RACCONTI STORICI NUOVO VOLUME
RACCONTI STORICI
DI
Giambattista Bazzoni
Nuovo Volume
MILANO
Presso Omobono Manini
1839
A
Sigismondo Raris Consigliere.
M’è soave il credere, o Amico, che la tua Maria de Cheissing, la beltà sì leggiadra ch’ora impalmata conducesti dalla patria vestfalica, più grata essere ti debba per averla posta a soggiorno in parte vaghissima di quella terra «ove fiorisce l’arancio,» come cantò il tuo Goëthe, in questo ridente suolo lombardo, in questa bella Milano che vi siede regina.
Ella fu qui non tua, e quando, reduce a’ suoi lari, questi campi e questo cielo, che animava la rimembranza, le avranno sorriso in più rosea tinta al pensiero, allora di certo l’immagine che nel suo vergine cuore già sorgeva diletta, raccoglieva da quella luce poetica della mente più vita d’amore. Quindi l’ebbra passione, quindi quella piena d’affetti che rende ora sì lieti i tuoi giorni, i quali l’incolpabile e gentile animo tuo merita numerare sempre ugualmente sereni e felici.
S’io dunque falsamente non m’appongo, entrambi prediligere dovete vivamente questa contrada, pronuba e fautrice dell’avventurosa vostra sorte. Ma ohimè! se all’innamorata fantasia qui altro non è che splendido azzurro d’aure, verde di frondi, olezzo di fiori, se nelle città grandeggiano allo sguardo monumenti sontuosi e l’arte assidua ne fa elegante e festevole l’aspetto, molti e molti pur volsero angosciosi tempi, che ogni cosa qui ammantarono di lugubre velo.
Tratto dal desìo di investigare le trapassate età, io stesso rimestava le patrie vicende, e mi provai a dare colla penna forma e vita, dirò, all’impressione che da quell’eco di potentissimi eventi mi derivava, non m’annodando al rigore de’ fatti, chè troppo agevole riesce il rilevarli nelle pagine stesse della storia. Ora concedimi adunque, che ti presenti questi miei lavori, i quali io chiamo volentieri delineamenti storici, e sarà il mio più caldo voto adempito, se essi varranno ad ispiegare non senza qualche diletto allo spirito della tua amabile Compagna, alcune delle scene che compongono la gran tela degli avvenimenti svolti dai secoli in queste contrade, di cui è bello non ignorare nè i luttuosi, nè i prosperi casi.
Io poi sarò lietissimo, se tu v’aggiungerai, siccome vero, il convincimento che questa sia una prova della sincera rispondenza alla tua cara amistà, di cui tanto mi pregio.
Giambattista Bazzoni.
MILANO NELL’ANNO 305 DELL’ERA
DELINEAMENTO A PANORAMA.
Seconda Roma.
AUSONIO.
Elmetti d’argento, lucenti loriche, clamidi purpuree, candide vesti sacerdotali, aste d’oro recanti le insegne e le aquile romane, bighe sonore, cavalli scalpitanti del lento procedere impazienti, clangore di trombe, teste coronate di verdi serti, onda di popolo ammirante, festoso; tale era il magnifico spettacolo che si presentava nell’ampia via dell’antica Milano, che dal palazzo degl’Imperatori[1], correndo presso l’Ippodromo o Circo[2], dirigevasi al tempio di Giove[3].
Il cielo era sereno, fulgidissimo il sole che irradiava la moltitudine stipata nella via, e quella che ghermiva la sommità e le aperture delle case, de’ palagi, e i peristilii de’ templi, recatasi spettatrice del sontuoso trapassare di tanto corteo. Era quel dì il primo di maggio segnato nelle tavole della storia a caratteri cubitali, poichè in tal giorno due augusti, due imperatori romani dimettevano la porpora, spogliandosi volonterosi della potestà più sovrana fra quante siano state strette da mano d’uomo, per rientrare nel nulla della vita privata. E questi due imperatori erano Diocleziano che in Nicomedia cedeva la parte orientale dell’impero al Cesare Galerio, e Massimiano Erculeo che in Milano ne cedeva la parte occidentale al Cesare Costanzo Cloro.
Diocleziano, quello ch’ebbe il crudo vanto d’imporre il proprio nome ad un’era tutta di sangue e di tormenti, l’era dei martiri, che oltre i cristiani sterminò a centinaja di mila i popoli del settentrione, dai Romani chiamati Barbari, quello che sdegnando come troppo semplici gli imperiali ornamenti già assunti da un Augusto, da un Nerone, da un Tiberio, da un Vespasiano, vestiva oro e seta e cingeva non corona di lauro, ma diadema, facendosi appellare Giove ed Eternità, ed erasi a modo dei monarchi asiatici circondato d’eunuchi, quello stesso Diocleziano s’aveva l’inesplicabile vigor d’animo di discendere spontaneo da tanta nube di fasto, di gloria e di potenza per recarsi colla moglie in una casa di Salona sua terra nativa a coltivare l’orto paterno. Ventun anni prima era egli salito al soglio, evento da una Druidessa di Tongres vaticinatogli, e v’ascese bagnandone i gradini di sangue, poichè non essendo che comandante degli ufficiali di palazzo, quando Aprio, prefetto del pretorio, uccise l’imperatore Numeriano reduce dalla Persia, Diocleziano trapassò il petto ad Aprio, e fu egli quindi proclamato all’impero.
Nel giorno stesso adunque che in Nicomedia scendeva Diocleziano dal trono, ne scendeva pure Massimiano Erculeo in questa città di Milano, ove aveva recata la sede dell’impero d’occidente. Costanzo Cloro, il nuovo imperatore che succedeva a Massimiano, trovavasi nelle Gallie, e frattanto in Milano veniva eletto Flavio Valerio Severo al grado di Cesare, nome che davasi ai designati eredi del trono imperiale.
Abbenchè gli abitanti di Milano già da alcuni anni solessero ammirare lo sfoggio della romana magnificenza, pure quel giorno sì straordinaria era la pompa, non che la causa di essa, che immenso appariva il concorso de’ cittadini, a cui s’erano aggiunti numerosissimi i forestieri convenuti nella capitale d’Insubria da altre vicine parti, siccome dalle rive del Lario, del Ceresio, del Verbano, da quelle del Ticino, dai laghi Gerundio ed Eghezzone[4] e dai colli Orobii.
Nella adunata folla popolare tra l’indole varia delle fisonomie che appalesavano le razze diverse degli abitatori in questa contrada commisti, scernevansi più distinte e numerose quelle d’origine gallica ed etrusca. I discendenti degli antichi occupatori delle Gallie manifestavansi per chiome bionde, per occhi azzurri, per larghe e rilevate ossa delle guancie, ed un’espressione del viso guerriera, e tuttavia alquanto selvaggia; si riconoscevano i figli della gente etrusca per volti affilati, pel mento acuto, gli occhi e i capelli nereggianti, e per un’aria che indicava maggiore civiltà e coltura. Il vestimento era pressochè in tutti consimile e sapeva del romano, poichè non constava nella maggior parte che d’una tunica di lana sia bianca, sia di tinta verde o rossa, a maniche brevi, stretta a mezzo il corpo da una cintura di cuojo; i canuti vegliardi e alcuni pochi tra gli uomini in età virile recavano folta e lunga la barba, e cadenti sugli omeri i capegli. Qua e là distinguevasi frammischiato alla plebe mediolanense, un Jutongio, un Alamanno, un Vandalo, un Marcomanno, di quelli stati fatti prigionieri nelle ultime guerre e dall’imperatore distribuiti come schiavi nelle provincie. Alcuni di essi coprivansi ancora coi laceri avanzi de’ loro indumenti di pelli di topi insieme congiunte o d’altri villosi animali delle germaniche e scitiche selve; se ne scorgevano alcuni aventi a modo di collare un giro di catena di ferro. Erano tutti ispidi, truci, e schiavi sì, ma di animo indomato.
Fra mezzo al popolo nessuna toga patrizia: vedevansi queste all’incontro formicare ne’ palazzi ove apparivano le matrone e le donzelle coi cinti gemmati ed i pepli trapunti.
Là sugli elevati poggi e le finestre l’idioma più usato era il latino, sebbene i Milanesi porgessero spesso occasione di burleschi motti e sogghigni ai Romani, pronunciando quella lingua coll’accento insubre, in cui principalmente dominava l’u acuto, che fu ne’ tempi posteriori detto u lombardo, ma che venne innestato tra noi dagli antichi Galli invasori. Mentre le dame e gli uomini di più raffinato costume, favellando inframettevano nella lingua latina molte parole greche, ch’era il vero linguaggio degli eleganti, nel dialogare del popolo non udivasi neppure una sola terminazione latina, e sebbene a tale idioma appartenessero la maggior parte delle parole usate dalla plebe, esse venivano però detroncate e declinate in una foggia speciale, che quella poi si fu che ingenerò così il nostro come molti altri dialetti d’Italia.
Il Cesare Flavio Valerio Severo era alfine uscito dagli atrii imperiali. Precedevano coi centurioni alla testa le coorti delle legioni di Ercole e di Giove, create da Diocleziano per bilanciare il troppo funesto potere de’ pretoriani; i cavalieri romani erano i più vaghi a vedersi, seduti con somma agevolezza sui focosi cavalli, cui un semplice drappo copriva il dorso; su quella gioventù vigorosa cupidi s’affisavano gli sguardi femminili. Le loro nude e torose braccia, i larghi petti ben annunziavano in essi i temuti vincitori dell’orbe intero. Dietro tali schiere erano drappelli di guardie imperiali cogli scudi d’argento, e la corta e larga spada svaginata; seguivano con rami di sacre frondi i sacerdoti, indi sovra aurea quadriga, che cavalli bianchissimi traevano, appariva coronato d’alloro il nuovo Cesare, con lorica d’oro fulgidissima e purpureo manto.
La quadriga di Flavio Valerio Severo era seguita da un’altra salutata più clamorosamente dai viva del popolo; stava in essa un uomo al quale il crine incanutiva, abbronzato in volto, e le cui membra appalesavano ancora tutta la forza e la solidità d’un atleta. Era Massimiano l’abdicante imperatore, guerriero infaticabile, il recente trionfatore de’ ribelli Bagaudi delle Gallie; gli stava alla destra suo figlio Masenzio, alla sinistra la figlia Fausta entrambi predestinati alla porpora. Di seguito a questo veniva sovr’alto carro un giovine per nessun altro riguardo allora distinto, che per essere figlio di Costanzo Cloro, il quale mentre doveva un giorno far perire a Massimiano e Masenzio, doveva poi agli incestuosi ardori di Fausta, assunta a consorte, sacrificare il suo proprio figliuolo. Susseguivano in bell’ordine i proconsoli, e i magistrati del pretorio, e i tribuni e gli edili, e chiudevano la schiera due coorti della legione italica.
Nel tempio fumavano l’are, il Flamine ordinava cadessero sui tori ricinti di fiori le sacre bipenni: misti ai vapori del sangue delle vittime, s’alzavano gli incensi odorosi. Eccheggiò d’inni e di preci il tempio, e si proclamava il Cesare, pio clemente felice.
Compiti i sacri riti redivano i principi alla sede imperiale fra l’acclamare del popolo incessante. Intanto dietro l’Ippodromo in una via oscura, angusta, un branco di femmine dimesse e pochi uomini di condizione servile, uscivano queti, silenziosi, da una casa d’aspetto ruinoso, e in mezzo ad essi era un vecchio di veneranda presenza, d’angelico sguardo. Mentre stavano per separarsi furono scorti dai passanti nella via maggiore, ov’era la pompa trionfale e cominciò tosto a serpeggiare una voce che ripeteva — i cristiani, i cristiani. — In un istante quel nome circolò più rapido, fu in tutte le bocche e s’alzò dalla massa intera, un urlo crescente, tonante, un ruggito di detestazione, di minaccia, uno spaventoso barrito come dicevasi allora. Egli era come se sbucato fosse da oscura caverna un gruppo di tigri, di genii malefici, di furie, e non già misere donnicciuole, poveri servi, vecchi cadenti, ch’altra colpa non avevano agli occhi stessi di chi gli odiava, che di propagare ciò che insegnava ad essi un divino maestro, l’amore cioè e l’uguaglianza fra gli uomini, il perdono delle ingiurie, la carità senza limiti, virtù coronate dalla speranza d’una perpetua felicità. Erano cristiani infatti che uscivano col loro diacono da una specie di catacomba ove dimoravano nascoste già da oltre due secoli le ossa di santa Valeria[5], la moglie del primo martire milanese san Vitale, la madre d’altri celebri martiri, Gervasio e Protasio, che tutti avevano confessato col sangue all’epoca dell’impero di Nerone.
I cristiani nelle catacombe formavansi esatta la cronologia degli imperatori romani colla serie dei cadaveri dei loro fratelli martirizzati. La più abbondante messe d’umane reliquie s’era colà però da pochissimo tempo accumulata, e l’aveva fornita Diocleziano. Mandava quell’imperante a Mileto a consultare l’oracolo d’Apollo: negava il dio il responso, e pronunciò la Pitonessa: che i giusti sparsi sulla terra gli impedivano di dire il vero. Non potè a meno Diocleziano di credere che i giusti, indicati dalla Pitonessa, i quali ammutivano l’oracolo, fossero i cristiani, e determinò di finirla una volta con questa, diceva esso, setta di stolti che adoravano un giustiziato della Giudea, e che da ducent’anni stancavano vanamente i carnefici dell’impero e impinguavano di loro carni le fiere negli anfiteatri. Ordinò quindi una persecuzione, uno sterminio generale de’ cristiani pel giorno delle feste terminali, che fu il 2 di febbrajo dell’anno 302. Quindici giorni dopo non vi doveva essere più traccia di cristianesimo come se non fosse mai apparso sulla faccia della terra.
Abbenchè non si risparmiasse contro i seguaci del Nazareno alcun genere di morte, e in tutto l’impero scorresse il sangue loro a torrenti, quindici giorni dopo, il cristianesimo era più esteso e saldo di prima, e quando tre anni e due mesi dopo quel famoso giorno 2 febbrajo 302, Diocleziano ritiravasi ad attendere alla coltura de’ fiori in Salona, certamente avrà trovati colà non pochi cristiani impetranti sul suo capo il perdono del cielo. Quest’era la consueta vendetta dei discepoli di Cristo. Anche i miserelli che in Milano uscivano dal sotterraneo ov’era la tomba di santa Valeria, al tremendo minacciare delle turbe non opposero sicuramente in loro cuore che una prece, un voto. E con quanta gioja avrebbero data essi pure la vita, se avessero potuto sapere che là, fra quegli altieri romani, loro infaticabili persecutori, eravi già quasi maturo per la sua alta missione, un giovine, che quella che essi veneravano, obbrobriosa immagine del patibolo, la croce, doveva stampare sulle insegne imperiali, ed aveva ad inalzare al trono quella loro religione umile, novella, sì abbietta e sprezzata, avanti a cui sarebbe andata fra poco dispersa ed annichilita l’antica; se avessero insomma saputo che dietro la imperiale quadriga di Massimiano veniva il fondatore dell’impero d’oriente in Bisanzio, il figlio di sant’Elena, Costantino il Grande!
Incolumi nella persona quella fiata i cristiani, nè altrimenti offesi che dall’immane grido popolare traevano chi alla loro dimora per riassumere assidui i domestici lavori, chi alle ignorate stanze degli infermi recando ciò che nell’agape la carità di ciascuno aveva tributato a sostentamento e sollievo di quelli che visitati dalla sventura erano destituiti d’ogni umano soccorso.
Non così gli altri cittadini, che la giornata sacrarono al godimento de’ pubblici spettacoli di che il nuovo Cesare gratificava Milano. Nel già accennato Ippodromo erano gare di cavalli ed ogni maniera di giuochi circensi, nell’arena od anfiteatro costruito dal console Gabino ai discobuli, ai lottatori succedevano le pugne de’ gladiatori, per le quali tutti i ginnasii o scuole gladiatorie delle varie circonvicine città avevano spediti a competitori i loro più valenti nell’arte di trucidarsi. Lo spettacolo de’ gladiatori era il più accetto, il più avidamente desiderato dal popolo, che dagli spalti, dalle gradinate, dal podio accompagnava di fragorosissimi applausi il fortunato colpo, con cui l’uno de’ combattenti, tutto all’altro immergeva l’acciaro nel petto, e copriva di fischi, d’urla spietate, il trafitto che avesse osato morire fuori delle regole dell’arte, cioè contorcendo o stirando sconciamente le membra.
Giuochi s’eseguivano pure nel circo alla piazza detta Compitus[6]; quivi conveniva l’infima plebe. I precipui personaggi sedevano al teatro[7], ove mimi e commedianti che avevano abbandonate le scene capitoline rappresentavano nuove drammatiche composizioni, con apologhi allusivi alla fausta giornata. Non mancava al tempo medesimo gran numero di passeggianti sotto gli ombrosi viali del Viridarium[8], luogo ove quotidianamente convenivano le più distinte persone oziando a diporto.
Gli abitatori delle altre città, dei vichi, dei paghi, delle ville, qui la prima volta accorsi quel dì solenne, passavano intanto curiosi e stupiti da una piazza da una via nell’altra, ammirando gli eccelsi palazzi, gli stupendi edificii, che le fiancheggiavano, de’ quali era sì ricca Milano. Contemplavano l’arco romano[9] alta e massiccia mole sostenuta da quattro grandi marmorei pilastri, fatta erigere dal console Marco Marcello dopo la vittoria riportata sui Galli insubri; fuori della porta Ticinense[10] passeggiavano lo stupendo porticato delle terme, sorretto da magnifiche colonne corintie scanalate[11]; passavano rasente le forti mura che cingevano la città, munite ad eguali spazii da quadrate torri che lo stesso imperatore Massimiano aveva da poco fatto elevare; penetravano nel tempio del Sole alla porta Argentea[12], in quella di Giano quadrifronte alla porta Comense[13], visitavano la fabbrica delle monete[14], l’Accademia, la via dei Sepolcri, e non potevano astenersi dall’esclamare concordi ch’ERA MILANO UNA SECONDA ROMA.
UN EPISODIO DELL’ASSEDIO DEL BARBAROSSA
SECONDO DELINEAMENTO A PANORAMA.
Victa Victrix.
Due frati dell’ordine degli Umiliati, mentre ritornavano al loro convento sull’ora dell’imbrunire nel giorno 24 d’agosto dell’anno 1158, giunti alla piazzuola di san Matteo alla Bacchetta vennero scontrati da un uomo d’armi, che frettoloso correva alla loro volta. Era costui tutto coperto di ferro, alto, complesso, rubesto all’aspetto, e chiamavasi Masigotto della Cantarana. Arrestatosi ad essi di contro il milite con voce affrettata:
— Ben trovati, padri santi, disse loro, io me ne andava appunto in traccia di alcuno di voi.
