STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE. TOMO TERZO.


STORIA
DELLA
REPUBBLICA DI FIRENZE

DI
GINO CAPPONI.

SECONDA EDIZIONE RIVISTA DALL’AUTORE

Tomo Terzo.

FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.

1876.


Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria.

G. Barbèra.

Gennaio 1875.


SOMMARI DEL TOMO TERZO.

Libro Sesto.
Capitolo I. — Impresa di Carlo VIII in Italia. — Ribellione di Pisa, cacciata de’ Medici. [An. 1492-1495.]. [Pag. 1]
Grande mutazione di cose avvenuta nel mondo in quell’anno 1492. — Natura e governo di Piero dei Medici. — Alessandro VI creato papa. — Primi accenni dello scomporsi l’equilibrio che era tra’ principi italiani. — Lodovico Sforza, che governava Milano, chiama in Italia Carlo VIII re di Francia. — Apparecchi di questo Re; esercito raccolto da lui in Lione. — Suoi ambasciatori a Firenze; ambasciate in Francia dei Fiorentini. — Morte in Napoli di Ferrando. — Apparecchi d’Alfonso per la difesa del Regno. Carlo giunge in Asti ai 9 settembre 1494. — Paragone tra le armi francesi e le italiane. — Carlo in Pavia visita l’infermo Giovanni Galeazzo duca di Milano, cugino suo. Isabella di Aragona. Morte improvvisa di Giovanni Galeazzo mentre Carlo giungeva in Piacenza. — Questi entra in Toscana come nemico. Piero de’ Medici, andato segretamente al Re in Pontremoli, gli cede il dominio di Sarzana e d’altri castelli. Tumulto in Firenze; ambasceria al Re. — Piero de’ Medici in quel mentre tornato in Firenze è impedito d’entrare in Palagio. Fuggono egli e i suoi due fratelli. La Casa Medici va a sacco. — Carlo in Pisa, alle preghiere dei Pisani dona ad essi la libertà. — Muovendo verso Firenze, si ferma a Signa. Dopo alcuni giorni fa ingresso solenne nella città armato con la lancia sulla coscia. — Negoziati: rumori di popolo; infine è stretto un accordo per cui rimase libera. Piero Capponi. — Carlo entra in Roma: il Papa si chiude in Castel Sant’Angelo, poi fa lega col Re: questi procede senza ostacoli fino a Napoli, dove entra ai 21 di febbraio 1495. — Alfonso cede il regno al figlio Ferdinando e fugge in Sicilia: il giovane Re si pone in salvo con la sua famiglia nell’isola d’Ischia. — Incuria e malgoverno dei Francesi in Napoli. — Una lega possente di Principi si forma contro essi. — Carlo dopo tre mesi parte da Napoli con la maggior parte delle sue forze. — Traversa la Toscana, trattenendo con parole ambigue i Fiorentini e i Pisani. Questi per ogni modo attendono a munirsi. — Battaglia del Taro, dove i Francesi si aprono il passo a traverso l’esercito unito dei Veneziani e dello Sforza. Assediano lungamente Novara; il Re, fatta pace con lo Sforza, torna in Francia. — Insurrezione generale dei Napoletani. Un’armata veneta scende in Puglia. Ferdinando passa in Calabria, avendo seco Consalvo di Cordova sopraggiunto con poca forza di Spagnuoli. — Ributtato il Re si presenta in Napoli, donde il popolo armato caccia i Francesi. — Grossa guerra in Puglia e in Basilicata; vittoria di Consalvo; le ultime reliquie dei Francesi ottengono tornare in Francia.
Capitolo II. — Nuova forma di Repubblica. — Fra Girolamo Savonarola. [An. 1495-1498.] [23]
Lo Stato da principio torna qual’era avanti i Medici. L’elezione agli uffici data per un anno a venti Accoppiatori. — Nuova forma di Governo. La sovranità risedesse in un Consiglio di mille le cui famiglie avessero seduto nei tre maggiori uffici. Da questi uscisse un Senato di quaranta, per l’esame delle Provvisioni vinte dai Signori e Collegi, che poi andassero al Consiglio Grande. — Fra Girolamo Savonarola ferrarese. Autorità somma da lui acquistata con le predicazioni: suo zelo acceso per la forma dei costumi e contro ai vizi del clero; sua indole popolare. — Qualità della sua predicazione: la previdenza dei gastighi in lui era fede. — Sua vita precedente. Forti studi introdotti nel suo Convento insieme a una scuola di pittura. Suoi scritti filosofici e sue poesie. — All’appressarsi di Carlo VIII annunzia i flagelli. — Fin dove s’ingerisse in cose civili. — Come il popolo si esaltasse alle predicazioni del Frate: pigliò Firenze aspetto d’una città penitente: arsioni in Piazza di cose oscene e di strumenti di giuoco. — Favore ai Pisani non che dei Francesi, di molti in Italia. — Nella guerra contro Pisa muore Piero Capponi. — Massimiliano imperatore scende in Maremma, assedia Livorno, poi torna in Germania. — Edificazione di una sala per il Gran Consiglio: divisioni in seno di questo. — Piero de’ Medici con soldati Veneziani s’accosta a Firenze, ma tosto poi se ne ritira. — Cinque cittadini sospettati di congiura pei Medici sono dannati a morte; è negato ad essi l’appello al Consiglio generale. — Il Savonarola in tutto questo si tacque. Non era più il capo effettivo della sua Parte, venuta in mano ai politici: Francesco Valori. — Il Frate ebbe veementi passioni civili, ma era sempre frate. Inalzato dal grande seguito ch’egli aveva, passò dalle minaccie dell’ira di Dio alle affermazioni di profeta. — Avea devoti e partigiani, ma non aveva una parte da sè ordinata e che egli guidasse a un fine pratico e pensato. — Fra Girolamo è chiamato in Roma dal Papa. La Signoria di Firenze s’interpone, ma ingrossano i nemici contro lui: tumulti alle sue prediche. Infine ai 22 giugno 1497 è pubblicata una scomunica non contro alle dottrine sue ma contro lui per disubbidienza. — La Signoria era amica a lui, devoti i Piagnoni, nemicissimi i Compagnacci e gli Arrabbiati. — Fra Girolamo si astiene dal predicare, poi ricomincia nei primi del 98; il che fu occasione di gravi tumulti. — Il Papa ne chiede la consegna, minacciando l’interdetto sulla città; in questa incerti i Consigli. — Ultima predica di commiato. — Nelle precedenti aveva messo innanzi l’idea di un Concilio, ma non fece pratiche per esso. — Il convento di San Marco e il Clero in Firenze. — Fra Domenico da Pescia, predicando, offre la prova del fuoco; un Francescano accetta la sfida. La Signoria favorisce quell’esperimento, per il quale assegna il giorno settimo d’aprile. — Grande e solenne apparato in Piazza. Contegno provocatore del frati. Vertenze e difficoltà sul modo di fare la prova. Tumulto in Piazza; una grande pioggia costringe tutti a tornare a casa. — Il giorno seguente la città in arme: i Piagnoni percossi o insultati; i più arditi si raccolgono armati in Convento, che viene assalito e infine sforzato non senza uccisioni. La Signoria fa da’ suoi mazzieri porre le mani addosso a Fra Girolamo e a Fra Domenico, i quali sono condotti nelle carceri del Palagio. — Francesco Valori ucciso per via. — Fra Silvestro terzo carcerato: la Signoria nega consegnarli al Papa. Elegge una Commissione d’esaminatori tra’ più avversi ai frati. — Atti e modi del processo. — Fra Girolamo, non reggendo alla tortura, confessa cose che indi subito contradice; la reputazione di lui è abbattuta. — Nuovo esame e nuovi martori: Atti del processo falsificati. — Esami di Fra Domenico e di Fra Silvestro e di altri. — Lettera dei frati di San Marco al Papa. — La Signoria accetta che mandasse questi in Firenze due Commissari a rinnovare il processo. — Meditazioni del Savonarola scritte in carcere e pubblicate subito dopo. — Nuovo esame fatto dai Commissari, i quali cercano per via di tormenti se il Savonarola avesse aderenti alla proposta del Concilio, ma nulla si trova. — Il giorno dopo esce la condanna dei tre Frati a essere impiccati e poi arsi. — La sentenza si eseguisce sulla Piazza ai 23 maggio 1498, presente una grande e varia moltitudine: le ceneri gettate in Arno. — Vittoria in Firenze della parte più mondana, che si scatena contro al Frate. Prime impressioni sul conto suo, poi grandi testimonianze che a lui fecero i più gravi uomini. Dalla scuola del Savonarola uscivano quelli che poi difesero la libertà o la piansero. — Culto del Frate continuato nei conventi Domenicani. — Cercò la riforma, ma dentro al sono della Chiesa.
Capitolo III. — Guerra di Pisa. — I Francesi a Milano, gli Spagnoli a Napoli — Il Duca Valentino. — Piero Soderini Gonfaloniere a vita. [An. 1498-1503.]. [63]
Lega tra ’l Papa e Luigi XII nuovo re di Francia. Il Duca Valentino. — Disegni dei Veneziani sopra Pisa, oppugnati da Lodovico il Moro. — Piero dei Medici in Casentino: assalti a Pisa: sospetti contro a Paolo Vitelli Capitano dei Fiorentini; questi è imprigionato, poi messo a morte. — [1499]. Luigi XII in Milano; Lodovico Sforza fugge in Allemagna, poi torna indietro e i Francesi si chiudono in Novara. [1500]. Lo Sforza tradito dagli Svizzeri, va prigioniero a finire la vita in Francia. — Soldati francesi chiamati dai Fiorentini, parteggiano co’ Pisani. — Il Valentino con l’aiuto dei Francesi conquista la Romagna della quale è dal Papa creato Duca: entrato in Toscana, si pone presso a Firenze; quivi il Governo è senza forza; stragi in Pistoia. — Piero de’ Medici seguita il Borgia, che si fa dare segretamente la signoria di Pisa, poi tratta co’ Fiorentini, e andando a Roma investe Piombino. — Federigo d’Aragona, nuovo re in Napoli. Trattato segreto tra Ferdinando di Spagna e Luigi XII per la divisione di quel Reame. Consalvo di Cordova ne piglia possesso in nome di Spagna. Federigo si rifugia in Francia. — Piero de’ Medici in Arezzo, recuperata poi dalla Repubblica di Firenze con l’aiuto del re Luigi. — Il Valentino soggioga le Marche, poi viene a porsi in Imola. I condottieri che seguivano il Valentino, si erano dichiarati contro lui; poi si conciliano seco, ed egli venuto sotto Sinigaglia, con inganno gli fa pigliare, 31 dicembre 1502. Orsini e altri strangolati o ritenuti; il Borgia torna in Roma, dopo aver sottomesso Città di Castello e Perugia. — La guerra si rompe tra Spagnoli e Francesi. Consalvo si chiude in Barletta; disfida tra’ cavalieri francesi e italiani, questi rimanendo superiori. — Consalvo, ottenuta grande vittoria alla Cerignola, entra in Napoli a’ 14 di maggio 1503. — Consiglio Grande, sua composizione; popolarmente bene accetto. Difetto d’uomini nei quali fossero scienza e tradizioni, e che intendessero le cose di fuori. Le scelte agli uffici cadevano sopra gli uomini più mediocri. — Infine consentono a una riforma, purchè non si andasse a un governo stretto e che il Consiglio Grande si mantenesse. — Proposta di fare un Gonfaloniere a vita, che viene approvata, ma negato mettergli intorno un Consiglio stretto. È commessa l’elezione della persona al Gran Consiglio, dove intervennero più di duemila cittadini. Fu quivi eletto Piero Soderini, ch’entrò in ufficio il 1º novembre 1502. Sue qualità e sua natura. — Il giorno stesso cessò l’ufficio del Potestà, essendo a quello sostituita una Ruota di cinque Giudici forestieri.
Capitolo IV. — Giulio II. — Riacquisto di Pisa. — Grande Lega contro a’ Veneziani. — Guerre in Italia; ritorno de’ Medici in Firenze. [An. 1503-1512.] [94]
Morte d’Alessandro VI; tumulti in Roma. — Il Valentino raccolto in Napoli da Consalvo, indi prigione in Ispagna, d’onde fuggito, muore combattendo pe’ suoi parenti re di Navarra. — [1503]. Giulio II. — Nuovo esercito francese al Garigliano, distrutto per opera di Consalvo. Morte di Piero dei Medici. — Guerra di Pisa; costanza dei Pisani. Disegni di vari Principi sopra Pisa. L’Alviano per proprio suo conto muovendo al soccorso di Pisa, è vinto alla torre di San Vincenzio in Maremma. Assalto a Pisa, ributtato. — Governo di Piero Soderini. Milizie paesane in tutto lo Stato di Firenze, create per consiglio e con l’opera di Niccolò Machiavelli: loro buoni ordini. — [1506]. Giulio II venuto a Perugia, toglie ai Baglioni la signoria di quella città; va in Urbino, poi entra in Bologna con l’aiuto dei Francesi, ordina il governo di questa città; poi torna a Roma. — Ferdinando il Cattolico viene a Napoli, poi s’abbocca in Savona con Luigi XII; questi recupera Genova, che gli si era ribellata. — Massimiliano imperatore muove guerra ai Veneziani, nella quale perde gli Stati limitrofi all’Adriatico. — [Dicembre 1508]. Lega di Cambray, già preparata in Savona: Spagna, Francia e Germania si uniscono alla distruzione della Repubblica di Venezia; il Papa entra di mala voglia in quella Lega. — I Fiorentini stringono Pisa; vari trattati, dopo i quali i Fiorentini entrano in Pisa [9 giugno 1509]. — Rotta dei Veneziani alla Ghiaradadda; assedio di Padova; Massimiliano si ritira a Verona. — Conferma per danaro i privilegi alla Repubblica di Firenze. — Il Papa si distacca dalla Lega: viene di persona all’assedio della Mirandola e assolda Svizzeri. Spagnoli in Italia contro Francia. — Il re Luigi promuove un Concilio contro a Papa Giulio; il Soderini concede radunarlo in Pisa, dove pochi intervengono. — Nuovo esercito francese in Italia con Gastone di Foix: ribellione e stragi di Brescia: battaglia di Ravenna, dove muore il Foix vincitore [aprile 1512]. — Ma in breve essendo scesi altri Svizzeri, i Francesi sono cacciati d’Italia; gli Sforza tornano a Milano. — Un Congresso tenuto in Mantova delibera la restituzione dei Medici in Firenze. — Il cardinale Giovanni de’ Medici, e suoi accorgimenti. Stato della città. Bernardo Rucellai. — Filippo Strozzi seniore, suo palazzo. Filippo suo figlio prende in moglie Clarice nata da Piero dei Medici. La Quarantía. — Il vicerè Cardona, entrato con gli Spagnoli in Toscana, intima ai Fiorentini la mutazione dello Stato. Sincero contegno del gonfaloniere Soderini: sollevamento degli animi in Firenze. — Saccheggio di Prato, cittadini prigioni e venduti [29 agosto 1512]. — Terrore in Firenze. Il Gonfaloniere deposto dal magistrato, quindi accompagnato fino al porto di Ancona, d’onde egli passa in Ragusi. — Il Cardinale si ferma in Campi. Gli Spagnoli abbandonano la Toscana. Gian Battista Ridolfi Gonfaloniere. Il Cardinale e Giuliano tornano alle loro case devastate. Chiamano con la forza dei soldati una Balía, per la quale mutato il Governo, è abolito il Gran Consiglio. — Debolezza del governo dei Medici e male contentezze; inimicizia contro ai Medici dei seguaci del Savonarola. — Cospirazione di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino Capponi contro alla vita del Cardinale: ultime ore del Boscoli narrate da Luca della Robbia.
Capitolo V. — Pontificato di Leone X. [An. 1513-1521.] [127]
Morte di Giulio II. Leone X fatto Papa [11 marzo 1513]; allegrezze, magnificenze. — Nature di Giulio II e di Leone X. — In Firenze tutti gli animi si volgono al nuovo Papa. — Famiglia dei Medici, governo della città e vari umori del popolo. — Giulio dei Medici; il Cardinale da Bibbiena. — I Francesi avendo la peggio in Lombardia, Venezia ed il Papa ad essi si accostano; pericoli e fermezza dei Veneziani. — [1º gennaio 1515] morte di Luigi XII. Francesco I, giovane re, entra in Italia, distrugge le bande Svizzere a Marignano, ed acquista la signoria di Milano. — Trattato di Leone X con Francesco I. — Leone X in Firenze. Congresso e Concordato di Bologna. — Morte di Giuliano dei Medici. Leone X priva del ducato d’Urbino Francesco Maria della Rovere, e ne fa la conquista in nome del suo nipote Lorenzo [1516]. — Morto Ferdinando di Aragona, il nipote Carlo diviene re di tutte le Spagne. — Venezia, riavuto l’intero stato di Terraferma si mette in pace. — Francesco Maria cerca di ripigliare lo Stato: guerra d’otto mesi, dopo la quale il Della Rovere abbandona e cede il ducato. — Pensieri d’alcuni Cardinali per uccidere Leone X. Il Papa fa in un sol giorno promozione di 31 Cardinali. — Cerca spogliare il Duca di Ferrara. Chiamato in Roma Paolo Baglioni, lo fa morire. — Contegno principesco di Lorenzo de’ Medici in Firenze: nuovi costumi e abiti cortigiani. Il Duca, da un pezzo infermo, muore [4 maggio 1519]: pochi giorni prima gli era nata Caterina che fu regina di Francia. — Il cardinale Giulio dei Medici viene a reggere lo Stato in Firenze. — Carlo V eletto Imperatore [28 giugno 1519]. — Negoziati vari del Papa con Francia e Spagna. — Lega tra ’l Papa e l’Imperatore [1521]. — Grande guerra in Lombardia: l’esercito della Lega entra in Milano. — Morte di Leone X [1º dicembre 1521].
Capitolo VI. — Firenze sotto il governo del cardinale Giulio de’ Medici, poi Clemente VII. — Battaglia di Pavia. — Sacco di Roma. [An. 1521-1527.]. [152]
Elezione di Adriano VI. — Francesco Maria della Rovere racquista lo Stato: movimenti di guerra nel Senese. — Governo del cardinale Giulio dei Medici in Firenze. Pareri scritti per una riforma dello Stato. — Orti Oricellari: congiura per la quale un Diacceto e alcuni altri sono decapitati, fuggendo il poeta Luigi Alamanni. — In Lombardia gli Svizzeri, che andavano co’ Francesi, sono sconfitti alla Bicocca; Lautrech abbandona la Lombardia: Prospero Colonna entra in Genova con gli Spagnoli, che vi danno il sacco. — Adriano giunge in Roma dove, uomo semplice e severo, è male accetto. — Prepotenze spagnole in Italia. — Disegno di Francesco I interrotto per il tradimento del Borbone. — Adriano stringe lega con Carlo V: muore, [1523]. — [19 novembre] Giulio dei Medici è fatto Papa col nome di Clemente VII. — Stato della città di Firenze: ondeggia tra i Medici e la libertà. Cauto procedere di Clemente. Iacopo Salviati, Filippo Strozzi. Giovanni dell’altro ramo della Casa Medici, già chiaro nelle armi. — Ma la successione della famiglia si riduce nei due bastardi Ippolito e Alessandro: da principio Ippolito è messo innanzi per il governo di Firenze. Il cardinale Silvio Passerini governatore per il Papa. — Carlo V dalla Spagna governa e dirige le cose d’Italia; suoi Generali. — Malo stato della Lombardia. — Guerra in Provenza, fallita. Francesco I scende in Lombardia. — Antonio da Leyva si chiude in Pavia dal Re assediata. Battaglia di Pavia, dove il re Francesco è fatto prigione [24 febbraio 1525]. — Irresolutezze di Clemente. Fra Niccolò Schomberg arcivescovo di Capua. I Fiorentini tutti francesi. — Francesco I condotto in Ispagna, stipula un trattato per cui torna in libertà [18 marzo 1526]. — Sottili disegni del Morone per la liberazione d’Italia: morte del Pescara. Il Morone va con gli Imperiali. — Lega di Cognac. Giovanni Medici dalle Bande Nere. Francesco Guicciardini. — Il Papa mette in difesa Firenze; è tradito dal Moncada e dai Colonna, i quali invadono e saccheggiano il palazzo stesso di San Pietro; il Papa in Castel Sant’Angelo fa un trattato con gli Spagnoli, subito violato. — Morte di Giovanni delle Bande Nere. — I Lanzichenecchi varcano il Po: gli Spagnoli si uniscono a loro. Dubbia fede di Francesco Maria della Rovere: consigli del luogotenente Guicciardini. — Volteggiamenti del Papa. L’esercito del Borbone entra in Toscana e quindi avanza fino ai prati di Roma. — Combattimento in Trastevere con la morte del Borbone. Sacco di Roma [6 maggio 1527]: Clemente prigioniero in Castel Sant’Angelo.
Capitolo VII. — Niccolò Machiavelli. — Francesco Guicciardini — Michelangelo Buonarroti. Descrizione della Città e Stato di Firenze. [183]
Capitolo VIII. — Cacciata de’ Medici e Governo popolare. — Carlo V in Italia e suo accordo col Papa. [An. 1527-1529.] [208]
Mala disposizione contro alla Casa Medici dei maggiori tra gli Ottimati. — In Firenze i giovani chiedono le armi; quindi all’appressarsi dei due eserciti la città insorge e si dichiara contro ai Medici. Ma essendovi entrati i Capitani della Lega, si fa un compromesso. — Pel caso di Roma i moti crescono in Firenze. Filippo Strozzi e madonna Clarice sua moglie. I due giovani Medici obbligati a partirsi di Firenze. — I popolani armati impongono la riapertura del Consiglio Grande e un Governo com’era nel dodici. — Niccolò Capponi eletto Gonfaloniere per tredici mesi. — La città è divisa tra chi voleva e chi non voleva romperla affatto co’ Medici. — Evasione del Papa. — Feste in Firenze. Rigori contro ai partigiani dei Medici; guardia di giovani al Palagio. — [1528]. Distruzione dell’esercito francese sotto Napoli: finiscono le Bande Nere, che erano al soldo dei Fiorentini. — Andrea Doria, fattosi amico a Carlo V, costituisce in Genova una forma nuova di governo. — I Francesi dopo altre sconfitte abbandonano anche la Lombardia. — Istituzione in Firenze d’una milizia per cui si danno le armi in mano al popolo. Solennità; orazioni che furono recitate. — Sedizione dei giovani che avevano preso la guardia del Palagio. Condanna di Iacopo Alamanni e sua decapitazione. — Ingrossa la parte avversa al Capponi. — Ippolito dei Medici è fatto Cardinale. — Pratiche di Clemente per fare tornare i suoi in Firenze come semplici cittadini. Il Gonfaloniere ascolta queste pratiche. — Una lettera caduta di mano a lui è occasione a destituirlo dal magistrato e farlo mettere in accusa. Viene assoluto in quel giudizio, e torna a casa onorato. Francesco Carducci eletto in sua vece. — Pratiche di pace tra ’l Papa e Cesare. In Firenze i più esperti consigliavano accostarsi a questo. Andrea Doria ne faceva formale proposta e mandava qui a tal fine, ma inutilmente, Luigi Alamanni. — Trattato di Barcellona, pel quale il Papa e Cesare si obbligano a rimettere i Medici in Firenze. — Pace di Cambray: Francesco I promette l’abbandono dei suoi alleati, intanto che egli e la Corte addormentavano l’ambasciatore Baldassarre Carducci di vane promesse. — Moti diversi degli animi in Firenze. — Carlo V a Genova [12 agosto 1529]: nuovo assetto allora dato da lui all’Italia. — Quattro ambasciatori mandati a Cesare, dal quale sono rinviati al Papa. I quattro sono divisi tra loro. È ad essi vietato seguirlo in Piacenza. — L’ambasceria si discioglie, e Niccolò Capponi muore in Castelnuovo di Garfagnana.
Capitolo IX. — Apparecchi di guerra e negoziati. — Stato della Città. — Primi sei mesi dell’Assedio. [An. 1529-1530.] [238]
Carlo V fa muovere contro Firenze il Principe d’Orange; come si componesse l’esercito da lui condotto. — Alfonso da Este abbandona i Fiorentini, ai quali Venezia ricusa mandare aiuto di soldati. — Clemente invia contro Perugia il Principe d’Orange. — Malatesta Baglioni soccorso dai Fiorentini, si accorda col Papa di loro consentimento. — L’Orange [14 settembre] assale Cortona che resiste, poi s’arrende. — Castiglione Fiorentino saccheggiato. — I nemici investono Arezzo, di dove il Commissario fiorentino si ritira. — L’Orange pone il campo a Figline, e intanto fa dai suoi occupare il Casentino. — In Firenze si delibera mandare al Papa quattro ambasciatori: andò innanzi agli altri Pier Francesco Portinari a fare istanza perchè il Papa fermasse l’esercito: parole del Papa che invia l’Arcivescovo di Capua. — Questi giunto in Firenze, non vi è ascoltato. Mandano all’Orange ambasciatori. I tre che raggiungono in Roma il Portinari trovano il Papa sulla partenza: sono ascoltati da lui in Cesena, ed hanno risposte che in Firenze non sono accolte. — Il Gonfaloniere aveva chiamato una Pratica generale dove da tutti i Gonfaloni, eccetto uno solo, viene deliberata la resistenza. — Fautori dei Medici fuggiti e banditi o ritenuti o condannati. Arsioni delle loro ville. — Arsioni e guastamenti per decreto pubblico degli edifizi e giardini a un miglio dalla città. — Fortificazioni alla città. Fanti assoldati e milizie cittadine; Malatesta Baglioni e Stefano Colonna. Balzelli, vendita di beni. — Fuga e poi ritorno di Michelangelo Buonarroti che dirigeva le fortificazioni. — Stato degli animi in Firenze. — Devastazione del Val d’Arno. Lucrezia Mazzanti. L’Orange si conduce fino ad un miglio dalla città [14 settembre]. — Descrizione del campo dei Fiorentini. — Descrizione del campo degli assedianti, Italiani, Tedeschi e Spagnoli. — Malatesta disfida i nemici: questi la notte degli 11 novembre danno l’assalto alla città, che si difende popolarmente. — Gli assediati assalgono il campo nemico, da cui si ritraggono onoratamente. — Morte di Mario Orsini e di Giorgio Santa Croce. — Un nuovo esercito scende di Lombardia: la città chiusa da ogni parte; perdita di Signa, di Pistoia e d’altri luoghi. — Francesco Ferrucci Commissario d’Empoli, ripiglia Castel Fiorentino, assale ed espugna San Miniato; distrugge una banda di Spagnoli presso Palaia. — Francesco Carducci esce di Gonfaloniere, a cui succede Raffaello Girolami [1º gennaio 1530]. — Il Gonfaloniere, convocato un grande Consiglio, lo interroga circa al mandare ambasciatori al Papa; il che fu approvato, ma poi annullano il voto e mettono condizioni che sono respinte duramente. — Leggi spietate per fare danari sopra i beni dei ribelli; ori e argenti dei luoghi sacri mandati alla Zecca. — Predicatori popolari che promettevano liberazione: Fra Benedetto da Foiano. — Caterina dei Medici: disegni attribuiti al Principe d’Orange. — Malatesta Baglioni fatto Capitano generale. Suo concetto sopra i pericoli dell’impresa; di qual sorta fosse il suo intendersi con Clemente. Propositi forti delle milizie cittadine. Scaramuccie continue, disfide. — Combattimento particolare con la morte di Lodovico Martelli. — Carlo Capello ambasciatore veneziano. — Valore di Lorenzo Carnesecchi nella difesa della Romagna. — Proposte vane di Francia; pensieri del Vescovo di Tarbes Oratore francese a Roma: parole di Clemente e suo infelice stato dell’animo.
Capitolo X. — Impresa di Francesco Ferrucci e sua morte. — La Città si rende a patti. [Dall’aprile all’agosto 1530.] [277]
Il territorio della Repubblica per grandissima parte occupato dai nemici. Francesco Ferrucci da Empoli sostiene la guerra nelle provincie circostanti. — Ribellione di Volterra. — Il Ferrucci, rinforzato di genti, assale Volterra, che dopo fiera battaglia nelle strade si dà a discrezione. — Fabbrizio Maramaldo, entrato nei borghi di Volterra, vi si fortifica. Il Marchese del Vasto, venuto dal campo sotto Firenze, assalta Volterra, dalla quale è cacciato indietro dopo replicati combattimenti. — Perdita d’Empoli per assalti e tradimenti. — Malatesta in persona fa una mossa contro al campo Imperiale. — Assalto notturno e sanguinoso di Stefano Colonna contro al quartiere degli Imperiali a Sant’Iacopo in Polverosa. Penuria di viveri e di danaro. — Milizie accresciute, disegni temerari, male intelligenze con Malatesta. — Il Ferrucci muove da Volterra. S’ammala in Pisa, indi procede fino a Pescia d’onde per la via dei monti aveva disegno scendere al soccorso di Firenze. — Pratiche di Malatesta con l’Orange. — Deliberazione del Grande Consiglio di dare l’assalto; al che Malatesta e il Colonna si oppongono. — Intelligenze del Malatesta con l’Orange: la Signoria invia sul campo Bernardo da Castiglione, che torna avendo rotta ogni pratica. — In città i soldati in arme, la gioventù in arme. — Grande mossa dell’Orange contro al Ferrucci: si scontrano in Gavinana. [3 agosto]; battaglia lunga e diversa, morte del Principe. Sopraggiunge il Maramaldo, dal quale è preso e ucciso il Ferrucci. — In Firenze altri chiedono armi, altri s’accostano a Malatesta. Egli e il Colonna mandano a fare accordo col Gonzaga. Zanobi Bartolini. Baccio Valori. Bozza di Capitoli. — Malatesta propone si accettino; la Signoria manda invece licenza a lui ed al Colonna. Malatesta ferisce un Niccolini che gliela aveva recata, e minaccia di fare entrare i nemici. — Quattrocento giovani e ricchi e uomini di più sorte si radunano nella piazza di Santo Spirito, facendo dire alla Signoria che non riconoscono più altri che Malatesta. — La Signoria manda al campo quattro ambasciatori per capitolare. Pochi in arme si raccolgono intorno al Palazzo. — Articoli della Capitolazione [12 agosto].
Capitolo XI. — Fine della Repubblica. [An. 1530-1532.] Firenze dopo la Repubblica [301]
Entrano i soldati: Malatesta padrone della città: balzelli, carestia e morti per tutto lo Stato. — Parlamento in Piazza, guardata dai soldati; Baccio Valori fa eleggere una Balía, per cui rimangono con nuovi uomini le antiche forme. — Avarizia dei Capitani dell’esercito, che non lasciano entrare i viveri; fame, timori e nuovi carichi sulla parte vinta. — Grande zuffa degli Italiani del campo contro agli Spagnoli ed ai Tedeschi: partenza di tutto l’esercito. — Malatesta, dopo qualche difficoltà col Papa, torna a Perugia e indi muore. — Ritorno degli usciti. Condanne a morte, e in grandissimo numero a confine. I beni dati al Fisco; restituiti ai proprietari i già tolti e le vendite annullate; riduzione dei frutti del Monte. — Colonie d’esuli a Venezia e sul fiume Rodano. — Stato miserabile della Toscana: le città e le minori terre bene inclinate verso i Medici. — Baccio Valori Governatore in Firenze. — Non bene contenti i grandi amici e i parenti di Casa Medici. — Il Cardinale Ippolito. — Ambasceria e discorso di Palla Rucellai a Carlo V. La Balía conferisce al Duca Alessandro un alto grado in Firenze. — Lodo pronunziato dall’Imperatore, che istituisce capo della Repubblica di Firenze il Duca Alessandro, al quale aveva sposata Margherita sua figlia naturale. Questi al suo giungere riceve l’investitura solenne per mano di Antonio Muscettola, e riceve il giuramento dei Magistrati [6 luglio 1531]. — Pareri presentati al Papa circa il governo di Firenze. — Ricerca delle armi per tutte le case. — Condanne ad arbitrio; terrore; sevizie d’un Bargello. — Filippo Strozzi promotore presso Clemente di un governo assoluto e del fabbricare in Firenze una fortezza. Clemente risoluto fare da sè, manda Filippo dei Nerli in Firenze: parole del Papa. — Comandi del Papa comunicati in Firenze all’Arcivescovo di Capua ed ai principali cittadini. — Nuova forma dello Stato, dove il principe era tutto. — [1º maggio 1532]. L’ultimo Gonfaloniere esce di Palazzo: Alessandro dei Medici ne piglia il possesso come Duca della Repubblica fiorentina: cominciò allora il Principato. — Firenze dopo la Repubblica.
Appendice di Documenti.
I. Lettera dei Dieci di Balìa a Guidantonio Vespucci e Pier Capponi oratori presso il Re di Francia, dei 7 maggio 1494. [343]
II. Litteræ Credititiæ et Mandata quinque Oratorum, fratris Hieronymi de Savonarola predicatoris, Tanai Neroli, Pandolfi Rucellarii, Petri Caponii et Ioannis Cavalcantis, deliberata die V novembris MCCCCLXXXXIIII. — Carolo Regi Gallorum. Mandata quinque Oratorum ad Carolum Regem Francorum [346]
III. Trattato segreto di Confederazione tra Leone X e Carlo V, de’ 17 gennaio 1519.
Capitoli segreti tra Leone X e Francesco I, de’ 20 gennaio 1519 [348]
IV. Quindici lettere di Rosso Buondelmonti e compagni, oratori presso al Principe d’Orange; dal 13 al 30 settembre 1529 [361]
V. Cinque lettere di Ferrante Gonzaga al Marchese di Mantova suo fratello, date dal Campo Cesareo sotto Firenze; dal dì 16 luglio al 4 agosto 1530. [377]
VI. Orazione di Palla Rucellaio recitata nel cospetto di Carlo V imperatore per nome dell’Eccelsa Repubblica Fiorentina [385]
Tavola dei nomi e delle materie [389]

STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.

LIBRO SESTO.

Capitolo I. IMPRESA DI CARLO VIII IN ITALIA. — RIBELLIONE DI PISA, CACCIATA DE’ MEDICI. [AN. 1492-1495.]

Se vi ebbe mai tempo in cui si veggano ad un tratto mutare aspetto le umane cose come per iscena di teatro, e nuovi uomini atteggiarsi diversamente da quei di prima, e un altro ordine prodursi di fatti e d’idee; tale fu quello al quale è giunta l’Istoria nostra, talchè gli scrittori sogliono quivi fermare il punto dove si chiude l’età di mezzo, e ha suo principio la moderna. Composte allora le grandi nazioni nella unità di monarchie possenti, cominciarono a mescolarsi tra loro per grandi imprese, cui dava il segno quella di Carlo VIII per la conquista del Regno di Napoli; i grossi eserciti permanenti e l’armi da fuoco in mano ai soldati mutavano gli ordini e le condizioni della guerra; intantochè l’uso già universale della stampa rendeva più agevoli a tutti gli uomini, e continui tra gente e gente i commerci del pensiero. In questo anno 1492 del quale scriviamo, Cristoforo Colombo scuopriva l’America; e poco dopo Vasco di Gama portoghese, girando l’Affrica, navigò alle Indie: l’Italia ebbe doppia cagione d’abbassamento dall’essersi ai traffici aperte altre vie da quelle di prima. In quello stesso 1492, il conquisto di Granata compieva l’unificazione della Spagna sgombrata dai Mori; ed era compiuta già quella di Francia. Nell’anno medesimo il pontificato di Alessandro VI inaugurava quei tristi tempi, di mezzo ai quali uscì la Riforma protestante che scisse l’Europa, e fu vendetta delle nazioni consumata col Sacco di Roma e con l’avvilire non che la potenza, ma il genio stesso e le tradizioni del nome latino.

Le guerre d’Italia diedero cagione allo incontrarsi la prima volta insieme Francesi, Spagnuoli, Tedeschi; e l’antica terra fu il campo di quelle battaglie dalle quali usciva l’Europa moderna. Fino alla prova di quelle guerre l’Italia tenevasi (nè senza ragione) in più alto grado delle altre genti: discesero queste, e ritrovandola disarmata, divisa, impotente; allora pigliarono maggiore fiducia di sè medesime, e si rallegrarono: ma nell’Italia cessò ad un tratto la vita esultante degli ultimi anni; falliva il pensiero nutrito più secoli, le arti politiche si vedeano fatte ludibrio a sè stesse. Fra queste ruine Firenze rinvenne la popolare libertà sua e fiorì per uomini rimasti famosi; felice a confronto delle altre Provincie, finchè tutto il peso delle armi straniere non cadde sovr’essa per quivi estinguere la vita d’Italia.

In quella sorta di potenza che per sessant’anni i Medici tennero nella Repubblica di Firenze, questo era di debole, che nulla avendo in sè di legale, dipendeva tutta dalle qualità dell’uomo cui era duopo mantenersela ogni giorno con arti minute: per il difetto di queste cose il figlio di Cosimo era stato a grande repentaglio di vedersi tôrre di mano lo Stato; e come il figlio di Lorenzo lo perdesse, bentosto vedremo. Piero dei Medici, valente del corpo, aveva dura la fibra, l’animo leggero, scarso l’ingegno e presontuoso, il consiglio subitaneo e temerario: toccava appena ventidue anni quando suo padre moriva. Ebbe a maestro il Poliziano e da lui buona coltura di lettere; ciò non ostante alla madre sua, specchiata donna, non piaceva tenersi per casa quest’uomo d’animo poco buono e di costumi non pari all’ingegno.[1] Gaj e fastosi erano quegli anni, e al giovane Piero sopra ogni cosa piaceva mostrarsi eccellente negli esercizi del corpo: era vissuto fino allora come figlio di principe, e quando i più qualificati cittadini vennero ad offrirgli, com’era consueto, il grado del padre, si tenne egli subito naturalmente Principe, non pensando nè quali fatiche avesse a Lorenzo costato fermare io direi quasi uomo per uomo i cittadini nell’ubbidienza sua, nè come i tempi ora volgessero a Casa Medici più difficili e a tutta Italia pericolosi. Le ragioni commerciali di quella famiglia erano si può dire in fallimento, e tutto l’ingegno e le seduzioni di Lorenzo appena bastavano ad abbagliare siffattamente gli occhi dei più spensierati che non vedessero divorate per lui solo, non che molta parte del pubblico erario, le stesse private ricchezze e le doti fidate nei Monti di credito alla università dei cittadini, finchè la Repubblica fu libera di sè stessa. Molti che avevano temuto Lorenzo o che erano da lui tenuti a bada con gli onori e con gli adescamenti dei quali era maestro, disprezzavano la inesperienza, o erano offesi dalla superbia di Piero. Questi volentieri si ristringeva coi più servili che l’odio pubblico non temessero. Primo tra questi era un ser Piero Dovizzi, fratello maggiore di più anni a quel Bernardo da Bibbiena, che poi fu Cardinale e chiaro per franco ingegno. Quegli era stato sotto a Lorenzo grande strumento al fare danari; ma Piero gli messe in mano ogni cosa, e tirò alla Cancelleria di casa sua tutte le faccende che prima solevano stare negli Otto della Pratica.[2] Erano in Firenze due molto ricchi e gentili giovani di Casa Medici, Lorenzo e Giovanni, del ramo che discendeva dal fratello del vecchio Cosimo. Giovanni una sera a un ballo di donne essendo venuto con Piero a contesa per giovanili rivalità e forse per altri sospetti, ebbe da lui una ceffata; del che risentitosi, fu egli insieme col fratello suo messo in custodia, e forse avrebbe corso pericolo della vita: ma infine Piero si contentava di una sentenza che gli mandava a confine nelle loro ville, contenuto dal favore che ad essi mostrava il popolo di Firenze.[3] Tale fu Piero, secondo i fatti mostrarono e tutti concordemente giudicarono gli scrittori. Non erano spente in lui però le tradizioni della famiglia, per le quali aveano fermo i Medici d’essere in fatto principi, ma con le apparenze di uomini privati; sapeano gli umori della città, e aborrivano sopra ogni cosa dall’ingerirsi di signorie baronali. Quando una volta il re Alfonso offriva donare a Piero alcuni Stati nel Reame, il che era farlo suo feudatario; questi rendeva umili grazie, ma rifiutava d’accettare il dono perchè non voleva essere Barone; usando parole che hanno del risentito, e in lui mostrerebbero nobiltà d’animo degna forse d’accoppiarsi a mente più salda, o a meno avversa fortuna.[4]

Al di fuori l’equilibrio tra’ potentati d’Italia riusciva ogni giorno più difficile a mantenere. Svolgeasi il disegno che di lunga mano aveva covato Lodovico Sforza detto il Moro d’usurpare il Ducato di Milano, del quale era egli reggente in nome dell’infelice suo nipote Giovanni Galeazzo; ma questo essendo marito a una figlia di Alfonso duca di Calabria, tutti si aspettavano che ne uscirebbe una guerra tra’ due potentati, massime che il vecchio re Ferrando di Napoli male poteva opporsi con la prudenza agli ardimenti del figlio. Al che si aggiunse più grave caso, che tre mesi dopo la morte di Lorenzo, al papa Innocenzio VIII, che soleva molto a lui essere deferente, era succeduto col nome di Alessandro VI Roderigo Borgia spagnuolo e nipote di Callisto III; per il che avendo egli vissuto nel Cardinalato trentacinque anni, aveva potuto con l’ingegno, ch’era in lui molto, studiare le vie, oltre all’avere acquistate ricchezze grandissime. Divenne il papato d’Alessandro VI come una leggenda di delitti e di nefandezze, nè crediamo noi che i fatti spacciati sul conto di lui e della famiglia Borgia siano tutti veri, ma tutti parvero cosa naturale in chi mostrava non essere frenato nè dalla coscienza nè dalla vergogna dove il suo utile apparisse. Il vecchio Ferrando di Napoli, udita la creazione d’Alessandro, disse; quel Papa sarebbe ruina d’Italia.[5] Lodovico il Moro, anch’egli tenendo pericolosa l’elevazione di un uomo tale, ebbe un bel pensiero: voleva che tutti gli Ambasciatori dei Principi italiani andassero insieme a fare omaggio, com’era usanza, al nuovo Pontefice, e che uno facesse l’orazione in nome di tutti: ma il disegno fu sventato per l’opera (dissero) di Piero de’ Medici, da un lato istigato dai principi Aragonesi di Napoli cui molto aderiva, dall’altro bramoso di non confondersi egli, ch’era tra gli Ambasciatori di Firenze, con gli altri d’Italia, e fare spiccare meglio da sè solo la magnificenza delle sue livree. Un altro fatto, sebbene anch’esso di poco momento, servì ad accrescere i sospetti. Si era da principio molto accostato Alessandro VI ai principi Aragonesi, cercando inalzare uno dei figli suoi col matrimonio di una bastarda di Alfonso; ma perchè la pratica allora si ruppe e il Papa mostrava altri disegni, si pensò il Re porgli sul collo come una briglia col fare che Virginio Orsini, a lui devoto, comprasse da Franceschetto Cibo alcune piccole castella che Innocenzio VIII gli aveva donate vicine a Roma; il re Ferrando sborsò i denari, ed il contratto si fece per l’intromessa di Piero dei Medici, parente stretto e grande amico dell’Orsini. I quali indizi, comunque piccoli, bastarono alla sagacità di Lodovico perchè egli scorgesse come all’occorrenza Toscana e Napoli si volgerebbero contro a lui: nè si fidava in certa lega stretta da lui col Papa e co’ Veneziani; ma era di quelle che tra’ Principi d’Italia un giorno faceva ed un altro disfaceva, e i tempi frattanto divenivano più grossi.[6]

Lodovico allora, che aveva l’ingegno sottile e pronto alle cupidità vicine quanto era l’animo troppo angusto ai vasti pensieri che in sè comprendono l’avvenire, si volse a chiamare in Italia Carlo VIII re di Francia. Aveva questi ereditato le ragioni sul regno di Napoli dei Duchi d’Angiò; ma insieme aveva sotto alla corona sua non più quella Francia debole e divisa che per gran tempo era stata, ma intera dentro a quei confini che essa ha da natura, così già essendo il più possente tra gli Stati che avesse l’Europa. Lorenzo de’ Medici, veduta ch’egli ebbe con l’annessione della Brettagna compita essere quella unione, aveva predetto i mali che verrebbero all’Italia dai Re francesi. Ma Carlo esultava in quella grandezza giovanilmente, e con lui molti di quella nazione fra tutte guerriera, ma poco considerata: lo Stato nuovo per anche non aveva bene composte le forze sue, mancava il danaro; e Carlo, smanioso d’acquistare gloria, non era capace a condurre sè medesimo, non che un reame di quella mole e una tale impresa. Facea Lodovico prima tentare segretamente l’animo suo e de’ suoi ministri, uomini nuovi e molto cedevoli a private cupidigie. Mandava dipoi con ambasciata solenne Carlo da Barbiano conte di Belgioioso che offrisse al Re per la riconquista del reame di Napoli tutte le forze di Lombardia: già erano ai fianchi del giovane Carlo eccitatori all’impresa i Principi di Salerno e di Bisignano, ambo di Casa Sanseverina, fiera nemica degli Aragonesi. Ma in Francia gli uomini di maggior prudenza, nè al Re si fidavano nè a’ suoi consiglieri nè alle forze stesse del reame per anche immature: facile il vincere, dicevano, pericoloso il rimanere nei luoghi occupati; degli Italiani le armi disprezzavano, le arti temevano. Carlo stesso vacillava, com’era proprio della natura sua; ma sempre poi la temerità vincendo in lui la prudenza, si era pacificato con tutti i Principi a lui vicini, a quello di Spagna cedendo la provincia del Rossiglione, perchè da niuno dei grandi potentati fosse impedito quel suo disegno che vaneggiando si allargava da Napoli fino alla cacciata dei Turchi e alla corona del greco Impero. Da tali stimoli agitato, ordinava s’accogliessero da tutta la Francia le armi in Lione, dove il Re stesso poneva stanza nei primi mesi del fatale anno 1494.[7]

All’appressarsi di tali eventi, che ciascuno in sè presentiva dovere essere formidabili, grande fu in Italia il moto degli animi, nei Principi incerto ed instabile il consiglio. Piero dei Medici agli oratori venuti in nome del Re di Francia perchè la Repubblica si dichiarasse per lui, rispose ambiguo tra le inclinazioni dei Fiorentini amici antichi di quella Casa, e le sue proprie che s’era legato con tutto l’animo agli Aragonesi. Questa città, che i suoi commerci e i capitali avea in gran parte fuori di casa, era costretta in ogni guerra temere per sè; in Francia avevano banchi fiorentissimi, ne avevano a Napoli: i due Re minacciavano rappresaglie; ed infine Piero avendo mostrato apertamente l’inclinazione sua verso la parte degli Aragonesi, Carlo scacciò di Lione i soli ministri del Banco dei Medici, così mostrando di riconoscere l’ingiuria da lui e porlo in odio ai Fiorentini.[8] Già erano appresso al Re ambasciatori di questa Repubblica; uno dei quali Piero Capponi, bramoso in segreto della caduta di Piero dei Medici, aggravava le commissioni perchè il Re più s’inasprisse contro a lui, secondo parve a Filippo de Comines scrittore insigne di questi fatti.[9] Degli altri Principi, Venezia se ne stava chiusa nella fiducia della potenza sua; l’inerzia piaceva a una Repubblica d’ottimati, molti dei quali non voleano credere alla discesa di Carlo VIII.[10] Papa Alessandro, seguendo le sue private passioni, aveva più volte nel corso di pochi mesi mutato amicizie; stringevasi infine con Alfonso che era succeduto nella corona al vecchio Ferdinando, e che mandava buon numero di soldati a cacciare dalla rôcca d’Ostia il fiero ed al Papa nemicissimo Giuliano della Rovere cardinale di San Pietro in Vincula; il quale fuggitosi per mare una notte, si recò a Vienna nel Delfinato, dov’era già il Re con tutto l’esercito.

Grandi erano intanto gli apparecchi d’Alfonso, il quale sapendo le guerre di Napoli doversi vincere fuori del Reame, aveva mandato per mare il fratello Federigo con forte armata contro a Genova, sperando con l’aiuto de’ fuorusciti ribellarla dalla signoria di Lodovico: ma la spedizione mosse troppo tardi, e questi inviativi da Milano soldati in gran fretta contenne Genova, e indi con l’aiuto di Luigi duca d’Orléans, cugino del Re, battute le forze nemiche a Rapallo, costrinse Federigo con tutte le navi a ricovrarsi nel porto di Livorno, aperto a lui dall’amicizia di Piero dei Medici. Da un’altra parte muoveva il giovane Ferdinando duca di Calabria con buono esercito inverso Romagna, sperando procedere insino a Parma, città male affetta ai Duchi di Milano, e che gli avrebbe aperto l’entrata nel cuore di Lombardia. Ma convenivagli amicarsi prima quei Signorotti della Romagna; al che fu ostacolo principale Caterina Sforza che in nome del piccolo figlio teneva Forlì. A questo modo le due imprese, le quali dovevano cuoprire il Reame, del pari fallivano; e Carlo, cedendo ai nuovi stimoli che egli ebbe dall’impetuoso Cardinale, e valicate pel Monginevra le Alpi, giungeva in Asti ai 9 settembre.[11]

Aveva seco oltre a dugento gentiluomini della guardia sua, mille seicento lance composte, tra uomini d’arme, arcieri e valletti, di sei cavalli ciascuna; cui s’aggiungevano, con sempre incerta numerazione, ottomila fanti guasconi con archibuso e spada a due mani; dodicimila balestrieri di altre parti della Francia, e ottomila Svizzeri con picche e alabarde: fu creduto che attraversassero la Toscana sessantamila soldati francesi.[12] Grande era il numero delle artiglierie, tali che Italia non aveva mai veduto le somiglianti; perchè le antiche bombarde per la pesantezza loro, e per essere le palle di pietra, si trascinavano lentamente tirate da buoi, ed era il piantarle lungo e difficile, ed i colpi di ciascuna molto radi; laddove i Francesi avendo i cannoni loro più spediti, gli tiravano a cavalli e gli piantavano e muovevano facilmente, essendone oltreciò i colpi assai più frequenti e gli effetti più gagliardi. Ma troppo inferiori in Italia erano per valore e fede i soldati, mercenari essi ed i condottieri loro, che per guadagno, mutando spesso padroni, tutti gli frodavano e poi gli tradivano: in Francia invece le milizie pagate dal Re si componevano di gentili uomini, che oltre agli stimoli dell’onore aveano certezza, con mostrarsi valorosi, di avanzare nei gradi, i quali salivano infino a quello di capitano; le compagnie inoltre non si rinnovavano a capriccio, nè si mutavano per diserzioni e arruolamenti, ma erano d’uomini per lo più della provincia stessa insieme avvezzi a combattere e a emularsi: il che si vuol dire anche dei fanti, che nelle battaglie tenevano il fermo, laddove in Italia si sbandavano al primo scontro: così la milizia, che era qui un mestiere, in Francia tenevasi il più decoroso degli uffici. Scendevano lieti in paese dovizioso, di dolce clima e di dolce vivere, al mondo famoso, da dover essere onorata preda.

In Asti veniva Lodovico Sforza con la moglie Beatrice d’Este e splendido accompagnamento di dame e signori: grandi le onoranze, ma sospetti rinascenti sempre rendevano Carlo dubbioso al muoversi, perchè a ogni passo temeva una frode. Nè senza motivo, Lodovico tenendo in riserva già l’altro disegno, quello di chiudere in Italia l’oste francese ed opprimerla, nè avendo cessato mai dal praticare segretamente con Piero de’ Medici, di cui fu detto che lo avesse denunziato a Carlo.[13] Il quale in Asti côlto dal vaiuolo, dovè indugiare più settimane; dipoi visitata in Casale la Reggente del marchesato di Monferrato, che gli imprestò gioie da farne denari, venne il Re a Pavia, dov’era tenuto sotto la guardia dello zio il duca Giovanni Galeazzo cugino del Re per esser nati da due sorelle della casa di Savoia. Lodovico avrebbe voluto nascondere a Carlo quel misero giovane infermo e insidiato dalle male arti dello zio, e chiuso, perchè fosse obliato, in quel castello insieme alla moglie Isabella d’Aragona figlia d’Alfonso, e ad un bambino di pochi anni. Andava Carlo a visitare il cugino giacente nel letto, cui non disse altro che poche parole di conforto, essendo presente Lodovico; quando entrava Isabella che gettandosi a’ piedi del Re, bella, infelice ed animosa, gli raccomandava il padre e il fratello e la casa d’Aragona: ma Carlo rispose, ch’era troppo tardi; e si levò tosto commosso, e impacciato, dal tristo colloquio. Venne a Piacenza, dove allo Sforza giunse avviso della morte del nipote, che tutti crederono da lui medesimo affrettata; ond’egli recatosi a Milano, e quasi cedesse alle preghiere di molti, pigliava il governo in proprio suo nome, sebbene tenesse nascosta per allora l’investitura che già con danari aveva ottenuta da Massimiliano imperatore.[14]

Carlo da Piacenza muoveva diritto alla volta di Toscana per la via di Pontremoli, ed aveva campeggiando in Lunigiana prese alcune castella suddite o raccomandate ai Fiorentini e saccheggiato Fivizzano. Per il che in Firenze dai governatori dello Stato si cominciò a temere, e dalla parte avversa a questo si cominciò a sperare ed a sparlare senza rispetto di Piero de’ Medici. Il quale cercando provvedere alla difesa, quando si venne in Firenze a fare danaro trovò inaspettata difficoltà nell’universale, e duri e male disposti allo spendere gli amici più facoltosi a cui ne aveva fatta richiesta. Onde egli senza fare altra prova sulla fede dei cittadini, e male imitando l’esempio del padre quando si recò a Napoli, prese consiglio di andare al Re e rimettersi nelle sue braccia lasciando la Lega degli Aragonesi con le condizioni migliori d’accordo, che a lui fossero possibili. Uscì di Firenze subitamente una sera con pochi amici, e venuto al Re, gli offriva quasi che spontaneamente Sarzana e Pietrasanta, luoghi ben muniti, poi Mutrone e Ripafratta ed altri castelli, egli come libero padrone e senza averne autorità dalla Signoria. A queste cose non è da dire se gli animi si alterassero in Firenze, di già sollevati per la partenza di Piero. Nelle Pratiche e nello stesso ufficio dei Settanta dove Casa Medici aveva i suoi più sviscerati, non mancavano parole di fiero concetto, ma spesso timidamente proferite, e poi annacquate, perchè dopo sessant’anni la dominazione di quella famiglia si era in Firenze connaturata. I più disposti a cose nuove facevano capo a Piero Capponi, e fra tutti si metteva innanzi un messer Luca Corsini, il quale una notte andò per suonare a martello la campana grossa; ma ritenuto, non potè suonare che due o tre tocchi, dal che la città fu più che mai turbata e confusa. In Palagio avevano co’ modi regolari eletta una Ambasceria di cinque cittadini che andassero a Carlo, dei quali era primo Fra Girolamo Savonarola. Si appresentarono questi al Re, ma senza venire a sorta alcuna di conclusione.[15]

Piero de’ Medici in quel mezzo tornava in Firenze, e aveva dato ordine a Paolo Orsino, che era agli stipendi della Repubblica e suo congiunto, di fare soldati nel contado e riunirli seco in città; donde gli avversari suoi si risolverono infine a mostrarsi. La maggior parte della Signoria s’era volta contra a Piero; Iacopo de’ Nerli, armato con altri che lo seguitavano, venne in Palagio, e fattolo serrare, stava a guardia della porta. Era la mattina de’ 9 novembre, e Piero co’ suoi staffieri e gran numero d’armati, armato anch’egli, ma sotto il mantello, venne al Palagio, dove trovò la porta chiusa, e fugli risposto che se voleva entrare entrasse solo e per lo sportello. S’avvide allora che avea perduto lo Stato, e tornò a casa; dove bentosto udì che il popolo si levava; ed essendogli da un mazziere della Signoria notificato il bando di rubello, montò a cavallo e prese la via di Bologna. Il Cardinale Giovanni suo fratello, ch’era in Firenze, avea tentato venire in Piazza con seguito d’armati; ma visto che il popolo moltiplicava, se ne fuggì anch’egli vestito da frate per la stessa via, e seco Giuliano minore fratello, e degli amici della famiglia taluni che erano dei più odiati. La splendida e ornata magione di Cosimo e di Lorenzo andava a sacco; involate a questa molte ricche suppellettili e preziosità dell’arte, e libri e anticaglie. Correva la plebe alle case d’altri dei più noti partigiani, ma uomini savi raffrenarono il tumulto; e intanto i Signori chiamato il popolo in Piazza, annunziarono essere abolito l’ufficio degli Otto di Pratica, e l’ordine dei Settanta, dov’era la forza di parte Medicea, e tolto il corso ai quattrini bianchi che erano stati mezzo a rincarare il prezzo del sale. Francesco Valori, che tornava da Pisa, perch’era tenuto uomo netto che ai Medici aveva resistito, fu ricevuto con sommo gaudio ed in Palagio portato di peso sopra le spalle dei cittadini.[16]

Il giorno stesso in cui Firenze recuperava la libertà, perdeva Pisa. Quivi era entrato il Re con l’esercito suo che sfilava alla volta del Reame; e andato al Duomo ad offerire, uomini del popolo e donne e fanciulli gli si fecero incontro al ritorno, e gridando Libertà, chiedevano uscire di sotto al giogo dei Fiorentini. Pigliarono animo vedendo benigna la faccia del Re, o fosse in lui compassione, o desiderio di gratificarsi i popoli: quindi la sera stessa co’ primari della città consentì che Pisa fosse libera sotto alla Regia bandiera, avendo molti cittadini a lui giurato fedeltà; occupava con le armi sue la fortezza nuova, la vecchia tennero soldati armati in fretta dai Pisani. I quali frattanto con indicibile allegrezza si diedero a cancellare da per tutto le armi e a disfare quanti rinvenivano Marzocchi o altre insegne dei Fiorentini: di questi in Pisa erano tanti, che nella città deserta si dicevano essere in maggior numero dei Pisani: uscirono molti sotto la guardia dei Francesi, e i principali insieme col Re. Nè questi al partire era in sè ben certo qual forma volesse dare alle cose dei Pisani, tirato, com’era suo costume, da vari consigli. Aveva in quei moti grande mano Lodovico duca di Milano, il quale bruciava di voglia d’avere Pisa perchè una volta ella era stata dei Visconti, che la venderono, e il vedersela torre di mano fu prima causa dell’alienazione sua dai Francesi.[17]

Il Re da Pisa muoveva tosto verso Firenze, avendo parte delle sue genti mandato a Siena per altre vie. Ma perchè sapeva essere il popolo Fiorentino in armi e in fermentazione per la cacciata di Piero, soprastette a Signa alcuni giorni; e intanto andavano e venivano ambasciatori della Repubblica, i quali togliendo al Re i sospetti, regolassero l’ingresso suo nella città e pigliassero sicurezza contro ai disegni che si agitavano intorno a lui, dei quali era grande il timore. Imperocchè aveva egli mandato a invitare che tornasse Piero de’ Medici; non che si fidasse più in lui che nelle inclinazione dei Fiorentini verso Francia, ma perchè sperava con questa paura condurli ai patti che a lui piacessero. Piero da Venezia ricusò tornare, per consiglio (siccome fu detto) di quella Repubblica. A Signa proseguivano le pratiche ed i festevoli apparecchi; e il Re, avendo detto che si aggiusterebbe ogni cosa nella gran villa, faceva il giorno 17 di novembre il suo solenne ingresso in Firenze. Ricevuto alla porta dai Magistrati, venne alla chiesa di Santa Maria del Fiore per un largo giro, egli tutto armato e con la lancia sulla coscia, sotto a un baldacchino, che poi finita la cerimonia fu abbandonato alla rapina della plebe, com’era usanza. Destavano ammirazione grande le ricche vesti e le armi e le bardature e il portamento dei Baroni e Cavalieri che in grande numero seguivano il Re: gridava il popolo Francia, Francia. Carlo ebbe alloggio nella Casa dei Medici prestamente raddobbata: qui furono lunghi e difficili i negoziati, chiedendo i Francesi prima il dominio della città, dove il Re lasciasse un suo luogotenente; poi scendendo tortuosamente ad altre intollerabili pretensioni, secondo che, in mezzo a quel viluppo di cose, l’avarizia o l’ambizione o la paura gli sollecitavano.[18] Imperocchè è certo che il popolo aveva paura di loro, ed essi del popolo, in Italia, ed in Firenze massimamente, dove era una vita del tutto ignota agli oltramontani, e la potenza di una coltura dai sommi agli infimi equabilmente diffusa. Poi le vie strette impedivano i soldati, ed in questi era fama terribile del subitaneo levarsi in arme di tutto un popolo al suono d’una campana e dell’accorrere dal contado. Certa zuffa che nel Borgo d’Ognissanti destata per lieve cagione divenne un tumulto, parve essere indizio di moti più gravi. Ma sopra ogni cosa potè l’ardimento di Piero Capponi, il quale con gli altri ambasciatori venuto per conchiudere gli accordi nella presenza del Re, all’udire certe condizioni esorbitanti che un segretario leggeva, strappatagli a un tratto di mano la carta, la fece in brani e gettò a terra; al quale atto il Re gridando: noi suoneremo le trombe; replicava Piero, e noi le campane; uscendo impetuosamente co’ suoi compagni dalla sala. Non era già Carlo troppo male inclinato, e avea col Capponi avuta in Francia dimestichezza; laonde richiamatolo e sorridendogli familiarmente, quel giorno stesso fu sottoscritto l’accordo, pel quale Firenze rimase libera e da quella escluso Piero dei Medici: per le cose della guerra dovevano due ambasciatori seguire il Re, che ne terrebbe due in Firenze, che intervenissero quando si trattasse cose che importassero alla Lega; i Fiorentini pagare in sei mesi cento venti mila fiorini d’oro; le fortezze cedute dal Medici rimanessero ai Francesi finchè durasse la guerra, e le terre di Lunigiana fossero rese alla Repubblica: rimanevano in sospeso le cose di Pisa. Fatto l’accordo e dal Re giurato solennemente nel Duomo, questi che aveva in Firenze dimorato dieci giorni, progrediva per la via di Siena.[19]

Non si appartiene al nostro assunto raccontare l’impresa di Carlo VIII in Italia, nè le altre guerre che da questa ebbero causa e principio infelicissimo: diremo i fatti solo a mostrare come si producessero, e quali effetti ne seguitassero. Andato il Re a Siena, vi si trattenne alcun poco e vi lasciò guardia, continuando il cammino direttamente inverso Roma. Avea Ferdinando duca di Calabria, che tornava di Romagna, avuta intenzione di fare testa in Viterbo; ma perchè il paese tumultuava, ed i Colonnesi minacciavano da Ostia e dalle terre ch’erano loro, indietreggiò fino a Roma, dove il Pontefice lo lasciò entrare, sebbene con l’animo incerto e agitato da varie paure, massimamente poi da quella che volesse Carlo insieme ai Prelati che lo seguitavano promuovere nella Chiesa una riforma; pensiero a lui molto terribile. Cercava pertanto rassicurarsi per via di negoziati, che furono lunghi mentre avanzavano i Francesi; i quali essendo per un primo accordo entrati in Roma mentre ne usciva il Duca di Calabria, si chiuse il Papa in Castel Sant’Angelo; e i negoziati continuavano, infinchè avendo conchiusa una lega col Re, lo accolse molto solennemente in San Pietro, da lui ricevendo le dimostrazioni consuete. Ferdinando tornato in Napoli, trovò gli animi in fermento per la memoria delle crudeltà d’Alfonso e degli inganni da lui consigliati al padre suo, come teneasi da molti: nè bastò ad Alfonso che gli avanzi della fazione Angioina fossero distrutti, mostrandosi i popoli per odio di lui disposti ad accogliere i Francesi: ond’egli agitato da questi terrori e dai tormenti della coscienza, i quali abbatterono quell’animo tanto superbo e feroce, non trovava requie nè il dì nè la notte, appresentandosegli nel sonno le ombre di quei signori morti, e il popolo concitato che cercasse il suo supplizio; fuggiva pertanto come forsennato dallo spavento, e ricoverandosi con pochi legni in Sicilia, cedeva la corona a Ferdinando: questi con l’esercito si raccoglieva in San Germano, sperando vietare il passo ai nemici. Ma già i soldati impauriti e i Capitani per salvare gli Stati propri, vacillavano di fede e d’animo; e dietro alle spalle era il Reame in grandissima sollevazione. Levatisi quindi vergognosamente da San Germano, si ridussero in Capua; nè in questa potè fermarsi il nuovo Re, perchè Giovan Giacomo Trivulzio, che aveva la guardia di quella città, facea con iniquo tradimento segreto accordo co’ Francesi, ai quali rimase poi sempre fedele. Lo stesso Virginio Orsini, che tanto fu innalzato dagli Aragonesi, mandava prima agli stipendi di Carlo il figlio suo, e quindi da Nola chiedeva ritrarsi con le sue genti. Così da tutti abbandonato il giovane Re, avendo prima radunati sulla piazza del Castelnuovo, abitazione reale, quanti potè dei Napoletani, gli discioglieva da ogni giuramento, bruciava o affondava le galere che erano nel Porto perchè non venissero in mano ai nemici, si opponeva con animo regio alla irrompente cupidità o all’iniqua levità degli uomini che tutto sperano dalle cose nuove, ed egli con la famiglia sua passava nell’isola d’Ischia. Carlo entrava in Napoli a’ 21 di febbraio 1495.

Ma tosto s’avviddero i Francesi quanto poco fondamento avesse la troppo facile conquista. Più attendevano a godersela che a darle fermezza, insolentivano con la presunzione cresciuta in essi per l’altrui viltà; il Re, intento ai suoi piaceri, non badava nè a fare giustizia nè a mettere ordine nel governo: bentosto il falso amore dei popoli si mutò in odio contro allo straniero. E intanto i Principi, non d’Italia solamente ma d’oltremonte, si commovevano, quelli impauriti e questi sollevati a nuovi pensieri dall’essersi accorti, l’Italia essere un paese che in sè medesimo non aveva la propria difesa. Lodovico Sforza, poichè ebbe veduto procedere innanzi rapidamente i Francesi, e che gli ostacoli da lui sperati all’impresa loro cadevano tosto, entrò in discorsi col Senato Veneziano, uscito al fine dalla ponderata inerzia sua, e col Pontefice già disposto a entrare in quella Lega; la quale però non ebbe effetto sin ch’ell’era di soli italiani: ma fu in Venezia per ambasciatori solennemente conchiusa nel mese d’aprile, essendovi entrato Massimiliano imperatore, allora col titolo di re de’ Romani, e Ferdinando e Isabella che insieme tenevano il regno di Spagna. Questi più volonterosi degli altri avevano mandata una loro armata in Sicilia, di là preparandosi a portare la guerra in Calabria. Non era in Italia più da soprastare pei Francesi dopo una Lega tanto formidabile; e divenendo pericoloso l’indugio, il Re con la maggior parte dell’esercito partiva da Napoli dopo tre mesi dacchè vi era entrato, lasciati a guardia del Reame sotto Gilberto di Montpensier parte degli Svizzeri e dei Francesi, e cinquecento uomini d’arme italiani che aveva egli a soldo. Traversò Roma, donde il Papa ed il Collegio de’ Cardinali si erano ritratti in Orvieto; e in Siena fermatosi alcuni giorni, senza toccare Firenze, per la via più breve s’incamminò a Pisa.[20]

Le cose di questa città procedevano allora in tal modo; le dubbie parole del Re ai Fiorentini e la grande propensione dei Capitani francesi davano animo ai Pisani, che usciti al tutto dall’antica suggezione, intendevano a fortificare di genti e d’armi lo Stato loro, avendo a sè amiche le due città vicine di Siena e di Lucca, e giovandosi del favore e degli aiuti che ad essi dava, benchè in segreto, lo Sforza, ma scopertamente in nome proprio i Genovesi: attendevano anche a liberare tutto il contado; e già cominciavano le offese quando in Roma, essendo al Re venuti ambasciatori delle due città nemiche, mandava questi il Cardinale di San Malò suo principale ministro a comporre, come si diceva, le cose di Pisa; il quale avuto con tale esca il rimanente dei danari al Re promessi dai Fiorentini, e andato a Pisa, nulla fece, dando così ai Pisani del loro proposito maggior conferma. Non è da dire se queste cose dispiacessero a Firenze, dov’era grandissimo sospetto del Re che nel ritorno conduceva seco Piero de’ Medici, e non si spiegava quanto alla via che piglierebbe per traversare la Toscana.[21] Si aggiungeva che i Senesi aveano in quel tempo fatto ribellare Montepulciano; talchè la Repubblica scoperta da più lati e minacciata, si diede a mettere in città soldati rafforzando le difese, intantochè a Poggibonsi gli mandavano per la seconda volta ambasciatore il Savonarola, che bene accolto, ne riportava benigne parole. Ma quanto a Pisa le incertezze duravano sempre, anche dopo esservi entrato il Re, perchè i consigli erano divisi, potendo in alcuni l’idea d’un diritto che stava pei Fiorentini, e l’oro sparso da questi in Corte, ma nel maggior numero quel sentimento che è molto vivo nei Francesi di farsi liberatori degli oppressi: muovevano Carlo i pianti delle donne e dei fanciulli che udiva sotto alla sua casa, e le supplicazioni delle più belle tra le Pisane che si raccoglievano a mesto ballo intorno a lui.[22] Partiva da Pisa contuttociò in fretta per la imminente guerra, nulla ivi mutando e con le solite promesse ambigue alle due parti.[23]

Di già si formava innanzi a lui nelle gole dell’Appennino l’esercito della Lega per chiuderne il passo: erano i Francesi in numero forse meno che di ventimila, il Re avendone separate alcune squadre per la conquista di Genova che i Fieschi e gli altri fuorusciti a lui promettevano, ma inutilmente, come avean fatto con gli Aragonesi: quindi traversava Pontremoli che si rese a patti, ma una vendetta dei suoi soldati lo mandò a sacco e a filo di spada. Giunto il Re a Fornovo sul fiume Taro, si trovò a fronte l’esercito veneziano che si ordinava, e non molta parte di quello del Duca di Milano che aveva in casa un’altra guerra, come bentosto diremo: insieme superavano di gran lunga il numero dei Francesi. Era il 6 luglio quando i due eserciti sul greto del fiume vennero a battaglia fiera e memorabile, sebbene fosse di breve durata; un solo urto della cavalleria francese avendo sbaragliati gli Italiani che attorno a quel punto già erano vincitori, e che non seppero poi rannodarsi, massimamente perchè gli Stradioti, milizie greche o albanesi al servigio dei Veneziani, veduto i bagagli del Re abbandonati, uscirono dalla mischia per darsi al saccheggio. Il Re combattendo animosamente corse due volte pericolo d’esser preso; Francesco Gonzaga capitano dei Veneziani condusse quanto era in lui virtuosamente la battaglia: ma la vittoria fu pei Francesi, che si apersero la via con perdita assai minore di quella dei nemici. Non osarono però assalirli di nuovo nel campo dove si erano raccolti; nè dall’altra parte il conte Niccola Orsini di Pitigliano potè ai suoi persuadere di tornare indietro contro ai Francesi disordinati, e restaurare la battaglia. Il Re non senza difficoltà grande pervenne in Asti dopo alcuni giorni. Questa città, era di pertinenza del Duca d’Orléans, rimasta a lui dalla eredità di Valentina Visconti ava sua: credeasi per questa avere un titolo su tutto il ducato di Milano, che fino d’allora ambiva togliere allo Sforza; ed essendo lasciato dal Re ivi a guardare la Lombardia, occupò Novara per sorpresa, e vi si era fortificato. Lodovico Sforza, quando si fu riavuto dal primo spavento ch’era sempre in lui grandissimo, arruolò in grande numero soldati Tedeschi e Svizzeri, buoni a resistere ai Francesi più che non fossero gli Italiani. Fu l’assedio lungo e vario di casi, avendo Carlo cercato da Asti di liberare l’Orléans; crudele la guerra, la fame in Novara miserabile oltre ogni dire. Già da Fornovo, Carlo aveva mandato il Comines a trattare della pace separatamente con Lodovico, la quale ebbe finalmente conclusione ai 10 di ottobre; e sciolto l’assedio, il re Carlo VIII tornava in Francia.[24]

Mentre accadevano queste cose, i popoli delle provincie napoletane si levavano per Ferdinando. Gaeta, che fu prima ad insorgere ne soffriva pena crudele, i Francesi avendo fatta dei paesani orribile strage. Ma le ribellioni moltiplicavano da per tutto; le quali a viepiù eccitare ed a farsi un piede sulle coste dell’Adriatico, il Senato di Venezia aveva mandato Antonio Grimani con ventiquattro galere; cui essendosi unito con altre poche Federigo d’Aragona fratello d’Alfonso, occuparono Monopoli in Puglia, che dagli Stradioti fu messo a sacco. Frattanto il giovane Ferdinando passato in Sicilia, scendeva da Messina in Reggio con gli Spagnuoli, pochi e poco buoni, ma condotti da quel Consalvo di Cordova, a cui rimase nella posterità il nome di Gran Capitano che aveva dal grado. Questi allora costretto dall’appassionata volontà del Re ad avanzare fino a Seminara, ed ivi incontrato il d’Aubigny che teneva la Calabria nel nome di Francia, furono sconfitti. Ferdinando, tornato in Sicilia, formò un ardito e savio divisamento: avendo raccolte quante navi potè rinvenire (ed erano ottanta male armate e senza numero bastante di marinari), entrò con esse nel golfo di Salerno, certo di empirle degli uomini che accorrerebbero a lui da ogni parte. Nè s’ingannava, poichè essendosi accostato a Napoli, vi entrava chiamato dal popolo in arme, che in città e fuori avendo assaliti i Francesi sosteneva lungo e animoso combattimento: ciò fu ai 7 luglio, giorno susseguente a quello del Taro. Giungeva notizia d’altre città che si liberavano; e dentro a Napoli essendo i Francesi chiusi nei Castelli, il Montpensier per inopia di vettovaglia era sul punto di capitolare, quando altre schiere Francesi muovendo di Puglia rinfrescarono la guerra intorno a Napoli.

Qui, anticipando i tempi, diremo come variamente si combattesse in più parti del Reame, i Veneziani avendo al Re mandato il Marchese di Mantova e seco una grossa schiera di soldati, a patto che Ferdinando cedesse loro sull’Adriatico cinque delle città principali che gli avrebbero fatti padroni di quel mare fin dove il suo nome si tramuta in quello di Ionio. Fu lunga e aspra guerra, le due parti contendendosi il grosso provento della dogana di Manfredonia su’ bestiami che in grandissimo numero dalla pianura di Puglia risalivano ai monti d’Abruzzo. Una grossa mano di Tedeschi ai soldi di Ferdinando resisterono fino a che tutti non fossero uccisi: gli Orsini e i Vitelli si posero al soldo dei Francesi, i Colonna stando per Ferdinando, contro al quale insieme raccolti facevano testa gli antichi Baroni angiovini: e il Montpensier accorreva per dare forza ai suoi, quando per mancanza di soldo essendo abbandonato dagli Svizzeri, dovette chiudersi in Atella di Basilicata; ma crescendo le diserzioni e la fame, e avendo Consalvo di Cordova con la prima e migliore tra le grandi vittorie sue rotti a Laino i Baroni che andavano al soccorso d’Atella, s’arrenderono i Francesi a patti, e la guerra cessava: tornarono al Re le fortezze presso che tutte, ed i Baroni a lui facevano ubbidienza: le ultime reliquie dell’esercito francese, ridotte a numero piccolissimo nelle micidiali paludi di Baja, ottennero grazia di tornare in Francia.[25]

Capitolo II. NUOVA FORMA DI REPUBBLICA. — FRA GIROLAMO SAVONAROLA. [AN. 1495-1498.]

Poichè fu partito da Firenze Carlo Ottavo, la città libera da ogni servitù si trovò addosso vario e molteplice e mal definito il peso della insolita libertà. Nel giorno stesso in cui si erano fuggiti Piero de’ Medici e i fratelli suoi, i loro contrari correndo alla facile e pronta opera dell’abbattere, aveano abolito l’ufficio degli Otto e l’ordine dei Settanta ed il Consiglio del Cento, nei quali pareva che stesse la forza del caduto Governo, e avevano rivocati dall’esiglio quanti erano stati banditi dal 1434 in poi come avversi a parte Medicea. Sarebbono cominciate le vendette, ed un esattore di gravezze odiato dall’infima plebe fu tratto a morte; ma gli altri più invisi, per l’interposta di savi uomini, ebbero campo di fuggire. Quando poi si venne a ordinare il nuovo Governo, non seppero altro da principio che tornare sulle antiche orme, e decretarono si facesse un generale squittinio di tutti coloro tra’ quali dovrebbonsi tirare a sorte i magistrati; e per il primo anno, finchè lo squittinio non fosse compiuto, gli uffici si dessero a mano da Venti Accoppiatori, nome di già usato nel maneggio delle elezioni. Risuscitarono anche l’ufficio dei Dieci, che prima si chiamavano di Balía ed ora di Libertà e Pace, sebbene attendessero alla guerra: quindi si fecero anche gli Otto. Ma i Venti che in fatto venivano ad essere padroni della città, non però avevano in sè nemmeno quella potenza che si appartiene ad una fazione: insieme ad uomini di gran conto, v’erano di quelli che in qualunque modo si trovarono a galla in quel giorno o seppero imporsi alla città sopraffatta; scarso il numero di coloro che ai Medici avessero in qualcosa resistito; taluni ve n’era persino dei loro più sviscerati che ora si mostravano, come avvien sempre, i più zelanti. Quindi erano varie e male accorte le scelte; non potean fare senza coloro nei quali da tanti anni era la scuola delle pubbliche faccende, nè avrebbero voluto, temendo le vecchie passioni dei ritornati, o il nuovo scatenarsi di gente avida e corrotta: tra questi timori spesso eleggevano agli uffici uomini inetti a camminare per le vie scabre della libertà, e non di rado la Signoria usciva fuori per pochi voti, essendo divisi gli animi e le voglie ed il pensare degli Accoppiatori.

