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GIAMBATTISTA DELLA PORTA
LE COMMEDIE
A CURA DI VINCENZO SPAMPANATO
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI—EDITORI—LIBRAI
1911
LA TABERNARIA
INTERLOCUTORI
GIACOCO vecchio
GIACOMINO suo figlio
CAPPIO servo
LARDONE parasito
ANTIFILO innamorato
Spagnuolo
Pedante
ALTILIA giovane
LIMA balia
Tedesco
LIMOFORO
PSEUDONIMO
Capitano.
La favola si rappresenta in Napoli.
ATTO I.
SCENA I.
GIACOCO, GIACOMINO, CAPPIO.
GIACOCO. Tate, petate e castagne infornate. Zitto, che ti venga la pipetola; m'hai dato tante vernecalonne e vernecocche che m'hai fatto venire le petecchie. Lassamo sti conti dell'uorco, Iacoviello mio, figlio buono come lo buono iuorno, e ascota ca te boglio dicere: io me ne vao a Posilipo, ca Smorfia lo parzonaro m'ha ditto ca vole vendegnare; e se non ci vao e sto con tanti d'uocchi apierti, dell'uva non me ne fa toccare n'aceno.
GIACOMINO. Andate in buon'ora, Giacoco, mio caro padre, attendete alla vostra salute da cui dipende tutta la nostra; ma quando sarete di ritorno?
GIACOCO. Crai, poscrai, poscrigni o piscrotte allo chiú chiú, ca la vendegna ce la faccio brocioleare. Guardáte la casa, pigliatevi spasso e sguazzate.
CAPPIO. Se volete che sguazziamo, lasciateci denari assai.
GIACOCO. Mò volea mettere no spruocco allo pertuso se non ci rispondevi tu e bolivi danari: ca te venga la visintieria e ti si secchi la lengua quanno li nuommeni!
CAPPIO. Una dozina di ducati che ne lasciaste sarebbe ben poca.
GIACOCO. Squágliamete denante, ca puozze sparafondare, ca m'hai dato na pommardata dintro l'orecchia. Ca te sia data stoccata catalana alla zezza manca, ca ce capa dintro lo Castiello co l'artigliarie e onne cosa! non me ne mandare chiú de chesse giasteme, ca me fareste diventare no pizzico de cenere.
CAPPIO. Oimè!
GIACOCO. Oimè, ca trona: va', frate mio, ca marzo se ne trase.
CAPPIO. Non sguazzaremo dunque?
GIACOCO. «Né mò né mai»—disse Cola da Trane. Iacoviello mio, sai ca te boglio dicere? cerca dintro le saccocciole de chille cauze vecchie meie, ca ce trovarai doe cincoranelle larghe, stipatelle; e mò ca m'arrecordo, apri quello scrigno vecchio e cerca dintro chille bertole, ca ce trovarai na cinquinella. Compráte robbe a bizeffe, mangiate ad uocchie de puorco, satorateve a pietto de cavallo, bevete a diluvio; e lassate qualche morzillo pe quanno torno.
CAPPIO. Lasciatici alcun'altra cosa.
GIACOCO. Guerregnao, chisto m'ha fatto la gatta: non aggio chiú spanto, porrissivo sonare le campane de gloria.
CAPPIO. Qualche cosetta almeno.
GIACOCO. Te', all'uocchi tuoi!
CAPPIO. Volete che pigliamo pane in credenza dal fornaio?
GIACOCO. None, te dico.
CAPPIO. Che solamente spendiamo quelle cincoranelle?
GIACOCO. Sine, te dico. Non chiú parole, ca me se abbottano sti co…. chiú de na guállara.
CAPPIO. Metterò mano alla botte.
GIACOCO. Se tu metti mano alla votte, io metterò mano alle bòtte pe sse spalle: schitto che ti muovi a far delle toie, quanno torno te faraggio provare che zuco renne cótena, pe l'arma delli muorti mei. Iacoviello mio, me ne vao; covernamitte.
CAPPIO. (Che non ci torni piú!).
GIACOCO. Che hai vervesiato, chiattelluso, scummabruoccuoli, aguiento da cancari?
CAPPIO. Il Cielo vi facci tornar presto!
GIACOCO. Vao, ca no me coglia notte pe la via.
SCENA II.
CAPPIO, GIACOMINO.
CAPPIO. Mira avarizia di uomo, piatisce con i cimiteri e con i vermi e risparmia come non avesse a morir mai.
GIACOMINO. Quanto piú invecchia l'uomo, tanto l'avarizia piú ringiovenisce: egli è cosí avaro come misero e cosí misero come avaro.
CAPPIO. O che mai ne paressero vecchi! tutti avari, fastidiosi, ritrosi, pazzi, rimbambiti; sempre minacciano, bestemiano, gridano, si lamentano, né si contentano mai.
GIACOMINO. Veramente quando l'uomo passa i quarant'anni doverebbe morire e smorbare il mondo. Tutti perdono la memoria per non ricordarsi di quando son stati giovani.
CAPPIO. Anzi morire alli quaranta e lassar godere a' giovani com'han essi goduto. Dice che vuol tornar presto: oh che quella parola fosse tornata tossico che subito l'avesse ucciso!
GIACOMINO. Certo, che quel tornar presto ci turba ogni disegno.
CAPPIO. Intanto attendiamo a dar la battaglia al granaio, alla caneva e a' formaggi.
GIACOMINO. Bisogna attendere alla battaglia che amor mi dá nel cuore con assalti piú atroci che ritrovar si possino. Non posso piú resistere, mi rendo vinto, sono abbattuto e morto.
CAPPIO. Se sète morto, requiescat in pace, provedasi di sepoltura.