— D’alcuno di noi?... e che bramate, valoroso fratello? — rispose sorpreso all’inchiesta uno di que’ monaci.
— Siamo trecento di porta Nuova uniti alla Brera del Guercio nel camerone dell’armeria, e vogliamo uscire questa notte per far prova se quei del Barbarossa han duro il sonno.
— Ed in che modo possiamo noi prestarvi in tale impresa l’opera nostra?
— Voi dovete venire a benedirci ed assolverci dai nostri peccati, poichè non potendoci trascinare dietro il carroccio, se alcuno di noi rimanesse di là del fossato, possa almeno rendere l’anima da buon cristiano. Venite adunque affinchè stia colle nostre armi anco l’ajuto del cielo. —
Aderirono ben tosto volonterosi i due frati all’invito, e seguirono il soldato.
Milano, la più forte, la più prepotente città d’Italia di quel secolo, vedevasi circondata da folte schiere nimiche che la stringevano, la serravano irremissibilmente, come un cerchio di bragie ricinge senza scampo uno scorpione che colla coda percosse la gente. Tanta furia ostile era guidata intorno a Milano dall’imperatore Federigo I; ed a’ suoi agguerriti battaglioni, a que’ de’ regoli germanici suoi vassalli, s’erano spontaneamente congiunti drappelli di combattenti di tutte le circonvicine città, alle quali Milano era stata per lungo tempo gravemente molesta. Unitamente ai Sassoni, ai Bavari, agli Svevi, concorrevano quei di Como, di Lodi, di Cremona, di Pavia e d’altre assai lontane terre, a formare più massiccia, più insolubile la catena che accerchiava la nostra città, a cui agognavano dare l’ultima stretta per vendicarsi delle tante patite ingiurie.
Gli edificii sacri, le ville, i casolari che stavano fuori e in prossimità delle mura, erano stati cangiati in campali dimore pei capi dell’esercito assediante. Sul più distinto fra essi vedevasi innalzato lo stendardo imperiale, ed ivi aveva presa stanza lo stesso Federigo; altrove era la bandiera del re di Boemia; più lungi quella dell’arcivescovo di Colonia. Qua sorgeva l’insegna del palatino del Reno, là quella del duca di Svevia, e lontano l’Austriaca, la Bavara, la Vestfalica. Dall’uno all’altro degli isolati e distinti edificj occupati dai condottieri dell’esercito, stendevansi a compire il grande giro le file delle tende de’ soldati, avanti a cui erano ove steccati, ove macchine militari, torri di legno con catapulte, mangani, petriere, baliste. Dietro quella prima linea così ordinata allargavasi irregolare l’accampamento per i pingui terreni suburbani, allora devastati all’intutto, poichè li calcavano quindici mila cavalli d’Alemagna, alcune migliaja d’Italiani e immenso numero di fanti.
Le mura che stavano a fronte a quell’oste minacciosa e ne difendevano la città, erano in parte ancora quelle erette da Massimiano Erculeo otto secoli addietro, ristaurate dalle ruine cagionatevi dei Goti condotti da Uraja[15], ed in parte quelle ricostruite ed ampliate da Ansperto che fu arcivescovo, e dir si potrebbe signore della nostra città[16]. Quelle mura erano merlate; vedevansi traforate da feritoje a diverse altezze, e s’avevano al piede larga fossa e profonda. Sorgevano alte torri ove s’aprivano le porte, e queste stavano chiuse in faccia ai nemico, servendo come imposte a serrarle gli stessi ponti levatoj contesti da travi ferrate rialzati colle pesanti catene.
Ardimentosi e forti i Milanesi, usi a provocare e cimentarsi di continuo nelle zuffe coi vicini, non eransi punto inviliti d’animo, o posti in ispavento per quella imponente congerie d’armati dal teutonico imperatore raccolta e condotta ai loro danni. Ben lungi dal sentirne tema molti de’ più baldi, insofferenti dello stare chiusi e inoperosi, anelavano d’uscire a misurarsi coi nemici, a far prova con essi di formidabili colpi, sdegnati in particolar modo che Lodigiani, Comaschi, Pavesi, Bergamaschi e que’ delle altre città, tante fiate vinte e sottomesse, ardissero ora presentarsi sotto le loro mura, perchè s’avevano appoggio nel numeroso esercito straniero. Frequenti sortite facevano quindi i Milanesi, mostrando agli assedianti con qual fatta d’uomini avessero a contendere.
Di quei tempi tutti i cittadini in Milano erano combattenti. Venivano divisi per parrocchia, e quelli spettanti a ciascuna parrocchia formavano una legione che avevasi il proprio capo. Le parrocchie poi o legioni che appartenevano ad una delle parti o sezioni della città, che prendeva nome dalla porta a cui corrispondeva, costituivano un corpo distinto, che s’aveva una speciale bandiera; e tal corpo appellavasi col nome della porta stessa. Tutta la milizia poi aveva un capitano generale, a cui erasi ben lungi dal prestare allora quella cieca obbedienza che vediamo osservarsi di presente sia negli ordini della milizia urbana, sia nella soldatesca propriamente detta. Il capitano generale de’ Milanesi era in que’ giorni il conte Guido Biandrate novarese.
V’aveva fra le bandiere, ossia tra i corpi delle diverse porte, una rivalità, una gara di valore nel resistere al comune nemico. La porta Romana sosteneva la difesa dell’arco romano, già da noi menzionato, il quale rimaneva fuori della città, e quantunque danneggiato dal tempo e dai Goti, serviva come un forte, una rocca, una specie insomma d’opera avanzata a difesa della città, destino comune nei bassi tempi ai monumenti elevati dai conquistatori del mondo a solo scopo di grandezza e magnificenza. Ad onta del carico di sostenersi in sì perigliosa posizione, que’ di porta Romana erano usciti, ed ai Lodigiani che stavano loro di fronte avevano dato un duro ricordo delle passate sconfitte; e sarebbe stato assai più terribile se accorso con numerose lancie il re di Boemia, non fossero stati costretti gli assalitori a rientrare precipitosamente, perdendo non pochi dei loro. Uscita era la Vercellina respingendo il duca d’Austria, uscita contro gli Svevi ed i Pavesi la Ticinese, uscita la Tosa. Era giunto il momento che uscire doveva la porta Nuova.
Eccettuati gli uomini d’armi che rimanere dovevano costantemente alla guardia delle mura nel tratto affidato ad essi, tutti gli altri di quella porta in numero di trecento, eransi adunati nel camerone dell’armerìa presso la Brera[17], poichè era da quella Pusterla, ossia porta minore della città, che per riuscire più inaspettati ai nemici volevano uscire.
Preceduti dal milite avviato a loro, i due frati Umiliati entrarono in quella vasta sala, o piuttosto ampio androne le cui pareti erano interamente rivestite di appese armature. Vi ardevano rozze lampade pendenti dalla vôlta al lume delle quali que’ robusti nostri antenati vestivano gambieri, schinieri, panciere, corazze, bracciali, manopole di ferro, e si coprivano il capo con celatoni, cervelliere, cuffie ferrate, morioni grevi non meno di mortaj di bronzo; attaccavansi ai fianchi spade smisurate, e impugnavano mazze di ferro, ascie pesantissime, da mandarne spezzata d’un colpo un’incudine. Era là dentro rumore pari a quello di un’officina di ferramenta, poichè quando venivano a contatto que’ guerrieri, cangiatisi in altrettante statue di ferro, mandavano cupo suono metallico. Delle faccie di essi non eravene una sola che non annunziasse intrepidezza, ardire, gagliardía estrema: erano sguardi truci, tinte brune, lineamenti non usi mai a spianarsi per futili gioje. Etruschi, Galli, Romani, Goti, Longobardi si erano fusi in una sola razza, omai indistinguibile; non erano più che Milanesi, ma temprati nell’aspetto e nei modi all’indole incolta di quel secolo di ferro. Il loro linguaggio era di già dialetto milanese, come lo provano i nomi delle persone e delle cose in uso a quel tempo, ma certo non s’aveva quello schiacciato, quel prolungamento, quell’eco nelle vocali che ebbe nei secoli susseguenti, onde acquistando un non so che di troppo molle e lento, fu difetto che dalla pronunzia passò erroneamente ad essere applicato al carattere personale degli abitanti, per cui a torto dalle altre popolazioni d’Italia vennero talvolta qualificati d’inetti e di infingardi. A’ giorni nostri tal nota sfavorevole al dialetto va sensibilmente scemando; poichè rendesi sempre più spedito il comune favellare, e odesi trascinare assai di meno che per l’addietro non si facesse le vocali che formano desinenza alle parole; sulle labbra poi alle persone delle classi più civili moltissimi vocaboli vanno conformandosi meglio alla giusta dizione italiana.
Giunti i due Monaci in quell’adunanza di armati, appena furono scorte le loro bianche tuniche, tutti si composero in silenzio. Si fece tosto avanti il capo della bandiera, ch’era un compagnone il più ardente e istizzito che mai vi fosse, nemico dei consoli della città, nemico acerrimo del Biandrate, nemico insomma di tutti quelli che comandavano più di lui. Arrogante, avvelenato contro ciascuno, Caccatossico[18] accoglieva con sogghigno sardonico il racconto delle imprese altrui, e teneva per fermo che coloro che assediavano Milano non sarebbero andati sossopra che quando avesse egli fatta una sortita colla sua bandiera. Era costui grandissimo della persona, ossuto e magro con occhi irosi, stralunati; ma, per verità, di braccio così poderoso, che narravasi di lui che, in un conflitto a Vaprio, essendoglisi spezzata la spada e avendone lungi gettata l’impugnatura, diede colla sola destra coperta del guanto un sì fiero manrovescio all’uno degli avversarii che gli fracassò la testa e la visiera. Postosi innanzi ai Frati:
— Alla barba del traditore Novarese[19], sclamò rabbioso Caccatossico, la vogliamo vedere finita. Questa notte faremo tritume di quella ciurmaglia che sta fuori a dar guasto ai nostri broli ed alle nostre ortaglie. Menarono tanto rumore e fecero festa a san Giovanni in Conca que’ di porta Romana, perchè condussero dentro prigionieri Giovan Giudeo e il Peterzio di Lodi. Que’ due mascalzoni me li sarei portati da me legati alla cintola. Faremo noi quel che va fatto, e domani se ne sapranno le novelle; in seguito poi chi avrà da pagarle le pagherà. Allorchè vi son io la vittoria non diserta mai la nostra bandiera. Viva porta Nuova! —
E ognuno ad alta voce gridò: — Viva!
— Viva sant’Ambrogio! viva Milano!
— Viva! Viva! Viva! —
Tutti poscia i guerrieri s’inginocchiarono, e l’uno de’ frati con essi; l’altro monaco, alzata con una mano la croce che portava appesa alla cintura, recitò una preghiera invocando su di essi l’ajuto divino in quella notturna spedizione che ritenevasi sacra, poichè esponevano la vita per la salvezza della patria, quindi li andò benedicendo, assolvendoli siccome fossero giunti all’ora estrema.
Allorquando poi furono di là partiti i due frati, venne inviato uno degli uomini d’arme a vedetta sull’alto della torre della Pusterla onde spiare nel campo nemico.
Il cielo era affatto oscuro, ma nell’accampamento dell’esercito assediante splendevano innumerevoli fuochi. Da tutte le aperture delle tende scorgevansi entro di esse, collocati in varie guise intorno ai focolari ardenti, gruppi di soldati che stavano o pascendosi o riscaldandosi. Passavano ad ogni tratto innanzi ad esse i drappelli delle scolte, e cavalieri che apparivano d’improvviso illuminati con tutto il destriero, e sparivano tosto nell’oscurità. Perveniva da quel campo un rumor vario, un continuato bisbiglio, tra cui s’alzava di tempo in tempo qualche voce, qualche grido più distinto che subito moriva in quel mormorío incessante, come il frastuono d’un lontano torrente. Ricinto da tutta quella vita serale d’un esercito infinito stava Milano colle sue mura e le sue torri, nereggiante e muto come il simulacro d’un vasto funebre monumento.
Mano mano però andavano facendosi più radi i fuochi, s’affievoliva il mormorío, e quando fu prossima l’ora che segna la metà della notte, ogni lume era scomparso, spento ogni fuoco, e regnava nel campo un silenzio alto, profondo, universale.
Scese allora l’esploratore dall’alto a dare avviso a’ suoi essere opportuno il momento per la sortita. Caccatossico ordinò la schiera e tutti s’avviarono nell’oscurità tacitamente alla Pusterla Brera, il cui ponte levatojo venne calato senza alcuno strepito.
Di contro alla linea di porta Nuova teneva il campo il conte Ecberto di Butene, il quale capitanava una banda di cavalieri di ventura, che, seguendo spontanei le bandiere di Federigo, erano venuti all’assedio. I Milanesi varcato il ponte, procedettero in serrata ordinanza verso le tende nemiche. A causa delle tenebre che fitte regnavano, si erano già accostati d’assai alla sentinella, prima che questa s’avvedesse di loro. Incerto ancora il soldato se le pedate che udiva fossero de’ suoi, ebbe appena proferita la chiamata per ricevere la parola d’ordine, che un colpo di mazza l’aveva steso tramortito al suolo. Tolto così quell’inciampo, si sbandarono prontamente gli usciti, e superato lo steccato, precipitarono verso le tende. Alcune di queste furono fatte d’improvviso crollare, in altre penetrarono i nostri uccidendo chi vi si trovava.
In poco d’ora però il rimbombo de’ colpi, le grida degli assaliti, avevano destato l’allarme, e i circonvicini balzati dai giacigli, accorrevano frettolosi a quel luogo chi colle spade impugnate, chi colle fiaccole accese. Per le nuove genti che continuamente sopraggiungevano, andavansi quindi moltiplicando i lumi e i combattenti. Al rosso chiarore di tante fumide faci balenavano i ferri con sanguigni riflessi, mentre fierissima e micidiale si stringeva la mischia. Pugnavano i Milanesi come leoni affamati. Ogni loro colpo era il tocco del fulmine. Colti all’impensata, mal coperti dalle armature, gli imperiali non valevano a sostenere la furia dei nostri, e ne andavano a fascio l’uno sovra l’altro. Caccatossico ingiuriando a grida sgangherate i nemici, avanzava menando con poderoso slancio a due mani da dritta e da sinistra il suo lungo spadone, spazzando ad ogni colpo il luogo.
Respinti da tanta tempesta dovettero alla fin fine gli assaliti volgere le spalle, e si diedero alla fuga per l’accampamento. Mentre il maggior numero de’ Milanesi li andava inseguendo, altri scorgendo quivi presso riparati sotto appositi assiti un branco di cento cavalli de’ guerrieri di Ecberto, che tenevano tuttavia sul dorso gli arcioni, posero sovr’essi le mani e tagliate le corde, li spinsero verso la città, ove tosto que’ bardati destrieri furono fatti penetrare. Coloro che li cacciavano innanzi però ebbero tempo appena di far pervenire fra le mura la preda, che rivoltisi per raggiungere di nuovo i commilitoni, li videro che non solo avevano cessato dall’incalzare i nemici, ma venivano retrocedendo innanzi a loro continuando pur sempre a pugnare.
Essendosi propagata colla velocità del lampo la nuova dell’uscita degli assediati, varii de’ capi dell’esercito imperiale avevano avuto il tempo di ordinare le schiere, le quali sopravvenivano sempre più fitte e numerose. Il conte Ecberto salito prontamente un corsiero, e seguito da alcuno de’ suoi più valorosi cavalieri, veniva a galoppo incalzando colla lancia gli assalitori. Il fiero Caccatossico urtato da lui, si volse d’un tratto e con un gran fendente alla cervice del cavallo glielo mandò rovescio; mentre l’animale cadeva replicò poi con una vigoría ed una prestezza indicibile il colpo sulla testa allo stesso Conte, che lasciò cadere di mano la ronca, e fu veduto ripiegarsi sovra sè stesso, colando il sangue a rivi dai fori della sua visiera. Caccatossico lo afferrò tosto pel mezzo del corpo, fuor levandolo di sella, ed esclamando che voleva portarselo in Milano ed inchiodarlo come un gufo alla sua casa, onde tutti l’avessero a vedere e sapessero quelli di porta Romana che il suo era uno de’ buoni, e non un Lodigian di stoppa; aggiungendo ogni altra contumelia che l’odio municipale faceva più consueta a quella lingua di fuoco. Ma in tale istante tutti i seguaci d’Ecberto gli furono sopra, e tratte le spade lo tempestarono con estrema vigoría. Impedito dai cavalli che lo assiepavano, Caccatossico faceva ogni suo meglio per riparare i colpi, ma ne veniva martellato in sì fatta guisa, che alfine rimase fessa in più parti la sua grossa celata. Allorquando scortolo in tale perigliosa posizione, volgendo faccia, irruppero i suoi contro i cavalieri nemici, l’intrepido capitano della bandiera di porta Nuova aveva già avute forate le tempia ed era caduto sul corpo d’Ecberto che non aveva mai abbandonato.
Al nuovo impeto gli imperiali cessero il suolo e i Milanesi sollevati da terra i due estinti guerrieri, via li tolsero, e vennero a gran passi verso la città, dalle cui mura, i nemici che volevano ostinarsi a inseguirli, furono trattenuti lontani con una pioggia di saette, di sassi, di verrettoni. Rientrata al fine l’uscita schiera dalla Pusterla, venne subito rialzato il ponte levatojo, e ribadita la ferrata imposta.
Quando i primi fuochi dell’aurora colorirono la sommità delle torri di Milano, già gran parte della città era conscia del fatto; mano mano poi che la luce del giorno si faceva più viva, per tutte le contrade spandevasi il popolo chiedendo ed ascoltando con gioja ed avidità i casi di quella gloriosa sortita, acclamando la bandiera di porta Nuova, e deplorando la perdita del valente che avevala guidata. Allorchè fu alto il sole, in tutte le chiese, ne’ conventi e monasteri, furono fatte pubbliche preci, e poscia i guerrieri di porta Nuova n’andarono processionalmente per la città, conducendo i cavalli predati, e portando sopra un’alta bara il corpo del loro condottiero, innanzi a cui veniva recata infissa in una lancia la compiuta armatura del conte Ecberto. A tal vista l’ardire e la speranza de’ cittadini s’accrebbero a dismisura, raffermi nella persuasione che mai l’esercito alemanno avrebbe trionfato di loro.
Pure non scorsero quindici giorni e Milano erasi arresa, giurando fedeltà al germanico imperatore; della qual cosa non è agevole stabilire le cagioni. Certo è però che a loro mal costo vollero poi i Milanesi ribellarsi, perchè Federigo sentenziatili contumaci, venne alla metà dell’anno 1161 ad assediarli di nuovo, e dopo sette mesi di difesa li costrinse un’altra volta ad arrendersi, sebbene piuttosto a causa della fame che per la forza dell’armi. Ricevuto in Lodi l’atto di loro sommissione la più intera ed umiliante, il Barbarossa qui si recò[20] ordinando che tutti gli abitanti uscissero dalla città e venisse Milano atterrata, distrutta. E ciò fu fatto. Ma nel chiostro di Pontida si componeva la famosa lega che doveva vendicare un sì memorabile affronto.
