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GIAMBATTISTA DELLA PORTA

LE COMMEDIE
A CURA
DI
VINCENZO SPAMPANATO

BARI

GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1911

PROPRIETÁ LETTERARIA

LUGLIO MCMXI—28246

L'OLIMPIA

IL PROLOGO.

Eccellentissimo principe, onoratissime gentildonne e voi generosissimi spettatori che tratti dalla fama della bellezza d'Olimpia—che cosí ha nome questa comedia—con degno apparato, con grato silenzio e con benigna udienza state attendendo questa sua venuta, eccola che mi siegue: non mai verrebbe fuora s'io prima di lei non uscissi. A me sta il menarla dove mi piace, le sono—per dirvela onestamente—come un ruffiano. Ella non pensando d'aver a comparir fra gran cerchi di sí ampio teatro né fra sí gran numero di nobilissimi spirti, di persone di tanta autoritá, né di troppo severi e scropulosi giudici di bellezze di donne, appena ponendo i piè su la scena che vedea i volti conversi in lei ed esser bersaglio di tanti occhi, come vergine non ancora informata da alcuno delle cose del mondo, vergognosetta si tirò indietro: per non porsi a pericolo d'esser passata per punte di picche e trafitta nel vivo cosí in secreto come in publico, avea determinato piuttosto farsi monaca e invecchiarsi in un monistero e contentarsi delle poche lodi ch'avea avute da chi la vidde in casa sua, che procacciarsene maggiori uscendo in publico. Al fin l'abbiamo forzata a comparire. Orsú, voi che armati di malignitá siete venuti per biasmarla, ponetevi gli occhiali che sian lucidi, accioché non vi mostrino una cosa per un'altra: ché a vostro dispetto l'invidia resterá occecata da' suoi raggi. Miratela dalle trecce insino a' piedi, vedete se i membri sian ben disposti, se corrispondono tutte le parti, se fanno fra sé armonia, e se tutta la testura del suo corpo è insieme dicevole e isquisitamente proporzionata. Vedetela caminare, con quanta leggiadria stende i passi; gustate la lingua che è melata e suave; uditene il parlare che è pieno di salsi scherzi e di gravi piacevolezze; ma il severo del volto non iscema il festevole di motti: cose ch'ave imparate a casa sua e non le sono state poste in bocca da altri. Però se non respira con quel fiato né sa di quel mele di Atene o di Roma, iscusatela, ché a tutti non è lecito di andare a Corinto. Porta una toga insino a' piedi, e giuro che sotto il grave della toga ricopre molte bellezze, che se ben non è isconcia nella faccia, è molto buona robba sotto i panni; è ancora piena d'onesti costumi e lontana da viziose azioni, onde non è men bella nella bellezza che buona nella bontá; e giovanetta, come una rosa spunta fuor della buccia; e tutta artificiosa, perché non ha veruno artificio. Il piú bello ornamento ch'abbia è che va senza ornamento alcuno: par che piaccia a se stessa piú cosí schietta come nacque, che con tutti i belletti che si pongono le donne altrui. Se qualche gioia le pende dal collo o qualche perla dalle orecchie e vi dispiacessero, toglietele via, ché non resterá men riguardevole la sua bellezza; se pur i specchi ch'ella suol straccare specchiandovisi dentro, che le han venduti certi maestri d'Africa e di Umbria, non le mostrano qualche isconcia macchia per neo. Se per avventura i capelli fussero scarmigliati over alcuno uscisse fuor dell'ordine delle trecce, o qualche festuca le fusse rimasta attaccata alla gonna, che per trascuraggine di chi l'ha spazzata la veste vi fusse restata, non per questo biasmate lei. Se fusse un poco vana o lascivetta, iscusatela, ché il bello e il buono non pottero mai imparentarsi insieme; ché se privaste una donna di tutte le vanitá, forse non vi restarebbe cosa veruna: non sarebbe piú donna. Io ve la do in preda: toglietevela con le man vostre, menatevela dove vi piace. E se pur biasmando lei la morderete, mordetela con discrezione, di modo che non appaiano nel volto o nel petto i segni delle piaghe e le lividure di denti cagneschi. E quando pur siate deliberati torle l'onor suo e borbottando dirne male senza risparmio alcuno e sfreggiarle il volto d'ingrata riconoscenza, fatele questo uffizio dinanzi, che rispondendo ella parimente se ne possa aiutare: ché se il dir male dietro le spalle fu sempre biasmevole, considerate quanto sia vituperoso ad una donna. Ma io non vo' tanto vantarla che voglia far parer d'una mosca un elefante e che di una giovane piccina, anzi uno aborto, voglia mostrarvi una gigantessa. Perché veggio fuor la sua balia, vi sodisfará meglio ella con la sua presenza che non farei io a dipingerlavi con le parole. A dio.

PERSONE CHE V'INTERVENGONO

Balia
ANASIRA commare
MASTICA parasito
OLIMPIA giovane
TRASILOGO capitano
SQUADRA suo servo
LAMPRIDIO innamorato
PROTODIDASCALO suo pedante
GIULIO studente
SENNIA vecchia madre di Olimpia
TEODOSIO vecchio marito di Sennia
EUGENIO suo figlio
FILASTORGO vecchio padre di Lampridio
LALIO paggio
Capitano di birri.

La scena dove si rappresenta la favola è Napoli.

ATTO I.

SCENA I.

BALIA, ANASIRA comare.

BALIA. Sempre ch'io ben considero gli andamenti di questa vita mi par proprio di vedere una comedia, che n'ho viste recitar molte a' giorni miei. Le cose riescono al contrario di quel che pensiamo: chi piú crede sapere manco sa, tal si crede avere una cosa in mano ch'altri poi gli la toglie, e si sta sempre in continuo travaglio.

ANASIRA. Buon dí, balia.

BALIA. O comare Anasira, mille buon anni, tu sei qui?

ANASIRA. Mi vedi e mi domandi si ci sono. Che cosa dicevi di comedia? è forse alcuna che si recita questa sera nelle nozze di quella tua bellissima figliana che fa ragionar tutta questa cittá della sua bellezza?

