NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

—In questo libro vengono usate molte doppie accentazioni e doppie dizioni; sono state quasi integralmente mantenute per aderenza all'opera originale.

—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell'opera originale. L'immagine è posta in pubblico dominio.

—Le note a piè di pagina sono state riunite in fondo al libro.


G. CARDUCCI

CONVERSAZIONI CRITICHE


4º Migliaio


ROMA

Casa Editrice A. Sommaruga e C.

Via dell'Umiltà.—Palazzo Sciarra


1884.

CONVERSAZIONI CRITICHE

G. CARDUCCI

CONVERSAZIONI CRITICHE

4º Migliaio


ROMA

Casa Editrice A. Sommaruga e C.

Via dell'Umiltà.—Palazzo Sciarra


1884.


PROPRIETÀ LETTERARIA


ROMA—Tipografia dell'Ospizio di S. Michele
in esercizio di Carlo Verdesi e C.


PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO

Nella Nazione di Firenze
23 settembre 1861.


PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO

Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne'due scritti del dott. C., intitolati I beni della letteratura e I mali della lingua latina, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile.

Ma noi amiamo e desideriamo il vero in tutto e per tutto: noi, abborrendo dalle comode declamazioni, crediamo non si possa comprendere in un odio e uno spregio sistematico tutto intero un secolo, tutta intera una letteratura, senza dissimulare molti fatti, senza sforzare molte illazioni, senza falsare molti giudizi; e, quando procedesi con buona fede e con animo volto al bene, com'è di certo il caso del signor C., senza involgersi in contraddizioni che nocciano capitalmente all'assunto. Anche noi anteponiamo di gran lunga, almeno quanto il signor C., la letteratura di Grecia alla romana, la trecentistica nostra a quella della seconda metà del Cinquecento. Il signor C. per altro, in quel che tócca della civiltà romana e della letteratura di tutto il Cinquecento, ha fatto ne'suoi scritti uno stillato, un sublimato, per cosí dire, delle opinioni del Balbo e del Cantú, e troppo ai loro asserti si affida, troppo si abbella fin delle loro citazioni. Ma il Balbo e il Cantú, oltre che in letteratura e in filosofia non attinsero sempre alle fonti, vollero anche giudicare la storia e la civiltà cosí antica come moderna dal solo punto di vista cattolico.

E a noi sa di fazione, dottor C., della fazione che spinse il cristianesimo all'intolleranza, alle persecuzioni, agli sperperi delle arti antiche, agli abbruciamenti delle biblioteche, fra cui esultava lo spirito selvaggio di Orosio, il prete spagnolo che poi doveva insultare all'eccidio di Roma, quel proscrivere, come voi fate, quel bandire all'odio universale tutta intera una civiltà, che improntò gran parte di mondo di quella unità meravigliosa onde s'aiutò poi il cristianesimo, che lasciò all'Europa il retaggio della sua legislazione, delle sue costituzioni, del suo senno pratico: la civiltà che sola diè all'Italia l'idea nazionale, da' cui frantumi risorse colla forma dei Comuni la libertà popolare, col simbolo dell'impero il concetto dell'unificazione. Quando voi dite che la civiltà romana ai nostri giorni farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane, non c'è bisogno di confutarvi: simili sentenze portano nella loro esagerazione la loro condanna: ce ne appelliamo al Vico, da voi non degnato mai di né pur nominarlo. Né la letteratura romana ha bisogno delle nostre apologie, per non essere reputata ordinariamente sotto il livello della mediocrità e congegnata sempre sulla piú gelata apatia del sentimento: né del nostro aiuto han bisogno Cesare, Cicerone, Tacito, Virgilio ed Orazio, per rimanersene fra i piú grandi scrittori delle nazioni civili. Vero è ch'indi a poco voi salutate Tullio grande oratore, parlate dei canti immortali del castissimo Virgilio, onorate Tacito del titolo d'ingegno superiore al giudizio di qualunque non si levi all'altezza del genio. Come ciò possa stare con una letteratura ordinariamente sotto il livello della mediocrità, altri vegga: noi facciamo plauso alla buona fede. Del resto né pur gli argomenti che voi portate contro l'insegnamento della lingua e letteratura latina son nuovi: né voi, scrittore del Prete e il Vangelo, avete sdegnato di seguitare il canonico Gaume e il padre Ventura: basti dunque ricordare ai nostri lettori le risposte del Thiers, del Gioberti e dello stesso Tommaseo.

Ma non posso lasciar senza nota questa singolare asserzione: «E chi insanguinò sí atrocemente la rivoluzione dell'89, se non gli alunni della lingua e della morale latina?» Caro ed egregio dottore, la non fu colpa del latino, se un popolo gentile e cortese, se un'assemblea di filosofi umanitari dovettero ripurgar la Francia nei lavacri di sangue del 1792 e 93: tali eccessi furono dolorosa conseguenza dei piú grandi eccessi di un clero, il quale, se voi aveste scritto Il Prete e il Vangelo poco piú che un secolo fa, avrebbe fatto ardere per man del carnefice il vostro libro se non pur voi; dei piú grandi eccessi del feudalismo, il quale, se voi foste nato vassallo, come venti milioni d'uomini su a mala pena cinquecento, dava ad ognuno di quei cinquecento il diritto di riscaldarsi i piedi agghiacciati nel vostro ventre sparato, di salir primo nel letto della vostra sposa, o dottore. E il clero e il feudalismo non furono istituzioni della civiltà romana, che farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane.

Veniamo alla letteratura del Cinquecento. Prima di tutto, se il dottor C. avesse attentamente seguíto il filo della tradizione romana dalla caduta dell'impero a tutto il secolo decimoterzo, ei non avrebbe detto che il Boccaccio fu il primo a far romane le nuove lettere; perché appoggiata d'una parte alle ruine del Campidoglio e al sorgente Laterano dall'altra avrebbe veduto dominar sempre su l'Italia la civiltà latina; perché nelle origini, nelle istituzioni, nelle glorie dei Comuni avrebbe veduto l'orgoglio del nome romano, lo avrebbe sentito nelle cronache, nei romanzi, nelle feste, nei canti; perché, a ogni modo, fu Dante il primo a far romana la letteratura dei Comuni italiani. E il quadro che il dott. C. delinea del Cinquecento è troppo ristretto, troppo vago, troppo caricato in certi punti e falso in certi altri, troppo copiato alla cieca dal libro XV della Storia Universale del Cantú, che tutti sanno non esatto né imparziale scrittore.

E ben si pareva, anche senza ch'ei ce lo dicesse, che il dott. C. non ha piú che scartabellato gli autori del Cinquecento: il che, se può bastare a buttar giú piú o meno calorose tirate, è poco a dar giudizio d'un secolo, il quale, se altro non avesse avuto che Venezia combattente contro tutta l'Europa, e le difese di Firenze e di Siena; se altro non avesse avuto che l'alterezza nazionale onde sotto il dominio straniero conservò purissimo il carattere paesano e ne improntò Francia Spagna e Inghilterra ad un tempo, e il senso squisitissimo e il culto amoroso del bello, che è sempre morale di per sé; se d'altri nomi non si gloriasse che del Machiavelli, del Guicciardini, dell'Ariosto, di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, del Tasso, del Sarpi (non metto come il dott. C. fra i cinquecentisti il Savonarola), avrebbe sempre diritto a esser gloriosamente ricordato fra quei secoli ne'quali il genere umano diè piú larga prova della sua nobiltà. Ah, signor C., ben pochi segni dell'alfabeto ci vogliono e pochissimi secondi occorrono a scrivere di queste righe «l'impudenza di abdicare i diritti del cittadino e di rinnegare la terra dei padri è un tristo privilegio dei cinquecentisti:» ben poco ci vuole! Ma, quando voi infamavate cosí molte generazioni d'italiani, non vi sorsero per un istante dinanzi agli occhi la greca figura di Francesco Ferruccio, non la romana di Andrea Doria, non la italianissima del Burlamacchi? E lo spasimo di un'anima e di un ingegno sublime tra l'ideale di una patria libera e grande e la realtà d'una corrotta politica, non lo sentiste voi mai nelle acerbe pagine d'un Machiavelli e d'un Guicciardini, le quali pur nel disperato scetticismo sono de'piú gloriosi monumenti del senno e della eloquenza italiana? E nel poema e nelle satire dell'Ariosto non vedeste la piú gran fantasia dell'Europa, che dalla trista verità del servaggio si ricovera nel campo della libera idea? E nei comici, nei novellieri, nei satirici non avete sentito erompere un concetto accarezzato dagli italiani, fin nel secolo decimoterzo, il concetto della riforma e della libertà di conscienza?

Ma voi conchiudete: «L'epoca che è corsa fra Dante e il Parini è una faticosa parentesi che interrompe il processo cronologico della letteratura italiana—parentesi che non ha relazione col suo contesto, ed è cosí estranea alle leggi di continuità, che è necessario addentellare la nuova letteratura al Trecento.» Voi avrete le vostre buone ragioni per obliare del tutto, non dirò il Tasso e l'Ariosto, sí il Machiavelli, il Sarpi, il Bruno, il Campanella, il Vico; ma e da vero la letteratura del Parini vi pare da potere addentellare solamente alla trecentistica? Ad altri in vece parrebbe che quel faticoso ed esquisito lavorío dello stile, quella cura della rotondità dei contorni, quelle frequentissime rimembranze mitologiche, non fossero virtú affatto affatto trecentistiche: e'parrebbe che la formazione della poesia pariniana tenesse del latino anche troppo: basti accennare le odi e molti luoghi del poema. E lo stesso può dirsi d'altri sommi della scuola del rinnovamento, i quali meglio mutarono le occasioni e le allusioni che non l'arte stessa, nella quale ritraggono piú dai cinquecentisti che dal Trecento. Ma voi seguitate: «dall'Alighieri al Parini, se si eccettui due canzoni del Petrarca, alcuni sonetti del Guidiccioni e del Filicaia, quattro versi e la vita di Michelangiolo, il Savonarola e il Galileo, sei costretto a traversare quattro secoli di stupido oblio per la patria italiana.» E noi vi regaliamo anche il troppo celebre sonetto del Filicaia: ma e l'ultimo capitolo del Principe, e le Storie del Varchi e del Nardi, e le orazioni del Casa per la lega e altre di altri, e tutto quasi il canzoniere dell'Alamanni, e molte poesie non plebee di cinquecentisti e secentisti, fin del Marini, e quelle del Chiabrera e del Testi, e piú luoghi di poemi famosi, e le Filippiche del Tassoni, e le prose del Boccalini mostrano elleno questo stupido oblío della patria italiana? Lo mostrano molte altre e poesie e prose che giacciono inedite per le biblioteche, colpa la erudizione pusillanime de'nostri critici d'accademia e di sagrestia? E il nome d'Italia non ricorre frequente fin nei versi degli Arcadi? Ben poco bastava aver veduto della nostra letteratura, per non proferire un'accusa sí amara; della nostra letteratura, a cui fu dato taccia di essere troppo egoisticamente nazionale.