I Milanesi trionfarono, e la loro città sorse dalle proprie rovine potente ancora e vigorosissima. L’abbellirono indi i Visconti con stupendi edificii; l’adornarono gli Sforza; la sua area s’aggrandì, si duplicò durante la signoria della Spagna; la prima dominazione austriaca dalla ruggine dei secoli la ripuliva, indi l’imperante francese vi disegnava opere grandiose. Ora fatta capitale del bel regno Lombardo, come per incanto fiorisce e s’adorna. Si compiono e si erigono templi, archi, monumenti; sorgono palazzi, gallerie; ogni dì diroccano e spariscono vecchie deformi muraglie, e nuove case si presentano di vago e ornato aspetto, che l’occhio ricreato ammira. Le vie, le piazze, prima contorte e anguste, si fanno ampie e diritte, e ogni oggetto v’abbonda a conforto o sollazzo della vita abbisognevole.
FINE.
I GUELFI DELL’IMAGNA O IL CASTELLO DI CLANEZZO
RACCONTO STORICO.
Chi è quel vecchio che di sangue rossa
La persona, ver me gli sguardi ha intenti?
Non ti par che movendo ei di lontano
Con la fronte m’accenni e con la mano?
Io?... seguirti?... ma dove?... e tu chi sei?
Mi conosci tu forse?... Ah! no t’arresta:
Deh! per pietà non mi strappar da lei!
I Lombardi alla Prima Crociata.
CANTO XV.
Era il tempo in cui ferveva in Italia la maledetta peste dei due partiti, generata dai contrasti tra Roma e il germanico impero; ed ogni città, ogni terra, anzi dir si potrebbe ogni casale, ogni famiglia, andavano divisi in sostenitori dell’una o dell’altra delle avverse fazioni e vivevano quindi tra essi non come parenti o fratelli, ma quali accaniti nemici.
Fra l’ultime ad essere attossicate da sì funesto contagio, fu Bergamo, in cui il rompersi de’ cittadini in parte ghibellina e guelfa e lo armato contendere fra loro per simile deploranda cagione, non ebbe cominciamento che nell’anno 1296, mentre altrove avevano già da lunga mano quei due nomi fatto insanguinare la terra italiana.
Ben tosto però arse ivi pure potentissimo l’incendio, e si stese dalla città al territorio; onde il piano e le valli che Bergamo signoreggia, presentarono rapidamente un solo feroce quadro di civili dissidii. Dopo infiniti parziali azzuffamenti che gli animi già crudi inasprirono, vennero alfine le due fazioni ad assalto entro le mura stesse di Bergamo. Soccombettero nel conflitto i Ghibellini: per la qual cosa, abbandonate le loro case, ire dovettero in esiglio. Si rivolsero essi allora al Magno Matteo Visconte, ch’era in Milano il capo del loro stesso partito, e acciecati dal desìo di vendetta offrirono con mal consiglio di dargli in mano la città, quando volesse di sue milizie ausiliarli. Accolse tale proposta l’astuto Visconte; mandò suoi uomini d’armi, affortificati dai quali i Ghibellini bergamaschi, rientrati nella città, sconfissero i seguaci della fazione contraria, li spogliarono de’ loro averi rilegandoli ai confini. I vincitori chiesero un governante a Matteo, che s’affrettò ad avviare a Bergamo Ottorino Mandello qual proprio rappresentante, per comandarvi in suo nome. Però quel trionfo della parte ghibellina fu di breve durata, poichè indi a pochi mesi i Guelfi ritornati in forze riconquistarono la città, e ne scacciarono furiosamente i Ghibellini e il Mandello, e ogni loro seguace, e per vari anni vi si mantennero dominatori.
Se non che molti tra i Guelfi stessi, mutata col tempo opinione, si diedero al partito contrario; ond’è che i Ghibellini, ripreso vigore, rialzarono la testa, e nell’anno 1301 chiamarono di nuovo Matteo al dominio di Bergamo. Quel Signore si mosse incontanente da Milano, cavalcando di compagnia col proprio figlio Galeazzo e seguito da numerosa schiera di venturieri e di militi milanesi, venne ad unirsi coi Ghibellini in terra bergamasca. I Guelfi ch’erano dentro la città, vedendo affievolite le loro file da numerose diserzioni, messi in ispavento dalle armi straniere, che sopraggiungevano collegate a loro danno, sgombrarono Bergamo per la seconda volta, ed ivi entrò il Visconte colla fazione ghibellina e vi fu proclamato capitano generale. S’impossessarono i Guelfi della Terra di Romano, e ampliandone il castello, vi si stanziarono.
In quella età succedevansi rapidissimi i sconvolgimenti, poichè la forza sociale non stretta a centro comune, ma fra mille capi quasi equabilmente divisa, faceva troppo arduo lo stabile signoreggiare d’un solo in regolato ordinamento, e poneva la fortuna dei più in balìa de’ capricci, degli interessi, degli errori di una moltitudine rozza e subitanea nel suo parteggiare. Così avvenne che la potenza di Matteo andò di subito ecclissata, onde il partito ghibellino spoglio del saldo appoggio del signore di Milano, dovette co’ Guelfi venire a componimento, e lasciare che questi pure rientrassero nella città di Bergamo, ove alcun tempo, cioè pel corso di due anni, rimasero le contrarie fazioni vicine e tranquille. Rinati poscia i dissidii, com’era agevole a supporsi, la parte guelfa di nuovo prevalse e i Ghibellini cacciati in bando si raccolsero a Martinengo e di là uscivano di continuo a battagliare co’ Guelfi, recando ogni guasto alle loro ville ed ai loro tenimenti.
Questo fatale avvicendare di vittorie e di sconfitte si prolungava da quasi un secolo intero. Le stragi, le paci, gli assassinamenti, gli accordi furono innumerevoli. Quella primitiva fazione, come in altre parti d’Italia, assunse anche ne’ paesi bergamaschi nuovi nomi e nuove divisioni. Colà si chiamarono Intrinsici i Guelfi, Estrinsici i Ghibellini. Per le borgate e le terre sino alle estremità de’ monti, una famiglia, un’insegna davano nome a novelli partiti, ed era per tutto un indomabile delirio d’odiarsi e distruggersi.
Però tra le valli bergamasche quelle in cui più fervido e operoso si mantenne l’astio di parti furono la Val di Imagna e l’antica Valle Brembilla, ora entrambe sì queto asilo di placidi mandriani e d’agricoltori.
S’apre la Valle d’Imagna a ponente di Bergamo poco al di là del Brembo, e prende nome dal torrente che calando dai monti, da cui è conterminata la valle a settentrione, la vien rigando presso che per tutta la sua lunghezza, e va a metter capo nel Brembo. Ristretta è la Val d’Imagna: ovunque severa, e in molte parti, ma più verso il fondo, di tetro e selvaggio aspetto, poichè le fanno parete montagne alte, ripide, boscose; la chiudono aspri monti dentati, di nudo macigno, la cui catena chiamasi la Serrata, che la dividono dalla più nordica Val Taleggio.
La Brembilla non era propriamente una sola valle; ma negli antichi tempi davasi tal nome a tutto quel gruppo di monti cogli avvallamenti in essi racchiusi, che hanno principio nel punto ove l’Imagna scende nel Brembo, e per lo spazio di dieci miglia all’incirca, correndo all’insù, dividono la Val d’Imagna dalla Valle Brembana. Il territorio tutto e i villaggi di que’ monti, sia sul versante che accenna al Brembo, sia sul pendio opposto che cala all’Imagna, s’ebbero complessivamente la denominazione di Brembilla.
Vantava la Val d’Imagna le sue terre di Stroza, Capizzone, Mazzoleni, Locatello dagli sparsi casali, Sant’Omobono dall’acque salubri, le due Rota, l’altissimo Fuipiano ed altre non poche. Vantava la Brembilla il suo Ubiallo, Bondello, Axolo, Biello, Mortesina e il prospettico Clanezzo. Quest’ultimo aveva un castello, che quasi chiave del paese, sorgeva al cominciamento di esso sul colle, a’ piè del quale vengono a mischiarsi le acque del Brembo e dell’Imagna; e teneva soggetto il ponte, che arcuato fra due dossi petrosi sul fragoroso torrente, offriva l’unica via che agevole fosse a percorrersi volendo penetrare in quella contrada.
La Brembilla poi iva orgogliosa eziandio d’una rocca, che sorgeva sull’una delle sue più alte cime, il monte Ubione, a cui dalla falda ov’è Clanezzo per arrampicati sentieri in non poco d’ora si sale. Quel forte arnese, ivi eretto nel decimo secolo da Attone Leuco conte d’Almenno, mostravasi turrito e cinto da merlate mura. Isolato e minaccioso quale appariva su quel culmine a cavaliero delle due Valli Brembana ed Imagna, quasi segnacolo della superiorità su di esse di que’ della Brembilla, veniva considerato dagli afflitti abitatori delle soggette vallate, che lo contemplavano da lungi, come un nido inviolabile d’umani avvoltoi, da cui venivano rapaci piombando inaspettati, ed a cui riparavano colla preda. Imperciocchè gli uomini della Brembilla soverchiavano in forze i loro vicini, e con depredazioni continue li danneggiavano. Erano essi vigorosi, armigeri, arditissimi, ed avevano valorosi capi nelle famiglie potenti che dimoravano nella valle.
Tra le distinte famiglie della Brembilla precipua poi era quella de’ Dalmasani, signori di Clanezzo, nel cui castello abitavano e d’onde uscivano capitanando loro genti nelle zuffe che co’ propinqui valligiani perpetuamente s’ingaggiavano, ed in ispecial modo con quelli dell’Imagna. Poichè tra la Brembilla e l’Imagna, due montuose rivali, manteneva acceso più fiero e inestinguibile il fuoco dell’ira, la scintilla degli avversi partiti, essendo la prima di ghibellina, l’altra di guelfa fazione.
E poco dopo la metà del secolo decimoquarto il più potente avversario che s’avessero i Guelfi dell’Imagna, egli era appunto il sire di Clanezzo Enguerrando Dalmasano, ghibellino ardentissimo. Ottenuta ch’ebbe l’alta Rocca di Monte Ubione dalla gente Carminata (abitatori di Casa Eminente altro castello nella Brembilla), il rapace Enguerrando disegnava nella valle, che misurava dello sguardo, i luoghi a cui portare assalto, e scendeva quindi ruinoso con sue masnade, come irreparabile torrente, recando incendio e ruina or in questa, ora in quella terra nemica; e solo nella gioja di depredare i Guelfi e sconfiggerli quell’anima feroce diguazzava. Andavano sconfortati al tutto gli abitanti dell’Imagna poichè non avevano valida difesa ad opporre alla prepotente possa del loro odiato vicino, e i soli nomi di Dalmasano, di Clanezzo, d’Ubione, portavano in tutta la valle la desolazione e lo spavento.
Già da alcuni anni duravano sì disastrose vicende, allorchè fece inaspettato ritorno nella terra nativa l’uno de’ più potenti valligiani dell’Imagna, Pinamonte da Capizzone, ch’era da più lustri stato assente.
Nell’ardore d’una bellicosa giovinezza Pinamonte erasi abbandonato a tutta la foga di sfrenate passioni, cui tennero dietro sì tremende sventure, che l’infelice attrito dalle angoscie e dai rimorsi abbandonò il patrio suolo, e andò cercando piuttosto la morte che la gloria combattendo in lontane contrade. Ma essendo uscito illeso dai più gravi perigli, dimise l’usbergo e la spada e fattosi palmiero, pellegrinò a Roma ed a Gerusalemme. Reduce da quella sacra terra aveva fermo di racchiudersi pel rimanente de’ suoi giorni in cella monacale, ore sperava dalla preghiera e dalla solitudine, raccoglier pace agli affanni non ancora attutati nel cuore.
Poco lunge dal limitare di sua paterna valle, sorgeva a Pontida quel chiostro, che la fama della lega lombarda, ch’ivi fu stretta, manda tuttavia celebrato in Italia, sebbene or vuoto e nudo apra i suoi vasti recessi al sole ed al vento che aleggia la valle. Di quella età esso n’andava altamente venerato per la santità de’ suoi Cenobiti, e vi traevano signori e penitenti a visitarlo sino dai più remoti abituri de’ monti.
Ivi Pinamonte cercò ed ottenne agevolmente ricetto, chè i monaci s’avevano a grado d’accogliere fra loro chi pel lignaggio e per gli ampi possedimenti poteva far più valido il loro predominio sugli abitatori delle prossime valli. Mentre trascorrevano i giorni di prova, pe’ quali il guerriero doveva farsi degno di proferire a piè degli altari il voto solenne, che per sempre lo togliesse alle cure profane, giunse replicatamente al suo orecchio la tristissima storia de’ patimenti de’ suoi congiunti dell’Imagna, che dall’incessante assalire d’Enguerrando, il vecchio sire di Clanezzo, venivano oppressi.
Pinamonte, stirpe di Guelfi e caldissimo seguace egli stesso di quella fazione, poichè teneva sacrosanta la causa della Chiesa nel seno della quale aveva cercato rifugio, sentì bollirsi un fiero sdegno nell’anima alle novelle di tante onte recate a’ suoi dall’avverso ghibellino; e tutto divampando d’armigero fuoco, cesse, troppo novello monaco, alle inveterate inclinazioni di battagliero; sicchè non potè reprimere la smania di trovarsi fra’ suoi monti per affrontarsi co’ rivali della Brembilla e, sternati i Dalmasani, vendicare col ferro le offese da’ suoi lungamente inghiottite.
Patto aperto ai monaci tal disegno con sì decise parole, che la forza del suo volere invariabilmente annunziavano, non trovò tra que’ padri chi tentasse dissuaderlo dal guerresco proposito, che anzi ad una voce lo animarono, affinchè, dimessa la tonica, avesse a riprendere la spada, per recarsi a domare l’orgoglio degli iniqui ghibellini. E ciò fecero, poichè lo reputavano efficace ausilio sul campo alla guelfa fazione che dai monaci di Pontida veniva in secreto bensì, ma operosamente favoreggiata. In que’ giorni stessi nel chiostro, sotto il velo del più profondo mistero, tenevasi mano cogli emissarii del Pontefice, ad ordire in tutti i monti dell’alta Lombardia una vasta congiura, per riunire i Guelfi, e moverli a sollevarsi ad un tratto nell’opportuno momento, affine di trionfare una volta per sempre del partito ghibellino, scacciando le forze di Bernabò Visconti, divenuto signore di Milano, il quale, siccome tutti gli altri di suo casato, offriva il principale appoggio che s’avessero nell’alta Italia i Ghibellini, la cui maggior potenza derivava specialmente dal tenersi congiunti sotto lo stendardo della vipera viscontea.
La cospirazione guelfa veniva però preparata nelle tenebre più fitte, sì che allora non ne erano ancora fatti partecipi che alcuni tra i precipui capi guelfi di Bergamo e delle valli Seriana e Camonica, stretti al silenzio dai più solenni e tremendi giuramenti; nè i monaci stimarono di render conscio del secreto Pinamonte prima d’averne tenuto consiglio col Legato.
Ciò nondimeno quel dì che rivestita la sua pesante armatura, ricinta la fida spada, il guerriero dell’Imagna abbandonando i Cenobiti varcava sul cadere della notte la soglia del monastero, l’Abate che lo accomiatò benedicendolo gli disse: — Andate, o valoroso figlio, la forza di Dio sia con voi. Non passerà lungo tempo, lo speriamo, che vi potremo annunziare una buona novella, voi fateci promessa che ad ogni nostra chiamata ritornerete fedelmente in queste mura per prestarvi ad operare come lo destinerà chi ode la voce di quegli ch’è più illuminato di noi. —
Pinamonte piegò un ginocchio a terra e portandosi alle labbra la mano dell’Abate che lo aveva benedetto, giurò ch’esso sarebbe sempre stato umile servo della Chiesa, e la avrebbe con tutta fedeltà obbedita sin che gli rimanesse nelle vene una goccia di sangue. Salì poscia in arcione, e si pose per la via della sua valle, di cui gli era noto ogni riposto sentiero.
Lasciati dietro a sè gli ultimi casolari d’Almenno, di cui vedeva luccicare i rusticani fuochi, entrò nell’ombre più dense delle gole de’ suoi monti.
Procedeva per la tacita notte, e quando nell’universale silenzio udì distinto il lontano mormorare delle acque della sottoposta Imagna, un mesto lampo di gioja sorse nel cuore del guerriero. Oh! quanta angoscia, quanti cupi pensieri, quanta storia di disperati affetti e di pietà profonda eransi svolti in quell’anima ardente dall’ultimo dì che aveva mirate le acque spumeggianti del suo torrente scorrere nel fondo verdeggiante della valle, e udito quel loro stesso fragore! La valle era placida, l’ombre solenni, soave il mormorío delle acque come ne’ giorni della sua infanzia; ma quanto esso stesso era cangiato! I suoi rosei colori, la sua balda leggiadria, tutto era scomparso come le dilettose immagini di quell’età fortunata. Pinamonte aveva varcato l’ottavo lustro; tetro e imponente n’era divenuto l’aspetto, arso il viso dal sole, corrugata la fronte, fosco e severissimo lo sguardo.
Progrediva il guerriero assorto nelle memorie dei dì che più non erano e giunse ove il sentiero dalla folta macchia che copriva quella falda, usciva all’aperto; ivi alzati gli occhi, mirò sull’alto della montagna a destra, due punti rosseggianti, due fuochi che come due occhi infernali, giù guardavano nella valle, ed erano lumi nella torre della rocca d’Enguerrando che nera giganteggiava sull’Ubione.
Un fremito di rabbia assalì Pinamonte a quella vista e si fece più intenso in lui il pensiero della vendetta, sì che assopì tutti gli altri sentimenti che gli commovevano il cuore, e ratto spronando alla volta di Capizzone, si trovò ben presto vicino alle domestiche pareti.
Quanta letizia la sua venuta recasse alle sventurate sue genti, mal si saprebbe narrarlo. Egli però impose si tenesse celata la sua presenza nella valle onde non pervenisse all’orecchio di que’ della Brembilla. Per fidati messi fe’ quindi avvertiti i più prodi valligiani, e raccoltili intorno a sè secretamente avvisarono ai modi di combattere uniti e con efficacia i nemici, e statuirono i segni e l’appostamento, attendendo l’istante propizio in cui i Ghibellini fossero discesi nella loro valle, essendo vano presumere d’assalirli nella rocca d’Ubione o ne’ castelli della Brembilla, ove si tenevano troppo vantaggiosamente difesi.
