mio cuore contento e sereno, si pascolava con dolcezza d’ogni cosa. Ahi come rapido passò quel tempo!...
«Povera Ingelinda!... E avete tanto sofferto?
«Oh se sapeste quanti dolori, quanti immensi acerbissimi dolori ha provati dappoi questo cuore, sono certa che per commozione non potreste trattenere le lagrime!
«Sempre mi sono rammentata di voi, e il cielo sa cosa avrei dato per potervi assistere anche da prima.
«Vedete in quale stato gli affanni m’hanno ridotta? Già quasi mi mancano le forze di reggermi sulla persona; altro non sono che una misera creatura vicino al sepolcro.
«Credetemi, vi raccomando ogni giorno e con tutto il fervore nelle mie preghiere alla Vergine e spero colla grazia di Lei che i vostri mali si calmeranno.
«O cara Agnese, pregate la Vergine che seco presto mi chiami: ogni altra speranza è perduta; sono insanabili i miei mali.
E rimase silenziosa colla testa ripiegata sul seno. L’altra suora rispettando il suo dolore, senza profferire parola, le prese una mano e stringendola fra le sue leggiermente, le fece comprendere quanto sentiva l’angoscioso suo stato.
Sorse intanto un’auretta che penetrando tra i rami di quelle antiche piante fece nascere un improvviso ma tenue susurro, e scese a careggiare con soffio soave il volto ad Ingelinda. Ella si scosse; sparve un momento dalla sua fronte l’ambascia e atteggiata ad un mesto ma ispirato sorriso: — Oh qual dolce venticello! (esclamò). Viene esso forse dal lago a ritrovarmi ancora? Com’è caro, come aleggia e rinfresca il mio sangue! parmi d’essere sulla mia spiaggia di Lesa a respirare l’aria della sera che scendeva dai colli imbalsamata dai fiori del persico. In quest’ora il lago era d’argento e le sue acque venivano a morire sulla sabbia a’ miei piedi, mormorando come fanno queste foglie. (Stette sospesa un istante poi proseguì più animata). In quest’ora, sì, la sua barca spuntava, s’avanzava, giungeva al fine e balzato a terra volavami incontro. Quai momenti!... Quai parole!... Chi le potrebbe ridire?... Egli solo...
«Egli chi? — domandò Agnese con sorpresa e premura. Ingelinda esitò un istante poi profferì a voce sommessa un cognome.
«Che dite?... Egli... d’Arona? il Signor della Rocca?
«Sì il conte Guido... Ma, oh cielo, (disse la cieca trepidando) forse alcuno ci ascolta!...
«No, non v’ha anima vivente qui dappresso; anche tutto il giardino è deserto (aggiunse Agnese, dopo avere traguardato fra i tronchi degli alberi). Oh che mi narrate mai! Eravate voi dunque l’amata di quel gentile Cavaliero? Intendo, intendo la vostra sventura. Infelice! so, è già un anno, ch’egli rimase morto sul campo.
«Morto il mio Guido?... No; egli vive e forse sospira la sua Ingelinda.
«Ma come? Se si compie ora un anno appunto da che la sua famiglia, la quale ha pure dimora in Milano poco lunge da noi, mandò al monastero ricchi doni onde venissero celebrate solenni preci ed esequie pel Cavaliero da voi rammentato, che dicevasi fosse caduto combattendo pel Duca contro quei di Francia?
«Ahi funesta quanto falsa notizia! I suoi nemici non osarono tanto; egli respira ancora... ma non è piu per me; io l’ho perduto per sempre. — Queste parole furono pronunciate con un accento che manifestava una desolazione profonda, inconsolabile.
Agnese a cui quella confessione del tutto nuova e inaspettata aveva colpito in singolar modo lo spirito, corse col pensiero alla primiera età onde rinvenire al di là delle lunghe e placide sue claustrali abitudini qualche affetto che s’avesse il tumulto e la vita di quel profano sentire. E avendo essa in troppo giovane età abbandonato il mondo non intravide che lampi confusi, i quali le rammentavano però un non so che di tenero, pieno d’una soavità e d’un cruccio indistinto. Ciò accrebbe in essa, se pure era possibile, la pietà per l’infelice compagna; e nelle richiamate rimembranze una trovandone fra le più care e complete, la quale riguardava l’oggetto nomato, quasi involontariamente trascorse a dire:
«Fanciullo mi ricordo averlo veduto armeggiare in giostra nel piano a piè del colle della Rocca, poco fuori de’ baluardi d’Arona. Colà erasi elevato lo steccato co’ palchi, e tutti v’accorrevano i terrazzani a mirare lo spettacolo splendidissimo. Dal forte d’Oleggio, da Angera, da infiniti altri luoghi oltre il Lago e il Ticino venivano i Signori e i Castellani invitati dal Conte suo padre. Prima nel torneo battagliarono i cavalieri d’età virile coperti d’armi lucenti e di finissime sopravvesti, indi i giovinetti con lancia e spade spuntate. Fra tutti ammiravasi per leggiadria e destrezza quel figliuolo del possente Signore del paese: s’aveva un ghiazzerino di terso acciajo con borchiette d’oro ch’era una meraviglia a vedersi; lo serrava in vita una fascia rossa di seta con molti vaghi usolieri; teneva in testa sul bacinetto ricoperto di velluto un pennacchino cadente a sghembo, e con quel suo portamento, con quel suo viso fiero, ardito e al tempo stesso sì bello e gentile rubava gli occhi, incantava le persone.
«Ardito, bello e gentile... È desso, è desso (esclamò Ingelinda abbracciandola con trasporto, poichè quei detti avevano fatta vibrare con tutta veemenza la corda piu tesa e sensibile dell’anima sua). Ah voi dunque l’avete veramente veduto?... Ed era fanciullo allora: oh se l’aveste potuto mirare nel fiore di sua giovinezza, adorno di tutte le grazie più squisite, se aveste udita la sua voce, le sue parole, egli vi sarebbe sembrato mille volte ancor più bello.
«Voi avete però abitato sempre a Lesa, come avvenne mai che foste conosciuta da quel giovine Cavaliero che aveva stanza ad Arona?
«Soleva lo zio Corrado, vostro padre, ogni qual volta veniva a Lesa far calde istanze presso mia madre onde mi lasciasse andare ad Arona per ivi soggiornare seco lui alcun poco, poichè diceva il buon vecchio che vedendomi in casa gli sarebbe sembrato d’avere ancora la sua Agnese, giacchè vi teneva come perduta da che v’eravate rinchiusa in questo lontano monastero.
«Ottimo Padre! di mio volere non l’avrei abbandonato mai; fu la Badessa nostra parente, che qui mi volle. Ma proseguite, o cara.
«Dopo tante e tante replicate istanze, due anni sono finalmente mia madre mi concedette di trasportarmi in Arona all’occasione della festa della natività dell’Immacolata Bambina, la quale come sapete viene colà celebrata con tutta pompa. Mia madre, — ah! la sventurata non sapeva di quai fatali avvenimenti essere causa doveva quella partenza, — riempi il fardello di mie vesti piu ricche e sfarzose e dopo avermi baciata e ribaciata, fu presente, allorchè sull’alba del giorno otto di settembre, adagiata in groppa al bianco ubino di mio fratello, c’incamminammo per la strada lungo il lago ad Arona. Era già alto il sole quando vi giungemmo; tutte le campane suonavano a festa, le vie erano folte di gente che da terra e nelle barche continuamente arrivava. Ornate le case, pieni i davanzali di fiori, ogni cosa annunciava solennità e letizia. Pervenuti alla casa dello zio non so dirvi con qual tripudio vi fummo ricevuti. Egli non saziavasi d’abbracciarci. Ordinò venisse tosto allestita per me la miglior camera, e che ogni cosa che io desiderassi mi fosse immediatamente presentata. Mi assegnò per fante la Lisia...
«Oh la Lisia? (l’interruppe dicendo Agnese). La mia Lisia, chi sa se gode di prospera salute e conserva ancora memoria di me?
«Quand’io lasciai la vostra casa, benchè essa si dicesse aggravata dagli anni, pure era sana e vegeta, e parlava sempre di voi con molto amore.
«Lisia mi vide nascere e mi portava il più gran bene del mondo; guai se vedeva punirmi o negar cosa che richiedessi! S’aveva veramente un cuor di miele; anch’io l’amava tanto. Or bene continuate, che faceste quel primo giorno in Arona?
«La novità degli oggetti (prosegui Ingelinda), il brivido del freddo mattinale che mi aveva assalita nel viaggio, e più d’ogni altro motivo l’immagine di mia madre lasciata piangente avevano prodotto in me un certo torpore increscevole. Ma l’amorosa accoglienza dello zio e di tutta la casa, le cure dell’abbigliamento in una tiepida stanza, il mirare dall’imposta del balcone nella piazza una ressa inusitata di popolo festante, dissiparono a poco a poco ogni melanconica idea; e quando sontuosamente ornata della persona, con un candido velo che dalle chiome cadevami dietro sin quasi al piede, m’apprestai a recarmi alle sacre funzioni, il mio cuore fatto aperto e lieto prendeva parte alla gioja universale. Venuta l’ora, uscimmo collo zio alla volta della chiesa. La moltitudine stipata nella via dividevasi per farci largo — È messer Corrado co’ suoi nipoti (dicevansi l’un l’altro), lasciate libero il passo — E mentre pur curiosamente ci affisavano in volto, tutti restringevansi per aprirci comoda strada. Il buon vecchio contento oltremodo di averci a’ suoi fianchi, sorrideva ringraziando per la cortesia a noi usata. Giungemmo a Santa Maria.......
«Oh come sarà stata quel dì stupendamente addobbata?
«Era tutta ad arazzi ed oro: i cerei splendevano in cento luoghi, a fasci piramidali, l’altare maggiore coperto di lumi, di argentee reliquie e d’arredi, luceva come un sole. Noi andammo a collocarsi in luogo distinto, ne’ sedili che sono dello zio. A poca distanza da noi stavano i seggi isolati e riccamente adorni destinati al Conte Signore della Rocca, il quale dopo pochi momenti giunse esso pure alla chiesa, seguito dai figli co’ principali di sua famiglia; i soldati lo precedettero colle alabarde, il clero l’accolse e l’accompagnò al posto d’onore. Ebbero allora principio le sacre funzioni ed io genuflessa come gli altri tutti rivolsi la mia mente al cielo. Tanto splendore, tante ricchezze, i suoni e i cantici melodiosi, i globi d’incenso che elevandosi formavano intorno un’odorosa nube, parve schiudessero al mio animo il paradiso, poichè nell’intenso durare della prece io gioiva d’una contentezza celeste, indescrivibile. Mossa dal puro interno affetto alzava lo sguardo riconoscente quasi se assistessi colle schiere angeliche all’eterna corte; ma... oh istante!... le mie s’incontrarono in due pupille vive, nere, lucenti, che stavano fise immobili a contemplarmi. Come se quegli occhi avessero penetrato nel profondo del mio cuore, sentii per rossore salirmi al volto una fiamma, ripiegai tosto il capo sulle mani giunte, per cui il velo, che aveva rialzato, cadde a quel moto e ricoprimmi il volto.
«Ed era il primogenito del Conte che v’aveva guardato? — l’interruppe chiedendo Agnese, la quale fatta immobile ascoltava con tutta avidità quel racconto.
«Egli appunto (timida rispose e con piana voce Ingelinda). Io non osai più durante l’intera celebrazione levare lo sguardo verso quella parte, neppure da sotto il velo, e compiuti i santi riti, quando uscimmo dalla chiesa progredii tutta in me raccolta cogli occhi a terra sin che riposi il piede nella casa dello zio, poichè m’era rimasto in petto un insolito turbamento. Quivi m’attendevano, conscie di mia venuta, varie giovinette, amiche di vostra famiglia, le quali mi fecero gioviale corona e seco loro mi condussero sul loggiato onde godere della piacevole veduta delle adorne contrade e della moltitudine de’ passaggieri. Di là su, mentre io guardava ammirata ogni cosa mescendomi all’allegro favellìo di quelle compagne, veggo avanzarsi alla nostra volta sopra superbi destrieri bardati di velluto, due leggiadri giovani pomposamente vestiti con cinture vermiglie trapunte in oro.