BALIA. Dio voglia che non ci sia altro che pianto!

ANASIRA. Che cosa mi dici? e come sta Olimpia?

BALIA. Eh! come sta la sfortunata giovane? non ci è piú segno di quella sua bellezza. Se la vedessi non la conosceresti: par un'altra, tanto è trasfigurata. Sta di sorte che s'avessi pensato vederla in questa sciagura, me l'arei affogata a lato quando era bambina.

ANASIRA. Balia, narrami alcuna cosa, ché ben sai che non hai comare né amica piú cara di me.

BALIA. È vero; ma a te non tocca di saperlo.

ANASIRA. Donde ti è nata tanta secretezza?

BALIA. Donde a te tanta curiositá.

ANASIRA. Se non fussi stata la prima a pregarti che lo dicessi, m'aresti pagata che t'ascoltassi, che poco anzi per aver carestia di chi t'ascoltasse, l'andavi raccontando a questa piazza.

BALIA. Chi ha gran voglia di udire ha gran voglia di ridire, e questa è cosa d'importanza piú che non pensi.

ANASIRA. Teh! ti sei fidata di me delle cose dell'onor tuo—ché ben sai che facesti in casa mia quando eri giovane,—e or tieni tanto secrete le cose altrui.

BALIA. E se tu m'hai narrate le tue vergogne, come posso sperare che tacci l'altrui? Noi femine siamo troppo novelliere e larghe di natura al parlare; e fra tante meraviglie che s'odono, mai s'udí che una femina nascesse muta.

ANASIRA. Or poiché è vizio di natura e siamo pur note a tutti, non ci vituperiamo noi stesse. Però comincia, su.

BALIA. A te non posso dir di no: però ti priego che non ne facci parola con persona. Olimpia s'è fidata di me e non ci è altro che lo sappi, e ogni cosuccia che si scoprisse estimarebbe subito che fosse uscita da me. Taci e ascolta.

ANASIRA. Taccio e ascolto.

BALIA. Sai bene come i mesi adietro Olimpia dimorò in Salerno in casa di Beatrice sua zia un certo tempo. Quivi vedendola a caso un gentiluomo chiamato Lampridio, ch'era venuto di Roma per studiare, s'accese dell'amor suo ardentissimamente; e non mancando di servirla e scoprirle il suo fuoco, Olimpia cominciò a vederlo assai volentieri e rendergli il contracambio; e confacendosi i costumi dell'una e dell'altro, si innamoraro sí fattamente che non fu mai inteso al mondo il piú ardente amor di questo: non amor no, ma rabbia. S'han dato la fede di nascosto d'esser marito e moglie; e non altro che la commoditá manca a dar fine agli affanni loro. E di questo amore Mastica, il servitore di casa, era il mezzano, che Lampridio l'avea corrotto con dargli benissimo da masticare….

ANASIRA. Questo deve essere il suo primo amore: però è cosí furioso.

BALIA…. Sennia intanto, la madre d'Olimpia, trattò matrimonio col capitan Trasilogo nostro vicino; e come quello che ne stava innamorato, s'accordò subito: talché s'inviò a chiamare Olimpia, ché fusse ritornata a Napoli. Come ella giunse, cominciò Sennia con belle parole a dirle che l'avea maritata, e pregandola ci consentisse e le desse quell'ultima consolazione che tanto tempo avea disiato da lei; percioché sapendo la ricchezza, il parentado e il valore di questo capitano, gli l'avea promessa da sua parte, tenendo per fermo che, come obediente figliuola che l'era stata sempre, non sarebbe stata contraria al voler suo. Olimpia sentendo questo, pensa tu, sorella, il dolore. Ella tramortí subito, restò con la faccia di color di cenere e stette buon spazio a riaver la favella. Pur facendo forza a se stessa, fingendo buon viso, con certe lusinghette rispose che non volea cosí tosto allontanarsi da lei, non avendo conosciuto né altro padre né altro fratello che lei; e che tanto sarebbe lasciarla quanto lasciar la propria vita, massime essendo vecchia, malsana e in etá da esser governata, e che avea bisogno d'una che le fusse stata serva e figlia insieme sollecita alla sua salute. E accompagnò queste ultime parole con certe lagrimette che si pensò la madre che fussero nate dalla pietá di lei….

ANASIRA. Che disse la madre? non si commosse tutta?

BALIA…. Lodò molto la sua amorevolezza, la baciò in fronte affettuosamente con dirle che non era nata per star sempre in casa. Cosí la lasciò per parecchi giorni; pur veggendola star ritrosa, l'ha fatta esortar da parenti, da amici e da vicini ancora; al fin conoscendola ostinata, l'ha fatto intendere che tanto vuol che sia sua figlia quanto l'è ubidiente….

ANASIRA. A che s'è risoluta la poverina?

BALIA…. La poverina non potendo piú con ragione resistere a' contrasti della madre, ha detto de sí, purché si trattenghi per tre soli giorni, quali son giá finiti; e s'è inviato a dirsi al capitano che s'appresti sposarla per questa sera….

ANASIRA. Perché ha detto de sí? che speranza poteva avere in sí pochi giorni?

BALIA…. Ha inventato il piú bello e colorito inganno che possa imaginarsi, non solo di schivar queste nozze cosí odiate da lei ma di venir al fin di questo suo amore….

ANASIRA. Che inganno è questo?

BALIA. Bastiti quanto t'ho detto.

ANASIRA. Non mi lasciare al meglio con la bocca sciapita, eh! Onde hai tu imparato cominciar una istoria de innamoramento e non venir al compimento fin al dolce?