Ma intanto al di sopra delle private insufficienze e delle passioni, si alzavano quelli antichi spiriti popolari che a un tratto risorti, a sè cercavano una forma: quella delle Arti avea perduto la virtù sua, ed oggi l’ammirazione degli uomini si voltava alla Repubblica di Venezia. Conoscevano essere fondata sul vero quella sovranità che ivi risedeva nel Maggior Consiglio, dove i nobili rappresentavano i cittadini qualificati: poteva dirsi che il governo di Venezia per tale rispetto fosse un governo popolare. A questo miravano astrattamente i voti dei più assennati, sebbene gli ambiziosi lo avversassero e i più veggenti poco ne sperassero; ma quella sola via possibile si trovava essere anche la migliore, ed il sentire del maggior numero spingeva a tal fine. Poichè non avevano come a Venezia la nobiltà che segnasse il grado, erano costretti cercare per la formazione del Generale Consiglio quelli tra’ beneficiati o aggravezzati che avessero essi o il padre, o l’avo, o il bisavo loro, seduto nei tre maggiori uffici: questo era in Firenze il solo titolo d’aristocrazia, dentro alla quale si raccoglievano uomini di varie qualità e colore, andando sino alle famiglie di quelli che avevano tenuto lo Stato avanti al 1434. Per entrarvi era necessario avere compiti ventinove anni, ed essere netti di specchio: il numero incerto variava, essendo da principio di ottocento, e poi volendosi che fosse composto di sopra mille cittadini. A questo Consiglio si apparteneva l’autorità del fare leggi e la elezione a tutti gli uffici, pe’ quali traevasi a sorte un certo numero di proponenti, e i nominati da questi doveano poi essere approvati nel Consiglio per la metà almeno dei voti più uno: perchè le prime nominazioni fossero migliori, si dava un certo premio a chi avesse proposto uomini che indi pe’ voti fossero vinti. Questo Consiglio era il sovrano, come a Venezia, della città: spettava quindi a lui di eleggere ottanta uomini da quarant’anni in su, che si scambiassero di sei in sei mesi, potendo essere indefinitamente raffermati; l’ufficio de’ quali fosse consigliare la Signoria ed eleggere gli Ambasciatori e Commissari; le provvisioni vinte dai Signori e Collegi passassero per le mani di questo Senato, per quindi avere la finale perfezione nel Consiglio Grande. Avevano prima lasciato ai Venti l’elezione della Signoria; ma questi essendo venuti a disciogliersi, andava pur essa nel Consiglio Grande.[26]

Questa nuova forma di Repubblica, a tutti ignota e a molti spiacente, fu accettata per la grandissima autorità di cui godeva allora in Firenze Fra Girolamo Savonarola. Questi nato in Ferrara l’anno 1452, vestiva in Bologna l’abito dei Domenicani riformati essendo nell’anno suo ventitreesimo; e forse avendo un poco assaggiato le tempeste della vita secolare; ma perch’egli s’era fuggito dal padre occultamente, scusavasi a lui del fatto proposito, al quale gli erano stati motivi, «la grande miseria del mondo, l’iniquità degli uomini che più non si trova chi faccia bene;» ond’egli soleva dire con Virgilio: heu fuge crudeles terras, fuge litus avarum: «e questo perchè io non potea patire la gran malitia dei ciechati popoli d’Italia e tanto più quanto i’ vedea le virtù essere spente al fondo, e i vizii sollevati; questa era la maggior passione che io potessi avere in questo mondo.[27]» Per la qual cosa pregava Dio che gli mostrasse la via d’uscire da questo fango; e Dio l’aveva ora a lui mostrata degnandosi farlo suo militante cavaliero. In questa lettera pare a noi che sia già tutto intero il Savonarola. Vestiva quell’abito per farsi riformatore religioso, riformatore dei costumi e della disciplina; appassionato, ardito e ripieno della coscienza di sè stesso.

Aveva di lettere buona tintura: della filosofia sapeva molto, ed in questa la precisione del suo linguaggio, l’elevatezza dei pensieri e la franchezza dei giudizi, mostrano ch’egli avrebbe potuto esercitare in Italia un apostolato di alte dottrine, se le tranquille meditazioni dell’ingegno in lui non erano impedite dal cuore bollente e non di rado anche dai sogni della fantasia. Ma innanzi tutto il Savonarola era uomo religioso, mistico a un tempo e moralista: la scienza sua era la Bibbia, dalla quale uscivano come da fonte viva e perenne i molti suoi scritti editi e inediti intesi a dichiarare le Sacre Scritture, o applicarle ad uso ascetico e morale. Il suo predicare tutto era nutrito di bibliche ricordanze: pare a me che nella povertà nostra sia egli il solo predicatore che noi possiamo ammirare anche oggi, tanto egli si mostra efficace non per arte tribunizia e non per impeti inconsulti, ma grave, ordinato, potente di quella che a lui era sola scienza; severo altamente e ad un tempo familiare tra quanti mai fossero oratori, l’indole sua ed i propositi a lui insegnando un certo suo fare per cui sembra volgersi parlando agli ascoltatori suoi, uomo per uomo, e ad ognuno era come se dicesse particolarmente a lui medesimo.

Fin da principio della sua predicazione fu riprenditore franco dei vizi del Clero e più che mai di quelli più in alto locati; con quest’animo era entrato in convento, ed era questa la sua milizia; tanto più acerbo e veemente quanto più crescesse in lui l’alterezza di sè medesimo: non poteva un forte sentire in cose di religione andare disgiunto dalle acri riprensioni, nè vivere senza quella brama di riforme che tutti i migliori aveano comune. In lui era fede che Dio vorrebbe torre via le brutture della sua Chiesa e gastigare quelli che n’erano autori. Per questa fede le sue parole pigliarono tosto affermazione di profezia, nella quale tanto più s’incaloriva quanto più i tempi ingrossavano: già un terrore cupo regnava negli animi degli Italiani ed agitava gli uomini religiosi dopo ai principii del papato d’Alessandro VI e pe’ disegni di Carlo VIII. Gli eventi sembrarono verificare le profezie; dipoi la guerra che a lui era mossa dai politici del Clero, e d’altra parte l’assenso fanatico dei suoi più devoti, facevano che egli ardente di fede, ma con l’animo in tempesta, cercasse rifugio a sè medesimo nella sicurezza dell’uomo ispirato, allora sentendosi potente a quella opera cui Dio lo chiamava. In fine a questa vedeva in mente il sacrifizio della vita sua, non la grandezza; e se le passioni sue e le altrui lo fecero qualche volta minore a sè stesso, nessuno lo accusi d’artifizi calcolati. Abbattere il male con la potenza della parola, ciò solo voleva, non alzare in contro all’altare profanato un suo altare; ma co’ soli uomini corrotti e malvagi avendo battaglia, non mai si trova ch’egli cercasse d’alterare in nulla non che le dottrine ma nemmeno gli ordini della gerarchia. L’intera sua vita e l’esame ch’ebbero i libri suoi da chi più l’odiava, fanno di ciò fede certissima; era egli uomo essenzialmente italiano, e la natura e le tradizioni nostre negano a noi la facoltà e la voglia d’alzare i trovati del nostro intelletto fuori del sentire universale, di confidarsi troppo in una dottrina da noi vista nascere, e d’inventare noi stessi una forma per quindi adorarla.

Da più anni era il Savonarola venuto a Firenze nel convento di San Marco, e predicava con grande fama di santità e dottrina, minacciando flagelli grandissimi e tribolazioni; tantochè Lorenzo de’ Medici, al quale lo stato presente pareva essere molto buono, lo fece ammonire che parlasse poco de futuris.[28] Nell’intervallo era dimorato qualche tempo in Brescia, la Provincia di Lombardia facendo allora tutt’uno con quella di Toscana, finchè lo stesso frate Girolamo non ottenne da Papa Alessandro che la Congregazione dei Frati Predicatori di Toscana si reggesse come Provincia da sè; la quale cosa lo fermò in Firenze. Si diede allora tutto alla riforma del Convento del quale fu Priore. Ai Domenicani stretti era vietato il possedere, ma da un cinquant’anni trascorsa la disciplina, avevano terre e case di molta rendita: il Savonarola in poco tempo vendè ogni cosa; ma tanta era la devozione che per lui ne venne al Convento da bastare a un numero sempre crescente di Frati; i quali di cinquanta ch’erano prima, si moltiplicarono fin oltre a dugento. Aveva comprato la Casa in Via della Sapienza, dove per lascito di Niccolò da Uzzano dovea risiedere lo Studio, e che venne unita a San Marco per via d’un passare sotterraneo a traverso la via del Maglio. Quivi erano scuole di greco e d’ebraico, di scienze sacre e di profane, a formare uomini capaci ad un voto che gli stava nella mente, quello di predicare il Vangelo ai Turchi. Faceva tutto questo col ritratto dei beni venduti; comprava dal Fisco per tremila fiorini d’oro la Biblioteca Medicea, che aggiunta all’antica di San Marco, eredità di Niccolò Niccoli, era quivi messa a pubblico uso; ed intanto sovveniva alle strettezze della Repubblica inabile a soddisfare i creditori di casa Medici, tra’ quali era Filippo de Comines, per mille fiorini dei quali il Frate si accollò il pagamento. Aprì anche una scuola di Pittura nel Convento, prezioso pei dipinti di Fra Giovanni Angelico, ed ora per quelli di Fra Bartolommeo, tanto devoto al Savonarola che dopo la morte di questi lasciava per due anni da banda i pennelli. Fra Girolamo sentiva l’arte come filosofo non di cuore arido, ed il Bello definiva con alti concetti, semplici ed evidenti, nei quali credo sia la sostanza di quante dottrine mai si facessero intorno all’Arte.[29] Fu inoltre poeta e non dei volgari, la sua mente a prodursi intera avendo bisogno d’espandersi anche per via della poetica espressione.

Lorenzo de’ Medici lo aveva chiamato al suo letto di morte;[30] ma non appena mancato questi, si era Fra Girolamo sentito più libero nel predicare, dov’era tutta la forza sua. L’Avvento del 1493 in Santa Maria del Fiore espose intera la sua dottrina intorno alla fede e alla virtù delle opere; mostrò il Vangelo essere da tutti abbandonato; accusò le Corti dei Principi e il mondano fasto dei grandi Prelati; annunziò il flagello che si avvicinava. Assiduo sul pergamo, di là svolgeva i suoi concetti sempre più alto e più incalzante nel seguente anno 1494, mentre Carlo VIII scendeva in Italia. Questi giunse in Asti ai 9 settembre, e ai 21 di quel mese avendo il gran Frate, che predicava sulla Genesi, discorso più giorni dell’Arca mistica di Noè, doveva esporre le parole intorno al Diluvio. Sotto alle vôlte del Duomo la folla si accalcava da più ore oltre al consueto; la trepidazione grande; e quando la voce del Savonarola si udì ad un tratto tuonare dal pulpito queste parole: «Ecco, io manderò le acque sulla terra,» per tutta la chiesa furono grida e pianti di terrore e di spavento: raccontava Pico della Mirandola che un brivido gli era corso per le ossa, e i capelli gli stavano ritti sulla fronte; confessa Fra Girolamo ch’egli era commosso quel giorno al pari degli ascoltatori suoi.[31]

La potenza del Frate in Firenze non aveva chi la pareggiasse; e quando si venne a riformare lo Stato, la voce di lui era la sola che dominasse i voleri incerti o divisi, e che mettesse unità in questo popolo servo da tanti anni e disgregato, ricomponendo, quanto allora si potesse, quel grande fascio della comunanza, dov’era stata la forza in antico della città di Firenze. «O popolo mio, tu sai che io non sono mai voluto entrare in cose di Stato (predicava egli quando si venne alle Riforme): credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che ciò è necessario alla salute delle anime? — le mie parole vengono dal Signore — purificate il vostro animo; e se in tale disposizione voi riformate la città vostra, tu, popolo di Firenze, incomincierai in questo modo la riforma di tutta Italia....» Il Savonarola era di popolo come uomo e come frate e come santo; i vizi scendevano allora dall’alto, ed il popolo si manteneva pio e costumato al confronto della corruttela dei suoi capi, sia laici, sia cherici: nè altro governo qui era possibile a impedire la tirannia d’un solo. Il Frate in mezzo a tutti apparve temperato nei consigli, conoscitore degli uomini e degli ordini civili. Chiamato in Palagio, approvò la nuova forma con savie parole, mostrando che era allora assai fermare un modo che fosse buono in universale, e che i disordini si correggerebbero col tempo. Dopo questo volle raccogliere in Duomo i Magistrati ed il Popolo, escludendone le donne e i fanciulli. Propose e raccomandò un Governo popolare fondato sul timore di Dio e sulla riforma dei costumi, non guasto dal tarlo dei fini privati, eguale per tutti, non facendo distinzione tra gli uomini del vecchio e del nuovo Stato, perdonando le passate colpe, di modochè fosse pace universale. In seguito ebbe mano egli stesso nell’abolire il modo tirannico per cui si distribuivano le gravezze, volendo che una decima sulle possessioni, dipendente dal valore dei fondi, togliesse via le personalità che si usavano nell’imporre. Il tribunale della Mercatanzia, che aveva perduto l’antico credito mentre sotto ai Medici era in mano dei loro amici, fu rialzato con nuovi Statuti, i quali divennero un vero Codice di commercio. Il Monte di Pietà, predicato più anni prima da uomini religiosi, non si era mai potuto fondare; ma ciò venne fatto al Savonarola, ed una Legge tutta di carità si venne a porre contro all’usura praticata iniquamente dagli Ebrei. Raccomandava egli queste cose dal pergamo, e prima già erano accolte dai Capi dello Stato. Ma ciò che sopra ogni altra cosa diede carattere al nuovo governo, fu l’abolizione del tirannico diritto che, prima concesso ad altri magistrati, risedeva ora negli Otto di Guardia e Balía, potendo questi con sei voti condannare alla perdita della vita o della patria o degli averi quale si fosse cittadino. Per una legge, che indi ebbe nome di Legge delle sei fave, fu data l’appellazione da quelle condanne al Consiglio Generale. Aveva il Savonarola opinato bene, che la revisione di que’ giudizi dovesse farsi da Ottanta o Cento uomini principali. Ma i partigiani d’un Governo stretto con grande calore si opponevano a quella legge; da ultimo accettarono che l’appellazione si facesse al Consiglio Grande, più esposto alle brighe e alle seduzioni di quello che fosse un Consiglio stretto e scelto tra i sommi.[32] Vedremo da questo errore prodursi gravi disordini e fatali.

Queste alienazioni dal Savonarola già si mostravano in seno ai Consigli; tra lui e il popolo bene s’intendevano, e aveva su questo un ascendente che nessun altri mai. Lo esercitava perchè ubbidiva egli medesimo a un dovere; per tal conto a lui non pareva mai fare di troppo. Firenze non era più la città del Magnifico, ma universale una professione di costumi severi, e frequenza d’atti religiosi; nelle chiese ufficii, ed un pregare di donne ai tabernacoli per le vie; Laudi composte in linguaggio familiare dal Frate e da’ suoi più devoti, si udivano invece dei sozzi Canti carnascialeschi. Tal era Firenze gli anni 95 e 96; nei primi di questo, gli ultimi giorni del Carnevale, tacquero le pazze feste consuete; uomini e donne e fanciulli, comunicatisi la mattina, andarono dopo desinare in numero grandissimo a processione per la città. Nei giorni prima erano molti fanciulli andati a frotte con certi ordinati modi a chiedere, o piuttosto a imporre limosina ai passanti per le vie, e per le case a farsi consegnare quello che appellavano le vanità, o gli anatemi; erano disegni e libri osceni, arnesi di giuoco e abiti da maschera: di questi aveano adunata grande piramide sulla Piazza della Signoria con entro materie combustibili, alle quali fu dato fuoco tra le grida e l’esultanza del popolo ond’era gremita la Piazza. Ai tempi nostri si cominciò a dire che erano allora state distrutte molte preziosità e capolavori dell’Arte, fu molto gridato contro alla barbarie del Savonarola: ma che un barbaro non fosse egli abbiamo mostrato, e oggi tutti sanno; e che per le cose bruciate le Arti non facessero iattura grande, prova il silenzio dei contemporanei, sebbene a lui poco amici, che non gli fecero tale accusa. D’opere che avessero pregio dall’arte non trovo ricordato che un tavoliere di ricco lavoro.[33]

Mentre in Firenze si facevano queste cose, quelle di Pisa divenivano sempre più dure ai Fiorentini. Tostochè il Re fu tornato in Asti, gli Ambasciatori della Repubblica aveano fatto seco un trattato per cui dovesse restituire le fortezze, ed ebbe a tal fine certa somma di danari. Di Francia venivano Ambasciatori per l’esecuzione del Trattato; ma il fatto non seguiva, contrapponendosi o per segrete istruzioni, o per cagioni private, o per danari avuti, l’Entraigues che n’era castellano. Anzi una volta i Commissari della Repubblica avendo raccozzate genti e mandatele fin dentro la città di Pisa, il Castellano francese cominciò a trarre addosso a loro con le artiglierie, per il che dovettono tornare indietro: e male potendosi tenere le terre in quella provincia, che ad ogni occasione che ne avessero si ribellavano, la guerra posava per allora. Il solo acquisto che facesse la Repubblica fu di Livorno, restituito poco dopo secondo i patti, che in tutto il resto erano violati: Pietrasanta venne in mano dei Lucchesi, Sarzana dei Genovesi, e la Repubblica vedeva dissiparsi l’antico suo Stato. Nemici i Senesi tenevano sempre Montepulciano, per il che una volta fu da Firenze tentata un’impresa contro Siena, la quale andò a vuoto perchè la città divisa si levò tutta, quando alle sue porte vidde la minaccia delle armi Fiorentine.[34] Scriveva Fra Girolamo a Carlo lettere di ammonizione in nome di Dio; gli Oratori in Francia continuavano le lagnanze, inutili sempre:[35] allegavano i Fiorentini che il Re avea giurato, ed essi, oltre al debito gli erano stati fedeli; per lui si avevano nimicata l’Italia intera. Ma quando faceano segno d’accostarsi alla confederazione contro lui, sapeva il Re che non l’avrebbono mai fatto, offesi dall’avere il duca Lodovico e i Veneziani pigliato la protezione di Pisa, che da questi ultimi fu occupata nel nome della Lega. L’unione d’Italia non faceva pei Fiorentini se non riavessero Pisa, e brutta parte era quella loro quando chiamavano essi soli il re Carlo VIII a una nuova spedizione, della quale rimasero vane non che le promesse anche le preparazioni che una volta ne aveva il Re fatte.[36]

Qualunque si fossero le azioni e i consigli della Repubblica di Firenze, mettevano capo al Savonarola: continuava questi a predicare in Santa Reparata con maggiore udienza che mai avesse predicatore alcuno, e apertamente cominciò a dire che egli era mandato da Dio ad annunziare le cose future. Dal che nascevano divisioni e mali umori nella città, dove molti non credevano naturalmente a queste cose, e dispiaceva a molti il Governo popolare, che da lui era tenuto fondamento di ogni cosa che fosse salute alla città e all’Italia ed alla Chiesa. Qualche segreta macchinazione fu tosto repressa; ma la divisione cresceva, alienandosi non pochi da lui secondo che il Frate andasse più innanzi e i tempi divenissero più difficili. Tutti i seguaci di lui favorivano la parte di Francia, avrebbono gli altri voluto accordarsi colla Lega; gli uomini più autorevoli, o erano seco o si tenevano in disparte. Francesco Valori era tutto col Savonarola; Pagol’Antonio Soderini teneva la stessa parte, ma nell’animo altro non cercava che una forma somigliante a quella della Repubblica di Venezia, dove era egli stato lungamente ambasciatore e s’era formato a quella scuola. Guid’Antonio Vespucci, giureconsulto di autorità grande, molto adoperato nelle ambascerie, aveva servito i Medici, e nulla amava fuori dei governi stretti, benchè si sapesse molto bene destreggiare nei Consigli. Piero Capponi per forza d’animo soprastava, ma era tenuto vario e subitaneo; uomo di fatti più che di parole, nelle Consulte s’impazientiva, co’ popolani sviscerati male s’intendeva, e poco al Frate credeva. La vita dei campi si confaceva alla natura sua, talchè mandato a governare come Commissario la guerra di Pisa, riusciva meglio di quanti v’erano prima di lui stati; ma in guerra del pari odiosa e meschina, ebbe fine miserando. Soiana è castello delle colline Pisane dove guardano a Volterra, o piuttosto corte rettangolare, poco vasta, ma cinta di grosse mura. Il Commissario per abbatterlo attendeva a piantare una bombarda, quando dalle mura la palla di un falconetto lo colse in fronte: così moriva, toccati appena i cinquant’anni, Piero Capponi, e benchè non da tutti amato, lasciava di sè grandissimo desiderio nella città ed un nome anche dai posteri onorato.

La fortuna dei Pisani in quei giorni prosperava molto, avendo efficaci aiuti dai Veneziani che aveano abbracciato con ardore quella impresa. Del che insospettito Lodovico il Moro, si pensò accrescere la reputazione sua chiamando in Italia l’imperatore Massimiliano che gli era parente, ma del quale conosceva la levità dei consigli e l’inopia di moneta, per cui non sarebbe altro che un nome da usare in suo pro. I Veneziani dall’altra parte, che temeano allora un’altra spedizione di Francesi e un altro voltarsi del Moro, prestarono anch’essi danari a questo Imperatore vendereccio: pareano tornati sotto al predecessore di Carlo V i tempi nei quali veniano in Italia i Cesari a fare parte di mendichi. Nè Massimiliano aveva potuto raccogliere altro che trecento soldati a cavallo e mille cinquecento a piedi; del che vergognandosi, scansava le grandi città, e si condusse così fino a Genova. Aveva mandato ambasciatori ai Fiorentini e questi ne aveano mandati a lui; ai quali non volendo dare risposta, disse che l’avrebbono dal Legato del Papa, che gli rimandò al Duca di Milano. Gli ambasciatori, ch’erano Cosimo de’ Pazzi vescovo di Arezzo e Francesco Pepi, di ciò indignati, presentandosi al Duca che gli aveva ricevuti con molta pompa ed apprestava solenne discorso come grande arbitro dell’Italia, dissero non avere altro mandato che solamente di fargli reverenza; nè in altra materia volendo entrare, se ne andarono con grande sdegno del Duca. Massimiliano da Genova essendo sceso innanzi Livorno, l’assediava. Una parte delle sue genti entrate in Maremma trattarono crudelmente Bolgheri e Castagneto, terre dei Gherardesca: fu questa la sola impresa in Italia di Massimiliano imperatore; il quale guidando pessimamente la guerra, e le sue navi essendo malmenate dalle tempeste autunnali e per la sopravvenienza di navi Francesi, ritrattosi dopo un mese appena dacch’era disceso, tornò in Allemagna.[37]

La Repubblica pareva in questi tempi fortificarsi, essendo la somma d’ogni cosa nel Consiglio Grande, che i Frateschi amavano come cosa loro, e molti favorivano come imitazione della Repubblica di Venezia; gli uomini stessi dello Stato vecchio temevano meno da un Governo largo che da uno Stato più ristretto in cui dominassero i più implacabili dei nemici loro. A questo Consiglio aveano in Palagio edificato una grande Sala, che aprirono allora in modo solenne, e il Savonarola vi predicava: questa Sala, più tardi ornata dai Medici per cancellarne la prima origine, tacque più secoli; ai giorni nostri si diede in essa un primo passo alla unità nazionale. Accade in ogni grande mutazione, che da principio la naturale sua bontà si creda che basti a farla procedere chiamando a tal fine gli uomini semplici e tenendo addietro i più ambiziosi. Ma questi, che sono anche i più forti, non soffrendo starsi inoperosi, empiono tosto il nuovo Stato dei vizi loro; perchè gli Stati, qualunque sia la loro forma, dipendono infine dalle qualità degli uomini, e queste per niuno rivolgimento vengono a mutarsi. Così in Firenze, dopo avere nei primi tempi dato i magistrati a cittadini di poco valore, dovettero infine venire ai sommi; i quali recarono dentro ai Consigli, oltre alla scienza loro, gli astii e le cupidità e le divisioni. Francesco Valori, che prima era stato sempre ributtato, fu a calen di gennaio 1497 (st. com.) creato Gonfaloniere. Scrive di lui un contemporaneo, che «fu di presenza grande, ed il volto lungo e rosso, d’animo vastissimo, di grande gravità, di poche parole, altiero, severo, visse parcamente, vestiva modestissimo; e delle pecunie pubbliche nettissimo, ma cupidissimo dell’onore: in servire gli amici ardente, ma con loro superbo.[38]» Portato dal favore dei Frateschi, ne divenne capo: attese a crescere autorità al Consiglio purgandolo di taluni che v’erano entrati nella confusione del primo scrutinio; e perchè il numero rimaneva scarso, abbassò fino ai 24 anni l’età che rendesse abile ad entrarvi. Erano i Frati di San Francesco avversi a quelli di San Domenico per antica rivalità; il Valori ne fece cacciare di Firenze alcuni che predicando contradicevano al Savonarola. La parte dei Medici si risentiva, e molti preti e cortigiani Fiorentini erano iti a stare a Roma col Cardinale: contr’essi uscirono leggi asprissime, che gli richiamavano e proibivano di praticarli. Ma ebbero queste leggi forte contrasto; e i nemici al Savonarola facendo causa co’ partigiani dei Medici, trassero a Gonfaloniere dopo al Valori Bernardo del Nero, uomo fra tutti autorevole per la pratica delle maggiori faccende che spesso il Magnifico gli aveva fidate.

Era il Consiglio assai migliorato d’autorità e di credito, le scelte agli uffici della città e fuori essendo generalmente ragionevoli. Nondimeno perchè il favore stava pe’ Frateschi, gli altri s’adopravano indefessamente a screditare il Consiglio per via d’astuzie, allargando il numero dei voti perchè s’empisse d’inetti e malvagi; ed essi poi o astenendosi dall’intervenire, o a tutti dando le fave bianche, s’ingegnavano perchè il Consiglio disordinandosi venisse a noia agli uomini dabbene. Le proposizioni per gli uffici, che prima giravano tra pochi, abolirono, sostituendovi le tratte, in modo però che i sortiti fossero poi squittinati da tutto il Consiglio: il che riuscì contro alla volontà dei cospiranti, perchè il Consiglio tutto intero avendo finalmente in mano le scelte agli uffici, ne acquistò grazia e autorità nell’universale.[39]

Cotesti maneggi avevano a capo lo stesso Gonfaloniere, Bernardo del Nero, del quale però non era intenzione richiamare Piero dei Medici in Firenze, ma formare uno Stato stretto, mettendo innanzi Lorenzo e Giovanni di Pier Francesco, i quali si erano, come vedemmo, fatti chiamare Popolani, ed aspettavano da quelle bassezze ottenere il principato. Favoriva queste loro pratiche il Duca di Milano, che odiava forte quei governi larghi coi quali è impossibile tenere segreti e non si ha di nulla sicurezza.[40] Giovanni, bello della persona, si era fatta moglie la bella vedova Caterina Sforza che reggeva pei figli lo Stato di Forlì. Ma intanto che andava questa congiura, altri che bramavano il ritorno di Piero, animati dallo sparlare che si faceva pubblicamente nella città, cominciarono a tenere pratica seco. Ed egli a disporre meglio la materia, mandò in Firenze maestro Mariano da Ghinazzano generale dell’Ordine di Sant’Agostino, che aveva qui avuto grande fama di predicatore al tempo di Lorenzo, ed era appresso a lui stato in grande favore. Il quale dal pulpito apertamente dichiarandosi contrario a Fra Girolamo, promuoveva destramente l’accordarsi della città colla Lega. Le quali cose perchè non aveano punizione alcuna, Piero ingagliardito e confidandosi al modo che i fuorusciti sogliono, che al solo mostrarsi, i cittadini stanchi, affamati e malcontenti, gli aprirebbero le porte; negli ultimi giorni del mese d’aprile, quando Bernardo del Nero era al termine dell’ufficio, venne a Siena con molti soldati condotti da Bartolommeo d’Alviano, per opera dei Veneziani che si credevano, rimettendo Piero in Firenze, assicurarsi l’acquisto di Pisa: a questa impresa era naturale che Lodovico Sforza non desse favore. Ma Piero venuto il primo giorno a Tavarnelle, s’accostò il secondo fin presso alle mura della città; dove chiamato in fretta Pagolo Vitelli che a lui s’opponesse, fecero Signoria nuova di amici allo Stato, e sostennero in Palagio circa dugento cittadini dei più sospetti. Piero, essendo stato più ore alla porta, veduto non farsi nella città rumore alcuno, se ne tornò a Siena.[41]

Rimasero nella città i sospetti grandi, a molti parendo che Piero dovesse avere intelligenze dentro, sulla cui fede si fosse egli mosso. Questi ed altri mali umori bollivano, quando tre mesi dopo al fatto una improvvisa rivelazione fece divampare quei sospetti in fiere passioni e in atti che furono, come vedremo, perniciosissimi. Un Dell’Antella, malvagio uomo ch’era in bando a Roma, cercando il ritorno e non so quale guadagno, scrisse avere cose di grande momento da denunziare quando gli dessero salvocondotto. Venuto in Firenze, accusava cinque primarii cittadini di pratiche in vario modo tenute a favore di Casa Medici. Erano questi Lorenzo Tornabuoni cugino di Piero, Niccolò Ridolfi suocero a una figlia di Lorenzo, Giannozzo Pucci di quella Casa che aveva innalzato il vecchio Cosimo, e un Giovanni Cambi; primo fra tutti d’autorità e di grado Bernardo del Nero, vecchio di settantacinque anni, convinto non esser egli autore, ma consapevole di quei fatti. A giudicare i cinque rei fu eletta una Pratica, nella quale oltre alla Signoria ed ai Collegi sederono molti principali cittadini: doveano essere dugento, ma intervennero soli centotrentasei. Le passioni erano furibonde, e la sentenza riusciva dubbia, se nuove lettere venute allora, e messe fuori, non aggravavano gli accusati mostrando imminente il pericolo della Repubblica. La Signoria ed i Collegi che intervenivano nelle Pratiche e avevano ciascuno (come allora si diceva) la loro pancata, pronunziarono l’assoluzione: ma vinse la morte pel maggior numero degli aggiunti, che dietro agli altri sedevano. Allora messer Guid’Antonio Vespucci levatosi, chiese pei condannati l’appello al Gran Consiglio, secondo la legge. La Pratica fu rimessa ad un altro giorno, e il disordine dalla Sala passò grandissimo nella Piazza. Era costume che nelle Pratiche dicessero in nome della loro pancata quelli che in testa sedevano, senza però che agli altri fosse vietato parlare. In questa seconda consulta vollero che ciascuno desse il suo voto personalmente: ma tali erano le grida per tutta la Sala, che non si sarebbe venuto a capo della risoluzione (il che era cercato dai difensori degli accusati), se Francesco Valori non avesse imposta una sentenza di morte immediata, destando negli altri con le minaccie una paura che meglio avrebbe egli per sè stesso dovuta sentire. In questo modo rimaneva escluso l’appello al Consiglio Generale, ultimo scampo ai cinque miseri, ai quali in mezzo ad un tumulto feroce fu quella notte stessa mozzo il capo: pochi altri ebbero il confine, altri si assentarono.[42]

Di quelle morti furono autori gli amici del Savonarola, ed egli si tacque: nell’esame di lui che abbiamo a stampa si legge avere egli detto che di quel giudizio non s’era impacciato, ma che Lorenzo Tornabuoni aveva raccomandato al Valori. Inoltre non era egli arbitro di quelle vite, nè allora padrone per modo alcuno della Repubblica; questa era già in mano d’uomini politici, e la legge che ai rei concedeva l’appello al popolo uscì diversa da quella che aveva Fra Girolamo consigliata. Poteva ben egli con verità dichiarare, che in cose di Stato non gli era piaciuto d’ingerirsi mai, e che nel fondare il Governo popolare non ebbe altro fine che il bene delle anime e la riforma dei costumi. Predicatore d’una idea, non fu egli mai ordinatore di un disegno: il guardare gli uomini dall’alto gli aveva educato il senso pratico delle cose; grande si mostrava nell’ordinare lo Stato di Firenze, ma di condurlo non si brigava; era il profeta di quello Stato, ma non avrebbe voluto esserne il ministro; di queste ambizioni non ebbe egli mai, sebbene avesse in sè le passioni dell’uomo di parte e a quelle servisse. Vietò da principio si perseguitassero gli amici di Casa Medici; ma l’adoprarsi a ricondurne la dominazione era col promuovere una tirannide contrastare alla grande opera che stava in cima di ogni suo pensiero, e alla quale si sentiva egli chiamato da Dio; era delitto cui non poteva essere indulgente. Quando sul pulpito veniva a dire dei provvedimenti che via via occorrevano per lo Stato, ciò a lui era farsi banditore del Vangelo in tutta quanta l’ampiezza sua, nè al predicatore credeva bastasse ripetere sempre come a stampo certi temi della vita spirituale; ma le sue prediche volea pigliassero tutto l’uomo direttamente, svelatamente, l’uomo in famiglia, l’uomo nella vita civile, secondo che i tempi e i costumi volessero certe più specificate riprensioni e più immediate, o certi consigli che a cose pubbliche riguardassero.

Intanto però benchè il Savonarola propriamente non fosse capo di quella Parte, ne aveva in sè l’anima e la forza pei tanti che a lui erano devoti con cieca credenza. In lui certamente la sicurezza ch’egli ponea nell’affermare le cose future derivava dalla fede che Dio non potesse a lungo restarsi permettitore del male; e chiunque ignori quel che sia fede e non la creda capace a muovere di per sè sola le azioni umane, non potrà intendere il Savonarola. Ma quando agli uomini manifestava e persuadeva con tanta efficacia quel ch’egli sentiva dentro dell’anima esaltata, era impossibile non si credesse dotato fra tutti di un superiore conoscimento, e quindi in lui non si destasse di quella superbia che suole isterilire i nostri più alti pensieri. Bene credo fosse inconsapevole di sè stessa, poichè si mesceva alla umiltà religiosa; ma era in lui nutrita dalla potenza di una parola capace a trarre dietro sè le moltitudini, che spesso inebria chi la possiede e quasi fa l’uomo seduttore di sè stesso; vedeva il Frate dalle sue labbra pendere il popolo allora più colto che fosse nel mondo.

La dottrina del Savonarola si era formata in profezia pigliando certezza dalla sua propria rettitudine e dalle promesse d’un forte animo ed appassionato. Usava dialogizzare nelle prediche con gli uditori a questo modo: «Oh Padre, ma se tutto il mondo ti venisse contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia dottrina è la dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio.» La parte che aveva in ciò la superbia era di continuo fomentata dal grande numero dei seguaci e dalla fede ardente dei semplici, in faccia ai quali a lui pareva essere da meno, se una qualche volta l’intelletto dubitasse. Si aggiunga poi l’urto delle fazioni che si raccendono l’una l’altra, pigliando credenza in cose impossibili; ed in quel caso, l’essere tutta la purità dalla parte sua contro ad uomini sacrileghi, malvagi e rotti ad ogni vizio. Gli eventi più volte aveano data ragione a lui: quando i saggi del mondo temevano, il Frate affermava che nulla sarebbe; e in modi affatto inopinati erano i pericoli più volte svaniti. Il Frate diceva: «la Chiesa di Dio ha bisogno di riforma e di rinnovazione; sarà flagellata, e dopo i flagelli riformata e rinnovata: gli infedeli si convertiranno a Cristo ed alla sua fede. Sarà flagellata e rinnovata Firenze, e verrà quindi a prospero Stato: avverranno queste cose ai giorni nostri.» In tutto ciò nulla era che sapesse d’eresia, o che in sè avesse rivolta o scisma. Nel Trionfo della Croce, ch’è la maggiore delle sue opere, affermava con parole amplissime l’unità della Chiesa e la supremazia del Pontefice Romano. Ma Roma batteva di continuo pei molti suoi vizi, le profane sommità del Clero metteva nel fango, a preti nè a frati non faceva grazia; e perchè incontro a tutti questi poneva sè stesso, veniva a farsi senza volerlo autore e capo d’una Riforma. La quale a promuovere e ad effettuare nulla aveva in pronto, nulla preparava; sincero del pari come imprudente, non aveva compagni nè gli cercava, per nulla pensava ad usare mezzi i quali andassero a quel fine. Dentro era la fede e fuori usciva la parola; Iddio farebbe il resto da sè. In chiesa dal pulpito s’acquistava egli i partigiani, e quindi tornato in cella scriveva postille sui libri della Bibbia, e trattati filosofici o ascetici, quando non lo venivano a cercare. Ma erano troppi quei suoi partigiani, troppo lo innalzavano agli occhi suoi stessi, e come fanatici nutrivano quella sua fede altiera; intanto che rimanendo in sè disgregati, nè a lui nè all’opera sua portavano aiuto bastante, e molti tra essi erano facili a voltare. Così nel fatto egli come solo si tirava addosso la forte compagine dell’ecclesiastica Gerarchia e Roma e i grandi Prelati e tanta potenza e ricchezza, e tutto può dirsi il Clero e tutti gli altri ordini religiosi, e i potentati d’Italia e gli uomini politici, e quelli che scuoteano il capo increduli in faccia a un Profeta disarmato.

Ma intanto queste cose destavano gli animi a nuovi pensieri, per tutta Italia se ne parlava e dalla Germania veniano lettere di consentimento: Roma non poteva lasciare quei semi pigliare radici. Si cominciò prima con le blandizie; Alessandro VI scriveva lettera tutta laudatoria a Fra Girolamo, per il molto bene che egli facea nella Chiesa, confortandolo a recarsi a Roma con parole nelle quali era una intimazione. Questo fu nel luglio del 1495. Il Frate era infermo, e i Magistrati amici a lui s’interposero tanto che il Papa gli concesse rimanere; intanto pratiche si faceano intorno a lui ed offerte di onori e di gradi fino al cappello di Cardinale. Come le offerte disdegnasse non occorre dire, ma si conobbe da un Breve per via obliqua diretto ai Frati di Santa Croce, dove al comando si aggiungevano minaccie, chiamando lui seminatore di falsa dottrina. Il Savonarola si era quei mesi taciuto; ma tornò in pulpito nella Quaresima del 96 più fiero di prima, rigido ai suoi, a tutti severo, mantenendo la suprema potestà del Papa e in ciò diffondendosi con calde parole, ma dichiarando che a lui quando erra manifestamente non deve ubbidirsi. A contenere gli uditori avevano in questa Quaresima alzato gradini in Duomo fino all’altezza delle finestre; la folla seguiva il predicatore quando usciva, ed uomini armati gli stavano appresso, temendosi oltre ai nemici di dentro, sicarii che si dicevano appostati contro lui dal Duca di Milano. In quelle Prediche ogni cosa è vivo; e quivi sono ampiamente svolti gli eterni precetti della morale e della fede, le cose presenti ed i propri suoi pericoli. Nell’ultima diceva: «Qual sarà la fine della guerra che tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale, ti rispondo che sarà la vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti dico invece, morire ed essere tagliato a pezzi.» Scrivendo alla madre sua, cercava che avesse l’animo preparato a sentirlo morto.

Continuarono anche dopo Pasqua le Prediche: il Papa si teneva chiuso, e aveva commesso a una Congregazione l’esame della dottrina e del procedere di Fra Girolamo, senza che ne uscisse accusa: tentava nel tempo stesso di ricondurre la Congregazione toscana di San Marco sotto alla lombarda, o sottoporla ad un Vicario che avesse in Roma la residenza. Fine d’ogni cosa era levare il Savonarola di Firenze, o con l’escluderlo dal pergamo tôrre a lui ogni forza. Fu a lui vietato il predicare: al che taceva egli per alcun tempo, ma le gravi condizioni in cui la Repubblica versava fecero sì che i Magistrati a lui devoti lo richiedessero di fare udire la sua voce, da cui attingevano potenza e aiuto contro agli avversari che già si cominciavano a mostrare. Come si è detto, Piero de’ Medici era alle porte, la fame e la peste dentro la città e fuori. Fra Girolamo tornato in pulpito, avea predicato la Quaresima sopra Ezechiele; faceva sovente nella Bibbia suo tema i Profeti che nella antica legge tenevano il grado da lui più ambito nella Chiesa. Ma tosto che Piero si fu allontanato, le parti nemiche più si voltarono contro al Frate: questi, malgrado il divieto, aveva annunziata in Duomo una predica pel giorno della Ascensione, che già da molti si antivedeva sarebbe occasione di tumulti. Nella mattina si trovò il pergamo imbrattato d’ogni sozzura; pareva minacciata la vita del Frate, ed egli entrava circondato da molti de’ suoi che armati stettero intorno al pulpito. A un punto dato, ecco farsi un grande strepito nella chiesa dov’erano gli animi già preparati allo spavento: chi fuggiva e chi si armava: in mezzo a un infernale disordine, Fra Girolamo fu ricondotto al suo Convento, ed in quel giorno si trova scritto che a lui medesimo fallisse l’animo. La Signoria di maggio e giugno 1497 era in grande parte contro a lui; uscì bando che proibiva generalmente ad ogni frate il predicare: una Pratica si tenne sulla proposta di dare esiglio al Savonarola, ma non si vinse. Il Papa infine mandò fuori la scomunica, indirizzata col solito modo questa volta ai Frati Serviti, grandi affezionati di Casa Medici. La scomunica non condannava dottrine di lui, ma solamente la disubbidienza che si andò a cercare nei fatti circa alla Congregazione Domenicana. Grande era lo sdegno di Papa Alessandro; ma nulla infine potè trovare, nè tutto il misero poteva dire; era la condanna atto politico e non religioso. A 22 giugno fu la scomunica pubblicata in Duomo con le solennità consuete; donde un insorgere contro ai Frateschi, e nella festa del San Giovanni, grande lo sfoggio d’ogni mondanità che più riuscisse d’ingiuria ai Piagnoni: così appellavano i devoti al Frate. Incontro ad essi erano i Compagnacci, i quali professando un vivere sciolto, davano mano agli Arrabbiati, sotto il quale nome si raccoglievano gli amici d’un Governo stretto e i non avversi a Casa Medici. Un Ridolfo Spini, giovane ricco e licenzioso, immaginò un convito dove ogni delicatura ed ogni lautezza fossero profuse, lo sfoggio facendosi la notte a vista di popolo, e i convitati girando per la città con torchi accesi e musica, in onta manifesta del Frate e dei suoi.

La Signoria entrata il primo di luglio e la seguente, furono amiche al Savonarola, cercando col mezzo dell’Ambasciatore in Roma d’ammansire le ire del Papa, il quale percosso da un colpo crudele aveva sembrato volersi riscotere. Era nel Borgia una bontà sola, ma che a un Pontefice stava poco bene, l’amore ai figli; di questi il maggiore fu trovato ucciso una notte per domestica tragedia, secondo fu detto. Scrivea Fra Girolamo al padre afflitto lettera di conforto, ma insieme di ammonizione benevola, grave e prudentemente dignitosa. Ma il Papa, essendo tornato bentosto ai modi soliti, chiedea la consegna del Savonarola; e questi, dopo essersi più mesi tenuto in silenzio, cedendo a sè stesso e forse ai conforti di quei dello Stato, riavutisi dopo alle turbazioni pel caso dei Cinque, tornò a predicare. Cominciava l’anno 1498: il popolo radunato sulla piazza di San Marco (perchè la chiesa non bastava) era chiamato a una solenne preghiera: usciva il Frate col Sacramento in mano, e da un pergamo alzato fuori della porta della chiesa, benediceva il popolo e diceva: «Signore, se io non opero con sincerità d’animo, se le mie parole non sono da te, gastigami.» Il volto del Savonarola oltre al solito esprimeva la fede dell’animo, ed il popolo pregava. In Duomo le prediche andavano più che mai direttamente contro a Roma ed al Papa; il quale personalmente offeso ed impaurito del grande rumore che se ne faceva, minacciava sulla città l’interdetto, se a lui non dessero il Savonarola nelle mani: al che lo spingeva Lodovico il Moro, allora grande amico al Papa.[43] Mandar via il Frate sarebbe piaciuto alla Signoria nuova per marzo ed aprile; la quale non appena entrata in ufizio radunò una Pratica, dove però tale si mostrava la propensione verso il Frate, che fu costretta la Signoria stessa mandare al Papa lettera in difesa di lui con espresso rifiuto di fargli offesa o divieto. Abbiamo gli atti di queste Pratiche, dove nei pareri degli intervenuti si trova espresso mirabilmente lo stato dei partiti con le varietà loro: guidava i seguaci del Frate la fede in lui ed il sentimento della indipendenza cittadina; degli altri, chi temeva l’autorità del Papa e chi la potenza. Avevano chiesta a Roma una Decima, senza cui la Repubblica non poteva reggere alle spese; e quando venisse un interdetto, vedevano disertati i banchi di fuori e i commerci guasti.[44] Fu quindi scelta una via di mezzo, vietando le Prediche in Duomo; le quali continuavano in San Marco: finchè ad un’altra lettera del Papa la Signoria ordinava, fosse tolto a Fra Girolamo il predicare dovunque fosse. Questi, radunato prima come soleva le donne in San Lorenzo, le accomiatava con addio pietoso, e il giorno dopo agli uomini in San Marco faceva l’ultima sua predica.

In alcune delle precedenti avea messo innanzi l’idea d’un Concilio, sebbene dovesse accorgersi quanto differente caso fosse da quel di Costanza, ed egli medesimo dicesse che il tempo non era venuto, ma che si doveva pregare il Signore perchè si potesse una volta radunare. Adombrava questo suo pensiero sovente col dire, che avrebbe fatto girare la chiavetta, cioè propalato le cose ch’egli aveva in serbo circa l’indegnità d’Alessandro Borgia; e credo ne avesse delle più sostanziose ed accertate che non gli scandali del Burcardo o gli aneddoti dell’Infessura: «Ma Concilio (predicava egli) vuol dire congregare la Chiesa, e non si domanda propriamente Chiesa se non dov’è la grazia dello Spirito Santo; ed oggi dove si trova essa? Forse solamente in qualche buono omiciattolo. Nel Concilio si gastigano i cattivi cherici, si depone il vescovo ch’è stato simoniaco o scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! forse non ne rimarrebbe nessuno.» L’Italia non era capace nè degna di operare una riforma, la quale salisse di basso in alto, nè le altre nazioni l’avrebbero seguitata. Ma il Savonarola in quella sua troppo elevata solitudine aveva in sè la necessità d’andare innanzi, e quando era in pulpito, dice egli stesso che non potea frenarsi dal dire cose le quali aveva fatto proposito di tacere. Scriveva ben egli al Papa lettera dolorosa più che minacciosa; per sè aspettava con desiderio la morte; a lui chiedeva che senza indugio volesse provvedere alla sua salute. Faceva intanto per mezzo d’amici qualche pratica nelle Corti straniere, e si rinvennero presso a lui, quando fu preso, bozze di lettere all’Imperatore, e ai Re di Spagna e d’Inghilterra e d’Ungheria, perchè adunassero un Concilio. Ne aveva già scritto al re Carlo VIII, cui era solito di riprendere per non avere compita l’opera alla quale era chiamato da Dio; e questo Re n’ebbe più volte il disegno, cui la Sorbona lo esortava, e più d’ogni altro a ciò lo spingeva Giuliano della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincula, che allora in Francia dimorava. Ma nè Carlo era uomo da tanto, nè in Francia materia a ciò sufficiente: fra tutti profano era il Cardinale, che nel Pontefice non guardava che al principato furiosamente ambito da lui. Andava la lettera del Savonarola in Francia per un corriere, che essendo fatto svaligiare dal Moro, facea questi pervenire la lettera al Papa, del quale s’accese più che mai lo sdegno; talchè nuovi assalti sovrastavano a Fra Girolamo. E questi frattanto da una fiducia presuntuosa era condotto a quel punto estremo dov’egli vedevasi mancare innanzi la via e cadere l’opera sua: dovette allora più che mai sentire nell’animo crudeli battaglie; e come affranto ne rimanesse, vedremo dai fatti che a lui precipitarono la ruina.

Era nel convento di San Marco un Fra Domenico Buonvicini da Pescia, uomo semplice, fanatico, tutto devoto a Fra Girolamo, che lo faceva spesso predicare in vece sua quand’era costretto al silenzio. Un giorno il pio Frate si lasciò andare dal pulpito a dire che la dottrina del suo Maestro sosterrebbe anche la prova del fuoco: il giorno dipoi un Francescano, predicando in Santa Croce, raccolse la sfida, offrendosi pronto a fare l’esperimento: le forme ed i modi tra le due parti furono dibattuti, e i Magistrati della Repubblica v’intervennero. Da quel momento il Savonarola fu spacciato, e fu da indi in poi minore a sè stesso. Non avea fede in quei giudizi, nè approvava tentare Dio a quei miracoli; ma contrapporsi, era confessare vinta la causa e la dottrina sua, levare in alto gli uomini del peccato e dare scandalo ai suoi devoti: vedevasi innanzi Roma fulminante, ed il trionfo dei Francescani, ed il beffardo insulto dei Compagnacci: nè oso affermare che a lui medesimo non balenasse in qualche momento la speranza d’un prodigio; fu incerto, e non sempre quanto bisognava decoroso. La fibra sua era singolarmente delicata e sensitiva: nei tumulti si perdeva d’animo; alle brighe riusciva inetto; aveva bisogno di essere solo in faccia a un popolo e a Dio. Sarebbe lungo e tedioso esporre le tante dispute che nacquero circa al fermare le condizioni: molti dalle due parti campioni s’offersero; rimasero all’ultimo Fra Domenico da Pescia e un frate Andrea Rondinelli. E intanto le fazioni civili, i disegni, le macchinazioni dei politici di dentro e di fuori, e i dolori degli uomini virtuosi, e i pii affetti delle donne popolane, ogni cosa era in fermentazione durante quei giorni. Diceano i nemici del Frate: «O egli morrà, o del tutto perderà credito.» Poi veduto che egli per sè rifiutava, di lui si beffavano. In Palazzo la Signoria stava contro lui, sparsi negli altri Magistrati i suoi partigiani: da Roma, dov’era Piero dei Medici, non è da dire se venisse esca all’incendio: il Duca di Milano vi soffiava dentro notoriamente, e degli emissarii suoi abbiamo lettere.[45] Fu adunata una Consulta, dove con poche differenze tutti opinarono fosse bene di lasciare correre le prove, che sarebbe stato a ogni modo finirla con le divisioni, e la città ne avrebbe quiete.[46] Assegnava quindi la Signoria per l’esperimento il 7 aprile, vigilia della domenica dell’Ulivo.

Dall’angolo del Palazzo della Signoria verso il tetto dei Pisani si distendeva un palco formato di materie combustibili con sopra per tutta la lunghezza fascine dai due lati, e in mezzo a queste libero un andare della larghezza di due braccia. La Loggia dei Signori aveano divisa in due spazi, che uno pei Frati Minori e l’altra pei Domenicani; la Piazza guardata da molto numero di soldati a cavallo e a piedi, le armature dei Capitani splendide come a un tornèo. I Compagnacci che si mettevano innanzi a tutti, uomini nobili e ricchi la maggior parte, facevano anch’essi un bel vedere con la loro compagnia che s’andò a porre vicina al palco. All’ora data mossero da San Marco Fra Domenico innanzi in piviale e tutto animoso nella faccia; dopo a lui Fra Girolamo col Sacramento in mano, a lato uomini della nobiltà con torchi accesi; indi lunghissimo ordine di Frati, e grande popolo degli amici loro in arme. Entrati sulla Piazza, intuonarono il Salmo: Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus: quindi le due parti pigliarono posto sotto alla Loggia. Qui nacque la prima contesa circa al fare entrare Fra Domenico nel rogo con l’Ostia in mano, come il Savonarola pretendeva; gridavano molti che ciò sarebbe profanazione, e peggio ancora se l’Ostia bruciasse: tutti s’accorgevano che il Savonarola questo faceva perchè l’esperimento non andasse innanzi. Sorgevano altri punti di controversia tra le due parti, e le ore passavano, ed il popolo aspettando tumultuava; discorsi d’ogni sorta si facevano, e Fra Girolamo non ne aveva la parte migliore. Sotto alla Loggia i frati suoi non cessavano dal cantare ad alta voce Laudi e Salmi; gli altri serbavano un pio silenzio e dignitoso. Nulla si faceva: dal Palazzo alla Loggia era un andare ed un venire continuo di messi della Signoria; ma il giorno declinava, quando una subitanea e grossa pioggia, o interruppe la foga degli animi, o diede occasione al disperdersi. Non senza grande pericolo Fra Girolamo e i suoi tornarono al Convento, peggio che vinti, perchè il pensare del maggior numero si voltava contro a loro.

La mattina del giorno dipoi nella città era un muoversi di persone che si osservavano a vicenda, ciascuno cercando raccogliere intorno a sè i suoi: ma già si vedeva la parte del Frate essere grandemente assottigliata. Stava il Palazzo per gli Arrabbiati, che già si ordinavano come a guerra regolare; i Compagnacci tenevano armati la piazza del Duomo; le strade si empievano dei vecchi e nuovi avversari dei Piagnoni; questi venivano insultati, e due poveretti che pregavano furono scelleratamente uccisi. A San Marco erano accorsi i fidi a tutta prova, ed armi vi furono recate che taluni dei frati indossavano, intantochè altri, secondo le varie nature d’ognuno, si nascondevano o fuggivano, o stavano intorno a Fra Girolamo, che nel coro pregando vietava si spargesse sangue dai suoi: diede un mesto e solenne addio in poche parole ai circostanti; null’altro a lui era da fare; l’affetto dell’animo andava diritto ad alto segno, ed egli in quel giorno rinvenne sè stesso. Francesco Valori, che era in Convento, aveva impedita ogni temerità dalla parte sua: cominciarono le offese intorno al Duomo all’ora di vespro; gli assalitori gridarono a San Marco! e a sera il Convento fu investito. Di dentro non mancarono le difese; vi ebbero morti, taluni vennero a cadere su’ gradini dell’altare maggiore, dietro al quale stava il Savonarola inginocchiato. Questi, poichè dalla chiesa bisognò uscire, andò a porsi col Sacramento in mano nella Biblioteca greca, come la chiamavano, perch’ivi era stato il primo deposito di libri dai quali uscirono grandi le antiche lettere. Intanto la Signoria, che ogni cosa dirigeva, mandò i suoi messaggieri con l’ordine di porre le mani addosso a Fra Girolamo e a Fra Domenico, i quali non fecero resistenza, e a notte avanzata furono condotti legati e in mezzo a crudeli insulti nella prigione assegnata dentro al Palagio a ciascuno d’essi; toccò al Savonarola quella detta l’Alberghettino, dov’era stato Cosimo de’ Medici. Ora è da dire la trista fine di Francesco Valori. Avendo questi scavalcato il muro dell’orto, usciva libero dal Convento, e in casa cercava radunare partigiani, quando la Signoria gli mandava ordine di recarsi tosto al Palagio: andava fidente in mezzo ai mazzieri, ma intorno fremeva la turba, e due parenti dei mandati a morte da lui che gli venivano incontro, datogli d’un’arme sul capo, l’uccisero. La moglie sua che tratta dal rumore s’era prima fatta alla finestra, moriva percossa da un colpo di balestra.[47]

Il giorno dopo la Signoria mandò avviso al Papa e al Duca di Milano della presura dei due Frati; ai quali aggiunse un Fra Silvestro Maruffi, uomo dubbio, procacciante, di molto seguito in città. Deliberarono che i rei qui fossero giudicati, negando consegnarli al Papa; rinnovarono gli ufizi degli Otto e dei Dieci, ai quali spettavano le cause di Stato; elessero una commissione d’esaminatori a fare il processo, usando la tortura od ogni altro mezzo: furono eletti dei più nemici al Savonarola, tra’ quali ne basti nominare quel Ridolfo Spini, che noi conosciamo e che più volte avea minacciato la vita del Frate; v’entrarono due Canonici fiorentini, con mandato venuto da Roma. Nei giudizi di Stato la sentenza, come tra vinti e vincitori, precorre all’esame; e i fatti essendo generalmente palesi, ma contrario tra le due parti l’apprezzamento del bene e del male, l’istoria impara da quei processi a giudicare più spesso i giudici che i rei. Gli atti che abbiamo di questo accrescono le dubbiezze anzichè cessarle, questo solo rimanendo certo, che da chi scriveva furono alterati; ripresi tre volte per successiva inquisizione, tra loro s’intralciano; e qui l’empietà della tortura mostrò, più che altrove, quanto ella fosse crudelmente menzognera. Si aggiunga poi sopra ogni cosa, che da cima a fondo materia all’esame non furono altro che i fatti della coscienza: il resto era nulla, e un solo punto si giudicava: se il Savonarola fosse o si credesse o si fingesse da Dio ispirato; da questo pendeva la vita di lui. Ma intorno a ciò nè avrebbe saputo egli rispondere giustamente, nè a quel che dicesse poteva concedersi valore giuridico. Credeva buona la sua dottrina, e la mantenne anche negli esami; alla divina ispirazione correva incontro, e da molti anni vi s’immergeva con tutto il pensiero; la fede viva poi gli mancava, com’egli medesimo si lagna più volte: allora cercava ricostruire quel ch’era in lui come il sostentamento della vita, e allora l’orgoglio veniva a soccorso, e alla credenza del sentimento sostituiva una credenza quasi manufatta, finchè la preghiera non raccendeva la fede o il predicare non la rianimava.

Che negli esami il Savonarola si contraddicesse non fu mai negato. Sotto ai tratti della fune che lo martoriava si dichiarò mentitore; poi rinnegava quel che aveva detto; cedeva ai tormenti fino al vaneggiare; aveva il cuore di martire, ma non la fibra: di questa causa di vacillamenti non sarebbe da tener conto. Chiamato poi a definire a sè medesimo la propria sua ispirazione, si profondava in dottrine astruse; e queste pure non è meraviglia che spesso fossero incoerenti. Ma io per me credo che alla medesima sua coscienza, in quelli strazi del corpo e dell’animo, si appresentasse quanto avea potuto in lui l’orgoglio, perchè il pensiero accusatore in quelle tristezze più vivo e pungente rimaneva solo; forse anche a sè stesso dava riprensione di avere cercato turbare la Chiesa, quando non poteva sanarne le piaghe. I giudici allora afferrando quelle confessioni, le traducevano in parole che lui dichiarassero impostore, che tutto facesse per ambizione mondana, e a solo fine di primeggiare: avvezzi a guardare la coscienza grossamente, più in là non capivano, e allora credevano di averlo colto. Ma in lui l’ambizione propriamente detta mai non si era manifestata per fatti esteriori; non v’era materia d’accusa giuridica: ma pure lo spargersi di quelle contradizioni gettava dubbiezze che abbattevano la reputazione, in molti già scossa, di Fra Girolamo.

Abbiamo un primo Esame fatto dai Commissari, ma che non parve soddisfacesse. Fu allora chiamato certo Ser Ceccone notaio, che molto prometteva: si tornò da capo, ed il misero per altro Esame più altre volte fu martoriato: ma nemmeno questo secondo processo ottenne il fine che i suoi nemici desideravano. Dovettero quindi nel pubblicare i Processi farvisi manifeste alterazioni, e attribuirsi al Savonarola confessioni di tale abiettezza, quali niun malvagio uomo di sè farebbe giammai. Spesso un articolo dell’Esame finisce col dire: che ogni cosa aveva egli fatta o simulata agli occhi degli uomini per ambizione di farsi grande. Tali dichiarazioni è da notare che non si accordano per la materia nè per l’intonazione con quel che precede: e qui la menzogna si vede anche essere grossolana, tantochè fu confessata da quei medesimi ch’erano stati a fare il Processo.[48] Subivano esame nel tempo stesso i due suoi compagni; l’uno dei quali Fra Domenico, si mantenne incrollabile nell’amore e nella fede al Maestro: nè Fra Silvestro lo aggravava, non tenendo conto delle conclusioni, dove spesso avviene che dopo averlo il testimone lodato o scusato gli si faccia dire: infine conchiudo che fu traditore. Invece si vede Fra Silvestro farsi accusatore di molti e molti cittadini Fiorentini che praticavano il Convento, e a quali si vengono a imputare brighe d’ogni maniera. Fra Domenico aveva nominati molti di quei medesimi cittadini, ma come amici del Convento e senza per nulla nella sua Esamina aggravarli. Fra Silvestro si trova essere stato principale in quelle pratiche sediziose, nelle quali Fra Girolamo non apparisce essere entrato menomamente. Dal suo deposto, non che da quelli di altri o frati o cittadini, chiaro ne apparve, dopo allo studio molto accurato che ne abbiamo fatto, fra tutti essere Fra Silvestro stato grande mestatore, ed essersi imposto con le arti sue a Fra Girolamo, che in lui credeva come a lui credevano o s’impacciavano seco altri cittadini dei maggiori e fino di quelli che certo non erano da quella parte.[49]

Andava intanto al Papa una lettera in nome dei Frati di San Marco: in essa dichiarano ingannatore Fra Girolamo perch’egli medesimo nel ritrattarsi lo avea confessato, ma insieme attestano ampiamente le virtù sue, la santità della vita, i frutti delle predicazioni, e gli eventi che avevano dato alle sue parole tale conferma che grandi ingegni ne furono presi. È lettera scritta con singolare accorgimento, perchè nel domandare l’assoluzione riducono a nulla il loro peccato: sopra ogni altra cosa (com’è nello spirito di tali corporazioni) pensavano alla vita e alla grandezza del Convento di San Marco; chiedeano pertanto che si mantenesse separato dalla Congregazione di Lombardia, e che rimanessero in quello tanti uomini insigni e incolpabili che vi si erano aggregati. Rispose il Papa benignamente; alla Signoria scriveva lettera molto graziosa, ed assolveva con altro Breve le colpe commesse fino all’omicidio, a procurare la caduta del Savonarola. Entrò dipoi la Signoria nuova, e persistendo nel rifiuto di mandare i Frati a Roma, accettò che venissero in Firenze due Commissarii a rinnovare il Processo per conto del Papa.

Rimasto in carcere il Savonarola solo con sè stesso, ritrovava (come a lui sempre avvenne) sè stesso. Compose allora due Meditazioni, che furono insigni testimonianze del suo animo in quelli estremi giorni della vita. Bentosto ebbero quelle due scritture celebrità grande e vennero in più luoghi pubblicate. Quivi nulla del Processo, nulla dei suoi Giudici; è solo con Dio, e a lui raccomanda l’anima sua quando non possa la vita. «A chi rivolgermi io peccatore? Al Signore, la cui misericordia è infinita: non è chi si possa gloriare in sè stesso. — Confermami nel tuo spirito, o Signore; ed allora solamente potrò insegnare agli iniqui le vie tue. — Io desidero con ardore che tutti gli uomini sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi solleverebbero. Io ti prego perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa tua, e veda come più sono gli infedeli che i cristiani, ed ognuno ha fatto Dio del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi la faccia della terra. L’inferno si empie, la tua Chiesa manca, levati su; perchè dormi, o Signore? — Allora tutto lieto esclamai: Io non mi confido negli uomini, ma solo nel Signore: e renderò i miei voti dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel cospetto di Dio la morte dei Santi.» Poco dopo gli fu tolta la carta, e dovette cessare di scrivere: ma quelle sue parole sono di grande momento a far giudizio del Savonarola. Sul pergamo stesso e prima che fuori tuonasse la riprensione degli altrui vizi, in fondo al cuor suo gemeva il dolore: e qui troviamo la riprensione mantenersi rigida sempre, ma più devota, dopo agli strazi degli esami e alla vigilia del supplizio. Giudichi ognuno se chi sentiva allora in tal modo avrebbe potuto mentire tanti anni freddamente a fine ambizioso.

Ai 19 di maggio entrarono solennemente in Firenze i due Commissari apostolici, che erano il Generale dei Domenicani e il Vescovo quindi Cardinale Romolino: ricominciava il Processo il giorno dipoi. Ci asterremo qui dal riprodurre le crudeli parole che furono attribuite al Romolino, perchè non vogliamo tutto accettare dai Biografi. Il fine cercato dai Commissari più specialmente era scuoprire quali aderenti avesse il Frate alla proposta del Concilio. Disse: «Risponderò chiaro; le cose del Concilio non mi furono consigliate da nessuno; co’ Principi d’Italia non ne tenni pratiche, perchè gli stimavo tutti miei nemici; speravo nei Principi stranieri; i Cardinali e Prelati sapevo essermi tutti avversi.» Il Romolino cercava scuoprire se in nulla vi fosse implicato il Cardinale di Napoli. Si venne quindi ai tormenti, in mezzo ai quali gridò il torturato d’avere avuto pratiche seco; poi si disdisse: quel Cardinale faceva stima del Savonarola, ma tra essi non fu altra corrispondenza che in termini generali. Il terzo Esame finì come gli altri, nè fu pubblicato. Si venne il giorno dopo al dare sentenza, e tra i Giudici fu discorso di salvare Frate Domenico, ma poi lo condannarono insieme con gli altri: presenti al Processo erano Magistrati della Repubblica, la quale in una Pratica molto stretta, negando uno solo, decretò eseguirsi la sentenza. Questa fu letta la sera stessa ai tre condannati, portando che fossero prima impiccati e quindi arsi.

La notte il Savonarola assistito dal confortatore con la cappa nera, ch’era per la Confraternita a ciò destinata un Niccolini, e da un monaco di san Benedetto che gli fu dato per confessore, ottenne rivedere i suoi due Compagni, che da lui furono comunicati la mattina: era il 23 maggio, vigilia dell’Ascensione. Giunsero gli sbirri che gli condussero nella Piazza, dove sulla ringhiera aveano alzato il tribunale pel Vescovo che gli dovea degradare, e un altro pei Commissari apostolici, ed un terzo pel Gonfaloniere e gli Otto, ai quali spettava mandarli al patibolo. Questo era formato di un’asta che in alto avea una traversa, dove i tre Frati dovevano essere appesi; ma perchè troppo presentava la forma di croce, le sue braccia furono scorciate: sotto si alzava un palco di legna e materie facili a bruciare. In Piazza era grande la moltitudine: vi erano uomini amici al Frate, tra’ quali il buono Iacopo Nardi che a noi lasciava memoria del fatto: intorno ad essi altri esultavano, intanto che molti e fin dei più avversi erano compresi di terrore. Aveano lasciato che passassero vicino al rogo, e lo circondassero, di quelli uomini che senza vergogna o insultano al vinto o sul misero inferociscono. I tre Frati salirono il palco: Fra Domenico sereno e come andasse a festa; Fra Girolamo, che della croce teneva il mezzo, fu l’ultimo al quale il boia desse la spinta fatale; poi subito in mezzo ad urla feroci fu appiccato il fuoco, che arse i tre corpi legati da una catena perchè non cadessero: di essi e del palco e d’ogni cosa le ceneri furono gettate in Arno dal Ponte Vecchio; ma donne pietose travestite spingendosi nella folla, raccolsero quante reliquie potessero, e alcune ne rimangono tuttavia.[50]

La morte del Savonarola fu vittoria di tutto quanto era in Firenze di più guasto; il vizio montato in superbia si gloriava di sè stesso; e il ben vivere pareva che fosse dispregio:[51] entrava il secolo corrottissimo del cinquecento, ed in Repubblica sempre popolare, i costumi erano già tornati peggio che medicei. Uomini di conto, che avevano prima notoriamente creduto al Frate, ora come lieti d’averlo scoperto traditore, lo aggravavano gettandogli addosso le ingiurie più odiose; lo chiamavano un diavolo, anzi una intera legione d’inferno. Erano oltre agli Arrabbiati, gli astuti e i paurosi ed il volgo dei prudenti, e l’altro volgo più innocente che aspettava da lui un miracolo; e quelli che cercano mostrarsi furbi ai danni altrui, ed i pentiti o vergognosi d’avergli creduto.[52] Cessate però bentosto le ire e le paure, più non si leggono di tali accuse, ma in Firenze e fuori troviamo invece uomini gravissimi averlo in onore: il Guicciardini e il Machiavelli di lui parlano con rispetto; Filippo de Comines, che aveva praticato seco, lo tenne per santo.[53] Le arti nella loro maggiore eccellenza riprodussero più volte l’effigie del Savonarola, e fin nelle stanze del Vaticano Raffaele Sanzio a lui dava luogo tra’ grandi Teologi e tra’ Padri della Chiesa.

Quanti in Firenze rimanevano capaci di libertà, e coloro che più tardi o la difesero o la piansero, uscivano dalla scuola del Savonarola, o ne seguivano le traccie via via cancellate nel corso dei secoli. Il culto del Frate durò più che il regno della Casa Medici; ed a memoria dei padri nostri, la mattina del 23 maggio trovavano fiori sparsi in quel punto della Piazza, sul quale era stato piantato il rogo. Il Convento di San Marco, già essendo fondato il governo principesco, dava ombra ai Regnanti; e i frati ne furono per qualche tempo cacciati. In molti conventi d’uomini e donne di san Domenico il Savonarola aveva culto e ufficio suo proprio, che fu pubblicato per le stampe ai giorni nostri. Ma sul cadere del cinquecento un Medici arcivescovo ed un Medici granduca si accordarono insieme a proibire l’ufficio ed il culto; nondimeno vi ebbero Santi e vi ebbero Papi suoi lodatori, e la dottrina di lui posta in Roma sotto ad esame rigoroso, ne usciva incolpata.[54]

Com’era da credere, i protestanti hanno preteso che il Savonarola fosse uno dei loro; ma egli veramente in nulla precorse ai tedeschi novatori, perchè nulla volea s’innovasse, nè mai gli cadde nemmeno in pensiero mutare, com’essi fecero, il principio della fede. In religione non ambì farsi capo di parte o fondatore d’una scuoia nuova, nè avrebbe saputo, non essendo altro che un predicatore il quale si ardiva percuotere i vizi palesi nei sommi della gerarchia; per questo fu arso. Non era la sua di quelle nature che sieno atte a fare nel mondo le novità grandi, perchè in tali uomini la volontà forte è necessario che sia anche fredda e che adoperi le arti capaci ad ottenere il fine voluto: ma egli era fidente nella sua propria ispirazione, e questa seguiva. Nessuno dei maestri della Riforma lo pareggiava per alto sentire; avendo incontro tale battaglia, rimase qual’era: era cattolico, era frate; e grande anima con forte ingegno.

Capitolo III. GUERRA DI PISA. — I FRANCESI A MILANO, GLI SPAGNOLI A NAPOLI — IL DUCA VALENTINO. — PIERO SODERINI GONFALONIERE A VITA. [AN. 1498-1503.]

In Francia essendo morto Carlo VIII senza figli, andò la corona in Luigi duca d’Orléans che fu duodecimo re di quel nome; aveva in proprio la signoria d’Asti, si teneva personalmente investito dell’eredità dei Visconti; e ora succeduto come re nelle ragioni degli Angiovini, vedendo i Francesi bramosi di guerra e sè in forze e in età da farla, si diede tutto a quella impresa: già era l’Italia pei re stranieri come una terra che aspettasse di fuora i padroni, ond’egli con nuovo esempio pigliava titolo di Re delle Due Sicilie e Duca di Milano. Era disciolta la Lega poderosa che aveva cacciato fuori d’Italia Carlo VIII, rinate le grandi gelosie tra lo Sforza e i Veneziani, aggiuntasi un’altra esca terribile all’incendio. Alessandro VI, poichè fu morto il Savonarola ed egli conobbe non avere fondamento l’idea di un Concilio, credette sè stesso libero ad ogni cupidità più sfrenata, intantochè a lui s’aggiunse uno stimolo ed uno strumento capace alle opere che si preparavano. Per la uccisione avvenuta del Duca di Gandia erano andati tutti gli affetti e le ambizioni di Alessandro nel figlio secondo, che fino allora aveva dovuto dispettosamente chiudersi nelle ecclesiastiche dignità. Cesare Borgia, lasciato il manto di cardinale, non pensò ad altro che a farsi uno stato, usando a tal fine la tenerezza del padre e la potenza della Chiesa e gli sconvolgimenti d’Italia, ai quali convennero di dare la mano il Papa e il Re con volontà pari; e Cesare Borgia, andato in Francia, ebbe una moglie di sangue reale di Navarra, che fu Isabella degli Albret, e in dote il ducato di Valenza nel Delfinato, col promettersi le due parti aiuto scambievole alle grandi opere di sovversione, che noi vedremo bentosto seguire.

Lodovico il Moro, tardo a riscuotersi, e fidando col tempo e con le arti rimuovere da sè la tempesta, dopo avere condotto egli stesso a Pisa le forze dei Veneziani; poichè gli ebbe veduti andare con molto ardore a quella guerra, temè non trovarsi posto a discrezion loro, quando con la possessione di Pisa gli stessero incontro dall’uno all’altro mare. Vedeva inoltre, dopo la tanto da lui bramata ruina del Savonarola, passato il governo della città di Firenze in mano a quegli uomini co’ quali a lui era più facile intendersi: deliberò quindi fin dai primi giorni dell’avvenuta mutazione mandare soccorsi ai Fiorentini contro alle armi Veneziane che da più parti discendevano verso a Pisa. Già fino dal maggio del 1498 aveva l’aiuto di queste rialzato le fortune dei Pisani a Santo Regolo, dove poichè i soldati di Firenze furono rotti, parve la colpa essere stata del Capitano: quindi fu chiamato a governare tutta la guerra contro Pisa Paolo Vitelli, condottiero allora di molta reputazione e di possanza per avere quella famiglia la signoria della Città di Castello. Questi, dopo essersi avanzato alquanto in quelle infelici terre dei Pisani tante volte calpestate, sapendo che per la Lombardia scendevano in molto numero altre genti dei Veneziani, fu d’accordo con i soldati del Duca di munire i passi dell’Appennino così da impedire ad esse l’entrata nella Toscana; che fu consiglio prudente, sebbene male gradito in Firenze e sospettato di pravi disegni. Tentava allora la Signoria di Venezia altre vie contro ai Fiorentini; e prima cercava di avere il passo dai Senesi, dei quali era poco meno che signore Pandolfo Petrucci; ma questi per concessioni avute nelle cose di Valdichiana si mantenne in pace con la Repubblica di Firenze. Esclusi da questa banda i Veneziani, si provarono in Romagna ad occupare Marradi; ma non poterono pei soccorsi che vi mandò il Duca di Milano e, a sua richiesta, Caterina Sforza signora in Forlì, ultimamente lasciata vedova da Giovanni dei Medici mentre portava in seno un altro Giovanni che poi fu in arme tanto famoso.

Voltarono allora in Casentino la guerra, dove sulla fine d’ottobre occuparono furtivamente Bibbiena col favore di Ser Piero Dovizi da noi già mentovato: Piero de’ Medici e Giuliano suo minor fratello seguivano le armi dei Veneziani governate dal Duca d’Urbino e da Bartolommeo d’Alviano. Talchè la Signoria di Firenze richiamava di sotto Pisa in grande fretta Paolo Vitelli; e seco le genti dello Sforza entrate in Casentino sostentavano quivi la guerra, sebbene fosse in luoghi aspri nel cuore del verno: i villani di quei monti, sotto la condotta dell’abate di Camaldoli, molto infestavano i nemici. Ma Bibbiena non si racquistava; del che il popolo in Firenze dava cagione al Vitelli e al Duca di Milano come fossero insieme d’accordo per allungare la guerra. Pagava lo Sforza, col non trovare chi a lui credesse, la pena dei vecchi peccati suoi; ma veramente questa volta, di già odorando che i Veneziani tenevano pratiche con Francia, andava sincero nel desiderare che i Fiorentini, reintegrati di Pisa, gli fossero aiuto valido: bramava inoltre avere a’ suoi soldi Paolo Vitelli, molto in lui fidando. I Veneziani vedeva già stracchi di quella guerra; e poichè il cessarla credeva sarebbe tenuto comune beneficio, confidava così meglio unire le forze d’Italia contro all’assalto di oltremonti. Volgeasi pertanto al Duca di Ferrara perchè praticasse, come uomo di mezzo, un accordo sopra il fatto di Pisa: al che avendo le due parti consentito, fu nel mese d’aprile del 1499 pronunziato un lodo in Ferrara, ma tale che a niuno potè soddisfare, perchè ai Fiorentini concedeva in Pisa una signoria mezzana, come se in tanti odi e in tanto invecchiata sete di vendette potessero avervi libertà i Pisani e i Fiorentini sicurezza. Il compromesso non fu accettato da nessuno; ma i Veneziani di cheto ritrassero le genti loro dalla Toscana, e in quel mezzo pubblicavano la lega stretta già prima segretamente col Papa e col Re di Francia, che si obbligava dopo l’acquisto di Milano cedere ad essi Cremona con la Ghiaradadda. Così era imminente il pericolo del Duca, e molto in Firenze la città divisa, potendo in alcuni il pensiero del recente benefizio e in altri l’antico amore per Francia; ma indugiavano a scuoprirsi mentre pendeva tuttora dubbioso l’evento.