Anche, avrebbe dovuto il dott. C., per acquistarsi maggior fede, curar piú la esattezza dei particolari e delle citazioni. Nulla dirò delle poche notizie intorno ai cinquecentisti, ch'egli ha per sua confessione solamente scartabellati, e dove gli errori son piú veramente imputabili al Cantú che non a lui. Ma in certo luogo, dopo aver chiesto il bando della lingua latina dalle scuole, egli, per mostrare con gli argomenti del D'Alembert la impossibilità del recare in quelli studi la critica grammaticale ed estetica, domanda agli uomini di buona fede: «come sentiranno che Virgilio sia cosí trascurato nella lingua da aver ordinato egli stesso la dispersione dell'Eneide, che a noi pare un modello di latinità?» Veramente non è questione di lingua scorretta: Virgilio voleva arso il poema, perché non gli aveva dato ancora l'ultima mano né l'avea terminato (ut rem inemendatam imperfectamque), e sconsigliatone da Seneca e Varo lo legò loro per testamento, sub conditione ne quid ederent quod a se editum non esset, et versus etiam imperfectos, si qui erant, relinquerent: tanto era lungi dal dubitare della correttezza della lingua: veggasi Donato e i biografi tutti. «Come comprenderanno—séguita il dott. C.—che Orazio sia verboso come ne è tacciato da Ovidio?» Veramente il tenuit nostras numerosus Horatius aures non suona rimprovero di verbosità, ma è lode di armonia nel numero e di pienezza di stile: veggansi i dizionari. «Come Cicerone, lo dicono Tacito e Quintiliano, camminasse balzellante od incolto?» Veramente non è Tacito che dice incólto Cicerone: è l'oratore Apro, il partigiano del cattivo gusto, il Tesauro del tempo suo, introdotto nel famoso dialogo da Tacito come antagonista di Messala, seguitatore della buona tradizione, è Apro a cui Tullio sembra non satis expolitus et splendens; quali apparivano gli scrittori nostri del Trecento ai letterati della scuola del Bettinelli e del Cesarotti. E Quintiliano non fa che riferire come Cicerone ad alcuni suoi contemporanei avesse aria di essere in compositione fractior et exultantior: ma quanto debban reputarsi fondati sul vero i giudizi dei contemporanei, impacciati dalle parti politiche o dalle scuole letterarie, non importa avvertire. E le accuse di arcaismo a Sallustio e di patavinità a Livio erano non dell'opinione pubblica, sí d'Asinio Pollione; il quale fu, come a dire, un pedante che andava per la maggiore e si compiacea dei paradossi; archetipo di molti critici de'nostri giorni. Per quel che tócca a Ovidio, non è difficile anche a noi moderni il sentire come il Sulmonese corra profuso quasi sempre e sia dilavato talvolta; e potremmo anche additare i versi ove egli fallisce alle regole inventate di poi. Ma che monta? togliesi con ciò il pregio ad Ovidio di essere uno de'piú copiosi scrittori romani? Anche Dante e il Petrarca e il Boccaccio e il Machiavelli trascurarono piú d'una volta le regole del benemerito Puoti. E il verso d'Ovidio, che il dottor C. riporta come una confessione fatta dal poeta del suo sgrammaticare, Num didici getice sarmaticeque loqui, non significa veramente cotesto; sí è un accenno dello aver egli scritto nella lingua getica: del che piú largamente altrove:

Ah pudet! et scripsi getico sermone libellum.
Structaque sunt nostris barbara verba modis.

Et placui gratari mihi, coepique poetae
Inter inhumanos nomen habere Getas.

Dopo ciò e con ciò tutto io non consiglierei l'Italia di arrendersi al piacere del dott. C. e ad abbandonare nell'istituzione giovanile l'insegnamento del latino. Per simili proposte di demagogica incultura e di sospettoso pietismo, ella n'ebbe alcuna volta di male parole dal Foscolo e dal Gioberti, non pedanti, credo. Del resto, all'Alighieri e all'Ariosto, al Vico e al Manzoni, avere scritto versi latini non guastò mica né l'ingegno né l'animo né la pietà.


IL BUCO NEL MURO

DI F. D. GUERRAZZI

Nella Nazione di Firenze,
3 marzo 1862.

IL BUCO NEL MURO

di F. D. Guerrazzi


Se alcuno, gittando gli occhi su tale argomento di appendice letteraria in un giornale stato sempre avverso ai procedimenti politici di F. D. Guerrazzi, se ne ripromettesse una fitta d'allusioni maligne o di volgarità invereconde, quegli s'ingannerebbe a partito. Di molte cose è ignorante chi scrive la presente appendice; ma questo non ignora, questo fermamente crede e liberamente professa: che lo scrittore, il quale pur essendo di pochissime facoltà rispetta in sé il ministero delle lettere, non ha da sottomettere il pensiero e la penna né al superbo giudizio della opinione creata dalle parti né alla variabile moda; e che a scrittor giovane massimamente si addice la osservanza verso chi formò con l'ingegno potente molta vita intellettuale della generazione a cui egli appartiene, a chi, atleta già provato nella lotta senza fine col male, resta diritto nel campo aspettando e ricercando tuttavia la battaglia, mentre i sorvenienti si perdono dietro a farfalle ed a fiori o scioperano all'ombra de'sacri boschi non da loro piantati.

F. D. Guerrazzi è l'ultimo superstite degli illustri toscani, che nella metà prima di questo secolo resero onore e diedero impronta propria e rilevatissima alla letteratura che oso ancora chiamare toscana, della quale ognun sa quanto bassa fosse caduta nel secolo scorso. E ognun sa come dal '15 in poi prevalesse in Italia la scuola in prima solamente lombarda, poi anche piemontese; la quale era messa in atto da quel comune impulso, che respinse le nazioni d'Europa dalla imitazione francese del secolo decim'ottavo alle loro origini, alle antichità loro storiche e letterarie, ma che pur ritenne qualche cosa del carattere rivestito in Germania, nella Germania della Santa Alleanza, onde mosse da prima, e ove fu per qualche tempo riazione non solo contro la conquista francese ma contro la rivoluzione incarnata nella repubblica e nell'impero invadenti. Anche nella Francia avemmo a udire il Lamartine e l'Hugo, trasportati da quel movimento un po' cieco e furioso, declamare nei loro princípi contro la rivoluzione e l'89. Non furono sí ciechi i nostri, lombardi e piemontesi: ma pur si ristrinsero in un cristianesimo un po' troppo stazionario, piú disposto, per dirla con Dante, a patire che a fare; vagheggiarono di soverchio il medio evo cosí per la rappresentazione artistica come nell'essenza storica: onde il neoguelfismo, che fu un male: onde la confederazione italiana col papa a capo, che altri seppe accortamente pescare nei loro princípi e nei loro dettati. Che se alcuni potenti d'ingegno e di volontà giunsero a liberarsi dalle conseguenze ultime di certe premesse, abbiamo tuttavia recente l'esempio d'uno scrittore di quella scuola, che ha mostrato apertamente non poter menarci buona l'unità; la quale oramai è pur condizione necessaria ed unica del nostro esser civile. Allora fu bello veder la Toscana levarsi d'un tratto a contrastare non di lingua né di forma, ma di pensieri e di massime; levarsi a difendere la vecchia tradizione del suo Dante, del suo Machiavelli, del quasi suo Alfieri. Nell'alta Italia tutto informava, con forza vera e nuova tra noi, la personalità di Alessandro Manzoni: egli la fonte da cui scaturivano la politica e la storia, la filosofia, la poesia, il romanzo. Se non che egli, con quel senso squisito di convenienza che è primo carattere, anzi, direi, grandissima parte del suo ingegno, non avea forse mai trasmodato: sí trasmodarono gl'imitatori e seguaci. E allora l'autore del Nabucco insorse alla sua volta col Procida e coll'Arnaldo; allora contro gl'innaiuoli e gli scrittori di ballate, contro i menestrelli e trovatori in caricatura, contro i genii incompresi e non comprendenti, contro gli arcadi nuovi, insorse la lirica satira del Giusti; allora contro i romanzi moltiplicati sino al fastidio da ispirazioni e reminiscenze feudali di sagrestia insorse F. D. Guerrazzi col maggior suo romanzo, ove protagonista è il popolo, catastrofe la caduta della libertà e dell'Italia. E a questi tre scrittori massimamente si ha obbligo, se la Toscana, non ostante la sua gloriosa autonomia, non ostante le tradizioni di democrazia recenti e vive nel suo popolo, gridò prima l'unità, trascinò seco nel concetto dell'unità tutta Italia. Questa giustizia dovevasi alla scuola letteraria toscana e all'ultimo superstite rappresentante di lei.

Parlare in genere dei difetti d'arte che son nei romanzi dell'illustre scrittore sarebbe inutile, quanto discorrere i pregi di quello del Manzoni. Chi non sa che quei difetti gli ha confessati in certi luoghi l'autore stesso? Chi non sa che quel suo ingegno altero, solitario, chiuso in sé, che trae la ispirazione piú dall'uno che dal molteplice, piú da dentro sé che dal di fuori, non gli permette di variare atteggiamenti e colori, meglio condensa il suo raggio affocato sopra certe figure e scene fantastiche di quello che non si allarghi chiaro e sereno nella vita esterna reale? Chi non sa che, a guisa del poema di Giorgio Byron, il romanzo del Guerrazzi precipita, come torrente, di cascata in cascata, e cerca rupi e scogli contro i quali infrangersi spumeggiando; piuttosto che si devolva pieno ed eguale nell'analisi graduata dello Scott, come fiume in lati e declivi meandri? Ma e chi può negare la potente originalità dello scrittore livornese? Mi si permetta, poiché non mi soccorre un termine di raffronto dalla storia letteraria nostra, di ricorrere a quella delle arti. Il Guerrazzi fra i romanzieri del tempo mi pare quel che Piero di Cosimo fra i pittori dei primi anni del secolo decimosesto. (Non mi si faccia per questo l'ingiuria d'intendere che io voglia agguagliare tutti gli altri nostri romanzieri alla bella scuola pittorica del Perugino e del Ghirlandaio). Figuravano gli altri bellezze ineffabili di vergini e sante: Piero, mostri stupendamente orribili. Studiavansi gli altri di delibare dalle parvenze divine della natura il fiore ideale, e aggraziarla: Piero si piaceva di veder selvatico ogni cosa, e voleva che gli alberi e le viti dell'orto suo cacciassero e stendessero a loro talento intatti dal pennato e dal ronchio i rami ed i tralci, allegando che le cose della natura bisogna lasciarle custodire a lei senza farci altro. Proponevansi gli altri i modelli che quella età porgesse migliori: egli guardava a lungo nelle nuvole, e ne cavava di strane battaglie equestri e le piú fantastiche città e paesi che si vedessero mai; anche amava i diluvii grandi delle acque che si rovesciassero dai tetti stritolandosi per terra. Gli altri rallegravano l'Atene italiana del Cinquecento con le piú liete e vaghe mascherate del mondo: egli spaventava i fiorentini, troppo tosto dimentichi del Savonarola e troppo improvvidi della servitú, sorveniente, col Carro della Morte. Altro tipo somigliante al Guerrazzi scrittore l'abbiamo in Michelangiolo da Caravaggio. Sórto egli pittore senza maestro, tra il fiorire de'Caracci, per dispetto degli arbitrii accademici e delle leggi convenzionali si gittò sotto i piedi ogni regola. ogni legge, e l'antichità e il disegno: per odio ai coloritori del tempo, ei dipingeva in uno studio tutto tinto a nero, ove la luce pioveva scarsa da un solo e alto spiraglio. Onde ne'suoi dipinti le ombre vigorose e taglienti, rilevati i contrasti del chiaroscuro, il tócco vigoroso; ma e scorrezioni e durezze inevitabili. Aggiungi che il Caravaggio presceglieva, a dipingere, assassinii e avventure paurose, ruine e cadaveri, e che nei quadri per le chiese sgomentava e disgustava i divoti con la cruda verità. Ma tutto questo, odo dirmi, è egli bene? Tutto tutto, non credo. Per altro ai tempi in cui il convenzionale predomina, o in cui, a malgrado delle pretensioni e presunzioni superbe, tutto è appianato e livellato a un esempio né alto né bello, tutto è intonacato e scialbato come le facciate delle chiese de'gesuiti, questi contrasti acri, avventati, è bene che ci sieno.

