STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE. TOMO SECONDO.
STORIA
DELLA
REPUBBLICA DI FIRENZE
DI
GINO CAPPONI.
SECONDA EDIZIONE RIVISTA DALL’AUTORE
Tomo Secondo.
FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
—
1876.
Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria.
G. Barbèra.
Gennaio 1875.
SOMMARI DEL TOMO SECONDO.
| Libro Quarto. | |
| Capitolo I. — Tumulto de’ Ciompi. — Michele di Lando. [An. 1378.] | [Pag. 1] |
| Tirannia del magistrato di Parte guelfa. — Delle prestanze, e modi creati a ripartirle. — Monte comune, e sue vicende; giochi di Borsa. — Grasso vivere e scioperato. — Dissidio tra le Arti maggiori e le minori: Arte della lana. — Salvestro dei Medici gonfaloniere [1º maggio 1378]. — Disegni audaci dei Capitani della Parte. Bettino da Ricasoli. — Benedetto Alberti leva il rumore: le Arti con le loro insegne vengono in Piazza; arsioni di case; Lapo da Castiglionchio: ruberie; congiure nella più minuta plebe. Gli Otto rimasti in ufficio soffiano in quell’incendio. Rivelazioni d’un congiurato. — La plebe in arme; nuove arsioni: espugnano il palazzo del Potestà; strage d’un bargello. — Petizioni sovvertitrici vinte per forza: la plebe a furia entra in Palagio [22 luglio]. — Michele di Lando gonfaloniere. — Gli Otto rimasti in Palagio, ne sono poi cacciati dalla plebe: Giorgio Scali. — Bandi e provvigioni della nuova Signoria. — L’infima plebe viene in Piazza [fine d’agosto] e fa eleggere a suo modo la Signoria nuova. Poi si raduna in Santa Maria Novella, e torna in Piazza con petizioni che alcuni di loro, salendo le scale, vogliono imporre alla Signoria. Michele di Lando, presa una spada, gli assale e persegue giù per la scala. Poi monta a cavallo, e percorre la città gridando morte ai traditori. Si combatte intorno al Palagio, ma i Ciompi sono vinti e dispersi. — Michele di Lando finisce l’ufizio: gastighi ai Ciompi. | |
| Capitolo II. — Governo delle Arti minori, che indi passa nelle maggiori. — Racquisto d’Arezzo. [An. 1378-1387.] | [37] |
| Stato della città. — Congiure, trame, sospetti, condannagioni: sono tratti a morte Piero degli Albizzi, Donato Barbadori ed altri chiari cittadini. — Alberico da Barbiano forma la prima Compagnia Italiana di ventura. — Carlo di Durazzo piglia la signoria d’Arezzo. — Provvedimenti e leggi tiranniche in Firenze. — Giorgio Scali e Tommaso Strozzi, seguiti da minuti artefici, si pongono sopra alle leggi. — Le Arti si levano, e Giorgio è preso e decapitato [gennaio 1382]. — L’Arte della lana e le altre maggiori vengono in Piazza: si fa Parlamento e balìa numerosa per la riforma dello Stato. — Abolizione delle due Arti nuovamente aggiunte: le maggiori ottengono il maggior numero negli uffici: le Arti minute insieme coi Grandi invano cercano opporsi. — I malcontenti di tutte le parti, uniti insieme, destano altri tumulti. — Arezzo viene alle mani d’Alberico da Barbiano, poi di Enguerramo di Coucy francese che la vende ai Fiorentini; altri acquisti, e ordinamento del governo in quella Provincia. — Esilio di Benedetto Alberti, e bando a tutta quella famiglia. — Nuovi ordinamenti a più ristringere il Governo. | |
| Capitolo III. — Nimistà e guerre con Giovan Galeazzo Visconti. — Costituzione d’un governo d’ottimati. [An. 1387-1402.] | [62] |
| Giovanni Galeazzo Visconti si fa signore di Milano. — Sue conquiste oltre Po. — Manda soccorsi ai Senesi, i quali insieme co’ Perugini erano in guerra con Firenze per le cose di Val di Chiana. — Dichiara guerra ai Fiorentini, i quali mandano Giovanni Aguto al soccorso di Bologna e poi di Padova. L’Aguto si avanza di là fino all’Adda. — Discesa in Lombardia del Conte d’Armagnac assoldato dai Fiorentini: questi muore sotto alle mura d’Alessandria, rotto e disfatto da Iacopo del Verme capitano del Visconti [25 luglio 1391]. — L’Aguto per grande maestria perviene in Toscana, dov’era già entrato Iacopo del Verme. Dopo lunga scherma tra’ due eserciti, una pace si conchiude. — Iacopo d’Appiano uccide Piero Gambacorti e occupa la signoria di Pisa. — 1393. Maso degli Albizzi gonfaloniere. — Nuova riforma in modo più stretto. — Bando a tutta la famiglia degli Alberti. — Fanti genovesi assoldati e messi a guardia della Piazza. — Gli artefici fanno capo a Vieri de’ Medici, il quale rifiuta stare con loro. — Rinaldo Gianfigliazzi umiliato, Donato Acciaiuoli messo in accusa e sbandito [1396]. — Due congiure successive per uccidere Maso degli Albizzi. — Gastighi e molte famiglie battute; finale proscrizione contro a tutta quella degli Alberti. — Negoziati con Roma, con Napoli, con Francia e Germania contro al Duca di Milano. — Roberto re dei Romani scende in Italia [1401]. — Processioni dei Penitenti bianchi. — Giovanni Galeazzo per battaglia entra in Bologna e stringe con le armi da ogni parte la Toscana. — Morte di Giovanni Galeazzo [3 settembre 1402]. | |
| Capitolo IV. — Acquisto di Pisa. [An. 1402-1406] | [92] |
| Morto Giovanni Galeazzo, lo Stato di Milano viene a disfarsi. — Gabriele Maria, figlio non legittimo, ha in eredità Pisa, ma costretto mettersi in protezione dei Francesi che erano in Genova. — Vari negoziati del Maresciallo di Bouciquaut governatore di questa città co’ Fiorentini per la signoria di Pisa. — Questi poi l’hanno in vendita dal Visconti; ma i Pisani si levano e cacciano i Francesi, dopo di che il Maresciallo cede la Cittadella ai Fiorentini. — Tosto il popolo di Pisa invade anche questa, e vi si rafforza: comincia la guerra tra Pisa e Firenze in più luoghi combattuta con grande passione: virtù di Sforza Attendolo, condottiero che stava coi Fiorentini. — Questi cercano avere Pisa per fame. — I Pisani si danno al Duca di Borgogna, ma non perciò hanno soccorso dai Francesi. — Giovanni Gambacorti, che era come signore in Pisa, ottiene accordo a lui molto largo: i Fiorentini, a’ 9 d’ottobre 1406, entrano nella città affamata e ne pigliano la possessione. — Diceria di Gino Capponi ai notabili di Pisa. — Allegrezza e feste a Firenze, dove portano il volume delle Pandette. — Crudeli provvedimenti per vuotare Pisa d’abitatori. — Condizione disperata di quella città. — Effetti venuti da quell’acquisto alla Repubblica di Firenze. | |
| Capitolo V. — Concilio di Pisa. — Guerra con Ladislao re di Napoli. — Acquisto di Cortona e di Livorno. [An. 1407-1421.] | [120] |
| Ladislao re di Napoli invade le terre della Chiesa. — Piglia in protezione Gregorio XII, nuovo papa, contro all’antipapa Benedetto XIII. — I Fiorentini inimicati con Gregorio consentono alla riunione in Pisa d’un Concilio per terminare lo scisma. — Il Concilio, deposti i due papi, n’elegge un terzo, Alessandro V [giugno 1409]: questi essendo morto l’anno seguente in Bologna, a lui succede Baldassarre Cossa col nome di Giovanni XXIII. — Ostilità tra Ladislao e i Fiorentini. — Discesa in Italia di Luigi d’Angiò. Ladislao cede ai Fiorentini Cortona; poi nuova guerra e minaccia grande contro allo Stato di Firenze; Ladislao muore a’ 6 agosto 1414. — Viene a Firenze Filippo Scolari fiorentino, detto Pippo Spano, gran personaggio presso a Sigismondo in Ungheria. — Sigismondo, fatto imperatore, promuove il Concilio che s’adunò in Costanza l’an. 1414. — Deposti i tre Papi contendenti, viene eletto pontefice Martino V, di casa Colonna, il quale piglia dimora in Firenze. — Male contento dei Fiorentini, si parte [1420] dopo avere quivi ricevuto l’ubbidienza di Giovanni XXIII; morte di questo e sue relazioni co’ principali di Firenze. — Felice stato della città. L’Arte della seta arriva qui a uno splendore altrove ignoto. — Cercavano farsi potenti sul mare, al che i Veneziani si contrapponevano. Galere mandate in Egitto e in altri luoghi. Trattati per causa di traffici co’ Grimaldi di Monaco e con altre famiglie Genovesi. — 1421. La Repubblica di Firenze compra Livorno da quella di Genova. — Grandi spese fatte, mantenendo alto il credito dei Libri del Monte. — Fondazione dello Spedale degli Innocenti. — Riforma degli Statuti per opera del giureconsulto Paolo da Castro. | |
| Capitolo VI. — Guerra con Filippo Maria Visconti. — Niccolò da Uzzano, Giovanni de’ Medici, Rinaldo degli Albizzi. [An. 1422-1428.] | [146] |
| Qualità di quello Stato: persecuzione contro la famiglia degli Alberti. — Arti per mantenere lo Stato piuttosto con la virtù degli uomini che delle leggi. — Venezia ad essi era esemplare, ma non potevano agguagliarlo. — Maso degli Albizzi. — Niccolò da Uzzano. — Giovanni de’ Medici. — Lagnanze, accuse. — Creazione del Consiglio dei Dugento. — Filippo Maria Visconti signore in Milano. — Trattato da lui proposto ai Fiorentini. — Questi per accomandigie e protezioni tengono la media Italia. — Entrano in guerra col Visconti e sono rotti a Zagonara [1424, 24 luglio]. — Grande malcontento per le gravezze. — Fanno chiudere le Confraternite, nelle quali erano spiriti popolari. — Radunanza in Santo Stefano; discorso attribuito a Rinaldo degli Albizzi. — La parte dei Medici comincia a mostrarsi; consigli di Niccolò da Uzzano. — Altre sciagure in Romagna. — Pratiche in Italia; circospezione dei Veneziani; Lorenzo Ridolfi. — Grande Lega contro al Visconti [27 gennaio 1426]. — Firenze soccorre i fuorusciti Genovesi; virtù di Tommaso Frescobaldi. — Fatti gloriosi del Carmagnola per i Veneziani in Lombardia. Battaglia di Maclodio, dove le armi del Duca sono rotte dai Veneziani e Fiorentini. — Pace conchiusa [18 aprile 1428]. Venezia distende il suo dominio fino all’Adda. | |
| Capitolo VII. — Catasto. — Ribellione di Volterra. — Guerra di Lucca. [An. 1427-1433.] | [178] |
| Formazione del Catasto [1427]; come fosse popolarmente chiesto, come passasse nei Consigli. — Regole minute per fare il Catasto. — I Volterrani, come distrettuali, negano esservi assoggettati. — Durezze dei Fiorentini; ribellione di Volterra presto gastigata. — Niccolò Fortebracci promuove le occasioni ad una guerra contro Paolo Guinigi signore di Lucca. — Morte di Giovanni de’ Medici. — Neri Capponi, poi l’Albizzi e tutta la parte dei Medici stanno per quella guerra. — Rinaldo, che era uno dei Commissari, per disgusti avuti si parte dal campo [18 marzo 1429]. — Disegno del Brunelleschi per allagare Lucca, male riuscito. — Antonio Petrucci senese, restaura la difesa di Lucca. — Francesco Sforza, entrato in Lucca, s’impadronisce della persona di Paolo Guinigi e delle ricchezze, mandatolo a morire prigione in Pavia. — Niccolò Piccinino viene in soccorso dei Lucchesi; assale il campo Fiorentino, che è messo in rotta [2 dicembre 1430]. — Congiura in Pisa d’un Gualandi. — I Fiorentini fanno intorno a Lucca grande difesa contro al Piccinino, il quale, scorrendo la Toscana, reca ad essi grandi mali; guerra mossa contro al Duca dai Veneziani e Fiorentini. — Battaglia navale a Portofino; prodezza di Raimondo Mannelli: fatti di arme in Lombardia. — Battaglia di Maclodio; Niccolò da Tolentino sostiene la guerra pei Fiorentini felicemente. — Passaggio per la Toscana dell’Imperatore Sigismondo. — Pace col Visconti [10 maggio 1433]. | |
| Capitolo VIII. — Esilio e ritorno di Cosimo de’ Medici. [An. 1433-1434.] | [202] |
| Popolarità di Cosimo dei Medici. — Parti e opinioni diverse nella Repubblica; parere attribuito a Niccolò da Uzzano. — Rinaldo degli Albizzi, Neri Capponi, Legge degli Scandalosi. — Contegno di Cosimo. Questi, chiamato in Palagio, è chiuso in carcere [7 settembre 1433]. — Parlamento, Balìa, nuove leggi, sentenza contro a Cosimo e Averardo de’ Medici. — Cosimo, dopo un mese di prigionia, è mandato a Padova in confine. — Acquista dall’esiglio maggiore favore, ed è onorato come principe dai Veneziani. — Guerra in Romagna. — Signoria amica ai Medici, cita a comparire [26 settembre] l’Albizzi ed altri. Questi si arma; dubbi consigli degli uomini principali. — Era in Firenze Eugenio IV, che s’intromette per un accordo. Rinaldo degli Albizzi, in quello fidatosi, licenzia gli armati per lui. — 29 settembre. Parlamento e Balìa che richiama il Medici e bandisce Rinaldo e pochi altri. — Cosimo e il fratello, prima fermatisi in Ferrara ed accompagnati sino ai confini da gente del Duca, rientrano in Firenze a dì 6 ottobre 1434. | |
| Capitolo IX. — Gli studi classici in Firenze; grande incremento delle Belle Arti. [An. 1378-1434.] | [227] |
| Decadenza sollecita delle latine lettere: abbandono degli studi classici. — Primo il Petrarca diede moto alla ricerca degli antichi scrittori: promosse lo studio anche del greco, e seco il Boccaccio. Istituzione in Firenze l’anno 1360 d’una cattedra di greco, prima in Occidente. — Coluccio Salutati e sua grande fama. — La lingua volgare fu allora trascurata dai letterati, ma progrediva nell’uso dello scrivere familiare. — Franco Sacchetti e sue Novelle. — Il Pecorone di ser Giovanni Fiorentino. — Cronisti: Marchionne Stefani, Piero Minerbetti, Gino e Neri Capponi, Iacopo Salviati, due Buoninsegni, Giovanni Morelli, Goro Dati, Bonaccorso Pitti. — Scrittori ascetici e morali: frate Giovanni Dominici. — Leonardo Aretino: sua Istoria di Firenze, suoi Commentarii e traduzioni di autori greci. — Studio fiorentino: Emanuele Crisolora v’insegna il greco, an. 1396: Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi spiegano leggi; Paolo Minucci insegna il diritto feudale; Paolo da Castro fu ordinatore dello Statuto fiorentino; il cardinale Francesco Zabarella e Fra Leonardo Dati maestri in teologia; Filippo Villani e Giovanni da Ravenna tennero la cattedra per l’illustrazione della Divina Commedia. — Cessò lo Studio l’anno 1421. — Niccolò da Uzzano aveva lasciato l’eredità sua per un Collegio di cinquanta alunni, ma il testamento non fu eseguito. — Molti uomini ricchi s’adopravano a cercare e a fare copiare libri latini e greci, fra tutti insigne Palla Strozzi: Ambrogio Traversari, monaco autorevole per dottrina, tradusse dal greco autori antichi. — Niccolò Niccoli e sua famosa biblioteca. — Poggio Bracciolini da Terranova, cercatore indefesso e soprattutti fortunato di libri classici: sua Istoria fiorentina, trattati latini e lettere. — Nei letterati era corruttela; migliori gli artisti, ed il secolo non tutto guasto. — Masaccio e frate Giovanni Angelico pittori. — Luca della Robbia e sua famiglia, loro bassorilievi di plastica verniciata. — Filippo Brunelleschi, Cupola del Duomo, chiese di Santo Spirito e di San Lorenzo, Palazzo dei Pitti. — Donatello e sue opere di scultura. — Lorenzo Ghiberti: porta maggiore di San Giovanni ed altre sue opere in bronzo e orificerie. | |
| Libro Quinto. | |
| Capitolo I. — La Repubblica sotto a Cosimo de’ Medici. — Altra guerra contro Lucca. — Concilio di Firenze. — Niccolò Piccinino in Toscana. — Acquisto di Borgo San Sepolcro e del Casentino. [An. 1434-1441.] | [245] |
| Nuovo indirizzo dato al Governo. — Grande numero di sbanditi: Palla Strozzi. — Arte usata da Cosimo. — Congiure, condanne. — Guerre intorno a Roma e nella Marca. Pace col Visconti. — I Genovesi in battaglia di mare fanno prigione il re Alfonso d’Aragona: poi scosso il giogo del Visconti, hanno soccorsi dai Fiorentini. — Eugenio IV prima di lasciare Firenze consacra la nuova chiesa di Santa Maria del Fiore. — Niccolò Piccinino entra in Toscana mandato dal Duca; pei Fiorentini vi entra Francesco Sforza: la guerra si rompe di nuovo in Lombardia: i Fiorentini assaltano Lucca e acquistano Montecarlo. — Viluppi della politica italiana: i Fiorentini costretti fare pace con Lucca. — An. 1439, Concilio in Firenze per l’unione tra la Chiesa Greca e la Latina. — Arti di Filippo e del Piccinino. Lo Sforza mandato dai Fiorentini al soccorso dei Veneziani. Guerra tra’ due grandi condottieri. Il Piccinino accompagnato dai fuorusciti fiorentini passa in Toscana. — Sua grave rotta sotto Anghiari [29 giugno 1440]: egli e i fuorusciti abbandonano la Toscana. — Morte di Rinaldo degli Albizzi. — I Fiorentini acquistano Borgo San Sepolcro e il Casentino cacciandone la famiglia dei conti Guidi. — 1441. Pace col Visconti. | |
| Capitolo II. — Interne cose della Repubblica. — Balìa del 1444. — Guerra del re Alfonso in Toscana. — Guerre in Lombardia. [An. 1441-1450.] | [275] |
| Uccisione di Baldaccio d’Anghiari. — Cosimo de’ Medici e Neri Capponi. — Sono rifatte le Borse nelle quali entrano nuovi uomini. Famiglie di Grandi riammesse agli uffici ma poche per volta. — Al Catasto abolito viene sostituita una Decima Scalata, per la quale un maggiore aggravio cadesse su’ ricchi. Frequente ripetizione di quella gravezza. Arbitrio nell’imporla: modi per impoverire gli avversari ed arricchire alcuni amici: Monte delle Doti. — Lagnanze ed accuse contro a quello Stato. — Nuova Balía, nuovo squittinio, famiglie escluse dagli uffici, revisione delle antiche leggi. — Guerre tosto riaccese nella Marca. — Francesco Sforza diviene genero del duca Filippo. — Fine di Niccolò Piccinino. — Alfonso d’Aragona entrato in Toscana combatte Piombino, poi ritiene Castiglione della Pescaia. — Niccolò V si fa mediatore di una pace che si trattò in Ferrara. — 1447. Morte di Filippo Maria Visconti. — Milano costituitosi in Repubblica e per vari inganni ora difeso e ora oppugnato dai Veneziani e da Francesco Sforza, cede infine a questo che l’anno 1450 si fa proclamare duca di Milano. | |
| Capitolo III. — Amicizia con Francesco Sforza duca di Milano. — Nuova Balìa e nuovo Catasto. — Vecchiezza e morte di Cosimo de’ Medici. [An. 1450-1464.] | [297] |
| Cosimo dei Medici si era tenuto sempre amico Francesco Sforza. Motivi personali che egli ne aveva e motivi pubblici. Pericoli dalle ambizioni dei Veneziani ed ora da quelle del re Alfonso d’Aragona. — Sovvenzioni allo Sforza col danaro della Repubblica. — Difficoltà incontrate da Cosimo nei Consigli e nella opinione popolare. — Arti usate da lui e dalla sua parte: magistrati fatti a mano. — I Bolognesi chiamano un giovane del Casentino a governare la città loro col nome di Santi Bentivoglio. — Si rompe la guerra dai Veneziani e dal re Alfonso contro al nuovo Duca di Milano ed ai Fiorentini. — 1452. Viene in Firenze Federico imperatore. — Ferdinando figlio del re Alfonso scende in Toscana, ma per breve tempo. — Guerra in Lombardia. — I Fiorentini chiamano Renato d’Angiò all’impresa di Napoli: questi, senza aver fatto cosa di conto, torna in Francia. — Costantinopoli è preso dai Turchi, 1453. — Pace di Lodi, 1454. — Morte del re Alfonso. — Ingiustizia in Firenze delle tasse: Giannozzo Manetti. — Arti di Cosimo per nascondere la sua potenza. — 1457. Morte di Neri Capponi. — Grande e terribile uragano. — 1458. Rinnovazione del Catasto. Nuova forma che piglia la guerra tra’ pochi e i molti. Condanne. — Abbassamento del Potestà, gli onori di Capo dello Stato essendo attribuiti al Gonfaloniere. — Potenza e vanità di Luca Pitti: accorgimento del vecchio Cosimo. — Pio II in Firenze. — Grandi feste. — Morte dell’arcivescovo Sant’Antonino. — 1464. Pio II muore in Ancona, dove aveva chiamato una grande Crociata contro ai Turchi. — 1º agosto. Morte di Cosimo dei Medici. Sue qualità, sue ricchezze, magnificenza di edifizi, servigi resi da lui alle lettere ed alle arti. | |
| Capitolo IV. — Piero di Cosimo de’ Medici. [An. 1464-1469.] | [331] |
| I principali di quello Stato, ma ciascuno con diversi pensieri, cercano abbassare la potenza di Piero dei Medici: i Magistrati tornano ad essere tratti a sorte. — 1466. Per la morte di Francesco Sforza le due parti vengono a guerra scoperta, gli avversari di Piero de’ Medici negando sovvenire con danari alle necessità del nuovo duca Galeazzo Maria, e ciascuna armandosi dentro la città e avendo aderenti fuori. La vita di Piero è insidiata, ma questi poi col tirare a sè Luca Pitti, ripiglia lo Stato con l’esilio dei suoi nemici. — I Veneziani muovono contro alla Toscana, ma segretamente, il vecchio capitano Bartolommeo Colleoni insieme co’ fuorusciti di Firenze. Viene con esso a battaglia Federigo conte di Urbino, Capitano della Lega. Scontri per terra e per mare: parole del Duca di Milano: infine, 1468, Paolo II fattosi arbitro della pace, la impone a tutti gli Stati d’Italia. — Acquisto di Sarzana. — Grandezza principesca della Casa Medici: educazione di Lorenzo: sue visite alle Corti d’Italia, e fama ch’egli si acquistava: suo matrimonio. — 3 dicembre 1469. Morte di Piero de’ Medici. | |
| Capitolo V. — Giovinezza di Lorenzo e di Giuliano de’ Medici. — Ribellione di Volterra. — Congiura de’ Pazzi; morte di Giuliano. [An. 1469-1478.] | [353] |
| Lorenzo capo effettivo dello Stato. — Venuta in Firenze del Duca di Milano: grandi sontuosità, grandi feste. — Consigli del Popolo e del Comune aboliti. Consiglio dei Cento, nel quale entravano i più fidati: pure difficoltà grandi a far passare le nuove leggi, a scemare il numero delle Arti, a vendere i beni della parte Guelfa che diventò Magistrato per la cura delle opere pubbliche. Fiducia riposta da Casa Medici negli Accoppiatori che presiedevano alle tratte. Bargello per il contado con uomini armati. — Ribellione dei Volterrani offesi da Lorenzo per un suo privato interesse: grande radunamento di forze contro a quella città che si rende a patti, violati crudelmente dai vincitori. — 1471. Sisto IV nuovo papa, e sua famiglia. — Pratiche per fare Giuliano cardinale: sua giostra. — Nuovi ordini a vie più stringere il governo: cessa il Capitano del Popolo, l’Esecutore degli Ordini di Giustizia ridotto a Bargello, imposte al Potestà le sentenze ch’egli deve pronunziare. — Uccisione di Galeazzo duca di Milano, 26 dicembre 1476. — Sisto IV. Girolamo Riario. Francesco dei Pazzi. Offese di Lorenzo contro alla famiglia dei Pazzi. — Francesco Salviati arcivescovo di Pisa. — Iacopo dei Pazzi capo di questa famiglia. — Francesco s’intende in Roma con Girolamo Riario, ed essi fanno il Papa consentire alle pratiche per una mutazione di Stato in Firenze. — Apparecchi alla esecuzione della congiura. Venuta in Firenze del giovane cardinale Raffaele Riario. I congiurati si fermano nel pensiero d’uccidere i due fratelli in Duomo la domenica 26 aprile 1478. — Francesco dei Pazzi trafigge a morte Giuliano: Lorenzo da due altri congiurati ferito nel collo, si rifugia in sagrestia. — L’arcivescovo Salviati con altri va in Palagio per occuparlo; Iacopo de’ Pazzi con una frotta di armati viene in Piazza, ma niuno lo segue; molto popolo amico ai Medici accorre. Dentro al Palagio i congiurati sono presi; l’Arcivescovo con altri appiccato alle finestre, dalle quali è il rimanente gettato in Piazza. Lorenzo dalle finestre di casa sua si mostra al popolo. La plebe infuria. Francesco dei Pazzi colto nel letto suo è condotto in Palagio ed appiccato con gli altri; quanti dei Pazzi trovarono, tutti uccisi. Il vecchio Iacopo de’ Pazzi, colto nella fuga, è portato ad appiccare anch’egli in Palagio: la plebe fa del suo cadavere nefando ludibrio. — Condanne contro alla famiglia dei Pazzi. — Di Giuliano dei Medici nacque un figlio che divenne poi Clemente VII. | |
| Capitolo VI. — Guerra con Sisto IV. — Lorenzo de’ Medici a Napoli. [An. 1478-1480.] | [380] |
| Contegno di Sisto IV dopo avuta la notizia di quei tristi fatti: più tardi le ire si accendono in Roma e in Firenze. Breve di scomunica e di persecuzione contro a Lorenzo dei Medici; la città è interdetta: richiami e scritture contro al Breve; Lorenzo invoca soccorso dai Principi della cristianità. — Cominciano le ostilità: Breve del Papa, a cui risponde pubblicamente Lorenzo in Palagio. Gli è data una guardia di dodici armati. — Guerra in Toscana. — Proposta del Papa rigettata. Favore di Luigi XI per Lorenzo: negoziati in Italia e fuori. — Diviene la guerra sempre più difficile: la città stracca, minaccia voltarsi contro a Lorenzo. Questi, mancandogli alleati certi, delibera arditamente di gettarsi in braccio al re Ferrando suo nemico. — 6 dicembre 1479. Espone in Pratica ristretta il suo consiglio e parte per Napoli: varie impressioni di questo fatto nella città, che rimane quieta. — Lorenzo in Napoli si guadagna favore in Corte e nella città. Lunghezze del Re; partenza improvvisa di Lorenzo, alla quale tiene dietro il trattato della pace. Letizia in Firenze. — Il Duca di Calabria venuto a Siena fa mostra di volerne occupare la signoria. — I Turchi in Otranto; al che Alfonso lascia la Toscana, andato a combatterli con sua molta gloria. — I Fiorentini mandano a chiedere assoluzione, la quale il Papa solennemente concede. | |
| Capitolo VII. — Governo di Lorenzo. — Moti diversi e indi pace universale. — Morte di Lorenzo. [An. 1480-1492.] | [403] |
| Balía eletta senza le forme consuete di Parlamento. Formazione di un Consiglio Maggiore con autorità sovrana. A questo o a parte di esso appartenga la scelta dei minori uffici. — Ordine dei Settanta, anch’esso permanente e da rinnovarsi dentro sè stesso: aveva le attribuzioni d’un Senato da stare a fianco della Signoria: da questo dovevano uscire gli uffici più rilevanti. — Riforma del Catasto ridotto a imposizione progressiva. — Provvedimenti circa al Monte Comune e a quello delle Doti, nei quali il servirsene che i Medici facevano di continuo aveva condotto grandi disordini. — Liberazione d’Otranto. — Guerre del Papa e dei Veneziani contro Ferrara, e del Duca di Calabria unito a Lodovico Sforza e ai Fiorentini nel Patrimonio e nella Romagna e in Lombardia. — Pratiche per la convocazione di un Concilio. — Pace separata di Sisto IV. — Dieta in Cremona dei collegati contro a’ Veneziani, dove andò Lorenzo dei Medici. — Pace di Bagnolo. Morte di Sisto IV, 1484. — Mutazioni in Siena col favore di Lorenzo. — Guerra co’ Genovesi per Sarzana e acquisto di Pietrasanta. — Congiura in Puglia dei Baroni, e guerra intorno a Roma; indi pace. — Sarzana riacquistata: Lorenzo de’ Medici in campo. — Uccisione di Girolamo Riario; moti nella Romagna. — Grande favore di cui godeva in Roma Lorenzo: maritaggio d’una sua figlia con Franceschetto Cibo. Giovanni de’ Medici fatto Cardinale. — Pace universale in Italia. — Grandezza e fama di Lorenzo. — Sua famiglia. — Sue arti di Governo. — Come si giovasse del denaro pubblico; cerca di rinnalzare Pisa. — Di quante cose fosse centro la Casa Medici, e quali uomini vi convenissero. — Malattia e morte di Lorenzo. Parvero con lui avere termine le felicità d’Italia. | |
| Capitolo VIII. — Scienze, Lettere ed Arti sotto il governo repubblicano di Casa Medici. [An. 1434-1494.] — La lingua toscana diviene italiana. | [430] |
| Ampliazione degli studi. I Greci in Firenze: Accademia Platonica iniziata nei tempi di Cosimo. — Marsilio Ficino. — Francesco da Diacceto continuatore della sua scuola. — Cristoforo Landino: suoi libri latini. — Leone Battista Alberti scrittore ed artista. — Sant’Antonino. — Giannozzo Manetti dotto in ebraico. — Segretari della Repubblica, Matteo Palmieri, due Marsuppini, Bartolomeo Scala, due Accolti. — Filippo Bonaccorsi, Paolo Cortese. — San Bernardino da Siena predicatore popolare. — Enea Silvio Piccolomini, papa col nome di Pio II; suo vario ingegno e sue opere. — Paolo Toscanelli consultato dal Colombo; suo gnomone. — Cenni sopra Leonardo da Vinci, Fra Luca Pacioli. — La pittura dopo Giotto. — I Ghirlandai, i due Lippi, Benozzo Gozzoli, Sandro Botticelli. — Andrea del Verrocchio: Mino da Fiesole e altri scarpellini che divennero scultori. I due da San Gallo, il Sansovino e il Cronaca, architetti. — Un poco più tardi. Fra Bartolommeo da San Marco e Andrea Del Sarto segnano il colmo nell’antica scuola della pittura fiorentina. — Maso Finiguerra, il Botticelli e Antonio Pollaiolo incisori in rame. Oreficeria, miniature in cartapecora. — Poesia sul finire del quattrocento. Feo Belcari, il Burchiello. Il Morgante di Luigi Pulci. — Angelo Poliziano. Girolamo Benivieni. — Lorenzo de’ Medici. | |
| I letterati del quattrocento poco stimavano il volgare e poco l’usavano. Nemmeno ai sommi del secolo precedente facevano grazia: scrivevano latino o latineggiavano l’italiano. — La lingua nell’uso familiare progrediva, nell’uso dei dotti si era impoverita. — Non era il toscano mai stato parlato in modo solenne così da rendersi autorevole a tutta l’Italia: quindi nei libri mancò il magistero che viene ad essi dalla parola viva; e mancò a questa l’autorità e quella maggiore cultura che viene dai libri. — La sola Toscana ebbe cultura che bastasse fin dal principio della lingua a svolgerla in tutta l’ampiezza sua: nelle altre provincie più era da fare, e quello che si fece rimase dialetto. I dialetti grecizzanti delle provincie meridionali si discostavano dal toscano meno di quelli nei quali era mistura celtica. — Alla fine del quattrocento era già nata la stampa, che fu nuovo organo alla diffusione della parola: si fecero in varie città d’Italia edizioni dei sommi toscani. — Da questa provincia uscivano intanto libri atti a farsi popolari, come il Morgante e i libri italiani del Landino. Allora si cominciò a scrivere per tutta Italia in lingua toscana: questa deve tra i non Toscani all’Ariosto l’essere divenuta universale alla nazione. — Niccolò Machiavelli e Francesco Berni scrittori sommi. — Ma subito dopo l’Italia decadde; il nostro livello tra le altre nazioni discese ad un tratto: il popolo di Toscana meno operando, inventava meno; mancò la fiducia, mancò lo stimolo alle volontà; v’era in Italia poco da fare. — Mancò nei libri quello che si impara fuori dei libri; vennero i letterati, sparve il cittadino. — La lingua toscana non tenne mai signoria vera. Quello era il tempo dei grammatici che sono i fisiologi della lingua, come i fisiologi sono i grammatici della vita: viveano le lettere di basse facezie e nobiltà false. — Più tardi la scuola di Galileo rialzò la Toscana per oltre un secolo. — Ma quando in Italia si cercò l’unione anche nel fatto della lingua, apparve in questa la mancanza d’un’autorità sovrana ed egualmente da tutti ubbidita. — La lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli Italiani. | |
| Appendice di Documenti. | |
| I. Provvisione del 21 luglio 1378, approvata nei consueti Consigli a’ 21 e 22 | [471] |
| Altra Provvisione dell’11 settembre 1378, approvata c. s. a’ dì 11 e 12 | [476] |
| Altra del 28 settembre 1378, approvata il 28 e 29 | [480] |
| II. Provvisione del 21 gennaio 1381 dall’Incarnazione | [487] |
| Altra Provvisione dello stesso giorno | [488] |
| Altra Provvisione come sopra | [490] |
| Altra Provvisione come sopra | [ivi] |
| Provvisione del 22 gennaio 1381 dall’Incarnazione | [492] |
| Altra Provvisione de’ 23 gennaio 1381 come sopra | [496] |
| Altra del 24 gennaio | [ivi] |
| Provvisione del 27 febbraio 1381 come sopra | [499] |
| Provvisione del 15 marzo 1381 dall’Incarnazione approvata negli opportuni Consigli a’ dì detto e a’ dì 16 | [502] |
| III. Parlamento generale del 19 ottobre 1393 | [504] |
| Provvisioni della Balìa, creata nel suddetto Parlamento, de’ 20 ottobre 1393 | [507] |
| Altre Provvisioni della Balìa, come sopra, de’ 21 ottobre | [514] |
| IV. Lettere della Signoria concernenti all’acquisto e alla conservazione di Pisa. 1402-1407 | [518] |
| V. Ordine degli Uffici della Repubblica di Firenze | [524] |
| Descrizione delle feste di San Giovanni | [531] |
| VI. Elenco delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per il Comune di Firenze | [535] |
| VII. Tre lettere della Signoria di Firenze a Neri Capponi, oratore a Siena, per il caso di Brolio. Ottobre 1434 | [542] |
| VIII. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli mandato suo al re Ferrando. Risguarda le cose di Città di Castello, tenuta da Niccolò Vitelli | [544] |
| IX. Confessione di Giovan Batista da Montesecco relativa alla Congiura de’ Pazzi | [547] |
| X. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli mandato suo al re Ferrando; scritta mentre Lorenzo era tuttora a Napoli e il Re si vedeva già inclinato ad accordarsi con lui. Febbraio 1480 | [559] |
| XI. Lettera contenente le istruzioni e consigli di Lorenzo de’ Medici al figlio Giovanni, quando fatto Cardinale, andava a Roma nel marzo 1492 | [564] |
STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.
LIBRO QUARTO.
Capitolo I. TUMULTO DE’ CIOMPI. — MICHELE DI LANDO. [AN. 1378.]
Abbiamo sul fine del precedente Libro, dov’è rimasta la narrazione dei fatti civili, mostrato come le due contrarie parti andassero innanzi ciascuna per sè, fatte all’ultimo più temerarie, e dividessero la Repubblica. Mentre era delitto parlare d’accordi e osservare l’Interdetto, dal canto loro i Capitani della Parte guelfa nei due mesi di settembre e ottobre 1377 più infierivano nelle ammonizioni, le quali ruppero ogni freno quando la parte che voleva la guerra col Papa non valse a reggere nel proposito: da quel tempo fino a luglio 1378 leggo essere state ottantasette le ammonizioni, che spesso colpivano intere famiglie.[1] Aveano trovato i Capitani un cotal modo pel quale venivano a rimanere in ufficio durante un anno, essi o i più stretti aderenti loro; quel fare le borse donde traevansi gli uffici, e poi sovente nemmeno starsene alla sorte, facilitava gli arbitrii: uno era tratto dei Ventiquattro, dai quali secondo la Riforma del 66 dovevano essere approvate le sentenze, e se non piaceva, levarsi una voce tra i preposti allo squittinio: «Io l’ho veduto andare in villa:» la polizza era rimessa dentro; e così via via, finchè non uscisse tale che fosse a grado loro. Guidava la Parte una consorteria di pochi, dei quali i nomi si trovano registrati: Lapo da Castiglionchio, anima e capo di tutta la setta. Avevano anche fatto un Gonfalone con l’antica arme del re Carlo, ed a portarlo un Gonfaloniere che fu Benghi Bondelmonti; ripigliavano le antiche forme che inaugurarono la Repubblica, quasichè volessero tutta ora metterla nella Parte. Le sentenze pronunziavano di notte, o fosse per ischifare tumulti, o ad accrescere il terrore pigliando sembianza di segreto tribunale. Nessuno poteva tenersi sicuro, e non bastava essere guelfo (come dicevano) più di Carlomagno; ai caporali quando passavano, ed ai cagnotti o aguzzetti loro, un trar di berretta più che alla Signoria: gli impauriti cercavano riscattarsi o per moneta o per favore, e facendo parentadi o disfacendoli, per avere scampo a sè stessi o protezione.
A chi legga queste cose ed i cronisti generalmente abominare la furia dell’ammonire come una proscrizione che desse nel sangue, potrebbe sembrare che un divieto di quella sorta non fosse cosa pari al terrore ch’ella ispirava, ed agli effetti che ne seguirono. Ma era entrata la vita pubblica in questo popolo così addentro, che a non avere parte allo Stato pareva essere come nulla.[2] Inoltre le leggi non avevano imparato per anche a difendere l’universale dei cittadini e fare a tutti le parti eguali: tenere lo Stato importava pagar meno; ed era mestieri procacciarsi l’amicizia d’un qualche possente a fine di avere sorte più equa nella distribuzione di quelle gravezze, le quali erano personali.[3] Invano più volte si aveva cercato formare una Tavola o Catasto delle possessioni per via di portate che ognuno facesse dei propri suoi beni, ma fu attraversato dai più ricchi perch’erano sempre i più favoriti; e ad ogni passo nacquero tali difficoltà, che il provvedimento buono fu abbandonato come impossibile. Infino dal secolo XIII era stato tentato l’Estimo degli immobili, o almeno comandato; ed una prova ne venne fatta l’anno 1355, la quale al solito riuscì male.[4] Aveva anche il Duca di Calabria nel 1326 ordinato stimare l’entrata che avesse ciascuno così degli stabili come dei mobili e guadagni; ma pur questa diede luogo a grandi lagnanze, nè in tale modo fu ritentata.[5] Vedremo or ora intorno a ciò una petizione, la quale però aspettò ancora una cinquantina d’anni prima di avere adempimento.
Era l’entrata della Repubblica, siccome vedemmo, trecento migliaia di fiorini d’oro all’anno: le spese ordinarie, quaranta migliaia di fiorini, senza contare la spesa dei soldati e le opere pubbliche: ma non bastava l’avanzo alle imprese del Comune, dove andavano quelle ingenti somme, le quali ci è occorso in più luoghi di notare: a queste era molto frequente necessità sopperire per via di prestanze e imposte sopra alle ricchezze dei mercanti o di altri singoli cittadini. Aveano cercato modi, a dir vero, non male acconci per l’assegnazione della somma che ognuno dovesse pagare secondo le facoltà sue. Partivano in quattro ciascun Quartiere della città, come era per le Compagnie, nominando per ciascuna divisione sette settine di probi uomini, le quali dovessero ognuna da sè determinare la somma che fosse da imporre, a loro giudizio, per ogni capo di cittadino. Le liste venivano dipoi trasmesse ai frati Romitani di Santa Maria degli Angeli o ad altri frati, i quali dovevano da ogni settina togliere via le due maggiori e le due minori tassazioni, pigliando il medio che resultasse dalle tre altre, e il medio poi di tutte le settine a questo modo insieme sommate; questa era la quota di che ciascuno venìa gravato.[6] Si trova che il primo debito della Repubblica fosse creato inverso gli anni 1222-26 a tempo dei Consoli, e quando era tuttavia sotto l’Imperiale soggezione; ma questo debito, che avea d’interesse venticinque per cento all’anno, pare che fosse mano a mano diminuito ed in quarant’anni estinto. Ma era contuttociò impossibile che non v’entrasse l’arbitrio, e ai renitenti veniva fatta intimazione a pagare, andando per ultimo fino a guastare le case: al che non si venne per avere fatte condizioni da tirare co’ larghi profitti la cupidigia dei prestatori. Chi dava cento aveane merito un danaio al mese, che è il frutto del cinque; ma per ogni cento scrivevano altre due centinaia in assegnazioni sulle gabelle, talchè la rendita annuale veniva nel fatto a essere del quindici. Fecero insino dal 1345 un libro dov’erano descritti per alfabeto i nomi de’ cittadini ch’aveano prestato; gli chiamarono i Libri del Monte, nel quale vennero a purgarsi i debiti vecchi ch’avea la Repubblica: montava la somma a fiorini 503,864.[7] Provvidero anche alla diminuzione successiva dei debiti del Monte, formando con certe assegnazioni di gabelle sulla farina e sul pane quella che ora si chiama Cassa d’ammortizzazione, la quale si vede ch’esisteva già nell’anno 1369; nel quale tempo furono tratti da quella i danari che si doveano pagare all’imperatore Carlo IV, con che però fossero immediatamente rimborsati. E nell’anno 1371, elessero Quattro ufficiali deputati alla sopraindicata diminuzione dei debiti del Monte, i quali avessero facoltà di comprare cartelle o titoli di credito da chi volesse farne la vendita, prescrivendo le condizioni ed il modo.[8] Ordinarono che i danari del Monte fossero esenti da ogni condannagione nè potessero per alcun titolo essere staggiti, nemmeno per dote, nè far si potesse contro a quelli esecuzione: ma le vendite o le trasmutazioni dei crediti iscritti sul Monte fossero libere a ciascuno per semplice carta di notaio, e gli scrivani del Monte ponendo sul libro il nome del nuovo creditore sottentrato alle medesime condizioni. Frequenti erano tali vendite, variando il prezzo come variavano i mercati; e l’interesse del danaro pe’ grossi guadagni che si avevano dal trafficare tenendosi alto infino al venti per cento e più:[9] sembra le vendite dei capitali iscritti sul Monte ordinariamente si facessero in tal modo, che il cento di capitale si avesse per trenta, scendendo il prezzo fino al venticinque; e nei peggiori momenti, fino al quindici e al disotto. Ma qui è da notare che il primo sovventore avea dalla Repubblica triplicato il capitale e l’interesse; il che avvenne a questo modo. Sul Monte erano danari dal tempo del Duca di Calabria (1327) a ragione di cinque per cento l’anno; ed era pena la testa chi desse o pigliasse più di cinque per cento l’anno, ed era pena la testa chiunque parlasse, proponesse o mettesse partito di muovere o mutare l’interesse o il capitale del Monte. Poi alla guerra de’ Pisani l’anno 1362 non si trovava chi volesse prestare a cinque per cento, e chi era sforzato se ne teneva gravato forte; ma danari bisognavano: laonde ser Piero di ser Grifo notaio delle Riformagioni, che era uomo molto saputo in tali cose, trovò questo modo; che a chi prestasse cento fiorini ne fosse scritti trecento, cosicchè di cento avesse quindici di frutto: fu chiamato il Monte dell’uno tre.[10] In tanto variarsi del privato e del pubblico capitale non vuolsi tacere come avessero inventato gli ingegni sottili dei Fiorentini quello che oggi suole appellarsi Gioco di Borsa: compravano il titolo com’era sul libro a un dato prezzo da pagarsi in capo ad un anno; poi voltatolo il compratore in testa sua, più volte vendeva o ricomperava nel corso dell’anno, secondo che il prezzo dei crediti sul Monte o rincarasse o rinvilisse: talchè la Repubblica, cercando frenare (com’io credo) il tristo gioco, pose gabella due per cento ad ogni permutazione.[11] A Firenze era usuale vizio l’usura vorace, ch’è fomite alle civili guerre, e a quella andavano molti capitali tolti alle arti e alla mercatura.
Così erano cause potentissime di turbazioni a questo popolo di Firenze, oltre all’arbitrio esercitato dai pochi su’ molti nel distribuire le gravezze, il troppo grasso e la smodata cupidità di ricchezze, e per gli ingordi guadagni e il largo vivere, agitato incessantemente questo popolo sin giù nel fondo dai molti e rapidi rivolgimenti della fortuna. Pei quali in breve non si trovavano più famiglie di anticata ricchezza, e il terzo erede non possedeva i beni lasciati dall’avolo suo;[12] gli antichi grandi ridotti a vivere della cultura del suolo e il maggior numero poveramente in contado, ruinati essi ed i contadini dalle guerre e dalle gravezze.[13] Ma in Firenze le calamità pareano crescere questo popolo, tirando in su la più bassa plebe ai godimenti e alle ambizioni di città libera e opulente. Quindi negli antichi e maggiori cittadini era un continuo temere la plebe, e in questa un levarsi su su da cento anni, bramosa d’invadere ed agguagliare ogni cosa e di occupare i primi luoghi. Abbiamo già scritto come la peste del 1348 avendo fatto che i superstiti si ritrovassero ad un tratto ricchi, i lavoranti cessassero dagli usati mestieri o rincarassero le mercedi, volendo per l’abbondanza dei guadagni per sè ogni più cara e delicata cosa, con generale irrequietezza e disordine nel comun vivere. Il quale durava, per testimonianza di Matteo Villani, tuttora nel 1362; nulla potendo le leggi che ad ogni tratto si rinnovavano, sempre inutili a contenere le spese dei mortori e delle nozze e gli abbigliamenti delle donne; continuando quel grasso vivere, sebbene in quegli anni fosse una grande carestia, in mezzo alla quale «festeggiava e vestiva e convitava il minuto popolo come se fossero in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.[14]» E nonostante che i rettori con le gabelle ed i cari prezzi ai quali avean fatto salire ogni cosa s’ingegnassero di porre un freno in bocca al popolo, questi non se ne curava, portando le spese allegramente e andando innanzi in quel suo vivere scioperato. Lo stesso Matteo, comunque fosse buon popolano, si lascia andare a molto dure parole quando scrive, che a frenare l’ingrato e sconoscente popolo più utile era la carestia che la dovizia. Tanto era in quelli anni accesa la guerra tra ’l grasso popolo e il minuto.
Ma gravissimo dissidio sotto altri nomi divideva le Arti minori dalle maggiori, mentre che insieme queste e quelle partecipavano al governo. Avevano queste per sè la potenza del capitale e del sapere, quelle il numero ed il lavoro de’ vari mestieri nelle piccole botteghe. Delle sette Arti maggiori la prima era dei giudici e notai, alunni di scuole dove regnava l’autorità; con l’Arte dei medici andavano gli speziali, mercanti grossi di droghe e di spezierie venute dall’Asia; e un’altra ve n’era pel commercio delle pelli: nell’Arte del cambio gli uomini danarosi, possenti all’estero e di grande accesso nelle cose degli Stati non che nella corte del Papa ed in quelle di Francia e d’Inghilterra e di Polonia, e d’Ungheria, e nell’Oriente in molti luoghi. A quei tempi l’Arte della seta non era per anche salita al colmo; e decadeva quella appellata di Calimala, che riduceva a perfezione i panni francesi. Teneva fra tutte le altre il sommo luogo l’Arte della lana, che noi troviamo esercitare nella città un primato d’autorità e di fiducia; e basti dire che fu commesso a lei soprintendere alla edificazione del Duomo. Firenze è piena tuttavia delle insegne di quell’Arte, poste sopra a case dove erano i suoi lavorii o godeva essa dei privilegi. Sola tra le Arti aveva un giudice forestiero, di cui non andava la giurisdizione infino al sangue nè alla corda, ma con facoltà di porre in carcere ed in ceppi.[15] Grande potenza veniva poi a cotesta Arte dall’avere essa a lei soggetto un grande numero d’arti minori e di mestieri, da quei che servivano alle prime conciature della lana infino alle ultime finiture. Cotesti non erano in proprio nome rappresentati, o i loro collegi dipendevano da quello della principale Arte, che adoprava quei mestieri avendo in mano tutto lo spaccio della mercanzia, e regolando i salari e le condizioni del lavoro con grande arbitrio su’ lavoranti. Le ventuna Arti generalmente esercitavano la tutela di altre più minute, le quali aveano loro collegi ma soggetti a quello della principale Arte che alle inferiori dava il nome: nel 1300 però vedemmo che settantadue mestieri aveano consoli chiamati a dar voto in caso grave, le Arti essendosi divise a quel modo perchè più espresso fosse il parere della città. Di quei mestieri il maggior numero andava con l’Arte della lana, che n’ebbe infino a venticinque; e questi, per la moltitudine degli artefici e per avere occasioni continue di lagni da’ grossi mercanti, troviamo essere del minuto popolo la parte più viva e alla Repubblica minacciosa. A tutti costoro il Duca d’Atene avea dato consoli e rettori; i quali diritti subito perderono alla cacciata del Duca: e noi vedemmo nel 1345 i pettinatori e scardassieri mettersi a capo d’una congiura per l’accrescimento dei salari;[16] questi medesimi vedremo ora destare un tumulto e farsi autori d’un rivolgimento pel quale rimane fino a’ dì nostri celebre il nome degli scardassieri fiorentini.
Odiosi com’erano i Capitani di Parte guelfa, gradiva però a molto numero dei popolani avergli seco a terminare la guerra col Papa: cessata questa, parve il campo farsi più sgombro ai dissidii antichi ed ai pensieri di libertà. Contro al palagio della Parte stava il palagio della Signoria, dove erano però sempre molti devoti alla setta la quale stringeva con mano valida e impediva l’intera macchina dello Stato: ma era setta, e fuori stava a dir così tutta la Repubblica; una tratta di Signori ed una legge che si vincesse contraria agli ordini della Parte guelfa, bastavano a rompere tutta quell’opera faticosa, congegno di pochi ma senza solido fondamento. Il primo di maggio 1378 si prevedeva che uscirebbe Gonfaloniere di giustizia Salvestro dei Medici: quale si fosse cotesto uomo, io non lo so; con l’iniziare il sovvertimento dello Stato fu primo autore alla grandezza di sua famiglia, ma bene io credo che in lui non fosse valore pari a quelli effetti che da lui nacquero: grande non era, nè affermerei che fosse egli buono e schietto; quello che appare in lui d’incerto serve (cred’io) a definirlo. I Capitani, a premunirsi da un cosiffatto Gonfaloniere, nè arrischiandosi d’ammonirlo, da prima cercarono, perch’egli avesse divieto, che uno de’ suoi congiunti sortisse ufficio minore, usando a tal fine il gioco facile delle borse. Dipoi sventata cotesta trama, ed egli essendo entrato Gonfaloniere, vennero seco alle agevolezze, promettendo che nessuno sarebbe ammonito il quale non fosse veramente ghibellino; e per la conferma delle ammonizioni, più di tre volte non si potesse girare il partito: di tali promesse nè il popolo si appagava, nè i governatori della Parte aveano in animo mantenerle. Quindi nei segreti consigli loro altro macchinavano, e in ciò convenivano, che fosse con le armi da occupare il Palagio, e col mezzo solito delle balíe fermare lo Stato in mano agli uomini della Parte guelfa. Ma sul tempo discordavano, essendo consiglio di Lapo da Castiglionchio troncare gli indugi: prevalse la sentenza di Piero degli Albizzi, il quale voleva si aspettasse il San Giovanni, quando gli uomini del contado venivano a folla nella città; ed essendo costumanza della Signoria andare a vedere il palio nelle case degli Alessandri, ch’erano parte di quelle degli Albizzi,[17] il Palagio rimaneva quasi vuoto, sicch’era facile occuparlo: in Firenze, chi aveva il Palagio aveva lo Stato. Già era vicino il dì dell’esecuzione: le parti si fanno sicure le cose, e i Capitani più inalberati aspettandosi che un Giraldi e un altro a loro male accetto sarebbero tratti a sedere nel collegio, deliberarono ammonirli. Tra loro passò, ma poi recato ai Ventiquattro non si vinceva, sebbene fosse girato più volte: e già era mezza notte e alcuno faceva cenno di partirsi, quando Bettino da Ricasoli, che presiedeva ai Capitani, s’alzò, andò all’uscio e quello serrato tolse le chiavi e vi si pose a sedere sopra, con un gran giuro affermando che si vincerebbe: così alla fine per istanchezza passò il partito, dopo essere girato più di venti volte. Furono gli ultimi ammoniti.
Già si appressava il termine della Signoria nella quale era Gonfaloniere di giustizia Salvestro de’ Medici. A lui dicevano: Tu volesti medicare il male, e hai dato il lustro alla Parte; ed egli: Noi l’acconceremo il giorno in cui sarò proposto. S’intese con molti ragguardevoli cittadini, e ragunatisi in segreto deliberarono una Petizione perchè fossero riposti gli Ordini della giustizia contro a’ grandi: da questa vollero cominciare per assaggiare, e per vedere se quei della Parte facessero movimento, e perchè quasi tutti i grandi abbracciando l’occasione si erano dati all’ammonire. Saputo in città che nuove cose si preparavano, quando fu dato nella campana, subito i Capitani furono alla Parte; dove, richiesti, andarono molti grandi e popolani dei loro, con panziere e stocchi celati sotto alle vesti: ma poi che udirono che la petizione non toccava altro, parve la meglio lasciar fare per allora, sebbene taluni proponessero di trarre fuori il gonfalone della Parte e così armati farsi innanzi. In questo però, la petizione messa a partito non si vinceva nei Collegi pei molti amici che avea la setta, e cinque n’erano de’ Priori: il perchè Salvestro per venire alla intenzione sua, fingendo che fosse per una sua comodità, uscì dall’udienza, e andato nella sala dove il Consiglio del popolo era già tutto radunato ed aspettava, cominciò a dire: «Savi del Consiglio, io voleva questo dì sanicare questa città dalle malvage tirannie de’ grandi e possenti uomini, e non sono lasciato fare, chè i miei compagni e Collegi non lo consentono; poichè veggo che al ben fare non sono creduto nè ubbidito come Gonfaloniere di giustizia, io me ne voglio andare a casa mia: fate un altro Gonfaloniere in mio luogo, e fatevi con Dio.[18]» A queste parole tutti quelli del Consiglio si levarono ritti romoreggiando; ed egli uscito dalla sala andava giù per la scala, ma lo ritennero, e non fu lasciato andare. Grande era il rumore; ed un calzolaio pigliò per il petto Carlo degli Strozzi, che dopo l’Albizzi ed il Castiglionchio primeggiava nella Parte, dicendogli: «Carlo, Carlo, le cose anderanno altrimenti che tu non ti pensi, e le vostre maggioranze al tutto conviene che si spengano.» In questo punto Benedetto degli Alberti fece il mal passo e dalla finestra cominciò a gridare: «Viva il Popolo!» ed a quelli ch’erano in piazza: «Gridate tutti, Viva il Popolo!» Il perchè di subito il romore si levò per la città, serraronsi le botteghe e stettero chiuse tutto il dì vegnente; la gente s’armava, e stavano guardie tutta la notte per la città.
Il giorno di poi tutte le Arti si ragunarono, ciascuna nelle botteghe sue, e tra loro elessero certi sindachi, i quali andarono in Palagio a praticare co’ Priori e co’ Collegi; ma nulla si fece, chè non erano d’accordo. Il martedì, ch’era l’antivigilia di San Giovanni, le insegne delle Arti a gonfaloni spiegati cominciarono a venire in piazza com’era ordinato, gridando Viva il Popolo e Libertà. Quei del Palagio diedero allora balìa generale ai Priori ed ai Collegi, e a’ Capitani di parte, a’ Dieci di libertà e agli Otto di guardia e ai predetti sindachi, di riformare la terra, levando via gli ordini di cui munivasi Parte guelfa. Ma intanto che ciò si faceva, e che nella piazza già erano molti gonfaloni delle Arti; muoverne uno e dietro altri, e andare alle case di messer Lapo da Castiglionchio presso al ponte Rubaconte: vi misero fuoco, ma rubarle non poterono perch’egli aveva la notte sgombrato ogni cosa,[19] e fuggitosi in Santa Croce, vestito da frate, riuscì a scampare in Casentino: di lì andò a Padova, indi a Roma, dove fu uomo di grande affare presso al Papa ed al Re di Puglia. Dipoi stando tutto il giorno in quell’esercizio, arsero le case di Piero degli Albizzi e de’ suoi nipoti e quelle di Carlo degli Strozzi e dei Cavicciuli e dei Siminetti e di Migliore Guadagni, ed il palagio dei Pazzi e la loggia e le case dei Buondelmonti, e Oltrarno quelle dei Canigiani e dei Soderini e dei Serragli: ruppero dipoi tutte le carceri del Comune e fuori trassero i prigioni. In quel medesimo dì uno di plebe minuta, posto un cappello sopra una lancia, seguito da molti andava per la città facendo danni e ruberie; cui altri s’aggiunsero con l’insegna della libertà, e tutti insieme entrati a forza nel convento dei Romiti degli Angeli, dove molti cittadini avean sgombrato le loro sostanze, vi rubarono danari e gioielli e robe, stimati centomila fiorini; e due frati vi morirono. Similmente alcuni del quartiere di Camaldoli e di San Frediano, andati al convento di Santo Spirito a rubare, avrebbero fatto qui danno grave; ma uno dei Priori, Piero di Fronte, lanaiolo, armato a cavallo gli sopraggiunse in sulla piazza: il quale salvava con molta sua lode anche la Camera del Comune, che certi ribaldi volevano ardere. Infine i Signori, udito che alcuni Fiamminghi tessitori voleano muoversi per rubare, avendo mandato per la città i gonfaloni delle Compagnie in arme, quattro ne fecero impiccare, uno per quartiere, in cui s’abbatterono; e così cessarono le ruberie venendo la notte.
Il primo di luglio entrava in ufficio la nuova Signoria, nella quale fu Gonfaloniere Luigi Guicciardini: non si osservarono quella volta le solennità usate del suonare le campane e del sermonare in sulla ringhiera, ma tutto si fece nella sala del Consiglio; ed il Palagio stette serrato con gente d’arme, e guardia in sulla piazza. Salvestro de’ Medici fu a casa accompagnato con grande onore, e correvano le vie di gente che fargli volea riverenza. Avevano quelli della passata balìa avviata l’opera dello smunire (come dicevano) gli ammoniti, e dichiarare ribelli e fare dei grandi; tra’ quali fu Piero degli Albizzi confinato a trenta miglia dalla città. Le quali cose furono quietamente per alcuni dì continuate dai nuovi, e questi e quelli a sè dando privilegi principalmente del portare arme, talchè in Firenze oltre a cinquecento cittadini portavano l’arme. Nè per tuttociò le Arti minute si contentarono; e fecero sindachi, due per Arte a comune difensione, volendo godessero quelle medesime preminenze ch’erano date alla balìa: convenivano segretamente nelle botteghe adunando armi, guardie si facevano dalle due parti nella città. Ad attizzare viepiù l’incendio si aggiungevano gli smuniti, i quali dovevano stare tre anni fuori d’ufficio, e quelli che ancora smuniti non erano; tutti questi faceano insieme da centottanta tra cittadini e famiglie di cittadini. Quindi ottennero che le ammonizioni a un tratto fossero tolte via, e che gli uffici della Parte fossero tutti mutati e le borse rinnovate. Più giorni trattaronsi coteste cose in Palagio coi sindachi delle Arti, ed a mala pena si vincevano avendo contrari il maggior numero nei Collegi, intantochè tali che in palese facevano contro alle petizioni degli artefici, gli confortavano sottovoce viepiù animandoli all’impresa.
Il giorno 18 dello stesso luglio fu senza gran festa pubblicata la pace col Papa; ma ciò nonostante gli Otto erano tuttavia rimasti in Palagio (sebbene avessero fatto mostra di volere lasciare l’ufficio) e soffiavano in quell’incendio, usando il destro che avevano dal magistrato, ma non palesi come altri capi della parte popolare: a tutti innanzi andavano gli ammoniti non per ancora riabilitati, che tanto erano Ghibellini, quanto odiavano Parte guelfa, oramai fatta comodo arnese di cui si valevano gli ottimati. Quindi promossa dai popolani la guerra col Papa; e noi vedemmo all’apparire del grande dissidio che era nel seno della Repubblica, favoreggiato il riconoscimento della imperiale supremazia dai più amatori del viver libero. Oggi volevano restaurare l’egualità come nel 43, quando il popolo si levò d’addosso una tirannide forestiera e la molestia dei grandi; al quale effetto contrapponevano le Arti minute alle maggiori, affinchè il numero prevalesse. Ma quando tu chiami la forza del popolo a fare impeto nelle vie, il vero popolo non risponde; e vedi uscire una moltitudine cui si pertiene diverso nome, la quale non puoi nè dirigere, nè contenere, e che travalica ogni tuo disegno. Avevano da principio chiamato le Arti, ma dietro a queste venne la turba di coloro che non hanno (come in Firenze diciamo) nè arte nè parte, e quella plebe di mal vissuti che sempre abbondano in città opulente, anche più astiosi che affamati. Costoro avevano già tentato fare tumulti e ruberie alla cacciata dei grandi, ma erano soli a quella mossa, allora essendo bene uniti il grosso popolo ed il mezzano; ora il mezzano ed il minuto levati insieme veniano a dare come un titolo ed una scusa a quei più infimi, che pur vogliono innanzi a sè una idea che gli rinnalzi o che gli assolva, e cui si credano ministrare. Non mai le sêtte, comunque sieno forti di numero e d’audacia, hanno potere per sè medesime, se non si annestino a un’idea comune ch’esse intervengono a guastare; nè la plebe di per sè piglierebbe animo alle ribellioni, se non avesse fuori di lei un vessillo da seguire, che a lei ne desse autorità. Le Arti minute chiamate in piazza aveano fatto un mese innanzi quel dato numero di arsioni che prima erano designate; e gli stessi rubatori che la virtù di Piero di Fronte avea riuscito a contenere, troviamo ch’ebbero una insegna da mano ignota d’uomo possente,[20] e diceano fare vendetta pubblica. Ora, non pochi tra’ primi autori di quei tumulti tardi cercavano un qualche modo alla composizione e pacificare la città; ma gli uomini delle più minute Arti erano mal soddisfatti, e peggio d’essi gli ammoniti, e gli strumenti dei mali fatti, a sè temevano il gastigo che sopra i deboli suol cadere: sapevano essere armi in Palagio ed un Bargello di rinomata ferocità, e che soldati si radunavano.
Quindi avevano cominciato tra loro ad intendersi i fattori (oggi diremmo braccianti) delle Arti minori e molti delle maggiori, e quelli che arte per sè non facevano, e tutto quel fondo che sopra dicemmo di minuto popolazzo: audaci pel numero e pronti a ogni cosa erano gli uomini di quei mestieri, i quali viveano soggetti al collegio dell’Arte della lana: a questi aveva il Duca d’Atene dato consoli ed un’insegna, dov’era un Angiolo dipinto, e si chiamavano i Ciompi; nome corrotto, secondo trovo, da quel di Compare che ad essi davano francescamente i famigliari del Duca. Furono insieme fuori la porta San Pier Gattolino in certo luogo detto il Ronco, e fecero loro sindachi o caporali a comune difensione, con gran sacramenta legandosi ad essere gli uni con gli altri alla vita ed alla morte; e si baciarono in bocca, inviando alle case dei loro pari a dare il giuramento ed a ricevere promissioni. Di questo i Signori ch’erano in Palagio non avevano sentore infino a’ 19 luglio; quando per avviso ad essi recato che il dì seguente la terra si doveva levare a rumore e che facessero tosto, avendo mandato a pigliare un Simoncino dalla porta di San Pier Gattolino, detto Bugigatto; come lo ebbero in Palagio, il Proposto se ne andò con lui nella cappella dinanzi all’altare, e lo interrogò di quel trattato. Simoncino disse: Signor mio, ieri io con altri, in tutto dodici, ragunati nello Spedale dei preti di via San Gallo, e avendo fatti venire altri minuti artefici, si determinò che domani sulla terza si dovesse levare il rumore, com’era dato ordine per certi sindachi che noi facemmo più dì sono. E sappiate, signor mio, che noi siamo infiniti congiunti insieme, ed evvi fra noi degli artefici bene assai, e de’ buoni; ed ancora ci è grandissima parte degli ammoniti, i quali si sono molto profferti. Domandò il Proposto: anche che questa gente si levi, che voglion’eglino dalla Signoria? Vogliono, continuava Simoncino, che i mestieri soggetti all’Arte della lana abbiano consoli e collegi loro, nè riconoscano l’ufficiale che per piccola cosa li tormenta, nè aver a fare co’ maestri lanaioli, che molto male li pagano e del lavorío che vale dodici ne danno otto. Ed anche vogliono avere parte nel reggimento della città, e che d’ogni arsione e ruberia fatta non si possa contro essi conoscere in alcun tempo. Domandò il Proposto se alcun cittadino popolano o grande fosse loro capo; nominò alcuni; chiesto poi d’altri, non volle dire. Il Proposto allora fattolo bene guardare, ragunò i compagni e narrò il fatto: era dopo cena ed insieme presero partito di chiamare i Gonfalonieri delle compagnie, i quali innanzi che si potessero avere era già notte. E di presente consultandosi co’ Dodici e con gli Otto della guerra e co’ sindachi delle Arti ch’erano in Palagio a trattare co’ Signori, deliberarono di mandare pe’ Consoli delle Arti; i quali venuti, consigliarono che si facesse venire in piazza le genti dell’armi, e che vi fossero in sul dì; e che i Gonfalonieri andati a casa facessero armare tutti quelli del gonfalone, ognuno il suo, e anch’essi venissero in piazza armati co’ gonfaloni spiegati. E intanto aveano mandato lettere alle leghe e comunanze per il contado, e a’ conti Guidi, nell’Alpe ed in altri luoghi, perchè mandassero con prestezza genti il più che potessero. Parve altresì di mettere Simoncino nelle forze del Capitano, e che fosse tanto martoriato ch’egli dicesse tutto il vero: posto sulla corda, confermò il detto, aggiugnendo che Salvestro dei Medici era capo e guida di questo trattato; e diede i nomi di due suoi compagni che ne sapevano più di lui: questi, pigliati la notte stessa, confermarono di tutto punto la confessione del primo, e che ogni cosa nella città era già in ordine alla esecuzione per la mattina seguente a terza.
Accadde che un Niccolò degli Orivoli essendo in Palagio a racconciare l’orologio, s’accorse ai gridi che Simoncino era tormentato; di che subito se ne andò a casa sua da San Frediano, e armossi e uscì gridando: Levatevi, i Signori fanno carne. Un di Camaldoli cominciò a dare nella campana del Carmine, e la gente di là armatasi conveniva dov’era prima dato l’ordine; in un subito, e di campana in campana, tutta Firenze suonava a stormo. Primi quelli da San Pier Maggiore, poi altra brigata giù per Vacchereccia vennero in piazza, dove erano forse ottanta lance di gente dell’arme discesi a piedi e con le barbute in testa; ma non si mossero, e dicevano: dateci delle vostre insegne e de’ vostri cittadini, ed aiuteremo quando il popolo sia con noi: dei Gonfalonieri nessuno veniva in soccorso dei Signori, com’era ordinato. Ben v’era taluni che sarebbono voluti andare e s’erano mossi; ma Tommaso Strozzi e Giorgio Scali gli rattennero, e ad uno che disse com’egli voleva per sè andare ad ogni modo, gli volsero contro la furia del popolo: due soli più tardi vennero in sulla Piazza con Giovenco della Stufa e Giovanni Cambi; ma nulla poterono. Avevano i Signori la notte mandato per Salvestro dei Medici e dettogli come fosse egli infamato d’essere capo alla congiura; del che Salvestro si scusava, bensì confessando che lo avevano ricercato. Poi quando la gente in Piazza ingrossava, gridando gli fosse renduto Simoncino e gli altri prigioni, sebbene taluno dicesse «Rendiamoli sì ma in due pezzi;» il Gonfaloniere volle che fossero lasciati andare. E quei del Palagio mandarono lo stesso Salvestro e Benedetto degli Alberti, Benedetto di Carlone pianellaio e Calcagnino tavernaio a intendere quello che il minuto popolo si volesse; e vi andò uno anche dei Signori, Guerriante Marignolli. Usciti, viddero che i più ardenti si avevano tolto il Gonfalone dal palazzo dell’Esecutore, e con esso innanzi facevano arsioni e danni e mali, consentendo quelli ch’erano stati mandati fuori ad acquietare il tumulto, ma viepiù lo raccendevano: ed ai Signori venivano e rapportavano, che costoro voleano purgare il peccato delle ammonizioni; ma, fatto un poco, resterebbero.[21] Imperocchè arsero prima la casa del Gonfaloniere Luigi Guicciardini, poi d’un altro Albizzi e di quel Simone Peruzzi che abbiamo noi più volte ricordato, e di ser Piero delle Riformagioni e d’un Ugolino lanaiolo e di due Ridolfi e d’un Castellani e di un Corsini e d’altri; altre disfecero, per non appiccare il fuoco a’ vicini: e poi andarono e misero fuoco al palagio dell’Arte della lana, e ne cacciarono l’ufficiale. Ma perchè pure non si dicesse questa volta che andavano rubando, avevano uomini preposti a badare che ogni cosa fino alle più preziose fosse gettata nel fuoco; e narra lo Stefani avere veduto dare d’una lancia nelle spalle a tale che aveva rubato un pezzo di carne salata e nol voleva gettare. Molti seguivano per paura, siccome avviene, quelli che ardevano; e ciò faceano per non essere arsi, perchè bastava che uno gridasse: A casa il tale, e subito era fatto. Ora ecco uno strano capriccio di popolo: pigliavano cittadini, chi per amore e chi per forza, e gli armavano cavalieri; il popolo aveva diritto a ciò fare, ed era usanza, cerimonia molto solenne nella città: primi Salvestro de’ Medici e Tommaso Strozzi, e Benedetto ed un altro degli Alberti, e gli Otto della guerra e Giorgio Scali ed altri assai, fra tutti sessanta: due ve n’era delle Arti minori, che uno scardassiere e un fornaio. Il popolo vago di novità, correndo qua e là, menava taluni e levavagli a dignità di cavalleria, dei quali prima era stata arsa la casa o ardeva in quel tempo, siccome avvenne al gonfaloniere Guicciardini: chi aveva paura di essere arso mandava in piazza chi gridasse, Facciamolo cavaliere: muovevansi al grido, e andavano per lui e lo portavano di peso: era il più strano viluppo che mai si vedesse.
Speravano molti che nella festa e nell’allegrezza del fare cavalieri il popolo si quietasse, ma non avvenne: e sulla sera più migliaia di gente minuta accampati da San Barnaba mandarono alle Arti perchè venissero ordinati sotto a’ gonfaloni loro a formare certe petizioni da portare alla Signoria. Quelli delle Arti che mossi gli avevano, si cominciavano a pentire, perchè tutti i loro fattori s’eran messi nella turma, e tardi s’avviddero che male avean fatto; chi v’andò e chi vi mandò, per tema i più, e tale gonfalone non era seguito da più di sei uomini. Gli artefici e il popolo a fatica s’accordavano sulla materia delle petizioni; infine convennero che delle due parti ciascuna desse la sua, e insieme armati le presentassero. Avevano anche mandato la notte in Santa Croce per la cassa delle imborsazioni, che la volevano ardere; ma i Signori, questo presentendo, l’avevano trafugata. Sul far del dì venne una piova che tale niuno si ricordava; durò fino a terza e correva le vie: la gente del popolo battuti dall’acqua, che aveano vegghiato, si riposavano e pensavano; allora gli astuti guidatori loro, con la paura dei mali fatti, gli conducevano a far peggio: venuti in Piazza vi rizzarono le forche, dove appiccarono e sbranarono crudelmente ser Nuto Bargello: di lì andati al palagio del Potestà, e combattutolo due ore, l’ebbero a patti; e senza offendere il Potestà, bruciarono tutte le scritture che trovarono in Palagio e i libri e statuti dell’Arte della lana, e della Grascia: poi ne andarono a’ Signori con le petizioni, le quali erano a questo modo. Si contentavano da principio che le arti soggette all’Arte della lana avessero consoli, e questa più non dovesse avere ufficiale forestiero: volevano ora che i pettinatori, scardassieri, vergheggiatori e lavatori ed altri che lavoravano nella lana, e similmente che i tintori, i barbieri, i sarti, i cimatori, i pettinagnoli, i cappellai avessero consoli e tra loro due priori, e che le quattordici Arti che prima avevano due priori ne avessero tre, e così il terzo degli altri uffici di dentro e di fuora. Appresso volevano che si facesse l’estimo delle possessioni e degli averi entro sei mesi; che il Monte non rendesse più interesse, ma solamente il capitale in dodici anni, traendo a sorte i creditori da rimborsare, cosicchè alla fine dei dodici anni i creditori del Monte fossero tutti pagati del capitale che v’era iscritto, venendo a perdere l’interesse. Che non si mettesse più prestanze da indi a sei mesi, e in quelle che poi si mettessero, chi fosse tassato da quattro fiorini in giù, pagasse venti soldi di piccioli, e chi da quattro fiorini in su, mezzo fiorino per ogni fiorino d’oro: il ch’era un principio alla scala o progressione delle imposte, che indi i Medici praticarono. Appresso, che niuno di questi minuti potesse nel tempo di due anni essere condannato per alcun debito da fiorini cinquanta in giù. Che agli ammoniti si togliesse ogni divieto, e loro fosse agevolato l’essere smuniti; che gli sbanditi, eccetto i ribelli, fossero ribanditi, e che si levasse via la pena de’ membri, i condannati pagando la multa senza condizione. Che d’ogni eccesso fatto e commesso dai 18 giugno fino a questo dì non si potesse conoscere per alcun rettore sotto gravissime pene a chi accusasse di queste cose in tempo alcuno, o condannasse. Che a qualunque fossero state arse e atterrate le case in questi rumori passati, fosse privato in perpetuo degli uffici, o almeno per dieci anni (questa era invero bella giustizia, e nuovo titolo di delitto). Che la piazza di Mercato Vecchio non pagasse più di trecento fiorini d’oro l’anno, cioè la descheria dei beccai, e quelli andassero a benefizio di messer Giovanni di Mone biadaiolo che era degli Otto, ed oggi fatto novello cavaliere. Che Guido Bandiera scardassiere, fatto cavaliere novello perchè fu uno de’ primi che levò il rumore ed ora si era portato bene in rubare e ardere, avesse de’ beni de’ rubelli fiorini due mila d’oro. Che messer Salvestro de’ Medici, per potere sostentare sua milizia, avesse le pigioni del Ponte Vecchio, che sono fiorini 600 o più l’anno. Chiedevano per ultimo favori ad altri degli amici loro, bando ai contrari e pene novelle o aggravamento delle antiche.[22]
Quel che importassero tali petizioni, ciascuno sel vede. Avute le quali, subito i Signori fecero radunare i Collegi ed il Consiglio del popolo; ai quali essendo presentate, furono vinte senza alcuna diminuzione o mutazione.[23] I gonfaloni delle Arti e il popolo degli artefici tutti armati erano sulla piazza, le grida andavano fino al cielo; e perchè si penò un poco a radunare il Consiglio, si mossero a furia e andarono oltr’Arno per ardere le case di due de’ Priori; e così avrebbono fatto, se non che innanzi che le affuocassino fu loro venuto a dire che le petizioni erano vinte. Venuta la notte, si ridussero nel palagio del Potestà, quanti ve ne potè capire: già nella sera, quando i fanti dei Signori tornavano da serrare le porte della città, il popolo minuto si fece loro innanzi e tolse le chiavi: il che fecero perchè avevano sentito dire che i Signori facevano venire fanti forestieri in loro soccorso. Il dì seguente, che fu giovedì 22 luglio, suonò la mattina a Consiglio di Comune: i Gonfalonieri delle Arti e il Gonfalone di giustizia ed il popolo minuto vennero in piazza; il rumore tale che nulla s’udiva quando le petizioni si leggevano a’ consiglieri: furono vinte senza indugio, e il Consiglio licenziato. Ma quelli montati allora per questo in maggior furore, gridavano che volevano entrare in Palagio, e che i Signori se ne uscissero. Uno di questi, Guerriante Marignolli, già si era partito d’allato i compagni dicendo voleva scendere giù a guardare che il popolo non entrasse; ma presa la porta, difilato uscì di Palagio. Quando il popolo e le Arti viddero che Guerriante se ne andava a casa, cominciarono a gridare: Scendanne tutti, noi non vogliamo che siano più Signori. Allora venne Tommaso Strozzi nell’Udienza, e disse come Guerriante se n’era ito a casa sua; per questo il popolo e Arti al tutto vogliono che voi altri Signori tutti ve n’andiate a casa. I Signori smarriti deliberarono significare ciò ai Collegi e agli Otto a fine d’intendere la loro volontà. Quivi essendo tutti a cerchio, fu da uno di loro esposto il caso; niuno sapeva pigliare partito, ed i Collegi piangevano, chi si torceva le mani, chi si batteva il viso; gli Otto si mostravano tristi e dolenti: fuori gridavano, che i Signori se ne andassero e gli Otto rimanessero in Palagio, altrimenti che la città andrebbe a fuoco ed a sacco; e che se di subito non ne uscissero, piglierebbono le loro mogli e i loro figliuoli, e in loro presenza gli ucciderebbono: tutte queste minaccie usavano come era loro insegnato dire. Benedetto Alberti, venuto alla Signoria, propose che due del popolo delle Arti venissero su a risiedere come Priori insieme con loro; il che essendo facilmente consentito, egli e Tommaso andarono giù a trattare col popolo; il quale non volle, dicendo: noi abbiamo fatto tante offese a questi Signori, che noi non ci potremo mai più fidare di loro. I Signori guardavano pure che un qualche accordo si facesse, che rimanessero in Palagio con amore e volontà del popolo e delle Arti. Ma gli Otto e i Collegi consigliarono che per manco male se ne andassero: dei Signori due, Alamanno Acciaiuoli e Niccolò del Nero Canacci, dissero che per loro non intendevano eglino uscire, e chi voleva andare se ne andasse; il Gonfaloniere piangeva la moglie ed i figliuoli; gli altri Signori stavano che parevano tutti morti. Non era persona che gli confortasse nè che a loro si profferisse; ed anzi molti di quei che erano giù nella Corte, venivano su e supplicavano se ne andassero: così era abbandonata quella Signoria. La famiglia del Palagio si era nascosta nelle camere degli Otto, ed i fanti venuti a richiesta della Signoria stavanle contro; e già buona parte del popolo minuto era entrato nel Palagio. Il Gonfaloniere, partitosi da’ compagni, se ne andò a Tommaso Strozzi e a lui si raccomandò; Tommaso il prese e trasselo di Palagio e lo menò a casa sua. Gli altri Priori e i Gonfalonieri e i Dodici anch’essi se ne andarono. L’Acciaiuoli e Manetto Davanzati venuti nell’Udienza, come viddero essere quivi soli, si tennero morti; e infine avviatisi anch’essi giù per le scale, fecero dare al Proposto delle Arti le chiavi della porta; la quale fu aperta, e il popolo irruppe ed entrò in Palagio.
A tutti innanzi era un pettinatore di lana chiamato Michele di Lando, e la sua madre vendeva stoviglie;[24] egli in pianelle o scarpette e senza calze, portando in mano il gonfalone. Salite le scale si fermò ritto a mezzo la scala dell’Udienza dei Signori, e qui fu gridato a voce di popolo Gonfaloniere di giustizia: rispose voleva; e volle, e tosto pigliò animo dal magistrato, con grande ardire e intendimento, essendo quel giorno egli solo come signore della città, e tenne il Palagio, e scrisse lettere e comandamenti. Il seguente dì fatto suonare a pubblico Parlamento, fu in piazza confermato Gonfaloniere fino a tutto agosto, e data balía a lui ed agli Otto ed ai sindachi delle Arti, quanta ne avesse tutto il popolo, di riformare la città e di fare nuovi Priori e i dodici Buonuomini e i Gonfalonieri delle compagnie. I quali essendo messi in ufficio con le solennità consuete, insieme agli altri della Balía ed a Salvestro de’ Medici e a Benedetto degli Alberti, crearono subito tre nuove arti e consolati, la prima de’ sarti, farsettai e cimatori e barbieri, la seconda de’ cardatori e tintori, la terza dei Ciompi o popolo minuto; il che fu segno ad altri mestieri, che erano sudditi delle principali Arti, di levarsi contro a’ maggiori loro, e ai discepoli contro ai maestri; che fu cagione di fieri scandali. Aveano da prima, col consiglio di ambasciatori venuti da Perugia e da Bologna, voluto alle Arti maggiori mantenere la preminenza; ma di ciò il popolo non si contentava: e quindi provviddero che la Signoria fosse divisa per terzo sì che nel priorato fossero tre delle Arti maggiori, tre delle minori, tre delle nuove Arti aggiunte, avendo ognuno di questi tre ordini alla sua volta il Gonfaloniere della giustizia. Credevansi gli Otto rimasti in Palagio d’aver essi la balía di fare ogni cosa, e che potessono eleggere i Signori a mano; tanto che avevano già mandato a dire a messer Giorgio Scali ch’egli era fatto de’ Priori e che venisse in Palagio: ma quando il popolo l’udì nominare, disse non lo voleano, e che voleano essere Signori loro: egli si tornò a casa.[25] La plebe che aveva il suo Michele di Lando, poteva far senza il nobile Giorgio Scali; nè fu bastevole questo disinganno all’ambizione di Giorgio, che ebbe indi a porvi anche la vita. Costui d’antica famiglia de’ grandi, ma fatto di popolo, fu di sottile ingegno e di gran vedere, ardito e molto intramettente nelle cose dello Stato; ammonito l’anno 1375, la città se ne turbò. Egli, quand’era Gonfaloniere l’anno 1374, aveva posta una legge per la quale i grandi non potessero avere tenuta o possessione che avesse fedeli e vassalli, ma che fossero costretti di farne vendita al Comune dentro certo tempo: la quale legge fu rivocata.[26]
Correva frattanto il mese d’agosto, a fine del quale doveasi eleggere nuova Signoria da cominciare al tempo usato. Per questa fecersi gli squittinii; ai quali intervennero, oltre ai già detti, i Dieci di libertà ed i nuovi Capitani della parte e gli Otto della Mercanzia, di questi essendosi accresciuto il numero, sì che ne fossero sempre due delle Arti minori: ma in quello squittinio prevalsero le Arti di nuovo aggiunte ed il popolo minuto, gli altri tenendosi in disparte per tema o disdegno, o a bello studio allontanati. Gli Otto frattanto e i sindachi delle Arti, e gli altri che avevano in mano lo Stato si cercavano perpetuarlo, e a sè arrogavano preminenza del portare armi, ed onori, e salari ed uffici dentro e fuori, tra loro stretti in consorteria fin da principio di quei tumulti,[27] e volendo che nessuna riformagione valesse, se prima non fosse dai sindaci deliberata. Il povero popolo era arrabbiato di fame, perchè le botteghe quasi stavano serrate, e se stavan aperte non lavoravano; onde a chetarlo si prese modo di dare uno staio di grano per bocca a chi ne volesse, e si diedero a far venire biade in città: posero prestanze ai cittadini di quaranta mila fiorini, poi di venticinque mila, com’era voluto nelle petizioni di sopra esposte; levarono l’interesse ai capitali del Monte, e che d’ora in poi nessun Monte si facesse, ma che si facesse un estimo a tutti i cittadini; mandarono uomini pel contado a confortare i contadini, ad essi scemando le stime il terzo, e ne assoldarono dalle tre miglia in qua. Confinarono per le città d’Italia trentuno dei capi del vecchio Stato; ch’era vendetta e sicurezza, ed era anche modo di far danari da compire le prestanze, per le multe che ogni tratto i confinati pagavano, costretti ogni dì presentarsi all’ufficiale della terra dove risiedevano: per il che erano di continuo trovati in fallo e condannati.[28]
Più altre provvisioni si fecero tutto quel mese di agosto: prima ordinarono mille balestrieri per la difesa della città; se nascesse qualche rumore, vietarono mostrarvisi in arme e persino lo sparlare contro allo Stato e contro al popolo minuto: si adoperarono a recuperare ovunque i danari del Comune o le poste debite, rimettendo però le penali, e a tenere la città provvista; concessero agli antichi sbanditi qualche giorno di stare in città e farsi togliere il bando: le signorie private di luoghi forti nel contado sottoposero alla ubbidienza del Comune: cercavano insomma quella violenza di cose comporre a stato fermo e regolare sotto a nuove leggi, per fare andare come la forza anche il diritto in mano al popolo degli artefici.[29]
Quello che impedisce cotesti governi popolari, è il non potergli fare tanto larghi che sempre non sieno monchi e imperfetti: popolo siamo noi tutti, ma pure in ogni popolo vi è una parte il cui diritto consiste nell’essere quanto è possibile governata bene, perchè se vi ponga le mani da sè, costretta accorgersi di non saper fare altro che male, si spinge innanzi in quello che sa, ch’è la sola opera del disfare. Non era in Firenze via da contentare i più feroci e infatuati: radunatisi di loro circa due mila in San Marco nei giorni ultimi d’agosto, vennero alla Piazza de’ Signori, e con essi alcuni d’ogni Arte co’ gonfaloni loro, quali appiccarono alla ringhiera, eccetto quello del minuto popolo che sempre era portato attorno. La turba empieva tutta la Piazza e la ringhiera de’ Signori, sopra la quale si affaccendava a scrivere petizioni, ch’erano leggi da presentare immantinente alla Signoria. L’uno diceva al giovine del notaro: Scrivi, Gasparre, io voglio così; l’altro gli ponea la spada alla gola e stracciava la scritta, e ponevangli un foglio in mano e diceva: Scrivi; e l’altro vi fregava su le dita e diceva: Vuole star così. Chi domandava che i libri del Monte si ardessono; chi gridava «Viva il popolo!» e chi «Siano morti i sindachi!» ed il rumore ed il parlare loro parea un inferno:[30] così ne uscirono certe leggi, le quali furono il giorno dopo vinte ne’ Collegi. Contenevano, che i sindachi delle Arti (autori primi di quel rivolgimento) fossero cassi e tolta loro ogni provvisione; che niun cavaliere (e pure i novellamente fatti) fossero abili agli uffici; che a Salvestro dei Medici fossero tolte le botteghe del Ponte Vecchio, ed a Giovanni di Mone la Piazza di Mercato; che di maleficio fatto insino a quel dì non si conoscesse, nè di potere essere costretti per alcun debito, tanti anni, nè in persona nè in avere.