Contro a Pisa invece andavano allegri di nuova baldanza, poichè i Pisani più non avevano chi gli soccorresse; duello di popoli fiero e terribile sopra ogni altro. Pigliate a soldo altre milizie, le posero tutte sotto al comando di Paolo Vitelli, che richiamato dal Casentino, e dopo l’espugnazione di alcuni di quei castelli tante volte perduti e ripresi, poneva il campo sotto Pisa; dove accadde che mentre ai 10 d’agosto piantava le artiglierie, una mano di soldati suoi trovando male difesa la rôcca forte di Stampàce, che è sopra le mura, v’entrassero dentro: del che nei Pisani fu grande sbigottimento, e per alcune ore la città fu detto che stesse a discrezione del Vitelli; ma questi cauto per natura, e non avendo a ordine le milizie, temette cacciarsi dentro vie mal note, in mezzo ad uomini disperati, e suonò a ritratta: i Pisani rincorati fecero altri ripari.[55] Pochi dì poi il Capitano aveva con le artiglierie gittato a terra tanta parte di muro ch’era possibile entrarvi, ma, come diceva, con molta uccisione dei suoi; ond’era meglio aspettare pochi giorni perchè fosse aperta più larga entrata. Ma in questo mezzo cominciarono per la stagione a regnare in campo certe febbri pestilenziali per cui le compagnie de’ soldati molto diradavano, e gli stessi Commissari tutti ammalarono; talchè a due per volta quattro volte rinnovati, quattro di essi perirono, e tra questi Paol’Antonio Soderini, ch’era sempre dei primi nella città, ma poco amato: cadeva su’ Fiorentini l’abbandono crudele nel quale aveano tanti anni lasciato gli scoli della provincia Pisana. Convenne bentosto al Capitano levare il campo di sotto Pisa, dov’erano anche entrati trecento fanti mandati dai Lucchesi. Di ciò in Firenze fu grande lo sdegno ed alte le grida, che il Vitelli accusavano traditore. Contro lui erano antichi sospetti: egli superbo e rozzo ed avaro, riusciva male atto dove una moltitudine richiamata subitamente a libertà credeva spiegare la forza sua nell’avere sempre per nemici coloro che stavano più in alto di lei. Nè mancavano uomini ai quali paresse rinnalzare il nome di una Repubblica popolare con l’abbattere senza rispetti un Capitano che aveva in Italia fama di possente: credeano agguagliarsi alla Repubblica di Venezia se tagliassero il capo al Vitelli, come aveano fatto in simile caso i Veneziani al Carmagnola. La forza in quei tempi, qualora sapesse un po’ di delitto, cresceva agli Stati quel che appellavano reputazione. Fu il Vitelli da un Commissario della Repubblica, sotto specie di conferir seco, fatto venire a Cascina e ritenuto quivi in custodia: Vitellozzo suo minor fratello, riuscendo a salvarsi tra’ suoi, fuggiva, serbato più tardi a morte peggiore. Paolo Vitelli, condotto a Firenze e messo ai tormenti, benchè non trovassero per molti esami contro a lui cosa di sostanza, ebbe nel seguente giorno mozzata la testa: gli uomini della piazza lodarono il fatto.[56]

In questo tempo era il re Luigi entrato in Italia. Qui niuna alleanza fortificava lo Sforza, e quella di Massimiliano imperatore gli tornò vana, sebbene questo principe fosse legato a lui di parentela, e bramasse molto difendere i diritti della imperiale investitura, chiudendo ai Francesi la via d’Italia: ma i suoi disegni cadevano a vuoto per la leggerezza dell’animo e per l’inopia di danaro. Non avea lo Sforza temuto chiamare contro alla Repubblica di Venezia i Turchi; e questi gli furono migliori amici, poichè mentre assalivano la Morea, invasero il Friuli fino alla Livenza, devastarono ogni cosa, uccisero o trassero in schiavitù gli abitanti. Comandava l’esercito milanese Galeazzo da Sanseverino, guerriero da mostra più che da campo, il quale al primo urto dei Francesi abbandonata vilmente Alessandria, apriva ad essi la via di Milano; e i popoli erano mal disposti: al che sbigottito il Duca, insieme col cardinale Ascanio suo fratello e col tesoro e co’ figliuoli si fuggiva in Allemagna. Del Castello di Milano aveva fidata la guardia a Bernardino da Corte suo allevato, ma questi corrotto dal Re con danaro gli aperse il Castello. Così tutto lo Stato del Duca venne in mano dei Francesi, eccetto Cremona e la Ghiaradadda; le quali sebbene facessero istanza che il Re le accettasse, andarono ai Veneziani secondo le convenzioni. Ciò fu nel settembre del 1499, dopodichè il re Luigi tornò in Francia, lasciato il Trivulzio governatore in Milano. Lodovico fuggiasco attendeva con la sola potenza che a lui rimanesse, la moneta, a farsi un altro esercito assoldando Svizzeri e Lanzichenecchi; e quando poi seppe rimasti in poco numero i Francesi ed essere i popoli già infastiditi di loro, tornava indietro nel mese di febbraio del 1500, e agevolmente rientrato in Milano, cercava munirsi per quando i Francesi, come n’era certo, scendessero un’altra volta giù dalle Alpi. S’era il Trivulzio rinchiuso in Novara, dove assaltato cedè al valore degli Svizzeri di Lodovico; ma intanto venivano con singolare prestezza in Lombardia tra le genti del Re altri Svizzeri al soldo di questo. Lodovico di già s’apprestava a dare battaglia; ma quei suoi Svizzeri medesimi tumultuavano per le paghe, e poi ben tosto venuti ad intendersi con quelli del Re, insieme convennero di abbandonare Lodovico: nè ai preghi di lui cedendo nè alle lacrime, gli permisero solamente uscire travestito in mezzo alle file come uno di loro; ma non gli valse, perchè riconosciuto e forse tradito, cadeva ben tosto in mano ai Francesi. Non sia permesso ad altra nazione levare accusa contro agli Italiani perchè mancassero alla fede: i grandi principi e i liberi uomini del pari tradivano; i semplici alpigiani dell’Elvezia venderono lo Sforza ad un Re. Lodovico andò prigioniero nel castello di Loches in Turena, dove finiva la vita.[57]

I Fiorentini godevano poco favore alla Corte e nei consigli del Re francese per essere stati tardi a dichiararsi, e ultimamente per l’uccisione di Paolo Vitelli ch’era stato soldato di Carlo VIII, e perchè sempre mettendo innanzi la recuperazione di Pisa, andavano contro ai disegni del Trivulzio al quale i Pisani aveano offerta la signoria. Purnondimeno prima che il Re partisse da Milano aveva firmato una carta, della quale la sostanza era pe’ Fiorentini riavere Pisa con le armi francesi, promettendo poi d’essere insieme col Re nell’impresa che egli disegnava contro Napoli.[58] Nè appena spedite le cose di Lombardia, scendevano per la via di Pontremoli soldati Guasconi e Svizzeri sotto la condotta di Ugo di Beaumont, che i Fiorentini aveano al Re chiesto come loro bene affetto. Chiudeano i Pisani le porte all’esercito, dichiarando che al Re si darebbero con allegrezza, ma sotto promessa di non essere mai ceduti ai Fiorentini: ricevevano nella città i soldati quanti venissero alla spicciolata, e gli servivano di viveri e d’ogni cosa domandassero. Il Beaumont con l’artiglierie batteva le mura; ma quando i Francesi ebbero aperta una larga breccia, trovarono che i Pisani, uomini e donne, erano lì a munire una fossa scavata in fretta dietro alle mura. Questo fu il termine dell’impresa: le vettovaglie scarseggiavano all’esercito, e i Commissari della Repubblica ne aveano carico, tantochè si venne a non più intendersi; i soldati predavano i carri degli approvvigionamenti, e in Pisa praticavano come amici. L’onore del pari e la compassione gli muovevano; Pisa era stata a quelle miserie condotta da Francia. Si legge che a due Francesi d’alto grado mandati ad intimare la resa, le fanciulle pisane andate incontro abbracciassero le ginocchia, e poi menatigli davanti a un’immagine della Vergine e cantando preci da spezzare il core, chiedessero almeno che si unissero con loro a invocare dal cielo pietà, se dagli uomini non l’ottenevano.[59] Il disordine entrò nel campo, e si avvicinavano i tempi delle febbri; era discordia tra Guasconi e Svizzeri, e tutti sgombrando, questi condussero prigioniero il Commissario Luca degli Albizzi che pel riscatto pagò grossa taglia.[60]

Luigi XII per le convenzioni con papa Alessandro si era obbligato dargli aiuto alla conquista di Romagna che il Papa agognava. Già nei Pontefici era antico desiderio finirla una volta con quel grande numero di tirannetti e di terre libere che di nome ubbidivano alla Chiesa, ma in fatto nè pagavano tributi, nè si astenevano dall’entrare in guerra tra loro e con altri, e di frequente contro a Papi stessi. Nel Borgia, che era uomo di vasti concetti, le ambizioni di pontefice si univano alla brama di fare uno stato al figlio e spingerlo alle grandi cose: col nome e con le armi di Francia avean essi deliberato abbattere e distruggere i Vicari che già da più secoli tenevano la Romagna. Contava il Re molto sull’amicizia d’Alessandro pel grado e per la moneta, e perchè vedeva nel padre e nel figlio uomini da non lasciare a mezzo le cose; la Lega pertanto avea saldi vincoli, perchè utile a entrambi. Andava il Papa franco all’impresa, che nessun altri oppugnerebbe; poichè i Veneziani avendo addosso la guerra col Turco, e a condizione che non se gli toccasse Ravenna e Cervia, ritiravano la protezione sotto la quale erano usi tenere i Signori della Romagna; nè i Fiorentini poteano allora prestare a questi valido aiuto.

Cesare Borgia, chiamato generalmente il Duca Valentino, era di Francia venuto col Re, che non appena entrato in Milano gli aveva dato trecento lance sotto Ivo d’Allegri, e col Balì di Dijon quattromila Svizzeri da essere mantenuti a spese del Papa. E questi intanto con la paura aveva costretto a seguitare le armi della Chiesa gli Orsini, i Vitelli, i Baglioni di Perugia e gli altri Signori i quali erano più vicini a Roma e che di solito faceano vita di condottieri. Altre forze erano già in pronto, e il Valentino espugnata Imola, condusse la guerra contro a Forlì dove risedeva quella valorosa Caterina Sforza, la quale mandati i figli a Firenze con tutto il mobile, perchè non poteva difendere la città, si chiuse nella cittadella; e a questa essendo dalle artiglierie aperta una breccia, poi nella rôcca, dove animosamente si difendeva; ma quivi pure entrati con molto sangue i nemici, andò essa in Roma prigioniera. Allora essendo Lodovico Sforza tornato in Milano ed i Francesi richiamati in Lombardia, fu costretto il Valentino per qualche mese interrompere la conquista; ma sul finire dell’anno 1500 reintegrata la guerra, ed avendo già il Malatesti abbandonata Rimini, e Giovanni Sforza lasciatogli Pesaro senza contrasto, poneva il campo sotto a Faenza. Qui era signore il giovinetto Astorre Manfredi, che aveva appena diciotto anni e poca guardia di soldati; ma i Faentini avvezzi a quella domestica signoria, e per lo spavento che metteva il nome del Borgia, chiusero le porte, sostennero un primo assalto e quindi un altro ed un altro. Correva l’inverno rigidissimo, ed ai soldati era impossibile alloggiare a cielo scoperto, sempre infestati ferocemente da quei di dentro: il Valentino si rodeva, ma gli convenne fino a primavera distribuire le sue genti nei luoghi all’intorno. Tornato a battere la città, ne fu respinto un’altra volta con grave perdita; ma i Faentini allora vedendosi essere all’estremo si arresero, salvi gli averi e le persone, e con che Astorre andasse libero conservando le sue possessioni. Il Valentino, grande maestro d’una politica scellerata, ai Faentini mantenne i patti; ma perchè l’arte di spegnere le persone valeva qualcosa in tempi nei quali pareva la forza degli Stati e delle parti essere tutta in certi uomini ed in certi nomi, aveva già in sè deliberato la distruzione di tutte intere le famiglie dei Signori da lui spossessati: amava condire col tradimento la crudeltà; e più che vi fosse infamia, più gli piaceva. Ritenne appresso di sè il bello e misero giovinetto, poi di notte tempo lo mandò a Roma, dove in modo oscuro fu messo a morte insieme a un fratello suo naturale. Dopo di che il Valentino ebbe dal Papa e dal Concistoro titolo e investitura di Duca di Romagna.[61]

Voleva andare contro a Bologna, ma perchè Giovanni Bentivoglio era in protezione del Re di Francia, s’accordò con lui che intanto insanguinava Bologna con la uccisione della famiglia e della parte dei Marescotti a lui nemica. Ferrara fu salva perchè Alfonso d’Este consentì a farsi quarto marito di Lucrezia Borgia; lo costrinse la paura e lo attirò il molto danaro e l’inestimabile ricchezza d’arredi e di gioie che la sposa portò seco da Roma a quelle ducali nozze, che i Fiorentini molto onorarono con presenti.[62] Il Valentino, cui non bastava la Romagna, prese la via di Toscana; dimandò il passo alla Repubblica di Firenze, dicendo ch’era per andare a Roma; poi non appena ebbe valicati gli Appennini e investito Firenzuola, scese difilato giù per la via di Mugello presso alla città fino a Campi, dove giunse nei primi del maggio 1501. Firenze a quel tempo era in molto basse condizioni: la guerra di Pisa l’avea logorata, le città vicine la nimicavano; poca guardia di soldati, perchè i cittadini erano stracchi dall’averne pagati tanti con tanto mal frutto; debole il Governo e dalle moltitudini sospettato. Il che s’era veduto in Pistoia: qui da oltre due secoli si mantenevano le parti dei Cancellieri e dei Panciatichi, fomentate anche dalla Repubblica di Firenze, dove era antica regola tenere Pisa con le fortezze e Pistoia con le parti. Le due famiglie che davano il nome a quella discordia potevano meno, perchè essendo ambedue dei Grandi, erano escluse da ogni partecipazione nello Stato; ma i loro aderenti, che aveano gli uffici, in quelli si urtavano. Erano i Panciatichi fautori de’ Medici e parenti dei Vitelli: Giovanni Bentivoglio favoriva i Cancellieri: questi un giorno, e sotto agli occhi degli Ufficiali e dei Commissari di Firenze, levatisi in arme, cacciarono i Panciatichi di Pistoia e arsero le case dei capi di quella parte. La guerra s’accese per il contado e per la montagna; nè la Repubblica vi poteva nulla, divise le voglie e le opinioni dei governanti. Un contadino di parte Panciatica, giovane di grande animo e di senno, mostratosi prode nella difesa di casa sua e fatto capo dei suoi, gli guidava contro ai Cancellieri; dei quali molti, mutate le sorti erano uccisi e arse e devastate le possessioni: durò quella peste continua più mesi. Così in Italia si viveva quando gli stranieri vi furono entrati.[63]

Intanto per opera del Valentino Piero de’ Medici era venuto fino a Loiano; Giuliano era andato in Francia, sperando favore dal Re; Vitellozzo, mandato in Pisa con le sue genti, faceva ogni danno ai Fiorentini; e una segreta convenzione tra il Duca e i Pisani, a questo dava la signoria, con che dovesse recuperare tutto l’antico stato di Pisa, escludendone tutti e per sempre i Fiorentini. A questi il Borgia si protestava sempre amico: domandava però il ritorno dei Medici, o almeno la formazione d’un Governo stretto con altre condizioni; quindi soprastette un poco, sperando che nella città divisa ed agitata potesse nascere qualche movimento. Qui era tumulto ed in alcuni volontà incauta di uscire popolarmente e assalire il campo nemico: prevalse il consiglio degli uomini più autorevoli benchè sospetti, ed il Vescovo d’Arezzo con altri oratori fu mandato a trattare con Valentino. Questi dal canto suo vedeva intanto che mutare lo stato in Firenze non sarebbe facile opera nè sollecita, ed a lui tardava fare cammino per gli avvisi ricevuti di Roma e di Francia. Prima lentamente di luogo in luogo si condusse infino ad Empoli, e per via conchiuse con la città un trattato pel quale, mettendo da parte ogni altra pretensione, veniva egli nominato Capitano generale della Repubblica per tre anni, con certo numero d’uomini d’arme, e con condotta di trentaseimila fiorini l’anno; trattato che dava a lui grandezza di nome piuttosto che forza effettiva: ma nè questo, nè l’altro che aveva fatto in contrario co’ Pisani, ebbero mai sorta alcuna d’esecuzione. Da Empoli il Duca accompagnato dai Commissari della Repubblica, ma non senza fare alle campagne grandissimi danni, lasciata da banda Volterra e occupata con qualche difficoltà Ripomarance, scese in Maremma e pose il campo sotto a Piombino. Iacopo d’Appiano qui era signore; il quale veduta la mala parata, si condusse per mare in Genova; ma i Capitani suoi continuavano la difesa, nè Piombino cadde sotto all’obbedienza di Cesare Borgia se non quando questi era già in Napoli co’ Francesi.[64]

Abbiamo alla fine del primo Capitolo di questo Libro, lasciato il giovane Ferdinando aragonese padrone del regno che egli si aveva recuperato con le armi. Ma nelle gioie della vittoria e d’un matrimonio troppo da lui desiderato, quel nobile giovane moriva nel settembre del 1496; onde la corona andò in Federigo suo zio, di mite animo ed immune dalle colpe del fratello Alfonso e del padre. Il nuovo Re, scorato al primo avanzarsi dei Francesi, offrì a Luigi XII di rimanere in Napoli come suo vassallo; partito invero nè da proporre nè da accettare, perchè ad entrambi era impossibile mantenerlo. Ma iniquo fu quello che accettò Luigi. Il regno di Napoli conquistato dal primo Alfonso, era stato da lui trasmesso a Ferdinando suo figlio naturale; il che pareva essere contro alle ragioni della famiglia d’Aragona, sebbene con astuzia e pazienza spagnuola (scrive il Guicciardini) non mai le avessero messe innanzi, e invece prestassero a quei di Napoli buono ufficio di parenti sempre, e da ultimo al re Federigo. Ma parve essere buona l’occasione al re Cattolico ora che il Francese consentì seco venire a patti per la divisione del reame. Bene potè Ferdinando vantarsi d’avere un’altra volta ingannato suo fratello Luigi, il quale veniva con quel trattato a porsi a fronte un re possente e di lui più accorto, che aveva piede in Sicilia e sempre aperte le vie del mare. Tale convenzione rimase più mesi segretissima, e si svelò quando già essendo i Francesi venuti innanzi, papa Alessandro improvvisamente concedeva l’investitura a quei due Re, ciascuno per la parte che gli spettava. Del che Federigo essendo ignaro, sollecitava Consalvo di Cordova, che di Sicilia era venuto in Calabria come a soccorrerlo, si affrettasse, non potendo ancora credere all’inganno, che lo spagnuolo negava fin quando si ebbe la prima notizia dell’investitura. Intanto i Francesi avanzavano condotti dall’Aubigny; ciò fu nell’agosto 1501. Federigo, la cui maggior forza era nei due valenti capitani di casa Colonna, Fabbrizio e Prospero; poichè ebbe scoperto il tradimento, fidò al primo la difesa di Capua; e questi dopo avere ributtati nel primo assalto con grave perdita i Francesi, era costretto venire a patti, quando rallentate le guardie entravano i nemici dentro alle porte inferociti del danno sofferto. Fabbrizio rimase prigioniero; la città fu saccheggiata con grande uccisione, molti presi e poi venduti, massime le donne, con empietà efferata. Così perduta ogni speranza, Federigo convenne con l’Aubigny cedergli Napoli e tutta la parte superiore del reame, andando libero co’ suoi nell’isola d’Ischia, dove stavano raccolti miseramente gli avanzi di quell’antica Casa d’Aragona che fu in Italia tanto possente. Dipoi Federigo si cercò un asilo in Francia, piuttosto che averlo in Ispagna da quel parente che gli era stato traditore.

Il Valentino, poichè fu terminata l’impresa di Napoli, avuta frattanto la possessione di Piombino con l’isola d’Elba, venne ad accogliere nel nuovo Stato il Papa con grande pompa di solennità guerresche;[65] andava poi seco a Roma, intantochè i Capitani suoi risalivano per la Toscana, chiamati a nuovi e a vari disegni che allora si ordivano. Era in quel tempo il re Luigi male disposto verso i Fiorentini dai quali non era stato servito, nonostante i patti, nè di soldati nè di danari; e per la poca fermezza loro non si fidando a quel governo, dava ascolto ai Medici e si era vôlto a rimetterli in Firenze. Questo volevano con passione Vitellozzo e gli Orsini soldati del Duca; Pisani e Lucchesi a ciò inclinavano, sperando che Piero dei Medici sarebbe contento rientrare con lo Stato dimezzato; Pandolfo Petrucci in Siena ordiva trame diverse contro i Fiorentini. Da costui fu mosso Arezzo un giorno a ribellarsi: non vi credevano a Firenze da principio, e non provviddero; il Capitano della terra Guglielmo de’ Pazzi e il Vescovo, ch’era figliolo suo, rifuggiti nella rôcca, furono costretti a renderla. Piero de’ Medici e il Cardinale suo fratello vennero in Arezzo; gli Orsini stavano tutti per loro, Vitellozzo ed il Baglioni ciascuno seguivano privati disegni: il Valentino, che aveva messo le sue genti in quel di Viterbo, guardava incerto quale a lui sarebbe preda più facile. Ma subitamente l’animo del Re s’era mutato: aveva questi cercato rimuovere per mezzo di parentadi Massimiliano imperatore da ogni pensiero circa le cose di Lombardia; ma quell’accordo essendosi rotto, e perchè ambasciatori di Massimiliano venuti a Firenze annunziavano che presto scenderebbe egli in Italia per la corona; Luigi XII a cui parevano già troppo grandi le ambizioni e la fortuna del Papa e del Duca, si credè fermarle col dare soccorso ai Fiorentini. Già Cortona e la Valdichiana, Anghiari e Borgo San Sepolcro in Valle Tiberina, avevano ceduto alle armi di Vitellozzo, credendo quei popoli che fosse per conto di Piero de’ Medici. Luigi allora, che aveva fatto della persona sua una comparsa fino a Milano, consentì alle istanze degli Ambasciatori fiorentini, inviando alla recuperazione d’Arezzo quattrocento lance sotto a Carlo di Chaumont nipote del Cardinale d’Amboise, il quale era arbitro dei consigli del Re francese. Vitellozzo, che già era venuto fino presso a Montevarchi, lasciò l’impresa; e così Arezzo tornò al dominio della Repubblica, alla quale era tornata nel giorno stesso Pistoia, per una forzata concordia che si fece allora tra le due Parti.[66]

Il Valentino in queste cose non s’ingeriva; ma da Viterbo, lasciata stare la Toscana, si era condotto verso le Marche; e diceva andare contro al Signore di Camerino; e a quel d’Urbino mostrando intanto ogni amicizia, fece trattato con lui d’avere seco le genti sue e le artiglierie; le quali non prima ebbe tratte fuori dallo Stato, entrò in Urbino, e presane possessione, costrinse a fuggirsene il duca Guidobaldo.[67] Poi subitamente voltatosi a Camerino, l’ebbe per sorpresa, facendo morire Giulio da Varano che n’era signore, e i suoi due figli. Ma perchè intanto a lui premeva sopra ogni cosa purgarsi col Re, ed il momento vedea propizio perchè tra Francia e Spagna già era minaccia d’offese, andò a Milano in poste avanti che il Re ne uscisse; col quale ebbe tosto ristretta la Lega ed ottenute da lui dugento lance che gli fossero aiuto al riacquisto degli Stati della Chiesa. Presentiva radunarsi contro lui una gagliarda tempesta, e venne ad Imola guardando gli eventi. Quei condottieri che aveva tratti seco, sapevano bene che sarebbero alla volta loro spogliati anch’essi in nome del Papa, del quale erano vassalli; odiavano quindi in segreto il Valentino, odiati da lui; e ora trovandosi molti in questo pensiero e nella speranza d’un qualche aiuto in Italia o fuori, e perchè il pericolo intanto stringeva; si unirono insieme ad un comune intendimento Vitellozzo e gli Orsini ed i Baglioni ed un Oliverotto, valente soldato che per iniquo tradimento era divenuto signore di Fermo; anima d’ogni più astuto consiglio Pandolfo Petrucci: col Bentivoglio erano d’intesa, poichè il Valentino avea già l’animo a Bologna. Fatta tra loro una Dieta alla Magione in quel di Perugia, scopertamente si dichiararono nemici al Valentino; e procedendo, restituirono lo Stato d’Urbino al Montefeltro. Il Valentino pazientava fermato in Imola, e aspettando l’aiuto di Francia: co’ negoziati che si tenevano allora in Roma si era accertato che avrebbe favore dai Veneziani, e l’ottenne anche dai Fiorentini, che più di lui temevano Vitellozzo e gli altri che avrebbero rimessi i Medici in Firenze. Abbandonava intanto l’impresa di Bologna, e diede al Bentivoglio sicurezza; radunava genti da ogni parte, e in quell’indugiare si sentì forte ad ogni evento. Del che fatti accorti i collegati della Magione, e veduto essersi arrischiati troppo e messi in grande paura, cercarono accordo: il Valentino gli accoglieva benigno e facile. Ricacciarono essi d’Urbino il Duca; e il Valentino licenziate le genti francesi col dire che non ne aveva più bisogno, e avanzando a bell’agio per la Romagna, si rafforzava segretamente di lance spezzate e di gentiluomini di campagna soliti a vivere delle armi. Accostatosi a Sinigaglia, chiamò i suoi riconciliati Condottieri a convenir seco le cose comuni. Vennero a colloquio Vitellozzo e gli altri fuori della porta della città, ed egli intrattenutigli con discorsi, quando ebbe cenno che le genti sue gli attorniavano da ogni parte, fece mettere le mani addosso a Vitellozzo e ad Oliverotto e a Paolo Orsini e al Duca di Gravina, i quali essendo portati nell’alloggiamento suo, due furono strangolati la notte medesima e gli altri poco dopo: era la notte che principiava l’anno 1503. Di che pervenuta segretamente al Papa la notizia, questi fece subito chiamare in palazzo il Cardinale degli Orsini, che ivi dopo alcuni giorni moriva; altri quattro di quella famiglia, uno dei quali era Arcivescovo di Firenze, nel tempo stesso furono ritenuti. Non mai si vidde tale scelleratezza nè più meditata, nè condotta con tale maestria: io mi confondo al pensare quanto malvagio spreco si facesse allora in Italia di fiere indoli e d’ingegni, di scienza di cose e d’esperienza accumulata, in mezzo a un vivere elegante ed alla cultura delle arti gentili; nè so più intendere ciò che sia quel che oggi chiamiamo civiltà.

Da Sinigaglia il Valentino, senza perder tempo, s’indirizzò a Città di Castello che trovò abbandonata dai Vitelli, e quindi a Perugia, d’onde medesimamente Gian Paolo Baglioni s’era fuggito. Prese la possessione dell’una e dell’altra città come Gonfaloniere della Chiesa; e quindi avviatosi ai confini dei Senesi, ma non osando pigliare quell’impresa, mandò ambasciatori a Siena perchè fosse cacciato Pandolfo Petrucci, dichiarando che fatto ciò, continuerebbe la sua strada in terra di Roma. Il Re di Francia gli avea mandato intimazione di non recare molestia ai Senesi: bene bramava fossero battuti quegli armigeri Baroni, reputando essere utile a conservazione del suo Stato che la milizia d’Italia si spegnesse.[68] Pandolfo, lasciata la città in guardia dei suoi, andò a Pisa per breve tempo. Gli Orsini e i Savelli correvano la campagna intorno a Roma; onde il Valentino andatigli a cercare nei loro castelli, espugnò Ceri rôcca fortissima degli Orsini; per tal modo avendo fiaccate le forze di quelle famiglie che più non riebbero l’antica grandezza. Ma in questo tempo il Re s’alienava dal Papa, temendo che non divenisse troppo forte, ora che le cose di Francia vedeva già messe in pericolo nel regno di Napoli.[69]

Nella divisione tra i Re di Spagna e di Francia non era espresso bene a chi andasse la provincia di Capitanata che è parte della Puglia, ma senza la quale i bestiami degli Abruzzi non avrebbero dove svernare; mutando luogo, dovevano ogni volta pagare una gabella che dava provento ricchissimo. I Francesi, più forti e più baldi, aveano occupata quella provincia, e quindi essendo bandita la guerra, venuti innanzi per le altre che erano tenute dagli Spagnuoli, non lasciarono a questi rifugio se non poche città poste sul mare Adriatico, obbligando Consalvo di Cordova a rinchiudersi dentro Barletta; alla quale il vicerè di Napoli Duca di Nemours poneva assedio, intantochè l’Aubigny campeggiando la Calabria rompeva altre genti di Spagnuoli venute a soccorso dalla Sicilia. In Barletta era somma carestia d’ogni cosa, e la peste vi regnava; ma Consalvo, il gran Capitano, con mirabile fermezza faceva durare ai suoi quelle crudeli strettezze, dandone egli stesso il primo esempio; ottenuto anche con le uscite che egli faceva dalla città sugli assedianti qualche vantaggio non piccolo. Avvenne che in quelle lunghezze d’assedio nascesse disfida tra’ cavalieri Francesi e quelli Italiani che seguitavano gli Spagnuoli: dal che si venne, col consenso dei due Capitani, a fermare le condizioni d’un combattimento fuori delle mura di Barletta, dove tredici Francesi doveano affrontarsi con tredici Italiani, primo dei quali Ettore Fieramosca capuano. Al giorno dato fu la battaglia ferocissima con le picche e con le spade; gli Italiani rimasti superiori conducevano in Barletta con grande trionfo i Francesi prigionieri: nobile tema di romanzo in quella miseria di storia. Avendo i due Re in questo tempo fatta una pace tra loro per mezzo di Filippo arciduca d’Austria, marito alla erede del trono di Spagna; fu ai Capitani dei due eserciti mandato ordine si fermassero. Il che da Consalvo non fu voluto consentire, ed egli di suo proprio moto continuava la guerra nella quale già vedeva essere superiore. Imperocchè nuove genti di Spagna essendo venute per mare, assaltarono in Calabria l’Aubigny che aveva raccolto in Seminara il grosso delle sue forze, e che ivi fu rotto e fatto prigione insieme ad altri Capitani e Baroni del Regno di parte francese. Allora Consalvo uscì di Barletta; ed erano seco Fabbrizio e Prospero Colonna: si affrontarono i due eserciti alla Cerignola, dove fu battaglia grandissima e memorabile; il Nemours vi cadde morto, e i Francesi andarono in fuga avendo perduto i carriaggi e le artiglierie: si raccolsero le reliquie dell’esercito sotto Ivo d’Allegri e il Principe di Salerno, ma Consalvo procedendo entrava in Napoli a’ 14 di maggio 1503.

Abbiamo voluto finora descrivere sommariamente i grandi fatti, i quali nei primi tre anni di quel secolo aveano mutato le sorti d’Italia col mettere in essa le Signorie forestiere e dare la possessione effettiva dello stato secolare ai Papi, che prima non l’avevano goduta che a brani ed incerta. Diremo adesso d’una alterazione che avvenne allora dentro allo stato della Repubblica di Firenze, rifacendoci un poco più indietro a dire le cause che la produssero. Dopo alla morte del Savonarola nulla fu innovato quanto al Governo della città, contentandosi di mutare le persone di quei magistrati che troppo sembrassero ligi alla setta; ma non appena era scorso un anno, che uomini di parte fratesca con gli altri entravano negli uffici. Una repubblica popolare col Consiglio Grande si può quasi dire che tutti volessero; e chi non amava di per sè quel modo, lo accettava temendo peggio. Era una forma ampia e solenne di libertà, e sarebbe stata come un’idea astratta, sorta in un popolo disavvezzo, se l’esempio della Repubblica di Venezia non avesse prestato ad essa un’autorità somma: tenevasi allora in Italia e fuori, Venezia essere quello Stato che avesse fra tutti migliore governo. Ivi però il nome di Maggior Consiglio significava la generale assemblea dei nobili, i quali erano quel che altrove i cittadini aventi parte nella sovranità; e sotto a quello era l’altro popolo, e sopra un certo numero di famiglie che aveano la forza e in sè custodivano le tradizioni e la scienza dello Stato. Ma in questa nostra città popolana il Gran Consiglio rappresentava l’intero popolo senza distinzioni di ceto nè d’ordine; lo aveano formato di tutti coloro le cui famiglie fossero state nei maggiori uffici o sotto il governo dei Medici, o sotto il precedente Stato libero: il qual modo, sebbene vizioso perchè derivava dalla formazione sempre arbitraria delle borse, pure con l’andare tanto indietro comprendeva tutte le parti della cittadinanza, o come dicevano i benefiziati: le famiglie delle Arti maggiori ivi entravano per tre quarti, e le minori per l’altro quarto; il che alla forza univa la libertà con proporzioni che erano abbastanza giuste. Veramente del Consiglio Grande, com’era formato, nessuno può dirsi fosse malcontento; questo mantenevano tenacemente quanti volevano la libertà, che in esso aveva tutto il fondamento suo; era una difesa contro al ritorno dei Medici, e gli stessi partigiani di questa Famiglia gradivano meglio confondersi tra la universalità dei cittadini, che avere sul capo la signoria di pochi, nemici antichi e più inclinati alle oppressioni e alle vendette.

Nella Repubblica veramente le antiche parti si urtavano poco per essere ognuna d’esse divenuta molle e cedevole. Viveva qui pure, come da per tutto, la perpetua guerra tra’ pochi ed i molti; ma più non aveva l’antica sostanza, nè più serbava le antiche forme: il nome di guelfi o di ghibellini nulla più valeva, i grandi si erano venuti a confondere co’ grossi mercanti, il Consiglio Grande aveva finito d’uccidere i Collegi delle Arti, nè più era guerra degli Artefici della bottega contro a’ loro capi; nei cittadini più facoltosi la terra formava il minor cespite di ricchezza, ed in Firenze tra’ patrimoni di molte famiglie poco era l’eccesso. Tuttociò avrebbe dato buone condizioni a quell’Assemblea la quale doveva qui essere sovrana come a Venezia; nè il male era in quella, ma nella mancanza di chi preparasse le cose che in essa erano poi da decretare, o in altri termini, di chi governasse la Repubblica sotto il freno dei sì e dei no che l’Assemblea pronunzierebbe. Negare o approvare ma non discutere si potevano le grandi e le piccole faccende là dove sedevano intorno a mille cittadini, ed erano oltre a due mila i nomi scritti di coloro nei quali il diritto propriamente risedeva. Spettavano quasi tutte le elezioni a quel Consiglio, ma per non esservi chi le avesse avviate prima e procacciato ad esse i voti, non si vincevano senza difficoltà grande o andavano a caso. La libertà era antica in Firenze, ma il congegno del governo già logoro dopo essere stato per sessant’anni coperta facile alla servitù, era d’impaccio più che di guida oggi a questa Repubblica nuova, nella quale entravano idee dottrinali o ch’aveano pregio dall’imitazione. Ricondurre le cose ai loro principii sarebbe stato qui pure intempestivo com’era impossibile, essendo invece mestieri dedurre principii nuovi dai nuovi fatti che il corso del tempo avea generati.

Fin da principio avea la Repubblica avuto qui sempre migliore il popolo delle istituzioni; alle grandi cose non era formata, ma nell’istoria di Firenze confrontata a quella del resto d’Italia ritrovò il Balbo maggiore bontà. Sugli antichi ordini poco fondamento era da fare: i Collegi che formavano il Consiglio stretto della Signoria, perchè si traevano come prima dalle borse con la sola aggiunta del dovere essere approvati, oggi godevano poca stima. Dovevano gli Ottanta in questa nuova costituzione essere la mente della Repubblica o il Senato; ma eletti come alla rinfusa da un grande numero di persone, pareva togliessero al popolo parte di quello che al solo popolo spettava; quindi erano sempre guardati con gelosia, benchè scelti a breve tempo: sopra ad ogni cosa temevano divenisse quel Consiglio il patrimonio di poche famiglie, e ad esso chiamavano uomini spesso di qualità mediocri. Aveano voluto farne un Senato a imitazione di quello di Venezia, ma era il contrario; perchè ivi il Senato, benchè ogni anno sembrasse dal popolo riattingere la potestà, si manteneva continuo negli stessi uomini e in quelle famiglie dove era la forza delle tradizioni e della scienza, e che in sè avevano la sovranità effettiva. Inoltre gli Ottanta erano impediti dalla ingerenza degli altri uffici, attraverso dei quali come per vagli stretti doveano passare le cose, e che avevano arbitrio ciascuno nella specialità sua. Le Provvisioni, per essere vinte, aveano bisogno di seicentosettantasette volontà, come dicevano; oggi più modestamente le chiamiamo voci. Il Magistrato dei Dieci, creato nei tempi di guerra, diveniva tirannico, avendo facoltà di ogni cosa la quale servisse alla difesa dello Stato: regolavano le condotte e quindi le spese, imponendosi alla Signoria; donde si tiravano addosso grande odio. Gli chiamavano i Dieci spendenti; imputavano ad essi le imprese male riuscite e le gravezze: aveano cercato di limitarne le facoltà, ma era peggio ora che le cose volevano azione tanto più spedita quanto più vasti e subitanei erano i pericoli: infine lasciarono per qualche tempo di creare quel Magistrato.

La città era in basso stato, e la plebe malcontenta per la mancanza dei lavori; gli anni aveano dato una mezza carestia. Le gravezze, che molto divenivano frequenti, passavano a stento nel Consiglio Grande, nel quale dovevano avere i due terzi: i poveri e i mediocri ne facevano accusa agli uomini di maggior potenza. Volevano far legge di quella gravezza che aveva nome di Decima Scalata, e per la quale dove i meno agiati pagavano il terzo, la tassa pei ricchi era in quel tempo alle volte più dell’entrata; il che riusciva tanto più gravoso che le ricchezze in danaro essendo facili a nascondere, il peso cadeva su’ pochi che vivevano delle possessioni: ritenevano alle volte i cittadini più ricchi, e gli facevano per forza prestare al Comune. Ma tali violenze sempre avevano scarso effetto; e il peggior male stava in questo, che i malcontenti, seguendo il modo usato del dire di no a ogni cosa, faceano che spesso nel Consiglio Grande nessun partito potesse vincersi, e nessuno uomo avesse voti per la Signoria per gli Ottanta, fuorchè i dappoco e meno sospetti. Frattanto le varie parti s’ingegnavano a speculare intorno al numero dei voti richiesti: con l’obbligo della metà più uno le provvisioni passavano con difficoltà; e quindi le fecero vincere con le più fave, cioè col maggior numero relativo: in ambo i modi è da vedere quanto sottili calcoli facessero affinchè i partiti riuscissero dominati dall’una o dall’altra delle varie condizioni di cittadini.[70] I meno agiati, col portare i carichi, volevano anche avere una larga distribuzione degli uffici; e ottennero quindi che fossero tratti a sorte i minori, dei quali era il maggior numero nel Contado.

Così alla macchina del Governo erano intoppi le antiche forme, nè questo popolo rinveniva più sè medesimo nei tempi nuovi. Grande fu quando la sua politica per le cose di fuori si racchiudeva in un’idea sola, ampliare e svolgere il principio guelfo; questa era compresa da tutti del pari, ed in quel semplice andamento il fascio intero della cittadinanza spesso facea meglio dei suoi reggitori. Ma i tempi avevano spenta in Italia ogni idea comune; la forza era in pochi, gli stranieri prevalevano; era un difendersi per sottili astuzie cercando vivere, o i meglio accorti strappare qualcosa in quelle rovine alle spese d’un vicino che fosse più incauto. Era una scacchiera sulla quale il gioco voleva uomini molto esercitati che sapessero odorare le cose da lungi, e che pure ingannando l’uno l’altro, avessero modo tra loro d’intendersi: in ciascuna trattazione tra Stato e Stato bisogna pure che l’una parte possa contare sull’altra, perchè altrimenti non si va innanzi. Era oggimai la politica un mestiere che bisognava con l’abitudine aver fatto suo; e non poteva essere in uomini tratti fuori a caso, i quali restando in ufficio poche settimane, rigettavano poi l’uno sull’altro il carico delle cose male consigliate o male condotte. Al che in Firenze si aggiugnevano i lunghi divieti che le leggi davano alla casa e alla persona del Magistrato da una volta all’altra, i quali accrescevano i vizi di quello spesso variare, fatto peggiore dai sospetti pei quali temevano che i primari cittadini non volessero mutare lo Stato. «Concorrevaci tutti i disordini che fanno i numeri grandi, quando hanno innanzi le cose non punto digerite; la lunghezza al deliberare, tantochè spesso vengono tardi; il non tenere secreto nulla, che è causa di molti mali. Da questi difetti nasceva che non pensando nessuno di continuo alla città, si viveva al buio degli andamenti e moti d’Italia; non si conoscevano i mali nostri prima che fossero venuti; non era alcuno che avvisassi di nulla, perchè ogni cosa subito si pubblicava; i principi e potentati di fuora non tenevano intelligenza o amicizia alcuna colla città, per non avere con chi confidare nè di chi valersi pel frequente mutare dei Magistrati.» Era il filo delle trattazioni tenuto solamente dal Cancelliere della Signoria, Marcello Virgilio Adriani, uomo dotto come la Repubblica gli sceglieva. «I danari andando per molte mani e per molte spezialità, e senza diligenza di chi gli amministrava, erano prima spesi che fossino posti; e si penava il più delle volte tanto a conoscere i mali nostri e dipoi a fare provvisioni di danari, che e’ giungevano tardi: in modo che e’ si gittavano via senza frutto, e quello che si sarebbe prima potuto fare con cento ducati, non si faceva poi con centomila. Nasceva da questo, che non si potendo fare provvisioni di danari, erano costretti da ultimo lasciare trascorrere ogni cosa, stare senza soldati, tenere senza guardia e munizione alcuna le terre e le fortezze nostre. E però i savi cittadini e di reputazione, vedute queste cattive cagioni, nè vi potendo riparare perchè subito si gridava che volevano mutare il Governo, stavano male contenti e disperati, e si erano in tutto alienati dallo Stato, ed erano il più di loro la maggior parte a specchio, nè volevano esercitare commissarie o legazioni se non per forza, perchè sendo necessario pe’ nostri disordini che di ogni cosa seguitassi cattivo effetto, non volevano avere addosso il carico e grido del popolo senza loro colpa. Non volendo gli uomini savi e di reputazione andare commissari o ambasciatori, bisognava ricorrere a quelli che andavano volentieri: non andavano se non quando non potevano far altro un messer Guid’Antonio Vespucci, un Giovan Battista Ridolfi, un Bernardo Rucellai, un Piero Guicciardini,» padre dello Storico di cui trascriviamo qui molte parole.

«Questi modi dispiacevano ai cittadini savi e che solevano avere autorità, perchè vedevano la città ruinare ed essere spogliati d’ogni riputazione e potere. Aggiungevasi che ogni volta che nasceva qualche scompiglio, il popolo pigliava sospetto di loro, e portavano pericolo che non corressi loro a casa; e però desideravano che il Governo presente si mutassi, o almeno si riformassi. Era il medesimo appetito in quegli che si erano scoperti nemici di Piero de’ Medici, perchè per i disordini della città avevano a stare in continuo sospetto che i Medici non tornassino, e così reputavano avere a sbaraglio l’essere loro. Così gli uomini ricchi e che non attendevano allo Stato, dolendosi di essere ogni dì sostenuti e taglieggiati a servire di danari il Comune, desideravano un vivere nel quale, governasse chi si volesse, non fossero molestati nelle loro facoltà. Agli uomini invece di case basse, e che conoscevano che negli Stati stretti le case loro non avrebbono condizione; ed agli uomini di buone case, ma che avevano consorti di più autorità e qualità di loro, e però vedevano che in un vivere stretto rimarrebbono addietro: a tutti costoro, che erano in fatto molto maggior numero, piaceva il presente Governo nel quale si faceva poca distinzione da uomo a uomo e da casa a casa; e con tutto intendessero che vi era qualche difetto, pure ne erano tanto gelosi e tanto dubbio avevano che non fossi loro tolto, che come si ragionava di mutare ed emendare nulla, vi si opponevano.[71]» Una volta che il vecchio Guid’Antonio Vespucci, essendo Gonfaloniere, si era lasciato innanzi al Consiglio uscire tra’ denti e tra i labbri questa conclusione, che non essendo essi cittadini contenti dei modi e della qualità del presente governo, non si volessero astenere di farlo intendere alla Signoria, la quale non mancherebbe ai loro desideri; fu tale il romore nella Sala del Consiglio per la frequenza degli spurgamenti e dello stropicciare per terra i piedi, che egli tutto perturbato si ripose a sedere. Il Proposto subito diede licenza al Consiglio, ed il Gonfaloniere se n’andò la sera medesima a casa con la febbre, dove gli cantavano la notte: «Zucchetta, Zucchetta, e’ ti sarà tolta la forma della berretta.[72]» Ma in seguito stracchi dalle grandi e spesse gravezze e dal non rendere il Monte le paghe a’ cittadini, e in ultimo mossi dai casi d’Arezzo e di Pistoia, divennero facili ad acconsentire che si pigliasse qualche modo di riformare il Governo, purchè il Consiglio non si levasse, nè lo Stato si ristringesse in pochi.

Aveano a tal fine chiamata una Pratica di Quaranta dei principali cittadini, ma si trovarono le opinioni varie: taluni volevano per mezzo d’una Balía mutare ad un tratto lo Stato del popolo; ad altri pareva senza toccare il Gran Consiglio, mettere invece di quello degli ottanta come un Senato dei più qualificati cittadini che fossero stati nei grandi uffici; i quali fossero a vita, ed avessero le facoltà maggiori, come quella di creare i Dieci ed altre cose. Giudicavano altri che il fare tali alterazioni sarebbe con troppo scandalo e pericolo, contentandosi di correggere quei difetti dai quali venisse il peggior male, soprattutto quanto alle provvisioni dei danari, le quali volevano che si vincessero alla metà più uno, senza bisogno di avere i due terzi. Ma riscaldando i dispareri, dopo essere stati in Pratica più giorni, cominciarono quando uno e quando un altro a non volere più radunarsi; talchè per allora cotesta Pratica andò in fumo. Ma il popolo a queste cose dubitando che non volessero i primi cittadini mutare lo Stato, quando si venne a eleggere la Signoria nuova pe’ mesi di luglio e agosto 1502, si accordarono nel Consiglio Grande a eleggere un Gonfaloniere di piccola qualità e dappoco. Il caso fece che al Priorato portassero uomini qualificati, come un Acciaiuoli ed un Morelli, e primo tra tutti per vigore d’animo, Alamanno Salviati; i quali avendo scorto che ogni altro partito dispiaceva troppo, s’accordarono a proporre la creazione d’un Gonfaloniere a vita.

Avrebbono intorno a questo supremo Magistrato voluto porre una deputazione di cittadini, i quali avessero più facoltà che gli Ottanta e a lui servissero di freno, cosicchè lo Stato venisse di fatto, come a Venezia, in mano di pochi. Ma quel disegno dovette essere abbandonato, perchè il popolo, anzichè il consiglio di pochi, soffriva la potestà d’uno: gli uomini intendono a questo modo la libertà; la sanno cedere ma non confinare. Venne in consulta se invece del Gonfaloniere a vita dovessero farne uno a tempo lungo; ma vinse l’altro modo, considerando che un Gonfaloniere a vita, avendo il maggior grado che potesse desiderare, l’animo suo si quieterebbe; dove se fosse a tempo, avrebbe in cuore il desiderio di perpetuarsi procedendo con più rispetti, massime in quanto a fare giustizia, che era uno di quelli effetti principali pel quale s’introduceva questo nuovo modo. Vollero che l’autorità sua fosse quella medesima che solevano avere pel passato i Gonfalonieri di Giustizia, nè accresciuta nè diminuita in alcuna parte, eccetto che potesse, come Proposto, sedere e rendere il partito in tutti i Magistrati della città nelle cause criminali. Si aggiunse che avesse cinquant’anni, non potesse avere altri uffici; i suoi figliuoli e fratelli avessero divieto nei tre maggiori; fosse loro proibito fare traffico, perchè ne’ conti del dare e avere non avessero a sopraffare altri; avesse, oltre alle spese di Palazzo e quartiere per la moglie e famiglia sua, cento ducati al mese pagati dal Camarlingo del Monte; potesse, portandosi male, esser deposto e punito sino alla morte da’ Signori e Collegi, Dieci, Capitani di Parte guelfa, e Otto, congregati insieme pe’ tre quarti delle fave: potesse ognuno essere eletto sebbene fosse inabile per conto di divieto o di specchio, e coloro anche i quali andavano per le Arti minori; il che si fece perchè gli artefici vi concorressero più volentieri: la Signoria continuasse ogni due mesi a farsi come per l’addietro. Questa Provvisione portata agli Ottanta e quindi al Consiglio generale, si vinse, ma non senza difficoltà, nei due luoghi. Quanto all’elezione poi della persona che fosse Gonfaloniere a vita, decretarono si facesse dal Consiglio grande, togliendo via ogni esclusione di chi era a specchio, perchè si estendesse a maggior numero. Ma non si vincesse però alla prima, e quelli che avessero la metà più uno dovessero andare insieme a un secondo squittinio, nel quale chi rimanesse al modo medesimo, andasse al terzo che fosse poi definitivo. La Provvisione fu vinta in agosto, ed ai 22 settembre radunato il Consiglio generale, al quale intervennero più di 2000 persone, riuscì eletto Piero Soderini, rimasto solo già nel secondo squittinio, cosicchè il terzo fu di mera forma. Entrò in ufficio il primo di novembre 1502.

Era figlio di Tommaso Soderini che fu come balio al Magnifico Lorenzo, e fratello di Paolo Antonio: «ricco e senza figlioli, di casa non piena di molti uomini nè copiosa di molti parenti. Aveva cinquant’anni, di mezza statura, viso largo e di color giallo, gran capo, capelli neri e radi; grave, eloquente, ingegnoso, di poco animo e d’intendimento poco forte, e non di molte lettere; vano, parco, religioso, pietoso e senza vizi; aveva per donna la figlia del marchese Gabbriello Malaspini di Fosdinovo, bellissima benchè attempata e savia con modi regi.[73]» Spesso adoprato anche da Lorenzo, si diede poi tutto al governo popolare; e dove gli altri cittadini reputati come lui, avevano fuggite le brighe e le commissioni, lui solo l’aveva sempre accettate e tante volte esercitate quante era stato eletto; del che gli era grata la moltitudine, e teneva che egli fosse più valente uomo degli altri e più amatore della Repubblica. La sua natura lo inclinava a stare coi più, e quando l’anno innanzi fu per due mesi Gonfaloniere, non chiamò pratiche nè cercò il parere dei cittadini più qualificati, comunicando le cose più volentieri ai Collegi dov’erano popolani di poco valore. Fu eletto mentre era in Arezzo Commissario, donde poi tornò a Firenze standosi in casa fino al giorno che fu pubblicato; entrò con molta grazia dell’universale e molta speranza. Pochi mesi dopo, Francesco suo fratello, vescovo di Volterra, allora ambasciatore in Francia, fu creato Cardinale insieme con altri da papa Alessandro.

Il giorno stesso in cui fu istallato il Gonfaloniere a vita, cessò l’ufizio del Potestà, che era da principio come la figura del sovrano, ma ora non doveva essere più altro che un giudice. Finattantochè in Italia dominava il solo pensiero d’essere o guelfi o ghibellini, andavano i nobili per le città della parte amica a fare ufficio di Potestà, recando seco legisti che erano sufficienti in quel destarsi della giurisprudenza, seguace allora della politica; era questo come un segno d’unione e un vincolo tra le città sparse che professavano l’una o l’altra parte. Ma ora i nobili da per tutto altro avevano da pensare; guelfi e ghibellini valeva lo stesso, e la scienza delle leggi stava in alto da sè. Già da molti anni le signorie cittadine, rassicurate nella coscienza del loro diritto, aveano abbassato l’uffizio del Potestà caduto in mano di molti bisognosi che seco menavano dei cattivi Giudici. Una provvisione vinta nel Consiglio Generale, dove intervennero 1180 cittadini, ordinava la formazione d’un Consiglio di Giustizia, o Ruota di cinque dottori forestieri con salario di ducati cinquecento per uno, i quali dovessero stare tre anni e avessero tutti insieme a giudicare le cause civili, e che non potessero dar sentenza se non erano quattro almeno d’accordo, e che ogni causa fosse udita almeno una volta; dalle sentenze loro non si potessi appellare che a loro medesimi, avendo abolito anche l’ufficio del Capitano del Popolo. Dapprincipio volendo continuasse l’antico nome, non che per dare più lustro a quel Magistrato, decretarono che uno dei cinque tratto a sorte per sei mesi, avesse titolo di Potestà con accrescimento di stipendio; da ultimo stessero al sindacato di otto cittadini, tratti dal Consiglio Grande. La Ruota in seguito ebbe variazioni, finchè ne fu tolto il nome del Potestà, disceso indi nei minori giusdicenti del Contado.[74]

Capitolo IV. GIULIO II. — RIACQUISTO DI PISA. — GRANDE LEGA CONTRO A’ VENEZIANI. — GUERRE IN ITALIA; RITORNO DE’ MEDICI IN FIRENZE. [AN. 1503-1512.]

Le vittorie di Consalvo rendeano perplessa la mente del Papa, il quale venuto in somma potenza con l’aiuto dei Francesi, vedeva le sorti loro declinare; e già sapeva che il re Luigi, temendo le armi e le ambizioni dei Borgia, cercava opporre ad essi una Lega, nella quale entrassero Firenze, Bologna e Siena, avendo in questa città fatto ritornare Pandolfo Petrucci. Vedeva all’incontro che dagli Spagnoli potrebbe avere partiti larghi; e benchè il volgersi dalla parte loro gli paresse cosa di molto pericolo ora che un altro esercito di Francesi già era in Italia, tenendosi pure in tanta grandezza quasi che arbitro della scelta, era opinione sarebbe andato dove lo tirava la sete d’impero in lui più accesa dalla fortuna. Ma in quel mentre avendo il Papa e il Valentino dato una cena ad alcuni Cardinali in una vigna presso al Vaticano, il Papa sorpreso da morbo improvviso moriva nel giorno seguente, che fu il 18 di agosto 1503, e il Valentino era portato a casa in grande pericolo della vita. Corre un’istoria, e fu creduta generalmente, che per lo sbaglio di certi fiaschi bevessero entrambi il veleno da essi apparecchiato a quei Cardinali per averne le ricchezze: ma noi ricordiamo che a molti Principi riuscì fatale in quella stagione dell’anno l’aria appestata della campagna di Roma, che poi si dissero morti di veleno; ed all’istoria della Casa Borgia teniamo per fermo che si aggiunga una leggenda d’infami delitti e poco credibili; gastigo dei veri.

Morto Alessandro, fu grande tumulto in Roma; già quasi era sulle porte un esercito di Francesi avviato a Napoli, e seco il Cardinale di Roano che si confidava per tal mezzo salire al papato. Gli Orsini correvano al sangue del Valentino; e questi in mezzo alla infermità, raccolte nei prati di Roma le genti sue e guadagnatisi i Colonna con rendere ad essi le tolte castella, faceva testa e si confidava di fare eleggere un Papa a suo modo. Ma nel Conclave la divisione essendo grandissima tra’ Cardinali spagnoli o francesi e tra gli amici o nemici della Casa Borgia, portò la minaccia dei pericoli vicini che si accordassero ad eleggere in pochi dì un Papa vecchio ed infermo e di qualità buona, ch’era Francesco Piccolomini arcivescovo di Siena, nipote di Pio II, per la cui memoria si fece chiamare Pio III. I Francesi continuarono la via loro; il Valentino un poco riavuto dalla infermità sua, perchè dentro a Roma stessa gli Orsini e i Baglioni erano più forti, ottenne ritrarsi in Castel Sant’Angelo; e intanto moriva Pio III dopo 26 giorni di pontificato: al quale successe, con mirabile consenso, il più temuto e ricco e potente dei Cardinali, Giuliano della Rovere, che pigliò il nome di Giulio II; agli uni amico, agli altri largo promettitore, e tenuto uomo di franca e veridica natura; capace fra tutti a non si smarrire in mezzo a quella tempesta di cose. Tornavano nelle città di Romagna gli antichi Signori, ma il Valentino teneva le fortezze, nè a lui male affetti erano i popoli. I Veneziani che aveano piede in quelle Provincie ed erano avidi d’ampliarsi, facendosi innanzi, investirono Faenza, città ch’era solita di avere guardia dai Fiorentini; ma questi sebbene temessero molto quella prossimità dei Veneziani, non furono abili a impedire che dopo Faenza avessero anche Rimini e Pesaro, per l’abbandono che fece di quella l’ultimo dei Malatesta, di questa lo Sforza. Giulio II in quei principii del pontificato credendosi forse avere bisogno del Valentino, lo raccoglieva onoratamente nel Palagio per averne i contrassegni delle fortezze, che in altro modo i Castellani negavano cedere; avevagli anche dato licenza di recarsi per mare da Ostia a Napoli, ma poi nata qualche differenza, lo ritenne; finchè il Valentino, dopo lunghe pratiche, avuto in mano un salvocondotto di Consalvo, si fuggiva, da questi accolto e accarezzato molto familiarmente. Nè il Borgia cessava dai vasti disegni: il nome suo, che era terrore a molti, sapeva che avrebbe tuttora sèguito dei più audaci; gli sparsi soldati a lui anderebbero volentieri; teneva in deposito per conto suo dugentomila ducati nei banchi di Genova. Ed ora pensando a far valere quell’antico titolo di signoria che aveva sulla città di Pisa, ed accordatosi con l’Alviano, il quale voltato a parte spagnola cercava rimettere Piero de’ Medici in Firenze; avea di consentimento e con l’aiuto di Consalvo ordito un disegno per cui si sarebbe gettato in Toscana. Ma lo Spagnolo aveva scritto al suo Re aspettando quel che gli ordinasse circa il Valentino, e fu la risposta di farlo prigione: quindi preso all’uscire dalle stanze di Consalvo, fu con solo un paggio sopra una galera condotto nella fortezza di Medina del Campo, ed ivi rinchiuso; due anni dopo riuscito a fuggire per l’opera del suo cognato Re di Navarra, fece morte da soldato, combattendo per conto di questo alcuni castelli.

Da Roma i Francesi avevano continuata la via per Napoli sotto la condotta del Marchese di Mantova: era già cominciato l’inverno aspro e difficile oltre il consueto, ed essi pigliarono la via più breve; ma dove il Garigliano, alto e profondo presso alla foce, poneva ad essi maggiore ostacolo. Avea Consalvo più scarso il numero dei soldati, ma duri al disagio e pazienti per la fede che aveano grandissima nel gran Capitano, laddove i Francesi malvolentieri ubbidivano al Marchese che si dovette come straniero partire dal campo, lasciando il governo a tre Capitani tra loro discordi. Tentarono invano il passo del fiume dove Consalvo si tenne fermo, e tenne i suoi con mirabile costanza cinquanta giorni. Ma quando a lui fu sopraggiunto l’Alviano recando seco le forze di Casa Orsina, Consalvo allora spingendosi ardito di là dal fiume, ruppe i Francesi con grande vittoria e memorabile per gli effetti, essendo gran numero di essi perito in quelle paludi, e gli altri dispersi e spenti in più modi per la diligenza di Consalvo: Gaeta si arrese il primo dell’anno 1504, e da quell’ora la possessione di Napoli, come di Sicilia, stettero per bene due secoli sicure in mano degli Spagnoli. Piero dei Medici, che seguitava l’esercito francese, avendo nella levata del campo cercato con altri gentiluomini condurre pel fiume a Gaeta alcuni pezzi d’artiglieria, si annegò insieme con essi pel troppo peso della barca e i venti contrari: più tardi il fratello, divenuto Papa, gli fece inalzare un monumento nella chiesa del monastero di Montecassino.[75]

Dopo la rotta al Garigliano si fece tregua e indi pace tra i due Re che nella Italia si adagiarono; ma continuava sempre in Toscana quella sciagurata guerra contro Pisa, la quale parve migliore consiglio terminare lentamente col dare il guasto alle terre dei Pisani e chiudere i passi alle vettovaglie per terra e per mare, avendo a tal fine condotto Francesco Albertinelli fiorentino con alcune galere; intantochè l’esercito di terra campeggiava sotto Ercole Bentivoglio, ed era Commissario quel celebrato Antonio Giacomini, buon cittadino, uomo risoluto e franco ed esperto nelle cose della guerra. Avevano anche dato ascolto ad un disegno di volgere il corso dell’Arno e mettere Pisa in secco; ma quell’opera falliva, e una fortuna di mare ruppe le galere. Pensarono allora di lasciare libera l’uscita a quanti Pisani volessero e ad essi restituire le terre: non credevano al fermo animo di quel popolo, e aveano speranza di vuotare così la città; ma pochi uscirono, bocche inutili; e i tornati nel possesso delle terre nascostamente sovvenivano alla penuria di quei di dentro. Ne mancò loro anche questa volta soccorso di Principi ch’aveano disegni sopra a Pisa. Nel seguente anno 1505 credendosi generalmente che il re Luigi XII fosse per malattia vicino a morte, il cardinale Ascanio Sforza, che stava in Roma, formò con l’intelligenza di Consalvo, e come si disse dei Veneziani e del Papa, un disegno per cui l’Alviano entrando in Toscana per la via di Pisa riconducesse il Cardinale e Giuliano dei Medici in Firenze, i quali poi dessero aiuto allo Sforza per la recuperazione di Milano. Ma il Re tornò sano contro all’opinione di ciascuno, e invece Ascanio venne a morte: l’Alviano, che era già in sull’arme, non avendo come impiegare i suoi soldati e molto eccitato da Pandolfo Petrucci, deliberava per suo conto seguire l’impresa contro a’ Fiorentini. Da Siena pigliando la via per la Maremma di Volterra si condusse fino alla Torre di San Vincenzio, dove incontrato a’ 17 d’agosto dalle schiere Fiorentine che lo avanzavano per il numero delle fanterie, quel grande ma sempre infelice Capitano fu rotto, e presi molti de’ suoi e tutti i carriaggi e le bandiere; scampato egli stesso a mala pena con dietro la caccia dei vincitori. Questa vittoria diede tanto animo al Gonfaloniere Soderini, che egli si credette di avere Pisa: ma perchè Consalvo, sapendo lui essere di parte Francese, aveva pigliato la protezione dei Pisani, gli mandò in Napoli ambasciatore Roberto Acciaioli. Consalvo allegava una promessa che in Roma il Cardinale Soderini aveva fatta in nome del fratello di non offendere i Pisani; e benchè Roberto dicesse non essere la città obbligata per le promesse del Gonfaloniere, dichiarò l’altro che in otto giorni avrebbe mandato a Pisa delle sue genti. Al che il Gonfaloniere affrettò l’impresa; la quale però ebbe l’effetto consueto, essendo l’assalto dei Fiorentini ributtato, intanto che in Pisa entrava una mano di genti Spagnole.[76]

Piero Soderini, poco arrischiato per sè medesimo, aveva natura da stare co’ molti; il che a lui tenne luogo di forza in quella Repubblica ed in quei tempi a mantenere il grado suo e a non eccederlo. Seguiva il pensare comune dei Fiorentini, dando poco ascolto agli uomini principali dai quali avrebbe avuto alle volte migliori consigli, ma gli conosceva divisi e diversi di voglie e di fede. Pei quali modi teneva contenta la moltitudine, cui bastava che fosse in Palagio un timone fermo: dava a lui poi sommo favore che avendo trovato quando entrò molto disordinata l’amministrazione, e le gravezze grandissime, e il Monte che non rendeva le paghe; egli con la diligenza sua, ed usando quella parsimonia che soleva anche nelle cose private, limitò le spese, scemò le gravezze e rinnalzò il credito del Monte con molta sua lode.

Quanto alla guerra, diveniva in tutta Italia necessario opporre altri ordini e altri modi ai grossi eserciti e alle fanterie, ch’erano ai loro paesi una milizia cittadina e parte essenziale delle istituzioni d’ogni Stato. L’Italia non ebbe fanterie paesane perchè nessun principe o città voleva dare le armi in mano ai propri suoi sudditi; ma poichè il tristo mestiere dei Condottieri veniva meno e si mostrava insufficiente ai nuovi casi, era necessità il provvedere. Venezia tirava senza suo pericolo soldati propri d’oltremare e aveva il Friuli provincia belligera; nondimeno cominciò a fare, col nome di cerne, qualche leva tra’ popoli sudditi di Terraferma: anche il Duca di Ferrara, che teneva nello Stato radice profonda, le aveva tentate. Firenze in quegli anni fece la prova; e benchè ne uscissero effetti deboli, fu concetto forte di Niccolò Machiavelli che lo persuase al Gonfaloniere Soderini, essendosi in quello poi molto adoprato. Divenne egli Cancelliere di un ufficio di Nove creato per l’Ordinanza o Milizia fiorentina, che negletta per due secoli, fu a quel tempo istituita con nuovi ordini i quali abbiamo di mano sua. Doveano essere dieci mila almeno gli uomini scritti a quella milizia nel contado e distretto, escluse però Firenze e le città murate delle quali non si fidavano, e perchè non fosse armare in ogni città le discordie. Le Compagnie dovean essere di trecento almeno, sotto un capitano e una bandiera, tutti dimoranti nello stesso Vicariato; armati di picche o altre armi da taglio con poco numero di scoppietti. Erano esercitati nei giorni di festa; ed un Conestabile, che aveva il comando di più compagnie, faceva riviste molto solenni due volte all’anno, nelle quali dopo avere udita la messa in luogo aperto, si facevano discorsi che rammemorassero ai militi i loro doveri verso Dio e la Patria; le pene gravi per ogni trascorso, fino alla bestemmia e al giuoco. A mantenere una forte disciplina condussero per Capitano di Guardia del contado e distretto don Michele Coriglia spagnolo, uomo terribile, che era stato col Valentino; ed a lui diedero trenta balestrieri a cavallo e cinquanta fanti perchè facesse eseguire le sentenze o condannasse i trasgressori nelle rassegne, che ordinava nei luoghi diversi dov’erano battaglioni. I Conestabili per la maggior parte erano presi fuori dello Stato; gli esercizi a modo svizzero o tedesco. Il Machiavelli andava spesso in nome dei Nove a fare le mostre; il Giacomini avea la cura delle milizie nei luoghi che guardavano verso a Pisa. Più tardi fu aggiunta l’Ordinanza d’una milizia a cavallo, che doveano essere cinquecento, presi e descritti nel modo stesso.[77]

Ora cominciano le imprese di Giulio II. Raffaello d’Urbino lui dipingeva portato in sedia nel tempio d’onde un angelo con la spada in mano cacciava gli spogliatori. Questo voleva Giulio II, ma come uomo a cui piaceva il fare da sè; non però al modo di Alessandro VI e non pe’ suoi, recando egli con maggior decoro nel seggio papale pensieri grandiosi di principe e mente d’uomo di Stato, quando però la sua indole fiera e impaziente non lo traportasse. Nel mese di settembre 1506 uscito da Roma con l’accompagnamento di oltre a venti Cardinali, venne a Perugia; dove occupate le fortezze e tolta a Gian Paolo Baglioni la signoria, lo condusse co’ suoi soldati a servigi della Chiesa per l’impresa contro a Bologna, alla quale il Papa s’accingeva con la promessa anche di soccorso dal Re di Francia. Recavasi Giulio quindi in Urbino, dove il nipote suo Francesco Maria della Rovere per adozione dell’ultimo dei Montefeltro era divenuto Duca: di là volgendosi, e per evitare Faenza che era tenuta dai Veneziani, entrato di Romagna dentro allo Stato dei Fiorentini, e avuto da essi cento uomini d’arme, s’appressò a Bologna, contro alla quale veniva dall’altra parte con l’esercito Francese Chaumont Governatore di Milano. La famiglia dei Bentivoglio cedeva lo Stato, Giovanni essendosi dato prigione al Re di Francia con buoni patti: il Pontefice ordinava sotto il dominio della Chiesa il governo di Bologna, che fosse quanto alla pubblica amministrazione dato a quaranta dei principali della città, i quali avendo a capo un Senatore presentassero forma di Stato indipendente: questa forma durava in Bologna fino al tempo dei padri nostri. Papa Giulio, dopo essersi ivi trattenuto poco tempo, tornava in Roma subitamente contro all’opinione di tutti: il fine di quella concordia tra lui e Francia, sebbene per anche non manifesto, era contro a’ Veneziani; ma nuove cose intanto nacquero in Italia.[78]

Il re cattolico Ferdinando, che dopo la morte d’Isabella di Castiglia sua consorte portava nome di re d’Aragona, era venuto in quel tempo stesso a visitare l’altro suo regno di Napoli. Qui lo avea chiamato, oltre alla voglia di abbassare la troppa grandezza di Consalvo, forse qualche altro maggiore disegno intorno alle cose d’Italia: molti da lui speravano l’abbassamento dei Veneziani, speravano oltreciò i Fiorentini riavere Pisa. Ma prima di scendere in Napoli aveva il Re saputo la morte improvvisa del giovane arciduca Filippo suo genero, che seco divideva la monarchia di Spagna. Rimase in Napoli Ferdinando pure quell’inverno; e poichè per la pace con Francia doveva ai Baroni Angiovini la restituzione dei feudi che prima erano stati loro tolti, acconciò alla meglio le cose tra essi e i Baroni Aragonesi: partiva poi, conducendo seco il Gran Capitano ornato da lui col titolo di Grande Conestabile di quel regno, dal quale veniva intanto rimosso.[79] Genova in quel tempo si era ribellata contro al re Luigi, che la teneva in protezione da quando ebbe tolto lo Stato allo Sforza, sebbene ciò fosse con le apparenze di governo libero e serbando le antiche forme. Ora i popolani teneano lo Stato, avendo cacciato l’ordine dei nobili devoto al Re; il quale disceso in Italia nel mese d’aprile 1507 con forte esercito di Francesi, nè senza battaglia entrato in Genova, rimetteva gli ordini antichi ma più stretti, aggravando su quella città il peso della soggezione.

Dopo ciò ebbero i due Re in Savona un molto segreto e molto familiare abboccamento, essendo stati insieme tre giorni a conferire personalmente comuni disegni; e la sostanza fu di assalire lo Stato dei Veneziani appena che a loro ne venisse il destro. Ma entrambi convennero che fosse ogni cosa da differire per gli apparecchi i quali vedevano farsi dall’imperatore Massimiliano, che aveva in Costanza chiamato una Dieta, ed annunziava scendere in Italia con le armi dell’Impero a pigliare la corona ed a rivendicarne gli antichi diritti. A fine pertanto di togliere ogni sospetto delle intenzioni loro, Ferdinando tornava in Ispagna, e Luigi XII ritirava d’Italia gran parte dell’esercito.[80] I Fiorentini stavano in due, come erano consueti, non bene sapendo da quale delle contrarie parti avrebbono avuto con minore sborso di danaro partiti migliori. Il Soderini era per conto proprio e del fratello Cardinale che aveva in Francia grandi benefizi, tutto francese, come per uso antico era il popolo di Firenze. Fu nelle Pratiche disputato molto; gli Ottimati volendo che a Cesare andasse un’ambasceria solenne; ma il Gonfaloniere gli mandò invece Francesco Vettori, senza facoltà di trattare; nè di lui troppo fidandosi, poco tempo dopo gli pose accanto il Machiavelli ch’era tutto cosa del Gonfaloniere.[81] In questo tempo Massimiliano, perchè l’aiuto dei Tedeschi gli mancava sotto, leggiero com’era di consigli e di moneta, per fare qualcosa, mosse ai Veneziani un poco di guerra; nella quale ributtato dai villani delle Alpi affezionati al nome veneziano, soffrì gravi perdite dal lato del Friuli; dove la bandiera di San Marco fu condotta da Bartolommeo d’Alviano fino a Trieste e Gorizia e Fiume, venendo a chiudere sotto il suo dominio tutto l’Adriatico. Ma qui ebbe termine l’ingrandirsi di quella Repubblica: a dieci dicembre 1508 il Cardinale d’Amboise e Margherita, figlia di Massimiliano e governatrice della Fiandra, conchiusero essi due soli in Cambray un segreto accordo, pel quale lo Stato dei Veneziani doveva dividersi tra l’Impero e Francia e Spagna e il Papa, se Giulio accettasse quella convenzione. Il che egli non fece senza qualche repugnanza, ma vinse lo sdegno contro alla Repubblica; e peggio era forse rimanere solo, quando i tre maggiori sovrani d’Europa tra loro partivano a brani l’Italia: così fu conchiusa la Lega celebre di Cambray.

Quella concordia tra’ due Re gli rendeva arbitri dei minori Stati, e innanzi di porsi ad un maggiore cimento bramavano entrambi avere fermate le cose in Toscana. Luigi XII, trattando in nome anche del Re di Spagna, mandava in Firenze un Ambasciatore il quale facesse mostra di vietare ai Fiorentini la recuperazione di Pisa, per essere quella città in protezione di Francia e di Spagna, mandando pure a quella volta uomini d’arme; e levò dai soldi della Repubblica un corsaro genovese il quale chiudeva con le sue navi le bocche dell’Arno. Ma erano lustre, e in quanto a Pisa null’altro cercavano che venderne a caro prezzo l’abbandono, bisognosi com’erano entrambi di danaro per la grande guerra che allora imprendevano. Infine convennero di non difendere i Pisani e d’impedire che i Genovesi gli soccorressero, la Repubblica obbligandosi di pagare centomila ducati a Francia e farsi debitrice di cinquanta mila al Re di Spagna. Rimanevano i Lucchesi, dai quali andavano soccorsi a Pisa d’ogni maniera: prima i Fiorentini cercarono di costringerli facendo una mossa contro Viareggio, ma poi vennero agli accordi, i Lucchesi promettendo, quando non fossero molestati nella possessione di Pietrasanta, non lasciare entrare nella città assediata soldati nè viveri. A Firenze voleano finirla con Pisa, la quale sapevano essere agli estremi. Aveano cessato di tentare assalti, che ogni volta erano riusciti a male per la disperata virtù dei Pisani, persino le donne facendo la parte che in guerra potevano. Ma ogni anno si dava il guasto alle terre che i Pisani avessero seminate, riuscendo utilissime alla crudele opera le milizie di nuovo formate, per essere meglio disciplinate e più obbedienti e più atte a spargersi in piccole compagnie. Formavano questi nuovi battaglioni le due terze parti dell’oste dei Fiorentini divisa in tre campi, che uno a San Piero in Grado, l’altro a Ripafratta e l’ultimo nella Valle sotto Calci; dei quali erano Commissari Alamanno Salviati, Antonio da Filicaia e Niccolò figlio di Piero Capponi; comunicavano i tre campi tra loro per via di ponti allora edificati sull’Arno e sul fiume morto. Dentro la città si viveva a questo modo: la governavano quelli stessi che avevano in mano le armi, e vi potevano molto i contadini, fieri per natura in quei luoghi bassi, e che avendo perduta ogni cosa, tuttavia sostenevano la città col farvi entrare un poco di viveri dai luoghi vicini: costoro essendosi vedute ogni anno guastare le terre, più inclinavano alla resa. Aveano sèguito nella più affamata plebe della città, dentro alla quale molti si erano rifugiati; e capi autorevoli ai quali era necessità soddisfare sino a fare entrare alcuni di loro nelle ambasciate o commissioni che si mandavano fuori. Quelli del Governo erano accusati di farsi ricchi nella penuria pubblica e di rompere ogni accordo per non essere costretti a rendere le robe tolte ai Fiorentini, le quali erano nelle mani loro. Nutrivano sempre qualche speranza di fuori, aspettando che la Lega di Cambray venisse a sciogliersi; e in quello Stato incerto d’Italia piovevano in Pisa emissari d’ogni sorta con nuovi disegni. Oltreciò i popoli all’intorno gli aiutavano quanto più potessero segretamente; a quei di Lucca bastava di notte scavalcare il monte Pisano; Genova mandava soccorsi e incentivi contro alla potenza di Francia, che aveva per sè i Fiorentini. Intanto alcuni Signori in Toscana si adoperavano per l’accordo; quello di Piombino faceva istanze perchè da Firenze mandassero un uomo loro a sentire quel che dicessero alcuni venuti da Pisa a quello effetto; la Repubblica vi mandava il Machiavelli che era in campo: ma perchè i Pisani facevano strane proposte, e dicevano di essere senza mandato a conchiudere, il che mostrava d’avere voluto solamente guadagnar tempo; il Machiavelli si licenziava con parole crude, e quella pratica andò a vuoto.[82] Ma nel mese di maggio essendo la città stretta con tale rigore che i Commissari facevano morire chiunque si provasse a mettervi dentro cose da mangiare; un contadino con seguito di molti uomini entrato per forza in Palazzo, disse: «Qui bisogna pigliare partito, noi siamo deliberati di non morire di fame.» Due dei loro capi, che da Piombino non erano voluti rientrare in Pisa, faceano pratiche al di fuori, tantochè infine si deliberarono mandare uomini in campo ad Alamanno Salviati, dicendo volere andare in Firenze a fare sottomissione, ma che egli venisse con loro a trattare. Andarono insieme, e dopo molte difficoltà si sarebbero accordati; ma in Pisa, ecco altri indugi per la ratificazione secondo gli avvisi che venivano di fuori; ed in Firenze nascevano tumulti, col dire che erano ingannati. Due o tre volte fu da Firenze e Pisa un andare ed un venire: intanto a Pisa mancava ogni ultima speranza d’aiuto: i contadini con que’ loro capi ch’erano in mezzo a queste pratiche stringevano forte: gli altri infine cederono, avendo avuta promessa che loro sarebbero lasciate le cose tolte ai Fiorentini, senza ricercare quelle che avessero ad altri vendute. Il giorno dopo era il Corpus Domini, e i Pisani vollero poter fare la processione; il che fu concesso dai Commissari, purchè cedessero alle armi dei Fiorentini subito le porte della città e la torre della Spina. A’ 9 di giugno di quell’anno 1509 i Commissari con tutto l’esercito entrarono in Pisa: le date promesse furono attenute, usando anche poi governo più mite. Questa fu l’ultima guerra tra città e città che nell’Italia si combattesse: erano tempi nei quali ogni cosa fino agli odii era meno viva; sopra all’antica idea di Città, che soleva essere tanto stretta e tanto forte, sorgeva più ampia l’idea di Stato, dimodochè Pisa godendo favore sotto al Principato alquanto risorse.[83]

Fin dal principio della primavera Luigi XII era nuovamente disceso in Italia con forte esercito, e rapidamente procedeva sino al fiume dell’Adda, dove i Veneziani con dubbio consiglio si erano deliberati d’aspettarlo. Si venne alle mani per la virtù impetuosa di Bartolommeo d’Alviano, che non soffrendo starsi fermo alle difese, ben tosto impegnava su quelle ghiare dell’Adda grande battaglia, nella quale dopo lunghe prove di ferocia da ambe le parti, l’esercito Veneziano fu rotto, essendovi rimasto ucciso grandissimo numero massimamente di fanti, e prigione l’Alviano stesso. Dopo di che tutta quella parte dello Stato di Venezia ch’era al di là del Mincio venne in potere dei Francesi; e indi poi subito Verona, Vicenza e Padova, delle quali ultime città il re Luigi, secondo i patti, faceva pigliar possesso nel nome dell’Imperatore. Grande fu in Venezia la costernazione; il Senato proscioglieva dall’ubbidienza i sudditi della Terraferma, e n’ebbe aiuto più valido. Massimiliano scendeva dalle Alpi, e per allora provvisto di denari aveva un numero grandissimo di soldati di ogni nazione; seco andavano settecento uomini d’arme francesi e numero allora insolito di artiglierie. Frattanto i contadini delle vicine provincie ch’erano in arme per la Repubblica, avendo saputo in Padova essere poca guardia di nemici, vi entrarono e portando seco gran copia di viveri, insieme coi cittadini rafforzarono le difese. Da Venezia dugento giovani di famiglie nobili vennero a chiudersi con molti aderenti loro dentro alle mura di Padova, e primi due figli del doge Leonardo Loredano. Gli assalti a Padova continuarono sedici giorni, dopo i quali Massimiliano cedendo all’indomita costanza dei difensori, nè senza avere intorno ad essa tentato altre prove, dovette ritirarsi fino a Verona, e da quel giorno Venezia fu salva.