Ne andò guari che a far paga l’aspettativa de’ Guelfi il vecchio Enguerrando, come un lione, che sempre avido di prede mal giace inoperoso nel covo, meditò di condurre sue genti sino al boschereccio Mazzoleni, terra interna della valle Imagna, ch’era andata sino a quel giorno immune da scorrerie. Vegliavano attente le scolte di Pinamonte sì che mai da Clanezzo o dal forte d’Ubione, durante il giorno, o nelle ore notturne, drappello alcuno moveva il passo, senza ch’egli ne avesse prontamente novella.
Venuta la sera del giorno cinque d’aprile, (volgeva allora l’anno 1372) fu recato l’avviso che molti armati da varie parti della Brembilla, avevano salito l’Ubione, ed erano stati accolti nella rocca. Previde Pinamonte qualche ostile disegno del Dalmasano, e quindi mandò pronti avvertimenti onde i suoi fossero parati all’evento.
Un’ora innanzi la mezzanotte, ecco splendere un fuoco sulle vette di Valnera: tosto gli risponde al di là della valle un altro fuoco sulle rupi di Bedulíta, e un terzo ne appare ben presto tra i macigni della Corna Bucca. Tutta l’Imagna ha conosciuti i segnali.
I Ghibellini della Brembilla, usciti dalla rocca scendono intanto guidati da Enguerrando che troppo uso a vincere e fugare i sin allora timidi Guelfi non pone mente a que’ che reputa semplici fuochi pastorali. Entrano così i Brembillesi nella valle Imagna; giungono al torrente, lo varcano; le sponde ne sono sguernite d’ogni difensore; quindi procedono confidenti e sicuri.
Intanto i montanari dell’Imagna, prese le armi, abbandonano le case, e rinfrancano le pavide madri e le spose ripetendo ad esse il nome di Pinamonte, ed accertandole che ritorneranno vittoriosi e vendicati. Per diversi sentieri, rapidi e guardinghi nell’oscurità convengono da ogni banda al luogo prefisso, ch’è là dove il loro fiume rompe fragoroso tra gli eretti scogli di Ceppino. Quivi li attende Pinamonte, che una bruna armatura tutto rinserra nelle sue scaglie di ferro. Seppe egli ben tosto dai sopravvegnenti che la masnada ghibellina teneva la volta a Mazzoleni, e deliberò d’assalirli al loro retrocedere.
Lasciò buona mano de’ suoi alla custodia di quel passo difficile, per troncare ai nemici la ritirata se diretti si fossero al ponte di Ceppino; ed esso, elettasi una schiera de’ più forti e risoluti, si recò oltre il torrente ad appostarsi in un luogo pel quale, non prendendo la via del ponte, dovevano i Brembillesi necessariamente passare per riguadagnare la loro rocca.
È tal luogo una landa deserta sparsa di radi ma enormi massi che il lavoro dell’acque e del vento ha resi vuoti e spugnosi imprimendovi bizzarre forme. Quivi occultati ed intenti al venire del nemico trovò l’aurora i guerrieri di Pinamonte. Appena alla prima incerta luce pallidissima dell’alba i culmini delle opposte montagne si disegnavano più distinte sull’azzurro del cielo già biancheggiante, e là giù nel piano i drappelli degli armati mal si discernevano ancora dai petroni ferrigni a cui stavano aggruppati intorno, che la masnada d’Enguerrando ritornava trionfante d’avere incendiato Mazzoleni, affrettando il cammino per giungere ne’ suoi asili anzi che fosse interamente spiegato il giorno. Al crescente rischiarare del dì, mentre pervenivano al fondo della valle più vivi riflessi di luce, i montanari dal luogo ove stavano in agguato videro con fiera gioja i loro avversarj varcare a guado il torrente, laddove allargasi in ampio letto, e prendere cammino alla loro volta. Indi a pochi istanti i dossi che fiancheggiano quella landa echeggiarono all’improvviso grido di Imagna! Imagna! e i Ghibellini si videro ricinti da numerosi armati in atto d’assalirli.
— O Dalmasano, io sono Pinamonte (gridò il condottiero de’ Guelfi), ed oggi devi qui pagare il fio delle tante tue scelleratezze. —
Enguerrando non si sgominò, benchè in quel momento desiderasse d’aversi appresso il prode Bertramo, il valoroso suo figlio, che pugnava allora alle sponde del Tanaro. La zuffa incominciò sull’istante, e il primo raggio del sole nascente che penetrò in quella valle, illuminò l’una delle più fiere mischie che siano registrate negli annali delle civili discordie. Ben presto tutto l’irto piano apparve ricoperto di sangue, di morienti e di estinti; il ferreo braccio di Pinamonte operò prodigi di valore. Invano i combattenti della Brembilla, all’eccitatrice e ancor sonora voce del loro antico signore vendevano a caro prezzo la propria vita: essi cadevano l’uno sull’altro orribilmente mutilati da innumerevoli colpi. Il lungo astio represso pareva duplicare la vigoria ne’ montanari dell’Imagna: essi consumarono la strage de’ loro nemici. A gran fatica pochi fra i più arditi e fidi vassalli d’Enguerrando, esponendo i loro petti gli fecero scudo intorno, e strascinarono il vegliardo nei dolorosi passi della fuga, sì che giunse ad avere scampo su per la montagna, e pervenne a racchiudersi nella fatale sua rocca.
Mai sì compiuta vittoria aveva coronati gli sforzi d’alcuno de’ due partiti: quindi la clamorosa disfatta del temuto Dalmasano, e il nome di Pinamonte da Capizzone, riempirono le valli circonvicine e recarono letizia inesprimibile a quelli della stessa fazione, sdegno e sconforto nella fazione contraria.
A Pinamonte mandarono nell’Imagna gratulandosi tutti i capi guelfi della terra bergamasca, e dal chiostro di Pontida gli venne un foglio da nome venerabile segnato, che le maggiori grazie della Chiesa gl’impartiva. Nè al prode guerriero riuscì poi di minore diletto l’invito che gli fu recato dal castello d’Endenna di prender parte ad una nuova impresa.
Sorgeva forte e ben munita nella valle Brembana il castello d’Endenna, ed erane signore il cavaliero Merino l’Olmo, il quale era stato nelle antecedenti vicende eletto supremo duce di parte guelfa. Avendo egli però conosciuto che vanamente si contrastava co’ Ghibellini sinchè tenevano congiunte le loro armi con quelle del Visconte, erasi condotto a vivere solitario nel proprio castello, spiando l’occasione di uscire a campo in loro danno, quando ne fosse venuto favorevole l’istante. Di que’ giorni che il grosso delle forze di Bernabò trovavasi impegnato contro Amadeo conte di Savoja, ei meditava di cogliere il momento per recarsi al conquisto del castello di san Lorenzo in valle Seriana, d’onde i Ghibellini che vi si tenevano forti sturbavano i Guelfi della valle, e tagliavano sovente le loro comunicazioni colla Valle Camonica, ove quel partito contava numerosissimi fautori. Nel frattempo giungeva all’orecchio del cavaliero d’Endenna il trionfo di Pinamonte; per la qual cosa tosto bramò che questo valoroso guelfo seco lui si congiungesse, e si spiegassero unite contro i Ghibellini le loro baveríe, che così chiamavansi i pennoni o stendardi de’ partigiani.
Il guerriero di Capizzone, non temendo che Enguerrando, di cui aveva fiaccato così terribilmente l’orgoglio, osasse uscire da Clanezzo o dalla rocca di Ubione per molestare la sua valle, raccolta buona schiera de’ suoi, abbandonò l’Imagna e recossi ad Endenna. Ivi Merino e gli altri capi guelfi onoratamente l’accolsero e festeggiarono. Trascorsi poi brevi giorni, ordinate le loro genti partirono unitamente dalla Brembana, e presa la via per le montagne, calarono in valle di Serio al castello di san Lorenzo, che tosto cinsero di forte assedio.
A Bergamo recò grande scompiglio ne’ Ghibellini l’inaspettato annunzio d’una tale guerresca provocazione, poichè mal sapevano comprendere come il sire d’Endenna e Pinamonte dell’Imagna cogli altri Guelfi osassero tentare una sì aperta ed ardua impresa, quale si era l’espugnazione di quel castello, mentre potevano venire agevolmente assaliti alle spalle dalla fazione cittadina.
A provvedere quindi alla bisogna i Ghibellini s’adunarono e statuirono che in ajuto de’ loro seguaci, accorresse la Cà Suardi, ch’era nella città la più potente di quel partito. Onofrio e Baldino Suardi raccolsero quindi i loro uomini, ed assoldate alcune bande d’Ungari che stanziavano disperse nel paese, s’affrettarono a portar l’armi contro i tracotanti Guelfi montanari, che addoppiavano gli sforzi per mandare rovescie le ghibelline bastite.
Il quindici maggio (quaranta giorni appena dopo la carnificina di valle Imagna) fu il dì in cui la valle Seriana, vide sventolarsi incontro le nemiche bandiere. Tolti gli Ungari che ingrossavano le file condotte dai Suardi, tutti quegli armati che si trovavano a fronte erano d’un medesimo suolo, parlavano un linguaggio, un dialetto stesso, e molti ve ne avevano nelle linee opposte congiunti dai sacri vincoli del sangue, poichè la sorella dell’uno era dell’altro o la sposa, o la cognata o la madre. Ma nulla valeva il potere di sì santi legami a petto di quella fera cecità dei partiti, che tramutava i fratelli in nemici, e le terre italiane in tanti campi di guerra.
Preso ch’ebbero terreno le schiere suardesche, i Guelfi diedero il segno del combattimento, e tosto andarono loro incontro con impeto estremo. Abbenchè i due Suardi fossero valenti battaglieri, e le loro genti senza viltà combattessero, non poterono però tener fronte al sire d’Endenna, ed al pro’ Pinamonte, veri mastri di guerra; ond’è che dopo poche ore di pugna n’andarono rotti in fuga, lasciando seminato la valle di cadaveri e di feriti.
Questo secondo e più importante trionfo de’ Guelfi delle montagne, recò in Bergamo alla parte ghibellina somma costernazione, sì che spedirono prontamente loro messi alla corte di Milano, che a quel signore arrecassero l’infausta novella. Bernabò Visconti ne rimase altamente corrucciato; e sebbene delle politiche cose non fosse troppo accorto e profondo conoscitore, pure gli fu agevole comprendere che se i Guelfi fossero divenuti dominatori nel bergamasco, avrebbero fatto potente sostegno alle pretese del Pontefice, e prossimi come erano alla signoria di Milano (poichè da’ suoi verroni del castello di Trezzo tutto gli si schierava allo sguardo il loro paese) gli sarebbero riusciti troppo pericolosi avversarii.
Per ciò commise al capitano Giovanni d’Iseo la condotta d’una grossa schiera d’uomini d’armi milanesi, ordinando si recasse immediatamente a liberare i Ghibellini della Seriana, a cui i Guelfi vincitori stavano per dare nel castello di san Lorenzo l’ultima stretta.
Mentre veniva a gran furia quel forte soccorso di militi del Visconte, giunse più affrettatamente al campo de’ Guelfi un messo dal chiostro di Pontida, e chiamati a consiglio Pinamonte, Merino e gli altri capi, fece sì che lasciassero l’impresa e si ritraessero, senza sostenere un nuovo combattimento. Le masnade montanare infatti abbandonato l’assedio si sciolsero e ritornarono alle loro valli senza attendere i milanesi.
Bernabò, aizzato dai Ghibellini, non rimase pago al disperdersi spontaneo de’ Guelfi e per punire l’audacia del signore d’Endenna, e rintuzzare l’orgoglio di que’ dell’Imagna spedì nuove genti d’armi sotto la guida di Zenone da Groppello. Questi s’inoltrò in Valle Brembana e giunse ad Endenna, accingendosi a conquistare e distruggere il castello di Merino l’Olmo, il cavaliero guelfo sì funesto sempre all’avversa fazione. Il braccio di Pinamonte non venne meno all’amico in tanto periglio. Scelto un drappello de’ più fidi tra’ suoi, mosse dall’Imagna, e per lunga via ne’ monti penetrò nel castello di Merino, e ne protrassero uniti la difesa. Ma ogni dì s’andavano aumentando le forze del nemico, poichè giungevano all’assedio tutti i Ghibellini della Valle, nè vi mancò venendo da Clanezzo co’ suoi Brembillesi, l’indomabile vecchio sire Enguerrando. Ai ripetuti assalti le mura del castello d’Endenna dovettero cedere alfine, e diroccando lasciarono penetrare i Ghibellini vincitori. Merino e Pinamonte coi più prodi rimasti superstiti dopo l’ultima disperata pugna, s’aprirono la strada col ferro tra le file nemiche. Guadagnarono le rupi di Sedrina, e col favore della notte si condussero sino a Biello, da dove superata la giogaja d’Arnosto calarono nella valle Imagna, ed ivi Pinamonte offrì sicuro asilo nelle proprie case al Cavaliero, la cui intrepidezza non erasi per tanta calamità fatta minore.
Distrutto il castello d’Endenna, il capitano milanese, affine d’imporre un freno ai moti dei ribelli dell’Imagna, nella cui vallata non ebbe però l’ardimento d’inoltrarsi, lasciò forte presidio nei castello di Clanezzo, perchè colle genti di Dalmasano opponesse ai Guelfi insuperabile resistenza.
Per tali favorevoli eventi i Ghibellini di Bergamo, protetti sì vigorosamente dal signore di Milano, stimarono conculcato senza riparo il contrario partito. Ma egli era in quel momento appunto che riusciva a maturanza la guelfa cospirazione da lunga mano condotta, e di cui era centro il chiostro di Pontida.
In quell’aula medesima del monastero in cui ducent’anni addietro i rappresentanti di tante città d’Italia, obbliati gli odii e le gare municipali, alla solenne voce di papa Alessandro III, si erano stretti ad un patto contro il comune nemico, per cui resi nella concordia e nell’unione invincibili, videro a Legnano le terga del superbo Federigo, in quelle stesse pareti trenta capi guelfi erano celatamente convenuti dalle valli e dal piano bergamasco chiamati essi pure dalla volontà d’un Pontefice. Ma questo però non s’aveva altro scopo nell’adunarli che di distruggere l’indipendente potenza d’una famiglia lombarda, quella dei Visconti, la quale signoreggiando Milano ed estendendo il proprio dominio, faceva ire immune dall’influenza della corte cardinalizia un vasto tratto di terra italiana. Tale essere doveva alla fin fine il risultamento di quella guelfa congiura, dal Legato pontificio coll’opera de’ monaci sì pazientemente intessuta. Però a que’ prodi e fieri uomini che vi prendevano parte il vero fine non ne era palese. Essi v’erano condotti, perchè obbedivano all’astio del partito ed a private brame di vendetta; e purchè i Ghibellini ed il Visconte rimanessero sconfitti, non avevano pensiero poi di qual giogo corressero il rischio d’aggravare sè stessi e la patria. D’altronde racchiusi come stavano ne’ loro solitarii castelli, non potevano raffigurarsi greve il peso d’una signoria lontana da loro, mentre la prepotenza d’un forte ed avverso vicino, li obbligava vegliare incessantemente a difesa delle proprietà e della vita.
Tra i capi guelfi che l’adunarono a Pontita, sebbene vi si contassero un Guglielmo Colleone, un Lantelmo Rivola, un Simon de’ Broli, pure per valentía, intrepidezza e scienza d’armi primeggiava Pinamonte, ivi dall’Imagna trasferitosi coll’ospite suo, il fido sire d’Endenna. Ad essi due fu dal congresso affidata la difesa delle Valli occidentali di Bergamo, dal Brembo all’Adda; di questo fiume poi dovevano far libero il passaggio alle schiere del conte di Savoja, il quale le conduceva a congiungersi coll’armata del Legato pontificio che s’avanzava per la terra bresciana, e così sarebbero piombate unite sovra il Visconte.
Scioltasi l’adunanza, ebbero subito luogo tra i Guelfi i prefissi movimenti[21]. Il conte Amadío di Savoja entrato nel milanese aveva portato il suo campo a Vimercate. Ricevuto avviso, ei s’avanzò sino a Brivio. Calati intanto i Guelfi dalle montagne condotti da Pinamonte e da Merino, respinti o trucidati i presidii ghibellini di Villadadda, di Calolzio e delle altre terre della riviera, gli fecero sicura la sponda sinistra del fiume, sì che gettato un ponte varcò in terra bergamasca, d’onde vettovagliato abbondantemente, progredì alla volta della bresciana. Forti drappelli di Guelfi delle vallate orientali l’avevano di già preceduto e s’erano mischiati all’armata del Legato, che s’avanzava numerosa e potente.
Bernabò vide non senza grave turbamento la fiera tempesta che s’andava addensando contro il suo dominio e nella quale era ben da prevedersi sarebbe stata avvolta tutta la sua famiglia, se mai riuscisse meno poderosa. Per apporvi riparo, nell’atto che adunava tutte le sue soldatesche, mandò al fratello Galeazzo signore in Pavia, instando perchè gli avviasse armati onde fosse più valida la difesa contro le guelfe minacce. E indi a poco infatti, condottiere di molte genti a pro dello zio, comparve alla corte di Bernabò in Milano il giovine conte di Virtù, Giovan Galeazzo. Il severo ma semplice Bernabò, accoglieva benignamente e albergava presso di sè il nipote che gli fu genero, mal atto a leggere in quello sguardo composto, in quella fronte pensosa il futuro usurpatore della signoría che gli veniva a proteggere, quegli che doveva col peso d’una corona ducale tentare di comprimere il rimorso d’avergli propinato il veleno.
Al nipote Giovan Galeazzo diè compagno Bernabò in quella spedizione il proprio figlio naturale Ambrogio, giovine di duro animo, e d’indole avventata e bellicosa. Impose a questi specialmente l’incarico di domare i Guelfi ch’erano in Bergamo, e di distruggere tutti quelli che avevano a scorribanda occupato il paese tra l’Adda e il Brembo, traendo clamorosa vendetta de’ congiurati monaci di Pontida.
Le forze del signore di Milano capitanate dai due cugini, e insiememente dall’esperto guerriero, il marchese Francesco II d’Este, entrarono da Cassano su quel di Bergamo. Ambrogio cavalcò dritto alla città con trecento lancie; mentre Giovan Galeazzo ed il marchese, col grosso dell’armata ed i Ghibellini raunaticci, continuarono la via contro le forze pontificie che si appressavano da Brescia.
Non è nostra mente di narrare l’incontro che tra i due eserciti avvenne a Montechiaro. Basti il sapere che le squadre di Bernabò toccarono una terribile sconfitta, che il marchese d’Este rimase prigioniero del Legato pontificio e il giovine conte di Virtù, dopo avere pugnato da prode, perduti nella battaglia l’elmo e la spada, dovette trovare salvezza nella fuga, e recò allo zio, nel castello di Milano, la dolorosa novella.