GIACOMINO. Cappio, ti burli di me?
CAPPIO. Giá cominciate a freneticar senza febre.
GIACOMINO. La febre amorosa mia è stata sempre continua e cosí ardente nel cuore che non mi lascia mai per un sol momento.
CAPPIO. Forse son resuscitati gli amori di Salerno?
GIACOMINO. Non son resuscitati, perché non moriro mai. Sappia il mio caro Cappio che dal dí che mi partii dalla mia Altilia l'anno passato da Salerno, restai il piú misero ed infelice uomo che viva; ma ben aventurato e felice che, in questa mia miseria ed infelicitade, la memoria de' ricevuti favori e la speranza di avere a tornar presto a rivederla son stati saporitissimo cibo alla fame e al digiuno de' miei pensieri, che agl'incendi miei desideravano rinfrescamento; ché s'io avessi voluto con importuna temeritá violar la modestia, la generositá dell'animo suo e il merito del suo amore, arei conseguito da lei quanto desideravo.
CAPPIO. Per quanto accorger mi potei, ella altro non bersagliava che avervi per isposo.
GIACOMINO. Ella ha compito il bersaglio, ch'io altro non desidero che averla per moglie.
CAPPIO. Non so se l'avarizia di vostro padre contenterassi che voi toglieste per moglie una figlia d'un maestro di scola e senza dote.
GIACOMINO. I suoi costumi e la bellezza son tali che la rendono degna di maggior uomo ch'io non sono, e senza dote. Queste doti apportano piú danno al restituirle che ricchezza quando si prendono. E che maggior tesoro della sua bellezza? Ella ave oro nei capelli, zafiri negli occhi, rubini nelle labra e perle ne' denti. Qual miniera produsse mai cosí fin oro o sí ricche gioie? O me sopra tutti gli uomini felicissimo, s'io possedessi un tal tesoro!
CAPPIO. Che ordinate che si facci?
GIACOMINO. Or che l'assenza di mio padre ci porge la commoditá, vuo' che subito vadi a Salerno. Tratta con Lima, la sua balia, archivio de' nostri secreti amorosi, e con Lardone parasito, che oprino appo lei in che luogo ed ora possiamo ritrovarci insieme, acciò possa satollar questi occhi famelici della sua vista. E se pur questo mi negasse, che miri almeno nel mio volto l'opera del suo valore. Del che se tu mi compiaci, ti compiacerai poi d'avermi compiaciuto.
CAPPIO. Oprar con Lima e con Lardone voi ben sapete che vi bisogna.
GIACOMINO. Che cosa?
CAPPIO. Un poco di musica.
GIACOMINO. Come musica?
CAPPIO. Porre in un fazzoletto alcuni scudi e poi dargli due squassatine che rendano suono, perché il suono de' scudi si fa sentir da lungi e fa piú dolce armonia di qualsivoglia istrumento, e massime se son traboccanti.
GIACOMINO. Pur bisogna disporgli.
CAPPIO. Essi risponderanno e disporranno meglio di voi.
GIACOMINO. Baciagli le mani da mia parte.
CAPPIO. I scudi gli faranno i baciamani meglio che voi.
GIACOMINO. Dove son questi scudi?
CAPPIO. Pigliate i capelli d'Altilia che son di miniera, coceteli al foco del vostro core, batteteli col martello, col quale amor vi picchia, in verghe e fatene scudi; o vendete quei rubini, zafiri e perle del suo volto, e cominciate a smaltir cosí gran tesoro.
GIACOMINO. Quei capei tutti son lacci per incatenarmi ed appiccarmi. Ma eccoti diece scudi che gli ho accoppiati col risparmio di quest'anno a tal effetto.
CAPPIO. Or sí, che il focile arde ed il martello lavora.
GIACOMINO. Rinnova l'amor con Lima, ché ci porghi il suo aiuto; ché questa mona Onesta sarebbe per corromper l'onestade.
CAPPIO. Questi danari e il desiderio che ho di servirvi mi giongeranno l'ali a' piedi e mi faran correr velocissimo.
GIACOMINO. Pártiti or ora con quella prestezza che si richiede al mio desiderio, ché la prestezza e diligenza è madre del buon esito delle cose.
CAPPIO. Entrate, ch'io provedendomi d'alcune cose per il viaggio, mi porrò in camino.
SCENA III.
LARDONE, ANTIFILO.
LARDONE. (O Cielo, che trovasse alcuno che mi ricevesse a pranso questa mattina!).
ANTIFILO. (O Cielo, o stelle, che v'ho fatt'io, che mi trattate cosí male? O morte, perché sai c'ho in odio la vita, però non me la togli?).
LARDONE. (Ecco Antifilo, l'innamorato d'Altilia, concorrente nell'amore con Giacomino, ma con disegual sorte: ché tanto Giacomino è amato quant'egli è disamato da lei).
ANTIFILO. (O Cielo, che amare ferite son queste? poiché mi son messo ad amare una tigre, mi devo però io disperar del tutto? No, perché nella disperazione suol sempre rinverdirsi qualche speranza).
LARDONE. (Certo, che lo desiava incontrare, ché mi pregò Altilia, incontrandolo gli donassi una lettera. Son certo che sarò il corriero della mala novella; ma gli cercarò prima la mancia che la legga, ché dopo letta so che mi odiará a morte).
ANTIFILO. Ma non è Lardon quel che veggio, o forse il desiderio me lo fa cosí parere?
LARDONE. Lo vedi veramente; e v'ho servito secondo il vostro desiderio.
ANTIFILO. Dimmi, Lardone mio, come stia.
LARDONE. Io non son medico che toccandovi il polso lo potessi sapere.