A quell’assedio erano presenti due oratori della Repubblica di Firenze, Piero Guicciardini e Giovan Vittorio Soderini. Mandare a Cesare ambasciate soleva ogni volta produrre dissensi, perchè si venivano in tale caso a risuscitare necessariamente gli antichi diritti Imperiali non mai cancellati dal fatto de’ secoli, e in quei negoziati si avevano incontro i curialisti, pei quali Firenze aveva di libertà quanto ella avesse di privilegi. Massimiliano chiedeva danari, dei quali aveva bisogno grande contro a Veneziani; ma nelle formule degli atti i suoi volevano apparisse che imponeva un censo il quale a Cesare occorreva per andare in Roma a prendere la corona e poi fare guerra contro agli Infedeli. Quando la prima volta gli Ambasciatori chiesero udienza a lui per mezzo del Cancelliere, Massimiliano domandò prima se portavano danari; e udito che no, rispose: «Qua non si vive senza danari;» e negò l’udienza. Venuti allo stringere, chiedeano i Ministri Cesarei sessantamila ducati e altri diecimila in drappi di seta e d’oro per rivestire la Corte: ma gli Oratori fiorentini fecero bene; avevano il mandato per somma maggiore, ma si accordarono per quaranta mila. Nel Trattato, che abbiamo a stampa, la Maestà dell’Imperatore assolve Firenze da ogni debito di censi o d’altra qualsiasi natura, e concede a quella città, oltre all’uso delle libertà sue, la possessione di tutto lo Stato che attualmente gode: in queste parole si comprendeva anche il dominio di Pisa, che sempre gli Imperatori avevano impugnato, ma intorno al quale ora non fu controversia. È da notare che la Maestà Sua dichiara farsi quella confermazione delle libertà e del dominio della Repubblica fiorentina, ad omnem cautelam et quemlibet juris effectum. Diceano a Firenze che non ve n’era bisogno, ed i Tedeschi sapevano bene che erano diritti ora impossibili a rivendicare.[84]

Massimiliano con le prime mosse avea facilmente recuperato Gorizia, Trieste e Fiume, ch’erano d’Imperiale giurisdizione. Ferdinando come re di Napoli era venuto in possesso di tutti i porti sull’Adriatico prima occupati dai Veneziani; Giulio II avea ricondotto sotto al dominio della Chiesa Ravenna e le altre città di Romagna. Per questi fatti le ire del Papa s’erano placate, e in quei disastri dovette Venezia mostrarsegli forte ed all’Italia necessaria; nè a Giulio mancavano pensieri di principe, nè amava i Francesi egli che aveva sofferto di vivere ad essi cliente nei tristi suoi giorni. Sospetti ed offese antiche e recenti vie più accendevano quella fibra sanguigna e focosa; quindi si distaccò dalla Lega, e il rimanente della sua vita fu tutto ravvolto in un feroce pensiero, quello di cacciare d’Italia i Francesi. Quindi seguitarono tre anni di guerre, delle quali non è ufficio nostro raccontare tutti i fatti vari e crudeli. Battaglie di terra, battaglie di navi sul fiume del Po; Venezia e il Papa insieme cercavano la distruzione del Duca di Ferrara amico ai Francesi e feudatario della Chiesa; e intanto altre armi tedesche insanguinare le città Venete, e altre armi francesi scendere in Romagna. Giulio II, venuto in Bologna con tutta la Corte, comandava quella guerra nella quale pigliata Modena, la riuniva al Patrimonio della Chiesa; e andato contro alla Mirandola, dove una donna tutrice di piccoli figli della casa Pico seguiva gli Estensi, il vecchio Giulio, nel cuore del verno, tra fanghi e geli e sotto alla neve con gli stivali in piede e tutto armato piantava egli stesso e dirizzava le batterie, correva pericoli dagli agguati dei Francesi[85] e dalle artiglierie della terra, dentro alla quale finalmente entrò per la breccia: allora Giulio non si ricordava d’essere pontefice. Ma il Trivulzio, venuto al comando per il re Luigi, vinceva in Romagna, e sgominate le genti del Papa, faceva rientrare i Bentivogli in Bologna. Non cessò la guerra, ma Giulio tornava in Roma. Aveva cercato di muovere contro a Francia il nuovo re d’Inghilterra Arrigo VIII; faceva poi scendere in Lombardia una grossa mano di Svizzeri sotto il guerriero Vescovo poi Cardinale di Sion: aveva con maggiore effetto, ma da principio segretamente, fatta lega col re Ferdinando, il quale non appena assicurato di governare la Spagna intera per la tutela ch’egli ebbe del piccolo nipote Carlo, si volse tutto contro a Luigi XII che più anni aveva tenuto a bada con false amicizie. Mandava pertanto egli in Italia un grosso esercito di Spagnoli, donde poi nacquero eventi maggiori.[86]

Dalle due parti si adopravano anche le armi spirituali. Il re Luigi aveva chiamato un’Assemblea del Clero francese, la quale fermando certi punti della disciplina, citava il Papa dinanzi a un Concilio, qualora avesse ai loro decreti negato l’assenso. Concorreva in questi propositi il Re de’ Romani, il quale per mezzo del suo Cancelliere vescovo di Gurck cercava farsi arbitro di quella contesa: quanto al Concilio lo avrebbe egli molto desiderato, ma purchè fosse in qualche città dell’Allemagna; al che i Francesi per modo alcuno non consentivano. Si era fermato Luigi XII nel pensiero di radunarlo nella città di Pisa, e a questo fine aveva segretamente richiesto in Firenze se la Repubblica vi consentirebbe. Qui erano due parti: chi amava il popolo e la libertà, voleva anche una riforma nelle cose della Chiesa; e questi essendo francesi d’animo ed avendo seco il Gonfaloniere Soderini, si vinse di permettere in Pisa la radunata del Concilio con tanto maggiore favore che l’altra parte in quel tempo era molto sospetta di stare co’ Medici: quel voto, sebbene dato da centocinquanta cittadini, rimase segreto. Il Papa intanto, volendo egli stesso preoccupare il campo, aveva chiamato in Laterano un Concilio, al quale intervennero la parte maggiore dei Cardinali, e vi si tennero alcune sessioni, dove subito fu condannato quell’altro Concilio e dichiarati eretici quelli che v’intervenissero. Avrebbe Luigi voluto a questo Concilio Pisano dare un carattere molto solenne, com’ebbe l’altro che cento anni prima nella città stessa depose due Papi e ne creò un terzo; per suo ordine doveva la Chiesa francese esservi rappresentata dalla presenza di ventiquattro Vescovi; ma quando si venne al punto di radunarlo, i più si ritrassero, chi in qua chi in là. Cesare non mandò nessuno, e il Re d’Aragona avea col Pontefice segreta alleanza, sebbene in questo che ebbe nome di Conciliabolo, rimanessero due Cardinali spagnoli; uno dei quali essendo morto, la radunanza venne a comporsi d’uno Spagnolo e d’un Francese, nè d’Italiani v’era altri che il solo Cardinale Sanseverino. Cotesti essendo percossi dalle scomuniche, e stando il Clero di Pisa contr’essi, ed anche il popolo dileggiandoli, si tenevano poco sicuri. Aveva offerto il Re di mandare a guardia loro trecento lance di Francesi: ma il Soderini temendo per la stessa città di Pisa, e non volendo troppo manifestamente offendere il Papa, negò di ricevere un tale soccorso; e i Cardinali, pigliando occasione da una rissa sanguinosa la quale era nata tra i Francesi di loro seguito ed i popolani di Pisa, trasferirono il Concilio nella città di Milano, accolti qui pure con poco favore. Il Papa, che aveva pronunziato contro a’ Fiorentini un interdetto molto feroce, non diede in fatto esecuzione alla sentenza; e, come a lui spesso accadeva, rimettendosi dal primo impeto, gli tornò in grazia con modi benigni.[87]

Salivano per la Romagna le genti Spagnole condotte da Raimondo da Cardona vicerè in Napoli, e unite a quelle del Papa mettevano assedio a Bologna; il Cardinale de’ Medici andava Legato all’esercito. Erano i Francesi molto ingrossati al Finale, con l’esservi giunto Gastone di Foix duca di Nemours, giovane di ventidue anni, mandato allora Luogotenente del Re in Italia. Questi avendo inteso Bologna essere investita, guidava, in una nottata d’inverno e sotto alla neve, a quella volta i suoi soldati con tanto improvvisa rapidità, che gli venne fatto di mettersi dentro alla città prima che il campo degli Spagnoli ne avesse sentore. I quali poi tosto, perchè erano ivi male disposti a una battaglia, si levarono da Bologna pigliando la strada inverso Romagna. Giungeva frattanto avviso al Foix che Brescia si era ribellata, essendovi entrato Andrea Gritti Provveditore veneziano: quindi, lasciate in Bologna genti che bastassero, correva con la rapidità medesima contro alla misera Brescia, ed entratovi per la cittadella e fatta lunga battaglia dentro alla città istessa, con grandissima uccisione di soldati e strage di cittadini, che insieme furono più migliaia di corpi, domava nel sangue la ribellione, avendo fatta dal boia sul palco tagliare la testa a Luigi Avogadro che n’era stato capo. Molti dei Veneziani furono in più scontri dispersi o morti avanti e dopo l’espugnazione di Brescia;[88] dalla quale partendosi dopo quattro o cinque giorni il Foix, riprese la via di Romagna, perchè l’esercito della Lega che si chiamò Santa, dopo essersi appressato di nuovo a Bologna, tornava ora indietro e sfilava per Forlì, cercando un luogo adatto da farvi testa. Il Foix soprastette un poco, e avendo tutti raccolti i suoi, che erano mille ottocento lance e quindici mila fanti, seguiva le péste degl’inimici ed anelava fare con essi giornata. Pervenuto fin sotto a Ravenna, dava l’assalto alla città, e ne fu respinto: venivano innanzi gli Spagnoli lungo il fiume del Ronco, il quale essendo passato a guado dai Francesi, appiccavano grande e sopra tutte le precedenti fiera battaglia [11 aprile 1512]. Le artiglierie di ambe le parti facevano vuoti nei due eserciti, ma senza romperli; il Francese allora per una svolta maestrevole si gettava contro il fianco degli Spagnoli: erano col Foix sei mila lanzichenecchi, nome corrotto dalla lingua tedesca e da quel giorno troppo famoso in Italia. Tra essi ed i fanti spagnoli fu lungo il combattersi, mescolati con grande ferocia per la tenacità connaturale a quelle nazioni, e allora per certa rivalità nella gloria militare: sopravvenne dipoi l’impeto dei Francesi, e fu la rotta degli altri e la strage tale, che si disse tra le due parti esservi rimasti quattordici mila o più soldati. La fiera contesa era presso che finita quando il Foix, che andava sempre innanzi agli altri, essendogli sotto caduto il cavallo, moriva trafitto da un colpo di picca nel fianco, lasciando fama grandissima del suo nome, vittorie inutili per la sua nazione, e nella Italia barbari esterminii. Da ambe le parti perirono molti Signori di grande nome nelle guerre; il Cardinale Legato rimase prigioniero de’ Francesi; Fabrizio Colonna si diede ad Alfonso duca di Ferrara, che fu a quella pugna insieme coi vincitori.

Ma qui mutarono le fortune dei Francesi, che dopo avere dato il sacco a Ravenna ed invasa la Romagna, furono richiamati in Lombardia sull’avviso che gli Svizzeri si preparavano ad assalirli con maggiori forze di quelle che i Francesi teneano disperse nei luoghi acquistati. Rimase con poche genti il Cardinale Sanseverino in quelle città di Romagna, che egli diceva tenere in nome del Concilio, ma quindi dovette bentosto ritrarsi; e le fortezze dello Stato veneziano essere anch’esse abbandonate dai Francesi per l’avanzarsi dei venti mila Svizzeri che aveano ottenuto da Massimiliano il passo, ed erano già in Verona. Avevano prima cercato i Francesi di fare testa in Pavia, ma i Tedeschi gli abbandonarono per avere Massimiliano rotta con inganno l’alleanza col re Luigi; e gli Svizzeri più avanzavano, e Milano si era già dato ad essi, che ne pigliarono possesso in nome del duca Massimiliano Sforza primogenito del Moro. Intanto Arrigo VIII d’Inghilterra dava seimila fanti in aiuto del Re d’Aragona contro alla Francia dal lato dei Pirenei; Genova che il Papa, come nativo della Liguria, più volte aveva cercato di liberare, mutava Governo cacciando il presidio che Luigi XII vi teneva: così due mesi dopo alla vittoria di Ravenna erano i Francesi usciti d’Italia, e questa caduta in mano di Svizzeri e di Tedeschi e di Spagnoli. Ma Giulio, perchè era stato l’anima di quella Lega, aveva al dominio della Chiesa aggiunto dopo a Modena anche Parma e Piacenza; i Veneziani riebbero tosto gli antichi Stati di terraferma, tra potentati stranieri rimanendo semi di discordie e guerre su questo campo disputato ch’era oggimai fatta l’Italia. Un Congresso riunito in Mantova nulla conciliava; sola una cosa fu ivi risoluta di comune consentimento, rimettere in Firenze i Medici con la forza: qui era il Governo popolare tutto cosa francese, e quindi unanime nei Collegati il desiderio di mutarlo. Il Cardinale Legato, Giovanni dei Medici, capo di questa famiglia, sottrattosi alla prigionia francese, andava con gli Spagnoli; e il suo minor fratello Giuliano era in Mantova onoratamente accolto. Fu quivi pertanto fatta deliberazione, che il Vicerè spagnolo muovesse in compagnia dei due fratelli contro allo Stato di Firenze; ed essi con mille uomini d’arme e sei mila fanti nel mese d’agosto valicarono l’Appennino.[89]

Da quasi dieci anni Firenze si governava sotto al Gonfaloniere Soderini con migliore costituzione che avesse mai, senza travagli di fuori, nè dentro alla città contrasto di parti civili che l’una con l’altra fosse necessario contenere. Il Soderini con quella sua mediocrità prudente, e l’essersi anche abbattuto in tempi non troppo difficili, avea mantenuto bene la reputazione dello Stato e la sua propria, senza che il lungo governo gli avesse destato contro inimicizie grandi, e non senza onore pei fatti che aveva saputo condurre. Sopra ogni cosa la recuperazione di Pisa tanti anni bramata, poneva in alto il suo nome: si aggiunse l’avere saputo cavare di mano a Pandolfo Petrucci, con l’opera di Giulio II, Montepulciano che da più anni si era ribellata. Pandolfo vi si era lungamente rifiutato, dicendo sarebbe crocifisso dai Senesi, e il Papa cercava tutt’altro che avvantaggiare la Repubblica amica ai Francesi; ma vinse in Pandolfo il grande bisogno che aveva di ristringere la lega co’ Fiorentini, e in Giulio II l’opinione che una tale lega fosse togliere occasione alle armi di Francia d’entrare in Toscana.[90] Tale fino allora si era mostrato il Gonfaloniere: uomo di faccende, non ebbe caldezza d’amici che fossero a lui devoti personalmente, nè con gli artisti e co’ letterati si trova che fosse in molto favore. Aveva egli antica familiarità con Amerigo Vespucci che a lui indirizzava la relazione d’uno de’ suoi viaggi, talchè per decreto della Repubblica si mandarono lumiere a Casa dei Vespucci in Borgo Ognissanti, che stessero accese dì e notte tre giorni; il quale onore fu raramente ad altri concesso.[91]

Quando l’esercito della Lega girando attorno i confini della Toscana venne a Bologna, il Soderini eleggeva tre Commissari per la difesa di quei vicariati i quali fossero più esposti. Nel tempo medesimo andava in Spagna ambasciatore Francesco Guicciardini, che per non avere compito i 30 anni sarebbe per legge stato inabile agli uffici; ma per la divisione che era ne’ Consigli andò il Guicciardini senza istruzioni, e vi rimase mentre che in Firenze mutava lo Stato; egli acutissimo scrutatore di quella buia politica della quale Ferdinando d’Aragona a tutti era maestro.[92] Questi diceva al Guicciardini, che il Vicerè aveva pieno mandato circa alle cose d’Italia; ma in questo mezzo Lorenzo Pucci, Datario inviato dal Papa in Firenze, chiedeva in suo nome e in quello di Spagna che la Repubblica entrasse nella Lega contro a Francesi. Il che fu negato da una Pratica molto larga raccolta a quest’uopo, sebbene Roberto Acciaioli ambasciatore in Francia scrivesse che il Re, non potendo a quel tempo soccorrere la città, gradiva che da sè medesima si salvasse per via dell’accordo. Tuttora in Mantova sedeva il Congresso che aveva decretato di assalire Firenze con le armi; e gli Oratori fiorentini che andavano a Mantova furono a Bologna trattenuti, nè altri Oratori ebbero ascolto dal Vicerè quando era già in via.

Importa qui ora esporre lo stato della città di Firenze. I Medici veramente non vi avevano quel che oggi chiamasi un partito; ma vi era peggio che un partito, vi era una opinione fatta più debole contro ad essi, e intanto l’amore della libertà più stracco, gli animi più incerti, e molto rallentata l’antica compagine del popolo di Firenze. Il fascio delle Arti si era disciolto, le industrie in gran parte vivevano della splendidezza delle Corti, le lettere avevano bisogno di protezione. Bene i Fiorentini amavano sempre l’andare a sedersi nei Consigli e dare il voto, ma la libertà non era più come in antico una necessità prepotente; non la sentivano in sè stessi quanto si credevano avere obbligo di professarla; era come un fregio, che ognuno a sè stesso cercava di mantenere. Ai Nobili molto sarebbe piaciuto dominare una libera repubblica; ma poichè in Firenze la parte degli Ottimati non era mai venuta a capo di mettersi insieme, ora malcontenti del popolo e del Consiglio grande e di un Gonfaloniere a vita che ad essi chiudeva la via, si persuadevano che sotto un principe avrebbero avuta maggior condizione, e molti ai Medici inclinavano. Il basso popolo ricordava che sotto a Lorenzo era un vivere più grasso e più in festa: una volta che fu carestia, le donne di plebe andarono in piazza gridando palle e pane.[93] Le città suddite e le terre grosse tutt’altro amavano che la libertà in Firenze: la libertà in una città dominante voleva nutrirsi della servitù delle altre, talchè il politico abbassamento di quella recava in tutte le parti dello Stato una inferiore egualità, che a molti era un benefizio.

Piero de’ Medici nell’esiglio non aveva saputo altro che rendersi viepiù odioso, talchè la sua morte giovò alla grandezza di quella famiglia. Nei vari assalti da lui tentati contro a Firenze aveva speso tutto il mobile avanzato a Casa Medici dalla ribellione; ma il Cardinale, com’ebbe altro ingegno, tenne altra via. Nulla vi era stato da dire di lui per tutto il regno d’Alessandro, ma nei tumulti dopo alla morte di questo Papa essendo a lui stata commessa la cura di Roma, si aveva guadagnata lode di prudenza, ed era tenuto di buona natura: compieva ora appena trentasette anni, ma già i venti di cardinalato e il corpo malsano lo facevano contare tra vecchi. Dacchè in Firenze era un governo fermo, pareva egli poco avere l’animo a tornarvi, e senza cercare di farsi una parte, accoglieva quanti Fiorentini andassero in Roma, che era la fontana delle grazie per la spedizione de’ benefizi o per altre loro faccende; amorevole a tutti del pari e a quelli ancora che più erano stati contrari al fratello. Per questi suoi modi il nome dei Medici tornava in favore senza che facesse paura; e bastava ciò, tante essendo le radici poste in Firenze da quella famiglia. Il buon giudizio di Cosimo e di Lorenzo aveva co’ matrimoni legate a quella molte parentele di case potenti, come i Salviati, i Ridolfi, i Pazzi, i Tornabuoni, i Rucellai. Di questo casato era Bernardo, stato marito d’una sorella di Lorenzo, uomo di molto ingegno e chiaro in lettere pei libri di storia e d’antiquaria da lui composti in lingua latina: edificò i celebri Orti de’ Rucellai, dove l’Accademia Platonica venne a trasferirsi quando fu chiusa nel novantaquattro la casa dei Medici. Bernardo poteva molto per eloquenza nei Consigli; ma o fosse egli di coloro che troppo avvezzi alla compagnia dei libri, sanno meglio giudicare le idee altrui che non fermarsi le proprie nell’animo, o troppa in lui fosse superbia o ambizione, di nessun governo si contentò mai, ebbe a disdegno i più alti onori e il vivere della città sua, dov’era caduto infine dall’antica stima.[94]

Veniva in questi tempi un grande maritaggio a mettere innanzi un nome, famoso poi variamente nelle istorie nostre. Erano gli Strozzi alquanto caduti dall’antica potenza loro, quando un Filippo di quella famiglia andato in Napoli a esercitarvi la mercatura, e divenuto in breve ricchissimo, tornò a Firenze verso al 1480. Avea la splendida ambizione di farsi un Palazzo che fosse il più bello della città; ma temendo la gelosia di Lorenzo, del quale era amico, prima cominciò a dire che un bel disegno glielo avrebbe fatto Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, insigne architetto, ma che era una troppo grande spesa; e così aguzzando il gusto artistico di Lorenzo, si fece da lui medesimo condurre a tirar su quell’edifizio che lasciava addietro il Palazzo mediceo, e sarebbe in qualsiasi luogo da pochi agguagliato qualora ne fosse terminato il cornicione fra tutti bellissimo.[95] Questo Filippo lasciava un figlio che fu anch’egli chiamato Filippo, ed era nel primo fiore della gioventù, quando agli amici dei Medici venne in mente di farlo marito a Clarice, figlia giovanetta lasciata da Piero. Del che in città fu rumore grande; chi temeva di mettersi i Medici in casa, chi avrebbe per sè voluto la fanciulla: se ne fece caso di Stato, e il garzone capitava male, se il Gonfaloniere temporeggiando non avesse lasciato il giudizio in mano degli Otto, che essendo uomini temperati si contentarono di condannare Filippo in cinquecento ducati d’oro ed al confine per tre anni in Napoli; rinforzarono il bando di ribelli contro a tutti i maschi della casa Medici.[96] Pei quali intanto si cospirava in Firenze: un giovane Prinzivalle della Stufa, testa leggera, confidò un giorno a Filippo Strozzi, che egli voleva ammazzare il Gonfaloniere, che aveva intelligenza di soldati, e che a Bologna imbacuccato, ne aveva una notte tenuto discorso col Cardinale. Filippo gli disse che era matto, ma promise di non denunziarlo: quegli fuggiva, e allora il padre di lui andato da sè medesimo a costituirsi, mostrò di saperne qualcosa. Fu lungo l’agitarsi nei Consigli per questo caso, e la città era tutta sottosopra: i nemici del Soderini levavano accuse contro lui, ed egli avendo con nobile schiettezza un giorno fatto recare innanzi ai Consigli i libri dell’amministrazione sua, disse guardassero, e che egli poteva rendere conto d’ogni suo atto e d’ogni fiorino ch’egli avesse speso: ne usciva lodato, e contro agli uomini sospettati fu mite giudizio. Per questo caso e per quello di Filippo era stato più volte discorso di radunare la Quarantia, ch’era un giudizio straordinario di cittadini tratti a sorte in grande numero per casi di Stato senza appellazione, talchè agli accusati poteva riuscire molto terribile secondo gli umori che dominassero in quel giorno. Questa forma di giudizio, che in Venezia era molto solenne, negli Ottanta non passò mai, nè il Soderini mai volle adoprarla; tanto che la Quarantia rimase null’altro che un nome nella Repubblica di Firenze.[97]

Entrava in Toscana il Vicerè spagnolo Raimondo da Cardona rapidamente per la bontà dei soldati che avea tra migliori di quell’esercito valoroso; mandava ben tosto intimazione alla Repubblica di mutar Governo, e accogliere nella città i Medici fuorusciti. Qui erano vari e dubbi pareri, gli animi incerti e sollevati; scarso l’apparecchio di uomini d’arme, e deboli contro a tale impeto le Ordinanze. Gli aveva nutriti di qualche speranza sapere che il Papa nel fondo dell’animo non aveva altro che una cosa sola, cacciare d’Italia tutti gli stranieri, nè si potevano figurare che volesse lasciarvi pigliare tanto gran piede agli Spagnoli. Raccolsero intorno alle mura di Firenze quanti più soldati potessero, perchè fossero difesa contro a nemici di fuori e guardia dentro contro ai partigiani dei Medici, i quali poco fino allora si erano mostrati. Nè il Vicerè progredendo aveva trovato aiuti o favore quanto gli aveano promesso alcuni già congiurati pei Medici; e i viveri difettavano, ed essendo sceso dal Mugello incontro a Prato, avea trovato quivi sufficiente guardia di quattro mila armati con Luca Savello, vecchio capitano. Era un momento che se avessero i Fiorentini saputo coglierlo, poteano ottenere con qualche somma di denaro e col mutare Gonfaloniere che gli Spagnoli tornassero indietro, e forse i Medici non si rimettessero. Ma quel momento fuggiva tosto; e veramente nei casi estremi pare che un segreto istinto ammonisca del pari ciascuna delle due parti, che niun temperamento varrebbe a tenere sospese le sorti quando è necessità trabocchino.

In mezzo a quella trepidazione il Soderini, avvezzo dal popolo a trarre i consigli, radunava per modo di Pratica il Consiglio grande, al quale con molto bella orazione avendo esposto quello che da parte della Lega fosse domandato alla città, disse: quanto a sè essere egli pronto a deporre il grado suo qualora il popolo se ne contentasse. Poi fece dividere il Consiglio per Gonfaloni, perchè ognuno dentro al suo Gonfalone liberamente dicesse l’animo suo. Tutti affermarono gagliardamente, che voleano mettere il sangue e la roba per la difesa di quel Governo: così ogni accordo fu rifiutato.[98] Aveva il Cardona chiesto cento some di pane pel vitto delle sue genti; si adunò Consiglio e i pani gli furono negati, confidando i popolani di costringerlo a fuggirsi, ed i segreti macchinatori godendo in tal modo fare prevalere partiti che fossero di poca prudenza. Ond’egli, astretto dalla penuria, si gettava con tutto l’impeto contro a Prato, e tra ’l valore de’ suoi e la fortuna e il poco animo dei soldati che v’erano dentro, rotte le mura, faceva ai suoi affamati invadere quella misera terra. Crudelissime sopra tutte furono in Italia le invasioni delle armi Spagnole, che mai non pagate dal regio erario, viveano sul sacco e sulla ruina dei luoghi acquistati. Abbiamo più narrazioni del Sacco di Prato, dove per la ferità degl’invasori è certo che barbaramente perirono uomini e donne e fanciulli in più centinaia; non perdonato alla pudicizia delle vergini chiuse nei chiostri; le robe sanguinose dei Pratesi portate a vendere in Firenze; i cittadini anche mezzanamente facoltosi fatti prigioni e menati attorno finchè non pagassero le ingorde taglie, venduti anche a uomini peggiori dei soldati stessi, che speculavano sulla crudeltà dei trattamenti per cavarne lucro più ingordo: quel miserando giorno fu il ventinovesimo d’agosto.[99]

A quell’annunzio un terrore grande occupò gli animi in Firenze; svaniti ad un tratto quei diciott’anni di libertà goduta, nessun consiglio che fosse buono, ridotta a nulla l’autorità del Gonfaloniere. Aveva questi chiamati in Palagio e ivi fatti sostenere circa venticinque amici e parenti di Casa Medici. Ma dovea la libertà cadere per mano di quelli che più aveano obbligo d’esserne difensori: alcuni giovani di famiglie nobili, di quelle medesime che aveano fondato il Governo popolare, perduti pei debiti, audaci d’animo e insofferenti di vivere in quella libertà dimessa, entrati in Palagio, salirono fino alle camere dove il Soderini stava come uomo abbandonato: primi e più arditi furono Paolo Vettori e Baccio Valori, nome infelice alla sua patria e infine a sè stesso. Costoro da prima chiesero al Gonfaloniere che rilasciassero i venticinque; il che ottenuto con le minaccie, se ne andarono per allora: ma poi tornarono in maggior numero, ed in arme, ed era con essi Francesco Vettori fratello di Paolo, il quale ai Magistrati e al Gonfaloniere impaurito offerse, purchè egli uscisse dal Palagio, condurlo alle case sue proprie facendo a lui sicurezza della vita. Il che accettato dal Soderini, mantennero a lui amorevolmente le promesse, tanto rispettavano la innocenza e integrità sua; ma nel Palagio ai Magistrati imposero fosse egli privato dell’ufficio con la osservanza delle forme che a un tale caso erano prescritte. Dipoi con buona guardia di soldati condussero il Soderini verso Siena; poi temendo qualcosa dal Papa, celatamente l’accompagnarono al porto d’Ancona, dond’egli passò a Ragusi.

Il cardinale Giovanni de’ Medici avea tristamente inaugurato le felicità sue; fu presente al Sacco di Prato, ed era nel campo del Vicerè quando si fece accordo con gli Oratori fiorentini, mandati ivi appena mutato lo Stato. Fu convenuto che gli Spagnoli uscissero di Toscana, promettendo la Repubblica pagare al Vicerè centoquaranta mila ducati e rimettere in Firenze la famiglia dei Medici come cittadini privati, e con la facoltà di ricomprare i beni ch’avevano innanzi l’esiglio. Era l’ultimo d’agosto, nel quale giorno doveva farsi la Signoria nuova; a questa aggiunsero un Gonfaloniere che sedesse un anno: al quale ufficio il Consiglio grande, dove intervennero oltre a 1500 cittadini, con molto consenso elesse Gian Battista Ridolfi parente del Cardinale, ma che si era mostrato amatore di libertà e capace più che altri al governo d’una Repubblica ordinata. Fatto ciò, entrava Giuliano a Firenze in abito civile, che allora dicevano lucco, in compagnia d’Anton Francesco degli Albizzi ch’era stato dei più ardenti tra’ congiurati: era il palazzo Medici spogliato di mobili e in devastazione, per il che il giovane smontò alle case degli Albizzi, dalle quali il bisavo di lui aveva cacciato Rinaldo. Tenne il Ridolfi con dignità e fermezza nei primi giorni l’ufficio suo; vedevano i Palleschi la parte loro scarsa di numero e più che mai d’autorità, i cittadini volonterosi di mantenere le forme libere a cui si erano avvezzati; Giuliano essere uomo nato alla quiete più che alle fatiche dei governi, e facile a essere aggirato. Andarono quindi al Cardinale, che era in Campi, dicendogli che non avevano sicurtà in quel modo, e che egli sarebbe di nuovo cacciato quando gli Spagnoli fossero partiti.

La Casa Medici tornando in patria con le armi straniere, chiamata da pochi, non poteva starvi al pari con gli altri, nè a ripigliare in mano lo Stato poteva usare quei modi stessi che aveva da prima tenuti a fondarlo. Oggi era in Firenze una Repubblica ordinata, dove l’università dei cittadini avea larga parte, nè incontro ad essa vi era maniera di chiamarsi popolari, ma era invece necessità disfarla con atti che sempre avrebbono del tirannico. Lo Stato voleva ristringersi in pochi i quali ai Medici ubbidissero; ma per allora non aveano altro che uomini spicciolati, di scarso credito, e i quali era necessità ingrassare, perchè l’avarizia, come in città guasta, era il movente delle ambizioni: la Casa Medici, logorata dall’esiglio, aveva ella stessa necessità di rifarsi il capitale, usando a pro suo le rendite dello Stato. Queste cose teneva già in mente il Cardinale, il quale frattanto entrato in Firenze con quattrocento lance sotto colore di magnificenza, e andato a smontare nel suo Palazzo, deliberava co’ suoi più accosti fare una Balía co’ modi soliti ma con più scoperta violenza, per essere oggimai tolto anche il mentire le forme legali. Venuti pertanto a’ 16 di settembre in Piazza Rinieri della Sassetta e Ramazzotto bolognese, Condottieri di qualche nome, e alcuni dei Vitelli e degli Orsini, con mille armati, fecero alcuni di loro salire in Palagio, dove gli Ottanta sedevano. Trovo scritto anche in vari modi, che vi entrasse lo stesso Raimondo da Cardona o alcuni che travestiti da Capitani di Spagnoli chiedessero in nome di questi un governo dal quale avessero sicurtà. Ma certo vi entrava Giuliano; e tutti insieme costrinsero la Signoria, in poca parte consenziente, a fare co’ modi usati un Parlamento che desse a un certo numero di cittadini balía quanta la città intera. Furono cinquanta, ai quali pochi altri dipoi si aggiunsero; e da questi fu abolito il Consiglio grande, ch’era la somma d’ogni cosa, e i Dieci di Balìa, e molte leggi o divieti, e l’Ordinanza della Milizia. Fu il Gonfaloniere ridotto a stare i soliti due mesi, e che poi gli altri, con tutta la Signoria e i Collegi, si facessero a mano per mezzo degli Accoppiatori. Rifecero anche gli Otto di Pratica: ma quel che importava, messero al Palagio ed alla Piazza una grossa guardia di soldati forestieri sotto al comando di Paolo Vettori. Fatto il Parlamento, e ricevuto che ebbe il Vicerè la somma di oltre centocinquanta mila fiorini, computando i donativi a lui ed altri principali personaggi, partiva da Prato con l’esercito degli Spagnoli alla volta della Lombardia.[100]

Ma in Firenze era mala contentezza, non solamente nell’universale per vedersi privati del Consiglio grande, ma nei più ambiziosi cittadini; i quali se prima credevano aver troppo poca parte nel Governo popolare, vedevano ora tutto il corso rivolto alle case dei Medici; quindi da ciascuno sperarsi ogni bene, quindi temersi ogni male. Cercavano quelli del Governo di tenere stretti gli squittini, ma i nuovi congegni per fare le tratte rimanevano insufficienti, nè bene i Medici poteano lasciare da banda i più qualificati cittadini, e quelli stessi che amici alla Casa, odiavano pure uno Stato in mano di pochi e che in sè avesse del tirannesco.[101] Tra questi era Iacopo Salviati, marito a una figlia di Lorenzo, e assai potente pel grado che egli teneva in città: piacque levarlo di qui e fu mandato Ambasciatore in Roma, fidandosi che egli avrebbe a ogni modo cercato impedire qualunque disegno facesse il Papa contro a quello Stato. Gian Battista Ridolfi Gonfaloniere avendo cessato col fine d’ottobre, fu scelto pei successivi due mesi Filippo dei Buondelmonti di casa Grande, che riammessa dal vecchio Cosimo agli uffici dopo al 1434, non aveva per anche avuto il supremo magistrato. Guglielmo de’ Pazzi, che a lui venne dopo, era parente stretto dei Medici; pure dominato dall’Arcivescovo suo figliuolo, predicava dovere essi stare nella Repubblica come cittadini, secondo i patti; e avea messa fuori alla finestra del Palagio la bandiera vecchia turchina con l’iscrizione della Libertà. Gli amatori d’un Governo largo, potenti pel numero, si aiutavano fra di loro con le fave nel dare gli uffici: nascevano anche sètte più segrete; quanti rimanevano seguaci del Savonarola più ardenti degli altri, vedevano in ciascun Medici un tiranno. Due giovani aveano cospirato insieme per uccidere il Cardinale ed il suo fratello; scoperti a caso per una cedola che fu da uno d’essi lasciata cadere, e messi in carcere e condannati a morte, furono argomento ad una scrittura che molto innalzava i nomi loro nella posterità. Si chiamarono Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi; ma l’affetto di chi legge si ferma sul primo, il quale essendo di molto ingegno e di buone lettere, spiegava nelle ultime sue ore una tempra d’animo dove l’errore della mente veniva coperto dalla squisitezza del sentire. Descrisse quelle ore e quei discorsi Luca della Robbia, uno della famiglia di quei tanto gentili Artisti, e che essendo uomo fortemente religioso e letterato, confortava il Boscoli e ne riferiva poi le parole con tale dolcezza di scrivere che in tutta la lingua nostra non è chi l’agguagli: con essi era un Frate di San Marco, che il condannato ottenne di avere confessore. Il povero giovane, cristiano sincero, aveva la mente pure invasata delle idee classiche e pagane, onde a que’suoi cari chiedeva che gli cavassero dalla testa Bruto, perchè egli voleva morire da cristiano. Grande e vivo insegnamento circa alla vita interiore ed al sentire degli uomini in quella età singolare può trarre l’istoria dal mesto racconto e dalle parole di quei giovani infelici.[102] Quando essi andarono al supplizio, il Cardinale già era in via che si recava in Roma al Conclave.

Capitolo V. PONTIFICATO DI LEONE X. [AN. 1513-1521.]

Giulio II era morto a 21 febbraio 1513; agli 11 marzo Giovanni dei Medici fu eletto Papa, e assunse il nome di Leone X. Non fu mai creazione la quale destasse tanta allegrezza nè sì universale, in Roma non solo, ma nella Cristianità, per le speranze che in lui si ponevano: eletto senza macchia di simonia, giovane di trentasette anni, ma bene esperto; caro e onorato pel grande nome del padre suo, ed egli tenuto di buoni costumi, benigno e mansueto, magnifico nella vita, liberale nelle grazie e nello spendere eccessivo; di animo regio fin anche in certa incuranza signorile per cui mostrava della grandezza volere i godimenti, ma non le fatiche: un gaio vivere e fastoso regnò intorno a lui; l’Italia versava in Roma sè stessa con tutta la copia dei suoi belli ingegni. Piacque a Leone che il giorno nel quale pigliava possesso del Pontificato fosse un mese dopo alla creazione, l’undecimo d’aprile, anniversario di quel giorno nel quale era egli rimasto prigione per la rotta di Ravenna. Le arti, le lettere, l’opulenza renderono splendida e memorabile quella cerimonia; il Papa vi spese centomila scudi; profana ogni cosa; encomiavano Leone con mitologiche allusioni, ed accennando ai due precedenti regni, dicevano in versi di latinità elegante avere avuto i tempi loro Ciprigna e Marte, ora essere venuto il regno di Pallade. Non avea mai veduto Roma dopo alla devastazione dei Barbari un giorno più magnifico nè più superbo. Alle fortune del nuovo Papa si aggiungeva l’avere trovato gli animi stanchi intorno a lui per essere stati tenuti da Giulio in continua fatica, oppressi da quella volontà subita, dalle ire, dall’animo infaticabile, irrequieto, e dagli impeti del pensiero corrivo ai disegni vasti e smisurati. Nè a lui piacevano altro che le cose grandi, nè si abbassava nei disegni privati e proprii; due concetti soli ebbe egli costanti infino all’ultimo suo respiro, ampliare lo stato temporale della Chiesa e liberare (com’egli diceva) l’Italia dai Barbari. Nato alle imprese ed alle grandezze di principe secolare, nella Chiesa ebbe la sua famiglia, nè si curò molto dei suoi congiunti: avendo a Francesco Maria della Rovere suo nipote consentita l’adozione dei Montefeltri, non cercò ampliare lo Stato d’Urbino, e solamente negli estremi della vita domandò in grazia dal Collegio dei Cardinali che lo accrescessero con l’investitura di Pesaro, senza la quale i Duchi d’Urbino avevano sede troppo arida e ingrata. Ma egli si teneva certo nel principio della primavera, che poscia non vidde, costringere sotto alla potestà immediata della Chiesa Ferrara cacciandone gli Estensi, e opprimere con le armi d’Inghilterra il Re francese a cui vietava prestare ubbidienza, fidandosi molto nella virtù militare degli Svizzeri e nella rozzezza dei loro costumi e in quel tenere che essi facevano per signore chiunque gli pagasse, siccome coloro che altro principe non riconoscevano; contava col nome di Pontefice e col danaro tenergli sotto alla dipendenza sua, compiendo con le armi loro il finale voto del suo regno, cacciare d’Italia dopo a’ Francesi anche gli Spagnoli. I quali disegni che s’incalzavano nella mente sua, per essere troppi, se stessi impedivano; e prorompendo per via di collere e di un comandare concitato, gli avevano tolta con l’affezione anche la fiducia di quelli medesimi che egli era solito adoprare.[103] Natura potente ma troppo diversa, non che dall’ufficio che a lui si spettava, dai tempi e dagli uomini in mezzo ai quali gli toccò a vivere e regnare. Non ebbe Leone di tali concetti; ma per le magnificenze del suo regno soleva quel secolo chiamarsi da lui. Ai letterati ed agli artisti la reggia del figlio di Lorenzo Medici pareva essere casa loro; intorno a lui tutti sapeano di lettere o ne facevano professione. Appena pontefice, chiamò in Roma ad essergli segretari Giovanni Sadoleto e Pietro Bembo, scrittori celebratissimi di lingua latina; la stampa fioriva in quella città, e il nome di Leone X si ritrova da per tutto. Avevano le Arti prima di lui toccato il colmo, e Giulio II lasciava in esse più forte impronta di vera grandezza: fu suo pensiero che la chiesa di San Pietro vincesse d’ampiezza e di magnificenza tutti gli edifizi antichi e moderni; al Buonarroti faceva dipingere la vôlta della Cappella Sistina e gettare in bronzo la propria sua effigie colossale, che dai Bolognesi fu poi distrutta; nelle stanze del Vaticano, le prime storie che vi facesse Raffaello da Urbino, e le più belle, sono del tempo di Giulio II. Da Leone X fu il Buonarroti mandato in Firenze per ivi servire a Casa Medici con la costruzione della facciata di San Lorenzo, che non fu mai fatta, e con la Cappella o Sagrestia di quella chiesa per le sepolture di due congiunti del Papa, che il grande uomo non condusse a fine e che a lui furono sempre mal gradite. Ma i sommi onori ch’ebbe Raffaello nei suoi ultimi anni come signore dell’Arte, furono decoro di Roma e del Papa; nè quante opere ivi si facessero di pregio insigne è possibile numerare. In ogni cosa Leone X amava la vita splendida, e tenere intorno a sè allegro il mondo; le feste in Roma si succedevano alle feste, e ad esse le Arti davano bellezza. Voleva il tempo queste allegrie, che sono accusa di spensieratezza; si viddero sempre venire innanzi alle calamità ultime, e prepararle con quella molle scioperataggine ch’esse inducono in fondo agli animi già di prima guasti e avviliti. Leone X partecipava egli medesimo a quella smania di godimenti frettolosi, non che la sua mente fosse incapace d’antivedere i mali e nemmeno di prevenirli con l’accortezza dei partiti e con l’indirizzo che bene sapeva dare ai consigli; ma presto s’annoiava dei lunghi pensieri, e male soffriva pigliarsi affanni prima del tempo. Quando da principio gli facevano un gran dire delle predicazioni e degli scritti che certo Lutero spargeva in Germania, gli parvero cose da non vi badare.[104] In quel piacere che si pigliava dei Letterati e degli Artisti, oltre allo spendere troppa parte di sè stesso, non tenne sempre cura bastante dei doveri che gli imponevano gravità di vita: faceva lui presente recitare nel Palazzo del Vaticano la Calandra del Cardinale Bibbiena, commedia che oggi non si rappresenterebbe sulle scene. Poco era severo quanto al pensare e al vivere di coloro che avea per amici; baciava l’Ariosto sovra ambo le gote,[105] e avrebbe voluto fare Cardinale Raffaello da Urbino. Ma quello che è peggio, si dilettava nelle cene di buffoni e di parasiti, sè stesso abbassando infino a riderne, e pigliandosi alle volte crudele sollazzo di aggirare con le celie la testa dei semplici sino a farli divenire mentecatti.[106] Io credo la fibra molle e cagionosa fosse a lui scusa e gli facesse cercare piuttosto siffatti piaceri che le fatiche dell’intelletto: era grande della persona e corpulento con gambe sottili; e la sua faccia, chi la vede espressa al vivo di mano di Raffaello, costretto a guardarla, non fa pensare altro che l’arte mirabile del gran dipintore.

In Firenze la novella di questa elezione recata, forse per segnali, la sera stessa «messe tutta la città per allegria sottosopra, pazzeggiando ciascuno di qualunque etade e sesso. Si festeggiò in pubblico e in privato: rupponsi le Stinche, e tutte le altre carceri della città; liberarono gli Otto e la Balia tutti i confinati per la congiura.» Aveva il Cardinale Soderini, sagacissimo come egli era nell’antivedere i suoi privati vantaggi, favorita sino dal principio l’elezione del Medici; e questi avendola tosto con Breve onorevolissima annunziata a Piero Soderini che per sospetto de’ Ragusèi si era sottratto in terra de’ Turchi, gli fece invito che si recasse a vivere in Roma: il che essendo da questi accettato, dimorò l’antico Gonfaloniere della Repubblica all’ombra del Papa, sinchè non moriva in Roma stessa più anni dopo:[107] tutti i Soderini furono in patria restituiti. «Tali benefizi ricevuti da tali famiglie, le speranze concepite da’ mercatanti, dagli artefici, dai negoziatori, al guadagno; le dignità, le utilità già rapite col pensiero dai parenti e dagli amici dei Medici; facevano un’armonia di tanta satisfazione universale, che il pensiero della Repubblica pareva sparito dagli animi di ciascuno: però rivoltisi universalmente alla osservanza dei Medici, s’ingegnava ciascuno di guadagnarsi la grazia loro, o almanco di non essere per avversario notato.[108]»

Della famiglia dei Medici allora molto numerosa chi ponga insieme le affinità e le aderenze, Giuliano era dopo alla esaltazione del fratello andato in Roma con cento cavalli, separatamente dalla grande ambasceria che in nome della città doveva fare ubbidienza al nuovo Pontefice. Giuliano ben tosto creato Gonfaloniere della Chiesa rimase in Roma, nè delle cose di Firenze s’impacciò mai, come poco atto alle difficili brighe di quel Governo. Il Papa ordiva cose maggiori per il fratello che, vivo ancora Luigi XII, divenne marito a Filiberta di Savoia, della quale una maggiore sorella, di nome Luisa, era madre di Francesco duca d’Angouleme, che poco dopo fu re in Francia. Il primo nato dei figli del magnifico Lorenzo, Piero che affogò nel Garigliano, avea lasciato dall’Alfonsina degli Orsini un figlio, anch’esso di nome Lorenzo, in età allora di venti anni. Questi, già con gli zii tornato in patria, fu per accordi passati in famiglia destinato dal Papa a tenere lo Stato di Firenze. La forma fu quella stessa che, dall’avo istituita, lasciò di sè molto gloriosa memoria: un Consiglio di Settanta aveva la somma di tutto il Governo; da quello si andava ad un altro Consiglio chiamato dei Cento, ma che per le molte aggiunte saliva a maggior numero, e cui spettava decretare le spese e le leggi: questo Consiglio era scelto anch’esso tra gli amici della Casa Medici e tra quelli che poco temuti si volevano onorare, o che si cercava di guadagnare: il Gonfaloniere a due mesi; la Signoria e i Collegi si traevano dalle borse formate con ogni studio per cotesti Magistrati: rimase in piedi la Balia con la potestà sua di rinnovare le borse e provvedere ai casi più straordinari. Il giovane Lorenzo usava da principio modi civili; facile alle udienze, andava in Piazza la mattina di buon’ora con accompagnamento di staffieri e intorno giovani che a lui più erano familiari; udiva i casi che nascevano, raccomandava ai Magistrati fare a tutti eguale giustizia. Con questa figura di capo della Repubblica, e sopra ogni cosa con la grande potenza del Papa cui Firenze era come un privato suo patrimonio, stavano aperte larghe le vie agli ambiziosi, che sono i principi dei paesi liberi. Nel libro pubblico del Priorista è scritto con quella nuova forma di Governo la nobiltà essersi vendicata e ridotta in libertà, riformando lo Stato secondo la volontà degli ottimati e dei patrizi.[109] Ciò propriamente non era vero, ma veniva al fine stesso quando in Roma alle dignità e alle grandi faccende civili o ecclesiastiche erano chiamati gli uomini più ingegnosi, che molti ne aveva Firenze, e un Papa fiorentino volentieri gli adoperava portandoli alle dignità maggiori, o ad essi fidando le cose più gravi. In questo muoversi e salire che allora si fece, gran parte del popolo era tirata o dai guadagni o da quella sorta d’allucinamento che dà la grandezza; nel fondo amavano la Repubblica, ma con pensieri disuniti, e ciascuno andando per vie diverse, ed i pensieri personali avendo più forza dei pubblici: vi erano uomini incorrotti, vi era una plebe ingenua e temprata sulle dottrine del Frate, la quale aveva spavento dei vizi levati in alto, e si atterriva pensando ai gastighi che pure una volta doveano scendere. Un predicatore in Santa Croce gli annunziava con tanto tremendi colori che tutta la città ne fu compresa. I cortigiani ed i gaudenti corsero al riparo; ed oltre all’avere proibito siffatte prediche e devozioni, empirono la città di mascherate, trionfi e giostre, formandosi in compagnie, che l’una si chiamava del Diamante, l’altra del Broncone, imprese dei Medici: rappresentavano que’ trionfi il secolo d’oro, che ad essi pareva tornato al mondo; si fecero cavalieri con gran pompa e da lunghi anni disusata: le feste disordinate o scandalose dispiacevano ai più severi.[110]

Apparteneva alla famiglia dei Medici Giulio, figlio naturale del primo Giuliano, e nato dopo all’essere ucciso il padre suo nella Congiura dei Pazzi, l’anno 1478. Fu egli educato insieme co’ figli di Lorenzo, e visse dopo all’esiglio nella corte del Cardinale con le insegne di cavaliere di Rodi. Quando le pratiche pel ritorno di Casa Medici cominciarono, fu egli di queste principale autore: andò col Bibbiena travestito a conferire nella villa di Nipozzano con Anton Francesco degli Albizzi; e seco e con gli altri congiurati mantenne dipoi segreto carteggio. Tornato in patria, fu sostituito a Paolo Vettori nel comando di quelle milizie che aveano la guardia del Palazzo pubblico; fatto Papa il cugino, fu egli suo principale strumento e lo dicevano consigliero dei maggiori negozi. Quando fu nominata l’ambasceria dei Fiorentini al nuovo Pontefice, dovea presiederla Cosimo dei Pazzi arcivescovo di Firenze. Ma questi moriva subitamente; e perchè intanto si dissero fatte rivelazioni di aderenze che il Pazzi avesse nel fatto del Boscoli, sospetti allora troppo frequenti nacquero intorno a quella morte. Leone bentosto dava l’arcivescovado a Giulio dei Medici, che indi a non molto fu Cardinale. Quattro erano in quella prima promozione, dei quali tre fiorentini, Giulio dei Medici e Lorenzo Pucci Datario e Bernardo da Bibbiena, che con l’ingegno e la destrezza molto avea fatto per la elezione del suo gran patrono, del quale era stato Segretario nel Conclave. Giulio divenne Vicecancelliere, ed era ogni cosa nel papato del cugino, avendo in sue mani la direzione anche del governo della Repubblica di Firenze.

Le cose intanto di Lombardia erano oltremodo travagliate, sebbene già negli ultimi giorni del precedente anno Massimiliano Sforza per le convenzioni di Mantova fosse venuto al possesso del ducato di Milano. Seco erano il Vicerè spagnolo e in nome di Cesare il Vescovo Gurgense e i rozzi deputati dei Cantoni degli Svizzeri, temuti allora sopra ogni altro: avevano forma di governo regolare, tantochè andavano alle loro Diete ambasciatori di alto grado mandati dai Principi, ciascuno bramosi d’avere seco le armi loro. A discrezione di tutti questi regnava in Milano il nuovo Duca giovinetto di venti anni, misero d’animo e di corpo: i Milanesi questo guadagno aveano fatto, d’avere a pagare oltre ai soldati forestieri anche una Corte fastosa e impotente.[111] Quando poi scese un altro esercito di Francesi condotti da La Tremouille e dal Trivulzio marescialli, ai quali si era già stretta in lega la Repubblica di Venezia; ribellandosi Milano ed altre città lombarde contro a quel falso governo del Duca, non rimase a questi altro scampo che rinchiudersi in Novara, dove l’esercito degli Svizzeri in grande numero si fortificava; talchè i Francesi, tiratisi un poco indietro, aspettarono la battaglia. Fu questa oltre modo feroce: gli Svizzeri avendo con infinito sangue conquistate le artiglierie dei Francesi, le voltarono contro ad essi, facendo strage massimamente dei lanzichenecchi odiati da loro quasi con odio di consanguinei; periva la nobile gendarmeria francese o si disperse in fuga vilissima. Il vinto esercito ripassava le Alpi, e frattanto aveano i Francesi perduto anche Genova; ed altri Svizzeri, uniti questa volta con altri Tedeschi, assediavano in Digione l’avanzo francese condotto dal La Tremouille, il quale scampava per grossa somma di danari e promettendo l’abbandono delle fortezze che in Italia si tenevano tuttavia nel nome di Francia. Luigi XII aveva nel tempo stesso con gli Inglesi guerra infelice presso alle coste della Manica; il re Scozzese Giacomo IV, venuto a recare aiuto ai Francesi, periva in una di quelle battaglie. Venezia rimasta sola, non però cedeva dalla consueta sua fermezza: si era l’Alviano rinchiuso in Padova; Treviso e Crema si tenevano per la Repubblica; ma fuori di queste, le città e campagne erano devastate barbaramente da Spagnoli e da Tedeschi infino all’orlo della laguna; le palle spagnole aveano una volta cercato l’antico palazzo dei Dogi. Usciva l’Alviano, e campeggiando felicemente sosteneva la guerra ineguale, tantochè l’Imperatore dovette ritrarsi, e Raimondo da Cardona faceva svernare i suoi soldati nei colli Euganei presso a Padova. Il Papa in questo abbassamento dei Francesi si raccostò ad essi, tra Spagna ed Austria già preparandosi quella terribile congiunzione che fu all’Italia servitù: cercò pertanto di rappacificare co’ Veneziani l’Imperatore; ma più efficace delle sue pratiche fu la virtù del Senato di Venezia, che non atterrito nemmen da un incendio che avea consumato la miglior parte e la più ricca della città, ripigliava con l’anno nuovo la guerra con buoni successi, avendo l’Alviano disperso le armi Spagnole e vinto nel Friuli quelle dei Tedeschi: Renzo da Ceri, anch’egli di Casa Orsina, teneva fortemente Crema e con essa quel lembo estremo della Repubblica.

Essendo morto Luigi XII il primo giorno del 1515, succede al regno Francesco I, il quale per essere anch’egli del ramo degli Orléans aggiunse al titolo di Re di Francia quello di Duca di Milano; giovane ch’era nel ventunesimo anno, del corpo bellissimo, nutrito di spiriti cavallereschi da trarsi dietro gli animi dei Francesi. Deliberò tosto scendere in Italia; e già nell’estate varcava le Alpi, conducendo con ammirazione di tutti l’esercito per valli insolite ed inospite, perchè gli Svizzeri occupando fortemente Susa gli aveano impedito le vie consuete del Monginevra e del Cenisio. Avendo colto all’improvviso Prospero Colonna ch’aveva il comando pel duca Massimiliano, lo facea prigione; ed occupata la Lombardia fino alle porte di Milano, si affrontarono i due eserciti presso Marignano, con tanto valore da ambe le parti, che al Trivulzio parve diciotto battaglie che aveva vedute essere state appresso a questa giuochi da fanciulli. Fu la vittoria due giorni disputata; ma infine l’avanzo degli Svizzeri, la maggior parte uccisi, non fuggitivo ma con virtù che non si crederebbe in uomini avvezzi a fare ogni cosa per moneta, si ritrasse. Milano fu sgombro, e Massimiliano Sforza, ceduto il castello e rinunciando allo Stato suo, patteggiò vivere oscuro in Francia con la provvisione di settantadue mila lire tornesi all’anno: ne’ primi d’ottobre il re Francesco entrava in Milano.[112]

Al cominciare di questa guerra Leone era stato ambiguo e sospeso a quale parte volgersi: avea lega col Re Cattolico, ma lo intimoriva quel forte esercito dei Francesi e quell’ardore. Teneva inoltre col re Francesco segrete pratiche, disegnando con armi unite conquistare sugli Spagnoli il regno di Napoli e darne a Giuliano suo fratello la corona. Ma perchè il Re si era mostrato risolutamente avverso a quel partito,[113] creando Giuliano solamente duca di Nemours; teneva il Papa in mano altre fila per fargli uno Stato di qualche importanza di qua dal Po, mettendo insieme quelli di Parma e Modena e Ferrara, la quale anelava torre agli Estensi. Gli conveniva da un altro lato avere qualche rispetto alle cose di Firenze, dove l’appressarsi del Re francese destava gli animi a nuovi pensieri, perchè all’antica inclinazione dei Fiorentini si aggiungeva il gran capitale che avevano in Francia sulla piazza di Lione e per le rive del Rodano: quivi gli antichi traffici s’erano accresciuti per le molte case di fuorusciti che mantennero in Lione allora e per lungo tempo una colonia divenuta francese, ma sempre avversa ai Medici e speranza di quanti in Firenze fossero amatori di libertà. Leone infine deliberato di osservare la lega con Spagna, mandava col gonfalone e coi soldati della Chiesa Giuliano a Piacenza, della quale aveva fatto Governatore Goro Gheri pistoiese:[114] ma intanto Lorenzo anch’egli voleva essere qualcosa, nè a lui bastando avere in Firenze il nome di Capitano, convenne anche dargli soldati da condurre. Il Papa era tirato in più parti dalle ambizioni dei suoi parenti; ma bentosto Giuliano essendo da inferma salute costretto partirsi, lasciava il campo libero al nipote, cui s’aggiungeva, in qualità di Commissario de’ Fiorentini, Francesco Vettori. Doveano essi fare mostra di guerra senza venire a effetti: chiedeva istantemente il Cardona passassero il Po, ma il Vettori accortamente cavava Lorenzo d’impaccio negandogli il soccorso delle genti fiorentine. Seguita la grande vittoria di Marignano, Lorenzo mandava al Trivulzio Benedetto Buondelmonti, già essendo presso al Re nunzio per il Papa Lodovico Canossa vescovo di Tricarico. Si venne quindi a un trattato pel quale Parma e Piacenza erano date al Re come facenti parte del ducato di Milano, con più altri accordi che, ratificati dal Papa, condussero ad una amicizia tra lui e Francesco, promettendo questi di recarsi a fare ossequio al Papa in Bologna, dove Leone intendeva condursi a riceverlo. Pei Fiorentini al Re andavano ambasciatori in Milano Francesco Vettori e Filippo Strozzi.[115]

Leone X, che si recava per la via di Toscana ad aspettare il re Francesco, rimase tre giorni presso a Firenze nella villa dei Gianfigliazzi a Marignolle, sinchè gli apparecchi nella città fossero compiuti. Aveano all’entrare abbattuto l’antiporto perchè vi capissero il Papa ed il seguito, nel quale erano diciotto Cardinali; per tutte le strade archi trionfali con ornati, emblemi e figure, opere dei grandi Artisti che aveva Firenze.[116] Leone discese nell’alloggiamento solito dei Papi a Santa Maria Novella; poi continuava la via per Bologna. Quivi stettero più giorni il Papa e il Re nella stessa casa, con segni scambievoli di grande fiducia e conferendo tra loro due soli: pensava Francesco a ripigliare i suoi diritti sul regno di Napoli; e quanti disegni si facessero tra loro, e quanto palleggio di città e di Stati cosicchè potessero trovarvi entrambi il conto loro, non è possibile indovinare. Convenuti di abolire la così detta prammatica sanzione per cui si reggeva la Chiesa di Francia, fecero accordi nei quali il Papa e il Re avevano i guadagni loro, ma parve ingiuria a quella Chiesa. Quando si furono dipartiti, il Re, licenziato l’esercito e stato poco a Milano, tornò in Francia: il Papa, venuto a Firenze pei giorni del Natale, vi dimorò qualche settimana nel Palazzo dei Medici, ed era già in Roma nel febbraio del 1516. Pochi giorni dopo moriva nella Badia di Fiesole senza figli Giuliano de’ Medici: era il migliore della famiglia, di vita placida, grande spenditore, tenendo intorno a sè uomini ingegnosi, ed ogni nuova cosa voleva provare. Leone in quel tempo aveva già fermo nell’animo di privare del ducato d’Urbino Francesco Maria della Rovere, al che Giuliano si opponeva per la memoria del grazioso rifugio ch’egli ebbe in quella Corte, dov’era il seggio d’ogni eleganza[117]. Ma in casa Medici assai poteva l’Alfonsina degli Orsini, vedova di Piero, donna imperiosa, cui non bastava pel figlio Lorenzo il grado tenuto da lui in Firenze. Usciva condanna contro al Della Rovere, che lo spogliava per fellonia del feudo d’Urbino; e il Papa ne dava a Lorenzo dei Medici l’investitura, commettendo a lui di farne l’acquisto con le armi: il che non fu cosa di molta fatica, e il duca Francesco Maria con la moglie e figli si ridusse in Mantova presso al marchese Francesco suo suocero.

In Lombardia, dopo che il Re fu partito, Massimiliano imperatore continuava quella sua guerra contro i Veneziani, ai quali prestavano aiuto debole i Francesi. Aveva il Cardona sgombrato la Lombardia, quando la morte di Ferdinando d’Aragona faceva re unico di tutte le Spagne Carlo suo nipote, giovinetto che per gli anni andava col secolo e aveva dal padre la signoria delle Fiandre. Il Cardinale Ximenes reggeva lo Stato, e conchiuse con Francia una tregua che divenne pace, cui aderiva a contro genio l’Imperatore. Per questa pace i Veneziani, che prima avevano riacquistata Brescia, riebbero ai primi dell’anno 1517 anche Verona: dopo bene otto anni di guerre crudeli e di costanza, l’antico Stato di Terraferma tornava intero alla Repubblica di Venezia, ma guasto, misero, devastato, e mentre i commerci pigliando altre vie mancavano a quella regina dei mari. D’allora in poi la veneta sapienza non ebbe più altro che un solo pensiero, protrarsi la vita; e fu grandissima sua lode averla condotta fino all’estrema decrepitezza, dopo alla quale non è che la morte.

La pace tra’ grossi potentati che si disputavano l’Italia, lasciava oziosi molti soldati spagnoli, guasconi, tedesche, svizzeri, italiani, soliti a vivere della guerra. Vi erano poi gentiluomini delle più illustri famiglie italiane, i quali faceano loro mestiere le armi, seguendo chi l’uno chi l’altro principe; condottieri che differivano dagli antichi, perchè non avevano compagnia stabile di soldati che gli seguitasse: di essi taluni s’erano acquistata insigne fama di capitani. Tra questi era in Mantova Federigo da Bozzolo, di Casa Gonzaga, il quale diede animo a Francesco Maria Della Rovere di ricuperare lo Stato d’Urbino: entrambi fecero aggradire cotesto disegno a Odetto di Foix, signore di Lautrech, preposto allora dal re Francesco al governo di Milano. A lui pareva che fosse bene indebolire le forze del Papa, il quale tenendo tanto grande Stato e posto nel cuore d’Italia in mezzo tra i Francesi e gli Spagnoli, poteva, se l’occasione gliene venisse, intendere l’animo a cose maggiori: avea mostrato poco rispetto al Re col negare al Duca di Ferrara la restituzione di Modena e Reggio, e fare contro alle istanze sue l’impresa d’Urbino. Per queste ragioni Lautrech diede mano a Francesco Maria ed a Federigo, i quali con grande numero di quei soldati d’ogni nazione invasero la Romagna, e quindi entrati su quello d’Urbino, recuperarono facilmente lo Stato intero pel grande amore che aveano quei popoli alla casa Montefeltra, solita reggerli con mansuetudine. Leone a quell’improvviso assalto richiese d’aiuto i Re che si erano a lui collegati, e si mostrarono molto freddi; assoldò i migliori di quei Capitani, Renzo da Ceri, Vitello Vitelli, Guido Rangone, parte in nome suo, parte dei Fiorentini, obbligando a seguitarlo Gian Paolo Baglioni per la dipendenza che avea dalla Chiesa; ma le paghe non si facevano perchè il danaro andava profuso dal Papa e dai suoi. Lorenzo dei Medici guidava l’impresa, poco ubbidito dai Capitani, i quali cercavano tirarla in lungo, perchè dallo stare sull’armi ottenevano oltre ai guadagni anche reputazione. Vi furono scontri e assalti vari di castelli; in uno dei quali Lorenzo ferito gravemente nella testa, dovette lasciare il campo e farsi curare in Ancona: invece sua era mandato dal Papa il Cardinale Bibbiena, ingegno pronto a ogni cosa, ma di guerra non s’intendeva. Dopo alcune settimane Lorenzo venuto a Firenze dove lo dicevano già morto, ritornò al campo: Francesco Maria, rinvigorito d’altri soldati che per non essere pagati lasciarono il Papa, gli conduceva per le città della Marca, dalle quali aveva danari in via di riscatto. Entrato nell’Umbria e avendo trovato a lui connivente Gian Paolo Baglioni, assaltò Anghiari nella Toscana, e avrebbe condotte le cose del Papa a mal partito, se avesse avuto soldati che da lui veramente dipendessero. I due Re uniti per la difesa di Leone, avevano entrambi sospetto di lui, e l’uno dell’altro gelosia grandissima, ond’è che cercarono finire la guerra. Dalle due parti erano Spagnoli, i quali Francesco Maria temette non s’accordassero a tradirlo: costretto pertanto abbandonò al Medici il ducato, avendo ottenuto con l’interposta dei due Re portare seco le artiglierie e tutte le robe sue, e nominatamente la Libreria che Federigo da Montefeltro suo avolo aveva raccolta in Urbino. Quella guerra continuata per otto mesi aveva costato al Papa ottocentomila ducati d’oro, pagati la maggior parte dai Fiorentini, ai quali più tardi Leone cedeva in via di compenso la Fortezza di San Leo col Montefeltro e il Piviere di Sestino.[118]

In quella pace tra’ Principi cristiani, e poichè vana riusciva ogni pratica di fare lega contro al Turco, due cose cercava Leone ogni volta che l’occasione gli se ne offrisse; domare l’avanzo degli antichi feudatari della Chiesa, ed in Toscana fondare alla Casa dei Medici un principato. Nei primi tempi che fu Papa, col minacciare di guerra i Lucchesi ottenne restituissero ai Fiorentini Pietrasanta. Volendo inoltre assicurarsi di Siena, cacciava con le armi Borghese Petrucci figlio di Pandolfo che la teneva come in signoria, facendo lo Stato passare in un altro di quella famiglia discaro ai Senesi, ma che era tutto sua creatura. Del che pigliò tanta indignazione il cardinale Alfonso Petrucci fratello di Borghese, che minacciava con parole furiose la vita stessa del Papa, fino a dire che lo avrebbe un giorno ucciso di sua mano in mezzo del Concistoro. Essendosi inoltre offerto a Leone di fare venire da Firenze certo famoso chirurgo perchè lo curasse di una fistola che lo molestava, fu detto avesse pagato il chirurgo che lo avvelenasse. Temendo il Petrucci quindi per sè stesso, fuggiva di Roma; dove tornato poi con salvocondotto, e imprigionato e sottoposto ad un processo, moriva in carcere: altro cardinale Bandinello Sauli, amico d’Alfonso, e condannato come lui, ebbe poi grazia della vita. Raffaello Riario, dei più vecchi nel Cardinalato, e soprattutti magnifico, il quale confessò avere conosciuti i propositi del Petrucci, fu privato del grado, che riebbe quindi per danaro, ma senza voce nel Concistoro: per somigliante motivo Adriano da Corneto fuggiva, e nulla di poi se ne seppe: il Cardinale Soderini si ricovrò fuori dello Stato della Chiesa: furono in Siena squartati alcuni minori complici.[119] Dopo ciò il Papa fece un atto di molta risolutezza, il quale può dirsi venisse a mutare sostanzialmente le condizioni del Sacro Collegio; facea promozione di trentun Cardinali, contro all’usanza, tutti in un solo giorno. Prima il Collegio era di pochi e a lui poco amici, ma ora il molto numero abbassava la soverchia potenza d’alcuni. Tra’ nuovi eletti erano uomini di qualità varie; insieme ai parenti del Papa e agli amici, v’erano ecclesiastici dei più autorevoli per bontà e dottrina, e alcuni nobili delle antiche famiglie romane lasciate in disparte quando erano più temute: raccolse il Papa dai promossi, com’era consueto, forte somma di danaro. Frattanto, e finchè gli bastò la vita, seguiva Leone gli antichi disegni di Giulio e suoi contro al Duca di Ferrara, cercando in più modi torgli lo Stato. Contro a Gian Paolo Baglioni aveva più accuse in pronto: lo chiamò in Roma a purgarsene con gran promessa di sicurezza; ma fattolo chiudere in Castel Sant’Angelo, e ricercati per via di processo i molti e grandi peccati che aveva, gli fece mozzare il capo: d’allora in poi Perugia fu sottoposta al Governo immediato della Chiesa. La sorte medesima, o poco dissimile, avvenne ad altri tirannucci; e quindi il seme di questi spegnevasi in tutta l’Umbria e nelle Marche.[120] Il duca Lorenzo dei Medici teneva lo Stato in Firenze.[121] Dal re Francesco ebbe in moglie una fanciulla di sangue congiunto al sangue reale, Maddalena dei Conti di Boulogne e dell’Alvergna: si celebrarono con gran pompa le nozze in Parigi, dove Lorenzo tenne a battesimo un figlio del Re. Tornato in patria, fra tante grandezze mutava contegno: viveva da principe, aveva una corte, non soffriva l’eguaglianza cittadina, male si appagava di quella mezzana signoria; si consigliava con Filippo Strozzi suo cognato e con Francesco Vettori, uomini più da corte che da repubblica. Ma vietava il Papa a lui di scuoprirsi, e di quel vivere gli faceva colpa: Goro Gheri, segretario del Duca ed uomo di grande maneggio, molto intendente delle faccende, tutto devoto a Casa Medici, dipendeva dal Papa e dai suoi più autorevoli consiglieri, tenendo carteggio con essi continuo.[122] Imposto al Duca dalla volontà del Papa, gli era necessario quando i piaceri e quindi la malattia lo distraevano dal governo. Ma intanto in Firenze mutavano i costumi, andavano i giovani a quella parte dove era vita più gaia e più sciolta; molti disdegnando gli antichi cappucci, portavano barbe alla francese, divenuti gentiluomini della Corte, o lancie spezzate. Piacevasi il Duca di avere attorno soldati, massime poi quando la presenza in Italia dei Francesi temeva potesse ridestare le speranze dei molti ch’erano a lui contrari. In quel tempo il Papa e Giulio cardinale, non si tenendo ben fermi nella città, domandavano pareri intorno al modo che fosse migliore a governarla: ne abbiamo a stampa uno di Francesco Guicciardini, dove lodando il confidarsi a uno Stato largo, descriveva i modi che fossero atti a tenerlo stretto in mano di pochi.[123] Ma bentosto, per vecchi morbi e continui vizi, Lorenzo infermava; divenuto d’altiero salvatico, non tollerava compagnia d’altri che del cognato Filippo Strozzi e di un buffone che gli era conforto nelle ultime ore. Si moriva egli a’ 4 maggio 1519; e sei giorni prima era morta la moglie sua, dopo avere partorito una figliola di nome Caterina che fu poi famosa regina di Francia:[124] — con lui si spense la stirpe maschile del vecchio Cosimo e di Lorenzo. Il Cardinale, venuto da Roma, pigliava lo Stato in mano sua, ma con modi tutti differenti: nel Palazzo dei Medici era un fare più semplice, una compagnia più grave, ai Magistrati mostrava riverenza; fece andare per tratte non pochi uffici ch’era invalso creare a mano e ad arbitrio. Quando il cardinal Giulio de’ Medici stava in Roma, sia per l’ufizio della Vicecancelleria, o perchè il Papa si era avvezzo averlo vicino, reggeva invece di lui lo Stato il cardinale Silvio Passerini di Cortona.[125]

In questi tempi era una grande contesa in Europa. Vacato l’Impero per la morte di Massimiliano nei primi giorni dell’anno 1519, facevano forza per esservi eletti Carlo di Spagna e Francesco I, giovani entrambi e potentissimi; quello dei due che fosse asceso all’Impero, avrebbe grandezza da molti secoli non mai veduta. La scelta era in mano dei sette Elettori, i quali mettevano i voti loro a caro prezzo; nel che avea posta la sua speranza il Re francese, che intanto si era con le armi accostato al luogo della elezione. Ma gli era contraria nella opinione degli Alemanni quella stessa contiguità tra le due nazioni, cagione di guerre tra Francia e Germania; gli Spagnoli erano più lontani, e Carlo Arciduca, tedesco di nascita e di famiglia, era destinato dall’avo ad essergli successore per mezzo di pratiche aperte già prima da Massimiliano; tantochè al giorno della elezione facendo concorso con le armi i principi e le città libere, ai 28 giugno il nuovo eletto Imperatore pigliava nome di Carlo Quinto.

È ragionevole figurarsi che a Leone riuscisse molesto che tanta grandezza di Carlo venisse a rompere quella bilancia la quale s’era egli creduto tenere in Italia tra’ due Re stranieri. Aveva favorito con modi palesi l’elezione di Francesco, non che molto si credesse o che bramasse di farla riuscire, ma perchè essendo la parte più debole, sperava, cercando che l’una con l’altra si pareggiassero, fare che la scelta venisse a cadere, com’era da molti bramato, su qualche piccolo principe d’Allemagna. Fallito il disegno, e poichè da tutti già si vedeva tra’ due gran rivali inevitabile una guerra, Leone mostrava tuttavia sempre di tenere la parte medesima; offriva però d’entrare in lega co’ Francesi, qualora ottenesse la restituzione di Parma e Piacenza e l’abbandono del Duca di Ferrara, che il Re teneva come suo protetto. Tra queste pratiche si consumò l’anno 1520, in fine del quale e quando la guerra già era imminente, Leone fermava in Roma un Trattato, dov’era espressa con altri patti una promessa di aiutare con le armi Francesco alla recuperazione di Napoli. Andava cotesto Trattato in Francia per la ratificazione, che il Re indugiava temendo che sotto vi fosse un inganno, e che una volta che egli fosse con le armi sue nel fondo d’Italia, le forze del Papa se gli voltassero contro d’intesa con Carlo. Dopo di che tosto Leone rompendo con Francia ogni pratica, stringeva con Cesare solenne Lega, cui seguitarono pronti gli effetti. Era stipulato che fosse tra loro confederazione a difesa comune ed eziandio della Casa Medici e dei Fiorentini; s’obbligassero insieme con le armi alla recuperazione del ducato di Milano, il quale acquistandosi, ne fosse messo in possessione Francesco Maria, figlio superstite di Lodovico Sforza; Piacenza e Parma tornassero sotto al dominio della Chiesa, Carlo promettendo dare al Pontefice, oltre ciò, aiuti contro al Duca di Ferrara. In questa Lega, dove ogni cosa era per il Papa, non dimenticava questi nemmeno i suoi congiunti; e il Cardinal Giulio ebbe una pensione di diecimila ducati sull’arcivescovado di Toledo, e uno stato di eguale entrata nel reame di Napoli fu dato a un fanciullo di nome Alessandro, bastardo lasciato dal Duca Lorenzo.