BALIA…. Giá devi sapere che Sennia, la mia padrona, venti anni sono si maritò con Teodosio e di lui n'ebbe duo figli, Eugenio il maschio, Olimpia la femina. Teodosio togliendosi un giorno Eugenio in braccio per ischerzo, andò a diporto ad una sua villa a Pausilippo; e quivi fur presi di notte da una galeotta di turchi, e da quell'ora non mai piú se ne è potuto saper novella se sian vivi o morti. Ma Sennia tien gran speranza che sien vivi, ché una zingara vedendole la mano le indovinò ch'eran vivi e ben presto tornerebbono; ed ella dice che se li sogna ogni notte che vengono….

ANASIRA. Che mi curo di saper questo io?

BALIA. Se prima non ti dico questo, non potrai capir l'inganno.—… Olimpia da che venne a Napoli per provar l'animo della madre come stava saldo alla trama ordita tra lei e Mastica ministro del tutto, ha finto certe lettere come le mandasse Eugenio di Turchia, scrivendole ch'era morto Teodosio e che esso avea rotto la prigionia e la catena ed era in camino per venirsene a casa; e fece portar queste lettere alla madre da un certo turco fatto cristiano lor conoscente. Il che Sennia non solo se l'ha creduto ma n'ha preso un'allegrezza cosí grande che non cape nella pelle e va scalza per le chiese e fa gran voti. Or da questa credenza Olimpia ha pigliato piú fidanza di seguire….

ANASIRA. A che effetto cotesto?

BALIA…. Or vuol che Lampridio si vesta da turco col ferro al collo e con la catena a' piedi come se fusse scampato di man loro, perché è giá di venti anni, conforme all'etá che potrebbe avere Eugenio; e con dir che sia suo fratello, entrará in casa nostra, disturberá le nozze di questo capitano, e niuno potrá negargli che non stia solo e accompagnato con la sua Olimpia come gli piace. Ecco son arrivata fin al dolce, fin al fine; vuoi piú?

ANASIRA. Or sí che l'intendo, ed è certo un inganno accortissimo; e sento tanta dolcezza che questa gentil giovane resti contenta, che par sia Olimpia io e ancor io ne senta la mia parte. Ma dimmi: se Lampridio fusse riconosciuto in Napoli, non si scoprirebbe l'inganno?

BALIA. Egli non mai fu in Napoli; e Olimpia l'ha fatto intendere per un certo Giulio studente, amico comune, che per quanto ha cara la grazia sua, per una cosa importantissima non venghi a Napoli prima che sia avisato, accioché non fusse riconosciuto da alcuno, come dici.

ANASIRA. Come Sennia non s'accorgerá che questo non è suo figlio?

BALIA. Non t'ho detto io ch'appena era di due anni quando le fu tolto? e io le ho inteso dir mille volte che se lo vedesse non lo riconoscerebbe.

ANASIRA. Iddio le faccia succedere ogni cosa come desidera. Ti vo' lasciare, a dio.

BALIA. Tienlo secreto, sai: tu vedi quanto importa.

ANASIRA. Se non l'hai potuto tener secreto tu che t'importa, come lo posso tener secreto io che non mi si dá nulla?

BALIA. Deh, per amor di Dio!

ANASIRA. Io scherzo cosí teco. (Ma chi può contenersi, se trovo il capitano, di non rivelargli cosí bella trama?).

BALIA. Ti farei compagnia, se non avessi a ragionar con Mastica su questo fatto; e però son uscita e giá lo veggio venir in qua.

SCENA II.

MASTICA parasito, BALIA.

MASTICA. Dicono i medici del mio paese che si trova una infermitá che si chiama «lupa», che dá una fame tanto affamata che quanto piú mangia piú s'affama. Io stimo esser nato con questa malattia non solo nelle budella ma nelle midolle dell'ossa, né tutti i sciroppi, medicine e servigiali del mondo non la possono cavar fuori….

BALIA. Mastica Mastica!

MASTICA…. Io sento—che lupi, che cani—piú di cento leoni nello stomaco; io non vorrei far mai altro che mangiare, non mi veggio satollo mai, anzi quanto piú mangio piú cresce la rabbia. La fame ha preso tanto dominio sopra di me, che quanto piú cerco torlami da dosso piú vi se attacca.

BALIA. O Mastica Mastica!

MASTICA. Chi chiama Mastica non chiama me: chiamimi «digiuno» se vuol che gli risponda. Non vo' esser Mastica, ché non mastico se non sputo e vento.

BALIA. Oh che affamata risposta!

MASTICA. Oh che sciapita chiamata!

BALIA. Non sei Mastica tu?

MASTICA. Cosí tu fossi un pasticcio, ch'al primo ti porrei mano al cappello e mi ti tranguggiarei in un boccone!

BALIA. Parea che non mi conoscessi.

MASTICA. La fame m'avea cosí offuscati gli occhi che non ti conosceva.

BALIA. Hai fame cosí mattino?

MASTICA. Non sai tu che la mattina apro prima la bocca che gli occhi?

BALIA. Ho bisogno del fatto tuo; odi un poco.

MASTICA. Che vuoi tu ch'oda? «Ventre che non rode, mal volentier ode».

BALIA. Lascia questi scherzi.

MASTICA. Lascia questo braccio.

BALIA. Vien qua e fai bene.

MASTICA. Non trascinare e fai meglio! Oh, che avessi incontrato la carestia piuttosto questa mattina che te! sai come mi piacciono le tue pari!

BALIA. Fa' questo piacere a me.

MASTICA. Non vo' far questo dispiacere a me né alla mia persona; so ben quel che tu vuoi. Per parlarti chiaro, balia, se ben tutte le donne son insaziabili di natura, la tua non ha né fin né fondo. Star morto di fame, stracco, fastidito e donne intorno, pensalo tu.

BALIA. Non vo' quel che tu pensi.

MASTICA. Io pensava quel che tu suoli volere. M'hai ritornato l'animo: lasciami respirare un poco. Ho preso tanta paura che non sará ben di me tutto oggi.

BALIA. Cosí ti dispiacciono le donne, eh? che maggior piacer si può trovare che star con una donna bella come un agnolo?