Mentre ciò accadeva, Ambrogio entrato in Bergamo aveva fatti prendere a tradimento alcuni de’ principali Guelfi ivi rimasti, e loro aveva data la morte. Mosse quindi co’ suoi armati alla volta del Brembo, lo valicò e incenerì Gonfaleggio; indi assalì Caprino mettendone a ruina gli abitati. Si volse in seguito furioso a Pontida per distruggerne il chiostro.
Le bande montanare, condotte da Pinamonte e dal sire d’Endenna, eransi sulle prime ritirate nelle valli, rifiutandosi, atterrite, a stare a fronte a que’ possenti guerrieri ch’erano mandati contro di esse. Ma alla novella degli orribili guasti recati dal Visconte, e dell’imminente periglio delle sacre mura del monastero, rampognati con aspre parole dall’impavido guerriero dell’Imagna, brandirono di nuovo le armi e giù venendo a precipizio, giunsero addosso alla soldatesca dell’immite Ambrogio, pel cui comando già andava in fiamme una parte del convento. Si pugnò con un ardore senza pari: molte aste e spade si spuntarono e ne andarono in pezzi sulle salde armature di Pinamonte e del sire d’Endenna; ma essi non cessero mai, e ad esempio di quegl’instancabili combattenti, le scuri e le mazze de’ montanari operando robustamente, giunsero al fine a rompere gli ordini de’ militi nemici, e gli serrarono dappresso uccidendo in accannita mischia uomini e cavalli. Mentre Ambrogio, resistendo tuttavia, faceva impeto disperato con un drappello di seguaci, assalito da vicino egli stesso, n’andò al suolo trafitto da mille punte. Ad altro allora non pensarono i suoi che a raccoglierne la salma e a ritirarsi; nè ebbero schermo dall’inseguire de’ vincenti che ritraendosi di là dal Brembo, d’onde recato a Bergamo l’estinto figlio di Bernabò, s’ebbe dai Ghibellini che dominavano la città, onorevole e lagrimata sepoltura.
Era così venuto pe’ Guelfi il giusto momento di scuotere interamente il giogo de’ loro oppressori. Celebrarono in Pontida la novella vittoria, ed ivi Pinamonte giurò che in quelle vallate esser più non vi doveva segno di dominio de’ Visconti o de’ Ghibellini, e che s’aveva ad ogni costo a togliere loro di mano i luoghi forti che occupavano. Propose per prima impresa l’assalto del castello di Clanezzo, ove Enguerrando Dalmasano teneva uniti a’ suoi uomini della Brembilla i guerrieri milanesi lasciati colà da Zenone di Groppello ed il cui figlio Bertramo aveva sempre battagliato contro il loro partito, ed armeggiava tuttavia sotto lo stendardo della vipera.
Tutti i convenuti applaudirono alla proposta dell’indomito guerriero di Capizzone, il quale ricondotte quindi nell’Imagna le bande de’ suoi valligiani e fatto forte da masnade della Brembana chiamate dal suo fedele cavaliero d’Endenna si preparò all’assalto dell’abborrito Clanezzo.
Sorgeva la notte e neri ammassi di nubi posavano immoti sulle dirupate cime de’ monti che chiudono quella valle. Quando tutto fu tenebre si videro silenziosi varcare l’Imagna drappelli e drappelli d’armati guelfi, che un fiero desiderio di sangue e vendetta conduceva giojosi a perigliare per le silvestri rupi dell’Ubione. Essi salirono la montagna, indi la costeggiarono, e riuscirono in Clanezzo d’intorno al castello di Dalmasano. Splendettero allora le fiaccole e si diè mano da tutti a martellare colle pesanti travi la ferrata saracinesca. Alle grida d’allarme delle scolte, al rintronare di que’ colpi, gli abitanti del castello fecero indarno dalle feritoje e dalle merlate mura piovere sugli assalitori in mille guise la morte. Ogni ostacolo fu superato; scassinata e spezzata n’andò la porta, e l’onda degli invasori traboccò nel castello. Per gli atrii, per le scale, lungo i porticati era un combattere furioso, e cresceva spavento in quel tumulto feroce lo scoppiare rimbombante della procella, scatenatasi d’improvviso dalle balze montane, la quale faceva tremare dalle fondamenta il forte edifizio, quasi natura sdegnata volesse manifestare il suo corruccio a que’ spietati deliranti a sterminarsi.
Pinamonte e il sire d’Endenna incalzando vigorosamente gli smarriti difensori del castello, pervennero pei primi nella sala d’armi, ove si scontrarono nel vecchio Enguerrando. Egli, vestita la corazza e impugnata la spada, veniva trattenuto a sommo stento da Costanza sua nuora, la giovinetta sposa dell’assente Bertramo, dalle donne di lei e dai servi, deliberato d’uscire ad affrontarsi cogli assalitori.
Allo scorgere i due suoi odiati nemici comparirgli a fronte, Enguerrando non ebbe più freno, e si avanzò contro Pinamonte scagliandogli le più fiere imprecazioni. Costanza balzò frammezzo ad essi, e nell’atto che al suocero faceva scudo di sua persona, scongiurava co’ singhiozzi, giungendo le mani, il guerriero guelfo di risparmiare la vita al canuto avversario. Ma Pinamonte ardente di vendetta, impaziente di tale contrasto, afferrò col sinistro braccio, in cui portava lo scudo, la desolata Costanza, e trascinandola di fianco, si tolse così dinanzi ogni ostacolo, onde i ferri di que’ due possenti capi degli avversi partiti cupidi di trucidarsi, si scontrarono e si ripercossero furiosamente. Non durò a lungo però la lotta; poichè scambiati alcuni colpi, ribattuta la spada d’Enguerrando gli vibrò Pinamonte dritta la punta della sua nel petto. Un lampo folgoreggiando dalle gotiche imposte spalancate dal vento, rischiarava di sua luce tremenda l’orribile spettacolo. Costanza diè un grido; e svincolatasi dal braccio del guerriero, s’abbandonò sul vecchio ch’era caduto rovescio immerso nel proprio sangue.
Il fragore del tuono, il muggire della bufera che incalzava violentissima, coprivano gli ululati che i servi e le donne mandavano disperatamente al mirare il loro antico signore steso trafitto al suolo esalare gli ultimi respiri. Pinamonte recato il fatal colpo, rimase immobile, quasi inoridito egli stesso alla vista dell’atroce morte di quel vegliardo. Ma il cavaliero lo richiamò, lo scosse; onde entrambi, radunati ad alte grida i loro seguaci, abbandonarono quel castello che avevano riempito di desolazione e di stragi.
Quanto era avvenuto a Clanezzo si rinnovò in altri luoghi delle vallate e del piano, ove tenevansi presidii ghibellini, e sempre nelle più perigliose imprese i Guelfi dell’Imagna riuscivano invincibili; onde quella fazione tenevasi sicura che la ghibellina sarebbe stata annichilata o perpetuamente sottomessa.
Non fu però tale il volere dei destini. Era statuito che avesse la stirpe viscontea a grandeggiare in Lombardia: essa doveva spogliare le città di loro municipali franchigie, essa ridurle suddite in un ducato, quasi per renderle al tutto imbelli, affinchè dopo un secolo e mezzo sbandassero, facile preda, ad inghiottirsi negli incommensurabili possedimenti del Quinto Carlo, l’austro-ispano dominatore.
Nè il Legato pontificio, nè i Guelfi seppero approfittare delle riportate vittorie. Bernabò, a non lasciare inulta la morte del figlio e la sconfitta del nipote, adunò tutte le soldatesche della signoria; ed esso stesso guidandole cavalcò da Trezzo, varcando in bergamasca dal doppio ponte sull’Adda, e mandò in ruina tutti i possedimenti de’ Guelfi, incendiando case, tagliando alberi e viti. S’accostò alla valle Imagna; e venuto in Almenno, ivi pure non perdonò nè agli abitati, nè agli abitatori: non penetrò nella valle, poichè giurò che prima voleva adeguare al suolo le mura del riottoso chiostro di Pontida, e averne la vita de’ monaci ribelli. Tutti i capi guelfi alla terribile minaccia che si propagò del Visconte contro il famoso monastero, accorsero alla difesa di esso, pronti a sagrificarvi la vita. Pinamonte e il sire d’Endenna calarono frettolosi a quella volta colle masnade montanare. Ma Bernabò, avanzandosi da Almenno, mosse alla loro volta, e scontratisi presso Palazzago, nacque un terribile combattimento. Questa fiata però i montanari e tutte le bande guelfe n’andarono vinte e sbaragliate. V’aveva una lancia tra quelle de’ cavalieri del Visconte, che sì furiosamente s’adoperava contro gli uomini dell’Imagna, che ben vedevasi esserne guidati i colpi da un desiderio più ardente, che il fervor bellicoso. Era quella di Bertramo Dalmasano, il figlio dell’estinto Enguerrando, sire di Clanezzo.
I capi guelfi con Pinamonte e il cavaliere d’Endenna in numero d’oltre settanta, dopo la loro disfatta di Palazzago si gettarono nel monastero di Pontida, e si prepararono a disperata difesa. Bernabò, circondato strettamente il chiostro, fece trasportare le macchine belliche per atterrarne le mura. Vedendosi ridotti a inevitabile estremità i monaci persuasero i combattenti ad arrendersi. Venutisi a parlamento, Bernabò promise salva ad essi la vita; ma colla perfidia di que’ barbari tempi, quando le porte ne furono disserrate, e le sue soldatesche penetratevi ebbero nelle mani i cenobiti ed i guerrieri difensori, il Visconte fece i monaci crudelmente trucidare. De’ capi guelfi poi molti perirono nei tormenti; ad alcuni pochi più doviziosi accordò riscattarsi con ingenti somme; altri diè prigionieri in mano ai Ghibellini, loro spietati nemici, onde ne disponessero a piacimento. Il monastero venne poscia abbandonato alla soldatesca che ne consumò il saccheggio, ed indi fu dato in preda alle fiamme[22].
Solo andarono immuni dal sacrilego depredare e dall’incendio, i corpi di sant’Alberto e dei beati Tito ed Enrico i quali stavano in quel chiostro deposti, ed in grande venerazione tenuti. Venne il vescovo di Bergamo Lanfranco a raccogliere quelle sacre ossa dalle mani dei militi, e colle confraternite a lungo seguito di chierici e regolari ne eseguì in solenne modo il trasporto alla città, ove furono racchiusi in un’ara di santa Maria maggiore. Per tre giorni il popolo accorse nella chiesa ad onorare quegli umani avanzi tramutati dalle loro pristine sedi, e poteva innanzi ad essi meditare quanto erano terribili i frutti dell’odio e della vendetta nelle cittadine fazioni.
Il cavaliero Merino l’Olmo, il valoroso e fido sire d’Endenna, aveva lasciata, combattendo entro il chiostro, la vita. Più sventurato Pinamonte da Capizzone, l’eroe dell’Imagna, carico di catene varcò le soglie del castello di Clanezzo ivi trascinato prigioniero dal nuovo sire Bertramo Dalmasano, che lo volle avere da Bernabò in potere e che aveva a vendicare in lui il versato sangue paterno.
Di questi nostri dì chi s’avvia per la comoda ed ampia strada aperta all’interno della Valle Brembana, ove le salubri acque di san Pellegrino, chiamano ne’ giorni estivi numerose cittadinesche brigate, vede poco dentro dall’ingresso della valle sulla destra del fiume un poggio, che alberi pittorescamente aggruppati, che fiori, che viottoli, che elegante belvedere, mostrano foggiato ad amenissimo giardino. Biancheggia un’ampia casa al di là del giardino, e a piè di esso v’ha l’arco d’un antico ponte sotto cui passa un torrente che versa le sue acque nel Brembo. Quel torrente è l’Imagna, quella casa il castello di Clanezzo; e il poggio, sì vago di presente e gradito soggiorno, iva tutto coperto d’opere fortalizie. Sorge ora un grazioso caffehaus nel giardino là dove eravi il gheffo per le scolte, e il luogo serba tuttavia il nome di sentinella. Ivi chi lo eresse, gentile amatore della natura e della storia, vi depose verrettoni, pugnali e picche, e chiovi a larghe capocchie, ch’egli stesso raccolse tra le ruine dell’antica rocca d’Ubione, di cui sull’alta vetta del monte tutta scoprì le fondamenta, e pose una iscrizione ad indicarlo ai visitatori.
Nel luogo stesso a riscontro di quella ove è detto dell’armi rinvenute sepolte ne’ ruderi della sfasciata rocca, quest’altra iscrizione si legge che noi riportiamo affinchè serva a compimento del nostro racconto[23].
«Era a mezzo il suo corso la notte del 20 marzo del 1393. Le acque de’ fiumi ripetevano nel loro seno l’argenteo disco della luna, che brillava in un purissimo azzurro. Da questa torricciuola la scolta vegliava alla sicurezza del Castello. Improvvisamente dall’opposta sommità del ponte si mostra agli occhi della sentinella un forte drappello di valligiani d’Imagna. La campana d’allarme tosto ha rimbombato fra le rupi della valle, ed il suo squillo funesto e prolungato ha risvegliato gli abitanti del villaggio. Bertramo Dalmasano, signore di Clanezzo, accorso alla testa de’ suoi armigeri, opponeva vigorosa resistenza al nemico, che già atterrava i ferrei cancelli del ponte; ma colpito l’animoso ghibellino da un dardo avvelenato, periva vittima del disperato suo coraggio. Il prigioniero, che gemeva sepolto nel carcere solitario del castello, a tale novella preso da feroce gioja, scuoteva le sue catene; sul suo pallido e corrugato volto succedeva al pianto il truce sorriso della vendetta, e dolce gli scendeva al cuore la speranza di rivedere ancora la luce del giorno, ed i patrj lari».
FINE.
EDEMONDO ED ADELASIA O LA TORRE DI GOMBITO
EPISODIO DELLE FAZIONI BERGAMASCHE.
Dimessi gli odii antichi e l’ire acerbe
Segnar con viva religion nel core
La desiata pace del Signore.
I Guelfi. Poema.
Ardito monumento di feroci tempi sorge quasi nel centro dell’alta città di Bergamo, una quadrata elevatissima torre contesta di grossi massi petrosi, che lungi vedesi dal piano giganteggiare sulla linea degli edificii come un ricordo severo, una minaccia di trapassate età fatta solida, inalterabile. Presso la sommità di quella torre s’apre in ciascuno dei quattro lati un pertugio o finestretta oblunga, arcuata, che al guardarla dal basso ha l’apparenza di semplice fenditura. Nell’epoca di cui intendiamo parlare, cioè nell’anno 1306, una ferriata di grosse barre era apposta ad ognuno di que’ fori e ne divideva l’angusto vano in più piccioli spazj.
Sul cadere del giorno 24 d’agosto dell’anno sopra annunziato chi dalle vie vicine avesse mirato attentamente all’alto della torre, avrebbe veduto tra le ferree spranghe della finestretta dal lato occidentale apparire la faccia d’un giovine prigioniero che stava immoto contemplando il tramonto del sole.
Trovavasi infatti colà un misero, ancora nella più fresca età della vita, che dotato di prodigiosa attività e tutto fuoco nell’anima, era condannato a consumarsi in fatale inerzia entro quelle ristrette e tremende pareti, caduto ahi! troppo immaturamente, in potere di un nemico, più fiero e implacabile per essere suo stesso concittadino. Aveva quel prigioniero pallido il viso, nerissimi gli occhi, e cadente lungo le tempia la bruna ed inanellata capellatura; stava allora curvato al sasso, collocate l’uno sull’altro le braccia e il mento appoggiato sul pugno della destra mano, fiso mirando il gradato scemarsi della viva luce del giorno, e il vibrare degli ultimi raggi lungo la fuga di colline, che si stendono a ponente della città sin dove avvalla il Brembo. Vedeva egli i castelli sulle prominenze lontane disegnarsi in nero contro lo splendido occidente, e passare in taluni di essi per opposte aperture una striscia di luce, che raffigurava entro le vetriate un incendio.
Quando tutto quell’ardente chiarore si andò temprando in una tinta argentina, che mano mano moriva nell’azzurro sempre più cupo del cielo, su cui veniva dominando la sera, il prigioniero si rizzò, e più dura, più angosciosa si scrisse ne’ suoi bei lineamenti la pena, alla quale quel luminoso spettacolo aveva recati alcuni momenti di tregua.
Dalle sottoposte chiese sì della città, che dei borghi, cominciò in quel mentre a salire là su il suono de’ tocchi dell’Ave-Maria. Al mesto rimbombo di quel pietoso invito a rivolgersi a Dio, si concentrò lo sconsolato in sè stesso, ed alzò poscia supplicante lo sguardo, lasciando giù cadere le braccia con giunte le mani. Parve pronunciasse una preghiera, ma non ne raccolse giovamento alla quiete dell’animo, poichè d’improvviso fece un moto di sdegno e proruppe in tronche parole di rabbia e minaccia. Acquetatosi di nuovo s’appressò al suo giaciglio, e su vi si abbandonò rimanendovi supino in riposo; ma dopo pochi momenti incominciò ad agitarsi, e crescendo in lui la smania, vi si arrotolò singhiozzando disperatamente. Riavutosi da quell’impeto sfrenato di dolore, si sollevò a sedere, indi inclinossi da un lato, piegò il capo e rimase sorretto sulle braccia che stese a puntellare la persona. Così stette a lungo assorto in tetri pensamenti, senza trarre pressochè il respiro, immobile al paro dell’effigie marmorea del gladiatore moribondo di cui imitava la posa. Elevata alfine la testa osservò che riflettevansi in chiaro sulla volta del suo carcere le quadrate partizioni della finestra aperta dal lato orientale. Comprese che spuntava la luna, si rialzò, e s’affacciò a quel pertugio.
Di retro ai colli che limitano la veduta verso Brescia, veniva alzandosi, e sorgendo s’allargava smisuratamente in sua pienezza l’astro della notte. Allorchè fu tutto sull’alto del prominente colle a cui pareva appoggiarsi col lembo inferiore, si mostrò rosseggiante, e venendo da alcune brune strisce di vaganti nebbie bizzarramente tratteggiato, all’attristata fantasia del prigioniero, il disco lunare, prese aspetto dell’umana faccia d’un beffardo spirito nimico, apparso a far più crude col suo reo influsso le sciagure umane, sembrando a lui che quel fantastico volto, acceso da sinistro fuoco, guardasse a sghembo giù giù per la pianura e si scorciasse in un pingue diabolico riso, come una strana creazione venuta dalla profondità de’ cieli o sorta dall’inferno a spaventare i viventi.