In tale scompiglio e a questo levarsi dell’ultima plebe avrebbero avuto bel gioco e comoda occasione gli antichi grandi; e convien dire fossero discesi a estrema bassezza, poichè nessun moto si trova facessero a loro pro; dove se ne tragga il fatto oscuro di un solo, che fu Luca de’ Firidolfi da Panzane, del ceppo dal quale si erano divisi quelli da Ricasoli. Costui narra di sè stesso, come egli cercasse pertinacemente la vendetta contro uno de’ Gherardini che gli aveva ucciso un parente, e poi la compiesse per via di un assalto al campanile della chiesa di Santa Margherita a Montici, dove lungamente si era difeso il misero Gherardini. Bene cotesto Luca dovette essere dei più malvagi ed avventati; e come colui che adoperato dalla Repubblica in cose di guerra aveva ottenuto essere fatto di popolo e cavaliere, stava sulla Piazza seguito da quasi tutti gli sbanditi ribanditi; quivi si fece tôrre la cavalleria che aveva dapprima, tagliare li sproni, e rifare cavaliere del minuto popolo che da lui, come anche nelle scritture pubbliche, si trova chiamato Popolo di Dio, ed alle volte Popolo Santo.[31] Poi liberarono due prigioni di recente fatti e gli menarono a baciare sulla piazza l’insegna dell’Agnolo; dicendo all’uno «ringrazia Dio ed il popolo di Dio che t’ha liberato,» e che facesse fare una bottega d’arte di lana di fiorini tremila: disse farla di sei mila, e tutti a grido: «questi è buon uomo, però volevangli fare male.» Condusse a casa tutta la ciurma, ed aprì la cella e gli fece bere, che il caldo era grande; egli entrò in casa e dietro se ne uscì, che a lui parve mill’anni. Poi Luca ne andò con tutta la ciurma al palagio della Parte, e volle tôrre il gonfalone; ma quando al popolo ch’era sulla piazza fu ciò rapportato, nacque rumore che s’egli avesse levato su altro gonfalone, il loro Agnolo non sarebbe nulla, e che à loro non dovea bisognare gonfalone de’ Guelfi, chè ’l popolo era tutto guelfo. Gridarono: s’egli ce lo reca, sia tagliato a pezzi. I suoi, lasciando Luca, ne andarono sulla piazza; ed egli co’ suoi novelli sproni dorati si dileguò; chè se lo trovavano, male sarebbe egli capitato.
La sera andarono a Santa Maria Novella e chiesero quivi luogo dove stare; fu loro assegnata la grande Cappella nel secondo chiostro. Rimasti la notte, dissero al Priore desse loro certi buoni frati che avessero a consolarli per l’anima e per il corpo: rispose il Priore, che non aveva frati da ciò, se eglino dapprima non consolassero sè medesimi; ed altre buone parole. Le quali udite, si strinsero insieme, e chiesero a lui frati onesti e di buona vita, che gli ammaestrassero ed insegnassero fare cose utili e buone. Alcuni n’ebbero, e praticando co’ frati dei modi, l’uno diceva, l’altro si levava, l’altro interrompeva; e, secondo disse chi fu ad intenderli, «peggio era che la zolfa degli Armeni.» In questo cercare pietosi conforti, pochi erano gli ipocriti: i molti credevano col vendicare le ingiustizie usare un diritto; a loro dicevano essere negate le giuste mercedi, e grossi guadagni dati a quei pochi fortunati che pure ambivano di chiamarsi popolo. Nelle arti è viva sempre la guerra pei salari, e quindi viziato in sè medesimo un governo fondato sulle arti. Marchionne Stefani, sebbene tenesse parte popolare, aggrava i Ciompi, mostrando credere a chi disse: volere essi correre la terra, rubarla e uccidere tutti i vecchi e buoni uomini, e tôrsi la roba loro; quindi murate e steccate le bocche delle vie, ridurre la città a piccolo compreso, ed ivi farsi forti, poi vendere la città; chi disse al Marchese di Ferrara, e chi ad un Bartolommeo Smeducci da Sanseverino, il quale trovavasi allora in Firenze per cose di guerra; essi con la roba andarsene a Siena.[32] Nè forse mancarono di tali disegni in taluno dei più tristi. Ma nell’effetto (come apparve anche dal processo che loro poi si fece addosso) era solo questo: aveano creati già prima otto ufficiali loro, due per Quartiere, chiamati gli Otto di Balía di Santa Maria Novella, con mero e misto impero; e sedici altri pure del popolo minuto, ogni Gonfalone uno, i quali fossero il Consiglio loro. Questi ed altri che si eleggessero successivamente di priorato in priorato, volevano stessero in Palagio, e niuna cosa che toccasse alla città, senza di loro potesse farsi; e quando fosse deliberata da essi oltre che dai Priori, potesse andare ai Collegi ed ai Consigli. Pensarono altri provvedimenti di questa sorta, nei quali non era altro vizio se non quello di rendere al tutto impraticabile il governo, e guerra mettere nel Palagio.
Aveano gli Otto mandato ad ogni Arte inviassero loro due consoli o artefici, co’ quali voleano trattare del modo del reggimento della città. Ai quali poi fecero alcune proposte, non in forma di consiglio, ma dicendo: così ci pare e vogliamo; e quelli uditele, si ritrassero. Sentendo poi gli Otto suonare a Consiglio, vennero alla piazza con grande moltitudine di popolo minuto in arme, e con gran rumore dicendo: noi vogliamo sapere chi è tratto de’ Priori. Qualunque era tratto, si mandava a domandare se piaceva loro o no; e quelli gridare: straccia, straccia; ovvero: buono, buono. Feciono stracciare cui loro parve, e però la tratta si penò a fare sino a sera. Volle anche il popolo ammonire, serbando pur sempre le antiche forme della Repubblica; ma questo modo così tirannico del fare la tratta dispiacque eziandio a qualunque del popolo minuto che avesse sentimento. Dipoi mandarono gli Otto in Palagio certe petizioni, con ordine ai Priori di tosto riceverle, e sonare a Parlamento perchè venissero confermate: risposero questi, che il mercoledì, primo settembre, dovendosi fare Parlamento per l’entrata de’ nuovi Priori confermerebbero ogni loro ordine compiutamente; e fatto venire il frate col messale, giurarono. Tra gli altri ordini era questo: che potessero i consoli delle Arti co’ loro consigli privare degli uffici del Comune chiunque volessero; ed è da notare che nei consolati e nei consigli delle Arti quasi non erano che discepoli, essendo i maestri tolti via quando furono arse e rinnovate le borse. Vi era di mezzo altra circostanza che più toccava nel vivo; questa cioè, che gli uomini della Balía passata si avevano fatto assegnare doni e onorificenze, chi l’una cosa chi l’altra: Michele di Lando, la potesteria di Barberino e cento fiorini per un cavallo e pennone e targa. Si trova[33] che avesse Michele mandato a praticare con loro perchè gli lasciassero o i doni o l’ufficio, e che infine si arrecasse al solo pennone, così promettendo fare ogni cosa a modo loro. Mi duole ciò fosse di lui creduto; ma non poteva egli oramai più stare a bottega di scardassiere, ed era la chiesta di una tra le potesterie minori, piccola cosa; ed il porre innanzi gli onori al guadagno è prova d’animo dignitoso. Egli con l’avere fermato l’impeto popolare e ricondotta la quiete in città, ardito nei fatti, grazioso ne’ modi, avea gran seguito e favore presso ad ogni maniera di gente. La mattina dell’ultimo dì d’agosto gli Otto di Santa Maria Novella mandarono in Palagio due di loro, e tosto fecero rassegnare innanzi a sè i Priori nuovi e vecchi, perchè giurassero; e se al primo cenno non rispondevano, subito «ove sei?» con tanta arroganza che parevano Signori. Allora Michele, ricordandosi ch’egli era Gonfaloniere da usare le mani, andò a pigliare una spada, e con quella gridando raggiunse uno degli Otto e gli diede in sulla testa, poi lo inseguì giù per la scala dandogli sempre; e questi nel cadere trovò un frate di quei del Palagio, che saliva recando del vino, cosicchè all’urto il povero frate andò col capo all’indietro e morì. Michele percosse l’altro degli Otto con lo stocco, i due rincorrendo fino ad una sala, che si chiamava dei Grandi; appena lo poterono raffrenare che non gli uccidesse; i due furono presi e custoditi in Palagio sotto alla scala.
Intanto la piazza s’empiva di gente. Aveva dapprima invaso il terrore gli animi de’ mercatanti; chi si fuggiva in contado, chi nelle castella o città vicine, sgombrando le robe: se non che i Signori la notte aveano dato ordine che la mattina seguente le Arti traessero in arme alla piazza co’ gonfaloni loro, e fatto venire fanti dal contado e richiamato i fuggenti. Benedetto Alberti stava co’ Signori, e Giorgio Scali aveva la guardia della torre del Palagio; Salvestro dei Medici non trovo allora che si mostrasse. Ma già suonavano le campane di quelle parrocchie dove abitavano i Ciompi che ultimamente si raccolsero a San Frediano. E la campana dei Signori suonava a martello, chiamando le Arti che già traevano alla piazza. Michele di Lando uscito in questo dal Palagio montò a cavallo, avendo seco Benedetto da Carlona pianellaio; e dalla Piazza con molto seguito, e facendosi portare innanzi il Gonfalone della giustizia, andò a Santa Maria Novella, dov’egli credeva trovare i Ciompi: questi con la loro insegna dell’Agnolo erano intanto venuti in Piazza ed assediavano il Palagio, mentre da più lati giugnevano le Arti, e già tenevano le bocche di tutte le vie. Allora soppraggiunse Michele di Lando, che aveva percorsa gran parte della città gridando: «Vivano le Arti e il Popolo, e muoiano i traditori che volevano recare a Signore il reggimento della città.» Tornava alla Piazza con molta più gente che non si partì. Allora i Signori mandarono a dire a tutte le Arti dessero le insegne, chè le voleano in sul Palagio: le Arti, come fu ordinato, subito le mandarono; ed i Priori le misero onoratamente alle finestre della Sala del Consiglio: negarono i Ciompi dare quella dell’Agnolo; e mentre i Signori con la loro gente cercavano torla, s’appiccò zuffa; dalle finestre gettavano pietre addosso ai Ciompi ch’erano sulla ringhiera, l’urto del popolo gli premeva; questi allora cominciarono ad arretrarsi per la via de’ Magalotti, dove sopraggiunti da un’altra compagnia che gli feriva di costa, andarono in rotta: pochi ne morirono, a chi non si difese non fu detto nulla. La sera e la notte le Arti vittoriose andavano per Camaldoli e per i borghi della città; ma i Ciompi s’erano dileguati chi per le case, chi nel contado, e chi per Arno usciti fuori nei campi. I pochi e deboli alle volte fanno breve sorpresa ad una città, perchè la stessa miseria loro incute negli altri qualche rispetto; guardagli in faccia e’ si dispergono, frustrati ancora delle giustizie per cui levaronsi da principio.
La mattina del primo settembre i nuovi Signori presero l’ufficio senza le solennità usate, ma con la guardia delle sedici Compagnie, ch’erano in Piazza grande brigata, e di cento lance di gente d’arme che allora erano in Firenze. Michele di Lando non volle uscire alla ringhiera nel consueto luogo, ma nella Sala d’udienza diede il Gonfalone in mano al nuovo eletto ch’era dei Ciompi; ed egli co’ suoi compagni andarono a casa privatamente: ebbe Michele l’onorificenza del pennone e della targa ed a lui fu confermata la potesteria che gli era assegnata, e i doni e gli uffici a qualcun altro de’ suoi[34] che avesse dato mano alla vittoria contro alla setta di quei di Santa Maria Novella. Ma i nuovi Signori la stessa mattina assieme ai Collegi ed alle Capitudini delle Arti, e al grido di quelli ch’erano in piazza, deliberarono: che l’Arte dei Ciompi, ultima aggiunta, fosse abolita; che il Gonfaloniere e un altro Priore i quali erano del minuto popolo, chiamati uno il Tira l’altro il Baroccio, fossero cassi; che rimanessero le due altre Arti di nuovo create, sicchè le minori fossero sedici, rimanendo le maggiori sette; che dei Priori fossero quattro delle maggiori Arti e cinque delle minori, le quali avessero nella stessa proporzione la maggioranza nei Collegi, e che dei due ordini ciascuno avesse alternamente il Gonfaloniere. Poi consigliatisi con alcuni savi e discreti cittadini a questo effetto richiesti in Palagio, annullarono le esenzioni del portare armi ed il respiro di due anni dato ai debiti sotto una certa data somma; renderono a favore dei creditori del Monte il pagamento dell’interesse, dal che i danari del Monte i quali valevano tredici per centinaio, salirono in pochi giorni a ventiquattro. Fecero eletta di sessantaquattro ufficiali a fare l’estimo degli averi di ciascun cittadino; rinnovarono la taglia di mille fiorini posta a Lapo da Castiglionchio, chi lo desse morto o vivo; conservarono a Salvestro de’ Medici l’entrata sulle botteghe del Ponte Vecchio, ed a Giovanni di Mone quella del Mercato. Crearono Otto per la guardia della città, ma senza balía, e che esercitassero la vigilanza su’ forestieri. Riformarono il Consiglio del popolo in quaranta cittadini per quartiere, e in simile numero il Consiglio del Comune, con più dieci grandi per ogni Quartiere; con che in ciascuno dei Consigli le Arti maggiori e le minori avessero parte eguale. Ordinarono che in avvenire i Capitani di parte guelfa fossero undici, due magnati, quattro delle Arti maggiori, e cinque delle minori, dividendosi con la stessa proporzione gli uffici e collegi e consigli della Parte.[35] Annullarono le cavallerie date in mezzo al tumulto; ma resero il grado nell’usato modo a trentun cittadini per lo più delle maggiori case, i quali prestarono il solito giuramento,[36] e cavalcarono per la terra con popolare solennità. Sostituirono al Gonfaloniere levato d’ufficio un rigattiere, e Giorgio Scali entrò nel numero dei Priori. Resero alle Arti i gonfaloni che per sospetto si tenevano appiccati alle finestre del Palagio, e le Arti vennero e se li portarono con grande festa ed allegrezza. Gli Otto che avevano governata la guerra col Papa lasciarono alla fine, dopo tre anni, l’ufficio. I due di quelli altri Otto di Santa Maria Novella, che furono presi poichè Michele di Lando gli ebbe feriti, andarono a morte per sentenza pronunciata contro gli autori dell’ultima sedizione; dei quali furono condannati nella persona e negli averi una trentina ch’erano contumaci. Coteste giustizie facevansi in nome d’un governo d’artigiani: il popolo, come in Firenze natural signore, non volle sapere di feccia plebea; ed io non so quale altro popolo al pari di questo valesse a reggere sè medesimo, qualora avesse trovato forme a ciò adatte, e fosse stata vera e sincera l’egualità su cui fondavasi la Repubblica.[37]
Capitolo II. GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA NELLE MAGGIORI. RACQUISTO D’AREZZO. [AN. 1378-1387.]
Ma era impossibile ad uno Stato di troppi ed improvvidi e ciascuno bisognoso, mantenere la fiducia di sè medesimo ch’è principio come di forza, di libertà cui fanno guerra fiera e continua le paure: quanti più sieno i partecipi, tanti più sorgono gli avversari. Accade sovente nelle intestine divisioni, che mentre a una parte di quei che furono vincitori non sembra d’avere mai fatto abbastanza per la oppressione dei contrarii, ad altri il fatto riesca troppo e sieno pronti a rinunziare, per desiderio della pace, alla vittoria conseguita; perchè alla fine tutti abbiamo bisogno di tutti, e questo che spesso diventa lievito di discordia nelle umane società, è pure vincolo che non si disfacciano. Qui era un popolo di artefici, ed i mestieri più penuriosi facevano guerra alle officine che gli adoprano, e al capitale, strumento primo alla produzione del lavoro, ed ai commerci che lo alimentano; così i braccianti, per ottenere a forza mercedi più eque, veniano a perdere il lavoro. Oltre ai mercanti fatti ribelli e a quelli che aveano per arte o paura cessato le industrie e a quelli che dentro contrariavano lo Stato, aveva il popolo degli artefici respinto da sè anche una parte di sè medesimo; e i più forti per audacia, ribelli anch’essi, ora si accostavano a quelli che innanzi avean chiamato tiranni loro e facean causa con gli spossessati. Nei primi tempi della Repubblica le Arti maggiori facilmente dominavano con la potenza e col senno il nuovo popolo che sorgeva, ma tuttavia disciplinato dall’antica suggezione; ora ambe le parti, fatte procaci ed intemperanti ciascuna per sè, non avean modo a ricomporsi. Nel breve governo delle Arti minori vedremo continue da una parte le congiure, dall’altra i sospetti, le esorbitanze, ed il sangue versato a spegnere i sospetti; nei quali conati vedremo la vita di questo popolo consumarsi, imperocchè il popolo quando una volta abbia assaggiato il governarsi tutto da sè, riesce più agevole a lasciarsi governare, quasi egli sia fatto a somiglianza di certe piante le quali come hanno portato il fiore periscono: ma benchè il popolo qui perdesse la vita politica, Firenze fu sempre città popolana sotto ogni forma di reggimento.
Nei primi anni, quando ebbe avuto più fermo assetto questa Repubblica, ci occorse notare come al promuovere la potenza, al fare le imprese e a tutto insomma il governo dello Stato, sembrasse tutta partecipare la comunanza dei cittadini, essendo tra molti divisa l’autorità, nè per il corso di molti anni alcun nome ricordandosi che sopra agli altri si elevasse. Ma col procedere dei tempi troviamo il contrario, e già cominciano pochi nomi a farsi innanzi e a tirare quasi dietro sè tutta la narrazione, ch’è primo indizio al disfacimento, quando anche lento, delle repubbliche. Avea bisogno la moltitudine di capi esperti che la guidassero, e gli ambiziosi di lei facevano strumento abile ai disegni loro. Conducevano lo Stato coloro medesimi ch’aveano condotta e preparata la mutazione; Giorgio Scali che fra tutti ebbe più audaci pensieri, Tommaso Strozzi della famiglia stessa ond’era Carlo che fu tra’ sommi sul magistrato di Parte guelfa, Benedetto degli Alberti che fra tutti era il più veramente popolare; e accanto ad essi alcuni altri sorti di plebe, e posti in alto dai moti recenti, per indi sparire senza ricordo nelle istorie. Salvestro de’ Medici, quale se ne fosse la cagione, figurò poco nel nuovo Stato; Michele di Lando, o fosse in lui necessità o senno, rimase in disparte: ma quegli antichi Otto che aveano fatto la guerra col Papa e avuta gran mano nel sovvertimento dello Stato, rimasero quindi a parte di esso e n’ebbero beneficii: uno di loro, Andrea Salviati, fu il secondo Gonfaloniere dopo Michele di Lando; allora la volta del supremo magistrato dovendo tornare alle Arti maggiori, secondo gli ordini nuovamente posti.
Furono quegli anni senza guerra fuori, ma le congiure dentro lo Stato mai non cessavano, gli sbanditi essendo uomini dei più facoltosi e di maggiore autorità, che non tenevano il confine; ma forti ancora delle aderenze le quali avevano per l’Italia, di continuo praticavano tornare in patria nell’antico grado, ed ogni giorno se lo credevano: v’erano i Ciompi, rimasti fuori, che aizzavano quei di dentro. Già nei primi mesi, avuto sentore di certe pratiche o congiure, altri settantasei cittadini ebbero bando, e a due fu tagliato il capo. Molti più erano gli indiziati; ma per non fare troppo gran fascio, il processo fu abbuiato; e i nuovi Signori attesero invece a riunire la città per via di nuove imborsazioni, rendendo più eguale fra tutte le Arti la distribuzione degli ufficii, e per le inferiori o Arti più minute scemando il numero degli imborsati; massimamente togliendo via quei molti fattori o discepoli o compagni, che prima tenevano il luogo dei maestri, e dove stava il maggior male. Cercarono anche di rinnovare le antiche leggi contro a’ forestieri, facendo che niuno il quale non fosse della città o del contado avesse ufficii; ma era legge odiosa troppo, che parve come un ammonire, e andò a terra con poco effetto. Nè la concordia fu durevole, e poco dipoi venne scoperta un’altra congiura, per la quale furono decapitati sette cittadini, altri essendosi posti in salvo; tra’ quali uno Strozzi ch’era Priore di San Lorenzo, e quel Guerriante Marignolli che noi vedemmo, quando era della Signoria, male tenere il grado suo. Venne la volta poi di Giannozzo Sacchetti, fratello al Novelliere, ed egli medesimo autore di laudi e d’altre pie composizioni; onde fu chi tenne con plausibili argomenti falsa l’accusa per cui Giannozzo perdè la vita.[38]
Era disceso in Italia dall’Ungheria Carlo di Durazzo di Casa d’Angiò a cacciare la regina Giovanna di Napoli: appena era egli giunto in Padova, si misero attorno a lui con Lapo da Castiglionchio i fuorusciti; ed al Re pareva meglio potersi assicurare dei Fiorentini, se la Repubblica tornasse in mano dei vecchi amici di parte guelfa, usi al governo e di più credito nelle Corti. Troviamo essere in quegli anni dalla popolare diffidenza aggiunti nelle ambascerie ai chiari uomini bassi artefici; mistura da essere gradita poco a quei Principi ai quali andavano: per queste cose avevano favore appresso a Carlo i fuorusciti. Intanto i Ciompi fuggiti a Siena ed a Bologna s’intendevano con quei di dentro: era in Firenze grande bisbiglio e avvisi di trame che s’ordissero dentro e fuori; scriveano pei canti i nomi sospetti; chi accusava i magistrati di connivenza, chi voler far morire gente per nimicizie private, chi l’una cosa e chi l’altra. E già una mano di sbanditi da Siena pel Chianti aveano tentato di sorprendere Figline. Furono creati nuovi Otto di guardia, tra’ quali troviamo Michele di Lando stovigliaio (il mestiere della madre); e guardia si faceva molto diligente nella città e nei dintorni; dove sulla fine del 1379, senza averne prima sospetto, trovarono Piero degli Albizzi; intantochè altri ribelli di minor nota ma che erano stati dei maggiori della città, in altri luoghi furono presi, e tosto dati al Capitano che gli condannasse. Negava questi; essendo allora coscienza dei giudici non proferire condanne senza la confessione dell’accusato, ma poi tenere per buona quella che fosse cavata di bocca per forza di prolungati tormenti. Intorno al Palagio tumultuava la moltitudine, e la città era sotto l’arme; Benedetto degli Alberti salì al Capitano, e disse che il popolo voleva la morte dei prigionieri. Allora Piero, con forte animo volto ai compagni, mostrò il pericolo che ne anderebbe alle famiglie loro, e che essi in niun modo non camperebbero ma sarieno tagliati a pezzi come cani: mandarono al Giudice dicesse loro quel che dovessero confessare, e ch’erano presti. Quegli rispose che ne lasciava il pensiero a loro: deliberati morire, lo pregarono onestasse la condannagione il più che potesse, e confessarono chi una cosa e chi l’altra; tantochè il Capitano diede loro (come dicevano) il comandamento dell’anima; e cinque ch’erano stati dei primarii cittadini di Firenze, tra’ quali Bartolo Siminetti e uno Strozzi, e con essi altri di oscuro nome, perirono insieme a Piero degli Albizzi. Di lui si narra che facendo egli pochi anni prima un grande convito, gli fu presentata una scatola di confetti sotto ai quali era nascosto un chiodo; fu interpretato che dovesse conficcare la ruota della fortuna, della quale era egli sul colmo. Ed un altro cittadino di molta stima e non ignoto ai nostri lettori, perdeva la vita nei giorni medesimi: questi fu Donato Barbadori che, solito andare nelle maggiori ambascerie, stava in Padova appresso a Carlo, dov’ebbe accusa d’avere cenato con gli sbanditi; il che bastò perchè gli fosse tagliato il capo. Continuarono però sempre le trame, o vere o sospettate, e ne seguirono altre morti.[39]
A questi tempi un fatto nuovo s’era in Italia manifestato. Le Compagnie d’oltramontani, che a noi recarono tanti mali, già si andavano consumando, senza che altre sopravvenissero; e noi vedemmo Compagnie minori di gente nostrale vaganti ai soldi delle città; quando un gentiluomo lombardo, Alberico da Barbiano dipoi Conte di Belgioioso, ne formava una che sotto nome di Compagnia di San Giorgio divenne celebre, e fu educatrice prima delle armi Italiane, tali quali erano a quel tempo. Del resto, quei nuovi condottieri di milizie anch’essi non ebbero nè fede nè patria che le armi loro giustificassero, non erano meno rapaci e crudeli di quel che fossero gli stranieri, e qual pro ne avesse l’Italia non so; quel che a lei fecero noi vedremo. Nella primavera del 1380 la Compagnia di San Giorgio era venuta su quel di Siena, dove si erano riparati in grande numero fuorusciti delle principali case di Firenze, e molti dei Ciompi che ivi erano iti a lavorare, Siena reggendosi in quelli anni a governo popolare. Costoro persuasero agevolmente la Compagnia, che non aveva che fare, a muovere contro allo Stato di Firenze: discese pertanto nella Val di Pesa; ma poichè in Firenze non avvenne alcun movimento come gli usciti speravano, passò in Val d’Elsa, e indi sulle terre dei Pisani e dei Lucchesi, pure aspettando buona occasione: ma poi che udirono che in Firenze aveano chiamato Giovanni Aguto, ed i Capitani della Parte si profferivano di condurre genti d’arme a loro spese; la Compagnia per Maremma si condusse a Roma. Ivi papa Urbano aveva sollecitato Carlo di Durazzo perchè scendesse contro alla regina Giovanna, che molto favoriva l’Antipapa; e Carlo essendo venuto a Rimini e di là in Toscana, ebbe Arezzo in signoria per fatto d’alcune possenti famiglie; dove mentre egli dimorava, i Fiorentini gli mandarono ambasciatori; uno dei quali, Giovanni di Mone, quel popolano che noi vedemmo salito essere molto in alto, fu ivi ucciso dai fuorusciti. Al che essendosi la città commossa, crearono nuovi Otto di guerra, e con modo insolito ma già usato dai Veneziani, altri Otto per la pace; i quali avendo mandati nuovi ambasciatori, fu stretto accordo pel quale il Re si obbligava non offendere in modo alcuno i Fiorentini; e questi dal canto loro promettevano non dare aiuto alla Regina, e imprestare a Carlo quaranta mila fiorini, da scontare sugli ultimi pagamenti dovuti ad Urbano per la conclusione della pace. Dopo di che Carlo di Durazzo entrò nel Reame e n’ebbe la possessione, avendo rinchiusa in carcere la Regina e il tedesco marito suo.
Ora tornando alle interne cose, mi piacerebbe che tutto il vivere di questa città in quelli anni di predominio delle Arti potesse scorgersi a minuto, perchè da un popolo come questo si avrebbe tale insegnamento che raro incontrasi nelle storie. A riconquistare i diritti loro, si ponean sopra al diritto altrui; e nel correggere le ingiustizie e porre un freno alle violenze, violenti erano ed ingiusti. Al che si aggiungano i viluppi delle private passioni, e più aguzzate le cupidigie mentre col sovvertimento delle industrie era cresciuta la povertà; e a trovare ordine che soddisfacesse, conati ognora più impotenti e più eccessivi ed irragionevoli. Era un continuo ingerirsi delle Arti minori nelle cose del Palagio a esercitarvi un sindacato, quanto più incerto di sè medesimo, tanto più ingiusto e diffidente. Nè bastava loro l’andare in Palagio a imporre le leggi, che ci volevan anche desinare: contro di che fu ordinato che niuno potesse desinare co’ Priori, se non ne avesse licenza per partito vinto di sei fave nere. Sebbene fossero più di mille allo squittinio per la Signoria (che prima erano soli trecento), e che attorno ai magistrati fossero sempre dei popolani, qualunque volta uscisse un nome che agli artefici non soddisfacesse, o pretendevano si stracciasse, o facean prove di nuovi ordini pe’ quali credessero chiudere ogni adito ai nemici loro, e a sè pigliare tutto lo Stato. Al che ottenere per vie pacifiche frequenti erano le consultazioni; parve qualcosa avere fatto quando venti popolani di chiare famiglie furono messi tra’ grandi, e trentanove privati d’ufficio, intantochè venti ch’erano tra’ grandi vennero ammessi dentro al popolo. Contro ai ribelli atroci leggi, gli odii essendo inveleniti più che mai sempre dai sospetti; voleano tôrre loro i beni e farli andare in altre mani per creare loro addosso nuovi nemici: con questo fine avevano formata una balía d’Otto ufficiali a fare le vendite, designando essi i compratori e a ciò forzandoli quando non volessero: agli stessi Otto era imposta multa se dall’ufficio si ritraessero. Da quelle vendite decretarono che dieci mila fiorini fossero tolti ed assegnati a promuovere la uccisione dei ribelli in ogni forma e via e modo che agli Otto paresse, intantochè erano posti nuovi rigori contro a chi osasse di richiamarli. Gli ammoniti erano dei più accesi, e molto potevano tuttavia sempre in quello Stato, risuscitando essi le passioni che prima s’erano eccitate quando fu guerra contro alla Chiesa; alla quale perchè era promesso di restituire i beni venduti, trovarono modo a compensare i compratori togliendo ai Cherici le prestazioni ad essi dovute per vari titoli dallo Stato,[40] e privarono del beneficio di riavere le possessioni quelli ecclesiastici che negassero ai compratori i sacramenti. Anche cercavano leggi nuove a ordinare le gravezze, cosicchè i poveri se ne vantaggiassero; ma in quanto ai modi non s’intendevano, ciascuno volendo tirare l’acqua al suo mulino, come si legge in Marchionne Stefani, ch’ebbe le mani in quello Stato, e anch’egli aveva il mulino suo. Posero ancora gravezze nuove, che tosto furono abolite; il nuovo estimo era fatto, e mai non ebbe esecuzione: ridussero il Monte a quel solo capitale che fu sborsato dai creditori, togliendo a questi il beneficio d’essere iscritti per due o tre volte quel ch’era pagato, e mantenendo l’istesso frutto del cinque per cento in luogo del quindici che i creditori soleano averne:[41] veniva ad essere spogliazione; e, come è a credere, durò poco. Oltreciò vollero gli artefici che fosse disfatta e riformata la moneta spicciola, dal che venisse a scemare il prezzo del fiorino d’oro; ed era ciò a vantaggio loro, perchè i mercanti vendeano a fiorini e pagavano le manifatture a soldi:[42] i lanaioli e tutti quelli che vivevano di rendite perdeano assai nella differenza. Intanto nelle arti e nel maneggio di esse era ogni cosa scompaginato: i tintori e quelli altri mestieri tolti alla suggezione dei lanaioli aveano briga con essi continua; ed i lavori cessavano. Le famiglie facoltose così vedendosi soverchiate o per sè temendo, si ritraevano per le ville, tanto che ad esse fu imposta multa se non tornavano in città. A questo modo le condizioni dei braccianti peggioravano, ed i guadagni al minuto popolo venendo a perdersi ogni giorno più, moltiplicavano i provvedimenti pe’ quali il male più si aggravava, e la miseria cresceva, e il vizio con essa e il gioco e le usure, e frequenti le uccisioni per odii di parte o per vendette private,[43] contro alle quali facevano leggi ma tutte inutili e impotenti.
Erano molti, come si è detto, da prima i capi che avevano insieme guidato il popolo ad occupare lo Stato; ma perchè ciascuno a fine dei conti faceva per sè, ben tosto vennero a dividersi, ognuno di essi pigliando il luogo che a lui davano l’audacia o le forze o la capacità sua. Tommaso Strozzi e Giorgio Scali si erano spinti più innanzi, sempre così da essere quasi che principi nello Stato. Tenevano seco per loro arnesi o ministri o (come gli appellavano) scorridori, molti artefici minuti, massime delle due Arti nuove, ai quali aveano fatto dare licenza di portare arme: costoro ad altro non attendevano che a seminare scandali e a minacciare questo o quello e a fare accusa. Talchè i buoni uomini e mercanti si cominciarono a destare; e già Benedetto degli Alberti si era spiccato da quelli altri, biasimando i modi che a loro vedeva tenere piuttosto tiranneschi che civili. Occorse ne’ primi dell’anno 1382 che uno degli Scorridori soprannominato lo Scatizza, uomo di pessima condizione, accusò Giovanni Cambi ed altri gonfalonieri di Compagnie che più francamente s’erano scoperti, cercando così farli cacciare dal reggimento. Ma colui fu preso dal Capitano, ch’era un messer Obizzo degli Alidosi signori d’Imola, e confessò il falso dell’accusazione. Per quante pratiche si facessero, il Capitano anzichè liberare lo Scatizza, mostrava intenzione di farlo morire. Tommaso e Giorgio, bene accorgendosi che per loro ne andava ogni cosa, di notte con molti assalirono armata mano il palagio del Capitano; il quale veggendosi così sforzato, andò ai Signori e depose la bacchetta in segno di volere lasciare l’ufficio: quelli riebbero lo Scatizza. Il che sentendosi per la terra il seguente giorno, i consoli delle Arti con molto seguito andarono ai Signori a dolersene e a confortarli, loro profferendosi ad ogni bisogno; esortarono il Capitano a ripigliare l’ufficio, esercitandolo francamente, e lo riposero in palagio: Giovanni Aguto era sulla piazza con trecento armati a cavallo. Subito allora il Capitano, mandata fuori la sua famiglia, fece pigliare Giorgio Scali, il quale non s’era voluto fuggire sebbene da molti fosse avvertito. Era di coloro che stanno col popolo, perchè non vogliono o non sanno adattarsi con gli eguali, e quello si credono avere strumento sicuro e valido nelle mani loro. Fidando in sè e nel caldo del favore che prima godeva, quando fu richiesto per andare dal Capitano, rispose che anderebbe volentieri: giunto alla piazza, udì molte voci contro lui gridare giustizia. Era in sul vespro: al far del giorno gli fu tagliata la testa sopra il muro del cortile; e quivi egli, che era stato il primo in Firenze, rimase più ore, senza alcuno adornamento e senza nemmeno avere uno sciugatoio che lo cuoprisse.[44] Tommaso Strozzi, scampato a Mantova, trapiantava in quella città un ramo della sua famiglia. Indi un corazzaio, Simone di Biagio, il quale era stato dei più furiosi in quei tumulti, e seco un figlio ed alcuni altri, furono morti e strascinati crudelmente per le vie.
Non così tosto le maggiori Arti e tutto il popolo facoltoso viddero il ceto dei braccianti abbandonare o gastigare egli medesimo i suoi capi, bene s’accorsero ch’era tempo alla mutazione dello Stato. La stessa mattina, e fatte appena le esecuzioni, si levò in piazza grande rumore, ciascuno gridando Vivano i Guelfi: allora sopraggiunse l’Arte della lana in arme tutta, e di coloro che erano appellati buoni cittadini e delle maggiori famiglie e quasi d’ogni casa guelfa tanto gran numero che non vi capivano. Fra loro d’accordo ordinarono una petizione e la recarono ai Signori, contenente la riforma della città e il ribandimento degli sbanditi ed altre cose: al che i Signori fecero suonare a Parlamento per ispazio di due ore, e in questo mezzo innanzi alla porta del Palagio procederono all’usata ed inevitabile cerimonia di creare cavalieri circa una ventina dei più grossi popolani. Quando fu restato di suonare, fatto il Parlamento, si deliberò che i Signori e Collegi e i due Capitani di Parte, e due della Mercanzia, e due de’ Dieci di libertà, e due cittadini guelfi per ciascuno dei sedici gonfaloni, insieme avessero tutta la Balía in nome del popolo e del Comune di Firenze. Fatto il Parlamento, si levò l’insegna della Parte che fu data in mano a Giovanni Cambi, colui che per l’accusa avuta dallo Scatizza diede occasione a tutto quel moto; ed egli con seco il Capitano e i cavalieri novelli e con la gente dell’arme e molto popolo cavalcò per la città, gridando tutti: «Vivano i Guelfi e l’Arti.» L’altro dì quelli della Balía radunati in Palagio deliberarono la nuova forma di reggimento, i lanaioli e seguaci loro tuttora essendo in piazza armati: nel priorato sieno quattro delle maggiori Arti e quattro delle minori, ma il Gonfaloniere, ch’era il nono, sempre sia tratto delle maggiori; dei sedici Gonfalonieri e dei Dodici buoni uomini, degli Otto di Guardia e de’ Dieci di Libertà, sempre per le Arti maggiori uno più della metà; lo stesso pei capitani e priori della Parte e pel Consiglio del popolo; ma in quello del Comune tra i due ordini doveva essere parità, i magnati rimanendo quivi nel numero conosciuto. Inoltre contiene quella provvisione, che gli sbanditi e carcerati per causa di Stato dopo il 18 giugno 1378 sieno assoluti, e che riabbiano i beni loro, ma non possano tornare per tutto il mese prossimo di febbraio: che i fatti grandi dopo quel giorno ed i privati dell’ufficio o messi a sedere, vengano restituiti e tolto ad essi ogni divieto; che sieno gli ordini contro ai grandi rimessi come avanti il 78; che le due Arti di nuovo aggiunte sieno annullate, disfatte le case o residenze loro, con che però dei dieci consoli dell’Arte della lana due sieno sempre delle Arti soggette, e gli altri otto lanaioli.[45] Il terzo dì furono arse in Palagio le borse del priorato degli uffici.
Tuttociò andava contro alle quattordici Arti minori, le quali scorgendo avere annullato le due nuove Arti scemava loro le forze, e dubitando che il simile non fosse poi fatto a loro, subillate anche dagli smuniti i quali ad ogni intemperanza tenevano mano, si ragunarono tutti alle loro residenze con intenzione di venire armati in Piazza co’ gonfaloni, per farsi forti contro agli avversari loro. Ma non poterono, perchè avendo ciò presentito l’Arte della lana e l’altre maggiori, con rinforzo di villani che aveano chiamati, furono in Piazza prima di loro; cosicchè essendo venuti alcuni delle minori Arti, cioè beccai e vinattieri, furono cacciati con mal commiato ed alcuni morti. Venivano su per quei nuovi ordini le famiglie de’ mercanti grossi, odiate dai grandi per antiche nimicizie: avrebbero questi volentieri dato mano alla gelosia degli artefici; se non che gli Otto di guardia, i quali n’ebbero qualche sentore, provviddero che di bel nuovo s’armasse l’Arte della lana con le altre maggiori e buon numero di cittadini; e radunatisi in Mercato Nuovo, con bandi e altre dimostrazioni fecero capire ai grandi e agli artefici che attendessero ai fatti loro. Dopo di che per alcuni giorni la città fu quieta, essendo venuta novella, che una compagnia d’Arezzo era entrata nel contado, cacciata ben tosto e inseguita dall’Aguto.
Una lunga confusione regna nei fatti che indi seguirono. A noi proviene in qualche parte dalla narrazione dei cronisti che si fa oscura con l’addentrarsi nei più minuti avvolgimenti: ma era continua necessità in uno stato di quella sorta. Fondato sulle Arti, voleva comporsi nella fratellanza, la quale è anima delle industrie: tale era il pensiero incessante dei migliori, dei buoni uomini, di coloro che mantenendosi non interamente servi alle private cupidità, pur sempre amavano come loro proprio il comun bene, e nei quali stava quel grande fascio della comunanza che era la forza e la salute di questo popolo di Firenze. Il quale popolo comprendeva, a dir così, tutta la città e si distendeva nel contado, avendo in parte annichilato ma in maggior parte tirato a sè ogni elemento che discordasse; i grandi erano impotenti, la plebe scarsa: quello che in antico e, pur diciamolo, tra molte altre nazioni moderne plebe si chiama, e tale è, qui era popolo educato dalle antichissime tradizioni e da cento anni di libertà e dagli esercizi dell’ingegno e da quel senso del bello in cui si comprendono il vero ed il buono, e onde hanno gli animi gentilezza. Così mentre era studio continuo ma sempre vano, trovare forme ordinatrici d’una egualità che voleva essere troppo vasta, era impedito il soverchiare di sola una parte sulle rimanenti; e in mezzo pure alla ferocia quasi legale che da per tutto era un avanzo del paganesimo, qui dagli eccessi delle passioni, frequente il ritorno a una certa temperanza che il male attenua o corregge, e che pure lo impediva dallo sconvolgere questo popolo comunque mobile e disordinato. Chi guardi infatti alle discordanze che dividevano la città, chi alla mancanza di buone leggi che forma dessero allo Stato, e alle incessanti perturbazioni che lo agitavano, male saprà intendere certa serena giocondità ch’era nel vivere di Firenze, e che apparisce dalle scritture. Lo stesso insorgere contro ai vizi fiero e continuo, pure manifesta non rara essere già nel popolo quella bontà che non era guasta dalle ambizioni immoderate, e salute era del comun vivere. Così cresceva e prosperava una città della quale forse niun’altra fu ordinata peggio. Lo stesso acume degli ingegni scalzava giù dai fondamenti ed infiacchiva ogni autorità, negando credito ai magistrati; le botteghe dividevano col male intendersi la Repubblica, e la Repubblica le botteghe; parea vittoria l’ottenere una debole maggiorità ne’ magistrati e ne’ consigli, ciascun magistrato in sè avendo la mistura degli elementi i più discordi, senza che niuno de’ vari ordini avesse intera la vita sua e una sua propria rappresentanza: nel congegno dello Stato mancava affatto ogni contrappeso, nelle ingerenze de’ magistrati tutto era arbitrio e confusione; questo avea fatto la gelosia nutrita in tutti e contro a tutti dal sentimento della egualità; la forza istessa di questo popolo era fiacchezza della Repubblica. Nel tempo al quale siamo ora giunti, le Arti minori contro alle maggiori quasi dividere si potessero, stavano in guerra: queste voleano tale una forma di reggimento dove il sapere e la ricchezza e il grande seguito prevalessero, ma non soffrivano si mettessero troppo innanzi quelle schiatte che fra tutte erano prepotenti e che appellavano le famiglie; i Ciompi si erano accostati ai grandi, entrambi essendo dai mezzani del pari oppressi, o fuorusciti; i grandi cercavano per ogni modo e come la occasione dava, nelle aderenze coi sommi o dal malcontento della plebe, a sè medesimi una via da porre un piede dentro allo Stato con l’abolire gli antichi ordini, i quali stavano contro a loro; e gli ammoniti oggi rimessi, col farsi parte a sè medesimi e da sè soli una setta nuova e un nuovo scandolo nello Stato, mostravano essere non tutte ingiuste quelle accuse, per le quali erano stati esclusi nei tempi andati dal reggimento. Quindi nei fatti la confusione.
Continuava la Balìa creata negli ultimi giorni del gennaio 1382, e mentre attendeva a formare gli squittinii secondo gli ordini nuovamente posti, il Capitano di guardia, troppo arrendevole alle suggestioni dei più eccessivi tra’ vincitori, procedeva ad inquisire contro a’ seguaci di Giorgio Scali e contro gli autori della mossa dei beccai; o tali fossero o sospetti. Laonde nei primi giorni del febbraio più di ottanta cittadini ebbero bando o confine in vari luoghi d’Italia: abbiamo i nomi, e tra questi ultimi era Salvestro dei Medici confinato per cinque anni a Modena,[46] e altri di coloro i quali volevano più essere popolari, e inoltre non pochi dei bassi mestieri. Ma ciò non bastava nè ai grandi percossi dal rigore delle leggi, nè a quelle famiglie che mal sopportavano stare nei termini della egualità, nè agli sbanditi del 78, che troppe avevano da esercitare vendette; costoro volevano risuscitare le ammonizioni o fare anche peggio, avendo seco di quella plebe la quale era stata più volte battuta, e che trae dietro facilmente ad ogni bandiera perchè ella è sempre tra i malcontenti. Costoro insieme vennero in piazza ai 15 di febbraio, recandosi innanzi un gonfalone di Parte guelfa; ed era tra’ primi quel Carlo Strozzi, che fu ingiuriato dal calzolaio nel 78:[47] sulla piazza era il Capitano di guerra Giovanni Aguto con molti soldati a piedi e a cavallo, ma non fece mossa; e quelli cresciuti in maggior numero, imponevano continuasse la Balìa per tutto febbraio, ed ai centotre che la tenevano si aggiungessero altri quarantatre cittadini, i nomi dei quali portavano scritti; e inoltre voleano fossero tosto deliberate certe loro petizioni, delle quali era questo il tenore: Che tutti i condannati confinati o inquisiti per questo ultimo rivolgimento, sieno dichiarati ribelli; e che all’incontro gli sbanditi ribanditi e i danneggiati nel 78 sieno ristorati dei danni sofferti, e ai grandi tolto ogni divieto, e levati di Palagio gli smuniti i quali fossero negli uffici o nei consigli; che nella Signoria fossero sei delle maggiori Arti e tre delle minori, con la stessa proporzione riducendo la parte di queste negli altri uffici e nei collegi; che fossero ai Ciompi restituite le balestre ad essi tolte nel 78; che i debiti per le prestanze da un fiorino in giù siano ridotti a venti soldi, e dato termine a pagare; che avessero piena assoluzione i maleficii commessi in questi ultimi giorni, e (cosa incredibile) quelli pure che si commettessero tutto quel dì infino all’ora di mezzanotte. Qui erano, come ciascun vede, le famiglie le quali voleano più ristringere lo Stato, gratificando alla plebe; e nel numero dei quarantatre erano i primi e più insigni nomi, insieme a pochi bassi artefici. Fu suonato a Parlamento, dal quale voleano fossero decretate le petizioni; ma Coluccio Salutati cancelliere della Repubblica, opponendo la illegalità del fatto, tirava in lungo; e quell’impeto si raffreddava; e già l’Arte della lana con molti buoni uomini e mercanti veniva in Palagio, dicendo in palese che bastavano alla Balìa i primi eletti, e nulla ci avevano che fare gli altri quarantatre. I quali furono tolti via, ma per la meglio convenne delle cose dimandate alcuna concedere, quella cioè che risguardava al numero dei Priori; ed a ristorare gli sbanditi si fece un qualche provvedimento; e pei danari del Monte, dove erano tre centinaia ne scrissero due, cosicchè il frutto scendesse al dieci per cento; inoltre fecero che chi fosse stato dei maggiori uffici dopo il 1312, o egli o il padre o l’avolo suo, non si potesse per alcun modo nè ammonire nè dichiarare sospetto alla Parte: così per allora le cose parvero acquietarsi.[48]
Il primo di marzo pigliava l’ufficio con grande apparato una nuova Signoria, nella quale erano usciti molti delle famiglie primarie, un Ricci, un Pepi, un Peruzzi, un Acciaiuoli, e messer Rinaldo dei Gianfigliazzi Gonfaloniere; con essi erano tra’ Priori, un calzolaio ed un beccaio. Avvenne che alcuni degli smuniti fossero tratti a certi piccoli uffici, del che i contrari si adombrarono tosto, e sapevasi che le Famiglie faceano venire gente di contado: si levò rumore a’ 10 di marzo e n’erano autori gli sbanditi ritornati, i quali aveano sollevato i Ciompi: innanzi portavano un gonfalone di Parte guelfa, ed altri delle Arti si avevano tolti e dati in mano a uomini dei loro; fu detto gridassero «viva le ventiquattro Arti» che era un volere la restituzione delle tre minute di fresco abolite. Andavano per la terra, avendo da prima arsa la casa d’un Ciardo vinattiere[49] ch’era stato decollato come seguace di Giorgio Scali: infine si trassero sopra il monte della Costa di San Giorgio, quivi facendo segno di afforzarsi; e il Capitano del popolo pare che fosse d’accordo con loro: e la brigata s’ingrossava anche di cittadini ch’erano andati a fine di contenerli, e intanto ad udire da loro quello che domandassero. Veniano dall’altra parte alla Piazza in molto numero i buoni uomini e mercanti; il Gonfaloniere già s’armava, volendosi muovere con essi incontro ai sediziosi, ma fu ritenuto; infine taluni dei cittadini andati in sulla Costa, essendo entrati mezzani e suonato a Parlamento, per meno male furono concordati alcuni punti; cioè: privare in perpetuo gli smuniti d’ogni ufficio, e che gli sbanditi riavessero i beni e le condannagioni pagate e la valuta delle case arse; fossero date ricompense al Capitano e ad uno dei Beccanugi fattosi capo a quei tumulti; che a discrezione del Capitano venissero confinati venticinque cittadini, tra’ quali troviamo confinato a Chioggia Michele di Lando: gli storici posteriori a coro vituperano la popolare ingratitudine. In Firenze erano grandi mormorii, e dopo tre giorni le Arti si fecero forti, e avendo di nuovo co’ Gonfaloni della giustizia e della parte corse le strade sgombrate allora dalla brigata dei Ciompi, tanto operarono che altra Balìa fu eletta per la quale vennero annullate la maggior parte delle concessioni fatte, ed a sei tolto il confino (tra’ quali non era Michele di Lando) e a tutti gli altri agevolato: il prode Michele tornato più tardi moriva in Firenze a’ 31 luglio 1401, e fu sepolto in Santa Croce.[50] Due mesi dopo altro tumulto nasceva, fu detto a istigazione di un Adimari; ma venne in breve ora con le armi represso, e alcuni Ciompi decapitati. Intanto erano gli smuniti di continuo sospettati; e se uno di loro fosse tra’ Priori, gli altri da lui si guardavano per quella nota di ghibellino, e non tenevano con lui colloquio di cose segrete; se alcun rumore nascesse dove entrasse uno smunito, si diceva per città che gli ammoniti ghibellini uccideano i guelfi. I grandi erano careggiati dai popolani maggiori, che non gli voleano però lasciare troppo pigliare del campo; ed i grandi se lo conosceano, ma per lo migliore si stringevano con essi: poi v’erano artefici più temuti nella Piazza che rispettati in Palagio, i quali faceano sollevare ad arme chi a loro piacesse; ma la temperanza dei buoni uomini impediva la baldanza di coloro che per avere gli uffici si metteano innanzi a tutti gli altri, il che dicevano farsi segno: e niuno in Firenze si fece mai segno, che non fosse saettato.[51]
Vedemmo Arezzo essere tenuto in possessione da Carlo, novello re di Napoli: un Vicario di lui avendo a fine di pace fatto rientrare nella città i Tarlati e gli Ubertini e gli altri oramai da quarant’anni fuorusciti di fazione ghibellina, questi con la potenza di fuori e le aderenze che aveano dentro ne divennero come padroni così da costringere gli amici stessi del Re a fuggirsi nella rôcca. I quali sapendo il conte Alberigo da Barbiano ed altre masnade stare ne’ confini di Perugia, lo chiamarono che gli aiutasse a racquistare la terra. Parve a lui meglio farne suo prò, ed occupata la diede in preda a’ suoi soldati, che la misero a sacco e vi dimorarono più mesi, infinchè essendosi contra loro fatta lega delle città di Toscana, si condussero nel Regno. Scendeva in Italia, a questi tempi, di Francia con grande forza di cavalli il Duca d’Angiò, chiamato dalla regina Giovanna di Napoli suo figlio adottivo e successore nel regno, d’onde egli veniva a cacciare Carlo di Durazzo: mandava per tutte le città d’Italia con larghe profferte, pure che seco si collegassero. E dall’altra parte Carlo alla Repubblica ricordava l’antica amicizia, ed essere il Duca d’Angiò venuto per la oppressione di papa Urbano e della Chiesa, egli aderendo all’Antipapa che avea dimora in Avignone. Non potean altro i Fiorentini che starsi neutrali; ma Carlo aveva grande favore nelle famiglie che più salivano in potenza, talchè a soccorrerlo senza fare altra più aperta dimostrazione fu trovato questo modo, che licenziato Giovanni Aguto ne andasse a Roma con danari che i Fiorentini gli aveano dati in nome del Papa. Così l’Aguto passò a Napoli, e fu grande aggiunta alle forze di quel Re; ma di ciò si tenne molto offeso il Duca d’Angiò, e scrisse in Francia perchè fosse fatta rappresaglia sopra alle robe ed alle persone dei mercanti fiorentini. L’anno dipoi 1384 un’altra grossa Compagnia di Francesi venne a rinforzo del Duca d’Angiò: la conduceva Enguerramo Signore di Coucy, il quale disceso di Lombardia in Toscana, prima si fermava presso a San Miniato, poi su quel di Siena, dove i fuorusciti d’Arezzo veniano a lui con la promessa di fargli occupare quella città per le intelligenze che avevano dentro. Accettò l’offerta, ed occupò Arezzo non senza battaglia contro a’ cittadini che validamente la difesero; ma non prima ne fu egli al possesso, che giunse novella essere in Puglia venuto a morte il Duca d’Angiò: dal che ebbe fine quella impresa che si faceva per lui, ed i Francesi d’Arezzo, che a tornare in Francia abbisognavano di moneta, pensarono vendere ai Fiorentini quella città. Più volte avevano questi avuto discorsi di vendita dai vari che l’avevano occupata, e fin dai Tarlati; nè certo si stavano dal fare disegni sulle fortune d’Arezzo, ora che lo Stato di Firenze era venuto in mano di pochi ai quali importava rialzare se stessi con le imprese di fuori, e che avevano a condurle assai maggiore abilità. Dunque il Coucy vendeva Arezzo per quaranta mila fiorini d’oro: quanti degli Aretini fossero allegri di quel mercato noi non sappiamo; questo bensì, che se ne fecero in Firenze grandi allegrezze e giostre e luminarie; ma si trova che avessero speso intorno solamente alla città d’Arezzo duecento mila fiorini. Il bello si fu che nell’atto di cessione diceva il Coucy donare Arezzo ai Fiorentini pel grande amore e devozione che avevano essi portato sempre alla Reale Casa di Francia, e perchè avevano posseduta più anni prima quella città: per un altro atto del giorno stesso i fiorini, ch’erano la somma di tutto il negozio, veniano al Coucy per essersi egli astenuto da ogni danno sopra le terre della Repubblica: Iacopo Caracciolo, il quale teneva pel re Carlo tuttavia la rôcca d’Arezzo, la cedè subito. Così la Repubblica di Firenze venne in possessione della città d’Arezzo e del suo contado e sue dipendenze. Donato Acciaiuoli, Commissario per i Fiorentini, condusse con molta sua lode le pratiche per l’acquisto; e ricevuto l’atto di dedizione, ordinava poi tutto il governo del nuovo Stato: abbiamo a stampa gli atti e i documenti a ciò relativi nella più volte lodata collezione dei Capitoli del Comune di Firenze.[52] Molte grosse terre di Valdichiana vennero tosto in balìa dei Fiorentini, sebbene Lucignano e Monte Sansavino fossero più a lungo disputate dai Sanesi: Marco Tarlati cedeva Anghiari con più castella di Val di Tevere: poi tutte le altre fino a Pietramala, antico nido di una famiglia tanto nemica dei Fiorentini, vennero in mano della Repubblica; alla quale si diedero pure in accomandigia gli Ubertini e quei di Montedoglio ed i Faggiolani ed altri, d’onde ebbero i Fiorentini breve guerra col Conte d’Urbino. E quindi anche venne a pigliare contro essi grande ira papa Urbano, sebbene lui solo riconoscessero vero papa, nè mai piegassero alle sollecitazioni di quel d’Avignone ch’era protetto dai Re francesi. In questo tempo ebbe termine la guerra tra Veneziani e Genovesi tanto grandiosa e memorabile, la quale ha nome di guerra di Chioggia. Amedeo Conte di Savoia era stato arbitro per la pace, quei principi essendosi allora ingeriti per la prima volta nei fatti d’Italia. Ai Veneziani era imposta la demolizione dei castelli costrutti da essi nell’isola di Tenedo, con l’obbligo intanto e finchè non attenessero la promessa di depositare in mano al Comune di Firenze centocinquanta mila fiorini d’oro in tante gioie; il che fu occasione a qualche vertenza prima che il fatto restasse compiuto.[53]
Nell’estate del 1383 era di nuovo la peste entrata in Firenze, dove morivano fino a due e tre e quattrocento persone al giorno, ma più di giovani e fanciulli, che d’uomini e femmine di compiuta età. Fuggiva chi poteva, e si temette, partendosi i ricchi, la gente minuta non si accozzasse co’ malcontenti e facesse novità. Quindi per legge imposero una multa a chi se ne andasse, e col ritratto di questa soldarono gente. Imperocchè gli uomini delle famiglie primarie che già tiravano a ristringere in pochi lo Stato, aveano continue intelligenze co’ nuovi capitani delle Compagnie che in oggi erano italiani, e come nobili fuorusciti o privati nelle città loro del grado che ambivano, poneansi di grande animo ai servigi degli ottimati, che già in questi anni prevalevano per tutta Italia generalmente. Il popolo intanto aveva perduta nei passati sconvolgimenti la superbia di sè stesso, e il commercio della seta venuto in grande auge negli ultimi anni di questo secolo, insieme alle nuove ricchezze creava nuove dipendenze, e un adagiarsi nei godimenti nei quali gli animi si rendevano parati e docili a ogni signoria. I Ciompi riapparvero dopo il 1382, ma come stracchi per mosse brevi che gli mostravano di già vinti; e quella parte ch’era venuta su, fortificavasi ogni giorno con le aderenze di fuori e con le pratiche al di dentro, così da rompere ogni ostacolo. In Siena il Governo che da più anni era nelle mani del popolo basso, tornò all’ordine dei Nove che si componeva de’ più alti cittadini: la parte che in Firenze si mantellava col nome guelfo, in Siena promosse questa mutazione nello Stato, mandandovi anche ambasciatori sotto pretesto di cercare la concordia; e celebrò il fatto col suonare le campane e coi falò e le armeggerie, sebbene a molti quelle cose dispiacessero, come fatte alla oppressione loro.
Uno degli ambasciatori mandati a Siena era Benedetto degli Alberti che dapprincipio non voleva, ma gli fu risposto andasse a Siena o a confine; onde nell’ambasceria tirando in senso contrario a quello dei suoi colleghi, venne a rendersi più maleviso alla parte che reggeva, cui pareva essere Benedetto un grande ostacolo da rimuovere. La famiglia degli Alberti (diversa dai Conti dello stesso nome, signori antichi delle castella in Val di Bisenzio che poi furono de’ Bardi) era in Firenze potentissima per le ricchezze, vivendo splendida sopra le altre e guadagnandosi con le limosine e la larga benignità dei costumi il favore popolare. Niccolò Alberti moriva l’anno 1377 ricco, si diceva, di sopra a trecento migliaia di fiorini che il padre suo aveva acquistati con la mercatura per varie parti della cristianità, massimamente dei panni francesi e delle lane dell’Inghilterra. Ebbe egli esequie magnificentissime, nelle quali più di cinquecento poveri lo piansero alla bara, senza contare quei molti altri nascostamente beneficati che lui piangevano per le case.[54] Quando nel 1384 si festeggiava l’avvenimento di Carlo di Napoli alla corona d’Ungheria, gli Alberti fecero apparato di torneamenti e di giostre che bene potevasi convenire ad ogni gran principe. Benedetto godeva il favore che a lui davano le ricchezze, l’autorità delle cose fatte, e certa sua prudenza facile nei consigli; talchè lo troviamo lodato, sebbene fosse egli nel 78 primo a chiamare il popolo in Piazza, avesse poi cercata la morte di Piero degli Albizi, poi fosse ministro a quella di Giorgio Scali. Un parente suo di nome Cipriano, quando fu tratto Gonfaloniere se ne adombrarono gli avversari; e s’egli avesse voluto usare il grande seguito che aveva presso agli artefici, si temette potesse volgere la Repubblica. Avvenne dipoi l’anno 1387 che essendo uscito gonfaloniere un Filippo Magalotti, il quale aveva per moglie una figliuola di Benedetto, ma non arrivava ai 45 anni, età voluta pe’ gonfalonieri, fu al Magalotti vietato pigliare l’ufficio e invece sua tratto Bardo Mancini. Di che fu tumulto e creata una Balìa, nella quale entrava lo stesso Benedetto per essere uno dei gonfalonieri di compagnia. Pur nonostante quella Balìa privava d’ogni ufficio tutta la famiglia degli Alberti, eccetto pochi ch’ebbero grazia, e confinava Benedetto fuori delle cento miglia.[55] Questi esulò in Genova; poi andato a visitare il Santo Sepolcro, nella tornata moriva in Rodi, d’onde il corpo suo portato in Firenze ebbe solenni esequie in Santa Croce. Così fino all’ultimo il nome suo rimase in pregio, per quale merito non sappiamo. Così avendosi d’in su gli occhi levato quell’uomo e abbassata quella schiatta di cui potessero più temere, confinarono oltre quell’Adimari che assai co’ Ciompi se la intendeva, taluni del popolo più minuto; e per sempre posero a sedere intere famiglie, tra le quali erano gli Scali, i Covoni, i Mannelli, i Rinuccini. Il dì medesimo vennero alla Piazza molti di case possenti con fanti armati, e domandavano che altri fossero levati di Firenze come fautori degli ammoniti, dei fuorusciti e dei ghibellini; al che i Signori, armati anch’essi in quel frattempo di gente a piedi ed a cavallo, non consentirono; ma questo si ottenne, che tutti coloro i quali avessero nell’85 vinto il partito, entrassero senza altra solennità nelle borse; talchè v’entrarono più di trecento uomini e molti garzoni e fanciulli: cotesto era vizio da più anni usato, che i reggitori vi mettessero dei figli loro e discendenti che non giungevano all’adolescenza, ed allo squittinio venivano nomi di tali che erano nelle fasce.[56] Deliberarono che le minori Arti, le quali avevano prima il terzo nel priorato ed in altri uffici, avessero il quarto, e salvo alcuna particella, la quale era data ai grandi, tutto il resto alle sette maggiori; e a queste le grosse potesterie ed i vicariati: imposero pene gravissime ai forestieri se accettassero alcuno ufficio della città. Da ultimo fecero anche una borsa separata dei più confidenti a quello Stato così ristretto, dei quali almeno in ogni priorato ne fossero due; gli chiamavano i Priori del Borsellino, dappoichè il popolo di Firenze pareva oramai ridotto a quel solo usato sfogo del motteggiare. Il Gonfaloniere che tante cose aveva fatte, ebbe in dono un cavallo coverto con le armi della Parte guelfa ed altre nobili onoranze.[57]
Capitolo III. NIMISTÀ E GUERRE CON GIOVAN GALEAZZO VISCONTI. COSTITUZIONE D’UN GOVERNO D’OTTIMATI. [AN. 1387-1402.]
Quando avvenivano queste cose, la Repubblica vedeva già incontro a sè una guerra di grande pericolo, essendosi posta innanzi sola per la difesa delle città libere contro alla più vasta e ambiziosa Signoria che insino allora fosse in Italia. La potenza dei Visconti, benchè si reggesse nel nome di Bernabò, era divisa tra due fratelli; dei quali Galeazzo essendo morto, ebbe a successore il figlio Giovanni Galeazzo che avea titolo di Conte di Virtù, giovane di smisurata ma coperta sete d’impero, e che s’ingegnava con la dolcezza dei costumi, col biasimare le guerre e in ogni cosa mostrarsi di quieta natura, tirando a sè l’amore dei popoli, addormentare i sospetti del feroce Bernabò, cui pareva essere il nipote timido e inerte ed inclinato alle arti di pace ed alle opere di devozione. La fama andava dietro al giovane, ed era opinione che Bernabò lo volesse giugnere; ma Galeazzo anticipò, ed avendo con sottile inganno preso lo zio che gli andava incontro sopra una via maestra, lo chiuse in carcere, e indi a pochi giorni lo fece morire: le città, le armi e le ricchezze della grassa Lombardia, subito ubbidirono a Giovanni Galeazzo. Egli pauroso della persona sua, quanto era audace nelle imprese per altri condotte, vivendosi chiuso e cinto d’armati nel castello di Pavia, sapeva dirigere con singolare accorgimento le pratiche insieme alle militari spedizioni; non faceva pace che in sè non covasse più semi di guerra, nè guerra senza essere pronto a giovarsi degli accordi. Grande contesa era tra ’l Signore di Verona e quello di Padova; Giovanni Galeazzo, dopo lunghi avvolgimenti, dichiaratosi pel Carrarese, ebbe Verona ponendo fine alla signoria degli Scaligeri; dipoi Vicenza, e per sopraggiunta voltosi contro a Francesco da Carrara che aveva tradito, assalì Padova l’anno 1388. I Veneziani, badando solo a quel grande odio ch’essi portavano ai Carraresi, e per allora avendo massima di non impacciarsi troppo dei casi di terraferma, avevano lasciato estendersi le armi e la potenza del Visconti fin sulle sponde dell’Adriatico. Quel da Carrara, per lunghi casi e miserevoli sottraendosi all’iniquo vincitore, scampò in Firenze a lui benevola.[58]
Ma era Giovanni Galeazzo di coloro ai quali non basta sola un’impresa, e dove non abbiano alle mani cento fila, temono incontro agl’ignoti eventi d’essere côlti alla sprovveduta, nè alla loro indole soddisfanno. Aveva disegni anche sulle cose di Toscana; e ad un ambasciatore fiorentino disse volere mutare titolo, e fu inteso che divisasse egli farsi re.[59] Nè a ciò mancavano le occasioni: in pezzi l’Italia, ed all’intorno imperi deboli; armi vendereccie, ed egli copioso di tanta moneta che nessun principe l’agguagliava:[60] Napoli consunta da interminabili guerre e di nuovo minacciata, la Chiesa divisa. Contro a Firenze erano accesi dopo l’acquisto d’Arezzo i sospetti dei vicini, che un governo ora stretto in pochi vedeano fatto più aggressivo; Perugia aveva nelle sue mura chiamato il fiero Papa Urbano, e cacciato quella parte che più aderiva ai Fiorentini. Questi, padroni di tutte le altre terre e fortezze di Val di Chiana, aveano costretto a porsi sotto al vassallaggio loro il Signore di Cortona, il quale da prima era censuario dei Senesi; teneano pratiche in Montepulciano, dove eccitata una ribellione contro alla Repubblica di Siena, occuparono la terra co’ loro soldati siccome arbitri nel dissidio; poi fatti venire in Firenze ambasciatori dei Montepulcianesi, questi come di soppiatto la descrissero nel libro della Camera della Repubblica,[61] chè in palese non si ardiva fare ai Senesi cotale onta. Quindi, a meglio assicurarsi, fatte venire in Toscana certe compagnie straniere le quali giravano per l’Italia cercando pane, le mandò sotto bandiera libera a minacciare i Perugini e a fare danni su quel di Siena. I Senesi allora chiesero d’aiuto il Signore di Milano, il quale bramoso di porre le mani nelle cose di Toscana, mandava loro alla sfilata ed a più riprese tre migliaia di soldati sotto le insegne di Giovanni d’Azzo degli Ubaldini rinomato capitano, e di Giantedesco dei Tarlati,[62] entrambi nemici capitalissimi sopra tutti della Repubblica di Firenze. Così era guerra tra ’l più possente signore d’Italia e la Repubblica (tranne Venezia) più possente, senza che alcuna delle due parti spiegasse in campo le sue bandiere. Lucignano fu ripresa ed altre castella tolte ai Fiorentini: sotto la bicocca di San Giusto alle Monache nel Chianti vennero per la prima volta in questa parte d’Italia adoperate le bombarde.[63] Poco dipoi Giovanni d’Azzo infermò e in Siena venne a morte. Grande era frattanto la sospensione degli animi all’appressarsi d’una guerra, la quale sembrava volere invadere tutta Italia; ed il vecchio Piero Gambacorti, usando l’antica amistà co’ Fiorentini, con grande animo attendeva a procurare un accordo: godeva di molta autorità presso gli altri principi e signori per la prudenza e bontà sua; talchè alla fine gli riuscì farsi mediatore d’una lega, per la quale a Pisa intervennero ambasciatori del Duca di Milano, dei Fiorentini e dei Senesi e delle altre città di Toscana, e dei Signori di Lombardia e di Romagna in molto numero.[64] Non fu stipulata mai nell’Italia confederazione tanto vasta, nè tanto solenne, nè tanto inutile per gli effetti che tosto svanirono. Montepulciano, cagione prima della guerra, non fu ai Senesi restituita che fintamente, ed in Siena stessa una ribellione fu tramata co’ nobili fuorusciti per introdurre ivi le masnade che i Fiorentini teneano sempre nei luoghi all’intorno, mentre che i Senesi viepiù si stringevano al Signore di Milano: il quale cacciava indi a pochi dì dalle sue terre i Fiorentini, e facea ritenere Giovanni Ricci che andava in Francia ambasciatore, maltrattandolo e negando poi restituirlo, perchè l’anno innanzi avea caldamente orato in Consiglio contro al Visconti e (diceva questi) messo a partito di avvelenarlo.[65] Fidava poi molto nelle corruttele, trovandosi avere egli comprato in Firenze stessa la rivelazione di alcuni segreti per mille fiorini d’oro da un Bonaccorso di Lapo ch’era stato due volte Gonfaloniere: confessava costui la colpa, onde ebbe bando e fu dipinto per traditore. Inoltre il Visconti con le pratiche di dentro e co’ soldati di fuori studiavasi tôrre a Piero Gambacorti la signoria di Pisa, ed ai Fiorentini ribellare Samminiato e più castella su quel di Arezzo, dando mano ai signori antichi ed ai gentilotti, i quali n’erano spossessati. Infine la guerra dalle due parti era protestata nella primavera dell’anno 1390.
In questo mezzo Francesco da Carrara, condotto com’era da infaticabile passione, aveva potuto ritorre Padova al Visconti con grande letizia di quei cittadini; e Verona per subito movimento scuotendo il giogo che la opprimeva, stava tra ’l porsi in libertà o richiamare un fanciullo rimasto in vita degli Scaligeri. Nelle quali divisioni bentosto accorrendo le armi di Giovanni Galeazzo, spensero nel sangue della infelice città la ribellione; e avendo impedito che Vicenza si muovesse, si spinsero innanzi infin sotto Padova a soccorso del Castello, il quale tuttora si teneva pel Visconti. Cotesti fatti vennero in punto a rinnalzare alcun poco gli animi de’ Fiorentini, i quali avendo in Toscana molta guerra intorno a Siena e ad Arezzo, vedevano anche pericolare Bologna, antica difesa delle città guelfe contro a’ Signori di Lombardia. Richiamarono con grande fretta Giovanni Aguto, ch’era sempre in Puglia ai servigi della vedova di Carlo di Durazzo, e assoldarono Rinaldo Orsini buon capitano, che avendo appena raccolte sue genti moriva all’Aquila; ma l’Aguto per vie nascoste sottraendosi alle armi nemiche, era giunto con due mila lance al soccorso di Bologna; intorno alla quale Iacopo del Verme, principale capitano del Visconti, con forte esercito campeggiava, assistito dal favore di presso che tutti i signorotti di Romagna, che stavano col più forte. L’Aguto, riuscendo con grande maestria a prevalere in molti assalti di qua dal Po, conduceva infine le armi sue a Padova, costringendo il marchese di Ferrara, il quale inclinava verso il Signore di Milano, a porsi in lega co’ Fiorentini. Già intorno a Padova era giunto un altro soccorso, ma insufficiente: il Carrarese aveva mosso contro al Visconti il duca Stefano di Baviera, marito a una figlia dell’ucciso Bernabò, e i Fiorentini gli aveano dato ottantamila fiorini perchè scendesse in Italia con dodicimila cavalli: scendeva con la metà del promesso numero, e bastato solamente alla riscossa di Padova, ritornava quindi in Germania senz’altro effetto, o non volesse o non sapesse o anch’egli fosse corrotto dall’oro di Giovanni Galeazzo. L’Aguto, avendo inutilmente tentata Vicenza e Verona che trovò essere ben guardate, potè spingersi però infino all’Adda, sulle cui sponde celebrarono i Fiorentini correndo i palii, com’era usanza, il dì solenne di san Giovanni.[66]
Quivi aspettava in forte sito il Capitano della Repubblica infinchè a lui si congiungesse un altro esercito che scendeva contro al Visconti giù dalle Alpi. Dappoichè le Sicilie furono date in Regno ad una famiglia di Francesi, più non cessarono questi d’immischiarsi nelle faccende d’Italia, ed ora un altro Duca d’Angiò rivendicava con le armi le ragioni della spossessata regina Giovanna, della quale era fatto erede. Bene i Fiorentini si tennero fuori da tale contesa, invano adopratisi a conciliarla con che il figliuolo del Duca d’Angiò sposasse la figlia rimasta di Carlo di Durazzo: e quando cercarono dal re di Francia Carlo VI aiuto nella guerra di Lombardia, proponeva questi due condizioni; riconoscessero come legittimo e vero papa quel suo d’Avignone, e al Re pagassero un tributo ancorchè minimo, onde avesse egli alcun titolo a pigliare i Fiorentini in protezione. Rifiutarono, perocchè l’una delle due cose importava incostanza nella fede, e l’altra diminuzione di libertà. Ma si apriva loro in Francia altra via, e senza obblighi verso il Re; appresso a lui poteva molto il fratello Duca d’Orléans, recente marito a una figlia di Giovan Galeazzo, a quella poi tanto ricordata Valentina, dalla quale cento anni dopo un altro ramo di Re francesi pretendeva tenere un diritto al ducato di Milano. L’oro del suocero accresceva la potenza di quel Duca d’Orléans, contro del quale stavano gli altri principi del sangue, e acerbo nemico il Duca di Borgogna: questi volendo abbassarne la grandezza, metteva innanzi il conte Giovanni d’Armagnac, la cui sorella sposa a Carlo primogenito di Bernabò Visconti non si dava pace di vederlo privato ed esule e insidiato sempre. Incitava essa quindi il fratello a pigliarne la vendetta, e quel di Borgogna faceva che sotto le insegne di lui si raccogliessero in gran numero i soldati allora dispersi di certe bande che aveano prima desolato le provincie intorno al Rodano e alla Loira.[67] I Fiorentini somministrarono all’Armagnac in due paghe centocinque migliaia di fiorini, e molti più ne promettevano quando avesse condotto a fine l’impresa. Scendeva costui ne’ piani di Lombardia con la forza di quindicimila cavalli, ed era dato ordine si congiugnesse con Giovanni Aguto, che stando sull’Adda divisava farglisi incontro verso Pavia. Non sia chi si vanti più animoso dei Francesi, ma era in Italia più arte di guerra; scorrevano quelli pei grassi piani di Lombardia fidatisi andare a facile preda:[68] ma era consiglio d’Iacopo del Verme guardare le terre, tra le quali avendo munita quella di Alessandria con forte presidio ed all’insaputa dei nemici, questi crederono espugnarla tostochè se l’ebbero incontrata sulla via, mentre muovevano giù da Asti. Discesi a terra per dare l’assalto, lasciarono addietro i loro cavalli; addosso ai quali venuto ad un tratto il Capitano del Visconti, gli prese o disperse, e quindi volgendosi con la sua buona e grossa mano di uomini d’arme, percosse incauta e sprovveduta l’oste dei pedoni, la quale già era impegnata fortemente contro ai soldati della Fortezza. Fu grande la rotta che toccarono i Francesi, e la fuga sparpagliata senza cavalli e senza capo; imperocchè l’Armagnac, vinto dal caldo ch’era eccessivo il giorno 25 luglio 1391 e dall’angoscia dell’animo, avendo bevuto molta acqua, fu colto da un subito accidente, del quale moriva il giorno dipoi. È da vedere come la morte di questo Signore venga narrata prolissamente dal cronista francese Froissart, il quale alle volte ti sembra storico e alle volte romanziere. Dei fuggitivi presi in caccia dai soldati d’Iacopo del Verme quanto distendesi il Piemonte infino alle Alpi, molti rimasero prigionieri; uccisi molti altri per le strade di Savoia, e quindi giù pel Delfinato insino al Rodano e alla Senna, dove gli avanzi di quelle terribili bande già tanto crudeli non trovavano pietà, pochi e miseri e mendichi tornati essendo alle loro case.[69]
I Capitani del Visconti nella letizia di tanta vittoria condussero senza porre tempo in mezzo le armi loro sopra l’Adda, sperando avere facilità quivi di rompere Giovanni Aguto; che sarebbe stato fiaccare del tutto le forze nemiche e porre termine alla guerra. Ma questi già vecchio e prudentissimo capitano, appena sentita la rotta dell’Armagnac, ritraendosi alcun poco e con buon ordine lentamente fin verso Cremona, quivi sostenne con suo vantaggio un primo assalto, e poi varcato co’ nemici sempre addosso l’Oglio ed il Mincio, indi pe’ confini di Verona e di Vicenza pervenne con frettoloso cammino sulle terre padovane, facendosi spalla di Francesco da Carrara che teneva la città. Ma era suo fine portare l’esercito alla difesa di Toscana; al che gli restava ultimo e più difficile impedimento il fiume dell’Adige, intorno al quale era il terreno allagato dai nemici che sempre a tergo lo inseguivano: passò tra le acque felicemente,[70] e avendo amiche le terre estensi e le bolognesi, ebbe poi facile e sicura la via fin dentro ai confini di Toscana. Quivi era di lui ansietà eguale al desiderio, imperocchè Iacopo del Verme già vi era disceso a grandi giornate per l’Alpe di Lunigiana, ed era già intorno a Lucca ed a Pisa, mentre l’Aguto da Pistoia, passato l’Arno, gli venne a chiudere le vie di Siena e di Firenze ponendo il campo a Samminiato. Era consiglio d’Iacopo del Verme andare a Siena battuta forte dai Fiorentini che ivi tenevano, sotto Luigi da Capua figlio del conte d’Altavilla, un esercito di quattromila cavalieri e duemila fanti tra italiani e tedeschi consueti a’ soldi d’Italia: e quindi lasciando l’Aguto a’ suoi fianchi, per la via di Volterra girò a Siena, dove ingrossatosi delle genti che potè ivi raccorre e forte di sopra a diecimila cavalli, si condusse voltando indietro a Poggibonsi. Quivi l’Aguto già era accorso a guardare il passo, ma non parendogli di bastare contro al troppo grande numero dei nemici, si chiudeva nelle castella; ed intanto quelli a file serrate procedendo per la valle d’Elsa, in due o tre giornate vennero nel piano di Pistoia. L’Aguto, seguendogli, poneva il campo vicino a loro presso Tizzana, dove grande aiuto gli sopravvenne di genti del contado di Firenze e di collegati; chè sola Bologna aveva mandato duemila cavalli e quattrocento balestrieri. Quindi al Capitano del Visconti parve ritrarsi inverso Lucca; lo inseguiva l’altro, e avendo colta in sulla Nievole la retroguardia sprovveduta, l’assalì e percosse con suo grande vantaggio, avendo anche preso Taddeo del Verme che la comandava, congiunto del Capitano.[71] Ma qui per allora finiva la guerra: il Doge di Genova Antoniotto Adorno aveva più volte mandato a Firenze proposizioni di pace, della quale era molto desideroso Piero Gambacorti, ed a promuoverla s’adoprava il nuovo papa Bonifazio IX; Giovan Galeazzo era pronto sempre a vantaggiarsi per via d’accordi. Infine elessero le due parti a comuni arbitri l’Adorno in suo proprio nome, e il Gran Maestro di Rodi Ricciardo Caracciolo legato del Papa, e terzo arbitro il Comune e popolo di Genova. Pronunziarono insieme il lodo; per cui rimase a Francesco da Carrara Padova, ch’era il principal momento di quella contesa, con che al Visconti pagasse per cinquant’anni diecimila fiorini l’anno: i fuorusciti di Siena, tra’ quali nobilissime famiglie i Malavolti ed i Tolomei, riavessero i beni, ma senza però tornare in patria, il che volevano con grande istanza i Fiorentini; le castella si rendessero dalle due parti; ed al Visconti non fosse lecito mandare sue genti in Toscana, se non quando patissero offesa i Perugini o i Senesi che a lui erano collegati. Nei pochi mesi di quella guerra i Fiorentini aveano speso un milione e duecentosessantaseimila fiorini d’oro, secondo che scrive Lionardo Aretino avere trovato nei Libri della Camera del Comune. I cittadini aveano pagato tanti danari, che quasi niuno poteva più pagare, e molti erano rimasti deserti. Aveva il Comune sì grande il debito, che presso che tutte le rendite sue ne andavano a pagare l’interesse del Monte; e quindi stretti dalla necessità, fecero molti provvedimenti ad accrescere le entrate e diminuire l’interesse, i quali erano contro alla fede data, e molti cittadini ne ricevettero grandi danni; ma pur sel patirono. Tra le altre cose fu ordinato si ritenesse ogni anno la quarta parte dell’interesse, e coi danari ritenuti gli ufficiali del Monte comperassero dai creditori al minor pregio che potessero i titoli iscritti, a fine di scemare via via la somma del debito posato sul Monte, secondo che era, siccome vedemmo, antica usanza nella Repubblica.[72]
Ma non cessavano le offese, perchè cessasse la guerra; gli odii restavano e i sospetti, e i disegni concetti prima si maturavano più in segreto; nè mai le paci in quella età davano quiete, poichè le bande di soldati licenziati seguitavano per conto loro correndo le strade a fare guasti ed imporre taglie pel riscatto delle terre, al che d’ordinario tenevano mano coloro medesimi che prima gli ebbero assoldati. Parve quindi necessario ai Fiorentini, conchiuso appena l’accordo del quale assai si dolevano, di nuovo ristringere coi Bolognesi e coll’Estense e col Signor di Padova l’antica lega; cui s’aggiunsero alcuni Signori delle terre della Chiesa, e quello di Mantova in sugli occhi del Visconti, che in modo crudele ne faceva rappresaglia dentro alla stessa Toscana. Piero Gambacorti usava ogni industria durante la guerra a schermirsi dal Visconti, pur sempre restando fedele amico alla Repubblica, per le cui forze si manteneva nello Stato, costretto però fin anche a impedire le mercanzie tra Pisa e Firenze, quando Iacopo del Verme girava in arme attorno a Pisa. Finita la guerra, a lui parve essere sollevato, ma ignorava l’infelice quello che in casa gli si tramasse. Era il popolo di Pisa come sempre ghibellino, così da gran tempo in molta paura della Repubblica di Firenze: ciò dava gran presa ai disegni del Visconti, il quale si aveva guadagnato ultimamente Iacopo di Appiano, scellerato uomo, che lo stesso Gambacorti si aveva allevato in grembo e fattolo suo cancelliere e confidente d’ogni più occulto pensiero suo. Alle denunzie ripetute che lui mostravano traditore non volle credere il buon vecchio: infine l’Appiano armatosi un giorno sotto colore di difesa contro ai Lanfranchi nemici suoi; quindi alla scoperta sotto agli stessi suoi occhi, facea trucidare colui dal quale teneva egli tanti benefizi e tutto l’essere suo. Pigliava poi subito la signoria di Pisa, tenendola ai cenni di Giovanni Galeazzo, che mandovvi anche soldati suoi.
In Firenze era, come vedemmo, da oltre dieci anni il reggimento nelle Arti maggiori, e i savi uomini e discreti si rallegravano al vedere tornata l’antica e buona forma della Repubblica, esclusa la plebe, e a ogni Arte dato il luogo suo, in quelle essendo la preminenza che più valevano pel sapere e per la ricchezza, e che alle altre davano il lavoro: scrive un cronista, che pareva essere tornati in via di verità. Ma già era il tempo dei governi popolari trascorso, e un secolo s’appressava di costumi signorili, d’imprese più vaste che voleano governi stretti, di forze raccolte in mano di pochi: nelle Arti maggiori sorgeano famiglie insieme capaci d’in sè comprendere tutta la Repubblica, battuti gli uomini che tiravano alla parte popolare o fosse a studio d’ambizione o per amore di egualità. La riforma dell’87 manteneva nei pochi lo Stato con la formazione delle Borse e col rigore degli squittinii pressochè tali da impedire l’incertezza delle tratte; ma perchè fosse governo stabile, mancava tuttora una forza che bastasse contro ai ritorni frequenti sempre delle popolari sedizioni, e che agli uomini del Palagio in ogni evento si assicurasse il dominio della Piazza. Quello che Giano della Bella aveva fatto nel 1293 armando il popolo contro a’ grandi, volevano ora cento anni dopo contro al popolo i nuovi ottimati, usciti da esso e da lui tuttora non bene divisi; patrizi in abito cittadino costretti cercare giù nel popolo le armi, non che i titoli e il diritto, e pur sempre essere popolani.
Era tratto pei mesi di settembre e ottobre 1393 Gonfaloniere di giustizia Maso degli Albizi, nato da un fratello di Piero che aveva sì alto levata la grandezza di quella famiglia: la memoria dello zio e quella stessa crudele morte che egli incontrava con dignità, davano a Maso aderenze grandi; e bene era egli uomo da usarle, avendo appreso nel lungo corso dei cittadini rivolgimenti come per mezzo del popolo si possa il popolo governare; uomo tutto fiorentino e sopra ad ogni altro capace a reggere quello Stato secondo che davano le condizioni di esso, le quali giammai non ebbe in animo di alterare. A’ 9 di ottobre, s’udì che avevano due sbanditi rivelato certe intelligenze di dentro con quelli che erano in Bologna, a fine di rendere lo Stato al popolo delle ventiquattro Arti. Di tali pratiche ve n’è sempre là dove sieno fuorusciti, e una denunzia viene in punto quando più giovi a chi governa farsi arme e scusa di un pericolo a meglio opprimere gli avversari. Allora essendo per quell’accusa tre artigiani presi e tormentati, dissero cose vere e non vere, e nominarono come fautori di quel trattato Cipriano ed altri degli Alberti che rimanevano in città: i quali essendo subito dati al Capitano che gli esaminasse, nulla confessarono. La domenica veniente, 19 ottobre, suonò a parlamento, al quale andarono molti giovani di grandi famiglie: fu data balìa prima a trentaquattro cittadini e poi ad altri in maggior numero eletti in Palagio dai Signori e dai Collegi, e i più da coloro che erano in sulla piazza, forse mille uomini che se ne stavano serrati presso alla ringhiera, dove i Signori erano scesi; costoro gridavano: «questo vogliamo, e questo no.» Elessero Capitano di guardia Francesco Gabbrielli d’Agubbio (famiglia che sempre si vede chiamata a fare le opere più violente); ordinarono che si potesse dai Signori e dai Collegi soldare più genti d’arme che prima non fosse lecito, ed imporre per via di prestanza danari senza che il partito andasse ai Consigli. Le borse antiche si rivedessero, e se alcuno fosse tratto per Gonfaloniere che non piacesse, altri fosse posto in luogo suo, ma rimanendo egli dei Priori; tra i quali fossero tre almeno di quelli scritti nel borsellino: il Gonfaloniere di giustizia, perchè avesse più autorità, vollero fosse in età almeno di 45 anni, il quale termine fu d’allora in poi tenuto fermo: il magistrato di Parte guelfa tornasse com’era prima del 1378, salvochè non avesse un Gonfaloniere suo, ma fosse retto da Capitani come era in addietro; e mantenuta la provvisione di quell’anno, per cui si toglieva a quel magistrato l’odioso diritto dell’ammonire o condannare chicchessia per ghibellino, che fu cagione di tanti scandali;[73] ma che non era più necessaria, lo Stato essendo oggimai tolto di mano al popolo degli artefici. Al quale effetto usarono anche un’altra industria; giovani nobili o gentiletti si facevano matricolare nelle arti minute, e in quelle così veniano ad essere principali.[74]
Ma qui ebbe principio una molto violenta persecuzione durata più anni contro a quella famiglia degli Alberti che prima era stata toccata con tanta riserva o quasi timidità, talchè uno solo d’essi, ma il più famoso, moriva in esiglio. Ora, qualunque si fossero gli odii di parte o più veramente quei personali di Maso degli Albizi, quanti rimanevano degli Alberti, eccetto un solo co’ suoi discendenti, ebbero bando a distanze grandi, chi in qua chi in là, in Rodi, in Fiandra, a Barcellona; costretti dare malleverie o sodamenti per l’osservanza del confino e pagare multe; con proibizione di vendere i beni loro o di obbligarli in modo alcuno, perchè mentre gli uomini avevano bando, gli averi di nulla gravati restassero a discrezione della Repubblica.[75] In seguito vennero fatti di popolo molti di famiglie grandi, ma che attenevano personalmente ai nuovi ottimati; tra’ quali Bettino da Ricasoli, che nel 78 si era mostrato nell’ammonire così ostinato e poi era stato uno dei ribelli: molti del popolo vennero fatti grandi, ed altri banditi o dannati a carcere perpetua, e uccisi taluni. Ma quello che fu poi tutto il nerbo di quello Stato il quale pigliava allora solido fondamento, fecero il Comune soldasse trecento fanti e dugento balestrieri genovesi, i quali abitassero vicini alla piazza e di quella stessero alla guardia: scrissero poi due mila cittadini atti nell’arme e dei loro più confidenti, ai quali diedero una sopravesta con l’insegna della Parte guelfa; questi divisi per gonfaloni aveano loggie dove al bisogno si radunasse ciascun gonfalone, ed ai non iscritti in quella milizia era vietato portare armi, pena la testa.[76] A benefizio ed a richiesta dell’Arte della lana, ch’ebbe gran mano in questi fatti,[77] e nella quale erano gli Albizzi potentissimi, si decretò che per cinque anni fosse proibita l’entrata dei panni forestieri, eccetto d’alcuni pochi luoghi designati.