Fuori anche di questi vantaggi privati, più altre ragioni doveano tirare l’animo del Papa. E prima di tutte quella grandissima di cercare che l’Imperatore pigliasse in Germania con mano potente la difesa della Chiesa, contro alla quale Martino Lutero già si era ribellato scopertamente, avendo seco alcuni Principi e non poco favore nei popoli. Ma quanto spetta poi alle cose d’Italia, è da pensare che i Francesi da venticinque anni con le invasioni frequenti n’erano il terrore, che degli Spagnoli più cauti e più lenti meno si temeva: che la possessione del regno di Napoli in mano di Principi che dimoravano in Ispagna andava quieta e umiliava poco gli Italiani, avvezzi da un secolo a vedere su quel trono re Aragonesi, ch’erano stati cagione all’Italia di continui turbamenti. Pensava il Papa come le possessioni di questo Carlo, in tanti luoghi sparse, dovevano essergli di tanto più difficili a tenere; laddove le forze compatte di Francia, e il non mancare a quei Re il danaro e il genio guerriero di quella nazione, portavano a noi vicino pericolo, se mano valida non le contenesse. Per ultimo, un Papa di Casa Medici non poteva sentire in sè amore verso i Francesi che erano amati da’ popolani fiorentini e da essi invocati come propugnatori di libertà. Per queste ragioni crederono allora molti che il volersi collegare con Francia non fosse per il Papa altro che una mostra, e che egli covasse nel fondo dell’animo il pensiero più gradito d’unirsi invece all’Imperatore.

Abbiamo una Lega o Confederazione segretissima tra’l Papa e Carlo re in Ispagna: è del 17 gennaio 1519, sei giorni dopo alla morte di Massimiliano. Già era un pezzo che i politici dei grandi Stati si preparavano alle conseguenze di questa morte, tra le quali era massima quella della creazione d’un nuovo Cesare: Leone aveva intorno a sè uomini devoti a Spagna e volentieri gli ascoltava. Di qui la Lega, che era tutta personale, da durare quanto la vita d’entrambi: dovea rimanere segreta e avere per documento due soli esemplari da scambiarsi tra’ due Principi che la giuravano; e il Papa nella sottoscrizione promette osservarla verbo romani pontificis. Non poteva essere infermata per qualsiasi altro trattato; doveva estendersi allo Stato d’Urbino e a quello della Repubblica di Firenze, che nelle presenti sue condizioni formava come una cosa sola insieme ai dominii della Sedia pontificale. Carlo nominava come alleati suoi gli Elettori del sacro romano Impero: ne sembra qui stare da parte di Carlo tutto il motivo di quel Trattato, dove Leone con l’accettare per alleati quei sette Principi faceva come se gli esortasse a eleggere Carlo dopo la morte di Massimiliano. Aveva il Papa dal canto suo buone ragioni di procacciarsi l’aiuto di Spagna, ma di ciò fare celatamente, perchè una Confederazione vigeva tra lui e il re Francesco, e in Firenze era una principessa di sangue francese, moglie di Lorenzo dei Medici. Questi però travagliato da non curabile malattia, sapeva il Papa che morrebbe presto, e dubitava se la prole già concetta di quel matrimonio nascerebbe sana; così il legame di parentela col Re francese verrebbe a sciogliersi. Era usuale cosa, non appena formata una Lega, cercarne un’altra con la contraria parte; ma qui si voleva tenere il segreto con ogni cautela, tantochè di questo Trattato non ebbero notizia gli storici, ed uscì a stampa solo nei giorni nostri.[126]

Ma dai successi di quella guerra che non appena dichiarata fu mossa nel giugno del 1521, sperava Leone grandi e (come allora taluni crederono) arcane cose. Il Ceremoniere pontificio Paride de’ Grassi racconta nei suoi Diari, che in Roma si diceva esservi altra secreta intelligenza, per la quale Francesco Maria Sforza cederebbe a Giulio de’ Medici il ducato di Milano, e questi a lui darebbe in compenso il cardinalato e la cancelleria e i benefizi che allora godeva per l’entrata di cinquanta mila ducati.[127] Ma checchessia di queste cose, certo è che il Papa faceva la guerra a spese sue per la maggior parte: aveva seicento uomini d’arme suoi e dei Fiorentini, ed altrettanti ne avea recati da Napoli con duemila fanti il Marchese di Pescara; v’erano duemila fanti Spagnoli, quattromila Italiani ed altrettanti Tedeschi e Grigioni, soldati a spese comuni: duemila Svizzeri rimanevano al Papa dei seimila che aveva pagati, e che ora cercava di recuperare. Tenevano pratiche in Lombardia con Girolamo Morone, per sollevarla contro ai Francesi; e Girolamo Adorno avea tentato, ma inutilmente, mettere in Genova gli Spagnoli. Di qua dal Po erano i Francesi venuti innanzi fino alle porte di Reggio, donde furono respinti, essendo in quella città Governatore Francesco Guicciardini; quindi l’esercito della Lega, già insieme raccolto, andò alla sua volta sino al fiume della Lenza, per indi porre l’assedio a Parma. Il quale però andando in lungo, deliberava Prospero Colonna, che aveva il governo di tutta la guerra, portare questa senza indugio di là dal Po; che fu consiglio d’Antonio da Leyva spagnolo, il quale di piccola condizione asceso nelle guerre d’Italia per tutti i gradi della milizia, divenne famoso e ai nostri danni ferocissimo capitano.

Varcato il Po a Casalmaggiore, andava pertanto l’esercito della Lega direttamente alla volta di Milano. Al buono effetto di quella guerra molto importava sollecitare la venuta di quelli Svizzeri che il Cardinale Sedunense conduceva, ed ai quali era andato incontro Antonio Pucci vescovo di Pistoia con gli altri Svizzeri che già erano ai soldi del Papa. Si opposero a quella congiunzione debolmente i Veneziani, e con peggior sorte il duca Alfonso di Ferrara, ch’erano in lega col re Francesco. Aveva il Papa fatto Capitano di tutto l’esercito il Marchese di Mantova, e Commissario generale Francesco Guicciardini con molto ampia autorità; quindi, per emulazioni sopravvenute tra ’l Colonna ed il Pescara, mandava Legato il Cardinale Giulio, che si partiva da Firenze a questo effetto. Così l’esercito si condusse con forze congiunte al fiume dell’Adda, sul quale Lautrech avea concentrato il maggior nerbo della sua difesa; ma vinsero l’impeto e l’arte degli Spagnoli che si condussero al di là dal fiume, essendo in quel giorno apparso mirabile agli occhi di tutti il valore di Giovanni dei Medici, il quale sopra un cavallo turco nuotando per la profondità dell’acqua passò all’altra ripa: un altro Giovanni, a noi già noto, lo ebbe in Forlì da quell’animosa donna che fu Caterina figlia di Francesco Sforza; non aveva compiuti per anche ventitrè anni, e già in più altri fatti minori si era mostrato fra tutti ardito e felicissimo capitano. Ma questa passata dell’Adda gettava grandissimo scoramento negli animi dei Francesi e soprattutto di Lautrech, il quale tosto fuggitosi di Milano, lasciava quella città in mano dei vincitori. In pochi giorni ebbero questi altre città della Lombardia; Parma e Piacenza ritornavano sotto al dominio della Chiesa.[128]

In Roma si succedevano gli avvisi di tante vittorie, nella felicità delle quali il Papa si era recato a diporto alla villa della Magliana. Ordinava rendimenti pubblici di grazie, e aveva intimato per un giorno prossimo il Concistoro dei Cardinali, cui si proponeva comunicare tutto il fatto. A questo fine tornò in Roma: e qui Paride de Grassi racconta, aver egli chiesto al Papa se da quei fatti alcun beneficio verrebbe alla Chiesa, la quale altrimenti non usava rendere pubbliche grazie per le vittorie che un Principe cristiano avesse ai danni d’un altro. Il Papa rispose festivo e ridente, che grandi ve n’era; per il che, e per la somma letizia di quelli eventi mostrata con segni affatto insoliti, si confermò il Grassi in quel suo supposto circa la cessione del Ducato. Discorrevano tra loro le cose da fare, quando il Papa avendogli detto che voleva riposare qualche ora solo, fu côlto la sera da una piccola febbre che da principio compariva cosa da nulla. Passarono due giorni, dopo i quali a un tratto la mattina del primo dicembre si seppe che il Papa stava male, e poco dopo, che il Papa era morto. Leone moriva nelle esultanze della vittoria e per gli svaghi d’una villeggiatura. Fu detto, secondo il solito, essere egli morto di veleno a lui fatto apprestare dal re Francesco per mezzo d’un Barnabò Malaspina coppiere del Papa; ma costui preso, bentosto fu liberato senza che nulla si scuoprisse. Espone il nostro Ceremoniere gli argomenti del veleno, dei quali sembra egli però dubitare,[129] intantochè gli Storici più insigni senz’altro corrono all’affermazione: cotali accuse, troppo allora facilmente credute e spacciate sul conto degli altri, ricadevano sopra di noi.

Capitolo VI. FIRENZE SOTTO IL GOVERNO DEL CARDINALE GIULIO DE’ MEDICI, POI CLEMENTE VII. — BATTAGLIA DI PAVIA. — SACCO DI ROMA. [AN. 1521-1527.]

La morte del Papa rompeva la Lega, nè più si vedeva a quali comandi ubbidissero le armi della Chiesa. I Cardinali Medici e di Sion in poste andavano al Conclave, lasciando l’esercito; il che bastò perchè il Colonna ed il Pescara, che a stento pagavano i loro Spagnoli, fossero costretti a licenziare i fanti tedeschi e il maggior numero degli Svizzeri. Le quali cose rialzando gli animi di tutti gli oppressi, dal morto Pontefice, Francesco Maria col solo mostrarsi recuperava lo Stato di Urbino e Pesaro ed il Montefeltro; racquistava più tardi San Leo, essendo rimasto alla Repubblica di Firenze il vicariato di Sestino. L’antico Signore di Casa Varano rientrò in Camerino, cacciatone un altro di quella famiglia che Leone X avea fatto duca. Lo Stato intero di Ferrara tornava in mano del duca Alfonso; ma rimanevano alla Chiesa Modena e Reggio; e il Guicciardini Governatore difendeva con molta sua lode la città di Parma da un forte assalto dei Francesi durato più giorni.

Tardi arrivavano in Roma i Cardinali, dei quali trentanove si chiusero in Conclave, numero insolito, non preparati al grande atto ed imprevisto, nè bene intesi ciascuno co’ suoi. Giulio dei Medici, che aveva poca speranza per sè medesimo, bastava però col molto seguito a impedire l’elezione del Soderini che sopra ogni altro manifestamente ambiva il papato. Nei primi giorni, a fine di prova, si metteano innanzi, com’è consueto, diversi nomi; quando ai 9 di gennaio trovatosi avere il Cardinale di Tortosa quindici voti, si levò il Gaetano, e molto lodandolo esortava gli altri Cardinali a eleggerlo in quella mattina istessa per via di accessione: il che da uno essendo fatto, gli altri seguitarono, ed il cardinale Adriano Florenzio riescì eletto Papa,[130] quando niuno a lui pensava e niuno forse lo conosceva: ma temendo ciascuno un nemico più che non avesse per sè fiducia, fu come un riposo eleggere un uomo ignoto e lontano. Era di piccola estrazione, fiammingo di nascita; e stato educatore del giovane Carlo, governava la Spagna dopo il Ximenes in assenza dell’Imperatore: uomo pio e dotto, di costumi semplici; e grande dovette in lui essere la maraviglia quando gli giunse il primo nunzio che lo salutava Papa. Non volle mutare nome, perchè in tale usanza soleva egli forse vedere qualcosa di troppo fastoso, e si chiamò Adriano VI. Andava più tardi al nuovo Pontefice una solenne Legazione di tre Cardinali, conducendo le galere della Chiesa quel Paolo Vettori che fu principale nella caduta di Piero Soderini e poi sollevato da Leone X al comando generale delle armi di mare.

Francesco Maria della Rovere nel riacquisto di Urbino aveva seco Malatesta e Orazio figli dell’ucciso Gian Paolo Baglioni, bramosi questi di recuperare Perugia: Ad essa muovendo insieme, e dato battaglia contro alle genti dei Fiorentini che vi erano dentro, espugnarono la città cacciando un altro Baglioni che Leone X vi aveva posto. Continuarono verso Siena, della quale se ad essi riusciva mutare lo Stato, si confidavano che Firenze vorrebbe togliersi di sotto al giogo di Casa Medici. Era il Cardinale accorso già incontro a questi pericoli; e avendo assoldati Svizzeri e Tedeschi e fatto di Lombardia venire Giovanni de’ Medici, potè oltre a fermare le cose di Siena, minacciare anche Perugia: ma in Roma il Collegio de’ Cardinali, dov’erano molti avversi al Medici, vietò a quelle genti di andar oltre sulle terre della Chiesa, e confermò lo stato al Duca d’Urbino. Intanto un altro disegno si ordiva per simile effetto dal Cardinale Soderini, con l’intesa dei Francesi e con le armi di Renzo da Ceri che stava disoccupato nella campagna di Roma. Questi era già entrato nel territorio di Siena, dove però gli riusciva male ogni cosa, il Cardinale avendo condotti a’ suoi stipendi il Duca d’Urbino ed i Baglioni che prima gli erano stati tanto fieri nemici, e fatto Governatore generale di tutta la guerra il conte Guido Rangone; del che molto essendosi adontato Giovanni de’ Medici, andò coi Francesi: ma di nuovo il Collegio de’ Cardinali faceva posare le armi alle due parti; Giulio dei Medici rimaneva signore in Firenze.[131]

Teneva lo Stato in modo pressochè assoluto, ma senza forme che lo assicurassero e non avendo a chi trasmetterlo: rimaneva ultimo della Casa di Lorenzo e non legittimo, e quanto a sè avendo l’animo sempre avvinto al desiderio del papato, senza del quale s’accorgeva che non avrebbe potuto nemmeno tenere Firenze. Era invecchiata oramai quella bugia di governo che doveva parere repubblica ed essere principato; laonde Giulio si propose ringiovanire cotesta forma slentando i freni, perchè riuscisse più effettiva la libertà. Parco allo spendere, al donare scarso, vivea sulle entrate dei suoi benefizi, nulla costando alla città, con molto mala contentezza de’ suoi partigiani. S’intratteneva co’ cittadini migliori e più degni, ai quali s’apriva dicendo volere d’accordo con essi trovare una forma per cui la città potesse vivere con soddisfazione di tutti e senza mutare Stato; che in quanto a sè aveva in Roma la stanza sua, rispetto al grado ch’egli teneva. Andavano oltre questi discorsi, e non è a dire quanto gli animi se ne accendessero; il Cardinale chiedeva pareri a ognuno, e molte sorte di modelli di nuova repubblica a lui erano presentati. Quello che aveva il Machiavelli scritto ad istanza di Leone X, parve non praticabile come insolito e stravagante; un altro di Alessandro dei Pazzi, che pure abbiamo a stampa, lasciava le cose in aria senza impegnarsi contro al volere dei governanti.[132] A questo modo non era disegno che non si facesse; perchè alle diverse parti civili si aggiungevano anche le dottrine, in città di molto sapere, e che aveva fatto tante esperienze di libertà e di servitù nel corso vario di tre secoli. Vi fu chi avrebbe voluto comporre un governo di Ottimati, vano sogno nella città di Firenze; chi ristringerlo in pochi arbitri d’ogni cosa sotto all’ombra del nome dei Medici: i più chiedevano si riaprisse il Consiglio grande con un Senato eletto a vita, dove i Settanta della Costituzione di Lorenzo facessero anche le parti che erano degli Ottanta nel governo popolare. A questo parvero una volta fermarsi i pareri, e già si parlava d’un Gonfaloniere ad anno e di chi scegliere a quel grado; le opinioni essendo divise tra Francesco Vettori come più aderente ai Medici, e un uomo di molta autorità e nome, Roberto Acciaioli, che era stato da papa Leone tenuto in Francia ambasciatore: il Varchi scrive di lui, che egli e il Guicciardini erano le due più savie teste d’Italia. Nè il Cardinale respingeva gli antichi seguaci del Savonarola, che in tanto rumore venivano innanzi anch’essi con le speranze loro; e si giovava della familiarità di Girolamo Benivieni per la riverenza in che era tenuta la bontà e fede di cotest’uomo. A così fatte dimostrazioni furono molti che non crederono.

Era in Firenze una conversazione di nobili giovani e letterati, soliti convenire insieme negli Orti che Bernardo e Cosimo Rucellai aveano adornati signorilmente in via della Scala, svariati di alberi stranieri, e viali e grotte artisticamente lavorate: gli uomini più insigni per nome o per grado che capitassero in Firenze, vi erano convitati. Si venne a formare qui una sorta d’Accademia, dove la scuola del Ficino ebbe qualche parte; ma i giovani attendevano più volentieri a esercitarsi nelle antiche storie e negli studi che più risguardano cose di Stato: il Machiavelli scriveva per quella radunanza i Libri sull’Arte della guerra e i Discorsi sopra le Deche di Tito Livio. Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni conducevano quella scuola a dei pensieri di libertà: il primo nella gioventù si estinse; l’altro debole poeta, ma copioso ed elegante scrittore di versi, ebbe più lunghe la vita e la fama. Con essi andavano Jacopo di quella dotta famiglia da Diacceto continuatrice della scuola Platonica, e Antonio Brucioli che in Venezia fuoruscito tradusse la Bibbia. Questi nella spedizione di Renzo da Ceri si erano confidati avere occasione di mutare lo Stato in Firenze, tenendo pratiche a tale effetto in Roma col Cardinale e con gli altri Soderini che furono autori di quella impresa; e non cessavano, svanita questa, di macchinare cose nuove. Nelle quali essendosi accorti quei giovani Fiorentini d’essersi oramai troppo avanzati, deliberarono venire al fatto con l’ammazzare il Cardinale; non che avessero odio seco, a quel che dissero, ma per liberare la patria loro. Fu scoperta la congiura per lettere prese addosso a un cavallaro che andava da Firenze a Siena, e tosto il Diacceto e un altro Luigi Alamanni, che era soldato in Arezzo, fatti pigliare ed esaminati, e avendo per mezzo loro saputa i ogni cosa, furono decapitati. Fuggirono il Brucioli e il Buondelmonti in diversi luoghi; l’altro Alamanni, di nome celebre, si condusse nelle terre degli Estensi in Garfagnana, dove ebbe rifugio da Lodovico Ariosto che n’era Governatore: essi e tutti i Soderini furono fatti ribelli, tra’ quali il vecchio Piero essendo morto in quei giorni, fu dannata la sua memoria. Concorsero alla Casa Medici i principali cittadini; ai quali raccolti insieme, il Cardinale con amorevole maestà, invocando in testimonio Iddio e gli uomini, affermava l’ottima sua mente verso la patria comune; la quale dolendosi che i malvagi gli impedissero dimostrare, sperava un giorno soddisfare alla sua pietà e al desiderio popolare. Cessarono per allora i discorsi della riforma: il Cardinale adoperandosi a frenare le prepotenze dei partigiani suoi, temporeggiava; ma per assicurarsi da ora innanzi meglio la vita, chiamò alla guardia della sua persona Alessandro Vitelli con un numero di fanti.[133]

In questo tempo l’esercito dei Francesi, rinforzato di diecimila Svizzeri, combatteva sotto agli ordini di Lautrech in Lombardia, contro agli Spagnoli e a un egual numero di Tedeschi mercenari che aveva assoldati Prospero Colonna: difendeva questi Milano e altre città, dove gli Svizzeri agognavano trovare col sacco le paghe sottratte ad essi in Francia per lo scialacquo di danaro che il Re faceva. Disubbidienti ad ogni disciplina, aveano forzato Lautrech a impegnarsi in luogo svantaggioso alla Bicocca presso Milano, e per cupidità prodighi della vita, si lanciarono temerariamente innanzi contro l’ordine dato; nè la gendarmeria francese, nè Giovanni dei Medici con le sue di già famose Bande Nere poterono restaurare la battaglia da quel folle impeto disordinata: gli Svizzeri mezzo distrutti tornarono alle montagne loro, e indi a poco Lautrech fu costretto evacuare la Lombardia per via d’un accordo. Dopodichè Prospero Colonna andato rapidamente contro Genova che i Francesi con piccole forze tuttora occupavano, già era sul punto d’averla a patti, quando i soldati suoi accortisi nelle mura essere una breccia che niuno guardava, entrarono senza comando, nè freno, dentro alla città opulente, che da quelli avidi mal pagati fu messa a sacco, deposto il Doge di Casa Fregosa ed il suo luogo dato a un Adorno che seguitava la parte spagnola.

Frattanto il Collegio dei Cardinali governava lo Stato in Roma, dove Adriano tardò a recarsi. Col solenne avviso della elezione, per via d’una carta minutamente specificata gli avevano posto innanzi le norme ed i confini della sovranità che risedeva nel Papa insieme e nel Collegio;[134] nè quanto a lui, era uomo da invasarsi del sommo grado ch’egli assunse non senza una vera trepidazione: si direbbe anzi, che prima cercasse in sè medesimo d’assuefare la mente e l’animo al pontificato. Percorse alcune città della Spagna prima di muoversi per la Italia, nè altro fece se non esortare con lettere i due grandi avversari a pacificarsi. Carlo V nel tornare di Fiandra in Ispagna lo aveva richiesto d’una conferenza in Barcellona, ma il Papa sollecitò la partenza, deliberato mostrarsi eguale tra’ contendenti, e forse temendo qualcosa concedere all’affetto pel discepolo o all’ossequio per l’Imperatore. Giungeva in Roma nel mese d’agosto in compagnia di molti Cardinali che gli erano andati incontro a Livorno. Nuovo e straniero entrava in mezzo a quella politica nella quale erano prima stati immersi con lunga pratica i predecessori suoi; gli usi ed i modi e il linguaggio non conosceva, e degli uomini si fidava poco: ai Cardinali dal canto loro tornava male avere a parlare latino con lui. Da principio avea saputo entrargli in grazia il Soderini, tra i Cardinali il più intramettente; avere tolto a suo ministro chi tutto era dedito a parte francese, mostrava l’animo d’un Pontefice che voleva essere comune padre. Badava in quanto a sè a correggere i vizi e a rettamente governare quella parte che spetta all’ordine ecclesiastico; e se era in lui tempra più forte e più capace alle grandi cose, o se avesse egli intorno a sè trovato altri di egual volere, forse che un papa non italiano era più atto ad impedire quella infelice separazione che avvenne allora dentro alla Chiesa. Ma le sue stesse virtù lo rendevano odioso ai Romani, avvezzi al fare secolaresco e alla incurante prodigalità di Leone X, che aveva consunto il tesoro di Giulio II, e lasciato dopo sè l’erario vuoto e gravato di molti carichi delle guerre. Adriano invece severo e stretto nel cercare l’economia dello Stato, era anche più rigido e guardingo nelle grazie che sono d’ordine ecclesiastico: a un suo nipote, al quale avea dato un mediocre benefizio, negò il secondo. Parco e dimesso nel suo privato vivere e contento di piccola Corte, dei cento palafrenieri che aveva Leone, dodici ne ritenne a mala voglia; si perdeva negli alti palagi, dei ricchi arredi non sapea che fare, condannava i gai passatempi e fino agli studi che in Roma fiorivano. Irto di teologia scolastica e di feudale giurisprudenza, odiava le lettere, profane com’erano allora molto e licenziose, il bello delle arti al suo animo non diceva nulla; dal gruppo antico del Laocoonte di poco scoperto, rivolse gli occhi dicendo ch’erano idoli dei pagani. Quindi era tenuto come zotico e selvaggio, e Roma al suo tempo pareva deserta; i letterati fuggivano spauriti, andavano i Vescovi alle loro diocesi che prima non avevano mai vedute, maledicevano i poeti a un Papa barbaro e frugale:[135] in quella Roma il miser uomo avea trista vita.

In quell’autunno la peste afflisse Roma e si venne a dilatare nella Toscana. Intanto Rodi, baluardo della cristianità, cadeva in potestà degli Ottomanni, difesa con lungo valore dai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, i quali avevano sede in quell’isola; il giovane Solimano, che vi era in persona, concesse loro di uscirne liberi portando seco quanta più roba potevano. In favor loro niuno si mosse dei Principi cristiani, i quali ordivano leghe che di nome erano sempre contro al Turco; ma in Italia vinceva ogni cosa il desiderio d’impedire in Lombardia un’altra invasione di Francesi che il Re minacciava. Non che fosse dolce quella dominazione degli Spagnoli, nè decorosa, nè da riposarvisi volentieri guardando al piede che vi pigliavano; Carlo V mescolava con molta destrezza qui tra noi le parti di conquistatore a quelle di Cesare, dimodochè insieme si confondessero e aiutassero: imponeva ora a Milano ventimila ducati al mese, a Firenze quindicimila, a Genova ottomila, e minori somme a Siena, a Lucca ed ai Marchesi di Monferrato e di Saluzzo, come Stati che rilevavano dall’Impero per via d’un diritto non mai abolito comunque in oggi poco espresso. Confermava alla Repubblica e allo Stato di Firenze i privilegi di libertà e di possessi, dati per ultimo da Massimiliano: Leone X gli avea chiesti al nuovo eletto Imperatore, in nome del quale don Giovanni Manuel ambasciatore di Cesare in Roma ne fece promessa con una cedola di sua mano, la quale ebbe ora spedizione per Bolla imperiale. Grandi erano in Roma l’autorità e la potenza di cotesti Ambasciatori; la esercitavano con altura spagnola, che molto bene s’investiva del nome imperiale da essi rappresentato, ma senza però che rifuggissero dalle astuzie, o si astenessero dalle violenze.

Che da principio fosse il Papa sinceramente neutrale, parve anche agli occhi sospettosi degli ambasciatori Veneziani.[136] Ma indi al vedere l’ostinazione di Francesco I per la recuperazione di Milano, al quale effetto si preparava con grandi armamenti, e perchè intanto per tutta Italia si era contenti d’avere in Milano quell’ombra di Duca e mantenere la pace, Adriano credette potersi onestamente avvicinare a quella parte che più gli era accetta. Giulio cardinale dei Medici allora venne da Firenze in Roma, dov’egli entrò con grande numero di cavalli, incontrato da Cardinali e sommi personaggi; al suo palazzo era più frequenza di corteggiatori che in corte del Papa. Il che molto accrebbe la parte Spagnola; e il Duca di Sessa, che succede al Manuel, faceva al di fuori delle porte di Roma fermare i corrieri e togliere ad essi le lettere, il ch’era avvenuto anche agli ambasciatori Veneziani.[137] In tale modo se n’ebbero in mano del cardinale Soderini, per le quali esortava il re Francesco a fare scendere in Sicilia soldati che avrebbero dato mano a una grande ribellione ordita in quell’isola: dopo di che il Papa imprigionava e chiudeva nel Castello il Soderini come perturbatore della pace tra’ Cristiani, privandolo delle sue grandissime ricchezze. Una Lega fu allora conchiusa tra il Papa e Cesare e il Re d’Inghilterra e Ferdinando arciduca d’Austria minore fratello di Carlo V, e il Duca di Milano e i Genovesi e il Cardinale dei Medici e lo Stato di Firenze, congiunti insieme; che in Milano fu sottoscritta da Paolo Vettori. I Veneziani si erano prima legati a Cesare, ma non vollero impegnarsi a entrare in guerra col Turco, sapendo che in quella sarebbero i primi esposti e poi da tutti abbandonati. E già il Re di Francia, venuto a Lione con esercito grandissimo, stava per muoversi verso l’Italia, quando si scoperse lo scellerato ed inaudito tradimento che il Duca di Borbone suo primo congiunto preparava non contro al Re solo, ma contro allo Stato di Francia, del quale aveva patteggiato co’ nemici la divisione. Il Re in tanto caso non si volle partire di Francia, ma inviava con molta parte dell’esercito in Italia l’ammiraglio Bonnivet, che entrato in Lombardia stava già presso a Milano, quando giunse nuova della morte di papa Adriano, dopo un anno e pochi giorni dacch’egli era venuto in Italia: lo tolse di vita in una villa presso Roma una di quelle febbri autunnali ch’erano state fatali a tanti Papi ed a Principi forestieri in quella regione.[138]

Si venne quindi all’elezione del nuovo pontefice, innanzi a tutti stando il nome del cardinale Giulio de’ Medici; talchè per cinquanta giorni che durò il Conclave si dibattè sempre sostanzialmente se egli dovesse o no essere papa. Sicuri aveva dodici voti, ma il numero de’ suoi non bastava a fare i due terzi che sono richiesti dalle costituzioni; e contro di lui stavano i più vecchi Cardinali, ricusando eleggere un papa di quarantasei anni, che a loro avrebbe tolta ogni speranza. Gli conduceva Pompeo Colonna, giovane fra tutti, ma nemico aperto dei Medici e cardinale di grande seguito per l’ingegno e il nome e i costumi signorili.[139] Nulla si faceva, i vecchi adoperandosi per sè ciascuno, e Giulio essendo uomo ostinato nelle ambizioni e che si teneva all’alta cattedra come necessario. Di tanto indugio grave era lo scandalo; i letterati ricordavano la contesa che fu nell’antica Roma tra un altro Giulio e un altro Pompeo, ed imprecavano ai presenti la fine istessa.[140] Infine il Colonna tediato si offerse all’avversario, patteggiando per sè la Vicecancelleria col sontuoso palazzo che il cardinale Raffaele Riario aveva fatto terminare da Bramante: così a’ 19 novembre 1523 Giulio de’ Medici ottenne col nome di Clemente VII il papato, infelicissimo a lui stesso ed alla Italia ed alla Chiesa.[141]

In Firenze per quella esaltazione si fecero feste con poca allegrezza, la quale fu anche turbata subito da un atroce fatto. Era usanza nelle sedi vacanti scommettere calcolando con diverse proporzioni quanto fosse probabile il caso all’uno o all’altro cardinale di essere papa. Un Piero Orlandini aveva scommesso che il Medici non sarebbe; e chiamato a pagare i cento scudi i quali erano la sua posta, disse che voleva prima vedere se la elezione, attesa la nascita illegittima di Giulio, fosse tenuta valida; talchè il vincitore per essere pagato andò agli Otto, e questi giudicando tali dubbi non essere da lasciarsi correre, chiamato a sè l’Orlandini, gli fecero senz’altro discorso la sera stessa mozzare la testa. In quel giudizio un Antonio Bonsi dottore di leggi, ch’era degli Otto, solo aveva dato scopertamente la fava bianca; del che andò in Roma a giustificarsi presso il Papa: questi, per levarlo di Firenze, lo ritenne presso di sè, avendogli conferito un vescovado e quindi altri uffici di conto. Agli avversari di Clemente parevano queste tutte essere simulazioni; ma vero è poi che in così fare seguiva l’antico suo costume, avendone forti ragioni in quel giudizio che si era dovuto fare egli stesso della città.

Quivi era in odio sopra ogni cosa la tirannia dei pochi; ed il favore che in molti uomini sparsamente si aveva acquistato la Casa dei Medici con quelle sue arti di semiregia popolarità, formava la principale forza di quella famiglia. I suoi più ardenti seguaci temeva, perchè non erano veramente suoi, bramosi molti di soddisfare private vendette; intantochè altri, ed erano questi i più autorevoli e qualificati, cercavano imporsi ai Medici, usando per sè il governo sotto al nome d’un Papa lontano, e pronti a volgersi dove conseguissero il fine loro ultimo, che era di farsi grandi e ricchi. Sogno di molti sarebbe stato ridurre Firenze sotto un governo di Ottimati; ma qui era troppo alto il livello popolare, perchè fosse luogo a un altro grado che lo sopravanzasse; nè le differenze potevano essere ben distinte qui, dove i nobili non avevano in mano le armi, nè come a Venezia il comando delle navi: aggiugni poi l’essere divisi tra loro e in vario modo pregiudicati, da non si potere insieme comporre a forma stabile di repubblica. Di qui avveniva che in mezzo alle opinioni mal ferme dei molti fosse da scegliere tra due partiti; o dare ai Medici senza mistura il principato, ovvero al popolo restituire nei modi antichi la libertà: se non che al primo si opponeva, mancare i Medici di una soldatesca loro; ed al secondo, essere nel popolo venuta meno la sua forza vera, o direi quasi la sua milizia, la quale consiste nella prontezza all’operare uniti in fascio da un sentir comune, persuasi che il bene pubblico e privato facciano insieme una cosa sola. Erano andati da Firenze ambasciatori al nuovo Papa, com’era usanza, ai quali Clemente, avendoli un giorno congregati intorno a sè, richiese dicesse ciascuno liberamente il suo parere circa lo Stato della città. Il maggior numero, che era degli sviscerati, lo supplicavano non abbandonasse i suoi devoti e dèsse loro un capo di sua famiglia; osarono altri dare consigli di libertà, magnificando l’eterna gratitudine e la gloria che a lui ne verrebbe. Di tali parole si proferivano dagli aderenti di Casa Medici, e alle volte il Papa stesso pareva inclinare verso quel partito, secondo che avesse sulle varietà delle alleanze o delle guerre più da sperare dai Fiorentini o più da temere: si trova inclusive che fosse disceso fino ad ammettere la riapertura del Consiglio grande.

Promovitore presso a lui delle più libere opinioni era sempre Iacopo Salviati, che stava in Roma insieme alla moglie madonna Lucrezia, sola rimasta viva dei figli di Lorenzo de’ Medici ed ultimo avanzo di quella famiglia che era tanto numerosa, e tanto lieta di alte speranze, quel giorno in cui Leone fu assunto al papato.[142] I figli di Lucrezia e delle due sorelle morte, Giovanni Salviati, Niccolò Ridolfi e Innocenzio Cibo, furono in età giovane innalzati al cardinalato. Questi poi furono adoprati da Clemente, di già essendosi alienate da Casa Medici le altre famiglie che seco avevano parentela, com’erano i Pazzi e i Rucellai. Un assai stretto congiunto di quella Casa, Filippo Strozzi, perchè era uomo da potersi anche da sè levare in alto, dava sospetti così a Leone come a Clemente che lo avevano sempre accosto. Marito a una figlia di Piero dei Medici, e in età giovane capo di una casa ricca e magnifica oltremodo, viveva da principe; ingegno franco e variamente colto, di grande ambizione, di grande maneggio, scopertamente licenzioso nella vita e nei pensieri, sapeva in età corrotta rendersi universalmente grato, perchè nei vizi e nelle virtù ogni cosa eragli come naturale: la moglie Clarice, cresciuta nelle alterezze della madre Alfonsina degli Orsini, vedeva di poco buon grado la Casa de’ Medici cadere in bastardi. Aveva la sorte dato a questa Casa un uomo capace a innalzarla con la prodezza nelle armi, che agli altri era mancata sempre: Giovanni dei Medici in età giovanissima non aveva chi lo agguagliasse come soldato nè come capitano, sempre innanzi a tutti nelle battaglie; e col sangue degli Sforza, che ebbe dalla madre, avendo in sè come naturale l’arte della guerra, lo seguitavano con amore e fede incredibile i più audaci nelle armi, nè si vedeva a quale altezza non potesse egli salire, qualora avessero gli anni in lui mitigata una ferocia tutta soldatesca. Clemente amava poco e cercava tenersi lontano questo suo congiunto uscito dal ramo collaterale di quei Medici, i quali abbiamo veduti mutare l’antico cognome in quello di Popolani; mai non avrebbe voluto in essi trasferire la grandezza della Casa, e solo com’era rimasto, e avendo necessità d’un erede, andò a cercarlo con poco suo decoro, non aiutato nè dalla prudenza nè dalla fortuna che a lui parvero mancar sempre.

Due giovinetti erano tenuti come di Casa Medici, nonostantechè d’entrambi fosse la nascita poco certa. Ippolito, in età forse di sedici anni, passava per figlio del morto Giuliano, avuto da una gentildonna pesarese; Giuliano istesso, che lo teneva in casa sua, diceva però dubitare non fosse opera di un suo rivale. Raccolto poi e avuto caro da papa Leone, cresceva bello della persona, grazioso di modi e nelle lettere ingegnoso; Goro Gheri avea consigliato dopo alla morte di Lorenzo mandare Ippolito a Firenze, e sopra di lui fondare la grandezza della famiglia. Era pensiero anche di Clemente, ma questi però aveva pure da provvedere a un altro bastardo, a cui vedemmo nella Capitolazione con Carlo V promesso uno Stato nel Reame, che fu il ducato di città di Penne.[143] Aveva questi nome Alessandro, minore all’altro di due anni, ed era nato da una schiava mora o mulatta, mentre Lorenzo e Giulio vivevano in protezione dei Duchi di Urbino. Lorenzo aveva per suo quel fanciullo che fiero e robusto riteneva della madre la pelle scura, le labbra grosse e i capelli crespi. Clemente nei primi tempi del pontificato mandava Ippolito a Firenze, dove egli viveva civilmente nel palazzo dei Medici sotto alla tutela d’un confidente della casa: l’anno dipoi veniva pure Alessandro, che fu mandato a stare nella villa del Poggio a Caiano. Il cardinale Silvio Passerini teneva il governo della città; uomo di poca mente, di modi aspri, e male accetto ai Fiorentini.[144]

Quando Clemente divenne papa trovò la guerra tra Francia e Spagna essersi rianimata in Lombardia, dove i primi successi aveano condotto l’ammiraglio Bonnivet fino alle porte di Milano. Qui era il vecchio Prospero Colonna infermo, che bentosto venne a morte, ma illustrò gli ultimi suoi giorni rialzando la fortuna delle armi spagnole per via di una bene sostenuta guerra di difesa, nella quale era egli eccellente. Carlo V, benchè lontano, sapeva imprimere nelle cose una fermezza che mai non era nel governo del suo nemico, nè si creava i generali per favori di Corte o di donne; ebbe in Italia capitani insigni, Antonio da Leyva ed il Marchese di Pescara, nato di gente spagnola ma divenuta oramai napoletana: molto autorevole presso a Carlo era il Signore di Lannoy fiammingo, vicerè di Napoli. Una crudel guerra di piccoli fatti conduceva. infine i Francesi a evacuare la Lombardia; mancò la scienza militare a quella nazione che tutte vinceva per valentìa: moriva in mezzo a quelle distrette Francesco Baiardo, esempio nobile di soldato virtuoso, nè io del suo nome vorrei fraudare l’Istoria nostra. Intanto l’inverno correva terribile ai vincitori come ai vinti; sopravvenne la peste, e mieteva oltre ai soldati gli abitatori miseri e affranti ed affamati di quelle Provincie: Antonio da Leyva, spietatamente devoto alla causa del suo Re, vessava la ricca Milano con crudelissime estorsioni.[145]

A questo tempo già gli Spagnoli con l’avere tante volte respinti d’Italia quei brevi impeti dei Francesi, parevano qui essere divenuti come inevitabili. E già la guerra che Leone aveva mossa e pagata, era grandissimo peso a Clemente che si sentiva del tutto inabile a fermarla. Il Duca di Sessa gli andava mostrando che egli era stato eletto pontefice col favore di Cesare; onde questi non poteva contentarsi con lui dei patti che aveva promessi Adriano, ma intendeva che la spesa dovesse cadere sopra di lui, come Leone l’aveva da principio consentita. Stringeva il Papa tanto più arrogantemente quanto più vedeva questi essere debole per ogni rispetto; ed alla scusa del vuoto erario, minacciando rispondeva facesse pagare i Fiorentini: il che era al Papa toccare un tasto molto spiacente. Questi ebbe natura capace al maneggio di cose dubbie nella città sua, più che al governo di tanta gran mole qual era il papato; la sua reputazione cadde quando egli dovette da sè risolvere quelle cose delle quali era stato ministro sotto al cugino e pareva esserne egli autore. Leone a lui dava il primo concetto e le ultime risoluzioni; poi, tra incuranza e accortezza, si nascondeva. Clemente, rimasto senza quella guida, fu incerto e infelice; quella stessa conoscenza delle cose, che aveva grandissima, gli era cagione di più intricarsi: in sè medesimo non fidando, cercò afforzarsi di consiglieri e trovò padroni, i quali, quando erano discordi tra loro, tiravano il Papa in contrari versi; ed egli poi credeva migliore il partito che prima era stato condotto ad abbandonare.[146] Poteva Leone credersi al suo tempo, con l’ampio Stato e il molto danaro, capace a inclinare le sorti pendenti tra Francia e Spagna; Clemente invece trovò lo Stato consumato dalle guerre e dalla smodata prodigalità di Leone; trovò il rispetto al pontificato distrutto dai vizi e dai disordini dei precedenti regni, l’Italia piena d’eserciti, e la Cristianità indebolita per la perdita di Rodi e per la preparazione che faceva il Re de’ Turchi contro all’Ungheria; trovò che la sètta Luterana aveva già tolto alla Chiesa gran parte d’Allemagna, e del continuo andava:[147] talchè si può dire, che se Leone moriva in tempo per il suo nome e pei suoi piaceri, Clemente invece saliva al regno appunto allora quando le cose tutte volgevano a ruina.

Sgombrata l’Italia il Conestabile di Borbone, a cui doveva essere prezzo del tradimento un regno in Francia, ebbe permesso da Carlo V d’invadere con le armi vittoriose la Provenza: egli medesimo e il Marchese di Pescara conducevano con forte esercito quella impresa, che da principio fortunata, dovette fermarsi innanzi Marsilia cui avevano posto assedio. La difendevano, oltre a un nerbo di Francesi, cinque mila soldati italiani con Renzo da Ceri, intanto che altri italiani fuorusciti stavano sotto alle bandiere del re Francesco, il quale a grandi passi discendeva per la liberazione di Marsilia. Ottenne allora grandissima lode il Marchese di Pescara persuadendo, contro al volere del Borbone, la ritirata, ed egli stesso poi conducendola per quelli aspri luoghi delle basse Alpi, dove la molta sua scienza di guerra salvò l’esercito. Questo usciva dalle Alpi nelle pendici di Lombardia, il giorno stesso che il re Francesco, tiratosi indietro alla sua volta e ripigliate le vie solite verso Italia, entrava in Vercelli. Non s’appartiene all’assunto nostro narrare i fatti per cui si venne a quella battaglia di Pavia fra tutte celebre pei grandi effetti che ne seguitarono. Essendo i Francesi entrati in Milano, Antonio da Leyva si gettò in Pavia tosto assediata dal re Francesco con tutto il fiore della nobiltà francese e un forte esercito che egli da se stesso ambiva condurre: andava come ad un tornèo, dispiegando il regio suo grado in lui congiunto alla prodezza del cavaliero. Incontro aveva la costanza d’Antonio da Leyva, e intorno era offeso con guerra incessante dalla perizia del Marchese di Pescara che fu in quei fatti grande capitano. La città essendo fortificata contro ogni assalto, durò l’assedio quattro mesi, nè parve al Re di sua dignità levarlo quando il Pescara gli si voltò addosso rinforzato da più migliaia di Tedeschi discesi allora dalla Germania. Francesco si era fortificato dentro al Parco di Mirabello, luogo da caccia degli Sforza, quando ai 24 di febbraio del 1525 il Pescara avendo rotti a forza i muri del Parco, si fece là dentro orrenda battaglia e strage grandissima, dove perirono molti principi e signori e capitani dei più rinomati nelle armi di Francia; il Re, combattendo in mezzo a’ suoi, cadde prigioniero. Gli Spagnoli col ricco bottino si compensarono delle paghe ad essi mancate per tutto l’assedio: il Re condotto nella fortezza di Pizzighettone, fu ivi ritenuto con grande ossequio e buona guardia.

Io non so quale fosse maggiore ed all’Italia più nociva, se la debolezza prodotta in essa dai vizi antichi, o la presente ignavia dei consigli; prudenza ultima che, prostrando gli animi, rende impossibili i rimedi. La Francia si era più risentita che abbattuta per la sconfitta e la prigionia del Re: la governava allora una donna di stirpe italiana, Luisa di Savoia, madre di Francesco; e perchè i popoli anelavano ad una riscossa, faceva istanze ai Principi dell’Italia per averli uniti seco in un grande sforzo ch’entrambi salvasse. Agli eserciti Spagnoli mancava il danaro, se non lo traessero dai luoghi stessi e da quei Principi astretti a comprarsi per tale modo una trista vita; non erano ancora usciti d’Italia poche migliaia di Francesi mandati prima contro a Napoli sotto al Duca d’Albania con le amicizie di Casa Orsina; i Veneziani, sebbene prudenti per animo e per necessità, faceano pratiche presso al Pontefice perchè si unisse a loro cercando un riscatto per via d’una lega comune d’Italia. Clemente, legato dalla sua propria irresolutezza, metteva indugi. Lo avrebbe chiamato ai forti consigli la molta ampiezza dello Stato che egli possedeva tra suo e della Chiesa dal Po fino al Tronto e al Garigliano; lo rattenevano il poco fidarsi dei Veneziani che al maggior uopo non lo abbandonassero, e l’erario della Chiesa vuoto, e i popoli stanchi e male affetti. Ma venne a rompere le dubbiezze un uomo che molto sopra lui poteva. Fra Niccolò Schomberg, arcivescovo di Capua, tedesco ma stato frate di San Marco nei tempi del Savonarola. Tornato da Cesare, persuase al Papa la conclusione d’un trattato di Lega, nel quale venivano inchiusi i Fiorentini e la Casa Medici, con lo sborso di centomila ducati rimasti indietro dai pagamenti a cui si erano obbligati. Del che in Firenze fu qualche rumore; e perchè nell’Arte della Mercanzia taluni dei Consoli facevano segno di resistenza, ne furono cinque privati d’ufficio, o come tuttora dicevano, ammoniti e messi a confino dentro al contado.[148] I Fiorentini, di cuore più che mai francesi, senza gridare avrebbero pagato quando fosse per unirsi a loro: ed è anche poi vero che i Francesi per tutta Italia destavano sdegni subiti, ma il mescolarsi con essi aveva le agevolezze sue, che mai non furono co’ Tedeschi nè con gli Spagnoli. Rubavano, e il tolto poi si godevano co’ derubati; da noi pigliavano le mode, il lusso e molte colture della vita; Francesco I chiamava in Francia gli Artisti italiani e gli teneva in grande onore. Ma per contrario gli Spagnoli sapevano meglio dare fiducia di sè stessi ai Principi e agli uomini che s’intendevano di governo, perchè avendo essi maggior sodezza di consigli, avveniva che nel trattare con loro si andasse con più sicurezza.

Per questi modi avevano prima l’avo Ferdinando e ora Carlo V fondato in Italia la signoria spagnola. Spiegava il giovane Imperatore di tanti Stati una prudenza e un’arte consumata nel governare la guerra in Italia e la politica, per via di ministri e di generali spagnoli e stranieri. Ma la fortuna gli era stata oggi sì larga da soverchiare nel vincitore le forze dell’animo; la prigionia del suo rivale gli fu tal dono, che a rispondervi non bastavano gli accorgimenti che bene stanno nei casi ordinari. Usò egli male quella sua vittoria, che a lui fruttava una sequela di lunghe guerre e spendere tutta la vita sua per mantenere quello che il caso di Pavia gli aveva già dato: se avesse avuto la forza d’alzarsi ad un atto generoso, avrebbe egli vinto davvero e ad un tratto Francesco I ed i suoi Francesi. Ma protestando non rallegrarsi della vittoria se non al fine di tutte volgere contro al Turco le armi cristiane pacificate, chiedeva la Provenza e la Borgogna, Provincie grandi e nobilissime, come taglia per la liberazione della persona del Re: se si fosse contentato d’una forte somma di danaro, che a lui mancò sempre, e della cessione di qualche fortezza o di un confine controverso, la Francia con gioia pagava il riscatto. Francesco intanto, contro al volere del Pescara e del Borbone, quasi di furto era per mare condotto in Ispagna dal vicerè Lannoy che aveva il segreto del suo Signore. Chiuso nel castello di Madrid, non fu da Carlo mai visitato, infinchè il tedio della prigionia non ebbe ridotto quella gioventù impaziente di Francesco in tale stato di languore che venne a Carlo grande paura non morisse; il ch’era lasciarsi fuggire il pegno di mano. D’allora in poi adoperando seco le seduzioni dell’amorevolezza, condusse quell’animo leggero e molle fino alla conchiusione di un trattato pel quale Francesco dava l’Italia a Carlo V, e si obbligava alla cessione della Borgogna pel solo fine d’ottenere egli la libertà della persona sua, con che però andassero in Ispagna prigioni in sua vece due suoi figli. Lo scambio avvenne a’ 18 marzo 1526: Francesco tornò allegro ai piaceri della sua Corte, ma d’allora in poi avendo perduto insieme col fiore della giovinezza prima le gioie superbe dei combattimenti, non ebbe più altro che il fasto dei vizi, e fu re povero di consigli e senza fede; perdè in Pavia per questo modo anche l’onore.

Quell’anno che scorse durante la prigionia di Francesco I fu in Italia senza guerre. Ma intanto l’imperatore Carlo V non ratificava la Lega col Papa, tenendo parte delle sue genti a vivere sulle terre della Chiesa, poichè non bastavano i campi Lombardi alla sempre avida penuria degli Spagnoli; e crudelissimo fra tutti Antonio da Leyva spremeva danari dalla città di Milano con ogni maniera d’estorsioni.[149] Il duca Francesco Maria Sforza, chiuso nel Castello, aveva intorno come un assedio di soldati dell’Imperatore, il quale alzando già l’animo alla signoria d’Italia, disegnava levarsi d’intorno quell’ombra di Duca. Ma ecco formarsi nel nome di questo un fino disegno: ne fu inventore il suo principal ministro Girolamo Morone, ingegno grandissimo di uomo politico, per quello che i tempi allora ne davano; il che vuol dire ardito e scaltro ma senza fede, macchinatore da un giorno all’altro di vari disegni, pronto a voltarsi dovunque il caso e la fortuna lo attirasse, rendendosi accetto al nuovo padrone col farsi egli stesso accusatore dei tradimenti che aveva orditi il giorno innanzi. Doveva una Lega sottrarre l’Italia al giogo spagnolo; vi entravano Francia, Venezia e il Papa: i modi già fermi, le parti assegnate. Ma il forte stava nell’ottenere che il Marchese di Pescara consentisse, alzando bandiera di ribellione a Carlo V, farsi re in Napoli che egli avrebbe conquistata con le armi comuni. Svelava il Morone a lui quel disegno; ma qui l’istoria si aggira tra inestricabili incertezze, non essendo ben chiaro se l’ambizione tentasse il Pescara, o se da principio volesse mandare innanzi le pratiche infinchè non ne avesse tutte in mano le fila, o se piuttosto non si tenesse aperte due vie, non bene sapendo chi poi da ultimo avrebbe tradito. S’appigliò infine a quel partito che al suo nome era il più onorato e che dalla moglie Vittoria Colonna gli era come imposto con alte parole: ma pure seguendo la trista usanza di quei tempi, avendo in Novara chiamato il Morone, lo dava in mano d’Antonio da Leyva. L’Italia non ebbe salute da quegli uomini: il Pescara, già infermo, moriva tuttora giovane poco tempo dopo; divenne il Morone, di prigioniero, ministro e guida e caldo amico degli Imperiali.

Francesco I, quando per la libertà sua cedeva una parte della Francia, donava quello che suo non era; ed un’Assemblea di Grandi del regno, da lui radunata nella città di Cognac, annullava quella capitolazione che egli in Madrid avea sottoscritta: si tornò in guerra, ed una Lega fu tosto conchiusa tra ’l Papa, il Re, i Veneziani e il Duca di Milano, ai quali si offriva il Re d’Inghilterra prestare soccorso. Aveva Francesco promesso mandare un esercito in Lombardia, che mai non venne; già le fortezze di tutto il Ducato erano in mano degli Imperiali sotto la condotta d’Antonio da Leyva e di Alfonso D’Avalos marchese del Vasto cugino al Pescara; il duca Francesco Maria Sforza era chiuso nel Castello di Milano, e la città spesso in ribellione contro agli Spagnoli che la trattavano crudelmente. Dalla parte della Lega comandavano alle genti pontificie Guido Rangone, alle fiorentine Vitello Vitelli; Giovanni dei Medici era capitano generale delle fanterie italiane, Francesco Guicciardini luogotenente del Papa con autorità presso che assoluta. L’esercito Veneziano, cui era commesso fare l’impresa di Milano sotto al comando del Duca d’Urbino, procedeva con tali cautele che apparivano soverchie, sebbene consuete a quel Capitano, e già da più anni alla Repubblica di Venezia. La Francia, che si era obbligata per la Lega a fare a sue spese scendere Svizzeri in Italia, non pagò il danaro; e quell’aiuto sempre aspettato non giunse mai. Lo Sforza, costretto dalla lunga fame, cedeva il Castello; nè il Duca d’Urbino fece mossa per soccorrerlo, nè altra impresa che l’espugnazione di Cremona. Invano era egli sollecitato di assalire Genova per terra, contro alla quale muoveano le navi di Francia con Pietro Navarro, e quelle del Papa che Andrea Doria conduceva, e quelle dei Veneziani; ma non bastava l’assalto dal mare, e già si sapeva che il vicerè Lannoy salpava dalla Spagna con molte navi. Questi però, nel passare dinanzi a Genova per andare a Napoli, non avrebbe osato impegnarsi contro a tale armata e a capitani tanto eccellenti; i quali essendo usciti fuori ad infestare la sua via, gli presero alcune navi della retroguardia e gli arrecarono molti danni prima ch’egli giungesse a Gaeta dov’era diretto.[150]

Il Papa intanto non si teneva bene sicuro quanto alle cose di Roma stessa e di Firenze; gli dava sospetto l’avere tramezzo alle due parti del suo dominio la città di Siena che allora viveva nella ubbidienza degli Spagnoli: mandava soldati in compagnia di fuorusciti, che ne mutassero il governo; ma erano delle novelle Ordinanze, e per la viltà loro falliva il disegno. Volle anche il Papa assicurarsi nella città di Firenze contro ai nemici di fuori e di dentro, fortificando alcuni luoghi del contado e tutto il giro delle mura dal lato d’oltrarno, con l’aggiungervi baluardi che andassero dalla porta San Miniato su nel Poggio di Giramonte. Condusse i lavori Antonio da San Gallo, insigne architetto, ma sotto alla direzione del Navarro chiamato a tal fine, uomo di molta scienza ed invenzione, che aveva può dirsi creata l’arte delle mine, dalla quale ottenne effetti mirabili; per suo consiglio furono abbattute le altissime torri che erano a Firenze come una ghirlanda, e n’ebbe il popolo forte sdegno.[151]

Era in Italia per Carlo V Ugo di Moncada, il quale adopratosi molto a dissolvere quella Lega, perchè trovò saldo essere quella volta l’animo di Clemente, dopo avere usato in Roma superbi dispregi, pigliò altre vie. Si vantava egli essere discepolo del Valentino, e ordì una trama con la famiglia dei Colonna, i quali potenti intorno a Roma di castelli e di vassalli, si armarono: il Papa s’armò anch’egli, ma Vespasiano di quella famiglia, molto in favore presso Clemente, lo condusse ad un trattato per cui promettevano i Colonna ritrarsi nelle altre loro terre fuori dello Stato della Chiesa: il Papa licenziò i soldati. Quando ecco una notte, Pompeo cardinale ed altri Colonna e lo stesso Vespasiano con alcune migliaia d’armati tornati indietro, entrano per la porta di San Giovanni Laterano, e traversate quelle parti deserte di Roma si raccolgono al palazzo dei Colonna, donde continuarono per le vie più abitate della città; nè il popolo si mosse. Diritto andarono al Palazzo del Vaticano, donde il Papa si era fuggito in Castel Sant’Angelo; e allora quelle orde, per tre ore abbandonatesi al saccheggio del tempio stesso di San Pietro e degli appartamenti pontificali, rapivano i mobili più preziosi, i vasi e gli ornamenti sacri, spogliavano all’intorno le abitazioni dei Cardinali; finchè dai cannoni di Castel Sant’Angelo furono costretti raccogliersi carichi di bottino alle case dei Colonna. La notte medesima in Castel Sant’Angelo Clemente sottoscriveva un accordo col Moncada, per cui s’obbligava a richiamare i soldati della Chiesa di qua dal Po, e le navi d’Andrea Doria dall’assedio di Genova, dare assoluzione ai Colonna e ostaggi di sua famiglia nelle mani degli Spagnoli. Per quell’accordo svanirono i sogni ambiziosi di Pompeo, al quale il Moncada avea fatto balenare dinanzi agli occhi la deposizione di Clemente e forse il papato: al Papa stesso era un preludio vergognoso di giorno più tristo.

Appena fu principiato ad eseguire quell’accordo che si chiamò Lega, tutti furono addosso a Clemente mostrando a lui ch’egli sarebbe l’uomo il più vituperato che fosse al mondo se lo avesse mantenuto. E da Firenze gli Otto di Pratica, che avevano il pondo di tutto il governo, mandarono Francesco Vettori molto suo confidente a dirgli che male poteano reggere la città.[152] Fu molto lungo l’andare e venire tra ’l Papa e il Moncada, che romperla seco apertamente non voleva; e già il luogotenente Guicciardini era venuto indietro fino a Parma; e il Duca d’Urbino, che volentieri si riposava, standosi in Mantova non faceva nulla. Giovanni de’ Medici solo continuava quant’era in lui la guerra per fato d’Italia. Imperocchè in quei giorni stessi Alfonso da Este, per la promessa di riavere Modena e Reggio, s’era accordato con l’Imperatore, non che si volesse troppo dimostrare, ma intanto aveva mandato al campo degli Spagnoli quattro falconetti, che a loro furono troppo grande aiuto. Giovanni de’ Medici non lo sapeva, e nella credenza che i nemici non avessero artiglierie combattendo presso a Borgoforte, si avanzò troppo sino a che la palla d’uno di quei falconetti non lo feriva in una gamba, la quale convenne gli fosse tagliata; ed egli moriva in Mantova dopo quattro giorni. Grande uomo di guerra, che non avendo ancora ventinove anni, già si mostrava oltrechè prode sopra ogni altro soldato d’Italia, capace a condurre qualunque esercito: combatteva per allora con quelle sue Bande, che dopo lui tennero il colore nero e il nome onorato. Pareva egli mettere l’anima sua nelle battaglie: della sconfitta di Pavia fu creduto essere stata causa non ultima che Giovanni vi mancasse, perchè ferito poco innanzi, aveva dovuto farsi trasportare fuori del campo. Il Machiavelli scrivendo al Guicciardini consigliava bene Clemente, facesse al signor Giovanni rizzare una bandiera di ventura per fare guerra dove gli venisse meglio:[153] era un partito capace a salvare (se modo v’era) l’Italia e Roma. Dalla moglie Maria Salviati, figlia d’una figlia di Lorenzo de’ Medici, lasciava Giovanni un fanciullo di sette anni, di nome Cosimo, che in Toscana fu primo Granduca.

Allora senz’altro le bande fatali dei Lanzichenecchi varcarono il Po, cui agognavano da gran tempo. Ne aveva condotti un qualche numero di Germania il Contestabile di Borbone insieme a un soccorso di soldati dell’Impero, e fecero molto in quelle fazioni che ebbero termine a Pavia. Poi si disciolsero mentre i Turchi devastavano l’Ungheria, dove fu morto in grande battaglia l’ultimo Re della stirpe nazionale di Santo Stefano. Ma Solimano, dopo avere conquistata Buda, tornava indietro all’improvviso; il che diede agio all’arciduca Ferdinando di aggiungere alla Casa d’Austria il regno d’Ungheria, com’egli aveva già per la moglie quello di Boemia. Quando la guerra in Italia si raccese, il vecchio Giorgio Frunsdberg, uomo principale tra’ Lanzichenecchi, fattane in Trento una chiamata, ne raccolse intorno a sè quattordici mila, i quali formarono un corpo franco, senz’altro soldo che di uno scudo pagato una volta, ma in Italia tirati dalla sete delle rapine e dei piaceri. Si componevano di borghesi delle città e di quella nobiltà inferiore che viveva nei Castelli co’ suoi vassalli e dipendeva direttamente dall’Impero; dura e fiera gente a cui la guerra era ogni cosa, e dove Lutero trovò la sua forza: l’Italia odiavano d’odio antico, e Roma odiavano come Luterani. Giorgio Frundsberg andava innanzi co’ suoi minacciando la vita stessa del Papa; nè avrebbero disdegnato di saccheggiare Firenze co’ ricchi suoi drappi di seta e il molto oro dei suoi mercanti e col grande nome che aveva nel mondo questa città. Molto si temeva che i Lanzichenecchi volessero per la via di Pontremoli entrare in Toscana; ma indugiarono lungamente, devastando le provincie di Modena e Parma, senza fare imprese dove la fatica fosse troppa rispetto al guadagno. Aspettavano il Borbone che a loro si unisse con gli Spagnoli ch’erano in Milano; ma questi negavano ostinatamente di abbandonare il grasso vivere che ivi facevano con l’oppressione esorbitante dei poveri cittadini, e non si mossero finchè il Leyva con altre estorsioni e più inique non avesse spremuto danari, dei quali potessero i soldati contentarsi. Tedeschi e Spagnoli si univano allora di qua dal Po sotto al Borbone, ma era incerto da quale parte anderebbe à volgersi la tempesta. Bene potevano a stornarla bastare le forze che aveva il Papa in Lombardia, perchè oltre ai soldati suoi propri e che erano condotti da Guido Rangone, combattevano per la Lega gli uomini d’arme francesi e svizzeri, i quali ubbidivano al Marchese di Saluzzo; e il Duca d’Urbino con tutto l’esercito dei Veneziani. Francesco Guicciardini luogotenente generale aveva ottenuto che i due primi passassero il Po; e da Bologna, dove si era trasferito, sollecitava con lunghe istanze il Duca d’Urbino si unisse con gli altri alla difesa del Papa; ma il Duca aveva un suo disegno di cauta lentezza, dal quale in nessun modo si voleva dipartire: un altro pericolo aveva frattanto commosso l’animo di Clemente. Gli Spagnoli che abbiamo veduti passare dinanzi a Genova col Signore di Lannoy, discesi al porto di Santo Stefano in Toscana, potevano tosto condursi a Roma, dove le difese erano scarse, poichè un assalto dal Papa tentato sul Reame finiva col guasto dei luoghi forti e delle ville dei Colonnesi. Clemente allora, com’era consueto, si diede a cercare accordi, ai quali trovò inclinato il Vicerè per le istruzioni che seco aveva recato di Spagna, di non procedere troppo innanzi contro al Papa, nè troppo commettersi al Borbone ed ai Tedeschi, i quali facevano le cose di proprio loro capo, senza molto dipendere dall’Imperatore. Il Vicerè della persona sua veniva in Roma ed a Firenze, donde era bisogno cavare il danaro che al Papa mancava: non era questi solito abusare le cose sacre, quanto Leone ed altri avevano fatto, nè mai si ridusse a creare Cardinali per moneta, sebbene potesse averne oltre a cento mila ducati; gli stava appresso Matteo Giberti vescovo di Verona, uomo da bene, da lui molto amato. L’accordo si fece, ma perchè avesse esecuzione bisognava fermare il Borbone, al quale i danari sempre erano pochi, per la grande voglia che avevano egli ed i suoi soldati d’andare innanzi. Il Guicciardini scriveva in Roma, che senza un forte provvedimento sarebbero stati una mattina presi nel letto: il Papa invece fidandosi, licenziava in quelli estremi Renzo da Ceri e le Bande Nere chiamate alla guardia di Roma stessa; e il Borbone procedeva, e traversati gli Appennini era entrato in Toscana. Guido Rangone e il Marchese di Saluzzo e il Duca d’Urbino lo seguitavano disuniti fra loro e lontani. I nemici erano in Val d’Arno, entrativi dalla parte d’Arezzo, e guastavano il paese; ma intorno a Firenze giungevano in tempo i soldati della Lega: la città fu salva, ma poi vedremo da quale tumulto fosse agitata. Prometteva il Duca d’Urbino al Guicciardini pigliare un qualche forte alloggiamento quanto più potesse accosto ai nemici, donde vessare quelle sbandate soldatesche, tanto da impedire ad esse il raccogliersi e andare innanzi; ma nulla fece allora nè poi: e il Borbone, camminando spedito senza artiglierie, apparve a’ 4 di maggio 1527 su’ prati di Roma da quella parte che è tra ’l Gianicolo e San Pietro.[154]

Ai 5 il Borbone ordinò le genti sue, e la mattina del 6 appresentò la battaglia dove il Borgo non aveva muro continuo, ma ben vi era fatto qualche riparo di terra. Sul primo mattino la nebbia era grande, la quale impediva ai difensori dirizzare le artiglierie; dentro erano poche milizie di conto e servitori armati del Papa e dei Cardinali, ma combatterono gagliardamente e al primo assalto ributtarono i nemici. Voleva il Borbone fargli tornare ai ripari, e andando innanzi agli altri fu morto da un colpo d’archibuso: il traditore non giunse al premio del suo delitto. La mischia divenne più fiera e confusa; il Cardinale dei Pucci, vecchio e debole, stette sempre in mezzo, confortando i difensori e ingiuriando di parole gli avversari, finchè mezzo morto non fu tirato nel Castello, dove il Papa si era fuggito a gran fatica nel corridore; e vi si ridussero molti Signori e Cardinali. Fu preso il Borgo, dove i soldati non trovando molto da rubare dopo il sacco che avevano fatto quivi e in palazzo i Colonnesi, andarono per la via di Trastevere, benchè rimasti senza capo, ma uniti alla preda; e perchè ai ponti non era guardia, entrarono nella parte di Roma abitata e ricca. «Ammazzarono chi vollero; predarono le piccole case, le mediocri, le botteghe, i palazzi, i monasteri d’uomini e donne, le chiese: feciono prigioni tutti gli uomini e donne ed insino ai piccoli fanciulli, non avendo rispetto a età, nè a sacramenti, nè a cosa alcuna. L’uccisione non fu molta, perchè rari uccidono quelli che non si vogliono difendere; ma la preda fu inestimabile di danari contanti, di gioie, d’oro e d’argento lavorato, di vestiti, d’arazzi, paramenti di case, mercanzie d’ogni sorte; ed oltre a tutte queste cose, le taglie che montarono tanti danari, che chi lo scrivesse sarebbe tenuto mentitore. Ma chi discorrerà per quanti anni era durato a venirvi del continuo danari di tutta la cristianità, e la maggior parte d’essi restava; chi considererà i cardinali, i vescovi, i prelati, gli ufficiali che erano in Roma; chi penserà quanti ricchi mercanti forestieri, quanti romani, i quali vendevano tutte le loro entrate care, ed affittavano le loro case a gran pregio nè pagavano alcuna tassa o gabella; chi si metterà innanzi agli occhi gli artigiani, il popolo minuto, le meretrici; giudicherà che mai per tempo alcuno andassi città a sacco di quelle che s’abbi memoria, donde si dovesse trarre maggiore preda.[155]» Alle rapine si aggiungeva lo scherno; prelati seminudi condotti per Roma o esposti all’insulto nei quartieri dei soldati. Era una vendetta covata nei secoli, e Roma e l’Italia in quel giorno ebbero punizione: le ingiustizie d’allora in poi mutarono sede, avendo sostegno da una forza più ordinata, ma insieme più dura e più materiale. Il sacco più giorni continuato cessava, quando il Papa ebbe consentito rimanere prigioniero degl’Imperiali con asprissime condizioni: lo Stato intero della Chiesa venne a dissolversi, quello di Firenze già era caduto di mano a Clemente.

Capitolo VII. NICCOLÒ MACHIAVELLI — FRANCESCO GUICCIARDINI MICHELANGELO BUONARROTI. DESCRIZIONE DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE.

Pochi giorni dopo a che erano avvenuti questi fatti, moriva Niccolò Machiavelli. «L’universale per conto del suo Principe l’odiava: ai ricchi pareva che quel libro fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà. Ai Piagnoni pareva ch’ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o più valente di loro; talchè ognuno l’odiava.» Queste cose scrive del Machiavelli Giovan Battista Busini. E il Varchi dice di Niccolò, che «se all’intelligenza che in lui era de’ governi degli Stati ed alla pratica delle cose del mondo, avesse la gravità della vita e la sincerità de’ costumi aggiunto, si poteva per mio giudicio piuttosto con gli antichi ingegni paragonare, che preferire ai moderni.» Dal Cerretani suo contemporaneo è detto «uomo da servir bene la voglia di pochi;» al che risponde il soprannome di mannerino, che a lui diede in altro luogo. Il Machiavelli, nato di antica stirpe, non ottenne grado per cui s’innalzasse nella Repubblica; ebbe commissioni piuttostochè uffici; e segretario dell’uffizio dei Dieci non vuole confondersi con quei segretari cancellieri della Signoria i quali tenevano il filo delle faccende perchè non mutavano co’ magistrati. Alle maggiori ambascerie andava nel secondo grado, e di quel mirabile suo osservare e giudicare le cose del mondo, allora in Firenze si accorgevano poco, tenendolo come persona ambigua e che fosse mandato a rincalzo oppure a guardia degli ambasciatori. Piero Soderini lo adoprò molto dentro e fuori, avendo in lui fede sino all’ultimo; il che non tolse a questi di mettere subito dopo in canzone il suo patrono che si era lasciato cavare di seggio con la innocenza d’un bambino. Mai non si trova che il Machiavelli tradisse chi egli serviva, ma dei caduti più non sapeva che farsi e gli obliava. Nemmeno ebbe accusa di essere avido di guadagni, egli che nacque e visse povero, tanto che appena gli fu tolto servire lo Stato, temè «divenire per povertà contemnendo.» I Rucellai amici suoi lo sovvenivano, dilettandosi molto della sua conversazione: in quegli Orti loro viveva famigliarmente coi più ingegnosi giovani che allora fossero in Firenze; il Guicciardini, lo Strozzi, il Vettori avevano seco frequenza di lettere, amando giovarsi delle argute cose ch’egli notava, ma più di rado de’ suoi pareri: quando venivano a Roma di queste lettere, Clemente VII voleva gli fossero lette, ma poi dell’uomo non si fidava.

Pure Niccolò da quella sua povera villa presso San Casciano scriveva al Vettori, nei primi mesi di Leone, quanto egli bramasse uscire di lì «e dire, eccomi!» — «Vorrei che questi Signori Medici mi cominciassero adoprare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me. — Della fede mia non si dovrebbe dubitare, perchè avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatrè anni che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia.» Passarono gli anni, e i Signori Medici non l’adoprarono, nè il Governo popolare nei primi suoi giorni mostrò fare caso di lui. Solo una volta sugli ultimi della vita di Leone gli Otto di Pratica lo mandarono in Carpi al Capitolo dei Frati Minori per cose che importavano al governo della provincia di quell’Ordine, e per cercarvi un predicatore: del che nelle scambievoli lettere egli e il Guicciardini, fanno i grandi motteggi. Quattr’anni dopo andò a Venezia, mandato dai Consoli dell’Arte della Lana per la recuperazione di certi danari. Più tardi il Guicciardini Luogotenente all’esercito della Lega lo mandava in proprio suo nome al Campo sotto Cremona perchè sollecitasse il Duca d’Urbino a torsi di là, dov’era un perdere l’opportunità di prender Genova. Da ultimo andava, mandato dagli Otto, a stare presso al Guicciardini nella infelice guerra la quale condusse al Sacco di Roma, e rimase presso lui sempre sino a che non fu mutato lo Stato in Firenze.

Per tal modo passarono gli ultimi quindici anni del Machiavelli, che nella stessa famosa lettera da noi citata racconta la vita che egli faceva standosi in villa. Usciva innanzi giorno ad uccellare mettendo le panie da sè; poi badava ai tagliatori di certe sue legne e alla vendita delle cataste; di lì con un libro sotto il braccio andato ad un fonte, leggeva gli Amori dei Poeti Latini, si ricordava de’ suoi e godeva un pezzo in questo pensiero. Stava un poco sull’osteria; dopo mangiato vi ritornava, dove con l’oste ed un beccaio ed un mugnaio e due fornaciai giuocava a cricca infino a sera, gridando con loro e combattendosi un quattrino, sì che gli sentivano da San Casciano. «Così rinvolto (continua) in questa viltà traggo il cervello di muffa e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; ed in sull’uscio mi spoglio quella veste contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono: e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro.»

Tale era quell’uomo. A lui non si disdiceva esercitarsi tutte le ore della giornata nella conversazione degli uomini abietti, nè molto mi pare gli costasse farsi triviale con essi. La sera poi, solo nel suo scrittoio alzava il pensiero fino a quei grandi antichi uomini che avevano fatto le grandi cose: da quell’insieme di vita uscirono i libri del Machiavelli. Vestiva egli panni reali e curiali quando gli accadeva di chiudersi nella solitudine del suo pensiero, ma nel comune abito del conversare a lui mancavano la gravità e il decoro che pure ci vogliono a condurre gli altri e farsi autorevole; nè lo tenevano come uomo di Governo coloro medesimi che più gli erano familiari. Da questo non essere egli mai stato a capo di molti in grandi faccende proviene, a mio credere, che nonostante quel mirabile suo acume, gli scritti di lui non siano pratici abbastanza, come di chi avesse fatto le cose da sè, le avesse fatte più che guardate, e nel contendere giornaliero avesse dovuto gli altri saggiare sotto ogni aspetto. Dice egli stesso, che «a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna esser principe, ed a conoscer bene quella de’ principi bisogna essere popolare.[156]» Parve a me sempre che il Machiavelli conoscesse gli uomini meglio che l’uomo, gli conoscesse per quello che fanno essi in comune e che importa direttamente alla vita pubblica; ma non gli guardasse o intendesse per quello che sono, ciascuno in sè stesso, e in casa e in famiglia; le quali cose fanno ostacoli ai quali non pensano gli ingegni speculativi, ma bene gli sentono i veri pratici del Governo. Inoltre non ebbe il Machiavelli scienza bastante nemmeno dai libri; fu meno dotto di molti in Italia nell’età sua, di greco non sapeva, e tra i latini solo agli storici avea posto mente; nè la scienza intera dell’uomo gli avevano data gli antichi scrittori. Innanzi gli stava il popolo della Repubblica di Firenze ed al suo tempo le disperate sorti d’Italia come esempi del male; il buono e il grande nell’antichità cercava, e quindi a lui venne l’abito di tenere gli occhi volti indietro, professando quella sentenza, che sia mestieri gli Stati corrotti ricondurre ai loro principii; il che è un cercare rimedio alle cose fuori di loro medesime, cioè in quel loro essere che è svanito. Molte sentenze del Machiavelli, che sono frutto di quel suo ingegno essenzialmente speculativo, riescono in fatto meno applicabili ai singoli casi; donde hanno falsato il pensiero di coloro che troppo seguirono la scuola del Machiavelli.

Non ha egli, nè credo la lingua italiana, pagina che agguagli quella Esortazione a liberare l’Italia dai barbari, la quale sta in fondo al libro del Principe. Qui vanno del pari e fanno tutt’uno l’affetto e il pensiero; qui è l’espressione di un ideale che ha fonte nel vero. Un intelletto qual era il suo, doveva bene farsi capace come nessun rimedio fosse bastante finchè l’Italia non avesse grandezza e forza da stare appetto delle altre nazioni; era un’idea senza possibile attuazione, ma una idea che allora nasceva e già cominciava per molti ad essere un affetto. L’avevano destata i nostri danni e le vergogne, la prova fatta della impotenza nostra e il soprastare di quelle nazioni che da noi erano appellate barbare perchè più rozze, ma nelle quali era più forte compagine, e più attitudine al comando perchè meglio di noi sapevano ubbidire. Finchè a tal prova non si venisse, un Duca in Milano e una Repubblica in Firenze avevano bene potuto contare qual cosa nel mondo: oggi era intristito e pieno di scoramento il vivere delle città italiane prima lussureggianti; e questa Italia da un capo all’altro sentì ad un tratto la sua miseria. Il Machiavelli avea veduto le altre nazioni farsi potenti nella unità, e perchè avevano armi proprie; conobbe la forza delle Fanterie che ubbidiscono ad un capo solo e vanno insieme come un popolo ordinato, costrette da un vincolo e da una necessità comune. Scriveva pertanto i libri sull’Arte della Guerra, i quali formassero a disciplina questo scorretto popolo italiano; volendo, quanto era in lui, che fosse esercitato nelle armi per via di quelle milizie provinciali intorno alle quali poneva egli stesso quelle molte cure che abbiamo già detto. Aveva egli colto sul vivo le cause della debolezza nostra; nè fu sua colpa se il pensiero di lui rimase, quanto alla pratica, di nessun effetto.