Di tal guisa F. D. Guerrazzi ha compiuto il ciclo de'suoi romanzi di antico argomento. Dopo narrato la caduta della libertà e preso vendetta dei percussori ed eredi di lei—imperocché l'Assedio, l'Isabella Orsini, la Beatrice Cenci possono riguardarsi come una trilogia sanguinosa, della quale la Battaglia di Benevento è il prologo, e la Veronica Cibo il picciol dramma satirico—ora mostra di voler modificare la sua prima maniera, piegando ai tempi moderni col Pasquale Paoli, ed anche al romanzo di carattere o di costume contemporaneo con questo Buco nel muro.

Io per me amo il romanzo di costume e d'argomento moderno a preferenza del racconto storico. Oggi gli spiriti sono piú quieti, e certe cose si possono dire. S'intende bene che il romanzo storico avesse una ragione d'esistere in Scozia, la terra delle ballate, la terra ove le tradizioni passano modificandosi di generazione in generazione per le leggende dei clan. Ma in Italia, ove in cambio delle leggende abbiamo le inesorabili cronache, le quali segnano il giorno e l'ora non che l'anno d'un avvenimento; in Italia, dove la poesia popolare contenta a cantare cosette d'amore o di devozione non s'è brigata mai delle vicende patrie, dove la epopea storica propriamente detta non ha potuto allignare; in Italia il romanzo storico poté e potrà essere uno sforzo d'ingegni piú o meno felice, non mai un genere di letteratura propriamente nazionale e vivace. E, per tornare al Guerrazzi, tenendo io il romanzo di costume contemporaneo per piú artistico, per piú necessario e utile, per piú accessibile alle moltitudini, che di fatto nei romanzi storici gustano meglio le parti d'invenzione e di affetto, mi rallegro di vederlo preso a trattare da uno scrittore illustre, e spero ch'ei ce ne darà esempi originali e che durino all'ammirazione e allo studio dei lettori. Ma F. D. Guerrazzi, il quale sbozza piú che non finisca, e riesce ne'tócchi arditi meglio che nei contorni, nelle tinte vigorose meglio che nelle sfumature; il Guerrazzi, il quale si trova a suo agio fra le nature scabre e forti della storia antica e tra quelle de'Còrsi; potrà egli accomodarsi a delineare, a miniare le figurette lievi e sfuggenti della bella e buona società contemporanea? Questa è la domanda che si movono molti fra gli ammiratori dell'autor dell'Assedio, del dipintore terribile della cena e del laboratorio di Francesco de'Medici. Rileggiamo Il Buco nel muro.

Nulla d'orribile, nulla d'ostentato o di sforzato negli avvenimenti e nei caratteri: niuna dose, per quanto minima, di quegli eccitanti, che la imitazione francese suole intromettere in siffatti romanzi. Semplice e piana è la storia, una breve storia di famiglia. Vediamo e udiamo ne'due primi capitoli uno zio, buona pasta d'uomo strano, tutto cura e amore per la casa e per un nipote che s'è rilevato e tirato su orfanello. Non però dovete credere che il signor Orazio sia uno di quei soliti zii da commedia, il cui tipo primitivo è il Micione terenziano; di quegli zii buontemponi, ben pasciuti, tutti ciarla volgarmente assennata, che lasciano correr l'acqua alla china. Il signor Orazio è un uomo ora arruffato come un istrice, ora soave come una colomba; che pensa come non pensano gli altri, e dalle cose chiarissime curiosamente osservate deduce le piú nuove conseguenze; che per le follie e le tristizie del mondo ha un cotale suo riso, velato talor da una lacrima, terminante piú spesso in un fremito: sopra tutto grande amatore del parlar figurato e delle digressioni. E Marcello, il suo degno nipote, specialmente nel considerar le cose dal lato piú lontano, e specialissimamente nell'amore delle digressioni, tien tutto dallo zio, se pure, per la maggior caldezza della gioventú, non lo vince. Sta fra i due la Betta, vecchia donna di casa, una di quelle che in una famiglia priva di capo femminile pigliano il sopravvento sul padrone, e dimostrano la loro potenza con la famigliarità rispettosa verso di lui, con l'affettuosa protezione verso i minori. La Betta, figura gioviale e arguta, dall'aria serena e sicura, fra zio e nipote pensanti e parlanti a ghirigori, rappresenta il buon senso popolano, che vede le cose dall'aspetto piú ovvio e piú vero, e pensa dirittamente, e parla alla buona, benché talvolta si lasci prendere a certe lustre per fin di bene; è una specie di Sancio Panza in gonnella, senza la goffaggine del bravo scudiere della Mancia. Ma il signor Marcello, conoscendo per prova l'arrendevolezza dello zio non ostante le dure apparenze, gli avea levato la mano; e di scapataggine in scapataggine era venuto tant'oltre da rasentare la via della colpa. Fatto un animo risoluto, lo zio lo fornisce del necessario viatico, e lo conforta a correre il mondo e non tornarsene a casa se non mutato in altr'uomo e dopo cinque anni. Ne corrono intanto due; il cui spazio è occupato nel racconto da un capitolo ove si dimostra piú apertamente al lettore l'animo e la vita del signor Orazio, e da un altro, ove, perché il lettore non prenda scandalo del terribile salto di due anni, gli si fa la storia delle origini e delle vicende del romanzo. Ma il zio Orazio, per quanto non voglia farne trasparir nulla, è tormentato dal pensiero di Marcello, e ne discorre una sera con Betta: quando a un tratto si spalanca l'uscio ed eccoti niente meno che Marcello in persona. Il quale fa in tre capitoli la narrazione, un po' piú lunga di quella d'Enea che dura due libri, de'suoi viaggi, de'suoi travagli, della sua conversione; come, reputasse bene non recarsi oltre Milano; come dato fondo al denaro, tornasse a pigione in una soffitta; come volendo appendere una immagine alla parete facesse un buco nel muro, buco in grazia del quale egli torna Rinnovellato di novelle fronde, Puro e disposto a ... a far che, vedremo piú sotto. Imperocché vide per quel buco una donna, una bellissima e pietosa e misera donna che sosteneva col lavoro delle sue mani e con amorosissime cure confortava un ammalato. Era la signora Isabella, figliuola di un ricco banchiere, e contro al volere del padre moglie a un pittore, che, sfogato l'ardor primo, si chiarí indegno di lei, ed è l'ammalato. Come ne fosse Marcello súbito preso, per quali casi giungesse a parlarle, a sovvenirla d'efficace aiuto, a patir le sue pene, leggetelo nel racconto del giovine. Uditolo, il signor Orazio senz'altro chiude il nipote in camera, trotta a Milano a vedere con gli occhi suoi qual sorta di amore fosse quello della signora Isabella; e trovato che è del buono, e provatosi in vano a riconciliarle il padre, il banchiere Omobono, se la porta a Torino e la dà in moglie a Marcello. E tutto finisce con un bel figliuolo maschio; al quale, perché nulla si abbia in fine a desiderare, fa da padrino il pentito Omobono.

La storia è dunque per sé semplicissima; lo svolgimento naturale, aspettato. Ma tutto acquista aria di novità e varietà singolare dal modo del racconto. Il quale definire è difficile: mi proverò per via di paragoni. Mi pare che l'illustre autore anzi tutto abbia saputo ringiovanire la novella antica italiana, con gli allegri suoi motti, con la sua eloquenza argutamente ed elegantemente ciarliera; ed abbia saputo accortamente accoppiarla a quel burlone finissimo, incisivo, accigliato, che è il romanzo di costumi inglese. Per quanto la sembianza della storia pubblicata dal Guerrazzi sia italiana, pur tuttavia, chi cerchi sottilmente, piú d'un lineamento gli parrà di scorgere, che rammenta una parentela col zio Tobia e con Tristano Shandy. Potrebbe anche assomigliarsi a una pittura domestica fiamminga, in cui le oneste scene borghesi fossero a quando a quando interrotte da qualche gruppo del Callotta, mentre sorridono e scherzano in disparte alcuni putti del graziosissimo Albano. Forse delle digressioni tanto care allo Sterne ne ha troppe il Guerrazzi. Ma chi vorrebbe dirgliene parola in contrario, quando egli stesso mostra di tenersene, come d'argomento a rivolgersi, di mezzo al racconto, da qualunque tempo, da qualunque luogo, al lettore, e intrattenersi con lui di ciò che piú gli preme? E, o digressioni o episodi che si vogliano dire, ve ne ha in questa storia di bellissimi. Chi lettala una volta non ricorderà poi spesso la rassegna dei marenghi, la maledizione al libraio Tapputi, la questione e il contratto di Marcello col prete per conto del funerale, il banco dell'usuraio, e vai discorrendo? Aggiungi che il racconto acquista due tanti di vivezza dall'abbondanza cordiale della lingua parlata toscana, e dal maneggio de'suoi scorci, de'suoi tropi, de'suoi proverbi; il tutto saputo destramente contemperare alla bella lingua dei novellieri e dei comici antichi, contemperamento che a nessuno fino a qui era avvenuto di fare in modo che piacesse, a nessuno, se non, pare a me, al Guerrazzi.