Mentre si facevano tali cose e in mezzo al rumore durato più giorni, una parte degli artefici ch’erano armati in sulla piazza piena di gente andarono a casa del Capitano del popolo, e tolto il pennone tornarono in piazza gridando «Viva il Popolo e le Arti:» ma gli altri, corsi loro addosso, fecero ad essi gridare «Viva il Popolo e Parte guelfa;» al che negandosi due di quelli, furono morti; e nella piazza più non s’udì altro che una voce. I Priori per la meglio avevano dato l’insegna dei Guelfi e quella del Popolo a due molto cari ed autorevoli cittadini, Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, i quali non erano interamente di parte loro, ma si tenevano di mezzo e non volevano ricadere nelle Arti minute. Allora di queste andarono molti a Vieri de’ Medici, che rimaneva con un Michele de’ parenti di Salvestro; volevano togliesse l’insegna del Popolo, che tutti sarebbero andati con lui, dicendo che meglio d’ogni altro cittadino la doveano aver loro due: ma benchè molti si adoprassero a questo effetto, ed in più modi, ricusò Vieri e stette a casa, o fosse in lui poca ambizione o bontà o prudenza. Ma fu tenuto che se i Medici avessero allora voluto essere cogli artefici, molti scoprendosi che non si ardivano, era gran pericolo che la città non rimanesse sotto le branche di quella famiglia: parole quasi divinatrici in bocca di tale il quale non vidde dipoi quelle branche davvero stringere la Repubblica.[78] Così finivano i due mesi memorabili del gonfalonierato di Maso degli Albizi; e pe’ due che furon ultimi dell’anno 1393 veniva tratto gonfaloniere, o piuttosto scelto, Niccolò da Uzzano, grande cittadino, il quale vedremo per molti anni insieme con Maso governare quello Stato che a senno di pochi reggeva dipoi, non senza gloria, la Repubblica.
Rimanevano da umiliare o da percotere due soli, Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, che da principio diedero mano a quello Stato, ma pure voleano governo più largo, e a quella setta non aderivano la quale infine era venuta ad occuparlo. Il Gianfigliazzi, perchè era uomo che si contentava tenersi di mezzo, avea promesso ad un Alberti una sua figlia; del che adombrandosi quei dello Stato, gli Otto di guardia gli comandarono con gravi minaccie disfacesse il parentado, ed egli ubbidiva: ma la fanciulla amava il giovane ed altri non volle: talchè abbassato messer Rinaldo ch’ebbe gran biasimo della rotta fede, ed egli essendo poi negli uffici anche adoperato da chi reggeva, diedero questi consentimento che il matrimonio si facesse. Ma di altra tempra e di ben altra autorità era Donato Acciaioli, il più eminente cittadino che avesse Firenze sì per la famiglia che il gran Siniscalco aveva levata sopra alle private condizioni, e sì per il grado che tenea Donato nella Repubblica, dove le maggiori ambascerie o commissariati ed i negozi di più rilievo a lui venivano confidati; l’acquisto d’Arezzo teneano che fosse opera sua. Franco ne’ consigli, severo ed anche aspro talvolta riprenditore, non temeva egli l’egualità perchè sicuro in sè medesimo, che tra gli eguali sarebbe primo: i suoi contrari invidiosamente lui chiamavano duca e principe. Nei primi tempi si teneva egli non alieno dallo Stato, e fu anche nel 1395 Gonfaloniere, e andò a Milano ambasciatore. Ma sul principio del 96 veduta la setta vie più ristringersi con la esclusione dei meno amici o confidenti, e accadendo quella volta essere tratta una Signoria dov’erano tali cui l’Acciaioli credeva potersi fidare, a lui parve essere momento da riformare lo Stato ampliando le borse con la restituzione di coloro che n’erano stati di recente tolti via, sebbene fossero meritevoli. Si apriva di questo con taluni de’ Priori e con un figlio del Gonfaloniere di casa Ricoveri; ma quelli risposero, come spauriti, non essere cose le quali fossero da toccare; e il giovine al padre riferì il tutto. Al Gonfaloniere e agli altri parve che il caso volesse rimedio, ed ai capi della setta parve da cogliere l’occasione. Fu eletta una pratica di Dodici cittadini, ed uno era (consueta astuzia in questi casi) Donato stesso; il quale chiamato con gli altri in Palagio, vi andò; ma tutti presente lui si riguardavano come da uomo di già sospetto, e uno disse apertamente che il male era dentro e che doveasi prima tôrre. Fu quindi rinchiuso nella camera del Frate, e gli altri andavano e venivano, e chi in un modo e chi nell’altro lo consigliavano; amici falsi lui stringevano a confessare la colpa. Qui varie e dubbie relazioni lasciano incertezze intorno a quel fatto, e non mancò chi la disse guerra incontro mossagli per invidia.[79] Donato istesso, in una lettera che dipoi scrisse alla Signoria, non bene si vede se non potesse dei fatti suoi dire ogni cosa, o non volesse troppo allargarsi nell’accusare i potenti che l’oppressero, o quei più bassi che lo tradirono: forse irritato e messo al punto, aveva egli minacciato venire alle armi; forse i paurosi a lui devoti e i più avventati gli consigliavano di munirsi, e intanto andavano per città spargendo voci di sedizione. Tra’ suoi contrari, i più feroci voleano fosse dannato a morte; e vi ha chi dice avere egli scampato la vita col rendersi in colpa e domandare perdonanza in ginocchioni senza cappuccio davanti a’ Signori. Ebbe egli invece confine a Barletta per venti anni; e la Signoria scriveva pubbliche lettere al fratello di lui Agnolo Acciaioli, ch’era Cardinale, escusandosi della necessità in che era stata di dare bando al principale suo cittadino, per avere egli cercato, e (quando in altro modo non si potesse) per via della forza, mutare lo Stato e gli ordini della Repubblica. Con l’Acciaioli furono condannati Alamanno di Salvestro ed altri dei Medici, ed artefici di minor conto.[80]
Tra gli sbanditi erano molti rotti alle zuffe cittadinesche, dall’esiglio inferociti, e pronti ad ogni temerità. La Lombardia n’era piena, e molti spiavano in Bologna le occasioni; otto dei quali (v’era un Adimari dei Cavicciuli, un Ricci, un Medici, un Girolami) chiamati da uno dei Cavicciuli di dentro, dopo essere due dì stati occulti in Firenze, uscirono insieme per uccidere Maso degli Albizzi, la cui morte si credevano bastasse a mettere la città in arme. Avevano spie, dalle quali udito che Maso era entrato da San Piero nella bottega d’uno speziale, corsero quivi; ma non trovatolo, e per la via stessa tornando indietro in Mercato Vecchio, uccisero due giovani figli di cittadini a loro nemici; e ritrattisi di quivi pure, per la grande calca si fermarono nella Loggia degli Adimari che aveva nome la Neghittosa, gridando al popolo che gli attorniava: «Serrate le botteghe, e seguitateci; chè non pagherete più prestanze e non avrete più guerra.» Non bastò; ed essi ch’erano andati giù per la via de’ Servi, quando ebbero avviso di gente armata che là muoveva, si rifuggirono in Santa Maria del Fiore, quivi entrati per le tetta delle nuove costruzioni; e là rinchiusi ed assediati, furono presi la sera, e tosto decapitati a piè dei loro palagi stessi.
Qui ai tempi precorrendo per non dividere la materia, narreremo come in appresso avendo un altro dei Cavicciuli rivelato avere saputo da un altro dei Ricci d’una più vasta congiura che s’ordiva con gli usciti, furono presi gli accusati, dai quali si seppe come dovessero molti rientrare in Toscana segretamente e pel greto d’Arno invadere la città; dove uccidendo i fanti che stavano a provvigione della Repubblica, avriano comodo d’ammazzare i reggitori, ed a foggia loro mutare lo Stato. Su di che essendo gli accusati presi, ebbero mozza la testa, salvo uno cui fu perdonato alle lacrime del padre, onorato cittadino che da Venezia corse a pregarne in ginocchioni la Signoria. Dipoi uno degli Alberti che si tenea quieto, ma fu denunziato da un monaco il quale diceva avergli tenuto mano, ebbe condanna ma non della testa perch’egli negava, sebbene il monaco molto lo aggravasse. Allora volendo a tali pratiche porre un termine, fecero balía di novanta cittadini, quindi altra balía, per le quali ebbero bando sei degli Alberti e sei dei Ricci e due dei Medici, tre degli Scali, due degli Strozzi, Bindo Altoviti, un Adimari e molti di plebe: con essi anche furono chiamati ribelli i Conti di Bagno e quei di Modigliana e gli Ubertini, i quali s’erano un’altra volta levati contro alla Repubblica. Dipoi furono messi a sedere tutti i Medici, tranne pochi, e tutti i Ricci, e più Alberti confinati.[81] Ma contro a questa famiglia si trovano pel corso di più anni estese o aggravate le condanne, poi fatte comuni a quanti portassero quel nome, del quale nessuno infine poteva, senza essere ucciso per taglia di mille o più fiorini, farsi trovare dentro alle dugento miglia dalla città di Firenze; aggiungendo che nessuno di questa famiglia il quale fosse in età di sedici anni o che in avvenire a quella giugnesse, potesse in Firenze rimanere. Tutte le case degli Alberti si vendessero, togliendo da quelle le armi della famiglia, e la loro loggia fosse rasata a terra: chi togliesse donna degli Alberti o in quella casa ponesse una figlia, pagasse di pena mille fiorini d’oro: niun cittadino o suddito della Repubblica potesse nel raggio di dugento miglia farsi loro socio di commercio o fattore; e quando fosse, dovesse ritirarsi dentro a sei mesi. Continuava quella persecuzione per tutta intera un’età d’uomo: quando poi furono morti quei vecchi nei quali vivevano più fieri gli odii della parte loro, e quando gli Alberti non più si temevano, vennero questi gradatamente riabilitati.[82] Ora è da tornare ai fatti esterni della Repubblica.
Era morto sul principio del 1394 presso Firenze in Polverosa Giovanni Aguto, molto onorato dalla Repubblica:[83] la quale vedeva i migliori capitani tutti stare col Visconti, e fra tutti erano i più insigni Alberico e Giovanni da Barbiano. Guerreggiava questi su quel di Ferrara con Azzo da Este contro al marchese Niccolò, al quale avevano i Fiorentini mandato soccorso d’oltre quattrocento lance; le quali unite alle forze del signor di Faenza Astorre Manfredi, ponevano assedio al castello di Barbiano, lungamente prolungandosi in quelle parti la guerra. Da un’altra banda, alcune compagnie di fuorusciti Perugini entrate in Toscana si erano messe intorno a Gargonza, e con l’appoggio dei Senesi, molto infestavano Val di Chiana: in Pisa l’Appiano fortificatosi con aiuti più o meno palesi di Giovan Galeazzo minacciava Lucca, la quale si venne più a ristringere co’ Fiorentini. Per le quali cose bene era guerra tra le due parti, ma perchè a Firenze giovava stare sulle difese, ed al Visconti l’occulta guerra soleva fruttare assai meglio della campeggiata, gli ambasciatori andavano e venivano scambiando le accuse, ma senza cessare le professioni della amicizia; tantochè infine si foggiò anche un simulacro di lega, con la solita bugia d’opporsi alle bande dei venturieri, quasichè fossero essi soli la cagione per cui la pace veniva turbata. Frattanto Giovan Galeazzo s’era fatto duca di Milano, avendo comprato cotesto titolo per moneta dall’abietto imperatore Vinceslao, che da principio aveva offerto ai nemici del Visconti il poco valido suo aiuto.
La Repubblica, mentre onorava per ambasciatori il nuovo Duca nelle magnificenze di Milano, più era sollecita a cercargli nimicizie; frequenti andavano gli oratori nei vari Stati anche d’oltremonti, e Coluccio Salutati scriveva lettere infiammate, sì che il Visconti soleva dire che la penna di Coluccio era a lui peggio che una spada: i mercanti fiorentini sparsi pel mondo attizzavano odii contro al tiranno di Lombardia. Ma nell’Italia non erano forze bastanti ad essergli contrappeso, e quindi Firenze dovette sè fare centro di ogni cosa, usando le industrie e l’acutezze degli ingegni, e confortata dall’antiveggenza di quei mancamenti che la gran possa del suo nemico in sè medesima troverebbe.[84] In Puglia il giovane Ladislao, figlio rimasto del re Carlo di Durazzo sotto la tutela di Margherita sua madre, avea da combattere la sparsa guerra dei Baroni di parte contraria; e i Fiorentini, ai quali premeva fortificare quel Regno, a lui cercavano l’amicizia del Papa, levando via certi scandali e salvatichezze ch’erano nate tra loro, e procurando il maritaggio di Giovanna sorella di lui con Sigismondo novello re d’Ungheria, perchè ricongiunte insieme le forze di quei due Regni, assicurassero lo Stato di Napoli contro alla parte che favoriva gli Angiovini di Provenza. Andarono a questo fine ambasciate a Roma, e a Gaeta dove era Ladislao, o a Buda dell’Ungheria: dal Papa nemmeno ebbero il soccorso che Bonifazio poteva dare, essendo gran parte delle terre della Chiesa ribelli, da poi che gli stessi Fiorentini le avean chiamate venti anni prima a libertà; e ora prestavano questi mano contro al Papa ai Perugini, mentre che Roma tumultuando si governava pei suoi Banderesi.[85] Cercato avrebbe Bonifazio a sè difesa contro al Visconti da una lega che a lui sarebbe parsa potente abbastanza, qualora Venezia in quella fosse intervenuta; e i Fiorentini in questo mezzo a lui dispiacevano chiamando aiuti dai Re francesi che mantenevano l’osservanza dello scismatico d’Avignone e lui studiavansi di promuovere. La Repubblica inviava quell’anno 1396 ambasciatore a Parigi Maso degli Albizzi, cui si aggiunse poco di poi Buonaccorso Pitti; dopo lunghi negoziati a’ 29 settembre strinsero lega, che fu di nome, col re Carlo VI alienato della mente: ma di Francia non veniva pure un soldato,[86] ed i Fiorentini doveano scusarsi appresso al Papa ed a Ladislao col dire che, aveano in tutto salvato le ragioni loro nelle condizioni dell’accordo; e mandarono a Venezia Niccolò da Uzzano perchè dichiarasse che nella lega con Francia non voleano fare nè per l’Antipapa nè per il Duca d’Angiò, nè contro alla libertà d’Italia.[87] Bene il Visconti opponeva ai Fiorentini meglio essere che gli Italiani si tengano Italia, che lasciarci pigliare piede ai Francesi;[88] ma egli frattanto cercava condurre il Re dei Romani ed altri principi Alemanni contro a’ Francesi,[89] che nell’Italia di già avevano messo piede per altra via; imperocchè Genova, cui tanto mare ubbidiva ma che di sè stessa non bene tenne la padronanza, temendo cadere un’altra volta sotto al Visconti, s’era data al Re di Francia.
Il Duca frattanto, il quale teneva in Toscana piede fermo a Siena ed a Pisa, fatte oramai sue dipendenti, aveva mandato in quest’ultima città i due Conti da Barbiano con cinquemila soldati ad infestare i Lucchesi, i quali vivevano sotto Lazzaro Guinigi in amistà con la Repubblica di Firenze; e questa avendo a soccorso loro inviato sue genti e sprovveduto San Miniato, uno dei Mangiadori fuorusciti, di furto entratovi, uccideva il Commissario fiorentino, ma era dal popolo ricacciato;[90] e il conte Alberico scorreva da Siena fin sotto le mura di Firenze a Pozzolatico ed a Signa, guastando il contado. Era la guerra già denunziata, sebbene anche prima e fin dall’ottobre 1395 per un consiglio di Richiesti fosse fatta deliberazione di opporsi al Visconti, e creati i Dieci di balía e condotto gente d’arme e chiesto l’aiuto de’ Bolognesi e degli altri collegati di Romagna. Imperocchè il nodo di tutta la guerra già era in Mantova assalita con grande sforzo dal Duca, il quale da prima con gravi barconi ed artiglierie fatte scendere giù per il Mincio, avea rotto i ponti ed i serragli della fortezza; la quale tuttavia resistendo per la difesa delle lagune, e i Fiorentini avendovi in più tempi mandato fino a millesettecento lancie sotto Carlo Malatesta, mentre all’incontro molto ingrossavano le genti del Duca, fu a Governolo grande battaglia e gran rotta dei Ducheschi, ma scarso il frutto pei collegati, il Malatesti avendo ricusato spingere innanzi la guerra. Venezia allora la prima volta entrava in lega, ma con l’intendimento di farsi arbitra della pace, siccome colei che fino a quel tempo, o nulla ambiva in terraferma, o solamente la ruina dei Carraresi, intanto piacendole si logorassero le due parti.[91] Aveva cercato che in lei facessero compromesso; al che negandosi il Visconti, fu stretta la lega, con questo però, che da sè soli i Veneziani potessero fare pace o tregua anche pei collegati, i quali dovessero il fatto loro ratificare: imposero quindi nel maggio del 1398, e innanzi d’averla con gli altri convenuta, una tregua per dieci anni; tanta era in Italia già da quel tempo l’autorità della Repubblica di Venezia.[92] In Pisa era morto Iacopo d’Appiano, avendo sepolto pochi mesi prima il figlio Giovanni capace a reggere quello Stato, il quale cadeva nell’altro suo figlio di nome Gherardo, uomo da poco; e già il Visconti con la frode e con le armi aveva tentato occupare le fortezze; laonde Gherardo, perchè alla casa degli Appiani nessuna infamia mancasse, vendeva al Duca Pisa per duecento mila fiorini d’oro, col riservarsi la signoria di Piombino, che indi rimase nei discendenti di lui: indarno i miseri Pisani avevano offerto pagare essi la moneta e riscattarsi a libertà. Peggio fece Siena, che di proprio moto si diede al Duca in servitù; il che era già stato deliberato fino dall’anno 1391, ma non ebbe esecuzione, sinchè ora fu vinto nel Consiglio generale; le guerre avevano e le contenzioni ridotta in miseria quella nobile città, diserto lo Stato e quasi vuoto d’abitatori.[93] A quel tempo stesso Perugia e Assisi erano venute sotto il dominio del Duca, invano il Papa ed i Fiorentini a ciò essendosi contrapposti; Lazzaro Guinigi signore di Lucca era ucciso a tradimento da un suo proprio fratello ad istigazione del Vicario in Pisa del Duca, il quale dava indi mano a Paolo della famiglia stessa che pigliò la signoria, e lunghi anni poi la tenne: il Conte di Poppi, quello di Bagno, gli Ubertini si diedero al Duca; il Signor di Cortona s’accordò con lui: guerra minuta di correrie da questi facevasi in Casentino e nel Chianti; e gli sbanditi del 93, cui piaceva scaldarsi a quel fuoco, lo attizzavano più che mai.[94] Allora una pace in Pavia fu conchiusa dai Veneziani, a questa obbligando anche gli altri collegati secondo il patto che aveano posto; del che i Fiorentini si dolsero assai:[95] ma pace non fu, siccome tregua non era stata, e sempre i danni continuavano. Anche la peste era venuta fieramente a percuotere la città, da quella fuggendosi grande numero di cittadini; infuriò in Roma nei mesi del giubbileo di quell’anno 1400, e dipoi corse tutta Italia.
Qui è luogo a dire di quella devozione dei Bianchi penitenti, la quale venuta d’oltr’Alpe, era entrata per Genova e Lucca in Toscana l’anno precedente: Compagnie d’uomini e di donne, fanciulle e fanciulli, coperti di panni lini bianchi, andavano a molte migliaia nove dì processionando con l’insegna del Crocifisso innanzi; cantavano laudi, chiamavano pace e misericordia, facevano rappacificare le genti tra loro: sicure le andate anche nelle terre le quali soleano tenersi nemiche: pareva proprio cosa di Dio. Venute in Firenze di tali Compagnie da’ luoghi vicini, ebbero il vitto dalla Repubblica e molte limosine: e quando forse quaranta mila dei Fiorentini vollero fare lo stesso, provvidde la Signoria che oltre al Vescovo, il quale andava con loro, avessero guide che gli ordinassero per contrade e regolassero ogni cosa affinchè scandalo non nascesse; e a loro non permisero dilungarsi molto fuori di città, dentro alla quale doveano ogni sera tornare ad albergo. Usciva bensì con altri il Vescovo di Fiesole; ai quali aggiugnendosi per la via molti del contado, si radunavano in Figline venti mila persone o più; i quali andati fino ad Arezzo, di là tornarono, dentro i nove dì: era due mesi continuata in Toscana quella devozione.[96]
Nell’anno 1401 la Repubblica, via più sentendo intorno a sè crescere i pericoli da ogni parte, dappoichè i Signori di Mantova[97] e di Ferrara segretamente si erano accordati col Visconti, ed in Pistoia i Cancellieri aveano cercato fare mutazione dello Stato, si volse al nuovo Imperatore: questi era Roberto conte Palatino di Baviera, creato nel luogo del deposto Vinceslao. E lui sapendo essere voglioso di avere dal Papa confermazione del grado, mandatogli Buonaccorso Pitti ambasciatore, praticarono affinchè scendesse contro al Visconti in Italia, con la promessa di cento mila fiorini subito ed altri novanta mila durante la guerra: prometteano anche un’altra egual somma in prestanza; e Roberto confermava i privilegi alla Repubblica prima concessi da Carlo IV, ma con maggiore ampiezza, e quella volta senza trattare di censo. Scendeva egli dunque a Trento, e presso Brescia avendo avuto piccolo scontro ed infelice con le milizie del Visconti, perchè il Duca d’Austria e l’Arcivescovo di Colonia subitamente lo abbandonarono, venne a Padova con poche genti, indi a Venezia. Qui pretendeva il pagamento dei novanta mila fiorini che rimanevano; alla fine, contentatosi d’averne sessantacinque mila (a lui recati da Giovanni de’ Medici, ch’era mercante ricchissimo), tornò a Padova e ivi si fermò, finchè veduto che altre genti non gli venivano nè danari, si ricondusse in Alemagna: questo fine ebbe la discesa dell’imperatore Roberto in Italia.[98] Ma già era prossima a cadere in mano del Duca l’ultima e la maggiore amica dei Fiorentini, Bologna. L’anno innanzi era divenuto di questa signore Giovanni Bentivoglio, avendo cacciata la parte dei Gozzadini; il quale a malgrado le lusinghe del Visconti s’era collegato ai Fiorentini, persuadendosi che appresso al popolo ne acquisterebbe favore. E da principio gli tornò bene; ma non sì tosto l’Imperatore ebbe sgombrato l’Italia, Giovan Galeazzo facea radunare sotto Bologna il maggior nerbo delle forze sue con otto mila cavalli, dov’erano molti dei più riputati italiani condottieri, e a capo di tutti Alberico da Barbiano: guidava le genti fiorentine e bolognesi un Bernardo delle Serre guascone, che i nostri familiarmente appellavano Bernardone. Fu grande battaglia e memorabile per quei tempi presso Bologna a Casalecchio, dove i collegati essendo rotti ed il Capitano preso, i soldati vincitori e i fuorusciti con essi insieme si sparsero nella città: quivi molta e sanguinosa fu la zuffa cittadina, infin che ucciso il Bentivoglio, il Duca pigliava la signoria libera di Bologna, contro al volere dei fuorusciti ai quali aveva altro promesso. Dei commissari fiorentini che erano al campo, uno per ferite moriva; l’altro, Niccolò da Uzzano, prigione del Duca fu quindi a spese della Repubblica riscattato per cinque mila fiorini.
Prima d’allora non mai Firenze si vidde condotta in pericolo così vicino: lo Stato è vero non era tocco, ma da ogni parte chiuse le vie alle amicizie ed ai commerci, le città suddite minacciavano fare sommossa; il contado stracco per le gravezze, e nel Mugello i contadini davano mano a quei dell’Alpe, dove gli Ubaldini nemmeno allora affatto spenti, anch’essi levavano la cresta insieme a quanti fossero male contenti della Repubblica; le ricolte tutte fuori senza difesa pei campi, e nella città non era roba per due mesi: temevasi anche di quei di dentro, e due mila Ciompi dai Dieci furono assoldati, più per trarli fuori che per fiducia che in loro avessero, e mandati a guernire le castella.[99] In su quei primi non fu la guerra con vigore proseguita da quei del Duca, e rimediossi pure in qualche modo; ma credeva egli di affamare la città e così averla a discrezione: si diceva ch’egli volesse in Firenze farsi coronare re d’Italia. Quand’ecco di subito mutare le sorti per un evento cui la sagacità di lui non fu capace a provvedere. Giovan Galeazzo fuggendo la peste, ne fu colto in Marignano dove morì a’ 3 di settembre 1402, quando era signore del più grande Stato che fino ai dì nostri fosse in Italia. Fu egli però oltre al dovere magnificato, siccome colui che tutti vinceva nelle arti comuni, ma da quelle non si discostava, più atto ad usare le forze altrui che a farsi padrone degli animi, senza virtù di soldato nè armi proprie e paesane, uomo da pigliarsi a brani l’Italia ma non da tenerla nè insieme comporla: regolato nell’amministrazione quanto magnifico nelle opere, lasciava di sè due molto splendidi monumenti, il Duomo di Milano e la Certosa presso Pavia.[100]
Capitolo IV. ACQUISTO DI PISA. [AN. 1402-1406.]
Per il testamento di Giovan Galeazzo andava lo Stato diviso tra due figli, dei quali il primogenito Giovanni Maria, ch’era in età di tredici anni, ebbe il Ducato di Milano con le città poste tra ’l Mincio e il Ticino, e inoltre Piacenza, Parma, Bologna, Siena, Assisi, Perugia. Pavia rimaneva come sede e come titolo al secondo nato Filippo Maria, con quelle città le quali stanno ai due fianchi della Lombardia verso il Piemonte e la Venezia. Un terzo figlio, ma non legittimo, Gabriele Maria ebbe Pisa in successione, e Crema, la quale il Duca potesse riscattare per moneta. Sebbene usanza del Visconti fosse dividere le città considerandole nella successione come tanti patrimoni ciascuna per sè, provvidde Giovan Galeazzo a mantenere quanto per lui si potesse unito lo Stato, avendo anche fatto che i due minori fratelli tenessero in feudo le città loro siccome parte del Ducato di Milano. Ma era lo Stato senza armi proprie, i popoli stanchi dalle gravezze; nelle città, le antiche parti risuscitavano, mosse dai nobili che in ciascuna erano soliti dominare, e che ora oppressi dai Visconti mettevano innanzi il nome guelfo: così aveano levato il capo i Rossi a Parma, i Fogliani a Reggio, ed a Bergamo i Suardi, i Benzoni a Crema, gli Scotti a Piacenza; Ugolino dei Cavalcabò, rioccupando la signoria di Cremona e avuto rinforzo d’armi fiorentine, pigliava Lodi, di là scorrendo fin sotto alle mura di Milano; intanto che i Rusca ed il popolo con essi muovevano Como a feroce ribellione, che le armi vennero ad estinguere. Ciascuna città faceva per sè, ma in sè divisa: sul capo a tutte stava un’altra forza dispersa, vagante, divisa anch’essa ma sola valida, i condottieri delle armi mercenarie, i quali levati da Giovan Galeazzo a grande stato, perdevano ora la sicurezza delle paghe e la fiducia delle imprese; mandati essi a comprimere le ribellioni, di queste facevano il loro pro: ed in tale modo ebbe occupata Facino Cane la signoria d’Alessandria; ed Ottobuon Terzo prima facendo coi Rossi a mezzo, poscia ingannandoli, riduceva Parma tutta a sua propria devozione: Brescia, dopo essersi prima data al Carrarese, venne alle mani di Pandolfo Malatesta. I Fiorentini ch’erano giunti per molte lunghezze a stringere lega col Papa nei giorni quando morì Giovan Galeazzo, continuavano guerra stracca intorno a Perugia e intorno a Siena ed in Romagna. Aveano condotto Alberico da Barbiano, al quale si univa con le genti pontificie il troppo famoso cardinale Baldassarre Cossa; e insieme avendo portata la guerra fin sulle rive del Po, ecco giugnere a Firenze la mala novella che il Cardinale si era accordato coi Visconti, avutone in prezzo l’abbandono di Bologna, che subito venne a lui dal popolo consegnata: Perugia ed Assisi tornarono anch’esse alla devozione del Pontefice. Aveano cercato i Fiorentini che Bonifazio non ratificasse quell’accordo; indugiò il Papa, e quindi offerse di rintegrare la prima lega e l’amicizia con la Repubblica.[101] La quale intanto pigliava vendetta di quei signorotti che a lei si erano ribellati, ampliando il dominio con la distruzione dei Conti di Bagno, e avendo acquistato da quel lato degli Appennini anche Castrocaro, e nelle Maremme Castiglione della Pescaia, importante sito da stare a guardia contro a’ Senesi. Nè questi mantennero al nuovo Duca la soggezione, ma raccostando il governo agli ordini popolari, ed avendo richiamato i fuorusciti, fecero pace (sebbene ciò fosse a mala voglia) co’ Fiorentini.[102] E in questo mezzo Francesco da Carrara, uscito di Padova occupava con le armi Verona, dicendo tenerla per conto d’un ultimo bastardo di casa Scaligera; ma questi però da indi a poco venne a morte, non senza infamia del Carrarese; contro del quale i Veneziani movendo allora una grande guerra, ebbero infine Padova e lui a discrezione, e per iniqua ragione di Stato avendo nel carcere ucciso Francesco e due suoi figli, a sè aprirono così la strada alle conquiste ed alle guerre in terraferma. Pareva frattanto la signoria dei Visconti al tutto disfarsi per interne commozioni mosse dai nobili malcontenti; quindi in Milano lunga sequela di fatti atrocissimi, i quali mi piace non avere obbligo di narrare; e infine la vedova Duchessa, reggente pe’ figli, chiusa in castello e messa a morte: era essa nata di Bernabò, e dopo regnato diciassette anni con l’uccisore del padre suo, venne al fine stesso.[103]
Nel mese di novembre 1403 giungeva in Pisa il nuovo signore Gabriele Maria Visconti, e seco la madre Agnese Mantegazza. Cominciò male, essendo accolto con poca festa nella città, la quale era esausta dalle guerre precedenti, nè poteva egli trarne danaro a volontà sua; cosicchè in capo a pochi giorni fatti pigliare alcuni cittadini più facoltosi sotto colore che a lui volessero tôrre la città, ad un Agliata e a due altri fece tagliare la testa, altri condannando in più migliaia di fiorini, pena la vita se dentro un mese non gli avessero messi fuori;[104] altri, dopo averli bene smunti, mandò a confine: talchè i Pisani cercavano modo come liberarsi d’un tale signore, il quale vedeano essere uomo di poco senno e poche forze nè da potere avere aiuti di Lombardia. I Fiorentini teneano l’occhio a queste cose; e da un uscito di Pisa avendo i Dieci di balìa avuto avviso come agevolmente si potesse entrare in città per una porta murata, ma il muro era debole e sottile, mandarono genti segretamente nel mese di gennaio con isperanza di occupare la terra; se non che la trovarono ben guardata e il popolo in arme, perchè il traditore si venne a pentire e increbbegli della sua patria e disse ogni cosa; talchè per allora falliva il disegno: ma bene pareva a Gabriele Maria stare troppo male tra’ Pisani, che a morte l’odiavano, e i Fiorentini, contro ai quali non bastava egli alla difesa di quel suo stato pericolante. Era in Genova governatore pel Re di Francia il maresciallo Giovanni Le Maingre detto Bouciquaut, e i nostri lo chiamavano Bucicaldo: ignoro se primo a lui si volgesse Gabriele Maria per darsi a Francia in protezione, o se il Francese molto ambizioso di più distendere le radici nel cuore d’Italia avviasse pratiche a tal fine, eccitato anche dai Genovesi, i quali temevano se Pisa cadesse in mano dei Fiorentini, averne perdita pe’ commerci loro. Fatto è che il Visconti si rendè vassallo al Re di Francia, cui doveva in segno d’omaggio presentare ogni anno un destriere e un falcone pellegrino; ma quel che più era, gli diede in possesso i castelli di Livorno, di gran momento dappoichè il mare col discostarsi lasciava in secco il Porto antico dei Pisani. Mandava pertanto Bucicaldo a Firenze intimazione di cessare ogni offesa contro alla città di Pisa, la quale era divenuta cosa del Re. Di ciò si turbarono molto gli animi dei Fiorentini; vedevansi tôrre Pisa di bocca e venire addosso la potenza de’ Francesi. Quindi per allora chiamandosi offesi, e pigliando tempo, mandarono a Genova ambasciatori a Bucicaldo; mandarono in Francia a richiamarsene al Re stesso. Ma quegli frattanto, vie più sdegnato per quel ricorso, facea sequestrare le robe in Genova dei Fiorentini, per oltre a centomila fiorini d’oro, e ad essi vietava usare il porto di Talamone perchè fossero costretti valersi di Genova o d’altri scali in suo dominio. Vennero infine le mercanzie rese e tolto il divieto; ma la Repubblica fu costretta fare tregua coi Pisani per quattro anni, che a Firenze parve durissima condizione.[105]
Durava lo scisma nella Chiesa: in Avignone all’antipapa Clemente VII era succeduto infino dall’anno 1394 uno spagnuolo, Pietro da Luna, che prese nome di Benedetto XIII; e poichè le armi dei Francesi erano entrate in Italia, ed in Genova il governatore gli mostrava una fede da soldato,[106] si confidò Benedetto a vantaggiare la parte sua: quindi spediva suoi Legati infino a Roma; dove accolti male, com’era da credere, vennero chiusi nella fortezza di Castel Sant’Angelo. Intanto moriva papa Bonifazio, e in mezzo alle gravi perturbazioni della città di Roma gli fu eletto successore il cardinale Cosimo Migliorati col nome d’Innocenzio VII, e con la promessa solenne di fare ogni cosa per la cessazione dello scisma, fino a deporre la tiara i due contendenti, se a tal fine s’accordassero. E Benedetto era venuto per Marsiglia e Nizza infino a Genova, che Bucicaldo riceveva in ubbienza, a ciò abbassandosi un Cardinale di casa Fieschi ed il Vescovo della città: quindi usando la debolezza di Gabriele Maria, ottenne che in Pisa questi comandasse il riconoscimento di Benedetto, il quale aveva fatto anche disegno venirvi della persona sua; ma voleva le castella, egli insieme e Bucicaldo avendo disegni, comunque vari e mal fermi, sulle cose di Toscana. Ambiva questi che il Re suo acquistasse anche la signoria di Pisa, incitato come sembra dal duca d’Orléans, il quale era allora quasi che reggente del regno di Parigi, e forse cercava con la Valentina, moglie sua, fare in Italia a sè uno stato. Ma Bucicaldo, non credendosi avere forze a ciò sufficienti, e temendo per l’unione con la ghibellina Pisa non venisse questa parte a farsi in Genova prevalente, volgeva l’animo ad una qualche sorta di componimento con la Repubblica di Firenze; al che spingevalo Benedetto nella speranza di trarre questa a porsi sotto all’ubbidienza sua con l’esca di Pisa. Si aggiugneva che Francesco da Carrara trovandosi allora a dure strette, molto avrebbono i Genovesi e Bucicaldo avuto caro di procacciargli soccorso; e questo voleano fosse un altro prezzo da imporre alla cupidità della Repubblica di Firenze. Ondeggiava Bucicaldo variamente in questi pensieri, temendo l’odiosità dell’opprimere una città ed un signore che a lui erano confidati; dal che odio gli verrebbe nella Corte di Parigi da quella parte la quale stava contro all’Orléans ed a lui. I Fiorentini, tra ’l Re di Francia e il duca d’Orléans e Bucicaldo ed i Pisani e Gabbriello e Benedetto, cercavano fare segretamente i fatti loro, o almanco svilupparsi dell’impedimento della tregua che a forza avevano consentito.[107]
La prima apertura del pensiero che Bucicaldo e Benedetto avrebbono avuto della vendita di Pisa venne in Firenze per una lettera che Buonaccorso degli Alderotti mercante in Genova scriveva privatamente a Gino Capponi correndo il giugno 1405. La quale essendo subito comunicata da questo ai Signori ed a pochissimi cittadini, fu preso partito che Gino andasse a Genova come per altre faccende, e lì vedesse qual fondamento avesse la cosa. Andava Gino, e fu a discorso con l’Alderotti, poi con Bucicaldo, il quale chiedeva dapprima quattrocentomila fiorini d’oro, che la metà fosse spesa nel soccorrere a Francesco da Carrara; chiedeva inoltre che la Repubblica ubbidisse a Benedetto; e interrogato da Gino qual modo terrebbe per avere Pisa e quindi poterne fare cessione, disse l’avrebbe prestamente nelle mani col favore del suo Papa. Rimasero, cercasse quegli di avere Pisa e poi del resto si aggiusterebbero: con queste parole tornò a Firenze Gino Capponi. Nel tempo stesso parendo a Gabriele Maria d’essere appiccato con la cera nella signoria di Pisa, mandò a dire a Maso degli Albizzi che avrebbe con lui voluto parlare segretamente; per il che Maso andato un giorno come a diporto alla sua villa di Montefalcone, si condusse con apparenza di pesca per Arno infino a Vico Pisano; dove abboccatosi col Visconti non vennero a nulla, perchè Maso metteva innanzi discorsi di vendita, e quegli di lega che lo rinforzasse nello Stato.[108]
Ma non così tosto il popolo di Pisa ebbe sentore di queste cose, bene accorgendosi che il fine sarebbe cadere per ogni modo in servitù, si levò in arme ai 21 luglio sotto la condotta di un Ranieri Zacci e venne in piazza, dove ebbe lunga battaglia con le genti del Signore, le quali infine si dovettono ritrarre in cittadella, quivi assediate dal popolo e chiuse con fossi e steccati; intantochè altre uscite fuori ed accogliendosi in Ripafratta, di là correvano il contado ed infestavano la città con isperanza di racquistarla. Gabriele Maria si era condotto in Sarzana, città sua; e la madre andata in Genova a trattare per la cessione col Maresciallo, e di là tornata in cittadella, qui venne a morte d’una caduta. Cotesto levarsi del popolo aveva storpiato i disegni dei Fiorentini e di Bucicaldo, il quale metteva nella cittadella un centinaio di genti d’arme francesi prima che i Pisani chiudessero il fosso, e cercò pure mandare in Pisa altri soldati e vettovaglie e fornimenti sopra una nave che dai Pisani fu combattuta in foce d’Arno e presa, e le genti francesi rotte, e fatto prigione un nipote dello stesso Maresciallo. Del che pigliava egli grande sdegno, e si rendè facile prima agli accordi con Gino in Livorno, indi alla finale conclusione con Gabriele Maria in Sarzana, dov’erano andati da Firenze altri ambasciatori, e due Genovesi pure intervennero commissari. Il domestico scrittore delle memorie di Bouciquaut molto si adira co’ Pisani per la ribellione che aveano fatta contro al legittimo Signore loro, che gli trattava, secondo lui, amorosamente; notando com’era vizio delle genti d’Italia mutare spesso signoria; e dice essere dal tradimento loro, quando rubata la nave a lui presero il nipote, stato condotto il Maresciallo a fare la vendita. Della quale ben si vede come avesse grande bisogno egli di scusarsi per l’odiosità del fatto, e dissimula i discorsi che n’erano prima stati tenuti, e vuole poi dare ad intendere come nel trattato fossero clausule per le quali veniva la stessa Repubblica di Firenze a mettersi sotto la protezione dei Re francesi. Il che non era nè poteva essere com’egli vanta; ma io credo gli scrittori fiorentini nemmeno dicessero ogni cosa di quel fatto. Ebbero questi la cittadella e le altre fortezze, pagando dugentomila fiorini a Gabriele Maria Visconti che riteneva Sarzana, ed a Bucicaldo rimaneva in possessione Livorno: promettevano poi di soccorrere Padova; e fu la ruina ultima del Carrarese questa fiducia che lo rattenne dal fare accordo co’ Veneziani: alcune cose anche promisero intorno a papa Benedetto. A’ 31 agosto 1405 pigliava Gino la tenuta della cittadella per carta segnata da un commissario di Bucicaldo.[109]
Le più sostanziali differenze tra ’l racconto di Bucicaldo e quello di Gino, consistono in ciò: che il Maresciallo dopo avere esposto come avesse egli molto esortato i Pisani perchè tornassero in fede al legittimo Signore loro, aggiugne questi essersi dati al Re di Francia direttamente come avean fatto i Genovesi, ed egli essere alla perfine nè senza molta esitazione condisceso ai desiderii loro, a ciò consentendo Gabriele Maria con promissione di altri compensi dal Re di Francia: il Maresciallo essere andato a ricevere in Livorno la sommissione dei Pisani, e questi avere con insigne tradimento ucciso sue genti, delle quali poche si condussero nella fortezza di Pisa; e quindi assalita in foce d’Arno la nave con tutte le robe che il Maresciallo avea spedite per fare in Pisa l’entrata sua. Continua mostrando la perfidia dei Pisani, i quali trattavano tuttavia sempre darsi al Re; e al tempo stesso ai Fiorentini ed ai Genovesi proponevano di unirsi tutti contro a’ Francesi, ed uccidere quanti ve n’era in Pisa e in Genova e in Livorno. Dopo di che avendo Gabriele Maria fatto l’accordo co’ Fiorentini, al quale voleva che il Maresciallo consentisse, questo lo comunicava tosto ai Pisani, e intimava loro si dessero a lui dentro due giorni, se non volevano andare in mano de’ Fiorentini. Negarono essi, ed il Maresciallo patteggiò allora con gli inviati dalla Repubblica di Firenze: avesse questa la Signoria di Pisa facendone omaggio al Re di Francia, dichiarandosi uomini ligi della Corona; rimanesse Livorno in piena signoria del Re; ubbidissero i Fiorentini a Benedetto, promettendo sotto certe condizioni combattere anche il Papa di Roma, se dentro sei mesi non fosse accordo tra i contendenti. Il quale trattato ebbe ratificazione solenne dal Re, ma eseguito non fu mai, perchè i Pisani con le armi si opposero, e la Repubblica di Firenze dopo la perdita della cittadella si tenne sciolta: il che afferma Gino espressamente, ed il Maresciallo non contradice, nè muove accuse alla Repubblica fiorentina di fede mancata: tace bensì affatto la ripresa della cittadella che aveano fatta i Pisani, come tace i negoziati avuti in principio per la vendita a’ Fiorentini, e per l’aiuto a Francesco da Carrara; delle quali cose ben poteano essere stati discorsi più o meno espressi, ma pur vi furono. I Fiorentini dal canto loro credo tacessero le parole corse circa a una sorta di vassallaggio verso il Re di Francia per la signoria di Pisa; e in quanto risguarda alle cose dello scisma, Gino confessa «certa intenzione di dare la ubbidienza a papa Benedetto; il che e come non bisogna qui altrimenti specificare, perchè poi si perdè la cittadella e vennero a variare i tempi.»
Sei giorni dopo aveva il popolo dei Pisani racquistata la cittadella, che per essere abbastanza forte di mura e di torri e per la guardia che v’era dentro, non fosse stata trascurataggine dei capitani, poteva reggere all’assalto di genti d’arme pratiche e valenti, non che d’un popolo.[110] Ma forzata appena certa postierla in sito debole, i Pisani con le scale su per le mura tumultuariamente v’entrarono dentro, e tutta l’arsero e guastarono, eccetto le torri le quali poteano fare custodia alla città. In Firenze, come giunse la novella, fu grande sgomento; ai cittadini pareva fosse ad un tratto caduto un velo sugli occhi; guardavansi muti, a ognuno pareva tutta sua propria la sciagura, tanta era la passione d’aver Pisa. Un Raffacani, che avea la guardia della cittadella, ebbe gastigo; Andrea Vettori, che fuori di Pisa teneva il campo ma non potè giugnere a tempo, fu assoluto.[111] Una troppo baldanzosa ambasceria de’ Pisani venuta a Firenze raccendeva gli animi, e quindi con frettolosi provvedimenti s’attese alla guerra. In Pisa, da che fu morto Piero de’ Gambacorti, dominava la parte contraria, detta dei Raspanti; di buono animo richiamarono un Giovanni Gambacorti co’ Bergolini; le due parti fecero insieme gran sacramento, baciaronsi in bocca; ma durò poco. Giovanni tolse in pochi giorni la signoria per sè e pe’ suoi, uccisi i capi dei Raspanti; un Piero Gaetani di quella setta, il quale avea Laiatico ed altre castella, cedeva queste per danari alla Repubblica di Firenze, della quale divenne soldato, nè restava dal fare ai Pisani danni in Val d’Era e nelle colline. Al Gambacorti aveva dato presso taluni favore l’essere quella casa in amicizia coi Fiorentini, dai quali speravano più agevole componimento: a tale effetto il Gambacorti scriveva lettere in Firenze chiedendo salvocondotto per gli oratori di Pisa, i quali aveano da trattare di certe cose: fugli risposto specificasse le condizioni; e nulla si fece perchè la Repubblica teneva già Pisa come cosa legittimamente sua, poichè l’avevano comperata, e sempre poneva nelle soprascritte: «Al Capitano e Anziani della nostra città di Pisa.[112]» Era cresciuta la Repubblica di Firenze francando gli uomini attorno a sè da ogni legame di vassallaggio; ora ammetteva che un signore vendesse un popolo, e di tal mercato faceasi titolo alla possessione di città libera e gloriosa: cotesto titolo ai Pisani non parve buono e resisterono.
Quindi attendevano a fare genti; ma pure temendo soli non reggere quella guerra, mandarono chetamente sopra una loro galea quattro ambasciatori al re Ladislao, chiedendo pigliasse la città loro in protezione; e sulla galea erano molte robe di grande valuta, che i cittadini di Pisa metteano in Napoli a salvamento:[113] ma il Re aveva fatto promessa ai Fiorentini di non impacciarsi nelle cose di Toscana, e che essi lui non impedissero de’ fatti di Roma, nei quali aveva grandi disegni, che in altro luogo dovremo esporre. Così andò a vuoto quella speranza: e pure falliva quella che i Pisani avevano posta in Agnolo della Pergola soldato da essi, e dovea menare seicento cavalli; ma i Fiorentini co’ danari fecero tanto, che Lodovico Migliorati nipote del Papa, il quale si trovava nelle terre di Siena, quivi assalisse alla sprovveduta quelli che si erano fatti innanzi; ai quali rubando armi e cavalli gli lasciò andare, egli pago della preda, e i Fiorentini d’avere tolto a’ Pisani quel soccorso. Un altro menavane Gaspare dei Pazzi, il quale veniva da Perugia con cent’ottanta lance, ma i Fiorentini avutone spia mandarono buon polso di genti in Volterra sotto la condotta di Sforza Attendolo da Cotignola, perchè al passare gli sorprendesse; e questi avendoli côlti in Maremma vicino a Massa, gli pose in rotta, cosicchè vennero in sua balía cinquecento dei cavalli dei nemici; scamparono il Pazzi e l’Abate di san Paolo di Pisa ed il Vescovo de’ Gambacorti, ch’erano insieme con quelle genti. Ma i Pisani la difesa loro contavano stesse nell’aver tempo lungo a sostenere l’assedio, perchè gli assalti poco temevano, la città essendo forte di mura, e unito il popolo a non volere la signoria dei Fiorentini. Premeva loro a questo effetto sopra ogni cosa il provvedersi di vettovaglie, ed ebbero danno fra tutti gravissimo allora quando una galera che aveano mandata a recarne di Sicilia, tornando carica, ed avuta caccia dalle galere dei Fiorentini, sotto la torre di Vada fu presa ed arsa, rendendo insigne la virtù di un Piero Maringhi, il quale esule da Firenze e proponendosi col valore suo di racquistare la patria, si gettò a noto così armato com’egli era, nè per ferite si ritraeva finchè non la vidde in fiamme tutta: a lui fu tolto il bando, e n’ebbe premi e lode. In questo mentre Peccioli ed altre terre di Val d’Era vennero in mano dei Fiorentini, e la Verrucola fu espugnata per subito assalto, e Vico Pisano cinto d’assedio che poi sostenne con molte battaglie fin quasi al fine di quella guerra. Nelle Maremme i conti Gherardesca di Montescudaio, ed in Lunigiana alcuni dei Malaspina si erano dati alla Repubblica di Firenze; la quale teneva pure in tutela il giovane figlio del morto Signore di Piombino, avendo mandato Filippo Magalotti a governare quello Stato e l’isola dell’Elba che ne dipendeva.
A mezzo il gennaio, che per noi si conta 1406, furono creati nuovi Dieci di balía, tra’ quali erano dei più eminenti cittadini di Firenze. Maso degli Albizzi e Gino Capponi andarono al campo, dov’erano a soldo mille cinquecento lance (cavalli quattromila cinquecento) e mille trecento fanti e balestrieri genovesi, e marrajoli e palajoli in grande numero, e mulattieri e buoi per trascinare legname, e maestri d’ogni ragione. Fu prima cura dei Commissari assicurare le vettovaglie a sè, togliendole ai Pisani: male s’era provveduto infino allora, e si credettero quasi costretti a levare di là l’esercito per il mancamento della panatica, non ostante che molto danaro fosse andato per le incette; ma nulla poi vi si trovò. Laonde senz’altro e con migliore partito mandarono voce per la riviera e per le terre circostanti, essere il campo del Comune di Firenze sotto alle mura di Pisa, al quale ciascuno che mandasse roba fosse sicuro e libero, e potesse quella vendere come a lui pareva e piaceva senza decima o gabella. A questo modo abbondò il pane, del quale fu in pochi giorni grandissima la dovizia. Si aggiungevano le prede che ogni giorno facevano le galere dai Fiorentini soldate a Genova ed in Provenza: tenevan essi ben guardate le foci dell’Arno con grosse bombarde su per il filo dell’acqua; cosicchè di ventidue navi le quali andavano cariche a Pisa, non poche furono prese e le altre si dispersero qua e là, i padroni essendosi partiti con le loro fuste, cosicchè a Pisa nulla ne venne. I Fiorentini aveano posto il campo sotto a San Piero in Grado, e prima cercarono se qualche modo vi fosse di abbarrare l’Arno così da impedire l’acqua che non iscorresse, il che era allagare la città di Pisa; ma per consiglio degli ingegneri, a’ quali parve la riuscita essere incerta e la spesa troppa, abbandonarono quel pensiero. Aveano sull’Arno due forti bastìe legate da un ponte, il quale prima d’essere ultimato, da una grossa piena venuta nel maggio fu portato via. Al che i Pisani essendo accorsi popolarmente con grande furia, diedero assalto alla bastìa ch’era della parte loro e nemmeno essa bene armata. Nè a soccorrerla era modo, il fiume correndo grosso e precipitoso per la piena, se lo Sforza, egli della persona sua con memorabile ardimento (ed uno simile gli dovea più tardi costare la vita) non si gettava nel fiume con due soli famigliari su piccola barca, e riscaldando la pugna e poi da altri seguito, non avesse dato grande terrore ai Pisani. Nè però cessava la battaglia fino alle mura di Pisa, in cima alle quali saliva parte degli aggressori: ed uno sbandito di Firenze, il quale serviva pure nel campo, scalava tra’ primi le mura; e lì azzuffandosi con uno di quelli di dentro e insieme abbracciatisi, poichè dibattuti si furono assai, amendue caddero a terra dalla parte di dentro: ma più infelice egli del Maringhi, cadeva morto col suo nemico. Allora essendo Maso e Gino tornati in Firenze, nel campo erano Matteo dei Castellani, Vieri Guadagni, Niccolò Davanzati, e Iacopo Gianfigliazzi: Iacopo Salviati guidava le genti le quali attendevano ad impedire che in Pisa non entrasse roba, massimamente di verso Lucca, dove il signore, Paolo Guinigi, poco aggradiva che i Fiorentini tanto ingrossassero a’ suoi fianchi.[114] Avvenne dipoi che tra lo Sforza ed il Tartaglia, primi e più insigni tra’ condottieri, nascesse dissidio, tale che a Firenze non credeano i cittadini potersi comporre, temendo che uno dei due, secondo la fede usata dei soldati di ventura, mutasse a un tratto bandiera e soldo. Fu mandato Gino, amicissimo ad ambedue; il quale partito di Firenze la mattina dei 21 giugno di buon’ora, si condusse in campo la sera stessa; e nel giorno dopo composte le cose, venne all’offerta di San Giovanni ai 23, che è la vigilia del dì solenne. Udito l’accordo e in quale modo s’era fatto, ciascuno andò con gran piacere all’offerta, credendosi aver Pisa nelle mani. Il modo fu questo; che lo Sforza, disgiunto dall’altro, ponesse il campo di qua da Pisa in sulla riva destra dell’Arno, dando mano a quelle genti le quali erano sotto a Vico, e meglio stringendo così la città, contro alla quale stava un’altra brigata di genti in sulla riva sinistra; e i due campi erano congiunti da un ponte di legname in sulle barche, venendo così la città ad essere chiusa d’ogni parte, e impedito che v’entrasse nè roba nè gente.
Al Gambacorti parendo avere perduta ogni speranza di soccorso per terra o per mare, e solamente essere ridotto in sulla fede del suo popolo e in sulla fortezza delle mura, cominciò a volere scemare nella città le bocche inutili della gente non atta alla guardia, perchè la vivanda alle braccia utili più bastasse, e più si venisse a prolungare la guerra sì che a Firenze ne increscesse. Ma i Commissari ordinarono per pubblici bandi, che qualunque uscendo di Pisa venisse nelle forze degli assediatori fosse impiccato: si contentavano da principio di fare scorciare i panni alle donne, e suggellate con la bolla del giglio in sulle gote, per forza farle tornare in Pisa. Dipoi non giovando questo, s’aggiunse fare tagliare loro il naso, ed appiccare qualche uomo in luogo che quelli della città lo potessono vedere.[115] «Molti (uomini e femmine e fanciulli), perocchè quelli di dentro non gli volevano lasciare dentro tornare, si stavano allato alle mura, ed erano morti; e le femmine che uscivano erano ancora dentro ripinte, suggellate nella testa con ferri affocati; e gridando e chiamando misericordia non erano intesi, nè voluti nè dentro nè di fuori; e così standosi tra le mura della città e il campo, mangiavano delle erbe come le bestie, e moriano di fame:[116]» crudeli opere e nefande; ma così tra loro si odiavano i popoli. Mentre attendevano i Pisani a consumare quello ch’era dentro, il Gambacorti scese a pensare a’ suoi vantaggi. Prima erano venuti due de’ Gambacorti a trattare con Matteo dei Castellani, ch’era nel campo; dipoi veniva ai Commissari un Gasparre da Lavaiano, col quale accozzatisi più volte, erano quasi che rimasti d’accordo dei patti, quando una sera dal campo viddero in Pisa fare gran festa e falò, tantochè dubitarono che vi fosse entrata gente: poi fatto giorno vidersi le insegne del Duca di Borgogna poste in sulle torri di Pisa, e l’arme sua dipinta alle porte; ed un araldo venne nel campo a notificare come Pisa era del Duca, ed a comandare che ciascuno dovesse partirsi. Il quale araldo fu con le mani legate gettato in Arno; ma o non lo avessero legato bene o ch’egli co’ piedi sapesse notare, il poveretto scampò, e andato a compiere l’ufficio suo in Firenze e a dolersi dell’ingiuria, fu mandato via. A Bucicaldo aveano scritto di Francia rompesse co’ Fiorentini, ed operasse con la forza perchè l’assedio fosse tolto. Ma quegli rispose che ciò non potrebbe senza disonore di spergiuro, e che inoltre la potenza dei Fiorentini era tale che ci vorrebbe assai grande numero di genti d’arme, e pecunia molta; delle quali cose difettava. Così all’infuori di lettere e di messi, dei quali in Firenze non tennero conto, altro non fu: e Gino Capponi scrive, che dubitando il Maresciallo non gli venisse ordine di levare dal soldo dei Fiorentini quanti erano uomini a lui sottoposti, avvisò fossero questi ricondotti con giuramento di non partirsi per comandamento che ne avessero; il che si fece tosto per pubblico consentimento del Maresciallo: ma questi afferma che dei Francesi molti si partirono per non cadere nella disgrazia del Duca e dei signori di quella Corte. Dichiara inoltre, che il Re avendo rotto l’accordo fatto prima coi Fiorentini, erano questi verso lui disciolti da qualunque obbligo o promessa. Gli ambasciatori mandati in Francia furono ivi ritenuti, ma più mesi dopo senz’altro aggravio liberati.[117]
A questo modo era passata la cosa infino a mezzo settembre: allora Giovanni Gambacorti essendo tornato al pensiero dell’accordo, mandava nel campo un altro suo uomo, Bindo delle Brache, il quale di notte segretamente era ammesso nella casa dove alloggiavano i Commissari Gino Capponi e Bartolommeo Corbinelli, che l’uno e l’altro erano dei Dieci. Sapevano essi che Pisa bentosto caderebbe per la fame; dal che era segno, tra molti altri, che Bindo veniva sempre digiuno, e dopo cenato avrebbono voluto egli ed il compagno portar seco qualche pane; ma Gino diceva: «portatene in corpo quanto volete, chè altrimenti non ne avrete tanto che vi tenga in vita pure un centesimo d’ora.» Ma benchè avessero quella sicurezza, pensavano pure che ad acquistare Pisa per assedio si penava qualche dì di più; il quale indugio avea pericoli, e che la città sarebbe andata a sacco senza rimedio: quindi parve loro tornasse al Comune più conto averla salva e buona, che guasta e deserta. Fermarono i patti, dei quali Gino era andato a conferire co’ Dieci a Firenze: i patti furono, che messer Giovanni desse in mano de’ Commissari la cittadella ed i contrassegni delle rôcche; avesse fiorini tremila d’oro e la signoria di Bagno, per la quale fosse egli raccomandato al Comune di Firenze; gli rimanessero le isole di Capraia, della Gorgona e del Giglio, e per Andrea Gambacorti la rôcca di Sillano; tutti fossero cittadini di Firenze, nella quale avessero tre case, e fossero esenti da gravezze e gabelle nè potessero per debiti essere costretti: in benefizio dei Pisani non si scrisse nulla. Per l’esecuzione dei quali patti se gli doveano dare venti statichi, i quali stessero dentro alla rôcca di Ripafratta nelle mani di messer Luca del Fiesco capitano delle genti fiorentine, e di Sforza e del Tartaglia condottieri. I venti erano giovani delle principali case di Firenze, tra’ quali Cosimo dei Medici e Neri Capponi figlio del Commissario, che l’uno e l’altro toccavano appena l’anno diciottesimo. I Commissari, i Capitani e i Condottieri si radunavano quindi alla Casa Bianca sulla riva d’Arno a fine di consigliare il come ed il modo (nel caso che Pisa si avesse per patti) d’entrarvi senza che ella andasse a ruba ed a sacco. Nel che differivano, tra loro sempre mali amici, Sforza e il Tartaglia; chè l’uno voleva s’entrasse in Pisa per la porta dei Prati, come in luogo più largo e meno facile alle offese, e l’altro per quella di San Marco giù per il Borgo. Grande era la contesa tra’ Capitani, quando Gino levatosi disse: «voi ci avete alcuna volta dato ad intendere di vincere Pisa per forza, e ora che noi vi facciamo aprire qual porta voi volete, e voi dubitate: avete paura voi di gente assediata ed affamata? non più novelle, noi vogliamo che s’entri per San Marco, e date modo ciascuno di voi che s’entri come se si dovesse entrare in Firenze, o il difetto de’ vostri uomini porteranno le persone vostre.» Alle quali parole, uno dei condottieri Franceschino della Mirandola avendo risposto: «voi ci fate un aspro comandamento e stretto; ma se il popolo contra noi si levi, non volete voi che s’entri a ogni modo?» Gino a fatica gli lasciò finire le parole, e con impeto e furia se gli volse e disse: «Franceschino, Franceschino, se il popolo si rivolgerà, noi vi saremo come tu, e comanderemo e a te e agli altri quello che sia da fare; e non ci andare più tentando o rompendo il capo, chè noi vogliamo che si faccia quanto per noi v’è comandato.»
Andò a Firenze allora Gino, e parlò prima co’ Dieci e co’ Signori soli; poi ai Signori ed ai Collegi disse: «Magnifici Signori, Iddio ha permesso che Pisa venga alla vostra signoria; ed essa è in tanta necessità delle cose da vivere, che pare a noi essere certi che voi l’avrete in venti dì, come siamo certi d’avere a morire: ma così accadendo non veggiamo come la terra non vada a saccomanno, con le arsioni e ruberie e adulteri che a quello seguitano. Ma voi potete averla per patti: sta ora alle Vostre Signorie a pigliarla per uno de’ due modi, qual più v’aggrada; che se a patti eleggerete volerla, l’avrete senza lesione alcuna nè ruberie o altro atto disonesto: e nel cospetto di Dio ne acquisterete merito, ed appresso le strane genti perpetua fama.» Sulle quali cose tenuto Consiglio, unitamente dissero a voce viva volerla per patti. E dipoi messa a partito tra’ Signori, Collegi e Dieci, di quarantasette ch’erano a sedere vi fu quarantasei fave nere ed una bianca. Al che tutti gridarono ad una voce: rimettasi un’altra volta, acciocchè si possa dire essere stati tutti d’una volontà e che nessuna ce ne sia bianca; e così fatto, trovarono essere tutte le fave nere.
Allora Gino tornò in campo, e sottoscrisse l’accordo; gli Statichi giunsero da Firenze agli 8 d’ottobre, i quali doveano essere posti sotto la guardia dei Capitani in Ripafratta perchè si potesse ire a pigliare la tenuta della città; se non che i giovani malvolentieri vi andavano, che avevano gran voglia d’essere all’entrata in Pisa: del che ebbero grazia, avendo Gino e Bartolommeo promesso per loro si costituirebbero il dì seguente, e i Capitani se ne fecero debitori al Gambacorti. All’alba del giorno 9 di ottobre 1406, digià essendo per alcune centinaia di fanti occupata la porta San Marco, ciascuno del campo fu a cavallo, e ordinate le schiere con le bandiere spiegate del Giglio e di Parte guelfa, e con gli stendardi del Capitano e dei condottieri, giunsero al levare del sole in sulla porta di Pisa, dov’era messer Giovanni Gambacorti con un verrettone in mano, il quale pose in mano a Gino e disse: «questo vi dò in segno della signoria di questa città, la quale è il più bel gioiello ch’abbia l’Italia; e me di quello che abbia a fare avvisate.» Seguirono oltre tanto che giunsero in piazza, dove il capitano Luca del Fiesco armò cavaliere Iacopo dei Gianfigliazzi che teneva l’insegna del Giglio: fu fatta gran forza dello stesso anche a Gino ed a Bartolommeo, ma non vollero. Era la piazza gremita di fanti e di cavalli, che non vi si capiva; donde sfilarono tutte le brigate armate, e andarono per la città pigliando lungo cammino. I cittadini maravigliati si facevano alle finestre, che pochi aveano prima saputo di quell’entrata: vedevansi gli uomini e le donne smunti e quasi paurosi guatare. Alcuni dei soldati avevano recato pani di campo, e ne buttavano dove avessero veduti assai fanciulli alle finestre, i quali si gittavano a quel pane come uccelli rapaci; ed i fratelli insieme si azzuffavano, e mangiavano con tanta rabbia che a vederli era una pietà. Poi venne in Pisa, com’era dato l’ordine, pane e farina in buona quantità; e ogni cittadino che poteva, corse non guardando a prezzo; fu detto che molti per mangiare con troppa rabbia, nè credendo mai torsi la fame, morissero. Non si trovò in Pisa grano nè farina; solo vi era un poco di zucchero e un po’ di cassia e tre vacche magre; ogni altra cosa v’era mangiata per necessità insino a corre l’erba delle piazze e seccarla e farne polvere e poi focacce; il pane che mangiavano i Priori era di lin seme. Bartolommeo da Scorno aveva comprato un quarto di staio di grano che pesava libbre diciotto e pagato fiorini diciotto d’oro larghi. E la mattina dell’entrata sentendo ciascuno potere avere del pane mandò per un sacco del detto pane, il quale nella sala di casa gittato innanzi alla famiglia sua ch’era di trenta bocche, i fanciulli gridarono: Babbo, ne avremo noi anche a merenda? tanto erano usi a patir la fame.
Tornati in piazza, i Commissari entrarono in palagio dov’erano i Priori a piè delle scale, i quali a Gino ed a Bartolommeo diedero le chiavi delle porte della città, e Neri di Gino per giovanile allegrezza le prese in mano. Furono i Priori fatti ritrarre, e di palagio si partì ognuno, salvo i Commissari con le brigate loro; e le bandiere del Comune di Firenze furono appiccate alle finestre del palagio. Al che Gino, ricordandosi d’una bandiera che i Pisani aveano tolta sul principio della guerra e che trascinata a vitupero per la città era indi stata posta a ritroso nel Duomo di Pisa; mandò ivi a rialzarla e poi con grande compagnia e festa di trombetti recarla in palagio, dove fu con le altre posta alle finestre. Mandarono quindi trecento cavalli a pigliare le castella del contado di Pisa, delle quali niuna fece resistenza, e tutte le terre mandarono in Pisa a fare le debite sommissioni.
Gino allora volendo rassicurare gli animi dei cittadini, ai quali pareva un miracolo che la terra non fosse ita a sacco, e non potevano credere che ella ancora non andasse, tal che la mattina le robe si davano per la metà della valuta; mandò per tutti i più notabili cittadini, e raunati nella sala del Palagio, si levò e disse queste parole che ognuno intese: «Onorevoli cittadini, noi non sappiamo se pe’ vostri peccati o pe’ nostri meriti Iddio vi abbia condotti sotto la signoria del nostro Comune, la quale con grandissimi spendii e con grandissima sollecitudine abbiamo acquistata; e per le vostre discordie questa vostra città è ridotta in tali termini, che infino che la città di Firenze non diminuisse, ogni volta saremo atti a conquistarvi di nuovo; e nonostante questo, siamo in animo disposti con ogni sollecitudine conservare l’acquistato, con morte e con perpetuo sterminio di chi tentasse il contrario. E quando voi penserete delle cose passate, e quante volte voi siete stati cagione di mettere la nostra città in pericolo della sua libertà, conoscerete voi essere stati ricettacolo di qualunque è voluto venire in Toscana, e colla compagnia degli Inghilesi fatto ardere e dibruciare i nostri contadi, intesovi coi Visconti di Milano, ed a loro dato ogni aiuto e favore per offendere e sottomettere la nostra città, infino a patire voi d’essere venduti a messer Giovan Galeazzo, e sopportare la sua signoria per offendere noi: e così molt’altre offese e ingiurie potremmo raccontare. Ma perchè a voi sono benissimo note, le trapasserò. E per rispetto delle quali vedrete che il nostro Comune non poteva fare di meno che s’abbia fatto, a volere vivere sicuro di suo stato; nè a voi debbe dispiacere tale signoria, perocchè i nostri magnifici ed eccelsi Signori ci hanno comandato, che con ragione e giustizia noi vi governiamo fino a tanto ch’altri manderanno al vostro governo: e già per effetto potete avere veduto, che avendovi noi vinti per assedio, ch’eravate ridotti in tanta estremità che vi conveniva o morire di fame o aprirci le porte in questi tre giorni, e questo a noi era benissimo noto. Ma noi piuttosto abbiamo voluto fare cortesia a messer Giovanni Gambacorti di fiorini cinquantamila per avere la città con patti, acciocchè con ragione si sia potuto rimediare che non siate iti a sacco; chè se avessimo aspettato e non voluto concordia, noi avevamo la città, e i soldati il sacco, il quale dicono che di ragione non debbe essere loro vietato: e voi avete veduto che non altrimenti sono entrati dentro, che se religiosi stati fussono; chè solo una minima ruberia o estorsione non s’è inteso che sia stata fatta ad alcuno. Del che certo noi medesimi ce ne rendiamo grandissima maraviglia, che qualche scandalo non sia nato alla moltitudine grande della gente che ci è; e non altrimenti che se nella propria città di Firenze avessimo avuto a fare la mostra, e con molta più onestà si sono portati, che quivi non arebbono fatto: chè, se altrettanti frati osservanti ci fussono entrati, più scandalo certo ci sarebbe stato. La cagione perchè al presente noi vi abbiamo qui raunati, principalmente si è per confortarvi della Signoria del nostro Comune, dalla quale non secondo l’opere fatte per voi pel passato contro a quello, ma siccome buoni figlioli sarete benignamente trattati. Appresso, per rendervi sicurtà, che voi e ogni altro vostro cittadino stia sicuramente, e che di niente dubiti, nonostante alcun delitto o eccesso o bando per qualunque cagione, o commesso da oggi indietro, ed etiam nonostante alcun patto fatto con messer Giovanni, de’ rubelli ch’egli ha voluto per patto (il quale patto di ragione non procede, come a luogo e tempo sarete avvisati). E se a nessuno fosse fatta cosa alcuna non dovuta, venga sicuramente a dolersene, e così vi comandiamo, e vedrete che per effetto se ne farà tale punizione che sia esempio ad ognuno, e non fia sì piccola ingiuria, che le forche quali abbiamo fatte rizzare in più luoghi per la città, e i ceppi e mannaie che già in sulla piazza sono in punto, si adopreranno contro a chi facesse quello che non dovesse. E a questi Capitani e Condottieri che ci sono, abbiamo comandato, che se di loro brigata alcuno farà cosa non dovuta, la imputeremo fatta da loro propri, e che alle proprie persone daremo quella medesima punizione che meriterebbe chi commessa l’avesse; sicchè state di buona voglia, e di niente dubitate. Vogliamo eziandio che le vostre botteghe e d’ogni altro s’aprano, e che attendiate a fare le vostre faccende, traffichi e mercatanzie sicuramente sopra di noi. Crediamo ancora che sia utile, che voi provvediate di mandare a’ piè de’ nostri eccelsi Signori una solenne ambasciata con pieno mandato a riconoscerli per vostri signori; e bench’essi sieno disposti benignamente verso di voi, pure tale andata fia cagione di confermarli nel loro proposito: e anche potrete loro raccomandarvi della riforma, che al presente si ha a fare di questa città; del che non può essere che utilità grandissima non ve ne segua.»
Finito che Gino ebbe di dire, si pose a sedere; al quale, com’era prima ordinato, un Bartolo da Piombino rispose parole (un Pisano non avrebbe) di abietta sommissione, di pentimento delle offese fatte alla Repubblica di Firenze, e di smaccata gratitudine perchè la città non fosse andata a saccomanno. Questa lunghissima diceria irta di testi latini, ripigliando le parole che Gino avea dette, esortava nominare gli ambasciatori i quali andassero ai Signori di Firenze con pieno mandato a fare umili raccomandazioni circa l’assetto che ai sopradetti Signori piacesse dare a questa loro città di Pisa. E dopo ciò, fatto suonare a parlamento, furono eletti venti ambasciatori tra cavalieri, dottori e capitani i più onorevoli che avesse la città, i quali andassero a rappresentarsi ai Signori. Gino fu eletto Capitano di Pisa per otto mesi, e Bartolommeo Corbinelli Potestà per sei, i quali avessero il governo;[118] quindi a ordinare tutte le cose e dare forma al nuovo acquisto elessero dieci, i quali furono chiamati i Dieci di Pisa.
Non è da dire se a Firenze, tosto che seppero la novella, fosse gran festa. Tre sere fecero fuochi in città e nel contado, tre dì processioni e rendimenti di grazie a Dio nel maggior Tempio. Mandarono avvisi per tutta Italia; e dai Signori in accomandigia e dai vicini e dagli amici vennero ambasciate a congratularsi col Comune. Celebrarono in sulla piazza di Santa Croce una ricca giostra, un’altra ne diede il Signore di Cortona venuto in Firenze, un’altra fu a spese dei Capitani di Parte guelfa. Grande lo sfoggio della magnificenza negli abbigliamenti delle donne, e gli statuti contro al lusso non mai furono osservati meno:[119] era Firenze in sul colmo allora d’ogni opulenza e felicità. Molto anche si tenne onorata di quel celebre volume delle Pandette di Giustiniano, che aveano i Pisani portato da Amalfi tre secoli prima per concessione di Lotario imperatore, e Gino Capponi recava in Firenze:[120] il quale volume sebbene non fosse (come fu creduto lungamente) solo in Italia a risuscitare ne’ tempi d’Irnerio lo studio delle Romane leggi, fu però tra’ pochissimi esemplari tenuti siccome testi autorevoli del diritto. Quindi riporlo negli armarii loro parve a’ Fiorentini premio tra’ più nobili della vittoria conseguita, siccome ai Pisani venirne spogliati fu lungo dolore, nè d’altro si tennero ingiuriati maggiormente, nè più abbassati nella opinione degli uomini allora volti agli studi d’erudizione e alla ricerca d’antichi Codici. Oltre alle Pandette, vennero in Firenze certe Reliquie tenute in grande venerazione dai Pisani. Questa pratica del togliere alle città vinte le reliquie dei loro Santi non era nuova ai Fiorentini; avea recato d’Arezzo in Firenze Donato Acciaioli quella di San Donato: intorno a che uno storico non si dimentica classicamente di ricordare la simile usanza che aveano i Romani, che non lasciarono se non per obbrobrio ai Tarentini gli Dei sdegnati.[121]
Quindi con grande sollecitudine si diedero in Pisa a fabbricare fortezze in più luoghi, bene avveggendosi fin d’allora quella essere la sola via d’assicurarsene. Oltreciò ritennero gli ambasciatori in Firenze, dove obbligarono trasferirsi quanti erano in Pisa cittadini di più conto sia per le ricchezze, sia per il grado e pel valore. Andavano a Pisa dalla Signoria le liste di quelli ch’erano da levare, o soli o con le famiglie loro; condotti a Firenze, era ordinato si rassegnassero ogni mattina al Potestà. Viveano, secondo scrive Giovanni Morelli, decorosamente mesti, e praticando coi Fiorentini mostraronsi bella ed onorata cittadinanza: ma il Capponi, perchè fu lento alla esecuzione del duro comando e alle preghiere cedeva, ebbe rimproveri molto acerbi. Sinchè le fortezze fossero compiute, cercavano Pisa rimanesse vuota quanto più fosse d’abitatori; temeano scendessero nella città i contadini in troppo gran numero, e vi abbondasse la vettovaglia più che non facesse alla necessità giornaliera.[122] Non poche famiglie delle maggiori avevano spatriato, le più a Napoli ed in Sicilia, dove illustri casate ritengono sempre nomi che furono di Pisana origine. Col venir meno i capitali, co’ ceppi a’ commerci, con la oppressione delle leggi, con l’impaludamento di quelle pianure, la nobile Pisa cadde in miserabile fortuna: si trovano privilegi dati a tedeschi mercatanti, i quali vi andassero siccome in vuota città a esercitare le industrie loro.[123] Ma ciò non bastava; e la paura facea crudele contro ai Pisani la Repubblica di Firenze più anni ancora dopo la conquista.[124] Le istorie di Pisa cessano al cadere della indipendenza. Un Cronista pisano di quegli anni i quali corsero fino alla disperata ribellione del 1494, nulla registra fuorchè i nomi dei castellani e poche altre cose: due volte sole sente allegrezza quando la peste, vendetta di Dio, colse da prima i Genovesi e i Fiorentini dipoi;[125] città infelice, più non viveva che agli odii memori de’ suoi danni.
Quello ed il precedente anno aveano in Italia veduto private della indipendenza loro tre illustri città, Pisa, Verona, Padova; i novelli Stati già cominciavansi a comporre, e già la struttura interna d’Italia andava a quella abortiva forma d’onde uscì guasta la vita nostra. Ma la Repubblica di Venezia, siccome più forte, trattava i sudditi anche delle città grandi con più sapiente dignità, e questi a lei tennero fede costante; Pisa e Firenze non seppero altro che farsi male, spettacolo empio tra due popoli vicini. Ma era guerra disuguale; dappoichè Pisa tutta vivendo sulle marine, avea perduto con la signoria di queste l’antica possanza; nè un popolo ghibellino trovava favore tra gli altri popoli dell’Italia, dov’egli si stava come disagiato: avvenne poi che Firenze avesse da oltre cento anni maggiore ventura di forti uomini e d’ingegni. L’acquisto di Pisa non bastò a comporre la Toscana, ma diede a Firenze la sicurezza di sè medesima e de’ suoi traffici: la Repubblica avrebbe però d’allora in poi abbisognato, col farsi più grande, di migliori ordini a frenare le private cupidigie e le ambizioni fatte più audaci. Scrive Gino Capponi ne’ suoi Ricordi, come i savi uomini di Firenze avessero preveduto innanzi l’acquisto, che la grandigia e riputazione de’ cittadini del Reggimento, cioè di quei pochi nei quali stava, sarebbe mancata; ma chi ne fu operatore (aggiunge egli, a sè accennando) ebbe riguardo al bene universale. Se vero bene fosse non so, ma era necessità; era di quelle necessità che le passioni a sè stesse fanno, e sulle quali, perchè rivengono quasi uniformi nei casi simili, fonda i suoi calcoli la politica, e la storia i suoi canoni. Certo s’ampliarono i commerci ed il largo vivere, le possessioni dei Fiorentini parvero essere più sicure: queste che si trovano ammontare a venti milioni di fiorini d’oro, e i capitali sul Monte presso che a cinque milioni, crebbero il quarto dopo avuta Pisa.[126] Ma crebbero anche le imprese fuori e le spese dentro; e insieme con esse quelle civili disuguaglianze che sono perdita della libertà.
Capitolo V. CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI NAPOLI. ACQUISTO DI CORTONA E DI LIVORNO. [AN. 1407-1421.]
Cento anni prima sarebbe stata quella vittoria dei Fiorentini tenuta vittoria del popolo guelfo per tutta Italia; ma ora l’Italia nemmeno sapeva più essere guelfa: divisa la Chiesa per la continuazione dello scisma, e il nome dei Papi e quello di Roma caduti sì al basso, che un Re di Puglia credette aggiugnere ai suoi dominii quella città come finitima e vacante, senza che Italia se ne risentisse. Era il giovine Ladislao, che avendo respiro dagli Angiovini di Provenza e vago d’imprese, poichè gli falliva quella d’Ungheria, perduto retaggio della famiglia del re Roberto, si voltò a Roma ed all’Italia. Avendo suoi complici i Colonna ed i Savelli, possenti baroni, attizzava le discordie allora continue tra Innocenzio VII che aveva il Vaticano, ed il popolo di Roma il quale teneva secondo i patti il Campidoglio. Attorno stava con le sue genti il Re che aveva pure tentato d’occupare la città, ma ributtato popolarmente per aspra battaglia, vidde frustrati i suoi disegni fino alla morte del Papa, la quale avvenne sulla fine di quell’anno 1406. A lui successe Angelo Corraro veneziano, che si chiamò Gregorio XII; ma era elezione condizionata a che dovess’egli immediatamente praticare si radunassero i due collegi per la cessazione dello scisma; e dove non fosse per tale modo egli confermato papa, lasciasse la tiara, della quale si tenesse frattanto custode o solamente procuratore. Di ciò in Firenze abbiamo autentico documento; ma la Repubblica si era un poco intinta con quel di Avignone, e quindi per altre più strette cagioni s’allontanarono da Gregorio. Aveva egli fin dai primi giorni scritto lettere a Benedetto, e Benedetto a lui, perchè tra essi e tra’ Cardinali di ambe le parti un convegno si fermasse, il quale dopo assai lunghe pratiche fu appuntato in Savona: e Gregorio si partiva da Roma e chiese venire in Firenze, ma dalla Repubblica schivato con belle parole, si fermò in Siena. Quivi a lui furono ambasciatori di molti Principi, e chi l’una cosa e chi l’altra gli diceva: Gregorio prestava orecchie facili a coloro che a lui mostravano il gran rischio di porsi in Savona sotto la mano del Re di Francia e dell’Antipapa suo; chiedea guarentigie e difese che bastassero: intanto però si mosse e venne fino a Lucca, mentre Benedetto era disceso in Porto Venere. Così da vicino era un andare e venire, e uno scambiarsi di condizioni poste all’accordo, che lo rendevano ogni dì più arduo; perchè nelle pratiche, se l’uno si accostasse, l’altro si scostava; e le due parti, anzichè intendersi, viemaggiormente si dividevano.
Allora s’udiva come Ladislao con forte esercito assalita Ostia e andato poi contro a Roma stessa, era ivi entrato con intelligenza di Paolo Orsini che in nome del Papa tenea la città, mostratosi connivente lo stesso Legato che venne a Lucca senz’altro dire. E Bucicaldo in que’ giorni stessi avea nel porto di Genova armate tredici galere, a qual fine s’ignorava; le quali uscite, mentre aspettavano in Porto Venere il mare propizio, giunse la novella che Ladislao era entrato in Roma: al che tosto le galere tornarono in Genova, scoprendosi allora o almeno essendo tenuto per certo l’intendimento che Bucicaldo avrebbe avuto di collocare colle armi sue Benedetto in sulla cattedra di San Pietro. Certo è però che Gregorio in Lucca approvò il fatto di Ladislao più che col silenzio, e ne mostrò allegrezza, rompendo in quel punto i negoziati, ed a viso aperto dichiarando sè essere solo e vero Papa. I Fiorentini di tal mutazione accusavano un concittadino loro, Giovanni Dominici, che era l’anima de’ suoi consigli: a tutti riusciva quella caparbietà troppo nuova in uomo già vecchio e tenuto fino allora di mite natura, senza orgoglio nè ambizione, pel quale concetto lo avevano scelto. Ma il grado assunto e la controversia lo aveano mutato, e la persuasione del diritto in lui radicata pigliava calore e tenacità di fede; nella quale si venivano a travestire la compiacenza dello imperare gustato, e l’insofferenza d’umiliarsi in faccia ai men degni dopo le scambiate contumelie, facendosi come traditore della parte che intorno a lui s’era andata formando e che a resistere lo incitava. Dichiarò a un tratto volere fare altri quattro Cardinali; il che da coloro che stavano seco si gridava essere contro la solenne promessa data: non vi badò, e fece i Cardinali nuovi, tra’ quali era il Frate Giovanni Dominici, ed un altro pure fiorentino Fra Luca Manzuoli della regola degli Umiliati, vescovo di Fiesole.[127] Vietò agli antichi uscire da Lucca, e a Paolo Guinigi signore della città faceva istanza non gli lasciasse; ma i Cardinali, tutti fuorchè uno, deliberati di abbandonare Gregorio, trovarono modo di condursi a Pisa;[128] e quei rimase con cinque soli, mentre al maggiore numero che da lui s’erano separati, altri si vennero ad aggiugnere di quelli che stavano in comunione con Benedetto. Il quale poichè in grande sinodo nazionale la Chiesa di Francia gli aveva tolta l’ubbidienza, non si tenendo più sicuro nella riviera; montò con pochi suoi aderenti in sulle navi, prima fuggitosi in Perpignano, poi a stabile residenza in un monastero dell’Aragona patria sua. E i Cardinali delle due parti, dopo lunghe conferenze avute in Livorno, deliberarono insieme aprire un Concilio, al quale chiamarono in Pisa pel giorno 25 di marzo del prossimo anno 1409 i vescovi e il clero da ogni parte della cristianità, scrivendo ai Principi con invitazione di farsi in quello rappresentare, affinchè avesse autorità d’universale consentimento. La Repubblica non senza contrarietà di consigli, e dopo aver procurata consultazione solenne di quanti erano in Firenze dotti e maestri ne’ sacri canoni, diede licenza si radunasse in Pisa il Concilio, pel quale si vidde stare la coscenza del mondo cristiano; e a’ Fiorentini parve che fosse «restituire la Chiesa in quello che prima l’avevano offesa, avendone grazia appresso a Dio e onore del mondo e fortezza dello Stato.[129]» Questo pensare, ch’era nel popolo, reggeva l’animo dei potenti, offrendo un mezzo a contenere le ambizioni di Ladislao che minacciavano la Toscana.
Era palese oramai l’accordo tra questo Re e Gregorio papa. Aveva quegli invidiosamente chiesto ai Fiorentini il passo per due migliaia delle sue genti, che in Lucca andassero a tutela del Pontefice. Al che si negava la Repubblica, ma diede scorta a Gregorio di soldati, quando da Lucca si recò in Siena, ritrattosi quindi più tardi a Gaeta: ma in Siena, dov’egli creò altri nove Cardinali, fu detto avere al Re concessa l’occupazione delle terre della Chiesa, questi avendogli somministrato ventimila ducati d’oro, dei quali il Papa aveva necessità per proprio suo sostentamento. Vedeano pertanto i Fiorentini sè in odio al Re per il Concilio chiamato in Pisa, e distendendosi le armi sue da tutta la Marca sino ai confini della Toscana, ben prevedevano si volterebbero contra loro. A lui mandarono prima in Roma ambasciatori; ed egli essendo tornato in Napoli, altri ne inviava alla Repubblica.[130] Cercava il Re trarre seco in lega i Fiorentini, che rifiutarono pertinacemente: bene usando parole amiche, giustificaronsi del favore prestato al Concilio, da lui richiedendo lasciasse andarvi i prelati del suo regno; e tra’ motivi del permesso dato, mettevano quello d’evitare che se il papa in altro luogo si eleggesse, ne uscisse un papa oltramontano. Mostrarongli anche certa segreta scritta che i Cardinali avevano fatta obbligandosi di conservarlo, qualunque di loro divenisse papa, nella possessione del regno di Napoli. A questo rispose Ladislao, che i suoi prelati non manderebbe al Concilio, e della scritta dei Cardinali si curava poco, dicendo com’egli fuori del Reame teneva Roma ed altre terre che non voleva lasciare. In quanto a Roma, gli ambasciatori consentivano la ritenesse; ma si dolevano di Perugia, siccome avvìo alle cose di Toscana, circa le quali parlarono alto. Era tra essi Bartolommeo Valori, uomo d’assai grande estimazione nella città; il quale al Re, che gli domandava con che genti si potrebbono difendere avendo egli la maggior parte dei capitani d’Italia a soldo, rispose: con le vostre medesime; bastava pagare più grossa moneta, che alla Repubblica non mancava.