ANTIFILO. Lo sai meglio d'un medico: se mi rechi lieta risposta alla mia lettera, son vivo; se mala, son disperato della vita. Onde se vedrò con effetto che m'hai servito bene, ti farò conoscere che da me sarai servito assai meglio.
LARDONE. Ho dato la lettera ad Altilia.
ANTIFILO. E come debbo crederlo?
LARDONE. Ecco la risposta per testimonio che gli l'ho data.
ANTIFILO. E perché non me la dái, o illustrissimo mio Lardone?
LARDONE. E tu perché non mi dái la mancia, o eccellentissimo mio
Antifilo?
ANTIFILO. Te la darò doppo letta.
LARDONE. Doppo che l'innamorato ha conseguito l'effetto con la sua amata, non si ragiona piú de' mezi.
ANTIFILO. Che vorresti dunque?
LARDONE. Due scudi almeno.
ANTIFILO. Eccoti due scudi l'un sopra l'altro.
LARDONE. Poco mi si dá che l'un stia sopra o sotto dell'altro. Ma che son scudi ch'han ali alle spalle ed a' piedi e corrono e volan via?
ANTIFILO. O Lardone, se qua dentro risplenderá qualche favilla di speranza, vedrai la mia liberalitá in altra forma.
LARDONE. Leggete e vedrete.
ANTIFILO. Oimè, mi trema la mano, e pare che sia paralitico. So che qui dentro non ci può esser cosa che buona sia. Leggerò pure.—«Voi mi chiamate selvaggia, ingrata, disamorevole, empia tigre, crudelissima vipera e velenoso basilisco. Ma se son tigre, perché mi segui? se son vipera, perché mi servi? se basilisco, perché mi miri? Lasciami dunque vivere nella mia crudeltá, nella mia fierezza, ed ingratitudine, né piú noiarmi con le tue importunitadi. Quando mai t'allettai ad amarmi? quando in parole o atti di avermi a seguire? se col desiderio ti pasce la speranza, quando ti ho dato io speranza che tu m'amassi? quando ti promisi fedeltá in amore? Tu stesso, per un tuo disordinato appetito, per un vano desiderio ed ostinata perfidia, mi hai sempre infastidita. Sarei veramente crudele, se mi ti fossi mostrata al principio pietosa e poi divenuta ingrata, se avessi promesso amarti e poi ritirata mi fussi…».—O cuor di marmo, o anima di bronzo, o petto di diamante! deh, perché non vo a precipitarmi?
LARDONE. Veramente una turca, una cagna.
ANTIFILO. Non vuo' piú legger per non morirmi affatto de disperazione. Ma io vuo' leggerla solo per morire: a chi vive senza speranza, la morte sola gli è medicina.—«… Dicovi che voi stesso sète cagione del vostro male, voi stesso la fucina de' vostri strali, voi stesso tessete fallacie, inganni e vani pensieri d'ingannar voi stesso. Tu dici che t'ho innamorato con la vista; tu ben sai che ti ho sempre scacciato con ogni mostra di sdegno. Se tu con la speranza hai sempre ravvivato le tue fiamme, ed io te l'ho sempre incenerite con odi, repulse ed ogni sorte de dispreggio: e perché dunque non disenganni te stesso?…».—Ed io posso legger questo e non morire? O parole uscite da' piú profondi luoghi del centro! O Lardone, e nel regno d'Amore trovasi piú gran mostro?
LARDONE. Veramente mostro di crudeltate! Finite pure.
ANTIFILO. «… Dite che son bellissima, che la mia beltá vi trasse a mirarmi e che d'allora in qua Amor si fe' signore e tiranno del vostro cuore; e che amando me, io obbligata sono a riamarvi. Se la mia bellezza v'ha spinto ad amarmi, non per questo io debbo amarvi; perché se voi non parete bello agli occhi miei, e se l'amore è atto della libera volontá né si lascia sforzare, come posso io sforzar me stessa ad amarvi? Amisi o per elezione o per destino, io né per l'uno né per l'altro posso amarvi; e tanto è amare alcuno contra la sua volontá e contro il tenor del Cielo, quanto camminar per un mar periglioso con venti contrari, senza sarte e senza vele, perché alfin doppo varie tempeste si truovi sommerso in un golfo di pene e de' suoi sproporzionati e disordinati desidèri…».—O che parole magiche e funeste, o tirannia d'amor non mai piú intesa!
LARDONE. Certo, che dovreste odiarla quanto l'amate.
ANTIFILO. Ahi! che non posso amar altra che quella che da' primi anni cominciai ad amare.—«… Ed acciò non abbiate piú a molestarmi, io vi manifesto il mio cuore: io ho dato ad altri il mio cuore. Egli solo m'ha spogliato della mia libera volontá, egli solo è la fatal esca de' miei pensieri; e non avendo se non un cuore, non posso amar se non un solo; e se volessi amar molti, bisognarebbe che avesse molti cuori. In conclusione, io non posso amarvi, né se potessi vorrei. V'ho risposto al giusto ed onesto».—O Cielo, che giustizia, che onestá è questa? O fiera conclusione, che ad un colpo m'hai tronco l'anima e la vita. Io ti maledico, terra che mi sostieni, aere che respiro, acqua che non mi sommergi, fuoco che tutto non mi brugi e mi facci cenere! Prego l'inferno che mi suggerisca nuove voci, nuove parole, nuovi concetti, con i quali io possa mostrare al mondo la crudeltá di costei. O generata dal Tartaro, o concetta da Megera e partorita da Aletto, o allevata fra l'orribili rive di Cocito, o nodrita fra le fere de' piú dirupati monti del Caucaso, solo ch'io avesse a vivere fra sí amarissime pene!… E che fo che non vo ad appiccarmi con le mie mani, acciò con la mia morte si sepellisca la memoria d'una sí crudelissima donna? E che non ho tentato per esser amato da costei? Non mi resta altro che la disperazione! Tutto ciò perché ama Giacomino; ma se dovessi morir io, vuo' che costui muoia per le mie mani, acciò per la costui morte ella muoia de disperazione.