Il quale nel Buco nel Muro ha forse scelto quella forma sotto cui il romanzo contemporaneo può meglio arridere all'autore dei Nuovi Tartufi. Ma noi desidereremmo, e il desiderio non paia importuno, che egli volgesse il pensiero e la fantasia anche a un altro punto. Perché non dipinge egli in qualche racconto le virtú occulte e illaudate, la vita operosa e paziente, la fede e i sacrifici della plebe? Perché non ravviva della sua potente parola la memoria di tanti eroi popolani che han prodotto negli ultimi anni le nostre città? Perché il Pasquale Sottocorno rimane senza fratelli?

LA DORA

MEMORIE DI GIUSEPPE REGALDI

Nella Rivista bolognese,
fascicoli dell'agosto e del settembre 1867.

LA DORA

Memorie di Giuseppe Regaldi

I.

Francamente, io preferisco la prosa del Diderot, per un esempio, a quella dello Chateaubriand, e di gran lunga poi il Voltaire al Lamartine. Ma a dirne la ragione mi troverei un po' sgomento; tanto ella è semplice, che ai gran tiratori di formole risica di non parere né meno una ragione: in somma, è che io amo la poesia in poesia e in prosa la prosa. Cosí che, quando veggo di questi libri divisi, non a capitoli, ma a cifre romane in quella specie di stanze epiche tanto oggigiorno alla moda, come diceva il Sainte-Beuve a punto di certe storie del Lamartine, quando veggo della prosa divisa per istrofe, novantanove per cento io quel libro non lo leggo. Gli è che i razzi a lung'andare mi stufano. E coteste strofe di periodetti con la loro imaginetta ciascuno, montano, montano, fin che vadano a incappellarsi di una grande imagine finale, il coronamento dell'edifizio; proprio come il razzo che fila via per l'aria serpeggiando con quella sua striscia scurastra e fischiante, poi ricasca in una momentanea pioggetta di piú colori, poi tutto finisce in un fumacchio. Ora, a veder tirare un quattrocento razzi un dopo l'altro, resistereste voi, o lettori? E né pur io a leggere quattrocento pagine di prosa a strofe; tanto piú essendovi il pericolo ognora imminente d'un agguato. Dico di voi, traditrice imagine, brigante epifonema, assassina iperbole, che, mentre sono in vena, puta il caso, di sillogizzare su quel che leggo, mi cogliete al canto, e levatomi a mezza vita nell'aria mi urlate: Pover uomo, tu non ci aspettavi qui! o un po' di emozione, o sei un imbecille.

II.

Capitandomi da prima alle mani la Dora del prof. Regaldi, io mi mossi, non ostante la partizione per cifre romane, a svolgere il libro, dietro questo ragionamento—Il Regaldi, quando vuole scrivere in poesia, sa scrivere versi ben numerosi e di vena (ricordavo specialmente l'Armeria reale e la Umanità): onde il bisogno di apparire poeta a ogni piè sospinto anche in prosa per lui non è urgente. Ancora: il Regaldi, quando vuole scrivere in prosa, ha mostrato di saperlo fare con larghezza e con determinazione di stile ad un tempo (e ricordavo i saggi su Parga, su 'l Capodistria, ed altre belle pagine staccate d'un viaggio per l'Ionio): onde questa Dora sarà di certo imaginosa, che non è male; ma sarà anche ragionevole e ragionata, che è bene anzi tutto. Di piú, aggiungevo, se la prosa poetica è un genere letterario (che ne dubito), in quel che è descrizione di viaggi dee fare men trista prova anche a cui non le sia favorevole molto. Nel viaggio in fatti, massime per paesi di montagna, lo spirito della natura mescolandosi a quello dell'uomo lo rinfresca quasi ed assottiglia; onde la maggior prontezza a comporsi o ricomporsi, di su i diversi aspetti che gli si presentano, altrettante reminiscenze e fantasmi; e la varietà degli oggetti succedentisi sempre nuovi e diversi porta seco la molteplicità delle imagini, e la varietà dei toni e dei colori rende, quasi direi, probabile anche la partizione della prosa per istrofe. In fine mormoravo fra me e me questi versi del poeta:

Vidi fiumi tra campi ubertosi,
Vidi laghi tra chine fiorite,
Città prische, famose bastite,
Monumenti dell'italo onor.

Ma il pensier piú soave, piú santo,
Che i disir di mia vita nudría,
Fu il pensier della valle natía,
Dei primi anni castissimo amor.

A questo amore per il paese ove uno è nato risponde sempre l'animo di chi non si avvezzò ad ammirare fumum et opes strepitumque. Mi crebbe quindi il desiderio di sentire come il Regaldi, reduce di Grecia e di Soria, ritrovasse e dipingesse una valle del suo Piemonte: e prima lessi la Dora di séguito, poi la rilessi in piú punti; e tuttavia con piacere.

Non si aspetti però il lettore che io gli riferisca qui per filo e per segno ciò che la Dora contiene. Prima di tutto, la critica a modo d'indice a me non garba: e poi questa è della Dora la seconda edizione dopo quella del Sessantacinque, il che in tanta scarsezza di chi legga libri è non mediocre lode all'autore: finalmente di sì fatti libri non si può dare un epilogo. Se io dovessi dire che cosa è propriamente la Dora, la definirei una guida dal Monginevra a Torino composta da un poeta e insieme un itinerario poetico composto da uno studioso delle patrie antichità. Il Regaldi, benché poeta e in sua gioventú improvvisatore, studia i suoi soggetti con amore, anzi con ostinazione. Per comporre l'ode sul telegrafo elettrico, si dice ch'ei stésse chiuso qualche diecina di giorni in un gabinetto di fisica, tormentatore assiduo del professore e dell'assistente. Dell'Armeria reale v'è chi preferisce alle ottave le note illustrative: per me è uomo di poco gusto, ma egli afferma di amar l'erudizione. Anche per questo libro su la Dora v'è ragion di credere che il Regaldi abbia rifrustato molte cronache e memorie paesane, e il nome del Cibrario che spesso gli ricorre sotto la penna ci è arra di sicurezza.

Di che ne viene una varietà notevole di materie e di stile. V'è l'idillio a canto all'ironia, la descrizione olezzante di fiori con la dissertazione polverosa dalle biblioteche, e dialoghi, e apostrofi, e anche visioni. Qui, un paesaggio e una pittura di costumi; lí, una leggenda feudale e religiosa; appresso, la storia d'un convento e la narrazione di una battaglia; qua un ospizio di frati, là un monumento romano; e poi un miracolo, e poi un colloquio di politica. Re, monaci, santi, guerrieri, montanari, industriali, artisti, poeti, si succedono dal Monginevra al Moncenisio, per le Chiuse e alla Novalesa, sul Pirchiriano, a Torino, a Superga, a Sántena.

Anche di miracoli parla il Regaldi; e fa bene. La composizione di coteste tradizioni giova agli studiosi per sorprendervi e raffrontare fra loro le costumanze e le facoltà d'una famiglia di popoli. Vero è che egli appartiene a quella scuola poetica che adoperava assai il soprannaturale, a quel modo che certa scuola pittorica fece grande sciupío di azzurro di Prussia a fine di ristorare il cristianesimo. Non però il Regaldi metterebbe pegno per acquistar fede ai miracoli ch'egli racconta. È ben capace di stare a udire con faccia tosta un da ben parroco che gl'infinocchi il racconto di non so che pisside portata via da certi soldati, e che poi fece un buco nei sacchi delle salmerie militari, e se ne rivolò tutta raggiante al suo posto: ma dopo ciò fa una crollatina di capo, conchiudendo «Lascio il miracolo sotto le arcate della chiesa parrocchiale» ecc. ecc., e passa a sbizzarrirsi con l'Inquisizione e suoi nefandi processi alle streghe o masche. Ancora: il Regaldi s'intrattiene volentieri a chiacchiera con preti e frati, e spesso ha da lodarsi in buona fede, e io lo credo, del fatto loro; non sí però che un sorrisetto fine insieme e bonario non gli scappi talvolta. «Che v'è di nuovo a S. Antonino? (un paese qualunque della montagna). Di veramente nuovo, mi fu risposto, abbiamo il prevosto Agostino Belmondo, accolto ora con feste popolari. Annessa alla prepositura v'ha la pingue rendita di cinque mila franchi, che il neo-prevosto saprà usare piamente, perché evangelico pastore lo annunziano la fama e i versi del bravo sacerdote Don Picco.» È veramente di buon gusto, e contenta tutti, il preposto, Don Picco poeta e gli spiriti forti del villaggio. La religione in somma del Regaldi, come di molti scrittori della sua generazione, è un idealismo, se non vogliasi piuttosto un ottimismo poetico, il quale si allarga a tale una tolleranza che confina da piú lati con lo scetticismo.

Del resto il Regaldi considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura, è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda: per lui non vi sono né scuole né partiti né sètte: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa ed il Révere. È un uomo egregio che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica. Noi in vece, cresciuti dopo il 1849, maturati dopo il '60, siamo una gelida e arcigna generazione. Poco e di rado amammo; meno credemmo; e dubitammo troppo spesso di avere, ove ammirassimo oggi, a ricrederci domani. Abbiamo dell'acredine nel sangue; e molti di noi si vantano di essere d'un partito, credendo in verità che il non aver partito, quando la non sia una figura di parole, debba essere una immoralità. Per ciò quella gran bontà e larghezza del Regaldi non la possiamo accettar per intero: non dico che volessimo in lui un po' di fiele, che anzi in fondo desidereremmo per avventura di esser come lui; ma a noi iconoclasti quel suo voler di frequente rizzar degli altari fa specie. Tutto ciò avvertiamo, a dir vero, non per lui, che avrà benissimo le sue ragioni di far cosí, ma per i giovani e per noi stessi. Per noi stessi, dico; perché anche noi alla fin fine, a sentirci sempre brontolar d'intorno questo fiotto di lodi, abbiamo come pubblico il diritto di gridare: Alto là, rendeteci un po' di ragione.

Il Regaldi, per esempio, afferma di vedere nel discorso di Alessandro Manzoni intorno a' Longobardi connaturate, direbbe quasi, le anime del Muratori e del Vico. Tutto cotesto in un discorso solo non vi par troppo? Aggiungete un zinzin di Dante (e già ci son di quelli i quali per conto loro mandano di pari passo il Manzoni e Dante), ed eccovi, si passi un po' d'iperbole anche a me, eccovi rifatta una specie di padre eterno. Io intanto, dalla parte mia, per quanto possa ammirare l'autore dell'Urania, dei cori dell'Adelchi e dei Promessi Sposi, Vico e Muratori insieme non lo crederò ancora. Mi permette tanto la vostra tolleranza, signori lettori?