«Uno d’essi sarà stato il Cavaliero?
«Sì. Al riconoscerlo tremai tutta, poichè sembravami che l’altre dovessero avvedersi dell’agitazione prodotta in me dal suo apparire. Egli passando sotto il loggiato vi gettò varii sguardi, e s’allontanò lentamente non senza rivolgere a più riprese il capo. Essendovi varie fanciulle colà su, io per buona sorte non venni scorta o particolarmente distinta. Il giorno seguente poi avviandomi al passeggio collo zio e il fratello, usciti da San Graziano fuor di porta, lo rividi fra comitiva di nobili signori che veniva alla volta d’Arona e m’accorsi che intorno al farsetto, in luogo della cintura vermiglia, se n’era stretta una bianca screziata di color di rosa come era l’abito mio. Stavagli impresso in viso un certo pallore, che nel dì antecedente non gli aveva veduto e che ne rendeva i tratti ancor più nobili e belli; mi rimirò vivamente e fece atto d’inchinarsi a salutarmi, ma in quel punto mi diedi a parlare collo zio, e mostrai di non avvedermi di lui.
«Oh così aveste voi animo di fare?
«Lo feci: però confesso il vero, cara sorella, che la notte, mentre cercava d’abbandonarmi al sonno, egli sempre si presentava alla mia mente e lo vedeva da prima con tutta dolcezza rimirarmi, poscia a causa di mia severità dipartirsi da me afflitto, sdegnoso, e sentiva di ciò un pentimento, una doglia grave inusitata al cuore. Avrei voluto allora non essermi mai staccata dai fianchi di mia madre e proponevami di tostamente farvi ritorno per obbliare quella seducente e tormentosa immagine.
«E che fu?
«Appena alzata, vedendo mio fratello s’allestire per la partenza, pregai istantemente lo zio mi lasciasse seco lui redire alle mie case. Fu invano. Chiedevami quasi piangendo il buon vecchio, se temeva che appo lui m’avesse alcuna cosa a mancare, mi offrì vezzi, abiti, doni d’ogni sorta e ripetè il comando che io dovessi venire considerata ed obbedita al pari di lui medesimo. Mi fu forza il cedere; mio fratello partì da solo, ed ohimè abbandonai il mio animo ad una lusinghiera aspettativa! Il Cavaliero ripassava ogni giorno dalla casa, io lo vedeva e andava in me crescendo una tenera ansiosa cura che occupava ogni mio pensiero. Un mattino che seduta, ricamando un nastro presso le imposte del balcone attendeva ch’ei passasse, poichè n’era l’ora consueta, venne la Lisia a porsi a canto a me. Quando il Cavaliero trascorse a lenti passi la sottoposta via, quella fante sogguardandomi con certo malizioso sorriso mi disse — Conoscete voi quel giovine e bel signore che passa? — Io mi feci di scarlatto in viso e risposi che no — Egli è (aggiunse Lisia) il figlio del Conte signore del nostro paese, al quale ognuno presta omaggio ed obbedienza; è ricchissimo e potente ed il più bello e valoroso giovine di tutte le terre del Lago. Ei vi conosce e so di lui tal cosa che vi farebbe andare orgogliosa fra le fanciulle d’Arona e fors’anco della stessa Milano — E che sai tu? — non potei astenermi dal domandarle — So ch’egli è preso per voi da ardentissimo amore. —
«Ah Lisia! Lisia! — esclamò Agnese dimenando il capo.
«D’onde apprendesti una tal cosa? (soggiunsi io) e chi ti fa ardita a tenermi somiglianti ragionamenti? — Non v’avrei mossa parola (rispose Lisia), se non fossi ben certa che l’amor suo è onesto e sincero. Che tale ei sia ve ne faccia prova la protesta uscita dalle sue labbra che se voi lo amate d’eguale amore, egli vi si vuole dichiarare fidanzato e non dubita d’ottenervi da suo padre in donna, poichè è istruito che il vostro sangue non è volgare ed avete facoltosi parenti. Qual consolazione, qual trasporto recassero in me questi detti non è possibile descriverlo; il pensiero di diventare la sposa di lui che colla sola lontana presenza formava tutte le mie delizie, superava ogni piu ardita speranza.
«E tutto ciò (profferì Agnese con voce cupa) non era forse che un empio inganno?
«Che dite mai? era la pura inalterata verità. Egli aveva realmente manifestati i sentimenti suoi; sì mi amava più di se stesso, lo ripetè mille volte alla mia presenza, nè quel cuore sapeva mentire. Oh con quanto ardore ci giurammo poscia fedeltà eterna avanti la sacrosanta Immagine della Vergine!
«Dunque poteste avere prestamente colloquio seco lui. Come mai ciò avvenne senza che mio padre penetrasse l’arcano?
«Un ombroso sentiero guida con breve cammino dalle mura d’Arona ai margini della Vevra. Là dove le limpide acque di quel torrente abbandonati i balzi della rupe s’internano fra i recessi di un’amena selva, sorge una cappelletta, rifugio de’ pastori nelle procelle, ivi un giorno fui scontrata da lui, e divenne quindi il luogo de’ nostri convegni. Io mi recai colà accompagnata dalla Lisia nell’ora che precede il declinare del giorno e vedeva discendere il mio Guido dall’alto del colle d’onde aveva attesa e spiata la mia venuta. Ragionamenti i più soavi, leali e tenere espressioni, parole incantevoli rendevano ognora troppo fuggitivi quegli istanti; era in esso poi un rispetto, una devozione sì gentile e completa che in me duplicava la gara d’amore. Ah! Agnese, vicina a lui sembravami che una luce più splendida e pura investisse gli oggetti: ogni cosa mi pareva beata come l’anima mia!...
Dipingevasi sul volto con ammirabile sorriso l’intimo inesplicabile diletto che dal rammentare que’ felici momenti scaturiva in cuore ad Ingelinda, in cui la perduta virtù visiva rendeva più fervido e sensibile l’interno immaginare. Ma come raggio in tempesta fu rapida quella gioja, e più dolorosa tornò la mestizia a diffondersi sulla pallida faccia.
«Da tanta contentezza a tanti affanni! — Pronunciò fra se stessa Agnese rimirando que’ lineamenti, e rivolta alla Suora, temperando affabilmente la voce proseguì. «Partita voi da Arona, il Cavaliere, se ben compresi, continuò venirvi a rivedere nella terra di Lesa: vostra madre avrà dovuto allora esserne resa consapevole?
«Quando, trascorsi più di sei mesi, feci ritorno a casa, trovai mia madre estenuata, languente. Nel lungo amplesso con cui m’accolse inondandomi di lagrime, mi rimproverava la prolungata assenza. Le sue parole erano spine al mio cuore; appena rimanemmo sole, mi gettai di nuovo nelle sue braccia e tutto le feci aperto il secreto amor mio. Ella m’ascoltò intenerita, poscia mi domandò ripetutamente s’io non temeva che si celasse sotto le dolci parole menzogna o tradimento — Madre le dissi, se approvate il nostro amore verrà egli stesso a ripetere i suoi giuri innanzi a voi. — Ebbene (rispose dessa) s’egli è uomo secondo il tuo cuore il cielo adempia le vostre promesse. — Venne; mia madre lo vide, l’ascoltò, e ben presto l’amò qual figlio; e di chi quell’angelo non s’avrebbe guadagnato l’affetto? Fu allora stabilito ch’entro un anno sarei divenuta sua sposa.
«Se vostra madre assentiva perchè frapporre tanto indugio alle nozze?
«Ohimè! Quello spazio di tempo fu giudicato indispensabile. A capo ad un anno il mio Guido diveniva per età signore di sè stesso, per ciò potendo farmi sua liberamente, non temeva, s’anco si dimostrasse sottomesso al genitore, che questi fosse per rigettare la sua inchiesta e rifiutare di ricevermi per nuora. Nè m’era grave l’attendere: egli presso che ogni giorno approdava veleggiando a Lesa o vi veniva sul suo corsiero. Io gli usciva incontro e alla sua vista il mio cuore tremava e addoppiava i palpiti con tanta veemenza che pareva volesse uscirmi dal petto; giunto a me vicino riconducevami lungo il lido a casa, rimanendo quivi con noi sino all’imbrunire. I suoi accenti affettuosi e fervidi erano per me un balsamo soave, e valevano a temperare la pena che mi stava in petto per lo stato infelice della mia povera madre.
«La sua salute continuava dunque ad essere mal ferma? Dopo il vostro ritorno era a sperarsi che le di lei infermità si dissipassero.
«Al contrario, i di lei patimenti ogni dì aumentavano, e la vedeva deperire ad onta delle mie più assidue cure. Mai però un lamento uscì dalla sua bocca; e quand’io accorgendomi ch’ella pur tanto soffriva, prorompendo in pianto dirotto nascondeva la mia faccia tra le sue coltri. — Non t’addolorare Ingelinda (mi diceva accarezzandomi), i miei mali saranno di breve durata, e s’ho a morire muoio contenta giacchè ti lascio affidata al più virtuoso giovine, al più leale dei cavalieri, il quale formerà la consolazione di tutti i tuoi giorni, ciò che fu sempre l’unica meta de’ miei desiderj. — Ah madre adorabile se sapeste che il cielo ben lungi dal verificare le vostre parole mi rese la più afflitta di tutte le creature! che per la vostra Ingelinda non corsero più che giorni d’amarezza e di pianto!
«Sventurata fanciulla!... Ma ancora non intendo...
«Udite. Ruppe in quel tempo la guerra tra gli Svizzeri collegati con quei di Francia e il Duca. Una grossa banda nemica sbucando dalle montagne improvvisamente invase i confini dell’Ossola. Tosto tutto il paese fu in armi: il mio Guido, pel primo chiamato dal padre a capitanare la schiera, lasciare mi dovette e partire. Io non vi potrei dipingere il mio stato: peggiorava gravemente mia madre; dalle novelle che provenivano dall’alta valle sapevasi che le zuffe s’avvicendavano sanguinosissime. Ad ogni tratto soldati mutilati o feriti passavano a drappelli da Lesa: io faceva porgere loro tutti quei soccorsi che meglio poteva, e ansiosa chiedeva ad essi dell’amor mio — Egli è la prima spada del campo (rispondevanmi) combatte da valoroso e cerca d’opporre un argine possente al soverchiare de’ nemici. — Oh cielo qual cuore era il mio! mai s’asciugavano ne’ miei occhi le lagrime. Finalmente un giorno... agghiaccio tutta nei dirlo!... venne l’orrendo annunzio che Guido era stato veduto cadere pugnando dall’erta d’una rupe, ove s’avventò troppo arditamente, e che precipitato dalla balza nei profondi burroni la salma di lui giaceva insepolta insieme a quelle di tanti altri guerrieri... A tal disastro l’animo non resse: caddi svenuta a piè del letto di mia madre agonizzante... e quando rinvenni in me stessa, sommo Iddio! ella era morta.
«Oh tremendo caso!... Il conte Guido però diceste che non era perito?
«No: ma in me fu irreparabile il colpo. I nodi che mi univano all’esistenza s’erano come troncati per istantanea forza; lo strazio estremo cagionò una lenta febbre che logorando consumava le potenze della mia vita. Il pianto s’inaridì; le mie pupille esauste, cocenti più non sostennero la luce, e a poco a poco, per eccesso di desolazione, un nero insollevabil velo le ricoprì in eterno.
«Mi si spezza il cuore!... (esclamò Agnese con voce di pianto).