Ma ben presto quando uscita da bassi vapori la luna s’elevò pel firmamento in sua limpida carriera, la doglia nell’anima del misero si mitigò, e s’addolciva l’acerbità de’ suoi mali, come dolce era il chiarore che si diffuse, soavemente investendo le cose e spirando una calma universale.
All’ora stessa e dagli stessi raggi di luna illuminato andava lento e meditabondo, mutando i passi sotto il porticato del convento de’ frati Minori di san Francesco (prossimo all’antica Rocca) uno di que’ Padri, di veneranda presenza, ed il soggetto de’ suoi intensi pensamenti era quello stesso prigioniero della Torre. Di quando in quando accanto alle nicchie delle arche segnate da stemmi gentilizj, e guerreschi, ove dormivano antichi prodi, quel monaco arrestava il piede e sfuggivagli dalle labbra il nome d’Edemondo.
Portava egli a quel giovine affetto più che paterno, poichè era stato quegli che fino dai primi anni dell’infanzia aveva preso con assidui insegnamenti ad informargli lo spirito alla sapienza ed alla virtù. Nato da una di lui sorella, il cui sposo appena celebrate le nozze erasi ravvolto nel turbine delle civili discordie, Edemondo venne abbandonato alle sole cure della madre, la quale riposto ogni amor suo in quell’unico figliuolo, non sapendo di qual maniera meglio sottrarlo agli instanti perigli da cui era minacciata l’intera sua famiglia, affidollo lagrimando al fratello, la cui religiosa condizione lo faceva ire immune dall’odio degli avversi partiti. Ad onta però de’ pacifici sensi che lo zio, cedendo benanco alle calde preghiere della madre, cercava stillare in esso lui, Edemondo, tocco appena l’età che gli fece atto il braccio a trattare il ferro e forte il petto a reggere un corsaletto d’acciajo, infiammato dai continui racconti de’ fatti guerreschi, che incessantemente si succedevano nella sua contrada, anelò prendervi parte, mischiandosi all’altra gioventù bellicosa; onde eluse la vigilanza dello zio, gittossi al partito dei Ghibellini ai quali erasi unito il padre suo, e giurò ai Guelfi sterminio e morte.
Invano tentò il buon Frate richiamarlo alla quiete claustrale ed ai placidi studj; chè quell’anima bollente dal paterno esempio infiammata, non spirava che zuffe e battaglie, onde lo zio confortando il trepidante animo della sorella, altro non poteva che invocare dal cielo al nipote protezione e difesa nei continui cimenti in cui si scagliava.
Era sede de’ Ghibellini la terra di Martinengo, tenevano la città di Bergamo i Guelfi. Molte fierissime zuffe impegnaronsi tra essi, ed una delle più accanite avvenne allo scontrarsi delle schiere avversarie sulle sponde del Serio. — Per quale cagione mai il valente Edemondo, la più vigorosa spada di sua bandiera, si lasciò allora atterrare da un audace nemico, anzi che toglierli com’era in suo potere la vita? — Ciò era un arcano sepolto ne’ più profondi recessi del suo cuore, e che quasi a sè stesso non osava rivelare. Preso prigioniero fu tradotto in Bergamo, e serrato alla sommità di quella Torre, entro la quale già da più mesi languiva.
Nel padre suo non produsse tale evento che un accrescimento di sdegno, e il fermo proposito di trarne clamorosa vendetta. Saputosi dallo zio la fatale novella della cattività di Edemondo, che ne condusse la madre all’orlo del sepolcro, non ignara che dalla prigionia alla morte era di que’ tempi un sol passo, tutto pose il buon Frate in opera per riscattarlo. Ma andate fallite erano le più diligenti cure e le sue vive istanze, poichè l’inflessibile cuore del fiero Guelfo, di cui il giovine stava nelle mani, non udiva intercessione, nè sentiva pietà. Più che in altro trascorso giorno poi trovavasi quella sera l’animo del Frate in ambascia per Edemondo, poichè durante il dì medesimo, in altre torri de’ Guelfi alcuni infelici prigionieri Ghibellini erano stati con tormentosa morte fatti perire, ed aveva potuto non senza raccapriccio penetrare, comperando da uno sgherro il secreto, che orrendi apparati si disponevano pure nel sotterraneo della torre che chiudeva Edemondo. Aggirandosi il Francescano solitario sotto quegli archi dopo avere a lungo meditato, onde rinvenire se stato pur fosse possibile un pronto riparo al crudele minacciato disastro, invocando con calorose preci nuovi lumi dal celeste suo Patrono, parve che una istantanea ispirazione gli irradiasse la mente, poichè dopo essersi arrestato per brevi momenti, affrettò d’un subito i passi, abbandonando gli archi del portico e salì alla cella del padre Stefano da Vimercato, guardiano del convento. Indi a poco discesi insieme i due frati uscirono in quell’ora inconsueta dal chiostro, e calati per un viottolo alla chiesa di sant’Agostino, confabulando a piana voce, si diressero sotto le antiche mura al monastero dei padri Domenicani, che s’elevava di quell’epoca sullo spianato che è davanti la chiesiuola della Madonna presso san Giacomo, luogo nel quale i Veneziani alcuni secoli dopo, atterrato il chiostro, eressero batterie, siccome punto avanzato delle ampie fortificazioni di cui la città intera vollero circondata.
Durante il corso della stessa notte anche là nel castello di Martinengo ove dominavano i Ghibellini, altre vittime di quell’ira faziosa languivano sotto il carco delle più lugubri idee. Nel massiccio e gretto muro che stava di contro alla parte esteriore dell’abside della cappella ed al ricinto che chiudeva il cortile o piazza d’armi di quel castello, s’apriva un verone allora di recente per gran parte murato, sì che non offriva libero ingresso alla luce che presso alla volta ov’erano due archi di sesto acuto divisi da arabeschi traforati. Di tal modo erasi cangiata la sala, a cui rispondeva il verone stesso, in un carcere per racchiudervi un vecchio di cadente età ed una tenera fanciulla, i quali nel momento di cui parliamo trovavansi da poco ivi gementi. Erano i dominatori del castello giunti a tal grado di barbarie da caricare le braccia ed i piedi del misero vecchio di pesanti catene. Giaceva esso in quell’ora della notte steso sul letto, posata su ruvido guanciale la testa sparsa di radi capegli, candidi come la lunga barba che gli scendeva dal mento. A piedi del letto sedeva la giovinetta Adelasia, a cui ogni sospiro dell’avo, precipitato a tanto miseranda condizione, recava al petto una nuova ferita. Contava essa appena i tre lustri, angelici erano i suoi tratti, sebbene affievolita, estenuata, ne avesse il dolore la bella persona. Allentate teneva le treccie e giù in gran parte trascorrenti per le spalle; aveva piegati gli occhi al suolo, e posate in grembo le mani assorta forse in qualche commovente memoria de’ suoi giorni felici. Un raggio di luna penetrando dall’alto del verone veniva intero a cadere su di lei e ne rischiarava colla pallente luce i dolci contorni.
Richiamata a sè stessa dalle vive rimembranze a cui la traevano il cuore e la fantasia, badò con ansia al vecchio e s’accorse che erasi assopito in profondo sonno. Ringraziò tacitamente il cielo di quel benefico ristoro all’infelice, indi si diede a ripensare. Ma fosse il commovimento a cui con maggior efficacia la dispose la fervida preghiera elevata a Dio per riconoscenza, fosse un angoscioso ritorno sovra sè stessa ed il crudele suo stato, fosse una più tenera cagione, abbondanti lagrime le sgorgarono improvvisamente dal ciglio, ed a frenare i propri singulti, che destar potevano il vegliardo dormente, comprimeva le labbra con entrambe le mani che inondavansi del suo pianto.
Ed oh per qual cagione mai ad un tratto si scuote, e porge intenta l’orecchio? — È lo scalpitare di un cavallo accorrente; innalzasi il grido delle scolte — s’appressa il cavallo alle mura — «Chi mai sarà? (ella dice fra sè stessa) Oh! recasse almeno una novella felice!» — Ma il cavallo trascorre, — è trapassato — torna a regnare come prima solenne il silenzio.
Un’ora dopo il prigioniero nella Torre di Bergamo, i cui sonni erano stati brevi ed agitati, essendo sorto, affacciatosi alla ferriata di sua finestra dal lato meridionale, vedeva lungo una delle strade della pianura apparire e nascondersi fra i rami delle piante un non so che di lucente che s’andava appressando alla città; erano i riflessi di una lucida armatura, era un guerriero che veniva precipitando il corso a quella volta.
Spettava a Filippo Colleoni la Torre, ed accanto vi sorgeva il palazzo di quel temuto capo de’ Guelfi.
Fu innanzi l’abitazione di lui, che balzò d’arcioni il sopravvenuto guerriero, a cui da’ vigili custodi vennero prontamente spalancate le porte, e l’inaspettato suo arrivo di tal ora mise in grave agitazione tutti gli abitatori. Egli era desso Ubaldo Vertua l’uno de’ valorosi seguaci della fazione, e stretto al Colleoni dall’amistà più fida. Disse recare importantissimo annunzio, e introdotto in una delle sale superiori del palazzo, si vide ben tosto comparire innanzi sollecito l’amico a cui, benchè quasi gliene mancasse il cuore, narrò l’infaustissimo evento che lo aveva fatto accorrere precipitoso in Bergamo.
All’udire l’inaspettata notizia, i tratti del Colleoni naturalmente severi, si fecero lividi e contraffatti, gli divennero pallide e tremanti le labbra, e gli gocciò gelato sudore dalla fronte. Anche sui bruni lineamenti del Vertua, chiusi nel cerchio di ferro che formava serraglia alla visiera allora elevata sull’elmo, stava scolpita l’espressione d’una amarezza profonda, che annunziava quanto cordoglio a lui pure cagionasse la novella di cui era venuto apportatore. Sedevano que’ due l’uno a fronte all’altro, e li rischiarava il lume d’una lampada posata sovra una tavola ad essi vicina, mancando ancor più di un’ora allo spuntar del giorno.
Era Colleoni rimasto immobile quasi stordito dall’orrendo racconto; teneva le braccia compresse fortemente al seno, e girava di quando in quando gli occhi smarriti che poi volgeva fisi al suolo. Scorgevasi che lo premeva una intensa angoscia, e che i suoi pensieri andavano travolti da un turbine di funeste immagini. Il guerriero rispettava quel silenzio indicatore della violente lotta interna de’ più possenti affetti del cuore, mortalmente vulnerati sin negli intimi loro recessi.
«Mio padre!... mia figlia!... la mia Adelasia!... in loro potere?... (esclamò alfine Colleoni) in potere d’Alberigo? di quell’empio senza religione, senza fede?... È vero anch’io ho nelle mani un Suardi e potrò pagarmi di sangue stilla per stilla, ma intanto oh cielo! che mai sarà di loro in questo momento? Chi sa a quali strazii li sottopongono! Ed io li ho lasciati senza difesa nelle mie case d’Iseo!... Oh me incauto! me infelicissimo!...» — e profferendo quest’ultime parole balzò in piedi urlando e percuotendosi disperatamente la fronte. Ubaldo Vertua levatosi esso pure gli si fece d’appresso e posandogli sulla spalla la mano tuttavia coperta dal guanto di ferro — «Amico (disse con grave accento) non perdiamo in vani lamenti questi istanti preziosi. Fa duopo cercare per quanto ci fia possibile un pronto riparo a tanta sventura. Se opera di spada fosse stata valevole, se fosse bastato l’andar incontro a qualunque periglio, non m’avresti veduto comparirti avanti senza ricondurre nelle tue braccia il padre e la figlia... Filippo tu mi conosci...?
«Oh sì! cento volte esperimentai la tua amistà, il tuo valore. Ubaldo, io t’amo come fratello... che dico?... come figlio...! Ohimè! e non dovevi tu essere veracemente mio figlio? non è per te la mano della mia Adelasia? se non fossero state quest’ultime maledette discordie che ci tolsero di compiere riposatamente i nostri disegni, essa non si direbbe già tua, non sarebbe già entrata nelle tue case?... Salvala per pietà! salvami la figlia, salvami il padre! egli sì vecchio, e venerando, e, oh dio! la sua canizie è forse in quest’istante calpesta, colma d’obbrobrio dal mio nemico!... No, io non potrò espiare giammai una colpa sì atroce; io li ho abbandonati indifesi, io sono la causa del loro supplizio!...
Così parlando Colleoni mostravasi in preda a tutte le smanie della disperazione, se non che il guerriero tenendosegli costantemente d’appresso, con parole temperate alla dolcezza, al conforto, poco a poco lo richiamò in sè medesimo, di modo che, mitigato in lui quel forsennato eccesso fu vinto da una commozione profonda, e s’abbandonò singhiozzando sul petto dell’amico, che lo sostenne e lo strinse affettuosamente al cuore — «No, tu non devi accusar te stesso (disse egli). Qual colpa è mai la tua, se essi furono per sorpresa assaliti in Iseo, e trascinati dal Suardi prigioni a Martinengo? Non li avevi tu tolti da Lovere, stimandoli colà mal sicuri dalle bande di Valcamonica, e non li ponesti in Iseo sotto la custodia di Ferrino, uno de’ più valenti di nostra fazione? Chi potrà accusar te, se Ferrino fu traditore, e compro dall’oro ghibellino, lasciò che Suardi penetrasse nelle tue soglie e s’impossessasse de’ tuoi?...
— Ferrino! l’infamia de’ Guelfi! egli sconterà colla vita il tradimento, od io non sono Filippo Colleoni!» — così egli disse con voce cupa e minacciosa, sollevando la destra come se stringesse un pugnale.
— Ora ti calma. Suardi non avrà osato bagnarsi del sangue di tuo padre e di tua figlia. No, pensando che la mano di Ubaldo Vertua può stringere un ferro, Alberigo non avrà avuto ardimento di giungere a tanto eccesso. Su dunque troviam modo di togliergli di mano la preda.
— Ma come mai riuscirvi? Troppo forte e ben munito è il Castello di Martinengo e tu sai che le sue mura furono per noi sin ora inespugnabili. Ed, ohimè! se pure ci recassimo ad assalirlo mi parrebbe che ogni nostro colpo di balestra venisse ricambiato con un colpo di pugnale nel loro cuore.
— Ma e non dicesti tu ch’hai prigioniero un Suardi?» — chiese Ubaldo con accenti precipitosi come se gli fosse di subito balenato alla mente un felice pensiero.
— Sì!.., sì... un Suardi... Edemondo suo figlio... suo figlio stesso!» — esclamò Colleoni con gioja feroce.
— I tuoi sono salvi (gridò Ubaldo abbracciandolo) Mi recherò io medesimo messaggiero, onde proporre ad Alberigo lo scambio. Potrebbe egli esitare ad accettarlo se tu v’acconsenti?
— Suo figlio e dieci prigionieri ghibellini a sua scelta» — profferì con trasporto Colleoni. Ma quasi nell’istante medesimo concentrandosi in un’amara riflessione, soggiunse dolente. — Ma come mai? andresti tu stesso a parlamento colà? tu, dentro il suo Castello a darti in suo potere? Non sai dunque quanta sia la perfidia di quell’anima iniqua e che nessun sacramento gli torrebbe di levarti la libertà o la vita? No, amico, io non posso concederlo, un altro...
— Mai — pronunciò interrompendolo con forza Ubaldo — Voglio andarvi io stesso. Alberigo fu un giorno mio compagno in guerra. Noi pugnammo l’uno a fianco dell’altro per la libertà della nostra terra, quando la patria non aveva che una bandiera, or benchè mi sia nimico, sacra è per sempre la fratellanza dell’armi, ed ei non può offendermi che in campo aperto o chiuso con armi leali senza malie o tradimenti, ed io starò sicuro al suo cospetto e in mezzo a’ suoi come tra le pareti del mio proprio castello».
Colleoni nulla seppe rispondere a sì generose parole. Gli si gettò di nuovo singhiozzando al seno, e reiterando gli amplessi, mischiava l’espressione della sua riconoscenza alli scongiuri più caldi di salvargli il padre e la figlia, secondo che lo ispirava o la speranza o il terrore intorno alla riuscita della proposta dell’intrepido amico.
Il dì seguente sul volgere del tramonto l’ardimentoso e magnanimo Ubaldo s’appressava al Castello di Martinengo. Tinte dagli ultimi raggi del sole rosseggiavano al suo sguardo le alte bastite e le merlate torri su cui vedevansi lucicare le lance degli uomini d’armi passeggianti in vedetta. L’imponente aspetto del forte castello del suo nimico non fece che il guerriero rimanesse un istante in dubitanza del progredire, ch’egli anzi avviò diritto il destriero alla volta dell’entrata, e s’avanzò tra il vallo che ne formava gli approcci, pervenendo ad una torre, la quale sorgeva al di qua dell’ampio fossato che circuiva il castello e ne chiudeva il varco. La porta di quella torre andava chiusa da ferrata imposta, ed a lato di essa vedevasi un’angusta porticella non meno saldamente serrata, al di sopra della quale nel ruvido ed erto muro s’apriva uno spiraglio, che non sapevasi se meglio dire una fenestretta od una feritoja.
Appena Ubaldo ebbe arrestato davanti a quella porta il palafreno, che udì la sentinella dall’alto richiederlo chi fosse e che volesse. Egli rispose nomandosi, e disse se venire per faccenda d’alto momento e voler essere guidato innanzi ad Alberigo Suardi. Si ritrasse il soldato dal pertugio, e tostamente s’udì un interno chiedere e rispondere di persone diverse. Tacquero alquanto quelle voci, indi s’intesero elevarsi di nuovo; poscia vi tenne dietro un cigolìo d’argani, e si vide la imposta della maggior porta, ch’era una saracinesca a cataratta sollevarsi dal suolo grado grado e penetrare nella volta, alzandosi tanto da ammettere dentro il Cavaliero, dietro cui tornò immantinenti a piombar giù con formidabile scroscio, racchiudendo come prima pesantemente la porta. Ubaldo trovossi dentro un atrio tenebroso, serrato fra la saracinesca ed una porta opposta chiusa a battenti.
Nell’oscurità quasi compiuta in cui stava ravvolto, poichè colà non penetrava che lievissimo barlume dall’alto, ad Ubaldo parve vedere uomini armati aggruppati a lui d’intorno, silenti come ombre minacciose, di cui distingueva gli sguardi fisi immobilmente su di lui. Ogni cuore meno ardito e fermo del suo sarebbe stato colto da un fremito involontario di terrore, trovandosi in quelle tenebre entro angusto spazio, ricinto da un’arcana congrega di feroci avversarii; ma a quell’anima era ignoto che fosse timore, ed essa vi stava salda e imperturbata, piena di valentía e di quella fede cavalleresca che era la seconda religione de’ tempi. Vennero spalancati i battenti della porta a lui dinanzi ed ei mirossi di fronte al di là del fossato le erette mura del Castello di cui aveva in prospetto l’entrata, alla quale formava imposta il ponte levatoio che stava rialzato. Però quasi nello stesso istante si smossero dalle loro alte nicchie le travi, e sospeso alle catene mirò calare lentamente il ponte; che venne a posarsi sul margine del petrone che formava sporto alla soglia dell’atrio della torre, offerendo così agevole il passaggio alla fortezza. Mosse tosto Ubaldo il destriero, sotto le cui zampe ferrate rimbombò eccheggiando quel ponte, il quale, tocco ch’egli ebbe il limitare interno del Castello, venne di nuovo rapidamente tratto in alto, e fu al tempo stesso racchiusa coi battenti la porta della torre.