Qualche altra volta l'enfasi fa dimenticare al Regaldi il buon gusto. Egli, poeta delle reminiscenze bibliche, si ostina a chiamar Debora del Piemonte la signora Giulia Colombini. Ora la signora Giulia sa troppo bene chi la Debora fosse, e non avrebbe fatto mai quel che ella fece: cioè, se un generale austriaco fosse stato ospitato in casa d'un piemontese amico suo, e se la costui moglie, ospitatolo e datogli mangiare, gli avesse poi, mentre dormiva, piantato tanto di chiodo nella tempia, la signora Giulia non avrebbe cantato per ciò alleluia. Le son cose coteste da farle e lodarle le donne della santa nazione: noi poveri giapetici non siamo tanto perfetti, e dobbiam contentarci delle egoistiche e selvagge virtù di Atene e di Roma. Del resto, nel canto della pretessa ebrea certa energia, come quella dell'indiano che scalpella il teschio del nemico vivo, non manca. Per il nome adunque di Debora son troppo poca cosa dei versi come questi della signora Colombini:

Ma, nuovo Curzio, nel fatal momento
Diede il suo capo il gran Biellese, e volle
Sé stesso per la patria in sacramento:
Scoppiò l'eccelsa polve, e glorïoso
Micca su mille eroi tomba si aderse.

Importa egli provarlo?

Per certi giudizi, del resto, qualcosa è pur da concedere alla maniera di stile adoperata dal Regaldi in questa prosa. E chi mi domandasse che stile è cotesto, mi attenterei di accennare le due figure litografiche che adornano le copertine del libro. In quella d'avanti c'è la Naiade della Dora: tale almeno la dimostrano la classica urna su cui appoggia l'un braccio e il remo che sorregge dell'altro e la ghirlanda di canne: differente dalle antiche ninfe in questo, che ha un po' di camicia per mezzo il seno e una gran gonnella pe 'l rimanente del corpo. È classicismo rammodernato. Nella copertina di dietro si vede un vecchio seduto fra le ruine d'un castello del medio evo, e legge in un gran codice. Probabilmente doveva simboleggiare l'archeologia o l'erudizione storica: ma per me è un bardo, un trovatore, un poeta in somma di ballate e di leggende bell' e buono: chi altro, salvo un poeta sí fatto, si piglierebbe la scesa di testa di leggere al lume della luna e, per dirla col Davanzati, in zucca, come fa l'uomo della copertina? Se non che, ficcategli ben bene gli occhi in viso a cotest'uomo; e vi riconoscerete in fondo il buon compagno, e pratico a sufficienza della vita di questo mondo: come pure, riprendendo a vagheggiare la Naiade d'avanti, non c'è caso che quel viso furbetto mi voglia ricordare nulla delle alpi, ma sí bene le belle fanciulle in cui si avviene chi torna le sere di festa per le stupende colline da Moncalieri a Torino.

Non so se mi son fatto intendere: ma queste imagini a me pare che possan rendere un'idea della prosa della Dora, con le sue aspirazioni all'idillio alla lirica all'epos romanzesco, temperate e tal volta turbate o mortificate da un sentimento troppo vivo della realtà convenzionale. In questi contrasti l'arte ci perde un cotal poco: dico che il poeta perde la serenità della inspirazione, il pittore la sicurezza della mano; e la intonazione lirica diventa confusa e strepitante, e nella pittura idilliaca si ricorre spesso alla biacca. Vorreste un qualche esempio? Prendiamolo súbito dalle prime pagine. Si tratta, a pagina 13, del corso diverso della Duranza e della Dora, che la prima scaturisce dalla costa orientale del Monginevra, la seconda dall'occidentale: due sorelle, geni del bene e del male usciti da un medesimo principio, dice il Regaldi; e séguita: «Direbbesi quasi che nella Duranza si agiti una furia, la quale dalle Alpi scendendo minacciosa porti colle gonfie acque la desolazione nei seminati campi della Francia. Non cosí della Dora, fecondatrice benefica delle nostre campagne subalpine. Nelle sue sorgenti ella sospira con innocente grazia pastorale, e discesa al piano diviene regina, diletta ed onorata da tutte le genti italiane. Gli spiriti di Caino e d'Abele s'incontrano su le piú alte cime del Monginevra. Quello di Caino mira all'occaso, e seguitando nella loro corrente le acque della Duranza rinnova la sua antica disperazione; e lo spirito di Abele guardando ad oriente benedice le acque della Dora, e le accompagna coi canti dell'amore e dei santi olocausti.» A pagina 17 si descrive una pastorella di Bousson: «In quell'ora procellosa Lucia era veramente l'angelo, la stella della consolazione. Vestiva un giubboncello di panno bigio, una corta gonnella, egualmente di panno di tinta oscura, con un grembiale di tela turchina. La parte superiore del giubboncello terminava a fior di spalle in una listina di mussola, che in gran parte copriva gli avori del seno. Il volto di Lucia sarebbe stato all'Urbinate un prezioso modello per le sue madonne. Gli occhi azzurri ed i coralli del breve labbro sfavillavano fra i gigli e le rose del verginale sembiante; ed il cuffiottino di trapunto bianco con due fettucce raccomandato al mento faceva viemmeglio spiccare quell'angelico viso, sul quale scorrevano a guisa di fila d'oro le ciocche de'biondi capegli.» Ecco rappresentate in due esempi le virtú e i vizi di questo stile: vuolsi tuttavia notare che i vizi, o quelli che a me paiono tali, non sono tanto del Regaldi quanto di cotesto genere letterario: ricordiamoci certe pitture dello Chateaubriand, certe altre del Gessner.

Dopo ciò non parrà strano che gli splendidi coloritori, com'è il Regaldi, riescano un po' meno felici, ove a rendere la tenuità del concetto richiederebbesi tale una nitidità di disegno e una facilità di lingua propria netta e viva che non è di troppi oggigiorno. Racconta il Regaldi come riparasse da un temporale nella capanna del vecchio Giacomo, padre della Lucia, della pastorella con la cui vaga figura abbiamo fatto conoscenza pur ora. La folgore serpeggiava innanzi al finestrino della capanna, romoreggiavano i tuoni, e il poeta mormorava certi versi del Tasso. Ma «il buon vecchio levatosi da sedere volse gli occhi alla imagine di Maria; e, stesa la callosa destra, prese il rosario, e, baciatolo, mormorò una preghiera e versò qualche lagrima. Lucia, vedendomi intento a quell'atto religioso, mi disse:—Il padre stringe il rosario, che la cara madre aveva fra le mani, quando morí in questa capanna pregando per noi. Quell'immagine e quel rosario sono il nostro scampo nelle disgrazie. Ah! vedete come già cessa lo scrosciar dei tuoni e il diluviar della pioggia?» Scommetto che il Baretti, per esempio, uomo rotto com'era e non portato da vero all'idillio, questo discorsetto l'avrebbe fatto un po' meglio, con piú naturalezza vo' dire. Del che molte ragioni si potrebbon recare: a me basta avvertire che quel che manca specialissimamente al nostro secolo, al nostro secolo che pur si vanta di esser ritornato alla natura ed al vero e grida tant'alto contro il cosí detto convenzionalismo e le accademie, è a punto in generale un po' di natura e di verità al men nello stile. Vero è per altro che gli scrittori in prosa oggigiorno, in confronto a quei del settecento un po' piú freddi un po' piú secchi e poveretti, hanno della imaginazione sin nell'impasto della frase e una certa magnifica arte di disporre che fa delle volte ottimo effetto. «Veramente il cielo si abboniva (séguita il Regaldi); ond'io, ringraziati l'uno e l'altra delle amorevoli accoglienze, uscii colla guida per affrettarmi a Cesana, dove giungemmo in capo ad un'ora sotto luminoso arcobaleno, che coronando la capanna del pio pastore dalle falde del Chiabertone alle acque della Ripa mirabilmente si distendeva.» E cosí finisce il paragrafo. È un bel finire: pur che questo della imagine in fondo non divenga un processo sistematico, come piú d'una volta accade agli imitatori del Lamartine, se non vuolsi dello Chateaubriand.

III.

Ma la fantasia del Regaldi non sempre è descrittiva soltanto: qualche volta prende forza dal cuore, e il suo aprir dell'ale risponde a un batter di quello. Disceso col poetico viaggio a Torino e fermo su la piazza di San Carlo, lo scrittor novarese non dimentica la notte del 22 settembre 1864; e inorridisce al ricordare gli allievi carabinieri irrompenti a fucilate su l'affollato popolo inerme. «Nella concitata mia mente ho veduto Emmanuele Filiberto rizzarsi sul destriero, e levando la spada cercare intorno a sé gl'invasori stranieri per combatterli. Ahi! vedendo i segni della pugna civile, egli fremente esclamava: Chi sono gli sciagurati che cagionarono gli orrori del macello cittadino?—Non sono Piemontesi: risposero cupamente fioche voci di moribondi.—Ma pur sono Italiani: gridarono mille voci piene di giusto sdegno.... Le acque della Dora e del Po non cancelleranno facilmente nella piazza di San Carlo le macchie del sangue cittadino.» Ha ragione; né so davvero quanto valessero i conforti che si provò a dare al Regaldi in riva all'Arno un suo cólto amico di Toscana. «Poeta, mi disse, si tolga il velo alla favola; e in Fetonte rovesciato dal carro di luce nelle acque dell'Eridano presso alla foce della Dora facilmente ravviserai il fondatore della colonia ligure appiè delle Alpi, spodestato e perduto nei disastri d'incaute imprese. Poeta, ugual sorte sarebbe toccata al fondatore del regno italico fra il Po e la Dora. Ma qui sull'Arno, non piú savoiardo, non piú piemontese, ma italiano, il lealissimo fondatore, nella patria di Dante e Michelangiolo, di Galileo e Machiavello, trarrà vita nuova e sicura dall'idioma e dalle arti, dalle scienze e dalla politica della nazione intera.—Un albero secolare, gli risposi, radicato in terreno acconcio opino che corra pericoli gravi se altri vuole trapiantarlo in campo novello.» Non so, dico, quale a questa volta fosse piú poeta fra il Regaldi e il cólto amico suo, politico interpretatore di comodi miti.

Il Regaldi tuttavia (ciò che da un poeta ordinariamente non si aspetta, ed è un torto che facciamo a Orazio e all'Ariosto) ci si mostra anche acuto ed arguto osservatore. Tra le fantasie pittrici della Dora chi si aspetterebbe dei periodi maliziosetti ed ironici come questi? «I nuovi venuti immaginarono il piemontesismo, piú di coloro che esuli, stanziando fra noi da lungo tempo, si erano omai addomesticati alle usanze nostre. Gl'italiani del mezzogiorno trovarono incresciose le nebbie e le nevi di Torino, e sospiravano i soli, gli aranci e la perenne primavera di Napoli e di Palermo. I toscani e i cittadini della Emilia trovarono troppo compassata e gelida la realtà del nostro vivere, e preferendo la ideale voluttà delle arti invocavano le logge dell'Orgagna e le torri di Giotto, i prodigi di Michelangelo e di Raffaello, e le glorie della scuola bolognese. Di poi si andò accagionando il piemontesismo di tutti i malanni del mondo. Se freddo era il verno, caldo l'estate, se ne accusava il mal clima del Piemonte. Lo accusavano delle malattie e delle cure, che, mortali anch'essi, soffrivano talvolta gli onorevoli deputati; e taluni maledicevano alla cucina de'subalpini quando mai nel mattino non trovassero ben acconciati i maccheroni o ben cotte le costolette nel caffè del Cambio, ove per solito adunavansi per disporre lo stomaco alla eloquenza parlamentare.»