«Quando fui ridotta in sì orribile stato, e condannata solitaria a divorare entro me medesima l’acerbissima mia pena, allora seppi che Guido viveva ancora, poichè il capo di quella banda nemica contro cui erasi slanciato riconosciutolo all’atto della mischia, quando lo vide dal numero de’ suoi atterrato e ferito, lo fece trasportare giù del monte. Avviatolo poi secretamente nell’interno paese, sperando più grossa somma pel di lui riscatto lo tenne rinchiuso prigioniero in un inaccessibile castello, d’onde fermata che fu dopo due mesi la tregua, spedì un messo al Conte in Arona per trattare della liberazione del figlio.
«Qual gioja a tale notizia per la famiglia di lui, che sino a quel tempo sarà pure stata avvolta nel fatale vostro errore?
«Oh sì in essa quanto insperata tanto piu grande e intera fu la consolazione.
«E in voi?
«In me... oh Dio!... in me, non lo chiedete. Sentii più gravemente il peso de’ miei mali. Forse se l’avessi invocato quel generoso cuore non avrebbe abbandonata e respinta un’infelice, priva per cagion sua del più prezioso de’ sensi. Ma nol volli: una cieca non era più degna di lui, nè io doveva colla mia presenza rattristare tutti i suoi giorni. Unica a confortarmi sorse in me la speranza ch’ei mi terrebbe ognora impressa in seno, e che all’annunzio della cruda sventura della sua Ingelinda avrebbe versato lagrime sincere. Ciò tolse in parte l’asprezza de’ miei affanni; si riaprì la vena del pianto, la mente sollevata potè effondersi in fervidissima preghiera, onde mi sottoposi più umiliata ai divini decreti, ed aspirai ad una pace che m’era da prima inconcepibile. Feci riferire allo Zio la mia volontà di essere rinchiusa in questo Monastero, al quale faceva dono de’ miei beni ed ove sarei stata ricevuta, sendovi parente la Badessa, e Voi già suora da più anni, Voi di cui mi risovvenni con tanto affetto.
«Oh amata cugina! — disse Agnese con tal dolcezza che contraccambiava la manifestazione di quella riconoscente rimembranza. E aggiunse: «Aveva il conte Guido già fatto ritorno dal paese nemico, quando voi qui venendo abbandonaste la casa paterna?
«Egli era atteso di que’ giorni ed io volli evitare la tremenda prova di saperlo vicino. Mi feci condurre al letto ove morì mia madre, lo baciai e bagnai di lagrime, indi, dato a tutti un ultimo addio, fra il loro compianto me ne partii. Il mio sagrificio fu immenso è vero; ma sapete voi comprendere sorella, l’angoscia del sentirsi d’appresso un essere che si adora e non potere squarciare le tenebre d’una perpetua notte per contemplare almeno un istante sul suo viso l’espressione dell’amore?
Tacque Agnese dal dolore impedita, poi frenando a stento i singhiozzi rispose «Ah sì m’immagino quanto grave e crudele deve essere il mancare dell’uso delle pupille tanto necessarie ad ogni atto della vita, e per cui si scoprono ed ammirano le meraviglie operate dalla mano del Creatore.
«Talvolta (profferì Ingelinda) mi si affaccia con terrore il pensiero che dalla oscurità in cui giaccio vivente, abbia a passare a quella della morte e rimanervi eternamente sepolta.
«Non lo temere, o sconsolata! (rispose l’altra con pietoso entusiasmo) Verrà il dì, ne son certa, che in premio di tanto soffrire godrà la vostr’anima dello splendore de’ cieli, e di tutte le sue beatitudini.
«Oh vorrei solo che mi fosse dato rivedere il caro lume del giorno, e il sole diffuso raggiante indorare le mie rive ed i monti, vorrei ricongiungermi a mia madre, e... per colmo di contentezza... ohimè che dissi?... l’ho perduto per sempre.
Uno scoppio amarissimo di pianto le concesse appena di profferire quest’ultime parole.
L’estremo raggio del crepuscolo penetrando fra i rami, mesceva al pallore del volto di lei un’incerta moribonda luce, che le faceva prendere aspetto d’una larva addolorata, apparsa a gemere in que’ silenzii le colpe del cuore. Agnese asciugandosi tacitamente le lagrime le offrì il braccio, e dolcemente sollevandola si rinviarono insieme alle loro romite cellette.
FINE DELL’INGELINDA.
IL BRAVO E LA DAMA SCENA STORICA
Era suonata l’Avemaria. Milo il biondo, Bravo del Conte P..... se ne ritornava passo passo per una delle strade più solitarie di Milano, giù dal ponte di Porta Romana. Aveva accompagnato il padrone nella solita casa, ove recavasi alla serale adunanza.
Non era stato d’uopo per rischiarare la via di accendere l’occhio di bue (lucernetta d’ottone e cristallo), giacchè splendeva la più bella luna, che mai si potesse dire. Egli veniva lentamente or cantando ora zufolando alla distesa: teneva la destra mano appoggiata alla cintura dello spadone, e colla sinistra faceva varii moti, onde far brillare al raggio della luna una falsa gemma che portava in dito, legata in largo anello d’argento. La strada era per metà rischiarata dalla luna, e sull’altra metà batteva l’ombra d’un lungo muro di giardino, sul quale sopravanzavano gruppi di piante ed alberi isolati, che accrescevano in varia foggia la linea oscura, interrotta in certo punto da uno spazio, in cui non riflettevansi sul terreno che le aste del cancello, il quale serviva di porta.
Milo cantava; il suo spirito era sereno al pari del cielo, che gli stava di sopra ed a cui alzava di tratto in tratto gli occhi, siccome ad un vasto padiglione turchino trapunto di stelle, senza pur sognare nè la pluralità dei mondi, nè l’infinità dello spazio. Aveva un cappelletto acuminato, da cui pendevano varie fettucce di velluto: e lo portava obbliquo sulla rete, che gl’involgeva la capigliatura folta e bionda, dal colore della quale aveva ricevuto il soprannome: da ciascuna delle tempia gli ricadevano due ciocche attortigliate a modo di treccia riunite da picciol nastro all’estremità. Non aveva affatto nè mustacchi, nè barba: il suo collo era nudo e slanciato; portava un farsetto bruno, ingombro sul davanti di catenelle e gale, tra cui usciva luccicante l’impugnatura d’acciajo d’un coltello stilato.
Zufolando le note allegre e acute della pavaniglia, sentì da un albero un usignuolo gorgheggiare più vivacemente dopo il ritornello: egli s’arrestò un momento ad ascoltarlo; poi ricalcando la via, prese a cantare la canzone a serenata, che fra il popolo era allora di moda; e cominciò con voce spiegata ed alta:
«Mi vo’ trasformar grillo per cantare,
«Mi voglio per dolcezza far sentire
«La notte quando tu stai a dormire».
«La notte quando tu stai a dormire».
«Oh bella, che c’è? — (esclamò, porgendo l’orecchio e fermandosi sui due piedi, colpito dal suono di due bellissime voci femminili, che avevano in armonia e con più lenta cadenza ripetuto l’ultimo suo verso). — Sono lì dentro il muro del giardino: ragazze allegre: mi berteggiano; lasciamole fare:
«Tu sei un fior di giglio un fior di pepe:
«Io giro intorno a te, come fa l’ape,
«Che gira intorno al fiore della siepe».
«Che gira intorno al fiore della siepe».
Così le voci risposero, come prima, da dentro il muro; ma erano venute avanzandosi e corrispondevano al punto della strada, ove trovavasi Milo. Questi proseguì in tuono più lieto:
«Mira che bel seren, che belle stelle;
«Questa è la notte da invitar zitelle
«A passeggiar nei campi al chiar di luna».
«A passeggiar nei campi....
— Ah!... Ah!... — udì Milo, che giunto al cancello del giardino vi si affacciò per guardar dentro; e vide due giovani donne fuggire rapide fra mezzo ai cespugli ed alle piante e sparire nell’ombra fitta dell’ampio palazzo, che vedevasi sorgere in fondo al viale di prospetto al cancello, e dalla cui nera fronte alcune finestre lasciavano trasparire bagliore di lumi.
Milo dopo qualche istante se ne partì di là meno gajo di quello che vi fosse venuto; poiche nella sua mente pullularono cento vaghi e straordinarii pensieri.
Non eravi, per far contenta certa specie di uomini, miglior mestiero di quello di Bravo, quando il servigio fosse in città presso una famiglia ricca, potente e poco facinorosa, qual era appunto quella, ove trovavasi Milo. I bravi, o buli, in tal condizione, pretendevano differire grandemente da quelli della classe più infima e scellerata, che appellavansi mazzadori (vedi qual nome!), ed erano sicarii unicamente prezzolati per la commissione dei delitti; volevano essere invece una specie di Guardia del corpo; nè alcuno ignora la vita lieta che conduceva in quei tempi una tale milizia.
Con grosso salario, ottimo pasto, senza tema nè di sbirraglia nè di giustizia, protetto dal nome e dal lustro della casa, che lo pagava, e che esso alla sua volta proteggeva colla propria forza, distinto dal rimanente della servitù, nè obbligato ad alcun basso e laborioso ufficio, un Bravo, se non aveva a seguire il padrone in viaggio, alla caccia, in qualche spedizione amorosa o nelle passeggiate notturne, a null’altro ordinariamente pensava, che a perfezionarsi nel maneggio delle armi proditorie e ad abbandonarsi coi compagni al giuoco, all’intemperanza e ad ogni sorta d’obbrobrioso solazzo, chè per tale audace e fiera genìa nulla v’era di vietato e d’illecito.
Milo era figlio del torno, come soleva dire il volgo agli esposti. Tolto infante a quell’ospizio da un vecchio servo senza prole, crescendo esso bello e vigoroso e appalesando armigere inclinazioni, venne dal suo adottante collocato in qualità di Bravo nella casa dei Conti P....., una delle più cospicue di Milano. Benchè fossero già alcuni anni che quivi esercitasse tale professione e avesse avuto modo di riceverne tutta la ferrea tempra, pure per vero dire conservava nei tratti e nel carattere un non so che d’affabile, s’aveva un brio ed una giocondità civile e mansueta, ch’erano qualità rarissime fra individui del suo stato. L’affabilità e la dolcezza sua non lo rendevano però meno proclive al risentimento, meno insofferente d’ogni contraddizione e d’ogni contrasto, meno feroce nell’ira e implacabile nella vendetta; giacchè questi sendo difetti precipui e universali del secolo, divenivano natura e doveri per i suoi pari.
Quella sera Milo evitare voleva di recarsi alla taverna dell’Olmo, consueto loro luogo di convegno; ma scontrato dagli amici fu quasi a forza colà condotto; ed ivi fra le tazze, le carte e i dadi gli gridarono: — Prendi la mandola e canta, Biondo, canta. Egli per tal’arte aveva il vanto su tutti e soleva intrattenere e rallegrare la brigata s’accompagnando con un mandolone, ch’era del taverniere, e stava appeso alle pareti presso la di lui cappa.
Milo rispose: «Non ne ho voglia, non posso: ho già cantato abbastanza questa sera in Porta Romana».
«Eh! a chi cantasti? (disse l’uno) forse alla Leonora, la fiorentina che vende le polveri e l’acqua nanfa alla crocetta di San Calimero?».
«Corpo d’un sagro! (esclamò un altro, stringendo le carte in pugno e percotendo con una forte palmata il tavolo) alla Fiorentina ci parlo io.... Vorrei sapere chi ci pretende! Vedete quest’orletto cremisi del giustacuore? me lo ha fatto lei; lei con quelle sue manine benedette, che spargono profumi... e se qualcuno ci volesse bazzicare, sangue di...».