Quel fine solo che egli ebbe sempre dinanzi agli occhi, cercare la forza, era lo stesso a cui tendevano già tutte al suo tempo le cose del mondo, ed era la prima forma del pensiero politico in quella età che noi siamo costretti chiamare di risorgimento. Abbisognava innanzi tutto frenare il disordine del Medio evo, il che si fece spianando le buone cose e le cattive sotto al regolo del Principato. Vi guadagnarono le nazioni grandi maggior sicurezza di loro medesime, e più attitudine ai grandi fatti e alle grandi opere; la libertà crebbe quant’all’esercizio della vita giornaliera, donde sparirono molte disuguaglianze secondo i luoghi e soverchierie private le quali impedivano al corpo intiero delle nazioni l’unirsi all’acquisto dei loro diritti. I mezzi usati in quella età dai grandi Principi per tirare a sè ogni cosa, furono ingiustizie e frodi e violenze; ma dove una monarchia forte avea fatto una nazione grande, il fine poteva cuoprire le colpe state ministre ad un tale effetto. Fra noi la frequenza dei peccati gli aveva ridotti in canoni di politica: qui era un contendersi tirannie brevi, angusto il campo, l’urtarsi continuo; i nuovi Signori non aveano tempo di farsi un popolo che gli sostenesse; pensieri di Stato non si poteva pretendere che allignassero tra quei Principi dai quali traeva i suoi esempi il Machiavelli. Studiava egli i modi atti all’acquisto di un principato, e non s’accorgeva quei modi stessi poi divenire impedimento a che avesse mai buono e stabile fondamento. Di tali modi fu maestro sommo sotto ai suoi occhi il Valentino: costui fece prova di grande accortezza quando egli seppe tutti in un giorno levare di mezzo i Condottieri che egli temeva; ma che un tale atto e più altri somiglianti dovessero poi farlo guardare universalmente come peste pubblica ond’egli da tutti fu abbandonato, questo nè il Valentino nè il Machiavelli suo lodatore aveano saputo antivedere. Al Machiavelli mancò la scienza ch’io dissi dell’uomo, la quale comprende in sè la scienza della umanità mostrando certi uffici scambievoli ch’è necessario mantenere, e certi limiti delle umane cose, i quali ogni volta che sieno oltrepassati, si cade nel vuoto. L’arte politica in Italia fu per due secoli l’arte propria dei venturieri; a quella scuola si formò il genio del Machiavelli, e quelli erano i suoi rozzi panni dei quali mai non potè spogliarsi. Nè quel suo Principe educò ad altro, nè l’idea di Stato come oggi s’intende e dove il Principe fosse un magistrato, idea che al suo tempo cominciò a spuntare, fu mai pensata nè antiveduta dal Machiavelli.

Ma fu egli tenuto malvagio al di sopra dell’uso che era comune in Italia così tra i popoli come nelle corti, ond’è che da lui pigliassero nome le arti peggiori. Che avesse egli malvagio il pensiero si scorge ad ogni tratto nei suoi libri: nelle commedie mette innanzi personaggi malvagi tutti, come se quella fosse l’essenza dell’uomo; dice in un luogo, che «gli uomini non operano mai nulla bene, se non per necessità:» il che è vero nei popoli, quando non sia la forza delle leggi freno ai disordini; ma non è poi vero sempre dell’uomo in sè stesso e in tutta la vita. In quella crudezza di sentenze disperate quali era egli solito adoperare, calunniava perfino sè stesso, perchè nella vita di lui non troviamo scelleratezze nè tradimenti, nè atti nei quali per utile proprio fosse egli autore del male degli altri. Malvagio cred’io avesse l’ingegno, l’anima corrotta da quella medesima disperazione del bene che pare cogliesse tutti in quel secolo gli Italiani. Loda «la fraude, la quale è meno vituperevole, quanto è più coperta.» Vero è che sono altri scrittori politici di nome grandissimo e non italiani, che dicono essere cosa lodevole ingannare; ma se nel vivere e nel sentenziare riciso e sicuro del grande scrittore mancò la vergogna, non è maraviglia se i tristi lo tennero peggiore di loro. Alla fierezza, alla potenza inarrivabile del suo scrivere, alto e popolare nel tempo medesimo, che ha del solenne e dello sprezzato e sotto alla toga romana conserva l’ardito atteggiarsi dell’uomo di San Casciano; a quelli effetti i quali vengono dallo scrittore, si deve, io credo, non rare volte certa sovrana autorità che ai suoi dettami venne concessa.

Nel Machiavelli però mi sembra scorgere l’immagine e la espressione di quello che era l’Italia al suo tempo. D’ingegno elegante e fecondissimo, di costumi sciolto; acuto mirabilmente nell’intendere, ma senza che i fatti corrispondessero al pensiero; vestendosi a un tratto la toga curiale, ma la vera sua grandezza chiudendo in sè stesso e ingallioffandosi poscia tra plebee sozzure ed infamie principesche; rinvolto nella muffa della viltà per isbizzarrire la fortuna e vedere se la se ne vergognasse; e dopo lungo esercizio in cose di Stato, ambizioso di servire a chi reggeva: ammirato e vilipeso, usato e negletto; posto a segnale di colpe perchè maestro e perchè infelice; e nei maneggi politici mescolato a’ Principi egli maggiore d’ognuno di loro, senza solennità di carattere e senza forza che lo munisse; sopportando superbie indebite, e con indebiti dispregi e odii vendicandosi. E della politica sentiva come sentiva l’Italia: ad alto fine intendeva, alti concetti agitava; ma erano forze abusate, grandezze corrotte, che nella inopia de’ mezzi e nella disperazione, come le aquile romane i giorni della sconfitta nel fango giacevano. Nè spenta era la religione più nel pensiero di lui che in quello d’Italia: come alta cosa la riveriva, come italiana l’amava; poi per isdegno del malgoverno da cui la vedeva deturpata, con ischerni l’assaliva; e con i vizi la cancellava dal core suo. Tale fu il Machiavelli e tale l’Italia.


Se in quegli anni era tra noi chi potesse mostrarsi co’ fatti grande uomo di Stato, io credo che innanzi a tutti starebbe il nome di Francesco Guicciardini. Nato quattordici anni dopo al Machiavelli, non ebbe egli tempo di fare suo proprio l’antico vivere di Firenze; ma uscito appena dalla puerizia vidde altre genti ed altre scuole regnare in Italia, e in quell’età quando ciaschedun uomo si forma l’abito del pensiero, dovette la mente di lui allargarsi a cose maggiori, sebbene costretta guardarle dal basso. Compieva l’educazione sua fuori di Firenze, avendo tre anni studiato in Padova la ragion civile; donde tornato in patria, fu a ventidue anni condotto a leggere l’Istituta, esercitando anche con molto suo frutto e molto onore l’avvocheria. Prima di trent’anni e fuor d’ogni esempio andò in Ispagna, come si è visto, Ambasciatore per la Repubblica. Dalla disciplina del padre avea attinto costumi gravi, oltre all’usanza dei pari suoi; la professione di giureconsulto poi gli mantenne, siccome quella che sta nel cercare dentro al viluppo dei fatti umani la relazione ad un principio alto e immutabile che è il diritto, a cui s’accompagna per necessaria congiunzione l’idea del dovere: per questo i veri giurisperiti quando sien messi a governare, vi recano sempre qualcosa insieme di più elevato e di più pratico. In quanto all’arte politica, io non dirò già che il Guicciardini ne avesse in Ispagna una molto virtuosa scuola, ma trovò uno Stato allora sul colmo, e dimorò un anno presso ad un Re che a tutti era reputato maestro; nè avrebbe di meglio appreso in Italia.

Sebbene fosse egli alieno da ogni concetto speculativo e sempre vivesse in grandi faccende, pochi altri scrissero quanto lui; ma era lo scrivere a lui una parte di quel lavoro d’osservazione che egli cercava ridurre a scienza, per quindi usarla nei pubblici fatti. Abbiamo oggi a stampa molti suoi scritti che prima giacevano negli archivi della famiglia: la storia di Firenze, opera giovanile, a noi è già nota; e vi è un trattato su questa Repubblica in forma di dialogo; poi vari discorsi intorno al Governo della città nelle tante mutazioni allora patite, ma il maggior numero scritti per assicurare lo Stato ai Medici; poi oltre al carteggio di Spagna, quello da lui tenuto nei vari governi ch’egli ebbe in Romagna ed altrove per la Chiesa, ed il carteggio dei Commissariati e della Luogotenenza generale nella guerra del Papa con Cesare. Le lettere a noi sono esemplare di bello scrivere signorile; per la materia l’importanza loro riesce grandissima, ed esse onorano generalmente il Guicciardini. Quelle dell’ultima guerra che finì col Sacco, mostrano con quale alto esercizio d’autorità facesse quanto era in lui per tenere fedeli all’obbligo e all’onore loro il Duca d’Urbino e il conte Guido Rangoni, al quale aveva diritto di comandare. Dipoi lo troviamo con appassionata sollecitudine adoperarsi, ma invano, a cavare il Pontefice di prigione, dispiegando egli solo in tanta ruina virtù e consiglio che nulla lasciano da desiderare.

In altri scritti, o riandando le cose a bell’agio o anche pigliando a esaminare punti difficili a risolvere in vari tempi e in vari luoghi, discuteva egli il pro e il contra dei partiti da pigliare, a fine di studio; al quale fine altri lavori si trovano fatti per uso suo proprio. Vi hanno per ultimo un grande numero di pensieri politici: in questi mostra egli volere come tirare una quintessenza delle cose da lui osservate o fatte da lui, non senza pigliare a esame sè stesso, quasi egli volesse formarsi una dottrina politica in tutte le varie sue parti quanto più fosse possibile sufficiente. Imperocchè dalle date che sono apposte a questi ricordi, si vede com’egli nei tempi d’ozio ne scrivesse molti insieme, richiamando nel suo pensiero le cose fatte e le vedute in quell’intervallo, perchè servissero a lui come canoni al giudicare e norme all’oprare. Di tale ostinato lavoro di riflessione che in lui si faceva, è prova solenne l’Istoria d’Italia: niun’altra l’agguaglia quanto alla moltiplicità dei fatti che dentro vi stanno, ciascuno al posto che gli si appartiene, con le cause che gli produssero e con gli effetti che ne seguirono, essi stessi divenendo cause di altri eventi. Pregio sommo di quello storico è la comprensione dei fatti minuti, che per legami sovente oscuri si uniscono a rendere inevitabili quelle conseguenze d’onde poi si muta la sorte dei popoli. Fu proverbiale contro al Guicciardini l’accusa d’averci descritto le guerre di Urbino e di Pisa con troppo minuta e spesso noiosa diligenza; ma non poteva egli narrare un fatto senza fermarsi a porre in chiaro le circostanze della riuscita, non che gli errori per cui falliscono i disegni. Voleva con quella sua Istoria dare insegnamenti a chiunque abbia mano in cose di Stato o in cose di guerra.

Quanto a sè, non ebbe egli mai le mani libere come chi governa la patria sua o la sua parte, facendo le cose che ama e che vuole e in quelle ponendo tutto sè medesimo: si lagna invece come di sua sventura l’avere dovuto ne’ più alti gradi servire a due Papi, egli che odiava i vizi dei chierici. Ma era comune sorte ai politici italiani, servire cause che niuno di essi poteva amare se non per proprio suo guadagno, ed alle quali non avrebbe in fondo dell’animo bramato vittoria. Quando in Italia sorse la coltura, cominciò gigante, perchè una grande contesa occupava di sè tutti gli animi e tutti i pensieri; molti papi furono grandi politici, e nell’opposto campo Matteo da Sessa e Pier delle Vigne poteano esser tali, perchè seguivano una parte che aveva in sè un vero e che era comune a un grande numero d’Italiani. Ma questa coltura progredì ornandosi mentre si fiaccava, nè il Guicciardini ebbe una bandiera cui seguitare con alto animo e volontà forte, più che non l’avessero quei condottieri delle milizie pei quali divenne la guerra una scienza, intanto che ogni virtù militare veniva a spegnersi in Italia. Tale in politica fu il Guicciardini; e finchè basti ad onorare il nome suo l’avere servito con fede e nel governare mantenuto non che il decoro delle apparenze ma un sentimento dei suoi doveri, potrebbe essere egli tra’ nostri politici tenuto il migliore. Il che non vuol dire che fosse buono; era accusato d’animo duro, superbo ed avaro. Quest’ultima accusa credo gli venisse dai rigidi modi nell’amministrare; in quanto a sè, netto fino al non sapere come procacciarsi danaro alle doti da maritare le sue figliole. Duro e superbo era egli; inclinava piuttosto al crudele che al fraudolento; a chi governa giudicava essere buona ogni cosa pure di riuscire, ma dentro a sè stesso la regola d’una legge parea che sentisse. A lui non andavano le massime scellerate, come si vede ne’ suoi Ricordi; che gli uomini fossero tutti malvagi necessariamente e sempre, dichiara sentenza bestiale ed assurda. Ai Principi (dice) torna gran conto apparire buoni; ma tosto aggiunge che la necessità di mantenere coteste apparenze dovrebbe nel fatto mostrare ad essi come il più sicuro modo sia essere tali. Si scorge in più tratti come egli intravegga il vuoto delle grandezze, e in certi appunti della sua vita scritti a trent’anni, e per lui solo, confessa a Dio la vita mondana, la quale non s’era per anche indurita in colpe maggiori.

Era il governo per lui un fatto, nè alla libertà credeva, nè alla virtù delle forme. Di genio andava con gli Ottimati, pel grande dispregio in che ebbe i Consigli e i voti popolari; non si vede però che cercasse, come altri al suo tempo, fondare un governo sull’esemplare dei Veneziani; ma costretto stare co’ Medici, che egli non amava, questo solo avrebbe voluto, che sotto a quell’ombra governassero i più capaci, primo egli fra tutti. Non gli repugnava dare al Papa il consiglio di porre lo Stato di Firenze in mano a pochi senza temerne pericolo; perchè (diceva egli) quei pochi avendo il campo libero agli arbitrii, saprebbero anche d’essere in odio all’universale; il che gli terrebbe più stretti a quella Casa il cui nome era una forza. Cotesti consigli non erano buoni: ma peggio fu quando i Medici essendo tornati principi, si trovò a questi sospetto, come uomo troppo alto locato, intanto che a lui rodevano il cuore le ire superbe contro agli uomini popolari che avevano osato sì a lungo resistere. Allora i consigli da lui dati al Papa, che sono impressi in più discorsi, mostrano ch’egli nè avrebbe voluto un principe effettivo, nè altro saputo raccomandare se non quel suo solito governo di pochi. Ma era troppo tardi; e già Clemente, si era sentito le mani libere quando ebbe visto l’Italia tutta ammutolita dalle armi straniere; e il Guicciardini, che ad ogni modo era costretto a volere lo Stato de’ Medici, sfoggiando in durezza e inacerbito dalle private sue passioni, fu crudele nel confinare chiunque avesse potuto dare ombra. Ma pure temeva si potesse dire che aveva fatto poco; del che si scusava col mettere fuori la necessità «di mantenere viva la città a fine che questo non sia uno Stato senza entrate, che non vuol dir altro che un corpo senz’anima.» Il Guicciardini lasciava di sè memoria odiata nella patria sua.


Mi è caro questa rassegna d’ingegni pei quali ha grandezza l’istoria nostra, finire col nome di Michelangelo Buonarroti. Sugli ultimi due che abbiamo notati pesarono gravi le colpe del secolo a cui appartennero; ma il Buonarroti ebbe natura e ingegno che sembrano del tempo dell’Alighieri e si direbbero come usciti seco dal masso medesimo. Che se il Poeta si può inalzare più in su dell’Artista, ciò viene in lui non che dalla qualità del fine, dalla eccellenza dei mezzi che ad esso conducono; l’ingegno suo vive nell’esercizio d’un pensiero più alto e più vario e senza confine, contempla continuo gli aspetti e le forme e le imagini delle cose guardandole dentro all’anima sua, e fuori nella universalità del mondo; adopra incessantemente di sè stesso la parte più degna. Ma invece l’artista, perchè delle cose non può altro rendere che le parvenze, esprime con l’uso di mezzi meccanici quella imagine che egli ha concetta; lo studio tecnico, a lui necessario, gli porta via troppa gran parte di sè, non dice intera la sua parola. Nessuno mai ebbe nè tanto facili come il Buonarroti nè tanto possenti i mezzi dell’Arte, ond’è che niuno mai lo agguagliasse in quanto all’esprimere gli alti concetti per via d’imagini figurate. Continuò fino alla vecchiezza lo studio paziente ed ostinato dell’anatomia del corpo umano; vivea su’ cadaveri quell’uomo di tanta autorità e fama le intere giornate, cercando nel morto come si muovessero i muscoli, e in essi dipoi col pensiero suo divinatore mettendo la vita. Di questa sua scienza faceva uno sfoggio che può alcune volte parere soverchio; ma intanto fu egli il più ideale degli Artisti antichi e moderni. In questo amore, in questo sentimento dell’ideale stava il movente della forza per cui fu creatore il genio del Buonarroti: andava sempre più in là dei mezzi che l’arte gli dava, sebbene avesse la facoltà di trarre da un marmo alla prima l’ingombro del masso informe nel quale vedea la figura che avea concetta nel suo pensiero, e a farla uscire fuori mandasse giù colpi del fiero scalpello.

Sentiva altamente la bellezza; ma questa mi pare facesse consistere piuttostochè nella assoluta squisitezza delle forme, in quella imagine che a lui raffigurasse meglio l’idea della mente, e che non di rado cercava esprimere con la poesia scritta. A questa però non aveva egli avuto scuola nè fattosi abito sufficiente, ond’è che fallisse molte volte a lui lo strumento, sebbene adoprato con grande fatica. Quel ch’egli aveva immaginato, fidava sicuro all’opera della mano; e quanto più andava in là per tal modo, tanto più lontano poneva quel segno al quale avrebbe voluto condursi col mezzo della parola. Sono di lui molte poesie, che più tardi andarono a stampa non so s’io mi dica rifatte o disfatte da uno della famiglia sua. Ora ne abbiamo, grazie al signor Guasti, il primo getto qual era uscito dalla penna del Poeta: io non mi perito di chiamarlo tale, sebbene a lui mancasse l’arte di fare i bei versi, e desse alcune volte nell’astruso o in quei troppo arguti concetti ai quali il secolo già inclinava: sono spesso embrioni di liriche, a cui l’Editore ben fece d’aggiungere una interpretazione. Ma in tutti i luoghi dove al Buonarroti riesca in parole scolpire il pensiero, e dove il concetto abbia intera e limpida espressione, ogni volta insomma che trovi egli modo a scrivere la sua poesia come già dentro a se stesso l’aveva sentita, è grande poeta.

Come nell’arte Michelangelo tenne un luogo dove egli era solo, così mi pare lo tenesse in tutta la vita, che a lui durava lunghissimi anni. Accolto all’uscire dalla fanciullezza nella casa ed alla mensa di Lorenzo de’ Medici, e avendo fino dalla gioventù destata di sè maraviglia, fu tosto chiamato alle grandi opere del principio del pontificato di Giulio II, che volle di lui fare una gloria del suo regno. Il Papa lo amava, nè poteva stare senza lui; ma impetuosi com’erano entrambi, facilmente si guastavano tra loro e tosto venivano alle rotte. Il Papa una volta discorrendo di lui e dell’eccellenza sua diceva: «ma è terribile, come tu vedi; non si puol praticar con lui.» Si direbbe che l’uno dell’altro avesse paura: essendo Michelangelo una volta fuggito da Roma, dovette il Papa quasi pregando e con intromessa d’altri farlo andare a Bologna perchè gli facesse in bronzo la statua, che poi fu distrutta dal popolo bolognese. Sentiva altamente di sè e dell’arte, superbo non era: abbiamo di quel tempo le lettere di Michelangelo alla sua famiglia, soccorsa da lui e quasi governata con cure paterne; ma per la modesta gravità delle sue parole non si direbbe fosse egli nè tanto giovane nè tanto grande: una volta che un suo fratello aveva voglia di andare a Bologna, scrisse non lo lasciassero andare perchè (aggiungeva) «Son qua in una cattiva stanza e ho comperato un letto solo nel quale stiamo quattro persone, e non arei il modo raccettarlo come si richiede.» In Roma gli Artisti grandi vivevano lautamente: Raffaello aveva ornata una sua casa, usciva con grande accompagnamento, e per poco non fu cardinale. Michelangelo ebbe altre glorie, nè fu chi ne avesse al pari di lui: era invalso chiamarlo il divino; due suoi discepoli ne scrissero e pubblicarono la vita mentre era ancor vivo: i Principi stessi a lui facevano di berretta.

Molto aveva guadagnato, ma non mutò quella sua semplice vita: aveva ottant’anni quando gli moriva un suo carissimo servitore chiamato l’Urbino, e scrisse di quella morte al Vasari con sì profonda verità d’affetto, che non può egli tanto essere ammirato da noi per l’ingegno che più non sia amato per quelle parole: respira in esse quell’alto sentire in fatto di religione, che fu tanta parte della sua natura di uomo e di artista. Il secolo declinava, e il sommo ideale già si era abbassato per due contrari versi nel mondo diviso. Pare a me che il Buonarroti rimanesse ultimo nell’antica altezza; non si abbassò mai fino alla critica che tutto distrugge, nè avrebbe sofferto sentirsi nell’animo turbata la fede. Non rinnegava però l’umanità, ma suo studio era torne via il troppo (ha questa imagine nelle sue rime), come faceva del rozzo marmo perchè di dentro a quello uscisse una divina figura. In questi pensieri gli era compagna Vittoria Colonna, che amò avendo egli settant’anni e fu amato condegnamente da lei, bella, illustre, onorata sopra quante donne allora fossero in Italia. Nè per essere ella figlia di Fabbrizio Colonna e stata moglie del Marchese di Pescara, cadde a lui nella mente di essere egli a lei disuguale. Diresse a lei molte delle sue rime, e sono quelle dove più forte spira quel senso di religione a cui diceva di sentirsi da lei innalzare: potevano questo in essa l’ingegno, gli studi, le poesie e le opere virtuose. I loro due nomi rimasero segno a gran riverenza in mezzo ad un secolo nel quale erano come soli; ma se molti avessero seguito quelle orme, nè il misero sbrano sarebbe avvenuto, e meglio sarebbe stato all’Italia e a tutto il mondo.

Si narra che Michelangelo, al vedere la corniola che ha incisa l’effigie del Savonarola, dicesse che l’Arte avendo toccato il colmo doveva necessariamente declinare. Da Giotto insino a Raffaello era stato un progredire, dove si direbbe che l’arte mettesse appena piede innanzi piede, perchè ad ogni passo era una fermata, e copia d’ingegni avevano occupato ciascuno dei gradi. Compieronsi i tempi, e il Sanzio venne a porsi in sulla cima portato da quelli che lo precederono; ed egli avendo così acquistata pienissima scienza di tutte le parti onde si compone la pittura, in sè le congiunse con armonia maravigliosa. Per questo nelle opere di lui si può dire perfetta ogni cosa, perchè ogni cosa risponde in esse a quello che forma il fine dell’arte, ritrarre l’ideale dalla bellezza del vero. Cotesto ideale temprato e diffuso per tutto il dipinto riesce, egli è vero, a farsi quasi una negazione del sublime ch’è sopra ogni legge e che non può fare a meno di avere in sè qualche sorta di disarmonia; ma io non vorrei che fosse Raffaello uscito da quella pacata e sempre uguale perfezione ch’è tutta sua propria. Alquanto più vecchio degli altri due sommi, Leonardo da Vinci cominciò pittore; ma poi trasportato dal genio suo speculativo, cercò il sublime per via di assidue meditazioni dell’intelletto e fece l’arte essere una forma della scienza. Poneva uno studio insaziabile in ogni parte di quello che avesse in mente di fare, dal volto del Cristo fino alla vernice dei suoi quadri, talchè distendendosi per tutta l’ampiezza del sapere, lasciò poche opere, che pure a lui valsero altissimo luogo.

Nel Buonarroti insieme con l’idea nasceva intera la forma, nè in ciò altri credo che lo arrivasse: di lui non abbiamo bozzetti nè studi pe’ quali salisse gradatamente alla espressione del suo concetto; e molte statue si direbbe lasciasse imperfette perchè alla vita di quegli abbozzi null’altro credesse potere aggiungere con la finitezza. Nelle prime opere di scultura si attenne al semplice dell’antica scuola, mostrando appagarsi di quello ch’è umano; e questa io credo che fosse in lui timidità giovanile. Ma nella figura tranquilla del David giunse al perfetto, e in quella e nel Bacco di Galleria vedi le membra in sè avere la necessità del moto, com’è nella vita. Michelangelo non fece mai professione che di scultore, tenendo quest’arte da più delle altre: chiamato da Papa Giulio a dipingere la grande volta della Cappella Sistina, ignorava le pratiche dell’affresco; ma tosto pervenne a fare l’opera più difficoltosa e la maggiore che abbiano vista i moderni secoli, e che gli antichi nemmeno avrebbero potuta sognare. Per lui dal perfetto si andò al sublime: dipinse le opere della Creazione, e il genio biblico mai non ebbe più alta espressione. Dio che scorrendo pei cieli divide la luce dalle tenebre, poi col tocco del dito suo infonde la vita nell’uomo che sorge: poi quelle severe figure dei Profeti in ampie vesti, dentro alle quali si vede la travatura di membra potenti: tutto questo insieme di alti concetti fatti palesi con la magnificenza di forme solenni, destava nel mondo nuova maraviglia. Non che altri Raffaello, allora sul colmo della gloria e della fama, si diede a seguire le orme del Buonarroti; e da quel giorno la pittura mutò le sue vie.

Avea Michelangelo trasceso il bello ed era andato più in là del perfetto, il che non può l’arte fare impunemente; quanto a sè aveva toccato il suo colmo. Le Sepolture in San Lorenzo dei congiunti di Leone X, perchè non traevano maestà dal subietto, non mostrano a noi che statue bellissime, nè altro egli voleva. Le figure di quei due giovani trattò in modo affatto generico, e forse con qualche segreto dispetto pose quattro nudi di non ben chiara significanza a stare a disagio sulle due grandi arche. Ma chiunque voglia da un marmo solo conoscere quale fosse il Buonarroti, guardi più volte il suo Mosè, poi vi pensi sopra, poi si dia ragione di quel che ha pensato. Non vi ha opera d’arte che presti alla critica più facile appiglio, nè altra ve n’è che ti lasci sì forte impressione: quel braccio dentro a cui tu vedi correre tanta e tale vita, quelle ginocchia potenti a salire il monte del Sinai ed a scenderne gravate di quelle tavole che saranno sempre divina legge alla umanità; quella lunga e strana barba, capriccio d’un genio fuor di ogni misura; quella faccia istessa dove all’uomo si aggiunge la vigoria d’un leone, ma dentro alla quale siede un pensiero più che umano; queste cose il Buonarroti avea trovate fuori dei confini che sogliono essere quei dell’arte. A lui non bastava quel che l’uomo vede, ma fuor ne traeva un’altra imagine con la mente, che aveva in sè stessa la verità sua; nè la figura del suo Mosè avrebbe cercata tra gli uomini. Dove anche si fosse dentro ai confini naturali, faceva lo stesso; nè credo che mai potesse un ritratto copiare dal vivo.

Già vecchio dipinse il Giudizio Universale nella parete della sua stessa Cappella Sistina, ch’è sopra all’altare; opera fra tutte vastissima per le innumerabili figure che vanno dal cielo fino all’inferno, ciascuna facendo parte d’un insieme e poste dentro a quello stesso ambito di luce per cui tutto il quadro si abbraccia in una veduta: nè Michelangelo fu mai tanto mirabile per la scienza dei nudi e per la novità e per l’ardire delle invenzioni. Volentieri egli dal sublime andava al terribile; i tempi nell’animo gli ponevano una tristezza da lui medesimo espressa più volte. In quella grandissima composizione, piuttostochè il giudizio della umanità risorta al bene ed al male, fece la condanna dei reprobi: in cima il Giudice irato e la Vergine spaurita, e gli Angeli con le loro terribili trombe, e pochi Santi: poi sotto subito il precipizio dei malvagi, e più sotto i loro tormenti già in esercizio, come nell’Inferno di Dante, dal quale gli piacque di trarre perfino Caronte con la sua barca; nè a lui fu vietato. Quest’opera, in mezzo a tante bellezze, mostrò che l’arte aveva passata la sua perfezione; l’aveva passata, ma pure spiegando potenza insolita fino allora. Quindi è che l’impronta lasciata da lui riuscì troppo forte; ma io per me credo giovasse alle arti infondere nella scuola dei quattrocentisti un nuovo fermento; e bene sarebbe stato alle lettere, se ad esse pure lo stesso avveniva.

Come architetto il Buonarroti fece i disegni di molti edifizi, fu consultato per grandissimi lavori, diresse le fortificazioni della città di Firenze. Nell’arte del costruire valentissimo sopra tutti, seguiva il suo genio quanto alle forme ed agli ornamenti, d’esempi classici si curava poco. Andava il pensiero suo alle opere smisurate: nelle dimore che fece in Carrara ed in Serravezza per attendere alla cava dei marmi, aveva immaginato di tagliare uno di quei monti con un suo disegno, per cui a guardarlo di lontano dal mare offrisse figura di un grandissimo Gigante accovacciato in quelle sommità. Nei venti estremi anni della sua vita fece la Cupola di San Pietro. Non che però si conducesse egli ad alzarla su quel fondamento che egli medesimo le aveva posto a tanto nuova e maravigliosa altezza; ma tutta l’opera del voltarla e del munirla fu condotta sopra i suoi modelli e con le misure da lui lasciate. Chi stando in terra nel centro del grande spazio, alzi su gli occhi girandoli per tutta la Cupola all’intorno, poi giunga a fermarli nel sommo punto dov’ella si chiude, crede il pensiero avere cedute le sue ragioni alla fantasia o crede esser egli nell’infinito. Quella Cupola fortunatamente rimase all’interno sobria d’ornamenti, e non perdè la sua grandiosità sublime. Volea il Buonarroti che tutta la Chiesa fosse a croce greca, chiudendo le tre grandi navate con una quarta d’eguale misura. Quella più lunga che venne fabbricata dopo alla sua morte, disturba non che l’economia di tutta la pianta, l’effetto ancora per cui la chiesa, com’è ingombrata di ornamenti costosi e importuni, appare d’assai minore grandezza pei molti inciampi e per gli inganni che incontra la vista. Se il primo disegno fosse stato mantenuto e che il nobile e grandioso vestibulo avesse introdotto a quella bene ragionata e sopra tutte magnifica base che il Buonarroti voleva dare alla sua Cupola, la chiesa accorciata sarebbe agli occhi apparsa più grande; e il pensiero religioso di tutto il tempio, che oggi ha perduto l’unità sua ed è interrotto da tanto incongrua varietà d’oggetti, sarebbe asceso riposatamente verso il cielo. Michelangelo Buonarroti moriva di presso che novant’anni a’ 18 febbraio del 1564; nel giorno medesimo (come ora è accertato) nacque Galileo.


Alla fine del Libro Nono dell’Istoria di Benedetto Varchi è una descrizione della città e stato di Firenze, la quale si rannesta in qualche modo all’altra che aveva scritta della città stessa Giovanni Villani due secoli prima. A tutti è ovvio quanta incertezza regni nelle descrizioni o statistiche di tal sorta, ai tempi antichi per saperne poco e ai nostri per volerne sapere troppo. Sembra però a me che la statistica del Villani abbia maggior chiarezza e precisione, quanto ai fatti, di quella del Varchi. Noi trascrivemmo più ampiamente quella, ed ora di questa poco trarremo e sparsamente, pigliando le cose che sembrano a noi più certe e più chiare. Sulle origini di Firenze molto si distende quel dotto uomo che fu il Varchi, nè senza un qualche acume di critica; vorremmo che egli avesse speso più tempo a cercare le cose quali erano in quelli estremi della Repubblica. Non possiamo a buon conto accettare i calcoli suoi quanto alla popolazione della città; ma perchè scrive più sotto, che «circa due mila settecento erano i battezzati annualmente in San Giovanni,» possiamo noi così all’ingrosso opinare che circa novantamila fossero gli abitatori di Firenze, non contando i forestieri, nè quella crescita che veniva dal molto numero dei religiosi pei quali si altera la proporzione dei vivi sul numero dei nati. Più di cento erano tra conventi di frati e monache e chiese collegiate; di sole donne quarantanove monasteri; settantacinque le confraternite di varie sorte, dalle più ricche e più fastose fino alle più chiuse e più devote che attendevano a pietà rigida o ad uffici di carità. L’antico e celebre Spedale di Santa Maria Nuova era opinione ai tempi del Varchi che avrebbe posseduto, pei molti lasciti che in diversi tempi gli erano stati fatti, la maggior parte delle possessioni della città, se per varie cause molte non ne fossero state alienate. Spendeva ogni anno per la cura degli infermi venticinque mila scudi, dei quali traeva diciottomila dalle possessioni e il rimanente da limosine; più altri Spedali erano in Firenze, molti nel contado. Lo Spedale degli esposti, detto degli Innocenti, spendeva ogni anno undici mila scudi, che settemila cinquecento da beni stabili, e ogni di più dal pubblico in limosine.

Oltre ai pubblici edifizi, erano un centinaio di case private che avevano nome di palazzi; delle quali trenta, scrisse un contemporaneo essere state edificate tra ’l mille quattrocento cinquanta e il settantotto; molte più belle e di più ornata architettura avea Firenze vedute sorgere in quei tempi splendidi, che furono dalla creazione di Leone X fino all’Assedio. Era magnificenza delle più antiche famiglie avere presso alle case loro una loggia ad uso pubblico: se ne vede tuttora qualcuna, e ai tempi del Varchi n’erano aperte più che una ventina. Le antiche torri, forza e superbia della città, scapezzate per la maggior parte, di rado si alzavano più in su del pari delle case che appartengono al primo cerchio: grande era il numero e la estensione dentro alle mura di orti e giardini, sia di privati sia di religiosi. Ma poichè le arti ebbero sparsa in questo popolo la ricchezza, chiunque poteva ebbe desiderio di farsi una villa; talchè all’intorno dei castelli disarmati si fabbricarono le casette pacifiche, dove il lanaiolo ed il setaiolo amavano lietamente riposarsi con le famiglie loro; si adornavano ciascuna secondo le facoltà, improntandosi di quel bello che vi mettevano i grandi artisti. Scrivono esserne state ottocento dentro le venti miglia, murate di pietra e di scalpello, cui davano nome di palazzi: presso a Firenze erano frequenti così, che alla vista la città si prolungava lungo spazio fuori delle mura; e l’Ariosto scriveva in sua lode:

«Se dentro un mur, sotto un medesmo nome

Fosser raccolti i tuoi palazzi sparsi,

Non ti sarian da pareggiar due Rome.»

Il piccolo Stato aveva oltre a cinque città, Pisa, Volterra, Pistoia, Arezzo, Cortona; quattrocento terre murate, le quali si serravano ogni sera e si riaprivano la mattina: le terre che in segno di tributo la mattina di San Giovanni offrivano ciascuna un palio, erano cento; e circa trenta Comunità offrivano un cero ciascuna. La Repubblica mandava col nome generico di Rettori a governare le varie parti dello Stato diciassette Capitani, dodici Vicari, ed altri minori col nome di Potestà, oltre ai Castellani delle Fortezze, Consoli di mare a Pisa e camarlinghi e provveditori e doganieri. Dicevano essere d’intorno a ottomila gli uomini chiamati alla milizia delle Ordinanze col nome di volontari. Il Varchi scrive, che le entrate della Repubblica non passavano quei medesimi trecentomila fiorini d’oro che erano ai tempi di Giovanni Villani: registra come titoli di maggior conto, dalla gabella delle porte, settantatremila; dalla dogana di Firenze, settantamila; dal camarlingo del sale, vino e macello, cinquantatremila; dalle decime ordinarie e straordinarie e arbitri della città, cinquantamila; dalla gabella dei contratti, dodicimila novecento trentanove; dalle gravezze del Contado, quattordicimila; dalle città, castella e comunanze tassate, dodicimila; dal camarlingo d’Arezzo, quattromila; dall’accatto de’ contadini e non sopportanti, duemila trecento trentotto; dalle gravezze de’ sobborghi, quattrocento cinquanta; con altre minori fino agli avanzi dei pegni venduti al giudeo. Maggiori d’assai erano in ogni tempo le entrate straordinarie di balzelli ed accatti posti ai cittadini: dal 1377 al 1406 le sole guerre costarono undici milioni e cinquecentomila fiorini d’oro: nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono di straordinari imposti ad arbitrio quattro milioni e ottocentomila fiorini, che sono in detto tempo più che cento some d’oro. Lo stato popolare dal 1527 al 30 cavò di straordinari in tre anni un milione e quattrocento diciannovemila cinquecento fiorini d’oro. Questi erano debiti scritti sul Monte, a cui pagava la Repubblica innanzi quel tempo, per interessi e paghe d’ogni sorta, novantaquattro mila fiorini all’anno; e sedicimila per terzi delle doti delle fanciulle che hanno la dote sul Monte e si maritano. Ricchezze erano principali alla città le arti della Seta e della Lana, la quale sola «lavorava ogni anno da venti a ventitremila pezze di panni, come si può vedere dai libri dell’Arte, dove dette pezze si marchiano giornalmente tutte quante.» Correvano molte sorte di moneta, delle quali era il Fiorino la più antica e principale, e monete forestiere d’oro e d’argento, il maggior numero francesi.

Nel vitto erano i Fiorentini tenuti frugali, ma di grande pulitezza; si nominavano poche case che fossero use a mettere tavola ed a vivere splendidamente. I cittadini si appellavano col proprio nome o col soprannome, questi essendo qui frequentissimi; ciascuno dava all’altro del tu, fuorchè ai dottori, ai cavalieri ed ai canonici, i quali avevano del messere; e i frati, del padre. Quanto al vestire, il cappuccio repubblicano, con quella striscia lunga che si avvolgeva intorno al collo, non era per anche affatto dismesso; non si cavava che al Gonfaloniere di giustizia o a grandi prelati: ma sottentravano altre nuove foggie, ciascuno cercando mostrarsi gentile quanto era più fiacco; le avevano recate le Corti che si erano in Firenze succedute dal dodici in poi, e massime quella del Cardinale di Cortona. Ma nondimeno sempre le usanze ritennero qui assai più che altrove del mercatantesco, del che i Fiorentini venivano proverbiati da quanti in Italia più avessero accolto i nuovi costumi.

Capitolo VIII. CACCIATA DEI MEDICI E GOVERNO POPOLARE. — CARLO V IN ITALIA E SUO ACCORDO COL PAPA. [AN. 1527-1529.]

L’avere Clemente perduto da papa quella fiducia di sè stesso e fuori quel credito che prima godeva, ebbe il suo effetto anche in Firenze, dov’era incerto e sempre mal fermo lo stato degli animi. Qui tutti sentivano l’amore di libertà; ma nè il popolo si dimenticava d’avere goduto più grasso vivere e più lieto all’ombra dei Medici, nè i cittadini più eminenti di essere stati depressi ogni volta che il popolo governasse. Tra questi ve n’era dei più affezionati o più servili, i quali amavano, o ai quali era necessario lo stato dei Medici; agli altri bastava di comandare essi co’ Medici, o senza, secondo avvenisse. A questi il Papa non avea saputo nè ispirare fede nè farli contenti di quello splendore che ad essi veniva da Roma; ivi era un tristo vivere pei Fiorentini, odiati come inventori di balzelli e maestri del farvi guadagno. In Firenze avevano sopra il capo il duro governo di un Cardinale da Cortona, chiamandosi offesi che il Papa mettesse tutta la sua fiducia in uomini delle città suddite, dai quali sapeva di avere più cieca ubbidienza, e che si lascerebbero gravare dell’odio pubblico. Io per me tengo ancora per fermo, che brutta cosa paresse a molti l’avere a servire a quei due bastardi tirati su a forza quando altri non v’era, e perchè Firenze a ogni modo avesse un padrone. Del che si adontava molto la superbia di Filippo Strozzi e della moglie Clarice, nei quali fiorenti di bella e maschia famiglia più degnamente potea rivivere la Casa dei Medici. Nel modo stesso anche i Salviati, per tenersi in alto, si erano sempre mostrati avversi al principato; essi e i Ridolfi, altri cugini di Leone, sebbene ciascuno di loro avesse un Cardinale, volevano pure una repubblica in Firenze, massimamente da che un giovane Ridolfi si fu agli Strozzi unito per parentado. Francesco Vettori, nel vario suo ingegno, voleva lo stesso. Luigi fratello di Francesco Guicciardini, ma uomo dappoco, stava con gli altri sopraddetti, che insieme formavano una molto vasta parentela. Ad essi per grado e per età soprastava Niccolò Capponi cognato a Filippo, nella città onorato per la memoria di Piero suo padre e per la parte che egli stesso ebbe nei maggiori fatti della Repubblica; uomo di onesta e decorosa vita, molto facoltoso e buon massaio, nel quale ognuno poneva fiducia che volesse il bene della città e fosse disposto a promuoverlo con temperanza. Non era egli stato da principio avverso ai Medici, ma gradatamente venne a dichiararsi contro a loro, ed era da ultimo tenuto il capo di quella fazione molto autorevole di Ottimati che li combatteva.[157]

Nel popolo aveva il nome dei Medici perduto favore pei modi spiacevoli e il genio avaro del Cardinale Passerini, costretto servire alle necessità ognora crescenti dell’erario di Papa Clemente e ai gravi carichi delle guerre. In nove mesi avea Firenze dovuto pagare per via d’accatti straordinari dugento venti mila fiorini d’oro;[158] del che si faceva un grande sparlare, la gioventù essendo in ciò divenuta molto licenziosa. Dipoi sopravvenne con la morte di Giovanni de’ Medici il terrore dei Lanzichenecchi, pel quale i giovani cominciarono a chiedere le armi, covando in quella domanda un disegno sotto alla condotta di quegli uomini principali che a ciò gli spingevano. Ma tosto dipoi avendo il Borbone pigliato altra via, cessò per un qualche tempo la paura e il chiedere le armi. Nel mese d’aprile, come si è narrato, entrava in Toscana tutto l’esercito del Borbone dal lato d’Arezzo; e vi era sceso quello della Lega col luogotenente Guicciardini per la via più breve della Romagna; talchè il Borbone, che già si era spinto fin oltre a Montevarchi, tornava indietro. Firenze per quella mossa fu salvata dal sacco; ma i nemici devastavano il Val d’Arno, gli amici il Mugello: nella città era scompiglio, chiedevano i giovani le armi tumultuosamente pel vicino pericolo. Aveva il Papa mandato da Roma i due suoi cugini Cardinali Ridolfi e Cibo a rinfiancare il Passerini, ma fu senza frutto; e già nelle Pratiche il Capponi e gli altri avversi al governo più si venivano a scuoprire: intanto l’esercito del Papa si avvicinava alle porte di Firenze.[159]

Era il giorno 26 aprile quando i tre Cardinali e il giovinetto Ippolito e il conte Noferi da Montedoglio che aveva la guardia del Palazzo, uscirono incontro al Duca d’Urbino ed agli altri Capitani. Quale disegno avessero non si vede, ma per Firenze si cominciò a dire che i Medici abbandonavano la città; e fu da per tutto un radunarsi di giovani armati che si avviavano al Palazzo. Qui andavano intanto uomini di tutti i gradi, e primi coloro che sopra dicemmo, a consultare, a provvedere, a osservare quello che il caso portasse. Era Gonfaloniere Luigi Guicciardini, che disceso giù alla porta del Palazzo e avute parole oneste dai primi che erano accorsi, disse volere egli pure quel ch’essi volevano. Dentro cresceva il vario tumultuare, molti si offrivano alla Signoria, temevano i più savi quel moto incomposto; avrebbono accolto volentieri una qualche sorta di compromesso, che non ebbe però mai una proposta formale. E intanto i più ardenti stavano intorno alla Signoria: Iacopo Alamanni, giovane feroce, andò contro alla persona dello stesso Gonfaloniere, e feriva uno dei Priori tenuto aderente ai Medici: il bando di questa famiglia fu messo ai voti e decretato. In quel mentre i Cardinali e gli altri usciti tornavano indietro e con essi veniva l’esercito: avevano quelli di dentro mandato a chiudere le porte, ma l’ordine non fu eseguito, e i Capitani entrati nella città, sfilavano i soldati che erano innanzi, verso la Piazza, della quale occuparono gli sbocchi; e intanto quelli di dentro al Palagio facevano mostra di volerlo difendere; armi non mancavano. Iacopo Nardi, che era stato chiamato come uno dei Gonfalonieri di Compagnia, del pari onesto che animoso, mostrava su alto, lungo il Ballatoio, un certo muricciolo a secco, fatto ivi apposta per cavarne alla occorrenza pietre a difesa del Palagio. Era cominciato l’assalto e poteva riuscire terribile; in quello colpiva una pietra il braccio del David del Buonarroti, che tuttora si vede rappezzato.[160] Allora un rinomato Capitano, Federigo Gonzaga da Bozzolo, che era nelle armi dei Francesi, entrato in Palagio e orando caldamente alla Signoria, e pregando quanti erano dentro stornassero dalla città un grande e a tutti inutile infortunio, persuase alla fine venire a un accordo pel quale tornasse lo Stato com’era, e del fatto di quel giorno non si tenesse memoria: Francesco Guicciardini, come dottore di leggi, distese quell’atto.[161]

Si allontanarono i soldati della Lega, seguendo la strada loro inverso Roma. Lo Stato in Firenze rimaneva senza genti che lo difendessero e senza danari, non bene sapendo chi avesse amici o nemici, per essere gli animi incerti e inquieti e quindi facili a ogni mutazione; piena la città di uomini del contado, che vi si erano rifuggiti con le robe loro; donde un alternarsi di subiti sbalzi tra le paure di carestia e la sovrabbondanza di derrate, cagioni ai tumulti.[162] Quegli dello Stato pigliavano scarsi e odiosi provvedimenti; condannarono in moneta alcuni che s’erano mostrati più vivi nel fatto del 26: ma per il primo di maggio fecero che entrasse Gonfaloniere Anton Francesco Nori, del quale non era nè il più capace nè che più fosse appassionatamente devoto alla Casa dei Medici. Intorno ai casi di Roma correvano incerte notizie perchè le alterate dicerie celavano il vero, che in Firenze fu recato agli 11 maggio da Filippo Strozzi. Veniva questi molto irato contro al Papa che non gli aveva pagato il riscatto quando fu mandato in Napoli ostaggio dopo all’insulto dei Colonnesi; aveva però guadagnato coi due Papi suoi parenti cento cinquanta mila scudi,[163] ed era in Firenze depositario del Comune. Al quale avendo il Vicerè Lannoy onestamente rimandato gli ottanta mila scudi dal Papa offerti perchè il Borbone tornasse indietro, Filippo non volle che andassero in mano di quei dello Stato, avendogli invece fatti restituire ai cittadini, secondo la posta di accatto che avesse pagata ciascuno.[164] Madonna Clarice, venuta in Firenze avanti al marito e dato animo a quei primi che la visitarono, si fece essa stessa portare in lettiga a Casa de’ Medici, dove rinfacciando con fiere parole al giovane Ippolito la bassezza dei natali e al Passerini quella dell’animo, dava essa come il primo segnale ai fatti che indi avvennero. Giunse Filippo, e già in Palazzo si era una Pratica radunata, dalla quale usciva e fu poscia in nome dei Medici consentita una deliberazione, per la quale mettendosi innanzi la promessa di adunare con certe limitazioni il Consiglio generale, si ordinavano intanto dei nuovi Consigli non molto numerosi che avessero in mano il Governo; i Medici rimanessero in Firenze liberi e sicuri con tutti gli averi loro, e onorati al pari degli altri cittadini. Del che fu letizia grande nel popolo al primo annunzio; ma poi bentosto molti cominciando a mormorare e a fare capannelli per le piazze, e minacciando volere andare a casa i Medici, questi furono esortati a partirsi per sicurezza loro dalla città: uscirono pubblicamente per la via Larga calcata di gente Ippolito e Alessandro e il Cardinale Passerini, fermandosi al Poggio a Caiano, donde passarono a Lucca. Gli accompagnava Filippo Strozzi come a guardia delle persone loro e con la commissione di recuperare la Fortezza di Livorno e quella di Pisa: ma queste allora non si ottennero, i Medici avendo con vari pretesti negato i segnali per cui venissero i Castellani disciolti dalla fede che avevano data. Filippo ebbe accusa d’avere aiutata la frode, poichè si fu accorto che il rivolgimento procedeva diverso da quello che avrebbe voluto; dal che a lui venne un grande odio nella città.

Era cosiffatto il popolo di Firenze, e per antico uso e antico diritto aveva sì caro il nome di libertà, che al primo suono di questa parola tutti si destavano; e questo popolo era allora tutto unito e concorde in quel sentimento, perchè di quel tanto che ognuno ne avesse impresso nell’animo veniva nel primo sorgere a comporsi un volere solo: talchè gli pareva d’essere tornato ai primi suoi tempi, e a sè faceva di quelle leggi che dipoi era sovente inabile a portare. Sopra ogni cosa, come si è più volte detto, odiava il Governo dei pochi; ed ora viepiù l’odiava poichè si era accorto che i Nobili, i quali aveano fatto quel mutamento, stavano in due tra ’l porre sè stessi nel luogo de’ Medici, o accettare questi, s’era necessario, e quando vi fosse il conto loro. Il che era vero: ma vero è ancora che ai più savi, guardando alle cose d’Italia com’erano e volgere il mondo a principati ed a signorie, pareva di questi Medici non fosse da fare a meno; e quanto a un Governo largo e popolare, lo avrebbero contradetto a ogni modo come impossibile a mantenere. Da questi pensieri mi pare che fosse tirato tra gli altri Niccolò Capponi, uomo sincero; quanto a sè i Medici poco amando, non poteva uscirgli dal capo come essi alla fine sarebbero ritornati, e cercò sempre ingenuamente venire a un accordo tra essi e la libertà. Giammai non si era del tutto da essi alienato, ed ora madonna Clarice e la piccola Duchessina stando nel Palazzo dei Medici e poi nel convento di Santa Lucia, Niccolò andava pubblicamente a visitarle. Per le quali cose crescendo il romore nella città, e molta gioventù in arme intorno al Palagio di già minacciando fare Parlamento; gli uomini delle botteghe, che già si chiudevano, e molti d’ogni sorta accorsi al Palagio, imposero alla Signoria ed ai maggiori cittadini e più restii la convocazione pronta del Consiglio grande, senza esclusione di quelli che erano a specchio ed abbassando di un anno l’età per entrarvi, col solo divieto di quelli che avevano tenuti co’ Medici gli uffizi maggiori. Fecero scambiare gli Otto di Guardia e quelli di Pratica, abolirono i Consigli creati di nuovo, e riposero ogni cosa com’era nel 1512; restaurarono il Senato degli Ottanta e l’uffizio dei Dieci di guerra. Nella impaziente letizia di convocare il Gran Consiglio, perchè la Sala era stata negli ultimi anni guasta da’ soldati e ingombra e bruttata, i primi giovani di Firenze lavorando giorno e notte l’ebbero riposta in poche ore al punto come l’aveva fatta il Savonarola, del quale il nome stava sempre in alto a quanti amassero libertà onesta. Si radunò infine il Grande Consiglio, e v’intervennero duemila cinquecento cittadini, che non potendo tutti capire nella Sala, stavano calcati fin lungo le scale. Ordinarono che la presente Signoria cessasse a tempo rotto e che la nuova durasse tre mesi: per ultimo si pensò ad eleggere il Gonfaloniere, uffizio che Anton Francesco Nori avea sostenuto e infine deposto con pari decoro. Sedesse il nuovo tredici mesi, dal primo giugno 1527 al primo luglio del 28, e alla conferma non fosse divieto. Al giorno dato, sopra un partito al quale intervennero due mila dugento cittadini, si trassero fuori nel modo consueto i sei che avessero maggior numero di fave, tra’ quali doveva poi farsi la scelta. I voti si dividevano tra uomini avversi più dichiaratamente ai Medici, e Niccolò Capponi che, tenuto mediceo da molti, pure ottenne voti da ambe le parti. A Tommaso Soderini, che a lui fece maggiore contrasto, nocque il timore che non paresse la città divisa tra due famiglie, com’era Genova tra gli Adorni ed i Fregosi. Fu eletto il Capponi con ampio consenso, perchè nella bontà e integrità sua fidavano tutti.

I voti pei quali prevalse non erano nè d’una parte a lui devota, nè d’una stessa qualità d’uomini. Allora i cittadini propriamente non si dividevano per sètte, perchè non sapevano legarsi tra loro per vincoli d’amicizia e fede scambievole. Di quei che cercavano fare un governo di Ottimati, ciascuno tirava le cose a sè con diverse voglie e fini diversi: tra questi era pure Niccolò, sebbene con migliore animo, come quegli che voleva la libertà quanto si mantenesse onesta e possibile: così nella parte che si disse del Capponi, benchè prevalessero gli Ottimati, erano molti mezzani uomini di nature temperate, i quali volevano il nome di libertà, ma non ne amavano i tumulti. Imperocchè nella città di Firenze fu questo di proprio, che i più veri amici di libertà fossero ad un tempo i migliori uomini e più virtuosi, la parte più quieta e più casalinga. Vero è però che da questa parte si avevano i Medici guadagnati molti co’ benefizi e col mantenere i modi civili e le usate forme di governo popolare; talchè i buoni uomini di Firenze non tolleravano le persecuzioni contro al nome dei Medici, nè le vendette contro gli aderenti loro, per fini privati. Da quei migliori e più discreti fu eletto il Capponi; andarono insieme gli antichi Piagnoni con molto numero degli affezionati al nome dei Medici: in questi ultimi si può dire che fosse una vera unione di parte, perchè nel Consiglio avevano, come dicevasi allora, quattrocento fave ferme o voti sicuri. Divisi tra loro, ma di maggior nerbo e di più ardenti passioni, erano gli Arrabbiati, nome dato agli antichi nemici del Frate; ma quelle medesime nature d’uomini ambiziosi ed appassionati volevano oggi formare una parte che tenesse in mano lo Stato come vittoriosa, con la oppressione di chiunque negasse ai Medici dichiararsi scoperto nemico, infino a vendere le sostanze loro, spianare il palazzo e spegnere il nome di quella famiglia. Ai quali si accostava tutta la parte più viva della città, e i giovani più generosi che, nell’abbassamento dov’erano scese le sorti d’Italia, sentivano oggi più vivo che mai l’amore di libertà; cotesti andavano sotto il nome di Libertini, e alquanti ve n’era che avevano corso la loro fortuna nella sorte delle armi.[165]

Il nuovo Stato fin da principio confermava nel proprio suo nome la Lega con Francia, com’era stata in quello dei Medici. Al che si opponeva la parte de’ pochi, i quali avrebbero con più antiveggenza voluto unirsi cogl’Imperiali, dove si accorgevano infine dei conti essere la forza, e bene sapendo che solamente per questa via poteva Firenze andare a un governo fermo e ordinato. Ma vinse l’antico genio guelfo e popolare, certo in sè stesso che mai non troverebbe grazia presso a Carlo V, nè avrebbe voluto guadagnarsela col mezzo d’odiose e insolite istituzioni, che non avevano in questo terreno radice alcuna o fondamento. Così appena si restaurò la guerra, levarono un balzello che molto gravava la parte medicea; e questi più volte si rinnovarono, sempre però in modo che soddisfacesse alla passione di aggravare i più facoltosi: quella ingiustizia dello scalare la Decima, cosicchè sopra alla stessa quota di rendita s’imponesse a chi più aveva maggiore tassa, fu ora condotta fino a far pagare a chi oltrepassasse una mezzana entrata, sulla medesima unità estimale, il triplo di quello che ai meno agiati s’imponeva.[166] Mandarono al campo della Lega con altri soldati le famose Bande Nere, di nuovo accresciute e riordinate sotto al governo di Orazio Baglioni, capitano bene adatto a quelle milizie feroci e temute tra quante fossero in Italia. A mezza l’estate Lautrech era sceso un’altra volta in Lombardia; seco era un grosso esercito di Francesi, scopo (si diceva) la liberazione del Papa: felice nei primi successi, riconquistò in nome di Francesco Sforza le città d’Alessandria e di Pavia, la quale andò a sacco; mentre Antonio da Leyva, costretto in Milano, faceva di questa crudele governo. E intanto Genova, assediata per terra e per mare dalle armi Francesi e dalle galere di Andrea Doria, tornò in ubbidienza del re Francesco. Il Papa rimaneva prigione in Castello, dove la peste, che era entrata in Roma e in Toscana, gli aveva mietuto dei suoi medesimi familiari: smunto e vessato dalla ingordigia dei soldati, potè solamente dopo sette mesi nella notte dei 9 dicembre solo e travestito fuggire in Orvieto, ma forse per connivenza dello stesso Carlo V, a cui non piaceva d’averlo nemico.

Fu grave la peste in quella estate anche in Firenze, dove perirono molti, e molti fuggirono; talchè si fece una Provvisione perchè il numero dei presenti bastante a vincere una legge, che era d’ottocento, fosse ridotto a quattrocento. Le fortezze di Pisa e Livorno si riebbero per lunghi accordi e molto danaro ai Castellani. Era in quel tempo grande la potenza dell’ufficio dei Dieci, al quale (con l’esclusione del Machiavelli) fu eletto segretario Donato Giannotti, uomo grave, costumato, di buone lettere, intendentissimo delle cose civili e amatore della libertà, sebbene troppo gli piacesse stare nelle case dei grandi signori. Il tempo inclinava alla severità delle riforme, così nelle spese come per la rettitudine dei giudizi criminali, intorno ai quali erano abusi bruttissimi. Fu quindi ampliata e rinnovata la Quarantìa, perchè divenisse un magistrato di revisione e giudicasse ella nei casi più gravi. Si componeva di quaranta tirati a sorte dal Consiglio degli Ottanta, e di alcuni dei magistrati: la presiedeva il Gonfaloniere e si poteva dai giudizi di quella ricorrere al Consiglio Grande.[167] Per una sentenza data con queste forme andò a morte Pandolfo Puccini, valente soldato, che aveva fatta sedizione nel campo e ucciso un suo compagno d’arme; ma la condanna dispiacque a molti di quelli stessi che l’avevano pronunziata.[168] In seguito, i casi di Stato, che importassero la morte, furono sottoposti a un Magistrato formato dalla Signoria, dai Dieci e dagli Otto, senza ricorso. Finita la peste e maggiormente quando il Papa fu tornato in libertà, crescevano i sospetti popolari contro ai partigiani dei Medici: era già stato posto un sindacato a chi al tempo loro avesse amministrato i danari del Comune; pel quale titolo due molto principali di quella parte, Benedetto Buondelmonti e Roberto Acciaioli furono menati prigioni in Firenze; e il primo, perchè i suoi contadini di Val di Pesa avevano mostrato volerlo difendere, corse pericolo della vita; poi fu condannato a stare quattro anni nel fondo della torre di Volterra. Degli altri uomini più eminenti, Filippo Strozzi andò a’ suoi Banchi di Lione in Francia; Francesco Vettori si teneva oscuro in Pistoia; Francesco Guicciardini prese a dimorare per lo più in villa, quivi attendendo a scrivere l’istoria. Nel tempo medesimo avvenne che alcuni giovani arditi, tra’ quali Dante da Castiglione sempre era primo, andati una mattina alla Chiesa dei Servi, abbatterono le immagini di cera che ivi erano di Papa Leone e di Clemente; dopo di che la Signoria ordinò per il meglio, che tutte le armi dei Medici ch’erano dipinte o scolpite in molte case della città, fossero cancellate o abbattute. Ma nondimeno quei giovani, poco fidando nel Gonfaloniere e nella Signoria, vollero avere la guardia del Palazzo, che erano trecento, dei quali cinquanta per volta vi stavano armati; ma questo ottenne la Signoria, che ogni giorno mutassero il capo loro, nè altro continuo ne avessero, nè bandiera, salvo una appesa ad una colonna nel cortile del Palazzo. Per le quali cose avvenne che il Gonfaloniere si ristringesse con quei popolani, i quali dicemmo che a lui somigliavano; faceva leggi contro al vizio del praticare le osterie, dove gli artigiani andavano a consumare nei bagordi le grosse mercedi.[169] S’intratteneva molto co’ frati di San Marco, e nel mese di febbraio, quando era la peste riapparsa in Firenze, una mattina orando in Consiglio con le parole e co’ terrori del Savonarola uscì a proporre che Cristo Redentore fosse dichiarato Re di Firenze; al che non mancarono diciotto voti contrari. Una lapide fu posta sopra alla porta principale del Palazzo, la quale attestasse la solennità dell’atto.

Intanto le cose della guerra procedevano a questo modo. Era il Duca di Ferrara tornato alla Lega con Francia, per le cui armi aveva racquistato Modena e Reggio; i Fiorentini, nei quali era entrato più che non solesse il pensiero delle cose militari, formavano colle loro Bande Nere la forza più salda che fosse nell’esercito di Lautrech, il quale entrato nel Regno, avanzava per la via degli Abruzzi con molto favore dei popoli. Nella opposta parte essendo morto il vicerè Lannoy, il comando dell’esercito Cesareo andò a Filiberto di Châlons, principe d’Oranges, il quale però male riusciva a staccare dalla rapina di Roma e di tutto il paese circostante gli avanzi dispersi dei suoi Tedeschi e degli Spagnoli. Pervenne con molta fatica a fare una qualche testa nei confini che sono fra gli Abruzzi e la Puglia: ma tosto dipoi, e avendo le Bande Nere saccheggiata l’Aquila e i Francesi Melfi, egli abbandonata la Terra di Lavoro, si chiuse in Napoli, alla quale tutto l’esercito di Lautrech s’accampò intorno.

Fino a questo termine andò la fortuna delle armi Francesi. Una battaglia per la quale Filippino Doria, nipote d’Andrea, distrusse le navi spagnole dentro al golfo di Salerno, e la comparsa avanti a Napoli, ma troppo tarda, delle galere veneziane con Pietro Lando, e oltre ciò l’essere gli assediati afflitti dalla fame e dalla peste, parevano certe promesse a Lautrech di pronta vittoria. Ma come dentro alla città, così e peggiori per tutto il campo degli assedianti, venuta l’estate, i morbi infuriavano prodotti dalla mal’aria; le compagnie assottigliavano, e i superstiti affranti e sfiniti nulla facevano per la guerra: quel forte esercito si struggeva. Morirono il Nunzio del Papa e il Provveditore veneziano, moriva Lautrech: passò il Comando al Marchese di Saluzzo, il quale in Aversa capitolava, e dopo brevi giorni anch’egli moriva.[170] Pietro Navarro prigioniero, e come traditore degli Spagnoli chiuso in quel Castello che molti anni prima aveva per essi egli medesimo conquistato, fu dentro al carcere messo a morte. Moriva per guerra Orazio Baglioni, e per malattia Ugo de’ Pepoli a lui successo nel comando delle Bande Nere, delle quali perite o sbandate si perdè il nome. Il Commissario fiorentino al campo Gian Battista Soderini e l’Oratore a Lautrech Marco del Nero, condotti a Napoli prigionieri, e il primo con due ferite, morirono quivi. In tanta vittoria non aveva il Principe d’Orange di che pagare i suoi soldati; al che providde con l’uccisione e la confisca de’ beni di quei Baroni che aveano tenuto la parte Francese, con la rapina delle sostanze dei Napoletani e con la devastazione di quelle Provincie. Ma continuarono contro ai Baroni e di essi tra loro le guerre intestine, che sotto più forme d’età in età per lunghi secoli si perpetuarono.

Le sorti d’Italia, fermate con pessimo assetto in Napoli e in Sicilia, poterono in Genova ne’ giorni medesimi per altre vie ma con migliori effetti accomodarsi in modo stabile alle condizioni nuove che già lo straniero dominio imponeva. Da per tutto nelle Provincie d’Italia di già maturava quel vivere nuovo a cui si dovette ben tosto ridurre l’intera nazione. Genova, da molti anni o serva o divisa, ottenne un governo molto strettamente aristocratico, ma che a lei diede un lungo periodo di pace in casa e d’indipendenza. Questo a lei fece Andrea Doria, il quale voltandosi a Carlo V in tempo da rendergli un grande servigio, impedì che Genova gli fosse mai suddita, a questo modo ben meritando di tutta l’Italia; fu quasi principe nella patria sua, e pure ottenne e serbò fama di gran cittadino. Quello che in Firenze pochi sognavano, potè il Doria facilmente per essere egli e con lui altre maggiori famiglie, potenti di navi e d’armi proprie. Non s’appartiene a questo luogo dire quei fatti come avvenissero, nè quale riscontro avessero con quei di Napoli, nè con altri moti di guerra ultimamente sopravvenuti in Lombardia.[171] Qui era sceso il Duca di Brunswig con diecimila Lanzichenecchi senza paga venuti al saccheggio; ma perchè trovarono esausta ogni cosa dalla povertà spagnola, come ingannati e per solo gusto di vendetta mettendo le case a fuoco ed a sangue, tornarono addietro dopo alcune settimane. Verso lo stesso tempo Francesco I aveva mandato sotto al Conte di Saint-Paul una grande accozzaglia d’uomini d’arme e di venturieri perchè rinforzassero l’impresa di Napoli. Caduta quella, e dopo essere più mesi rimasti a desolare inutilmente le terre lombarde, avvenne che un giorno il Saint-Paul, sorpreso dalla infaticabile vigilanza di Antonio da Leyva, restasse prigione, andando dispersi quei pochi soldati che gli rimanevano.

In quest’anno 1528 le cose di fuori tenevano pensosi gli animi dei Fiorentini. Il Governo di Niccolò Capponi procedeva equo e temperato; cosicchè venuto il primo di luglio, fu egli confermato, non senza contrasto, Gonfaloniere per un altro anno. Intanto le guerre per la signoria d’Italia continuate trentacinque anni, finivano quasi nel tempo medesimo co’ fatti di Genova e quelli di Napoli. Clemente VII tornato in Roma subito dopo, nel mese d’ottobre, più non vedeva innanzi a sè due contendenti tra’ quali stesse in lui di scegliersi l’alleato; e benchè tenesse pratiche aperte col re Francesco, mostravano alcuni indizi piccoli, ma sicuri, come egli cercasse d’unirsi a Cesare, e questi avesse pe’ suoi disegni bisogno del Papa. Ai Fiorentini, che gli avevano entrambi nemici, pareva già correre un grande pericolo, essendo le forze della Repubblica trattenute in Puglia con Renzo da Ceri a una inutile spedizione. Si era molto tempo ragionato e fatto intendere ai Magistrati, che per difesa della città era necessità dare le armi ai cittadini: del che erano molti che non soffrivano per modo alcuno sentire discorrere; i vecchi per essere vissuti nell’ozio sicuro delle botteghe loro, altri perchè dare le armi al popolo temevano fosse l’ultimo esterminio di Firenze, altri perchè in un capo militare vedevano un Cesare che opprimesse la libertà. Era il Gonfaloniere da principio molto avverso a quel partito, ma poichè vidde la gioventù essersi usata nelle armi fuori del consueto, e pel timore di quella guardia che pareva guardasse piuttosto lui che il Palazzo; si diede infine tutto a promuovere questa milizia universale fino a mandare egli medesimo a sollecitare le donne che incannavano la seta nei suoi filatoi. Fu l’ordinanza vinta in Consiglio ai 6 novembre; dopodichè avendo descritti i sedici Gonfaloni secondo i Quartieri e fatto prestare il giuramento, diedero a tutti le armi, benchè il maggior numero da sè le portasse. Ciascun Quartiere aveva un cittadino per Commissario ed un sergente maggiore, al quale ufizio si scelsero uomini di tutta Italia che meglio si fossero fatti conoscere nelle guerre. Furono i descritti da tre in quattro mila, che mille settecento archibusieri, mille picche ed il restante da alabarde o spade a due mani, e in tutto avevano oltre a mille corsaletti. Parve cosa magnifica quando il Gonfaloniere, seduto avanti la porta del Duomo con la Signoria, fece la mostra dei nuovi soldati vestiti e addobbati decorosamente con aspetto guerriero e buona disciplina e segni d’unione tra loro. In ogni Quartiere fu recitata una Orazione: abbiamo a stampa quella di Bartolommeo Cavalcanti, fredda come di un retore: altra, scritta da un giovane di buone lettere ma irrequieto, che fu Pier Filippo Pandolfini, parve che andasse a ferire quei dello Stato; e già Pier Filippo aveva sofferto un’altra volta accusa per essere egli de’ più accesi verso il popolo e la libertà.[172]

Ma da principio la Provvisione sulla Milizia parve a quei della guardia del Palazzo fatta contro a loro ch’erano giovani dei più animosi. Costoro, se fossero stati nei tempi quando la libertà era in Firenze un comun sentire e quasi una necessità comune, se avessero avuto intorno a sè nelle sue varie gradazioni il fascio intero della cittadinanza, sarebbero stati la forza d’un popolo unito e concorde; ma oggi trovandosi come solitari ciascuno in sè stesso e poco sicuri nei loro voleri, sebbene capaci più degli altri ad illustrare i loro nomi e la patria loro con gli esempi generosi, facevano spesso più male che bene. Iacopo Alamanni che noi conosciamo tra quei giovani il più audace, essendo lì quando la Provvisione passò nel Consiglio e più degli altri facendo rumore, si prese a parole con uno dei Capponi e uscirono insieme; sopravvenne uno dei Ginori, il quale unitosi al Capponi ebbe in quella collera e in quella calca una ferita dall’Alamanni, che si credette averlo morto: cominciò allora a gridare popolo e a chiamare quei della guardia che lo difendessero; ma niuno si mosse, ed i famigli degli Otto, preso l’Alamanni, lo condussero prigione dentro al Palazzo. Qui erano, oltre alla Signoria, gli Otto e i Dieci chiamati a formare insieme quel terribile tribunale dal quale era stato tolto via il ricorso al popolo nel Consiglio Grande: il Gonfaloniere intimidito gli radunò perchè dessero sentenza intorno a quel fatto. Nello Statuto è un’antica legge la quale dichiara casi di Stato le aggressioni commesse in Piazza o intorno al Palagio: allora quei giudici erano chiamati a giudicare un uomo già inviso a loro, in quella febbre di passioni e di paure, e dentro il tempo che è necessario a far girare tra pochi un partito. Andò che fosse l’Alamanni esaminato e non si vinse; andò che fosse condannato a morte, e si vinse; nella sera stessa fu l’Alamanni decapitato, cinque ore dopo commesso il misfatto. Si trova che egli in sul morire, senza che gli uscisse parola vile, dicesse: «Se il popolo di Firenze farà così aspramente giustizia a ciascuno, io sono certo che e’ manterrà la libertà sua.[173]» L’Alamanni era giovanissimo; e se veramente disse quelle parole, avrebbe la condanna privato Firenze d’un gran cittadino.

Per questo fatto parve agli autori di quel tempo (e forse a taluni parrebbe del nostro) che fosse cresciuta reputazione a Niccolò e alla sua parte, poichè avevano potuto quello che a tanti spiaceva, senza che persona si muovesse, ed i contrari mostrandosi deboli o male uniti. Nè io dubito che nel primo caldo paresse questo a Niccolò; ma tosto poi si vidde egli le inimicizie diventare odii, e molti amici essergli più freddi, e la cittadinanza quieta da lui alienarsi. Agli uomini che sappiano di essere tenuti generalmente buoni, è inciampo l’uso continuo del potere, perchè il mantenerselo ad essi pare che sia un obbligo com’è un impegno; e il solo attraversarsi ai loro pensieri, si credono essere un atto malvagio. La parte che seguitava il Gonfaloniere già era chiamata la parte dei pochi, mentre la contraria molto ingrossata, diveniva più forte ogni giorno. In questa si era fra tutti innalzato un uomo di piccola e oscura famiglia, Baldassarre Carducci, dottore in Padova di leggi, sincero amatore di libertà e nemico ai Medici, tanto che il Papa col mezzo del doge Andrea Gritti lo fece mandare prigione in Venezia. Tornato in patria Baldassarre e in somma grazia del popolo, era stato le due volte vicino a ottenere il supremo Magistrato: infine il Capponi, che lui temeva sovra ogni altro, riuscì a farlo eleggere ambasciatore in Francia, dove al Carducci, sebbene vecchio di settant’anni, convenne andare senza ottenere per grazia il rifiuto ch’era vietato dalla legge. Rimase in Firenze uno di quella stessa famiglia, ma più valente e fresco d’animo[174] e più risoluto, di nome Francesco, il quale fino allora poco noto, ebbe grande parte nei fatti ultimi di questa Istoria.

Dacchè fu il Papa tornato in Roma avea nell’animo un pensiero solo, quello di rimettere la Casa Medici in Firenze; il che in altri termini importava racquistarne il principato così da trasmetterlo a quelli dei quali si aveva fatto la sua famiglia. Intorno a questi le cose mutarono su’ primi dell’anno 1529: il Papa infermava, e nel pericolo della vita questa passione lo tormentava, che morto lui non avrebbe più la sua Casa fondamento nella Chiesa: con questo pensiero creò Ippolito cardinale. Io per me credo che ne avesse prima fatto il disegno, ma nella sottile malizia dei Fiorentini l’avere ad un tratto chiamato al futuro governo dei popoli il figliuolo della schiava, dava occasione alle dicerie fino a credere che Alessandro nascesse da lui. Guarito il Papa, erano continue fra Roma e Firenze le pratiche, allora bastando a Clemente che i suoi potessero tornare in patria e al possesso delle robe loro, senza altro grado che di cittadini. Nel quale partito molti vedevano un inganno; ma pure in quella natura timida di Clemente, ora abbassato dalla fortuna, e che spesso compariva simulatore quando era dubbioso, poteva alle volte per davvero entrare il concetto di un cosiffatto accomodamento ed egli contentarsene per allora. Nel nome di lui trattava in Roma queste cose Iacopo Salviati, che sempre ai due Papi suoi parenti aveva consigliato i larghi partiti; ed in Firenze il Gonfaloniere senza molto celarsene le ascoltava. Forse al Capponi cotesto modo non pareva del tutto impossibile, o forse credevano egli e Clemente di addormentare l’uno l’altro con questi discorsi. Ma intanto in Firenze del solo tenere in Roma pratiche si faceva un grande carico al Gonfaloniere, al quale una volta ne fu dato formale divieto; ma egli nonostante continuava, sebbene allora con più segretezza. Veramente al solo pensare come Carlo V oggimai fosse non disputato padrone d’Italia, ed al vedere come egli ed il Papa già dessero segni tanto manifesti quanto credibili d’accostarsi; è naturale che Niccolò con quel suo animo e quella sua natura tenesse i Medici come inevitabili, nè altro cercasse alla patria sua che un qualche onesto nè troppo duro temperamento. Avrebbe egli pure bramato fare gli Ottanta a vita, e ridurre il Consiglio Grande a cinquecento, perchè deliberasse le cose di meno importanza.