Pur troppo era ed è cosí: e quel che una volta a Torino, ora tocca a Firenze e toccherà a Roma, se una sconfitta qualunque, militare o diplomatica (che altro, non saprei), ci apra, quando che sia, il Campidoglio. L'Italia una e indivisibile troppo si ricorda di essere il paese dei comuni: non per nulla si discende dai guelfi e dai ghibellini, e il sangue non è acqua. A ogni modo speriamo che col tempo, in una guisa o nell'altra, giungeremo pur una volta a conoscerci un po' meglio e a stimarci un po' piú gli uni gli altri. Al qual uopo, de'buoni libri fatti come la Dora del prof. Regaldi gioverebbero assai.

DON QUIXOTE

Da una prefazione di H. Heine
a una edizione tedesca illustrata 1837

DON QUIXOTE


La vita e i fatti dell'ingegnoso gentiluomo don Chisciotte della Mancia descritti da Michele Cervantes di Saavedra», fa questo il primo libro ch'io lessi non a pena giunto all'età dell'intendere e imparato che ebbi a rilevare sufficientemente. Mi ricordo ancora benissimo quel dolce tempo. Scappavo la mattina di casa, e correvo al giardino di corte, per leggervi, senza essere disturbato, il Don Chisciotte. Era una bella giornata di maggio: la fiorente primavera posava nella placida luce del mattino sonnecchiando e si lasciava lodare dall'usignolo, il suo dolce adulatore; e questi cantava sí molle e carezzevole e con sí ardente entusiasmo, che le gemme piú pudiche si schiudeano sbocciando e l'erba innamorata e i raggi trepidi del sole si baciavano con desío di tenerezza, e gli alberi e i fiori fremevano di rapimento. Ma io mi sedeva sur una vecchia panca di pietra tutta fiorita di musco, nel viale detto dei sospiri, non lontano a una cascata; e il mio piccolo cuore si rallegrava nelle grandi avventure dell'ardito cavaliere. Nella mia probità infantile io pigliavo tutto sul serio: comunque fosse conciato il povero eroe, io pensavo—Deve esser cosí: oramai all'eroismo non tócca altro che ridicolo e battiture;—e ciò mi affiliggeva, come se lo provassi in me. Io era un fanciullo, e non conoscevo la ironia che Dio mise dentro il mondo, e che il grande poeta aveva imitata nel suo piccolo mondo stampato; e potevo spargere con abondanza di cuore le piú amare lacrime, quando il nobile cavaliere di tutta la sua magnanimità raccoglieva solo ingratitudine e bastonate. E come io poco esercitato nella lettura pronunziavo ogni parola ad alta voce, cosí gli uccelli e gli alberi, il ruscello e i fiori potevano sentire tutto; e quegli esseri innocenti, che, proprio come i fanciulli, non sanno nulla dell'ironia del mondo, pigliavano anch'essi tutto sul serio, e piangevano con me sopra i dolori del povero cavaliere. Un veterano albero di quercia singhiozzava, e la cascata scoteva forte la bianca barba[1] e pareva brontolare su la cattiveria del mondo. Noi sentivamo che l'eroismo del cavaliere non meritava meno ammirazione perché il leone svogliato gli voltasse la schiena, e che tanto piú gloriosi erano i suoi fatti, quanto piú fiacco e risecchito il suo corpo, quanto piú intarlata l'armatura che lo proteggeva, e piú rifinito il ronzino che lo trascinava. Noi disprezzavamo la canaglia bassa che prendeva a bastonate l'eroe; ma anche piú la canaglia alta, che, parata di seta e di belle frasi e di titoli ducali, scherniva un uomo tanto al di sopra di lei per nobiltà e forza d'animo e di pensiero. Il cavaliere di Dulcinea saliva sempre piú su nella mia stima e guadagnava del mio amore a mano a mano che io andava innanzi nel leggere il meraviglioso libro: il che facevo tutti i giorni nello stesso giardino, sin che in autunno arrivai al fine della storia. Non dimenticherò mai il giorno che lessi il pietoso abbattimento, nel quale il cavaliere dovè cosí tristamente soggiacere.

Era una giornata fosca: brutti nuvoloni correvano per il cielo grigio, gialle le foglie cadevano dolorosamente dagli alberi, lacrimoni di pioggia pendevan dagli ultimi fiori, che inclinavano mesti e appassiti le testoline morienti: gli usignoli era un pezzo che non cantavano piú, e da tutte le parti la imagine della decadenza di tutto stava rigida e stecchita intorno a me. E il mio cuore fu per rompersi, quando lessi come il nobile cavaliere stordito e pesto e ammaccato giacea su 'l terreno, e senza alzar la visiera, come se avesse parlato dalla tomba, mandava su verso il vincitore una voce debole e fioca:—Dulcinea è la piú bella donna del mondo, e io sono il piú infelice cavaliere della terra; ma non conviene che la mia debolezza paia rinnegare quella verità. Trapassatemi colla lancia, cavaliere.—

Ah, il luccicante cavaliere dalla luna d'argento, che vinceva il piú animoso e nobile uomo del mondo, era un barbiere mascherato.

Sono oramai otto anni che scrissi per il quarto volume delle Figure di viaggio (Reisebilder) coteste linee, nelle quali descrivevo l'effetto prodottomi molto tempo a dietro dalla lettura del Don Chisciotte. Dio buono! come fuggono rapidi gli anni! Mi par come ieri che io leggeva il libro del Cervantes nel viale dei sospiri del giardino di corte a Düsseldorf e che il cuore mi balzava di ammirazione per i fatti e patimenti del gran cavaliere. Il mio cuore è stato egli fermo tutto questo tempo, o per un ricorso circolare è egli tornato ai sentimenti della fanciullezza? Quest'ultimo è forse il caso, perché mi ricordo di aver letto a ciascun lustro della vita il Don Chisciotte con impressioni a volta a volta diverse. Quand'io sbocciavo in tutto il fiore della giovinezza e mettevo le mani inesperte in tutti i rosai della vita e mi arrampicavo alle piú alte cime per essere piú da presso al sole e la notte non sognavo altro che aquile e vergini, allora il Don Chisciotte era per me un libro tutt'altro che di ricreazione, e, ogni volta che mi capitava tra le mani o tra' piedi, lo buttavo in là con atto di sdegno. Piú tardi, maturato a uomo, mi riconciliai un tantino col disgraziato campione di Dulcinea e cominciai a riderne:—Il brav'uomo è un matto—io mi diceva. E pure, parrà strano, ma in tutte le vie della vita le due figure del magro cavaliere e del suo scudiere grasso mi perseguitavano sempre; e proprio me le vedevo da canto ogni volta che mi fermavo pensoso ad un bivio. Cosí, mi ricordo, quando venni in Francia, che svegliandomi a un tratto da un assopimento febbrile, vidi nella nebbia del mattino cavalcarmi presso le due ben note figure: l'una, alla diritta, era don Chisciotte della Mancia su l'astratto suo Rossinante, l'altra, alla sinistra, era Sancio Pancia su l'asino suo positivo. Avevamo tócco a punto il confine francese. Il nobile cavaliere della Mancia chinò rispettoso la testa dinanzi la bandiera tricolore che ci sventolava dinanzi d'in cima ai pali del confine; il buon Sancio salutò con un cenno del capo un po' freddo i primi gendarmi francesi che ci comparvero incontro. Ma poi i due amici cavalcaron via dinanzi a me: io gli perdei d'occhio, e solo di tratto in tratto udivo gli entusiastici nitriti di Rossinante e i positivi hi hon dell'asino.

Allora io era d'avviso che il ridicolo del Donchisciottismo consistesse in questo: che il nobile cavaliere avea voluto tornare in vita un passato da lungo tempo estinto, e le sue povere membra, segnatamente la schiena, s'erano avvenute a dolorose confricazioni con le realtà del presente. Ahimè, io ho poi imparato ch'ell'è una altrettanto ingrata follía voler troppo presto introdurre l'avvenire nel presente, quando nei combattimenti contro i grossi interessi del giorno s'ha da portare soltanto un troppo magro ronzino, una troppo arrugginita armatura e una persona meschina quanto l'armatura e il ronzino. Cosí su questo come su quell'altro Donchisciottismo il saggio crolla compassionevolmente la sua testa piena di giudizio. Ma Dulcinea del Toboso è non pertanto la piú bella donna del mondo, e, per quanto io giaccia miseramente a terra, non ritirerò mai questa parola. Non posso altro. Passatemi pure a parte a parte con le vostre lance, cavalieri dalla luna d'argento, barbieri mascherati!

Quale idea prima guidava il gran Cervantes nello scrivere il gran libro? Mirava egli soltanto a battere i romanzi di cavalleria, la cui lettura al suo tempo infuriava nella Spagna a segno che nulla contro potevano ordinanze ecclesiastiche e civili? o voleva egli volgere in ridicolo tutte in generale le manifestazioni dell'entusiasmo umano e, súbito accanto, l'eroismo dei trascinatori di sciabola? Intenzione sua evidente fu la satira dei ricordati romanzi, che egli, mettendone in luce le assurdità, voleva abbandonare alle risa dell'universale. Gli riuscí a meraviglia: ciò che né le ammonizioni dei pulpiti né le minacce delle cancellerie poterono ottenere, tutto ciò fece un povero scrittore con la sua penna: egli demolí i romanzi di cavalleria cosí a fondo, che, dopo l'apparizione del Don Chisciotte, il gusto di quei romanzi si estinse in tutta Spagna e non ne fu stampato piú uno. Ma la penna del genio è sempre piú ardita del genio stesso, ella vola sempre al di là delle intenzioni del momento; o il Cervantes, senza averne la conscienza, scrisse la piú gran satira umana contro l'umano entusiasmo.

Egli non si accorse né presentí mai cotesto, egli, l'eroe, che aveva passato il piú della vita in combattimenti cavallereschi, e ancora da vecchio solea compiacersi di aver combattuto a Lepanto, sebbene quella gloria avesse pagato con la perdita della mano sinistra.