A questo modo si separarono; ed il Re moveva da Perugia, recandosi prima nelle terre dei Senesi, facendo gran pressa con belle parole per avergli seco. Ma i Senesi quella volta tennero il fermo, e furono anzi più franchi assai e più efficaci nel resistere dei Fiorentini. Al Re andarono altri ambasciatori, e ne mandava egli in Firenze; ma poichè vidde nulla ottenere, voltando il passo, fece impeto nelle terre della Repubblica. Prima ebbe tentato Arezzo; ma ritrovatolo ben difeso, andava per tutta la Valdichiana dando il guasto alle ricolte senz’altro fare, talchè per dileggio dai contadini era appellato il Re Guastagrano. Aveva Cortona mutato signore, l’antico essendo stato ucciso da un altro dei Casali, che i Fiorentini pure cercavano di mantenere incontro al Re;[131] ma il popolo di Cortona, facendo giustizia del nuovo Signore, lasciò entrare nella città i soldati di Ladislao: il Commissario fiorentino, andato al soccorso, rimase prigione con le sue genti; ed il Casali finiva in Puglia sotto dura guardia. Vennero allora ambasciatori dei Veneziani a interporsi per la pace, cui le due parti si rifiutarono: la guerra però non ebbe seguito per allora, il Re essendo tornato in Napoli ed i Fiorentini stando contenti alle difese. Aveano fatta sul mare perdita d’una grossa nave, la quale portava le lane d’Inghilterra ed altre merci per grandissimo valsente, predata all’entrare del Porto Pisano. Il che essendo riuscito danno gravissimo ai commerci, la Repubblica più attendeva con ogni industria a provvedersi di navi sue, delle quali era dato il comando a un Andrea Gargiolli nato in Firenze da un ser Nardo notaio da Settignano. Cercavano anche di voltare al mare le braccia del basso popolo dei Pisani, ai quali era imposto tenere ciascuno in casa un remo, da essere chiamati a ogni bisogno sulle galere.[132]
Al giorno dato si radunava in Pisa il Concilio, nel quale sederono ventidue Cardinali, quattro Patriarchi, novantadue Arcivescovi o Vescovi presenti, e più che altrettanti avean mandato Procuratori; ottantasette Abati, i Generali e Priori di molti Ordini religiosi, i Deputati di tredici Università, e grande numero di Maestri in teologia. Gli ambasciatori del Re di Francia, d’Inghilterra, di Sicilia, di Polonia, d’Ungheria, di molti Principi e Repubbliche e del Popolo Romano: vi andarono quelli di Roberto imperatore, e gli inviati di Ladislao che prima stavano per Gregorio, da lui essendosi anche i Veneziani separati, tranne i diocesani d’Aquileia dov’egli fu Patriarca. Solo in Italia che fino all’ultimo gli aderisse fu il Signore di Rimini Carlo Malatesta, per la prodezza nelle armi e per l’ingegno chiaro fra tutti allora i Principi dell’Italia: gli ambasciatori del Re d’Aragona, venuti a protestare per Benedetto, se ne andarono dileggiati dal popolo dei Pisani, allora un poco risollevati per l’affluenza di tante genti e di tanta signoria. Dopo avere nei mesi d’aprile e maggio dichiarato quello essere universale Concilio e ordinatone il procedimento, citati avendo a comparire innanzi ad esso i due contendenti; a’ 5 di giugno nel Duomo di Pisa, ed in presenza di molto popolo, pronunziarono ambedue essere decaduti d’ogni potestà, e per l’ostinata resistenza chiariti scismatici e fuori della Chiesa: dissero il Concilio stare in permanenza fino a che non fosse eletto un nuovo Papa, il quale dovesse continuarlo per la forma della Chiesa. Indi a’ 15 dello stesso mese si formarono i Cardinali in conclave, ed ai 26 elessero papa Pietro Filargo da Candia arcivescovo di Milano, che pigliò nome di Alessandro V: si tennero altre poche sessioni sotto la presidenza del nuovo Papa; ma poichè molti dei Padri s’erano dipartiti, pronunziava quegli la dissoluzione del Concilio, il quale dovesse in tre anni radunarsi per altra nuova intimazione.[133]
Di quella ardita e affatto insolita risoluzione che il Collegio dei Cardinali avea pigliata, motore primo fu il cardinale Baldassarre Cossa napoletano, che molti anni era stato uomo di guerra e di mare, fiero nemico a Ladislao. Il nuovo Papa era pur egli avverso a quel Re: sappiamo, quand’era arcivescovo di Milano, avere negato, solo egli tra’ Cardinali, sottoscrivere la carta per la quale promettevano di mantenere Ladislao nel Regno.[134] Con esso avevano fatto lega i Fiorentini, ed a lui molto aderiva quella parte per cui reggevasi la città: chiamarono insieme di Provenza Luigi d’Angiò; il quale disceso con piccole forze in Pisa mentre ivi sedeva il Concilio, ebbe dal papa Alessandro l’investitura del Regno di Napoli e il Gonfalone di Santa Chiesa; ma sebbene avesse poche navi, la Repubblica non permise entrasse nel Porto che con una sola.[135] Muovevano insieme l’Angiovino ed il Cossa, Legato in Bologna, e il Capitano dei fiorentini, per Val di Chiana in verso Roma; e il Papa intanto, per timore della peste che in Pisa era entrata, venne a Prato, indi a Pistoia, soggiornato ivi alcuni mesi. Era in Toscana per Ladislao il Conte di Troia; il quale veduto appressarsi tante genti, si ritrasse infino a Roma, qui afforzandosi col favore di molti dei Principi romani i quali stavano per il Re. Castel Sant’Angelo riteneva sempre la bandiera della Chiesa e da quel lato Paolo Orsini, ch’era pagato dai Fiorentini, apriva l’entrata alle genti della Lega. Tentarono vincere il Ponte Sant’Angelo e farsi padroni del grosso della città ch’era chiamato la grande Roma; d’onde ributtati con molta perdita e non si credendo avere forze bastanti, il re Luigi ed il Legato si partirono; questi recatosi presso al Papa, e quegli in Francia a levare genti, per indi tornare a primavera con maggiore oste e con migliore fortuna.
Intorno a Roma stavano sempre Paolo Orsino e il Capitano dei Fiorentini Malatesta dei Malatesti signore di Pesaro. Questi, passato il Tevere, si cercava un adito nella città dall’opposto lato, ma senza utile, perchè i paesani gli stavano contro e la città era ben guardata; infinchè l’Orsino con l’intelligenza d’un popolano di nome Lello, che levò il popolo a rumore, vi potè entrare nei giorni ultimi di quell’anno 1409: e tosto dopo da un’altra porta vi fece ingresso il Malatesta con le insegne spiegate del Giglio; di che a Firenze molto si tennero onorati, perchè i Romani da principio volevano entrasse con le insegne della Chiesa. Avuta Roma, credeva ciascuno che il Papa v’andasse; del che i Fiorentini a lui facevano grande istanza: ma tale non era il volere del Legato, che in tutto guidava l’animo del Papa, e lo condusse in Bologna; dove rimasero a malgrado le supplicazioni di tutto il popolo dei Romani, finchè nel maggio del 1410 venuto a morte Alessandro V, a lui si fece eleggere successore lo stesso Legato col nome di Giovanni XXIII; uomo capace del sommo grado, se quello di Papa fosse da tenere con le arti profane ch’erano pessime a quel tempo. Aveva già di prima il Cossa in Bologna come un principato suo, ampliato in Romagna con la oppressione di quei piccoli Signori che dominavano le città. Di là dirigeva le mosse nella Marca e negli Abruzzi: e già navigando verso Italia il re Luigi con grandi forze, parea la guerra molto più valida riaccendersi. Ma le galere di questo, divise con poco accorgimento ed incontratesi presso allo scoglio della Meloria con tutta l’armata di Ladislao, furono disperse e molte prese, mentre Luigi s’era già venuto a porre in sicuro dentro al porto di Piombino: l’Isola d’Elba era caduta in mano anch’essa di Ladislao. Ciononostante potè Luigi con molti indugi condursi a Roma nell’ottobre di quell’anno.
Aveva un esercito fiorentissimo di capitani i più famosi di quella età: nel principio della guerra lo seguitava il grande maestro ed istitutore delle italiane milizie Alberico da Barbiano, il quale essendo venuto a morte presso Perugia, rimanevano i due più famosi tra’ suoi discepoli, Sforza Attendolo da Cotignola e Braccio da Montone perugino, che lungamente poi divisero le armi italiane. Allora stavano ambedue nell’esercito del Provenzale: Braccio era ai soldi dei Fiorentini, prestata avendo l’anno innanzi opera egregia in Valdichiana. Sforza viveasi male soddisfatto e malfermo nella fede verso il re Luigi, le paghe facendo spesso mancamento a lui come agli altri capitani della Lega, cosicchè il pondo di tutta la spesa per lo più cadeva sulla Repubblica di Firenze.[136] La quale trovandosi pel malcontento dei cittadini in molto grave difficoltà, l’astuto Re coglieva il punto e la tirò all’esca d’avere Cortona: vedeva il suo maggiore nemico, come straniero, nulla potere senza i danari dei Fiorentini e senza avere un suo proprio stato, donde a lui fossero aperte le vie nel cuore d’Italia. Avea pertanto più mesi innanzi mandato a Firenze privatamente Gabriele de’ Brunelleschi che stava in Napoli a’ suoi servigi, uno di que’ tanti nobili fiorentini che andavano fuori cercando fortuna. Avute da esso le prime aperture, la Signoria inviava al Re ambasciatore Giovanni Serristori; e il Brunelleschi frattanto andava e veniva portando parole: de’ quali discorsi il più strano era, che i Fiorentini mentre facevano pace col re Ladislao, ponevano condizione di mantenere ai servigi dell’Angiovino le seicento lance promesse a lui per la Lega. Ma già i termini di questa erano prossimi a scadere: ed oltre Cortona, che pure sarebbe difesa valida dello Stato, i maggiorenti della città vi guadagnavano di fare cessare le accuse e i lamenti del popolo di Firenze pei danni e le spese di quella guerra. Ai primi dell’anno 1411 fu quindi conchiusa in Napoli per mezzo di Agnolo Pandolfini la pace, comune anche ai Senesi; ed i patti furono, che il Re non s’impaccerebbe nè di Roma nè di alcun’altra terra inverso Toscana, tranne Perugia, ch’egli terrebbe ma senza offesa dei Fiorentini; ai quali doveva restituire le lane e robe predate in sulla nave, ed oltre ciò vendere per il prezzo di sessanta mila fiorini Cortona; in che era la somma di tutto il negozio. A Firenze parve bella cosa avere Cortona, quattro anni soli o poco più dopo l’avere acquistato Pisa, per danaro entrambe; poichè era costume allora in Italia di vendere le città: si fecero feste, e i potenti dello Stato crebbero in fama per quell’acquisto.[137]
Non era però quel trattato senza un qualche mancamento di fede promessa; ma il Papa ed il re Luigi d’Angiò accettarono le scuse che la Repubblica fece loro, o comprendessero la necessità in che era posta, o giovasse loro ad ogni evento non alienarsela: oltreciò la violazione di una Lega per acquistare una città non era cosa di cui potessero allora i Principi adontarsi. Avea Luigi lasciata Roma, e nel traversare la Toscana, accolti in Prato gli ambasciatori che la Repubblica gli inviava, si fece da questi accompagnare in Bologna dov’era il Papa. Il quale ai preghi di lui cedendo, e bramoso di sopravvedere da sè medesimo quella guerra, consentì recarsi in Roma seco; dove entrambi giunsero nel mese d’aprile. Quel che importava, era condurre a un tratto insieme i Capitani ad una grande giornata, sperando la vittoria desse modo a guadagnare sul nemico le paghe mancate insino allora ai Capitani. Fu la vittoria conseguíta presso Ceprano a Roccasecca, e fu al di sopra d’ogni speranza; ma perchè la preda era il fine d’ogni cosa, mentre attendevano a rapirla, ciascuno volendo essere primo, e la confusione quindi facendosi molto grande; il re Ladislao ebbe agio di ritirarsi in luogo sicuro, dove rifatto di gente e sopra ogni cosa di danari, per via di questi ricomperava le robe e gli stessi soldati che erano prigionieri: tal che ebbe a dire, che il primo giorno dopo la rotta correa pericolo della corona e della vita, il secondo giorno solamente della corona, e nel terzo era ridivenuto sicuro d’entrambe. Ben potea dirlo, chè il re Luigi senz’altro fare si tornò a Roma, quindi in Provenza; nè più altra mossa fece egli contro a Ladislao: questi ed il Papa si accordarono per intromessa della Repubblica; la quale fece allora pace co’ Genovesi, che avendo scosso il giogo di Francia, e collegatisi a Ladislao, vedeano di malavoglia i Fiorentini armare navigli e farsi padroni di tanta parte del mar Tirreno.
L’insufficienza della vittoria di Roccasecca era imputata dai collegati a Paolo Orsino loro capitano, spesso traditore, e che avendo possessione di città e di feudi nel reame di Puglia, godeva se i due contendenti si consumassero l’uno l’altro, bisognosi entrambi di lui, entrambi invalidi ad opprimerlo. Quindi nei mesi che seguitarono alla pace, essendosi Ladislao dato a raccogliere nuove genti, le spingeva d’intesa col Papa verso la Marca di Ancona, dove l’Orsino tenea castelli e in quelli erasi afforzato. Continuava l’espugnazione e l’esercito del Re ingrossava, quando all’improvvista mutando cammino lo condusse sotto alle mura di Roma, intanto che le sue galere appresentatesi innanzi le bocche del Tevere, salivano il fiume. In quella sorpresa Giovanni XXIII non ebbe che fare; ed i Romani che avean promesso gagliarda difesa, rompendo le mura pochi giorni dopo presso alla porta San Sebastiano, lasciarono entrare il Re vincitore. Fuggivasi il Papa a mala pena, ed aveva chiesto posarsi in Firenze; ma la Repubblica, pur volendo usare inverso di Ladislao tale un mezzano temperamento, fece che il Papa alloggiasse fuori della porta a San Gallo al monastero di Sant’Antonio detto del Vescovo; donde più tardi faceva ritorno in Bologna; la quale città, che nell’assenza di lui avea fatta ribellione, tornava adesso all’ubbidienza sua.
Ma il Re covava grandi disegni sulle cose di Toscana, della quale prometteva ai suoi soldati l’acquisto; e fece sacco nella città di Roma di tutte le robe e delle merci dei Fiorentini, sebbene avesse per bando pubblico i mercanti sicurati. Cercò tirare ai danni loro anche il marchese Niccolò d’Este; ed il giovine Francesco Sforza, che in Ferrara dimorava (il padre avendo poco innanzi mutato bandiera), fu a quella pratica mediatore, la quale poi non ebbe effetto. Frattanto però abbisognandogli guadagnare tempo, teneva a bada i Fiorentini ed il Papa co’ negoziati dei quali era solenne maestro: chiedeva cose impossibili; una lega nella quale i Veneziani fossero compresi, e la concessione in vicariato di Roma e delle altre città della Chiesa di già occupate dalle armi sue. In quello stesso anno 1413 era disceso in Italia Sigismondo imperatore, come tra poco vedremo; e la Repubblica di Firenze, bisognosa pure di provvedersi contro a Ladislao, mandava in Trento a Sigismondo ambasciatori; ma questi, che aveva altre faccende in Italia, metteva innanzi certe proposte cui la Repubblica era impossibile consentisse. Dicea Sigismondo: se io la rompo con Ladislao, cui sono amico, e’ mi bisogna affatto distruggerlo, e Voi datemi a ciò mano. Quest’era un fare di nuovo l’Italia mancipio ai Cesari d’Alemagna.[138]
Il Re aspettava la primavera dell’anno seguente 1414, quando per molte confiscazioni fatte nel Reame, per estorsioni, per vendite dei beni della Corona, e per altri violenti modi avendo raccolta grande somma di danaro, da Napoli, dove si era tornato con un esercito fiorentissimo di quindici mila cavalli, moveva a Roma primamente, e quindi innanzi per le terre della Chiesa; dirittamente accennando contro a Firenze, ma pure sempre con le arti solite contentandosi addormentare i Fiorentini per via d’un accordo. Conchiuse difatti con essi una lega, firmata in Assisi a’ 22 giugno da Agnolo Pandolfini, che v’andò un’altra volta ambasciatore: ma fu di questa vario il giudizio nella città, bene sapendosi da ciascuno non essere quello altro che un breve respiro; e quanto valesse una lega conoscevano.[139] Era in Firenze grande il terrore; ma il Re infermato in Perugia e di là fattosi portare in Roma e giù pel Tevere e per il mare fino a Napoli, qui moriva nell’età di trentasette anni a’ 6 d’agosto, in mezzo a dolori atrocissimi di morbo, che alle genti parve nuovo, e conseguenza dei vizi suoi. Per essere senza figli, andò la Corona alla sorella di lui, che fu la seconda Giovanna. Firenze, condotta a gravissimo pericolo, scampò ad un tratto per quella morte, come le avvenne quando morirono Arrigo VII e Castruccio e Giovanni Galeazzo; ma più di quest’ultimo era da temere Ladislao, che prode della persona conduceva da sè la guerra, solo tra’ Principi i quali avessero da gran tempo turbato Italia con le armi.[140]
Dopo la morte di Ladislao pareva l’Italia tacersi dinanzi alla prossima riunione del Concilio che preoccupava tutte le menti; facevano forza le nazioni oltramontane, e la Germania massimamente in tutto quel fatto dispiegava passioni più vive e più duro animo ed ostile. Sigismondo imperatore, infaticabile nel promuovere quell’assemblea, cercava farsene in mezzo a tutti moderatore; che fu la gloria del suo regno. Continuando le tradizioni della famiglia di Lucemburgo e ponendosi ad esempio Arrigo VII suo bisavolo, tentava rialzare l’Impero in Italia, conciliando alla sua l’opera dei Pontefici. Già fino da quando era semplice re d’Ungheria, avea fatto egli i primi passi per accostarsi al nuovo papa Giovanni XXIII, con intromessa dei reggitori della Repubblica di Firenze, ai quali inviava l’anno 1416 Filippo Scolari detto Pippo Spano, suo tesoriero e capitano in Ungheria, e fino a che visse principale uomo in quello Stato. La stessa famiglia erano gli Scolari e i Buondelmonti,[141] dei quali il ramo donde uscì Filippo avendo seguíto col nome mutato parte ghibellina, era caduto in povertà. Quindi lo Scolari da giovane andava pei commerci in Ungheria, dov’erano molti cambiatori e mercanti fiorentini;[142] e fattosi largo appresso quel Re per la perizia nel fare d’abbaco, ebbe dipoi con la contea di Temesvar titolo di Spano e comando d’armi e governo di provincie. Fatto ricchissimo, innalzava a dignità in quel regno Matteo suo fratello e Andrea Scolari che fu vescovo di Varadino; e per lui non pochi Fiorentini, tra’ quali uno della famiglia antichissima dei Lamberti o Lamberteschi, tennero grado in Ungheria, perduto da essi dopo la morte dello Spano. Mandato Filippo, la Repubblica faceva difficoltà a riceverlo come divenuto straniero e potente, e come di sangue e d’animo ghibellino. Ma egli tenendo corte bandita, col largo spendere e con la magnificenza de’ costumi acquistò grazia tra’ cittadini della patria sua. Era già stato nell’Ungheria edificatore munificente di chiese e luoghi donati al culto; commise in Firenze a Filippo Brunelleschi la costruzione d’un Oratorio presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli, del quale si veggono tuttora le mura di forma ottagona elegantissima per le proporzioni: ma o fosse colpa del fratello, siccome fu detto, o che la Repubblica rivolgesse i danari al mantenimento delle guerre, non fu quell’opera mai compiuta. Matteo Scolari, eletto despòto di Rascia,[143] teneva in Firenze un palagio sontuoso.
Nell’anno 1411 era stato lo Scolari capitano d’una forza di dodici mila cavalli ungheresi, che Sigismondo fatto imperatore mandava a combattere contro alla Repubblica di Venezia. Bramava aprirsi per tale modo la via in Italia, e ripigliare su i Veneziani l’Istria e la Dalmazia, ad essi venduta dal re Ladislao per poca moneta; solo frutto ch’egli ritraesse di quella corona della quale si era fatto in Zara nei suoi primi anni incoronare. Occupava lo Scolari agevolmente le terre del Patriarcato d’Aquileia, ch’erano allora tutto il Friuli; ma sui confini dei Veneziani trovata dura la resistenza, continuava presso a due anni la guerra inutile, che fu cessata per via d’una tregua, rimanendo la Dalmazia in possessione dei Veneziani: e questi infine acquistarono anche il Friuli. Ebbe accusa lo Scolari d’avere servito meglio l’Italia patria sua che l’Imperatore suo padrone, il quale però avendogli serbata infino all’ultimo amicizia, dimostrò vana tale accusa. La Repubblica di Firenze avea mandato agli 8 novembre 1413 Gino Capponi a Venezia, perchè inducesse con ogni sforzo i Veneziani a trattare di pace con Sigismondo, il quale era in Lodi e seco il Papa desideroso di quella pace.[144] Scese in Italia Sigismondo, e tutto rivolto alle cose del Concilio, fu in Lodi raggiunto dai tre Legati di Giovanni XXIII, mandati a fine di ordinare la convocazione. Premeva al Papa sopra ogni cosa la scelta del luogo che non fosse in Alemagna, e quando ai Legati diede l’ultima licenza teneva in mano sopra una carta descritti i nomi delle città in cui potessero consentire; poi (come al pigliare le grandi risoluzioni pare che la volontà sparisca, e l’uomo sia vinto da una forza superiore) stracciò la carta, e diede loro mandato libero. Fu scelta Costanza, città dell’Imperatore, e Giovanni da quel punto si vidde innanzi la sua condanna. Troviamo dicesse a Bartolommeo Valori: «che debbo fare, se haggio uno fato che mi ci tira?[145]» Egli e Sigismondo s’abboccarono in Lodi stesso, e tra quella ed altre città di Lombardia rimasti insieme per oltre un mese, mandarono fuori gli editti e le bolle per la intimazione del Concilio al primo di novembre 1414. A me non ispetta narrare l’istoria di quella fra tutte memorabile assemblea, dalla quale essendo annullate nuovamente le ragioni di Gregorio e Benedetto, venne Giovanni costretto a rinunziare il pontificato; ma poi fuggitosi, e volendo insorgere contro ai decreti dell’assemblea, fu da quella condannato e messo in carcere. Indi procedendo alla nominazione d’un altro Papa, lo stesso Concilio costituitosi in conclave elesse agli 11 di novembre 1417 il cardinale Oddo Colonna, che pigliò nome di Martino V: dopo di che il Concilio alcuni mesi continuato, senz’altro effetto si scioglieva; ed il Papa mosse in verso l’Italia, con intenzione di venire a porre sua stanza in Firenze. A lui mandava la Repubblica in Milano una molto solenne ambasciata di primari cittadini, a capo dei quali Fra Leonardo Dati Generale dei Predicatori, uomo assai chiaro in quella età.[146]
La grande assemblea del mondo cristiano si era divisa per cinque nazioni, principio solenne alla formazione degli Stati, condanna all’Italia non mai più guasta e più disfatta. In Lombardia tale una misera condizione, tale uno strazio che il peggiore mai non si vidde; ai Signori antichi aggiunta la peste di quei fortunati Condottieri che ivi e in Romagna e nel Reame e dappertutto vagando per fare a sè acquisto di città e così a’ Principi agguagliarsi, veniano a confondere e a turbare più che mai lo stato d’Italia, già in sè medesimo sì intricato. Il reame di Puglia ubbidiva ad una donna molle ed inetta, e che andava in cerca essa medesima a chi ubbidire, drudi o mariti o altri che fosse. Si era sposata ad un francese, dal quale tenuta come prigioniera, tentò rinalzarsi per la virtù militare di Sforza da lei fatto contestabile del Regno: questi conduceva in Roma di nuovo le armi napoletane, cacciandone l’altro grande condottiero di milizie che fosse in Italia a quella età, Braccio dei Fortebracci da Montone perugino. Aveva costui prima espugnata con dura guerra la città sua, divenuta quindi sede a uno Stato che egli andava distendendo con armi felici per le terre della Chiesa. Era Martino giunto in Firenze a’ 25 di febbraio 1419,[147] non avendo terra che fosse sua, ma in quel tumulto di cose cercando rifarsi lo Stato con la sola forza del nome pontificale, e usando a pro suo le divisioni tra’ contendenti: al che gli giovava lo stare in Firenze, città posta in mezzo alle terre della Chiesa e a Braccio allora molto amica. Questi sarebbesi contentato ritenere in feudo le città dell’Umbria, al quale effetto venne in Firenze, dove prestò al Papa omaggio superbo; conduceva seco tutta la possa delle armi sue che avevano vinto lo Sforza a Viterbo, gloriose e splendenti di ogni ricchezza, egli facendo l’entrata in mezzo ai due Signori di Camerino e di Fuligno, seguìto da molti deputati di città che a lui erano fatte suddite. Il popolo di Firenze ammirò Braccio, e in quella grandezza i modi affabili di lui valevano a conciliargli favore; laddove Martino, che già da oltre un anno in Firenze dimorava senza gran seguito nè possanza e senza splendore di cose fatte, perdè al confronto, venuto essendo come in uggia alle mobili fantasie di questo popolo. I ragazzi scriveano su’ muri e per le strade canterellavano: «Papa Martino non vale un quattrino — o un lupino; Braccio valente vince ogni gente.[148]» Il Papa sdegnato contro la città, ne partì a’ 9 settembre 1420; prima avendo consacrato l’altare maggiore ed altre parti allora compiute del tempio di Santa Maria Novella, dov’era alloggiato, ed innalzato la Sede fiorentina a grado e a titolo Arcivescovile.
Innanzi era a lui venuto a fare atto di sommissione il deposto Papa Giovanni XXIII: sedeva Martino in mezzo ai Cardinali in Concistoro allorchè l’altro inginocchiato davanti a lui confessò essere lui solo vero ed unico pontefice; pel quale atto veramente cessava del tutto lo scisma durato ben quarant’anni, poichè Gregorio aveva accettato i decreti di Costanza, e Benedetto vivea con pochi ostinatamente chiuso nel suo refugio d’Aragona, sottratta anch’essa alla ubbidienza sua. Ma il Cossa da molti era creduto che non avesse ceduto in Costanza se non per forza; veniva quindi tolto ogni dubbio dalla spontanea sommissione che egli faceva in un luogo libero, e con espressioni le quali apparvero tanto più sincere quanto più erano decorose. Il Rinuccini, che v’era presente, le riferisce a questo modo. «Radunava io solo il Concilio; ma faticai sempre a pro della Santa Romana Chiesa; quel che sia il vero tu ben conosci: io vengo alla Santità tua, e quanto posso mi rallegro della tua assunzione e d’essere io in libertà.[149]» Qui senti parole che uscivano rotte da grande passione: altero e violento e nei primi anni fortunato, gli era mancata ogni vigoria dal punto in cui si trovò in faccia, nella più augusta delle assemblee, alla coscenza della cristianità. I suoi nemici gli aveano dato bestiali accuse ed inverosimili; rimase in Firenze oggetto a molti di compassione, e in capo a sei mesi quella vita tanto logora si consumava: ebbe in San Giovanni la sepoltura ed un monumento, opera elegante di Donatello, dove anche si legge essere egli stato Papa. Avea qui grandi e possenti amici, ai quali dovette la libertà sua, perchè Martino avea cercato farlo in Mantova imprigionare. Giovanni de’ Medici più volte avea a lui Pontefice prestato danari; e da ultimo per la liberazione sua pagò trentacinquemila fiorini; del che ci rimangono i documenti e le scritture. È falso la Casa dei Medici essersi impinguata con le ricchezze lasciate dal Cossa che facea modesto nè molto ampio testamento, e pure ai lasciti l’eredità non bastava; e tra’ creditori era anche la Casa degli Spini, banchieri antichi dei Pontefici. Esecutori del testamento furono, oltre a Giovanni de’ Medici, Bartolommeo Valori, Niccolò da Uzzano e Vieri Guadagni, nel cui banco erano depositati i denari i quali al Cossa appartenevano.[150]
Correvano sempre alla città di Firenze prosperi anni, che i migliori forse non ebbe ella mai, ed il bel vivere italiano qui solo e a Venezia pareva raccogliersi. Non mai la Repubblica fu retta dentro così ordinatamente, nè più in Italia rispettata, essendo venuta a capo di molte imprese felici; possente d’industrie opulentissime e di traffici, fiorente per le arti le quali salivano allora al sommo d’ogni bellezza: fu cominciata la fondazione della Cupola del Duomo, e messa al posto la porta maggiore del Battistero di San Giovanni. Le manifatture s’innalzavano a dignità di Arti belle, massime per i lavori d’oro filato e battuto, e per gli smalti dai quali ebbe celebrità l’Orificeria, fattasi scuola ai sommi artisti. Ma in quanto risguarda solamente la ricchezza, è da notare che il commercio della Seta aveva avuto col principiare del secolo XV tale incremento ch’era in Firenze fra tutti gli altri il più lucroso. I velluti, i broccati, i drappi a oro toccaron l’apice della perfezione; veniano richiesti dai Principi e nelle Corti, intanto che drappi di minore pregio andavano in grande quantità per molte parti d’Europa e dell’Asia, sorgente amplissima di profitti. Nè però cessava l’arte della Lana da quella ampiezza in cui la vedemmo durante il secolo precedente. «I Fiorentini mandavano ogni anno a Venezia panni sedicimila, i quali erano consumati nella Barberia, nell’Egitto, nella Sorìa, in Cipro, in Rodi, nella Romania, in Candia, nella Morèa e nell’Istria; ed ogni mese conducevano a Venezia settantamila ducati di tutte sorte mercanzie, che sono all’anno ducati ottocentoquaranta mila e più; cavandone lane francesi e catalanesi, cremisi, stame, sete, ori, argenti filati e gioie.[151]» Parole del Doge Tommaso Mocenigo, che poco innanzi di rendere l’anima, l’anno 1423, si compiaceva di presentare ai concittadini suoi lo stato fiorente in cui lasciava la sua Repubblica; maggiore di troppo della Fiorentina quanto alla ricchezza ed alla possanza, ma bene altrettanto ad essa inferiore per quello che spetta alle opere dell’ingegno, e addietro per anche nella coltura delle Arti belle.[152]
Studiavansi molto ampliare i commerci; al quale effetto dappoichè furono divenuti signori di Pisa, attendevano alle cose del mare, ed ambivano di possedere un naviglio che fosse proprio della Repubblica, la quale era solita infino allora di assoldare galere forestiere. Elessero quindi Consoli del mare, ufficio che noi vedemmo essere altra volta istituito nella guerra che fu co’ Pisani per conto di Talamone: sei furono i Consoli eletti l’anno 1421,[153] e primo tra essi Niccolò da Uzzano: avevano obbligo di curare la fabbricazione di due grosse galere di mercanzia e sei delle sottili per guardia. La prima galera fu l’anno dipoi varata con grande solennità; e perchè al mare la gioventù s’avviasse, posero in quella dodici giovani di buone famiglie. Andò in Alessandria la prima galea, dove era disegno aprire un traffico di spezierie e di altre merci, veduto i guadagni che ne ritraeva la Repubblica de’ Veneziani. A tal fine inviarono ambasciatori al Soldano un Federighi e un Brancacci, i quali ottennero che la nazione fiorentina potesse avere in Alessandria Consolo, Chiesa, Fondaco, Bagno e ogni altra cosa che avesse domandato per la sicurezza dei mercati e mercanzie e per decoro della nazione.[154] Avevano anche per la facilità dei commerci ridotto il Fiorino al peso di quel di Vinegia, e fu chiamato Fiorino largo di galea. Ma una siffatta, come ora si direbbe, concorrenza avendo destato gelosia nei Veneziani; questi, pochi anni dopo, richiesti di lega dai Fiorentini, vollero patto che nessuna galea o altro legno de’ nostri potessino navigare ne’ mari che portano ad Alessandria. Tardi giugneva a queste cose la Repubblica di Firenze, invano tentando succedere alla grandezza ch’ebbero i Pisani e al favore del quale avevano questi goduto;[155] nè potè farsi mai potente sul mare, dove però grandi erano le industrie private dei Fiorentini ed i guadagni che si facevano alla spicciolata e che la Repubblica molto adoperavasi a proteggere: talchè le istruzioni che si davano agli ambasciatori contengono molte raccomandazioni di privati cittadini e dei traffici e interessi loro. Troviamo mandassero in quelli anni stessi ambasciatori nella Morèa, dove tuttora gli Acciaiuoli avevano ducato, ed in altre parti del Levante: altri ne andarono a Maiorca. Facevano partire per sicurezza dei mercanti due galere grosse da mercato nel mese di febbraio e due altre nel settembre per Fiandra e Inghilterra, a cura dei Consoli del mare che un’altra galera tenevano pei viaggi di Romanìa. Un’altra recava panni in Ragusa e ne riportava oro, pellami ed altre merci.[156] La Repubblica molto ebbe da fare in Liguria co’ Grimaldi signori di Monaco, i quali tolse in accomandigia insieme co’ Fieschi. Avevano questi terre in Lunigiana, che fronteggiavano le possessioni della Repubblica di Firenze. Era mestiere dei Grimaldi signori di Monaco rubare in sul mare, e uno d’essi dichiarava che Monaco essendo terra di nessun provento, il signore non vi camperebbe senza aiutarsi della pirateria; chiedeva pertanto se gli pagasse una pensione a titolo di riscatto, ed i Fiorentini pattuirono dargli ogni anno millecinquecento fiorini d’oro.
Dei commerci e d’ogni impresa dei Fiorentini sul mare natural sede era la città di Pisa, dove anche avevano decretato che risiedessero due tra’ Consoli del mare, essendo ivi edifizi e pratica sufficiente alla costruzione delle navi. Pur non ostante noi troviamo la Repubblica nulla fermare intorno al luogo per l’arsenale, fosse gelosia di Pisa o che veramente il Porto Pisano, già mezzo interrato, non fosse capace a farne emporio di commerci. Al che s’accorgevano essere atto Livorno, castello fondato prima dai Pisani a guardia delle marine loro; ma intorno al castello per la comodità della rada crescevano gli edifizi, e già da più anni pigliava importanza. Venduto ai Francesi, come noi vedemmo, lo tennero essi finch’ebbero Genova; ma questa essendosi rivendicata in libertà l’anno 1412, Livorno divenne come una briglia che i Genovesi voleano tenere sul collo a Firenze, che non acquistasse potenza sul mare. Ma Genova istessa pericolando bentosto per le risorgenti ambizioni dei Visconti, chiedeva soccorso ai Fiorentini, che da principio ponevano condizione avere Livorno per vendita; se non che i Genovesi chiedevano prezzo che parve troppo alto, e per due anni si fu sul tirare; infinchè Genova, più che mai stretta per terra e per mare, vendeva Livorno per centomila fiorini d’oro alla Repubblica di Firenze a’ 30 di giugno 1421. Portavano i patti, che in Pisa e in Livorno godessero i Genovesi le usate franchigie, e che dovessero i Fiorentini caricare sopra navi genovesi le merci di transito. Si fece in Firenze grande allegrezza di quell’acquisto, pel quale compievasi l’impresa di Pisa, e parvero aperte le vie del mare ai Fiorentini.
Avevano speso nelle guerre precedenti, secondo si trova, undici milioni e mezzo di fiorini d’oro. «Nella guerra col Papa dal 1375 al 78, due milioni e mezzo di fiorini; nelle tre guerre col Visconti, sette milioni e mezzo; e in quella di Pisa un milione e mezzo, senza contare le altre minori guerre in quel frattempo.[157]» Ma non era il credito dei libri del Monte venuto meno; cosicchè in questo correano a impiegare i danari loro anche i signori forestieri: tra gli altri vi ebbe depositato in quegli anni ventimila fiorini Giovanni re di Portogallo, del quale il figlio secondogenito per nome Don Pietro, più tardi veniva in Firenze, dopo aver corso altre provincie d’Europa: apparve leggiadro e costumatissimo cavaliere, e fu alloggiato nel palagio di Matteo Scolari fratello allo Spano.[158] Essendo la pace dopo la morte di Ladislao quasi dieci anni continuata, i libri del Monte a poco a poco si alleggerivano con venire parte delle prestanze a restituirsi, perchè nella pace le rendite del Comune sovrabbondavano alle spese. Le quali prestanze, sebbene riuscissero quand’erano imposte molto gravose a’ cittadini, siccome vedremo, pure all’universale non erano causa di povertà, perchè delle spese fatte e dei danari che uscivano, la maggior parte ritornava spandendosi dentro al minuto popolo, che anzi che perdervi se ne avvantaggiava.[159] Così era in quegli anni prosperata la città, la quale s’ornava di elegantissimi edifici e di opere d’arte a spese dei cittadini; i quali non furono mai tanto larghi nel sovvenire co’ lasciti e con le pie fondazioni ai bisognosi: nel che io non so se altre città pure in Italia a questa nostra si agguagliasse. Fu allora fondato lo Spedale per i fanciulli esposti, col nome di Santa Maria degli Innocenti, a cura dell’Arte di Por Santa Maria, che era l’Arte della Seta, e col soccorso di donazioni fatte da privati cittadini. Rinaldo degli Albizzi cedeva per tenue prezzo il locale da fabbricarvi il vasto edifizio, di cui fu architetto Filippo Brunelleschi: ebbe dal Comune i privilegi medesimi che aveva il grande Spedale per gli infermi in Santa Maria Nuova, e prosperò assai ne’ tempi che seguitarono.[160] Nè vuolsi omettere la grande riforma e correzione degli Statuti del Comune di Firenze, commessa per opera degli uffiziali del Monte, l’anno 1415, a Paolo da Castro insigne giureconsulto ed a Bartolommeo De Volpi da Soncino, con l’assistenza di nove notari e procuratori; grandiosa raccolta, che divisa in cinque Libri, pigliava in quell’anno vigore di sola ed unica legge di questo Comune, essendo aboliti gli antichi Statuti, salvo le Balíe degli anni dopo al 1381, che furono mantenute, e salvo gli Ordini della Parte guelfa. Venne pubblicata per le stampe non prima dell’anno 1783, quando ella cessava di aver valore altro che storico, in tre grossi volumi in-4; i quali sebbene contengano spesso insieme confusi gli Ordinamenti e le Provvigioni di tempi diversi, hanno ampia materia da utilmente consultare quanto alla struttura della Repubblica ed agli uffici ed ai giudizi ed alle pene, e in quanto ancora ai costumi di questo popolo, e alla ragione di molte cose che dai racconti degli scrittori non bene vengono dichiarate.[161]
Capitolo VI. GUERRA CON FILIPPO MARIA VISCONTI. — NICCOLÒ DA UZZANO, GIOVANNI DE’ MEDICI, RINALDO DEGLI ALBIZZI.[AN. 1422-1428.]
Lo stato di pochi, pel quale reggevasi allora Firenze, aveva in quelli anni toccato il colmo di sua grandezza. Fondato nel 1382 con l’abbassamento delle Arti minori; ordinato nell’87, dopo la prima cacciata degli Alberti, con le leggi poste da Bardo Mancini; munito d’armi e d’ordini più stretti da Maso degli Albizzi nel 93; avea nel corso di quarant’anni tenuto a freno la potenza del Visconti, felicemente condotto a fine due guerre pericolose, acquistato Pisa, Livorno, Arezzo, Montepulciano, Cortona; che poco più era l’antico dominio. Rimosso ogn’impaccio d’avversarii dentro, non mai tanta quiete fu compagna di tale prosperità. Regnava l’ordine, il che all’universale permette almeno il beneficio della libertà civile, della quale facilmente i più si contentano, qualora non siano troppo stranati dalle imposte. Pochi erano quelli che dominavano, e non molti furono gli oppressi; non si abbondò nelle uccisioni, le quali producono odii più acerbi ed inestinguibili: Maso degli Albizzi, che fu principale autore d’ogni cosa, pare comprendesse come nei casi politici i morti risuscitano. Un altro solo e tra’ più oscuri della casata degli Alberti fu decapitato: ma negli anni 11 e 12 avendo trovato (così dice il bando) che la famiglia degli Alberti aveva di nuovo tentato congiure, una sentenza mandò esuli tutti di quella famiglia sino ai fanciulli nelle fascie, che le altre condanne avevano risparmiato: con essi andarono un Ricci e uno Strozzi. Che tutto ciò debba attribuirsi all’odio personale di Maso degli Albizzi, può indursi anche dalla circostanza, che dopo alla morte di lui cominciarono le condanne degli Alberti a essere gradatamente revocate, o in qualche parte attenuate con quello studio e con quell’arte di cui sono capaci i Governi che stanno ristretti in mano di pochi.[162]
Pure quello Stato altro non era che un fatto mantenuto a grande studio da più anni, e, come nota sapientemente Donato Giannotti, lo reggeva la virtù dei capi, non la bontà delle leggi; violava insino alle apparenze d’egualità cittadina, nè aveva potuto trovarsi radici giù dentro alla stessa costituzione della città. Manteneva degli antichi ordinamenti della Repubblica quello che avevano di peggiore, il trarre a sorte i magistrati, ed in ciascuno fino ai sommi porre insieme gli elementi tra sè più contrari, ma sì che sempre il maggior numero stesse con gli uomini che reggevano, cosicchè ogni deliberazione usciva divisa e in ogni voto era un dileggio. Le Arti minori contavano sempre in ogni collegio un piccol numero di rappresentanti, chiamati a dare voti inutili se ai possenti uomini non si accostassero. Ma queste e tutta generalmente la costituzione delle Arti aveva dismesso l’antica sua forza, e, se oso pur dirlo, la verità di sè stessa, quando sotto ai Ciompi si aggregarono le Arti nuove, ed una ne fecero degli uomini senza lavoro. Dipoi vedemmo giovani ricchi farsi scrivere alle Arti minori, strumenti egregi alle corruttele, che già d’ogni parte s’insinuavano negli artefici. Col tanto ampliarsi delle industrie già il capitale era ogni cosa, e la ricchezza imprimeva il moto a una gran macchina di lavoro, della quale erano gli opranti come pezzi che non avevano vita politica di per sè. In questo secolo XV le Arti maggiori e le minori e i loro Consoli o le Capitudini già nei congegni della Repubblica erano fatte un nome vano; più non v’era altro che ricchi e poveri; le borse erano fatte a mano, per ogni ufizio una borsa propria;[163] ed in quelle della Signoria e dei Collegi e maggiori ufizi, che ad ogni tratto si riformavano, la sola regola consisteva anco di nome nel mantenere gli stessi uomini e famiglie ch’erano state prima in ufizio: pigliare gli uomini prima dell’82 era allargare il reggimento; pigliare quelli dell’87, o più ancora del 93, era un ristringerlo più che mai. Nè il magistrato di Parte guelfa serbava più nulla di quella sua vecchia e trasmodante potenza, dacchè fu arnese contro ai guelfi, cioè agli uomini popolani, usato dai grandi o dalle famiglie che in fatto ai grandi s’accostavano. Battuto nel 1378 e rottagli in mano quell’arme logora delle ammonizioni, venne in discredito; e noi troviamo nei primi anni del quattrocento il palazzo e i Capitani della Parte guelfa tanto essere vilipesi, che non si trovava chi volesse nella grande solennità cittadina andare con loro all’offerta in San Giovanni:[164] mancava una forza ed un ingombro nella Repubblica.
La quale avrebbe pe’ nuovi tempi abbisognato di forme nuove, e quel che non era se non accozzo quasi fortuito di pochi uomini e di famiglie che aveano incontro famiglie ed uomini poco disuguali, quel ch’era un fatto, avria voluto munirsi d’ordini e di leggi che forma dessero allo Stato. Agli ottimati che lo tenevano, stava in quel secolo più che mai dinanzi agli occhi grande esemplare la Repubblica dei Veneziani, cui molto ambivano d’agguagliarsi, ma nulla avevano a tal fine: nulla in Firenze si accomodava a quella forma di reggimento, la quale in Venezia può dirsi che uscisse giù dalle viscere di quel popolo, e avesse forti dalla natura i mezzi acconci a mantenerlo. Venezia teneva fin dalla sua cuna tradizioni principesche nel Doge che n’era stato per più secoli signore, e sempre re in piazza, sebbene con poca autorità nei Consigli,[165] teneva con certe regali apparenze tuttora il popolo in ossequio, e stava a petto degli altri principi. Venezia aveva un patriziato di stampa latina, le cui origini si annestavano alla istessa formazione ed a tutto il crescere d’una città per ogni conto maravigliosa e dalle altre singolare. Avea commerci più che industrie, e commerci d’oltremare che stanno in pochi; le possessioni dei suoi patrizi erano le navi, quasi castelli dove un solo capo i vassalli costringeva a dura opera e forzata. Nei marinari la stessa necessità di salvarsi contro a pericoli incessanti impone ubbidienza continua, docile, assoluta; tornati a casa, i marinari null’altro cercano che riposo, nè mai riuscirono strumento facile ai tumulti. I quali in Venezia erano vietati per fin dalla stessa struttura della città, che dalle acque tramezzata rendea malagevoli i popolari adunamenti, talchè a tenerla era bisogno di pochi armati; nè questi facevano alcun pericolo allo Stato, che dentro Venezia non mai ricettava quelle milizie forestiere di cui si valeva per le guerre e per la guardia delle provincie di terraferma.
Firenze ebbe in tutto condizioni differenti: avea con Venezia comuni soltanto le antiche scaturigini del sangue etrusco, e più che altrove inalterate da innesto germanico le latine tradizioni; talchè nei due popoli una cert’aria di fratellanza traspare tuttora. Ma il popolo di Firenze, più mobile e arguto e più inclinato allo speculare, voleva reggersi a democrazia; e se ora pendeva da pochi ottimati, non era per altro che per l’impotenza naturale all’altra forma di reggimento; e il popolo aveva più che le apparenze tuttavia sempre della sovranità. Era pei governanti un lavoro senza fine formare le borse, poi regolare le tratte ai magistrati ed ai collegi, ed ai consigli, ed agli ufizi di dentro e di fuori, secondo giovasse alla parte che reggeva; le molte pratiche e le regole che si adopravano minutissime serbavano certe loro peculiari e vive e affatto popolari locuzioni a noi trasmesse dai cronisti.[166]
Erano capi di quel governo Maso degli Albizzi, Gino Capponi, Niccolò da Uzzano, co’ quali stavano Bartolommeo Valori, Matteo Castellani, Palla Strozzi, Lorenzo Ridolfi, Nerone di Dionigi Neroni, Lapo Niccolini; altri minori giù giù scendendo formavano come la piramide di quello Stato. Maso degli Albizzi venne a morte l’anno 1417, forse della peste frequente in quel secolo e che era di nuovo entrata in Firenze:[167] nato l’anno innanzi la mortalità del 1348, avea nel vigore della giovinezza veduto molte cose avverse, le case sue abbruciate, lo zio decapitato, sè stesso bandito, parte de’ suoi consorti sciamati aver preso altre armi ed altro cognome. Richiamato a casa dappoichè l’impero fu tolto di mano ai Ciompi, tutte le cose se gli voltarono in favore: ed egli rimase come principe nella città, tenendo quel grado non solamente dalla ricchezza e autorità della casa, ma dalla prudenza sua e da quella civile modestia, per la quale fu contento essere grande più che parere; talchè il suo nome, che indi rimase lungamente celebrato, si trova confuso infinchè egli visse a quello degli altri più qualificati cittadini. Avea scelto per impresa un Bracco col muso serrato, la quale vedevasi incisa sopra al suo sepolcro in San Pier Maggiore: con essa voleva significare, che non si debba fare rumore innanzi al tempo.[168] Il quale precetto osservava egli costantemente, e lo Stato andava senza divisioni che apparissero: le offese che altrui recasse velava, poi con le piacevolezze temperava; contento impedire agli altri d’offenderlo, faceva le viste d’ignorare i mali umori i quali egli avesse destati in altrui; gli amici dubbi provvedeva non gli divenissero aperti nemici. Gino Capponi gli fu denunziato come se volesse mutare lo Stato; Maso rinviava l’accusatore alla Signoria, la quale gli fece mozzare il capo: tra quei che reggevano non parve mai rotta l’unione, vivevano sempre tra loro familiarmente.[169]
Moriva nel 1421 anche Gino Capponi: a questi sopravvisse Niccolò da Uzzano, sebbene già vecchio. Questi non si era levato sì alto per la potenza della casa, la quale rimasta fino allora nei castelli, non avea sèguito in città, ma pei servigi da lui prestati alla Repubblica lungamente; nè credo Firenze avesse mai cittadino che lo agguagliasse per la grande autorità dal senno di lui esercitata nei Consigli, frenando i più audaci e a sè conciliando col mite animo gli avversi. Girava il partito sì tosto che avesse Niccolò parlato, egli essendosi prima inteso con gli altri potenti, dai quali poi fosse fatto vincere il parere che insieme avessero accordato. Imperocchè «molti erano eletti agli ufizi e pochi al governo,» questo risedendo in quanto alla forma dei Collegi e ne’ Consigli; dove si veniva però a cose fatte nelle botteghe, negli scrittoi e nelle cene dei maggiori cittadini; degli altri essendo pressochè inutile la parola, concessa a mostra di libertà.
Il quale stato della Repubblica ci viene descritto da Giovanni Cavalcanti, autore di storie[170] che assai volte adopreremo. Abbiamo da esso la viva pittura di un Consiglio di richiesti al quale intervenne. «Il Gonfaloniere, uomo di dolce condizione e di grossa pasta, avendo in principio fatta la proposta e quindi messosi a sedere, lette le carte, chi disse una cosa e chi un’altra; erano i pareri assai differenti: mentre la turba consigliava, Niccolò da Uzzano dormia fortemente e nulla udiva di quelle cose, non che le intendesse. Infine, o che il sonno avesse in lui finito il suo corso o che lo avessero tentato perchè si svegliasse, tutto sonnolento salì alla ringhiera, ed esposto quello che fosse da fare, gli altri confermarono il suo detto.» Il Cavalcanti, di casa grande, era in quel numero come Capitano della Parte guelfa e non come cittadino stimato nè accetto al Palagio, dove pare sedesse allora la prima volta. «L’ingrata e plebea moltitudine (così egli scrive) niente o poco ci volevano alle preminenze del Comune in compagnia, e ci tenevano addietro, dicendo che avevamo a purgare la potenza ed i peccati de’ nostri antichi, se peccati erano; e se pure alcuno di noi eleggevano, sceglievano uomini disutili e molli, che stavano ristretti agli scamuzzoli di sotto le loro mense.» Questo l’antico nobile chiama modo tirannesco e non vivere politico nella città di Firenze.[171]
Era nella parte popolare venuto in grandezza Giovanni dei Medici chiamato di Bicci, non del ramo stesso dal quale uscirono Salvestro e Vieri, ma ebbe da questo ereditata la temperanza, e fu dell’altro meglio avveduto e più fortunato. Trovossi da giovane in povertà, essendo la casa dei Medici battuta con le altre della parte popolare: aveva poi fatto a sè medesimo la fortuna sua col mercatare, esercitando l’arte del Cambio felicemente, così da essere divenuto non che il più ricco cittadino di Firenze, forse anche d’Italia. Vecchio, ora godevasi la grazia popolare che aveva dal nome e dalle ricchezze e che egli nutriva con quell’accortezza che ha sede nell’animo, disposto ai savi e miti consigli e in tutto alieno dalle violenze. Fuggendo le sêtte, in Palagio non andava se non chiamato; e fondò così alla sua casa una grandezza per sè non cercata. Riammesso a godere gli uffici della Repubblica e avendo la mano nelle maggiori faccende, usciva Gonfaloniere l’anno 1421; al che fu scritto che Niccolò da Uzzano avesse in animo di attraversarsi: ma fatto è che il gonfalonierato suo passava innocuo e tranquillo.[172]
Motivo alle accuse contro alla parte dominatrice erano le guerre, le quali dicevasi da questa accese e mantenute a fini privati; intollerabili le prestanze, che sempre cadevano disugualmente sugli avversi e sopra il grosso dei cittadini quieti e senza parte, laddove a’ pochi ed agli aderenti loro venivano i guadagni e la gloria delle imprese, e il sèguito che si faceva ogni dì maggiore per le accresciute necessità. Quindi grandissime le lagnanze. «L’uno nominava chi era stato la cagione della sua gravezza, dicendo: e’ sa bene che mi è impossibile pagare sì sconcia cosa: s’egli appetiva il mio luogo, perchè non me lo chiedeva egli in vendita? e per meno del giusto pregio glielo avrei dato. L’altro diceva: e’ m’annoverano i bocconi, e, non che mi voglino lasciare il bisogno, ma mi niegano il necessario, solo per indurre la mia famiglia a disonore e peccato.» I luoghi, cioè le possessioni appetite, dovevano essere massimamente quelle dei grandi; o almeno a queste io credo accenni con più passione il Cavalcanti, che abbiamo noi finquì trascritto.[173] Le quali accuse molto aggravarono per la guerra contro a Ladislao; e Maso degli Albizzi ebbe taccia di avere condotta alla oppressione de’ suoi contrari la falsa pace che precedette alla morte di quel Re.[174] Laonde nel 1411 fu ordinato un altro Consiglio, ch’ebbe nome del Dugento perchè si compose di dugento cittadini, senza del quale non si potesse far guerra nè cavalcata fuori del dominio, non fare leghe nè confederazioni, non tenere stipendiati più di cinquecento lance e mille cinquecento tra balestrieri e palvesari, non pigliare in nome del Comune terra o fortezza, e non ricevere alcuno in accomandigia e protezione. Di queste cose vinto che fosse il partito nella Signoria, doveva proporsi al Consiglio del Dugento; e in questo approvato pe’ due terzi almeno, andare a un Consiglio di cento trentuno, che si componeva de’ Collegi e di altri ufficiali e di cittadini aggiunti, e poi al Consiglio del Popolo, e in ultimo a quello del Comune.[175] Era, come ciascun vede, un rendere più che mai difficile ed incomodo quel già sì intricato roteggio della Repubblica; ma erano infine gli uomini stessi che sempre deliberavano, perchè al Consiglio del Dugento doveano essere imborsati quelli che fossero stati essi o i padri loro ne’ maggiori uffici dopo al 1381, o come diceano veduti, cioè tratti a quelli uffici, o solamente chiamati abili e imborsati.
Dopo la morte di Giovanni Galeazzo era co’ Visconti cessata la guerra per un tacito consentimento tra le due parti, e per l’impotenza nella quale erano di rinnovellarla i due figli lasciati dal Duca in età minore: vedemmo dipoi lo Stato disfatto, ed essi medesimi senza libertà della persona oppressi da quegli stessi condottieri che gli tenevano in tutela. Ma ucciso nell’anno 1412 il maggiore figlio Giovanni Maria, portento di crudeltà in età ancora quasi imberbe, Filippo Maria pigliò la corona ducale rialzandone assai la potenza, nè occorre a me dire per quale serie d’iniquità: brutto del corpo e basso di animo, teneva nel resto delle qualità del padre suo, ma senza quel tanto ch’esse avevano di magnifico. Per vari modi e con artifizi lenti usando l’ossequio che aveva Milano alla casa dei Visconti, e bene sapendo valersi de’ condottieri che assai di buon grado s’acconciavano con quella casa, aveva nell’anno 1419 racquistato al suo dominio presso che tutte le città Lombarde, teneva assedio contro a Brescia venuta in mano dei Veneziani, ed avea disegni sopra Genova, della quale era Doge Tommaso di Campo Fregoso, cittadino egregio, valente ed abile a difenderla. Per tale impresa importava al Duca non tenere ostilità dalla Repubblica di Firenze, dove egli mandava grande ambasciata con la richiesta di fermare con patti solenni la pace durata tra loro più anni: e i patti erano, che nè egli s’ingerisse nelle cose di qua della Magra e del Panaro, nè i Fiorentini al di là. A quella proposta si divisero i pareri, e nei Consigli della Repubblica fu molto grave disputazione;[176] prevalsero quelli che volevano la pace, avendoli mossi l’ingordigia di Livorno, per cui giovava lasciare Genova nelle strette. Pareva che fosse glorioso dividere i Fiorentini col Duca la parte d’Italia la quale è posta di qua dal Po, siccome avendo racquistata Brescia divideva egli co’ Veneziani la parte al di là: godeansi avere libero il campo e consentito alle ambizioni cui si erano molto i Fiorentini lasciati andare; ed ai caporioni dello Stato pareva, qualora Filippo Maria mancasse ai patti, potere a lui più giustificatamente muovere guerra, nè si direbbe che l’aveano fatto per comandare e per arricchirsi. Qui pure l’esempio della Repubblica di Venezia seduceva quelli ottimati; quasi che avessero eguale la forza dei chiusi Consigli, e un popolo docile al pari di quello, e pingue l’erario delle entrate d’oltremare con poco bisogno d’aggravare i cittadini.
Siffatte ambizioni gonfiavano, dopo gli acquisti recenti, assai l’animo dei Fiorentini, i quali tendevano a rotondarsi lo Stato: e mentre il reame di Puglia, invaso dagli Angiovini di Provenza che Martino V vi ebbe chiamati, invaso poi tosto dal re Alfonso d’Aragona cui s’era Giovanna dissennatamente confidata, non potea reggersi in sè stesso; e mentre che in quelle bruttissime guerre i due grandi condottieri Braccio e Sforza erano implicati, finchè vi trovarono ambedue la morte; i Fiorentini tenevansi libero il mezzo d’Italia, sul quale avevano in quelli anni distese le braccia. Dei piccoli Principi che allora cingevano gli Stati della Repubblica, non pochi si erano dati ad essa in protezione. Da un lato i Marchesi del Monte Santa Maria ed i Conti Guidi di Dovadola, non che gli ultimi resti dei Tarlati; e in Romagna gli Alidosi, nell’Umbria i Trinci di Foligno, erano anch’essi raccomandati della Repubblica; cui s’era dato con egual titolo Guid’Antonio conte di Montefeltro e d’Urbino, con tutte le terre in sua dipendenza. Aveva, siccome vedemmo, in tutela gli Appiani di Piombino, dove ciascun anno andava per ivi amministrare il governo uno dei più qualificati cittadini di Firenze; e molti dei rami in cui dividevansi i Malespini di Lunigiana venivano anch’essi in dipendenza della Repubblica; potendosi dire così veramente che ella distendesse in fatto il dominio sino al fiume della Magra. Facevansi tali accomandigie generalmente per cinque o sei o per dieci anni, dopo dei quali, se nulla accadesse, venivano rinnovate.[177]
Frattanto le armi del Duca di Milano aveano costretto Genova a darsegli in potestà; così che però i cittadini da sè governassero le cose di dentro come facevano per l’innanzi. Per quell’accordo Tommaso di Campo Fregoso ebbe la signoria di Sarzana; la quale città essendo posta di qua della Magra, parve essere stato da Filippo rotto il confine che per la pace egli medesimo avea posto (siccome dicevano) tra la potenza lombarda e la libertà toscana. Aveva egli anche per accordo col Legato di Bologna mandato sue genti a difendere quella città contro all’assalto dei Bentivogli; che fu tenuta come un’altra e più manifesta violazione della pace. Dal che cercava egli di scusarsi per ambasciatori mandati a Firenze; ma intanto negava l’entrata in Milano a quelli che aveangli i Fiorentini inviato, dicendo veniano di luogo ammorbato, per essere in Toscana allora la peste.[178] In questo mezzo accadde che Giorgio Ordelaffi signore di Forlì lasciasse morendo il figlio Tibaldo sotto la tutela di Filippo, la quale parendo sospetta alla madre, ch’era di casa degli Alidosi, trafugò in Imola il fanciullo; ma fu costretta restituirlo, dappoichè il popolo di Forlì preferì stare alla osservanza del testamento dell’Ordelaffi; e il Duca volendo non al tutto discuoprirsi, mandava le genti del Marchese di Ferrara ad occupare la terra. Su questo in Firenze per lunghe consulte fu deliberato di muovere guerra, sebbene a molti paresse il farla pericoloso, e nulla potervi la Repubblica acquistare per la vicinità della Chiesa; talchè d’ogni impresa, comunque felice, non altro avrebbesi che l’aggravio. Giovanni de’ Medici si legge avere biasimato quella guerra e insieme con lui Agnolo Pandolfini; ma pure Giovanni fu coll’Uzzano tra i primi Dieci creati a fine di governarla. Elessero questi Pandolfo de’ Malatesti capitano, il quale muovendo all’espugnazione di Forlì, trovò che le genti del Duca guidate da Agnolo della Pergola, avendo occupata Imola e mandato l’Alidosi prigione in Milano, facevano forza per avere Zagonara, castello pel quale era loro necessario aprirsi la via a soccorrere Forlì. Muovevano pertanto contro alle duchesche le genti dei Fiorentini per lungo cammino e fatto malagevole dalle pioggie, tantochè giunsero a Zagonara co’ cavalli stracchi: e la pioggia seguitava, che non più i campi si conoscevano dalle vie; ed essi per dare l’assalto ai nemici erano costretti andare nel fango sino alle ginocchia. Carlo Malatesta, ch’era lì a’ fianchi di Pandolfo suo fratello, e contro al parere di Lodovico degli Obizzi aveva persuaso quella mossa, valorosamente combattendo su un grosso cavallo, invano incuorava i suoi che stavano in troppo grande disavvantaggio contro a’ nemici freschi e ordinati in forte sito. La rotta fu grande; Carlo Malatesta preso, Lodovico degli Obizzi ed uno degli Orsini morti; fuggiva Pandolfo col suo siniscalco Niccolò da Tolentino.[179]
Di quella rotta fu molto grande in Firenze lo sbigottimento, e più nei maggiori cittadini che temevano per sè, come quelli che avevano addosso tutto l’odio della guerra e il carico d’una impresa fallita, che pagare bisognava facendo danaro per via di prestanze, cui non sapevano come provvedere. Avevano imposto, per un così detto prestanzone rinnovato più volte nel corso di pochi mesi, novecento migliaia di fiorini d’oro;[180] ed inventato un Monte nuovo per le fanciulle e per i fanciulli da maritare, dove i superstiti guadagnassero sopra le somme decadute per le morti di coloro sul capo dei quali erano stati posti in comunanza, che è modo vizioso e meritamente riprovato.[181] Chiamarono quindi un Consiglio di richiesti più largo che prima non fossero soliti, perchè non bastava empirlo di quelli che assentivano ogni cosa, ma quando è bisogno che paghino tutti, bisogna che tutti pure siano rappresentati. Degli uomini antichi prima non volevano sapere, ma ora sforzati si volsero a quelli che avevano ributtato; ed era tra gli altri Rinaldo Gianfigliazzi, che da quarant’anni figurava nello Stato, vecchissimo allora ma sempre vigoroso così da essere adoprato pure in quegli anni nelle ambascerie; ed uomo di mezzo, come noi vedemmo, e voce da essere ascoltata. Nel Consiglio erano molti giovani, dai quali nulla non si cavava: si alzò Rinaldo e rinfrancò gli animi non meno a speranza di salute che a difesa di giustizia; disse il segreto di quelle guerre: «Voi non avete perduto nulla del vostro, anzi hanno perduto coloro che erano creditori de’ vostri soldi, co’ quali medesimi soldi ne avrete altrettanti più freschi e più forti, perchè chi ha del pane, mai non gli manca cane. Solo in una cosa consiste il vostro rimedio, cioè di non volere che le borse degli uomini impotenti abbiano a pagare quello che non vi si trova e non vi è rimaso. A chi ha da pagare si pongano le gravezze e si risquotano. È più ragionevole difenda il Comune chi ha gli onori e gli oneri del Comune, che chi è escluso dagli onorevoli luoghi della Repubblica. Soldisi gente a piè ed a cavallo, e stiesi alle difese.[182]» Chiamarono venti cittadini a porre le nuove gravezze, per le quali veniva il carico degli uomini potenti cresciuto di cinque soldi per lira: ai quali pareva essere entrati in disperato laberinto, vedeano la guerra andare in lunghezza, e gli spendii dovere uscire dalle loro borse: chiederono sgravio, il quale più volte fu messo a partito e molta pugna se ne fece, ma non si potè mai vincere per alcun modo, perchè gli artefici e il numero dei cittadini di poco stato erano cagione che non si vincesse. Veduto il che, cercarono rendere odiosa la gravezza; e diedero autorità ai messi e berrovieri di portare arme; e degli oltraggi che facessero ai debitori del Comune non si potesse conoscere. Dal che avvennero disordini gravi; ed un Francesco Mannelli, tra gli altri, fu ferito sconciamente.
Delle Arti che prima erano forza della città, cadute al basso (come vedemmo) le Capitudini, rimanevano le Confraternite religiose, antica e sempre molto vivace istituzione che in ogni tempo mantenne in Firenze le forme e gli ordini popolari. Più tardi i Medici, fatti principi, assai penarono a ridurle pazienti e docili alla servitù: ma ora stavano contro gli ottimati, in quelle facendosi congreghe segrete, e lì si sfogavano le ire popolari, e ordivansi trame contro allo Stato. Cosicchè furono insino dall’anno 1419 levate via e chiuse le Compagnie laicali in città e fuori per un miglio attorno, con pene rigorose. Dessero i libri e le scritture al cancelliere del Comune, i mobili venduti e distribuito il danaro ai poveri; i luoghi che fossero atti si riducessero ad abitazione, gli altri si serrassero; e se alcun prete o religioso fomentasse simili adunanze, vollero che fosse procurato col Papa di privarlo de’ benefizi e mandato fuori del dominio.[183] Ma perchè tutti questi rigori, secondo il solito, non bastavano, troviamo in quest’anno 1426 trattarsi del modo come impedire che risorgessero congreghe siffatte contro ai termini delle provvisioni poste.[184]
Ma quanto facessero per tali industrie era nulla, se non pervenissero a ridurre in pochi lo Stato, che era il fine d’ogni cosa, levando di mezzo quei cittadini d’ogni colore i quali s’erano dovuti ammettere per necessità a fare numero nei Consigli; perchè gli ordini della Repubblica a ogni modo erano popolari, nè industria bastava, se le antiche forme non si alterassero e lo Stato venisse al tutto e scopertamente in potestà degli ottimati, grandi o di popolo che si fossero. Quindi, con permesso del Gonfaloniere Lorenzo Ridolfi, ordinarono d’essere insieme una mattina in Santo Stefano settanta dei più eminenti cittadini; tra i quali (secondo si legge) Rinaldo di Maso degli Albizzi, che tutti vinceva per eloquenza, parlò così: «Le vostre discordie vi hanno dato a compagnia chi già ad altro tempo non sarebbono stati tolti per sufficienti famigli de’ vostri maggiori: dimenticate le ingiurie che fossero intra voi, ed accordatevi al popolare reggimento ed al comune utile. Voi siete il Consiglio di questa città; adunque quello che per voi si farà, farà il Comune, perchè il Comune siete voi. In antico per dispetto de’ nobili e degli antichi popolani, ciascuno ha fatto nuovo rimbotto, e aggiunti tanti novissimi e meccanici nelle borse, che ora le loro fave è tal numero che le vostre non ottengono. Io vi ricordo che sempre in tutti i popoli è grandissimi odii tra’ nobili e meccanici cittadini. Nonostante che qui tra noi non sia quella gentilezza che per li savi si conchiude, ma noi siamo gentili appresso a chi noi ci abbiamo fatti compagni; chi è venuto da Empoli, chi di Mugello, e chi c’è venuto per famiglia, ed ora ce li troviamo per compagni al governo della Repubblica. Ed almeno stessono contenti a quello che eletti gli abbiamo, ma e’ ci tengono per servi, e loro essere i signori. Se si ragiona di guerra, eglino la confortano e tra loro dicono: noi non possiamo perdere; però che se la guerra vinciamo, noi siamo al governo appresso di loro, ed empianci le borse; se si perde, che è a noi? conciossiachè niente o poco ci costa, perocchè le nostre botteghe hanno altrettanto d’uscita quanto d’entrata; possessione ne’ danari di Monte nostri non si trovano e non abbiamo. Aggiungono ancora un’altra ragione, e dicono il vero: quando c’è le guerre, la città è sempre abitata da moltitudine di soldati a piede e a cavallo; chi viene per acconciarsi e chi s’è acconcio; chi per le sue paghe e chi per fare la mostra; e così tutta la terra sta sempre piena di gente bellicosa, la quale conviene che ogni sua necessità compri; là ove gli artefici ne stanno grassi e bene indanaiati. Savi cittadini, la guerra dei lupi sempre fu ed è pace degli agnelli; e’ dicono essere gli agnelli, e voi i lupi; e però niun partito, il quale voi ordinate e desiderate che si faccia, non vogliono vincere con le loro fave, anzi desìano e cercano il vostro disfacimento. Che amore credete voi che gli abbiano alla Repubblica coloro a cui mai costò nulla? Eglino non sanno quasi chi essi si sieno; come possono avere amore ad altrui coloro che non l’hanno a loro medesimi? Io ho veduto venire il villano di contado, e dirgli il figliuolo: quando venisti e quando ne andate? per le quali parole pare che più tosto ami che se ne vada, che non ami che ci venisse. Ancora di quelli ho veduti che hanno vietato al padre che non lo manifesti per figliuolo, però che non vogliono che si sappia che il padre sia bifolco o agricolo. Adunque, che amore credete abbiano a voi e alla vostra Repubblica quelli i quali non l’hanno alle loro medesime case? Niuna differenza è al nascere e al morire dal gentile al villano; ma ne’ costumi sono differenze, e massimamente nell’amare; il gentile ama, il villano teme: dico che dal villano all’artefice è poca differenza. C’è poi tra tante ragioni una massima, conciossiachè l’origine della vostra signoria distendeva il contado dal Galluzzo a Trespiano, e ciò che avete d’avanzo possono dire non essere di vostra ragione; anzi di coloro, di cui questi veniticci furono già fedelissimi vassalli. Adunque l’amore è piuttosto nelle origini dei vostri nemici che non è nella vostra Repubblica, e così naturalmente sono desideratori del vostro rovinamento. Sicchè provvedete; che vi è tanto più necessario, che bisogno vorrebbe già essere provveduto. Signori cavalieri, e voi valorosi cittadini, non vedete voi ch’egli hanno poste le gravezze trasordinatamente a tutti voi, i quali avete in mano le redini della Repubblica? E vedete le ingiuste poste, le quali per voi si comprende non le potere soddisfare. Avete addimandati non nuovi modi, ma antichi ed usati da lunghe consuetudini. In simili condizioni di trasordini si è sempre usato lo sgravio, acciocchè quelle poste che sono fuori del ragionevole, si correggano e rechinsi al ragionevole per lo sgravio. E niente hanno voluto acconsentire; innanzi vogliono contaminare l’antico consueto dello sgravio, che ottenerlo colle fave alla civile usanza. Non sapete voi che la lunga consuetudine si ritrova in tra le leggi? E chi dalla legge si parte, rinunzia al ben vivere ed alla civile libertà? Per certo voi potete vedere come in tutto cercano il vostro disfacimento e quello della vostra Repubblica. Credete voi che non tengano a mente la crudeltà de’ loro padri, e che non sappiano quanto la loro perfidia si distese sopra il sangue de’ vostri maggiori? Cercate i conventi de’ frati, e trovereteli pieni di corpi e di carogne de’ vostri antichi; guatate il muro del Capitano, che ancora ritiene le note del sangue di tanti valenti cittadini, i quali erano sufficienti per le loro mani tutta lingua latina essere giustamente governata. Qual cosa ci fu che non fosse piena di pianto e di lamento di vedove e di pupilli? Tutta la città era piena di oscuri vestimenti con volti tutti lagrimanti e pieni di dolorosi aspetti. Non sentiste voi le voci delle misere madri, degli orfani e de’ pupilli gridare e dire: non vi fate compagni coloro che ci hanno tolti i nostri sposi e i nostri padri, i quali furono l’onore e la gloria di questa Repubblica. Qual via o qual contrada sapete voi, che ancora non vi rinnovelli delle reliquie delle loro arsioni? Perchè col fuoco le loro furie l’arsero e disfecero. Quaranta maledetti mesi tennero in servitù questo popolo! tanti sbanditi, tanti confinati, ed ancora con veleni nobili cittadini falsamente feciono morire, e tali con le coltella perirono, e non era cittade che non fusse piena de’ vostri antichi: chi v’era in esilio, chi per isbandito e tale per rubello: e così le stranie patrie abitavano. Piacciavi perdio di non volere stare pertinaci nelle vostre discordie, acciocchè quelle non sieno più l’esca che accenda il fuoco, il quale fu spento da quel vostro cittadino di Bardo Mancini. Voi ci avete misto i campi di Figline e di Certaldo e di cotali luoghicciuoli, con assai disutili schiatte; e venutici colla bottega al collo, hanno tenuto in mano il vostro gonfalone. Ancora avete aggiunto a questi così fatti mostacci, ammoniti ed originali ghibellini i quali sapete che sempre furono nemici del guelfo reggimento; e addietro avete lasciato i nobili della vostra città. Questo dite che fate per le incomportabili superbie che usavano i loro antichi: la superbia non si niega che non sia abbominevole a comportare, ma e’ non è minore il fastidio presente della stolta plebe, che si sia la preterita superbia degli antichi e de’ nobili. Diremo noi che sia superbia incomportabile quella di colui che è nato de’ Bardi, se desidera di essere maggiore che il nipote di Piero Ramini, e il figliuolo di Silvestro fornaio? Non è egli più giusta cosa, che quegli che è nato de’ Rossi sia sopra quello dello Stucco, che quello dello Stucco sopra lui? o che quel seggio sia negato a’ Frescobaldi, che è conceduto allo Stuppino? Senza che non contendono questo, ma desiderano egualità con tutti, e non maggiorità di persona. Dico, che queste non sono superbie, ma più tosto ragioni naturali e comandate dalla grandigia e dalla nobiltà della Repubblica; avvegna dio che, da quanti più nobili è governata la Repubblica, tanto è più nobile la Repubblica. E nientedimeno i nobili addietro avete lasciati, e i vostri nemici per le vostre sfrenate volontà vi avete fatti compagni. Dico che a voler tutti i vostri benefizi conservare, è da dar modo che le borse si vuotino delle maladette pravità de’ mali uomini. Sapete che la terra è compartita in tre generazioni d’uomini, cioè scioperati, mercatanti ed artefici. Avete le leggi de’ vostri antichi, che nel numero de’ Signori sia due delle Arti minori, e gli altri sieno delle sette maggiori Arti e scioperati mescolatamente; e per simile modo e ne’ Collegi. Ma il Consiglio del popolo, dov’è il tutto delle volontadi, e dove si conchiude tutte le cose del Comune, vi è delle ventuna Arte, sette delle maggiori, e quattordici delle minori. Adunque vedete, che le due parti vi è delle minori e il terzo delle maggiori; così la legge non è obbedita, e però non vi riescono le vostre volontadi, perchè naturalmente vi sono nemici e hanno le fave nelle mani. E’ si vuole le quattordici minori Arti recare a sette, e che il numero degli artefici seguiti lo scemo delle Arti: dico là dove sono due artefici, torni ad uno, ed a quel mancamento vi si aggiunga le maggiori Arti e i Scioperati. Questo vi sia assai abile a fare: come uomini nuovi, non intendono quello che si fanno, se non quando comprendono fare il vostro disfacimento. Noi il senso della legge e la volontà nostra faremo trarre a un medesimo fine: sempre la chiosa di colui che ha fatto il testo va innanzi a tutte le altre; ed è ragionevole, avvegnadio che tutte le leggi, per efficaci e giuste che sieno, stanno soggette alla forza: chè sempre la spada nell’ultimo è il competente giudice. Ed è tra voi la forza e il dominio sopra la gente dell’arme, per l’asprezza della presente guerra: che avremo se non a soldare due tre migliaia di fanti, e mostrare di voler fare una segreta cavalcata in accrescimento della Repubblica, e quelli in un deputato giorno, sotto colore di fare la mostra, condurli in sulla maestra piazza a far pigliare le bocche per le quali gente plebea vi potesse noiare? E chi ha il governo, adoperi le fave col favore della spada, e per questa via si verrà alle desiderate conclusioni. Qui non resta se non a dare il modo a seguire l’ordine ed eleggere il tempo abile a tanto fatto. Se mestiero fosse la mislèa, vi è debito non fuggirla, ma seguitarla. A che ricorreranno queste vili Capitudini? I fornai si armeranno di pale, e con le vostre schiave ne faranno cordoglio; e così altri coi loro trafficatori si compiagneranno della vostra gloria. Però in tutto vi si prega, e me con voi insieme, a dare il modo che gli uomini degni abbiano gli onorevoli luoghi del Comune; e che questi veniticci stiano alle loro articelle a esercitare gli alimenti necessari a nutricare le loro famiglie, ed in tutto dal governo della Repubblica escluderli siccome seminatori di scandali e di discordie. E se nessun altro più ottimo rimedio ci vedete, prego si manifesti; e quanto più presto, meglio: e quello che è più utile, perdio, con tutta sollecitudine si faccia.»
A questo parlare tutti alzarono le mani al cielo, lodando Dio e messer Rinaldo; e tutti si volsero a Niccolò da Uzzano, mostrando talento d’udire il parere di Niccolò quanto aveano mostrato piacere del consiglio di Rinaldo. Ma il grande Anziano lodando il fatto, una cosa aggiunse: «Voi sapete come la famiglia de’ Medici è stata sempre capo e guida della plebe. Ora voi vedete Giovanni di Bicci essere capo di tutta la famiglia, ed è sostegno e guida degli artefici ed ancora di più mercatanti, i quali reputano lui padre non che di tutte le Arti minori, ma delle maggiori sostegno e campione. Io consiglio che chi si sente a lui intimo, lo richiegga di recarsi alla nostra intenzione, ed ogni volta che questo sia senza nulla di dubbio, faremo tutto quello che il valente cavaliere ha consigliato.» A queste parole ciascuno s’accordò; e messer Rinaldo fu chiamato a richiedere Giovanni de’ Medici alla loro congiura. Andò Rinaldo ed espose il fatto; al quale Giovanni si negava risolutamente, com’era da prevedere; e biasimandolo forte: «Donde cavate voi (disse) che i sollevamenti de’ popoli sieno pace e tranquillità de’ cittadini? Se il vostro padre vivesse, ei non avrebbe voluto che il popolo fosse del suo luogo rimosso se non per abilità de’ poveri uomini; e se voi tenete a mente i suoi portamenti, direte questo medesimo essere così.» Qui annoverò alcuni benefizi che Maso avea fatti a pro degli infimi, ed i freni posti alle soperchierie dei potenti. Aggiunse: «Volete ora voi ritrovarvi a disfare con insopportabile ingiuria, tanti benefizi del vostro eccellente padre verso questo popolo? Io v’annunzio per vostro avviso che quando eglino avessino acconci loro, che egli sconceranno voi e me e gli altri buoni uomini di questa città. Io, come ho trovo il popolo, così il voglio lasciare; ed ancora ne conforto voi che il simile facciate.» Giovanni accennava ai grandi, che avrebbono sconciato ben tosto tutta la parte dei popolani e tutti gli ordini dello Stato. Nè credo l’Uzzano altra replica si aspettasse, nè altra volesse, avversi ambedue ai modi violenti a cui Rinaldo parve inclinare. L’Uzzano esortava si ripigliasse lo Stato come aveva fatto Maso degli Albizzi nel 93, serrando le borse senza più fare rimbotti, cioè senza chiamarvi per via di partiti altri nuovi cittadini; voleva che fosse rinnovata la balía ogni dieci anni regolarmente, innanzi cioè che avesse potuto alterarsi quello Stato, perchè le balíe non uscissero di mano ai capi di esso, nè aprissero mai le vie degli uffici ad altri che ai loro. Bramava accostarsi quanto più potesse ai modi e alle forme della Repubblica veneziana: andava però con passi malfermi, secondo imponevano le troppo diverse condizioni; e in certo suo scritto pare consigli ringiovanire le decadute istituzioni della Parte guelfa, tornare cioè ai modi antichi, soli possibili in questo popolo com’egli era.[185] Giovanni voleva anch’egli serbare le forme antiche della Repubblica, null’altro cercando a sè ed ai suoi che il favore popolare.
Ma una parte si formava intorno a lui non consenziente, e i figli suoi Cosimo e Lorenzo gli facevano rimprovero del non mostrarsi più vivo, stimolati anche da un Averardo di Alamanno de’ Medici, uomo cupido e ambizioso. Dai quali Giovanni qualche rara volta si lasciava condurre in Palagio; ma rifiutandosi, quanto a lui, ad ogni cosa per cui potesse nascere divisione nella città. Diceva: «Per me io voglio attendere alle mercanzie dalle quali ebbi ogni grandezza, e da quelle in fuori la Repubblica non mi glorifica; perchè quand’io ero indigente, non che la Repubblica mi alzasse, ma cittadino non ci era che mi conoscesse o che non mostrasse di non avermi mai veduto.» Giovanni di Bicci e Niccolò da Uzzano, ambedue vecchi, s’adopravano a contenere ciascuno i suoi; ma troppi già erano ai quali giovava la guerra aperta, e che cercavano ad essa cogliere le occasioni. Erano in Palagio due Cancellieri; che l’uno, ser Paolo di Lando Fortini, era tutto degli Uzzani, e l’altro, ser Martino di Luca Martini, stava co’ Medici. Per il che cercando quegli rimuoverlo dall’ufficio, ottennero questi che invece ser Paolo fosse levato: l’anno dipoi fu casso il Martini; del che si legge il vecchio Giovanni avere avuta grande afflizione.[186]
Questo è il solo fatto di cui si trovi nei minori Cronisti alcun cenno, ma basterebbe anche solo a mostrare già essersi scoperta la parte de’ Medici, Rinaldo a quella dichiaratamente avverso, avverso ma cauto Niccolò da Uzzano. Di tutto ciò noi però teniamo conto accurato, perchè della grande mutazione che indi avvenne cerchiamo indagare con ogni studio le prime origini, oscure in gran parte. Ma quanto alle cose fin qui dette ci corre obbligo di dichiarare tutto il racconto essere fondato sopra la nuda testimonianza d’un solo autore contemporaneo, ch’è Giovanni Cavalcanti: da lui traeva il Machiavelli non che la materia del quarto suo Libro, bene spesso le parole, senza che per altri libri o documenti crescesse lume a questi fatti.[187] La radunanza in Santo Stefano e i discorsi che vi si tennero, non hanno per noi altro mallevadore che il Cavalcanti, alla cui autorità non vorremmo starcene alla cieca; e quell’arringa che egli poneva in bocca a Rinaldo, sembra esprimere a dir vero anzi i concetti degli antichi grandi che i propri dell’Albizzi. Ma perchè assai bene e con linguaggio molto nervoso ci mette innanzi le divisioni che erano in seno della Repubblica, credemmo potesse riuscire utile all’istoria; e quando ai lettori fosse apparita troppo lunga, saremmo ingannati del nostro giudizio. Inoltre il fatto dell’essersi allora qualcosa agitato, riceve conferma per altri indizi, sebbene lievi, che a studio potemmo altrove raccogliere.[188] Torniamo al seguito del racconto.