SCENA IV.
CAPPIO, LARDONE, ANTIFILO.
CAPPIO. (Questi mi par Lardone).
LARDONE. (Questi mi par Cappio). O buono incontro!
CAPPIO. O che miglior riscontro, perché sei venuto a tempo!
LARDONE. Sarei venuto a tempo, se fossi ricevuto da te a pranso questa mattina.
CAPPIO. Che faccende ti conducono a Napoli? che porti di nuovo?
LARDONE. Nulla di nuovo né fuori né dentro. Fuori ogni cosa è vecchia: il mantello tanto logro e spelato che se due pedocchi facessero questione insieme, non sarebbe fra loro un pelo che li partisse; il giuppone e le calze paion reti di pescatori, tanto sono aperte, e temo che un giorno il corpo se ne scappi fuori. Dentro ci è quella fame antica che nacque nascendo meco, né morirá finché non muoia io. Di te non dimando, perché sei vestito di nuovo e la faccia è piú tonda che la luna in quintadecima.
CAPPIO. Tu stai cosí magro ch'appena hai l'osso e la pelle.
LARDONE. Sto in casa dove si mangia poco e si travaglia molto; sto con quel pedante che è avaro e spilorcio quanto ce ne cape. In casa sua mai mi veddi satollo di cucumeri; sempre il ventre entrato dentro, e la bocca tanto asciutta che non posso aprirla per parlare.
CAPPIO. Che sei venuto a far qui, in Napoli?
ANTIFILO. (Mira questi forfanti come si sono accoppiati insieme! Vuo' ascoltar che dicono).
LARDONE. Al pedante l'è stato tolto il salario della lettura in Salerno, ed egli vuole andarsene in Roma: e questa sera con la figlia e la balia se ne vengono in Napoli; ed io vado innanzi, al Cerriglio, col tedesco ad apparecchiar la cena.
CAPPIO. Lardone, se cosí è, or è venuto il tempo che daremo un poco di legno santo e di salsa alle tue veste e le guariremo della peluia che l'ha fatto cadere il pelo; ed alla fame del tuo corpo gli daremo una medicina di zuppe lombarde, di pignatte maritate, di capretti allattati da due madri, di maccheroni fatti di molliche di pane e di pelle di capponi bogliti nel brodo grasso di galli d'India. Per vini, liquori di vini grechi, lacrime, moscatelli di amarene. Queste vivande nuove ti scacciaranno dal corpo quella fame invecchiata che tu dici.
LARDONE. O che prurito alla gola! Eccomi per servirti a piedi ed a cavallo; ma intendiamo, che servigio volete da me?
CAPPIO. Ben sai quanto Giacomino mio padrone muore per Altilia e quanto è riamato da lei. Ben sai quante volte t'ha pieno il corpo e fattoti mutar vesti come il serpe la primavera.
LARDONE. Che vuoi dir per questo?
CAPPIO. Giacoco, il vecchio, è gito a Posilipo alla vendemia, e noi siamo rimasti soli in casa. Il padron giovane or m'inviava a Salerno per avvisarvi che voleva venir colá; ma poiché si viene questa sera in Napoli per alloggiare col tedesco nel Cerriglio, noi accomodaremo la nostra casa in foggia di taberna, ed io sarò il tedesco—ché per esser io stato per molti paesi, so alquanto di quei paesi.—Il pedante non mi conosce né mai fu in Napoli: stimará la nostra casa il Cerriglio; e venendo Altilia in casa nostra, puoi imaginarti se sará ben pasciuta di saporitissimi cibi.
LARDONE. Dubito che questi cibi non mi strangolino.
ANTIFILO. (Mira che diabolica invenzione per condurre Altilia in casa di Giacomino!).
CAPPIO. Tu non ti morrai piú di fame.
LARDONE. Ma di capestro.
CAPPIO. Eh, tu vuoi la baia!
LARDONE. Eh, tu mi drizzi al boia! Cappio, non vorrei ch'un altro cappio mi strangolasse.
CAPPIO. Staremo sempre in festa e gioia.
LARDONE. Ed io balzato in una galea.
CAPPIO. Qui non ci è pericolo manco d'un filo.
LARDONE. Ma d'una corda. E giá mi sento prurire il collo: come la calamita tira il ferro, cosí par che la forca mi tiri il collo molte miglia. Cappio, tu cerchi la mia rovina.
CAPPIO. Anzi tu stesso cerchi la tua rovina: hai la ventura innanzi e non la conosci.
LARDONE. Nol farò mai.
CAPPIO. Per che ragione?
LARDONE. Perché scoprendosi sarò appiccato.
CAPPIO. Questa tua ragione è senza ragione, perché non basta a scoprirsi mai. L'inganno è tanto riuscibile che se pur si scoprisse, avemo molti modi di scolparti. Lardone, tu sai ch'io e tu ci conosciamo insieme, e tu non ti puoi nascondere dietro questo dito. Sai bene quante volte avemo mangiato e bevuto insieme a spese de' perdenti; tu sei un forfante, e le forfantarie l'ho imparate da te; se faremo questione, scoprirò bene che sei un forfante de ventiquattro carati. Tu sai i patti nostri: aiutarci l'un l'altro, ché cosí aremo i corpi pieni di buoni bocconi e le borse di contanti. Queste occasioni non accadono sempre: passano, e ci pentiremo. Quello è proprio sciagurato che si fa scappar di mano queste straordinarie venture: non mancare a te stesso. Di' sí e poi lascia fare a me, ché ne restarai ben contento e pagato.