«Che bestemmi tu? (gridò un terzo). Tienti pure la tua profumata Fiorentina; chè mi saprai dire che capo è, quando conterai le berlinghe. Sì, eh, non mi ricordo io quand’ella abitava dietro le carceri della torretta colla Lena e colla Stella losca, e s’avevano corteggio di tre moschettieri spagnuoli? Fu uno di quegli ammazza-pidocchi, che spendendole dietro l’ultimo suo quartillo la mise in voga. Milo non è ragazzo da perdersi in quella fogna: dimmi, Biondo, non è la verità? scommetterei, che tu cantasti piuttosto la Luna piena; oppur Diana in camiciuola bianca».
«Sì, in fede mia: hai colpito giusto. Ho cantato alla luna; e, vedi stravaganza! mi pareva che la luna cantasse a me».
«Ho capito; sei brillo, sei brillo. È il bicchierino che ti dà il padrone a merenda. Anche il vino, sai tu, canta, ride e parla».
«Eppure più ci penso, più son persuaso che cantò la luna». Così Milo soggiunse sorridendo in aria misteriosa; e lasciò che gli altri lo mettessero in burla, credendolo cotto: ma non palesò punto l’avventura.
E tre e sei e dieci volte le due cantatrici avevano fatto eco dal giardino a Milo, che ogni sera alzava il canto al cominciare di quella via; ma quand’egli giungeva al cancello per riguardarle, sempre sparivano fuggendo. «Che storia è questa? io non so intenderla (diceva Milo tra sè lungo la strada, crollando indispettito la testa e tenendo giunta al rovescio una mano coll’altra). Sono esse figlie del giardiniere?... del cantiniere?... dello scalco? sono cameriere di casa?... perche mai rispondono alla canzone sembrando chiamarmi, e poi, quando comparisco, scappano, come se vedessero il folletto?... Che avessero paura di me, per causa del mio mestiere?... Corbellerie! Una donna non ha mai paura d’un bravo; d’un bravo, s’intende, sul fiore dell’età, che non abbia barba da caprone ed occhi da indemoniato. A credere quello che dicono gli altri, i bravi sono anzi i prediletti. Oh le novelle che narrano!... nel palazzo, nel castello, nella villa, questo è stato, quello è entrato, quell’altro ha avuto... A me veramente nulla ancora è toccato, ma però lo credo; perche la sorella del padrone, Donna Isotta, quando in campagna passeggia pel bosco, ove vuole ch’io la seguiti colla cagnuolina, appena è fuori di veduta della casa, chiude il libro e mi dice: — Leva da terra la mia Sibillina, povera bestiuola! e fatti pure d’appresso, o Biondo, ch’io di te non ho schifo: gli altri servi non li posso sopportare; ma pei bravi sono diversa. I lacchè mandano un tanfo di sudore insopportabile; i carrozzieri puzzano di fimo cavallino; i cucinieri sono macchiati d’untume: tutti hanno qualche cosa, che mi nausea: voi altri soli siete sempre puliti, netti, ben pettinati, e vi mettete per gli abiti certi odoretti aggradevoli, solleticanti... tu specialmente... birboncello, birboncello... — E mi batte col ventaglio la spalla, facendo certi occhietti, che vent’anni sono avranno cagionate pazzie. Se è così, perche queste invece mi attirano, e poi se ne vanno senza lasciarsi mai vedere, nè parlare?... io intisichisco, se mi tengono ancora sulla corda in tal modo. Voglio mirarle davvicino; voglio che mi parlino; e insisterò tanto e tanto, che alfine la spunterò».
E fu così. Tre giorni dopo, al chiarore delle stelle, Milo bisbigliava leggiadre parolette estratte da tutta la sua rettorica, la quale, avuto riguardo al suo grado sociale, sarà stata non poca, poichè la galanteria de’ concetti era pure una delle più formidabili manìe del secolo. Le due ninfe del giardino stavano a breve distanza dal cancello, ed alle inzuccherate frasi di Milo nulla rispondevano, se non che di tratto in tratto mandavano leggieri e soffocati scoppii di riso; ed egli continuava studiandosi di più in più di riuscire persuasivo, quando al rumore, che si udì dell’aprirsi d’una porta nel palazzo, entrambe scomparvero e sol’una rivolgendosi un istante, disse a mezza voce: A rivederci domani a sera.
Milo giojoso e beato della conquista che teneva in pugno, s’avviò alla taverna dell’Olmo; giacchè, sebbene tacesse ogni cosa rigorosamente ai compagni, aveva piacere di lasciar loro intravedere alcun che sulla propria fisonomia, che indicasse il possesso d’un secreto, il quale altamente lo interessava.
Era piena quel giorno la città di un’avventura, accaduta nella notte ad insigne personaggio spagnuolo, che copriva la prima carica di Milano, il quale per fare, non si sa, se grata od ingrata sorpresa ad una bella dama, aveva voluto entrarle in casa mascherato, e gli era stata appoggiata una bastonatura delle più solenni, ad onta del ducato, del marchesato, del don e degli y, che fregiavano il suo nome. I Bravi dell’Olmo non parlavano essi pure che di tal fatto. Dai comenti, che sopra gli faceva ciascuno a proprio capriccio, volse agevolmente il discorso ad altri simiglianti eventi; ed uscì fuori una serie di storielle e d’aneddoti relativi ad amorose imprese andate alla peggio per gli eroi protagonisti. Siccome poi nel racconto principale entrava un travestimento, si venne anche a dire di quei casi, in cui sotto una bella larva nascondendosi un visaccio spaventevole, gli ingordi spasimanti, che si credevano all’apice della ruota di lubrica fortuna, non avevano riportato che scorno e beffe.
Queste ultime narrazioni andarono poco a sangue al nostro Milo, che annuvolatosi pensò: «Per una bella donna non curerei un jota nè stocchi, nè durlindane, nè stanghe; chè chi volesse mettere le mani addosso al Biondo, per dianabacco! ci dovrebbe riflettere due volte. Ma se le mie sirene fossero due spauracchi, che l’una, per esempio, tenesse aperta una finestra sola e l’altra avesse le guancie o il naso a bitorzoli e per civettare con esse mi capitasse un’archibugiata nelle reni?... che bella fine sarebbe la mia!... quand’un bravo è sballato, è sempre peggio per lui; e tutti riderebbero a sapere, che mi son fatto accoppare per due streghe, due teschii da morto. Ma no... sono pazzo... non è possibile; quelle voci angeliche non puonno uscire dalla gola di due deformi creature; e poi questa sera, ancorchè fosse oscuro, la loro corporatura l’ho distinta abbastanza, e mi parvero fatte a pennello. L’una è poco più grande dell’altra; ma entrambe sono snelle, di forme ben rilevate, strette alla cintura ed agili come daini. Quella che mi disse: a rivederci, deve avere un bocchino di rosa: che grazietta! che armonìa! la sua voce sembrava il suono cristallino del salterio sfiorato dal vento; mi pare già di preferirla all’altra. Che cosa non darei per poterla vedere?».
La sera del dì appresso cominciò a legarsi colloquio tra Milo e le sue ignote sirene. Non erano che generalità e parole tronche, scucite, che sembravano slanciate all’avventura; ma facevano l’uffizio di que’ razzi, che da un esercito si fanno volare per riconoscere le posizioni dell’inimico, innanzi d’ingaggiare formale battaglia. Ne’ giorni successivi i ragionamenti si fecero più seguenti e concatenati. Quella che Milo aveva dichiarato di preferire, senza pure saperla discernere, era animatissima nelle parole, viva ed energica nelle espressioni: l’altra mostravasi gaja e scherzosa; ma era allo stesso tempo fredda e sottomessa. Milo fu interamente per la prima.
Varie giojose serate si succedettero in tal maniera, e sempre più calorosi divennero i dialoghi che passavano attraverso i ferri di quel cancello del giardino. Finalmente il cancello stesso, stato sì propizio ai notturni incontri, divenne odioso, insoffribile, e (chi ’l direbbe?) non fu il Biondo il primo ad annunziarlo.
Una notte buja e ventosa pioveva a rovescio. Allo scoccare dell’ora prefissa, Milo slancia la sua scala di corda; è in piedi sul muro, discende pei travicelli della spalliera di carpini, calca il terreno. Il suo cuore tremava e tremava, il suo sangue pareva avere sospeso il proprio corso, ma non era paura;... quando una mano femminile prese la sua, un sudore gelato lo coprì tutto; eppure non era paura. Pensava, che tra brevi istanti poteva forse dissiparsi un’illusione, ch’egli avrebbe voluto prolungare a costo d’ogni tormento, un’illusione di paradiso... Cammina a passi sospesi; attraversa colla guidatrice un boschetto; s’accosta ad una porticella; questa s’apre; passa a tentoni un andito; sale una scaletta a chiocciola; tocca un uscio, eccolo sulla soglia d’un magnifico gabinetto.
La di lui mente ne’ più aurei sogni non aveva prestata sì magica bellezza alla sua incognita amante. Il volto era neve e rosa, finissime lucenti le chiome; gli occhi pieni di tenerezza e languore: stava avvolta in un mantelletto di serico drappo, che non lasciava scorgere della persona altro che una porzione del piccolo piede entro pianella di velluto azzurro. Gli arredi erano preziosi, ricco il tappeto, e argentea la lampada, che ardea da un canto, mitigata nel chiarore dall’alabastro. Milo rimase attonito e confuso, non sapeva credere a sè stesso, nè ardiva innoltrarsi; l’ancella lo trasse avanti; ed egli quasi involontariamente cadde ai piedi della bella Dama, che con un sorriso giojoso ed espressivo premurosa lo rialzò, asciugandogli colle proprie mani i biondi capegli e facendogli deporre le armi.
Scorsero più mesi. Una mattina allo spuntar dell’alba esce un laico dal convento di San...., colla sportella per le provvigioni: mormorando i salmi, imbocca quella strada e tosto gli viene allo sguardo uu oggetto oscuro, disteso in terra in mezzo alla via: s’avvicina, è un uomo — Oh san Francesco, che disgrazia! — È un morto... È il povero Milo freddo, stecchito.
Grida, chiama: accorrono le persone. Che fu?... chi è?... ma come?... ma quando?... nessuno sa dirlo. Si scopre alfine che è un bravo del conte P... — Sarà stata una rissa (dice il mondo), una provocazione, una sfida: è un bravo e tanto basta. — La casa lo fa seppellire, gli fa celebrare due messe in suffragio, nè più alcuno ne parla.
Il beccamorti però, che levata la camicia al cadavere gli aveva trovato sul braccio sinistro un nastro verde con alcune cifre ricamate in oro, chiuso con fermaglio a modo di smaniglio, e vendutolo ad un ebreo ne aveva buscato quattro filippi, si ricordò del Biondo per una settimana intera. Allorchè poi, trenta o quarant’anni dopo, corse per Milano la voce, che una vecchia cameriera aveva confessato di essere stata complice nel delitto di certa Dama, già defunta, la quale aveva fatto ammazzare un tale con cui amoreggiava e narravasi, che di questa confessione fu causa la vista d’un braccialetto, il beccamorti rammemorò in confuso l’evento; ma non poteva mai risovvenirsene i nomi. Onde pur volendo raccapezzarne i fili, quel decrepito curioso andava sulle fosse interrogando del fatto i compagni seppellitori; nè potè sapere altro mai, se non che l’ucciso era unico figlio, ignorandolo, di un ricco signore zio di quella Dama stessa. In qual modo poi ella venisse in chiaro di ciò, se quindi la tema d’essere palesata, l’avidità, o la sazietà la conducessero a tanto eccesso, rimasero sempre un profondo mistero.
La memoria di tal fatto, commista a quella di tanti altri non meno empii ed atroci, arrivò da quel secolo sino a noi sbiadita bensì e confusa, ma tetra come il rumore dell’eco, che nel cuor della notte desta da lungi un disperato lamento. — Ora però t’allegra, o leggitrice vezzosa, per bella sorte Italia piu non dà alla cronaca sì sanguinosi racconti: l’ottime leggi, i buoni governi e veggenti hanno fatto dolce il costume, soavi e regolati gli affetti, sacri i diritti d’umanità, di natura.