MASTICA. Se tu avessi detto «come un agnello», aresti detto assai meglio, ché questo ti pone in corpo la sanitá, non ne la cava, né col tempo ti viene a noia. La donna piace per un poco, poi viene a fastidio; ma questo quanto piú invecchiamo piú ne piace. Lasciam questo: che cerchi da me?

BALIA. Ho da farti un'ambasciata di Olimpia.

MASTICA. Che fa?

BALIA. Eh! che fa la povera martorella? piange e sospira sempre, né so come gli occhi possano supplire a tante lacrime e il petto a tanti sospiri. Io ho visto femine innamorate, ma non mai come questa. È venuta in odio a se stessa: volge gli occhi spaventosi di qua e di lá, ragiona sola fra se stessa come se vi fossero persone d'intorno. La notte non dorme mai: or si volge su questo or su quell'altro fianco come se il letto fusse d'ortiche o di spine, e se pur per stanchezza chiude gli occhi, si sveglia subito; non mangia né beve….

MASTICA. Or questo sí che è cattivo e il peggior di tutti.

BALIA…. Sta attonita e sospesa d'animo, e quando vengono quelle ore nelle quali era solita star in conversazione in Salerno con Lampridio, tramortisce; e come torna in sé si straccia i capelli, grida e fa cose da spiritata: e ché la madre non la senta, si morde le labbra e le braccia. E sta tanto fitta su questi pensieri e s'affligge tanto amaramente che farebbe compassione alla crudeltade: par che d'ora in ora me la veggia morire in braccio. Coltello di questo core!…

MASTICA. Se tu mi avessi dato da bere t'aiuterei a piangere, ché gli occhi mi stanno cosí asciutti che se gli ponessi in un torchio non ne potresti cavar fuori una lacrima. Ma che vuol da me?

BALIA…. Dice ch'ora è tempo dar ordine allo inganno ordito per turbar queste nozze del capitano, però desia parlarti su questo fatto or che la madre è in letto; che entri in questo vicolo che ti parlerá da quella fenestra secreta.

SCENA III.

OLIMPIA, BALIA, MASTICA.

OLIMPIA. Balia balia!

BALIA. Figlia eccomi, ferita dell'anima mia!

OLIMPIA. È qui Mastica? ecci alcun per le fenestre o per la strada che mi veggia?

BALIA. Non appar anima nata. Accostati, Mastica.

OLIMPIA. Mastica!

MASTICA. Padroncina mia dolce!

OLIMPIA. Ricordati che non ho mai lasciato far cosa per tuo servigio, però ti priego m'aiuti in questo mio estremo bisogno.

MASTICA. Son vivo per amor vostro, ché sarei morto di fame mille volte; e per farvi piacere starei un giorno intiero in tavola a mangiare sempre e mi beverei un baril di vino ad un fiato, se ben andassi a pericolo di scoppiare.

OLIMPIA. È bisogno ch'or ora tu vadi a Salerno a trovar Lampridio mio e dargli questa lettera dove è scritto l'inganno ch'abbiamo ordito, e che non manchi tosto esseguirlo. E digli a bocca che l'ho amato assai piú in assenza che non l'amai in presenza, e che solo un refrigerio ho avuto in questa lontananza: che mi sono trasformata in pensiero e stata tanto sospesa in lui che mi sono dimenticata di me stessa e dell'affanno dove viveva, che non l'ho lasciato scompagnato un sol passo, che gli sono stata sempre intorno come l'ombra sua: e che si dimentichi Idio di me se per un sol punto mi sono io dimenticata di lui; e per quanti momenti di piacere ho avuti lontano da lui, tanti mille anni n'abbia di discontento; e se per merito d'altra persona son cambiata mai di fede, cada nel piú basso stato di miseria che si trovi….

MASTICA. E come mi potrò io ricordare di queste parole letterate?

OLIMPIA…. E digli che mia madre mi vuol sposare ad ogni modo col capitano, che ho fatto dalla mia parte quanto ho saputo e potuto e che non posso far piú per esser costante in amarlo e osservargli la fede che l'ho data d'esser sua eternamente, e che mai non vedrá persona Olimpia viva ch'abbia altro marito, ch'io non voglio né posso amare altra persona che non sia lui: che il capitano sollecita e s'affretta, la mia volontá non ci consente; l'obedienza di mia madre mi sforza, Amor con forti catene mi tira a sé; la mia libertá è in poter d'altri, la mia vita nelle sue mani: che consideri in che vita e in che inferno mi trovo, che sto come quella che sta confessandosi che d'ora in ora aspetta giustiziarsi; che se sono forzata maritarmi con questo capitano, m'ho serbata una carta di soblimato, che s'usa ne' lisci della faccia, per avelenarmi. Onde s'è vero quello amore ch'ha detto portarmi, e se non ha sepolto con la lontananza la memoria di chi tanto mostrò d'amare, ch'or è tempo mostrarlo; non lo spaventi periglio o fatica, che solo a chi ben ama ogni affanno è legiero….

MASTICA. (Giá è cominciata la predica, non finirá sí tosto).

BALIA. Ascolta, Mastica.

OLIMPIA…. Arei molto che dirti. Per finirla, apriti il petto, mostragli il cor tuo in scambio del mio; ché sapendo egli il cor mio, vedendo il tuo vederá appunto il mio.

MASTICA. Tacete, che s'apre la porta del capitan Mastrilogo o
Trasilogo, e vien fuori: che non ci senta parlare di queste cose.

OLIMPIA. Aggiongivi altro tanto del tuo, Mastica, sai.

MASTICA. Será bene se gli dirò la metá di quanto m'avete detto.

BALIA. Mastica, son tua schiava.

MASTICA. E io tua chiave.

SCENA IV.

TRASILOGO capitano, SQUADRA suo servo, MASTICA.

TRASILOGO. Olá, o di casa! Pestamuso, Franginaso, Pelabarba, Rompicollo, Spezzacatene, Cacciadiavoli! O che dormono intorno al foco o stanno distesi in stalla a grattarsi la pancia. Non posso vedermi intorno questa razza di poltroni infingardi.

SQUADRA. Che comandate, signor capitano?