LARDONE. S'io dico sí, non farai tu, ma il boia, e tu vedrai.
CAPPIO. Finiamola! In Surrento una vitella ha partorito una vitelluccia, e son due madri a lattarla.
LARDONE. A queste figlianze diverrei compare io volentieri. Ma mentre ho denti da rodere piccioni e polli, e gola da tracannar vini brillanti, e stomaco da riempir di pastoni, io mi vuo' porre ad ogni periglio: meglio è che il boia mi stringa una volta la gola che la fame mi strangoli mille volte il giorno, e di gir nudo e crudo. Vuo' far quanto vuoi.
CAPPIO. Ritorna in Salerno, fa' consapevole Altilia e Lima del conserto, e dirai al pedante ch'hai avisato il tedesco del Cerriglio, il quale ha detto alloggiarlo benissimo. Come sará qui, fingeremo che Altilia non si senta bene, e ci tratterremo qualche giorno in casa nostra; e tu e Lima sarete sodisfatti d'ogni vostra opera. E per voi solo si prepara un forno sempre pieno di pasticci in caldo.
LARDONE. Ma la bocca del forno d'Altilia andrá in rovina. Con questo mi sconterò il mal pagato salario, i digiuni, le vigilie e le quarantine che mi fa far tutto l'anno in casa sua.
CAPPIO. Sappi usar bene la tua forfantaria.
LARDONE. Non bisogna avisarmelo, che questa fu arte di mia madre, ava e bisavola e di tutto il mio legnaggio. Va' presto e compra robba a bastanza, ch'io torno a dietro e condurrò la vacca in stalla; farò restare alcune robbe a dietro, acciò, mentre il maestro torna, il toro abbia agio di godersela.
CAPPIO. Via presto, ch'io avvisarò il padrone, e apparecchiaremo la taberna.
LARDONE. Avèrti che se non mi si attende quanto mi si promette, scoprirò ogni cosa e porrò sottosopra il mondo.
ANTIFILO. (Tutto questo si tratta contro me. Andrò a Posilipo; farò gridar: «turchi! turchi!», di modo che Giacoco torni a casa e disturbi la macchina di Cappio; e non lasciarò modo di affligere Altilia e Giacomino, come eglino hanno me afflitto e sconsolato).
SCENA V.
GIACOMINO, CAPPIO.
GIACOMINO. Oimè, Cappio, che fai?
CAPPIO. Nulla.
GIACOMINO. Come nulla?
CAPPIO. Perché è fatto quasi ogni cosa.
GIACOMINO. Come questo? tu sei qui ancora.
CAPPIO. Giá pensavate ch'io fossi gionto a Salerno?
GIACOMINO. Pensava che tu fossi piú amorevole al tuo padrone che non sei, e massime in cosa che egli desia cotanto.
CAPPIO. Ed io vi dico che vi son stato piú amorevole che non stimate. Ho esseguito quanto m'avete imposto, con piú destrezza e diligenza che comandato m'avete.
GIACOMINO. Se fosse come dici, giá saresti a Salerno.
CAPPIO. Ed io ho ragionato con Lardone e fatto di modo che questa sera arete Altilia in casa vostra.
GIACOMINO. Com'è possibile ch'abbi fatto quanto dici?
CAPPIO. Questi son miracoli che sa fare il vostro Cappio.
GIACOMINO. Tu ridi, m'arai detto la bugia.
CAPPIO. Poiché stimate che v'abbia detto la bugia, non bisogna che piú ne parli.
GIACOMINO. Non dico che nol credo perché nol creda, perché ogni innamorato crede e nelle cose che si desiderano si presta ancor fede alle bugie; ma dico che nol credo per soverchia voglia che ho che vero sia. So il valor del mio Cappio, a cui cede ogni malagevole impresa.
CAPPIO. Or apparecchia il cuore per poter capire cosí smisurata allegrezza!
GIACOMINO. Parla presto.
CAPPIO. La tua Altilia è in Napoli.
GIACOMINO. Altilia mia?
CAPPIO. Altilia tua.
GIACOMINO. In Napoli?
CAPPIO. In Napoli.
GIACOMINO. In casa mia?
CAPPIO. In casa tua.
GIACOMINO. La mia Altilia in Napoli e in casa mia?
CAPPIO. La tua Altilia in Napoli e in casa tua, e cose maggior di queste.
GIACOMINO. Che cose ponno essere maggior di queste?
CAPPIO. Che dormirete insieme questa notte.
GIACOMINO. Eh, Cappio mio, parla presto, ché tu mi strangoli piú che non farebbe un cappio di manigoldo.
CAPPIO. Per dirtela in breve, il pedante va in Roma, ed ha mandato
Lardone innanzi, al Cerriglio, a preparargli l'albergo, ché vien con
Lima ed Altilia. …
GIACOMINO. Che ha a far questo con la mia felicitade?
CAPPIO. … Abbiam concertato con Lardone che, in luogo del Cerriglio, la porti in casa vostra accomodata in foggia di taberna.
GIACOMINO. E come in cosí brevi parole rinchiudi cosí gran contento?
Dimmelo piú distesamente.
CAPPIO. Ve lo dirò per strada. Diamo mano a' fatti: andiamo a comprar galli d'India, polli, piccioni e fegatelli; e prepariamo l'osteria, che fra poco tempo saranno in Napoli.