Ai reggitori di quello Stato, sebbene intorno si ammontassero le difficoltà, non mancò l’animo; e rifatti di danaro pei balzelli pur quella volta riscossi, pigliarono a soldo quanti poterono Capitani che fossero al caso da restaurare quella guerra. Fidavano molto nelle armi Braccesche, nelle quali era il conte Oddo, giovinetto che dopo la morte del padre suo Braccio aveva seco governatore di tutte le imprese Niccolò Piccinino, che fu il migliore tra i discepoli di Braccio, e dopo lui tenne la condotta di quelle armi: bramò egli fare un’impresa segnalata contro a Faenza, mosso da uno de’ Manfredi, ribelle che si era posto ai servigi della Repubblica. Sperava favore costui nei villani delle valli del Lamone, i quali vedemmo un’altra volta quanto potessero; ma perchè i soldati non attendevano che a rubare, gli furono contro, e chiudendo i passi, misero in rotta quei predatori, uccidendo il misero e pro’ giovinetto, che bello della persona e franco nelle armi s’era valorosamente diportato. Rimase prigione il Piccinino, e fu menato nella città di Faenza: quivi egli riusciva con le persuasioni a voltare quel Signore, sicchè lo condusse a entrare in lega co’ Fiorentini. I quali però venivano successivamente a perdere quante fortezze e terre aveano in Romagna, alcuna di esse abbandonate con poca difesa per viltà dei Commissari che le tenevano: per il che apparve tanto più eminente la virtù di Biagio del Melano; il quale, mancatogli ogni mezzo alla difesa della rôcca di Monte Petroso e pure negando renderla, e i nemici con animo di costringerlo avendo appiccato il fuoco all’intorno; Biagio si fece ai merli, e gittate prima a terra quante avea robe in casa leggere e morbide, vi gettava sopra i propri suoi figli di piccola età, i quali furono dai nemici pietosamente raccolti, ed egli lasciossi perire in mezzo a quelle fiamme anzichè rendere la fortezza: il nome di lui fu molto in patria celebrato, e la Repubblica provvedeva splendidamente ai rimasti figli del preclaro cittadino. In Val di Tevere Capitano era Bernardino detto della Carda, di quella casa degli Ubaldini la quale, avendo perduto lo Stato per lunghi assalti dei Fiorentini, serviva ad essi ora per la necessità di vivere colla spada, com’era l’usanza dei signori castellani: da costui nacque (la madre s’ignora) quel Federigo che risuscitò la casa dei Montefeltri e fu il migliore dei Principi di quel secolo. Avea Bernardino incontro le forze dappertutto vittoriose di Guido Torello e d’Agnolo della Pergola, dai quali essendo colto in Anghiari, fu messo in rotta e andò prigione in Lombardia: e frattanto il Piccinino, per indugi che i Dieci posero a soddisfarlo di certe pretese, lasciò allo spirare della sua condotta per sempre i servigi della Repubblica; alla quale, come capitano del Visconti, fece poi soffrire gravissimi danni.[189]
Tante rotte successive e tante perdite avean messo in grave angustia i Fiorentini; dai gioghi alpestri della Romagna fino alla valle di Chiana scoperto lo Stato delle più valide sue difese con tanto studio acquistate, incerta la fede de’ Signori circostanti, e Siena e Lucca male disposte perchè in sospetto esse medesime delle ambizioni della Repubblica. Bisognosa di soccorso, cercava essa quindi con ogni industria procurarselo. Sigismondo imperatore avea differenze col duca Filippo; tantochè avendo speranza condurlo in Italia contro lui, gli mandarono ambasciatori, fidando anche molto nel favore dello Spano. Ma essendo Sigismondo tuttora in guerra ed in assai mala inclinazione verso la Repubblica dei Veneziani, riusciva inutile ogni pratica.[190] Al Papa era andato due volte Legato Rinaldo degli Albizzi, e dimorato in Roma più mesi,[191] s’ingegnava intimorirlo delle intenzioni che il Duca aveva nel Reame, per le quali praticava segretamente col re Alfonso. Ma il Papa cercava invece condurre i Fiorentini ad una sforzata pace, alla quale il Duca mettea condizioni impossibili ad accettare, null’altro volendo che turbare in ogni modo lo stato d’Italia. Ogni speranza era dunque posta nella Repubblica di Venezia, dov’erano andati prima lo stesso Rinaldo, indi Palla Strozzi, e troviamo che vi andasse Giovanni de’ Medici. Lorenzo Ridolfi, che seguitò a questi e poi vi rimase, penò lungamente a fare capace quella circospetta Signoria della convenienza di pigliare in tempo riparo contro alle aggressioni che addosso a lei si volterebbero quando ella fosse rimasta sola. Si narra che un giorno orando in Senato, Lorenzo dicesse queste parole: «i Genovesi non aiutati da noi fecero Filippo Maria signore; noi derelitti da Voi, e impotenti ad ogni difesa, lo faremo re; Voi, quando non sia rimasto chi possa, benchè volesse, darvi soccorso, Voi lo farete imperatore.» Da prima ottenne il Ridolfi che la Lega venisse accettata in via di massima, continuando pure a negoziare col Duca la pace. Allora in Venezia pervenne il conte Francesco da Carmagnola, grande uomo di guerra, al quale doveva Filippo Maria le sue maggiori vittorie; ma o che il debito pesasse a questo, o che il Carmagnola fosse troppo alto per un principe di quella fatta, si venne tra loro a tale rottura, che il Conte si partiva cercando condurre quante più potesse armi italiane contro a Filippo. Ed era in Venezia nel supremo magistrato Francesco Foscari, che ambizioso d’ampliare il dominio, male s’adagiava in quelle cautele cui era solita la Repubblica: ambedue questi diedero mano possente e valida al Ridolfi, il quale ammesso un altro giorno in Senato, «Se (disse) v’è cara quella libertà di cui s’onora la città vostra, unite le armi vostre alle armi di noi, che pure siamo e vogliamo essere liberi; noi per questa guerra abbiamo già speso più che due milioni di fiorini, venduti per essa i gioielli delle spose e delle figlie nostre; ma pure ancora possiamo con Voi portarne il peso, e noi vi chiediamo d’averlo comune. Tenete a mente, che a duchi ed a re, senato e popolo sono nomi odiosi egualmente, e che hanno animo a disfarli: oggi voi siete di noi più possenti; ma non basterete, vinti noi, contro alle forze di questo Duca, il quale se cerca la nostra ruina, vuole anche poi farsene scala alla vostra, ed alla oppressione di quanti rimangono uomini liberi in Italia.» Fu stretta la Lega, nella quale entrarono il Marchese di Ferrara ed il Signore di Mantova, e il duca Amedeo VIII di Savoia, ed il re Alfonso d’Aragona, e la Repubblica dei Senesi; il Carmagnola supremo Capitano di tutta la guerra, che fu bandita a’ 27 gennaio 1426. Nella quale i Fiorentini avrebbono posto in campo sei mila cavalli e sei mila fanti, i Veneziani da nove mila cavalli e otto mila fanti.[192] Era tra le condizioni della Lega, che fosse in arbitrio dei Signori Veneziani fare pace o tregua secondo che a loro paresse; ed avevano pattuito che a loro dovessero andare tutti gli acquisti che si facessero in Lombardia, quelli di Romagna e di Toscana venendo soli in potestà della Repubblica di Firenze, quando non fossero della Chiesa. Era patto disuguale, la Romagna essendo di ecclesiastica preminenza; ed ai Fiorentini che portavano i due quinti della spesa, quello che avanzasse da guadagnare non si vedeva; ma era minaccia contro al Signore di Lucca, ed io non credo per nulla piacesse cotesta clausola ai Senesi.[193]
L’entrare in campo della Repubblica di Venezia aveva sommosso i Guelfi di Lombardia, che è dire la parte degli artigiani delle città e tutto il popolo campagnuolo, oppresso da quelle castellane Signorie le quali stavano per il Duca. La forza che aveva Firenze trovata quando era capo di Parte guelfa contro a’ piccoli Signori intorno a sè nel contado, stava ora in Lombardia per la Repubblica de’ Veneziani, che bene sapeva usare il vantaggio; cosicchè il passare sotto al dominio di questa, era alleviare la condizione di popoli avvezzi ad imperi soldateschi, i quali per essere in mano di nobili, anche sapevano di straniero. Brescia avea scosso popolarmente il giogo del Duca, e con l’aiuto dei villani che discendevano giù dai monti, faceva aspra guerra contro ai soldati delle fortezze, che unite tra loro da mura grossissime con torri e bastioni, la stringevano;[194] città serbata in ogni tempo alle grandi prove ed al patire gloriosamente. Quivi era dunque allora il nodo di quella guerra, ed i Veneziani vi mandarono il Carmagnola con tutte sue genti, e scrissero ai Dieci perchè avviassero prestamente in Lombardia quelle che la Repubblica di Firenze teneva in Romagna sotto la condotta del Marchese di Ferrara venuto a parte della gran Lega. Filippo Maria dal canto suo richiamava dai confini di Toscana l’esercito; al quale essendo precorsa l’oste fiorentina, contendeva il passo del Panaro, bene alloggiata e fortemente in sulla riva di là: ma i ducheschi, scendendo il fiume, lo passarono a poca distanza, e avuto il soccorso di Agnolo della Pergola, si poterono condurre sicuramente oltre Po, non senza infamia del Marchese di Ferrara, che nulla avea fatto a impedire quella mossa. Ma quella unione delle due Repubbliche latine, che erano i due cardini dell’italica libertà, siccome avea dato ardire e speranza di nuova salute ai popoli di Lombardia, così era dovere che ai Signori dispiacesse; e a quello d’Este pareva essere, tra’ due pericoli, meno grave e innanzi tutto meno odiosa la potenza del Visconti, di quello che fossero o la vicina grandezza della Repubblica di Venezia, o le popolari libertà che i Fiorentini venivano oggi a promuovere in Lombardia.[195]
A noi non ispetta narrare l’assedio memorabile di Brescia, nè la ferocia popolare contro a’ Ghibellini che teneano le castella, nè le crudeltà di questi, nè l’arte di guerra che dispiegò il Carmagnola, finch’ebbe la terra in capo a otto mesi, facendone acquisto che indi rimase alla Repubblica di Venezia. Intorno a Genova era grande sforzo dei fuorusciti che una volta giungevano fino sotto le mura della città, e si credevano rientrarvi: principali erano il Fregoso e un Fieschi, ch’ebbero aiuto dai Fiorentini di buon numero di fanti sotto la condotta del prode ed infelice Tommaso Frescobaldi, il quale caduto in mano ai ducheschi, e messo alla corda perchè rivelasse la intelligenza che aveva dentro, con forte animo ricusando tradire al nemico i segreti del Comune, morì nei tormenti: la Repubblica dotava due figlie lasciate dal fedele cittadino.[196] Il Papa frattanto s’interponeva per la pace, ed era Legato per esso il buon Cardinale Niccolò Albergati bolognese, il quale credette averla composta;[197] ma era inganno, perchè Filippo che aveva promesso cedere il forte castello di Chiari, faceva assalire i soldati di Venezia ch’erano andati per occuparlo; cosicchè la guerra più fieramente si ripigliava dalle due parti, che ebbero insieme prima ad Ottolengo, poi a Casa al Secco presso Cremona, scontri inutili ma sanguinosi. Filippo istesso, contra suo costume, era venuto della persona sua con grande seguito in Cremona per dare fermezza a’ suoi partigiani e sopravvedere le difese. Nel Po fu battaglia tra’ galeoni del Duca e quelli che i Veneziani avean fatto risalire sotto la condotta di Francesco Bembo, il quale ivi ottenne splendida vittoria. Ed altra più insigne e molto famosa ebbero le genti della Lega presso Maclodio, dove i ducheschi spintisi innanzi per terreni paludosi, in fondo ai quali il Carmagnola s’era cacciato a disegno, si viddero a un tratto chiusa la via dietro per nuovo assalto delle genti soldate dai Fiorentini sotto la condotta di Bernardino della Carda, riuscito di fresco a fuggirsi di prigione, e di Niccolò da Tolentino. Si gridava dinanzi San Marco, di dietro Marzocco, e nel mezzo Duca: del quale l’esercito pareva condotto a ultima ruina, se non avesse il Carmagnola lasciato a una parte dei vinti agio di porsi in salvo; o fosse prudenza, temendo il valore di uomini disperati, o dubbia fede, siccome parve più tardi al Senato di Venezia.[198] Questi, per allora non fattane accusa al suo Capitano, si rese più agevole alla conclusione della pace, per la quale erano andati ambasciatori dei Fiorentini a Ferrara Palla Strozzi e Averardo dei Medici: mediatore sempre il Cardinale di Santa Croce. Il nodo era Genova, che i collegati volevano il Duca lasciasse o la rimettesse in mano del Papa: negò pertinacemente;[199] ma infine l’accordo si fece, avendo il Duca ceduto, oltre a Brescia, del suo territorio, Bergamo e tutta la parte di Lombardia insino al fiume dell’Adda, rimasto confine ai Veneziani finchè durava lo stato loro: e fu all’Italia beneficio quell’acquisto, caduta Milano in mano a stranieri, e Venezia mantenendosi infino all’estremo della sua decrepitezza pur sempre libera e latina. Maggiore cosa fu avere innanzi Amedeo duca di Savoia aggiunto ai suoi Stati Vercelli, stringendo d’allora in poi tra l’Adda e la Sesia il Ducato di Milano. Aveva quel Duca sperato l’acquisto alla sua casa di tutto il Ducato per via di nozze del figlio suo con la figlia unica di Filippo: ma quei negoziati, che poteano pe’ tempi avvenire salvare l’Italia, presso al conchiudersi poi svanirono.[200]
Capitolo VII. CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA DI LUCCA. [AN. 1427-1433.]
Costò quella guerra contro a Filippo Maria tre milioni e mezzo di fiorini, e aveano di spesa continua settanta mila fiorini al mese.[201] Non poteva la Repubblica oggimai vivere disarmata e non sapeva; entrata anch’essa nel ballo delle ambizioni, minacciata e minacciante, e avendo levato di sè gran sospetto appresso ai popoli di Toscana. Poniamo qui una impresa fatta contro Marradi (sebbene avvenuta alcuni mesi più tardi), per la quale i Fiorentini acquistarono quella terra pel sito fortissima e chiave delle Alpi, cacciandone uno dei Manfredi di Faenza. Ma quella impresa pure ebbe biasimo dai molti che amavano lo stare in pace e con poche spese. Al fare moneta non bastavano gli antichi modi; cagione di scandali il nuovo reparto, nè a rimutarlo si sarebbero chetate le accuse. Aveano cercato già da molti anni descrivere i beni e le entrate di ciascuno, cosicchè non venissero le persone tassate ad arbitrio, ma fatta imposizione sopra gli averi da una legge fissa e con regolate proporzioni: questo domandava, siccome vedemmo, il popolo di Firenze quando si levò nel settantotto; ed anco di prima un estimo o tavola o censimento dei beni, decretato inutilmente, fu messo da parte perchè ai potenti non piaceva cotesta forma d’egualità.[202] Ma oggi essendo di tanto cresciuto il bisogno del danaro, gridavano tutti che si mutassero le gravezze, cosicchè i pochi volta per volta non le ponessero, ma una legge misurata dal parere di tali che usciti di mezzo alla buona popolare comunanza oprassero (quanto era possibile) senza parte. Scrive il Cavalcanti, avere Giovanni dei Medici molto confortato questo modo, egli solo tra’ patrizi e tra i potenti della Repubblica; dal che il Machiavelli passò a dire che Giovanni ne fosse autore e trovatore, essendo ciò stato a lui principio di grandezza. Ma una recente pubblicazione metteva in luce come Giovanni non fosse stato nei Consigli promotore nè grande fautore di quella legge, che fu invece messa innanzi e propugnata da Rinaldo degli Albizzi e da Niccolò da Uzzano.[203] Nei Consigli si veniva, come vedemmo, a cose fatte negli scrittoi e nelle botteghe, talchè i voti erano spesso d’apparenza: l’istoria officiale non è mai l’istoria intera, e non è sempre l’istoria vera. Qui bene sappiamo essere la legge voluta dal popolo, col quale stavasi Casa Medici, e gli ottimati la proposero quando viddero sè fatti inabili a impedirla. Giovanni forse non si teneva certo che la formazione del Catasto in mano ai potenti, che ogni cosa regolavano, portasse quel frutto che il popolo ne sperava; nè della natura sua era il troppo commettersi e sbracciarsi molto; nè poteva essere che tacesse in lui, come in uomo tutto mercante, l’avarizia, sapendo che avrebbe, siccome avvenne, egli pagato assai più di quello che prima soleva. I primi passi di Casa Medici, oscuri e ambigui per sè stessi, ci sono mal noti, nè abbiamo certezza d’avere sincera e intera l’immagine di questo Giovanni. È poi da notare che fu da Cosimo figlio suo il Catasto messo da parte per alcun tempo.
Fu il Catasto decretato a’ 22 maggio 1427. Dichiara il Proemio, seguire la voce e il comune desiderio del popolo di Firenze, non si potendo per lingua nè per iscrittura numerare quali e quanti cittadini avesse l’antica inegualità dei carichi spogliato dei beni, condotti a disperazione o fatti incerti dell’essere loro, privati della patria, o tenuti fuori quei che bramavano di tornarvi; e insomma, di quanti e quanto gravi mali fosse cagione quella inegualità. Ordina che debba ogni cittadino sottoposto alle gravezze del Comune, prima denunziare ciascuno sotto al Gonfalone suo il nome di tutte le persone componenti la sua famiglia, l’età, le industrie o l’arte o mestiere che ognuna d’esse esercitava; e similmente i beni stabili ed i mobili da loro posseduti dentro o fuori il dominio fiorentino e in qualsivoglia parte del mondo, le somme di danaro, i crediti, i traffichi e le mercanzie, gli schiavi e le schiave,[204] i bovi i cavalli gli armenti e le greggie che a loro spettavano: chiunque occultasse alcuna cosa, era soggetto alla confiscazione di quegli averi che non avesse manifestati. Le quali portate fossero poi divise in quattro libri, uno per Quartiere, per cura di dieci cittadini eletti sul numero di sessanta estratti a sorte, e i quali fossero gli ufiziali destinati alla compilazione del Catasto, e a regolare e distribuire le nuove gravezze. Dovevano questi, di tutti gli averi descritti in quei libri, cavare le rendite minutamente capo per capo, e quindi al saggio del sette per cento ridurre le rendite in capitale, di modo che per ogni sette fiorini di rendita se ne ponesse cento di stima, e questa fosse notata in piè di ciascuna posta. Dalla quale stima si doveano detrarre gli aggravi che vi posassero sopra, cioè canoni o livelli ed obblighi e debiti, la pigione delle case da loro abitate e delle botteghe, la valuta delle cavalcature necessarie all’uso loro; e inoltre dugento fiorini di capitale per ogni bocca la quale fossero essi tenuti d’alimentare: col variare il numero di queste persone cresceva o scemava lo stato attivo dei cittadini sopportanti. Il quale essendo così fermato e al netto delle detrazioni, pagasse ciascuno per ogni cento fiorini di capitale dieci soldi, che viene ad essere il mezzo per cento, ossia la decima parte del frutto a ragione del cinque per cento.[205] E se avvenisse che per le detrazioni fatte nulla avanzasse, dovevano gli ufiziali sommariamente imporre al cittadino quella rata, della quale egli andasse d’accordo. In tutto e per tutto al giudizio degli ufiziali doveva starsi, e le quote imposte era vietato correggere o alterare fino alla nuova formazione del Catasto, il quale doveva ogni tre anni essere rinnovato; nè con altra regola distribuirsi gravezze od imposte. Con l’istesso ordine si formarono altri Catasti, cioè dei contadini, delle università delle Arti, dei forestieri abitanti dentro al dominio, e d’ogni persona ordinariamente non tenuta al pagamento delle gravezze.[206]
È da notare come la scelta d’ufiziali cui tanto arbitrio era dato, venisse commessa primariamente alla sorte: ma fuori di questa, a Firenze non pareva giustizia essere nè egualità, e il contentarsene dimostrava pur sempre un legame di scambievole fiducia nella gran massa della cittadinanza. Contiene la legge ogni sorta di facilità, e di cautele e di riserve a pro dei gravati; e come riusciva dura a coloro ch’erano soliti da sè medesimi esentarsi, così fu allegrezza agli impotenti ed ai poveri o a tutto il popolo universalmente. Vedeano coloro che prima si erano dalle gravezze difesi con la scusa della pompa, ossia del grado il quale erano per gli uffici costretti tenere, essere oggi ricresciuti dall’uno a sei. Niccolò da Uzzano, che mai di prestanza non avrebbe passato i sedici fiorini, fu per il Catasto tassato in fiorini dugentocinquanta; tra’ ricchi, il solo Giovanni dei Medici avrebbe avuto poco divario nella posta. Ma i patrizi dicevano il Catasto non essere giusto: durare essi soli tutte le fatiche a pro del Comune e a mantenere la città grassa; occultare gli altri sovente gran parte di loro ricchezza, e non esserne tassati. Al che dai plebei si rispondeva: «perchè cercate voi dunque gli onori, che poi volete anco esserne rimeritati? e se delle ricchezze sono in persone ignote e meccaniche, e che ne’ traffici non le manifestano e per questo non sono accatastati; rispondesi, che quello avere che frutto non mena, catasto non merita; perocchè voi avete nella legge del Catasto, che in su la rendita si misuri il valsente: così adunque dove non è rendita non è valsente; e però se egli hanno occultato l’avere, e rendita non si vede, catasto non merita.» Aggiungevano: volesse Iddio che il Catasto fosse stato trovato innanzi che la guerra così a gabbo fosse stata presa contro a Ladislao ed alla Casa di Francia, tutrice antica del nome guelfo; la quale guerra fu al Comune causa di spendii e di pericoli.
Ma come accade (bene avverte il Machiavelli) che mai gli uomini non si soddisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne desiderano un’altra; chiedeva il popolo che si riandassero i tempi passati, e veduto quello che i potenti secondo il Catasto aveano dovuto pagare di più, si facessero pagare tanto che eglino andassero a ragguaglio di coloro i quali aveano pagato quello che non dovevano, nè potevano senza che fosse disfacimento loro e dei figliuoli e della casa. Alla quale tanto odiosa dimanda Giovanni de’ Medici troviamo si contrappose. «Se le gravezze (diceva) per l’addietro erano state ingiuste, ringraziare Dio poichè si era ritrovato il modo a farle giuste; sia questo modo pace del popolo e non motivo di divisione alla città; non fu nè esser può che nei popoli e nei governi non siano errori ed ingiustizie: che fate voi figliuoli miei? abbiate pazienza a quello che avete sin qui conseguito, e non vogliate ogni cosa con tanta sottilità vedere; perocchè di filo troppo sottile più spesso la gugliata si rompe: vogliate piuttosto essere creditori che debitori, io dico delle ricchezze di Dio, perchè ci è sopra capo chi ha il giudizio delle cose e la bilancia dei pregi.[207]» Ottenne così che del ragguaglio non fosse altro.
La somma da levare per via del Catasto montava in città a venticinquemila e cinquecento fiorini d’oro; ma erano pôste che ogni tratto si ripetevano: quelle levate al modo antico rendeano ciascuna venti sole migliaia di fiorini, ma ne pigliavano due o più per volta, e nel corso di pochi mesi aveano fatto pagare quarantacinque di tali prestanze:[208] per una guerra di poca spesa qual si fu quella contro Marradi, troviamo levassero un quarto di Catasto. Ma questa era come una tassa permanente e senza la subita odiosità dell’arbitrio, laonde cercavano ampliarla col fare che i distrettuali ed i popoli soggetti fossero anche eglino accatastati; al che i Sangimignanesi ed i Volterrani faceano grandissima resistenza. Diceano: «non siamo a voi sottoposti se non in quanto per nostra volontà volemmo; per nostro arbitrio chiamiamo il Capitano di nostra terra, ed eleggiamo liberamente il Potestà; pochi anni addietro il Capitano per noi si eleggeva e per voi si confermava: la Signoria ai nostri ambasciatori si levava ritta; poi tutti seduti, questi esponevano l’ambasciata.» Fu a loro da prima risposto, per nulla volersi occupare le loro ragioni; ma era perchè non fosse da’ cittadini di Firenze frodato il Catasto, molti avendo beni in quel di Volterra fintamente sotto il nome di uomini volterrani. Infine allegando che la legge del Catasto valeva dovunque avesse il Comune giurisdizione e guardia, e avendo chetati quelli di San Gimignano, tuffarono dentro alle carceri delle Stinche i diciotto ambasciatori Volterrani, e ve li tennero sei mesi; dopo i quali uscirono con promessa di dare le scritte, cioè le portate, perchè il Catasto si facesse. Cosimo de’ Medici, nel quale molto si confidavano i Volterrani e gli altri oppressi o malcontenti, animò prima quelli a resistere, poi gli consigliava dessero le scritte, che non sarebbe altro che pro forma, e non avrebbe esecuzioni.[209] Ma tornati appena gli ambasciatori in Volterra, uno di nome Giusto, col favore di molti plebei, corsa la terra e preso il Capitano, gli tolse le chiavi; poi senz’altro lo lasciava tornare in Firenze. A Volterra tutti stavano con l’armi indosso, i lieti del fatto non si conoscevano dai dolenti per la paura dei Fiorentini. Mandarono per aiuto a Paolo Guinigi signore di Lucca ed a’ Senesi ed in più luoghi; ma perocchè folle pareva l’impresa, da tutti furono ributtati. Ed intanto i Fiorentini a quelle novelle si diedero tosto a raccorre gente d’arme quante ne avessero pronte, inviandole contro a Volterra sotto la condotta di Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi commissari: questi liberarono dalla soggezione dei Volterrani gli uomini di Ripomarance e d’altri castelli che se ne tenevano gravati. Già si appressavano alle mura, quando Giusto essendo ucciso a tradimento dai suoi, la parte contraria lasciò entrare i Commissari, chiedendo però di non avere Catasto e di riavere le loro castella. Le quali cose a Firenze da principio non furono assentite, e la città di Volterra fu privata del contado, e fu descritto il Catasto; ma non ebbe effetto, e le castella vennero ad essi restituite due anni dopo nelle strettezze della Repubblica.[210]
Domata così agevolmente la ribellione, le genti condotte dai Fiorentini tornarono ai consueti alloggiamenti; le quali ubbidivano a Niccolò Fortebracci da Perugia, nato da una sorella di Braccio, e primo in quelle armi dopo al Piccinino. Costui, rapace ed irrequieto, veduta fallire a sè un’impresa, nè sofferendo rimanersi ozioso in Fucecchio, dov’egli soleva stare per i Fiorentini a guardia di Pisa e dei confini inverso Lucca; pensò un bel giorno tornargli conto valicare quei confini, predare le terre e fare bottino; al che in Firenze non mancava chi lo incitasse, e sapeva egli ad ogni modo dovere l’impresa riuscire gradita. Ai richiami del Guinigi la Repubblica si tirava fuori col dire non ci essere per nulla, e che era tutta farina del Fortebracci: fu detto ancora che lo stesso ambasciatore Lucchese con insigne tradimento oprasse ai danni del suo Signore; del che ebbe premio dai Fiorentini. Ma intanto in Firenze si tenevano Consigli, e a molti piaceva pigliare l’impresa. Piovevano lettere dei Vicari e Potestà presso ai confini di Lucca circa la mala disposizione delle castella lucchesi che voleano darsi alla Repubblica; scriveva uno d’essi che mandassero delle bandiere, perch’egli aveva già logore due paia di lenzuola a farvi dipingere Gigli colla sinopia.[211] Diceano il Guinigi, oltrechè tiranno, sempre essere stato nemico ed avere quant’era in lui cercato ogni male ai Fiorentini, contro ad essi provocando le armi lombarde; per ultimo avere mandato il figlio giovinetto Ladislao sotto le insegne del duca Filippo Maria quando era in guerra questi con la Repubblica; ora il tempo essere opportuno, l’acquisto facile dappoichè Venezia già si era legata a non soccorrere il Guinigi,[212] nè il Duca poteva per le condizioni della pace: debole essere il tiranno e male accorto e sprovveduto. Indarno i più vecchi, tra’ quali l’Uzzano ed Agnolo Pandolfini, allegavano la ingiustizia e la temerità d’un’impresa della quale ognuno vedeva agevole il principio, e niuno vedeva dov’ella andasse a terminare; nè avere il Guinigi voluto più male alla Repubblica ch’essa a lui, nè mandato il figlio col Duca se non quando lo ebbero i Fiorentini rifiutato con dileggio;[213] a guerra non breve infine gli amici non gli mancherebbero. Ma era in Firenze una manía di conquiste entrata persino giù dentro al popolo:[214] taluni già s’erano divise tra loro le terre dei Lucchesi e i vicariati e le potesterie, talchè nei Consigli chi mettesse innanzi parole di pace non lo lasciavano dire — con tossire, picchiare e spurgare;[215] — di loro spargendo, che avessero dal Guinigi pigliato danari. Privati disegni e occulte pratiche eccitavano la popolare temerità; ma tutto ciò era (scrive un ingenuo popolano) a fine d’indurre viepiù il popolo sotto il giogo. Fu a questo modo contro al Guinigi deliberata la guerra in grande Consiglio di quattrocentonovantotto cittadini, dov’ebbe contrari soli novantanove;[216] e creati i Dieci, ch’era segnale a principiarla.
Era morto in quello stesso anno 1429 Giovanni de’ Medici, lasciando due figli Cosimo e Lorenzo; e di lui vengono riferite nelle ultime ore parole benigne e d’uomo da casa, che ai figli raccomanda sempre di essere popolari, ma non farsi segno al popolo o capi di setta, nè autori di turbazioni alla Repubblica.[217] Troviamo quell’altro prudente vegliardo ch’era Niccolò da Uzzano avere compianto alla morte di Giovanni; ma era l’Uzzano anch’egli sull’orlo della ultima vecchiezza: moriva poi l’anno 1432, egli e Giovanni traendo seco il fiato estremo di tempi migliori e le ultime voci che dessero fede a una repubblica temperata.
Neri Capponi ebbe accusa d’avere spinto a quella mossa il Fortebraccio; il che si credeva per molti in Firenze.[218] Neri stesso viene innanzi a quella accusa nei Commentari che di sè lasciava, là dove allega le parole dette contro alla guerra in Consiglio sul fondamento che era poi sempre bene mostrare clemenza ed allargare le braccia.[219] Ma quelle non erano parole da fare poi troppo gran breccia, e furono dette, per testimonianza dello stesso Neri, innanzi che avesse Niccolò violato i confini de’ Lucchesi. Troviamo anche scritto: quattro cittadini avere preso per sè medesimi quella guerra: il primo di tutti Neri di Gino, quindi Rinaldo degli Albizzi, poi quell’Averardo dei Medici il quale, più ardente di Cosimo, sembra avere tolte a sè le parti di più apparenza; e con loro Ser Martino di Luca Martini, quello che noi vedemmo per fatto dei Medici tenuto in ufizio di Cancelliere, e cassato quindi con grande angoscia di Giovanni. Apparisce egli siccome strumento delle ritorte più segrete di parte medicea; ma noi lo troviamo nel tempo medesimo essere in grande intrinsechezza con Rinaldo degli Albizzi, il quale tutto in lui fidava. Tutto ciò è indizio di molti arcani avvolgimenti: e fatto è che tra i Dieci della guerra, i quali ogni sei mesi mutavano, si trovano uomini dei principali di tutte quelle parti dalle quali usciva poi trasformata sostanzialmente la Repubblica di Firenze.[220] La guerra infine era promossa da tutti variamente gli ambiziosi, poi l’uno sull’altro versando la colpa della mala riuscita: ma in campo andavano di coloro che aveano lo Stato, come più pratichi nelle guerre; e gli altri, temendo la loro grandezza, in ogni cosa gli attraversavano.
Dapprincipio andarono Commissari a governare l’impresa Rinaldo degli Albizzi e Astorre Gianni; dei quali Rinaldo si fermava sotto Lucca, mentre che Astorre poneva un altro campo nelle marine sotto Pietrasanta, cercando chiudere quelle vie d’onde venissero ai Lucchesi le vettovaglie nella città ed i soccorsi di Lombardia. Attese Rinaldo a pigliare le castella per indi accostarsi a stringere Lucca, e aveva già fatto l’espugnazione di Collodi, quando ecco subito cominciare dissensi tra’ capi, e quello scambiarsi d’accuse e sospetti donde ebbe sì mala riuscita quella guerra. Accusavano Rinaldo ch’egli cercasse i suoi privati più che i pubblici vantaggi, e che si facesse mercante di prede per la comodità d’inviarle alla sua villa di Monte Falcone, come aveano detto del padre suo Maso nella guerra contro Pisa. A quello sparlare che si faceva di lui s’accese l’animo di Rinaldo, altiero com’era non che dignitoso. Abbiamo una lettera di lui ai Dieci (18 gennaio): «Io debbo ubbidire ai vostri comandamenti, ma la V. S. dee comandare cose oneste e che si possano sopportare. — Io sono nato nella città e allevato come cittadino, e non come un saccomanno di bosco. Il perchè vi prego, Signori, mi diate licenza ch’io possa tornare a casa a posarmi.» Rispondono i Dieci parole a lui molto onorifiche; e Rinaldo, mandato a Firenze il figlio Ormanno, rivocava la licenza; ma era in città mormorio e bollore, e molto i Dieci erano morsi. Inviarono in campo due di loro, Neri Capponi ed Alamanno Salviati, i quali si trassero addosso ai monti sotto Lucca. Rinaldo, fermatosi nella pianura, conduceva arcani maneggi co’ quali sperava entrare in Lucca. Ma egli co’ Dieci male s’accordava, e contro a Neri aveva sospetti; cosicchè Rinaldo separatosi da loro, per lungo giro si accostava sotto Pisa all’altro campo, d’onde volgendo, e tornato a porsi dal lato opposto presso alle mura di Lucca, espugnava Pontetetto. Ma qui per fastidi e per disagi, la notte col fango a mezza gamba e sempre combattendo, lasciato in penuria di viveri, e per vedersi assottigliato di soldati che a lui venivano tolti, operando virilmente ma sempre dolendosi, e avendo più volte chiesta licenza, la ottenne in fine a’ 18 marzo, nè d’allora in poi ebbe ingerenza in quella guerra.[221]
Diversa alquanto è la narrazione la quale discese negli scrittori di questa guerra contro Lucca; ma noi seguitammo gli irrefragabili documenti che sono le lettere scritte dal campo. Per quegli autori assai più trista celebrità rimase all’altro Commissario Astorre Gianni; e i fatti atroci a lui apposti sarebbero questi. Costui, essendo malvagio uomo ed a vantaggiare la sua Repubblica parendogli essere ogni via buona, predava le terre, i castelli disfaceva, recava ogni danno ai miseri contadini. Al che atterriti gli abitatori di Seravezza, ed ancora forse come antichi guelfi odiando il tiranno Lucchese e avendo amicizie con la Repubblica di Firenze, avrebbono al Gianni mandato ad offrire liberamente l’ingresso nella popolosa valle, dalla quale promettevano aprirgli le vie a fare acquisto di Pietrasanta. Accettò quegli; e occupato subito l’adito angusto a Seravezza, e messo sue genti nei luoghi muniti ch’erano attorno, mandava grida per tutto il paese, che a una data ora si radunassero nella Pieve a udire le leggi che il Comune di Firenze ad essi darebbe, e a giurare fedeltà. Nè prima furono ivi accolti ch’entrando i soldati, fecero prigioni quanti erano dentro, e di lì andarono ogni cosa mettendo a ruba e ad esterminio, le donne a vergogna; faceano crudeli e orribili vituperii. Per la notizia di questi fatti sarebbe Astorre stato richiamato con grande sua infamia; quei di Seravezza, quanto potevasi ristorati.[222] Nessuna conferma di tanta malvagità ci viene da molto credibili documenti: qualcosa era stato contro lui nella opinione dei Dieci; ma pure è scritto, che se avessero lasciato Astorre intorno a Pietrasanta l’avrebbe avuta e chiuso la strada ai soccorsi di Lombardia; che egli fu richiamato con villane lettere per la improntitudine d’Averardo de’ Medici, e con la scusa del rimanere scoperta Pisa. Crediamo noi essere qualcosa di vero in queste asserzioni, e assai più del vero in quelle che contro lui rimasero nell’istoria.[223]
Era fatale che in quell’impresa riuscisse a male ogni divisamento. Recavasi al campo quel mirabile uomo di Filippo Brunelleschi che allora inalzava la grande Cupola in Firenze: ardito com’era in ogni concetto, ma delle opere d’ingegnere non bene pratico, offeriva d’allagare Lucca, voltandovi addosso l’acqua del Serchio per un nuovo argine, e sperandola condurre per via di chiaviche a sua posta. Piacque il disegno ai Magistrati, che furono vinti dal parlare di Filippo, e avevano fretta perchè Lucca si pigliasse dentro al tempo loro; intanto che il popolo si confidava di terminare la guerra in breve ora, e fare acquisto della città, della quale erano tanto cupidi. Invano il Capponi si contrappose al disegno, col dire che il campo sarebbe allagato e non la città, la quale avrebbe in quella guisa, oltre alle mura, difesa d’acque. Non fu ascoltato, e infine anch’egli dovè consentire: ma quando l’argine fu presso a cingere la città, i Lucchesi guastarono la pescaia e ruppero l’argine in più luoghi, cosicchè la predizione di Neri avverandosi, divennero le condizioni degli assedianti di molto peggiori, e il campo, che s’era condotto fin sotto le mura di Lucca, dovette ritrarsi dov’era innanzi, a Camaiore.[224] Ciò fu nel maggio del 1430. Nel giugno seguente mutati i Dieci, andò Commissario tra’ nuovi eletti Giovanni Guicciardini, al quale più tardi fu tolto l’ufficio perchè intorno a Lucca facea mala guardia, e si diceva che i cittadini liberamente uscissero a comprare nel campo stesso degli assediatori.[225]
A chi si piace nei viluppi della politica e considera le cose umane come un gioco di tanto più bello quanto è condotto più sottilmente, parranno quei tempi avere di molto progredito su’ passati, perchè se nascesse d’allora in poi alcun fatto tra due vicine città, tutta l’Italia se ne commuoveva, e di quello variamente pigliavano briga quanti erano principi e repubbliche e condottieri da un capo all’altro della penisola: certo era un principio di sorti migliori, ma era lontano. Aveva Firenze mandato in più luoghi a notificare quella guerra che essa imprendeva contro a Lucca, e le più amiche risposte sarebbono ad essa venute da quello che più avea in animo di tradirla, Filippo Maria Visconti, mentitore fra tutti solenne, e ora di fresco pacificato.[226] Ma era grandissima l’ansietà in cui vivevano i Senesi, nella pace abbandonati, come vedemmo, alle cupidigie male celate dei Fiorentini, e non che offesi dalle macchinazioni di quei che reggevano, messi in canzona popolarmente, come facile conquista a cui bastava il porre mano.[227] Aveano mandato a Firenze ambasciatore un loro insigne cittadino, Antonio Petrucci; il quale ivi essendo non senza dispregio menato in parole, tornato in Siena e persuadendosi che alla città per allora non giovava dichiararsi, ma egli volendo pur venire a’ fatti, prima ne andava in Roma a papa Martino sempre a Firenze poco amico, e col favore di lui raccolta in Maremma e per la riviera di Genova quanta più gente potesse, venne in proprio suo nome e come stipendiato da Paolo Guinigi su quello di Lucca, riuscito a munire di maggior guardia la città. Nel passare aveva ripigliato molte terre dai Fiorentini occupate, lasciando al marchese di Ferrara Castelnuovo ed altri luoghi di Garfagnana, che da principio della guerra questi aveva pigliato per sè. L’assedio però intorno a Lucca stringeva forte, e più valido soccorso dentro era da tutti invocato variamente, secondo portavano le condizioni della città. Recavasi quindi Antonio in Milano, dov’erano andati due nobili Lucchesi, un Trenta e un Buonvisi, a chiedere aiuto, non tenendo fede a Paolo Guinigi che, odiato da molti, vedeano prossimo a cadere; ma offrivano al Duca darsi in protezione a lui, quando egli traesse Lucca dalla cittadina servitù e lei scampasse dall’esterna. Il Duca esitava, e trovo scritto che avesse egli dapprima tentato il Piccinino perchè andasse sotto la coperta di servire Paolo Guinigi in Lucca a torgli la città di mano; al che essendosi Niccolò negato, chiamasse il Duca al brutto ufizio Francesco Sforza, che lo accettava.[228] I Fiorentini aveano mandato a Milano ambasciatore Lorenzo dei Medici fratello minore di Cosimo, ed allo Sforza un Boccaccino Alamanni che gli era amicissimo: nulla ottenevano, perocchè l’impresa già era sul muovere e il conte Francesco, prima fermatosi in Parma a raccorre genti col dare voce ch’egli andasse per suo proprio conto inverso Napoli, quando si trovò in punto, calava ad un tratto giù per la via di Pontremoli, e sforzato i passi e le difese dei Fiorentini, entrò in Lucca nel luglio del 1430: gli assediatori, levato il campo, si ritrassero in Ripafratta. Condusse lo Sforza la guerra infino sotto le mura di Pescia, la quale avendogli fatta resistenza (sebbene l’avessero abbandonata gli ufficiali che la Repubblica vi teneva), egli abbruciate nella Valdinievole alcune castella, tornato indietro, si faceva forte presso alle mura di Lucca, o già guadagnato dall’oro dei Fiorentini o avuto sentore delle pratiche tenute da Paolo Guinigi con questi per dare ad essi Lucca in possessione al prezzo di dugento mila fiorini d’oro. Non io però mi tengo certo che il Guinigi espressamente a quelle pratiche aderisse; ma fatto è, che da quelle avendo ragione ovvero pretesto lo Sforza, e il Petrucci ch’era dentro la città, e quanti in essa nimicavano la signoria del Guinigi, dei quali era capo un Piero Cenami, si misero insieme; e Antonio Petrucci andato una notte a visitare il Guinigi, che di lui non si guardava, lo fece prigione; Piero Cenami levò in arme la città, ed a quel cenno Francesco Sforza pigliava il giovane Ladislao Guinigi che seco era in campo: il padre ed il figlio, così dispogliati della signoria di Lucca e d’ogni ricchezza,[229] furono condotti nella fortezza di Pavia, dove l’infelice Paolo Guinigi tiranno di nome, in fatto però come uomo da poco, men reo che non fossero il maggior numero de’ suoi pari, veniva a morte in breve tempo. Lo Sforza, accordatosi con la Repubblica di Firenze per cinquanta mila fiorini e ritrattosi d’intorno a Lucca, se ne andava pe’ suoi fatti in Lombardia, nè più ebbe mano in quelle cose.[230]
I Lucchesi fatti liberi tentarono, io credo con poca fiducia, l’animo de’ Fiorentini perchè cessassero dalla impresa che aveano tolta contro al tiranno. Era il caso dei Pisani quando si furono liberati da Gabriele Maria Visconti; ma pur questa volta i Fiorentini erano andati troppo innanzi, e si credevano facilmente avere la terra, non bene guardata e molto scarsa di vettovaglie. Fecero risposta benigna a parole, nel fatto dura, ponendo condizione che subito dessero Monte Carlo e Camaiore in via di pegno, il ch’era un volere Lucca nelle mani.[231] Teneano l’animo anche volto a Siena, e al conte Francesco, il quale credevano andasse nel Regno, proposero fare per proprio suo conto l’impresa di Siena, e con lui quindi si aggiusterebbero. Ma questi, alieno dall’impacciarsi nelle cose di Toscana, denunziava il tutto ai Senesi; ai quali non parve più essere tempo da usare rispetti, viepiù irritati da un’insidiosa e falsa ambasciata che ad essi aveano i Fiorentini mandata in quel mezzo.[232] Antonio Petrucci ogni cosa conduceva; il quale essendo in Lombardia, potè agevolmente persuadere al Duca di Milano, che se non voleva manifestamente rompere una pace conchiusa di fresco, mandasse in Toscana sotto altro nome di quei soldati ch’erano a’ suoi cenni; usato modo in quella età. Filippo Maria, siccome vedemmo, aveva allora in protezione la città di Genova, di nome libera; ed i Genovesi mandarono a dire in Firenze, desistessero da ogni offesa contro ai Lucchesi amici loro: della quale intimazione, fatta da uomini servi, non si tenne conto; e Niccolò Piccinino, come licenziato dal Duca e come soldato di Genova, muoveva con quattro mila cavalli e due mila fanti alla volta di Toscana. Il Conte d’Urbino, molle Capitano che di recente i Fiorentini aveano condotto, stavasi accampato presso alle mura di Lucca; dov’egli soffriva, sendo il verno crudo, penuria di viveri per la difficoltà di condurli. Ne avea il Piccinino grande provvigione condotta per mare dalle navi genovesi, e appena giunto volendo farne entrare in Lucca, tentava il guado del fiume del Serchio con tutto in arme l’esercito suo: a fronte gli stava il campo nemico, dal quale una schiera uscita per foraggiare, avendo passato il fiume in un luogo dove le acque erano molto basse, mostrava al nemico la via; per la quale fatto impeto il Piccinino con tutte le schiere, mentre che da Lucca usciti quanti erano capaci alle armi di fianco assalivano il campo sprovvisto e male guardato, lo mise in rotta, cosicchè pochi scampati a fatica non rimasero prigioni. Le donne ed i vecchi dall’alto dei tetti e delle torri di Lucca batteano le palme per allegrezza della vittoria: i Lucchesi celebrarono sempre dipoi con festa solenne, fino al cadere della Repubblica, quel giorno che fu il secondo di dicembre.[233]
Era tra’ minori condottieri i quali ubbidivano agli ordini del Piccinino un Antonio da Pontadera fuoruscito che si diceva Conte, cui parendo essere aperta una via a liberare la patria sua, insieme con molti usciti da Pisa che in Lucca viveano, e co’ villani del territorio e gli abitatori delle piccole castella che gli erano aperte per avere mala guardia,[234] faceva gran pressa al prudente Capitano perchè egli pigliasse l’impresa di Pisa. Ma i luoghi più forti aveano presidio così da volere assedio lungo; e Pisa fortificata con gelosa cura dal non mai cessante sospetto dei Fiorentini, sebbene bramosa di scuotere il giogo, nulla poteva: ed una congiura, della quale s’era fatto capo un dei Gualandi, non ebbe effetto; ed i Fiorentini chiudendo le porte agli uomini del contado, e poi cacciando fuor della città per l’inopia di vettovaglie le donne misere dei Pisani ed i fanciulli, stavano dentro sicuri contro ad ogni assalto che avesse tentato il Piccinino. Laonde questi con sano consiglio voltatosi prima all’acquisto delle Fortezze di Lunigiana che a lui tenevano la strada aperta di Lombardia, scendeva dipoi giù per la pianura nel contado di Volterra; imperocchè i passi della Valle d’Arno gli erano chiusi, quivi essendosi affortificati con molta industria i Fiorentini, che avendo raccolto del vinto esercito molti avanzi, facevano guerra sempre intorno a Lucca, di là spingendosi al racquisto dei castelli di Garfagnana, di Calci e d’altri in quel di Pisa.[235] Ma si era in quel mezzo Siena dichiarata contro a’ Fiorentini, che invano mandavano a ritenerla ambasciatori, e in lega con essa era entrato il Signore di Piombino; e di Lombardia veniva soccorso di nuove genti capitanate dal conte Alberigo di Zagonara. Pe’ Fiorentini stava in Poggibonsi Bernardino della Carda, e aveano condotto Micheletto Attendolo da Cotignola parente di Sforza; al che il Fortebracci, seguendo la solita rivalità delle armi, aveva lasciato i loro stipendi accostandosi al Piccinino. E questi volgendo le sue schiere da Volterra nel territorio di Siena, e di là scorrendo per quel di Firenze, aveva espugnato parecchie castella; e muovendo verso Arezzo, credevasi entrarvi per una congiura, la quale falliva: ma il Piccinino, dopo aver fatto per Toscana gravi danni, veniva dal Duca richiamato in Lombardia per le necessità della guerra che i Veneziani un’altra volta collegatisi co’ Fiorentini gli aveano mossa.[236]
Pel Duca erano i due maggiori condottieri delle armi rivali, il Piccinino e Francesco Sforza; a questo, perchè stesse con lui, Filippo aveva insino d’allora promesso in isposa la figliuola naturale, erede unico ch’egli avesse. Contro ai quali Francesco da Carmagnola menava la guerra con dubbia fortuna e (siccome parve al Senato di Venezia) con dubbia fede: la distruzione che in grossa battaglia fecero i ducheschi d’un grande armamento di navi sul Po, la rotta in Soncino, e invano tentato avere Cremona dai Veneziani molto ambita; queste cose furono imputate a tradimento del Carmagnola, il quale condotto a Venezia con inganno, vi perdè la testa con esecuzione solennemente palese, ma con giudizio segretissimo: delitto inutile (se degli utili ve ne fossero) e sfoggio di cruda ragione di Stato, nella quale non ved’io nulla altro di buono, eccetto il volere con un grande esempio tenere in paura la razza iniqua dei condottieri. Dopo ciò la guerra fu trascinata più mesi: ma innanzi un fatto di mare vuol essere da noi ricordato. I Genovesi tenevano in armi un forte naviglio, contro del quale Venezia aveva mandato sedici galere sotto la condotta di Pietro Loredano, le quali usavano la comodità dei Porti venuti in possesso della Repubblica di Firenze, e avevano seco sei legni sottili armati da questa, che stavano agli ordini di Paolo Rucellai. Si affrontarono le due armate a Portofino con grande impeto, e le due navi capitane erano alle prese, quando Raimondo Mannelli, il quale guidava una galeazza fiorentina, cogliendo il vantaggio del vento, con essa venne ad urtare siffattamente nella genovese ch’ella restò presa, tirando con sè la vittoria de’ collegati: questi guadagnarono otto galere; ma i prigioni, tra’ quali era il capitano Francesco Spinola, condotti prima in Firenze a testimonio della virtù del Mannelli, furono dipoi mandati a Venezia, non senza rammarico e malumore dei Fiorentini.[237] Uniti a Venezia, avevano sempre le seconde parti; dal che oltre all’essere umiliati, vedevano anche i vantaggi della guerra andare a crescere la potenza di quello Stato di cui temevano più che d’ogni altro la soperchianza, perchè la grandezza dei Visconti sapeano mutabile, e in Venezia era perpetuità. Quindi usare i Fiorentini al collegarsi mille cautele, che dai Veneziani maestri in politica erano tratte a loro pro: nè l’alleanza tra le due migliori città d’Italia e tra’ due Stati che primeggiassero per virtù, fu altro mai che una svogliata e ognora breve necessità.
Qui un grande mutarsi fu di Capitani tra le due parti combattenti. Niccolò da Tolentino, che prima era dai Fiorentini andato al Duca, tornava ora, lasciato il Duca, ai servigi della Repubblica; la quale a lui dava il bastone del comando generale, trovata essendosi male soddisfatta di Micheletto. E Bernardino che, ricordando più l’origine toscana degli Ubaldini che le offese a questi recate dalla Repubblica di Firenze, soleva tenere quivi lieta vita, mutò ad un tratto anch’egli bandiera e divenne capitano dei Senesi, i quali aveano messo in catene il conte Alberigo di Zagonara che gli conduceva, e così prigione mandatolo al Duca. Menava la guerra con buona fortuna Niccolò da Tolentino, che prima avendo in Val d’Elsa racquistato con molta battaglia il castello di Linari, e sentendo come le genti del Duca erano a campo intorno a Montopoli e con gran forza l’aveano stretto, portavasi tosto alla liberazione di quel castello; e venuti a zuffa tra la Torre di San Romano e Castel del Bosco, fu ivi per lo spazio di sei in sette ore molto aspro e grande combattimento, sinchè i ducheschi furono rotti, lasciando in preda agli inimici mille cavalli e centosessanta prigioni da taglia e molto numero di fanti a piè. Di là il Tolentino spingeva al racquisto di Pontedera; e avrebbe avuto anche Ponsacco, se non che venne al popolazzo di Firenze gran voglia di fare danno ai Senesi, e costretto egli a recarsi da quel lato, non vi fece altro che guasti inutili. Micheletto avea pure avuto dal canto suo buoni successi contro a Lodovico Colonna, mandato in Toscana dal Duca con rinforzo di nuove genti.[238]
Ma intanto avveniva in Italia maggior cosa. L’imperatore Sigismondo, amico al Visconti, aveva pigliato la corona di ferro in Monza, e la imperiale era convenuto di ricevere in Roma dal nuovo papa Eugenio IV. Giugneva in Lucca, nè i Fiorentini però cessavano dal fare offese alla città guidati da un giovane e molto audace capitano Baldaccio d’Anghiari, fra tutti valente a bene usare le fanterie. Da Lucca recavasi in Siena l’Imperatore con soli ottocento Ungheri, ed una guardia d’altre poche centinaia di soldati avevagli aggiunta Filippo Maria. Voleva dapprima Sigismondo, che a lui andassero due de’ Dieci di guerra; ma fugli risposto, non essere usanza muovere gli uomini di quel magistrato. Aveva ben egli contro alla Repubblica querele assai, e fra tutte massima l’occupazione di Pisa, città ghibellina e solita essere nella bassa Italia principale forza di parte imperiale; alle quali rispondevano i Fiorentini, avere Pisa per giusto titolo, e che la tenevano ad onore di Sua Maestà. Così acquetavasi la Cancelleria; e cosa più grave fu il deliberare, se all’Imperatore dovesse impedirsi la via di Roma, il che potea farsi collegandosi col Papa; ma questi voleva maggiore sussidio di soldati e di moneta che a lui non potessero i Fiorentini somministrare. Sarebbe anche stato uopo condurre a pace i Senesi e avergli seco; pure un accordo stretto col Papa ebbe qualche effetto, ed alcuni scontri così avvennero, dei quali uno di più importanza alla Castellina, dove perirono molti Ungheri. Si erano in quel mentre scoperti trattati contro alla Repubblica in Volterra e in San Miniato. Passava infine Sigismondo, che avrebbe pur anche voluto accordarsi toccando venticinque migliaia di fiorini, e contentandosi venire in Firenze, per quindi senz’altro tornare in Ungheria: ed anche troviamo che avesse passaporto dalla Repubblica di Firenze; tanto era scaduta l’Imperiale Maestà: ma vero è che altri dice, aver egli domandato trecento mila fiorini.[239] Cessato il contrasto, pigliava in Roma Sigismondo la corona: e intanto la pace a’ 10 di maggio 1433 si pubblicava in Ferrara tra ’l Duca di Milano e le Repubbliche di Venezia e di Firenze ed i collegati di ambe le parti, ciascuna tenendo quel che prima possedeva: era conchiusa per la intromessa del marchese Niccolò da Este, che pare tenesse fra tutti in Italia il bell’ufficio di paciere. Da Roma pigliava l’Imperatore la via del mare, ed abboccatosi in Talamone col re Alfonso, quindi recavasi in Basilea, dove un Concilio era adunato a continuare (sebbene avesse poi mala fine) l’opera impresa già in Costanza per la riforma di Santa Chiesa.
Capitolo VIII. ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1433-1434.]
Al termine della guerra contro Lucca, crescendo le accuse e le ire tra le parti, entrambe cercavano propizia al muoversi occasione. Sappiamo le pratiche di quella dell’Albizzi, che prima essendo all’aggredire, donava a Cosimo anche l’innocenza e con la finale vittoria il silenzio delle arti usate a prepararla. Si legge che mentre viveva tuttora Niccolò da Uzzano, andato un giorno a lui Niccolò Barbadori gli facesse istanza perchè assentisse a tôrre di mezzo per via del bando Cosimo de’ Medici. Al che il vecchio avrebbe risposto motteggiando: «sarebbe a te meglio essere chiamato Barba d’argento, perchè venendo i tuoi consigli da uomo canuto, non porterebbero la ruina ch’io veggo appressarsi a te ed a noi ed alla Repubblica. Ma tu perchè non conosci te medesimo, è ragionevole che tu nemmeno conosca gli altri; il conoscimento di sè stesso bene io so che viene da Dio.» Aggiunse di Cosimo: «quest’uomo è troppo utile al popolo, e massimamente agli spendii delle guerre; non veggo oggi colpa o cagione per la quale stia il popolo quieto al suo disfacimento. Cacciato, andranne egli buono, e tornerà diverso, passando ogni giusto modo di vivere politico; andrà oggi libero, e tornerà obbligato a coloro che lo avranno richiamato, i quali sarà costretto fomentarsi e contentare d’ogni loro voglia. Datti ad intendere, Niccolò, che io ho più volte meco medesimo disputato e per ultimo conchiuso, che meglio è tacere che cominciare sì mortale pericolo nella Repubblica. La parte dei Medici è unita e concorde, e ha il popolo seco; la nostra, divisa, e più per natura che per accidente. Imperocchè sempre tra’ patrizi spicciolati e le famiglie grosse furono aguati sotto apparenze di falsa amistà: Maso degli Albizzi, per indurci nell’odio del popolo, fece nel 1414 la pace col re Ladislao;[240] e noi spicciolati popolani cercavamo il simile contro a quelle schiatte fin dalla congiura contro a Maso nel 1400.» Di questa l’Uzzano avrebbe confessato di essere stato partecipe. Venendo a dire poi di Rinaldo, continuava: «costui non ha più a grado l’amico che il nemico, e ogni uomo ha per cencio; costui non vuole concorrere con verun cittadino, anzi cerca e desidera che ogni cittadino concorra con lui; costui vuole che le sue volontà sieno ricevute dal popolo per leggi, e le altrui cerca si scrivano in cenere, e pongansi dove con maggiore forza soffiano i venti. Il padre fu tutto costante e amichevole a chi la sua amicizia desiderava, costui è voltante e senza fermezza; vedestilo essere con noi de’ principali in Santo Stefano, poi farsi capo con Averardo alle rovine di Lucca, e per essere dei Dieci al tutto gittarsi nelle braccia dei Medici. — Cosimo, dove non fosse lo stimolo e la perversità d’Averardo, piuttosto desidererebbe essere accetto da noi, che amato da loro. Noi, stando a vedere, avremo le due parti del gioco; e soprattutto non abbiamo meno avvertenza alle opere de’ nostri parziali che alle opere di coloro i quali ci tengono avversi: avvisandoti, che dei due qualunque ottenga l’impresa, noi per la scarsità degli uomini, da ciascuno saremo adoperati nel governo della Repubblica; e chi fia principio di scandalo, sarà del suo e dell’altrui disfacimento cagione.[241]» — Queste parole furono scritte dal Cavalcanti, ma verosimilmente non dette nè forse pensate dall’Uzzano: il Machiavelli, trascrivendole sbadatamente, le ha rese immortali.
Occorse a noi di rilevare altra volta come i patrizi spicciolati che s’innalzavano per gli uffici, avessero contro sè quelle famiglie che forti di seguito, di parentele e di aderenze, facevano parte da sè medesime, e cercavano tutta in sè chiudere la Repubblica. Di queste era prima la Casa degli Albizzi; nella quale Piero s’innalzò e cadde, fattosi capo della parte sua; ma seppe Maso rimanere infino alla morte moderatore della Repubblica, della quale intese il Governo meglio che niun altro insino allora avesse fatto, e conservando a sè l’amicizia degli ottimati e dei patrizi, si acquistò quella del popolazzo.[242] Rinaldo, più splendido e ornato d’ingegno, e d’animo forse più franco e diritto, non ebbe prudenza che fosse guardiana delle ricche doti le quali facevano lui primeggiare nella città; netto di presenti, frugale nel vivere, ebbe taccia d’avarissimo; superbo di quella coscenza medesima che egli aveva della virtù sua e disdegnoso di abbassarsi alle arti comuni; ma iroso e mutabile e nei suoi fatti subitaneo, mal seppe tenere il governo della sua parte e di sè stesso:[243] rimasto principe nello Stato dopo la cacciata di Cosimo, nulla fece a mantenere nè a sè la potenza nè alla Repubblica quegli ordini dei quali era egli fra tutti sincero e forte e rigido amatore. Narrano si fosse mostrato severo al padre suo stesso;[244] e un’altra volta noi troviamo che avendo voluto Lorenzo Ridolfi in assai grave congiuntura ristringere in pochi il numero dei richiesti, Rinaldo invece consigliò che s’allargasse, facendo in ringhiera con parole generose il suo consiglio prevalere.[245]
Vedemmo noi come a fare la mala impresa di Lucca Rinaldo e Cosimo s’accostassero: nei primi mesi della quale troviamo Rinaldo ai Cosimeschi familiarissimo,[246] avverso fra tutti a Neri Capponi, che gli era dai Dieci messo come a sopraccapo. Temeva di lui per l’amicizia col Fortebraccio e per il seguito che avea Neri tra gli uomini armigeri della Montagna di Pistoia.[247] I Medici anch’essi temevano il Capponi più che altr’uomo in Firenze;[248] e questi col porsi come fuori delle parti e stare da sè, pigliò sin d’allora certo suo proprio atteggiamento, che ebbe in quei principii qual cosa d’oscuro, ma che a lui diede poi di tenere per la sua propria autorità e pel favore dei cittadini grado e potenza e onorato nome sinch’egli visse, nel nuovo Stato. Già fino d’allora valevano i pochi più della Repubblica; incontro alle quali soperchianze divenivano le stesse leggi strumenti alle parti che abusando le torcevano a loro utile o guastavano. Aveano creato l’anno 1429 il nuovo ufficio dei Conservatori delle leggi, preposti a frenare le baratterìe de’ magistrati, e ai quali dovessero i cittadini ricorrere che si tenessero aggravati.[249] Nell’anno seguente usciva altra legge, la quale ebbe nome degli Scandalosi; gastigava quelli i quali tirassero ai loro disegni gli uffici pubblici, o s’intromettessero in cose di Stato senza commissione e senza averne autorità. Per questa legge fu l’anno 1432 tenuto a confine due mesi in Roma Neri Capponi che, ivi essendo, aveva trattato (a quello che sembra) di proprio suo capo una lega con Eugenio contro a’ Senesi e all’Imperatore.[250] Rinaldo degli Albizzi anch’egli apparisce avere temuto quando si fece quella legge che fosse contro a lui, ma scrive in fine al figlio suo: «lasciala correre.[251]» Molto è poi da notare come nell’anno 1432 Rinaldo fosse in Roma Senatore, ufficio che allora equivaleva a Potestà; onde egli potè avere a Firenze denunziato quei maneggi pei quali a Neri fu dato il confine.[252]
Nei tre anni che durava la guerra di Lucca, i nomi dei Dieci sei volte rifatti non ci lasciano congetturare nè prevalenza dell’una sopra l’altra parte, nè ondeggiamenti tra le due, ma si rinvengono mescolati.[253] Lorenzo dei Medici andava solo ambasciatore a Milano su’ primi dell’anno 1430; due anni dopo, lo stesso Cosimo ambasciatore a Venezia. Questi certamente aveva co’ suoi grande ingerenza nella condotta della guerra e nelle pratiche al di fuori: ma se alla parte contraria a loro in tutto credere si volesse, avrebbono i Medici fatto ogni cosa perchè andasse a male l’impresa, via via facendo richiamare i Commissari che bene operavano, e inoltre tenendo a sè obbligati co’ prestiti e con le comuni ruberie i capitani Micheletto da Cotignola e massimamente Niccolò da Tolentino; il quale era tutto di Cosimo, tanto che gli avrebbe questi fatto da prima lasciare i servigi della Repubblica per andare a quelli del Duca, e poi di nuovo fattolo a sua posta tornare in Firenze.[254] Intanto Lorenzo, venuto in grande intrinsechezza col Duca, lo avrebbe persuaso a mandare genti in Toscana perchè la guerra andasse più in lungo. Tuttociò i Medici avriano fatto perchè i cittadini più trovandosi aggravati, se gli potessero maggiormente legare co’ prestiti e farli mettere allo specchio del libro dei debitori, dal quale essi poi gli ritraevano: oltrechè piaceva a quei tanto danarosi cambiatori prestare al Comune, che era buono impiego; così obbligandosi anche la Repubblica. Ma noi non crediamo la parte dei Medici potesse poi tanto nè volesse tanto male; nè dare possiamo gran fede alla deposizione di quel Tinucci che, dimestichissimo all’Uzzano (com’egli dichiara) innanzi al 1426, brigava dipoi oscuramente co’ Medici per intromessa di Ser Martino, e avvolge in parole confuse ed incerte le accuse più gravi. Dinanzi a lui stava il terrore della fune, o era tirato da larghe promesse, quando egli porgesse materia a procedere contro a colui che nell’istorie troviamo chiamato il non colpevole uomo, perchè fino allora non reo che bastasse a giusta condanna.
Abbiamo tre lettere di Cosimo istesso:[255] la prima annunzia grande fiducia nella guerra, ma insieme accenna alle male arti per cui taluni s’ingegnavano guastarla.[256] Nelle altre due scritte di Lombardia, dove era andato per fuggire la peste tornata quell’anno 1430 in Firenze, già vede le cose voltare al peggio; e non vorrebbe essere dei Dieci nè andare ambasciatore a Vinegia, come uomo cui giovi tenersi in disparte, e il carico dell’avere fatta muovere quell’impresa nascondere sotto le colpe o gli errori di chi poi l’ebbe condotta a male.[257] Così egli andavasi destreggiando mentrechè durava la guerra e dopo: i suoi lasciava con mettersi innanzi, attendendo quanto a sè ad acquistarsi vie più la grazia delle moltitudini e lode fra tutti di animo temperato: studiavasi molto anche d’accrescersi le ricchezze,[258] dal che a lui veniva favore grandissimo pei larghi imprestiti all’erario pubblico, ed ai privati che a sè legava chiamandoli a parte dei vasti traffici o rendendoli, col fargli liberi dallo Specchio, capaci d’entrare negli uffici dello Stato: già i poveri tutti insieme invocavano a sè il patrocinio di lui, possente a dare ad essi valida mano.
Egli che s’era mostrato sempre vôlto alle cose grandi e di non essere contento al poco, giovane ancora, per fuggire l’invidia era andato al Concilio di Costanza, «dov’era tutto il mondo,» e poi due anni viaggiò gran parte della Magna e della Francia; donde ritornato, si diede a usare con uomini di bassa condizione, ritraendosi dal Palagio: il che diceano facesse per addormentarli, e n’ebbero maggiore sospetto.[259] Avea però anche certe grosse famiglie di grandi a sè congiunte di parentela, tenendo egli in moglie la Contessina dei Bardi signori di Vernio, e Lorenzo suo fratello una dei Cavalcanti, la cui madre era di casa dei marchesi Malespini, e per le sirocchie di lei tirava a Cosimo due possenti casate di popolo, i Giugni e una parte degli Strozzi: seco erano pure il maggior numero dei Buondelmonti, a lui guardando generalmente il ceto dei grandi come a nuova cosa capace di abbattere gli antichi ordini della Parte guelfa, e contentandosi, per avere un grado nella città, di riconoscere un padrone. Ma come parte nella Repubblica, quella dei Medici nemmeno aveva in quei principii nome da lui, e si chiamò dei Puccini[260] da Puccio del quale più sopra dicemmo, e che era fra tutti gli amici di Cosimo il più scaltrito ed intramettente; lui dicono autore de’ più sagaci consigli, e sopra di sè pigliava il carico de’ più odiosi. Cercavasi Cosimo i frutti piuttosto che le apparenze della signoria; il ch’ebbe gli effetti di un’arte finissima, ma era in lui cosa connaturale, innanzi tutto essendo egli sempre fiorentino e popolano, che il bel vivere di Firenze non avrebbe voluto scambiare con gli aspri costumi dei Signori di Lombardia; nè questo era popolo che ciò sofferisse. Affermano tutti, egli essere stato umano e benigno nel continuo della vita; ma quante volte gli paresse tornare a lui conto essere malvagio, non ebbe nè affetti che lo ritraessero, nè forti passioni che lui spingessero oltre al segno: nè raro è tra gli uomini le stesse migliori qualità loro porre al servigio delle meno buone. In lui ogni cosa mirava a fondare la grandezza della Casa sua, ma seco avea complice gran parte del popolo; nè invero può dirsi che Firenze discendesse in bassa fortuna, o che poi cadesse da ogni splendore, sotto a quell’ombra di Casa Medici.[261]
La pace con Lucca e col Visconti non rinnalzava il pubblico credito, caduto a terra negli ultimi anni.[262] Frattanto l’urtarsi delle due parti contrarie tenea guasta la città. Già erano tanto gli antichi ordini trasandati, che dall’un anno si prevedevano le tratte dell’altro; ed un Benedetto cieco predicava quali sarebbero per più anni i Gonfalonieri di giustizia. Chiunque sapeva essere nelle borse impolizzato, sapeva altresì di quali calendi avrebbe potenza di vendicare le sue ire e dare effetto ai suoi disegni. Ad ogni tratta degli ufizi principali, per la città si teneva conto quanti ve n’era dell’una parte e quanti dell’altra; e non era mai tratta di Signori che tutta la città non istesse sollevata, chi con sospetto e chi con isperanza che le cose andassero a suo modo: le forze pareano essere uguali tra le due parti.
Il primo settembre di quell’anno 1433 pigliò il gonfalone Bernardo Guadagni, al quale si disse Rinaldo degli Albizzi avere innanzi pulito lo specchio, perchè la tratta non gli fallisse, e patteggiato con lui quello che fu la ruina della città e di loro stessi. Nè al fatto posero tempo in mezzo. Era Cosimo in Mugello (secondo egli narra in certi Ricordi lasciati da lui),[263] dove era stato più mesi per levarsi dalle contese che dividevano la città; e già mormorandosi di cose nuove, fu scritto a lui tornasse, ed egli tornò a’ dì quattro. Andò il giorno stesso a visitare i Signori, tra’ quali ve n’era amici a lui ed obbligati; e detto loro quello che si diceva, tutti prestamente lo negarono, e che voleano lasciare la terra come l’avevano trovata. A’ cinque ordinarono una pratica di otto cittadini, due per quartiere, tra’ quali erano Cosimo istesso, Rinaldo degli Albizzi e altri de’ maggiori; dicendo voleano col consiglio di questi fare ogni loro deliberazione. A’ dì 7 la mattina, e sotto colore della detta pratica, mandarono per Cosimo; ed egli, sebbene da taluno fosse sconfortato, andò in Palagio:[264] quivi trovò la maggior parte dei compagni, e mentre stavano a ragionare, dopo buono spazio gli fu comandato per parte dei Signori andasse su di sopra, e dal Capitano dei fanti fu chiuso dentro la torre in una cameretta, la quale scrive egli che era chiamata la Barberìa, e tutti gli altri l’Alberghettino. Lorenzo dei Medici era anch’egli di Mugello venuto in Firenze, sentendo il caso; e chiamato dai Signori, andò in Palagio; poi subito si partì e tornò al Trebbio: quivi dall’Alpe di Romagna e d’altri luoghi si radunarono intorno a lui grande quantità di fanti. Niccolò da Tolentino capitano di guerra il dì stesso era venuto da Pisa in arme fino alla Lastra, volendo fare che fosse Cosimo rilasciato; ma perchè temevano gli amici di questo dare occasione a torlo di mezzo, Niccolò fu persuaso tornarsene a Pisa; e Lorenzo, licenziati i fanti, se ne andò a Venezia co’ figli di Cosimo.
Alla presura di tale uomo romoreggiando la città e massime i borghi dove i più poveri abitavano, Rinaldo degli Albizzi era con molta fanteria corso alla Piazza; seco i Peruzzi ed i Gianfigliazzi e tutti quelli della parte loro. Suonò la campana, e a’ 9 settembre si fece Parlamento; i Signori scesero in ringhiera, e Ser Filippo Pieruzzi delle Riformagioni parlò ad alta voce e disse: «o popolo di Firenze, tenete voi che in questa Piazza sieno le due (terze) parti del vostro popolo? Fu risposto: sì di certo, noi siamo le due parti e più. Continuò: siete voi contenti che si faccia uomini di Balìa a riformare la vostra città? Gridarono sì; e al modo stesso, d’ogni altra cosa che il Notaio dimandasse. Questi allora sopra un libello che aveva in mano lesse i nomi di duecento cittadini dei quali doveva la Balìa comporsi, ed i Signori comandato si radunasse per il dì vegnente, risalirono in Palagio.» La Balìa aveva autorità quanta l’intero popolo di Firenze; ma questo limite le fu posto, che le Borse rimanessero, aggiugnendovi de’ nuovi nomi senza cavarne gli antichi, e che il Catasto non si annullasse: ordinava farsi a mano dai Signori gli Otto di guardia, a questi ed al Capitano del popolo concedendo autorità d’inquisire in cose di Stato quanta nei passati tempi avessero mai goduta maggiore: le quali perchè parvero essere esorbitanti cose, molto riuscirono dure a vincere. Dipoi rifecero le borse dei Magistrati e dei Consigli e dei Consoli delle Arti; crearono dieci Accoppiatori i quali traessero a mano il Gonfaloniere di giustizia, e mettessero a loro arbitrio nel borsellino i Priori. Rafforzarono le provvisioni circa la vendita dei beni dei debitori del Comune. Levarono via i Consoli del mare, e fecero che duecento fanti si assoldassero da stare a guardia della Piazza. In quanto a Cosimo, già innanzi che fosse radunata la Balìa aveano i Priori pronunziato contro lui ed Averardo la prima condanna. Abbiamo noi questo singolare documento, dove esposte da prima le colpe di quelli della Casa Medici a cominciare dal 1378, e quindi accusati di gravi macchinazioni Cosimo ed Averardo negli anni passati, e ultimamente apposta loro la guerra di Lucca, la quale fu quasi ruina non solo della Repubblica ma di tutta Italia; appella quei due nemici truculenti e crudelissimi, promotori di stragi d’incendii e d’ogni devastazione, e quale che fosse la diabolica natura loro, tollerati per singolare benignità del popolo fiorentino: questi, perchè la clemenza di questo popolo medesimo rifugge dal sangue, hanno confine di un anno solo, Cosimo a Padova ed Averardo a Genova; ch’è sentenza invero assai mite dopo tanto sfoggio d’accuse contro essi e di feroci parole.[265] Con altra sentenza degli undici, la Balìa prolungava fino a cinque anni il confine di Cosimo e di Averardo, confinava a vari tempi in diversi luoghi Lorenzo ed altri della Casa Medici.
Cosimo intanto dall’alto della torre dov’era rinchiuso udendo più volte suonare a Balìa e la Piazza piena d’armi, viveva in sospetto grandissimo della vita, e non aveva più giorni voluto mangiare altro che un poco di pane temendo veleno. In Palagio non mancava chi cercasse levarsi d’impaccio, facendo morire Cosimo per qualche segreto modo: a questo effetto due de’ Priori e due degli Otto si trova che avessero sollecitato Federigo dei Malavolti da Siena Capitano dei fanti in Palagio, al quale era stato il prigioniero dato in guardia. Ma quegli, com’era di nobile animo, respingeva l’indegna richiesta; e andato a Cosimo e lagnandosi del poco onore che temendo gli faceva, quasi egli che avealo in guardia volesse tenere le mani a una simile scelleratezza, con calde parole tutto lo riconfortò, ed aggiunse: «perchè tu del cibo ti tenga sicuro, mangeremo insieme le cose medesime.» Cosimo con le lacrime agli occhi abbracciò e baciò Federigo, e lieto offerse d’avernegli gratitudine se dalla fortuna gliene fosse data occasione. Un altro giorno Federigo, per dargli piacere, condusse a cena seco un familiare del Gonfaloniere, uomo faceto e sollazzevole che per soprannome era chiamato il Farganaccio; e quando furono alle frutta, Cosimo col piede toccò Federigo e col viso accennò che si partisse: levatosi il quale, come se andasse per alcune cose della mensa e rimasti soli, Cosimo diede un contrassegno al Farganaccio, col quale andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per millecento ducati, e pigliandone cento per sè, mille ne recasse al Gonfaloniere, il quale dipoi fu tutto per Cosimo.[266] Questi medesimo ne’ Ricordi suoi racconta con poco divario dei fiorini dati al Gonfaloniere e d’altri ottocento a uno de’ Priori; aggiugne dipoi da vero mercante: «ebbero poco animo, chè se avessero voluto denari, n’avrebbero avuti diecimila o più, per uscire di pericolo.[267]»
Il prolungarsi che faceva senza buon consiglio l’inutile prigionia dimostra già essere disegno fallito quello dell’Albizzi e dei suoi: gli amici molti che aveva Cosimo in Palagio e fuori si agitavano sordamente, nei vincitori e nella parte loro non era fiducia. Cosimo giudica lo tenessero un mese in carcere per due cagioni. La prima, per vincere i voti della Balìa colla minaccia di farlo morire; e l’altra, perchè si credevano che non potendo egli valersi del suo, venisse a fallire; il che non riusciva ad essi, che anzi la Casa dei Medici non perdè credito e da molti mercanti e signori fu loro offerta grande somma di danaro. E nei Ricordi pure si trova: la Signoria di Venezia avere mandato tre ambasciatori a Firenze (e pone anco i nomi), i quali ottennero non fosse offeso nella persona, e concordarono la liberazione sua offrendo tenerlo a Venezia con la promessa che nulla farebbe contro alla Signoria di Firenze. Il Marchese di Ferrara per simile modo facea comandare al Capitano di guardia, ch’era messer Lodovico del Ronco da Modena e suddito suo, salvasse Cosimo se poteva, fuggendo con seco qualora occorresse, senza nulla dubitare.
Infine usciva al 29 settembre la terza sentenza alquanto aggravata dalle prime due, ma lieta a Cosimo perchè ne seguiva la pronta sua liberazione. Fecero dei grandi tutta la schiatta dei Medici, tranne i discendenti di Vieri, privandoli anche degli uffici pertinenti all’ordine dei magnati, ma senza costringerli a mutare casa, quartiere o pieve, nè a dare malleveria. Rilegarono per dieci anni Cosimo a Padova, ed Averardo dei Medici a Napoli, Lorenzo a Vinegia per cinque anni, ed altri di quella Casa in vari luoghi a tempi più brevi. Lasciarono a tutti la proprietà dei loro crediti e capitali: quelli sul Monte vollero che fossero sempre intestati nei nomi loro, ma senza però che gli potessero alienare.[268] A’ 3 d’ottobre lo cavarono di carcere, e fattolo venire innanzi alla Signoria, gli denunziarono il confine; ed egli accettava con allegro animo, offerendo in qualunque luogo fosse alla città, al popolo e alle loro Signorie sè stesso e tutte le sostanze sue. La notte, perchè si sentiva Ormanno degli Albizzi con molti armati essere in Piazza per manometterlo, volle lo stesso Gonfaloniere sotto buona guardia condurselo a casa; dove fattolo cenare, dipoi con la scorta di due degli Otto per la montagna di Pistoia accompagnato da quelli alpigiani e presentato di biada e cera (come solevano agli Ambasciatori), Cosimo usciva dal territorio del Comune. Poco dipoi furono confinati Puccio e Giovanni Pucci, ch’erano suoi principali amici, Bernardo Guadagni, che usciva di Gonfaloniere, andò Capitano a Pisa; e gli altri della Signoria che seco avevano prestato mano a quei fatti ebbero premio d’uffici lucrosi.[269]
Frattanto i pericoli nei quali versava il nuovo Stato parea chiedessero qualcosa d’insolito; troppo aveano osato, da starsene fermi negli ordini consueti: nè Cosimo era tanto uno scandalo da rimuovere, quanto era oggimai col nome e col seguito e con la pietà ch’avea destata, e con la prova contra lui fatta inutilmente, più forte egli solo nel felice esiglio di quello che fosse lo Stato in Firenze. Rinaldo degli Albizzi bene si accorgeva di avere fatto troppo o troppo poco; e ch’avess’egli avuto disegno d’uccidere Cosimo, nè voglio affermare nè al tutto negare, perchè in lui poteano essere impeti di passione ma non le furie dei Signori avvezzi al delitto; nè tra essi due era nimistà indurita, nè dopo la breve e dubbia vittoria, Rinaldo ed i suoi mai diedero segno di volere uscire dai modi civili: questo deve l’istoria mantenere a grande onore di lui e di tutta quella parte.[270] Col rifare gli squittinii, col porre a sedere coloro che erano nelle antiche borse, e con l’arbitrio sulle tratte concesso agli Otto e agli Accoppiatori, cercavano essi non lasciarsi uscire lo Stato di mano: ma questo non si poteva stringere tanto, che al difuori non rimanesse la libertà dei Consigli e dei Collegi; nè questa città dava materia sufficiente a una repubblica d’ottimati. Si avrebbe ciò forse potuto in addietro quando tutte insieme le grosse famiglie di grandi o di popolo si fossero strette ad un concorde volere; il che noi vedemmo Rinaldo degli Albizzi avere cercato, ed era già tardi per le lunghe offese e gli odii scambievoli: ma oggi non poteva questo in lui essere che un desiderio, perchè i grossi popolani divisi in sè stessi e affranti dalla loro vittoria stessa, non erano tali da potersi unire co’ grandi senza esserne oppressi, nè tali da smuovere i fondamenti della Repubblica e fare opera sì difficile. Già erano tutti gli antichi ordini come triturati dal vario percuotersi e confondersi tra loro; e i più tra’ magnati vedeano con gioia prepararsi un’altra forma novella di Stato, la quale avendo sua forza nella plebe, offrisse anche a loro speranza d’alzare su quel fondamento più largo e sicuro una qualche sorta di grandezza.[271] Così vedea l’Albizzi (e non lo taceva) da quella sua stessa potenza uscire il proprio suo disfacimento; al quale già molti chetamente lavoravano di quelli medesimi che prima non soliti stare co’ Medici, s’accostavano ora alla parte che li desiderava. Era un giovane Agnolo Acciaioli in Palagio nelle pratiche per ordinare lo Stato, del quale una lettera a Cosimo venne nelle mani di Rinaldo; scrivevagli crescere ogni giorno il numero di quei che bramavano fosse egli in patria restituito, al quale effetto lo consigliava sopra ogni cosa di farsi amico Neri di Gino, ed aggiugneva che una qualche guerra nascerebbe presto e forse per voglia degli stessi reggitori, nella quale mancando colui ch’era solito di sovvenire con le proprie ricchezze il Comune, sarebbe necessità di farlo subito richiamare. Per questa lettera l’Acciaioli fu preso, e dopo essere stato messo alla corda, andò a confine in Cefalonia, terra dove la famiglia degli Acciaioli avea principato.
La guerra nasceva bentosto da quella necessità che era sempre nei soldati di stare sulle armi, e dalle infrenabili cupidità dei condottieri i quali ambivano farsi principi: le terre della Chiesa offrivano campo fra tutti agevole alle aggressioni. Il conte Francesco Sforza, data voce di andare nel Reame, s’insignoriva di quasi tutta la Marca d’Ancona, e di là scendeva a Todi e a Viterbo, intantochè le armi Braccesche avevano occupato sotto la condotta di Niccolò Fortebracci gran parte dell’Umbria e del Patrimonio di San Pietro insino a Tivoli. Tantochè il Papa stretto a quel modo, si accordava col conte Francesco, al quale concesse il marchesato della Marca, e consentì farlo Gonfaloniere di Santa Chiesa. Furono quindi tra i due Capitani fazioni di guerra, e Niccolò Piccinino anch’egli scendeva con le armi del Duca nel Patrimonio: ma in questo mezzo avendo i Romani levato rumore, cacciarono il Papa, il quale nascosto in vesti mentite e lungo il Tevere inseguíto con le balestre, pervenne ad Ostia, dove con un solo Cardinale montato sopra una galea sottile che v’era della regina Giovanna di Napoli, e di già essendo dai Fiorentini apprestata a suo salvamento un’altra galera in Civitavecchia, pervenne a Livorno. Quivi accolto con grandissime onoranze dalla Repubblica, fece indi solenne ingresso in Firenze, dove fu raggiunto da molti prelati, ed egli rimase a lunga dimora. Intanto Bologna s’era anch’essa ribellata al Papa con l’opera di Battista da Canneto, che uccisi i capi della contraria parte, cacciò il Legato; e perchè il duca Filippo Maria, cui era buona ogni occasione, aveva pigliato i Bolognesi in tutela, parve a’ Fiorentini e alla Repubblica di Venezia non essere caso da starsene fermi: questa inviava nella Romagna Erasmo da Narni più noto col nome di Gattamelata, pe’ Fiorentini andò il loro vecchio Capitano Niccolò da Tolentino, le genti ecclesiastiche ubbidivano al Legato Vitelleschi vescovo allora di Recanati; intantochè a fronte stava il Piccinino con forte esercito di ducheschi. Non era consiglio delle Repubbliche collegate venire a giornata: ma il Piccinino, maestro di guerra, appiccò la zuffa sotto Imola il dì 28 agosto 1434, dove per lunghi aggiramenti condotto a dividersi l’esercito della Lega già male unito sotto al comando di tre capitani, ottenne vittoria per quello che davano i tempi grandissima; avendo con la morte di pochi de’ suoi fatto tremilacinquecento prigionieri, e tra essi il prode Niccolò da Tolentino, il quale condotto a Milano e di là mandato più mesi dopo in Val di Taro, moriva d’una caduta, o come fu detto per ordine del Visconti.[272] Il corpo di lui, recato in Firenze, ebbe più tardi esequie magnificentissime, e l’effigie di lui a cavallo si vede nel tempio di Santa Maria del Fiore.[273]
Per questa rotta, la quale avvenne contro l’opinione di ciascuno, molte ebbero accuse i reggitori della Repubblica; dai quali è da credere che più s’alienassero i Signori Veneziani, propensi al Medici più che a loro, siccome apparve per tutto il tempo della dimora che fece Cosimo in Venezia. Questi, che in Firenze viveva alla pari con gli altri cittadini, era onorato come principe durante l’esilio. A Modena il Governatore del Marchese di Ferrara lo visitò e presentò, e gli fece dare compagnia e guida: innanzi che uscisse dallo Stato, un altro grande gentiluomo del Marchese gli fu inviato con molte offerte. Andò in Venezia, appena giunto, a ringraziare la Signoria di quanto aveva operato per la sua salute, da essa mostrando riconoscere la vita: fu ricevuto con tanto onore e tanta carità che non si potrebbe dire, la Signoria dolendosi degli affanni patiti da lui, e offerendo per ogni suo contentamento la città e le entrate loro. Così egli stesso.[274] A Padova fu alloggiato nella casa di messere Iacopo Donati, bella e fornita lautamente; andavano a fargli offerte uomini della Signoria, ai quali però con le usate cautele fu comandato che fuori nulla ne spargessero. Dipoi, a richiesta di Cosimo, fu a lui permesso dimorare liberamente in qualunque luogo dentro al territorio della Repubblica di Venezia, la quale in Firenze per il suo ambasciatore avvalorò la domanda.[275] Ed egli si stette poi sempre in Venezia, quivi dimostrandosi non che amorevole alla patria sua, benigno inverso coloro stessi che lo avevano sbandito; delle quali cose gli rendeva testimonianza una lettera che a lui scrisse la Signoria di Firenze. Altre poi ne sono a lui di grande commendazione, massimamente di letterati, dei quali troviamo avere egli sempre cercato il favore:[276] e tanta era poi la magnificenza di quell’esule, tante le ricchezze, che egli in Venezia faceva a sue spese edificare da Michelozzo architetto la Biblioteca dei Monaci Benedettini in San Giorgio, secondo appare da una iscrizione che ivi fu posta ad onore suo.[277] Per tanti modi era manifesto ch’egli tornerebbe in patria già come signore e principe dello Stato.
I magistrati aveano ricominciato a farsi per tratte, e poichè le vecchie borse non furon arse, ma rimanevano tramischiate con le nuove, ogni volta si aspettava che uscirebbe una Signoria d’amici a Cosimo: quella che doveva entrare in ufizio il primo di settembre 1434, tale era che gli animi se ne sollevarono diversamente così del popolo come della parte Rinaldesca; ma tutti vivevano sospesi, e temevano questi di perdere; gli altri di non vincere. Gonfaloniere fu Niccolò di Donato Cocchi, uomo nuovo, non ricco e fra tutti volonteroso di farsi innanzi, secondato com’egli era dal maggior numero dei Priori, tra’ quali troviamo quel Luca di messer Bonaccorso Pitti ancora giovane, ma del quale avremo a dire poi le grandezze. Disegno dell’Albizzi era impedire con la violenza l’entrata in ufizio d’una tale Signoria facendo col mezzo del Gonfaloniere che usciva, Donato Velluti, suonare a Parlamento e annullare a voce di popolo la nuova tratta: ma nè gli amici di Rinaldo osarono tanto, e il Cocchi appena entrato in ufizio fece condannare per baratteria e chiudere in carcere l’antico Gonfaloniere. I nuovi Signori scrivevano a Cosimo, apparecchiavano ogni cosa in città e fuori a stringere insieme e ordinare le forze dei molti bramosi di mutare il reggimento, mettevano armi segretamente in Palagio; mentre più apertamente Rinaldo degli Albizzi e i suoi armavano intorno a sè molti dei soldati licenziati ch’erano in Firenze, e dal contado faceano scendere villani: era imminente l’aperta guerra. Quando ad un tratto, a’ 26 settembre la Signoria fornì la Piazza e la ringhiera di fanti, facendo richiedere a comparire in Palagio Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori: al che subito questi uscirono armati, e seco aveano i Guasconi, i Rondinelli, i Castellani, i Gianfigliazzi e alcuni de’ Bardi con altre famiglie, e i Capitani di Parte e gli Otto di guardia. Rinaldo degli Albizzi aveva più volte con grande istanza chiamato l’aiuto di Palla Strozzi: questi era uomo di alto grado per la possanza della Casa[278] e per gli ufizi esercitati, ma l’ingegno di lui teneva del mansueto e del dolce, più atto ai gentili studi delle lettere che alle sollecitudini dei moti civili. Si narra che un altro buono e caro cittadino, il vecchio Agnolo Pandolfini, avesse da quella mossa inclinante a civil guerra disconfortato lo Strozzi,[279] il quale co’ fanti che aveva raccolti fu contento di guardare le proprie sue case. Troviamo però che tardi venisse sopra un ronzino e coll’accompagnamento d’un solo famiglio[280] alla piazza di Santo Apollinare, dove Rinaldo e i suoi avevano fatto testa, deliberati quant’era in loro di assaltare il Palagio, qualora le forze a ciò avessero sufficienti. Ma non che lo Strozzi, più altri cittadini o mancarono al convegno, o si ritrassero o voltarono. Giovanni Guicciardini non potè muoversi, ritenuto dal fratello Piero il quale seguiva le parti di Cosimo, come faceva Luca degli Albizzi fratello a Rinaldo; Neri Capponi e Nerone di Dionigi Neroni balenavano, tenendosi guardinghi a vedere dove inchinassero le faccende.