TRASILOGO. Ordina a Pestamuso e a Franginaso che spazzino le camere e la sala, attacchino gli arazzi a' muri e mettano in ordine il palazzo;…

SQUADRA. Si fará.

TRASILOGO…. Fracasso e Spezzacatene racconcino l'armaria, poliscano l'armatura e forbiscano ben bene la mia «passacuori», che sia piú splendente che il sole in leone, che calando di sopra il colpo, il lucido paia il lampo e la caduta il tuono;…

SQUADRA. (Penso che la ruggine se l'abbi divorate).

TRASILOGO…. ancora: che i cavalli fresoni, ginetti di Spagna e quelli del Regno sieno stregliati e forniti di tutto punto, e fra gli altri lo stornello che si chiama «il capitano», che s'assomiglia tutto a me d'animo, di forza e di gagliardia.

MASTICA. (E di discorso ancora).

SQUADRA. Perché questo apparecchio, padrone?

TRASILOGO. Questa sera mi sposerò con Olimpia, che iersera me lo fe' intendere la madre; e tu sai bene come io sia morto e sbudellato per amor suo.

MASTICA. (Tanto abbi l'anima quando l'arai!).

SQUADRA. È pur contenta Olimpia, e quando venne di Salerno ne stava cosí ritrosa!

TRASILOGO. Ella fingeva cosí per fare mona Onesta con la madre; ma ella si strugge e spasima per amor mio. Oh, non sarebbe una sciocca se ricusasse me per qualsivoglia? non sono io il primo uomo del mondo?

MASTICA. (Costui deve essere Adamo. Ma il pecorone s'è ricordato di tante cose e non ha fatto ancora parola della cucina).

TRASILOGO. Ascolta, m'era dimenticato il meglio: fa'…

MASTICA. (Che s'apparecchi benissimo da desinare).

TRASILOGO…. che si cuopra quel mio ritratto che sta in quello atto fantastico e bizzarro e con quegli occhi sfavillanti, ché sarebbe impossibile che vedendolo Olimpia, che è una fanciulla, non le venghi lo spasimo. Ho tanta virtú in questi occhi che stando irato non è persona di sí intrepido core che vi possa fissar lo sguardo….

MASTICA. (Oh! come fa bene a farlo coprire, ché non è uomo che non cali giú gli occhi per non veder quella faccia di stregone).

SQUADRA. Che sète forse basilisco?

TRASILOGO…. Non sai tu ch'ovunque vado vien meco la morte e lo spavento? e ovunque volgo lo sguardo fo tremar l'istesso ardimento, sí come proprio fusse il terremoto?…

SQUADRA. Perché vien la morte con voi?

TRASILOGO…. Perché ha piú facende venendo meco che s'andasse con la peste e con la guerra accompagnata. Chi tronca piú teste? chi taglia piú gambe e braccia? chi scavezza piú colli? chi apre piú uomini per mezzo che questo mio braccio gagliardo?…

MASTICA. (Certo costui deve esser boia, poiché squarta uomini, taglia teste e scavezza colli).

TRASILOGO…. Di' a Pelabarba, se venissero sergenti, capitani, colonnelli, maestri di campo o altre persone di conto a dimandarmi, gli dica che son ito a Palazzo, che S. E. tien Consiglio di Stato questa mattina. Tu compra robbe accioché s'apparecchi per questa sera, poi vieni a trovarmi dove tu sai.

MASTICA. (Poiché compra robbe me gli vo' scoprire; forse ne carpirò una colazionetta questa mattina).

TRASILOGO. Ma io veggio Mastica. O Mastica mio galante!

SCENA V.

MASTICA, TRASILOGO.

MASTICA. Eccomi, fior della cavalleria, re di paladini, gloria di rodomonti!

TRASILOGO. Dove si va?

MASTICA. Dove mi sento trascinar dalla gola.

TRASILOGO. Tu vuoi dir che vorresti mangiar meco, eh?

MASTICA. Fareste una opera pia: all'altro mondo ve la trovareste all'anima.

TRASILOGO. Orsú vo' che desini meco.

MASTICA. O principe, o re, o capitano strenuo e valoroso!

TRASILOGO. Che dice Olimpia di me?

MASTICA. Che questa notte s'è sognata con voi e che voi le parete il piú bel gentiluomo del mondo.

TRASILOGO. Haile tu detto che se ho un viso d'angiolo ho un cuor di diavolo? in somma la mia bellezza mi rubba gran parte della fama delle mie pruove; ché le genti vedendomi cosí bello non si ponno imaginare che sia quel satanasso, quel gran diavolo ch'io sono. Haile tu raccontato le cittá che ho prese, le tante volte che ho combattuto in steccato e le battaglie terribili c'ho fatte?

MASTICA. Quali?

TRASILOGO…. Non devi esser di questa cittá o sei nato sordo, poiché non hai inteso per ogni cantone le mie pruove. Ascolta, che vo' raccontartene una spaventevole che un tempo ebbi con la famosa Alitia. Questa è piú valorosa d'una Angroia, d'una Marfisa bizzarra, e siamo stati sempre capitalissimi inimici. Un dí bandimmo giornata: a lei vennero in aiuto i popoli grínei, dinamèi e dícei; a me i popoli alopecèi, epitáli ed epismirni….

MASTICA. Oh che nomi da scongiurare spiriti! e sonovi questi popoli sul pappamondo?

TRASILOGO. Tu sei poco prattico nelle guerre, però non li conosci.

MASTICA. Io non conosco se non i popoli panettari, piscatori, tavernari e salcicciari che mi donano da mangiare: con questi prattico e fo le mie scaramucce. Ma che seguí della guerra?

TRASILOGO…. Combattendo seco, quantunque l'avessi dato diecimilla stoccate non la poteva uccider mai, perché era fatata come Orlando. Al fin per torlami dinanzi, le attacco una pietra al collo e la sommergo nell'Arcipelago….

MASTICA. Crudel battaglia fu questa!

TRASILOGO…. Ascolta quest'altra ch'ebbi con gli uomini marini….