FINE DEL BRAVO E LA DAMA.
ADELBERTA BONIPRANDI EPISODIO DELLA STORIA NOVARESE
Fra i monti che gli Insubri hanno alle spalle
Verso dove il soffiar di Borea scende
Sta il vago piano dell’amena valle
Che Sesia bagna, e da essa il nome prende.
Varallo. Poema antico.
Erano i ricchi e potenti di Novara divisi in due fazioni, i Sanguigni ed i Rotondi. Capi dei Sanguigni erano i Brusati, capi dei Rotondi i Tornielli. L’odio che vicendevolmente nutrivano stette alcun tempo ne’ fieri petti sepolto, ma bastò una scintilla a farlo divampare inestinguibile. Uno dei Sanguigni da lieve ingiuria avvelenito contro Giovanni figlio di Ugone Torniello lo assalì con una mano de’ suoi nel bel mezzo della piazza maggiore e a colpi di pugnale lo stese al suolo. Al divulgarsi del nefando caso accorsero i Rotondi; si sguainarono le spade e accanita, micidiale durò la zuffa. Rimasti al fine i Rotondi vincenti, i Brusati con tutti i loro gir dovettero in bando. Volgeva l’anno 1257. Rapida come peste la febbre della discordia si dilatò. Da tutte le terre e le castella sbucarono armati per l’una e per l’altra delle avverse fazioni parteggiando; onde le offese e le uccisioni addoppiandosi moltiplicarono l’alimento all’ira ed alle vendette.
Il tradimento ricondusse i Sanguigni in Novara dalle cui mura vennero espulsi i Tornielli, non senza che di molto sangue fosse nuovamente la città macchiata.
Ugone Torniello orbato del figlio, errante dalla patria, per trovare scampo alla rabbia nemica cercò rifugio in un castello posto tra gli ultimi scoscesi monti di Val di Sesia. Andava desso strettamente congiunto al conte Guido Boniprandi, cui era stata madre una propria sorella. Signore di vasto territorio era il conte Guido poichè possedeva l’intera borgata di Robiallo nel Varallese colle terre circonvicine[1], e s’aveva inoltre per feudo il dominio dell’alta Vallesesia che acquistò menando in moglie la bella e celebrata Adelberta ultima prole d’Arduino marchese d’Ivrea, quegli che coronato Re d’Italia subì la sorte dell’audace Berengario.
Conducevano Guido e la sua vaga consorte tranquilla vita e felice, lungi dall’armi e dall’astio de’ partiti, dimorando tra fedeli vassalli alpigiani nel castello che alzava le turrite mura all’estremità superiore della valle, ove ora stanno i pacifici presepi di Lagna, ed ove dalle nevi eterne e dai ghiacciai del monte Rosa colano perpetui rigagnoli che danno origine e corso alla Sesia.
L’esule Torniello oppresso dalle ambasce e dall’età, pervenne a gravissimo stento tra quelle rupi, ed entrato al cospetto del nipote gli si gettò tra le braccia chiedendogli asilo. Affettuoso il conte Guido l’accolse; e benchè tosto comprendesse che ricettare lo zio valeva lo stesso che gettare il guanto alla fazione nemica, pure non seppe da sè respingere il canuto parente precipitato in miseria.
Nè andò guari che le previsioni del Conte si verificarono. Ai Brusati si congiunse la possente famiglia dei Cavallazzi in cui vigeva antico rancore contro i capi nemici. Per tal considerevole aumento di forze infellonendo i Sanguigni concepirono il pensiero d’interamente distruggere i Rotondi. Non era rimasto celato che Ugone Torniello amicamente ricevuto dal Boniprandi viveva seco lui pacifico e sicuro; tanto bastò perchè il Conte fosse immantinenti considerato nemico e si statuisse di sterminarlo.
Giù dalle rocche di Fara, di Briona, dalla torre di Grignasco calarono masnade di battaglieri che congiunte piombarono sulle terre del Conte a Robiallo. Mettevano a fiamme i casolari, devastavano i colti, trucidavano gli uomini, se non che a porre riparo a tanta ruina, s’affrettò colà con sue bande il conte Guido. Replicate feroci pugne si commisero su quel terreno, in una delle quali Boniprandi trafisse di propria mano Ardizzo Brusati il più terribile de’ capi Sanguigni. Ma sopravvenne da Novara con gran numero d’uomini Ubaldo Cavallazzi, che urtando nelle schiere del Conte le ruppe e tagliò a pezzi, e il Conte stesso fu visto, trapassato il petto da una freccia, cadere rovescio nella Sesia e seppellirsi ne’ flutti.
Era la stagione propizia. Imbaldanziti i Sanguigni dalla riportata vittoria accolsero plaudendo la proposta di Ubaldo di campeggiare in Val di Sesia al castello dell’estinto Boniprandi per abbattere dalle fondamenta anche le mura in cui si osò dare stanza all’odiato capo nemico.
Quella fiera turba d’armati fatta più grossa da nuovi drappelli di venturieri si mette per la valle: la devastazione segna i suoi passi, nè trova ostacolo alcuno al progredire poichè tutti gli abitatori fuggono dinanzi ad essa.
Sostanno i guerrieri al cadere del secondo giorno presso le rupi da cui sboccando il turgido Sermenza versa le sue acque nei meandri della Sesia. Placide trascorsero l’ore notturne, ma quando i primi raggi dell’aurora dorarono le cime dei monti, quale non fu la loro immensa sorpresa nello scorgere all’opposta sponda tutte le alte falde gremite di montanari armati di fionde e d’archi? — Ogni masso sporgente, ogni roccia molti ne sostiene, che in estesa linea disposti o variamente aggruppati palesano colle ardite attitudini quanto abbiano l’animo parato a vendicarsi delle sofferte crudeli offese.
Più però che l’apparizione inaspettata di quella agguerrita moltitudine infonde meraviglia e terrore nella coorte di Ubaldo la vista e l’aspetto di colui che la guida. Stassi egli ritto sullo scoglio più erto, avvolto in brune lane monacali, serrate al corpo da rozza cintura.
Ampio cappuccio gli ricade sulla fronte, interamente celandogli la faccia, se non che trasforato in due parti lascia libero vibrare lo sguardo. Impugna colla destra una spada che tien sollevata in atto imperante, minaccioso.
Ad un di lui cenno, mortale grandine di dardi e di sassi piomba sugli attoniti guerrieri. Scossi questi e furenti pei colpi che li flagellano, non badando a periglio, entrano nelle spumose acque del torrente e lo varcano, trovando però non pochi ne’ suoi gorghi la morte. Pervenuti al di là, svaginati gli acciari, s’arrampicano su pei greppi e le rupi onde raggiungere e punire gli audaci feritori. Ma ad un nuovo segno del loro misterioso condottiero, gli alpigiani, che di semplici panni coverti mai sostenere potevano la pugna da vicino con nimici tutti irti e lucenti di ferro, guadagnano le alture e spariscono.
I Sanguigni dopo tal fatto tennero tra essi consiglio; alcuni opinarono doversi far ritorno; ma i più, inanimiti dalle parole dell’intrepido Ubaldo, ripeterono il voto di dar compimento all’impresa e procedettero arditi, benchè più cauti, nell’interno della valle.
Non sempre lucente splendette l’estivo raggio. Si viddero a mezzo il dì passare di prospetto frettolose le nubi, ed accavallarsi poscia sulle erette e nude cime delle torreggianti montagne. Vaste volute salirono a coprire la faccia del sole: cominciò a fremere il vento e sorse indi a poco il soffio delle propinque ghiacciaje, che rimescolando quelle masse di nebbia, abbassavale talora sino al fondo della valle.
Camminano i guerrieri taciturni in ordinanza lungo i margini scoscesi della Sesia che rumoreggia più cupa. Ma avanzatisi di poco, freccie e pietre scendono a furia dall’alto e molti gravemente ne percuotono per gli elmi e le corazze. Vano è per essi alzare gli scudi e dar di piglio alle spade: invisibile è il nemico.
Squarciasi però ad un tratto il vaporoso velo e mirano sull’irradiato fianco del monte la schiera formidabile del camuffato Monaco che stende ver loro la punta del ferro e li fa segno agli incessanti colpi. Trascorsi brevi momenti si ricongiungono e frammischiano le rotte nubi e tutto s’invola di nuovo alla vista.
Uno sgomento s’impossessa dell’animo dei guerrieri che vorrebbero arretrare, ma imperterrito Ubaldo fa sacramento di muovere da solo al castello se i suoi sono sì vigliacchi da abbandonarlo. Nessuno più ardisce mostrarsi restìo e riprendono più spediti il viaggio. Continuamente or da destra or da manca essi vengono saettati, e sempre al sollevarsi delle nebbie scorgono il Monaco colle sue bande che sul pendìo dei monti laterali procede a pari passo con essi.
Raggiunta finalmente è la meta, chè tocco hanno il confine della valle. Le montagne di fianco divergono allargandosi in anfiteatro chiuso in fondo dal Rosa che innalza al cielo i suoi candidi gioghi. Al principiare dell’erta sorge un quadrato castello che va agli angoli ed al centro munito di rotonde torri colle acute piramidali sommità vestite di piombo. Ne bagna un lato la nascente Sesia e dietro è cinto da una selva di larici i cui rami frangiati in verdebruno stanno vergenti al suolo. È il castello de’ Boniprandi.
Finiva il giorno; eransi dissipate le nebbie, taceva il vento. Quasi si fosse sciolto nell’aure o l’avessero inghiottito le rupi, il Monaco fatale era scomparso con tutti i suoi e completa ivi regnava la solitudine. Gli ultimi fuochi del sole, abbandonato il rimanente della terra, splendevano ancora sulle nevi dell’alpe e lo pingevano di quel colore soave che gli fe’ prendere il nome dal più vago de’ fiori.
Condusse Ubaldo i guerrieri e li collocò a conveniente distanza intorno al castello la cui ferrata porta era serrata saldamente; benchè non si scorgesse per le mura o sulle torri traccia di sentinella o d’abitante.
Furono alzate le tende; s’accesero ampie cataste, e molti militi raccolti nel bosco de’ larici trascelsero gli alberi che venir dovevano il mattino atterrati onde formare le macchine murali. Inoltratasi la notte, poste che furono le scolte di spazio in ispazio, posarono i guerrieri presso i fuochi che s’andavano spegnendo, e giacquero nel sonno.
Quando venne l’ora che salita la luna sopra le più alte vette mandò obbliquo dai nereggianti monti l’argenteo raggio al fondo della valle, e biancheggiarono le merlate muraglie, splendettero i plumbei culmini delle torri, l’audace Ubaldo, cui agitava il desìo di penetrare l’arcano di che pareva cinto quel castello, volle mirarlo vicino mentre tutto era silenzio. Colà quindi s’avvia a lenti passi, quand’ecco al suo appressarsi sorgere sulle mura il Monaco tremendo.
Arretra Ubaldo d’un passo, ma poi quasi da malìa incatenato si ferma, fiso tenendo lo sguardo a contemplarlo. Terribile allora non era quanto misterioso il di lui aspetto; le fosche lane che ricoprivamo, fatte men rudi dalla pallida notturna luce, segnavano perfetti contorni e parevano l’involucro d’un genio in umane forme. Immobile rimaneva in mesto e fiero atteggiamento.
Ubaldo sbandita prestamente ogni apprensione, alzata la destra con voce ferma, esclamò: «Invano, chiunque tu sii, ti ostini a difendere queste mura: esse hanno ricettato l’iniquo nostro nemico e debbono cadere. Cedi ai valorosi Sanguigni; cedi e risparmia la vita dei tuoi» — Giammai — fu l’unica parola che dalle labbra del Monaco pronunciare s’intese.