GIACOMINO. O cuor del mio spirito, o spirito dell'anima mia, o spirito ed anima del mio cuore, ti vedrò forse oggi e senza forse in Napoli ed in casa mia?
CAPPIO. Come stai cosí attonito?
GIACOMINO. Dubito di qualche tempesta che suol sempre attraversarsi alle gioie degl'innamorati.
CAPPIO. Non perdiam tempo: andiam a preparar la casa, ed io a comprar robbe.
GIACOMINO. Cosí si facci.
ATTO II.
SCENA I.
GIACOMINO, CAPPIO.
GIACOMINO. Paggi, scopate ed inacquate per tutto, portate qui la tavola e le sedie… . O Cielo, come sète pigri, non è maggior tarditá di quella che s'usa ov'è bisogno di prestezza… . Togli tu il mantile da quella parte ed io da questa, ché penda egualmente da tutte le parti… . Or sí, che sta bene. Accendete il fuoco che sia a bastanza, lavate i bicchieri, calate giú il giarro e il baccile per dar l'acqua alle mani, portate la saliera e i salvietti e i cortelli. Diasi fuoco alla profumiera, ch'essali il fumo odorato. Fate che serviate a cenno, ché il cenno è il segno delle taberne; se non, che voleranno per l'aria i piatti, e i bicchieri per la testa e su' volti.
CAPPIO. Ecco i piccioni, polli, capponi e porchette, spiedi di fegatelli, pasticci e l'altre manifatture.
GIACOMINO. O che sia tu benedetto, che con prestezza e diligenza hai avanzata la necessitá.
CAPPIO. Me l'ho fatti prestar da un'altra taberna, pagandoli quello che si consumerá; e l'aremo in un tempo arrosti e allessi caldi caldi.
GIACOMINO. Veramente, quando a te piace, non hai par in astuzia e diligenza.
CAPPIO. Andrò ad attendere al fuoco e a vestirmi da tedesco.
GIACOMINO. Ed io attenderò ad accomodar la taberna.
SCENA II.
ANTIFILO, SPAGNOLO.
ANTIFILO. (Giá son stato a Posilipo con molti amici, e con gridi e rumori abbiam gridato: «turchi! turchi!»; e s'è posto in bisbiglio tutto il luogo, com'è solito farsi tutta l'estate: stimo che Giacoco sará tornato, ché tutti son fuggiti. Giá vedo l'apparato che s'ordina; cercherò alcuni che turbino questa festa e conduchino il pedante al Cerriglio).
SPAGNOLO. ¡Oh cuanto mejor querria llegar á una venta adonde pudiese descansar esta noche, que estoy tan cansado que no puedo más menearme! Pobre pasajero, que de la guerra de Flandes ya que me debían veinte pagas, por no poder ser pagado, nos havemos alborotado y hecho los bandoleros, y viniendo á Napoles por tan largo viaje sin un maravedís, me he visto mil veces muerto de hambre, muchas veces desvalijado, y por tantas desdichas hay más de veinte dias que no como un bocado de pan ni un trago de vino, que no puedo tenerme en pié.
ANTIFILO. (O come costui viene a proposito! svaligiato e morto di fame e prosontuoso. Basterá questo solo a disturbar tutto il convito e far manifesto l'inganno).
SPAGNOLO. Oh Dios, cuando será V. M. servida volverme á mi tierra, que volvieria á mis manadas de ovejas y carneros para hartarme de queso y lache y de mucha fruta; partime de allá para hacerme caballero, y vine á estas partes del diablo, que nunca me veo harto de pan.
ANTIFILO. Compañero, che vai cercando cosí a notte per qua?
SPAGNOLO. Una venta adonde pudiese comer, dormir y descansarme.
ANTIFILO. Mira esta venta, aquí está un ventero muy rico, y da las cosas muy barato, y están esperando unas putas y alcahuetos; séntate y coma que son medrosos, y con una cuchillada comerás sin pagar nada.
SPAGNOLO. Doy muchas gracias á V. M. por el aviso; y entraré.
ANTIFILO. Entraos allá, y haceis dar bien de comer.
SPAGNOLO. Oh Dios, me pudiese hallar un poco de pan, vino y carne para comer esta noche, que en la guerra he estado pereciendo de hambre.
SCENA III.
GIACOMINO, CAPPIO, SPAGNOLO.
GIACOMINO. Olá, chi sei che con tanta presunzione entri nella taberna?
SPAGNOLO. Soy don Juan Cardon de Cardona.
CAPPIO. Don Giovan Ladron de Ladroni, lascia quel pezzo di carne.
SPAGNOLO. Era caido en tierra, y porque algun perro no lo comiese, lo he alzado de la tierra.
CAPPIO. E per salvarlo te l'avevi posto sotto l'ascelle?
SPAGNOLO. Ventero, quiero alojar esta noche en esta venta.
CAPPIO. Qua non son ravanillos y cevollas; non ci è cena per te, ché la taberna è fatta per signori e cavalieri e non per un tuo pari.
SPAGNOLO. Pese á tal, voto á tal, que yo soy tan bien nacido como el rey de Espana.
CAPPIO. Povero re di Spagna, ch'ogni villano e capraro che vien da
Spagna in Napoli dice esser cosí ben nato come lui!
SPAGNOLO. Soy capitan aventajado y pariente de todos los grandes de
España y vengo de la guerra de Flandes.
CAPPIO. Ará guardato capre tutto il tempo di sua vita, e ora è parente di tutti i grandi di Spagna. Qua non ci è da mangiare né da dormire; va' in alcun'altra osteria.
SPAGNOLO. No quiero más que dos anchovas con el aceite.
GIACOMINO. Mira dimanda, che vuol mangiar chiodi con l'aceto! In questi paesi non si mangiano queste vivande.