Ei fu un bello e forte uomo don Michele Cervantes de Saavedra. Alta era la sua fronte, e largo il cuore: meravigliosa la magía dell'occhio. Come v'ha gente che vedono attraverso la terra e vi scorgono i tesori e i cadaveri sotterrativi, cosí l'occhio del grande poeta penetrava giú per il petto degli uomini, e discerneva chiaro ciò che v'era sepolto. Ai buoni era il suo sguardo come un raggio di sole che rischiarava allegramente il loro interno; ai cattivi era una spada che tagliava crudelmente a pezzi i mal celati sentimenti. Quello sguardo irrompeva indagatore dentro l'anima, e parlava con lei, e, se non voleva rispondere, la metteva alla tortura; e l'anima giaceva sanguinante sul cavalletto, mentre forse la sua invoglia corporea si dava l'aria degna d'una gentile condiscendenza. Qual meraviglia che tanta gente gli procedesse avversa, e ch'egli trovasse cosí deboli e scarsi appoggi nel córso della vita! Egli non giunse mai a quel che si dice una posizione agiata, e da' suoi faticosi pellegrinaggi non riportò a casa una perla, sí delle conchiglie vuote. Dicono ch'e' non sapesse apprezzare il valore dell'oro; ma io v'assicuro che sapeva bene apprezzarlo quando non ne aveva piú; non mai, per altro, lo apprezzò al pari dell'onore. Aveva dei debiti, e nella constituzione che egli fa concedere da Apollo ai poeti il primo articolo stabilisce:—Quando un poeta afferma di non aver denaro, gli si deve credere su la parola e non intimargli il giuramento.—Amava la musica, i fiori e le donne. Ma anche l'amore per le donne gli riuscí cordialmente male, massimamente da giovine. Forse che la conscienza della sua grandezza avvenire poté consolarlo in gioventú, quando le smorfiosette e sguaiate rose lo pungevano delle loro spine? Una volta, per una sera luminosa di estate, passeggiava lungo il Tago con una bella di sedici anni che seguitava a burlarsi delle sue tenerezze. Il sole non era ancora tramontato, e sfolgorava nella sua pompa d'oro: ma in fondo al cielo stava già la luna, gracile e pallida come una nuvolina bianca.—Vedi tu—disse il poeta all'amata—vedi tu laggiú quella piccola pallida sfera? Il fiume qui a canto, nel quale ella si specchia, sembra sopportare per pietà su i flutti orgogliosi la poveretta imagine di lei, e le onde la rigettano increspandosi e motteggiando alla riva. Ma lascia che il vecchio giorno si abbui. Tosto che la tenebra cresca, quella pallida sfera salirà risplendendo nell'alto gloriosa e piú sempre gloriosa, tutto il fiume sarà irraggiato dalla sua luce, e le onde, che poco innanzi la rigettavano arroganti, fremeranno all'aspetto dello splendido astro e si gonfieranno incontro a lui voluttuose.

La storia de'poeti bisogna cercarla nelle opere loro, nelle quali anche si ritrovano le loro piú secrete confessioni. Che il Cervantes fu, come dissi, lungo tempo soldato, si vede in tutti i suoi scritti, piú ancora nei drammi che nel Don Chisciotte. In lui il detto romano—Vivere è combattere—si effettua nel suo doppio senso. Egli combatté come soldato comune nei piú di que'feroci spettacoli di guerra che il re Filippo II fece per l'onore di Dio e de'suoi propri capricci rappresentare in tutti i paesi. Il fatto che Michele Cervantes mise tutta la sua gioventú al servizio del piú gran campione della cattolicità, che gl'interessi della cattolicità egli propugnò con la persona, dà ragione a credere che questi interessi gli stessero forte a cuore, e ribatte l'opinione assai diffusa che solo il timore dell'Inquisizione lo ritenesse dall'accettare nel Don Chisciotte le idee protestanti del tempo suo. No, il Cervantes fu un figlio fedele della Chiesa Romana, e non pure diede il suo sangue nei combattimenti cavallereschi per la bandiera benedetta da lei, ma per lei patí con tutta l'anima il piú crudele martirio in una schiavitú di molti anni tra gl'infedeli.

Noi dobbiamo al caso parecchi particolari su la vita del Cervantes in Algeri, i quali fanno ammirare nel grande poeta un eroe altrettanto grande. La storia della schiavitú da lui sofferta confuta con la piú splendida efficacia le melodiose menzogne di quel morbido e bel vivente, il quale diè ad intendere ad Augusto e a tutti i pedanti tedeschi ch'egli era un poeta e che i poeti sono vigliacchi. No, il vero poeta è anche un eroe, e nel suo petto abita la pazienza, che, come dicono gli Spagnoli, è un secondo coraggio. Non si dà spettacolo piú sublime del vedere questo nobile castigliano schiavo del Bey d'Algeri, constante a pensare la sua liberazione, infaticabile a prepararne gli arditi divisamenti, tranquillo a riguardare in faccia tutti i pericoli, e, quando l'impresa veniva meno, pronto a sofferire tortura e morte, anziché tradire pur con una sillaba i complici. Il sanguinario padrone del suo corpo è disarmato da tanta virtú e magnanimità, la tigre risparmia il leone incatenato e trema dinanzi al terribile monco che ella potrebbe con una parola mandare alla morte. Michele Cervantes è conosciuto per tutto Algeri sotto il nome del monco, e il Bey confessa ch'e' non può dormire tranquillo e sicuro della città, dell'esercito e degli schiavi, se non quando sa che il monco spagnolo è in buona custodia.

Dissi che il Cervantes fu sempre soldato comune; ma, poiché pur in quel posto subalterno si poté segnalare e farsi particolarmente notare al suo gran generale don Giovanni d'Austria, egli ne ottenne, d'Italia tornando in Ispagna, lettere per il re con attestazioni onorevolissime che lo raccomandavano caldamente per un avanzamento. Ora, quando i corsari d'Algeri, catturandolo nel Mediterraneo, gli videro coteste lettere, lo tennero per un personaggio d'alto affare, e sí alta taglia gli posero a dosso, che la sua famiglia, per sacrifizi che facesse, non poté riscattarlo, e il povero poeta ne ebbe a durare piú lunga e piú crudele schiavitù. Cosí per lui il riconoscimento de'suoi servigi fu cagione di nuove disgrazie, e cosí la fortuna si burlò di lui sino alla fine; la fortuna che non perdona mai al genio d'essere pervenuto all'onore e alla gloria, anche senza la protezione di lei.

Ma l'infelicità del genio è sempre l'effetto del caso cieco, o non piuttosto rampolla essa necessariamente dalla intima natura di lui e dalla essenza di ciò che lo circonda? È l'anima del poeta che viene alle prese con la realità, od è la rude realità che comincia lei un combattimento ineguale con quella nobile anima?

La società è una repubblica. Quando l'individuo fa degli sforzi per alzarsi, il comune lo ripinge in giú col ridicolo e la diffamazione. Nessuno dee avere piú virtú e spirito degli altri. Che se uno per la inflessibile potenza dell'ingegno si leva della testa sopra la misura comunale, quegli è colpito d'ostracismo dalla società; la quale lo perséguita con sí spietati motteggi e calunnie, che alla fine gli bisogna ritirarsi nella solitudine de'suoi pensieri.

Sí, la società è, di natura sua, repubblicana; e ogni sovranità le è odiosa, cosí la intellettuale come la materiale, la quale ultima, del resto, si appoggia su la prima men di rado che comunemente si creda. Lo vedemmo noi stessi dopo la rivoluzione di luglio, quando lo spirito del repubblicanismo si manifestò in tutte le relazioni sociali. Il lauro di un gran poeta attirava l'odio dei nostri repubblicani come la porpora di un re. Anche le diseguaglianze spirituali volevano essi sopprimere fra gli uomini: e, da poi che tenevano proprietà del comune i pensieri sbocciati e sboccianti sul territorio dello stato, altro non rimaneva loro che decretare l'eguaglianza dello stile. E di fatti il bello stile fu screditato come aristocratico, e noi udimmo piú volte affermare che il vero democratico scrive come il popolo, di cuore, schietto e sciatto. Ciò era facile ai piú degli uomini del movimento: ma non a tutti è dato di scrivere male, e tanto meno a chi ha già la consuetudine di scriver bene; e allora non si mancava di proclamare—È un aristocratico, un dilettante della forma, un amico dell'arte, un nemico del popolo[2].—Lo dicevano e lo pensavano onestamente, come san Girolamo, che si recava a peccato il suo bello stile e se ne flagellava di santa ragione.

E come nulla contro il cattolicismo, cosí nulla troviamo nel Don Chisciotte che suoni avverso all'assolutismo. Quei critici che vi fiutarono dentro qualche cosa di simile errano assai dal vero. Il Cervantes uscía da una scuola che aveva poeticamente idealizzato l'obbedienza incondizionata al sovrano. E questo sovrano era re di Spagna in un tempo che la maestà sua raggiava su tutto il mondo. L'ultimo soldato sentiva sé stesso nell'irraggiamento di questa maestà, e sacrificava volentieri la sua libertà individuale a tale soddisfacimento dell'orgoglio castigliano.

La grandezza politica della Spagna alzava e allargava allora le anime de'suoi scrittori. Anche nello spirito del poeta spagnolo, come nell'impero di Carlo V, non tramontava mai il sole. Erano finite le feroci contese coi Mori; e come dopo un temporale i fiori odoran piú forte, cosí la poesia fiorisce sempre piú magnifica dopo una guerra civile. Lo stesso vediamo essere avvenuto al tempo della regina Elisabetta in Inghilterra, dove contemporanea a quella di Spagna vien su una scuola di poeti che invita ai piú curiosi paragoni. Là Shakspeare, qui Cervantes, sono i fiori della scuola.

A quel modo che i poeti spagnoli sotto i tre Filippi, anche gl'inglesi sotto Elisabetta hanno tutti una certa aria di famiglia; e né Shakspeare né Cervantes, a mio avviso, possono pretendere all'originalità. Essi non differenziano affatto dai loro contemporanei per una particolar guisa di sentire e pensare e di rappresentare e descrivere, ma solo per intimità, profondità, delicatezza e forza maggiori: l'arte loro è piú ravvolta e penetrata dall'etere della poesia.

Ma questi due poeti non sono soltanto i fiori del loro tempo; furono anche le radici dell'avvenire. Come lo Shakspeare, per l'influsso delle sue opere specialmente su la Germania e su la Francia odierna, è da tenere per il fondatore del dramma moderno, cosí nel Cervantes bisogna onorare il fondatore del moderno romanzo. Mi si permetta qui di passaggio alcune osservazioni.