Il troppo fidente e generoso Ubaldo fu atteso vanamente in Bergamo quella notte e tutta la domane da Filippo Colleoni consumato dall’ardore d’una sfrenata impazienza. Al nuovo sorgere del dì non vedendolo comparire, nè dai messi che avevagli spedito incontro, udendone annunziare l’arrivo, volgendo mille orrendi dubbii nel pensiero, Colleoni risolse partire egli stesso alla volta di Martinengo. A tal arrischiata impresa però si opposero vivamente i suoi fidi, uno de’ quali, il più esperto, offrì di recarsi da un segreto partigiano della fazione guelfa, il quale, ignoto ai ghibellini, teneva dimora poco lungi dalla terra istessa di Martinengo. Colleoni gli impose di adoperarsi a tutt’uomo nel raccogliere quante notizie mai venissero possibili, onde scoprire ciò che fosse avvenuto di Ubaldo, e quale potesse essere stata la sorte de’ prigionieri. Partì con estrema sollecitudine e segretezza l’esploratore alla volta di Martinengo, ed al suo ritorno riferì ch’era corsa voce infatti che un guerriero guelfo fosse entrato nel castello de’ ghibellini, ma non essere stato più veduto ad uscire di là, e mirarsi una bandiera nera sventolare inalberata alla sommità della torre più alta.
Chi potrà mai descrivere il colpo recato da tale annunzio nell’anima di Colleoni? Ei cadde tramortito in braccio a’ suoi servi, la cui desolazione giunse al colmo, poichè prolungandosi in esso lui oltre misura quella crisi funesta, stettero in forse gli si fosse spenta la vita. Dopo alcun tempo però esso rinvenne, e rimasto alquanto come trasognato, alla fin fine si scosse, e le prime parole che gli uscirono dal labbro, furono per chiedere la chiave della Torre ove stava rinchiuso Edemondo. Quando gli fu recata, esso d’un cenno congedò tutti i suoi famigliari; fra i quali non vi fu alcuno che, conoscendone l’indole estrema, osasse insistere per rimanergli d’appresso.
Era sorta intanto la notte. Sepolta nel silenzio e nel terrore stava quella casa ove ognuno andava compreso dallo spavento d’un’alta sciagura, fatta più tremenda dal dubbio del fatale arcano che l’avvolgeva, di cui chi avrebbe avuto mai ardimento di squarciare il velo?
Solo nelle appartate stanze erasi ritirato Colleoni, e l’ore notturne ben lungi dal versare in quell’anima lacerata alcuna stilla di pace o di quiete, ne inasprivano a mille doppii la piaga. Coperto da un pallore di morte, irti i capegli, ora camminava esagitato, ora arrestavasi e l’occhio gli diveniva vitreo, immoto, quasi d’uomo che sogna. Trascorse alcun tempo fra queste ansie crudeli, indi parve dar luogo in lui la smania disperata, sì che si assise meditabondo, e stette coll’anima affisa in un pensiero. Ma d’uno slancio sorse esterrefatto ed indi a poco in tuono cupo mormorò fremendo: «Sì! sangue per sangue». Guardò d’intorno a sè, diè mano ad un pugnale che intromise nella cintura, e tolta la lampada s’avviò a passi affrettati per un androne interno che metteva capo all’uscio della torre, lo schiuse ed entratovi montò le scale. Mano mano però che vi saliva il mutare de’ suoi passi allentavasi, quasi andasse scemando a gradi la spiata furiosa che lo trasportava, di modo che pervenuto alla sommità della torre, presso la stanza del prigioniero, trattenne il piede, come se una forza interna gli vietasse di procedere più oltre. Benchè tostamente la sua esitanza fosse vinta, egli ischiuse lentamente l’imposta, vi penetrò avanzandosi a passi misurati, e s’arrestò presso il letto, ove mirò, non senza meraviglia, che Edemondo giaceva immerso in profondo sonno.
Forse l’anima dell’infelice vagava fra dilette immagini, inconscia, ahi troppo misera! dell’orrendo fato che le soprastava! Colleoni facendosi della destra scudo agli occhi contro la luce della lampada che sorreggeva, ne diresse il chiarore sul dormente, che stette a lungo con cupo sguardo contemplando. Il giovine posava supino, tutto nudo il costato, la sinistra mano ripiegata sotto la testa, steso il destro braccio lungo il corpo. Il lume della lampada riflesso sì da vicino sulle carni del di lui petto, mentre segnava colle ombre i più lievi risentimenti della muscolatura, facevane spiccare il colorito, che dilicato e vivo manifestava il rigoglioso refluire di una vita fiorente. Leggerissimo era il suo respiro e il seno v’acconsentiva alzandosi ed abbassandosi con movimento pressochè impercettibile. Colleoni teneva fisi, biechi ed ardenti gli occhi sul giovine sepolto in sì confidente riposo, e la sua mente ondeggiava divisa fra contrarii pensieri. Già due volte la di lui mano era corsa all’impugnatura dell’arma, e due volte pentita erasene ritratta; alla terza come se fossero apparsi ad attizzarlo i lacerati cadaveri del padre e della figlia, brillò sguainato il pugnale e ne scese rapida la punta al petto di Edemondo — Ohimè!... per un filo appena l’estremità del ferro non ne isfiorava il candore, quando udendo sorgere improvviso un rumore dal basso, Colleoni trattenne il colpo che già inesorabilmente cadeva. Era un battere replicato alla porta, un domandare instantemente che s’aprisse. A Colleoni entrò rapida in cuore una vaga speranza per cui cedendo alla subita brama di sapere chi fosse, ripose il pugnale, ed Edemondo destandosi dal suo profondo sonno, rimase colpito da meraviglia e spavento nell’accorgersi che spariva dal suo carcere un lume, e nell’udire un sonante precipitar di passi giù per le scale della torre, della quale sentì racchiudere con violenza l’uscio di sotto.
Un monaco veniva frattanto introdotto dai servi alla presenza di Colleoni.
— Giungo da Martinengo e... — (disse mal traendo il respiro quel vecchio frate, il cui pallore e lo scomposto aspetto annunziavano il sostenuto affannoso affrettamento).
— Mio padre... mio padre... mia figlia...? (l’interruppe con feroce grido Colleoni).
— Mio nipote... Edemondo...? (chiese il monaco con voce non meno alterata).
— Edemondo vive (rispose Colleoni cercando colla mano alla cintura il pugnale), sì vive... ma i miei...
— I tuoi... vivono parimenti e se...
— Ed Ubaldo, il mio Ubaldo?
— Egli pure è salvo, e sta in tuo potere il farli liberi tutti ed abbracciarli tra poco in questo stesso palazzo. —
Come sul mare livido per tempesta, brilla dalle nubi squarciate un raggio di sole foriero del serenarsi del cielo e della calma, così queste brevi parole del monaco bastarono ad irradiare l’anima del Colleoni e fugarne la nera disperazione che vi regnava.
— Vive mio padre? mia figlia, il mio Ubaldo vivono? ed io li vedrò qui tra poco? Ma ascolto io il vero? Non m’ingannate voi? — e nell’eccesso del contento Colleoni stringevasi convulso al cuore la destra del Francescano, il quale accertandolo della verità de’ suoi detti, si fece a narrargli come egli stesso col padre Stefano da Vimercate e con due frati Domenicani, si fosse recato a Martinengo, e là congregati i principali della ghibellina fazione, capo de’ quali era Alberigo Suardi, perorassero in faccia a loro caldamente in pro della pace e dalla riconciliazione delle avverse parti, il cui osteggiare tornava sì fatale a loro stessi, ed alla prosperità della patria comune. Ma sulle prime le loro parole non partorirono effetto, poichè essendovi fra gli adunati Ferrino da Iseo, uomo di scaltri pensieri e sottile favellatore, costui vantandosi d’avere abbandonato la parte guelfa siccome composta di gente scellerata e servile, opponevasi a tutta possa a che si venisse mai a patti con essa. Egli vinse allora il partito, benchè i monaci con santa arditezza imprecassero sul suo capo la punizione del cielo per l’opera iniqua con cui riusciva a tenere aperta la cruenta piaga ch’essi forzavansi rimarginare. S’aggiunse inoltre che essendosi nel dì successivo al castello de’ ghibellini presentato il guelfo guerriero Ubaldo Vertua con pacifica missione, benchè vi fosse stato accolto amichevolmente prevalse di nuovo il perfido parere di Ferrino che non s’ascoltasse il Vertua, anzi venisse posto come nimico in catene, lo che, sebbene ripugnasse altamente al Suardi, venne per la volontà dei più fatto eseguire. Ma volle Iddio con terribile esempio manifestare quanto detestasse sì inaudita infamia e slealtà; poichè il mattino seguente fu trovato Ferrino steso sul suo letto tutto livido e nero, e già fatto cadavere. Sì tremendo caso mise in cuor di ciascuno un salutare terrore, per cui raccolti di nuovo in adunanza i ghibellini convennero in ciò che i monaci interpellati i guelfi concordemente stabilissero i patti per ricomporre ogni discordia fra le due parti, e per il ritorno di essi ghibellini in Bergamo.
L’ansia crudelissima patita per la temuta morte de’ suoi più cari, era stata di fiero insegnamento a Filippo Colleoni sugli amari frutti delle nimicizie cittadine, quindi prontamente l’animo suo piegossi ai sensi di pace che Iddio voleva. Venuto il chiaro giorno, Colleoni adunò i capi della parte guelfa e fece loro accogliere la proposta riconciliazione. Coll’opera dello zio d’Edemondo e degli altri monaci proseguirono le trattative e fu stabilito il giorno che i ghibellini avrebbero fatto il loro ingresso nella città e sarebbe così cessata per sempre quell’ira faziosa che aveva costato tante lagrime e tanto sangue.
Nello stesso palazzo, nella stessa sala ove aveva udita la crudele novella di loro cattività, Filippo Colleoni, circondato da’ suoi, vide alfine entrare il proprio padre, la figlia Adelasia, il generoso Vertua, e venire con essi Alberigo Suardi e molti di coloro che aveva sempre considerati quali suoi più implacabili nimici. I monaci stavano quivi e gli uni e gli altri per sì fausta risoluzione con ogni più sacra e lieta parola laudavano. Non giova descrivere con quale trasporto di gioja Colleoni si slanciò innanzi al genitore, alla figlia, l’uno e l’altra stringendosi reiteratamente al cuore, nel tempo stesso che Edemondo abbracciava il padre suo, il fiero Suardi, il quale intendeva in quell’istante la prima volta esservi ben altri diletti che que’ sanguinosi dell’armi.
Commossi entrambi i due guerrieri sì lungamente avversi, si guardarono miti, e avvicinatisi alfine strinsero con tenerezza uno presso all’altro quei petti, in cui tanto e sì insaziabile sdegno era bollito.
Vertua pose il colmo alla sua magnanimità rinunziando alla mano d’Adelasia, che volle fosse data al giovine Edemondo come arra di pace; unendo di un tal nodo il sangue de’ due più potenti capi avversarii. E non era questo il loro secreto voto, la loro più diletta speranza? Essi avevano vissuto vicino, ed eransi secretamente amati, quando ignare dell’ire future le due famiglie non si odiavano ancora. Perchè il valente Edemondo aveva sulle sponde del Serio risparmiata la vita a Colleoni perigliando la sua? Egli non aveva veduto nel nemico che il padre d’Adelasia, e quella vita divenne sacra per lui!
La insperata pace e il ritorno de’ ghibellini furono causa in Bergamo di giubilo universale. In memoria poi di sì lieto evento fu decretato (narra uno storico) che ogni anno nel giorno solenne della Natività convenissero i cittadini co’ loro parrochi a visitare la chiesa di Santo Stefano, e dopo che questa venne atterrata, si ordinò che tal visita si facesse alla chiesa di Santa Maria Maggiore, come sino all’anno 1630 si costumò.
FINE.
LA BISCIA AMOROSA DANZA MILANESE
(ANNO 1580)
Chi di saper desia
Movere i passi ora veloci or lenti.
Con grazia e leggiadria
Concordi al suon de’ musici concenti,
Miri la bella schiera
Che con un dolce inchino, un giro, un passo
Ferisce i cor di sasso,
Ma di colpi sì cari e sì graditi
Ch’ognor bramâr gli amanti esser feriti.
Madrigale
dell’Etereo Accademico Inquieto.
In casa Sforza davasi una magnifica festa da ballo. Affluivano sulla piazza di san Giovanni alla Conca, ove sorge quel palazzo, servi e valletti, precedendo colle torce i loro signori. Nelle lettiche fiancheggiate da staffieri muniti di fiaccole venivano le dame, altre dalla contrada di Zebedia, altre da quella de’ Nobili o dalla strada de’ Settali[24]; alcuni de’ gentiluomini giungevano a cavallo.
Sulla piazza era un mescolamento infinito di persone, ed un immenso bisbiglio. La luce di tanti lumi si rifletteva sui circostanti edificii congiunta a quella che più viva e splendente riboccava da tutte le finestre e dalla gran porta del festante palazzo. Quel chiarore riverberavasi da un lato sulle mura del convento de’ Barnabiti di sant’Alessandro, ch’era allora un basso e modesto edificio, dall’altra parte diffondevasi sulla facciata della chiesa di san Giovanni in Conca, e andava perdendosi sulla torre di san Zenone, imbiancata dal raggio della luna nascente, che listavasi a traverso le gottiche arcate del portico, il quale congiungeva la Casa de’ cani col castello della torretta, antico monumento della grandezza e potenza di Bernabò Visconti.
Sulla soglia della porta del palazzo Sforza erano quattro alabardieri che formavano ala, e paggi e servi della casa in ricche assise che introducevano gl’invitati; nell’atrio e per lo scalone altri ve ne avevano che rispettosamente facevangli passar oltre. Giungevano continuamente dame e cavalieri; entravano a due, a tre insieme i giovani patrizii, altri silenziosi, altri chiacchierando, ridendo, o vivacemente interpellandosi: tutti portavano la cappa, il berretto con ala in giro strettissima, e la spada; nel rimanente la foggia de’ loro vestimenti era svariatissima. Si videro venire l’un dopo l’altro i giovani più conosciuti nella città, sia per lo sfoggio degli abiti e de’ cavalli, sia per l’ardimento nelle galanti imprese, o pel numero de’ duelli: tale celebrità se la dividevano allora un Lonato, un Lampugnano, Costanzo d’Adda, Ermes Visconte, Manfredo Poro, Triulzo, e i due spagnuoli Camarasso e Cordova.
Le dame arrivavano ne’ più sfarzosi abbigliamenti conducendovi le figlie e seguite dai mariti. Vi si presentarono per le prime la Cicogna e l’Erba, i cui palazzi erano vicini: vi venne la contessa Elena Archinto col conte Orazio suo sposo, e la di lui sorella Massimilla moglie di Battista Litta con tre leggiadre nipoti; il conte Giovanni Arcimboldi vi condusse la sua bella consorte Cassandra degli Affaitati cremonese; Renato Borromeo, la sua Ersilia dei duchi Farnesi, il barone Bonifazio Visconti di Castelletto la sua Antonietta Cadamosta. Livia Barbò venne insieme al marito Galasso Landriani; i due senatori Marc’Antonio Aresi e Lodovico Taverna v’accompagnarono le mogli Ippolita Clara e Dorotea Filiodona, entrambe madri di amabilissima prole. L’elegante e spiritosa francese Claudia di Saint-Germain sposa del Conte Giambattista Arconati, la dignitosa Irene d’Avalos, la vezzosa Deidamia Vistarini, Marcellina Balbiano di Belgiojoso, Deianira Corio, Sigismonda d’Este, Laura Gonzaga, Bianca Beccaria, furono per avvenenza le più distinte tra quelle che onorarono quel festoso convegno.
Le sale erano addobbate colla pompa che s’addiceva alla nobiltà ed alla ricchezza della casa, non che al solenne impegno. Nelle prime camere scorgevansi tutte le pareti coperte di arazzi fiamminghi, altri istoriati, altri rappresentanti ogni specie di frutti e d’animali, trapunti con arte squisitissima; progredendo miravansi stanze adorne di statue antiche, di quadri, di tavole con vasi preziosi. La profusione però dell’oro e dei lumi era nella vastissima sala destinata al ballo: quivi lo splendore dei doppieri e delle lampade veniva moltiplicato da’ grandi specchi di Venezia, oggetto a que’ tempi di sommo lusso, che pendevano obbliqui alle pareti in ampie cornici.
Volgendo lo sguardo alla moltitudine che spesseggiava sotto quella ricca vôlta, l’occhio rimaneva abbagliato dalla quantità dei giojelli, delle pietre preziose, de’ vezzi sfolgoranti, de’ drappi contesti d’oro e d’argento di che andavano adorni sì le dame che i cavalieri colà raccolti e frammisti.
Allora la moda, sempre imperante, capricciosa, non concedeva al gentil sesso i lievissimi veli, i vaporosi tessuti, la semplice seta: un abbigliamento da festa o da gala consideravasi tanto più sontuoso ed elegante quanto più era pesante e sopraccaricato di guarnimenti. Infatti le dame s’avevano vesti lunghe di damasco o di broccato: i collari, sia lisci od increspati, a lattuga od a canna, sia rotondi, ellittici, ovali o quadrati, erano tutti alti, eretti, imbozzimati colla salda, sì che punto non iscomponevansi. Gli ornamenti sulle gonne e le sopravvesti mostravansi infiniti: se ne miravano di quelle tutte sparse di rose di perle, altre di capocchie d’oro, altre persino listate da piume d’uccelli. L’acconciamento femminile del capo variava di poco; alcune portavano da un lato della testa una penna d’airone, altre s’avevano pennacchietti e spilli brillantati. Rispetto alla capigliatura la foggia in che la tenevano gli uomini era conforme al costume moderno: avevano i capelli corti su tutto il capo, eccetto i giovani che li portavano più abbondanti alle tempia e sull’alto della fronte per comporli a ciuffo. Come già accennammo i cavalieri avevano al fianco la spada e portavano il berretto e la cappa, ossia mantelletto breve, che dai più galanti veniva raccolto con arte sul braccio, lo che aggiungeva grazia e maestà alla persona. Al principiare dell’adunanza, mentre continuava il giungere degli invitati, molti furono qua e là gli inchini, i saluti delle coppie che si scontravano per le sale, molto il curioso girar delle persone per rimirarsi a vicenda.