MASTICA. Che uomini marini?

TRASILOGO. Questi sono mezzi uomini e mezzi pesci; e cosí scorrono per lo mare come gli uccelli per l'aria, e son coverti di piume molli che dando loro con la spada cedono al taglio, che non fa ferita. Né si può loro appressar con navi, perché portan fuoco e le bruggian tutte….

MASTICA. Voi come l'uccideste?

TRASILOGO…. Prima tesi una rete tessuta di gomene di navi tra certi scogli, poi feci carri di soveri e vi posi delfini a briglia; e dando loro la caccia gli feci cadere nell'imboscata, poi tenendogli sospesi dall'acqua gli lasciai morir di fame come cani….

MASTICA. Oh che morte crudele! or non v'era altra sorte di farli morire che di fame? Ma dimmi, non ci fu alcun testimonio che lo vidde?

TRASILOGO…. I miei compagni tutti moriro all'impresa e di loro non rimase niuno vivo. Ma io te ne racconterò delle piú brave….

MASTICA. Bastan queste: non piú, di grazia.

TRASILOGO. Ascolta, che poi anderemo a pranso.

MASTICA. Vo' piuttosto star senza pranso che ascoltar queste bugie.

TRASILOGO. Io non so dir mensogne, né son di questi squassapennacchi che con le loro frappe accrescono le cose loro piú di quello che sono. In fatti son piú fiero che non mostro con le parole. Va' e racconta queste cose ad Olimpia, che ti donarò una alfangia spagnola vecchia….

MASTICA. Che cosa è «armangia»?

TRASILOGO. Dico «alfangia» non «armangia».

MASTICA. Che m'importa alfangia o armangia! vi domando s'è cosa da mangiare.

TRASILOGO…. È una scimitarra che tolsi al capitan don Juan Manrich
Caravaschal cara de Pamplona….

MASTICA. Gran scimitarra dovea esser questa che ci ponevano la mano tante persone!

TRASILOGO. Che tante persone?

MASTICA. Questi «tric», «varric», «varra», «varrone» che avete detto.

TRASILOGO…. E ave un bel manico d'avorio posticcio.

MASTICA. Pasticcio? questo si che l'accetto.

TRASILOGO. Ti lascio, ch'io vo' partirmi.

MASTICA. E quando pransaremo?

TRASILOGO. Io vo a desinare con S. E. questa mattina, che iersera ne volse la fede mia di non mancarle. Questa sera cenerai nel banchetto della tua padrona, ché ben sai che dove la sera si fan nozze la mattina non vi si mangia.

MASTICA. Disgrazio tal legge e chi la compose!

TRASILOGO. Tu sei in còlera meco: non ti partire, ch'adesso ritornerò, che giá non è ora di pranso.

MASTICA. In casa tua mai non è ora di pranso mentre ci sono io. Temerario vantatore, capitan di ranocchi, mi fa ascoltare e parlar quattro ore, poi me ne manda assordito e diseccato, senza mangiare e senza bere. Si pensava che le sue parole m'entrassero in corpo e mi servissero per cibo, o forse mi voleva far morire come quelli suoi popoli. Mi voleva dar l'alfangia, come s'io avessi bisogno di queste armi per combattere con la fame: ché non ho altra nemica al mondo, né è piú gran pericolo che combatter con lei; e se non mi difendessi a piatti di lasagni, di maccheroni, caponi, faggiani e fegatelli, m'ucciderebbe. Orsú, me n'andrò ratto a Salerno per trovar Lampridio e gli darò la lettera, che per mancia non mi mancherá un banchetto da imperadore.

ATTO II.

SCENA I.

LAMPRIDIO innamorato, PROTODIDASCALO suo precettore.

LAMPRIDIO. Ecco pur veggio quell'ora, che per troppo desiderarla mai non parea che venisse. Quanto pensi, o Protodidascalo precettore, mi sia dolce Napoli?

PROTODIDASCALO. Pol, aedepol, mehercle, quidem, Lampridio, che al fin ti será molto amarulenta. Nota «aedepol» col diftongo.

LAMPRIDIO. Pur la buona sorte ha voluto che ci venissi.

PROTODIDASCALO. «O terque quaterque beatus» se non ci fosti venuto mai!

LAMPRIDIO. E come desiosa farfalla corre intorno l'amato lume, cosí vo io ratto a pascermi gli occhi dell'amata luce del mio sole!…

PROTODIDASCALO. La fiamma ti comburerá l'ali, caderai deplumato e ustulato come il Dedalide—patronimice loquendo: Icaro figliuolo di Dedalo.

LAMPRIDIO…. da cui per esser stato cosí lontano, non so come le tenebre non m'abbino accecato e spento in tutto.

PROTODIDASCALO. O quam melius non stuzzicassi i carboni semivivi, semisopiti sotto la cenere, che ogni favillula dandole fiato cresce in gran fiamma. Però smorzalo.

LAMPRIDIO. Oimè come vuoi ch'io lo smorzi se tutto ardo? e Amor sí fattamente soffia nelle faci che m'ave accese nell'alma, che sono avampato di sorte che son tutto di fuoco.

PROTODIDASCALO. Rivolvendo le tue cure altrove, Amor insufflando ne' tuoi igniculi non fará altro che fumo. Ma se tu non volessi ignescere piú di quello che sei, non saresti venuto Neapolim versus. Non sai quel famulo terenziano:

Accede ad ignem hunc, iam calesces plus satis;

che il fuoco arde piú vicino che lungi?

LAMPRIDIO. Anzi l'incendio d'amore arde e si fa sentir di lontano piú che da presso. Ma io vo' palesarti il mio pensiero: le cose vietate sogliono piacere e le possedute rincrescere; io con l'esser venuto qui in Napoli, veggendola di continuo, per la troppa abondanza mi verrá in fastidio e mi levarò da questo amore.