SPAGNOLO. «Anchovas» digo, «sardinas» con l'olio.
CAPPIO. Oggi è giorno di carne: non avemo né sardelle né olio.
SPAGNOLO. Almeno una minestra de garvansos.
GIACOMINO. Vuole una minestra di canevaccio. Andate alle botteghe di tele, ché arete canevaccio quanto volete.
SPAGNOLO. Vos quereis que os quebre la cabeza.
GIACOMINO. Vuole la capezza dell'asino. E che ti vuoi appiccare? Va' in un'altra taberna.
SPAGNOLO. Yo non me partiré de aquí, si me echasen todos los diablos del infierno. Si pongo mano á la espada, en dos golpecillos, chis chas, haré pedazos cuantos bodegones hay en todo el reino de Napoles.
GIACOMINO. Cappio, caccia costui, ché un trattenimento tale non è bon per noi.
CAPPIO. Se non vuoi partirti in buon'ora, te n'anderai in malora per te.
GIACOMINO. Cappio, chiama quei smargiassi forastieri che alloggiano di sopra, ché diano quel castigo a costui che merita.
SPAGNOLO. Con un tajo ó un rebés haré mil pedazos a cuantos quisieren echarme de aquí.
CAPPIO. Vado a chiamarli.
GIACOMINO. Camina presto.
SPAGNOLO. Y llama todos los bandoleros de Flandes y todos los diablos del infierno, que de todos haré un monton.
CAPPIO. O buon Dieu de Grandazzo, o diavolo de Paliermo, chi è cheddo cornuto, caparrone, viddano, pezziente, che mi va facendo lo giorgiu? ca se nesco fuori, co no pontapiede lo ietto sopra li ciaramiti. Taliate, quante palole ha sto beccu castratu, moneluso. Sto iannizzo battiam; aspetta no morziddu, ca pe ll'arma de patremu e de chi me figliau—e sia acciso, se me meno la chiavetta, lo sandali e lo guardanasu—piglio lo broccoliero e scindo a bassu, li scippo entrambu gli occhi e metteceli in mano, le sgangerò le corna e li scippu la lingua pe lo cozzu, con chista daga ienzo la stanza delle carne soie! E che pensi ch'haiu lo fecatu blancu come a tia, che te vuoi accoteddare co no canazu morretuso, fitienti? Non me tenite! Vostra Signuria me perdugne; ca se m'aspetta na picca, le scareco na coteddata che le taglio le nasche e le gambe co no cuorpo!
SPAGNOLO. Aquí es menester menar las manos.
GIACOMINO. Meglio per te che meni i piedi, ch'hai piú bisogno de' piedi che delle mani.
SPAGNOLO. Válame Dios, ¿que hombre es este?
GIACOMINO. Un siciliano indiavolato.
CAPPIO. Mira che criar, che zanze, che bravositá xe questa. Donca un ladro, mariol, zaffo, razza de zaffi, assassin, gramo, disgraziatazzo, schiuma de canaia, mostazzo de cavra, piegora grinza, ingenerao d'un castronazzo, becco de quattro corna, s'è cazzao in questa osteria da por sottosovra questa casa? Al sangue de le seppie e de mie pantofole, se pongo mano alla cinquedea n'ará cattao la mala ventura: una stoccata che dago dentro il cor, te trarrò la testa in levante e 'l cao in ponente. Ti xe matto, a questa foza se tratta con un zentiluomo veneziano? A ti dico, spagnolo impettolao, pezzo d'aseno, se pi' stai qua un giozzetto, ti xe morto.
GIACOMINO. O che terribil veneziano!
SPAGNOLO. ¡Voto al Cielo que yo soy muerto!
CAPPIO. Potenz in terra, pover spagnol meschinaz, al corpo de mi mader, che se te cazo in tel polmon questo temperarin, ti fare' tanti busi in tel polmon che non ne ha tanti un crivel, e ti fazo in mille pezzi. Ti venghi il cancher in tel cor, se cercasse in tutto el mondo, en Turcheria, en India e assai pi' en lá, ti non purisse accattar un oter come mi: mi son auter bravus che 'l sicilian, mi son un oter Rotolan che ammazzi pi' de trenta omen: va' via! ah venghi, ah venghi! A chi dic mi? partit con tutt'i diavoli del mondo, a chi dic mi?
SPAGNOLO. ¡Dios me libre de tantos mirables hombres!
SCENA IV.
PEDANTE, ALTILIA, LIMA, LARDONE, CAPPIO.
PEDANTE. Deo gratias. Giá siamo pervenuti all'antica Palepoli e moderna Napoli, uberrimo seminario degli oci e delle delizie. Salve o terque quaterque bella Napoli!
ALTILIA. Oh che gentil Napoli! veramente piú bella e piú magnifica assai di quel che il mondo ne ragiona. Questo è il perpetuo nido di gentilezza, la reggia d'Amore che ha lasciato il suo Cipro per abitare in Napoli; questo è il palaggio delle grazie, riposo de' miei pensieri, ricetto delle mie speranze. Oh, come par che qui il sol piú chiaro risplenda che altrove! oh, quanto goderebbe il cor mio se non avesse a partirmi di qui mai!
LARDONE. Oh come biancheggia il grasso in quei quarti di vitella! oh come gialleggiano quelle groppe de capponi, e come corporeggia quel rosso su le liste del bianco in quei presciutti, come carboneggia quel nero fra quelle reti di fegatelli, come pavoneggiano quelle provature fra quei riccami di salsiccioni!
PEDANTE. Oh tu come asineggi e bufaleggi fra queste tue ingordigie!