Con tutto ciò aveva Rinaldo degli Albizzi intorno a sè ottocento fanti, i quali tenevano dal Palagio del Potestà le strade che menano verso la Piazza: da parte dei Signori molti venivano a Rinaldo offrendo concordia, e che non avevano intenzione rimettere Cosimo. Ridolfo Peruzzi andò in Palagio egli medesimo a trattare queste cose. Intanto alcuni cittadini principali, tra’ quali sarebbono stati Neri Capponi e Giannozzo Pitti,[281] si erano raccolti a Bellosguardo, quivi aspettando, prima di dichiararsi, dove il fatto riuscisse. Era in Firenze, come dicemmo, papa Eugenio IV, in nome del quale giugneva a cavallo sulla piazza di Santo Apollinare il Legato Vitelleschi: trattò con Rinaldo lì sulla piazza, poi nel Palagio co’ Signori, e quindi tornato ottenne che Rinaldo a un’ora di notte si persuadesse andare al Papa ed in lui rimettersi. Andò Rinaldo, ma seguitato dagli armati suoi, i quali passando voleano bruciare le case ai Martelli, e a stento furono impediti. Infine a cinque ore di notte Rinaldo cedendo al Papa e al Legato, rinviava i suoi fanti alle case loro disarmati, rimanendo egli lì presso Eugenio in Santa Maria Novella. Quali speranze questi gli desse non so, ma più ignoro quello che potesse allora promettere: dipoi si tenne egli ingannato, ma era d’animo poco fermo. Rinaldo, o fosse in lui bontà d’animo a non volere la guerra civile, o troppa fede in Eugenio, o troppa fiducia nelle parole dei più mortali nemici suoi, o che veramente conoscesse non potere fidarsi nelle armi contro alla forza dei magistrati, rimase due giorni senza che di lui più altro sappiamo, nè a quali partiti cercasse appigliarsi, nè quali pratiche si tenessero.[282]
A’ 29 di settembre suonò a Parlamento: stava del Palagio serrata la porta, e dentro armati forestieri e cittadini; la Signoria aveva fatto venire in Firenze la sua gente d’arme, e questi e molto popolo minuto presero tutta la Piazza ed il Mercato Nuovo e Vecchio in modo che non passava persona. Il Papa mandava ai magnifici Signori il Vitelleschi con altri due Vescovi ed il Reggente della Camera suo proprio nipote, i quali essendo saliti in ringhiera, poco stante scesero i Signori con suoni di trombe e rumore grande. Insieme postisi a sedere, fecero fermare le voci, e Ser Filippo Pieruzzi che aveva chiamato la Balìa del 33, chiamò quest’altra; a cui risposero forse trecentocinquanta cittadini, siccome troviamo notato in più luoghi, sebbene Cosimo ne’ suoi Ricordi scriva che fu grandissima moltitudine. Questa Balìa annullava ogni altra Balìa dal 1393 in poi; quindi si tornarono i Signori in Palagio ed i Prelati al Papa: fu comandato alle genti d’arme e ai cittadini tornarsi ciascuno a casa, e non seguì alcuno scandalo nella terra. Il primo d’ottobre la Signoria inviava al Papa il Gonfaloniere di giustizia e uno dei Priori a fine di rendergli grazie; avevano seco quattrocento fanti bene armati, e capi di questi Neri di Gino, e con tradimento del nome suo Luca degli Albizzi ch’era ammogliato ad una Medici. Alle quattro ore di notte giunti a Santa Maria Novella ebbero subito udienza, e i due Signori stati un’ora in camera del Papa col Vitelleschi grande amico di Cosimo (secondo scrive egli medesimo), rimasero d’accordo insieme della ritornata di questo, e poi rientrarono nel Palagio. Il giorno seguente era la Piazza occupata di nuovo da genti armate, e con esse uno dei Medici e Bartolommeo degli Orlandini svisceratissimo di quella parte e adoprato poi, siccome dovremo più tardi conoscere, a fatti peggiori. Furono in Palagio chiamati gli uomini della Balìa ed i Collegi, i quali insieme con la Signoria a un grido levarono il bando a Cosimo de’ Medici e agli altri con lui mandati in esilio, e all’Acciaioli e a’ due Pucci. Riabilitarono agli uffici della Repubblica le famiglie dei Medici e degli Alberti, che prima n’erano stati privi. Fecero i dieci Accoppiatori che regolassero le tratte a modo di chi reggeva.[283] Un Bartolommeo de’ Cresci, giovane ardito ch’era dei Collegi, e aveva cercato levando rumore che la Pratica non si vincesse, fu preso e la notte morì ne’ tormenti, o (come fu sparso) con le sue mani s’uccise in carcere. L’altro dì poi furono confinati Rinaldo degli Albizzi ed Ormanno suo figliuolo per otto anni, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori da principio per soli tre anni; i figli e i discendenti loro posti a sedere. Narrasi che Rinaldo chiamato dal Papa avesse conforti da lui e proteste, non avere egli creduto il dì che fece gli accordi dovessero questi infine condurre al suo esiglio; e che Rinaldo amaramente dicesse non d’altri dolersi che di sè medesimo, il quale credette potesse in patria conservarlo chi il proprio suo seggio aveva perduto.[284] Con queste parole Rinaldo degli Albizzi lasciò per sempre la patria sua.
Cosimo de’ Medici era a Venezia quando per lettere e messi da Firenze gli giunse notizia della nuova Signoria ch’entrava in ufficio, sollecitandolo molti parenti ed amici s’accostasse intanto ai confini, avendo speranza di tosto poterlo rimettere dentro. Ma Cosimo volle prima bene assicurarsi dell’animo dei Signori, col dire che nulla egli e Lorenzo farebbero contro al volere della Signoria. Dalla quale avuto espresso avviso che si muovessero, a’ 30 settembre lasciata Venezia giunsero al ponte di Lagoscuro. Poi narra Cosimo come per corriere il primo d’ottobre avesse lettere che lo avvisavano dell’essere stati rimessi in Firenze, e lo esortavano a venir presto. Onde recatisi a visitare il Marchese di Ferrara che del fatto mostrò allegrezza, continuando la via giunsero a Modena, alloggiati quivi nelle case del Marchese con grande onore; dappertutto trovarono fanti ch’erano ordinati perchè andassero con loro, e a questo fine Uguccione dei Contrari da Ferrara aveva a soldo duecento cavalli. I quali però da essi furono licenziati, perchè non era di bisogno: e a’ cinque rientrarono sul terreno del Comune di Firenze, un anno appunto dacch’essi n’erano prima usciti.[285] Passarono fuori delle mura di Pistoia, e tutto il popolo si fece alla porta per vederli così armati e con tale accompagnamento, essendo incontrati anche sulla via da molti cittadini; cosicchè erano grande numero. A questo modo Cosimo stesso racconta il fatto di questo suo viaggio per l’Italia, che venne dipoi magnificato oltre al vero, e descritto come trionfale di plausi di popoli e di solenni festeggiamenti. Nei giorni più splendidi di Casa Medici e delle arti, tra le allegorie dei fatti di quella famiglia dipinte per mano di artisti eccellenti nel bellissimo salone del Poggio a Caiano, si vede il ritorno di Cosimo figurato per quello di Cicerone quando fu in patria ricondotto (secondo egli scrive) sugli omeri di tutta Italia. A’ sei giugnevano a desinare a Careggi, dove fu gran gente; ma i Signori mandarono a dire non entrassero prima di sera; e perchè tutta la via Larga era piena fino a casa loro d’uomini e di donne, egli e Lorenzo con un famiglio ed un mazziere volgendo lungo le mura vennero dietro la chiesa de’ Servi, poi da San Piero girando presso alle vuote case di Rinaldo degli Albizzi, entrarono nel Palazzo dei Signori; i quali vollero, per non fare maggiore tumulto, che rimanessero quivi ad albergo fino alla mattina. Da questo giorno per trecento anni tutta l’istoria di Firenze si annesta a quella di Casa Medici.
Capitolo IX. GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN. 1378-1434.]
Gli studi classici erano grandemente venuti a scadere nei popoli latini prima che fossero cancellati dall’urto dei barbari e avessero incontro la scuola cristiana. Breve regno ebbe la lingua latina quanto alla eccellenza dello stile; e al cominciare del terzo secolo i primi autori cristiani già non avevano tra i pagani chi li pareggiasse. L’amore del bello cadeva bentosto di cuore ai Romani, la poesia dopo all’età d’Augusto fu arte oratoria più che poesia vera. Dipoi vennero i grammatici, non d’altro studiosi che di salvare la lingua; gli studi ogni giorno più assottigliavano, e gli antichi libri poco erano letti; Virgilio rimase in cima sempre allora e poi, ma come fonte della grammatica; indi nelle età più barbare fu anche profeta. Quei popoli nuovi e incolti cercavano in ogni cosa il maraviglioso; l’ingegno esercitavano volonterosi nelle dottrine più astruse, amavano nell’istoria la leggenda: quindi molti seppero l’istoria delle dottrine, pochi o nessuno quella dei fatti, imperocchè il sapere dei più si formava di quel che avevano imparato a scuola. Duravano queste cose fino anche dopo all’età dell’Alighieri, nel quale può dirsi che fosse divinazione avere sentita e in sè compresa la squisitezza della poesia di Virgilio, cui fu seguace senza mai farsi imitatore. Ma da quello in fuori, parte piccolissima dei libri classici era conosciuta, e spesse volte non dei sommi, dove le finezze stanno più riposte: Orazio leggevano poco, rimase Ovidio come esemplare di versificazione, Lucano in grazia dell’argomento; amavano in Seneca le brevi sentenze e alcune cose da lui attinte (come noi crediamo) negli scritti o nella conversazione dei cristiani, di Tullio conoscevano gli Uffici e le Tusculane e piccol numero di Orazioni e quasi null’altro: l’Istoria romana attingevano da Paolo Orosio, poco bastando i brevi tratti che ne dà Sallustio, Tacito ignoravano, a Tito Livio poco si arrischiavano.
Tostochè Dante ebbe inaugurato la scienza laica e che una vita letteraria cominciò ad essere fuori della scuola, cercare i codici dove si nascondevano i grandi scrittori latini e farsene studio, fu agli Italiani come andare alla recuperazione d’un antico patrimonio vantato sempre, ma non goduto e gran parte ignoto. A questo si accinse, e a lui ne spetta la prima lode, Francesco Petrarca; fu a lui passione com’era ogni cosa, e di questa sola dice non avrebbe voluto guarire. Scriveva oltremonti, scriveva oltremare per avere codici antichi, dei quali si fece copiosa biblioteca, legata da lui alla città di Venezia e principio a quella di San Marco; nei viaggi frequenti, ogni monistero che incontrasse, vi accorrea cercando se un qualche tesoro di antichi libri non vi fosse sotterrato. Rinvenne di Tullio le Lettere familiari e tutte le Orazioni; ebbe in Firenze da Lapo da Castiglionchio le Istituzioni di Quintiliano, ma guaste e scorrette. Le opere trovate copiava spesso di mano sua, lagnandosi della scarsità dei copisti, del caro prezzo e della temeraria infedeltà delle copie. Promosse lo studio anche della lingua greca, della quale ebbe i rudimenti da un Barlaam calabrese vissuto in Grecia monaco Basiliano. Aveva il Petrarca da Costantinopoli avuto in dono un manoscritto dei poemi d’Omero in greco, ma non seppe mai decifrarlo nè mai si diede molto allo studio di quella lingua, egli uomo latino di genio e allora in età provetta. Chiedeva pertanto al Boccaccio amico suo gli procurasse di quei poemi una versione latina, la quale ottenne ma non compita: n’era stato autore, a quello che sembra, un altro calabrese Leonzio Pilato, dottissimo nelle greche lettere, e quanto gli concedevano i rozzi e strani costumi, familiare al Petrarca ed al Boccaccio. Si deve a quest’ultimo che fosse Leonzio chiamato l’anno 1360 ad insegnare nello Studio fiorentino le lettere greche, cominciando dalla spiegazione dei poemi Omerici; prima cattedra di greca lingua che si conosca nell’occidente d’Europa. Nessun altri fece quanto il Petrarca ed il Boccaccio pel risorgimento dei classici studi, i quali bentosto ebbero in Firenze un assai rapido incremento.
Al quale prestava opera lunga e autorità grande Coluccio Salutati, che fu trent’anni Cancelliere della Repubblica Fiorentina [m. 1406]. Questa soleva a tale ufizio chiamare uomini letterati che già si avessero acquistata fama; Coluccio, insigne per dottrina, fu anche onorato per l’animo virtuoso. Per sè negli studi fu tutto latino, ma Leonardo d’Arezzo scrive doversi a lui quel che si sapeva di greco in Firenze. Il nostro Coluccio fu anche poeta, essendo questo come un necessario finimento dei classici studi, poichè il latino cercavasi allora massimamente nei poeti; e come poeta fu egli portato alla sepoltura con la corona d’alloro in capo, avendone prima la Repubblica ottenuto privilegio, in quella età necessario, dal Papa o dall’Imperatore o forse da entrambi. Ma la sua gloria principale stette nelle molte lettere latine scritte in nome della Repubblica, o in proprio suo nome a principi o a letterati per l’Italia, questi accattando l’amicizia del celebre uomo con molto incenso di lodi magnifiche: a noi quelle lettere, che pure mostrano padronanza della lingua e copia di stile, appariscono lontane assai da vera eloquenza. Ma tali non parvero al grande nemico dei Fiorentini Gian Galeazzo Visconti, il quale soleva dire (se scrivono il vero), temere egli una lettera del Salutati più che molte spade: bisogna dire che certe nuove bellezze dello scrivere destassero affetti, che in noi oggi non valgono a destare. Il che avviene, credo, sempre nelle arti, dove un certo modo di sentire si forma vario nei diversi tempi; e chi risponda più a quel modo, col destare ammirazione produce negli animi un commovimento più simpatico: nelle arti imitative ogni somiglianza al vero che prima non fosse veduta dagli uomini, potè suscitare ad occhi inesperti anche una sorta d’illusione, sebbene l’immagine ai nostri apparisca rozza ed informe.
Scriveva Coluccio in italiano le lettere che giornalmente andavano per la Signoria dentro lo Stato ai rettori o ai comuni del contado; e queste ora sono da noi cercate più avidamente di quelle famose in lingua latina. Ma gli eruditi di quella età poco degnavano il volgare, fatti ambiziosi di porre in mostra le nuove eleganze ch’avevano attinte dall’uso dei classici. Si giunse a tale, che traducevano in latino le istorie o le vite d’uomini insigni perchè ottenessero (così scrivevano) maggiore divulgazione: già era formata quella che poi si chiamò repubblica delle lettere; da questa accattavano le lodi, per questa scrivevano. Dal che avvenne che separando troppo la scienza dall’uso e la scuola dalla vita, la lingua avesse meno autorevole disciplina, perchè i più dotti non si curavano di farsi uomini popolari. Troviamo quindi per cento anni lo scrivere nella Toscana istessa come bipartito; da un lato nell’uso familiare progredire, dall’altro fermarsi quasi inceppato o irrigidito. Il quattrocento non è vero che in italiano scrivesse male, ma fu sua colpa lo scrivere poco: scorreva la lingua nelle scritture familiari e nelle lettere private forse meno viva perchè già più adulta, ma più ordinata; ed il periodo era più finito e le frasi meglio tra sè collegate di quello che fossero nell’aureo trecento.
Ma sugli ultimi di quel secolo le novelle di Franco Sacchetti sono il libro dove più s’impari in fatto di lingua, e molto ancora se ne ricava circa i costumi di questa e d’altre città italiane. Si tenne il Sacchetti lontano affatto dal Boccaccio quanto alla forma, ed ebbe diverso il fine stesso delle novelle. Non pensò a farsi egli inventore di bella prosa, ma scrisse alla buona, usando le naturali grazie della lingua e quelle che uscivano a lui dall’animo esercitato al bello ed al buono: racconta spedito con le sole circostanze che meglio conducano a intendere il fatto ed a mostrarne la significazione. Scrisse anche poesie leggiadre talvolta, ma le più risguardano a cose politiche, la città essendo molto agitata in quegli anni che seguitarono al fatto dei Ciompi. Il Sacchetti popolano, sebbene portasse casato di grandi, odiava le tirannie di chi stava in alto, e quelle cercate in nome del popolo e col mezzo della plebe. Di lui sono a stampa alcune lettere, e scrisse un breve suo Quaresimale da far contrasto alle intemperanze dei predicatori: sicuro e forte nella religione, fu molto severo a chi l’abusava. Un poco più tardi il Pecorone di Ser Giovanni Fiorentino contiene racconti più spesso che novelle, di buona lingua, ma senza che altro sia da dirne.
Molto abbondarono i Cronisti in quella età della lingua e della repubblica. Marchionne Stefani terminava l’anno 1385 la lunga sua Cronaca, la quale pei tempi da lui veduti e quando ebbero cessato i Villani, è pregevole sopra ogni altra per la materia, bene esprimendo lo stato della città e delle parti in quegli anni fortunosi che prepararono il tumulto del 1378, poi, finchè rimase in vita lo Stato allora fondato: Marchionne stava con le Arti minori, e in quel governo ebbe qualche ingerenza. Non fu, a dir vero, felice scrittore; ma sa metter fuori di quelle parole che riescono tratti di luce all’istoria. Piero Minerbetti comincia laddove finisce lo Stefani e va fino al 1410; è buono scrittore, nè manca di certa sua gravità nè di acutezza, sebbene alle volte alquanto prolisso. Di Gino Capponi abbiamo una molto pregevole narrazione del tumulto de’ Ciompi, da lui condotta fino alla distruzione del governo delle Arti maggiori: abbiamo anche scritti nella ultima vecchiezza alcuni Ricordi a Neri suo figlio. Non bene sappiamo a quale dei due appartenga il Commentario sopra l’acquisto di Pisa, ma forse Neri ampliò e distese gli appunti del padre. Scriveva Neri anche un Commentario delle cose da lui operate in molti commissariati ed ambascerie, ma questo risguarda per la maggior parte un tempo diverso, che sarà materia del libro seguente. Iacopo Salviati anch’egli narrava le ambascerie onoratamente da lui sostenute. Due Boninsegni continuarono una Istoria di Firenze fino al 1460. A tutti sovrasta per la finezza della lingua e del dettato Giovanni Morelli; non gli cadevano dalla penna inavvertite le eleganze, ma pochi le ebbero più sincere e di miglior conio: una descrizione del Mugello, d’onde era uscita la sua famiglia, pare abbia in sè tutta la freschezza di quella grandiosa e amena provincia. Si estende la Cronaca dal 1393 al 1421. In quelli anni stessi Goro Dati diede a un suo libretto titolo di Storia; dovea chiamarlo Discorsi politici intorno allo Stato di Firenze ed al vivere della città. Noi l’adoprammo più volte come di uomo pensatore che guarda e giudica le cose addentro, acuto e pratico e che sa bene ritrarre le qualità e gli umori di questo popolo fiorentino. Bonaccorso Pitti scrisse con vivacità le sue fortune alle Corti di Francia e di Borgogna e di altri Principi, dei quali rendevasi familiare, mi dispiace dirlo, per via del giuoco. Ma questo dovette riuscirgli bene perchè tornò in patria ricco, ed ebbe la mano nelle cose dello Stato: fu padre a quel Luca, le cui ricchezze fruttarono male a lui e peggio alla Repubblica. Di altri minori sarebbe tedioso il dare qui la enumerazione.
Tra’ libri di cose morali ed ascetiche è da contare un Trattato circa il Governo della famiglia composto dal Beato frate Giovanni Dominici dell’ordine dei Predicatori. Lo abbiamo a stampa da pochi anni, e vi si scorge che l’autore aveva la buona lingua popolana dalla culla, ma poi formava lo stile in gran parte sulle latinità dei Padri e degli Scrittori ecclesiastici, il libro essendo tutto ascetico. Il Dominici, creato cardinale da papa Gregorio XII in Lucca l’anno 1408, seguì le fortune del suo promotore fino al Concilio di Costanza; dopo di che inviato dal nuovo Pontefice in Ungheria Legato, moriva in Buda l’anno 1420. Assai dei libri di devozione ed altri che senza nome d’autore furono pubblicati la maggior parte ai tempi nostri, o sono citati manoscritti come testi di lingua pel molto studiato trecento, appartengono sicuramente agli ultimi anni di quello ed ai primi del seguente secolo. Ma in questo crediamo venissero meno le traduzioni popolari dai Padri o dai Classici latini poichè se ne furono impadroniti i letterati. La poesia non ebbe nei primi anni di questo secolo insigni cultori.
Ma fu come principe di quell’età Leonardo Bruni d’Arezzo, che morì vecchio l’anno 1444: in Roma fu Segretario apostolico sotto quattro Pontefici, indi molti anni Cancelliere della Repubblica fiorentina. Tradusse in latino i libri politici di Aristotele e più altri di greci scrittori; illustrò alcuni punti speciali delle antiche istorie. Pure in latino scrisse una Istoria di Firenze dalle origini della città fino alla morte di Gian Galeazzo Visconti, ed i Commentari delle cose da lui vedute o fatte ne’ vari ufizi nei quali fu esercitato. Questi ultimi offrono con le particolarità più vive, a noi più gradito insegnamento; ma le Istorie sono libro da leggere utilmente anche ai giorni nostri per l’alto senno che l’autore vi dispiega e per l’intelligenza della Repubblica, della quale vidde l’interno roteggio. Ma vero è che piace a lui non uscire dalle cose generali, e come erudito dare ai fatti nostri romano colore. Le Vite pregevoli di Dante e del Petrarca furono da lui composte nella nativa sua lingua.
Intanto lo Studio s’illustrava per Emanuele Crisolora, che nel 1396 vi fu chiamato da Costantinopoli sua patria per cura di alcuni dotti fiorentini, e massimamente di Palla Strozzi, ad insegnare la greca lingua. Cessava però lo Studio nel 1404; riaperto nel 12, fioriva nel 1421. Sovente uomini fiorentini di grande affare nella Repubblica attendevano quivi a spiegare le leggi, tra’ quali ebbero molta fama Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi; Paolo Minucci da Prato Vecchio, rendutosi chiaro nelle maggiori Università d’Italia, fu ordinatore del Diritto feudale. Paolo di Castro insigne giureconsulto, oltre all’insegnare leggi, compilava quello Statuto fiorentino che nello scorso secolo fu dato a stampa. Francesco Zabarella padovano insegnò qui lungamente la teologia, poi fu Vescovo di Firenze e Cardinale molto famoso nel Concilio di Costanza. Fra Leonardo Dati Generale dei Predicatori ebbe in Firenze molta fama di sapiente in cose ecclesiastiche ed autorità di cittadino. Filippo Villani professò lettere, nelle quali si acquistò lode; egli e Giovanni da Ravenna tennero la cattedra per la illustrazione della Divina Commedia. Altri uomini chiari in lettere vennero ad insegnare in Firenze, tra’ quali Pier Paolo Vergerio da Capo d’Istria, e per breve tempo Guarino Veronese e Giovanni Aurispa e il Filelfo; lo Studio essendo spesso trascurato a cagione della spesa. Nè pensarono i Fiorentini a condurre qui l’Università che aveano fatta tacere a Pisa: più tardi Niccolò da Uzzano avendo lasciato gran parte dell’eredità sua per la fabbrica di un Collegio che annesso allo Studio potesse contenere cinquanta alunni, metà fiorentini e metà esteri, nella via che allora pigliò nome della Sapienza, non fu eseguito quel testamento per la gelosia di chi non voleva che tanto Firenze dovesse all’Uzzano.
Più della Repubblica, per l’incremento del nuovo sapere faceano i privati. Molti cercavano manoscritti, viaggiavano in Grecia a tal fine uomini oggi poco noti, Firenze abbondava già di buoni copiatori. Palla Strozzi, grande cittadino, giovò agli studi egli sopra ogni altro; ebbe a grande spesa i libri di Platone e di Plutarco, e la Politica d’Aristotele e la Cosmografia di Tolomeo ed altri moltissimi; teneva in casa chi gli facesse copie belle e sincere in greco ed in latino. Radunò in breve ricca biblioteca, la quale voleva rimanesse a pubblico uso, ad essa innalzando un edifizio molto degno in Santa Trinita, luogo comodo a ciascuno per essere posto nel mezzo della città. Ma il bel disegno andò fallito pel bando in cui finiva la vita, come tra poco narreremo, quest’uomo illustre e benemerito. Un Piero de’ Pazzi, gran ricco e grande spenditore, tardi si diede alla magnificenza del fare copiare con ornamento di miniature gli antichi libri, lasciandone in morte numero assai grande. Viveva in Firenze monaco Camaldolese negli anni stessi Ambrogio della famiglia dei Traversari, che era stata grande in Ravenna. Dotto nel greco, tradusse in lingua latina le Vite dei Filosofi di Diogene Laerzio e molte scritture di antichi Padri. Fatto Generale dell’Ordine suo, descrisse col titolo di Odeporicon i viaggi per le visite dei monasteri, narrando ogni cosa che meglio servisse al promovimento degli studi: di lui abbiamo anche non poche lettere scritte ad uomini che attendevano allo stesso fine. Inviato da Eugenio IV al Concilio di Basilea, ebbe poi gran parte in quel di Firenze, che appena era chiuso quando Ambrogio fu rapito da morte immatura con grande rammarico della città, dove la sua cella era il ritrovo dei maggiori uomini e più virtuosi. Lo studio di quella prima metà del secolo XV pareva che fosse tutto nel ritrovamento d’antichi codici e nell’esibirli ad uso comune per dare agli ingegni nutrimento dell’erudizione tuttora mancante. Nella quale opera niun altri meritò quanto Niccolò Niccoli di famiglia mercante in Firenze, ma non dei più ricchi. Nulla pare che scrivesse del suo, ma dottissimo nel latino impiegò la vita in fare copie di sua mano dei buoni scrittori, o nel corregger le altrui. Molte se ne riconoscono tuttora dovute al Niccoli, che spese poi anche gli averi suoi nel procacciarsi manoscritti latini e greci, dei quali lasciava il numero allora molto considerabile di ottocento. Di questi ordinava si formasse una pubblica Biblioteca, la quale dopo la morte sua fu aperta in San Marco: ebbe grandi amicizie e grandi brighe co’ letterati dell’età sua, soliti astiarsi oltre al costume tra gli eruditi non infrequente. Nessuno però nelle arrabbiate contese e nelle diffamazioni svergognate, ma insieme nei servigi lungamente resi ai classici studi, vinse Poggio Bracciolini da Terranuova in Valdarno. Questi fu autore di molti libri o trattati in lingua latina, spettanti a cose o filologiche o antiquarie, cui si aggiungono esercitazioni su vari argomenti. Primeggia fra tutti una assai nota Istoria Fiorentina, tradotta poi da Iacopo suo figlio. Descrive le guerre con la Casa dei Visconti, non senza taccia di adulatore alla città sua; d’interni fatti è scarso, e va circospetto sì che, a dir vero, non molto se ne cava di sostanzioso. Fu cinquant’anni Scrittore delle lettere pontificie e poi da ultimo Cancelliere della Repubblica fiorentina, avendo protratta la vita molto più in là che non giunga la materia di questo Capitolo. Di lui si cercano ai dì nostri con maggior cura le Lettere che egli scriveva in gran copia nei viaggi frequenti e di mezzo alle varie faccende nelle quali fu implicato. Andò al Concilio di Costanza, da dove recatosi alla vicina e celebre abbazia di San Gallo, ne riportò ricca merce di scritture d’autori latini, tra’ quali non pochi giacevano ignoti anche di nome. Ampliava del pari d’antichi libri le greche lettere, avendo lasciato può dirsi aperta l’antichità quand’egli moriva nel tempo in cui venivano in luce le prime grandi opere a stampa.
Così erano entrati il mondo greco ed il latino dentro al pensiero degli Italiani, al quale era dato un libero spazio fuori della disciplina dei maestri e delle tradizioni delle scuole. Alla grandezza dei fatti ed alla copia delle dottrine si univano la magnificenza delle forme, la varietà d’esse, e un’eleganza da ottenersi con l’uso dell’arte. Ma con la forma va la sostanza; e l’antichità prestava intorno alle cose nuovi concetti e giudizi nuovi, e certa finezza d’osservazioni e di sentenze, benchè autorevoli, sempre disputabili: un fare insomma tutto diverso da quello che aveva sino allora formato gli animi e dominato gl’intelletti. Età più incolte viveano di fede e di passioni; ora gli animi s’erano alquanto ingentiliti ma non per anche universalmente guasti, nè la corruttela del seguente secolo si vidde spuntare in Italia prima che declinasse il quattrocento. Guaste le Corti e i letterati; ma per tutti quegli anni dei quali si è finquì discorso, il popolo meno agitato da passioni le quali fossero a lui proprie, teneasi più quieto e più castigato: quando il governo è in mano di pochi, si adoprano questi generalmente a mantenere gli ordini posti in tempi migliori. A Firenze le arti belle, cresciute in quelli anni, furono educatrici buone; del popolo vero pareva che fossero a capo gli artisti, e n’erano spesso tra’ più virtuosi.
Fu troppo creduto (secondo pare ai moderni critici) che la pittura dopo Giotto avesse aspettato quasi cento anni prima di avanzare un altro gran passo per opera di Tommaso da San Giovanni in Val d’Arno, che noi conosciamo sotto il nome di Masaccio. Di lui si fece come una leggenda, nè abbastanza si riconobbe come la maniera del dipingere d’alcuni dei predecessori suoi già mostri un progresso. Certo è che Masaccio ampliò i confini dell’arte; diede al concetto maggiore sostanza, ed alle figure più rilievo; per la espressione da dare ad esse ed al conversare dell’una coll’altra, non si appagò della verità semplice degli atteggiamenti nè di accennare la bellezza delle forme, studiandosi renderle più evidenti con la esecuzione: di queste cose fu maestro a quelli che dopo lui vennero, e che da lui furono eccitati a studi maggiori e fatti abili a più ardimenti.
Da Giotto a Masaccio e da questo a Fra Bartolommeo e ad Andrea Del Sarto, può dirsi che l’arte in Firenze lentamente percorresse tutto il suo cammino, segnato dai nomi d’uomini eccellenti: di questi ve n’ebbe tanto gran numero, che deve bastare a noi solamente fermare il discorso su quelli che furono come principi dell’età loro, e dalle seguenti furono tenuti in conto di maestri. Ma non potremmo senza peccato tacere del più caro e più veramente spirituale dei pittori, Frate Giovanni soprannominato Angelico per la singolare bontà de’ costumi e per la fervente devozione che a lui fu sola ispiratrice dell’arte; per il che non volle trattare altro che argomenti sacri, e il suo dipingere era una preghiera. Benchè nato nel Mugello, fu detto da Fiesole dov’egli vestiva l’abito dei Predicatori: delle opere sue grandissimo è il numero, più spesso in piccole figure, ma cercate molto ai giorni nostri perchè, a tutti superiore pel sentimento, ebbe dall’arte già progrediente e dall’ingegno in lui grandissimo, acconci mezzi a bene esprimere e a colorire ogni suo concetto. Nato nel 1387, moriva nel 1455.
In quegli anni stessi fu ritrovata in Firenze un’arte plastica, dove la pittura chiamata a soccorso della statuaria, venne con l’opera dei colori a fare più vivi ed a variare gli effetti che si ottengono dal bassorilievo. Luca della Robbia [n. 1400], dopo avere provato sè stesso nel marmo e nel bronzo, inventò questa molto più spedita maniera di lavorare, con la quale fece anche talvolta grandissimi quadri con molte figure e bellissime composizioni, avendo trovato il segreto di una vernice rilucente e tanto solida, che più secoli non hanno bastato ad alterare quelle opere, le quali tuttora ci appariscono come fatte ieri: fu anche eccellente negli ornati con frutta e fiori, dei quali faceva cornici ai bassirilievi. Per questo modo condusse a fine grandissimo numero di opere, continuate nella sua famiglia per oltre un secolo: Andrea ed un altro Luca furono tali artisti che si confondono facilmente col primo inventore; ma il secondo Luca essendo morto in Parigi dopo il 1551, lasciò perir seco il bel segreto della vernice che fu impossibile imitare. Di queste opere, cui rimane il nome della Famiglia che le faceva, molte ve ne ha sparse per l’Italia, e ne è piena la Toscana, dove più volte m’è occorso trovarne in luoghi affatto deserti: fra tutti bellissimi e grandiosi, quelli della chiesa dell’Alvernia.
Questo fu il tempo nella città di Firenze dei più splendidi edifizi. Prima d’allora i palagi pubblici e più assai le chiese avevano aggiunto al fiero stile dei rozzi secoli qual cosa di più italiano, dove le classiche reminiscenze s’intravedevano, poi fatte palesi nel Campanile di Giotto: aveva l’Orcagna disegnata ad arco tondo la grande sua Loggia. Ma nell’aprirsi del quattrocento erano entrati nella giovinezza tre grandi ingegni, dei quali ci siamo riservati a dire per ultimo: le forme del bello già educavano anche per mezzo della scrittura la mente agli artisti, ai quali nel tempo stesso divenivano grande studio i monumenti dell’antichità, dimenticati per lunghi secoli nella stessa Roma. Ed era Firenze allora in grande fortuna e splendore, cresciuta di stato e meglio ordinata che in altri tempi mai, fiorente di molto diffusa ricchezza per le manifatture di seta e pei lavori d’oro e d’argento; i maggiori artisti uscivano spesso dalle botteghe d’orificeria.
Era della fabbrica di Santa Maria del Fiore condotta a termine la navata, e alzati i quattro grandi pilastri su’ quali doveva posare la Cupola: questa intendevano fare a somiglianza del Pantheon d’Agrippa; ma farla girare su base ottagona aveva grandissime difficoltà, e molto se ne disputava, quando si fece innanzi tale uomo che pensò altro modo, e compiè un’opera di cui non aveva lasciato esempio l’antichità. Filippo di Ser Brunellesco [n. 1379], d’illustre casato ma di piccola fortuna, prima nella bottega d’un orafo imparò il disegno, e lavorando di quell’arte, presto divenne eccellente in legare pietre fini, e nei lavori di niello, e figurette d’argento e bassirilievi. Ma il grande suo ingegno molto inclinato alla speculazione si diede bentosto alle combinazioni della meccanica, tantochè fece di mano sua buoni orologi, avanzò la scienza della prospettiva, e la insegnò ad altri, piacendosi molto dell’immaginare cose ingegnose e difficili; esercitò l’arte della scultura, facendo in quella opere che sono anche ai dì nostri molto ammirate. Ma più che ad altro sentiasi nato all’architettura, e credo pensasse fin dai primi anni alla Cupola del Duomo, perchè nel 1401, venduto un poderetto che aveva, si condusse a Roma, e dimoratovi lungamente, altro non faceva che esercitarsi dietro agli antichi edifizi, e cercarne sotterra le rovine, studiando i modi a girare le vôlte, ed i congegni delle pietre ed ogni parte delle costruzioni. Alternò fino al 1417 la dimora tra Roma e Firenze, dove interrogato circa la Cupola, fece prevalere il suo consiglio di cavarla fuori del tetto, sottoponendole un fregio o tamburo di quindici braccia che avesse per ognuna delle otto faccie un occhio grande. Già fino dal 1407 si erano cominciate a costruire le tre grandi tribune intorno al coro, ciascuna con le cinque sue cappelle, e si chiuse l’anno 1420 la terza tribuna. Filippo intanto, che tutti quelli anni avea studiato segretamente e preparato il suo modello, cominciò a dirne ed a mostrarne qualcosa agli uficiali preposti all’Opera; i quali per mezzo de’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, in Lamagna, in Inghilterra ed in Ispagna, aveano chiamato a concorrervi i più sperimentati e valenti ingegni che fossero in quelle regioni: questo almeno si legge. Nel marzo del 1420 si tenne un Consiglio generale, dove ciascuno dei maestri, presentato il suo modello, e fattesi le più strane proposte sul modo di volger la Cupola, il Brunelleschi mostrò e difese il suo concetto che parve cosa impossibile ad eseguire; ond’egli irritato e per le bestiali cose che furono dette, s’infervorò tanto da essere creduto pazzo e dai donzelli sarebbe stato fatto portare di peso fuori della sala. Documenti certi mostrano poi come un mese dopo venendosi più seriamente a trattar seco, il Brunelleschi mettesse in iscritto l’istruzione per eseguire il suo modello, su di che l’opera gli fu allogata. Voltare la Cupola con nuovo ardimento, senza armature che la reggessero durante la costruzione; farla salire a sesto acuto, il che era darle una maggiore e più terribile elevatezza di sentimento; sovrapporre alla Cupola interna un’altra fuori, in modo che fra l’una e l’altra si cammini; collegare insieme le due cupole con morse di pietra, e assicurare tutta la fabbrica facendo girare le faccie di quella sopra il tamburo con una forte incatenatura di ventiquattro travi di quercia fasciate di ferro: questo fu il disegno che il grande architetto potè condurre ad esecuzione, facile a lui che nella mente aveva da prima ogni cosa preveduto. A’ dì 7 agosto del 1420 si cominciò a murare, e nell’anno 1434, che fu di sì grande mutazione nelle cose di Firenze, fu chiusa la Cupola: mirabile opera sopra ogni altra non solamente dei tempi antichi ma dei moderni, perchè quella che il Buonarroti fece in Roma, piantata più in alto, non ha in sè stessa maggiore ampiezza, e meno intende verso il cielo. Anche il disegno della Lanterna è del Brunelleschi; se non che l’opera andò in lungo, ed egli intanto dirigeva altri edifizi, tra’ quali le chiese di Santo Spirito e di San Lorenzo; ed a Luca Pitti fece il disegno del Palazzo che poi finito ed ampliato assai, divenne reggia ai principi di Toscana. Moriva Filippo l’anno 1446.
Donato, più spesso appellato Donatello, trovò la scultura rimasta indietro alle Arti sorelle, e la condusse tanto innanzi da potere essa prestare ogni cosa che a lei chiedessero il genio e l’anima dell’artista. Quasi coetaneo al Brunellesco, era egli andato seco in Roma a fare pratica sulle antiche statue; non però divenne imitatore degli antichi, seguendo piuttosto la propria sua indole, che nulla aveva del romano e non abbastanza del greco sentire. Non ebbe chi lo agguagliasse quanto alla intelligenza del vero, ed alla scienza dei movimenti, ed al possesso di tutti i mezzi dell’arte e alla maestria dell’esecuzione; ottimamente riuscì ad esprimere gli affetti comuni, ma giunse di rado alle profondità del sentimento, e nelle forme non parve intendere a ideale bellezza: fu tale insomma, che portò l’arte della scultura fino alla eccellenza, ma egli medesimo non ne toccò il colmo. Vero è però che il grande artista superò sè stesso nella statua di San Giorgio, una di quelle che adornano l’imbasamento dell’edifizio d’Or San Michele; qui pare la bella persona muoversi dentro al marmo, ed un’espressione dignitosa è nelle fattezze di quel nobile soldato. In quella faccia del Campanile che sta di contro a San Giovanni, è in alto una nicchia con entro la statua di un uomo calvo; questa Donatello solea chiamare il suo Zuccone, mostrando amarla più d’ogni altra cosa sua, e nel guardarla diceva ad essa motteggiando: parla, che ti venga la malora. Fu eccellente nei bassorilievi, e osò primo nei moderni tempi fare una statua equestre in bronzo, che i Veneziani decretarono al Gattamelata, e sta in Padova sulla Piazza di Santo Antonio. Vissuto a lungo, è grande il numero dei suoi lavori; ma egli semplice e modesto, e trascurato del molto danaro che avea guadagnato, non soffrì mai di abbandonare la sua bottega nè il grembiule di artigiano.
Di rado avviene che ad un artista sia dato raccogliere in una sua opera quanto egli abbia in sè d’eccellenza ed egli medesimo passarne il segno. Ma ciò si vidde in Lorenzo Ghiberti, che figlio di un orafo valente, avendo bentosto superato il padre, si diede a gettare figure in bronzo e a lavori di tal sorta con molta sua lode: si esercitò ancora nella pittura che gli fu di grande aiuto (come vedremo), alle altre sue opere. Era Lorenzo di età giovanissima quando i Consoli dei Mercanti deliberarono fare al tempio di San Giovanni una Porta in bronzo a somiglianza di quella che Andrea Pisano aveva fatta cento anni prima; e, come era buona usanza in Firenze, chiamarono artisti che facessero a concorrenza ciascuno una storia sul disegno di quelle d’Andrea. Fra molti anche il Brunelleschi e Donatello presentarono per saggio la storia loro; ma, essi medesimi consenzienti, fu data l’opera al Ghiberti, che riescì bellissima; e fu grande progresso nell’arte: se non che essendosi nello spartimento delle storie voluto seguire il disegno del vecchio artista, parve nell’insieme essere qualcosa che non aggiungesse l’eleganza cui gli occhi già s’erano esercitati in Firenze. Ma nelle figure tutti ravvisarono quanto Lorenzo valesse: talchè non appena finita la prima, gli diedero a fare la Porta maggiore che sta in faccia al Duomo. Di questa null’altro è a dire, se non che ogni cosa è bello di quanta bellezza è capace l’arte; nè mai gli antichi avean fatta opera somigliante. In essa le dieci grandi storie sono quanto alle figure ed alle composizioni quadri veri da stare accanto ai più eccellenti; pare a guardarli, vedervi dentro il colore. La grazia, la verità e la varietà delle mosse, le invenzioni e la maravigliosa esecuzione delle cornici di foglie e frutta che girano attorno alla porta, la perfetta proporzione e l’armonia di tutta l’opera, tali si mostrano, che il Buonarroti la chiamò Porta degna del Paradiso. Io non ricordo avervi mai posati su gli occhi, che io non dicessi in me medesimo: qui è perfezione. Mentre il Ghiberti attendeva quasi per tutta la vita a queste due opere, altre ne fece pure lodatissime; l’arca storiata di San Zanobi in Santa Maria del Fiore, e tre delle grandi statue in bronzo che stanno attorno ad Or San Michele. Era egli anche stato dato compagno al Brunelleschi nell’opera della Cupola, ma parve non essere altro che d’impaccio, e dovè ritrarsene. Lasciò alcuni Commentarii intorno ai suoi studi: mai non aveva abbandonato l’arte sua prima, e di oreficeria lavorò sempre; il che gli dava grossi guadagni. Fece a Martino V un bottone da piviale con gioie e figure d’oro in rilievo; ad Eugenio IV una mitra di trasmodante ricchezza e di bellissimo artificio. Dovemmo tacere di lui e del grande e vario numero degli artefici, tante opere insigni di cui si abbellivano i forzieri dei privati, le case, le ville e le cappelle ornate a quel tempo nel quale in Firenze parve risedere il fiore del bello. Queste cose erano state prima che le arti e le lettere sentissero la protezione di Casa Medici.
LIBRO QUINTO.
Capitolo I. LA REPUBBLICA SOTTO A COSIMO DE’ MEDICI. — ALTRA GUERRA CONTRO LUCCA. — CONCILIO DI FIRENZE. — NICCOLÒ PICCININO IN TOSCANA. — ACQUISTO DI BORGO SAN SEPOLCRO E DEL CASENTINO. [AN. 1434-1441.]
La Balìa dalla quale fu richiamato Cosimo de’ Medici continuava sino alla fine del mese d’ottobre, che fu anche il termine della Signoria; alla quale succedette per gli ultimi due mesi dell’anno, e co’ Priori tutti fatti a mano, Giovanni Minerbetti Gonfaloniere. I confinati dalla Balìa troviamo che giunsero al numero di trentuno: e quanto importasse a fortificare quello Stato, fu in quei primi giorni ordinato con le asprezze consuete, ma insieme con manco rispetti a quelle forme di libertà che prima soleano tenersi solenni: la plebe e Cosimo s’intendevano, e a questo ed ai suoi premeva che niuno s’alzasse all’intorno, che la Repubblica non avesse nè capi autorevoli nè forti e sinceri e veramente liberi magistrati. Agli Otto di guardia avevano dato balìa di sangue, la quale valeva contro a chi tentasse novità o che solamente sparlasse; e taluni per discorsi fatti, o vennero uccisi o andarono in bando.[286] Il quale fu esteso infino a dieci anni per quei confinati che prima erano a più breve tempo; vietato lo scrivere ad essi lettere o riceverne; fatte leggi molto strette, con grandissime difficoltà a che potesse mai vincersi nei Consigli e nei Collegi la restituzione dei fuorusciti o ribelli, tantochè di trentasei fave ce ne volevano trentaquattro. Pigliando motivo o pretesto dall’avere gli sbanditi rotto il confine, molti di loro fatti ribelli erano condannati nelle persone e nella roba, le terre e le case vendute a vil prezzo agli amici dello Stato nuovo; e intanto gli avversi che rimanevano in città, o quelli dei quali non fossero chiari, venivano aggravati co’ balzelli più che non potessero portare; così erano astretti a finire nella miseria o farsi clienti a quella famiglia che tanti sapeva co’ doni acquistarne, e che piacevasi di cercare ne’ luoghi più bassi i fondamenti della grandezza sua: Cosimo de’ Medici tirava su molti delle arti minori a farsi abili a’ maggiori ufizi; e soleva dire, che due canne di panno rosato bastano a fare un uomo dabbene, gli antichi avendo egli messi fuori. Le famiglie quasi intere dei Peruzzi, dei Rondinelli, dei Guasconi, dei Castellani, dei Corsi, e molti dei da Ricasoli, dei Frescobaldi, dei Bardi, furono rimossi da ogni ufficio, e messi nel numero dei Grandi o a quello restituiti. Da un’altra parte, togliere via gli antichi ordini contro ai nobili o si temette potesse spiacere al popolo degli artefici, o parve migliore consiglio procedere in questo pure alla spicciolata, e così rompere gli antichi consorzi e tutti gli ordini di persone. Di quel consiglio si disse autore Puccio, cui sempre si attribuivano i pensieri più sottili: e a questo modo i grandi non tutti, ma gradatamente il maggior numero fatti popolani, divennero abili ad esercitare i magistrati, però con divieto per dieci anni dalla Signoria. Perdeano il diritto che prima avevano di sedere un certo numero, comunque piccolo, del loro ordine in molti uffici e magistrati; ai quali veniano eletti di rado, confusi com’erano ora nel numero e sgraditi ai popolani: così era aperta ad essi pure una sola via, servire alla parte che tutto poteva. Dalle arti minori e dalle congreghe degli artefici minuti infino alle stirpi tenute maggiori d’autorità o di sangue, i Medici ebbero ogni cosa tramutato, rimescolato, diviso: poterono bene serbare le forme della Repubblica, della quale erano i nervi disciolti e le resistenze triturate e fatto polvere ogni cosa.[287]
Intanto gli esigli continuavano; ogni giorno quasi che rimanea di quell’anno aveva il suo numero di nuovi sbanditi: i nomi ci restano di ottanta o circa, la maggior parte dei più chiari e con essi non pochi oscuri; v’è infino certa Madonna Apollonia pazza: sbanditi di molte famiglie sinanche i bambini nelle fasce e i nascituri. Ben altre volte andarono in bando per grandi frazioni, o tutti insieme come nel settantotto, i primi uomini dello Stato; ma erano balzi prodotti dall’urto di forze contrarie: qui un freddo proposito deliberato, costante; e Cosimo a quelli che lo accusavano di guastare così la città, soleva rispondere: Meglio città guasta che perduta; malvagia parola, e indice d’animo tirannesco. Non poche famiglie rimasero trapiantate nelle città del Reame e di Lombardia; molte ne andarono a fondare case di commercio in sulle rive del Rodano ed a Lione massimamente, dove ci avverrà di ritrovare per tutto il corso dell’Istoria nostra una colonia di fuorusciti, nemici costanti della Casa Medici: non poche di queste famiglie durarono ivi ed in Provenza fino ai giorni nostri, o vi rimangono tuttavia. Di tante male opere nessuna però fu iniqua al pari del bando dato a Palla Strozzi, la cui modestia e civile temperanza parve essere stata cagione che fosse Cosimo restituito: contro a quel buono e preclaro cittadino uscì la sentenza ai 10 novembre; e da quel giorno gli onesti scôrsero alla parte regnatrice mancato il freno anche della vergogna. Il savio Agnolo Pandolfini che, poco avendo amato gli Albizzi, vagheggiava sempre e aveva forse anche sperato da Cosimo un qualche ritorno alla civile egualità, si chiuse in villa dopo all’esiglio dell’amico suo, veduto non essere altro da fare che il buon massaio. Andò Palla Strozzi a Padova in bando per dieci anni, quando ne aveva egli sessantadue: gli fu rinnovato due volte il bando per altri dieci anni; udiva la morte dei figli suoi, esuli anch’essi in altri luoghi, ed egli sanissimo di mente e di corpo, cristianamente tranquillo e consolato dall’amicizia dei dotti uomini e dalla cultura delle greche lettere, moriva compiti gli anni novantadue, e quando moriva Cosimo dei Medici; del quale non credo sia questa contata tra le opere fatte a incremento degli studi e a maggior gloria della città sua.[288] Quel grande artefice di questi fatti, Averardo dei Medici, era morto in Firenze a’ 5 dicembre, avendosi poco goduto il ritorno e le sperate grandezze e le vendette spesso da lui (come tenevasi) consigliate.
In fine a’ Ricordi lasciati da lui si vanta Cosimo dell’avere quanto a sè posto freno alle vendette, e che nei due mesi del gonfalonierato ch’egli assunse il primo gennaio 1435 non fosse alcuno tolto di vita. Bene crediamo noi le passioni dei suoi partigiani più delle sue fossero astiose e cupide; ma è poi vero che tirarsi addosso le parti più odiose è sorta d’ossequio dai clienti solita usare al padrone, ad essi giovando mantenergli quella forza la quale proviene dalla opinione della bontà. Contuttociò noi troviamo in quel tempo altri essere sbanditi o fatti ribelli, e v’ebbero pure condanne a morte, sebbene alcuni per intercessione di Cosimo avessero la vita salva.[289] Ma sei ribelli, i quali avendo rotto il confine si ritrovarono insieme a Venezia, richiesti secondo i patti della Lega per mezzo di un Lodovico da Verrazzano mandato a tal fine a quella Signoria, furono resi, e in Firenze ebbero tagliata la testa.[290] Dipoi un Guadagni, figlio a quel Bernardo che fu Gonfaloniere nel 33, da Luigi di Piero Guicciardini consegnato a Orlando dei Medici tesoriere della Marca, fu privato anch’egli di vita: Bernardo medesimo, dalla Capitaneria di Pisa chiamato in Firenze per esservi giudicato, era morto sulla via per caso oscuro e subitaneo.[291] Ai cittadini era imposto sotto gravi pene consegnare le armi che avevano in casa; il quale ordine da un Niccolò Bordoni essendo pigliato in beffa,[292] e di lui sapendosi avere con altri tenuto discorsi contro allo Stato, vennero tutti presi; ed avrebbero perduto la vita, se non che ad istanza di Papa Eugenio il Potestà contro ad essi pronunziava minore condanna; ma questa poi venne per un secondo giudizio iniquamente aggravata, e lo stesso Potestà fu per Consiglio di popolo casso d’ufficio: dal che si vidde in Firenze cominciare la tirannide, poichè desideravano fare sangue e forzare i rettori.[293] Vennero scoperte pure altre congiure, delle quali una era condotta da certo Frate, cui era stato promesso e tolto il vescovado d’Arezzo: tenevano in questa la mano il duca Filippo Maria Visconti e Niccolò Piccinino, che per motivo di salute dimorava allora ai Bagni di Petriolo nel Senese. Dal quale fu detto pure altra congiura essere ordita contro al Papa, che essi voleano pigliare e quindi trafugare in quel di Lucca, di dove andasse nelle mani del Visconti. Un Vescovo di Novara, che stava in Firenze per conto del Duca, dopo avere intinto in quella congiura, pentito, ne fece la confessione ad Eugenio; e un Riccio, principale autore, fu appeso alle forche, ed un Bastiano Capponi, che n’era partecipe, decapitato sulla porta del Bargello.
Aveva la Repubblica brighe frequenti dai Ricasoli che, stando in mezzo co’ loro castelli tra essa e i Senesi, si difendevano volteggiando in qua e in là con le accomandigie. Due anni prima un Egidio da Ricasoli avea voluto dare ai Senesi il castello della Leccia o Monteluco nel Chianti.[294] Ora Galeotto, signore di Brolio, lasciava occupare quella sede principale di loro famiglia da messer Antonio Petrucci senese, nemico perpetuo dei Fiorentini; i quali, mandatovi gente con artiglierie, ebbero a patti Brolio e lo tennero in nome della Repubblica.[295]
Continuava col Papa e i Veneziani la lega, sebbene le forze di questa fossero abbattute, siccome vedemmo, dall’armi del Duca presso Imola, avanti la ritornata in Firenze di Cosimo de’ Medici. Dopo la quale fu confermata per altri dieci anni la lega in Venezia, essendo ivi andato a questo effetto ambasciatore Neri di Gino e il Papa tuttora in Firenze dimorando, Francesco Sforza, che fu eletto Capitano di tutta la Lega, si mosse a purgare le vicinanze di Roma dalle armi del Fortebraccio, le quali dicemmo averle occupate. Fu questi pertanto necessitato ritrarsi; al che i Romani cercarono accordo col Papa, e consentirono di ricevere un suo Commissario; mentre il Fortebraccio, rinchiuso in Assisi con tutte le forze sue, era ivi oppugnato da Francesco Sforza, facendosi guerra dalle due parti molto grossa e lunga e dubbiosa: tantochè il Duca di Milano, temendo per sè la vittoria dei collegati, mandava ordine a Niccolò Piccinino entrasse in Toscana a divertirne le forze. Contro del quale mosse pertanto il Conte Francesco, avendo lasciato alla cura d’un fratello suo l’assedio: incontro al quale usciva impetuoso il Fortebraccio; e vintolo e preso, andava sicuro all’acquisto delle terre della Marca. Ma il Conte Francesco minacciato in quel possesso, e non sofferendo rimanere senza signoria che fosse sua propria, tornò contro al Fortebraccio; il quale fu vinto e preso e ferito, e della ferita si morì. Dopo di che il Papa riavute le terre del Patrimonio e di Romagna, e il Conte Francesco la signoria della Marca, si fece la pace tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini, e lega con patto dovesse ciascuno andare eziandio contro a chi dei quattro avesse rotta la confederazione.[296] Col ritrarsi di Romagna le armi del Duca, essendo fuggito Batista da Canneto, tornava in Bologna la parte dei Bentivogli.
Era morta la reina Giovanna di Napoli, avendo lasciato erede nel regno Renato d’Angiò della famiglia di Provenza, e privato della successione il re Alfonso Aragonese; il quale essendo allora in Sicilia, e chiamato da taluni baroni del Regno, nonostante che il maggior numero tenesse le parti angiovine, venne accompagnato da molti principi; e fermata la sede in Capua, mandò l’armata ad assaltare Gaeta che si teneva per i Napoletani. Chiederono questi aiuto a Filippo; ed egli persuase facilmente ai Genovesi, ch’avea in ubbidienza, armare il possente naviglio loro incontro a quello del re Alfonso; il quale raccolto molto numero di navi, ed egli medesimo salito sopra una di queste, cercava animosamente la battaglia. La quale avvenne nelle acque di Ponza con isconfitta del re Alfonso, che vi rimase prigione col Re di Navarra e grande numero di principi e signori,[297] egli avendo ceduto la spada a Giacomo Giustiniani capitano genovese. Per questa vittoria pareva Filippo fatto signore di tutta Italia; ma tosto gli effetti nacquero diversi dalla opinione; imperocchè il Duca avendo fatto venire, con dispiacere dei Genovesi, Alfonso a Milano, questi troppo grande prigioniero per un tale uomo qual era Filippo, fattosi ad un tratto suo consigliero, gli mostrò avere egli male combattuta Casa d’Aragona per condurre Napoli in potestà d’uno di quei principi francesi i quali ambivano già fino d’allora il ducato di Milano. Poterono tanto siffatti argomenti sull’animo di Filippo, ch’egli rinviava a Genova Alfonso con grande onore e tutto suo amico, comandando ai Genovesi restituirgli le navi perchè sopra quelle tornasse nel Regno. Voleva Filippo così anche abbassare la città suddita, che parevagli essersi fatta troppo grande per quella vittoria. Coteste sono arti lodate di regno; ed a lui fruttarono che i Genovesi per subita ribellione, ucciso il Governatore che stava pel Duca e cacciate in pochi giorni le armi di questo e presi i castelli, scuotessero il giogo che odiavano, essendosi dipoi stabilmente rivendicati in libertà.[298]
Per questi fatti mutate essendo le condizioni d’Italia, rimase di subito scompaginata la lega, la quale di nome era conchiusa tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini. Questi mandarono soccorso a Genova di vettovaglie e di fanti armati sotto Baldaccio d’Anghiari alla difesa d’Albenga, sebbene ciò fosse copertamente,[299] perchè la lega non volea dirsi per anche rotta, ciascuno essendo tenuto in rispetto dalla incertezza degli eventi, e il Papa adoprandosi con grande studio perchè alle armi non si venisse. Aveva egli nel mese d’aprile 1436 lasciato Firenze, dopo esservi dimorato quasi due anni, ed alla Repubblica usato ogni sorta di benevole dimostrazioni. Poco innanzi della partenza sua Eugenio, il giorno venticinquesimo di marzo, ch’è la festa dell’Annunziazione ed era in Firenze principio dell’anno, consacrò il tempio di Santa Maria del Fiore, essendo già l’occhio della grande Cupola stato chiuso da Filippo di ser Brunellesco due anni prima, quando era al termine lo Stato degli Albizzi.[300] Fu celebrata quella consacrazione con molto grandissima solennità, essendosi dalle scalee di Santa Maria Novella, dove il Papa dimorava, infino a quelle del Duomo alzato un palco ricco di tappeti e d’ogni magnificenza, sul quale andassero fuori della calca egli e tutto l’accompagnamento suo, ch’erano molti Cardinali e Vescovi e Principi ed Ambasciatori e tutta la Signoria, tenendo la coda del papale ammanto il Gonfaloniere Davanzati, che fu da Eugenio per mano di Gismondo Malatesta fatto insignire della cavalleria. Il Papa dipoi recossi a Bologna, venuta di fresco in potestà sua, dopo esservi stato ucciso Antonio Bentivoglio.[301]
Filippo Maria, tentata invano la recuperazione di Genova, fece che tutte le forze sue con Niccolò Piccinino venissero innanzi per la riviera di Levante verso allo Stato dei Fiorentini. Aveva mandato prima sotto Pietrasanta due suoi minori capitani, Cristoforo da Lavello e Luigi dal Verme, che si ritrassero per comandamento dello stesso Duca. Ma il Piccinino occupò Sarzana de’ Genovesi ed alcune terre che la Repubblica di Firenze avea sulla Magra; donde poi venne a fermarsi in Lucca, mostrando intenzione d’andare nel Regno. Nè per essergli negato il passo, rompeva di subito il Piccinino la guerra; nè i Fiorentini, che inviarono a Pisa Neri Capponi con quante forze aveano in pronto, vollero altro che porsi in guardia contro ogni assalto da quella parte. Era il conte Francesco Sforza allora ai servigi del Papa, ed a Cosimo già molto amico: lo aveva questi con grande onore accolto in Firenze, dove ebbero giostre nella piazza di Santa Croce, balli di donne in quella dei Signori. Dipoi, non senza difficoltà e patti di non andare in Lombardia nè muovere guerra contro al Duca di Milano, concesse Eugenio venisse il Conte ai servigi dei Fiorentini. Poneva il campo questi a Santa Gonda con cinque mila cavalli e due mila cinquecento fanti: il Piccinino all’incontro aveva sei mila cavalli con minore numero di fanti. Non fecero mossa i due famosi Capitani, l’un l’altro osservando; e anche tenuti in aspettazione dai negoziati che non cessavano tra il Papa e il Duca: infinchè a mezzo il verno, ad un tratto, il Piccinino, avuta speranza di occupare Vico Pisano, muoveva per là; di dove respinto, correa la campagna già come nemico. Dipoi assaliti altri minori castelli, andò poderoso in Garfagnana, ponendo il campo sotto alle mura di Barga. Per il che essendo ogni rispetto cessato, la Repubblica ordinava al Conte ed a Neri soccorrere Barga. Andarono, e diedero grave percossa al Piccinino, costretto ritrarsi quasi che rotto in Lunigiana; d’onde egli dovette quindi passare in Lombardia, perchè i Veneziani, veduto la guerra dal Duca essere cominciata, mandato aveano in Ghiaradadda Giovanni Francesco da Gonzaga loro capitano, che molto stringeva le terre del Duca. I Fiorentini poichè viddero questo impegnato in Lombardia, e Lucca, che s’era per lui dichiarata, sprovvista essere d’altro aiuto, tornarono al solito prurito d’avere quella città: del che Cosimo de’ Medici ardeva di voglia, perchè se il governo degli Ottimati acquistò Pisa, voleva pur egli ornarsi di qualche splendido acquisto alla Repubblica; oltrechè a lui faceva bel gioco avere gli ufizi in Lucca e le terre dei Lucchesi da dividere ai suoi partigiani; e con quella esca, da altri non tocca, un maggior numero guadagnarsene. Anche tra ’l popolo quella guerra avea però sempre grande favore, ed alla spesa tutti concorrevano in quei principii alacremente.[302] Nel mese d’aprile 1437 il Conte Francesco muoveva l’esercito; e prima andato a recuperare Sarzana e Lavenza, e alcune terre di Lunigiana o genovesi o fiorentine, prese facilmente Viareggio e Camaiore ed altri luoghi,[303] mentre che i Lucchesi tenevansi chiusi nella città, confidando questa potere guardare per le sufficienti forze che avevano dentro e perchè il popolo tutto intero vegliava geloso alla cittadina libertà. Laonde l’esercito dei Fiorentini avendo fatto nel piano di Lucca quei maggiori danni che poteva col guastare i campi allora coperti di grano e di biade, tagliare le viti, e dei bestiami fare preda,[304] volgevasi tosto alla espugnazione di Monte Carlo, castello tenuto infino allora come difesa e guardia di Lucca; ma fatta piccola resistenza, cedeva: e fu quello il termine ultimo alle cupidigie fiorentine, per gli accidenti che indi avvennero.[305]
I Veneziani avendo a petto in Ghiaradadda il Piccinino, ed essi rimasti senza Capitano, perchè il Gonzaga mutando parte era passato ai soldi del Duca, facevano istanza per avere Capitano di tutta la guerra in Lombardia Francesco Sforza. Il che ai Fiorentini dispiaceva molto, vedendo fallire a questo modo l’impresa di Lucca, della quale aveano tanta passione: ma erano soli in tal desiderio, perchè nè il Conte nè i Veneziani per nulla bramavano che la Repubblica acquistasse la signoria di una città la quale aveva per sua difesa più volte aperto gli appennini agli eserciti di Lombardia. Era il Conte rattenuto da altri pensieri, non volendo egli con l’impegnarsi oltrepò lasciare esposti alle aggressioni gli Stati suoi nella Marca;[306] e avendo poi sempre gli occhi a Milano, della quale il Duca facevagli innanzi balenare con fine arti la successione: strumento a quei giuochi di vile astuzia essendo la misera e tuttora giovinetta Bianca Maria, figlia sola ed erede, benchè illegittima, al Duca Filippo. Laonde lo Sforza tergiversava: ed una volta, per certi ammenicoli che i Fiorentini inventarono ed ai Veneziani poco soddisfecero, consentì andare fino a Reggio; dove un ambasciatore veneziano, Andrea Morosini, avendogli protestato pigliasse la guerra di là dal Po francamente, o la Repubblica gli torrebbe la paga e il comando; venuti insieme a grave alterco si separarono, e lo Sforza ripigliava la via di Toscana, allora prestando più facili orecchie alle insinuazioni di Filippo. Alla Repubblica di Firenze parea male stare; e lo stesso Cosimo de’ Medici andava ambasciatore a Venezia, sperando col caldo dell’amicizia a lui mostrata dai Veneziani potere a questi persuadere, provvedessero che il Conte non si accordasse col Duca, dal che verrebbe pericolo grave egualmente alle due Repubbliche; intanto lasciassero (qui era la somma di tutto il negozio) fornire al Conte l’impresa di Lucca. Ma il Doge Francesco Foscari gli replicava, bene conoscere il Senato le forze sue proprie e quelle degli altri Stati d’Italia, non essere usi i Veneziani pagare coloro che ad essi non servivano, nè avere voglia di fare crescere il Conte Francesco a loro spese: in quanto a Lucca, i Fiorentini provvedessero; per sè, non capire qual motivo avessero d’entrare con loro in cosiffatti ragionamenti.[307] Così fu Cosimo ributtato, senza che potesse ai Veneziani mai cavare altro di bocca: donde egli principiò ad alienarsi da loro;[308] e avendo in quel mentre le arti del Duca tirato a sè Taliano da Forlì, che per lo Sforza teneva la Marca, questi pauroso di perderla, o doverla guardare da sè, concluse l’accordo col Duca, e costrinse i Fiorentini ad accettare la pace con Lucca, ritenendo questi per sè Monte Carlo e Uzzano che aveano successivamente guadagnato. Fu buona pace, perchè muniva ad essi il confine inverso Lucca; ma i Fiorentini, che ebbero a male vedersi levata la terza volta in cento anni come di bocca questa città, riempirono Italia con lettere piene di rammarico; e, come nota bene il Machiavelli, «rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere d’aver perdute le cose sue, quanto ebbero allora i Fiorentini per non aver acquistate quelle d’altri.[309]»
Mentre era in Venezia Cosimo de’ Medici, trovò anche nata ivi gelosia per le cose del Concilio, delle quali egli aveva prima tenuto discorso in Ferrara con Eugenio che da più tempo vi dimorava. Imperocchè sedendo in Basilea la Sinodo che doveva essere continuazione di quella in Costanza, pel molto numero che vi era di Prelati tedeschi e per quelle semenze che già nella Germania pullulavano, si andò tant’oltre, che fatto scisma da Eugenio, elessero antipapa sotto nome di Felice V quel Duca Amedeo VIII di Savoia, il quale avendo deposto il governo nelle mani deboli del figlio, viveva irrequieto con le apparenze d’eremita in un suo castello presso al Lago di Ginevra.[310] Laonde Eugenio, riprovando quel di Basilea, aveva intimato un altro Concilio da tenersi in qualche città d’Italia; e perchè non si poteva in Lombardia, per qualche aderenza che era tra ’l Duca Filippo e quel di Savoia e perchè non voleano andare a mettersi sotto all’ombra della Repubblica di Venezia, fu scelta Ferrara. Già s’eran ivi cominciati a radunare; ma per la peste che v’era entrata, ottenne Cosimo si trasferissero in Firenze, con qualche invidia di quella Signoria e amare parole verso i Fiorentini. Voi Papa (dicevano), voi Concilio, voi Lucca, voi tra poco volete ogni cosa.[311] Nel Concilio si doveva trattare d’unione della Chiesa greca alla latina, e l’Imperatore Giovanni Paleologo stretto dai Turchi, e per ogni modo ma invano cercando avere soccorso dagli Stati d’occidente, era con molti de’ suoi Prelati venuto in Ferrara, donde egli ed il Papa ed il Patriarca di Costantinopoli facevano entrata con grande seguito in Firenze negli ultimi di gennaio 1439. Alloggiò il Papa, com’era consueto, nel convento di Santa Maria Novella, dove si tenne il Concilio; e l’Imperatore nelle case dei Peruzzi, allora sbanditi. Cosimo de’ Medici avea in quei due mesi il grado supremo di Gonfaloniere; ed i Fiorentini, quanto soleano essere parchi nelle private cose, tanto più godevano mostrarsi splendidi nelle pubbliche. Fu aperta la Sinodo, alla quale intervennero da centosessanta tra vescovi e abati latini e greci;[312] e gli animi essendo alla concordia inclinati, l’unione tra le due Chiese e sovra esse la supremazia del Papa fu pubblicata con grande solennità e letizia a’ 6 di luglio nel maggior tempio di Santa Maria del Fiore. Moriva in Firenze poco avanti la promulgazione il vecchio Gioseffo Patriarca di Costantinopoli, ed ha sepoltura in Santa Maria Novella. L’Imperatore innanzi di partire fece privilegio e carta solenne al Gonfaloniere Filippo Carducci, e (stando al Cambi) l’avrebbe fatta anche ai Priori, che fossero Conti di Palazzo, portando nelle armi loro il segno dell’Impero, ch’era l’aquila a due teste, con autorità di fare Notari, con dare ad essi anche l’esercizio, e di legittimare i figli naturali. Concesse altresì alla Repubblica esenzioni di gabelle e grazie in tutto l’Impero suo, che estendevasi allora non molto fuori delle mura dove Costantino più di mille e cento anni prima lo aveva condotto. Rimase in Firenze il Papa, ed in seguito appianò le differenze ch’aveano diviso la Chiesa pure degli Armeni da quella di Roma.
La pace che tolse ai Fiorentini l’impossessarsi di Lucca, non avea dato all’Italia requie; la qual non era nell’animo di Filippo, insofferente di vedersi privato di Genova, e dai Veneziani stretto per la possessione ch’aveano acquistata di Bergamo e Brescia: temeva la lega tra essi ed il Papa e i Fiorentini ed il Conte. A questo faceva brillare sugli occhi il vicino parentado, andando sì oltre ch’egli fermava alla cerimonia il luogo ed il giorno, apparecchiava pubblicamente alla figliola il corredo, e al Conte sborsava i trenta mila ducati promessi pagarli nei patti nuziali. Nè di ciò contento, praticava a fine, che messo il Conte in sospetto pei suoi Stati della Marca, mentre attendeva a guardare questi, si tenesse fuori del giuoco e non cercasse recare aiuto ai Veneziani. Bramava puranche staccare il Papa dalla Lega; ai quali effetti il Piccinino ad un tratto sparse come egli si fosse alienato da Filippo dappoich’era questi tutto del Conte, ed al Papa scrisse offrendosi andare contro al Conte nemico suo vecchio alla recuperazione della Marca, facendo guerra per Santa Chiesa. Rimase Eugenio pigliato all’esca, e mandò danari al Piccinino, e gli offerse terre in feudo, a lui ed a’ suoi figli: così occupava questi in breve ora Bologna e Forlì e Ravenna, il Duca gridando che tuttociò era senza sua saputa, e dando ad intendere che, se una volta potesse, farebbe al Piccinino tagliare la testa. Ma questi allora dal canto suo mutato registro, si fece a dire ed a giurare che traditore non era, e che era il Papa che lo accusava a fine di torlo dall’amicizia del Duca, onde era ben giusto ch’egli ed il Duca se ne ritenessero le terre. Così empiva de’ suoi soldati la riva destra del Po, donde impediva ai Fiorentini e al Papa ed al Conte di soccorrere i Veneziani, mentre egli ad un tratto contro essi muoveva l’armi sue insieme a quelle del Duca. Quanto era iniquo e svergognato l’inganno, tanto fu sapiente quella evoluzione di guerra, per la quale il grande condottiero subitamente e senza impaccio varcato il Po, andava a porre l’assedio a Brescia. Spingeva la guerra dipoi fin sotto alle mura di Verona; e se una di queste due città espugnasse, mostravasi certa la ruina dei Veneziani che di per sè non aveano forze sufficienti alla difesa di terraferma. Allora prestarono opera egregia i Fiorentini; i quali sebbene offesi da loro, ma fattisi innanzi a provvedere al comun pericolo, rinnovarono la lega co’ Veneziani affinchè la guerra a spese comuni fosse condotta in Lombardia.[313]
Ma tutta la somma consisteva in questo, che il Conte Francesco passasse il Po; egli peraltro avea l’animo sempre al parentado, e non voleva lasciare esposti i suoi Stati della Marca sino a che le armi del Duca fossero in Romagna. Ai Fiorentini era pericolosa quella passata del Conte, il quale essendo di là dal Po, il Piccinino avrebbe libera l’entrata in Toscana: ma pure scegliendo tra’ due pericoli il minore, inviarono Neri; il quale incontrato lo Sforza nel campo sotto Forlimpopoli, gli dimostrò che, «se i Veneziani perdeano Verona, si abbandonerebbono dello Stato di terraferma, e a lui leverebbero il pagamento; nè i Fiorentini potrebbono soli reggere la spesa; essi medesimi divenuti al tutto inabili a difendersi.» Consentì lo Sforza che Neri andasse ad offerire in Vinegia la sua passata e trattare della via da eleggere. Andava Neri, ed appena giunto, orando innanzi alla Signoria disse: «che avendo esaminate le condizioni loro, s’era nei Consigli della Repubblica di Firenze venuti d’accordo, non essere altro rimedio che nella passata del Conte col suo esercito alla difensione dello Stato di Venezia; che un tale partito bene conoscevano quanto ad essi, che lo proponevano, riuscisse pericoloso, e che i Lucchesi ed i Senesi se gli scoprirebbero nemici, quando vedessero il Conte tanto dilungato: pure, perchè il pericolo non si vince senza il pericolo, consentivano essi a cedere il Conte ai Veneziani; il quale appena fosse avvisato della via da fare, sarebbe mosso.» Nel Senato fu con lacrime di allegrezza quella proposta ascoltata, e dove prima erano abbandonati d’ogni difesa e vestiti a bruno, ripigliarono vigore, e i loro imprestiti migliorarono parecchi per cento. Renderono a Neri ed alla Repubblica di Firenze solenni grazie del beneficio con tali parole, che Neri dichiara come a lui non istesse bene scriverle. Fermata appena la via da pigliare, subito il Conte si mise in via con tutto l’esercito: a’ 20 di giugno era già in Padovana, spiegando i vessilli di Venezia, Genova e Firenze, a lui mandati in segno d’accordo.[314]
Queste cose erano avvenute innanzi che si chiudesse il Concilio: e non è intendimento nostro descrivere i casi vari e memorabili di quella guerra che si combatteva tra due Capitani, i quali non ch’essere i più esperti di quella età, furono maestri di un’arte nuova, secondo che davano le condizioni dei tempi e la qualità delle milizie usate in allora. Trattavano eglino veramente la guerra come arte e quasi a modo di giostra, non correndo essi nè grandi rischi nelle battaglie, nè dalle perdite avendo altro danno da quello in fuori della riputazione. Imperocchè andando coperti i soldati di gravissime armature, pochi erano i morti nelle più grosse battaglie; e gli eserciti dispersi dalla sconfitta e svaligiati, cercando tornare agli usati soldi, stava ogni cosa nel rinvenire chi questi pagasse.[315] Gli Stati, perdendo terreno, perdevano le fonti all’entrate; ma i condottieri faceano vivere i soldati loro a spese dei miseri abitatori dei luoghi dove la guerra si combatteva; e il Capitano ch’avea perduto, se più non trovasse da smugnere quelli che lo avevano condotto, andava a cercarsi più ricco signore, o luoghi non tocchi insino allora, da farvi sacco. Di questa fina arte e iniquo mestiere, solenni maestri erano Francesco Sforza e Niccolò Piccinino: le mosse pertanto di quella guerra, le astuzie, le grandi opere condotte a fin di creare impacci al nemico o a sè agevolezza di marce, sovente inopinate e rapidissime, in tutti quei mesi che andarono fino al verno avanzato, produssero fatti per sè grandissimi, ma per gli effetti che ne seguirono quasi nulli. Intorno a Brescia più volte battaglia; Verona perduta dallo Sforza, e racquistata in quattro giorni; il Piccinino sconfitto, fuggire traverso i nemici, portato, com’era di corpo esile, dentro un sacco da uno de’ suoi, e in pochi giorni tornare in campo più forte di prima.
Infine, parendo a lui che fossero del pari inabili i due eserciti in quelle contrade durante il verno, tornò al pensiero d’assaltare la Toscana, mostrando a Filippo come i Fiorentini sariano costretti a richiamare di Lombardia il Conte o perdersi; e che in ciascheduno di que’ due casi, i Veneziani da sè non poteano nutrire la guerra: al quale consiglio muovevalo in proprio il desiderio di acquistare a sè uno Stato, cacciando Francesco Sforza dalla Marca. Poterono molto appresso al Duca anche le istanze grandissime che faceano Rinaldo degli Albizzi ed i fuorusciti fiorentini, venuti a Milano già prima che il Duca si risolvesse alla guerra, e stati non ultima cagione a fargliela cominciare. Rinaldo, com’era di natura confidente, sperava certissimo in patria il ritorno; ed a Cosimo faceva dire, che la gallina covava. Rispondea questi; male potrà fuori del nido. Un’altra volta gli mandò avviso, che i fuorusciti non dormivano; e Cosimo disse che lo credeva, ad essi avendo cavato il sonno. Ora prometteva l’Albizzi sicuro il passaggio nel Casentino, dove il Conte di Poppi teneva seco amicizia: diceva poi, che dove le armi di Niccolò s’accostassero a Firenze, era impossibile che il popolo, stracco dalle gravezze ed oppresso, non si levasse ad accogliere gli antichi uomini e gli antichi ordini.
In Firenze fu grande sgomento; e quello che dava maggiore sospetto era il pensare che senza un qualche vicino aiuto avrebbe dovuto al Duca parere imprudentissima quella mossa, nè egli era uomo da troppo arrischiarsi. Temeano pertanto che segretamente fosse il Duca sicuro del Patriarca Vitelleschi da Eugenio preposto al governo dello Stato, sì fattamente che mentre il Papa dimorava tuttora in Firenze, costui in Roma era come principe. Temeano cercasse novità in Firenze, intendendosi coi fuorusciti; e quindi con molta diligenza s’adopravano prima a scalzare nell’animo del Papa la fede grandissima che egli aveva nel Patriarca, dipoi mostrandogli come lo avesse egli troppo alto locato da poterne vivere sicuro. A questo fine, cogliendo il tempo, gli misero innanzi una lettera intercetta a Montepulciano, che il Vitelleschi senza consenso del Papa scriveva a Niccolò Piccinino. Laonde il Papa deliberò infine assicurarsi del Patriarca: al quale effetto Luca Pitti andato in Roma, s’intese col Capitano che aveva la guardia di Castel Sant’Angelo. Costui aspettava il destro; ed un giorno che il Patriarca, essendo in sul muovere verso Toscana, gli aveva fatto dire scendesse giù fuori del Castello perchè aveva cose da conferir seco, uscì ad incontrarlo; e in mezzo a discorsi trattolo sul ponte, che mobile era, fece segno ai suoi d’alzarlo: rimasto così prigione ad un tratto quell’uomo infine allora potentissimo, non si seppe più altro di lui. Il Papa mandava poi di buon animo le sue genti alla difesa di Toscana.[316]
Tra ’l Conte frattanto e i Veneziani erano dispareri circa la condotta di quella guerra. Voleva quegli ripassare il Po e scendere verso Toscana dietro al Piccinino, massime dopo avere udito che i figli di Pandolfo Malatesta, i quali erano nella Lega, aveano dovuto venire a patti col Visconti; dal che si temeva che Pier Giampaolo Orsini, mandato con cinquecento cavalli dai Fiorentini in quelle parti, essendo preso e disarmato, le terre del Conte rimanessero senza difesa: questi protestava, che da signore di Stati non volea tornare condottiero. Laonde mandava la Repubblica Neri Capponi ad aggiustare le cose: il quale avendo prima trattato in Venezia con la Signoria, e quindi in Verona col Conte, pareva l’imminenza del doppio pericolo non dare alcun modo che a tutti soddisfacesse; quando venute novelle che i Malatesta non mancherebbero alla fede, e che l’Orsino avea potuto liberamente scendere in Toscana, consentì lo Sforza di rimanere oltrepò, avendo anche dati millecinquecento de’ suoi cavalli a Neri, che seco in Firenze gli condusse, dov’egli giugneva nel mese d’aprile 1440.
E già il Piccinino scendeva in Toscana; della quale non credendo vincere il passo attraverso le alpi di San Benedetto, dove Niccolò da Pisa prode Capitano facea buona guardia, disegnò forzare quello di Val di Lamone, dov’erano genti raccogliticcie, ed alla difesa del castello di Marradi Bartolommeo Orlandini vilissimo uomo, che al primo appressarsi dei nemici fuggì, non prima fermatosi che a Borgo San Lorenzo, e quando già era il Capitano del Visconti con tutto l’esercito entrato in Mugello. Di là scorreva liberamente infino ai poggi di Fiesole; e questi varcati, si era accostato fino a tre miglia vicino a Firenze, avendo fermato il campo a Remole e passato l’Arno, facendo prede e devastazioni fino a Villamagna. I contadini s’erano messi in salvo dentro alle mura della città con le robe loro; i bovi e le mandrie ingombravano le vie; e la penuria, la quale incominciava a farsi sentire, cresceva il tumulto.[317] Nel quale Rinaldo prometteva nascerebbe qualche movimento in favore degli usciti; ma non fu nulla, perchè già tutta la moltitudine dei più infimi stava pe’ Medici, e questi tenevano il governo stretto in mano di pochi, pronti a frenare con la severità chiunque tentasse alzare il capo.[318] Crudele ambascia dovette premere allora l’animo di Rinaldo, che giunto in vista della città sua non ebbe persona che si muovesse per lui; e già era il Capponi entrato in Firenze con le genti di Lombardia, e quindi Piero Giampaolo ed altre genti. Null’altro potendo, Rinaldo faceva istanza perchè andasse almeno il Piccinino all’impresa di Pistoia, la quale fidava condurre col mezzo dei Panciatichi suoi aderenti. Ma quegli che non avea le speranze ostinate di Rinaldo, e non voleva cedere a consigli disperati, pigliava altra via.
La famiglia dei Conti Guidi possedeva da oltre quattro secoli il Casentino, del quale Francesco del ramo da Battifolle teneva allora la signoria col titolo di Conte di Poppi: quivi era e tuttora si vede il palagio di quei Signori, bello ed ornato ed in bel sito, essendo la terra di Poppi nel centro del piccolo principato, ma lieto per la freschezza dei luoghi e la vigoria degli uomini; oltrechè abbondante di forti castelli nelle pendici dei colli o nei gioghi degli appennini che soprastanno a quella provincia. Quel ramo dei Conti Guidi aveva seguitato dai primi tempi la parte guelfa, talchè dipoi vissero in grande amicizia con la Repubblica di Firenze. La quale poichè ebbe esteso il dominio così da cingere poco meno che da ogni lato il Casentino, rendevasi quella amicizia necessaria più e più sempre ai Signori del piccolo Stato, rimasti soli in mezzo a tante baronie distrutte; cercavano che alla Repubblica paresse d’avere nei Conti un vicario. S’aiutavano anche di matrimoni pei quali a sè procacciassero appoggio di qualche potente signore, e il Conte Francesco avea maritata una sua figlia al Fortebraccio, che fu principio ad alienarlo dalla Repubblica per le cose che tosto vedremo. S’aggiunse dipoi altra cagione di mali umori verso Cosimo dei Medici, il quale avendo prima trattato di maritare il figlio suo Piero ad una figliola del Conte di Poppi, ruppe le pratiche perchè a Neri e ad altri amici di Cosimo non piaceva questo imparentarsi con signori che avessero Stati.[319] Cosimo, perch’era signore di fatto, dovea fuggire ogni apparenza che fosse contraria alla civile egualità. Per queste cagioni il Conte di Poppi era tutta cosa di Rinaldo degli Albizzi e della sua parte, ai quali si diede in braccio da quando il Piccinino entrò in Toscana così da fidare alla vittoria di quello le sorti sue, che fu cagione a lui di ruina. Ma quanto a me tengo che in fondo a ogni cosa stesse la certezza che la Repubblica ad ogni modo avrebbe voluto ingoiarsi il Casentino: il ch’egli cercava prima evitare legando a sè col parentado la Casa Medici; e poi fallito questo disegno, non ebbe più altro che da sperare nella vittoria dei fuorusciti, a sè obbligandoli per un beneficio di tanto più grande quanto era a lui più arrischiato. La Repubblica pur nonostante lo aveva eletto suo Commissario, e datogli bombarde per la difesa; ma egli chiamava le armi ducali nel Casentino: dove entrato il Piccinino, prese alcuni minori castelli, e quindi Bibbiena che si teneva pei Fiorentini. Ma trovò intoppo grandissimo e fuori d’ogni sua credenza nella piccola fortezza di Castel San Niccolò, alla quale poneva assedio e con ogni ingegno di guerra e con ogni crudeltà sforzandosi d’espugnarla, rimasero le sue genti sotto a quelle anguste ma forti mura ben trentadue giorni; che fu salvamento alla Repubblica.[320] Perchè avendo quella dimora infruttuosa del Piccinino lasciato tempo che giungessero soldati in copia, e che ogni maniera di provvigioni nella città si facesse; al Piccinino venne a mostrare che la impresa di Firenze, non sovvenuta da commozioni civili, riusciva impossibile. Ben avrebbe il Conte di Poppi voluto che egli dimorasse tra que’ monti, ma non erano luoghi da farvi stanziare un esercito: il Piccinino gli rispose, che i suoi cavalli non mangiavano sassi; e avendo già fatta risoluzione di tornare in Lombardia, prima s’accostava ai monti per la Valle Tiberina, e quindi pigliandogli vaghezza di rivedere la patria sua, fece con pochi soldati entrata in Perugia, magnifica sì ed acclamata da’ cittadini, ma tosto seguìta da cosiffatte dimostrazioni che a lui parve bene uscirne, perchè dava ombra a molti l’avere in casa un tanto grande concittadino; il quale sapevano quanto si struggesse di acquistare anch’egli una qualche città in possessione. Tornando, faceva sopra Cortona qualche disegno; ma fu la congiura dei malcontenti nella città scoperta bentosto; e Niccolò venne con tutto l’esercito a porsi nel Borgo di San Sepolcro, per indi pigliare la via dei monti e ricondursi in Lombardia.
Innanzi però, ed egli bramava molto di onorare le armi sue con qualche fatto, e i fuorusciti vivamente a ciò lo pressavano, e l’occasione pareva buona perchè l’esercito dei nemici avendo più capi e più voleri, l’autorità dei Commissari Neri Capponi e Bernardetto dei Medici era da credere fosse attraversata: per la Chiesa era il Cardinale Scarampi, nuovo patriarca d’Aquileia, con titolo di Legato; ed i soldati di Lombardia scesi ubbidivano a Pier Giampaolo Orsino ed a Micheletto Sforza Attendolo. Aveano fermato il campo sul colle che ha in alto il forte castello d’Anghiari, di dove stendevasi per l’ampia pendice la quale discende giù verso il Tevere, sito bene scelto:[321] ma il Piccinino si fidò coglierli trascurati un giorno di festa, a’ 29 giugno che è dì di San Pietro, e quando il caldo era grandissimo, quattro ore innanzi al tramontare del sole.[322] Il che a lui sarebbe venuto fatto se Micheletto, vecchio capitano, da un polverio ch’egli scorse di là dal Tevere accostarsi per la strada che da Borgo San Sepolcro conduce ad Anghiari fatto certo d’avere battaglia, non avesse chiamato alle armi il campo, che in fretta potè ordinarsi. Il Tevere ha un ponte, che il Piccinino passò a furia co’ suoi; ed avendogli affoltati giù nella pianura, fece impeto sopra i primi nemici che erano discesi, i quali cedendo e pel terreno che saliva congiugnendosi man mano alle squadre che sopravvenivano, fu per tre ore varia fortuna, senza che potessero nè il Piccinino rompere l’oste dei collegati che in largo sito poteano muoversi ordinatamente, nè questi forzare il passo del fiume sin verso sera. Ma non sì tosto furono i Ducheschi costretti a ritrarsi sull’altra ripa, qui la difesa era tutta impedita da fosse ed argini e vie strette, nè il Piccinino che non potè raccogliere in grossa mano i soldati suoi, ebbe agio di fare degna resistenza. Fu grande la rotta, preso lo stendardo del Capitano, i prigionieri molte centinaia, tra’ quali erano uomini di qualità; ma sempre i numeri noi dobbiamo tenere mal certi; tremila sarebbero i cavalli venuti in potere dei vincitori. Il Piccinino s’andò a chiudere nel Borgo San Sepolcro con forse millecinquecento cavalli, tra buoni e cattivi e quelli da carriaggio. Di là non aveva l’uscita libera, e sarebbe stato anch’egli preso; ma i Commissari, benchè facessero la mattina dopo infino a terza il possibile, non trovarono un condottiero che gli seguisse, perchè i soldati attendevano alla preda, e spogliati i prigioni gli lasciavano andare in farsetto; tanto vili erano quelle guerre: Niccolò Piccinino in sulla terza muoveva per tornare in Lombardia.[323] Quella battaglia assicurava lo stato dei Medici, avendo levati d’ogni speranza i fuorusciti, i quali dipoi non fecero mossa: di Rinaldo degli Albizzi sappiamo, che essendo ito a visitare il Santo Sepolcro, moriva in Ancona l’anno 1442: aveva sposata una figliola sua ad uno dei Gambacorti cacciati di Pisa.[324]
Essendo rimasto vuoto il Borgo San Sepolcro, i Commissari della Repubblica l’occuparono. Era quella terra ai Fiorentini già stata offerta dal Conte di Poppi, che vi teneva ragioni per la figliola sua stata moglie al Fortebraccio. La Repubblica rispose allora di non volersene impacciare per rispetto del Papa che aveva in casa, ma si fece raccomandatrice delle ragioni del Conte presso ad Eugenio che non voleva sentirne parlare. Questi allora diede Borgo San Sepolcro in deposito alla Repubblica di Firenze: dopo la battaglia, tra’ Commissari e il Legato fu qualche vertenza con male parole;[325] ma infine il Papa, bisognoso di danaro, lasciava occupare per venticinquemila ducati d’oro Borgo San Sepolcro come pegno ai Fiorentini, nei quali rimase. Subito dopo la vittoria, Bernardetto dei Medici andato a Monterchi, aveva avuto a patti la possessione di quella terra da una madonna Alfonsina o Eufrosina, figlia del Conte di Montedoglio e vedova di Bartolommeo da Pietramala con tre figlie da marito. Dissero a lei: «se aveste atteso come donna al governo della famiglia, non avreste ora perduto lo Stato vostro.» Ma i signori de’ castelli avevano sempre gli occhi al Duca di Milano, protettore e capo di quanti erano per l’Italia continuatori di signorie al modo antico ghibellino. Rispose la donna: «che avea fatto quello gli era ito per l’animo, e che sperava nel suo signore Duca di Milano, che aveva assegnato a lei millecinquecento ducati d’oro all’anno, e dal quale avrebbero essa e le figlie sue buono stato.» «Saranno di quelli del Re Erode,» a lei replicarono i Fiorentini motteggiatori.[326] Rimaneva da punire il Conte di Poppi; al che andò Neri con alcune centinaia di soldati sotto Niccolò da Pisa. Avuta Rassina per minaccie, poneva il campo intorno a Poppi, dov’era il Conte che per mancanza di vettovaglie in capo a pochi giorni trattò di resa; per la quale essendo egli disceso giù sul ponte d’Arno ad abboccarsi con Neri, la prima cosa ch’egli disse fu: «potrà egli essere che i vostri Signori non mi lascino questa casa, la quale è nostra da novecento anni? (la boria e le false carte facevano raddoppiare gli anni): del resto, fate quello volete.» Rispose Neri: «pensate ad altro, chè voi non avete tenuto modi che i miei Signori vi vogliano per vicino. Vorrebbono volentieri che voi foste un grande signore nella Magna.» E quegli: «ed io desidererei voi più là.[327]» Io me ne risi, aggiunge crudamente Neri: e il Conte partivasi dal luogo antico de’ padri suoi, co’ figli e le figlie,[328] e portando seco trentaquattro some di roba. Tutto il Casentino entrava così nel dominio della Repubblica, la quale premiava Neri e Bernardetto di ricchi doni, avendo offerto anche di onorarli della cavalleria, che rifiutarono.