PROTODIDASCALO. Falsum, idest falsa imaginatio est che la vista d'una cosa amata voglia rincrescer giamai; anzi non è cosa piú melliflua e piena di dolcedine ch'un polcrissimo aspetto, e quanto gli oculari radii piú reciprocano meno si saziano. Concludo ergo che questo tuo venir a Napoli non è altro che addere ignem igni.

LAMPRIDIO. Questa será veramente l'acqua ch'estinguerá il mio foco.

PROTODIDASCALO. Será come l'acqua che spruzza il fabro ferrario su' carboni per fargli piú flagranti ed escandescenti.

LAMPRIDIO. Non fará il tuo dire ch'io perda la sua grazia, poiché l'ho acquistata.

PROTODIDASCALO. Oh miserrimo e deperdito te, che chiami acquisizion d'altri la iattura di te medesimo! Rememora che quando pervenesti a Salerno non v'era giovine d'intelletto piú terso né di indole piú elegante di te. Sempre col Cantalicio e con lo Spicilegio alle mani; appena diceva: «arrige aures», che subito ti ponevi in ordine e aprivi le orecchie; non ti dava dettato cosí grande che non l'avessi capito e posto ben bene entro i meati dell'intelletto. Ed io vice versa tutto mi congratulava di tanta obedienza. Or piú non prezzi i fatti miei, «cepit te oblivio» d'ogni buon costume, e ti sei posto ad amplectere l'amor d'una donna. Odi Marone: «Varium et mutabile semper femina»; dove l'Ascensiano interprete enucleando quelle parole dice: «Femina nulla bona». Ella si ricorderá di te appunto come se non t'avesse conosciuto mai. Ma stimi che s'alcun formoso la chieda in copula matrimoniale, per amor tuo voglia giacer frigida nel lecto?

LAMPRIDIO. Protodidascalo, non far questa ingiuria al bello animo suo, ch'io nol comporterò.

PROTODIDASCALO. Ma penso fin ora ne sará fatto cerziore tuo padre Filastorgo—che è nome greco, «apò tû philin, apò tû astorgin», «ab amando filium», «che ti ama molto»;—onde o ti richiamerá a Roma overo un giorno tel vedrai: «Quem quaeritis? adsum»; ché non solo verrá qua equester o pedester ma navester ancora.

LAMPRIDIO. Il fuoco d'amore si consuma piuttosto da se stesso col tempo che con ricordi o solleciti avedimenti: però andiamo a Capovana a trovar Giulio studente che conoscemmo in Salerno, ché quel certo mi rallegrará con alcuna buona novella di Olimpia mia.

PROTODIDASCALO. Non ti ha scritto Giulio che Olimpia non voleva che tu fussi venuto a Napoli? e non ci fu detto nel diversorio che Olimpia si maritava con un certo capitano famigerato?

LAMPRIDIO. È bugia, nol credere.

PROTODIDASCALO. Niuno crede a quel che gli dispiace. Ma io mi dimentichi tutti i modi di dire ciceroniani e non possa finire il sesto di Virgilio che ho cominciato, se non ti succederá quel che ti dico; «obtestor deûm—pro 'deorum'—atque hominum fidem»!

LAMPRIDIO. Questi che viene in qua non è Giulio quel nostro amico?

SCENA II.

GIULIO studente, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

GIULIO. Se mal non veggio, questi mi par Lampridio; egli è desso. O
Lampridio dolcissimo!

LAMPRIDIO. O Giulio fratello, ché persona piú desiderata non arei potuto incontrar oggi!

GIULIO. Dio vi salvi e vi dia mille buon giorni!

LAMPRIDIO. Un solo basteria a farmi felice.

GIULIO. Se soverchiano a voi siano per i vostri compagni; a voi,
Protodidascalo.

PROTODIDASCALO. Oh come optatissimo ti obietti agli occhi nostri!

LAMPRIDIO. Che sai d'Olimpia mia?

GIULIO. Rispondete al saluto prima e dite:—Dio vi aiuti e salvi!—e poi mi dimandate d'Olimpia.

LAMPRIDIO. Come può mandarvi salute chi è privo d'ogni salute?

GIULIO. Or dite come stiate.

LAMPRIDIO. Dillomi tu, fratello, com'io stia, che lo sai meglio di me.

GIULIO. Come?

LAMPRIDIO. S'Olimpia m'ama io sto benissimo, se non m'ama io sto assai peggio che morto: non sai tu ch'ella è l'anima mia? non amandomi come potrei viver senz'anima? sarei un che vivesse morendo sempre.

PROTODIDASCALO. Larva d'uomo.

LAMPRIDIO. Lasciam questo: che sai d'Olimpia mia?

GIULIO. Nulla di nuovo se non che venne a casa Mastica e mi pregò caldamente che vi scrivessi che per quanto amor portate ad Olimpia e se avete a caro il suo piacere, non foste venuto a Napoli per una cosa importantissima.

LAMPRIDIO. Che cosa importantissima è questa?

GIULIO. Non saprei.

LAMPRIDIO. Che imaginate?

GIULIO. Non saprei che imaginarmi. Parmi che sii contristato: sei tutto mutato di colore.

PROTODIDASCALO. A questo nunzio oltre ogni suo cogitato dispiacevole, il freddo pavore di zelotipia ave invaso la fiamma comburenteli i precordi e l'ha fatto essangue e pieno di pallore. Segno di amore: «Palleat omnis amans», disse Nasone.

LAMPRIDIO. Per dirti la veritá, non avendomi detto la cagione m'hai posto l'animo non so come in suspetto.

GIULIO. Vuoi tu attristarti del male prima che sia?

LAMPRIDIO. Par che l'animo se l'indovini.

GIULIO. Forse è per ritornarne a Salerno di corto e vorrá ella istessa darti la nuova della sua venuta e risparmiarti questa fatica.

LAMPRIDIO. Non mi quadra, mi batte l'occhio dritto; e mi fu referito nel viaggio che si maritava con non so chi capitano suo vicino.

GIULIO. Io non so nulla di ciò: questa è la casa del capitano che dite, e questi che viene è suo servidore; volete che gli ne dimandi? Non rispondete? volgete l'animo a me.