LARDONE. O fegadelli, trofei della mia fame! o salami, spoglie de' miei trionfi! o ricotte, o provature, gloria delle mie vittorie! o porchetta, come ti darei la man dritta passeggiando meco!
PEDANTE. Oste, oh con quanta venerazione venemo a te lietabondi e gratulabondi!
LARDONE. Domine magister, e io affamabondo e bibebondo!
CAPPIO. Ben venute le Vostre Signorie! par di vere ca mi voler far scazzar: ponere le cappelle en teste. Ma mi nit intender quel «famabonde» e «bibebonde».
LARDONE. Dico che vengo per disfamare l'affamata affamatagine del famoso mio affamamento.
PEDANTE. Oste, nomina desinentia in «bondo» significant at tum come «moribondo» e «gemebondo», cioè, idest cum maxima voluntate moriendi et gemendi.
LARDONE. Quanto dice in gramuffa, tutto viene dalla saviaggine e dalla sua litteratumma.
PEDANTE. È questo il xenodochio del Cerriglio?
LARDONE. Domine ita, non videbis quantum fegadellos, pullos, picciones e salsicciones?
PEDANTE. Lardone, andiamo per i supellettili.
LARDONE. Domine nonne; bisogna prima assaggiare i vini, apparecchiarsi da cena, e poi tornare a dietro per le robbe.
CAPPIO. Lassa faghe a mi: provi cheste pottagie falsamico, scippacapelli e moscatelli.
PEDANTE. Refiuto questi nomi infandi e nefandi di «scippacapelli» e «falsamico».
CAPPIO. Patrone, cheste… cheste «falseamiche» star tanto dolce che, quando se beve, ti pensare che ire in curpe; no, va alle gambe a fare sgambette e cadere in terre. «Scippacapelli» stare tant gagliarde, ire al capo, e pare che scippe i capelli.
PEDANTE. Dictum hoc per antonomasiam.
LARDONE. Detto per cornamusa.
PEDANTE. Lardone, tu sei cervello ottuso, apri il bugio dell'orecchie.
«Antonomasia» è nome greco: «antos» vuol dir «contra»; «onoma
onomatos» vuoi dire il «nome»: quasi, idest «contra nomen».
«Scippacapelli», dolce che va fin a' capelli.
CAPPIO. Mi non intender, signor d'ottobre.
LARDONE. E tu intendi a me, che son signor novembre. Fa' che assaggi tutti i vini e prima il scippacapelli.
CAPPIO. Eccolo, che star mirando.
LARDONE. Miro questo mirabil vino come schizza, brilla e saltella da se stesso; mostra la schiuma, poi la risolve in perle grandi, poi in piú picciole e le picciole in nulla. O che bevanda celeste piú che nettare e pania che inveschia!
PEDANTE. Accelera il bere.
LARDONE. Non son questi vini da bersi subito, ma prima farci un pochetto l'amore; poi accostarselo alla bocca pian piano con una maestá grande, poi con una regal riverenza sporger le labra fuori e gire ad incontrarlo, torne un saggio e darlo alle prime labra; poi un altro che ne bagni la lingua e il palato, poi spargerlo per tutta la bocca, e succhiarlo a poco a poco e non traboccarlo giú nel ventre come fusse una medicina; e bevuto che n'arai un bicchiero, sta contemplando la battaglia che fan le membra, che tutte vogliono esser le prime a gustarlo: il cuor, primo, ne cava la quinta essenza, il polmone tutto se ci tuffa dentro, le budelle se ne riempiono e la milza all'ultimo se ne succhia la parte sua. All'ultimo ti fa' una succhiata de mostacci ammolliti nel detto liquore, perché ti servirá per una seconda bevuta, per un sciacquadente.
PEDANTE. Presto, che stai addormentato sul bicchiero.
LARDONE. Metti pian piano il vino, di grazia, per vita tua, ché vorrei piú tosto sparger tutto il mio sangue che n'andasse una goccia per terra. Questo è vino d'una orecchia.
PEDANTE. I vini dunque sono auriculati?
LARDONE. «Vin d'una orecchia» è quello che è eccellente, che quando l'hai bevuto, va in testa e inchini la testa sopra alla spalla; ma quando si scuote la testa dall'una parte all'altra, è segno che non val nulla. Oste, poni dell'altro vino.
PEDANTE. Che rumore è questo che fai con la gola, glo glo, quando ingiotti?
LARDONE. Lo fo accioché il vino cali a poco a poco; e quel «glo glo» son le trombette, i pifari e i tromboni con i quali io l'onoro. Questo come si chiama?
CAPPIO. Malvasia.
PEDANTE. Lascia questo, ché il nome t'addita che è malvaggio.
LARDONE. Anzi il contrario; ché «malvasia» non dice che sia malvaggio, ma dice: «mal, va' via», perché egli ti pone la sanitá nel corpo. E questo?
CAPPIO. Lacrima.
PEDANTE. Cattivo augurio: annunzia lacrime e pianto.
LARDONE. Dicesi «lacrima», ché per la sua gagliardía ti fa venir le lacrime agli occhi.
PEDANTE. Lardone, vorrei che tu libassi i vini e non ne ingurgitassi nella voragine del tuo ventre le cotile, le exabasi, gli acetabuli, i gutturni, i cantari, l'anfore, le paropsidi e i ceramini intieri intieri: hai bevuto per sei tedeschi.
LARDONE. Lasciamo «quae pars est» e nomi da scongiurar gli spiriti.
PEDANTE. Tutti son nomi significativi ch'esprimono le forme di quei vasi. Oste, hai tu del cecubo, dell'amineo e de' «spumantia vina Falerni»?
CAPPIO. Non intendere vostre linguagie.