L’assenza del Piccinino riusciva più grave al Visconti che forse non s’era questi figurato; e bene si vidde che almeno da parte del Duca tutto il fondamento di quella mossa non era stato che nella credenza di richiamare Francesco Sforza alla difesa della Toscana e delle proprie sue terre: dipoi l’impegno già preso e la mossa cominciata e le speranze de’ fuorusciti fecero il resto. Ma in quel mentre che il Piccinino era in Toscana, essendo le forze del Conte superiori ed egli uomo da bene usarle, aveva questi per grande vittoria avuta a Soncino sopra l’esercito milanese, liberato dall’assedio Brescia, cacciato i nemici d’intorno a Bergamo; e il naviglio che il Duca teneva sul Lago di Garda essendo già prima stato distrutto dai Veneziani, il Conte Francesco s’era impadronito di Peschiera sul Lago e d’altri luoghi. Al che il Visconti, cui pareva essere in grande pericolo, faceva ricorso agli usati rimedi; e per mezzo del marchese Niccolò da Este mandò ad offrire al Conte la pace e le nozze della figliola. Dal che ottenne che il rimanente dell’estate andasse la guerra più lenta, perchè i Veneziani, dubitando sempre dello Sforza, si tenevano corti nel fargli le provvigioni: e dall’altra parte già essendo tornato il Piccinino in Lombardia, passò la state, e gli eserciti si alloggiarono per l’inverno. Durante il quale non essendo però del tutto cessata la guerra, questa ripigliavano i due Capitani con forze maggiori nella primavera. Avvenne che essendo andato il Conte alla espugnazione del forte castello di Martinengo, ed il Piccinino con tutto l’esercito essendo accorso alla difesa, mentre ciascuno dei Capitani, usando sua arte, cercava pigliare vantaggio sull’altro; il Piccinino, cogliendo il punto quando era dal Conte lasciato sprovvisto il luogo d’ond’egli potea trarre vettovaglie, l’occupò, e tosto quivi essendosi affortificato con fossi e tagliate, metteva il nemico in tal condizione che dare l’assalto gli era impossibile, e a starsi fermo era per la fame costretto d’arrendersi. Ma nacque caso per cui si vidde quali si fossero quelle guerre, dove nè i Principi avevano mai sicurezza dei loro eserciti, nè i Capitani di sè medesimi a fronte a coloro dai quali erano assoldati. Il Piccinino, che aveva in pugno sì grande vittoria, ponea condizioni al Duca e scrivevagli già essere vecchio e non avere terra che fosse sua dopo tanti servigi da lui prestati allo Stato di Milano; volere ritrarsi, e non avere luogo nemmeno da porvi il corpo suo: altri dei Capitani del Duca d’accordo facevangli eguali domande. E questi, per subito dispetto volendo cedere al nemico piuttosto che a’ suoi, e avendo la scusa del matrimonio della figliola, mandò a profferirne questa volta per davvero la celebrazione al Conte; la quale indi a pochi giorni si fece in Cremona, città che rimase al genero in dote. A questo modo la guerra essendo fatta impossibile, dappoichè lo Sforza più non la voleva, l’altro non poteva, la pace divenne ai collegati necessaria. Della quale essendosi lungamente trattato in Venezia, arbitro lo Sforza, si conchiuse ai 20 novembre 1441 in Cavriana, riavendo ciascuno, secondo l’usanza, quello che aveva prima, e il solo Gonzaga cedendo Peschiera ed altre minori terre ai Veneziani, i quali accertarono per quell’acquisto a sè il dominio sul Lago di Garda. Ma per segreti articoli fu inteso che il Duca tenesse quel ch’egli occupava in Romagna della Chiesa, e di più avesse (così almeno io trovo scritto) Perugia e Siena; il Conte aggiugnesse alla signoria che aveva nella Marca gli acquisti che intorno si facessero o del Reame di Napoli o degli Stati ecclesiastici: per il che il Papa, solo malcontento, gettò alte grida e ricusò di sottoscrivere il trattato; donde ebbero seme le guerre che tosto (com’era solito) si raccesero.[329]
Capitolo II. INTERNE COSE DELLA REPUBBLICA. — BALÌA DEL 1444. — GUERRA DEL RE ALFONSO IN TOSCANA. — GUERRE IN LOMBARDIA. [AN. 1441-1450.]
Mentre la pace si negoziava, un atroce fatto avvenne in Firenze, del quale i motivi in parte avvolgonsi nel mistero: noi ne diremo fin dove giunga la nostra contezza. Gli affetti popolari, le ire di parte, e tutte insomma quelle passioni che sono di molti, nate all’aperto e alimentate da grandi cagioni, hanno in sè stesse uno splendore per cui si mostrano evidenti; le vie tortuose delle ambizioni private riescono tanto a rintracciare difficili, quanto a discorrere fastidiose. Baldaccio d’Anghiari, capitano di fanti espertissimo, giovane tuttora di grande animo e feroce in guerra,[330] non si era per anche inalzato al pari dei sommi e più fortunati condottieri per esser l’arme delle fanterie tenuta di grado inferiore; ma per la grande estimazione goduta tra quelle si credeva che se la fortuna a lui arridesse, potrebbe egli formare di tale arme un esercito da contrapporre forse ai maggiori di quella età. Era Baldaccio ai servigi della Repubblica, e si ritrovava allora in Firenze quando pei mesi di settembre e ottobre 1441 fu tratto la seconda volta Gonfaloniere di Giustizia Bartolommeo Orlandini svisceratissimo di Casa Medici, e quello stesso che noi vedemmo avere aperto al Piccinino vilmente il passo di Marradi; del che era egli stato e con parole e con lettere da Baldaccio vituperato. A’ 6 settembre, quando era entrato l’Orlandini di pochi giorni in ufizio e quasi che fosse scelto a quel fine, mandò a chiamare Baldaccio in Palagio; il quale andato, e mentre col Gonfaloniere discorrendo passeggiavano su e giù per l’andito della Signoria; usciti ad un tratto da un camera vicina certi soldati che l’Orlandini aveva fatti segretamente venire dall’Alpe, uccisero Baldaccio con molte ferite: poi gittato il corpo dalla finestra che dava in Dogana, quivi per bullettino mandato al Capitano gli fu mozzata la testa; ed egli dopo la morte fatto rubello e gli averi suoi messi alla Camera. Di lui rimase la moglie Annalena dei Malatesti e un piccolo figlio, il quale venuto anch’egli a morte, l’Annalena virtuosa donna fece monastero della sua casa, e rinchiusa quivi con più altre nobili femmine, visse santamente; di lei essendo rimasta in Firenze memoria onorata, e il monastero continuato fino ai primi anni di questo secolo.[331]
Per tutta Italia di quella morte fu grande rumore; ma quali colpe o false o vere se gli apponessero contro, non bene sappiamo.[332] Di un saccheggio dato senza ordine della Repubblica a Suvereto, abbiamo cenni:[333] altro motivo troviamo pure, cioè l’aver egli cercato di torre Piombino alla donna degli Appiani, che n’era signora; del che ripreso, avrebbe risposto superbamente ai Priori.[334] Ma ciò dovette essere stato più mesi innanzi, nel gennaio di quell’anno stesso, nel quale tempo Neri Capponi andava a posare la cosa di Piombino e di Baldaccio, correndo sospetti che i Senesi ed altri cercassero di levare la donna e Piombino dalla divozione della Repubblica di Firenze.[335] Altra cagione vi ebbe però assai più forte e verosimile: era Papa Eugenio tuttora in Firenze; il quale nel maggio di quell’anno stesso aveva condotto contro a’ Bolognesi Baldaccio,[336] ed ora segretamente volea mandarlo ad assalire nella Marca Francesco Sforza, al quale effetto gli aveva sborsato già ottomila ducati d’oro. Ciò era stato il giorno stesso che precedette alla uccisione di Baldaccio; della quale Eugenio pigliò tanto sdegno, che a stento poterono i Fiorentini rammorbidirlo per l’opera di Giannozzo Manetti, uomo probo ed in lettere di molta fama.[337] Avrebbe pertanto quella morte giovato allo Sforza sì contro ai timori per lo Stato della Marca, e sì perchè io tengo avesse già questi in odio Baldaccio, siccome colui che solo in Italia promuoveva l’arme allora avvilita delle fanterie: così gli guastava come in mano l’arte, e questi temeva che in Italia prevalendo nel guerreggiare un altro modo pel quale gli Stati potessero avere milizie non tutte sotto all’arbitrio dei condottieri, di questi venisse a cadere la fortuna. Lo Sforza e Cosimo già s’intendevano: leggiamo che dubitando Baldaccio se egli si dovesse recare in Palagio sulla chiamata dell’Orlandini, e chiestone Cosimo, fosse da lui rassicurato.[338] Questi ad ogni modo e i suoi lo temeano per gelosie nate da interne cagioni; e Cosimo usava dire, che gli Stati non si tengono co’ paternostri.
Aveva Baldaccio amicizia molto grande con Neri Capponi; e questi per la recente vittoria contro al Piccinino era salito sì alto, che siccome pareva con quella avere salvato lo Stato ai Medici, così dubitavano che s’egli volesse ostare a Cosimo, gli sarebbe agevole torlo ad esso di mano col favore di Baldaccio. Neri ed i più gravi e migliori cittadini male sentivano quel levarsi dall’amicizia dei Veneziani, mettendo lo Stato quasi a discrezione dello Sforza:[339] Neri, oltre alla molta estimazione ch’aveva in città, si era guadagnato con le frequenti ambascerie forti aderenze negli altri Stati; e pel governo delle milizie, molta entratura presso a’ condottieri di queste e ai soldati generalmente. Pareva a Cosimo che egli avesse (come scrive il Guicciardini) forse più cervello che alcun altro in Firenze:[340] e si trova scritto di que’ due primari cittadini, Cosimo essere il più ricco, e Neri il più savio; la quale parola si deve intendere per la conoscenza e per la pratica di più cose in guerra ed in pace. Il molto favore da lui acquistato pubblicamente per vie scoperte, faceva a lui voltare gli occhi di tutti coloro ai quali spiacevano i modi tirannici e le ingorde cupidigie e i pravi disegni della setta che reggeva. A questa pertanto parve essere necessario battere Neri, a lui togliendo di mano la forza che avea da Baldaccio, e insieme mostrare sè stessi potenti e capaci d’ogni cosa, tanto che ognuno pigliasse paura di loro. Il Machiavelli scrive infatti, che per la morte di Baldaccio, Neri venne a perdere reputazione; con che egli intende l’opinione della forza, usando in un modo tutto suo proprio quelle parole le quali importano morale giudizio. Troviamo infatti che Neri essendo, quando fu ucciso Baldaccio, ambasciatore in Venezia con Agnolo Acciaioli, questi solo poi sottoscrisse la pace;[341] e Neri in quel luogo dei suoi Commentari cessa ad un tratto di porre innanzi il nome suo, nè per due anni poi troviamo a lui data ambasceria o commissione. Ma dopo quel tempo sembra essere stata tra Cosimo e lui saldata ogni cosa; e questi tornava, come nulla fosse (ignoro s’io debba per lui dolermene), all’antico grado.[342]
Per questo e per altri minori fatti si vede come un po’ di terrore apparisse necessario di tratto in tratto a quel reggimento, sebbene portato dai minuti uomini che ad esso erano larga base, ed assicurato con l’avere in mano le borse e le gravezze, o in altri termini, la Repubblica e le private fortune di tutti i singoli cittadini. Alla Balía del 33 aveano fatto riserva che non potesse nè muovere le borse nè abolire il Catasto; ma quella del 34 non ebbe limite, e bentosto le borse s’empirono di uomini disperati, che per ingiurie patite o per cupidigie nuove erano pronti alle offese ed alle rapine. Il Catasto fu annullato, perchè a quella parte che tutto reggeva l’egualità non si conveniva; ma un altro modo si rinvenne, ch’era di genio delle moltitudini; i Ciompi nel 78 l’avevano chiesto, e ai Medici fu continua regola nell’imporre tasse. Pigliando a norma l’antico Estimo, le quote assegnavano con tal proporzione che fosse minima nelle poste minori, e andasse via via progredendo su per una scala (così l’appellavano) congegnata con gran sottigliezza, talchè se i poveri (a modo d’esempio) pagassero della loro rendita il mezzo o l’uno per cento, i ricchi pagassero il due il tre il quattro e più: ma questa era un’arme intesa a battere gli avversari, perchè ogni volta pochi dei più confidenti venivano eletti a porre le tasse; delle quali era norma l’arbitrio o, come dicevano, la discrezione e coscienza degli ufiziali preposti al reparto. Vero è che un balzello di sessanta mila fiorini, posto su’ primi dell’anno 1441, apparve distribuito con giustizia, essendo la maggior parte andata su’ ricchi e sopra coloro stessi che tenevano lo Stato.[343] E un’altra gravezza del 1443, a questo effetto regolata sottilmente, ebbe nome la Graziosa; ma che a molti fosse graziosa non credo.[344] E se anche il modo paresse buono al maggior numero, riusciva il peso a tutti esorbitante. Aveano posto in poco tempo ventiquattro gravezze, a quattro a sei per volta, metà delle quali nel solo anno 1442 produssero centottanta mila fiorini d’oro.[345] Fecero anche un’altra legge, la quale importava ricercare gli arretrati a quelli che avessero pagato meno del loro giusto.[346]
Venivano anche i poveri a soffrire, oltrechè dall’assenza di tante famiglie sbandite, dall’avere molti degli antichi cittadini abbandonata la città, recatisi in villa per torsi dinanzi alla perversità dei nemici loro, e per non potere più reggere le gravezze, nella speranza di fuggire così anche la prigionia delle Stinche, alle quali era condannato chi non pagasse. Fecero legge che i morosi dannava al confine, e alcuni v’andarono: «ma due volte l’anno correvano messi e berrovieri in campagna, votavano le case, toglievano le ricolte, logoravano gli alimenti; e niuna di queste valute era posta a piè della ragione del debitore,» perchè andavano in via di penale. Quei di città si ridevano degli andati in villa, e gli chiamavano i cittadini salvatichi. Gli antichi di schiatta vituperavano i nuovi uomini venuti pel favore dei potenti a stare in città, e a questi davano nome di villani raffazzonati.[347] Chi aveva debito di gravezze e nel tempo stesso crediti inverso al Comune, gli mettevano il credito in polizze, le quali per non essere venuta la scadenza non erano ricevute. I cagnotti del reggimento e i minuti amici di esso (questi appellavano del secondo pelo) coglievano al canto i possessori di quelle polizze, e le compravano chi il quarto e chi il quinto della valuta; che ad essi, perchè erano dei favoriti, venìa pagata per intero; e così molti si arricchirono.[348] A questo modo Puccio Pucci, venuto su dalla povertà della merceria, avea in poco tempo accumulate grandi ricchezze. Comprava a prezzo bassissimo i crediti inverso il Comune di coloro i quali per la povertà o per essere tenuti avversi allo Stato non potevano farli valere; così ebbe dal Comune in sette anni cinquantaquattromila fiorini d’oro: altri cittadini, domestici a’ Medici o agli altri potenti, erano venuti abbondantissimi di ricchezze.[349] Studio dei Medici pare fosse rendere povera la Repubblica ed i cittadini ricchi.
Ma quei che soffrivano delle rapine e che vedevano mai queste in addietro non essere state tanto gravi, rimpiangevano lo stato degli Albizzi. Dicevano questo governo puccinesco essere di più amaritudine che mai alcuno altro, passando d’ingiurie e di torti i recenti e gli antichi. A chi si doleva, gli statuali obiettavano la durezza delle antiche leggi, per le quali a chi non pagasse le multe o gravezze era pena della testa: ma rispondevasi che per quelle a niuno tolsero la persona, perchè quella pena che più si scosta dalla natura è più difficile a pagare. Ed aggiungevasi: «voi avete annullato il Catasto per iscostarvi dal convenevole della gravezza. I vostri emuli eccettuarono due cose, le quali ci fanno certissima fede che la rovina della città al tutto non volevano. L’una cosa fu, che il Catasto stesse fermo; e l’altra, che le borse non si rimuovessero. Ma voi toglieste l’egualità del Catasto, e dite: che differenza è dal governatore al governato, se non che il governatore comanda e il governato è fatto ubbidire? Chi fia quegli che ci ubbidisca, se il Catasto vegghia? noi avremo a ubbidire la legge; e se il Catasto annulliamo, la legge e gli uomini ubbidiranno noi, e così noi saremo signori.» Ma questo appunto non volevano gli offesi, e dicevano: «voi vendete i luoghi tolti ai miseri cittadini; voi rompete i testamenti; voi, con offesa della libertà del Monte e della pubblica lealtà, fate che mentre l’università de’ cittadini non hanno le loro paghe, i maggiorenti siano interamente pagati; dal che il credito si viene a perdere, che pure è nerbo della Repubblica.» Era in Firenze il Monte delle Doti, nel quale faceansi depositi in testa delle fanciulle, donde avessero con certe regole al tempo del loro collocamento una dote; e se la fanciulla moriva innanzi d’andare a marito, il padre lucrava la metà della dote che avrebbe la figlia avuto in ragione del fatto deposito. Ma qui pure aveano, secondo si legge, posto le mani, sebbene fosse cosa sacrosanta; e quelle doti non si pagavano, col dire «che il Comune era in troppa necessità: non avendo riguardo che niuna mercanzia è tanto pericolosa a sostenere, quanto è nelle fanciulle il fiore della giovinezza.[350]» Così giuste erano le lagnanze.
Per gli ordini posti nel 34 si dovevano ogni cinque anni rifare le borse e rinnovare gli squittinii; il quale termine essendo venuto per la seconda volta l’anno 1444, e la città molto trovandosi infetta di mali umori, e la pazienza dei molti oppressi e degli invidiosi venuta al termine ancor essa, avvenne che molte fave fossero date ai parenti degli usciti e ad altri sospetti: lo chiamarono lo squittinio del fior d’aliso, questo fiore essendo bello a vedere, ma poi riesce putrido e fetido a odorare. Così avvenne di quello squittinio, imperocchè Cosimo e gli amici suoi, veduto che molti di contrario animo erano entrati nelle borse, cassarono quello ch’era stato fatto, avendo i Collegi con l’aggiunto di circa dugento cinquanta cittadini ripreso balìa di riformare la città di squittinii e di gravezze e d’ogni cosa. Prolungarono agli sbanditi il termine del loro confino per altri dieci anni; molti confinarono di nuovo, cavandoli dalle Stinche, dove erano prigioni, e a queste ricondannarono un Giovanni Vespucci, che già prima eravi stato chiuso: posero a sedere i Mancini, i Baroncelli, i Serragli, i Gianni, eccetto di quelle case alcuno che tralignasse, ed un Ridolfi ed il figlio di ser Viviano delle Riformagioni, e Francesco della Luna, il quale era detto avere fatto il Catasto, e Bartolommeo Fortini, uomo di grande bontà, e più anni dopo restituito:[351] in tutto dugentoquarantacinque cittadini. Cassarono ser Filippo Pieruzzi Cancelliere: fecero i dieci Accoppiatori, i quali durassero quanto era il tempo delle borse dello squittinio. Questi, innanzi che si facesse la pubblica tratta, dovevano scegliere chi avesse a sedere nei seggi delle magistrature: così ogni cosa che il popolo e la Balìa avessero fatto, veniva sottoposto al parere di quei dieci. Tra’ quali erano Alamanno Salviati e Diotisalvi Neroni e un Soderini ed un Martelli, e con essi uomini recenti e veniticci, anima e corpo di coloro su’ quali vivevano, e pronti e rotti ad ogni cosa.[352] Per questi modi pareva a Cosimo ed a’ suoi d’aversi assicurato lo Stato; il quale volendo meglio ordinare di tutto punto, cosicchè nulla facesse difetto o pericolo nell’avvenire, crearono l’anno dipoi 1445, quando Cosimo de’ Medici la terza volta era Gonfaloniere, otto cittadini a rivedere i libri delle antiche Riformagioni e racconciare quanto a loro potesse dar noia, notando altresì quello che fosse nell’avvenire da provvedere con le Balìe. Tra questi otto era Neri Capponi, già bene allora riconciliato.[353]
Non era per anche (siccome dicevano) rasciutto l’inchiostro della pace sottoscritta nel fine dell’anno 1441, e questa si venne a turbare perchè Fiorentini e Veneziani erano soli a volerla, cadendo sovr’essi tutto il peso delle guerre. Ma il Papa cercava, come già notammo, guastare i disegni segreti che avessero tra loro accordati il Piccinino e lo Sforza; e quando per opera dei Fiorentini pareva che fosse Eugenio rassicurato, un’altra cagione di muovere guerra veniva dai fatti i quali compievansi in quel mezzo nel Reame. Quivi era disceso Renato d’Angiò, che si teneva di quello stato legittimo re, ma dopo svariate fortune veniva dalla virtù militare del re Alfonso d’Aragona condotto in termine che la sola città di Napoli rimaneva in sua possessione. Quindi, al sentire la pace fatta in Lombardia, Renato chiedeva aiuto al Conte suo amicissimo, a lui promettendo restituire le terre e le baronie di Puglia, delle quali Alfonso lo aveva privato; premi gloriosi che il primo Sforza si aveva acquistati col valore del suo braccio. E il Conte Francesco a quella impresa correva, quando Alfonso eccitando la gelosia del duca Filippo, la quale non era per nulla cessata nonostante il parentado, lo indusse a voltargli contro il Piccinino; del che gli faceva istanze anche il Papa sperando nel cozzo tra’ due condottieri levarseli a un tratto entrambi d’addosso. Calato pertanto Niccolò dalla Romagna, metteva il Conte a dure strette; i Fiorentini, ch’aveano proposito di non entrare in quel ballo ma privatamente sovvenivano lo Sforza di molto danaro, due volte condussero questi e il Piccinino a fare tra loro accordi solenni, ma tosto violati perchè da Eugenio mai non voluti ratificare; talchè la guerra nella Marca ed in Romagna più mesi durava con vari accidenti. Renato in quel mezzo perduta avendo anche la città di Napoli, dove era entrato il re Alfonso per quello stesso acquedotto (pel quale vi era entrato novecento anni prima Belisario); uscì dal Reame e venne in Firenze, dov’era il Pontefice, recando con sè un vano titolo e nessuna speranza d’aiuto; sicchè dimorato quivi poco tempo, tornava dipoi nei suoi Stati di Provenza.
Così era Eugenio francato da ogni obbligazione verso l’Angiovino, e aveva le mani più libere contro al principale suo nemico lo Sforza e contro ai Fiorentini ed ai Veneziani, dai quali tenevasi per varie cagioni offeso. Quelli uccidendo con tanta sua ingiuria e sotto gli stessi suoi occhi Baldaccio, aveano mostrato di non sofferire che il Conte perdesse la signoria della Marca: e i Veneziani senza alcun rispetto avevano aggiunto ai loro Stati Ravenna, privandone l’ultimo dei Signori da Polenta, da prima tirato iniquamente a Venezia e di là poi mandato a finire insieme con la famiglia sua nell’isola di Candia. Per queste ragioni deliberò Eugenio voltarsi ad Alfonso e riconoscerlo giusto re, spingendolo contro allo Sforza nella Marca: ma ciò era in tutto alienarsi dalla Repubblica di Firenze, dove essendo nella seconda dimora quattro anni stato, deliberò di partire a’ primi dell’anno 1443. La quale partenza dispiacque al popolo, che aveva dalla presenza del Papa lustro e guadagni;[354] ai reggitori dispiacque per questo e perchè vedevano il Papa, chiaritosi nemico loro, mettersi in mano al Duca ed al Re, grandi avversari della Repubblica: più che mai pungeva l’animo loro che volesse egli fermarsi in Siena, dove null’altro lo riterrebbe che il desiderio di fare onta ai Fiorentini in faccia al mondo apertamente. Quindi nei Consigli fu per molti disputato non si lasciasse partire, prolungandosi la deliberazione per tutta la notte la quale precesse alla partenza del Papa:[355] ed egli stesso, che nella mattina poco si teneva certo che non volessero i Signori mettergli inciampo, ne andava infine con decoroso accompagnamento a Siena; rimasto quivi poi gran parte di quello stesso anno.
Congiunte le armi del Piccinino e d’Alfonso, un esercito di ventiquattromila tra fanti e cavalli entrò nella Marca: il Conte percosso da quella tempesta, si rinchiuse in Fano dov’era la moglie, credendosi perdere senza rimedio gli Stati suoi. Ma il duca Filippo, vedute le sorti del Conte inclinare più in giù di quello che avesse egli nei suoi calcoli ponderato, e non volendo che ai danni suoi il Piccinino crescesse o che il re Alfonso troppo s’ingrandisse, mandò per lettere ed ambasciatori a questo chiedendo lasciasse l’impresa: io credo altresì che il Duca, sentendosi affranto del corpo e in sullo scendere della vita, pensasse alla figlia e allo Stato di Milano, perchè non andasse l’eredità sua in mani fatte inabili a difenderla. Comunque sia, Alfonso alle replicate istanze del Duca essendo alla fine rientrato nel Regno, lo Sforza rifatto di genti vinceva il Piccinino rimasto solo; ma per il verno che sopravvenne tutti ritrattisi alle stanze, questi raccoglieva intorno a sè nuove genti in gran numero, perchè molti contestabili o capi inferiori delle milizie venali abbandonavano il Conte Francesco che non reggeva alle paghe, sebbene gli aiuti dei Fiorentini non gli mancassero, ma erano scarsi a tanto bisogno. Così pareva essere il Conte ridotto a estrema ruina, quando Filippo Maria intervenne per la terza volta a torre la certa vittoria di mano al prode e infelice suo vecchio condottiere: per subito avviso e con fallaci speranze richiamava Niccolò Piccinino in Lombardia; il quale vedutosi tradito dal Duca, e udita la rotta e la prigionia di Francesco suo figliolo rimasto in Bologna al governo dell’esercito, moriva lasciando di sè nome di tanto più onorato quant’ebbe più avverse le sorti, e i servigi da lui prestati all’ingrato Duca rimasti erano senza premio.[356] Le armi braccesche dopo lui caddero, e lo Sforza campeggiò solo, con la fortuna più assai di principe che di condottiero. Incontro al quale il Papa sentendo non avere Capitano che fosse capace di stargli a fronte, diede ascolto alle molte istanze che i Fiorentini a lui facevano per la pace. Questa, concordata prima a Perugia, fu poi conchiusa a Roma dov’era Eugenio tornato nel corso dell’anno 1444. Parte della Marca rimase al Conte; d’altre vertenze si fece compromesso in tre Cardinali ed in Cosimo de’ Medici e in Neri Capponi andato a Roma ambasciatore.[357]
Il duca Filippo, tra molte sue voglie, da più anni tirava a soggettarsi Bologna, dove la parte dei Canneschi a lui aderiva; ma questi essendo stati in quei giorni popolarmente distrutti dopo l’uccisione che avevano fatta d’Annibale Bentivoglio, e Bologna governandosi nell’amicizia dei Fiorentini e dei Veneziani, il Duca mandava in Romagna nuove genti. Cosicchè bentosto per questo e per altri dissidii e sospetti tra lui ed il genero, si rinnovava la guerra, dov’erano da una parte Veneziani e Fiorentini e Bolognesi e il Conte Francesco, dall’altra il Duca e il Papa ed il Re. Non tema il lettore ch’io voglia descrivergli i vari casi di questa guerra più che non facessi delle precedenti: al nostro assunto basti notare come lo Sforza, impedito spesso dall’inopia di danaro, poco facesse, ed i Fiorentini, che a lui ne davano ma segretamente, si fossero contro tirati una grande nimistà del Papa. Il quale una volta facea sostenere nel Castello di Sant’Angelo e sotto il pretesto di certi debiti colla Camera Bernardetto dei Medici inviato in Napoli al Re: e i Fiorentini pigliavano sulla via due Vescovi che s’erano imbattuti a passare per la Toscana; e Cosimo de’ Medici avea consigliato al Conte Francesco l’impresa di Roma, dove lo chiamavano alcuni Baroni, e perfino Cardinali ed altri uomini della Corte gli promettevano, se v’andasse, che il Papa farebbe con lui ogni accordo. Ma indugiò tanto che trovò Eugenio ben provveduto, e fosse mancanza di danaro o altro, lo Sforza andato sino a Montefiascone tornò indietro.[358]
Per tutto questo ai Fiorentini parea male stare, e si chiamavano abbandonati dai Veneziani, ai quali due volte era inviato Neri Capponi a fine d’indurli a muovere in Lombardia la guerra. Al che i Veneziani andavano lenti, di prima essendosi raffreddati con la Repubblica di Firenze, e cominciando quasi a temere il Conte già come futuro signore di Milano. Infine avendo i Fiorentini consentito di pagare a mezzo la spesa della guerra che si farebbe oltrepò,[359] e il Duca trovandosi mal provveduto di condottieri, andavano prospere le armi della Lega fin sotto le mura di Milano. Aveva Filippo invano chiesto soccorso al Re di Francia e al Duca di Savoia: gettavasi allora in braccio allo Sforza, scrivendogli non volesse egli abbandonare a estrema ruina il suocero vecchio e cieco. Lo Sforza pareva cedesse a quella preghiera, confortato anche dal Papa e dal Re che seco praticavano accordi segreti;[360] ed era con le armi vicino al Po, quando s’intese il duca Filippo Maria essere morto nel suo Castello di Porta Zobia, a’ 13 agosto 1447. Egli, ultimo della grande e lungamente possente Casa dei Visconti, aveva trent’anni vessato con guerre continue l’Italia ed i suoi sudditi e sè stesso: moriva lasciando lo Stato più angusto e più minacciato di quello lo avesse egli dai progenitori suoi. Fu lode sua avere con studio incessante impedito l’inalzarsi dei condottieri dei quali era costretto servirsi; per questo vietava che il Piccinino facesse acquisto di Stati, e cercò tenere basso lo Sforza benchè lo avesse già designato a successore. Così la prepotenza dei condottieri fu in qualche parte diminuita, ma senza che le armi divenissero più sicure in mano a’ principi o alle repubbliche d’Italia. Avrebbe Filippo con più antiveggenza adoperato, formando un esercito di fanti suo proprio; al che il tempo non gli mancò nè il danaro, nè forse gli uomini a ciò adatti. Allora lo Stato di Milano avrebbe avuto grandezza solida e durevole, ed egli poteva come gli piacesse col maritaggio della figliuola aggiugnersi le armi e la mente di Francesco Sforza, o fare tutt’uno della sua possanza e di quella dei Duchi di Savoia: sì l’uno e sì l’altro partito poteva essere all’Italia salvamento. Ma era ciò troppo chiedere all’animo di Filippo Maria ed al secolo, di tali opere incapaci. Invece la morte di lui, che parve a molti respiro, non fece che porre di nuovo in sospeso le sorti d’Italia.
Sei mesi innanzi la morte del duca Filippo Maria Visconti era venuto a mancare un altro Principe irrequieto e nelle imprese poco felice, che fu il papa Eugenio IV. A lui succedette Tommaso Parentucelli da Sarzana, e pigliò nome di Niccolò V per la riverenza ch’egli aveva a Niccolò Albergati pio ed illustre Cardinale di Santa Croce.[361] Pontefice buono e savio principe, s’illustrava promuovendo le arti e le lettere da lui medesimo coltivate; grande amatore della pace, e mal soffrendo le brighe della temporale signoria allora più che in altro tempo mai ai Pontefici disputata, si contentava lasciare alle città indipendenza ed ai Signori la vicaría col solo obbligo di pagare alla romana Sede un annuo tributo riconoscendosi suoi vassalli. Vissuto ne’ primi anni in Firenze, dov’era stato ripetitore dei figli di Rinaldo degli Albizzi e poi di Palla Strozzi, onorava la Repubblica d’un grado uguale a quello dei Re nelle cerimonie dell’ambasceria che andava a lui quando fu asceso alla sedia pontificale.[362] Bramoso non d’altro che della quiete d’Italia, si diede per prima cosa a praticare che una pace mettesse fine a quelle misere e perpetue guerre, inviando a tale effetto in Ferrara il Cardinale Morinense, col quale convennero gli ambasciatori di Firenze e quei di Venezia; e già dell’accordo si cominciava a trattare,[363] quando per la morte del Duca rimasero disciolte le pratiche e senza effetto quel buon volere.
Gli ambasciatori andati in Roma per la creazione di Niccolò V avevano avuto incarico di recarsi a fare atto di reverenza al re Alfonso che dimorava allora in Tivoli.[364] Ma intanto che i Commissari fiorentini per la pace erano in Ferrara, la Signoria ebbe avviso di certi movimenti che si vedevano sui confini inverso Roma; poi dell’essere una mano di soldati all’improvviso entrata in Cennina, castello del Valdarno superiore, gridando Aragona. Era il principio d’una guerra che il re Alfonso muoveva contro alla Repubblica di Firenze; entrato in Toscana con sette mila cavalli e molto numero di fanti, e avendo cercato la congiunzione dei Senesi che solamente gli consentirono la vettovaglia pe’ suoi soldati, volse il cammino inverso Volterra, ed occupati Ripomarance ed altri castelli, parea disegnasse per la Val d’Era entrare nel Pisano;[365] ma invece poneva assedio a Campiglia, dove incontrata difesa valida, andò con l’aiuto dei Conti della Gherardesca alla espugnazione d’altre terre della Maremma di Pisa. Quindi, per essere entrato l’inverno, poneva il campo sulla marina, tenendo il colle dove in antico era la città di Populonia: giace quivi appresso Piombino, sul quale Alfonso avea gran disegni, ed io credo che fosse il fine di tutta la guerra. Del Reame di Napoli era debolezza il non poterlo difendere che fuori del Reame, come si vidde in ogni età pei tanti eserciti che appena entrativi lo ebbero subito conquistato. E Alfonso, ch’era uomo di grandi concetti, io non dubito cercasse di farsi uno scalo nell’Italia superiore, al quale effetto gli era Piombino luogo tra gli altri opportunissimo. Rinaldo Orsino ne aveva allora la signoria, tenendo in moglie una donna degli Appiani; uomo di guerra, chiudea le porte al Re infestandogli le provvigioni per via di mare. Pareva la guerra dovere essere molto grossa: capitani per la Repubblica di Firenze erano Gismondo Malatesta e Federigo da Montefeltro conte d’Urbino, che si rendè chiaro nelle arti di guerra e di pace fra tutti i Principi di quel secolo; discordi tra loro, gli contenne la prudenza dei due già bene sperimentati commissari Neri Capponi, che prima era andato a Venezia,[366] e Bernardetto de’ Medici.[367] Restaurarono, sebbene si fosse nel cuore del verno, la guerra e riebbero molte perdute castella in quel di Pisa e di Volterra, essendosi Alfonso ritratto a svernare nelle terre della Chiesa; ma in quel frattempo tolse ai Fiorentini Castiglione della Pescaia, che riuscì perdita molto grave. Venuto innanzi a primavera, si affortificava sotto Piombino, e teneva il mare dal quale venivano all’esercito i fornimenti; per il che la Repubblica armò galere, ma per miseria (come scrive Neri) poche e non bene in punto da stare a petto a quelle di Aragona. Pure condussero in Piombino trecento buoni soldati e polvere ed armi: quattro però, che recavano le provvigioni all’esercito, furono prese o sbaragliate da quelle del Re, le quali in quel mezzo aveano pigliato l’isola del Giglio. Per terra nessuna delle due parti s’arrischiava frattanto a combattere; e tutte due stavano male, il Re avendo attorno l’esercito fiorentino sparso nelle macchie di Campiglia,[368] e questo soffrendo per la mancanza del vino, ristoro ai soldati necessario in quei luoghi, l’estate essendo sopravvenuta. Laonde si venne ai ragionamenti di pace, ed a tal fine Bernardetto si recò al campo del Re; ma questi voleva innanzi tutto che la Repubblica gli abbandonasse Piombino; il che essendo recato a Firenze, molti parevano consentire. Ma Neri, venuto dal campo, mostrò quella pratica essere un tizzone di fuoco che da qual parte si pigliasse bruciava la mano: pericoloso lo stare in campo, dove i soldati già per l’inopia si sbandavano: ma il Re con la pace acquisterebbe reputazione e Piombino; e rimanendo (Neri disse) vicino nostro, poteva torre a noi tutto il contado di Pisa per la mala disposizione del paese; e tolto il contado, non saremmo noi atti a difendere Pisa, essendo lui potente in mare ed in terra. Fu vinto per vent’otto fave sopra trentasette, non venire a pace se non si salvasse il Signore di Piombino; il quale pigliarono in accomandigia, dandogli mille cinquecento fiorini al mese. Infine il Re, che aveva provato con molte bombarde grosse e mangani e con replicato assalto d’avere Piombino per forza, facendo quei di dentro buona difesa, e molti essendo infermi dei suoi o morti, e avendo i cavalli in disordine, deliberò partirsi innanzi giugnesse Taddeo dei Manfredi da Faenza di nuovo assoldato dai Fiorentini con mille dugento cavalli e dugento fanti. Tornò nel Reame Alfonso come rotto e malcontento, e promettendo con molte minacce maggiore assalto a primavera. Ma l’anno seguente 1449 passò in Toscana senza guerra.[369]
La successione del duca Filippo Maria, sebbene avesse pretendenti i Duchi di Savoia ed i Reali di Francia ed il re Alfonso, tutti aspettavano che andasse a Francesco Sforza.[370] Ma la città di Milano volle fare prova di governarsi da sè per via d’un Senato di nobili avvezzi alle albagìe dei castelli ed all’ossequio delle Corti; e chiamandosi Repubblica, mandò dicendo ai collegati che, morto il Duca, era cessata tra essa e loro ogni cagione di guerra. Intanto però le altre città del Ducato, una volta che Milano s’era fatta libera, diceano venire di conseguenza che tornassero libere anch’esse: così lo Stato si discioglieva, e le cose nella Lombardia quasi parevano ricondursi al punto dov’erano tre secoli addietro. In questo Venezia, dopo avere trastullato i Milanesi più tempo, rifiutò la pace, deposto ogni velo alle ambizioni; ed io per me credo quel patriziato orgoglioso, quanto più sentiva avere in sè del sangue latino, tanto più si reputasse chiamato a raccogliere in questa Italia, divisa ed incauta, l’eredità dell’antica Roma. Parve male al Conte Francesco che il premio sperato gli venisse innanzi quando egli era men atto a ghermirlo; ma pure volendo frattanto legare a sè i Milanesi in quel modo che poteva, consentì ad essere Capitano di quella Repubblica. Piacenza e Lodi s’erano date ai Veneziani: lo Sforza avendo a sè tirato con altri condottieri i due Piccinini, rivali perpetui delle armi sue, ed assicuratosi di Parma, costrinse il nemico di là dal fiume dell’Adda. Pavia, antica città regale e insofferente d’ubbidire ai Milanesi, accettò lo Sforza per suo signore; questo era un primo passo e un segnale che egli dava. Non volle commettersi con le armi francesi venute innanzi ma in poco numero, e mandò contr’esse Bartolommeo Colleoni, già chiaro in guerra, che facilmente potè respingerle; ed egli intanto andato della persona sua contro a Piacenza, con la forza delle artiglierie l’espugnò, avendola poi abbandonata a saccheggio crudele inaudito, e tale che per sempre ne fu disertata quella misera città. Quindi recatosi oltre l’Adda ed afforzatosi in Caravaggio, ottenne per l’imprudenza dei Veneziani intera vittoria, prima avendo bruciato un grande naviglio di quella Repubblica nel fiume del Po.
Venezia così pagava la pena de’ suoi scaltrimenti, ma non gli cessava. Sapea la Repubblica dei Milanesi avere trattati col Duca di Savoia, col re Alfonso e con quel di Francia: d’Alfonso temeva che la guerra male riuscitagli in Maremma volgesse sul Po; i quali timori allo Sforza erano comuni, com’era comune la necessità delle cautele, perchè la vittoria lo aveva affralito, dei condottieri che aveva seco non si fidava; ed il Senato dei Veneziani poteva credere, con dare a lui mano, dividere poi le spoglie, e ridurre la Lombardia in brani, se torre di mano allo Sforza non potevano l’eredità dei Visconti. Quegli, fidando in sè stesso, consentiva intanto d’avere Milano con l’armi e con l’oro della Repubblica di Venezia, e innanzi la fine del 1448 un trattato fu conchiuso in Rivoltella a questo effetto. I Milanesi a grande ragione lui chiamarono traditore, ma lo Sforza andava diritto allo scopo; Piacenza, Tortona, Alessandria, Parma erano venute in sue mani, e poi Vigevano per lungo assalto fortemente sostenuto dai cittadini; il Colleoni aveva rotto i soldati di Savoia, sebbene a combattere più duri di quello che fossero gli Italiani. Ma la guerra tirava in lungo, e le forze della grande città di Milano non erano esauste: parve allora ai Veneziani che fosse da cogliere il punto, e di nuovo mutando lato ed accostandosi ai Milanesi, notificarono al Conte Francesco un trattato al quale essi lo consigliavano di accedere, per cui ritenendo egli Pavia e Cremona e tutti gli Stati sulla diritta del Po, alla Repubblica milanese rimarrebbero Como e Lodi, e quel che avanzasse tra l’Adda e il Ticino dell’antico principato dei Visconti. Il Senato di Venezia mostrò questa volta troppo allo scoperto quel ch’egli volesse; e il Conte, vincendolo d’accorgimento, facea le viste di acconsentire, lasciando anche i Veneziani impadronirsi di Crema, secondo era nel trattato: raccolte le genti a svernare in buoni alloggiamenti, lasciavasi aperti gli sbocchi a Milano dov’egli impediva l’entrata dei viveri. Dentro erano grandi le divisioni; alcuni nobili, ch’erano appellati ghibellini, volevano porre un governo temperato in mano allo Sforza, ma furono uccisi essi e poi lo stesso ambasciatore veneziano per sedizione. Allora una turba, che si chiamò popolo, invase il governo ma tenere non lo sapeva; e già la fame avendo condotti a disperazione i cittadini tumultuanti, fu ordinato deliberare in grande congrega sopra le sorti della città: gridarono tutti piuttosto al Gran Turco o al demonio che allo Sforza. Ma quando un Gaspare da Vimercate osò pronunziare questo nome che teneva da prima in serbo, e dimostrato non essere altro da fare, o altrimenti Milano sarebbe mancipio a Venezia; tutti consentirono. Il giorno dipoi, ch’era degli ultimi del febbraio 1450, sebbene avesse Ambrogio Trivulzio opposta invano qualche resistenza sulle porte, faceva lo Sforza entrare in Milano i suoi soldati carichi di pane che per le vie distribuivano: v’entrava egli stesso nei giorni seguenti, e tra feste e plausi dei satolli cittadini facea proclamarsi Duca di Milano.[371]
Capitolo III. AMICIZIA CON FRANCESCO SFORZA DUCA DI MILANO. — NUOVA BALÌA E NUOVO CATASTO. — VECCHIEZZA E MORTE DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1450-1464.]
In tutti i fatti che precederono troviamo, al dire degli storici e nelle memorie di quel tempo, Cosimo dei Medici avere tenuto con Francesco Sforza costante amicizia, ma nei Consigli della Repubblica non sempre palese, e quindi sospetta popolarmente o mal gradita. Quando poco innanzi la morte del duca Filippo Maria faceva lo Sforza deliberazione di soccorrerlo, rompendo la fede alla Repubblica di Venezia, racconta l’istoriografo di lui Giovanni Simonetta, che lo avesse molto esortato a quel partito Cosimo, al quale solea confidarsi delle cose più segrete, molto ascoltando i suoi consigli.[372] E già prima di quel tempo troviamo sussidi mandati allo Sforza, ma scarsi perchè difficili a vincere nelle pubbliche deliberazioni; talvolta dal Medici dati in segreto e privatamente, o con rivalse sul pubblico erario nel quale aveva egli le mani. Certo è, che tra due i quali intendevano a signoria personale era concordia necessaria; e colui che aveva attraversato in Firenze e infine distrutto un governo d’Ottimati, non potea molto essere amico alla Repubblica di Venezia: la quale in quegli anni avendo dismesso con l’arengo (arringo) sin’anche le ultime apparenze popolari, sdegnava l’antica appellazione di Comune, sè stessa chiamando la Signoria di Venezia, e tutto lo Stato a lei suddito, il dominio.[373] Queste erano cose che state sarebbero odiose in Firenze, e Cosimo andava per opposta via: ma oltre alla essenziale contrarietà del principio che informava il Governo suo, Venezia con le armi invadeva quelle che avevano nome d’italiche libertà; nè termine si vedeva alle ambizioni di lei, siccome non era in quella perenne diuturnità di volere, la quale a Venezia non cessava mai per caso di morte o per mutazione di signore.
Per questo non voglio io a Cosimo fare colpa se Francesco Sforza gli parve essere utile contrappeso, atto a contenere in Lombardia la minaccia delle venete aggressioni. L’Italia oramai più non aveva nè guelfi amici e fautori delle popolari libertà, nè Papi nè Re di Puglia che a quelle si dicessero patroni; nè più all’incontro avea ghibellini che fossero braccio agl’Imperatori di Germania. Ma quante città o quanti popoli si tenessero tuttavia liberi, non più essendo tra loro amicati o non più divisi da un grande pensiero a molti comune, temevano l’uno dell’altro le forze, combattendo chiunque mirasse alla formazione di uno Stato che soggiogasse i piccoli e sopra tutti gli altri prevalesse. Di questo pareva che fosse capace sopra ad ogni altro Venezia: poi v’era Napoli, che per cento anni partita in sè stessa, ora alle mani di un Re forte ambiva conquiste nel cuore d’Italia; e già si erano vedute spuntare nei Papi le ambizioni principesche. In mezzo a questi Francesco Sforza, grande capitano, prudente signore, parea necessario a quell’equilibrio che allora formava la politica sapienza dei migliori uomini in Italia.
Affermano tutti, che a Neri Capponi spiacesse quel torsi dall’amicizia dei Veneziani e fare in Italia grande lo Sforza; questa opposizione di Neri ai consigli i quali prevalsero, accennata da Giovanni Cavalcanti,[374] veniva illustrata con amplie parole dal Machiavelli. Bene vedevano cotesti ultimi difensori d’una Repubblica temperata, quella essere piuttosto consorteria che amicizia, ed a Cosimo piacere come un aiuto a conseguire meno impedita dominazione. Sappiamo che il buono Giannozzo Manetti stava ancor egli perchè si mantenesse l’antica lega coi Veneziani,[375] la quale non era nelle apparenze sciolta per anche; e la Repubblica di Firenze ad essi mandava dopo la rotta di Caravaggio due mila cavalli, che nulla fecero; ed è poi da dire, che subito dopo Venezia e il Conte si accordarono. E Neri, che avrebbe voluto salvare quanto più di libertà fosse possibile, accettava poi le condizioni che i tempi facevano: la forza sua era nella politica di fuori; dentro, al bisogno si arrendeva. Ricusò d’andare ambasciatore allo Sforza quando egli muoveva in aiuto di Filippo;[376] ma due anni dopo abbiamo da certi documenti essere egli stato fautore del dare sussidi al Conte contro ai Milanesi, in ciò accostandosi ai più stretti amici di Cosimo, sebbene degli altri il maggior numero si opponesse.[377]
Cosimo andava, quanto era in lui, diritto al segno: ma non è da credere che fosse egli padrone della Repubblica, dove i Consigli a voti liberi procedevano; e lo studio faticoso da lui adoperato a guadagnarseli non bastava sempre, o le pubbliche lagnanze lui facevano circospetto. Odiosissime riuscivano le prestanze imposte a fine di somministrare danari allo Sforza insino da quando venivano dati perch’egli continuasse a tiranneggiare nella Marca; e molto più poi quando nell’anno 1447 si voltava questi alla difesa del Visconti, nemico antichissimo della Repubblica di Firenze. Troviamo gravezze fino a ventiquattro per volta, distribuite ad arbitrio dei ponitori: Cosimo anticipava sovente il danaro, rifacendosi sulle prestanze o sulle entrate della Repubblica. Lo Sforza chiedeva trentamila ducati per passare in Lombardia; i Veneziani si opponevano, e ne’ Consigli non si vinceva. Cosimo fece porre una legge perchè si riscuotessero i crediti arretrati del Comune, e i deputati a ciò avevano a collo i trentamila ducati che furono messi fuori da Cosimo rimasto padrone della riscossione; e le casse delle porte si andavano a vuotare in casa sua. Più tardi aveva egli imprestato all’amico suo cinquantamila fiorini; ottenne che fossero a lui donati dalla Repubblica, dicendo sarebbe quella chiesta il fine di tutte le chieste;[378] e siffatti modi più altre volte si ripetevano. Ma quando una legge era proposta d’immunità a chi tornasse e che venisse a stare in Firenze pagando quattro fiorini l’anno a testa, si oppose Cosimo, allegando che sarebbero tornati i fuorusciti nemici suoi; e quella legge, che pure a molti pareva buona, fu rigettata. Più che avanzava egli nell’arbitrio e più si rendeva odioso a molti: dicevano ch’egli si valeva del danaro per inalzare edifizi, o sotto pretesto di religiosa pietà o per sua propria magnificenza:[379] una notte gli fu imbrattato di sangue l’uscio di casa sua.
Per assicurarsi dello Stato, facevano sempre il Gonfaloniere a mano ed anche i Priori. Abbiamo un esempio dei modi tenuti allora in Palagio, che giova esporre succintamente. Per gli ultimi due mesi dell’anno 1448 erano rimasti d’accordo che fosse Gonfaloniere Agnolo Acciaioli, uno dei primi del reggimento. Sapeasi volere egli promuovere dure cose d’esilii e d’altro; e Neri di Gino, ch’era uno degli accoppiatori, voleva il contrario. Mancavano soli due Priori a fare; disse Neri: «Io voglio esser io, o uno di chi mi possa fidare.» Fu eletto Pandolfo Pandolfini, giovane di grande animo. S’accozzava egli nel priorato con tre altri ch’erano dei migliori, i quali insieme segretamente, perchè i Priori molto erano vegliati, sagramentarono di non rendere mai le fave loro se non d’accordo. Una mattina il Gonfaloniere, fatta serrare la porta del Palagio, propose una legge, che niun partito valesse se il Gonfaloniere non fosse presente e non ci fosse il voto suo: Pandolfo si oppose, e perchè dei nove voti ce ne volevano sei a vincerlo, stando ferme le quattro fave giurate, lo impedivano. Vinto a caso, e approvato da’ Collegi, andò al Consiglio, e quivi i medesimi oprarono fosse imbiancato, sebbene il Gonfaloniere facesse più volte rimettere il partito. Ma non posarono gli autori di quel disegno, e praticavano che molti fossero confinati; diceano volere acconciare le cose in modo che non ci avessino più a pensare: del che era grandissima nella città la paura, e mandavano in Palagio a supplicare i quattro perchè tenessero il fermo: vi andava più volte il buon libraio Vespasiano da Bisticci, dal quale abbiamo questo ragguaglio; e dice che molti furono salvati allora, e che fu gran beneficio alla città recato dai quattro onesti Priori.[380] E vero è poi che per cosiffatte resistenze i cittadini tra loro non si nimicavano tanto da rompere quell’usata bonarietà di costume che non mai cessava nella città popolana. L’Acciaioli e Cosimo stesso rimasero amici al Pandolfini; e si manteneva tra essi e Neri quella unione della quale fu riprova un fatto che abbiamo lasciato addietro, ma che ora giova un poco a minuto narrare, per indi tornare al filo dell’istoria nostra.
Ucciso Annibale Bentivoglio, ma rimasta vincitrice (come s’è detto) la parte sua, grande era in Bologna la devozione a quella Casa, della quale rimaneva solo un fanciullo di sei anni. Ora avvenne che trovandosi ivi Francesco che era stato Conte di Poppi, raccontava come venti anni prima Ercole Bentivogli zio d’Annibale, dimorando in Casentino, avesse avuto dimestichezza con la moglie d’un Agnolo da Cascese, dalla quale nacque un figlio di nome Santi, che tutti dicevano essere figlio d’Ercole, e la somiglianza ciò confermava; tantochè essendo ito a Bologna il fanciullo quando vi si riduceva il Conte di Poppi, Annibale gli aveva detto tu sei de’ nostri. Essendo poi Agnolo e la moglie sua venuti a morte, il fanciullo tornò a Firenze, dove esercitava l’arte della lana in una bottega nella quale Antonio da Cascese suo zio gli avea fatto un capitale di fiorini trecento e lo avea molto raccomandato a Neri Capponi. A questi ne fece le prime parole Agnolo Acciaioli un giorno mentre erano insieme a diporto, domandandogli se avesse egli bramato resuscitare, qualora gli fosse ciò stato possibile, Annibale Bentivoglio ch’era tanto amico suo. E pigliando Neri la cosa in motteggio, l’altro gli espose tutto il fatto, e gli disse come la parte bentivogliesca essendo rimasta senza capo, taluni in Bologna erano entrati in gran desiderio d’avere questo Santi perchè reggesse la parte, ed avesse cura del fanciullo sinchè non fosse in età. Rispose Neri ch’ell’era cosa molto da considerare sì rispetto al giovane e sì per sè stessa: ma essendo molti venuti a vedere Santi e accertatisi della somiglianza e guardandolo con affezione grande, consentiva Neri di farne motto a lui, che a prima giunta se ne turbò per la vergogna della madre. Ma i Bolognesi facendo maggiori istanze, furono insieme Agnolo e Neri con Santi in casa di Cosimo dei Medici, il quale dopo altri ragionamenti disse al giovane: «Vedi, se tu sei figliolo d’Ercole, la natura ti tira in Bologna alle grandi cose; ma se tu sei figliolo d’Agnolo da Cascese, tu te ne starai in San Martino alla bottega: però io non ti conforto nè ti sconforto ad andare, ma dove ti tira l’animo; sarà quella vera sentenza di chi tu sia figliolo.» Soprassederono più mesi e aveano rimessa la cosa in Neri, il quale quanto più larghezza gli concedevano, tanto più sentendosi obbligato a dargli il consiglio fedele e migliore, tenea la sentenza sospesa. Ma infine essendo Neri per le ambasciate a Venezia passato più volte da Bologna, lo pressavano fino a dire che se il giovane venisse loro negato, lo toglierebbero per forza. Neri, accertatosi del loro buon animo, confortò Santi a commettersi alla fortuna e andare, dicendogli: «Io che sono in Firenze non dei minori e da dovermi contentare quanto niun altro cittadino, e anche ben voluto; se mi volessero in quel luogo non come figliolo d’Ercole ma come figliolo di Gino, io v’anderei ad essere loro partigiano e capo; perchè ivi si poteva dire d’avere a disporre a suo volere di quella città, la quale era una delle otto maggiori d’Italia; e a Firenze si aveva a pregare con grande umiltà a volere una piccola cosa non che una grande.» Mandarono quindi con grande onore a pigliarlo, e menatolo a Bologna con festa, lo misero in casa d’Annibale ed al governo della città, il quale poi tenne sino alla morte felicemente.[381]
Sì tosto come Francesco Sforza fu entrato al possesso dello Stato di Milano, la Repubblica di Firenze gli inviava quattro de’ suoi maggiori cittadini a rallegrarsi del grande acquisto: erano con Piero di Cosimo dei Medici Neri Capponi, Luca Pitti e Dietisalvi di Nerone. Scambiate parole com’era usanza festive, e oltre all’usanza per quella volta sincere; gli altri tornandosene, Piero e Neri ebbero incarico di recarsi a Venezia. Quivi era di già residente Giannozzo Manetti, il quale sembrando in quelle congiunture troppo amorevole al Senato, parve bene mandare quei due che a lui s’aggiugnessero. Le apparenze di amistà che tuttavia si mantenevano tra le due Repubbliche covavano semi di forte dissidio per gli scambievoli malcontenti: Cosimo in Firenze antivedeva che bentosto tra’ Veneziani e il Duca sarebbe guerra, nella quale era egli risoluto di tenere la parte di questo; ed i Veneziani ciò sapendo, cercavano indurre i Fiorentini ad una lega con essi loro, tardi pentiti dell’averli prima col falso procedere da sè alienati e per quei modi avere lo Sforza fatto signore di Lombardia. La quale pratica molto essendo avviata con Giannozzo, e perchè a Firenze nel Palagio non si poteva ottenere che si rompesse, Cosimo scrisse al figlio privatamente, che senza indugio si partisse da Venezia:[382] Neri per l’usata circospezione e Giannozzo di mala voglia lo seguitarono, cominciando infin da quel giorno apertamente a dividersi le due Repubbliche, le quali intanto ciascuna per sè avevano fatta pace con Alfonso. Venezia stringeva con lui durevole amicizia; ma la pace coi Fiorentini non fu che tregua da essi accettata ad inique condizioni, rimanendo Alfonso in possesso di Castiglione della Pescaia che gli apriva per la via del mare l’entrata in Toscana, ed il Signore di Piombino facendosi a lui vassallo con dargli in segno d’omaggio ciaschedun anno una coppa d’oro.[383]
Veniva in Italia come a dislocarsi tutto l’ordine delle alleanze tenute fin qui; e i singoli Stati, prima di entrare in guerra tra loro, s’adopravano a riconoscersi, continuo essendo per tutto quell’anno il vario muovere degli ambasciatori da un capo all’altro dell’Italia. Venezia, che s’era oltrechè ad Alfonso collegata al Duca di Savoia ed al Marchese di Monferrato, richiedeva di lega i Senesi: cercava in Bologna mutare lo Stato per una congiura scoppiata in città, e da Santi Bentivoglio compressa non senza combattere; egli mostrandosi degno del grado a cui lo ebbe per modi sì strani alzato il gioco della fortuna. Le quali pratiche essendo intese contro al Duca ed ai Fiorentini, questi da principio mandarono loro legati a Venezia, che ivi non furono ricevuti con la scusa del non potere i Veneziani alcuna cosa trattare senza il re Alfonso; e questi due avendo però mandati insieme legati loro alla Repubblica fiorentina a fare doglianze, alle quali Cosimo dei Medici ebbe incarico di fare risposta, parve da principio che niuna volesse delle due parti venire alle rotte. Ma tosto dipoi la Signoria Veneta ed il Re avendo arrestate negli Stati loro le mercanzie dei Fiorentini, e ciò nonostante mandato altri ambasciatori a Firenze, quelli di Venezia non furono ricevuti, e quelli d’Alfonso non vollero soli trattare; cessando così ogni pratica tra le due parti, le quali ordinate ciascuna in sè stessa, già si apprestavano alla guerra. E i Veneziani veniano a questa con tanta passione, ch’aveano richiesto il greco Imperatore d’arrestare anch’egli le mercanzie de’ Fiorentini; ma questo Principe ricusò macchiare gli estremi suoi giorni e quei dell’Impero col farsi ministro delle altrui passioni contro ad un popolo di Cristiani.[384]
Veniva in Firenze a’ 30 gennaio 1452 l’imperatore Federigo III di Casa d’Austria, che andava in Roma per essere ivi incoronato: avea prima chiesto alla Repubblica il passo;[385] così erano i tempi mutati! I due primi Federighi recavano seco cento anni all’Italia di stragi e ruine, il terzo null’altro che le spese degli alloggi e dei solenni ricevimenti. Seco era Enea Silvio Piccolomini senese, e rispondeva alle arringhe come Cancelliere: grande e vario personaggio in quella età, ingegno del pari atto allo scrivere, al parlare, ed esercitato nel trattare le cose maggiori della Chiesa e degli Stati in Alemagna, dov’era egli lungamente dimorato; ora seguiva l’Imperatore, e in Siena congiunse lui con la sposa Eleonora di Portogallo arrivata in Livorno a’ 2 di febbraio, ed accompagnata con grande onore nel passare ch’ella faceva per la Toscana. Furono insieme a’ 15 marzo coronati in Roma dal pontefice Niccolò V; e indi nel maggio essendo tornato l’Imperatore in Firenze, ne partì subitamente per certo sospetto in lui venuto della Repubblica. Imperocchè egli traendo seco il giovine Ladislao, erede legittimo del regno d’Ungheria, lo custodiva col nome di tutela, negandosi darlo agli Ungheresi che ne facevano istanze grandissime. In Firenze erano ambasciatori di questa nazione, i quali chiedevano segretamente alla Signoria prestasse loro mano ad involare il giovanetto, la cui presenza tolto avrebbe di mano quel regno alla austriaca usurpazione: e sebbene per timore la Signoria ciò negasse, non ne fu chiaro l’Imperatore se non quando ebbe con sè in Alemagna il pupillo spossessato.[386] L’Imperatore questa volta nemmeno aveva chiesto danari alla città ed ai signori, com’era usanza dei predecessori suoi quando scendevano in Italia; ma vendeva per moneta titoli e gradi, tra’ quali a Borso Marchese d’Este quello di Duca di Modena e Reggio che dipendevano dall’Impero.
Il giorno stesso che l’Imperatore da Ferrara entrava sul territorio dei Veneziani intimavano questi la guerra al duca Francesco Sforza; ed Alfonso pochi giorni dopo ai Fiorentini, contro i quali veniva alle offese. Ferdinando suo figliolo naturale, e da lui fatto Duca di Calabria, poneva l’assedio al castello di Foiano in Val di Chiana: dugento soldati che vi stavano per la Repubblica bastarono quivi a ritenere l’esercito regio prima che il castello s’arrendesse. Di là Ferdinando accostandosi al confine dei Senesi nel Chianti espugnava Rencine, e tentato Brolio fortezza dei Ricasoli e da quella ributtato, s’accampò intorno la Castellina, dove stette più tempo, ma per difetto di artiglierie gli fu impossibile ottenerla. Scorreva le campagne fin presso a Firenze, facendovi danni grandissimi; e intanto all’esercito dei Fiorentini, condotto dal signore di Faenza Astorre Manfredi, bastava tenersi sulle difese; e passava il verno, dopo il quale avendo il duca Francesco mandato in Toscana con due mila cavalli Alessandro Sforza suo fratello, con le armi congiunte i due Capitani recuperarono le terre perdute e costrinsero l’armata regia ad abbandonare il forte di Vada che aveano in quel mezzo dal mare assalito, e per l’invalida resistenza preso: tale ebbe successo l’impresa d’Alfonso contro alla Repubblica di Firenze. Quivi era discorso, in quella caldezza di successi fortunati, di muovere guerra contro ai Senesi, parendo essi non aver fatto in quei pericoli buon vicinato alla Repubblica; ma Cosimo e Neri, apposta chiamato da Pistoia dove risedeva Capitano, mostrarono come ad Alfonso non potrebbe farsi maggior piacere che dargli in mano a questo modo necessariamente lo Stato di Siena. Così fu sventato il mal consiglio; e la Repubblica frattanto faceva un acquisto dov’era a’ suoi danni macchinato un tradimento. La Contea di Bagno tenevasi allora da Gherardo Gambacorti, data in compenso (come vedemmo) al padre suo della cessione di Pisa; ed a Gherardo piacendo meglio possederla come feudo dell’Aragonese, aveva egli trattato con lui; ma scoperto, mandava il figlio ostaggio in Firenze: e pur nonostante avrebbe fatto entrare nella terra le armi del Re, se un Antonio Gualandi pisano che vi stava dentro, con pari fede e risolutezza chiudendo la porta in faccia a’ soldati ch’entravano, non avesse conservato alla Repubblica tutto quel territorio, ch’essa poi tenne in vicariato, privati avendone per sempre allora i Gambacorti.
E in Lombardia la guerra tra quei due possenti nemici non venne a produrre che piccoli effetti, perchè lo Sforza la conduceva con intendimenti di principe e non più oramai di condottiero; cosicchè avendo per grave rotta costretto il Marchese di Monferrato a chieder pace, ed egli passata l’Adda minacciando Bergamo e Brescia dov’erano in grande forza i Veneziani, trascorse il tempo del combattere senza che alcuna delle due parti cercasse venire a giornata per tutto quell’anno. Ma perchè gli apparecchi fatti contro a’ Veneziani non pareano essere sufficenti, essi tenendo ai soldi loro la miglior parte dei condottieri; la Repubblica di Firenze, a cui toccavano le prime parti dov’era spesa, avea mandato già l’anno innanzi in Francia Agnolo Acciaioli chiedendo a quel Re passasse in Italia, egli erede di Carlo Magno che aveva riedificato Firenze, e naturale principe e capo della parte guelfa, recando con sè quindici mila cavalli almeno: le parole erano umilissime, grandi gli ossequi e le supplicazioni.[387] Aveva la Repubblica Fiorentina chiamato in Italia gli stranieri più altre volte, e questa pure inutilmente: l’ora s’appressava, ma giunta non era, che i monarchi rispondessero condegnamente a quegli inviti; già si allestivano, ma per anche non credeano essere bene in punto. Carlo VII, impegnato contro gli Inglesi a Bordeaux, non venne in Italia; concesse però che vi scendesse un’altra volta con due mila quattrocento cavalli Renato d’Angiò, perch’era guerra contro all’Aragonese, e quegli cercava sempre se vi fosse modo a farsi una via nel Regno di Napoli. Ma il passo gli era conteso per le Alpi dal Duca di Savoia; laonde Renato con pochi eletti per la via del mare scese a Ventimiglia, e quindi il Delfino di Francia, che poi fu il re Luigi XI, ottenne che il Duca lasciasse calare in Lombardia le altre genti. Qui la guerra da principio fu impetuosa, ma non fruttava che il racquisto di pochi castelli del Cremonese e di Pontevico di là dall’Adda: giunse l’inverno, e tutti si ritrassero nei quartieri. A primavera sperava il Duca e disegnava maggiori imprese, quando gli giunse avviso che Renato voleva ad ogni modo tornare in Francia, nè istanze bastarono: rimase in Italia la sua bandiera con poche genti e col figlio di lui Giovanni, che si faceva anch’egli appellare Duca di Calabria; questi ponea lunga dimora in Firenze.
Ma ecco venire d’Oriente novella per la quale gli animi di tutti restarono come incantati dal terrore: Maometto II Sultano dei Turchi aveva per assalto ferocissimo espugnata Costantinopoli: morto era nella difesa l’ultimo degl’Imperatori bizantini, venuto a fine l’Impero greco ultimo avanzo dell’antico mondo e nell’Asia conservatore del nome cristiano e d’ogni intesa con l’occidente. Pareano all’annunzio per tutta Italia cadere ai soldati di mano le armi; si rimproveravano tra loro le stolte guerre, si vergognavano d’avere per basse e scellerate cupidigie aperta al barbaro invasore la porta d’Europa: chi era più abile a fermarlo? Il pontefice Niccolò V, che mai non aveva cessato d’intromettersi per la pace d’Italia, fece venissero in Roma commissari di tutti gli Stati che aveano parte in quella guerra: molto fu discusso e nulla conchiuso, perchè ciascuno metteva innanzi per suo proprio conto esorbitanti ed impossibili pretensioni. Alle quali si contrapponeva freddamente il Papa stesso: voleva pace negli Stati della Chiesa per alleviare i carichi e attendere agli edifici, i quali erano sua prima cura; ma ricordando i tempi passati, temeva la quiete d’Italia non fosse a lui turbazione, tirandogli addosso qualche affamato condottiero, o qualche Principe ambizioso.[388] A questo modo mentre che in Roma si perdeva il tempo, il Duca e il Senato per mezzo d’un Frate trattavano insieme, ed un accordo fu stipulato in Lodi a’ 5 dell’aprile 1454 tra’ due principali contendenti, al quale tutti gli altri erano invitati di consentire. Lasciava al solito le cose com’erano al principio della guerra; ma Castiglione della Pescaia dovendo restare in possessione del re Alfonso, i Fiorentini non vi aderirono se non dopo molte consultazioni,[389] e perchè il Duca a ciò gli costrinse; Cosimo tenendosi malcontento dell’amicizia di questo, che nulla gli aveva fruttato che odio e carichi, dove sperato si aveva l’acquisto di Lucca a lui promesso, come dicevano, dallo Sforza in pagamento di quei danari, che gli erano stati tante volte necessari a conseguire il principato. Il re Alfonso indugiò più mesi prima che ratificasse la pace;[390] nè a quella si tenne poi fermo, sempre ambizioso com’egli era di cose maggiori: al quale fine aveva escluso dal comune accordo i Genovesi ed il Signore di Rimini e quel di Faenza, serbandosi appiglio, quando che fosse, a nuove imprese.[391]
Avvenne che essendo per la pace licenziato dai Veneziani Iacopo Piccinino, si udisse costui insieme con altri capitani senza soldo, essere entrato nella Romagna, dubbiosa minaccia agli Stati confinanti. Il tempo era scorso che i grandi condottieri per proprio loro conto muovessero guerra, tenuti essendo in maggiore suggezione da quei potentati d’Italia che s’erano in sè medesimi rinforzati. Iacopo, com’era solo condottiero che rimanesse di quei lignaggi vissuti di preda, così fu l’ultimo che tentasse di quelle fortune; ed anche non lo fece di proprio suo moto, ma sibbene per istigazione, secondo appare, del re Alfonso. Imperocchè essendo Iacopo entrato in quel di Siena e fattovi danni, all’avviarsi di soldati dei Fiorentini e del Papa e del Duca di Milano, ritiratosi in Castiglione della Pescaia, passò nel Reame, e fu ivi bene ricevuto. Innanzi era morto il pontefice Niccolò V: di lui non abbiamo avuto fatti da registrare sia politici sia guerreschi, ma quel silenzio dell’istoria gli è lode grandissima, e le arti e le lettere lui ricordano munificentissimo tra gli altri Principi: lo squallore di Roma e quasi la solitudine per la dimora dei Papi in Avignone e per lo scisma e pei governi travagliosi ch’avevano avuto Martino ed Eugenio, veniano a mutare in giorni più floridi, e molti edifizi allora intrapresi e la Biblioteca Vaticana da lui cominciata, renderono splendido e benemerito il nome di Niccolò V.[392] A lui successe Callisto III spagnuolo, donde ebbero l’Italia e la Chiesa dono funesto la Casa Borgia. Veniano a scuoprirsi in questo frattempo le intenzioni d’Alfonso, il quale muoveva con grandi forze contro ai Genovesi, e allora il doge Pietro Fregoso cedeva l’impero di quella città al Re di Francia, che a pigliarne la possessione mandava Giovanni d’Angiò partitosi non molto prima da Firenze; a cui la Repubblica aveva donato, oltre ai danari della condotta, venti mila fiorini d’oro e novanta libbre d’argento lavorato in vasellamenti di bell’artificio. Le quali mosse all’Italia furono principio di altre perturbazioni, sebbene a mezzo di quell’anno 1458 il re Alfonso venisse a morte: a lui fu dato soprannome di Magnanimo; e generoso era, esercitato nelle armi di terra e di mare, magnifico in ogni suo fatto, e grande promotore delle lettere e degli uomini letterati.[393]
Ora è da dire quale fosse in questi tempi l’interno stato della Repubblica. In mezzo alla guerra, l’anno 1453 una Balìa nuova era stata presa fuor di tempo e rinnuovata poi l’anno dopo, quando scadeva il quinquennio: avea facoltà oltre all’usato amplissime, e queste adoprava più che altro nel porre gravezze soprammodo esorbitanti, essendo le spese allora grandissime: la guerra di fuori costava settantamila ducati al mese.[394] Trovo di seguito due gravezze poste, che una di cinquecento ottanta migliaia di fiorini e l’altra di trecento sessanta; cinquanta mila erano imposti ai non sopportanti, a quelli cioè che di regola doveano andarne esenti, e gli ecclesiastici ne furono anch’essi gravati: pei tanti carichi dello Stato erano i danari del Monte caduti al venti per cento.[395] Norma all’imporre, l’arbitrio solo: e questa era un’arme in mano di Cosimo che percuoteva con le gravezze chi avverso gli fosse, e con le supplicazioni per gli sgravi faceva a sè molti dipendenti; tanto che andare con lui (che appellavano avere lo Stato) importava essere leggermente tocchi; e gli altri invece erano disfatti. La Casa dei Pazzi, ricchissima d’averi ma per le gravezze malconcia, si rilevò quando pel parentado co’ Medici entrava nel numero anch’essa delle Case favorite.[396]
Troviamo che nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono, di straordinarii, imposti ad arbitrio, quattro milioni ottocento settantacinque mila fiorini. Un solo cittadino de’ più reputati ma non dei più ricchi, Giannozzo Manetti, venuto in sospetto o in uggia a Cosimo, pagò in più tempi sino a centotrentacinque mila fiorini d’oro, avendo dovuto per una paga vendere a dieci e un quarto una parte de’ suoi crediti sul Monte, che a lui costavano cento. Imperocchè avevano a lui posta una gravezza di centosessantasei volte la rata che a lui per l’estimo veniva assegnata, e che formava l’unità d’imposta; doveva pagarne tre per ogni mese. E qui noi vogliamo narrare le sorti di un tale cittadino.[397] Aveva egli fatto rimprovero al Medici dell’essere stato autore primo della rottura con la Repubblica di Venezia, e tra essi due era mal’animo. Due anni dopo, Giannozzo essendo legato in Roma, dove il papa Niccolò cercava pace fra tutti, e Pasquale Malipiero ambasciatore veneziano studiavasi indurre a questa i Fiorentini, si lasciò il Manetti andare a vistose intelligenze col veneziano, per le quali si rendeva egli sospetto o inviso del tutto ai Reggitori; onde questi con le prestanze cercarono di fare che ruinasse la sua fortuna, stata assai prospera fino allora. Talchè Giannozzo deliberava ricoverarsi appresso al Papa, che lui tenendo in grande stima, gli diede ufficio e provvigione. Poteansi in Firenze acconciare le faccende sue quando egli volesse farsi a Cosimo tutto dipendente; e questi, a proposito della gravezza, gli aveva fatto dire, non essere quella infermità mortale; così volendo Giannozzo intendesse il modo d’uscirne. Ma nè questi volle così abbassarsi; e Luca Pitti, che fu autore della gravezza, in quelle cose tirava innanzi senza misericordia. Tanto che in Roma gli fu mandato ordine d’appresentarsi a un termine dato, senza che sarebbe chiarito ribelle: Giannozzo si stava dubbioso, ma il Papa lo sovvenne pure questa volta con dargli lettere credenziali di suo oratore, da presentare al bisogno. Cosimo aveagli data promessa di un salvacondotto, che poi gli mancò; ed era Giannozzo in Firenze timoroso,[398] quando per la discesa in Toscana del Duca di Calabria dovendosi fare i Dieci di guerra, Giannozzo fu eletto tra gli altri con grande numero di voti. Null’altro dipinge come questo fatto sì al vivo lo stato di vacillamento tra libera e serva, nel quale vivevasi allora la Repubblica di Firenze. Ed egli condusse quell’ufficio a termine felicemente; ma indi parendogli di stare in patria troppo male, tornò in Roma, dove ebbe buono ed onorato collocamento. Poi quando il papa Niccolò fu morto, cercato dal re Alfonso, andò a Napoli; quivi dimorando infino al termine della vita.[399]
Durante la guerra, la Signoria ed i Collegi si facevano sempre a mano; ma quella finita, ricominciarono ad essere tratti a sorte, con grande allegrezza dei cittadini: bene un cronista però scriveva, durerà poco.[400] Intanto molti animi si erano sollevati come a un ritorno di libertà; e non mancava tra gli stessi amici di Cosimo chi disegnasse valersi di quella larghezza per abbassarlo, e poichè vecchio egli era e infermiccio, fondare sotto all’ombra sua, ed usando il nome di lui, una sorta di governo d’ottimati, che fu continuo e sempre vano desiderio dei principali nella città. Ma questo allora essi potevano meno che in altro tempo mai, perchè erano pochi, e alcuni di essi uomini nuovi, gli antichi essendo in gran parte fuorusciti, ed i rimasti, pregiudicati col farsi ligi ad un uomo solo, senza del quale sentivano essere come allo scoperto, esposti all’odio di quei tanti ch’aveano offesi. Tutta la forza di quello Stato era dunque nella persona sola di Cosimo, sì pel grande seguito ch’egli aveva già nel popolo, e sì per l’essersi obbligati gli uomini più ragguardevoli col sovvenirgli profusamente, ed anche non chiesto, in ogni loro bisogno; tanto che può dirsi, pochi essere allora nella città di Firenze che a lui non fossero debitori; ed egli, pazientissimo creditore, nè sorte ripeteva nè interessi: altri poi erano fatti partecipi dei guadagni che dava a lui la mercatura, create avendo per questo modo Case ricchissime i Sassetti, i Portinari, i Benci, i Tornabuoni. Così lasciava egli correre innanzi quei disegni senza pigliarne paura; ed aspettava, tenendosi in disparte, che a lui ritornassero coloro che avevano bisogno di lui più ch’egli di loro, e i quali a quel solo barlume di libertà vedevano a sè scemare il credito, e negli uffici entrare uomini che impedivano a loro i soprusi della padronanza e in molte cose gli soverchiavano.
Quindi era pensiero di taluni dei più confidenti, che fosse allora venuto il tempo di ripigliare lo Stato e con la forza assicurarselo. Piaceva a Cosimo l’indugiare, siccome colui che non temendo per sè, godeva nell’abbassare quei presontuosi, lasciandogli, come suol dirsi, frollare sino a che non fossero costretti gettarsegli in grembo. Già fino da quando ritornato dall’esilio dava egli principio e fondamento alla potenza sua, vedeva essere in Firenze molti grandi cittadini a lui amici e stati cagione che fosse egli rivocato; i quali tenendosi a lui come eguali, gli era necessità temporeggiare con loro, a fine di potersegli mantenere, mostrando volere che essi potessero quanto lui. Cotesta fu opera di grande fatica, ed usò fina arte a cuoprire l’autorità sua; il che gli serviva anche a fuggire l’invidia col dare apparenza che le cose che egli voleva procedessero da altri e non da lui proprio, che infino all’ultimo gli fu grande mezzo a conservarsi. E ad uno di coloro i quali vedeva andare in cerca di grandezze pericolose quanto più erano appariscenti, disse una volta: «Voi andate drieto a cose infinite, e io alle finite; voi ponete le scale vostre in cielo, e io le pongo rasente la terra per non volare tant’alto che io caggia.[401]» Parole che danno ragione di tutta la vita e dei modi tenuti da Cosimo per farsi capo della Repubblica.
Intanto che visse il re Alfonso, anche il sospetto di lui sconsigliava dal rimescolare la città con dei partiti sempre dubbiosi. Ai quali era avverso Neri Capponi, e faceva argine ai più arrischiati; Cosimo stesso vivente, Neri stava in rispetto. Sapeva essere in lui congiunta con la potenza la grazia, avendo egli amici più che partigiani[402] (qui uso parole bene appropriate del Machiavelli); ma pure badando non si alzasse troppo, a lui opponeva nei Consigli Luca Pitti, ch’era uomo da fargli fare ogni cosa; fervente partigiano fra tutti in Firenze, ma non di tale cervello che molto dovesse Cosimo di lui temere.[403] Così tutto l’anno 1457 duravano quelle medesime condizioni; sul fine del quale Neri Capponi venne a morte, e allora la parte Medicea non ebbe più amici che alle peggiori opere si contrapponessero: Neri avea goduto l’antica Repubblica, e verso quella inclinava sempre.
Poco prima era stata denunziata una congiura ordita da un Ricci, di quella famiglia che avendo spianata la strada ai Medici, ne fu messa fuori: v’era un Adimari ed un Valori, altri erano stati nella tortura nominati falsamente dal Ricci, ch’ebbe il capo mozzo e il denunziatore fu premiato. Un medico, Giovanni da Montecatini, il quale insegnava con ostinata pubblicità che l’anima dovesse morire col corpo, nè mai volle cedere ad ammonizioni, fu impiccato e poscia arso.[404] La peste in quegli anni si era più volte raffacciata, e vi ebbero calamità di terremoti e piene d’Arno. Più spaventoso e strano accidente devastò non piccola parte di Toscana la mattina de’ 24 agosto 1456. Dalle parti di Valdelsa di là da Lucardo cominciò sull’alba ad apparire un folto ammasso di nuvoli che si stendevano per la larghezza d’un terzo di miglio; procedendo per San Casciano, vennero giù nel Piano di Ripoli, e passato Arno verso Settignano e Vincigliata, poco più in là mancarono, andatisi tra quelle alture a consumare: avevano percorso circa venti miglia. Quei nuvoli erano nerissimi e bassi a poche braccia da terra; s’urtavano tra loro a modo di zuffa con grande rumore, e spaventevole era la forza del vento che da quelli usciva; baleni spessi, pochi tuoni e piccoli, rada gragnuola ma grossa; vapori e nuova specie di saette, che nella tempesta varia, incessante, male si discernevano. Si trovarono alberi grossissimi portati lungi dalle radici loro, muraglie rotte e pel cozzare de’ venti cadute a pezzi ed in più versi, tetti portati via di netto d’insopra i muri e andatisi a sfasciare a terra discosto; uomini levati in aria e gettati lontano più braccia. Fu gran ventura quello sterminio non traversasse che luoghi dov’erano rade le case e le popolazioni; ciononostante fu il danno grandissimo, il suolo era ingombro di sparse ruine.[405]
Venuto l’anno 1458 fu rinnuovato il Catasto; e ciò fu per opera di quei cittadini i quali intendevano ad allargare lo Stato, imperocchè gli altri temevano sopra ogni altra cosa quella rinnovazione, la quale avrebbe ad essi tolto l’ingiusto favore ed i vantaggi di cui godevano e i modi più usati ad opprimere i contrari.[406] Nuove ricchezze erano sorte dopo il 34, che ora il Catasto veniva a percuotere; gli acquisti di terre non potevano nascondere, ma i capitali messi in su’ traffici, sempre a conoscere malagevoli, faceano sparire con l’alterazione dei libri palesi tenendo poi altre segrete scritture. Talchè le denunzie menzognere non si potendo correggere, e oltre ciò parendo che l’obbligazione di mostrare i libri nuocesse al credito dei commercianti ed offendesse la libertà loro, si tornò al modo delle tassazioni; dove perchè necessariamente regnava l’arbitrio, si facevano composizioni ma disuguali, e guardando sempre alla qualità delle persone ed al favore di cui godevano. Però è da dire che il proemio della legge del nuovo Catasto e le minute avvertenze quanto ai defalchi ed agli sgravi, oltre al mostrare grande perizia nella materia delle tasse, mantenevano a favore dei poveri e degli innocui ed umili cittadini quella benignità, dalla quale meno ancora d’ogni altro governo voleano i Medici dipartirsi.[407]
Da tutto ciò appare fuor d’ogni dubbio, che nei primi mesi di quell’anno la parte dei molti impedisse quella che sempre cercava di ristringere in pochi lo Stato. A tal segno che un Matteo Bartoli Gonfaloniere, volendo co’ voti fare decretare una Balìa, non che essergli ciò acconsentito dai suoi compagni nella Signoria, fu anzi schernito da loro; e costretto essendo tornarsene a casa, uscì partito per cui volevasi al tutto rendere impossibili nell’avvenire tali disegni. Imperocchè fu vietato il fare Balìa se tra’ Signori e nei Collegi non fosse il partito vinto con tutte le fave nere, e poi non passasse di mano in mano nei Consigli del Popolo e del Comune e per ultimo in quello del Dugento, sottomettendo a gravi pene il Proposto ed i Signori che a questa legge contravvenissero.[408] Ciò accadde nei mesi di marzo e d’aprile: il primo di luglio entrava per la terza volta Gonfaloniere Luca Pitti, uomo del quale non è da dire se a lui più che agli altri spiacesse il Catasto, e s’egli inclinasse ai modi violenti. Pare la legge posta due mesi innanzi non gli desse grande ombra, perchè senza venire a Parlamento, cercò d’ottenere per via dei Consigli che s’ardessero le borse e che si tornasse al fare a mano la Signoria, ch’era la somma d’ogni cosa: ma fu impossibile a lui di vincere quella pratica, massimamente perchè da pochi anni essendosi messa usanza di dare i partiti a voti coperti, si davano questi con meno paura. Ed un Girolamo Machiavelli con parole franche denunziò quella ch’egli usò chiamare tirannia dei pochi; per il che fu preso, e richiesto nei tormenti chi avesse partecipi di tale ardimento: denunziò due altri cittadini, i quali ebbero anch’essi la corda. Il Machiavelli dipoi confinato e per l’Italia cercando muovere nemici contro alla Repubblica, fu per inganno dei Marchesi di Lunigiana condotto in Firenze, dove tormentato un’altra volta, e stato cagione di altre condanne, moriva nel carcere.