LAMPRIDIO. Non l'ho meco.

GIULIO. Richiamalo a te.

LAMPRIDIO. Non posso, sta in gran tempesta, ondeggia. Ridillo, che non t'ho inteso.

GIULIO. Vuoi ch'io ne dimandi questo servo?

LAMPRIDIO. Me ne faresti piacere.

GIULIO. E vedrai quanto t'è stato detto tutto esser bugia.

PROTODIDASCALO. Festina i celeri passi, vien alacre, baiula un simposio sive un convivio intiero, ch'è infausto augurio per voi. Vi son colombe, animal di Venere: dinota coniugio. Lampridi Lampridi, timeo actum esse de te.

SCENA III.

SQUADRA, PROTODIDASCALO, GIULIO, LAMPRIDIO.

SQUADRA. Sia benedetto Idio che siamo usciti di tanti «voglio e non voglio» e «che si facevano e che non si facevano»; ché al fin s'è voluto e si fanno queste nozze.

PROTODIDASCALO. Rumina un certo quid de nupzie e ringrazia l'altitono
Giove che sian pur fatte.

GIULIO. Fermati, Squadra.

SQUADRA. Chi spensierato trattien un carico e che ha che fare?

GIULIO. Un che ti spedirá tosto. Volgiti.

SQUADRA. Non posso volgermi: ho la schiena troppo dura adesso. Paga un che ti ubedisca.

GIULIO. Dimmi, Squadra, donde vieni, dove vai e che robbe son queste?

SQUADRA. Vengo da comprare, vo a casa per apparecchiare il banchetto, ché il capitano s'ammoglia questa sera. Ecco t'ho detto donde vengo, dove vado e che robbe son queste.

GIULIO. Se tu m'avessi detto con chi, a me aresti tolto fatica di dimandare e a te di rispondere.

SQUADRA. Con Olimpia figliuola di Sennia, questa nostra vicina.

GIULIO. Questo è vero?

SQUADRA. Piú vero del vero.

LAMPRIDIO. (Mi par che da buon senno si mariti Olimpia, e di quanto ho sospetto, che sia vero).

PROTODIDASCALO. (Etiam ti pare? non bisogna che piú ti paia perché è maritata; se ben hai ruminate le recensite parole, non hai piú diverticolo d'allucinar te stesso. È maritata, plus quam maritata).

LAMPRIDIO. (Taci col tuo malanno!).

SQUADRA. Non mi date piú fastidio, di grazia.

GIULIO. Te ne darò mentre non mi dici quanto desidero.

SQUADRA. Non vedete che sto carrico, ho fretta, ho da far molte cose e ho poco tempo?

GIULIO. Mentre hai detto cotesto, aresti risposto a quanto voleva.
Mastica sa queste cose?

SQUADRA. Come non le sa, s'egli ha portato e riferito l'ambasciate e ogni giorno mangia col capitano?

GIULIO. Mi sapresti dir dove fusse?

SQUADRA. Ove si mangia o si tratta di mangiare.

GIULIO. Tutto questo sapevo io.

SQUADRA. Perché dunque ne me dimandi?

GIULIO. Va' in buon'ora carico e c'hai faccende; eccoti spedito.

SQUADRA. A dio, trattenitor degli affacendati.

SCENA IV.

GIULIO, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

GIULIO. Lampridio caro, oggi troveremo Mastica e c'informeremo meglio del negozio: forse non será cosí.

LAMPRIDIO. Questo «forse» non mi rileva nulla.

GIULIO. Intanto andiamo a pranso.

LAMPRIDIO. Andate a pranso voi, ch'io non pranserò né cenerò piú mai.

PROTODIDASCALO. Vuoi tu per questo appeter la morte?

LAMPRIDIO. Assai meglio che mal vivere. Sendo mancata la mia fé nel cuor di quella di cui l'imagine è piú viva nel mio che non v'è l'anima istessa, ed essendo morta per me chi era cagione che a me fusse cara la vita, non mi curo piú d'anima né di vita.

GIULIO. Sei tu disperato?

LAMPRIDIO. Eh, Olimpia Olimpia, non son queste le parole che mi dicesti partendoti da me: che piuttosto il sole sarebbe mancato di luce che tu giamai di fede, o che il tempo bastasse ad intepidirti l'ardore che mostravi tener acceso nel petto per amor mio! Ed è possibile che nel cuore, donde sono uscite queste parole, or vi sia entrata tanta oblivione? Sia maladetto tal core e sia maladetta, Amor, la tua potenza, che in quel core ove piú regnar dovresti ti lasci come vil servo vincere e dispreggiare….

PROTODIDASCALO. Lasciategli essalar gl'ignicoli accensi nell'intimo del suo core, che exarso dalla concupiscenza abbi l'egresso per questi respiracoli.

LAMPRIDIO…. Capelli, questo mio braccio non è piú vostro luogo! Verde seta, quanto mal fosti intrecciata con essi: mi promettesti speranza ma è giá morta ogni speranza per me. Voi m'avete ingannato; ma chi non areste ingannato se ci foste avolti da quella con tante belle maniere e tanti baci? Io calpesto cosí voi come ella ha sprezzata e calpestata la mia fede. Anello, tu non starai piú in questo dito: mi mostravi due fedi gionte, che se ben la lontananza o la morte ne parte i corpi non partirá l'alme in eterno che sieno legate d'amore….

PROTODIDASCALO. Oh, utinam, che concomitante il celeste favore questo fusse proficuo rimedio che lo vedessimo sospite di queste intricabili erumne!

LAMPRIDIO…. Ahi donne perfide e infideli—delle ingrate parlo io,—tutte sète macchiate d'una pece, tutte sète ad un modo! Non perché vi si mostri piagato il core in mille parti, non perché si spenda la vita mille volte per onor vostro, si può acquistar tanto merito appresso voi che in un punto non vi si dilegui dalla memoria. L'instabilitá è ogetto del vostro cuore, la leggerezza è nata nel mondo dalla vostra condizione….