Avvenne che un giorno del mese d’aprile cadesse di mano a Niccolò una lettera, e che fosse questa nell’andito dei Signori trovata da Iacopo Gherardi il quale era Proposto quel giorno. La lettera scritta in Roma da un Giachinotto Serragli, del quale soleva molto valersi Iacopo Salviati, diceva avere egli da parlargli di cose importanti, e che mandasse Piero suo figliuolo ai confini dove l’aspettava. Era il Gherardi fra tutti i nemici di Niccolò il più fiero; laonde senz’altro chiamati gli altri Signori a consulta, e fatto prima empire il Palazzo d’amici suoi, mostrò la lettera, e in quella parendo fosse tradimento, deliberarono convocare in forma di Pratica gli Ottanta insieme coi principali Magistrati. Aveano già messo il Gonfaloniere sotto guardia; il quale venuto innanzi alla Pratica parlò umilmente, accusò sè stesso, ma dichiarando che Piero suo figliuolo non aveva colpa. Fu quindi deposto, e si cominciò a ragionare del gastigo; già nella Piazza era gran rumore e gente in arme e un gran contrasto di amici e nemici di Niccolò. Dentro al Palazzo quella parte d’Ottimati i quali, sebbene avversi a lui, pure non volevano mandare le cose tant’oltre, ottennero che al giudizio si soprassedesse, venendo intanto a fare lo scambio del Gonfaloniere: rimase eletto Francesco Carducci da continuare fino alla fine di quell’anno. Ma intanto gli amici di Niccolò e tutta la miglior parte si adopravano caldamente in suo favore. Fu il giudizio rimesso ai Magistrati ordinari che erano in quel caso, per una più antica legge, la Signoria e gli Otto e i Dieci e i Collegi: dovea la sentenza essere vinta per i due terzi. Comparve innanzi a questi il Capponi, e parlò allora con maggiore animo: fu quindi assoluto, con molto contento degli uni perchè lo avevano deposto, degli altri perchè non lo avevano condannato. Uscì di Palagio accompagnato da’ parenti e dagli amici tra molto popolo, tantochè pareva che tutto Firenze gli fosse dietro: così tornò a casa.[175]

In questi giorni erano molto innanzi le pratiche tra ’l Papa e Cesare facilmente convenuti quanto a ricondurre, se fosse bisogno, la Casa Medici in Firenze. Ma sopra ogni cosa Clemente bramava tornasse chiamata dalla città stessa: questa passione lo tormentava, pensando inoltre quanto importasse ai negoziati trattare egli come principe in Toscana, e non come esule che implorasse in patria il ritorno dalle armi Imperiali. A questi pensieri doveva servire l’abboccamento che Iacopo Salviati offriva in Roma e dove mi tengo certo che avrebbe offerto larghissimi patti; ma ora Clemente si vedeva chiuso qualsiasi adito in Firenze, dove la parte a lui più nemica teneva lo Stato. Perciò si affrettava molto a collegarsi con l’Imperatore, già male disposto verso un popolo tutto guelfo e tutto francese come era quello dei Fiorentini che nulla avean fatto per conciliarselo, nonostante che taluni a ciò gli avessero esortati, e primo fra tutti Luigi Alamanni, gentile anima di cittadino e di poeta, che nell’esilio avea praticato le cose del mondo ed era in Genova con Andrea Doria in molta amicizia. Quando negli ultimi giorni del 1528 Baldassarre Carducci passava per quella città nell’andare ambasciatore in Francia, recatosi a visitare la nuova Signoria formata dal Doria, il grande uomo gli si era aperto con tale consiglio. Lasciamo parlare lo stesso Carducci in una lettera scritta ai Dieci: «Finita l’udienza, tirandomi a sè e discostandosi alquanto da’ circostanti, mi disse che non mediocre pericolo soprastava non solamente sopra l’una e l’altra Repubblica ma sopra tutta Italia: continuava, potere egli affermare certissimamente come il Re, non cercando altro che la pace e la recuperazione dei figliuoli, aveva dato il foglio bianco perchè si potesse l’Imperatore insignorire di tutta Italia senza riservo nè distinzione di amici. Al che si vedeva poco rimedio, considerate le operazioni sinistre e poco a proposito di questi Franzesi: non di manco ne confortava le VV. SS. a pensar bene ai casi vostri, che sotto la speranza loro non vi depauperassi e estenuassi tanto di forze, che nei casi di necessità non vi potessi prevalere.» Alle quali parole il Carducci contrapponendo come «sarebbe possibile che, unite insieme tutte le forze Italiche, si potesse sperare qualche refugio; e quando questo non seguisse, a noi è necessario di persistere nella solita fede del Cristianissimo, con l’aiuto del quale e con le forze de’ collegati probabilmente si potrebbe evitare tanta jattura;» il Doria, che aveva altro intelletto ed esperienza, noiato rispose, che al presente bastava questo, ma che «se le VV. SS. volessono intendere più oltre, mandassero un uomo loro, ed egli gli aprirebbe interamente il suo concetto.[176]» Era il disegno di Andrea Doria più che la speranza, mantenere in forze gli Stati d’Italia perchè, senza logorarsi in vani conati, potesse ciascuno, con qualche fiducia l’uno dell’altro, fare argine alla nuova e inevitabile prepotenza. In questo concetto mandava più tardi Luigi Alamanni alla Signoria di Firenze, dove nelle Pratiche quella proposta ebbe difensori, ma popolarmente l’Alamanni non trovò ascolto e cadde in sospetto.[177] Non fu mai proprio di questa Repubblica governarsi dietro alle norme di quei concetti lunghi e complessi che sono di pochi e che hanno bisogno di stare tra pochi; ma era popolo, cosicchè poteva in esso più che altra cosa il sentimento.

L’imperatore Carlo V in Barcellona venuto per indi passare in Italia, avea sottoscritto l’accordo col Papa il giorno 29 del mese di giugno 1529, festa di San Pietro. Di questo Trattato fu primo punto, che la Casa dei Medici dovesse a spese comuni essere rimessa, nel grado che prima teneva in Firenze, promettendo inoltre la Maestà Cesarea di maritare ad Alessandro dei Medici una sua figlia naturale avuta in Fiandra di nome Margherita, tuttora impubere. Altresì prometteva dare mano perchè la Chiesa riavesse dagli attuali detentori i luoghi ch’erano di sua pertinenza: cominciò allora lo stato ecclesiastico ad essere effettivamente posseduto e governato dai Pontefici. In tutto questo Clemente aveva i primi vantaggi; ma otteneva Carlo di togliere via lo scandalo d’uno Stato popolare in mezzo all’Italia, e aggiungere qualche cosa d’austriaco alla sovranità che in Firenze sarebbe venuta nel nome del Papa: questi era per quel trattato medesimo tenuto in briglia dal lato di Napoli, allora essendosi annullato anche l’antico divieto di porre sul capo stesso oltre alla Corona imperiale quella delle Sicilie. Come Re spagnolo, premeva a Carlo di cancellare la recente ingiuria fatta al Pontefice; come Cesare, voleva rialzarne l’autorità in faccia ai Luterani, e contrapporre l’unità cristiana alle armi del Turco, le quali andavano contro a Vienna stessa. Voleva dal Papa l’incoronazione, la quale però non fosse più quella investitura che i Cesari avevano da prima obbligo di cercare sopra alle tombe degli Apostoli, ma come una semplice consacrazione a lui recata dal Papa medesimo fuori di Roma. Tale effetto ebbe quel Trattato per cui cessava tutto il diritto che aveva governato l’età di mezzo; cosicchè in faccia al mondo cristiano nè Papa nè Imperatore furono più quello che erano stati oltre a settecento anni, venendo allora sotto un principio meno ideale a separarsi quella mistura di Chiesa e di Stato, che all’Impero dava quasi un sacerdozio e al sacerdozio attribuiva universalmente gli uffici del regno. D’allora in poi nessun altro Imperatore venne in Italia per la corona.

Francesco I re di Francia, stanco delle guerre che sempre gli erano riuscite male, bramoso di attendere unicamente ai suoi piaceri e molto poi di ricuperare i figli, i quali erano da tre anni come pegno tenuti in Ispagna, cercava la pace che in modo diverso il fortunato suo rivale anch’egli cercava. A questo la troppa e sformata vastità d’impero creava ogni giorno la necessità d’imprese a cui, se null’altra cosa gli mancasse, mancava il danaro; quindi è che rendere per moneta il pegno che aveva nelle mani fu la prima condizione da lui accettata, poichè l’esperienza gli ebbe insegnato non essere calcolo egualmente buono smembrare la Francia. Ai 7 di luglio due donne convennero in Cambray, Luisa di Savoia madre di Francesco e Margherita d’Austria zia di Carlo V governatrice dei Paesi Bassi, quella che aveva nel luogo stesso venti anni prima trattato la Lega contro a’ Veneziani; tra quelle due donne sole furono messi insieme i capitoli della pace. Pagò la Francia per la restituzione dei figli del Re in breve tempo un milione e dugento mila ducati, e per l’Imperatore al Re d’Inghilterra dugento mila; il Re prometteva non travagliarsi più nelle cose d’Italia, con la restituzione di tutto quello che ivi possedeva: la quale astinenza a lui e a’ Francesi sarebbe riuscita un grosso guadagno, ma vi era inchiuso il tradimento dei patti giurati e l’abbandono delle provincie per lui devastate e dei popoli che si erano in lui confidati e degli uomini che avevano a lui servito: i Baroni Angiovini delle Sicilie vivevano in Francia esuli e pezzenti. A tale vergogna discese il Re, che egli prometteva con le sue forze d’obbligare i Veneziani alla restituzione di quelle città le quali avevano essi acquistate combattendo in lega con lui. Per quanto durarono Francesco I e la sua schiatta, rimase avvilita la reputazione della Francia, e fu essa più debole.

Ma non avevano però mai cessato fino all’ultimo le grandi promesse da parte del Re ai Collegati, e massimamente ai Fiorentini che stavano peggio di tutti gli altri e che si erano più abbandonatamente in lui confidati. Nel mese di giugno il Re affermava: «non essere mai per fare alcuna composizione senza totale beneficio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua, e voler mettere la vita e abbandonare l’impresa de’ figliuoli per la conservazione e mantenimento degli Stati di ciascuno dei Collegati.» Ed il Gran Mastro: «Se voi trovate mai che questa Maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo d’onore, anzi che io sia un traditore.» Quando il Congresso si riuniva, il Re mandato a interrogare, dichiarava il suo proposito fermissimo di spingere giù tutte le forze a lui possibili, e scriveva a Cambray, «che si faccia conclusione in tre o quattro giorni: parlavano in Corte della qualità dei soldati da mandare e della venuta del Re a Lione.[178]» Ma intanto giungeva a Cambray il tedesco Arcivescovo di Capua, il quale era l’anima del Papa e di Cesare nel tempo medesimo: allora il modo fu trovato dai Cancellieri fiamminghi che maneggiavano quella pace; ed un articolo del Trattato comprendeva i Veneziani e i Fiorentini, purchè dentro quattro mesi avessero data soddisfazione circa ai loro obblighi verso l’Impero. Il che per Firenze importava fare Cesare solo giudice intorno a quei diritti, i quali abbiamo veduto non essere mai stati deposti dalla Curia Imperiale; talchè il modo come Firenze era nominata equivaleva ad una esclusione. Allora si diedero i Francesi a dire che il Re poi nel fatto avrebbe difesa la causa degli amici suoi, che avuti i figlioli non terrebbe conto di quel ch’avea scritto, che almeno avrebbe sovvenuto di danaro i Fiorentini; ma quando poi si venne a chiederli, il Gran Mastro diceva che il Regno troppo aveva da pagare, e che le cose grandi dovevano andare innanzi alle piccole: da ultimo disse, che certi quaranta mila scudi da pagare ad essi occultamente erano in pronto; ma poi si vidde che andavano a Renzo da Ceri perchè sgombrasse da un resto d’armi Francesi la Puglia. A questa serie d’inganni il Re si prestava stando egli lontano da Cambray a caccia con le dame, e per le ville con dietro gli Ambasciatori costretti seguire chi fuggiva la presenza e il commercio loro.[179] Sentiva il Re la sua vergogna, ma era facile a dimenticarla, svagato e leggiero e prono per indole alle seduzioni della Corte, che in Francia erano più che altrove atte a guastare allora e poi sempre l’animo dei Re.

Non è vero che Baldassarre Carducci con le sue lettere fomentasse le speranze le quali in Firenze si mantenevano ostinate; grande politico non era egli nè grande scrittore, ma riferisce le cose udite, spesso aggiugnendo che non vi credeva; da ultimo consiglia con ogni istanza, «procurare qualche buona composizione con Cesare, atteso massime che il Re stesso non vi si opponeva.[180]» Baldassarre moriva in Francia pochi giorni dopo. Scrivevano lettere, secondo il pensare diverso d’ognuno, molti Fiorentini che ivi risiedevano, e tra gli altri Bartolommeo Cavalcanti, quel della Rettorica, che vi era mandato dalla Signoria; promesse, dai più non credute, venivano dal cardinale Giovanni Salviati, legato in Francia, dopo essere stato prima in Spagna pel matrimonio di Carlo V, nel quale avea fatto, come allora dicevano, le parole delle sponsalizie. Ma era in Firenze un solo pensiero, la difesa: non pochi avrebbero di buon grado seguito consigli più quieti e sicuri, ma di questi erano le volontà incerte, divisi i pareri; e gli animi disgregati non si univano a comporre nemmeno una setta. Il nuovo Gonfaloniere Francesco Carducci, portato dal popolo e uomo di parte, amava il popolo e la libertà; come uomo nuovo, si comportava modestamente coi cittadini di maggior grado, e nelle Pratiche gli ascoltava, cercando però di farsi forte nei Collegi, nei quali entravano per la sorte gli uomini più schietti e meno intendenti. Molto si era fatto amico ai Piagnoni, ed a volontà di questi elesse una seconda volta Cristo a Re di Firenze, con altre leggi intorno al costume e alla civile onoratezza: sotto a quello strano nome di Piagnoni si nascondevano allora gli uomini che riuscirono in arme più prodi, nè il Carducci mancò al suo debito in quelli estremi.

Non era peranche sottoscritta ma era sicura, perchè oramai fatta necessaria, la pace in Cambray tra Francia e Spagna, quando l’imperatore Carlo V salpato dal porto di Barcellona sulle navi che Andrea Doria gli aveva condotte, discese in Genova a’ 12 agosto: lo accompagnava un’armata numerosa con nove mila fanti e mille cavalli: di Puglia salivano altri soldati Spagnoli e quattro mila venturieri Calabresi; alcune migliaia di Tedeschi venivano a rinforzo dell’esercito Spagnolo ch’era in Lombardia. Scendeva in Italia non contrastato arbitro e moderatore di nuove sorti: era l’Italia fino allora stata fucina dove gli ingredienti della vita morale dei popoli, prodotti o attratti in copia maggiore, facevano quasi una continua combustione; ma in questa l’Italia si era consunta, e oggi era espediente alle altre nazioni ch’ella si tacesse, che lasciasse fare, che non turbasse e non attraversasse quel moto interiore per cui ciascuno Stato compieva la sua speciale e propria formazione. L’Impero non era più altro oramai che cosa tedesca; ma Carlo V era spagnolo di genio, di educazione, di potenza e parte di sangue, fiammingo nel resto; l’ultima parte della sua vita non fu che una lotta contro alla Germania che lo respingeva. Discese in Italia dopo averla conquistata come re spagnolo, nè avrebbe voluto mai farla essere parte dell’Impero; col gius imperiale avrebbe l’Italia avuto una sorta d’unità servile; divisa com’era, si prestava bene a una spagnola dominazione. Carlo V, già signore in Napoli e nella Sicilia e nella Sardegna, aveva il possesso di quella mezza parte d’Italia che per il sito e per le nature dei popoli e per le comodità che dava l’accesso dal mare, la Spagna poteva tenere più facile e meglio difendere. Aveva Milano in sua balìa non per anco certa, ma sopra vi stavano i suoi soldati e le fortezze e Antonio da Leyva, al quale avea dato Pavia in appannaggio. A lui era Genova legata dai vincoli d’uno scambievole beneficio; Venezia con la restituzione degli acquisti fatti oltre ai confini del Po, abbandonava ogni altro pensiero il quale non fosse della sua propria conservazione. Rimanevano due repubbliche popolari, Siena e Lucca: la prima cadde, ma generosamente, più anni dopo; l’altra col dare al popolo nome di Straccioni, rendeva legittimo un governo di Signori, che a lei fu permesso. Il Papa ritenne, ma più soggetti e più sicuri gli antichi suoi Stati, col restituire al Duca di Ferrara Modena e Reggio; l’Imperatore pigliava in protezione quello d’Urbino, e il marchesato di Mantova promosse a ducato. Faceva egli queste cose per trattati, o, come arbitro, per sentenze o lodi, pubblicati mentre era in Italia o poco più tardi. I Principi e i feudatari dell’Impero ed altri Signori con le donne e le famiglie loro a lui accorrevano in Bologna, dov’era col Papa: vi andò Carlo III duca di Savoia, ridotto allora in bassa fortuna; ma quella Casa dipoi si apriva con le armi il cammino ad altra grandezza. Tale assetto ebbe l’Italia in quell’anno, tale fu la sorte nella quale scese; per ultimo rimaneva da eseguire la condanna che il Papa e Cesare insieme avevano pronunziata contro alla Repubblica di Firenze.

Qui tutti frattanto pareva cercassero di fare inganno a sè medesimi col non credere agli accordi nè alla venuta di Carlo in Italia; poi confidavano che dovesse questi andare a soccorrere Vienna dai Turchi, e che allora il re Francesco, riavuti i figliuoli, cominciasse un’altra guerra pel bene d’Italia. Ma sotto agli inganni facili della mente stava un proposito, che si avvalorava molto in quei giorni anche dal sapersi che il Papa era stato più volte in pericolo di vita per mali di stomaco dai quali non s’era mai bene rimesso; e s’egli venisse a morte, nessuno a Casa Medici più non baderebbe. Ma importava sempre alla Repubblica di acconciarsi con l’Imperatore e averlo propizio comunque volgessero i casi avvenire: per questi motivi fu nella Pratica vinto di mandare a Genova quattro ambasciatori, e il Gonfaloniere fece che nei Consigli fossero scelti a quell’uffizio anche uomini tenuti amici a Clemente, Niccolò Capponi e Matteo Strozzi, a questi mettendo a contrappeso due principali della contraria parte, Raffaello Girolami e Tommaso Soderini: ai quattro vollero che si unisse Luigi Alamanni come sotto ambasciatore. In Genova tosto si appresentarono al Doria, che gli accolse dicendo: «Tardi veniste e in mala ora.» Nè avevano mandato se non di prestare omaggio a Cesare e implorare il suo favore per la conservazione dello Stato e della libertà loro. Del Papa non fecero menzione alcuna in quel discorso solenne; al quale rispose Carlo freddamente, che al Papa solo doveano rivolgersi quanto all’aggiustare le loro faccende. Il Gran Cancelliere parlò dell’antico diritto imperiale nella Toscana, come i curiali di Massimiliano venti anni innanzi; ma ora più che il diritto, il fatto valeva. Nuove istruzioni erano da chiedere, ma impossibile accordarsi tra gli Ambasciatori sul modo e sulle cose da scrivere a Firenze; composero a grande stento una lettera comune, intorno alla quale si disputò molto quando ella fu giunta: se fuori una grande necessità stringeva, una contraria premeva dentro sovra i consigli dei governanti. Sapevano bene essere vano ogni temperamento, dacchè i Medici e la libertà più non potevano stare insieme: qui era la somma di tutto il negozio; ed in quella Commissione, senza nominare il Papa, erano parole contro a chi faceva guerra a Firenze col solo fine di opprimere questa libertà stessa. Non credo che molto queste parole commovessero Carlo V, che prima di uscire di Spagna ebbe cura di mettere a morte gli ultimi difensori di quegli antichi solenni diritti su’ quali aveva base il regno dell’Aragona.[181]

Carlo dipoi si recò a Piacenza, per ivi dettare le condizioni sotto alle quali si adattò a riporre lo Sforza in Milano; lo seguivano gli Ambasciatori fiorentini, ma giunti alle porte di Piacenza, fu ad essi vietato l’entrarvi: stavano appresso all’Imperatore come Legati pontificii il decano del Sacro Collegio Alessandro Farnese che poi fu Paolo III, e il giovane cardinale Ippolito de’ Medici.[182] A quel rifiuto l’Ambasceria fiorentina si disciolse: Tommaso Soderini si recò in Lucca, Matteo Strozzi andò in Venezia ai suoi Banchi; Raffaello Girolami, uomo ambizioso di popolarità, venne solo in Firenze, dove appena giunto e con gli stivali in piede andò in Palazzo a dire novelle che più accendessero le speranze. Niccolò Capponi scriveva in contrario lettere e consigli appassionati perchè s’accordassero; venne fino a Castelnuovo di Garfagnana, dove s’incontrava con Michelangiolo Buonarroti, che tristo e temendo il peggio si era partito da Firenze. Ma Niccolò, trattenuto in quel luogo stesso da febbre, moriva dopo alcuni giorni; e le ultime sue parole furono: «Dove abbiamo noi condotto questa misera patria?[183]»

Capitolo IX. APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO DELLA CITTÀ. PRIMI SEI MESI DELL’ASSEDIO. [AN. 1529-1530.]

Tanto era l’Imperatore frettoloso di compiacere a papa Clemente, che appena fermato in Barcellona l’accordo aveva dato commissione al Principe d’Orange, vicerè in Napoli, di mettere insieme le genti e condurle dovunque il Pontefice imposto gli avesse. Le quali nel mentre che si congregavano, giungeva l’Orange il giorno ultimo del luglio in Roma con cento cavalli e forse mille archibusieri per conferire col Papa; nè senza difficoltà essendo convenuti, il Vicerè ai 19 d’agosto era in Terni, dove l’esercito si doveva raccogliere. «In questo tempo non si vedeva altro per Roma che spennacchi, altro non si sentiva che tamburi;» ed erano tanto grandi la cupidigia e la certezza di saccheggiare Firenze, e massime negli Spagnoli, che vi ebbero di quelli i quali, dubitando non giungere in tempo, a chi gli aveva trattenuti protestarono danni e interessi sopra il sacco di Firenze. Si fece la massa tra Fuligno e Spello nei confini di Perugia: i Tedeschi non arrivavano a tremila cinquecento, ma tutti erano di quelli i quali condotti in Italia da Giorgio Frundsberg, erano alla peste di Roma e alla fame di Napoli avanzati, e per conseguenza veterani e valentissimi. Cinque mila erano gli Spagnoli rimasti in Puglia un poco indietro col loro capitano marchese Alfonso del Vasto: più tardi Ferrante Gonzaga, giovane ancora, conduceva trecento uomini d’arme e ottocento cavalli leggieri; più tardi ancora, di Lombardia scesero quei famosi Bisogni Spagnoli, terribile nome di gente lacera e affamata. Man mano arrivavano con le genti loro i colonnelli; Pier Luigi Farnese, che fu il primo a comparire, quattro dei Colonnesi, un Savelli, uno dei Rossi conti di San Secondo, e Alessandro Vitelli che menò tremila buonissimi fanti. Altri raggiunsero l’esercito presso a Firenze, altri più tardi. Giovanni da Sassatello scese da Bologna con tremila soldati; Ramazzotto, gran capo di Parte in quelle montagne, avendo occupate Firenzuola e Scarperia, di là predava tutto il Mugello ed impediva le vettovaglie; Fabrizio Maramaldo, con forse tremila de’ suoi Calabresi non pagati e nemmeno essendo condotto, come altri che non tiravano soldo, se ne andò a predare prima in sul Senese e poi in quel di Volterra, senza consentimento del Papa. Nel forte di quella guerra si può dire che sotto alla città di Firenze e nel suo dominio si trovassero più di quaranta mila uomini da guerra, senza i venturieri che disordinati seguitavano il campo in un gran numero sulla speranza del saccheggio e delle prede. Con tale apparecchio Clemente da principio si era fatto a credere che l’impresa di Firenze gli riuscirebbe agevole cosa; tanto che avendogli Carlo profferto di fare sbarcare alla Spezia un certo numero di soldati, non volle, perchè non gli parevano necessari, e perchè fosse almeno salvata dal guasto quella bella parte di Toscana.[184]

Contro alla piena di tanti nemici, quali apparecchi si facessero dai Fiorentini diremo tra poco. Sapevano bene di essere derelitti dai Veneziani e dal Duca di Ferrara, ultimi avanzi di quella Lega la quale non era più che un nome vano. Avevano sulla fine del precedente anno fatto Capitano generale di tutte le genti loro Ercole da Este, figlio primogenito del duca Alfonso, con patti gravosi ma effetto nessuno; finchè alla venuta di Carlo in Italia, il Duca cercando propiziarselo, disdisse ai Fiorentini la condotta del figlio, e indi si pose coi loro nemici. Pei Veneziani stava in Firenze un ambasciatore, che era in quel tempo Carlo Capello, dalle cui lettere si apprende come fino dal mese di giugno nè i Fiorentini mai cessassero dal chiedere aiuti secondo i patti, nè i Veneziani dal rispondere che avevano troppo da fare e da spendere in Lombardia; ivi erano i confini ch’essi volevano mantenere, il Senato avendo fermato nell’animo già l’abbandono di ogni possesso nel resto d’Italia. Più volte da Firenze avevano chiesto facesse almeno la Signoria di Venezia muovere i soldati, i quali stavano in Ravenna e in Cervia, e altri in Urbino: questo consigliava lo stesso Capello, mettendo innanzi che se i Fiorentini per disperazione cedessero, non sarebbe ai Veneziani buona cosa rimanere soli e ultimi quando convenisse loro di fare la pace.[185] Ma intorno a ciò nulla rispondeva quella Signoria, tenendo il cuore già occupato da un solo pensiero, salvare sè stessa; che pure all’Italia fu gran benefizio.

Come principio della guerra, Clemente ordinò al Principe d’Orange di farsi innanzi contro a Perugia. Teneva quello Stato come signore Malatesta Baglioni, capitano di qualche nome, venuto ai soldi della Repubblica fiorentina, com’era stato il fratello Orazio; entrambo figli di Gian Paolo, fatto morire da Leone X. Fu qualche disputa in Firenze circa al soccorrere Malatesta, il ch’era un mettersi apertamente in guerra col Papa: ma vinse il consiglio ch’era più animoso, e tosto mandarono tre mila buoni fanti a difesa di quella città. L’Orange aveva, dopo a una molto viva battaglia, già occupata Spello, ed era fin sotto alle porte di Perugia, quando Malatesta dopo lunghe pratiche, nè senza il consentimento dei Fiorentini, venne seco agli accordi. Le condizioni furono, che Malatesta dovesse lasciare Perugia libera ai ministri del Papa, uscendone egli con le genti pagate dai Fiorentini, e ritenendo tutte le possessioni sue e le castella che aveva nello Stato, senza che vi entrassero altri dei Baglioni, i quali erano suoi nemici. Queste allora parvero condizioni eque anche a Firenze; dove sebbene fosse grande il desiderio di tenere la guerra lontana, pareva non essere consiglio prudente lasciare esposto un tal numero delle loro genti alle armi nemiche, non che alla fede sempre dubbia di un condottiero. Quanto a Malatesta, è verisimile che, oltre all’avere egli tutta la casa e la roba sua come pegno in mano del Papa, sperasse meglio da un accordo che dalla sorte delle armi per sè e per la stessa città di Firenze. Aveva seco in questa opinione allora i politici tutti d’Italia: ai Fiorentini era trista sorte fidare sè stessi in mano d’un uomo a cui non bastava la morte del padre perch’egli potesse mai tutto essere cosa loro.[186]

Usciti di Perugia i soldati fiorentini, vennero fino ad Arezzo per la via de’ monti, sicura da ogni assalto nemico. L’Orange entrato ai 14 settembre nello Stato della Repubblica, pose il campo sotto a Cortona, dentro alla quale essendo alcuni buoni capitani con le loro bande, convenne ai nemici andare all’assalto scalando le mura, che tutto quel giorno fecero gagliarda difesa con la morte di non pochi soldati di conto; guidava l’assalto il Marchese del Vasto, che vi ebbe una leggera ferita. Ma il giorno dopo i terrazzani, temendo il saccheggio, vennero a patti, e con lo sborso di ventimila ducati aprirono le porte, lasciatine uscire liberi i soldati. Proseguì l’Orange più innanzi; e perchè Castiglione Aretino, o Fiorentino che lo chiamassero, avea fatto qualche cenno di difendersi, vi entrò a forza; e la terra fu saccheggiata, e molti uomini e donne fatti prigioni. In Arezzo era commissario Anton Francesco degli Albizzi, uomo di vario ingegno, il quale al primo accostarsi dei nemici d’accordo col Malatesta, e come alcuni dissero col Carducci, lasciata con pochi armati la rôcca, abbandonò Arezzo, condottosi fino a Montevarchi. Era pensiero del Gonfaloniere, che Arezzo male potesse tenersi, massime con quelli ardenti spiriti degli abitanti, e che più savio consiglio fosse difendere il cuore (come dicevano), riducendo tutte le forze intorno alla città di Firenze. Il che si vidde anche alla prova, gli Aretini avendo accolto i nemici, dai quali con vana gioia si credevano avere licenza di governarsi da sè stessi. Intanto si erano i nostri ritirati sino a Figline; di dove, parendo ai Capitani di avere mal fatto, rimandarono verso Arezzo, con Francesco dei marchesi del Monte, mille soldati; i quali trovando la città perduta, tornarono indietro, quando già gli altri alla sfilata, e facendo guasti per tutta la via, si continuavano a ritirare fin sopra a Firenze: cosicchè l’Orange, venuto innanzi, poneva egli stesso il campo in Figline ai 27 di settembre. Si fece intanto padrone del Casentino, dove quei di Bibbiena cedevano tosto al nome dei Medici; e Poppi si arrese dopo avere sostenuto non piccola guerra, patteggiando che uscissero libere le genti che vi erano della Repubblica.[187]

In Firenze da principio le lettere degli Ambasciatori a Carlo V e la guerra immediatamente mossa, avevano prodotto grande travaglio e confusione; in mezzo alla quale si fece una Pratica di settantadue cittadini scelti d’ogni colore, dove erano dei più noti amici dei Medici e molti prudenti consigliatori delle vie di mezzo, per deliberare se quelli Ambasciatori dovessero avere mandato libero. Dopo molto disputare, la Signoria fece andare il partito, il quale fu vinto con tutte le fave nere, eccetto quattro. Di questa risoluzione volle farsi un qualche mistero, ma trapelò in Piazza; onde quei che uscivano dalla Pratica ebbero a patire ingiurie e minaccie da uomini armati: fu tutto quel giorno un andare e venire di cittadini in Palazzo e intorno alla Signoria. Infine il Gonfaloniere licenziò tutti, e dietro al mandato andarono le commissioni, dove era spiegato che la libertà si mantenesse ad ogni modo. Tuttociò rimase inutile dopochè l’Ambascerìa si era disciolta.[188]

Ma poichè Cesare aveva espressamente ingiunto rivolgersi al Papa, nominarono quattro Ambasciatori i quali andassero a Roma; e perchè taluni dei nominati rifiutarono, e molte difficoltà nacquero prima di allestire le commissioni, mandarono in poste il solo Pier Francesco Portinari che era stato per la Lega ambasciatore in Inghilterra, ed ora aveva incarico di fare istanze presso al Pontefice perchè intanto fermasse l’esercito. Andò il Portinari, e subito ammesso, fece la commissione; a cui rispose Clemente: «Avere grandissimo dispiacere che li modi nostri avessino causato tanto tristo effetto; dicendo non avere manco affetto alla patria sua che qualunque altro cittadino. — Quanto all’esercito, rispose non essere al tutto in suo potere ritenerlo, massime quando fossi tanto vicino alla preda, che appena fossi in potere dei Capi il farlo: il che si doveva avere previsto, e non indugiare che le cose fossino in questo termine; dolendosi, oltre molte altre cose, e dello essere stato infamato e vilipeso, ancora di questo, che non si fossi mai voluto mandarli oratori. Il che excusai con la difficoltà del condursi tale opera per il consenso di molti: e alle querele che faceva, dissi non essere tempo di giustificare molte cose, essendo necessario più presto riparare al futuro che dolersi del passato. E perchè il tempo era breve, avvicinandosi l’esercito alla città, pregai Sua Santità che dovessi senza intermissione di tempo provvedere a tanti danni, dei quali potevano patire ancora gli innocenti, e che a quella, come uomo e come Vicario di Cristo, grandemente dispiacerebbono. Domandommi se le commissioni che avevo erano libere come il mandato; a che dicendo avere autorità di poter trattare e concludere tutto, salva la libertà e il presente popular governo; disse, questo non bastare, non potendo alterare i Capitoli aveva con Cesare, delli quali uno in fra gli altri, come volle leggessi, contiene che li suoi abbino a esser rimessi nella città con la medesima autorità che avevano avanti al 26. Al che risposi: Cesare essere per contentarsi in questo di quello che volessi Sua Santità, la quale non doveva volere altro che il giusto. Disse, voleva prima recuperare l’onor suo; dipoi faria che cotesta città conoscerebbe che lui vuole conservare la sua libertà. Al che risposi: che io vedevo grandissima difficoltà in far capace alle menti di molti, che Sua Santità fosse di tale buon animo; e sebbene alcuni gli presteriano fede, molti altri, per la grande gelosia che hanno, non sariano di tale animo. Ed essendo gli uomini di costì disposti al conservare al tutto la libertà, ne seguirebbe che gli nemici non spugnando la città, rovinerebbero tutto il contado; al che poteva Sua Santità facilmente riparare con il far fermare l’esercito, ed io intanto farei noto l’animo suo a Vostre Signorie. Circa a che ha promesso questo giorno spedire uno al Principe d’Orange, significandogli che non venga avanti; e se fossi venuto, fermi le offese; e per poter trattare più efficacemente in tal cosa, dice domani mandare monsignore Arcivescovo di Capua al prefato Principe per far tale opera; il che il tutto ha voluto fare con partecipazione e con consenso dell’Oratore Cesareo. Avrà il detto Arcivescovo, come dice Sua Santità, libero mandato e commissione di poter comporre con Vostre Signorie, le quali potranno riconoscere per la prudenza loro quello sia da operare e come sia da governarsi con il prefato Arcivescovo. Mostra Sua Santità aver preso tale spediente di mandare l’Arcivescovo, non manco per essere ottimo istrumento con il Principe, e poter facilitare la cosa, che per potere comodamente costì trattare quello che non aspetta lunghezza di tempo, nè risposte che vadino di qui. Ha Sua Santità molto confortato che costì non si manchi delle debite provvisioni per resistere a questi impeti, e non manco all’essere uniti; circa a che gli ho fatto intendere, che e dell’uno e dell’altro è da stare di buon animo. — In che m’ingegnai confermarlo, mostrando in tanta buona opera non essere altra difficoltà che il far noto a cotesto popolo Sua Santità non volessi dominarlo; e con affetto d’amore, e non per timore, li sarebbe d’aiuto in ogni buona azione. Sua Santità mostra con le parole e con li gesti avere buona mente circa questo: e Iacopo Salviati molto asseverantemente lo conferma, dicendomi tener per certo Sua Santità non impedire mai la libertà nostra. — Francesco Nasi, il quale è stato sempre alla presenza e intervenuto in tutti i ragionamenti, farà noto a Vostre Signorie il tutto, acciò quelle per la prudenza loro discorrino quanto sia da operare a benefizio della città e libertà di essa pregando Iddio che le inspiri alla salute di essa; ricordando a quelle con la debita reverenza, che non manchino della cominciata provvisione per resistere a questi primi impeti.» Questo scriveva il Portinari;[189] pochi giorni dopo andavano in Roma gli altri tre ambasciatori, che furono Iacopo Guicciardini, Andreolo Niccolini e Francesco Vettori; ma non poterono che più tardi alquanto esporre il mandato.

Avevano ancora inviato all’Orange Rosso Buondelmonti, che trovatolo sotto Cortona e tenendosi, come gli era imposto, sulle generali, non ebbe ascolto; ed una volta gli disse il Principe, non sapere quello che si facesse lì: ma pure avendo continuato a seguitarlo sino a Figline, conversava seco nel suo privato amicamente, e lui e gli altri maggiori Capitani manteneva di vino e di altre lautezze in nome della Signoria: la quale mandava poi altri nunzi ed oratori, uno Strozzi, un Ginori, un Marucelli, e da ultimo Bernardo da Castiglione, uomo di maggior conto, che raggiunse il Principe a Figline. Quivi era giunto l’Arcivescovo di Capua, col quale i negoziati furono più stretti, ma senza uscire dai soliti termini. Ve n’ebbero pure con l’Orange e con Antonio Muscettola che ivi stava per l’Imperatore, ed era quello che governava il tutto: nè pare mancassero discorsi di riscattarsi per danaro con modi segreti; ma in Firenze la povertà stessa del Gonfaloniere induceva molti a dubitare della integrità. Era prima l’Arcivescovo stato in Firenze; ma perchè diceva non avere espresso mandato, e che solamente s’intrometterebbe volentieri tra la Città e Sua Beatitudine, riuscendo la sua presenza odiosa a molti, ebbe onesto commiato, e come per fargli onore, fu in arme fatto accompagnare fuori della porta San Niccolò, sicchè non potesse favellare con alcuno.[190] Ma pure i negoziati non cessavano; ed a suggerimento dell’Orange, andava un messo a Cesare, che non volle riceverlo. Dagli amici del Papa o dai prudenti d’ogni gradazione si facevano intanto proposte di varie sorte d’accomodamenti, che tutti avrebbero in fine condotto per vie più torte e meno decorose al principato di Casa Medici, quando ella una volta fosse tornata in Firenze. Ma i quattro Oratori, pervenuti non senza qualche difficoltà in Roma, udivano sempre le stesse ingiunzioni di rimettersi al Pontefice e in lui confidare. Non però ebbero da Clemente udienza, essendo già questi sul partire per Bologna, dov’egli recavasi a ricevere l’Imperatore; lo seguitarono, e in Cesena finalmente uditi, anche lì ebbero, ma privatamente, di quelle proposte le quali in Firenze nemmeno si volle che fossero riferite. Qui era la guerra già solennemente decretata quando vi tornarono gli Ambasciatori, dei quali il solo Francesco Vettori rimase col Papa.[191]

Imperocchè mentre il Principe d’Orange stava in Figline e con lui tuttora continuavano i ragionamenti, Francesco Carducci Gonfaloniere chiamava nel Consiglio degli Ottanta una Pratica larga nella quale potessero intervenire tutti i Benefiziati.[192] In essa lette le lettere degli Oratori, il Gonfaloniere si alzò dicendo: ciascuno esponesse quello che sentiva liberamente perchè egli, quanto a lui si spettava, tutto quello che da loro determinato fosse, era non solamente per approvare come utile, ed eseguire come onorevole, ma eziandio commendare come onesto: che se a loro paresse, a lui bastava la vista di difendere la libertà di Firenze. Ricordassero la promessa fatta in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di non volere mai altro re accettare che lui solo: il quale pareva che della promessa loro si ricordasse, poichè aveva mandato Solimano imperatore dei Turchi con trecento mila uomini e infinita cavalleria fino alla reggia stessa Imperiale. Le forze dei Fiorentini essere di quello che si stimava maggiori assai, e quelle del Papa e dell’Imperatore molto minori; le mura della città gagliarde; la terra fornita d’artiglieria d’ogni sorta; ed oltre ai soldati forestieri, la loro milizia di tale virtù che potevano, purchè fussono d’accordo a volersi difendere, stare sicurissimi contro ogni sebbene fortissimo esercito: non essere per mancare loro le vettovaglie nè i danari, essendo la città ricca e i cittadini pronti a dare ogni cosa volentieri per salvare l’onore e la libertà della patria loro. Si tacque dopo queste parole il Carducci; e i cittadini ristretti tra loro a dare il voto, dopo avere lungamente consultato, tutti i sedici Gonfaloni, eccetto uno, quello del Drago Verde nel Quartiere di San Giovanni, deliberarono: «anzichè perdere la libertà loro, sostenere non solamente la ruina del contado e la jattura delle facoltà, ma eziandio porvi la propria vita, offerendo ognuno volontariamente quella quantità di danari che comportavano le forze sue.» Il giorno dopo decretarono di non tardare più, e che all’indomani si rovinassero e si abbruciassero tutti i borghi della città, non avendo rispetto a molti bellissimi palazzi e luoghi religiosi. Trascriviamo le parole che l’Ambasciatore di Venezia scriveva in quei giorni ai suoi Signori. Ivi non si era usi fare grande stima della Repubblica di Firenze; ma il Capello reca testimonianza «del grande animo e dell’abbandono che tutti facevano, e fino ai vecchi, della vita e della roba loro, e degli apparecchi bene ordinati alla difesa, cui davano mano popolarmente con grande amore e grande concordia.[193]»

Il che però non poteva essere senza che gli odii antichi e i sospetti contro ai partigiani di Casa Medici si manifestassero per via d’ingiurie e di minaccie, più spesso contro uomini dei più qualificati. Di questi non pochi si erano posti in salvo fuggendo; i quali citati per editto pubblico a tornare dentro un termine assegnato, a chi non comparve si diè bando di ribello, e i beni furono confiscati: erano in quel numero i parenti del Papa, Iacopo Salviati, Giovanni Tornabuoni, Luigi Ridolfi, Alessandro dei Pazzi; e vi erano i suoi più insigni fautori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciaioli. Filippo Strozzi era venuto di Francia in Genova, dove favellò in segreto con Alessandro dei Medici; quindi ritenuto da infermità in Lucca, dove lo visitarono i suoi tre figli Piero, Roberto e Leone, passò in Roma. Più ardito degli altri e cupido e scaltro e pronto a ogni cosa, Baccio Valori, venuto in molta grazia di Clemente, stava con l’Orange nella qualità di Commissario generale; egli, oltre all’essere fatto rubello, ebbe taglia di mille fiorini, e come traditore della Patria gli fu sfregiata e sdrucita una lista della casa sua da capo a piè, secondo l’ordine di una antica legge. Chiamata una Giunta di sei uomini a ricercare quali cittadini fossero giudicati più pericolosi tra quegli che non si erano mossi dalla città, furono per tal modo notati diciannove; i quali presi e ritenuti nel Palazzo, vi rimasero tutto il tempo che durò l’Assedio; tra’ quali tre notabili personaggi, Ottaviano de’ Medici, Anton Francesco Nori e Filippo dei Nerli, stato per il Papa governatore in Modena, autore dei Commentari. In questo tempo tre altri uomini per avere sparlato pubblicamente, in segreto macchinato cose contro allo Stato, ebbero condanna del capo: dei quali uno era dei Ficini nipote a Marsilio, un altro de’ Cocchi e il terzo un Frate. In questi bollori andò una brigata di giovani, e diede fuoco alla Villa magnifica d’Iacopo Salviati presso il Ponte alla Badia, e a quelle dei Medici a Careggi e a Castello; e se non erano impediti, facevano lo stesso a quella del Poggio a Caiano di già sontuosa per opere d’arte.

Intanto però si affrettavano le demolizioni decretate intorno a Firenze, mosse da nobile carità di patria e quasi risposte a chi diceva che i Fiorentini anzichè vedersi bruciare le Ville tanto a loro care, avriano cessato da ogni resistenza. Andavano attorno frotte di giovani agli altrui ed ai propri loro poderi oltre a un miglio dalla città, guastando con gran furia le case e gli orti e i giardini, per ivi distruggere ogni cosa che potesse recare ai nemici comodità o impedimento alla difesa. Altri portavano una macchina a foggia d’ariete, con la quale abbattevano le muraglie: sul quale proposito si narra che avendo fatto cadere un muro interno nel Monastero di San Salvi presso a Firenze, quando si viddero innanzi lo stupendo Cenacolo che ivi Andrea Del Sarto aveva dipinto, presi d’ammirazione desisterono dall’abbattere, attenti a salvare da ingiurie nemiche tanto bella opera. Fortificavano intanto da ogni parte la città, inalzando difese alle porte e bastioni e baluardi e ripari di vario artifizio; il che prima essendo stato cominciato da Clemente, fu sino dai primi mesi di quest’anno ripreso con più vigore, dappoichè Michelangelo Buonarroti, fatto dei Nove della Milizia e Commissario generale delle Fortificazioni, attese a quelle opere che egli medesimo dirigeva. Fu suo consiglio inchiudere nella cinta di difesa il Poggio sul quale stanno le chiese di San Miniato e di San Francesco, per essere tanto prossimo e imminente alla città che ogni difesa era impossibile se i nemici potessero batterla da quelle alture. Dentro avevano otto mila buoni fanti, la miglior parte avanzati dalle Bande Nere, con altri di varie armi e paesi, nè tutti Italiani: la milizia cittadina era di circa duemila cinquecento uomini dai 18 ai 36 anni ed altrettanti da 36 a 50, senza contare gli artefici che a un bisogno potevano essere più di ottomila, divisi tutti per Compagnie con ufiziali, che in parte erano cittadini ma tutti nelle armi bene esercitati.[194] Avevano per capo supremo il signor Stefano Colonna da Palestrina, stato ai servigi del re Francesco e da lui volentieri conceduto quando per la pace gli era d’aggravio. Le genti assoldate ubbidivano a Malatesta Baglioni, che aveva supremo comando; per la Repubblica Commissari generali furono Anton Francesco degli Albizzi, Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini, non senza l’aggiunta di Magistrati e di Consigli, impaccio alle imprese nei popoli liberi. Mandarono Commissari in quei punti del dominio che intendevano mantenere, sebbene la guerra poi si ristringesse tutta in quel tratto ch’è tra Firenze e Pisa; tanto importava salvare Firenze non che dall’assalto nemico, da ogni commozione dentro di chi volentieri avrebbe ceduto. Fra questi erano i più ricchi, o aderenti alla Casa Medici, o male disposti verso quel governo tanto popolare e tanto vivo che non badava nè a roba, nè a case, nè alle dolcezze di un lauto vivere. Aveva già questo Governo due anni prima ed in vari modi battuto gli avversi allo Stato popolare con balzelli e accatti o imprestiti sottilmente congegnati, dei quali è minuto ragguaglio nei nostri scrittori: la somma fu trarre ottanta mila fiorini dentro pochi mesi da un certo numero di cittadini designati con un’apparenza di voto pubblico o di sorte, che poi nel fatto era l’arbitrio d’una parte. Venderono quindi per fare moneta i beni immobili delle Arti; istituzioni oramai cadute da ogni valore politico e fatte in oggi o inutili sospette. Venderono i beni dei ribelli, ed obbligarono i loro amici rimasti dentro a farne la compra, sborsando il prezzo a brevi termini con penali e soprattasse da dirsi crudeli piuttosto che dure. Posero in vendita, non che tutti i beni delle Confraternite o Compagnie laicali ma erette a fine di devozione, un terzo ancora dei patrimoni delle Chiese, per la necessità che doveva in tutti essere di sottrarre il luogo nativo da uno stato di servitù comune a tutti.[195] Andavano intanto agli esercizi militari congiunte le pubbliche preci e gli atti di privata devozione. L’immagine della Nostra Donna che dal santuario allora solenne dell’Impruneta soleva trarsi in città nei tempi di universali calamità o pericoli, vi fu condotta, e nel maggior tempio custodita perchè non cadesse in mano ai nemici: quivi ella rimase per tutto l’Assedio.[196]

In mezzo a questi provvedimenti abbiamo veduto la Repubblica cercare con messi e con doni di arrestare l’Orange dacchè egli fu entrato dentro a’ confini della Toscana. Grande in quei giorni era il terrore della città di Firenze. Continuavano a fuggire molti, fuggiva Michelangelo Buonarroti. Un capitano dei principali, suo grande amico, Mario Orsini, ed altri con esso gli andavano dicendo, che Malatesta era traditore, e che entrerebbero i nemici, e che Firenze anderebbe a sacco senza dare spazio a compire le fortificazioni: poca fede avea nel Carducci Gonfaloniere che, avvertito, non pareva temere abbastanza; nè prima si era potuto intendere col Capponi che, troppo guardingo e pronto a cedere, nulla provvedeva.[197] Quell’anima tanto impetuosa del Buonarroti, fu vinta di subito dalla impazienza propria di un artista che odia gli impacci di quelle minute fila di cui s’intesse la vita pubblica. Per la via di Garfagnana andò a Ferrara, quindi a Venezia; e qui avrebbe bramato vivere sconosciuto, ma quella Signoria coi molti onori gli attristò l’animo più che mai. Tornò a Ferrara, dove quel Duca cercò ritenerlo; ma quivi apprese come egli avesse dalla sua patria bando di rubello insieme con altri ch’erano fuggiti nei giorni stessi. Ebbe però anche certezza non essere egli compreso nella condanna se non per la forma, e che era da tutti desiderato: fu tolto il bando, e tornò alle opere della difesa, alle quali, assente lui, attese Francesco da San Gallo, egregio architetto.[198] Tornarono altri di quei fuggiti; altri si dispersero, aspettando dove il vento piegasse; passarono altri nel campo nemico. «Ma come prima tutta la città era in somma trepidazione ed attendevano con la fuga a salvarsi, così ora partiti non pochi e purgata la città dalla maggior parte di quelli i quali o con la timidità o col desiderio delle cose nuove attiravano le menti degli altri,» nota il Capello «come gli animi si venissero a riunire ed a confermare di sorta, che molti oramai desideravano di vedere il nemico alle mura, non dubitando di averne grandissimo onore.[199]» Al che aggiungendosi la crudeltà dei nemici nel Valdarno, e quelle usate dal Ramazzotto nel Mugello, entrò in questo popolo insieme tutto quella disperazione feconda e nobile che infiamma gli animi degli uomini, i quali non sieno ancora prostrati. Se in qualche parte l’Istoria nostra avesse saputo mostrare quante onorate gioie in mezzo ai dolori provasse, nel corso di trecento anni, questo popolo tutto intero, potrebbe ora farsi ragione di quello che allora sentisse, vedendosi innanzi agli occhi una servitù continua e come i tedii e gli ozii oscuri di una vecchiezza. Se questa cogliesse la vita ad un tratto, non vi sarebbe uomo che la sopportasse; nè volle entrarvi il popolo di Firenze senza illustrare la fine sua. Dio ha concesso alla libertà questo onore, che mai si spegnesse senza levare di sè una fiamma, quasi a mostrare più tristi quei tempi che sopravvengono quando ella è oppressa.

L’esercito dei nemici, soprastato quasi venti giorni in quella ricca sebbene angusta Valle dell’Arno che si prolunga dai poggi aretini infino a quelli che la separano da Firenze, andava in quel tempo devastando quella misera contrada più miglia all’intorno. Il ricolto era stato abbondante oltre all’usato, e servì al nemico; si erano i contadini rifuggiti e sparsi nei boschi e nei luoghi circostanti, dove cercati e scoperti, andavano essi e le robe e le donne loro in preda ai soldati.[200] Tra queste fu molto celebrata la virtù d’una Lucrezia Mazzanti di gente povera all’Incisa, la quale venuta alle mani d’un soldato e questi adescandola con promesse, trovò non so quale ragione di andare di là dall’Arno, ed in mezzo al ponte avviluppatasi con le vesti il capo, si gettò nel fiume ch’era molto grosso, ed ivi annegò. A’ 6 d’ottobre era il nemico a nove miglia da Firenze; ai 10 l’Orange muovendo con tutto l’esercito, si venne ai 14 ad alloggiare nel Piano di Ripoli alla villa dei Bandini, un miglio presso alla città. È fama che gli Spagnoli, allorchè giunti all’Apparita videro innanzi tutta la città di Firenze col suo piano, vibrando le armi gridassero allegri nella lingua loro: Signora Fiorenza, apparecchia i broccati, che noi veniamo per comprarli a misura di picche. Intanto avvenivano scaramuccie tra cavalli leggieri dell’una e dell’altra parte, nelle quali sempre i Fiorentini accadde che avessero la meglio; il che aggiunse ad essi animo e la fiducia della sicurezza. Gli incendi moltiplicavano all’intorno, «nè si distingueva quali per opera dei nemici, quali dei cittadini stessi, confondendosi l’inumanità di quelli con la generosa costanza di questi, e la grandezza degli animi e la prontezza d’ognuno in sostenere ogni danno, ogni pericolo per conservazione della libertà.[201]» Il danaro diveniva ognora più copioso, e continuamente ognuno si rendeva più pronto ad offrirlo volontariamente.

L’indugio che fece l’Orange in Valdarno dicono tutti che provenisse dalla necessità di aspettare otto cannoni che a lui mandavano i Senesi, perchè, non potevano negare nè questi nè altri soccorsi all’Imperatore, male inclinati egualmente verso il Papa e verso i Fiorentini: dovettero inoltre gli otto pezzi fare verso Arezzo un lungo circuito di strade cattive.[202] Io credo però vi entrasse anche un aspettare di Clemente, che sempre sperava ricevere Firenze per vie pacifiche; e vi entrasse pure il dubbio in cui erano i Cesarei per le cose di Vienna, innanzi che il Turco si fosse di là ritirato. Convengono tutti però, che l’indugio fosse causa di mandare a lungo l’impresa, la città essendosi in quei giorni fortificata da ogni banda per lo zelo meraviglioso dei Fiorentini e per l’intelligente direzione di chiari architetti e grandi artisti d’ogni maniera che vi abbondavano.[203]

Dei grossi bastioni con fianchi e fossi e bombardiere, fasciati da una corteccia di mattoni crudi composti di terra pesta e capecchio trito, si distendevano dalla porta a San Miniato per tutto il Poggio di questo nome, dov’era il forte della difesa: un altro argine scendeva dall’alto verso oriente, fino all’Arno da San Niccolò; continuava un altro all’occidente, fuori della porta a San Giorgio e San Piero in Gattolino, finchè non trovasse l’Arno a San Frediano. Dall’altro lato di questo fiume le porte avevano baluardi e argini, e a luoghi, torri da starvi soldati. Guardava il Poggio di San Miniato e di San Francesco verso oriente Stefano Colonna; e dall’opposto lato, Mario Orsini; con più di tremila fanti fra tutti due, sotto ventiquattro Capitani. Alloggiava Malatesta su’ Renai nelle case de’ Serristori. Altri Capitani aveano la guardia delle altre porte: Giorgio Santa Croce stava co’ suoi cavalli nel prato d’Ognissanti; Pasquino Côrso col suo colonnello era in arme nel mezzo della città, pronto a soccorrere dovunque ne fosse bisogno. Della milizia fiorentina ciascuna banda stava il giorno al suo Gonfalone; la notte andavano, parte al Poggio e al Bastione di San Giorgio insieme ai soldati; parte stavano alla guardia della città, dov’era proibito a questi mostrarsi la notte.

Incontro a queste fortificazioni l’assedio nemico circondava quasi, a guisa di un mezzo cerchio, tutta la parte di là d’Arno; cioè da oriente fino alla porta San Niccolò, e all’occidente di nuovo fino all’Arno presso alla porta di San Frediano, cominciando dal palazzo di Rusciano, che Brunellesco disegnava per la famiglia dei Pitti: qui alloggiava Gian Battista Savelli; alla Torre del Gallo, il conte Pier Maria da San Secondo; a Giramonte, Alessandro Vitelli; a Santa Margherita a Montici, Sciarra Colonna: il Principe d’Orange risiedeva nel pian di Giullari, dov’erano le case dei Guicciardini: lì presso erano la piazza del Mercato e le Forche. Più sotto abitava Baccio Valori, Commissario generale del Papa: il Marchese del Vasto con altri stavano verso la porta di San Giorgio, più vicino a San Leonardo. Questi erano gli alloggiamenti degli Italiani. I Lanzi si erano accampati, alcuni nell’alto, vicino al Principe; altri presso alla villa dei Baroncelli, che oggi ha nome di Poggio Imperiale. Gli Spagnoli, sparsi in più luoghi, si distendevano dalle Campora fin sotto Marignolle e a Bellosguardo: cresciuti poi di numero, occupavano tutto il Monte Oliveto presso occidente, e le loro bagaglie arrivavano fino a Scandicci. Tale era il campo degli Imperiali.

Nella città quando fu pronta ogni cosa, una mattina a levata di sole, Malatesta si appresentò in persona sul bastione di San Miniato con trombe e strumenti, come salutando i nemici e invitandoli a battaglia: poi mandò un trombetta nel Campo a sfidarli; e poichè vidde che niuno si muoveva, fece ad un tratto scaricare tutte le artiglierie, che molte erano, e i tamburi suonare, con tale rumore che rimbombandone i vicini colli empiè la città insieme di letizia e di paura. Nè per molti giorni fu dalle due parti altro che uno spesso cannoneggiarsi; quando la notte di San Martino, che era buia e piovosa, fece il Principe accostare tutte le genti alle mura, muniti di scale, deliberato di assaltare sprovvedutamente Firenze. Ma trovò le guardie vigili e gagliarde, e la milizia si armò in un attimo; e nella città furono i ponti e le strade calcate di gente con torce e lampioni e lumi alle finestre: l’istorico Varchi vidde un fanciullino condotto da un vecchio a dividere seco il pericolo. Tutti andavano verso i bastioni, donde le artiglierie traendo alla cieca nelle masse degli assalitori là dove udissero più grande il rumore, facevano ad essi non piccoli danni; per il che l’Orange fece suonare a raccolta, e andò a Bologna il giorno dopo a cercare nuove genti, ivi essendo giunto l’Imperatore. Nel Campo intanto era la carestia grande per la necessità di condurre le grascie a schiena di mulo o d’asino, e le strade rotte e fangosissime: per le case di fuori e per le ville i saccomanni non trovarono più nulla; fuggivano alcuni in Firenze, e ivi si mettevano con gli assediati. Questi avrebbero i nemici voluto fiaccare con le scaramuccie, nelle quali mai non vollero fare buona guerra co’ giovani della milizia, dicendo ch’erano gentiluomini e non soldati, ma in fatto per poterli come danarosi taglieggiare. Ad essi pertanto era con pene rigorosissime vietato l’uscire; ma pure tenere non si potevano, avendo a male quel trattamento a segno, che alcuni uccidevano a ricambio i prigionieri fuor d’ogni usanza.

Tanto era l’ardire di quella milizia, che il signor Stefano Colonna col solo aiuto di cinquecento fanti spediti in corsaletto si fidò condurla, girando attorno al Campo nemico, fin quasi alla coda verso alla chiesa di Santa Margherita a Montici. Era una notte oscurissima e le cose ordinate in modo che allo sbaraglio prodotto dai primi assalitori, altri uscissero per tre porte della città e attaccassero di fronte il nemico; il che si fece con grande impeto, ed il Principe d’Orange, il quale già era tornato in campo, credette, assaltato così all’impensata da due lati opposti, di essere tradito. Perivano molti dei suoi; ma era esercito condotto da uomini sperimentati, i quali seppero anche in mezzo allo sbalordimento fare che tosto con l’ordine tornasse il valore: il Principe stesso combatteva nelle prime file, soldato insieme e capitano. Sforzare il Campo era oggimai reso impossibile a quei notturni assalitori, tantochè Malatesta dalla città fece dare il segno prima convenuto, per cui si ritrasse ciascuno ma in modo lento e decoroso, le cannonate dai bastioni tenendo indietro le genti nemiche. Non mutò quel fatto le condizioni della guerra, ma rialzò gli animi e servì a temprarli più fortemente: a quelli assalti in quel modo al buio davano nome d’incamiciate, perchè sopra all’armi ponevano una camicia bianca che gli distinguesse dai nemici. Ebbe gran parte in quell’abbattimento Mario Orsini, Capitano amatissimo in Firenze: questi e seco un altro nobile romano, Giorgio Santa Croce, mentre stavano pochi giorni dopo nell’orto di San Miniato a ragionare con Malatesta e i Commissari di cose pertinenti alla difesa, una palla di colubrina tirata in quel mucchio percuotendo il pilastro di una pergola, fece che i rottami cadendo addosso a quei due gli uccidessero in un colpo insieme con altri soldati e cittadini; di che in Firenze fu grande il rammarico, ed all’Orsini ed al Santa Croce fu data dal pubblico onorata sepoltura. Nel giorno istesso moriva nel campo subitamente Girolamo Morone, che nella varia sua vita dopo avere tradito molti, fermatosi nella ubbidienza dell’Imperatore ed ora del Papa, serviva a questo con grande passione, come infaticabile che egli era ed atto a ogni cosa. Per quella morte parve a Clemente di avere fatto una grave perdita, ed ai Fiorentini parve non lieve guadagno.

Ma questi aveano poco innanzi perduto il castello della Lastra a Signa, luogo importante per la vicinanza e perchè posto sulla strada verso Pisa, la quale però infino al tempo dei padri nostri, non bene essendo aperto il passo della Golfolina, saliva su’ poggi dov’è Malmantile. Di già incominciava a comparire nel Mugello la testa del nuovo esercito che di Lombardia scendeva tostochè si furono i Turchi levati d’intorno a Vienna: erano poco meno che ottomila tra Spagnoli, Tedeschi e Italiani, che tutti spargendosi nel piano e pei colli prossimi alla città, pervenne l’assedio a cingerla da ogni banda, che prima non era se non dalla parte sinistra dell’Arno. Portavano seco venticinque pezzi d’artiglieria grossa, che molto indugiarono a passare nel cuore del verno le strade pei monti da Bologna sino a Firenze; quivi intanto si radunavano a gran fretta grasce e vettovaglie quante potessero maggiormente. Da prima si era nei Consigli fatto proposito di tenere Pistoia e Prato, d’onde a molti parve gravissimo errore averle dipoi abbandonate; il che avvenne a questo modo. Erano in Pistoia, come si è veduto, da oltre a due secoli ferocissime le parti dei Panciatichi e dei Cancellieri; stava la prima ora per le Palle, l’altra per Marzocco. In Firenze erano ritenuti ostaggi di ambe le parti: mandavano a Pistoia Commissari, spesso eleggendo lì ed altrove (come accade dove gli elettori sono in troppo gran numero) uomini contro dei quali non fossero accuse nè sospetti, ma nemmeno prove di sufficienza. Un Bracciolini di parte Panciatica, la prima volta che in Consiglio ebbe a conoscere la pochezza del Commissario Agostino Dini, levato rumore, prima uccise per le scale un suo nemico di Casa dei Tonti, poi altri diciotto della parte Cancelliera. Aveva Clemente da Bologna mandato a Pistoia uno dei Cellesi con gran numero di fanti, pei quali la terra perduta affatto dai Fiorentini pervenne in sue mani. Con la medesima imprudenza fu Prato abbandonata nè saputa mai recuperare. Pietrasanta con la sua Rôcca e con quella di Mutrone male difese e pel timore del sacco, mandarono in Lucca cercando qualcuno a cui darsi; e vi andò Palla Rucellai, che ne pigliò il possesso nel nome del Papa.[204]

Era in Empoli Commissario Francesco Ferrucci, nel quale siccome può dirsi che fosse d’allora in poi tutta la difesa della città di Firenze, così è notabile che innanzi quel tempo, o nulla sappiamo di lui, o ciò solo che non era uscito dal comun livello, ed ebbe fino ai quarant’anni oscura la vita: ma pare vi sieno degli uomini nati a essere Capitani, che se ne stanno perchè incapaci di farsi innanzi con la pazienza del soldato. Il Ferrucci era di antica gente e buona cittadinanza, che aveva spesso goduto in Firenze i sommi uffici. Attese alla mercatura per necessità di vita, ma come se fosse (il che non appare) vissuto a lungo nella milizia, aveva costumi rissosi e maneschi; di scarsa coltura, leggeva tradotte le storie antiche, e uomo solitario, fermava il pensiero nei fatti di guerra. Di questa ebbe egli esperienza quando Gian Battista Soderini lo menò seco sotto Napoli dove andava ambasciatore presso a Lautrech: tenendolo appresso di sè, lo aveva fatto pagatore delle genti mandate da Firenze a quella impresa: erano in gran parte delle antiche Bande Nere; ed il Ferrucci, com’era suo genio, esercitandosi nella guerra, cadde prigioniero. Finita poi questa e morto il Soderini, Donato Giannotti, ch’era Segretario dei Dieci, metteva innanzi Francesco Ferrucci come uomo da farne capitale. Così andò Commissario a Prato, ma insieme ad uno antico cittadino che voleva fare da sè ogni cosa e nulla sapeva: di questo s’accorsero i Dieci, e mandarono il Ferrucci in Empoli con balìa piena ed assoluta in tutte le cose che importassero alla guerra.[205]

Il Ferrucci arrivato in Empoli, attese a maggiormente fortificare quel castello e a munirlo d’ogni sorta di provvigioni, da non poter essere sforzato dentro, e così avere le mani più libere contro al nemico; nel che era egli vigilantissimo. Una volta fece tornare all’ubbidienza Castel Fiorentino, del quale gli uomini si erano ribellati a istigazione di certi giovani, i quali andavano per quelle contrade dicendosi Commissari del Papa; e Girolamo Morone tantochè visse era infaticabile in tali maneggi. Per questo fatto pigliò il Ferruccio maggiore animo; e da Pisa gli rispondeva bene Ceccotto Tosinghi, antico soldato fiorentino di antica famiglia, insieme facendo prede all’intorno di bestiame e di soldati prigionieri. Ma il Ferruccio non appena ebbe dai Dieci l’aggiunta di un altro centinaio d’uomini a cavallo, di subito una mattina di buon’ora conducendo seco guastatori e artiglierie e strumenti da espugnare terre, andò all’assalto di quella di San Miniato, dove gli Spagnoli appena giunti avevano messo dugento soldati. Il Commissario fu il primo a porre ed a salire le scale, e combatteva insieme agli altri, facendo passare a fil di spada oltre ai soldati, anche molti uomini della terra, che a lui avevano resistito; imperocchè San Miniato, anticamente soprannominato dal Tedesco che vi risedeva, non fu mai gran fatto amico a Marzocco. Al quale terrore, ma non però senza battaglia, cedette nel giorno stesso anche la rôcca, salve le robe e le persone: già i soldati correvano la terra facendo sacco, ma il Commissario fece restituire la roba, e sotto pena della forca salvò alle donne l’onore. Più tardi, con una marcia rapidissima di notte, colse tra Palaia e Montopoli una banda numerosa di Spagnoli, che fu distrutta rimanendo in mano sua cinque dei loro Capitani ed altri essendo uccisi. Per questi fatti già era il nome del Ferrucci mirabile a molti, e segno d’invidia.[206]

Finiva con l’anno il gonfalonierato di Francesco Carducci, ed era decretato che il Gonfaloniere nuovo appena eletto andasse a stare in Palazzo ed assistesse a tutti i Consigli, ma senza dar voto. Poteva il Carducci con buone ragioni sperare d’esser rieletto, come colui che si era mostrato uomo di governo e uomo di parte, nemico ai Medici, schietto popolano per tutto l’abito della vita; nè altri aveva più efficacemente promosso la guerra. Ma uomo nuovo, era senza seguito e senza clientele, tenuto a vile dai potenti, temuto dagli uomini mezzani e pacifici; a molti del popolo pareva esser egli salito tropp’alto. Quando si venne a trattare della elezione, aveva il Carducci con maggior sincerità che accortezza designato apertamente sè stesso in un’arringa da lui recitata nel grande Consiglio, così scatenando vie più le invidie. Fu eletto in sua vece Raffaello Girolami, al quale aveva dato grande favore l’essere egli solo dei quattro Ambasciatori tornato da Genova in Firenze, dove riaccese le buone speranze: uomo d’antichissima famiglia che si diceva essere quella del Santo Zanobi, destro, vario, intramettente ed oggi tutto cosa del popolo; ma in lui concorsero i voti ancora d’alcuni Medicei che ricordavano essere egli stato insieme con essi alla cacciata del Soderini, e lo credevano uomo di non troppo difficile composizione.

Entrò il fatale anno 1530, nei primi giorni del quale il Gonfaloniere nuovo radunato il Consiglio grande, dopo i consueti ringraziamenti, espose cercarsi in nome del Papa un qualche termine d’accomodamento, al quale effetto era in Firenze Rodolfo Pio vescovo di Carpi che stava in casa di Malatesta e trattava seco di consentimento dei Dieci; interrogò il Consiglio, principe sovrano della Città, se a lui piacesse di mandare al Papa oratori. Divisi i pareri, fu grande la confusione; parole veementi si pronunziarono, e fra tutte notabili in favore dell’invio quelle di Filippo del Migliore, lo stesso che aveva prima posto in salvo la Libreria dei Medici, alla quale nessuno più era che badasse. Ristretti, secondo l’usanza, ciascuno nei suoi Gonfaloni e nei Collegi, fu a quel modo tra pochi più aspro il contendere e più lungo; stava talvolta il figlio contro al padre ed un fratello contro all’altro. Si venne a raccogliere i voti, e di 1300 che erano radunati, sommando insieme le deliberazioni dei vari Gonfaloni e dei Collegi, intorno a mille furono per l’invio al Papa, che soli trecento avevano negato. Potè sugli animi forse lo spavento dei nuovi soldati che tratto tratto Cesare inviava e la penuria del danaro e il caro dei viveri e i presagi disperati di chiunque si mettesse a ragionare. Lo stesso Girolami lasciava le vie aperte a un accordo; ma in molti di quelli che lo avevano votato era un sentire a cui la prudenza pareva vergogna, e dentro sè incerti, in Piazza stavano co’ più arditi, laonde fecero che la deliberazione presa avesse a rimanere inefficace. Andarono due Ambasciatori e un sottoambasciatore, ma senza mandato, e solo a udire la mente del Papa ancora una volta, prima si partisse da Bologna. Qui era un diverso ordine d’uomini ed altri pensieri; muovevano a riso quegli inutili ambasciatori, e quando interrogati da Clemente che cosa volessero, tre cose dissero: la conservazione del dominio, la libertà di Firenze e il mantenimento dei presenti Ordini popolari; questi rispose, che in quanto al dominio aveva egli più di loro brama d’accrescerlo, che una vera libertà darebbe quanta essi nemmeno sapeano pensare, ma circa poi al Governo popolare non ebbe parole bastanti a dannarlo come servitù di tutti, vituperando quello che si faceva contro a lui personalmente e contro alla Chiesa e ad ogni giustizia. Così tornarono gli Ambasciatori; e in quanto al voto del Gran Consiglio, senza cassarlo, fu annullato dichiarando quella essere stata solo una Pratica o Consultazione dove nulla si era potuto in via formale deliberare.[207]

Allora si fecero leggi crudeli perchè chi avesse votato l’accordo pagasse la guerra. Contro ai ribelli si procedeva spietatamente per annullare non che ogni contratto simulato, ma qualunque azione la quale per forza di legge potesse in nome loro esercitarsi sopra i loro beni che andavano al fisco; pena la morte a chi presentasse di tali azioni, con multe e gastighi a quel giudice che non lo avesse condannato dentro due giorni. Per tutti quei mesi la città aveva spesa incredibile di soldati e di capitani. Nè il buon volere dei molti bastava, se gli altri non fossero costretti per via d’arbitrii, come la necessità stringeva e a sfogo di parte. Sottili trovati servivano alle forzate vendite di quella gran massa di beni che si era messa sul mercato; al quale fine inventarono anche certa lotteria per gli averi dei ribelli a un ducato per polizza, che buttò assai dentro pochi giorni, per togliere con la fretta i sospetti della frode. Mandarono alla Zecca tutti gli ori e gli argenti non coniati che si trovarono nelle case di chiunque abitasse in Firenze, eccetto i soldati, e quelli ancora dei luoghi sacri, lasciatine solo i più necessari. Tolsero quindi e per via d’esperti gioiellieri venderono tutte le gioie ch’erano intorno alla Croce d’oro del tempio di San Giovanni e quelle di una mitra donata da papa Leone al Capitolo di Santa Maria del Fiore: il ritratto tra ogni cosa furono cinquanta tre mila ducati, dei quali batterono monete d’argento che da uno dei lati avevano il Giglio e dall’altro la Croce con una corona di spine.

Tali spogliazioni, non che la vendita d’una parte dei beni ecclesiastici, ed altre offese contro al Papa, si facevano a quel tempo senza rispetto, benchè il popolo di Firenze, religiosissimo sempre ed allora più che mai per l’educazione di Frate Girolamo, sperasse molto negli aiuti divini e nelle solenni preci, e in una liberazione prodigiosa che a lui promettevano alcuni Predicatori, massime di San Marco. Era fra questi un Fra Bartolommeo da Faenza savio e virtuoso, e un Fra Zaccaria; ma sopra gli altri Fra Benedetto da Foiano, che in sè aveva tutte le doti richieste ad un oratore popolare, non senza una dose di vanità o d’ambizione poi gastigata troppo crudelmente. Mostra il linguaggio dei Cronisti come questo popolo quanto era più acceso di fede ardita e speranzosa andasse franco nel vilipendere Papa e Cardinali senza alcun ritegno:[208] furono un giorno messi in accusa Clemente e i quattro Cardinali fiorentini che seco erano in Bologna, per una sorta di delazione segreta che appellavano tamburazione; vinse a mala pena la prudenza di soprassedere prima di portare i nomi dei cinque avanti al giudizio della Quarantia. Nè mancò pure chi proponesse atterrare il Palazzo Medici nella Via Larga, e farvi una piazza la quale avesse nome di Piazza dei Muli. Ma se nella infima plebe un Pieruccio con la scempiezza delle parole, che a taluni parevano misteriose, faceva che dietro molti gli corressero come a profeta di buoni eventi; un altro anch’egli piacevole mentecatto, di soprannome il Carafulla, stava pei Medici. Questa parte comprendeva molti cauti e timorati e sempre devoti al nome del Papa: una Suor Domenica del Paradiso (così appellata dal nome del luogo dove nacque nel piano di Ripoli), era in molta stima tra gli uomini pii come buona e avveduta e ben parlante; la quale stima poi mantenne sotto il Principato per avere essa consigliato sempre l’accordo col Papa.[209]

Era nel monastero delle Murate la Caterina dei Medici, figlia di Lorenzo che fu duca d’Urbino, onde la chiamavano la Duchessina. Aveva allora undici anni, e per la nascita e per una entrata che aveva di dieci mila ducati all’anno, molti disegni si erano fatti sul conto suo: il re Francesco cercava d’averla in custodia come sua parente dal lato di madre; il Papa faceva la restituzione della Duchessina primo articolo d’ogni accordo co’ Fiorentini, i quali tanto più si studiavano ritenerla e bene guardarla. Dalla età prima fu essa palleggiata dalle ambizioni altrui o dalle passioni civili; il che divenne a lei forse poi scuola di regno, che buona non era. Nel monastero la sua presenza fomentava la divisione che era entrata fin tra le monache; si pregava per il Papa, e si pregava contro di lui per la libertà. Credette la Signoria essere prudente cosa trasferirla dalle Murate nel monastero Domenicano di Santa Lucia, dov’era stata altra volta; e a questo fine andò alle Murate Silvestro Aldobrandini, uomo atto a ogni cosa e pronto a ogni cosa: dopo qualche indugio Caterina venne al parlatorio in mezzo a due monache, vestita da monaca, e protestando volere essa rimanere in quel santo luogo e ivi consacrarsi. Tornò Silvestro il giorno dopo, e condusse via la fanciulla che piangeva temendo la volessero ammazzare; ma dipoi stette tranquilla nel nuovo ricovero, sebbene proposte crudeli e infami si facessero contro a lei da taluni di quella schiuma che sempre galleggia nei moti civili. Fu detto che il Principe d’Orange avesse un qualche disegno di sposare egli la Duchessina, caso che il Papa morisse o fosse abbandonato da Carlo V per la lunga resistenza dei Fiorentini: certo è che l’Orange nei suoi discorsi diceva, che la ragione stava dal lato di questi, ma che egli soldato dell’Imperatore ubbidirebbe al suo giuramento.[210]

Malatesta Baglioni cercava da qualche tempo con grande istanza d’essere fatto Capitano generale e che gli fosse dato il bastone: al che sebbene molti sentissero certa repugnanza, non era motivo di contrastare in modo espresso; talchè negli Ottanta trovò il partito assai favore, venendosi poi con molto solenne cerimonia a conferirgli quel grado supremo. Era il Baglioni oltre che astutissimo, che sapeva co’ discorsi andare a versi di tutti, verace in questo che egli faceva di quella guerra un retto giudizio, conforme a quello del maggior numero dei prudenti, come si è più volte potuto vedere: gli stessi più duri e più ostinati avevano fede nella scienza di guerra ch’era in lui non poca, senza per allora espresso motivo di averlo in sospetto. Diceva aperto, che la città si difenderebbe, ma che venire a un qualche onesto accordo sarebbe stato buon consiglio; mandare in lungo la difesa non era per anche vincere la guerra, essendo al tutto speranza vana rompere il Campo dei nemici, munito com’era con ogni artifizio e in luogo fortissimo e con buoni capitani e vecchi soldati da non si lasciare sorprendere mai; tentare un assalto e avere la peggio avrebbe aperto Firenze al saccheggio, cui tanto anelavano stranieri soldati; la stessa vittoria sul campo nemico, se gli assediati una volta l’ottenessero, verrebbe in fine dei conti allo stesso, perchè in tal caso l’Imperatore non se ne starebbe dal vendicare con altre genti sulla città di Firenze l’offeso onor suo. Tuttociò era vero; ma come nell’animo di quanti credevano in Firenze le cose medesime stava il ritorno inevitabile della Casa Medici; così nel consiglio di Malatesta era un aderire nel fatto ai pensieri che più giovavano a Clemente e il Capitano dei Fiorentini si trovava essere un uomo del Papa; senza contare la dipendenza in che lo metteva personalmente il volersi mantenere lo stato in Perugia. Queste cose erano fino da principio; e che tra ’l Baglioni e i messi del Papa non fossero dette, che non fossero discorse tra lui e un uomo di tale importanza qual era il vescovo Rodolfo Pio, lo creda chi può. Infino all’ultimo dell’Assedio fece Malatesta quanto egli doveva perchè i nemici per via d’assalto non entrassero in Firenze; il che non voleva nemmeno Clemente: ma questi contava sopra Malatesta per avere o prima o poi la città per via d’accordo e senza saccheggio; e ciò era il voto supremo del Papa.

Tradire Firenze con farvi entrare gli assedianti sarebbe poi sempre stato impedito dalla milizia cittadina, la quale faceva con volontà forte la guardia interna della città. Era stata riordinata e ricomposta nella fine dell’anno; discorsi vani erano stati pronunziati in cerimonia dal solito Bartolommeo Cavalcanti. Ma in questa nuova milizia scesero fino ad un maggior numero d’artefici, e in quella descrissero altresì con buoni ordini e cautele gli uomini del contado che in numero di settemila si ritrovavano in Firenze;[211] nè fu da meno della prima, perchè in lei stava quel popolo vero il quale ogni volta si trovasse unito ed armato, voleva difendersi e altro non udiva. Stefano Colonna la comandava con fede di soldato; ma egli diceva essere uomo del Re di Francia al quale ubbidiva, nè di governo s’impacciava. Dalle due parti nei primi quattro mesi di quell’anno quasi ogni giorno si combatteva; non che l’Orange tentasse mai sul serio un assalto contro alla città, ma con le artiglierie cercava buttar giù le torri e le opere di difesa, senza contare le scaramuccie le quali nascevano dall’incontrarsi le squadre nemiche, secondo i disegni che ognuna avesse delle due parti.