Due giorni dopo ogni cosa trovossi in pronto per l’assalto. Le mura del castello difese da risoluti alpigiani non offrirono agevole conquisto ai guerrieri d’Ubaldo. Il combattimento fu lungo, sanguinosissimo. Il Monaco presente per tutto infiammava il coraggio dei vassalli di Guido che tenevano con eroiche prove lontani gli assalitori. Ma dai cozzi tremendi d’un ferreo ariete sconquassata va a terra la porta e i guerrieri si scagliano precipitosi per entro, nel tempo stesso che superato il muro in più parti altri padroneggiano il vallo. Si pugna pei portici e nel cortile. Ubaldo che all’entrare erasi scontrato nel Monaco, nella folla lo perdette di vista.
Ansioso di rinvenirlo ascese le scale seguìto dai più fidi, e lo scorse all’ingresso della sala d’armi circondato dai pochi tra suoi sopravvissuti. Questi vengono tosto atterrati dai guerrieri e le spade del Monaco e d’Ubaldo s’incrocicchiano e si ribattono. Ma sia lassezza o riportate ferite debole è il braccio del Monaco che l’avversario incalza vigorosamente. Si va desso ritraendo, difendendosi, sin che urta in una porta che si spalanca, e nel punto stesso Ubaldo d’un colpo furioso lo trapassa col ferro. Dà un grido, vacilla e abbandonata la spada cade ai piedi d’un letto su cui giace un cadavere.
Commosso e inorridito Ubaldo impone agli accorsi guerrieri di porgere ogni aita al languente. Vien egli tosto rialzato, gli si sciolgono le lane, si rigetta dalla fronte il cappuccio, e... oh vista!... un volume di treccie scende lungo il candido collo sulla maglia d’acciajo... È la contessa Adelberta! Riapre gli occhi, si sforza a sollevarsi, e si trascina verso le coltri, ove ricadendo spira sopra la salma dello sposo, che sottratto vivente alle acque del fiume, venne dai fidi vassalli portato al suo castello in cui dalla ferita morì.
Ai Sanguigni fece poscia pagar cara quella vittoria il Torniello, che scampato di là seppe ottenere da Napo Torriano protezione ed armati.
FINE.
MACARUFFO VENTURIERO O LA CORTE DEL DUCA FILIPPO MARIA VISCONTI
Portano a’ lor cappucci le visiere
E mantelline a la cavalleresca
E capezzali, e strette alle ventriere
Coi petti vaghi alla guisa inghilesca
Qualunque donna è più gaja e più fresca
Più tosto il fa per esser fra le belle.
Pecor. Giorn. XVIII.
Se come vennero personificate altre città e nazioni nascesse in capo ad un poeta epico o lirico o a chi si voglia, di personificare Milano onde far narrare da lui stesso le proprie vicende dal suo nascere sino ai nostri dì, egli è certo che s’aprirebbe un campo di cui non vi sarebbe il più vasto per esaurire tutti gli stili, tutte le immagini, le figure, i giuochi d’affetto, insomma tutto quanto è possible ottenere coll’arte del dire. Esso infatti avrebbe nel suo amplissimo monologo a descrivere i Romani in tutte le fasi della loro grandezza; farebbe passare in mostra i Galli e i Germani qui discesi, prima seminudi colle barbe arruffate, armati di clavi e di scuri; poi ricoperti di fitte maglie e pesanti armature colle lande e le mazze; indi calati di nuovo con penne agli elmi, loriche dorate, conducendo pesanti bombarde; ritornati in seguito con cappelli a tre punte e larghi stivali, portando moschetti e colubrine; e discesi finalmente colle assise succinte, la bajonetta al fucile, le artiglierie volanti. Avrebbe eziandio a ragionare a lungo della baldanza spagnuola, e far cenno persino delle aquile russe e delle lancie cosacche.
Il proposto soggetto dovrebbe poi essere specialmente fecondo di quelle pagine che la moderna scuola oltremontana chiama palpitanti, poichè racchiudono descritte con tutta evidenza le angoscie della disperazione, gli strazj della tortura, del fuoco e dei patiboli. Poche città per vero dire ebbero nei fasti de’ tormenti a vantarne del genere della quaresima di Galeazzo o dei forni di Monza, senza parlare delle gabbie di ferro, delle tanaglie, degli aculei, delle ruote, ch’erano leggiadrìe sociali, un giorno comuni a tutti i popoli europei. — E chi potrebbe in tale argomento dimenticare i mastini del duca Giovan Maria, che venivano unicamente nutriti onde squarciassero gli uomini, e coi quali inseguiva di notte i cittadini nelle contrade a guisa di animali feroci? — Il solo nome di lui faceva inorridire, eppure (ch’il crederebbe!) egli contava appena ventiquattr’anni quando cadde esanime sotto il ferro de’ congiurati.
Non erano trascorsi che due giorni da che aveva resa l’anima quel giovine sanguinario, secondo fra i Visconti nella linea Ducale[2], allorchè l’eroe di questa narrazione, Macaruffo, veniva di buon mattino alla volta di Milano con un drappello de’ suoi commilitoni, tutti soldati venturieri, appartenenti alle bande di Facino Cane, il più celebre e possente condottiero di ventura che fosse allora in Italia.
Il loro numero era di diciotto o venti; marciavano a piedi, disgiunti e senz’ordine. Portavano gli elmi, le corazze, i cosciali, ma scorgevasi che non curavano gran fatto il pulimento e la lucentezza di quegli arnesi, poichè oltre d’essere pieni d’intacchi e d’ammaccature apparivano tutti neri e irruginiti. Tenevano le spade a bandoliera e recavano neglettamente abbandonate sulle spalle all’indietro chi le alabarde e chi le partigiane.
Macaruffo fra quegli uomini d’armi poteva chiamarsi primus inter pares, vale a dire, che sebbene non avesse un grado speciale, poichè quella milizia non ammetteva distinzioni subalterne, pure a causa della predilezione del Conte Facino e della confidenza che gli era accordata, godeva verso gli altri di una supremazìa che sapeva esercitare a tempo debito, e, vuolsi dirlo, con profitto di tutti. Le sue forme però erano poco vantaggiose; una rilevata prominenza che aveva sul dosso lo faceva apparire tozzo della persona; il suo volto abbrunito dal sole mostrava lineamenti irregolari e rozzi sebbene i suoi occhi fossero sommamente vivi e penetranti. Era dotato di grande scaltrezza; instancabile nella fatica, d’un coraggio senza limiti, e consacrato con tutta l’anima agli interessi del suo Capo, di cui la moglie, la contessa Beatrice di Tenda, era stata sua antica signora.
Nato egli nelle alpi marittime entro il castello dei Lascari conti di Tenda, era cresciuto insieme alla Contessa, e fanciullo soleva prestarle ufficio di palafreniero, di guida, di porta-astore, quand’ella seguiva la caccia nei monti nativi, solendo ella trasceglierlo fra gli altri valletti, quantunque deforme, siccome il più pronto in ubbidire e il più destro di tutti. Divenuta sposa di Facino Cane, Beatrice ottenne dal padre che Macaruffo facesse parte del suo seguito; onde questi le stette lungo tempo ancora d’appresso, e palesava per lei in ogni incontro, misto alle memorie di patria e di famiglia, un sentimento di riconoscenza indistruttibile. Da ciò più grande sembrava rendersi il suo attaccamento verso lo stesso condottiero Facino, pel quale sentiva eziandìo quell’enfatica venerazione che sempre ispira nel soldato avido di gloria un capitano esperto, ardimentoso, che lo conduce spesso alla vittoria.
Camminava quella mattina Macaruffo di buon passo innanzi agli altri, e sembrava assorto in pensieri di tale natura che tutta gli occupassero la mente. La novella dell’uccisione del Duca era pervenuta al suo orecchio nella rocca di Canturio in Brianza, ove Facino lo aveva spedito coi compagni tre mesi addietro a rinforzo dei signori di quel paese, di fazione ghibellina, minacciati dai guelfi d’Incino; e quasi contemporaneamente aveva ricevuto avviso da parte di Facino stesso, il quale trovavasi ammalato in Pavia, d’abbandonare quella rocca e recarsi nel castello di Milano, lo che appunto eseguiva.
Dopo avere alquanto meditato tra sè allentò il passo, e lasciatosi raggiungere dal soldato che gli veniva subito dietro, gli disse a mezza voce:
«Che ne pensi, Uguccio, di queste novità?
«Io per me ci ho un gusto pazzo (rispose l’altro) ch’abbiano fatta la festa a quel ragazzaccio frenetico di Giovan Maria.
«Sì: meritava veramente di finir male i suoi giorni. Ha fatto ammazzare tanti bravi signori e cavalieri che a dirlo è incredibile.
«Per lui far morire un cristiano se lo aveva come una bagatella. È arrivato per sino a dare il tossico alla stessa sua madre in Monza.
«Lo so; e poi uccise il Pusterla come se ne fosse stato il reo.
«Altro che uccidere! lo fece mangiare dai cani insieme coi suoi figli. Ma per provare s’era un’anima scellerata, senti che brutto giuoco si prese un giorno di me. Trovandomi io colle squadre a Milano, il nostro conte Facino mi comandò lo seguissi al palazzo negli appartamenti della Duchessa, ch’egli si recava a visitare. Entrati colà m’appostò per guardia in un camerone a cui mettevano capo due scale. Io passeggiava quivi sbadatamente con questa partigiana così in ispalla, gettando un’occhiata di quando in quando entro i vetri della finestra d’una stanza ove stavano alcune damigelle che attendevano a varii lavori. Ad un tratto sento un abbajamento infernale e vedo comparire da una scala e corrermi addosso sei o sette mastini che sembravano lupi affamati. Balzarono per addentarmi al collo, alle braccia, alle gambe e gran mercè ch’aveva l’armatura intiera colla buffa al viso e le manopole, altrimenti non avanzava di me neppure un osso; intanto ch’io mi dibatteva a tutte forze contro quelle bestie inferocite, indovina?... il Duca stava ad uno spiatojo e mi guardava ridendo smascellatamente insieme a quel satanasso di Squarcia Giramo. Liberatomi appena dai mastini ritornò il nostro Conte, e vedendomi ansante e rabbuffato mi addomandò che fosse avvenuto; io glielo narrai, ed egli portossi tosto dal Duca e lo minacciò di unirsi ai guelfi e di assediarlo nel suo castello, se non rendeva tostamente ragione dell’ingiuria a me fatta che prendeva come fatta a sè stesso, ed ebbe termine la faccenda con dieci fiorini d’oro dati a me, e cento colpi di curlo al canattiere che non aveva una colpa al mondo.
«Se non fosse stato il nostro Conte avrebbero invece appiccato te per avere malconci i cani del Duca, e sarebbe stato dato un premio a quell’altro. Questi principi della razza del biscione sono tutti d’una pasta velenosa, ed io li odio a morte, e ne vorrei vedere distrutta la stirpe. Quando spirò Giovan Galeazzo primo Duca, che fu padre di questo Giovan Maria, le nostre bande trovavansi a Parma e mi ricordo che il nostro Conte ragionando colla signora Beatrice manifestò certi pensieri sopra Milano, che mi davano la più gran consolazione del mondo, e sì che a quel tempo il Conte non era padrone di Pavia, Alessandria, Novara e tante altre città che possiede adesso e da cui può trarre molto maggior numero d’uomini e di danari.
«Per San Matteo! (esclamò Uguccio) quello era un colpo degno di lui: oh perchè non l’ha tentato?