Ma intanto a Luca Pitti era sembrato che senza rispetti si dovesse fare Parlamento, e Cosimo stesso giudicò che fosse allora il tempo venuto da non lasciare più innanzi le cose trascorrere. Inoltre era Luca tanto volonteroso di pigliare sopra di sè tutta l’odiosità del fatto, quanto era Cosimo di scansarla; bastava lasciarlo fare, ed era Cosimo vecchio maestro nel procurare che altri muovesse le cose da lui volute, o spartirne con molti l’invidia. Fu suonato a Parlamento, e avendo empiuta la piazza d’armati,[409] ed ai Signori ed a circa trecentocinquanta altri cittadini data amplissima balìa di riformare lo Stato, senza che alcun rumore ne seguisse, venne ciascuno alle sue case rimandato. Quella Balìa rifece gli accoppiatori da durare sette anni, dai quali venisse la Signoria scelta; rendè permanente l’ufficio degli Otto di balìa; non pochi cittadini confinava, molti privò degli uffici, essi e i discendenti loro; ai confinati dopo il 34 prolungò i confini d’altri venticinque anni più in là del termine allora posto, o gli dichiarò ribelli, cosicchè per undici case durasse il bando fino all’anno 1499: un Barbadori ed un Guadagni con alcuni altri furono indi per sentenza del Capitano decapitati.[410]
Già insino dall’altra Balìa, ch’era stata nell’anno 1453, fu nelle esterne apparenze rialzata la dignità della Signoria, essendosi ordinato che il Gonfaloniere avesse la mano sul Potestà, che era in antico depositario della potestà sovrana, come abbiamo più volte mostrato, e che oggi non era più altro che un giudice fatto venire a breve tempo di fuori; come non era il Capitano più altro che il capo dei soldati di Palazzo, e l’Esecutore degli ordini di Giustizia ridotto alla bassa condizione di Bargello. Mutarono in seguito la forma dei giudizi, eleggendo al Palagio del Potestà per le cause civili quattro dottori con salario di trecento fiorini, e altri due al Palagio del Capitano per le appellazioni; ed un Notaio forestiero con quaranta fanti per l’esecuzione delle condanne proferite dagli Otto di balìa.[411] Misero innanzi nelle cerimonie anche il Proposto, quello cioè che di tre in tre giorni presiedeva la Signoria avendo la prerogativa delle cose da deliberare: e ordinarono che il Pennone dello Stato, il quale prima dal Potestà si consegnava al nuovo eletto Gonfaloniere, gli fosse dato da quello che usciva. Inoltre fecero che alla Signoria precedessero dodici mazzieri con mazze d’argento; rifornirono più riccamente il Palagio di vasellami e d’arazzi, vollero sgombrato d’ogni impedimento il cortile e anche la Piazza dei Signori. Ai quali mutarono titolo, e dove prima si appellavano Priori delle Arti, perchè a tempo della istituzione della Signoria le Arti contavano ogni cosa; ora decretarono che si chiamassero Priori di Libertà, perchè avendo di questa la realtà distrutta, almanco il nome ne rimanesse. Comandarono che fossero murate case dove il popolo avesse da abitare comodamente, poichè per la grande moltitudine e per l’assai murare di belle e grandi case dagli uomini nobili e potenti, pativa il popolo disagio di abitazioni.[412] Aveano mandato, in quei giorni che vigeva la Balìa, dieci galere tra in Inghilterra e in Barberia ed a Costantinopoli con mercanzie; le quali tornate prosperamente, vantaggiarono il Comune di sopra a cento mila fiorini, con letizia della città.
L’autore di queste cose, Luca Pitti, fu dalla Signoria e da Cosimo e da grande numero di cittadini riccamente presentato;[413] tanto che è fama che i presenti aggiugnessero alla somma di ventimila ducati. Cuoprivano, egli l’ingordigia, e i donatori la viltà, col nome di pubblica gratitudine pei beneficii da lui recati alla città, della quale parea Luca essere divenuto principe in luogo di Cosimo; questi ritenuto per la infermità in casa, e quegli riverito, accompagnato, cedutogli nelle radunanze il primo luogo: fu poi con insolita solennità fatto dal popolo cavaliere.[414] Onde egli venuto in molta superbia inalzava due molto grandiosi edifizi, che l’uno a Rusciano vicino un miglio, e l’altro dentro alla città stessa; palagio che soverchiava quello stesso eretto da Cosimo, avendo il Pitti dato il nome a quella che poi fu abitazione principesca. Per condurre a fine il quale edifizio, Luca non perdonando a modo alcuno straordinario, venia sovvenuto delle cose necessarie non che dai privati ma dai popoli e dai comuni; ed ogni persona sbandita o che temesse giustizia, purchè fusse utile a quella edificazione, dentro sicuro si rifuggiva.[415] Gli altri dello Stato non erano meno violenti e rapaci: la quiete pubblica nascondeva offese private ed ingiustizie d’ogni sorta.
Morto il re Alfonso, come si è detto, Ferrando suo figlio aveva dubbiosa la possessione del Reame, in Genova essendo il suo rivale Giovanni d’Angiò con le armi francesi, e il papa Callisto, sebbene in addietro fosse stato ministro d’Alfonso, mostrando intenzioni a lui ostili fino a privarlo, come dicevasi, del Reame. Ma Callisto venne a morte dopo soli tre anni di regno, e vecchio già era, e stando in letto la maggior parte del tempo agitava di questi disegni; intantochè per lettere e per legati dava gran voce di guerra contro al Turco per salvazione della Cristianità. Gli succedeva, col nome di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, il quale alla sola Crociata intendendo con tutto l’animo e le forze sue, dava a Ferdinando l’investitura del reame di Puglia. Al quale però muoveva guerra Giovanni d’Angiò, che dopo avere con l’aiuto dei principali Baroni quasi occupato tutto il Reame, ne fu cacciato: ed anche Genova in quel tempo gli era caduta di mano, tolta a lui da quei medesimi che ve lo avevano messo; e il Duca di Milano avendo mandato le genti sue a quella impresa, ne ottenne quindi la signoria. I Fiorentini, ricercati dall’Aragonese per la nuova lega, e dall’Angiovino per la secolare inclinazione che essi ebbero a Casa di Francia, rimasero in quella guerra neutrali. Ma queste cose vennero dopo.
Era nell’aprile del 1459 venuto a Firenze il pontefice Pio II recandosi a Mantova, dove egli aveva convocato grande assemblea dei Principi cristiani per la comune difesa contro alla invasione dei Turchi. Si trovarono insieme a Firenze, oltre a Giovanni Galeazzo figlio primogenito del duca Francesco, i Signori di Rimini e di Carpi e di Forlì: portavano questi la sedia del Papa nell’entrata solennissima ch’egli faceva in Firenze. A onore dei quali, e per aggradire al giovinetto Sforza che non arrivava ai diciassette anni, si fecero balli e giostre molto ricche ed una caccia sulla piazza di Santa Croce, dove furono condotti, oltre ai leoni che la Repubblica soleva nutrire, lupi e cinghiali e fiere da mandria: e si portò a mostra una giraffa, nuovo animale in quella età. Cosimo de’ Medici ospitava regalmente il figlio dell’amico suo, dandogli feste e mascherate, nelle quali apparve il nipote di lui Lorenzo, che appena toccava l’undecimo anno, vestito a foggia di non so quale divinità.[416]
Mentre il Papa era in Firenze e la città in festa, moriva qui il santo e dotto Arcivescovo Antonio Pierozzi, al quale perchè era di statura piccola rimase il nome di Antonino. Modesto, rigido a sè stesso,[417] largo nelle opere di carità cittadina e negli esempi virtuosi, assiduo in comporre libri di morale disciplina massimamente per la istruzione degli ecclesiastici, lasciava anche una Cronaca de’ suoi tempi messa insieme la maggior parte da libri che oggi corrono a stampa. Severo ai potenti, non fu ai Medici troppo amico:[418] fondava una pia Congregazione per sovvenire ai poveri vergognosi, detta di San Martino; dei quali era il numero grandissimo allora per le confische e per le spogliazioni ch’avevano ridotto alla ultima miseria famiglie usate all’opulenza.[419] Con alto pensiero volendo che pura si mantenesse quella istituzione, vietava ad essa il possedere o terre o altro fondo qualsiasi, ordinando fosse in tempo brevissimo venduto e speso in elemosine tutto il capitale, comunque grosso, di ogni lascito che fosse fatto alla Congregazione: la quale mantiene quella saggia regola, e vive tuttora dopo quattrocento anni, senza che i mezzi mai le mancassero alle buone opere, libera e monda per tale modo da ogni carico d’amministrazione.
Intanto Maometto, vittorioso per terra e per mare, avea conquistato sul Danubio tutte le provincie del caduto Impero, e contro ai Veneziani la Grecia e le Isole, quivi spegnendo i principati che rimanevano dei Latini: tra’ quali Francesco Acciaioli ultimo Duca d’Atene periva strozzato per la crudeltà di Maometto. La virtù maravigliosa di Giorgio Castrioto, soprannominato Scanderbeg, sola teneva lontani i Turchi dalle spiaggie dell’Adriatico: in Europa niuno si mosse alle sollecitazioni del Papa, ma questi di nuovo nell’anno 1464 chiamava in Ancona non più i Principi a congresso, ma le forze tutte della cristianità; egli stesso deliberato salire sulle navi e porsi a capo, vecchio ed infermo com’egli era, di tanto gloriosa e santa impresa. Cosimo dei Medici quando diceva motteggiando che il Papa era vecchio e volea fare impresa da giovane, mi pare aderisse troppo alla dottrina mercantile dell’utilità. I Veneziani, nemmeno essi molto credevano a quella impresa; ma pure il vecchio loro doge Cristoforo Moro, fu anch’egli costretto dal pubblico grido recarsi in Ancona.[420] Quivi il Papa spossato moriva, ogni apparecchio di guerra essendosi per quella morte disciolto; ma egli chiudendo con isplendore quella sua vita affaccendata, e in tanta bassezza di cose cercando rialzare quanto era in lui l’Italia e la sedia pontificale.[421]
Il 1 d’agosto 1464 Cosimo de’ Medici, consunto da lunghe infermità e vecchio di settantacinque anni, moriva in Careggi. Pochi mesi prima aveva sepolto il minore suo figlio Giovanni, ed innanzi un bambinello che avea questi avuto dalla Ginevra degli Alessandri. Rimaneva Piero con due figli, Lorenzo e Giuliano, entrati appena nell’adolescenza; e il padre soleva fidare in Giovanni più che non facesse in Piero, impedito molto dalle gotte, da cui lo stesso Cosimo era stato più anni afflitto. Questi negli ultimi mesi della vita facendosi portare per casa, dicea sospirando ch’ella era troppo gran casa per così poca famiglia. Lasciò anche un figlio naturale, Carlo, che divenne cherico e fu Proposto di Prato. Lorenzo, fratello minore di Cosimo, era morto nell’anno 1440; e i discendenti di lui continuati con poca celebrità finchè durava il lignaggio primogenito, montarono con l’estinzione di quello a viemaggiore fortuna, avendo dato alla Toscana per duegento anni i suoi Granduchi.
Cosimo aveva per testamento vietato che se gli facessero esequie solenni: ma l’usata magnificenza della famiglia e il dolore di molti, e l’ossequio dei magistrati, onorarono la fine di questo fra tutti potente ed insigne cittadino.[422] Colui che aveva detto «meglio città guasta che perduta,» fu per decreto pubblico soprannominato Padre della Patria, quel titolo ancora leggendosi sopra il marmo che ricuopre il corpo suo nella chiesa di San Lorenzo. Fu Cosimo di comunale statura, magro e olivastro, di aspetto benigno, non senza acume e gravità. Parco dicitore ma efficacissimo a persuadere, veniva al fatto senza ornati; breve nel rispondere, non si spiegava innanzi d’essere chiaro egli stesso si chiudeva in detti ambigui. Nessuno lo vinse quanto ad accortezza; alla fortuna dovette l’essere portato in alto dai suoi nemici, a sè medesimo il potersi bene difendere dagli amici: le malvage opere parcamente usava e a quelle sapeva trovare compagni. Ebbe grandezza di principe, e vita e costumi di privato cittadino: fuori lo tenevano come signore della città, ed i principi e le repubbliche si condolsero della sua morte.[423] Ma in Firenze ciascuno trattava famigliarmente con lui, nel vivere giornaliero non oltrepassava le usanze comuni. Venuto in potenza, non si volle imparentare con signori; ma diede a Piero in moglie la Lucrezia dei Tornabuoni, e le due figlie di lui maritava in Casa i Pazzi ed i Rucellai. Ebbe ricchezza tale, che niuno privato uomo e pochi principi l’agguagliavano; era al suo tempo il primo banchiere in Europa, tenendo banchi e ragioni in molte città, ed il nome di Casa Medici avendo credito dappertutto. Narra Filippo de Comines come i danari di Cosimo fossero di grande aiuto a Eduardo IV d’Inghilterra per sostenersi nel Regno, tenendo fuori per conto suo alcuna volta più di centoventi mila fiorini, ed avendoli pe’ suoi agenti fatta malleveria verso il Duca di Borgogna una volta di cinquanta, ed una di ottanta mila altri fiorini.[424] Ma niuno mai fece più di lui nobile uso della ricchezza, e nelle liberalità sue metteva splendore ma non senza accorgimento; piacevasi molto a servire di danaro con cortesia fina i primi uomini del suo tempo. Così aveva fatto con frate Tommaso da Sarzana, che divenuto Niccolò V lo fece depositario in Firenze della Chiesa, della quale nel Giubbileo del 1450 si trovò avere in mano oltre a cento mila ducati. Avea molte possessioni, e queste amministrava con diligenza, essendo egli intendentissimo dell’agricoltura, tantochè si dilettava alcuna volta di sua mano potare le viti ed innestare i frutti che amava di avere singolari. Ma la magnificenza sua mostrava più che altro negli edificii; oltre al palagio di Firenze, fabbricava ville grandiose a Careggi, a Fiesole, e nel Mugello, al Trebbio ed a Cafaggiolo. Vedemmo com’egli edificasse una Libreria in Venezia, restaurò un Collegio degli Italiani in Parigi; la Casa in Milano, dove un Portinari teneva il Banco in nome suo, vinceva ogni altra d’ornato sontuoso ed elegante; rimane essa in piedi tuttora. Le quali spese erano di molto passate da quelle che egli faceva pel divin culto: alzò in città dai fondamenti la Basilica di San Lorenzo, ampliò la Chiesa e il Convento di San Marco; sul monte di Fiesole edificò la Badia ed un Convento a San Girolamo; nel Mugello, un altro Convento pei Frati Minori: in molte chiese fondò altari e cappelle splendidissime. Nè a ciò fu contento, che fino in Gerusalemme apriva e dotava co’ suoi danari uno Spedale pei poveri pellegrini. «Facea queste cose (scrive il biografo che gli fu amico) perchè gli pareva tenere danari di non molto buono acquisto; e soleva dire, che a Dio non aveva mai dato tanto che lo trovasse nei suoi libri debitore. E altresì diceva: io conosco gli umori di questa città, non passeranno cinquant’anni innanzi che noi ne siamo cacciati; ma gli edifizi resteranno.» Sapiente parola quanto era magnifica, e buon fondamento alla grandezza di Casa sua.[425]
S’imbatteva egli in quella età nella quale le arti belle si esercitavano con più squisitezza di sentimento, come abbiamo già veduto: i sommi artisti ebbe familiari, ed egli col dare ad essi lavoro gli sovveniva; ma non ottenne che Donatello, al quale avea mandato a casa una roba di panno rosato, volesse andare altro che in giubbetto. Stavano quegli artisti a bottega, ma invece le lettere, dacchè si fondavano principalmente sulla erudizione, erano signorilmente trattate; e per l’acquisto o per le copie dei libri antichi latini e greci, che in tanto numero quasi ad un tratto veniano in luce, volevano spesa cui non bastavano che i più ricchi. Per quanti vizi ella si avesse, certo era splendida quella età; e i Principi a gara promuovevano gli studi, ed in Firenze erano molti cittadini facoltosi che vi ponevano la persona e il tempo e l’opera e il danaro loro. Cosimo si stava in mezzo tra questi; non era egli di molta dottrina, benchè senza lettere non fosse, ma quanti a lui ricorressero trovavanlo sempre aperto e facile. In San Marco fondava una prima Biblioteca, la quale volle che fosse a comune uso degli studiosi; ne aperse un’altra nella Badia di Fiesole, e aveva in sua casa grande numero di codici, pei quali ebbe principio la libreria che fu poi detta Mediceo Laurenziana. Da Vespasiano, che per lui faceva copiare i libri, sappiamo quanta cura vi ponesse;[426] e così nel raccogliere anticaglie ed ogni genere di preziosità. I Greci che innanzi al Turco fuggivano, e che aprirono alle lettere un campo vastissimo e fino allora non esplorato, trovarono lauto rifugio in Firenze; e l’Argiropulo ed il Crisolora ed altri vi tennero cattedre per opera massimamente di Cosimo, e vissero familiarmente con lui. Ma si onorava egli soprattutto col sollevare la giovinezza povera ed oscura di Marsilio Ficino al quale donava una casa in città ed una villetta a Careggi: la scuola fondata dal buon Marsilio fruttò a quel secolo quanto ne uscisse di più elevato nelle dottrine, e nella vita di più onesto e dignitoso.
Cosimo dei Medici ebbe non tocchi da esterne guerre gli anni suoi ultimi, e la città lieta, dalle arti abbellita, fiorente d’industrie; la moltitudine degli artefici assicurata contro alla oppressione delle Arti maggiori. Fonte principale di ricchezza quella della seta, dove è più semplice il lavoro, e quasi che tutto si viene a compiere nelle case con poca ingerenza di quei minuti mestieri che nell’arte della lana tanto disordine producevano: cessato lo sciopero, fra tutti pessimo, delle sedizioni, cresceva il lavoro ed era meglio remunerato. Gli spiriti, è vero, di questo popolo si abbassavano in quella pace, nè il favore di Casa Medici era senza corruttela: ma questo rimase dell’antico stato popolare, che principato non si avesse, nè corte, nè armati a guardia del signore, nè abietto servire, nè silenzio comandato. Cosimo sicuro dello Stato, come si è detto, con l’avere in mano i magistrati e le gravezze, lasciava nel resto le cose andare liberamente[427] ed amministrarsi pei Collegi e pei Consigli, dei quali non era l’autorità vana. Il popolo vedeva non alterate le forme dei suoi magistrati; e questi invece d’appartenere volta per volta a quella fazione che la violenza ponesse in seggio, dipendevano da una Casa che il popolo stesso aveva inalzata, di quella facendosi tutela contro gli avversari suoi e contro ai danni delle sue proprie intemperanze. Dal punto a cui siamo e già decaduta essendo la vigoria di questo popolo di Firenze, ne sembra l’istoria perdere grandezza: ma pure è gloria di questo popolo avere temprato a sè medesimo quella signoria che ad ogni modo qui e dappertutto voleva ristringersi, e che uscita dal suo proprio seno, lasciavagli pure ampiezza di vita: signoria tanto più onorata quanto era più cittadina.
Capitolo IV. PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.]
Il governo di Firenze sebbene alla morte di Cosimo dei Medici si reggesse tuttavia sulla potenza che il suo nome aveva in città e fuori, pure nelle apparenze dipendeva da quei cittadini che stati capi della fazione sua e da lui medesimo promossi, conoscevano sè oggi più liberi e meno sicuri, tanto che dovessero a sè ed alla parte da sè medesimi provvedere. Di questa erano principali Luca Pitti, Dietisalvi Neroni, Agnolo Acciaioli; il primo dei quali, vano e fastoso, era strumento da usare ma senza punto fidarsene; Dietisalvi, di grande ingegno ma dubbio, e non di tale animo che valesse a trarsi dietro le moltitudini; Agnolo, più atto a praticare le corti che non al vivere popolare, e contro al Medici inasprito da offese private. Imperocchè essendosi tenuto certo d’avere per un suo figlio l’arcivescovado di Pisa, Cosimo volle darlo invece ad un suo congiunto Filippo dei Medici, costringendo l’Acciaioli a contentarsi del vescovado d’Arezzo. Inoltre, avendo un altro suo figlio presa in moglie con dote grandissima una fanciulla de’ Bardi, ed essa tenendosi maltrattata in quella casa, uno dei Bardi di notte tempo con molti armati la trasse via; il che parendo agli Acciaioli offesa gravissima, e la causa avendo rimessa in Cosimo, questi sentenziò che fosse la dote ai Bardi restituita e la fanciulla restasse libera. Ma insieme ad Agnolo gli altri due pure invidiavano alla potenza della Casa Medici, e questa credevano, per quanta si fosse, difficilmente potersi tenere da Piero infermo e perduto quasi dalle gotte, nè di tale ingegno che una incerta signoria valesse in sè medesimo a continuare con le arti del padre. Vedevano anche la grande mole della ricchezza lasciata da Cosimo divisa essere in tanti luoghi e amministrata da tante mani, che il governarla era come avere un altro Stato da conservare; faticosa opera, e massimamente gravata essendo dalle tante liberalità e spese ch’egli avea fatte, sicchè il bilancio male potrebbesi ricavare. Di tutte queste difficoltà Cosimo essendo bene accorto, avea prima di morire commesso al figlio si consigliasse con Dietisalvi Neroni circa il governo delle facoltà sue e dello Stato. Il Machiavelli, che narra ciò, aggiugne come avendo Dietisalvi veduto i calcoli delle ragioni e in questo trovato essere disordine, mostrasse a Piero la necessità di fare vivi i danari dei molti crediti lasciati giacenti da Cosimo, e che Piero avendo ceduto a quelle persuasioni disdicesse le somme imprestate con tanta larghezza a ogni qualità di cittadini: i quali tenendosi male trattati come se Piero, anzichè ritorre il suo, gli avesse privati del loro, ne venne egli a perdere riputazione ed amici, imputandosi all’avarizia sua l’incaglio ne’ traffici e i fallimenti che ne seguirono. Aggiugne lo stesso autore, che fosse quell’imprudente consiglio dato a malizia da Dietisalvi, il quale ricchissimo e potente di aderenze e fra tutti reputato sagace e pratico dello Stato, ambisse in tal modo levarsi più in alto con la ruina di quella Casa.
Egli pertanto e l’Acciaioli essendo in tutto risoluti d’abbattere Piero, a sè tirarono facilmente Luca Pitti con dargli speranza di fare lui principe della città; e usato che avessero il molto seguito di lui e le ricchezze e la temerità non rallentata, sebbene fosse egli già vecchio, erano certi di farlo quindi per la incapacità sua agevolmente cadere. Con essi era un altro reputato cittadino e assai potente nella Repubblica, Niccolò Soderini, il quale mosso da non private ambizioni ma da onesto desiderio di restaurare la libertà, cercava con tutte le forze dell’animo l’abbassamento di Casa Medici. Così nello Stato furono manifeste le divisioni: la parte che aveva il nome da Luca si chiamò del Poggio, fabbricando egli il suo Palagio su quello di San Giorgio; e del Piano l’altra, che stava pei Medici: segrete combriccole si tenevano per la città; molto sparlavasi in aperto. Di Piero dicevano: non essere da tollerare in città libera tale continuità di maggioranza da padre in figlio; molte cose essersi concedute alla prudenza, all’età ed ai servigi resi da Cosimo alla patria sua, le quali non si doveano a Piero concedere, avaro, altero, di poca esperienza, e per le sue infermità poco o niente utile alla Repubblica. Ma gli altri dicevano, che Luca vendeva lo Stato a ritaglio; che aveva la casa piena di sbanditi, di condannati e d’ogni sorta di scellerati uomini; che sotto apparenza di cortesia e di liberalità rubava il privato, spogliava il pubblico, e non prezzando nè Dio nè Santi confondeva le cose umane e le divine. A questo modo continuandosi gran parte dell’anno 1465 le divisioni, gli avversi a Piero misero innanzi che i Magistrati ricominciassero, serrate le borse, a trarsi a sorte; il che da Piero fu consentito perchè la cosa piaceva tanto, che il contrariarla sarebbe stato tirarsi addosso troppo gran carico. Fu vinto con tale consentimento ed allegrezza dei cittadini, che nel partito di tutto il Consiglio non si trovarono che sei fave bianche.[428]
Usciva dipoi Niccolò Soderini Gonfaloniere per gli ultimi due mesi di quell’anno, e parve che per lui si avesse a restaurare la libertà con modi civili, secondo che gli uomini più assennati desideravano; laonde fu egli accompagnato in Palagio da gran moltitudine di cittadini, e per via gli fu posta in capo una corona di ulivo. Ma egli, com’era più atto a svelare con l’eloquenza i mali che non con l’opera a correggerli, avendo al principio del suo magistrato due volte radunato prima cinquecento e poi trecento cittadini, e ad essi con lunga ed ornata diceria mostrato i disordini, e chiesto che ognuno in quanto ai rimedi volesse esporre il parer suo, molti dicitori saliti in tribuna, chi l’una e chi l’altra cosa proponevano; così le due volte pei dispareri dei consultori nessuno effetto ne conseguitava. Tentarono quindi egli ed i suoi di levare via il Consiglio del Cento che disponeva di tutte le cose importanti della città; al che essendosi opposti alla scoperta gli amici di Piero, finalmente ciò impedirono. Ebbe anche pensiero il Soderini di rivedere i conti a coloro che avessero avuto amministrazione nello Stato; del che Luca Pitti non volendo per nulla sapere, non se ne fece cosa alcuna. Corresse con molta fatica poche delle esorbitanti cose fatte in addietro; volle dal popolo essere creato Cavaliere, ma non l’ottenne. Infine avendo consumato il tempo dell’ufizio suo nel rivedere le borse e fare il nuovo squittinio, lunga opera e odiosa a molti, cedeva con poca sua reputazione il magistrato il quale con tanta aspettazione aveva preso. Al che si credette averlo condotto massimamente i consigli di messer Tommaso Soderini suo fratello, che era molto amico a Piero e uomo da non volere commettere, senza utile certo, a nuovi pericoli le sorti della città.[429]
Ma in questa si venne a scoperta divisione quando per la morte di Francesco Sforza duca di Milano, avvenuta il giorno 8 di marzo 1466, parve casa Medici avere perduto l’antico sostegno ed essere in dubbio la pace d’Italia. Sebbene Venezia impegnata nelle guerre contro al Turco, sola difendesse la Cristianità sul mare intanto che gli Ungheri la difendevano sul Danubio, pure la molta potenza di quella Repubblica e l’ambizione perseverante e la finezza dei consigli e quella stessa superbia di modi ch’ella usava nel trattare con gli altri Principi e Stati d’Italia,[430] a tutti la rendevano odiosa e temuta; e quindi la lega che lo Sforza e Cosimo avevano stretta, ed alla quale Ferrando re di Napoli aderiva, parea necessaria a comune difensione. A questo Re si era lo Sforza congiunto per iscambievoli parentadi, e fu accusato d’avere anche avuto le mani nello scellerato tradimento pel quale Ferrando tirava a morte Iacopo Piccinino tra mense ospitali e sotto apparenze d’amicizia sviscerata.[431] Con arti migliori teneva lo Sforza il ducato di Milano, dove tra’ Visconti non era stato, a mio parere, chi lo agguagliasse nelle virtù di principe, come niuno lo avea pareggiato nella scienza della guerra. Levando in istima tra gli stranieri il nome suo e le armi d’Italia, aveva mandato in Francia soccorso di quattro mila cavalli al re Luigi XI nella guerra contro ai suoi Baroni e contro ai Duchi vassalli di Borgogna e di Brettagna; ed era in quelle armi Galeazzo Maria suo figliuolo primogenito, quando essendo il duca Francesco venuto a morte quasi all’improvviso, al figlio convenne ricondursi nello Stato, non senza pericolo d’insidie per via, ma quivi accolto ed acclamato. Fu sempre fatale ai principi Italiani che se uno sorgesse di pregio eminente, avesse figliuoli al tutto degeneri: Galeazzo educato al fasto e ai riposi della corte, ignaro delle armi, nè illustrandosi che pei vizi, di molto abbassava nel breve suo regno la reputazione della Casa Sforza.
La Repubblica di Firenze mandava ambasciatori a Milano Bernardo Giugni e Luigi Guicciardini, i quali offerissero al nuovo Duca tutte le forze della città e sopravvegliassero ai casi occorrenti. Trovarono quello Stato in gran disordine di danari, e qualche sospetto di guerra co’ Veneziani: richiesti, scrissero a Firenze perchè si stanziasse, come s’era fatto più volte nei tempi del duca Francesco, qualche danaro in prestanza, pigliando l’assegna sopra alle entrate più vive della città. Fu risposto che offerissero quaranta mila ducati; e su questa sicurezza vennero in Firenze, co’ due che tornavano, gli ambasciatori del Duca per trattare i modi e procurare lo stanziamento.[432] Piero dei Medici e i suoi allegavano le antiche ragioni che ebbe suo padre di mantenere l’amicizia con lo Sforza; gli avversari, quelle che già noi vedemmo ai tempi di Cosimo essere addotte contro una lega la quale pareva d’utile privato più che di pubblico: aggiungnevano ora, non valere il figlio quello che il padre valeva, e non v’essere motivo sufficiente di scomodarsi per lui. Al che non bastando avere opposto, che la debolezza del giovine Duca tanto più dava necessità di fare sforzi a mantenerlo, il ch’era salute di tutta Italia; non fu il pagamento, sebbene promesso, mai pei Consigli deliberato.
Da indi in poi gonfiati gli animi, le divisioni si resero vie più manifeste. Ma i primi sei mesi di quell’anno 1466 le due parti stavano l’una contro dell’altra in aspetto; e la Signoria, volendo pure fare qualcosa, ordinava che i cittadini atti ai maggiori uffici prestassero giuramento di non s’obbligare a parte veruna, di non fare segrete combriccole e di non servire che alla Repubblica.[433] Giuramenti, come avviene sempre ne’ casi politici, osservati da coloro cui non bisognavano. Agli altri però giovava, sebbene diversamente, l’indugio: Piero tenendosi in possesso, ed i nemici di lui reputando che per essere le tratte libere si dovessero i magistrati bentosto empire d’uomini della parte loro, donde agevolmente e senza disordini la Casa dei Medici venisse a cadere da una autorità che risedeva in mani deboli; giudicavano che dove a Piero venisse meno la facoltà di valersi de’ danari del Comune, non potendo egli più sostenere l’antico credito nelle mercanzie, ruinerebbero le sue private sostanze e insieme con esse la reputazione nello Stato. Così aspettando volta per volta che una Signoria uscisse che fosse opportuna ai loro disegni, cercavano intanto di farsi aderenze negli altri Stati d’Italia, dove la pace era in dubbio, e nuove occasioni potevano suggerire consigli nuovi. Piero dei Medici era amico naturale al giovane duca Galeazzo Maria; ed un Nicodemo Tranchedini, uomo di gran fede col duca Francesco e che in Firenze risedeva da più anni oratore, manteneva quell’amicizia e consigliava Piero in tutte le cose. I congiurati aveano qualche speranza nel re Ferrando di Napoli; ma questi, per avviso di messer Marino Tomacelli che per lui stava in Firenze, pigliava partito di aspettare osservando senza scuoprirsi per alcuna parte. A Pio II era succeduto nel pontificato Pietro Barbo veneziano, che assumeva il nome di Paolo II. Questi da principio amico allo Stato dei Fiorentini, s’era poi molto alienato da essi quando alla morte del cardinale Scarampi, ch’era camarlingo della Chiesa ed uomo ricchissimo, volendo i nipoti di lui succedere nella possessione di gioie e danari ed altro mobile per somma grandissima che il Cardinale aveva in Firenze, e Luca Pitti come parente agli Scarampi favorendo quelle pretensioni loro, il Papa al contrario voleva che andassero alla Camera apostolica. Il che non poteva egli ottenere per la potenza di Luca Pitti: e ne fu per nascere gran divisione, il Papa essendone adirato forte; insinchè alla fine e dopo lunghe pratiche n’ebbe ragione, ed egli si tenne almen per allora neutrale in mezzo alle divisioni che pur minacciavano per tutta Italia di manifestarsi. Imperocchè tra’ Signori di Milano e la Repubblica di Venezia, se guerra non era, mantenevasi costante l’inimicizia: vedeano quelli dalle finestre del loro castello sventolare la bandiera di San Marco sulle mura di Brescia e di Bergamo, freno e minaccia alla potenza loro. I Veneziani mal sofferivano che le emule navi di Genova andassero congiunte agli eserciti di Lombardia, sempre avendo l’animo all’acquisto di questa provincia. In Romagna con la possessione di Ravenna tenevano come stretta Ferrara, obbligando quel Signore, e seco più altri minori Principi, a seguire la parte loro. Bologna intanto, sotto al governo de’ Bentivogli, stava con lo Sforza e coi Fiorentini: tra queste due parti dividevasi l’Italia, e guerra poteva uscirne ogni tratto, se quella col Turco non avesse trattenuto le male nascoste cupidigie del Senato di Venezia. Su questo fondavano gli avversi al Medici le speranze loro, mutare lo stato della Repubblica di Firenze essendo lasciare lo Sforza solo, e non temendo essi di rompere quella sorta d’equilibrio per la quale teneasi allora che stesse ferma la pace d’Italia.
A questo effetto andavano messi innanzi e indietro, segreti e palesi: fine d’ogni cosa era, una lega con la Repubblica di Venezia, la quale non si volendo scuoprire per allora sinchè non avesse fatta la pace col Turco, si tenevano le pratiche personalmente con Bartolommeo Colleoni da Bergamo, il quale essendo in sul finire della condotta co’ Veneziani, avrebbe in suo nome fatto quell’impresa. Trattavano anche di far venire in Italia il duca Giovanni d’Angiò, quando uopo fosse di contenere il re Ferrando mentre che i Veneziani, entrati nel ballo, opprimessero lo Sforza; al che si credevano anche soli di potere essere sufficienti. Conduceva queste pratiche Dietisalvi Neroni, intanto che Agnolo Acciaioli in nome di tutti scriveva al duca Borso d’Este richiedendogli consigli e aiuti, siccome quello che assai mostravasi ad essi amico. Rispose il Duca offrendosi andare, quando tempo fosse, co’ Veneziani, e che darebbe con le genti sue frattanto la mano alla mutazione dello Stato.[434] Era il mese d’agosto, e la Signoria che allora sedeva incerta e divisa, essendo prossima a cessare, poteva uscirne un’altra a Piero tutta amica; nella quale dubbiezza, e fidati sopra l’aiuto di Modena e accesi molto dalle parole di Niccolò Soderini, fermarono insieme un obbligo terribile innanzi a Dio e innanzi agli uomini e molto segreto, al quale accenna, ma senza più dichiararsi, lo stesso Agnolo Acciaioli in una sua lettera.[435] Chiamarono in Toscana subito le genti del Duca; il quale con ottocento cavalli, due mila fanti e mille balestrieri, mandava Ercole suo fratello: e questi era pervenuto insino a Fiumalbo, quando per lettere di Giovanni Bentivogli ne giunse avviso a Piero dei Medici che villeggiava infermo a Careggi. Era nel Bolognese un capitano del Duca di Milano, al quale in quella sorpresa Piero tostamente scrisse, comune essere il pericolo, comune dovere essere anche la difesa; e quegli, come erano le intenzioni del Duca, scendeva con le sue genti a Firenzuola. Intanto Piero si faceva quel giorno stesso portare a Firenze, aveva la moglie seco e molti armati: si trova scritto presso che da tutti, e variamente narrato, che i congiurati lo aspettassero a Sant’Antonio del Vescovo per ammazzarlo; ma che avendo Piero tenuto altra via occulta ed insolita, scampasse la vita. Al che gli giovava, secondo taluno, la sagacità del figlio Lorenzo, che andato francamente per l’usata via, teneva a bada gli appostati col dare ad intendere che il padre lo seguitasse.[436] E intanto Piero, giunto a casa, facea dal contado venire armati segretamente in Firenze: quei della contraria parte mandarono anch’essi per gli amici loro: la città era piena di fanterie, ed in gran pericolo.
Piero de’ Medici, venuto in Firenze, ragunava gli amici e ordinavasi alla difesa; chiamato essendo quindi dalla Signoria, mandava in Palagio i due suoi figli Lorenzo e Giuliano con le lettere del Bentivoglio, che annunziavano l’avanzarsi già presso a Toscana d’Ercole da Este. Al quale i Signori mandato avendo un Commissario perchè si fermasse, ordinarono a ciascuno posare le armi, e che le discordie per vie civili si componessero. La parte di Luca, perchè a lei pareva essere più debole, mostrò consentire: Piero, licenziati alcuni di fuori ma tenendo armati gli amici di dentro, faceva nascondere nelle sue case ed all’intorno assai numero di soldati. Volendo frattanto che i nemici si scuoprissero e che gli amici incerti o deboli si obbligassero, siccome colui che in città stracca sapeva bene il maggior numero essere i paurosi, metteva in giro dei fogli su’ quali chi a lui aderiva si dovesse sottoscrivere; e tanto era incerta la fede degli uomini, che taluni apposero in quelle liste i nomi loro che prima gli avevano in su’ registri dei congiurati. Venivano a Piero anche fanti dal contado, e molti ne aveano mandati da Figline i Serristori. La parte contraria, che aveva più capi, andava tarda nelle provvisioni: teneano consigli senza effetto nelle case di Luca Pitti; dove il Soderini avendo messo partito, che senza indugio si muovesse contro a Piero e si levasse la plebe a rumore, non ebbe seguaci; contrapponendosi alle accese parole di lui, più vivo degli altri, Dietisalvi Neroni, perchè avendo la sua casa prossima a quella dei Medici, temeva la plebe, mossa una volta, non si desse a saccheggiare anche lui. Ma Luca Pitti, cessando ad un tratto dall’usata sua temerità, già era tirato in contraria parte dalle seduzioni di Piero, che a lui per mezzo di amici comuni prometteva maggiore stato di quello che era Luca solito d’avere a tempo di Cosimo; e che lo terrebbe in luogo di padre, facendogli anche brillare sugli occhi il maritaggio di una figliuola sua col giovine Lorenzo. È certo che Piero, il quale dai consigli di sangue ripugnava e dei partiti animosi non era capace, usando le arti ch’erano vecchie in casa sua, ottenne che Luca lo andasse a trovare giacente nel letto, quivi in presenza dei figli facendogli patti i quali sapeva che tosto verrebbero a cadere.
Intanto giugneva il dì 28 d’agosto nel quale doveansi fare le tratte; la nuova Signoria con Ruberto Lioni Gonfaloniere essendo uscita (non senza qualche sospetto di frode) amica ai Medici, si consumavano i giorni seguenti ad allestire le cose: tosto ai due settembre Piero essendosi assicurato nella città, della quale aveva fatto chiudere la porta a San Gallo ed arrecarsi le chiavi a casa, metteva in piazza grande numero d’armati ch’aveano per capi due della famiglia Bardi d’onde era uscita la madre di Piero.[437] Suonò la campana, e il popolo fu chiamato in sulla Piazza a parlamento, nel quale trovasi che intervenissero Luca Pitti di già guadagnato; e Dietisalvi, che si studiava in ogni evento restare a galla. Ma presa Balìa e data questa a’ 6 settembre a otto cittadini insieme col Capitano del popolo, uscirono tosto i nuovi provvedimenti. Primo dei quali fu l’ordinare che per dieci anni le borse del Priorato si tenessero a mano, ed appresso furono letti i nomi dei confinati: l’Acciaioli con i figliuoli a Barletta, il Neroni con due fratelli in Sicilia, e Niccolò Soderini in Provenza, tutti per venti anni; un Gualtieri Panciatichi, per dieci fuori del dominio. La domenica seguente, mentre s’allestiva una grande processione e i Magistrati erano in Duomo ad ascoltare la messa, gli Otto di Balìa faceano pigliare per la città dai famigli loro più altri che avevano nel loro animo già proscritti. Nella chiesa stessa metteano le mani addosso ad un Nardi; il quale essendosi rifuggito ai piedi del Gonfaloniere suo parente, questi tenendoselo sempre appresso lo conduceva salvo in Palagio. Uno dei Capitani di Parte guelfa, Guido Bonciani, fu tratto dalla schiera dei suoi compagni e messo in carcere con grande oltraggio a quel magistrato.[438] Con molti altri cittadini tutti i parenti di Dietisalvi Neroni andarono presi: era di quella casa l’Arcivescovo di Firenze, il quale si elesse in Roma esilio volontario. Luca Pitti, con sua gran vergogna rimasto in patria spregiato ed abietto, perdè quelle vane mostre di potenza le quali fruttavano a lui più che altro privati favori e guadagno di ricchezze: i doni già fattigli veniano richiesti, ora allegando ch’erano prestiti: il Palagio ch’egli innalzava restò imperfetto, sino a che i Medici per farsene reggia non lo compiessero: e Luca finiva oscura la vita, senza che l’istoria nemmeno ricordi l’estremo suo giorno.[439]
I principali degli sbanditi, per non avere osservato il confine ed essere andati a Venezia, ebbero condanna di ribelli: quella Repubblica assegnava a Niccolò Soderini, stante la povertà sua, cento ducati al mese.[440] Agnolo Acciaioli, ch’avea sperato salvarsi e poteva forse perchè meno intinto degli altri e per gli antichi suoi meriti verso la Casa dei Medici, avea da Siena scritto a Piero con parole dignitose mostrandogli essere dell’onor suo rimetterlo in patria: a cui Piero con orgogliosa benignità rispose, che bene poteva egli perdonare, ma la Repubblica non poteva («la quale di noi ha piena e libera potenza»), e per l’esempio non doveva.[441] Così l’Acciaioli sconfortato andava in esilio. Ma il Neroni continuava le arti solite, e nell’adombrare in una sua lettera le grandi cose che s’apparecchiavano, promette, quando egli potesse tornare in patria, mostrare i rimedi e adoprarsi a mantenere lo stato di Piero.[442] Questo scriveva egli da Malpaga, dove risedeva Bartolommeo Colleoni capitano generale della Repubblica di Venezia; ma era la condotta sua vicina a scadere, ed egli audacissimo sebbene già vecchio, e imbaldanzito dal non avere più chi l’agguagliasse tra’ condottieri d’Italia e dalla fortuna toccata allo Sforza, mulinava strani disegni. Gli scriveano da Milano promettendogli gran cose in quella inesperta gioventù del nuovo Duca, intanto che il Neroni e gli altri fuorusciti seco o ch’esulavano per l’Italia da’ tempi di Cosimo, standogli attorno, gli soffiavano nelle orecchie potere egli farsi grande arbitro e grande innovatore delle sorti d’Italia: mutare le condizioni di questa, solo che in Firenze mutasse lo Stato; qui essere la chiave la quale teneva Napoli e Milano insieme unite in continuità di lega, opposta come argine alla potenza dei Veneziani. Tutte queste cose il Colleoni ascoltava; e il Senato di Venezia bene s’accorgeva ch’era da farne suo pro, ma con l’usata circospezione, temendo entrare in un’altra guerra prima d’avere assicurata la pace col Turco, per la quale s’adoprava: e però lasciando che si muovesse il Colleoni a tutto suo rischio e dandogli mano, poteva poi sempre dire che non era egli più a’ soldi di lei, e ogni volta che le cose volgessero male ritrarsi dal ballo più agevolmente. Ma confidava che il Duca di Milano, avendo nemico quello di Savoia e gli Svizzeri male disposti e nei sudditi poca affezione, perderebbe anche gli incerti soccorsi che a lui potessero venire da Napoli, massimamente se intercetti dal volgersi contro a lui lo stato dei Fiorentini.[443] Così muoveva il Colleoni nel maggio dell’anno 1467, accompagnato dai fuorusciti, in nome dei quali faceasi la guerra e che ne portavano per grande parte la spesa; guidava un esercito di otto mila cavalli e sei mila fanti, seco avendo Ercole da Este, e Alessandro Sforza signore di Pesaro e zio dello stesso Duca di Milano, e gli Ordelaffi di Forlì, ed il Manfredi di Faenza, ed i Signori di Carpi e di Camerino, e il Conte dell’Anguillara: fiorente esercito, che l’eguale non aveva messo insieme in Italia, dopo al Piccinino, alcun altro condottiero.
A queste mosse i Fiorentini, ristretta la lega con Galeazzo duca di Milano e col re Ferrando di Napoli, e datisi a raccorre genti, fecero di tutti capitano il valoroso Federigo conte d’Urbino. Il quale osservando cautamente i nemici finchè l’esercito intorno a lui si formasse, non lasciava ad essi occupare altro che poche castella dell’Imolese; ma giunto essendo con molte forze lo stesso Duca di Milano e genti mandate da Giovanni Bentivoglio e da Taddeo degli Alidosi signore d’Imola, poneva il campo non lungi da questa città ed incontro al Colleoni, il quale s’era fortificato alla Mulinella. Poco si ottenne nei primi giorni per l’impedimento che avea il Capitano dalla persona di Galeazzo; il quale, giovane e presuntuoso, nè sapeva fare nè lasciava che altri facesse. Talchè i Fiorentini con bella maniera invitatolo a sollazzo nella città di Firenze, ed egli recatovisi; il savio Conte, cogliendo il destro di quell’assenza, mosse l’esercito in ordinata battaglia; la quale durata più ore del giorno, e riuscendo molto sanguinosa, terminava quando le tenebre sopravvennero, con esito incerto sicchè ambe le parti si arrogassero la vittoria, ma però bastata d’allora in poi a contenere da ogni altro assalto il Colleoni. Tornava nel campo il duca Galeazzo a cose fatte; ed offeso molto che avessero scelto il tempo a combattere quand’egli non v’era, e perchè gli giunsero novelle avere in quel mezzo il Duca di Savoia mossa la guerra contro al marchese Guglielmo di Monferrato col quale era in lega, facendo ritrarre tutte le sue genti, si riconduceva egli medesimo oltre Po. Ma intanto il Re, che alle prime mosse andava a rilento nell’inviare soccorsi,[444] avea fatto passare il Tronto con due mila cavalli al giovane Alfonso duca di Calabria, a lui dando come guida e consigliero il conte Orso degli Orsini vecchio capitano. I Veneziani dal canto loro essendo nel mare soliti procedere con meno rispetti, avevano prese quattro navi anconitane cariche di robe dei Fiorentini; e perchè il Re metteva nel Porto Pisano otto galere le quali, unite alle galeazze che erano ivi, poteano infestare i commerci loro, comandarono al Capitano del golfo che andasse con dodici galere a Messina e dovunque bisognasse, sgombrando il mare e facendo preda di qualunque nave si recasse anche per solo traffico in Levante. Faceano promesse all’Arcivescovo di Genova e ad Obietto del Fiesco, i quali cercavano di sollevare la Riviera contro il Duca di Milano.
Viveano però tuttora con esso come in termini d’amicizia; e un Segretario della Repubblica passando a Milano per altre faccende, ebbe parole col Duca, da prima guardinghe e contenute; ma un altro giorno Galeazzo incontratosi col Segretario e rimanendo solo con lui: «Certo (gli disse) voi Veneziani, avendo il più bello stato d’Italia, avete gran torto a non vi contentare e a turbare la pace d’altri. Se sapeste la mala volontà che tutti hanno contro di voi, vi si rizzeriano i capelli, e lasceresti vivere ognuno nel suo Stato. Credete che queste potenzie d’Italia legate insieme sieno amiche fra loro; certo no; ma la necessità gli ha condotti e si sono stretti per paura che hanno di voi e della vostra potenza. Vi pare aver fatto una bell’opera, aver messe le armi in mano a tutta Italia? Se sapeste quel che mi viene offerto in Lombardia acciocchè vi rompa guerra; vi maravigliereste. E quelli de’ quali vi fidate, saranno i primi a farvela. Credete che io vi dico il vero, e ve ne avvedrete; lassate, lassate vivere ognuno. Quando morì mio padre, parendomi avere un bello Stato, andava a sparviero, mi dava buon tempo e non mi pensava ad altro; ora m’è stato necessario unirmi col re Ferrando, ch’è mio nemico capitale. Con questo vostro Bartolommeo avete messo le armi in mano a tutta Italia, e vi par d’avere fatto bene; ma ve n’avvedrete. Vi giuro che il Papa, che è vostro gentiluomo, farà peggio che gli altri; e se la guerra continua, egli sarà il primo che si muoverà contro di voi per avere Faenza, Forlì, Ravenna e Cervia. Il Re, se avesse tanta possanza quanto ha mala volontà contro di voi, non vi lassería comparire al mondo. Non è un’ora che il suo ambasciatore m’era all’orecchio; e perchè vede che io non mi muovo, crede ch’io abbia qualche segreta intelligenza con voi. Fiorentini e Genovesi, quanto vi siano amici lo intendete, e così tutte le altre comunità d’Italia. Si dice che volete divorare ognuno: e adesso avete tanta spesa, che non vi avanza danari. So in che modo riscuotete queste vostre decime, con quanta fatica e difficoltà per i gridori di tutta la città. So che v’avete fatto prestar danari ai banchi e a’ vostri cittadini, e che non li avete ancora soddisfatti (e qui il Segretario, che riferisce il discorso, dice che il Duca parlava come se fosse stato a Venezia presente a tutte le cose). I Signori hanno un gran vantaggio sopra le Signorie, perchè ad esse conviene fidarsi d’altri, ed i Signori sono di continuo sul fatto. Io non conosceva nessuno degli uomini d’arme di mio padre, io era un bufalo nelle cose della guerra, e voi mi avete fatto diventare un Merlino mago. Se volete pace, l’avrete; se volete guerra, averete la più pericolosa che abbiate avuto ai vostri dì. Siete soli, e avete tutto il mondo contra; non solamente in Italia, ma anche di là dai monti. Consigliatevi bene, e perdio ne avete bisogno; so quel che vi dico. Avete un bello Stato e maggiore entrata che potenza d’Italia: non la sbaragliate; dubius est eventus belli. Non vi potete scusare che non siate stati causa d’ogni inconveniente. Vi prego non date fastidio ad altri; state in pace per bene vostro e della Cristianità.» E perchè il Segretario cercava di scusare la Signoria, Galeazzo soggiunse: «Quanto più mi dite, tanto men vi credo.[445]»
La guerra continuava, e il Colleoni entrato nella valle di Castrocaro, prese Dovadola, ch’egli voleva si desse ai fuorusciti fiorentini; i quali erano seco in campo. Questo negarono i terrazzani, ma in Firenze era timore d’assalto maggiore in Toscana, per il che facevano istanze col Duca rompesse la guerra in Ghiaradadda. Ma nè il Duca nè i Veneziani voleano troppo grande incendio; e questi delle cose avvenute si scusavano dicendo, il Colleoni, libero dalla ferma, avere per proprio suo conto fatto prova della fortuna, ond’essi temendo non s’accostasse ai nemici loro, e non facendo per la Repubblica che egli fosse oppresso, gli aveano dato qualche aiuto, ma non però tanto quanto sarebbe bisognato. Le cose stesse diceano a Tommaso Soderini ambasciatore della Repubblica di Firenze; ed aggiugneano, desiderare sopra ogni cosa che fra le due Repubbliche fosse buona lega, la quale vietando al Duca ed al Re di accrescere le forze loro, avrebbe dato sicura pace a tutta Italia. Teneano frattanto in ponte il negozio delle robe tolte sulla nave Anconitana, che poi furono liberamente restituite. Il Soderini avrebbe molto ambito l’onore di conchiudere egli la pace in Venezia, per la quale Borso marchese d’Este, com’era costume di quei Principi, s’adoperava;[446] ma intanto a fermarla avea posto mano con grande passione Paolo II, e in Roma già erano ambasciatori delle due parti; i quali perchè non s’accordavano, pronunziava ai due di febbraio 1468 il Papa di proprio suo moto e imponeva con la pienezza della potestà sua l’accordo in tal modo, che ognuno tenesse quello che avea prima della guerra, e che a Bartolommeo Colleoni fossero pagati cento mila ducati l’anno per fare impresa in Albania contro ai Turchi, contribuendo alla spesa tutti gli Stati d’Italia, ed il Papa stesso offrendosi darne la parte sua.[447] Ciò andava a grado dei Veneziani; ma v’era poi anche ordinata una lega universale, della quale non volevano sapere: quando ebbero però veduto che l’altra parte non consentiva l’accordo, l’accettaron essi; e intanto facevano danari e soldati e mettevano in golfo galere, del pari mostrandosi apparecchiati alla guerra e alla pace. I Fiorentini s’armavano anch’essi, e ponevano gravezze d’un milione e duegento mila fiorini da riscuotersi in tre anni; facevano grandi pratiche per l’Italia, e diceano essere intollerabile cosa che tutti avessero a mantenere colui ch’era stato sola cagione di tutto il male, come se fossero da lui stati vinti. Per questi rifiuti il Papa forte incollerito, minacciava la censura contro a chiunque non accettasse la Bolla; i Fiorentini faceano motto di appellarsene al Concilio; ma quando le cose più minacciavano di guastarsi, il Papa togliendo via la parte che risguardava il Colleoni, pubblicava la Bolla corretta; e questa essendo da tutti accettata, venne la pace conchiusa nel maggio seguente. Nè fu in Italia altra turbazione; se non che essendo poco di poi morto Gismondo Malatesta signore di Rimini, e la successione andando in Roberto suo figlio bastardo, Paolo II diceva estinta la linea, e mandò genti per la rioccupazione di quello Stato: ma in breve guerra le forze del Papa essendo sbaragliate da Federigo conte d’Urbino, col quale andavano cinquecento cavalli assoldati dalla Repubblica di Firenze, Roberto ebbe la possessione che poi tenne con molto onore del nome suo.[448]
In questo tempo i Fiorentini aveano comprato da Lodovico Fregoso, per trentasette mila fiorini d’oro, Sarzana, Sarzanello ed altre fortezze; che fu tenuto buono acquisto, guardando esse la via di Genova e quella della Val di Taro, donde erano spesso venuti assalti di Lombardia. Ma i fuorusciti non ristavano, e in città e fuori o trame si ordivano, o i reggitori le supponevano a fine di togliere con altre condanne a sè la paura o sfogare odii e cupidigie. Un altro Neroni fu giudicato ribelle, perchè aveva rotto i confini; mozzo il capo ad un Orlandi, perchè voleva dare Pescia ai banditi; per un trattato che si disse avere scoperto, presi e sbanditi un Capponi, un Alessandri, un Pitti, uno Strozzi, e con essi un figlio di quel Tommaso Soderini ch’era primo nella parte di Piero dei Medici; così le famiglie divise e disfatte cadevano dalla antica potenza, e nel comune abbassamento rendeasi agevole la tirannide. Nella Romagna un Francesco da Brisighella era venuto per occupare di furto la rôcca di Castiglionchio su quel di Marradi, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì e da Galeotto Manfredi che, morto il padre suo Astorre, teneva allora il dominio di Faenza: in poco tempo gli assalitori furono presi e dannati a morte. Maggiore caso avvenne in Prato l’anno di poi, che anticipando i tempi vogliamo narrare qui. Due della famiglia Nardi, Silvestro e Bernardo, con più ardimento che senno e pochi compagni, entrati un giorno in Prato e corsa la terra a rumore chiamando il popolo a libertà, della quale non avrebbe saputo che farsi, fecero prigione il Potestà Cesare Petrucci, pigliato avendo in nome loro il governo della terra. Ma durò poche ore, imperocchè essendo in Prato per sue faccende Giorgio Ginori cittadino fiorentino e cavaliere di Rodi, e visto il poco fondamento che aveva l’impresa, raccolse in fretta quanti erano ivi di sua confidenza, e assaltò il Palagio dove uno dei due fratelli fu preso e ferito. Da Firenze andava, saputosi il fatto, soccorso di fanti con Ruberto da Sanseverino Capitano della guerra; ma udirono in Campi finita ogni cosa; e il Nardi con altri, menati in Firenze, furono decapitati.[449]
Aveano i Medici così ottenuto finale vittoria, non che su’ nemici ma sopra i complici e strumenti dell’inalzamento loro, resistenza ultima che incontrino intorno a sè le Signorie nuove: possedeva Piero, gottoso ed attratto che non gli restava altro di libero che la lingua, più assoluta dominazione di quella che avesse avuta Cosimo padre suo. Fu detto che, o fosse benignità o cautela, sapendo lasciare dopo sè due figli per anche immaturi, volesse quando era all’estremo della vita richiamare in Firenze tra’ fuorusciti coloro che meglio credesse potersi riguadagnare col beneficio, e primo fra tutti Agnolo Acciaioli.[450] Pigliava egli intanto coscenza e abitudini quasi di principe, e in Casa i Medici si viveva più signorilmente di quello che fosse usato da Cosimo. A nuovi costumi crescevano i figli; Lorenzo, il maggiore e il più promettente, dal padre era inviato per viaggi frequenti alla familiarità dei Principi e al vivere ornato e gaio, e splendido soprammodo per tutta Italia, delle corti. Troviamo Lorenzo che aveva appena diciotto anni, mandato a quelle dei Bentivogli in Bologna e degli Estensi in Ferrara, indi a Milano ed a Venezia; in Roma ed in Napoli era nell’estate del 1466. Il padre scrivevagli: «ricordati di farti vivo, e fare conto d’essere uomo e non garzone, e metti ogni industria e ingegno e sollecitudine in renderti tale che s’abbi materia operarti in maggiori cose; e questa gita è il paragone de’ fatti tuoi.[451]» I fatti mostravano già in lui singolare prontezza di spiriti e precocità di senno, e nato l’animo alle grandi cose; lo vedemmo sagace ed ardito salvare il padre nei pericoli del 66, e avere la mano in quelle pratiche, e trattare con la Signoria come uomo già fatto: per queste cose il re Ferrando a lui scriveva lettera amplissima di gratulazioni e laudi tali, che a fatica si crederebbero da lui date a un garzoncello quasi imberbe. Lorenzo aveva dai primi anni esercitato l’ingegno nelle lettere, alle quali Gentile da Urbino e il greco Argiropulo erano stati dal padre chiamati a indirizzare il presagio ch’egli di sè dava: abbiamo di lui componimenti d’amore scritti in età quasi fanciullesca. Marsilio Ficino iniziava il giovane Lorenzo alla filosofia di Platone; della quale un libro, lodato a quei tempi, di Cristoforo Landino lui figurava disputatore con Leon Battista Alberti ed altri dotti fiorentini nelle selve di Camaldoli.[452] In casa i Medici era gran ritrovo di uomini letterati, ed ivi faceano capo gli stranieri: madre a Lorenzo fu Lucrezia Tornabuoni, matrona che tutta era nel coltivare la poesia religiosa, e della quale abbiamo a stampa inni sacri dove il sentimento prevale sull’arte: della materna educazione le tracce rimasero non mai abolite, sebbene confuse pel vivere sciolto di lui, per la fantasia ardita, e per la torbida incostanza di quella età quando il paganesimo s’intrudeva negli studi e nella vita e in ogni cosa anche più sacra. Ebbe Lorenzo statura più che mediocre, robuste le membra, ma priva la faccia di venustà pel naso schiacciato e le ampie mascelle; róca la voce, la vista debole, e nullo il senso dell’odorato. Di ventun’anni tolse in moglie la Clarice figlia del signor Iacopo Orsino, ovvero (scrive egli in certi Ricordi) mi fu data. Per quella occasione sulla piazza di Santa Croce fu celebrata a’ 7 febbraio 1469 una Giostra molto grande e molto magnifica, la quale era stata bandita più mesi innanzi; e vi accorsero da tutta Italia signori e giovani cavalieri. «Per seguire e far come gli altri, (scrive lo stesso Lorenzo) giostrai con grande spesa e gran sunto, nella quale trovo che si spese circa a ducati dieci mila; e benchè in armi e di colpi non fossi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto tutto fornito d’ariento con un Marte per cimiero.[453]» Non egli cercava la gloria delle armi, cui non l’avevano educato; ma in lui s’accoppiava con l’elevatezza dell’ingegno, l’industria paziente dell’uomo di Stato. Così era già egli tale da reggere ed ampliare la Casa sua, quando Piero dei Medici finiva la vita ai 3 dicembre 1469.
Capitolo V. GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’ MEDICI. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI; MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.]
Convennero insieme dopo la morte di Piero gli amici di casa e con essi molti dei più solleciti all’ossequio, da tutti essendosi deliberato di mantenere nei due giovani, Lorenzo e Giuliano, la preminenza nella città, che l’avo ed il padre erano soliti di godere. Ma questa nè dare veramente si poteva, nè oramai togliere per consigli; nè Tommaso Soderini, il quale orò nella radunanza siccome fra tutti il più autorevole, avea tale seguito di partigiani da porre in dubbio se alle sue case o a quelle dei Medici dovesse far capo e ivi consistere la Repubblica. Scrive Lorenzo nei Ricordi, come a lui andassero, «il secondo giorno dopo la morte del padre, i principali della città a confortarlo ch’egli pigliasse la cura dello Stato, come aveano fatto i suoi maggiori;» il che avrebb’egli, «per essere contro all’età sua giovanile e di gran carico e pericolo, mal volentieri accettato, e solamente per conservazione degli amici e delle sostanze, perchè a Firenze si può mal vivere ricco senza lo Stato.[454]» Facea ben egli a sè munimento della provetta esperienza di Tommaso Soderini e del gran nome che aveva questi in città e fuori; molto estimava i consigli di Giovanni Canigiani, usava l’antica destrezza d’Antonio Pucci ed il pieghevole ingegno di lui pronto ai servigi di Casa Medici. A questi però aveva cura d’opporre altri di minor conto e di poco seguito, notando suo padre di scarsa prudenza per avere lasciato alzare attorno a sè troppo quei tre o quattro cittadini dai quali gli vennero quindi i travagli del 66. Diceva altresì, che ascoltare molti pareri e farne capitale, era avere oltre al cervello suo quello degli altri;[455] ma fin d’allora per sè ogni cosa deliberava, in Giuliano essendo natura più quieta e animo dedito ai piaceri.
Col duca Galeazzo Maria di Milano grande era e scambiata d’uffici frequenti l’amicizia di Lorenzo. Questi avea tenuto al fonte battesimale il figlio primogenito di esso Duca; al quale effetto recavasi a Milano, dimorando ivi più giorni con grande solennità: di quel viaggio principesco abbiamo ragguagli in certe lettere molto familiari, che Lorenzo faceva scrivere a madonna Clarice sua moglie da messer Gentile da Urbino, stato suo maestro e che poi divenne vescovo d’Arezzo.[456] Fu egli compare anche a più altri figliuoli del Duca; il quale nell’anno 1471 del mese di marzo veniva a Firenze insieme alla moglie Bona di Savoia, la cui sorella avea per marito Luigi XI re di Francia. Di quella età non si avrebbe compiuto il carattere, se in mezzo ai fatti di guerra e di Stato non si narrassero le magnificenze. Recava con sè il duca Galeazzo cento uomini d’arme e cinquecento fanti per la sua guardia, cinquanta staffieri vestiti di panno d’argento e di seta, cinquanta chinee menate a mano per la persona della moglie, e cinquanta corsieri per lui con ricchissimi guarnimenti: coppie di cani e falconi e sparvieri in grande numero per la caccia. Avea per servizio della duchessa e delle sue dame fatto condurre per l’Alpe a schiena di mulo dodici carrette con le coperte di panno d’oro e d’argento ricamato: allora si dava questo nome alle carrozze, delle quali era grande uso in Milano e molto celebre la fabbricazione: in tutto, la Corte del Duca menava due mila cavalli. Lorenzo alloggiava i principi in casa ed a spese sue, i cortigiani per la città serviti dal Comune. Grande la pompa di feste pubbliche; nelle chiese rappresentazioni sacre: per una di queste arse il bel tempio, non per anche finito, di Santo Spirito, che tosto venne riedificato. Il Duca ammirando in Casa Medici la magnificenza congiugnersi a somma squisitezza d’arti belle, e i dipinti e le sculture de’ maestri eccellenti che aveano allora sede in Firenze, e le tante opere d’antichità che a grande studio quella veramente sontuosa famiglia radunava da tutta Italia e dalla Grecia, si chiamò vinto, secondo che scrivono; dicendo, nulla essere a petto a quelle di Casa Medici le splendidezze a cui bastava la sola copia del danaro. Tempi erano pieni d’eccitamenti all’ingegno, le fantasie deste alle arti del bello, vagante il pensiero, il costume sciolto; del popolo di Firenze briosa la vita, spensierata, motteggiante. «Dove si vidde cosa in quel tempo nella nostra città ancora non veduta, che sendo il tempo quadragesimale, nel quale la Chiesa comanda che senza mangiar carne si digiuni, quella sua Corte, senza rispetto della Chiesa o di Dio, tutta di carne si cibava. Se dunque quel Duca trovò la città di Firenze piena di cortigiane delicatezze e costumi a ogni bene ordinata civiltà contrari, la lasciò molto più.» Abbiamo trascritto qui parole del Machiavelli.
In mezzo e a cagione di tali costumi, la libertà se ne andava. I Signori per luglio e agosto 1470 nel principio del loro ufficio aveano fermato tra loro e vinto nei Collegi che degli accoppiatori stati dal 34 in poi con alcuni arroti, si dovesse trarre ogni anno cinque, i quali facessero le imborsazioni dei Gonfalonieri e dei Priori anno per anno, per quanto duravano le borse a mano; e che a far valida detta provvigione bastasse ottenerla solamente nel Consiglio dei Cento; nel quale essendo proposta due dì, non si vinse; ed i Signori medesimi veduto che a tutti riusciva odiosa, l’abbandonarono. Ma pure a ogni modo per assicurare quello Stato era mestieri di chiudere in pochi la scelta dei magistrati; al che si prestava la mala usanza delle tratte, formando le borse ad arbitrio volta per volta di chi dominava. L’anno dipoi a quaranta cittadini fu data balía di eleggerne dugento, che si chiamò Consiglio maggiore, cui spettasse regolare gli squittinii di dentro e di fuori. Annullarono il Consiglio del Comune e quello del Popolo, nei quali fin dalla istituzione della Repubblica avea fondamento la libertà cittadina; ogni cosa riducendo nel Consiglio dei Cento fidati, che nuovamente riordinarono. Quella Balía fu prolungata per altri quattro mesi a fare lo squittinio di dentro e di fuori; al quale elessero dieci Accoppiatori con autorità grandissima: era di quel numero lo stesso Lorenzo de’ Medici con Giovanni Canigiani e Antonio Pucci; gli altri, tutti dei più aderenti, perchè negli squittinii sempre era la somma di tutto il negozio, vagliandosi allora per un corso d’anni successivi i nomi di quei cittadini sui quali dovessero cadere gli uffici. Ma nelle Balíe, che pure dovevano in sè mostrare qualche poco di libertà, mettevano uomini che tutti non fossero d’un solo colore: non v’erano lotte palesi e a viso alto, ma vi erano inciampi; ed in quegli anni, quando voleasi mutare la forma popolare in principesca, non tutti i partiti riusciva vincere alla prima, o vinti, non avevano esecuzione. Accadde ciò quando si volle ridurre le quattordici Arti minori a sole cinque, vendendo i beni delle vacanti per fare un altro Monte da pagare i provvigionati e castellani. Ma, come è notato da Alamanno Rinuccini, «parve cosa che pretendesse a altro fine più importante, a chi la considerava bene;» perch’era disfare sin anche i nomi delle cose più antiche e più care all’universale: così parve bene lasciarla da parte. Intanto l’aggravio dei Catasti raffittiva; nè tutti pur questi si vincevano, ed un Notaio delle Riformagioni fu condannato perchè si disse avere egli falsato un partito. Volevano tutte mandare a fondo le istituzioni più capitali, e decretarono vendere i beni non che dell’uffizio della Mercanzia, ma quelli disfare della Parte guelfa, la quale invero avea perduto l’antico valore; i Papi non erano allora più guelfi degl’Imperatori, e i re di Puglia Aragonesi preparavano le vie d’Italia a Carlo V. Coteste vendite, benchè a rilento, pure si facevano, e il magistrato di Parte guelfa sotto altro nome passò a curare le opere pubbliche. Oltre ai castellani, ch’erano dei loro, i Medici vollero avere anche un’altra forza nel contado, pel quale crearono un Bargello con cinquanta armati; dapprima a breve tempo, che poi si prolungava, rendendo agevole per tali industrie l’assuefazione.[457]
Forza dello Stato dei Medici era, come già notammo, la ricchezza; la quale Lorenzo anch’egli cercava d’ampliare in più modi, nè gli mancavano le occasioni. Aveano dal Papa infino dal 1466 avuto la depositeria dell’allume negli Stati della Chiesa:[458] avvenne poi che due Volterrani, un Riccobaldi del Bava ed un Inghirami, trovassero in Maremma una cava d’allume di rôcca, sulla quale pretendendo ragioni il Comune di Volterra come signore del luogo, e i due non potendosi bene accordare, Lorenzo de’ Medici entrato a parte di quella impresa per farsi egli solo padrone dei prezzi di tutto l’allume, troncò la questione. Del che i Volterrani tenendosi forte gravati, uccisero l’Inghirami; e tolta l’ubbidienza al Commissario che vi era per la Repubblica e al tutto ribellatisi, era sentenza di molti in Firenze che si procedesse per le buone, usando il perdono: se non che Lorenzo, offeso nel proprio, volle il contrario, e che si riavesse con le armi Volterra, e con le armi si tenesse; troppo era costata al Comune di Firenze, ed il giovane Lorenzo andava spedito in ogni sua risoluzione. Forse i Volterrani poneano speranza nel Signore di Piombino e per suo mezzo nel re Ferrando, sapendosi avere le armi Fiorentine fatta una mossa l’anno innanzi per accordi passati in segreto tra Lorenzo e il Duca di Milano, a fine di togliere Piombino agli Appiani e darlo in possesso al Comune di Firenze; del che Ferrando per gli Oratori suoi aveva fatto querela grandissima.[459] Inoltre è certo che i Veneziani favorivano segretamente la ribellione di Volterra.[460] Per le quali cose non parendo senza pericoli quella guerra, fecero provvisione di trarre dal Monte delle Doti centomila fiorini,[461] e invece dei soliti Dieci, crearono Venti tra i quali era Lorenzo e con esso i primi della città. Diedero il bastone del comando a Federigo conte di Urbino; il ch’era togliere ai Volterrani ogni speranza del re Ferrando, del quale il Conte era soldato; e questi in pochi giorni raccogliendo nel Pisano cinquemila fanti con qualche numero di cavalli, tra’ quali ve n’era mandati dal Papa e dal Duca di Milano, entrato in campagna, occupò il contado prestamente; poi fattosi sotto alle mura di Volterra, poteva la guerra per la fortezza del sito andare in lungo; se non che nella città i molti increduli alla riuscita, ed i mali trattamenti dei soldati dentro, persuasero in pochi giorni la resa, che fu accordata, salvo gli averi e le persone. Entrò in Volterra l’esercito Fiorentino; ma, come se i patti nulla tenessero, la città infelice fu posta a sacco, i cittadini presi, le chiese rubate e le donne svergognate. Lorenzo ebbe carico di quell’orribile tradimento, altri affermando che avvenisse contro suo volere, e lui encomiano di clemenza. Spianato il palazzo dei Vescovi, antichi signori in Volterra, fu sopra quel luogo piantata la Rôcca che ivi rimane; la città ridotta a condizione di terra suddita, perdeva il contado suo proprio ed ogni ultimo resto d’indipendenza: il Conte d’Urbino dalla Repubblica ebbe onori e doni larghissimi. Dipoi Lorenzo visitava l’afflitta città.[462]
Essendo morto Paolo II l’anno 1471, a lui succedeva col nome di Sisto IV frate Francesco della Rovere da Savona dei Minori Osservanti; era egli in Santa Croce di Firenze stato eletto Generale di tutto l’ordine Francescano nel grande Capitolo che ivi si tenne l’anno 1467.[463] Lorenzo de’ Medici, che fu de’ sei ambasciatori mandati in Roma, com’era usanza, al nuovo Pontefice, ebbe da lui su quelle prime grande accoglienza ed insigni doni d’antiche sculture, e l’ufficio di depositario della Camera Apostolica; egli e Giovanni Tornabuoni suo zio ed altri, che stavano in Roma a curare le ragioni della Casa Medici, vi guadagnarono somme grandissime, comprato avendo dal Papa a vil prezzo le gioie che Paolo fastosamente in grande copia aveva raccolte.[464] Intanto Lorenzo faceva sul Papa altro disegno: bramava assai che Giuliano fosse cardinale, perch’era ampliare e fortificare molto i fondamenti alla grandezza della famiglia, e perchè avrebbe lasciato le mani a lui più libere nel governo dello Stato di Firenze. A questo effetto erano le pratiche già molto avviate,[465] quando nascevano tra ’l Papa e Lorenzo i primi semi di quel mortale odio che tanto afflisse la vita d’entrambi.
Il nuovo Papa, dalle strettezze d’una cella balzato alla cima di tanta grandezza, si trovò attorno per sua sventura due famiglie di nipoti, capaci taluni e tutti ambiziosi della condizione principesca a cui gl’inalzava con malo esempio Sisto IV. Da lui cominciava quella serie di Pontefici mondani i quali vedremo, quasi che ad altro non fossero eletti, turbare l’Italia per farvi uno stato ai loro congiunti; e quel che la Chiesa ne patisse, dovremo narrare prima che abbia termine questa oramai fatta peggiore e a noi più ingrata Istoria nostra. Leonardo della Rovere, nipote del Papa, ebbe a gran prezzo di concessioni al re Ferrando, una sua figlia bastarda in isposa; e tosto dipoi Giovanni della Rovere, altro nipote, pigliava in moglie la figlia di Federigo conte d’Urbino, da cui passava in quella Casa un principato fiorente ed illustre più che non portassero i suoi piccoli confini: Giovanni dal Papa ebbe in vicariato Sinigaglia, e il Conte d’Urbino titolo di Duca. Fratello a quei due Giuliano divenne fiero Cardinale, e poi fu papa Giulio II: un altro nipote ma di sorella, Pietro Riario, fatto anch’egli Cardinale, finiva in due anni una vita scandalosa per fasto incredibile: fece un banchetto in Campidoglio ai cittadini di Roma.[466] Un altro poi v’era di quei Riarii, Girolamo, al quale in dote recava titolo di Conte la bellissima Caterina figlia bastarda di Galeazzo duca di Milano: a questo Girolamo il Papa comprava da Taddeo Manfredi di Faenza la signoria d’Imola per il prezzo di quarantamila ducati. Avea Lorenzo dei Medici avuto grande intenzione di acquistare per la Repubblica di Firenze quella città; e poichè gli fu dal Papa tolta la mano, forte adontato, se ne volle proibire a Francesco Pazzi, che stava in Roma gran mercatante, farsi del prezzo mallevadore:[467] si ebbe Lorenzo tirato addosso così ad un tratto due fieri nemici. Nel tempo stesso ambiva Sisto di ricondurre all’ubbidienza le terre più o meno ribellanti della Chiesa; e il cardinale Giuliano avendo con le armi sottomessa Todi e indi Spoleto, metteva il campo sotto alle mura della città di Castello. Di questa i Vitelli erano signori con titolo di vicari; antico il possesso, e il Papa si avrebbe accontentato che Niccolò Vitelli prestasse alla Chiesa omaggio, recandosi in Roma egli della persona sua:[468] ma dispiacevano a Lorenzo quelle armi vicine allo Stato dei Fiorentini, e mandò soldati alla difesa di Niccolò, col quale dovette il Papa discendere a una sorta di composizione. Di qui nuove ire; chè tra due quali erano Lorenzo e Sisto, la vicinanza dava occasioni vive e continue di nimistà.
Durava la lega tra il Re, il Duca ed i Fiorentini, la quale era stata in quegli anni rinnovata; poi l’avere i Turchi espugnata Negroponte e spinto le armi sulle coste d’Albanìa facendo temere per quelle d’Italia, si collegarono insieme tutti gli Stati della Penisola; ma senza effetto, gli altri confidandosi nella virtù dei Veneziani, ai quali riusciva fare meglio soli: intanto che Genova, spogliata di Caffa e dell’imperio del Mar Nero, perdeva in Levante gli antichi possessi. Il re Ferrando più degli altri minacciato dalle armi dei Turchi, ma forte in casa e governandosi con molto fino accorgimento, si acquistava grande fra tutti riputazione. Avevano i Medici sino dai tempi di Cosimo grande entratura co’ Re di Francia; e Luigi XI concedeva a Piero dei Medici fregiare dei Gigli l’arme della casa. Ora quel Re che cercava d’annullare i duchi d’Angiò siccome gli altri grandi vassalli che mantenevano divisa la Francia, avendo disegno di maritare al Delfino, che fu Carlo VIII, la figlia primogenita di Ferrando, ne scrisse a Lorenzo perchè egli facesse in suo nome la proposta. Certo è che poteva al re Aragonese di Napoli molto piacere, levarsi a un tratto d’addosso le antiche pretensioni di Casa d’Angiò, e conciliarsi i Re francesi che le sostenevano; forse che avrebbe quel maritaggio tolto via la prima occasione per la quale scesero in Italia le armi straniere. Ma Ferrando non volle tradire gl’impegni che aveva con lo zio d’Aragona e col duca Carlo di Borgogna, nè dare mano all’ingrandimento della Francia, dal quale temeva maggiore pericolo; riscrisse pertanto a Lorenzo rifiutando quel partito:[469] ma quindi essendosi il Re molto stretto col Papa, si venne bentosto l’Italia a dividere diversamente; ed una lega fu stipulata dai Fiorentini e dal Duca di Milano con la Repubblica di Venezia, alla quale andava ambasciatore Tommaso Soderini.[470] Queste cose non erano a grado di tutti in Firenze, dove i Duchi di Milano pareva che stessero co’ Medici come sempre erano stati contro alla Repubblica. Donato Acciaioli, dignitoso uomo quanto era insigne per dottrina, contrariava, essendo a Milano ambasciatore, le improvvise e molto smaccate parzialità di quel Duca verso gli Oratori della Repubblica di Venezia:[471] e poco prima un Gonfaloniere, Bardo Corsi, che avea voluto per via d’un imprestito legarsi Ferrando più che a Lorenzo non piacesse, e fare altre cose tendenti a libero reggimento, non solamente ne fu impedito, ma d’allora in poi tenuto fuori come sospetto da ogni grado nella Repubblica.[472]
In questo tempo Giuliano dei Medici, che poco aveva parte nelle cose dello Stato e poichè gli era la via chiusa alle ecclesiastiche dignità, seguendo usanze a lui più geniali, combatteva sulla piazza di Santa Croce quella Giostra che fu cantata dal Poliziano.[473] Ma intanto Lorenzo, traendosi fuori dalle circospette cautele di Cosimo e fatto più ardito col procedere dei tempi, volgeva lo Stato a questo effetto, che i Magistrati eletti a sua posta divenissero Consulte; le quali, com’erano mutabili spesso, così a lui fossero ubbidienti sempre, disciolti già i nervi degli ordini antichi, ed egli abile a disfarli. La Signoria ed i Collegi, secondo un disegno già prima formato, s’empìano di nomi a ogni bimestre tirati su dagli Accoppiatori, e questi allora noi troviamo che anno per anno si rinnovassero. Forti le gravezze, ma spesso alternate di grazie fatte alle persone, e sgravi e rilasci di debiti vecchi; abbassato il frutto de’ crediti scritti su’ libri del Monte, e accresciute le gabelle del vino, e messe altre nuove, a fine di sopperire al pagamento di quelli interessi. Tolto via l’ufficio del Capitano del Popolo, istituzione antica e solenne che avea principiato le libertà cittadine quando i Comuni s’emanciparono; ma ora il popolo spossessato, e senza più voce nè rappresentanza d’un Consiglio che derivasse da lui, non era mestieri che avesse neppur di nome un Capitano. Invece di questo posero un Giudice ordinario; e levarono anche gran parte di quella giurisdizione che si apparteneva al magistrato della Mercanzia, volgendo quanto più potevano la cognizione delle faccende private (come dicevano) al Palagio.[474] Quivi gli Otto, ai quali nel 1434 aveano data balía di sangue, processavano e a loro arbitrio condannavano per cose di Stato coloro che aveano essi stessi prima tradotti in giudizio, commettendo con assoluto mandato al Potestà solamente di ratificare e di promulgare le sentenze così come gli Otto le aveano dettate.[475] Il Potestà, che era prima ogni cosa nelle città Italiche, si trovava in oggi ridotto a un mero giudice forestiero, chiamato a sancire le sentenze date non da giudici o dottori, ma da un magistrato di cittadini ai quali prima null’altro spettava che la inquisizione: tuttora vigeva nella forma dei giudizi quella finzione legale per cui si credevano, a render valide le sentenze, abbisognare d’un Potestà; ma i nomi di quelli che ogni sei mesi e ora ultimamente ogni anno venivano, nemmeno si trovano in oggi ricordati nelle istorie, che prima soleano scrupolosamente registrarli. Svanivano tutte le forme antiche della Repubblica: l’Esecutore degli Ordini di giustizia era mutato in un Bargello. Soffriva il popolo queste cose perchè gli animi affraliti non più chiedevano l’esercizio di viva e torbida libertà, ma invece di questa gli ornamenti dell’ingegno e lo splendore delle Arti gentili che si alimentano della pace. La quale in Toscana era dieci anni continuata: solo Carlo da Montone, figlio di Braccio che lo aveva lasciato bambino, stando al servigio dei Veneziani, un giorno ebbe voglia di racquistare Perugia, e visto non essere cosa da fare, si voltò contro alla Repubblica dei Senesi. Credettero questi fosse con saputa de’ Fiorentini; ma essi alle prime lagnanze ordinarono a Carlo ritrarsi: quel fatto però lasciava ruggine tra le due Repubbliche.[476]
Negli ultimi giorni del 1476 moriva Galeazzo duca di Milano, ucciso nella chiesa di Sant’Ambrogio a Messa solenne da tre gentiluomini di quella città. Muovevangli più che odii privati, una immagine di gloria e un desiderio di libertà; ma non appena venuti a termine del disegno loro, anch’essi perivano, e la Casa degli Sforza mantenne lo Stato: a questo fine avea condotto quei miseri giovani un Cola Montano maestro di lettere, tutto invasato la mente ed il cuore di greci esempi e di romani. Qualche anno prima un altro erudito, Stefano Porcari, voleva ricondurre la libertà in Roma per via d’un classico assassinio. Si ripeterono questi fatti più volte in Italia per un centinaio d’anni: nessuno ottenne il fine bramato, ma tutti servirono viepiù ad aggravare ed a ribadire le catene.[477] Vedemmo in addietro passioni feroci ma vere almanco, sapeva ciascuno quel che si volesse; nei tempi a cui siamo, il sempre avere dinanzi agli occhi gli antichi uomini e le antiche cose pervertiva gli intelletti, la virtù pigliava le forme pagane, e il secolo artista e letterato andava in traccia d’effetti drammatici, l’Italia cercando fuori di sè stessa. Le altre nazioni più incolte seguivano più direttamente la via loro; qui le anime vive e i forti pensieri più spesso andavano fuor del segno. Troviamo in Firenze da uomini gravi encomiata l’uccisione dello Sforza;[478] la quale io credo aggiugnesse stimoli a quella congiura che ora c’incombe il tristo ufficio di narrare.
Vedemmo già gli odii accesi nel Papa contro a Lorenzo de’ Medici: era Sisto IV capace d’ingegno, forte di passioni, ma debole d’animo, inquieto e agitato dentro sè medesimo; col mutar vita quando egli era già vecchio ed infermo, aveva sentito espandersi nella tenerezza pe’ nipoti l’affetto indurito; e mentre la stessa riverenza per il sommo grado che ora teneva lo avea formato al sentimento di tutto potere, gli stimoli ardenti d’una giovane famiglia tiravano alle ambizioni principesche quasi la stessa coscienza di lui confusa e vacillante. Girolamo Riario, ch’era l’anima del Papa, vedeva in Lorenzo fatto amico ai Veneziani avere ostacolo la potenza ch’egli tanto ambiva formarsi in Romagna; se il Papa morisse, credeva impossibile tenere lo Stato in mezzo a quei due possenti vicini. Quindi anelava con tutto l’animo alla mutazione di quel di Firenze; al che gli era ai fianchi dentro Roma stessa Francesco de’ Pazzi, natura se mai ve n’ebbe capace d’un solo pensiero, d’un solo volere; a quello tirato dalla prepotenza di passioni intorno a sè cieche, in sè indomabili e incessanti: egli di faccia sparuta e di corpo macilente, come sono spesso quegli uomini cui riesce commettere i fatti più insoliti e quindi ammirati, quand’anche non sieno altro che matte scelleratezze. Inoltre Francesco e tutti quelli della sua Casa odiavano molto quei governi popolari, dei quali vedevano ora i Medici essersi fatti Principi.
La Famiglia dei Pazzi antichissima in Firenze, era tra le più grandi; messa in disparte dal popolo vittorioso, fioriva però di aderenze e di ricchezze, datasi ai traffici che ultimamente faceva in molte città d’Europa. Andrea dei Pazzi aveva alloggiato nelle sue case Renato d’Angiò re di Napoli, e gli era stato grande amico. Dei tre suoi figli, Piero non ignobile d’ingegno s’era tutto dato al vivere lauto ed alle magnificenze per le quali aveva destato in mezzo a tanti ammirazione.[479] Di questo nacquero oltre a Francesco più figli, che tutti vivevano, come altri d’Antonio fratello a Piero. D’Andrea restava un terzo figlio Iacopo, tenuto ora come capo della famiglia dei Pazzi, già vecchio e ricchissimo anch’egli; e per essere asceso infino ai sommi gradi, fatto dal popolo cavaliere; ma diffamato come furiosamente dedito al giuoco ed alla bestemmia. Cosimo de’ Medici, per amicarsi quella possente famiglia, avea maritato Bianca sorella di Lorenzo a Guglielmo dei Pazzi fratello minore di Francesco: da quelle nozze, come vedemmo, ebbe la Casa dei Pazzi sollievo dai carichi delle gravezze. Ma quanto al dare gli uffici, andavano a rilente i Medici dove fossero congiunte nobiltà e ricchezze; e il popolo istesso per antica usanza vedea sempre di mal occhio nei Magistrati le famiglie grandi, tra le quali erano i Pazzi tenuti, sebbene profusi allo spendere, altieri e lontani dall’uguaglianza popolare. «Questo fece che a messer Iacopo e ai nipoti non erano conceduti quei gradi d’onore che a loro, secondo gli altri cittadini, pareva meritare. E il magistrato degli Otto, sendo Francesco de’ Pazzi a Roma, senza avere a lui quel rispetto che ai grandi cittadini si suole avere, a venire a Firenze lo costrinse.» Imperocchè in Roma aveva Francesco guadagni e favori e l’ufficio del Tesorierato, ai Medici essendo tolto quello della Depositeria nei primi sdegni del Papa contr’essi. Per ultimo avvenne che Giovanni de’ Pazzi avendo in moglie la figliuola unica di Giovanni Borromei, uomo ricchissimo, le sostanze di lui dovevano andare alla figlia: ma fatta una legge che i cugini maschi privassero della successione le sorelle, il pingue retaggio andò invece a Carlo Borromei molto aderente a casa Medici.[480] «La quale ingiuria i Pazzi al tutto dai Medici riconobbero: della qual cosa Giuliano de’ Medici molte volte con Lorenzo suo fratello si dolse, dicendo com’ei dubitava che per voler delle cose troppo, ch’elle non si perdessero tutte. Nondimeno Lorenzo, caldo di gioventù e di potenza, voleva a ogni cosa pensare, e che ciascuno da lui ogni cosa riconoscesse. Non potendo adunque i Pazzi con tanta nobiltà e tante ricchezze sopportare tante ingiurie, cominciarono a pensare come se n’avessero a vendicare.» Saranno qui facili a riconoscere le parole del grande scrittore.[481]
Aveva trovato Francesco dei Pazzi in Roma un altr’uomo tale da farsi al suo disegno strumento e complice opportuno. Essendo morto Filippo de’ Medici arcivescovo di Pisa, avea Sisto IV, contro la volontà di Lorenzo, data a Francesco Salviati quella ricca mensa: prima voleagli conferire l’arcivescovado di Firenze, ma invece Lorenzo ottenne questo per il cognato suo Rinaldo Orsini, ed ora indugiava tre anni l’investitura di quello di Pisa. Ebbela infine Francesco Salviati, ma dimorava in Roma, essendo tra quei Prelati ai quali piaceva più stare in corte che alla diocesi, e che non voleano del vescovado che il benefizio; ambiziosissimo com’egli era, il grado ecclesiastico pareagli essere mantello e usbergo a più arrischiare. Ebbe egli pertanto col conte Girolamo e con Francesco de’ Pazzi frequenti discorsi tutto l’anno 1477, cercando insieme di mutare lo Stato in Firenze. Al che gli pareva necessario innanzi tutto di tirare Iacopo de’ Pazzi, siccome capo della famiglia e senza cui nulla si farebbe. Al qual fine essendo Francesco de’ Pazzi venuto in Firenze, trovò il vecchio messer Iacopo freddo e renitente più che non avrebbe egli voluto: pareagli mattìa volersi fare i suoi nipoti signori in Firenze, e considerava quanto bello stato e quanta ricchezza egli ora mettesse in sul tavoliere.