Anguillotto da Pisa, capitano di molto valore, passato dal campo nemico sotto alla bandiera di Marzocco, diede occasione forse alla più fiera di queste battaglie, essendo incredibile nel Conte di San Secondo, del quale Anguillotto era fuggitivo, e nello stesso Principe d’Orange la smania d’ucciderlo: il che alla fine venne loro fatto non senza fatica, e con la morte di assai gente, presso a San Gervasio. Tre altri Capitani (che due degli Orsini) aveano all’incontro condotto fuori della città con tradimento trecento soldati perchè si unissero ai nemici: ma questi tornarono la maggior parte, e i traditori, secondo l’usanza, furono dipinti appesi alle forche col capo all’ingiù, dal principe della Scuola toscana, Andrea del Sarto. Un altro Orsino, l’Abate di Farfa, si era messo a favorire gli Imperiali, intanto che un figlio di Renzo da Ceri di quella famiglia pigliava soldo co’ Fiorentini; essendo allora quell’assedio, comune ritrovo ai capitani mercenari, poichè era mancato l’esercizio di quell’arte nel resto d’Italia. Più spesso avveniva che gli assediati uscendo a foraggiare s’incontrassero col nemico: non era in Firenze grande per anche la carestia, sebbene mancasse il companatico e un asino si mangiasse come cosa rara per farne convito il giorno di Pasqua. Ma spesso entravano in città bestiami e altri soccorsi; Francesco Ferrucci mandava da Empoli buoi e salnitro, che in Firenze si cercava con grande paura non venisse meno. La città era piena di allegro coraggio, tanto che nel Carnevale non vollero fosse omesso l’antico gioco del Calcio, del quale diedero un simulacro, com’era usanza, sulla piazza di Santa Croce, che fu salutato, ma senza danno, dalle artiglierie nemiche. Nè mancavano le sfide da un Campo all’altro, da una delle quali uscì con vantaggio contro a un cavaliere tedesco Iacopo Bichi, soldato valorosissimo dei Fiorentini.

Un’altra disfida solenne fra tutte ottenne per l’opera degli scrittori durevole fama sino ai giorni nostri, come avvenne spesso di fatti anche piccoli in questa storia di Firenze. Lodovico Martelli, giovane di gran cuore, mandò un cartello a Giovanni Bandini come a traditore della patria, perchè stava nel campo nemico; e se cercò lui, fu detto essere perchè il Bandini aveva usato parole di spregio contro alla milizia fiorentina: ma era tra loro cagione d’odio più segreto l’amore che entrambi portavano a una gentildonna fiorentina, Manetta de’ Ricci, moglie di Niccolò Benintendi. Giovanni, che a molto valore accoppiava grande accortezza, era più avanti nell’animo della piacente donna. La sfida fu accettata, con che ciascuno dei due avesse seco un compagno; al che il Martelli elesse Dante da Castiglione, la più famosa spada che fosse in Firenze: il Bandini menò seco Bertino Aldobrandi, giovanetto di valore temerario. Doveva il Principe d’Orange tenere il campo e avere la guardia dello steccato, che fu costrutto sul poggio dei Baroncelli. Uscirono al giorno dato i due nostri dalla città con pompa grandissima e con quello sfoggio di prodezza di cui potesse chiamarsi pago l’onor militare, combattendo i quattro campioni in vesti leggiere senz’alcuna arme di difesa. Fu lungo lo scontro come tra valorosi; ma infine Dante, dopo avute più ferite dall’Aldobrandi, gliene diede una per cui dovette il giovane arrendersi e morì nella seguente notte. Contro al Martelli era il Bandini, ottimo schermitore, che senza quasi ferite ne diede molte al Martelli, ed infine lo ridusse in tal condizione che egli dovette darsi per vinto. Ebbe quell’infelice giovane malattia lunga; una visita che gli fece la Manetta, quale tumulto di passioni destasse nell’animo di lui non so dire: dopo molti giorni moriva, per quello che fu creduto, più del dispiacere che delle ferite.[212]

Fino dal gennaio aveva la Repubblica di Venezia fatto pace con l’Imperatore; ma tuttavia Carlo Capello rimase in Firenze come oratore, malgrado che il Papa facesse ogni sforzo perchè fosse richiamato.[213] Ne’ suoi dispacci apparisce sempre grande amico ai Fiorentini, che da lui sono lodati a cielo; nè alla sua Repubblica dispiaceva mostrarsi, com’era sempre, di animo italiano; a lui però nulla rispondeva per non s’impegnare con parole scritte delle quali altri pigliasse offesa. Riebbe la Chiesa per quella pace Ravenna e Cervia; il che lasciava Firenze scoperta dal lato delle Romagne, alle quali era guardia la presenza delle armi veneziane. Ma bastò quella che fece Lorenzo Carnesecchi, Commissario generale della Romagna fiorentina; il quale con poca gente e meno danari, ma pel valore che era in lui molto, gastigò prima la ribellione di Marradi, fugò in più scontri le genti nemiche, teneva infestati i confini della Chiesa, e resistè a un grande assalto che alle mura di Castrocaro diede ripetutamente Leonello da Carpi, presidente della Romagna ecclesiastica, rinforzato allora da Cesare da Napoli che venne dal Campo, e dai propri cavalli della guardia del Papa mandati da Roma: tantochè poi si fece tra le due parti una molto onorata tregua, per cui rimasero da quel lato frenate le armi.[214]

Ai Fiorentini, lasciati soli, nemmeno restava la vieta speranza d’essere una volta soccorsi da Francia; imperocchè un Signore di Clermont, venuto a bella posta in Firenze, portò consiglio alla Signoria di pigliar tosto qualche partito nè di aspettare più gravi mali; offrendosi egli di farsi mediatore tra la Città e il Papa, col quale aveva più volte discorso e che sapeva essere di buon volere. A questo effetto andò in Bologna, dicendo sarebbe tornato subito, ma poi non si ebbe di lui più notizia.[215] Proposte consimili recava più tardi al Papa in Roma il Vescovo di Tarbes, del quale abbiamo una lunga lettera al re Francesco. L’ambasciatore aveva dei suoi occhi veduto le forze dei Fiorentini, che erano città ben fortificata, soldati che bastavano, vettovaglie per più mesi, e il cuore buono e risoluto a mantenere la libertà loro.[216] Forte all’incontro l’esercito nemico da non dissolversi (come a Firenze avevano sperato) dopo alla partenza dell’Imperatore, il quale invece, contro all’usanza sua, mandò più volte danari al Campo. A dare la battaglia non si pensava, e il lento assedio, come era secondo la mente del Papa, così anche pareva che all’Imperatore convenisse; al che i più accorti assegnavano questo motivo. Quell’infelice Francesco Maria Sforza duca di Milano pareva che fosse vicino a morte, e tutti sapevano essere proposito di Carlo V occupare tosto quello Stato: giovava a tal fine mantenersi intanto un esercito pronto e raccolto in vicinanza. Ma un tale indugio perchè a Clemente portava molta difficoltà e pericoli; e al re Francesco, ricevuti i figlioli, era buona ogni occasione a ricondurre la guerra in Italia; l’Ambasciatore mette al Re innanzi un suo disegno, del quale aveva già tenuto discorso col Papa. Fatti persuasi prima i Fiorentini della convenienza d’un onesto accordo sotto all’ombra di Francia, bastava che il Re mandasse inverso questa città due migliaia di fanti, e tosto il Papa, separando le genti sue dalle imperiali, verrebbe ad occupare Firenze in unione col re Francesco, potendo disporre per la spesa dei soldati di tutto lo Stato fiorentino ricongiunto sotto alle sue mani. Per l’avvenire, fino d’allora si pensava al matrimonio della piccola Caterina con un figlio del re Francesco, il quale dovesse avere lo Stato di Milano. A tutto questo maneggio avrebbe dovuto proporsi il conte Alberto Pio di Carpi, ch’era forse l’autore ardito ed ingegnoso di questo alquanto fantastico disegno, come erano in Francia consueti formarne. L’Ambasciatore promette al Re non solamente la conservazione della città di Firenze, «che è cosa sua, ma che in Italia comanderebbe a bacchetta in tutto e per tutto.[217]»

Ma pure da questa lettera non poche cose s’imparano, ed un’altra parte di essa riscatta quel ch’era di vano in tali pensieri. Viveva Clemente in grandi angustie per questo assedio che durava da oltre sei mesi, nè ancora se ne vedeva la fine. Dell’Imperatore si teneva certo quanto al volere egli farla in Italia finita con questo popolo che resisteva quando i Principi ubbidivano; sapeva che il duca Alessandro era tenuto in corte onoratamente come fidanzato alla giovinetta Margherita. Ma Carlo V stava ora in Germania, dove molte novità potevano attraversarsi; e le amicizie co’ Papi essendo fondate sopra a vite brevi, cedevano facilmente al cospetto di vantaggi più sicuri: Clemente aveva per malo indizio quel grande sparlare che si faceva di lui nel Campo. Sentiva essere egli esposto all’odio dei suoi stessi amici, ma non gli poteva capire nell’animo che la Città non si desse a lui spontaneamente, ed aspettava di giorno in giorno una sommossa: contava sul grande numero dei beneficati da Casa Medici e degli avversi a questo governo popolare; non però aveva messo in conto quel fascio antico della cittadinanza, di già logorato, ma che non poteva se non dalla forza lasciarsi disfare. Stringevalo poi l’essere affatto venuto al secco di danari e il non sapersi quanti in seguito ne occorrerebbero; e perchè il credito gli mancava, ed erano esauste le fonti a nutrirlo con altri proventi, gli stavano attorno perchè facesse una creazione di Cardinali, al che aveva egli grande repugnanza; già si diceva che ne avrebbe ad un tratto nominati fino a ventisei, dai quali aveva le offerte in mano per cinque o seicento mila scudi. Contro ad un tale pensiero l’Ambasciatore andò e parlò alto, non come ministro del Re, secondo egli stesso dice, ma come cristiano e prete e vescovo. Causa d’ogni male dichiarò essere questa impresa di Firenze e quella che tutti a voce comune appellavano ostinazione, fino agli stessi suoi soldati, i quali dicevano ogni cosa essere loro lecita, quando il Capo della Chiesa ne dava ad essi autorità; l’onore suo non essere impegnato nè punto nè poco a tale impresa. Dei Cardinali disse, che sarebbe mettere una peste nella Chiesa, di cui le reliquie rimarrebbero per cento anni, e che darebbe troppo bel gioco ai Luterani. Allora dal petto di Clemente usciva una tremenda parola: «Vorrei che Firenze non fosse mai stata;[218]» parola ripiena di disperazione, dove orgogli umiliati e rancori spesso provocati da offese pungenti si mescolavano con altri affetti che nacquero buoni, ma oggi mettevano anch’essi veleno dentro a quell’anima infelice. I Fiorentini erano intanto sulle bocche degli uomini come pregio ed onore di tutta Italia, per avere essi soli voluto e saputo resistere alle genti oltramontane, mostrando esempio di costanza, che a tutti del pari sarebbe riuscita prudenza e via di salute: com’era costume in quella età, versi latini e italiani si facevano in molti luoghi a encomio della città e in biasimo del Pontefice.

Capitolo X. IMPRESA DI FRANCESCO FERRUCCI E SUA MORTE. LA CITTÀ SI RENDE A PATTI. [Dall’aprile all’agosto 1530.]

Ora comincia la guerra in Toscana a farsi grossa, dopo che vi ebbe posto mano Francesco Ferrucci. Tutto quell’inverno bande di soldati mercenari sotto a Capi di varia importanza entrati in Toscana successivamente da più lati, si spargevano per le terre mettendo in alto la parte Medicea, che dappertutto aveva non pochi seguaci, e impiantandovi un governo nel nome del Papa, talchè oramai alla Repubblica di Firenze poco rimaneva del suo territorio. Ma nel Valdarno inferiore e nella Valdelsa e per le Colline di Pisa, dovunque il Ferruccio potesse arrivare con la vigilanza e la prontezza e insieme con quella minuta e sagace previsione d’ogni caso, che è dote essenziale negli uomini di guerra; gli assalti nemici erano impediti da piccoli scontri sempre fortunati, le ribellioni dei castelli contenute; continue prede facevano un largo vivere ai soldati che stavano in Empoli, o erano in Firenze mandate a sollievo degli assediati. Nè temeva egli disseminare le genti sue in piccoli drappelli, perchè di coloro che gli guidavano, il Ferruccio si era bene assicurata l’ubbidienza per via di una rigidissima disciplina, ma che sapeva largheggiare anche nelle ricompense. Quello che è il sommo, dominava egli in tutti gli animi dei soldati, i quali ponevano tanta fiducia nell’ubbidirgli, quanta era la paura se mai facessero il contrario. Francesco Ferrucci ebbe taccia di superbo e di troppo arrisicato e di collerico e crudele; ma era uomo giusto e considerato, che ardiva molto per la necessità di rialzare il nome avvilito delle armi italiane; e se nei gastighi parve aspro e implacabile, ciò era per l’insolenza licenziosa divenuta abito nei soldati, e per essere egli salito a quel grado da semplice pagatore, tenuto da molti in piccola stima. Quell’alto luogo ch’egli prese in tempo sì breve da tanto umili principii, e quel che è di grande nei fatti da lui condotti, pone il nome suo accanto a quelli d’altri più famosi e più di lui fortunati Capitani.

Insino agli ultimi del febbraio si era Volterra mantenuta in fede della Repubblica di Firenze; ma verso quel tempo Alfonso Piccolomini, duca d’Amalfi e Capitano generale dei Senesi,[219] distendendosi pei confini dei Volterrani, questi vietarono a lui di entrarvi; ma fecero poi lo stesso a una mano di soldati fiorentini i quali volevano entrare a guardia della città, dove era intanto venuta come ad annullarsi l’autorità del Commissario che vi stava per la Repubblica. Nelle quali dubbiezze si accostò a Volterra altro più forte capitano, Alessandro Vitelli, il quale disceso in Toscana dalla parte di Borgo San Sepolcro, prese questa e altre terre fino a Montepulciano, da dove per l’amicizia dei Senesi venuto innanzi, andava mutando lo Stato in tutti i luoghi del Volterrano. Talchè diveniva insufficiente il soccorso mandato a Volterra con Bartolo Tedaldi che ebbe grado di Commissario. Si venne a patti, e dopo molte esitazioni un accordo fu conchiuso, pel quale le genti Fiorentine si rinchiusero nella Fortezza, la Città essendosi data al Papa. Era quivi confinato Roberto Acciaioli che ne divenne Commissario, finchè non gli parve uscire di là e andarsene in Roma nei consigli di Clemente, che molto l’udiva; sottentrò a lui Taddeo Guiducci con grande autorità. Tra la Città intanto e la Fortezza era uno offendersi d’ogni giorno: si fece una tregua che non fu tenuta; ed Alessandro Vitelli, ch’era trascorso più oltre, venne egli stesso in Volterra, dove ordinava le difese, rinforzate ancora per l’invio che i Genovesi avevano fatto di artiglierie nella città; per il che parve correre un qualche pericolo la Fortezza che da quelle parti era di grandissimo momento alla Repubblica di Firenze.

Aveva il Ferrucci scritto ai Dieci, che se gli mandassero altri cinquecento fanti, crederebbe fare opera degna verso Volterra; ed aggiungeva: «vi pensino bene, chè adesso è il tempo.» Non indugiarono; e cinque compagnie, uscite dalla porta San Pier Gattolini a mezza la notte dei 25 aprile, poterono senza notabile offesa passare la Greve, e quindi condursi fino alla Pesa, dove incontrarono resistenza che veniva dalla torre dei Frescobaldi e poi cessava pel soccorso dei soldati che aveva loro incontro mandato il Ferrucci. Il quale con mille quattrocento fanti e dugento cavalli uscito subito d’Empoli, pervenne la sera medesima sotto alla Fortezza di Volterra e messe dentro le sue genti. Bene gli fu avere provveduto che ogni soldato si portasse pane per due giorni, perchè in Fortezza non ve n’era che a tanti bastasse: aveva seco anche picconi e scale e marraiuoli e polvere. La mattina fece a un tratto aprire la porta e a bandiere spiegate assaltare da tre luoghi i Volterrani in tutta fretta. Trovato intoppo di trincee, prese le prime e le seconde con molto sangue; perchè i Volterrani, avendo traforate le case, passavano dall’una nell’altra, ed offendevano i nemici senza potere essere offesi, intantochè in faccia stavano sulla piazza di Sant’Agostino due cannoni che spararono due volte ciascuno con assai danno degli assalitori. Allora il Ferruccio fu costretto a fare quello che non sarebbe stato del suo ufficio, ed imbracciata una rotella, dava coltellate a chi tornava indietro. Finalmente egli con una testa di cavalleggieri armati di tutt’arme e alcune sue lancie spezzate, essendo saltati su quel riparo, s’insignorirono di tutta la piazza: poi combatterono casa per casa con molta uccisione, finchè assaliti dalla notte cessarono; chè nessuno di loro poteva stare più in piedi. La mattina i Volterrani accennarono di volere parlamentare; e avuta la fede, il Commissario venuto innanzi domandò al Ferrucci quel ch’egli desiderasse. Rispose questi, che voleva la terra per forza o per amore, e che voleva fosse rimesso nel petto suo quel bene o quel male che facesse ai Volterrani. Chiesero a rispondere due ore; le quali essendo negate e avuto solo un quarto d’ora, tornarono al tempo dato, ed in tutto si rimisero alla discrezione del vincitore. Furono accettati da lui con promessa di salvare la vita al Commissario e a tutti i fanti pagati; ma perchè Taddeo Guiducci gli parve a lasciarlo di troppa importanza, lo ritenne presso di sè, con animo di non fargli dispiacere avendogli data la fede, la quale si aveva ancora guadagnata col fare qualcosa di notabile; in tal modo era piaciuto al Ferruccio. Di questo abbiamo trascritto parole che hanno conferma dagli storici.[220]

Volterra però fu dal Tedaldi e dal Ferrucci trattata come paese nemico; perchè avendo tolte ai Volterrani le armi, e pena la vita a chiunque avesse sulla persona arnesi da offendere, obbligarono infine i cittadini a uscire senza cappa o altra veste di sopra; vietarono suonare la notte nè ore nè campane, ed ogni casa mettesse fuori i lumi accesi: costrinsero i molti benestanti ch’erano assenti a rientrare nella città, per non essere fatti rubelli; i quali tornarono il maggior numero. A tutto questo era principal motivo il trarre danari, perchè il Ferrucci voleva dai Volterrani seimila fiorini per cui potesse pagare i soldati che si erano uditi chiedere il sacco della città di Volterra; forse anche promesso da lui nel caldo della battaglia. Ma stentò molto a raccogliere il numerario che era nascosto, e fece mettere in fondo di torre dodici dei più facoltosi di Volterra finchè non avessero pagato del loro; il che taluni si ostinavano a negare prima che vedessero imminente su’ loro occhi la minaccia del capestro: dipoi radunati i principali cittadini, fece loro confessare a viva voce la ribellione; questa volta pure trovandosi due i quali non vollero, prima di avere certezza che sarebbero impiccati. Della quale confessione fece il Tedaldi stendere un atto per mano di notaro; e ai Volterrani dichiarò, essere eglino caduti da ogni privilegio ed esenzione che prima godessero, preponendo alla città un Magistrato di uomini scelti che a lui ubbidissero.

Era sulle terre dei Senesi Fabbrizio Maramaldo, e seco un forte numero di quei feroci e disperati ai quali era stata mestiere la guerra, e che egli nutriva di estorsioni e di saccheggi, cercando una impresa che più inalzasse il nome suo e la fortuna: con questo pensiero faceva impeto nei Borghi di Volterra ai 17 maggio. Quivi attese a fortificarsi col fare trincee e ripari da piantare le artiglierie che aveva seco, intantochè altre ne aspettava del campo d’intorno a Firenze. Tra le due parti si combatteva quasi ogni giorno, uscendo il Ferrucci spesso a impedire le opere dei nemici; e intorno a una mina scavata da questi sotto alle mura da San Dalmazio perì molta gente, tra’ quali anche uomini di conto. Riusciva però al Maramaldo di espugnare il convento di Sant’Andrea presso alle mura di fuori: aveva mandato al Ferrucci un suo trombetta con l’intimazione di sgombrare la città; ma questi minacciò il trombetta di farlo impiccare, e un’altra volta che gli tornò innanzi, lo fece davvero mettere alla forca, contro alle leggi della guerra; il che dovette egli sentire più tardi. La mattina dei 12 giugno comparve poi sotto Volterra il Marchese del Vasto con quattro mila Spagnoli e dieci cannoni: veniva da Empoli, avuta nel modo che sotto diremo; e subito ai 13 sul fare del giorno si presentò dove il Ferrucci aveva costrutto ripari grandissimi, e dietro alle mura fossi larghi e cupi, ne’ fondi dei quali giacevano tavole confitte di aguti con le punte volte all’insù. Delle quali cose avendo avuto notizia il Marchese, la mattina dei 14 andò a fare la batteria in altro luogo più debole, talchè in pochi colpi gettarono a terra oltre a una torre, quaranta braccia di muro. Sopraggiunse allora col nerbo dei suoi soldati il Ferruccio; e molti cadendo da ambe le parti, egli stesso ebbe due ferite, che una al ginocchio e l’altra alla gamba per la caduta d’un cavallo, sicchè dovette farsi portare sopra una seggiola alla batteria, dove fu lungo e fiero l’assalto, finchè i nemici con la morte di molti di loro non furono costretti a ritrarsi. Allora il Marchese, deliberato di assaltare la città da un’altra banda, tornò a’ 21 la mattina; e durò a batterla fin dopo mezzogiorno, avendo gettate a terra più altre braccia di muro. Il Ferrucci per le ferite e per una febbre sopraggiunta portato sempre in seggiola, comandava le difese. Continuò l’assalto due ore, ma senza che i nemici potessero vincere le batterie; dove alcuni di loro essendo saliti, furono ributtati; quei di dentro, oltre all’usare le armi, gettando addosso a loro sassi e olio bollente, molti ne uccidevano, dimodochè il Marchese del Vasto e Fabrizio, vedendo i loro soldati essere malmenati e nulla potere pel disavvantaggio del sito e per la gagliarda resistenza, si ritirarono ai loro alloggiamenti, e la notte si partirono da Volterra disperati di più acquistarla.[221]

La perdita d’Empoli avvenne in tal modo. Avendo il Principe d’Orange saputo che il Ferruccio per la difesa di Volterra contro al Maramaldo era stato costretto lasciare Empoli con minori forze, mandò a questa volta don Diego Sarmiento capitano dei Bisogni, e vi chiamò Alessandro Vitelli e altri Capitani, ai quali soprastava il Marchese del Vasto. Assalirono da due lati le mura fortissime e bene guardate; si combattè molto dove il Sarmiento comandava, cadendo le mura a pezzi con molta strage, infinchè la notte avendo fermati gli assalti, parte degli Empolesi mandarono offrendo ai nemici un accordo: e fu detto che nel tempo stesso Andrea Giugni, nuovo Commissario con Piero Orlandini Capitano di milizie, vendessero Empoli perfidamente agli Spagnoli. Fatto è che poi nella mattina questi vi entrarono, nè fu la terra interamente salvata dal sacco. Rimasero infami i nomi del Giugni e dell’Orlandini, che furono anche dipinti in Firenze come traditori, secondo l’usanza. Giovanni Bandini, maestro di corruttele, avrebbe condotto la pratica essendo lì presso al Marchese del Vasto e da lui tenuto in gran conto: lo stesso Andrea Giugni per la vita licenziosa non poteva essere alla patria sicuro amico al pari d’altri che avevano costumi dei suoi più severi.[222]

Fino da quando il Ferrucci ebbe recuperato Volterra, molto in Firenze si bisbigliava contro a Malatesta, dicendosi che egli non voleva vincere, e che la città si consumava dopo tanta lunghezza d’assedio; doversi ora fare un ultimo sforzo, al quale il tempo era opportuno, perchè i soldati nemici male contenti abbandonavano il Campo, spargendosi dovunque trovassero da saccheggiare o da predare, come quelli che solo cercavano per tutte le vie ciascuno tornarsene a casa ricco. Ai quali rumori parve a Malatesta, per fare qualcosa, di riconoscere, come ora si direbbe, le forze nemiche per via d’una mossa di qualche importanza. Mutava egli stesso alloggio, recandosi alle case dei Bini oltr’Arno, le quali stando alla ridossa del Poggio di Boboli, era egli quivi sotto alla guardia delle sue genti e massimamente delle più fidate, che erano i Côrsi e i Perugini; laddove all’Orto dei Serristori gli pareva essere a discrezione della Città e delle milizie, avendo come sul capo i bastioni dei quali Stefano Colonna teneva il comando. Fu anche poi detto che egli volesse aprirsi l’uscita da Porta Romana, o fare da quella entrare i nemici. Ai 5 maggio mandava egli fuori da tre lati due colonnelli e trenta delle più forti compagnie di Firenze: quelli che dalla Porta Romana andarono all’assalto di un Convento diruto sull’imminente Poggio di Colombaia, lo espugnarono con la uccisione di molti Spagnoli che vi erano a guardia; se non che il Principe d’Orange, corso al rumore, vi mandò le fanterie italiane con Andrea Castaldo. Si combatteva in più luoghi, essendo comparso di verso Marignolle Ferrante Gonzaga con la cavalleria: Malatesta, che aveva animo di soldato, chiamati fuori altri colonnelli, si era gettato nella mischia, sebbene infermo sopra un muletto, tantochè convenne a trarnelo indietro usare la forza. Il Vicerè aveva fatto all’incontro condurre innanzi i suoi Tedeschi, tuttavia comandando che rimanessero in ordinanza: Malatesta fece allora suonare a raccolta, essendogli anche mancato il concorso di Amico da Venafro che doveva uscire dal cavaliere di San Miniato. La stessa mattina Stefano Colonna, sdegnato con lui per certa disubbidienza, lo aveva ferito e poi fatto da’ suoi uccidere barbaramente; selvaggio diritto che si arrogavano quei condottieri fuori d’ogni legge. Morirono in questo fatto d’arme Ottaviano Signorelli, grande amico al Baglioni, e un Piero de’ Pazzi, e Vico figliuolo di Niccolò Machiavelli: pochi giorni dopo in una piccola avvisaglia rimase ucciso Iacopo Bichi, valente uomo che ebbe in Firenze grande compianto e lutti, esequie solenni e onorata sepoltura.

Un poco più tardi Stefano Colonna, per fare anch’egli qualcosa e purgarsi di quel suo delitto, formò il disegno di sforzare per via di un assalto notturno il campo dei Tedeschi a San Donato in Polverosa, che era sotto il comando allora del Conte di Lodrone. Avrebbe in tal modo aperto a Firenze la via di Prato e di Pistoia: per il che fu la sua proposta molto aggradita, e Malatesta si offerse di stare sulla sponda dell’Arno a guardia dei nemici i quali tenevano l’opposta riva. Uscì dalla porta al Prato il Colonna gettandosi addosso al Campo tedesco, immerso nel sonno. Un altro assalto conduceva da porta Faenza Pasquino Côrso; ma questo in gran parte falliva, e i soldati del Colonna penetrati nel mezzo del Campo, e quivi datisi al predare fuor d’ogni ordinanza, molti uccidevano al buio, e persino di quelle donne delle quali erano pieni a quel tempo i quartieri dei soldati. Frattanto il Conte di Lodrone metteva in ordine i suoi fanti con tale prestezza, che dopo uno scontro più fiero che lungo, ai nostri convenne lasciare l’impresa; e già Malatesta si era tirato indietro dal fiume. Pure nell’assalto perirono molti. Stefano Colonna riportò due non molto gravi ma sconcie ferite: rifulse, com’era solito, il valore d’Ivo Biliotti capitano fiorentino. Ma intanto le condizioni degli assediati venivano a farsi più tristi ogni giorno; imperocchè tutti gli antichi amici o raccomandati della Repubblica, i Malespini, i Signori di Vernio, i Fabbroni di Marradi e altri tenevano la contraria parte: le città e le terre del dominio generalmente si adattavan a stare soggette piuttosto ai Medici che a tutt’un popolo, dove erano troppi padroni da saziare e spesso più avidi. Nella città si era venuti allo stremo di molte cose, ridotti spesso a fare cibo degli animali più immondi; se non che ogni tanto la diligenza e il valore delle milizie riuscivano a condurre dentro qualche branco di bovi o montoni, dei quali facevasi allegrezza molta. Si aggiunse la peste, che si era mostrata nel Campo degli assediatori e qualche poco nella città stessa. Ma non veniva qui però meno la costanza degli animi, ed anzi parevano crescere i fieri propositi, mantenuti vivi dalla speranza che dava il Ferrucci: quei molti che avrebbero bramato un accordo, non si ardivano a mostrarsi: scoperto un Lorenzo Soderini che teneva segreta corrispondenza col nemico, fu appiccato sulla forca e quasi dall’ira popolare dilaniato. Si volle mandare fuori le bocche inutili delle donne e dei bambini; ma la pietà vinse, nè altro se ne fece. Stringeva sopra ogni cosa la mancanza del danaro, invano chiesto alla Repubblica Veneziana che aveva largheggiato in vane profferte; e invano anche ai mercanti fiorentini che erano a Venezia e che temerono d’affrontare le ire del Papa: ma i fuorusciti di Lione mandarono ventimila scudi, messi insieme per lo zelo di Luigi Alamanni. Il primo di luglio entrò la Signoria nuova, che doveva sedere per luglio e agosto; mutandosi ogni due mesi, nonostante che il Gonfaloniere rimanesse; e perchè fu l’ultima fatta dal popolo, a noi pare debito di registrare quartiere per quartiere i nomi degli otto Priori, che furono: Tommaso di Lorenzo Bartoli e Andrea di Francesco Petrini, per San Spirito; Alessandro di Francesco del Caccia e Simone di Giovanni Battista Gondi, per Santa Croce; messer Niccolò di Giovanni Acciaiuoli e Marco di Giovanni Cambi, per Santa Maria Novella; Agnolo d’Ottaviano della Casa e Manno di Bernardo degli Albizzi, per San Giovanni; ed il loro Notaio fu ser Domenico di ser Francesco da Catignano.[223]

Accade sul fine dei movimenti popolari, che molti essendosi a poco a poco tirati indietro, i più eccessivi rimasti soli promuovano spesso di quei partiti che hanno in sè del generoso, mancando però di consistenza. Il gran fine era dare un assalto al Campo degli assedianti, avendo accresciuto di quattro mila il numero delle milizie nelle quali entrassero tutti dai sedici anni in su, e fosse vietato andare per la città in altro abito che militare. Doveva innanzi a tutti uscire il Gonfaloniere, e primo essere al combattimento: il che fu accettato con allegrezza da Raffaello Girolami, uomo che aveva del leggiero. Questo proposito annunziarono a Malatesta che prima in Consiglio lo aveva combattuto, essendo anche venuto a parole molto vive con Francesco Carducci: nè dopo quel giorno andò in Palagio senza buona guardia; poi cessò d’andarvi. Intorno aveva o con lui s’intendevano in segreto molti che temevano il saccheggio più che non amassero la libertà; o credevano quel Governo essere troppo licenzioso e non potere a lungo durare. Venivano tali pensieri a dividere persino la parte più amica agli ordini popolari; e per suggestione dei Frati di San Marco stava per vincersi una pratica, la quale con altre cose importava fermare la vendita dei beni di Chiesa e fare un atto d’umiliazione al Pontefice; se non che il Carducci, che sempre era innanzi a tutti, fece cadere il partito.

Ma tra gli amici di libertà era un voto e un pensiero solo: chiamare il Ferruccio. La via d’Empoli era fatalmente chiusa, nè mai avrebbe potuto egli con la poca gente che aveva sforzarla sugli occhi di tutto il Campo degli assedianti. Eletto il Ferrucci Commissario generale, con facoltà amplissime e affatto insolite, di tutta la campagna del dominio fiorentino; deliberarono che egli da Volterra andasse a Pisa, e quivi raccolto quel maggior numero di soldati che potesse, voltando inverso Pistoia, o cercasse di recuperarla, o per la via dei monti si conducesse insino a Fiesole, donde potrebbe facilmente senza offesa entrare in Firenze, costringendo Malatesta con quella aggiunta di forze ad assaltare il Campo nemico. Lasciava il Ferrucci non bene assicurata Volterra: nelle sue lettere avea tempestato sempre perchè gli mandassero un soccorso di gente da Pisa, e almeno polvere o salnitro. Il Tedaldi era, sebbene d’animo vigoroso, in là con gli anni, e scriveva non potere sulle sue spalle portare il carico della difesa; onde a lui fu dato lo scambio, e i due nuovi Commissari, Marco Strozzi e Gian Battista Gondi, usciti a piedi da Firenze, non senza molta difficoltà poterono entrare in Volterra. Pigliando il Ferrucci con un migliaio e mezzo di soldati la via di Livorno, giungeva in Pisa ai 18 luglio: ma qui, oltre alla ferita del ginocchio non bene guarita, gli si scoperse una febbre che lo tenne in letto per tutto quel mese. Fu danno gravissimo, e forse cagione che rovinasse l’impresa sua, perchè i nemici ebbero tempo di prepararsi e di offenderlo nel modo che tosto vedremo. In Pisa era stato Commissario Iacopo Corsi, il quale insieme con un suo figliuolo essendo venuto in sospetto d’intelligenza col nemico, fu per sentenza della Quarantia mozzata la testa ad entrambi, e Pier Adovardo Giachinotti mandato in sua vece.[224] Attendevano egli e un suo compagno diligentemente alle provvisioni e al far danaro, e a procacciare che Giovan Paolo Orsini da Ceri si unisse al Ferruccio di buona voglia e andasse seco, siccome avvenne,[225] essendo entrati insieme in Pescia il primo d’agosto.

Fino dal giorno in cui dovette sapersi in Firenze la mossa del Ferruccio e il disegno pel quale era egli uscito da Volterra; Malatesta, che se lo vedeva (se il fatto riuscisse) venire sul capo, appiccò pratiche in segreto col Vicerè, avendo mandato a lui un Perugino molto suo fidato, di soprannome Cencio Guercio. Sperava Malatesta fare un accordo che a lui dovesse fruttare la grazia del Papa insieme e dei Fiorentini: se non che avendo il Vicerè posta come prima condizione che i Medici fossero rimessi in patria con l’autorità che prima avevano, fu impossibile accordarsi, Malatesta dicendo che si andava in tal modo incontro a un certissimo rifiuto. Propose allora che il Principe mandasse don Ferrante Gonzaga, il quale appresentandosi in forma solenne al Grande Consiglio, mettesse spavento negli animi dei cittadini con la esposizione delle forze di quell’esercito e dei duri propositi ai quali avrebbe suo malgrado dovuto condurlo; e che ne uscirebbe inevitabile il saccheggio, qualora si fosse la città ostinata in quell’inutile resistenza. Queste cose suggeriva Malatesta che si dicessero, ma non però dava sicura fede nè si assumeva egli impegno quanto al primo punto, che era di rimettere i Medici in Firenze. Nel che Malatesta rimase fermissimo tanto, che il Principe e il Gonzaga, i quali credevano Firenze essere agli estremi, maravigliati sospettarono che in quel punto fosse venuto avviso di un qualche aiuto di Francia; e intorno a questo dubbio cercavano di sapere meglio.[226]

Pochi giorni dopo, mentre il Ferrucci era infermo in Pisa, i Capitani andarono in Palagio sull’invito del Gonfaloniere; il quale annunziando l’intenzione di combattere, Malatesta e il Colonna si dichiararono con parole generiche pronti a morire in servigio della città. Nell’indomani si fece rassegna delle milizie, che erano ottomila, e poi dei soldati, che si trovarono seimiladugentosettanta pagati e numerati, con ventidue pezzi d’artiglieria da campo. Dato il sacramento a tutti i Capitani, l’ultimo del mese, dopo lunga processione a piè nudi, comunicatisi il Gonfaloniere, i Magistrati e buona parte della Città, fattosi eziandio da molti testamento e ordinate le cose loro, si preparavano all’assalto pel giorno vegnente. Aveva già il Gonfaloniere nel Consiglio Grande annunziata la venuta del Ferruccio; ma il primo d’agosto nulla si fece, che dare le armi: ai 2, Malatesta e Stefano, interrogati sul luogo più acconcio a dare l’assalto, con lunga lettera e specificata dimostrarono alla Signoria essere follia tentare l’assalto del Campo da quale si sia luogo; e perchè il giorno seguente molti andavano a Malatesta dicendo che volevano a ogni modo; dichiarò questi con altra lettera, che avendo egli chiamati a consiglio i suoi Capitani, tutti erano stati contrari al combattere, salvo quelli che tra essi erano fiorentini. Aggiunse che avrebbe in conto proprio e del Colonna mandato al Principe per accertarsi dell’animo suo; e se avesse questi voluto che la città se gli rendesse a discrezione, sarebbono essi pronti ad escire, nulla curando le proprie vite, ma sempre fermi in quel consiglio che dato avevano dell’accordo.

Nel Campo si aspettavano ogni giorno d’avere l’assalto. Ma già fino dal 24 luglio uscito di Firenze un Signorelli, parente al Baglioni, aveva col Vicerè appiccato altre pratiche d’accordo, e in nome di questo aveva fatta a Malatesta la proposta di abboccarsi seco in certo luogo fuori delle mura; a questo invito Malatesta non diede risposta.[227] Scriveva intanto alla Signoria come abbiamo narrato; ma nel tempo stesso mandava nel Campo il solito Cencio Guercio chiedendo di nuovo andasse nella città il Gonzaga: prometteva però questa volta, nel caso che la Signoria non accettasse il partito, d’uscire egli dalla città con tutta la sua gente da guerra; il ch’era un privarla della più valida sua difesa. Noi sappiamo queste cose dallo stesso Gonzaga, al quale e al Vicerè parve con ragione che Malatesta si fosse allora con essi legato. Mandò l’Orange in Firenze a chiedere un salvocondotto pel Gonzaga; ma come di tutte queste cose la Signoria nulla aveva saputo, rispose voleva intendere prima di che si trattasse; e mandò a questo effetto Bernardo da Castiglione, il quale inteso dall’Orange a quali patti avrebbe questi concesso un accordo, senz’altro disse che del ritorno dei Medici era vano il discorrere: su di che si ruppe la pratica, essendo tosto il Castiglione tornato in Firenze.[228]

Qui nell’indomani si venne a sapere l’Orange col nerbo dell’esercito essersi partito la notte innanzi per andare incontro al Ferrucci. Su di che i Signori e gli altri del Governo di nuovo tornarono a Malatesta, facendogli maggior forza perchè non lasciasse cadere tanto comoda occasione di vincere. Questi, sebbene allegasse non essere vero che avesse l’Orange sfornito il Campo, disse che egli era pronto a combattere; ma in apparecchi e in riconoscimenti lasciò passare tutto quel giorno, avendo ancora impedito che mandassero due mila fanti al Montale in soccorso del Ferruccio. Venuta la sera, i Côrsi e i Perugini, fatto fardello e segregandosi dagli altri, andarono a porsi dov’era la stanza del Capitano; talchè in Firenze di già sospettandosi ogni più trista cosa, i giovani stettero tutta la notte vigilantissimi facendo la guardia alla Piazza, intantochè di là dal fiume i soldati stavano in arme con pericolo che venute le due parti tra loro alle mani, entrassero quelli di fuori portando l’estrema rovina. Ma niuno del Campo si mosse: abbiamo autore credibile, che tale era l’ordine del Principe per non essere rimasti più di quattromila; ed anzi in caso di difficoltà, ridursi tutti nella piazza in cima del Campo, abbandonando lì presso e all’intorno gli altri luoghi forti. Se fosse possibile in quel giorno espugnare il Campo, noi non possiamo determinare, nè chi era in mezzo a quelle passioni poteva con libero e sicuro animo giudicare. Che fosse trovata addosso all’Orange una cedola di Malatesta con la promessa di non fare alcuna mossa mentre egli era assente, scrissero taluni, ma senza affermarlo, e noi a crederlo non abbiamo bastanti motivi.[229]

Da più giorni prima, col mezzo di spie e di lettere intercette, aveva il Principe saputo il disegno dei Fiorentini, e giudicandolo di quell’importanza ch’egli era, risolvè andare egli in persona a impedirlo, radunando contro al Ferruccio da ogni banda quelle maggiori forze che in fretta potesse. Scrisse in Pistoia ad Alessandro Vitelli, che facesse di avere seco certi Spagnoli ammutinati, che alloggiavano all’Altopascio vivendo di ratto. Comandò a Fabbrizio Maramaldo che, facendo punta da San Gemignano dove egli era, cercasse impedire il passo al Ferrucci verso Pisa; e non gli riuscendo, gli fosse alle spalle seguitandolo infinchè lo stesso Principe non giungesse. Il quale avendo lasciato in suo luogo Ferrante Gonzaga, e avvisato il Conte di Lodrone che stesse avvertito, muoveva la notte con mille Tedeschi veterani e mille Spagnoli, che rimandò poi, ed altrettanti degli Italiani con Giovan Battista Savello e Marzio Colonna e il Conte di San Secondo e Monsignore Ascalino, ai quali aveva ordinato di alloggiare in Prato la gente d’arme; ed egli seco menò trecento archibusieri e tutti i cavalli leggeri e gli Stradioti. Passato Arno a guazzo e avendo camminato tutta la notte, si fermò nella mattina a riposare ed a mangiare poche miglia distante da San Marcello, dove il Ferrucci si era condotto in quella stessa ora.

Da Pisa il Ferrucci era venuto a Pescia con tremila fanti e intorno a quattrocento cavalli; piccolo esercito, ma ottimamente provveduto di viveri per tre giorni e polvere e scale e ogni sorta di ferramenti e fuochi lavorati e moschetti da campagna che stessero invece di artiglierie: nemico il paese, in Lucca stavano il Cardinal Cibo e genti assai del Papa. Intendimento del Ferruccio era far capo al Montale, castello dei Cancellieri, posto allora in alto, e di là sempre per la via dei monti condursi a Firenze. Si fermò la notte del primo agosto in Calamecca, donde piuttostochè seguitare l’Appennino, i Cancellieri lo fecero volgere a San Marcello; il quale, perchè era della parte Panciatica, fu crudelmente da quelli arso e quasi disfatto. Quivi egli fece riposare alcune ore la mattina del 3 agosto i suoi soldati; poi gli condusse verso Gavinana, piccola terra a cui s’avviavano da un lato Alessandro Vitelli e dall’altro lato il Maramaldo; intantochè il Principe d’Orange, mandati prima innanzi i cavalli leggieri e gli Stradioti, egli medesimo si avanzava per occuparla con le genti d’arme: in tutto erano gli Imperiali da sette a otto mila, senza contare la parte Panciatica. Dai tocchi a martello delle campane di Gavinana, e dalla gente che fuggiva, conobbe il Ferrucci che dentro già entravano i nemici. Entrò il Ferrucci dall’opposto lato, combattendosi lungamente con pari ferocia da ambe le parti dentro la terra stessa, che fu più volte presa e perduta; ed in quel mentre avendo al di fuori Alessandro Vitelli urtato la retroguardia, che il Ferruccio aveva commesso a Gian Paolo Orsini, fu varia la mischia finchè le due parti non si separarono per soccorrere ciascuna i suoi. Imperocchè la cavalleria del Principe mentre girava intorno alle mura, ebbe da quella del Ferruccio tale percossa che dopo essersi mescolate insieme con strage grandissima, l’Orange, veduto i suoi sbaragliati, si cacciò innanzi con impeto di Francese dove più fioccavano le archibusate, delle quali due nel tempo istesso lo fecero cadere a terra morto. Anche oggi i paesani mostrano il luogo dove è il crocicchio di una stradella molto ripidosa che sale sul monte. Avvenne che uno spagnolo uscito dalla battaglia corse annunziando la morte del Principe e la vittoria del Ferruccio, che fu creduta per qualche ora a Pistoia ed a Firenze, e sino in Roma dal Papa stesso. Ma in questo mentre il Maramaldo abbattendo un muro, già era nella terra, e mille Lanzi freschi discesi dal monte, diedero per fianco e alla coda di quei del Ferruccio, assai ammazzandone e facendo molti prigionieri. Il piccolo esercito, stanco e consunto nei vari scontri, fu quasi distrutto. Lo stesso Ferrucci continuando il combattere di sua mano, e già in più luoghi ferito, andò con Gian Paolo a porsi dentro a un casotto dove furono attorniati e presi dagli uomini del Maramaldo; il quale avendo comandato che il Ferruccio gli fosse condotto innanzi sulla piazzetta di Gavinana, prima di sua mano lo feriva nella gola, mentre questi gli diceva: «Fabrizio, tu ammazzi un uomo morto;» poi lo diede a finire ai soldati. Così moriva Francesco Ferrucci: vissuto fino ai quarant’anni semplice cittadino, era egli ad un tratto divenuto grande uomo di guerra, amando del pari la libertà e la gloria, le quali entrambe nella patria sua perirono seco. Fu egli sotterrato nella piazza stessa lungo la chiesa di Gavinana. Giovan Paolo Orsini si riscattò pagando quattro mila ducati di taglia; Amico d’Arsoli, vecchio e rinomato capitano di quei del Ferrucci, fu comprato seicento ducati da Marzio Colonna, che a sfogo scellerato d’una privata vendetta l’uccideva di sua mano. Potè riscattarsi, tra molti, anche uno degli Strozzi, soldato di conto, ma cui troppo bene stava il soprannome di Cattivanza che tutti gli davano. Il corpo di Filiberto Principe d’Orange, portato fuori penzoloni attraverso un mulo, fu messo in deposito per essere quindi recato ai suoi. In quella battaglia, che aveva durato dalle diciannove alle ventidue ore, si trova che il numero dei morti e feriti andasse a duemila.[230]

La notizia della morte del Ferrucci e della rotta produsse in Firenze un generale sgomento, di mezzo al quale molti però sempre uscivano disperatamente a chiedere le armi, sorretti non poco dalla fede incrollabile dei Piagnoni. La Signoria stava sempre co’ più arditi; chiamò il giorno stesso i settantadue Capitani stipendiati che erano in Firenze, promettendo loro se difendessero la città il soldo a vita e altri benefizi; la quale promessa accolta con plauso, non però in essi potè ispirare fiducia durevole. A Malatesta pareva intanto d’avere alla fine toccato il segno: si era egli levata d’addosso la gloria importuna del Ferrucci e dall’animo la gelosia d’un uomo che non era nemmeno soldato; poteva ora offrire al Papa Firenze salvata dal sacco. Mandò chi dicesse al Gonfaloniere e alla Signoria che la guerra era perduta, e che era da porre giù l’ostinazione: Stefano Colonna, al quale il Giannotti era andato per tentare d’indurlo a uscir fuori, rispose non essere più tempo, e domandò licenza. Già era d’assai cresciuto il numero di coloro che apertamente s’intendevano con Malatesta, oltre ai Palleschi andando a lui molti di quei ricchi cittadini i quali sognavano un Governo stretto, e si credevano volere egli condurli a tal fine; primo dei quali era Zanobi Bartolini anticamente beneficato da Casa Medici, e che ora cercava un Governo dove a lui come a uomo capace toccasse una parte in qualunque modo prominente. Era egli uno dei quattro Commissari della milizia, nel quale grado e già da un pezzo fomentava gli andamenti di Malatesta; laonde la Pratica fece un passo molto ardito, cassando lui co’ tre suoi compagni, uomini da poco, ed eleggendo nei luoghi loro quattro più sicuri, dei quali era l’anima Francesco Carducci. Il che era un rompere le fila in mano a Malatesta, a cui aderiva in oggi il Colonna; onde il giorno stesso in nome di questi due andarono messaggeri a don Ferrante Gonzaga, il quale, per essere il Principe d’Orange morto e il Marchese del Vasto assente, aveva il comando di tutto l’esercito. Questi, non appena udito il messaggio, mandò per Baccio Valori Commissario generale del Papa, ed insieme formarono una bozza di Capitoli, i quali portavano che la Città rimanesse libera ancorchè il Papa vi ritornasse, e che nello spazio di quattro mesi all’Imperatore spettasse dare forma al governo; salvo però sempre a tali proposte il consentimento di Clemente.

Fermata la bozza, mandò Malatesta a confortare la Signoria che non dubitasse di accettare quel partito di rimettere i Medici; perchè opererebbe egli sì, che fosse mantenuta quella condizione di conservare la libertà: risposero, ingiungendo a lui di combattere come era suo obbligo. Aveva Malatesta non solamente oltrepassato ma tradito il suo mandato, quando chiamato ad essere Capitano della Repubblica, non aveva fatto in dieci mesi altro che sempre negoziare coll’inimico, e ora disponeva della città come di sua roba, e di suo arbitrio ne regolava le sorti avvenire. Ma egli esclamando, essere qui a difendere Firenze non a distruggerla, e che non soffriva farsi autore della desolazione d’una tanto nobile e ricca e tanto da lui amata città, diceva pubblicamente avere proposito di chiedere buona licenza e partirsene: al che uniformandosi il Colonna, scrissero insieme alla Signoria con parole molto ossequiose, chiedendo licenza quando il partito di combattere si volesse mandare ad effetto. Rispose la Signoria col dare ad essi onorevolmente per iscritto la chiesta licenza; la quale essendo a Malatesta recata da un Andreolo Niccolini, quegli, infermo com’era di male francioso, gli tirò parecchie pugnalate, dopo alle quali gli fu a stento levato di mano. In questa ira che accecava Malatesta è tutto l’arcano delle intenzioni sue, potendo rimanere dubbio se egli o temesse perdere il grado che lo faceva innanzi a Clemente comparire arbitro di Firenze, o se piuttosto non vedesse cadere a terra un suo disegno per cui la Città con l’intervento dell’Imperatore venisse ad un qualche ragionevole componimento. Al quale effetto avrebbe egli condotto le fila che furono rotte dalla morte dell’Orange, e forse andavano ad un qualche più segreto pensiero di questo: certo è che in mezzo a quei tumulti, Malatesta si fece da molti udire dicendo come tra sè, «non essere Firenze stalla da muli, ma che l’avrebbe egli salvata ad ogni modo.» Di questo accenno ai due bastardi di Casa Medici pensi ognuno come più gli aggrada, e a quelle parole in apparenza tra sè borbottate potrebbono darsi molte e molto varie spiegazioni.

Ma ciò in qualunque modo sia, Malatesta da questo punto, senza più cercare coperta nè scusa, dovette mutare non so bene se io dica l’animo o le apparenze. La Signoria, udita l’ingiuria a lei fatta nella persona del Niccolini, comandò a tutti l’armarsi e andare contro alle case di Malatesta e contro ai nemici. A questo effetto chiamò in Piazza i Gonfaloni; ma tali erano di già il tumulto e la confusione d’ogni cosa, tanto a un ardire male consigliato si era già in molti mescolata la paura, che dei sedici Gonfaloni, otto soli comparvero nella Piazza. Dentro al Palagio, Ceccotto Tosinghi dimostrò in Consiglio per la vecchia sua esperienza militare, che nulla poteva tentarsi oramai: per le cui parole lo stesso Gonfaloniere, che si era armato, tornò indietro. E già Firenze pigliando aspetto di città sforzata, non si vedeva e non si udiva più che un gridare per l’imminenza dei mali estremi, un ricoverarsi nelle chiese, un aspettarsi l’esterminio della sua casa ciascuno e della sua famiglia. Imperocchè Malatesta in quel tempo aveva mandato Margutte da Perugia a rompere la Porta a San Pier Gattolini, e a Caccia Altoviti che v’era a guardia comandato da parte del Generale che se ne partisse; aveva già fatto entrare Pirro Colonna dentro ai Bastioni e rivolte le artiglierie contro alla città stessa, minacciando che metterebbe dentro gli Imperiali, se le bande della Milizia venissero avanti.

Ma intorno a lui già molti erano accorsi o antichi Palleschi, o nuovi e pentiti adoratori di Casa Medici, o stanchi o prudenti o paurosi; di quelli insomma che fanno ad un tratto mutare l’aspetto alle città in trambusto, mettendo col numero negli altri paura. Non pochi vi erano disertori della stessa milizia e uomini già provetti in gran parte delle famiglie maggiori e più ricche, i quali tutti insieme ed armati si andarono a raccogliere sulla Piazza di Santo Spirito, da essi scelta per la vicinità del nuovo alloggio di Malatesta. Figurava in capo agli altri un Alamanno de’ Pazzi; vi erano Giovan Francesco degli Antinori detto il Morticino, stato dei primi e dei più feroci per la libertà, e tra gli altri molto rumoroso Pier Vettori che nelle lettere poi acquistò fama; vi erano alcuni della famiglia e della parentela di Niccolò Capponi, il quale non si era creduto condurre le cose a tal fine. Giungevano essi al numero forse di quattrocento, tra loro essendo antichi odiatori dello stato popolare e molti di quei leggiadri giovani che sono il fiore delle città doviziose, i quali in Firenze anelavano da cittadini salire al grado e al titolo di cavaliere, presentendo in sè già quei tempi che hanno nome di giocondi perchè nulla è in essi di serio e di forte. Ma questi già erano la parte che dominava: Bernardo da Terrazzano, Commissario della milizia di quel Quartiere, vi corse subito a pregarli tornasse ciascuno al suo Gonfalone; ma fu ributtato con aspre parole, e fin della vita dai più temerari minacciato. La Signoria vi mandò Rosso dei Buondelmonti, chiedendo ciò solo che mostrando la città divisa non disturbassero gli accordi; al quale dissero, che non conoscevano altra Signoria nè altro Signore che Malatesta: e questi, a casa del quale era andato il Terrazzano, alla sua volta gli disse, che stava con quei giovani e che non conosceva altra Signoria. Bene entrambi avevano giudicato; e la libertà Fiorentina, come se allora si fosse guardata in seno, conobbe giunta la sua fine.

La sera medesima il Consiglio e la Pratica, radunati in fretta, rendettero per minor male il bastone a Malatesta, e al solo Zanobi Bartolini l’autorità del commissariato. Era il Governo già tutto in mano di questi due; Zanobi andava chiamato in Palazzo, dove non senza qualche difficoltà gli Ottanta crearono quattro Ambasciatori i quali andassero nel Campo a trattare con don Ferrante e col Valori, intesi già prima di queste cose con Malatesta: erano essi Bardo Altoviti, Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari, quello che fu ambasciatore in Roma a Clemente; i quali ebbero autorità di capitolare con la condizione che la Città rimanesse libera e che dei fatti di questi mesi non si tenesse memoria alcuna. In Piazza rimanevano alcuni armati, ma i più risoluti; tra’ quali Giovacchino Guasconi che vi condusse tutta intera la sua Compagnia, ed il Busini che di queste cose diede minuto ragguaglio. Questi essendosi raccolti sotto alla Ringhiera dei Signori, mentre di quelli di Santo Spirito alcuni venivano in arme nella Piazza, poteva una zuffa tra essi appiccarsi, e i soldati entrati dentro parteciparvi con grave pericolo della città. Nulla però avvenne; ed al tornare dei Commissari con la Capitolazione, già era in Firenze Baccio Valori divenuto con Malatesta signore ed arbitro d’ogni cosa.

I Capitoli furono questi: «In primis: Che la forma del Governo abbia da ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi avvenire, intendendosi sempre che sia conservata la libertà; che i sostenuti dentro Firenze o in altre parti del Dominio per amicizia con la Casa dei Medici, si abbiano immediatamente a liberare, e i fuorusciti e banditi sieno ipso facto restituiti alla patria e beni loro; che la città paghi all’Esercito ottanta mila scudi a brevi scadenze; che sieno dati in potere di don Ferrante, per sicurtà dei pagamenti da farsi, quelle persone che saranno nominate da lui medesimo fino al numero di cinquanta o di quel manco che piacesse alla Santità di Nostro Signore; e che le fortezze di tutto il dominio sieno ridotte in potere del Governo che si avrà a stabilire da Sua Maestà; che il signor Malatesta ed il signor Stefano Colonna, rinunziato il loro impegno con la Città, giurino in mano del Commissario Cesareo di restare con quelle genti che a loro Signorie parranno nella città, infino a che siano adempiute tutte le presenti convenzioni dentro al termine de’ quattro mesi soprascritti; che qualunque cittadino fiorentino, di che grado o condizione si sia, volendo, possa andare ad abitare a Roma o in qualsivoglia luogo liberamente e senza esser molestato in conto alcuno, nè in roba nè in persona; che tutto il Dominio e Terre acquistate dal felicissimo esercito abbiano a tornare in potere della Città di Firenze; che l’Esercito, pagato che sia, abbia ad uscire dal Dominio al possibile dentro il termine di otto giorni; che sia fatta generale remissione di tutte le pene, e che dal canto di Nostro Signore e suoi parenti ed amici sieno dimenticate tutte le ingiurie ricevute da qualsivoglia cittadino, usando con loro come buoni cittadini e fratelli; del che personalmente fanno promessa don Ferrante Gonzaga per conto dell’Imperatore, e Bartolommeo Valori per conto del Pontefice; che sotto la stessa promessa, ai sudditi e vassalli di Sua Maestà o della Santità Sua che si fossero fatti rei di disobbedienza per avere portato le armi contro ai loro Signori, sia fatta generale remissione e restituzione dei beni e della patria loro.» Queste cose furono stipulate nel Campo Cesareo ai 12 agosto; ma quanto valessero accordi siffatti, ben tosto si vidde.[231]

Capitolo XI. FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.] FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA.

Ma fino all’ultimo la Città mantenne almeno il suo onore, avendo nel nome del Papa e di Cesare avuto promessa di rimanere libera e signora nell’antico dominio, e che i Medici non vi entrassero come vincitori. Le quali cose ai loro amici dispiacquero; e parve il danaro scarso, e quell’arbitrio dato a Carlo V riusciva sospetto. Ma dentro Firenze già erano i soldati; per le strade i Côrsi di Malatesta, ai quali era prima vietato mostrarsi, facevano guardia la notte, nè alcuno della città ardiva uscire di casa. Non erano ancora tornati dal Campo gli Ambasciatori, che una mano di quelli da Santo Spirito venuti in Piazza, comandarono alla Signoria che rilasciasse coloro che per essere tenuti amici dei Medici erano in più tempi stati rinchiusi in vari luoghi, taluni essendovi da oltre a dieci mesi, dei primi e più nobili della città. Il Busini, che gli vide uscire, dice che parevano con certi barboni, romiti allevati nella Falterona; veramente non credo avessero troppo dolce vita in tutti quei mesi. Furono poi rotte le Stinche, dov’erano gli ostaggi d’Arezzo e di Pisa. In breve, il grido mediceo di Palle si cominciò a udire in vari luoghi, e la città mostrava già una nuova faccia.

I primi giorni era ogni cosa governata da Malatesta; il Palagio fu serrato, ed i Signori facevano quello che era ordinato da lui: diedero essi pubblicamente licenza ad ognuno di deporre le armi e di andare ad attendere alle botteghe e case loro; Malatesta prese a poco a poco l’ubbidienza di tutti i soldati ch’erano in Firenze; quell’atteggiarsi da vincitore bastò a mostrarlo anche traditore. Baccio Valori stava in casa seco, e le parole di ambedue suonavano sempre che volevano libertà, e che l’Imperatore acconciasse lo Stato egli. Avevano a lui da principio nominati Ambasciatori che poi non andarono: al Pontefice fu mandato in poste Bartolommeo Cavalcanti per ottenere che il numero di cinquanta ostaggi, dato per sicurtà delle paghe, fosse ridotto a venticinque. Si radunava per l’ultima volta il Gran Consiglio, da cui fu commesso alla Signoria di nominare cinque cittadini che provvedessero il Governo di centomila ducati per essere tra sei mesi rimborsati da cento cittadini, e i cento poi da trecento; questi ultimi essendo fatti creditori sopra le prime angherie che si porrebbero. Dovevano i cento e i trecento essere anch’essi nominati dalla Signoria, come al Pontefice, cioè (scrive il Capello) come al signor Malatesta, parrà: ed un’altra Provvisione avevano fatta di quaranta mila ducati per fare subito entrare nella città vettovaglie. Qui era estrema la carestia; le carni mancavano, delle altre derrate il prezzo eccessivo. Molti in città e nel distretto furono i morti di fame, di peste e di stento; per tutto il Dominio i saccheggi e i guasti fatti dai soldati amici e nemici non lasciarono immune alcun luogo. Ai morti in guerra si aggiunsero le uccisioni dei contadini; sommava il numero dell’une e delle altre a molte migliaia, ma troppo incerte sono le cifre che danno gli storici, le quali noi crediamo inutile registrare.

Ai 20 d’agosto Baccio Valori accordatosi con Malatesta, senza del quale nulla si faceva, mandò in Piazza quattro bande di soldati Côrsi con l’arme e fece, preso che ebbero i canti, suonare la campana grossa di Palazzo a Parlamento. Al quale convennero io non so quanti; che poco importava, non essendo i Parlamenti per tutto il corso della Repubblica altro che bugìe di libertà finta a benefizio della forza. La Signoria scese contro voglia in ringhiera, e con le forme consuete e con le solite acclamazioni fu eletta una Balìa di dodici cittadini i quali avessero facoltà quanta l’intero Popolo di Firenze. Allora scoppiava il grido di Palle Palle; e Baccio Valori con seguito di parenti e amici dei Medici, a cavallo, andò come trionfalmente alla Nunziata, d’onde, udito messa, tornò a casa di Malatesta. La Balìa, dopo avere la sera stessa rimesso i Medici, depose tutta l’antica Signoria, creando al modo solito per due mesi nuovo Gonfaloniere un Giovanni Corsi venuto da Roma. Privò delle usate facoltà l’ufizio dei Dieci e mutò quello degli Otto, nel quale entrarono i più nemici all’antico Stato. Mandava un bando, che niuno andasse per la città in arme, e niuno potesse uscire fuori delle porte, essendo queste guardate altresì da soldati, da famigli de’ nuovi Otto e da birri del Bargello. Uscì poi bando severissimo, che tutte le armi fossero consegnate; che furono grande numero, essendo tutta in Firenze la gioventù armata. Posero un altro accatto, con la dichiarazione che non dovesse cadere sopra gli amici dei Medici, e che non fosse nè meno di uno scudo per testa, nè più di cento: andavano gli eletti a ciò casa per casa, e a discrezione loro imponevano da un fiorino d’oro infino a dodici. Nella Balìa furono messi Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini; che era vecchia arte, perchè non paresse che il nuovo Stato volesse in tutto disfare l’antico.[232]

Era inteso per la Capitolazione, che assicurati i Capitani del pagamento degli ottantamila scudi promessi all’esercito, lascerebbero entrare in Firenze liberamente la vettovaglia; ma invece l’assedio continuava peggiore di prima, imperocchè soldati e capitani per avarizia e per superbia volevano subito essere pagati, e intanto impedivano l’entrata dei viveri; talchè alla Città stavano innanzi due pericoli, morirsi di fame e andare a sacco; nè il Papa stesso da Roma sapeva come provvedere. I cittadini più facoltosi non si ardivano per anche tornare in Firenze da Lucca o da altri luoghi, dov’erano fuorusciti. Poi si voleva che tutto il carico venisse a cadere sui vinti, ma il modo riusciva lento; cosicchè avendo imposto ai più ricchi tra questi la somma di cinque o settecento o mille scudi, andassero questi ostaggi nel campo finchè non l’avessero pagata: prima gli tennero in Palagio chiusi in quelle stanze dalle quali erano usciti i Palleschi, poi si mandavano all’esercito perchè ivi distribuiti come prigionieri tra’ Capitani, si riscattassero ciascuno del proprio; questi anche accettavano in pagamento drappi e oro filato stimati a vil prezzo. La Balìa inoltre pose un carico ad altri quaranta cittadini di mille scudi per ognuno, e sempre tra quelli che erano stati dei più ardenti a voler la guerra.

Avvenne allora che nel Campo nascesse una zuffa tra Spagnoli e Italiani, cresciuta bentosto in una vera battaglia, nella quale dalle due parti morì grande numero: l’odio era nel fondo dei cuori degli Italiani, che troppe avevano ingiurie da vendicare e ai quali doveva cadere sul capo la stessa vittoria. Ma Ferrante Gonzaga che vedeva gli Spagnoli avere la peggio, e che ad ogni modo voleva finirla, chiamò i Tedeschi in aiuto agli uomini della nazione del suo Signore, e quelli vi andarono di grande animo: in breve ora Tedeschi e Spagnoli con la superiorità del numero assaltarono il campo degli Italiani, e postili in fuga li saccheggiarono. Malatesta e Baccio Valori vedevano dalle mura e dagli orti dove insieme alloggiavano quello spettacolo; onde fatto mettere in armi tutti i soldati, si trova che avessero prurito di fare dar dentro anch’essi, e rompere tutto il campo degli stranieri: se non che Baccio Valori si oppose, pensando che la rovina di quell’esercito sarebbe rovina dello Stato dei Medici. Quindi i Colonnelli degli Italiani, passato Arno, si ritrassero sotto i monti di Fiesole dove erano alloggiati gli Spagnoli chiamati Bisogni; i quali senza aspettargli si ricovrarono al campo dei loro. Il che portò che gli Italiani lasciassero entrare tutti i viveri che da quella parte venivano dentro nella città affamata, e furono essi i più facili a pigliare il pagamento e i primi che licenziati si dipartissero.[233]

Per gli articoli dell’accordo, Malatesta doveva rimanere con tremila fanti due mesi alla guardia della città ed a sicurezza degli impegni presi da ambe le parti. Il Papa gli aveva con due Brevi reso grazie dell’operato da lui a conservazione della Città e a proprio benefizio del Papa istesso, che gli mandava uomini a trattare intorno alcune difficoltà insorte. Ma tosto di poi gli fece sapere essere sua mente che egli sgombrasse con tutte le sue genti la città due giorni dopo a che fosse partito l’esercito dei Tedeschi e degli Spagnoli, che il Commissario Baccio Valori confidava saldare al più presto. Il che non piacendo a Malatesta, scrisse una lettera a Clemente, nella quale mostrava il pericolo di lasciare senza guardia la città prima che i soldati stranieri, sempre avidi del sacco e male ubbidienti ai loro capi, si fossero allontanati; e che fuori anche di questo potevano gli Italiani rimasti, per essere pagati ultimi, unirsi al Maramaldo che intanto disertava le terre vicine guardando a Firenze. Per questi motivi pregava volesse la Sua Santità lasciarlo in Firenze tutto il tempo dei due mesi che era stabilito per sicurezza di tutte le cose convenute, nonostante che egli Malatesta, quanto a sè, non bramasse altro che andarsi a riposare nella città sua e quivi attendere a guarirsi. Ma il Papa gli fece di nuovo significare che vuotasse la città; per il che ai 12 di settembre (Stefano Colonna già essendosi prima tornato in Francia) Malatesta si partiva co’ suoi Perugini, portando seco molto danaro per il lauto trattamento che la Città gli aveva fatto, e alcuni cannoni avuti in dono dal nuovo Stato. In Perugia era nelle sue mani tutta la potenza dei Baglioni; ma il Papa frattanto aveva mandato legato in quella città il Cardinale Ippolito dei Medici, il quale attendendo ivi a esercitare la potestà pontificia, Malatesta così male affetto com’era del corpo e dell’animo si viveva in una sua villa, nella quale moriva negli ultimi giorni del seguente anno. Aveva mandato per le Città e nelle Corti chi lo scusasse o si chiamasse anche pronto a difenderlo con la spada in mano dalla taccia di traditore: della quale chi volesse interamente purgarlo dovrebbe mostrare che sia lecito a chi ha giurato e sempre fa mostra di difendere una parte, servire a quell’altra.[234] Prima che egli avesse lasciato Firenze, convenne pagare in fretta i suoi Côrsi: ma intanto gli eserciti si allontanavano, e Baccio Valori fece venire nella città il Conte di Lodrone con duemila Lanzi che ivi fecero buona guardia.[235]

Allora tornarono in grande numero gli usciti che stavano in Roma o che per mostrarsi neutrali si erano trattenuti in Lucca o altrove; e allora si pose mano alle persecuzioni e alle vendette. Ne aveva già dato il primo segnale Malatesta non appena fermato l’accordo: imperocchè Frate Benedetto da Foiano che predicando la libertà sapeva d’avere anche offeso la persona stessa del Papa, essendo fuggito in quei primi giorni ma poi scoperto da Malatesta, fu da lui mandato a Roma in dono a Clemente, che lo fece morire per lunghi stenti nel Castel Sant’Angelo, secondo che scrivono i suoi medesimi partigiani. I quali è vero che sogliono spesso primi commettere gli atti odiosi, e poi gettarli addosso ai loro padroni: ma pure nessuno potrebbe assolvere Papa Clemente, a cui l’uso della potenza e del comando aveva l’animo indurito; e i lunghi strazi d’irose passioni, e quelli stessi male compresi della coscienza, si erano tradotti in desiderii di vendetta nemmeno placati dopo la vittoria. Gli Otto, che avevano il carico d’inquisire e il diritto di giudicare in cose di Stato, fecero pigliare Francesco Carducci, Iacopo Gherardi e Bernardo da Castiglione, e subito poi Luigi Soderini e Giovan Battista Cei; i primi come autori principali della ribellione e della guerra, gli altri due per ingiurie pubbliche al Papa ed alla Casa dei Medici: furono tutti cinque esaminati con la tortura, poi decapitati; il che sarebbe pure avvenuto a Raffaello Girolami, anch’egli preso e accusato d’avere impedito gli accordi, se ai preghi di Ferrante Gonzaga non gli fosse stata mutata la pena in una prigione perpetua nel fondo della Torre di Pisa dove egli moriva e, come al solito fu detto, di morte affrettata. Era come si è veduto Commissario in Pisa Pier Adovardo Giachinotti, che fino all’ultimo non voleva credere alla Capitolazione:[236] mandato a scambiarlo Luigi Guicciardini, lo fece alla lesta dannare e uccidere. Tutti questi avrebbono potuto fuggire, ma tale avevano essi una fede che si credevano coperti, oltrechè dalla Capitolazione, dalla bontà stessa della causa loro e dal diritto. Nei Medici era entrato per contrario il sentimento d’essere in Firenze signori legittimi; e quindi osarono fare condannare a morte come rei quei loro nemici che più temevano; il che nelle altre mutazioni non si era mai fatto, bastando allora di togliere ai vinti la patria.

Ma in quanto pure al confinare si andò questa volta più in là che fosse mai per l’addietro, perchè alla crudele ragione di Stato si aggiunsero in maggior copia i motivi personali e gli odii privati. Chiedevano per favore i confinati come si chiede gli uffici,[237] o gli patteggiavano abbandonandosi l’uno all’altro gli amici e i parenti. Francesco Guicciardini, tornato da Roma, riusciva fra tutti spietato in quest’opera del confinare; perchè odiando gli Stati popolari, aveva egli in mente una sua forma di Governo a cui si credeva spianare la via: in Firenze lo chiamavano Ser Cerrettieri, che fu il Bargello del Duca d’Atene. Primi andarono a confine cinquantasei dei più scoperti in favore della libertà o che avessero insultato il Papa. Tra i più eminenti erano Iacopo Nardi, Donato Giannotti, Dante da Castiglione, Anton Francesco degli Albizzi, Silvestro Aldobrandini. Zanobi Bartolini, per avere prima disertato la parte dei Medici, corse pericolo anche della vita, ma gli giovò l’essersi poi accostato a Malatesta, per lui adoperandosi Baccio Valori, natura incerta, che per amicizia o per danari fu a molti benigno; talchè il Bartolini, ottenuto allora di andare a Roma, tornò quindi in grazia. Michelangelo Buonarroti da principio si tenne nascosto, ma fatto poi rassicurare da Clemente, tornò all’opera delle sepolture nella Sagrestia di San Lorenzo. In seguito e dentro gli ultimi mesi di quell’anno crebbe il numero dei confinati fin’oltre a centocinquanta, fermatosi allora per l’interposizione di Cesare stesso. Durava il confine tre anni la prima volta, e fu osservato dal maggior numero per la speranza del ritorno; ma dopo i tre anni, a pochi o a nessuno fu tolto, mutando a molti i luoghi; i quali variavano, taluni dovendo rimanere in villa, tra essi non pochi per tutta la vita loro; ma i più condannati a stare in luoghi insalubri o disagiati e sparsi e lontani, fuori anche d’Italia; talchè non avendo curato il confine, furono ribelli. I beni di questi andarono al Fisco; tornarono agli antichi proprietarii i beni de’ ribelli fatti dal passato Governo, e quelli delle Arti e degli Spedali o luoghi pubblici e quegli degli ecclesiastici, dovendo i compratori restituirgli senza compenso alcuno delle somme per essi pagate. Grande era il bisogno che aveva di danaro il nuovo Stato, per il che i debitori del Comune furono angariati a pagare subito: coloro invece che avessero crediti accesi per danni ricevuti o per altro titolo pertinente alla difesa, perderono il credito essendo notati come libertini o come Piagnoni. I frutti del Monte furono ridotti ai due quinti, con la rovina di molte famiglie e di vedove e pupilli che avevano su quello il loro sostentamento.[238]

Così per gran parte nella città di Firenze mutarono gli uomini, mutarono le ricchezze; talchè, a guardarla nella istoria pare che a un tratto la città intera mutasse carattere. Lo stesso avviene a chi oggi guardi tutta insieme l’istoria d’Italia, nella quale ai tempi oscuri suol darsi principio dalla caduta di Firenze. Venezia, che essendo presso che sola rimasta libera, divenne allora più italiana, raccettò e fece sicuri poi molti degli esuli fiorentini. Abbiamo gli Statuti d’una Confraternita di questa nazione, fondata prima da coloro che pei commerci abitavano Venezia, ma poi cresciuta pel grande numero dei fuorusciti e riformata nel 1556: quel santo vecchio d’Iacopo Nardi era Governatore della Confraternita e forse autore dei nuovi Statuti.[239] Di maggior tempo era la colonia dei Fiorentini sulle rive del Rodano, dove i nuovi esuli trovarono molti antichi avversari della Casa Medici e altri esuli andati prima che sorgesse questa Casa; non poche famiglie piantate in Avignone pel soggiorno dei Papi o che in Lione tenevano banchi e industrie fiorenti, diedero ai loro casati desinenza francese e vi acquistarono qualche lustro.[240]

Fuori di Firenze non venne fatto al nuovo Stato di usare rigori perchè in nessun luogo aveva trovato resistenza, salvo in Arezzo, città dove sono le volontà subite e dove un atto inconsiderato aveva data occasione ad altri disegni. Dappoichè Arezzo, come dicemmo, si fu ribellata, un certo da Bivigliano soprannominato il Conte Rosso la teneva in custodia ed ai voleri del Principe d’Orange, il quale sperava d’averla in premio delle sue fatiche e farsene un feudo: questi essendo morto, v’entrarono gli Spagnoli per conto del Papa, il quale alle suppliche degli Aretini per la indipendenza, rispose essere egli fiorentino e amare la gloria della sua patria; dipoi avendo avuto in mano il Conte Rosso, lo fece impiccare in Firenze come ribelle e traditore. In Pisa non venne certo dal popolo dei Pisani il breve ostacolo che ivi trovarono il Vitelli e il Maramaldo, ma dalla virtù di un Capitano Michele da Montopoli che vi restò ucciso. Nelle altre Provincie, le terre minori quasi da per tutto avevano accolto i Commissari pontifici per affezione al nome dei Medici. La dominazione d’un popolo libero è sempre dura sopra le terre suddite, perchè fu prodotta dagli odii scambievoli e ha più moltiplici le oppressioni: ma un Principe guarda più all’intero Stato, dove a lui giova che sia eguaglianza. Inoltre i popoli del dominio, soliti a portare il peso e il danno delle tante mutazioni e delle guerre, senza il beneficio della libertà, desideravano un governo che sopra ogni cosa cercasse la quiete. Grande era il bisogno che ne avevano le città smunte e vessate dal succedersi delle soldatesche; tra le altre Volterra, presso che deserta. I campi rimasti senza cultura e senza braccia soffersero anche dalla intemperie delle stagioni, le quali andarono contrarie due anni; alle miserie della fame si aggiunsero i morbi. Un Magistrato che si chiamò dell’Abbondanza, fu istituito a provvedere d’allora in poi affinchè i viveri non mancassero per tutto lo Stato.

Baccio Valori col grado di Commissario generale aveva il governo della città e da principio la mente del Papa; era venuto a risiedere in casa Medici, dove tutte le faccende facevano capo, ivi radunandosi un nuovo Magistrato degli Otto di Pratica, dove Clemente aveva posto i suoi più stretti e confidenti. Questa come reggia era guardata da soldati tedeschi, i quali per maggior sicurezza occupavano anche la chiesa vicina di San Giovannino: il Commissario quando usciva fuori aveva una guardia. Anche il Palagio pubblico era ben guardato da’ Tedeschi per impedire ogni tumulto popolare, e perchè dalla Signoria non si pensasse nè praticasse alcuna cosa contro al Governo, dovendo questa essere ivi a ornamento e per apparenza. La Balìa, che era prima di dodici, fu accresciuta in più tempi, nominando essa medesima Aggiunti o Arroti che si accostarono ben tosto ai centocinquanta, dalla confermazione dei quali avevano forza tutte le leggi; e queste da essi erano ratificate sulla parola d’un Cancelliere che le poneva loro innanzi. Il Cancelliere Francesco Campana, letterato di qualche nome, scriveva poi nel libro chiamato il Cronista di Palazzo, quello che più occorresse o che piacesse ai reggitori. Si fece ancora uno squittinio, al quale avendo chiamato un numero di dugento, lasciarono imborsare tutti quei nomi che tra essi avendo vinto il partito, potessero quindi essere estratti agli uffici di dentro e di fuori, eccetto però a quelli di più importanza che si davano a mano e a piacimento del Papa e di chi per la Casa dei Medici teneva il grado in Firenze.[241] Tali ordini soddisfacevano bene all’ambizione di molti cittadini minori, ma non empievano l’ingordigia di pochi maggiori.