«Nacquero in quell’incontro altri trambusti gravissimi e dovette recarsi altrove. Il bel momento (proseguì Macaruffo più piano, con un sorriso significante e aggrottando le ciglia) il bel momento, caro Uguccio, sarebbe questo! Chi ha forze bastevoli per poterglisi opporre? I ghibellini sono per lui; Ottobon Terzo, il Casati e gli altri guelfi se li mangia come la balena i pesciolini. Filippo Maria ch’è fratello di quegli che hanno scannato e che dovrebbe diventar Duca, se lo tiene in Pavia nelle sue unghie. Tutto presentemente andrebbe a meraviglia, ma farebbe d’uopo muoversi alla spedita onde non lasciar campo ai partigiani di Filippo d’unirsi e farsi forti.
«Ti giuro che per un’impresa di questa sorta non vi sarebbe uno solo de’ nostri uomini che non ci metterebbe allegramente la pelle. Diventare padroni di Milano! d’una cittadona sì splendida, ricca, così piena di belle donne!
«E salutare per duca il nostro Conte, e per duchessa la signora Beatrice. Ella sì saprebbe bene occupare quel posto come si deve. Io darei il sangue per vederle in capo la corona ducale. Mi punge però il pensiero che pare che il demonio vi ci si caccia per entro, poichè il messo venuto jeri sera mi disse che appunto in questi giorni il nostro Conte assalito dalla sua doglia al fianco, giace tormentato senza potersi levare.
«La doglia che lo prende di consueto. Ma sai che suole presto sparire, e giuocherei che a quest’ora è al tutto risanato e cammina e cavalca come potremmo far noi.
«Così fosse, che non frapporrebbe indugio a porsi a capo alle squadre, per venire a dar l’ultimo scacco alla malnata vipera divoratrice.
Facendo tali e simili discorsi erano giunti a vista di Milano, ed appressatisi alla Porta Comasina trovarono chiuso il ponte e calata la saracinesca, onde dovettero penare assai a farsi aprire ed intromettere coi compagni nella città.
Nelle contrade era un subuglio, una confusione, un movimento di popolo straordinario. Pressochè tutti, i signori, gli artieri, la plebe mostravansi muniti d’armi e ve n’aveva d’ogni specie; parte di essi n’andavano in compagnie ordinate; parte movevano in turba per le vie. Gli uni passavano gridando — Viva Estore; vivano i figli di Bernabò; viva Baggi e il Pusterla che ci hanno vendicati[3]. — Altri seguivano imprecando invece morte a questi ed acclamando — Filippo Maria legittimo Signore — Alcuni volevano s’andasse ad assalire il castello per ammazzare il Marliano che lo teneva per Filippo, altri all’incontro facendo sventolare le bandiere cercavano di formare grossa massa onde muovere alla volta di Pavia a prendere il nuovo Duca e qui condurlo in trionfo. Ve n’avevano eziandio di quelli che non andavano esclamando che — Viva Milano — e volevano si proclamasse la repubblica come nei primi tempi, ma questi essendo in pochissimo numero non esercitavano sulla moltitudine alcuna influenza. Per le piazze e pei crocicchii, sui gradini delle colonne o sovra carri e trabacche eranvi frati, magistrati, cavalieri che arringavano a tutta voce il popolo; ciascuno però oppostamente ed a norma soltanto dell’interesse di quei capi il cui dominio poteva essere per loro una fonte di migliori speranze. Or qua or là udivansi urli furiosi ed acutissime grida, e le campane di questa o di quella parrocchia suonare a stormo, e ciò perchè scontrandosi le contrarie fazioni nascevano risse sanguinose, e si moltiplicavano gli ammazzamenti. Insomma tutto concorreva a presentare il quadro d’una città senza alcun regime, abbandonata al furore dei partiti e nella quale l’ambizione, la forza, l’astuzia gareggiano con ogni mezzo onde afferrare il potere.
Il nostro venturiero Macaruffo sebbene durasse non poca fatica ad aprirsi la via col suo drappello frammezzo a tanto tumulto, pure godeva internamente alla vista di quel disordine ch’ei sperava propizio al progetto che aveva supposto volersi eseguire dal suo signore. Due o tre volte fu serrato d’appresso dalla plebe che lo inseguiva gridando — Dàlli al gobbo co’ suoi sgherri; ammazza, ammazza — ma le punte delle partigiane abbassate a tempo, le fisonomie intrepide e risolute, il non avere assise che indicassero a quale delle parti appartenevano li sottrassero dal periglio.
Pervenuti al castello di Porta Giobia, n’andarono lungo la fossa sino al Portello detto del Pozzo: quivi Macaruffo diede alla scolta che stava sul battifolle la parola d’ordine; questa comunicò l’avviso al Castellano e fu indi a poco calata la trave e que’ soldati ricevuti dentro.
Il dì seguente Macaruffo avido ed impaziente di conoscere a qual termine inclinassero le cose andò con arte interrogando or questo or quell’altro de’ capitani di masnada ch’erano nel castello, ma tutti ignoravano al pari di lui la somma delle vicende, nè potevano che abbandonarsi a fantastiche congetture. Vedendo riuscire vana l’opera sua, salì sul vallo, e quivi appoggiato neghittosamente alla torre fisava sulle campagne che gli si stendevano alla vista, uno sguardo acuto per iscoprire se mai qualche vessillo spuntasse sulla via dalla parte di mezzodì, o si vedessero luccicare punte di lancie od elmi, ch’ei teneva per fermo che il suo conte Facino non dovesse star guari a presentarsi sotto le mura di Milano e non dubitava, a causa di quanto aveva veduto il giorno passato, che, compresse le fazioni, si sarebbe prontamente impossessato della città.
Ogni qual volta questo pensiero gli si affacciava alla mente, i bruni e ruvidi tratti del suo viso esprimevano una soddisfazione, un contento singolarissimo. Ed in ciò, all’opposto di quello che naturalmente arguire si dovea, l’orgoglio e la brama delle prede o degli onori avevano lievissima o nessuna parte. Un sentimento indiviso, senza speranze, celato all’aria stessa, pur sempre vivo e profondo quanto essere lo può in anima umana, formava da lunghi anni la cura assidua e l’unico movente di quel Venturiero, il cui sformato aspetto, i costumi e la vita sprezzata e soldatesca facevano rassembrare il più duro ed insensibile degli uomini.
Mentre pure guardando dall’elevato baluardo nei sottoposti piani lasciava errare lo spirito fra le sue consuete idee, che i casi recenti vestivano di più lusinghieri colori, ode venire dalla parte della città rumore di grida festose e di plausi vivissimi. Discende frettoloso dal vallo, e scontra nel cortile vairii cittadini pervenuti a fatica a ricoverarsi nel castello, i quali circondati da una folla d’uomini d’armi narravano, che all’alba di quello stesso giorno era venuto a Milano da Monza Estore Visconti con molti armati ed aveva sconfitto i ghibellini che parteggiavano per Filippo Maria; e che sendo già gli animi disposti in favore di Estore dalle calorose ed incessanti prediche di frate Bartolomeo Caccia, presso i popolari avuto in estimazione di santo, venne il medesimo accolto e proclamato signore di Milano insieme al nipote Giovan Carlo Visconti nato dal sangue di Bernabò.
A tale notizia Macaruffo indispettì gravemente, ma pure non depose la lusinga che da un istante all’altro potessero arrivare le masnade del conte Facino a rovesciare quella nuova signorìa, priva d’ogni valido appoggio ed alla quale rimaneva a compiere la più ardua impresa ch’era quella d’impadronirsi del castello.
Assiso la sera con Uguccio sopra un pancone presso la porta dello stemma (la maggiore della fortezza, dalla larga volta della quale pendeva accesa un’affumicata lucerna), andava ragionando sui fatti stati riportati là dentro, ed esponeva con fervore gli argomenti che s’aveva per non dubitare che il loro Condottiero avrebbe mosso il campo ed ottenuta la vittoria. Interruppe quell’animato dialogo la voce della sentinella che s’udì dallo spalto annunziare che s’appressava al castello un soldato a cavallo. Tosto l’araldo s’affaccia alla feritoja del ponte, e vedendo giungere vicino il cavaliere, gli grida chi sia, e cosa voglia. «Sono messaggiero e reco dispacci da Pavia» fu la risposta che venne data. Il capitano d’armi fece disporre gli arcieri di guardia in ordinanza, poi ordinò s’abbassasse il picciolo ponte levatojo laterale, e il messaggiero entrò.
Appena ebb’egli posto piede a terra, e consegnato all’araldo un involto suggellato di carte dirette al Castellano, il nostro Venturiero e il compagno gli balzarono con tutta cupidigia d’intorno, giacchè in lui riconobbero un commilitone, un uomo delle loro bande a cavallo.
«E così vengono i nostri? — gli domandarono sommessamente ad una voce.
«Chi diavolo volete che sappia se si va o si viene; per me credo che sia tutto finito.
«Il Conte non vorrebbe forse...
«Oh! con lui a quest’ora già si sarebbero fatte gran cose.
«Ma dunque perchè non si muove?
«Perchè non si muove?... Oh bella!... domandate a un morto perchè si sta fermo.
«Che?... dici tu il vero?... (chiesero pure entrambi colpiti come da un fulmine).
«E voi non lo sapete?... Pur troppo è la verità!... Il nostro povero Conte chiuse gli occhi per sempre l’altro jeri a sera.
«Io non posso persuadermene (esclamò Uguccio).
«L’ho veduto io nel suo palazzo in Pavia disteso sopra un catafalco col padiglione di broccato oscuro ricoperto delle sue armi più ricche. Tutti gli uomini delle squadre recavansi a rimirarlo, e vi dico ch’era una compassione a pensare che un battagliero come il nostro Conte dovesse essere serrato giù a marcire fra quattro pietre. Per noi la sua perdita è la piu grande delle disgrazie. Egli era la perla de’ condottieri di ventura; il soldato con esso lui doveva bensì menare delle braccia, ma poteva poi essere certo del fatto suo, e le coreggie si foderavano spesso di buoni zecchini. I principi, le città andavano a gara onde trarlo dalla loro, e per averlo bisognava che mettessero lì pile d’oro e d’argento da riempierne le staja.
«Quando però egli s’era collocato agli stipendi d’una parte ci si adoperava davvero (disse Uguccio), e chi l’assoldava poteva incominciare a cantar vittoria; nè egli ritiravasi colle schiere prima che si ponesse capo alla guerra, come fecero il Branda e molt’altri, i quali dopo numerate le caparre passarono co’ loro uomini dal lato del nemico perchè offriva più grosse paghe.
«No: il conte Facino non commise mai di queste ribalderie. A Novi, Ziaratone che non fece per toglierlo al marchese Teodoro? Soltanto per determinarlo a levarsi dall’assedio gli promise in danaro il carico di quattro muli, e davagli il figlio in ostaggio. Ma tutto fu inutile, anzi ti ricorderai che Ziaratone rimase ucciso nell’assalto da Facino stesso.
«E fu adunque quella maledetta doglia nel fianco la cagione dalla morte del nostro Conte?
«Ohibò: i signori della veste negra, i dottori, che in Pavia son più numerosi delle zanzare, sostengono che è morto per il colpo nella testa che prese due anni sono qua in Milano, quando a motivo della sommossa del popolo, spingendo a corsa il cavallo, urtò nell’arco della porta interna del palagio del Duca, e perdette molto sangue. Vogliono che quella botta macinasse dentro dentro, sin che gli diede l’ultima stretta.
«Qual malavventura!... Ora che non abbiamo più il nostro capo che faremo noi? (proferì Uguccio con voce addolorata)... Staremo qui con questi Visconti a rischio qualche giorno da farci mangiare dai cani, e senza sapere nemmeno chi di loro comanda?... Si getteremo alla campagna coi banditi, o andremo ad offrirci a qualch’altro capitano? Vi sarebbero veramente lo Sforza, Braccio, e...