Il portamento degli uomini e delle donne, se in generale si parli, era dignitoso e sostenuto, poichè in questa città le maniere sociali sapevano già alquanto dello spagnuolesco. E per vero dire vedevansi alcuni dei nobili più elevati in grado o dignità assumere nel loro contegno l’iberico sussiego. Altri all’incontro inclinava di troppo a quella baldanza avventata che manifesta un’indole ardita e venturiera, propria in que’ giorni della nazione che signoreggiava queste contrade. Non è per questo da inferire, che l’antico carattere patrio fosse totalmente smarrito: era troppo recente lo straniero dominio per avere già operato un sì funesto cambiamento, e infatti non vi bastarono due secoli interi. Molti vedevansi ancora che nei loro modi e nell’espressione degli sguardi e della fisonomia chiaro dimostravano non avere patito influsso delle genti d’oltremare, in tutto serbando quel fare veramente lombardo, cioè gajo, giocondo e svegliato.
Fra quelli che potevano essere per tal guisa più meritamente designati eravi un giovine, Lindo Manfredi, di vent’anni allo incirca, di chiara stirpe, ilare e dolce, ma pieno d’una naturale vivezza e vigoría di sentimenti. Bello della persona, snello e leggiadro quant’altri mai, s’aggirava, lieto in volto, per quelle aule popolose, al braccio or d’un compagno, ora d’un altro, colmo il cuore d’una contentezza ingenua e pura. Tutto ei mirava con occhio soddisfatto: i singoli oggetti recavangli un mare di piacevoli sensazioni: poichè oltre l’appagamento che mettevagli in cuore il vedersi fra tante meraviglie in così magnifico e splendido luogo, s’aveva in aspettativa un diletto più sentito, di una dolcezza indicibile, intorno a cui tutta quella profusione di chiarori, quell’oro, quelle gemme, formavano come un cerchio sfolgorante, che colorito dai prestigi di una focosa immaginazione ne duplicava l’incanto.
Era entrata nella sala una giovine donna a lato ad un cavaliero. Lindo Manfredi velocemente staccatosi da quegli a cui stava vicino, aveva fatto ai due venuti un saluto distinto ed avevagli seguiti sin là dove la giovine donna s’assise fra altre fanciulle e matrone. Gli sguardi degli astanti s’erano tutti rivolti verso la nuova beltà sopraggiunta, ed era forza infatti per sino al più freddo ed accigliato vegliardo di accordarle un tributo d’ammirazione. Si rammenterà forse il lettore d’avere vedute in alcuni dipinti del Gaudenzio o dei Luino certe giovinette di perfettissime forme, tutte spiranti candore e floridezza, co’ capelli biondi divisi sulle tempia in due masse di minutissimi ricci, nel viso alle quali v’ha un’impronta di beltà sublime ma tutta verità e naturalezza; ebbene una di tali immagini rappresentare gli può colei che qui indichiamo.
Varii giovani patrizii che stavano a gruppo nel mezzo della sala, dopo averla rimirata attentamente, avevano preso, com’è costume, a parlarne con calore, chi l’una cosa, chi l’altra intorno a lei esponendo, quando s’avanzò verso di essi, con portamento altiero, obbliquo il berretto sulla testa, espanso il bruno mantelletto, Camarasso, figlio dell’ispanico marchese dell’Hynoiosa, e piantatosi fra loro chiese a forte voce:
— Chi è quel bel sole?
— A che vuoi tu saperlo? (rispose l’uno) non è per te che qui risplende.
— Per cento teste di mori! ti domando il suo nome: me lo vuoi tu dire?
— Io non lo so.
— È dei Guaraldi (aggiunse un altro), si chiama Gabriella, ed ha la casa vicino all’ospizio de’ Pellegrini bianchi.
— Gabriella? ai Pellegrini bianchi? Per sant’Ovidio (gridò Camarasso), mi colga il fulmine se non è la prima volta ch’io la veggo. In questa maledetta città non si finisce mai di conoscere le belle donne.
— È fanciulla, sai tu? non le leggi in volto che potrebbe entrare domani nelle verginelle della Pietà?
— Anche questo pretendi sapere?... ma sull’essere fanciulla, Sagramoro, ne menti: è venuta al ballo con suo marito: i miei occhi valgono quelli del re nostro signore.
— Che tu possa perderli sull’istante! Apprendi che quello che la condusse non le è marito; ma è Brunato, suo fratello.
— Un cancro al cuore! non lo credo.
— Sì, sì, è vero (disse con rapide parole un ragazzetto ch’era quivi pure a cerchio): Brunato è proprio il fratello della signora Gabriella: io li conosco; hanno un bel giardino ove comandano essi soli, poichè padre e madre li sono morti da gran tempo. La signora Gabriella poi balla tanto bene, che è una maraviglia a vederla: sarà venuta qui a bella posta; e questa sera ballerà, eh, signor Sagramoro?
— Quanto m’annoii, chiacchierino! vuoi cacciare il naso ove non ti spetta. Guarda là Luchetto Vimercate; va, va a girare con lui per le sale.
— Non ha più nè padre nè madre, ha detto quel ragazzo? (così riprese uno della brigata). È dunque un castello senza bastioni e rivellini: allora niente niente che si possa intendersi col presidio, il ponte levatojo vien calato. Non dico bene? — e diede in uno scoppio di riso.
— Mi voto alla bella bionda de’ Pellegrini bianchi! (esclamò Camarasso, con un sorriso maligno, portando la destra al cuore).
— Alto là: la piazza è già presa (esclamò un terzo). Conoscete Lindo Manfredi?
— Sì: il figlio del conte Riccardo. Apprese con me la scienza d’armi alle lezioni di Morone del Pino in san Pietro all’Orto (rispose uno degli interlocutori).
— Con me veniva da Cesarino Negri, il Trombone, che c’insegnava a ballare (disse un altro); e ohei! era un mustacchio per far da mattaccino alla gagliarda. —
Camarasso si tolse dispettosamente il berretto, passò le dita ne’ capegli arruffandogli, diede un’occhiata irosa a quegli che aveva nominato Lindo Manfredi, e con voce risentita disse:
— Chi è costui? Che c’entra?... Giuoco mille crocioni contro una patacca, che a chi volesse disputarmi quella testa d’oro non lascio il tempo d’aggiustare i conti col demonio.
— Tu ciarli al vento; e Lindo intanto è padrone del cuore della bella — profferì Sagramoro, che col chiudere e riaprire lestamente un occhio fe’ intendere ai compagni l’intenzione che aveva di sollazzarsi coll’istizzire Camarasso, e proseguì: — Non l’hai veduto, che appena ella fu qui entrata le si fece vicino, e si dissero varie parolette melate: l’ha impegnata di certo pel Tordiglione, il Pastor leggiadro, o la Biscia; li vedremo danzare insieme poichè ella gli ha detto un sì, uno di quei sì da far correre l’acquolina alla bocca a un uom di stucco. Vedilo, ei viene verso di noi: osserva n’è ancor radiante in faccia. —
Ciò detto Sagramoro s’allontanò. Camarasso che fermo su’ due piedi, s’era riposto il berretto più obbliquo di prima: accuminò le basette, e rilevato il collare, incrocicchiò sul petto le braccia. Lindo assorto in deliziosi pensamenti dirigevasi inavveduto verso quella parte della sala, nè si accorse di lui che quando gli fu affatto d’appresso. Allora rimase colpito quasi da paura al vedere colui, ch’ei neppure conosceva, tenergli addosso fisamente gli occhi fieri, minacciosi, mostrando nell’atteggiamento della persona un’aria tutta di disprezzo e di provocazione. A bella prima, fosse effetto della sorpresa o del turbamento, progredì per alcuni passi sotto il giogo della timidezza: ma sbandito ad un tratto quell’inusitato sgomento, si rivolse arditamente, e alto il capo, una mano sull’elsa della spada, ritornò verso quegli ch’ei già qualificava suo insultatore. Quando gli fu di contro si arrestò: l’altro stava immobile ancora: nè potrebbesi descrivere con parole la ferocia dello sguardo che quei due si scambiarono in tal istante; conteneva tutto il fuoco dell’odio, dell’abborrimento.
Alcuni de’ cavalieri astanti senza punto avvedersi di quel tacito sfidarsi de’ due giovani, passarono congiuntamente favellando in mezzo a loro, ond’essi rimasti per tal modo divisi, si scostarono movendo per la sala in parti opposte. Camarasso si frammischiò alla sua brigata che si diresse ove era Sagramoro. Lindo Manfredi solo e concentrato in sè stesso andava con premura investigando nella sua mente qual essere poteva la cagione di quell’ira ingiuriosa sì inaspettatamente contro di lui manifestata. E conoscendosi innocente d’ogni atto offensivo, l’ingiusto oltraggio gli piombava più amaro nell’anima e suscitavagli vampe di sdegno, e progetti di vendetta: ma furono lampi passaggieri, però che apparve in quella nascente tempesta un pensiero, che il bollore furente del sangue acquetò, ricondusse negli spiriti il sereno: un pensiero innanzi a cui fuggì rapida la nera nube dell’odio; e Lindo compiacendosi in esso, sentì il cuore riaprirsi e s’espandere sì dolcemente, che avrebbe in quel punto stretta al seno affettuosamente la mano del più abbominato nemico. Era un pensiero d’amore. — Maravigliosa potenza! — Gabriella trovavasi colà e attendevalo impaziente di slanciarsi seco lui nella giojosa danza: ciò bastava ond’ogni tetra idea sparisse incontanente. Egli la cercò collo sguardo, e fra il vano lasciato dagli astanti la vide che verso di lui intendeva le pupille: le sorrise, e s’incamminò alla sua volta.
Ella senza punto tradire il più modesto contegno, l’andava osservando con viva cura, ed al suo appressarsi si vide cessarle sul volto la traccia di un lieve corruccio. In quel geloso convegno d’altere donne fra cui Gabriella sedeva, non fu lecito a Lindo d’arrestarsi a favellarle; solo passandole innanzi le rammemorò in brevi e cortesi parole l’impegno della danza, a cui ella rispose con atto gentile.
Incominciava il ballo. — I suonatori coi loro strumenti, ch’erano liuti, viole e dolcemele, andatisi a collocare sul palco che a guisa di loggia era appositamente eretto fra due colonne, avevano preludiato per accordarsi, indi eseguito come ad avvertimento il primo ritornello dell’Alta Visconte, specie di ballo che a’ nostri giorni verrebbe ascritto al novero dei minuetti. Tutti gli spettatori avevano sgombrato il centro della sala, e gli uomini s’erano affollati dietro i sedili delle dame. Quattro cavalieri presentatisi ad altrettante di esse, le conducevano a mano in atteggiamento rispettoso verso il mezzo, e postesi le varie coppie di fronte davano principio al ballo. L’Alta Visconte era una danza tutta gravità e compostezza; voleva movimenti posati, lentezza ne’ passi, e portamento serio e maestoso. Solevasi con essa aprire la festa affinchè vi potessero prender parte le dame e i cavalieri più ragguardevoli fra i convenuti, e spesse volte nè le une, nè gli altri trovavansi nel fiore dell’età. Il rigoroso cerimoniale de’ tempi, che voleva appartenesse il primato in ogni cosa ai gradi sociali più cospicui, costrinse talvolta a danzare le principesse settuagenarie, gli arcivescovi, i cardinali, come ben sa chi ha in uso la storia.
Datosi compimento al primo ballo i danzatori ricondussero a’ loro seggi le dame, indi si ritrassero per far luogo a quattro giovani tutti di aspetto vigoroso, i quali si presentarono per ballare il Torneo alla Normanda, ch’era una specie di danza pirrica accompagnata da musica forte e guerresca, portando ciascuno di quelli che l’eseguivano un lungo bastone rivestito di velluto bianco con un pomo dorato all’estremità, il quale simulava un’asta. I moti or misurati, ora precipitosi indicavano assalti e difese che s’andavano variando con bell’accordo, sì che le posizioni de’ ballerini riuscivano sempre simmetriche, ed era vago a vedersi l’intreccio delle aste, l’alzarle, l’abbassarle, il congiungerle, il disunirle in rigore di tempo e di misura.
Questi quattro ebbero le lodi di tutta l’adunanza; e successero al loro ballo rumorosi ragionamenti che continuarono sinchè fu intuonata la Biscia Amorosa. La musica di questa danza era sommamente melodiosa, e terminava con una frase patetica, la quale ritornava ogni volta come un intercalare significativo d’un sentimento dolce e melanconico. Il risuonare di tal musica espressiva ricondusse un silenzio universale fra gli spettatori, quasi fosse sorta una voce soave ad annunziare una desiata novella. Quel silenzio venne rotto da un generale mormorio d’approvazione tosto che si videro le belle persone di Lindo e Gabriella avanzarsi nel mezzo della sala per eseguire la danza. Allorchè essi ebbero con un dolce inchino salutata l’assemblea, rinacque in tutta la sala il silenzio, eccetto che in un lato solo ove stava Camarasso, che con faccia turbolenta proferiva bestemmie e minaccie, e Sagramoro, il quale facendosi forza a soffocare le risa l’andava acquetando, e non vi riuscì che al momento in cui ebbe principio il ballo.
Con placide movenze in consonanza alla queta armonia, la leggiadra Guaraldi incominciò ad avanzarsi e ritrarsi, mentre più discosto ed a riscontro di lei, Lindo eseguiva eguali moti e figure. Quasi due timidi amanti, che al primo scorgersi da lungi non osano accostarsi, i due danzanti esprimevano dubbietà e ritrosìa; ma al sorgere della frase più patetica, quasi fossero tratti dalla magìa del suono, s’avanzarono l’un verso l’altro rimirandosi in volto. Cambiò la musica e la fanciulla e il giovine stornati gli sguardi e ripiegate le mani al sottile del corpo con passi lisci strisciati a terra girarono a cerchio l’un contro l’altro e si dipartirono ai lati opposti.
Ricominciò il passeggio de’ due ballerini in distanza, e lo fecero d’alcun poco più mosso ed animato che pria non fosse, quindi s’avvicinarono e dipartirono con maggior brio. La terza volta ruppero con leggiadria indescrivibile in fioretti e passi vivi. Lindo alternava con somma bravura, spezzate, capriole, salti del fiocco, mentre l’avvenente Gabriella rapiva gli sguardi con intrecciate, passate e giri. Sotto di lei sembrava elastico il suolo, tanto era la leggerezza con cui s’alzava, ricadeva, gruppava e sgruppava i piedi, sempre sostenendo in vaghissima foggia le braccia, il corpo, la testa. Le sue forme facevansi più o meno apparenti a seconda della rapidità delle mosse, come nello slancio del volo si manifestano sotto il velo d’un’angioletta i suoi contorni divini. Al ripetuto invito del patetico suono i due giovani si fecero nuovamente incontro continuando la loro danza animata. Lo sguardo d’entrambi era fulgente e pieno di vita. Non si divisero questa volta; ma congiunta destra a destra, seguendo l’impulso della musica che divenne più rapida indi precipitosa, movevano concordemente i piedi in passi agilissimi, avanzandosi, ritraendosi, girando intorno a sè stessi, e fu sempre sì giusto l’accordo, sì grazioso l’atteggiarsi d’entrambi, che i più rumorosi applausi scoppiarono da tutti gli spettatori, ed essi diedero termine alla loro danza con vero trionfo.
Gabriella nè lassa, nè scomposta, con un sorriso gentile sull’animate guance, veniva ricondotta da Lindo al seggio ch’essa occupava da prima. I giovani cavalieri facevano ressa sul suo passaggio e la miravano intenti e curiosi con isguardi accarezzanti, inviandole studiate parole di lode per la di lei valentia nella danza e più forse per i pregi della persona.
L’ardito Camarasso sbrigatosi da Sagramoro che pur trattenere lo voleva, uscendo di mezzo agli altri, le si piantò in faccia, e:
— Vaghissima dea, le disse, io vi proclamo regina della bellezza, ed a chi ardisse accusarmi di menzogna, lo sosterrò con taglio e punta. Ma come si osservano le macchie del sole senza che quel lucido astro si sdegni, permettete voi pure di dirvi che rimarrebbe offuscato il più vivo raggio di vostra beltà se in luogo di premiare un valoroso campione, foste resa tributaria d’amore da un cialtroncello, salterino, bellimbusto. —
La sconvenevolezza e la temerità di tali inaspettate parole, che tutti compresero essere dirette al giovine Manfredi, fecero nascere un grave susurro fra i circostanti, ma nessuno osò farne apertamente rimprovero allo Spagnuolo di cui era nota l’avventatezza, la gagliardia, e la fortuna nel giuoco delle armi. Gabriella progredì dignitosa senza che pur sembrasse avervi prestato orecchio, e si riassise in aspetto placida e tranquilla. Sul volto di Lindo ad un pallore di morte, successe un vivo rossore; appena fu congedato da lei si diresse alla volta di Camarasso e lo percosse colla mano sulla spalla.
— Oh che vuole, signor mio? — disse lo Spagnuolo rivolgendosi con aria beffarda.
— Usciamo da questa sala — rispose l’altro a bassa voce, ma in tuono risoluto.
Camarasso, volto ai compagni con un sogghigno. — V’ho detto io, che avrei trovato modo di far venire la lepre da sè sullo spiedo. — Usciamo pure. —
Si recarono accompagnati da Sagramoro in una delle camere lontane ove non eravi persona. Ivi lo Spagnuolo ripetè: — Qui siamo liberi, dica adunque che vuole?
— Voglio ragione dell’insulto che mi hai fatto.
— Giacchè stimi così poco la tua vita, la ragione te la darò.
— Può darsi ch’io sia destinato a fiaccare la tua baldanza.
— Se non fossi certo di crivellarti il petto a stoccate, ti darei una mano nel viso.
— Fuori la spada, vigliacco impudente!
— Oibò! (proferì Sagramoro interponendosi) in casa degli Sforza un duello e nel tempo d’una festa da ballo? volete farvi chiudere in rocchetta? Pazzie! Aspettate domani: vi sono tanti bei luoghi adattati.
— Ebbene domani — esclamò Lindo.
— Sì, domani — rispose Camarasso.
— Ma dove, ed a qual ora? qui bisogna intendersi (continuò Sagramoro). Le buone regole vorrebbero che fosse di mattino; ma a causa della festa di questa notte si può differire al dopo pranzo, così verso le ventidue ore: quanto al luogo il migliore parmi la rotonda del bosco presso il convento di sant’Ambrogio ad Nemus[25]. Che ne dite?
— Ottimamente. Riguardo poi alle armi (aggiunse Camarasso) io sono lo sfidato, voglio la scelta: spada e pugnale.
— Sia come brami: ci rivedremo domani a ventidue ore nella Rotonda del bosco.