«Che osi tu dire? Saresti tu mai un traditore? (l’interruppe esclamando Macaruffo ch’era stato silenzioso sino a quel momento, immerso ne’ proprii pensieri). Perchè è morto Facino dovremo noi abbandonare vigliaccamente la sua casa, e lasciare che sfumino in un lampo tutte le conquiste che abbiamo fatte seco lui, spendendo tanto sangue e fatica? Non rimane forse Beatrice di Tenda, la nostra Contessa da noi sempre obbedita come Signora? Vorremo noi permettere che la vedova d’un Capo sì glorioso sia scacciata da’ suoi dominii, e venga oppressa ed avvilita come una femmina da trivio?
«A quanto pretendi dovremmo noi dunque rimanere sotto il comando d’una donna?
«Non vi sono con lei ancora molti capitani ed i migliori d’Italia? Non v’è Castellino? non v’è Carmagnola? questo solo ne vale dieci dei più famosi che vivono al presente.
«Io credo bene (disse il soldato messaggiero) che la contessa Beatrice abbia prescelto il Carmagnola per comandare le nostre bande. Da che è morto Facino tutti gli ordini vengono dati da lui. Egli fu che ingiunse all’armata ch’era intorno a Bergamo di levare il campo e condursi a Pavia, ed io mi sono qui recato perchè mi vi spedì egli stesso.
«La signora Beatrice non poteva fare una scelta più lodevole e giudiziosa (disse Macaruffo con satisfazione). Francesco Carmagnola era la mano destra del Conte, ei lo considerava come un altro sè stesso, quindi nessuno rifiuterà di obbedirgli.
Stette muto alcun tempo, poi aggiunse: «Quand’è che tu fai ritorno a Pavia?
«Ho l’ordine di non retrocedere se non quando mi vien consegnata la risposta dal signor Castellano.
«Ebbene ora va e bada che il tuo cavallo sia governato a dovere; ma ti prego di non partire di qua senza parlare nuovamente con me».
Ciò detto si separarono.
Macaruffo trovò modo, alcuni giorni dopo, d’abbandonare il castello seguendo il messaggiero, e uscito sull’alba per istrade appartate da Milano, arrivò la sera senz’altri inciampi a Pavia.
Quella città era ingombra di soldati che appartenevano alle squadre di Facino, ed ivi giungevano da ogni parte, siccome aveva ordinato il Carmagnola, il quale divenuto supremo comandante calcolò tosto essere opportuno di adunare tutte le forze in un punto solo, onde più facilmente dominarle, e dirigerle là dove lo stato degli eventi l’avesse richiesto. Il nostro Venturiero recossi tosto al palazzo dell’estinto Conte. Stanziavano continuamente colà numerose guardie, poichè continuavansi a rendere i principeschi onori alla vedova Contessa, divenuta per la morte del marito sovrana signora di Pavia e di gran numero d’altre città appartenenti prima al Ducato.
Macaruffo da lunga mano conosciuto da tutti quegli uomini d’armi, scambiò, passando in mezzo a loro, parole di saluto ed entrò liberamente nelle camere inferiori del palazzo. Al vederlo i servi gli furono intorno festeggiandolo e Matteo, vecchio scalco, uno de’ piu antichi suoi compagni, che scendeva in quell’atto dagli appartamenti superiori, venutogli lentamente incontro dimenando il capo, gli strinse la mano, poi s’asciugò gli occhi e disse:
«Vedi qual cangiamento, Macaruffo? Siam tutti vestiti a bruno; non regna che lutto nella casa di Facino, quello che ne formava la gloria è andato sotto terra.
«Pur troppo! (rispose Macaruffo) lo seppi nel castello di Milano con indicibile cordoglio e m’affrettai a qui venire per conoscere quali provvedimenti la signora Beatrice....
«Oggi avrai fatto lungo cammino (l’interruppe lo Scalco) e abbisognerai di refiziamento e di riposo?
«No per ora veramente, e vorrei prima udire appunto da te....
«Voi altri sfaccendati (gli troncò di nuovo la parola Matteo rivolgendosi ai servi) state qui a guardarlo come babbuini e non gli avrete nemmeno esibito da cena? Sapete pure che questa è la prima offerta che il Conte voleva sempre si facesse a chi arrivava: possibile che s’abbia già da perdere ogni buona usanza? Presto andate a preparare la tavola nel salotto vicino alla mia camera, portatevi l’occorrente poi lasciateci colà tranquilli».
Invitò Macaruffo a seguirlo, precedendolo col lume su per lo scalone; passò varie loggie e da un andito riuscì in una stanza ove stavano appesi alcuni quadri. Quivi accesa una lucerna sopra un doppiero di ferro gli accennò di sedere e passò in una contigua cameretta. Allorchè fu disposta la mensa Matteo ritornò portando una damigiana che andava spolverando con un pannolino; la depose sulla tavola, quindi chiuse l’uscio a chiave; venne poi a sedersi in faccia a Macaruffo, e nello sturare la damigiana disse:
«Non ho amato d’entrare in alcun ragionamento là abbasso alla presenza di quelle gazze scilinguate, che ripetono tutto ciò che ascoltano e potrebbero farmi cadere addosso qualche mala tempesta. Ma sappi che ho desiderato ansiosamente il tuo ritorno per comunicarti delle novelle che ti faranno stupire.
«Ben temeva che la morte del Conte sarebbe stata cagione di molte novità (profferì in tuono dolente il Venturiero). Al certo v’ha discordia tra i capitani, i soldati disertano, od i vassalli minacciano d’insorgere contro la Contessa...?
«Nulla di questo (rispose lo Scalco versando il vino in due bicchieri e riempiendo di vivande il piatto di Macaruffo), anzi per grazia del cielo tutte le bande armate e i loro capi rinnovarono il giuramento di fedeltà alla nostra padrona, e questa città ha già protestato della sua devozione, lo che pure faranno prestamente le altre. Alla testa de’ soldati v’è quel sì eccellente ed avveduto...
«Il Carmagnola, lo so (disse Macaruffo con impazienza). E dunque quali sono queste novelie che vuoi narrarmi?
«Le teneva sepolte qui (ed indicò il gorgozzule), e sono sì importanti che non oserei dirle con alcuno. Ma tu sei di quelli della vecchia stampa, tu ami sinceramente la casa, con te posso parlare.
Si guardò d’intorno quasi volesse meglio accertarsi che nessun altro lo stesse ad ascoltare; MacarufFo gli affisò in volto uno sguardo acuto, indagatore, ed ei proseguì con voce bassa in aria misteriosa.
«Si sta per combinare un matrimonio! (e comprimendo un labbro coll’altro rimase a ciglia inarcate).
«Un matrimonio... e con chi?
«Sai che nella Rocca qui di Pavia v’è quel giovine che il Conte teneva, non veramente come prigioniero, ma poco meno, perchè lo faceva custodire da Antonio Bogero il cremonese, onde non avesse colle sue pretensioni alla signoria della città a far nascere tumulti.
«Sì: è Filippo Maria fratello del Duca che hanno ammazzato a Milano. Ebbene?
«Si tratta (pronunciò Matteo piu pianamente, data di nuovo un’occhiata all’uscio) si tratta di farlo sposare alla contessa Beatrice.
«Sarebbe ciò possibile? (esclamò Macaruffo cui salì una fiamma al volto).
«Non v’ha ombra di dubbio. Facino era appena sepolto quando ne venne fatta la proposta alla Contessa.
«Ed ella come l’accolse? (disse con freddezza e impallidendo il Venturiero).
«Sulle prime esitò; ma poi vi s’inframmise un tale che la trasse ben presto al suo partito.
«Chi è costui?
«Oh! l’uno de’ grandi della cappa pavonazza e la croce di gemme: un Arcivescovo.
«Quel di Milano?
«Sì quello.
«È un fautore acerrimo de’ ghibellini. Moverà cielo e terra per far trionfare il figlio di Giovan Galeazzo. Chi sa con quali armi assalì il cuore della Contessa; e quali mezzi adoperò per guadagnarla!
«Domilda che le sta sempre al fianco, mi accertò che non gli fu d’uopo usare grande fatica a farla persuasa; s’arrese ai primi assalti. Quest’è una prova dell’amore che portava al suo sposo!
«Ma Filippo Maria conta poco piu di venti anni ed ella ne oltrepassa quaranta...
«Ecco forse la ragione che l’ha più fortemente e più presto convinta (s’espresse lo Scalco con sorriso sdegnoso e maligno). D’altronde quel giovine è di sangue ducale, ha faccia bianca, pelle fina, begli occhi; tutto ciò insomma che vale ad appagare i capricci d’una donna.
«Non credo che la signora Beatrice possa essere stata sedotta da così semplici e leggiere apparenze, che son frascherie da pulcella (rispose con risentimento Macaruffo). Ella ha pensato ognora nobilmente e fu degna compagna dell’uomo potente e famoso che venne a sceglierla in moglie nel castello paterno.
«Sia come tu vuoi, ma, diciamolo in estrema confidenza, essa mostra soverchia inclinazione pei giovinetti ch’hanno visi leccati e capigliature che sembrano di lino.
«Matteo tu eccedi (esclamò fremendo il Venturiero e vibrandogli un’occhiata minacciosa). Pensa che le tue parole offendono l’onestà della nostra padrona, e se non fosse l’amore che portavi al Conte ch’ora a torto ti slega la lingua...
«Se parlo è perchè le veggo le cose (replicò lo Scalco più piano ma in tuono d’asseveranza). Non ha ella sempre tra piedi quel Michele Orombello qui mandato dai Conti di Ventimiglia onde divenisse valente cavaliero alla scuola di Facino? invece di lasciare che si eserciti nel maneggio delle armi e che il poltroncello sudi e s’addestri col cavallo e la lancia, se lo tiene tutto il giorno vicino a strimpellare il liuto e canticchiare alla provenzale.
«Sono i suoni e le canzoni del suo paese nativo e vuoi fargliene accusa se dopo tanto tempo ama sentirle ripetere da un fanciullo? chi sarà sì temerario d’immaginarsi che in ciò vi sia colpa? Ella non ebbe il diletto di dirsi madre e quindi predilige l’età di chi le potrebbe essere figlio.
«Anche Filippo Maria, quanto agli anni, potrebbe essere suo figlio, eppure se lo prende per isposo, e non è quasi freddo ancora il letto di Facino.
«Se ciò avvenisse mai, egli è, mi credi, per la forza degli intrighi e della violenza esercitata sul di lei animo dal Ghibellino venuto qui appositamente da Milano. — E dopo essere rimasto alquanto taciturno riprese: — «L’astuzia sua è profonda; ben m’avveggo ch’egli pensò che collo stringere le nozze tra Filippo Maria e la contessa Beatrice, i sudditi e le bande armate ch’ella possiede diventeranno del marito, e questi potrà con tali mezzi ricuperare lo Stato e farsi proclamare nuovo Duca, mentre da solo, misero e derelitto come egli è, non sarebbe mai divenuto in grado di farlo.
«Che la nostra padrona fosse vittima d’una trama sì iniqua?... Ma, or che ci penso, ella a fine del conto diverrebbe duchessa di Milano, e caspita è tal leccarderìa da stuzzicare il palato d’ogni cristiano.
«Per diventare signora di quella città ella non abbisogna di farsi moglie o piuttosto schiava d’un suo proprio prigioniero!... (e piegandosi verso di lui, proseguì con tuono di voce più basso ed accentato) «Tenga il Visconte rinchiuso nella torre della Rocca dov’è stato sin ora, faccia intendere le sue volontà al Carmagnola, e lasci poi operare da esso lui e da noi soldati. Buone parole a tutti, una tagliata alle gabelle, dar bando ai guelfi sanguisughe dei poveri cittadini, e noi saremmo accolti a larghe braccia dal popolo milanese.
«Oh se fosse al mondo il signor Facino!...
«A quest’ora era cosa fatta. Ma non disperiamo (disse Macaruffo animandosi in volto), il matrimonio non è finora celebrato, nè forse concluso. La volpe ghibellina può ancora cogliere in falso, vi possono nascere di mezzo ostacoli impreveduti... Ma che rumore è quello che s’ode abbasso?