L'antico romanzo, il romanzo di cavalleria, scaturí dalla poesia del medio evo; né altro fu da prima che una rilavorazione in prosa delle epopee i cui eroi appartenevano al ciclo leggendario di Carlo Magno e del San Graal: l'argomento consisteva sempre di avventure cavalleresche. Era il romanzo della nobiltà, e i personaggi che vi agivano erano o creature favolose della fantasia o cavalieri a speroni d'oro: del popolo mai una traccia. Cotesti romanzi cavallereschi, degenerati fino all'assurdo, il Cervantes li abbattè col Don Chisciotte. Ma, scrivendo la satira che demoliva il vecchio romanzo, forniva egli stesso il modello a una nuova invenzione che è il romanzo moderno. Cosí costumano sempre i grandi poeti: fondano il nuovo, mentre distruggono il vecchio: non negano mai, senza affermare qualcosa. Cervantes fondò il romanzo moderno, introducendo in quello cavalleresco la descrizione fedele delle classi inferiori della società, mescolandovi la vita popolare. Né è solo del Cervantes, ma di tutta la letteratura di quel tempo, l'inclinazione a descrivere la vita del popolo piú basso e della piú scellerata canaglia; e si riscontra, come ne' poeti, anche ne' pittori della Spagna d'allora: un Murillo, che rubava al cielo i piú santi colori per dipingere le sue belle Madonne, contraffaceva con lo stesso amore le figure piú ributtanti di questo mondo. L'entusiasmo dell'arte era forse la cagione che quei nobili spagnoli si godessero lo stesso, sí a ritrarre fedelmente un pitocchetto nell'atto di spidocchiarsi, sí a figurare la Vergine benedetta. O era l'attrattiva del contrasto che spingeva nobilissimi gentiluomini, un cortigiano azzimato come il Quevedo e un potente ministro come il Mendoza, a compor romanzi di truffatori e di straccioni: amavano forse trasportarsi con la fantasia dal loro monotono contorno a condizioni di vita tutte opposte, come press'a poco per un altro verso certi scrittori tedeschi, che riempiono i loro romanzi di descrizioni dell'alta società e fan tutti conti e baroni i loro eroi. Nel Cervantes non troviamo ancora la tendenza esclusiva a descrivere l'ignobile per sé solo: egli mesce l'ideale al comunale, in modo che l'uno adombri o rischiari l'altro; e l'elemento nobile ha nel suo romanzo lo stesso posto e lo stesso svolgimento d'azione che il popolare. Ma questo elemento nobile, cavalleresco, aristocratico, sparí tutto dai romanzi degl'inglesi, che primi imitarono il Cervantes e lo ebbero sempre fino ad oggi dinanzi agli occhi come esemplare. Nature prosaiche quei romanzieri inglesi, dall'avvenimento in poi del Richardson! Lo spirito schifiltoso del loro tempo ripugna a ogni energica pittura della vita popolare; e dall'altra parte della Manica vedemmo uscire quei romanzi nei quali si rispecchia la piccola e digiuna vita della borghesia. Cotesta povera letteratura inondò e sommerse il pubblico d'Inghilterra, finché apparve il grande scozzese a fare nel romanzo una rivoluzione o piú propriamente una restaurazione. Come difatti Michele Cervantes introdusse nel romanzo l'elemento democratico quando solo il cavalleresco vi dominava, cosí Gualtiero Scott gli restituí l'elemento aristocratico che era disparito dinanzi alla invadente prosa degli assettatuzzi cittadinuzzi. Quella bella proporzione che noi ammiriamo nel Don Chisciotte del Cervantes, l'ha resa al romanzo, con opposto procedimento, lo Scott.

Sotto questo rispetto, non è stato ancora, credo, riconosciuto il gran merito del secondo poeta inglese. Le sue inclinazioni tory e la sua predilezione del passato fecer di gran bene alla letteratura e a que' suoi capolavori, che sollevarono per tutto rumore e gara d'imitazioni, e respinsero ne'piú oscuri cantucci dei gabinetti di lettura i cinerei fantasmi del romanzo borghese. È un errore il non riconoscere Gualtiero Scott per inventore del romanzo storico e questo voler dedurre dal movimento tedesco. Si scorda che la caratteristica del romanzo storico sta appunto nell'armonia dell'elemento aristocratico e del democratico, che Gualtiero Scott, rendendo al primo elemento la parte sua, ha mirabilmente restaurato quell'armonia, turbata durante l'esclusivo signoreggiare del secondo; mentre invece i nostri romantici tedeschi hanno nei lor romanzi rinnegato del tutto l'elemento democratico, per rientrare farneticando nelle rotaie dei romanzi di cavalleria che erano prima del Cervantes. Il nostro La Motte Fouqué non è altro che uno spedato, sbrancato dalla trista compagnia di quei poeti che misero al mondo l'Amadigi di Gaula e altre simiglianti avventure; e io ammiro non solamente l'ingegno, ma il coraggio che c'è voluto al nobile barone per mettersi a scrivere i suoi libri di cavalleria duecento anni dopo l'apparizione del Don Chisciotte. Furon di curiosi anni in Germania, quando cotesti libri uscirono e la gente ci trovava gusto! Che significava nella letteratura tale predilezione per la cavalleria e per le imagini del vecchio tempo feudale? Il popolo tedesco, lo credo bene, voleva prendere commiato per sempre dal medio evo; ma teneri di cuore, come noi siamo, prendevamo commiato con un bacio. Noi imprimemmo per l'ultima volta le labbra su le vecchie pietre sepolcrali. Qualcuno di noi, a dir vero, fece delle grullerie belle e buone. Ludovico Tieck, il fanciullo terribile della scuola, si mise a dissotterrare gli antenati dalle loro tombe, e dondolava ogni bara come fosse una culla, e con un vaneggiamento d'infantil balbutire ci cantava sopra, Nanna, nonnino, nanna.

Io ho detto lo Scott, il secondo gran poeta dell'Inghilterra, e capolavori i suoi romanzi. Ma la lode va soltanto al genio di lui; i romanzi io non li posso per nessuna guisa comparare al gran romanzo del Cervantes, che molto avanza lo Scott di spirito epico. Il Cervantes fu, già lo dissi, un poeta cattolico; e a ciò dee per avventura quella grande serenità epica, che come un cielo di cristallo cuopre e circonda il mondo varicolore delle sue creature: non mai il crepaccio del dubbio. Aggiungesi la calma nazionale del carattere spagnolo. Ma Gualtiero Scott apparteneva a una Chiesa che sottomette a rigorosa discussione anche le cose divine; come avvocato e scozzese era abituato alla discussione e all'azione; e anche ne'suoi romanzi, come nel suo spirito e nella vita, prevale il dramma. Le opere di lui quindi non possono mai esser considerate come puri modelli di quella composizione artistica che noi chiamiamo romanzo. Agli Spagnoli la gloria di aver prodotto il miglior romanzo, agl'Inglesi quella di aver toccato la cima nel dramma.

E ai Tedeschi qual palma rimane? Ecco, noi siamo i meglio lirici di questo mondo. Per adesso i popoli han troppe faccende politiche; ma sbrigate che siano un bel giorno, Tedeschi, Britanni, Spagnoli, Francesi, Italiani, uscirem tutti fuori per la verde foresta a cantare, e giudice sarà l'usignolo. Son certo che il premio in questa gara del canto lo vincerà il lied (canzonetta) di Volfango Goethe.

Il Cervantes, lo Shakspeare e il Goethe sono il triumvirato che toccò la cima nelle tre forme della rappresentazione poetica, la epopea, il dramma, la lirica. Chi scrive queste pagine ha per avventura una particolar competenza a lodare il nostro gran nazionale come il piú perfetto poeta di canzoni (nel senso vero della parola). Goethe sta nel mezzo tra le due scuole della degenerazione lirica, l'una che pur troppo è designata col mio nome, l'altra che è la scuola sveva. Tutt'e due hanno il lor merito, e indirettamente fecer del bene alla poesia tedesca. La prima operò in quella una salutare riazione contro l'idealismo esclusivo, ricondusse gli spiriti alla forte realità e sbarbicò quel sentimentale petrarchismo che a me parve sempre una donchisciotteria lirica. La scuola sveva qualche cosa fece anche lei per la salute della poesia tedesca. Se nella Germania settentrionale poterono uscire opere di poesia vigorosamente sane, forse che si dee alla scuola sveva, che tirò a sé tutti gli umori malati clorotici e piamente sentimentali della Musa tedesca. Stuttgart fu come il cauterio della Musa tedesca.

Ma, pur assegnando a quel gran triumvirato la supremazia nel dramma nel romanzo nel canto, io sono ben lontano dal diminuire il valore degli altri sovrani poeti. Questione da stupidi, qual poeta sia piú grande d'un altro. La fiamma è fiamma, e non si può pesare a libbra e oncia; e sol la volgar grossolana goffaggine d'un merciaiolo può scappar fuori con la sua logora bilancia da formaggio a voler pesare il genio. Non pur gli antichi ma anche parecchi moderni han fatto poemi nei quali la fiamma della poesia vampeggia splendida come nelle opere maestre di Shakspeare, Cervantes e Goethe. E pure questi nomi si tengono insieme quasi congiunti di misterioso allacciamento. Raggia dalle loro creazioni uno spirito di famiglia: vi respira dentro un'eterna dolcezza, come l'alito di Dio: vi fiorisce la compostezza della natura. Il Goethe ricorda molto spesso, come lo Shakspeare, anche il Cervantes, e al Cervantes somiglia fin nelle particolarità dello stile, in quella gioconda e comoda prosa colorita della piú dolce e innocente ironia. Il Cervantes e il Goethe si rassomigliano pur nei difetti, nella prolissità del discorso, in quei lunghi periodi paragonabili alla tratta di un corteggio reale. Non di rado un solo pensiero siede nella distesa d'uno di tali periodi, che procede con la gravità d'una gran carrozza di corte tutta a oro tirata da sei cavalli impennacchiati. Ma questo unico pensiero è sempre un'altezza, se non pure il sovrano.

Dello spirito del Cervantes e dell'influenza che ebbe il suo libro potei dar solo qualche cenno; e anche meno potrò estendermi sul vero valore artistico, perché occorrerebbero discussioni che mi trasporterebber troppo lontano nel campo dell'estetica: farò qui e solo in generale qualche osservazione su la forma del gran romanzo e su le due figure che ne tengono il centro. La forma è d'una narrazione di viaggio, come la piú naturale per questo genere d'invenzioni poetiche: basti ricordare l'Asino d'oro d'Apuleio, il primo romanzo dell'antichità. Alla uniformità, che è il difetto di sí fatte narrazioni, si volle riparare piú tardi con ciò che oggi chiamiamo la favola del romanzo. Ma i piú dei romanzieri, poveri d'invenzione, presero le favole a prestito gli uni dagli altri, o almeno gli uni si giovarono delle favole degli altri con poche modificazioni; e per cotesto ritorno degli stessi caratteri intrecci e situazioni il pubblico alla fine quasi si svogliò di romanzi, e per iscampar dalla noia delle favole riabburattate si ricorse per qualche tempo all'antica e original forma della descrizione di viaggio: ancora riabbandonata, non a pena apparí un poeta originale con favole nuove e fresche. In letteratura come in politica tutto si muove secondo la legge dell'azione e della riazione.

Le due figure di Don Chisciotte e di Sancio Panza, che nella continua parodia si compiono sí mirabilmente da formare tutt'e due il vero e proprio eroe del romanzo, attestano con egual forza l'arte e la profondità del poeta. Mentre in altri romanzi, nei quali l'eroe gira il mondo solo, per far sapere i pensieri e le impressioni di lui, gli scrittori doverono ricorrere ai monologhi alle lettere a un giornale, Cervantes in quella vece potè introdurre per tutto un dialogo naturalissimo; e dalla continua parodia che l'una figura fa dei discorsi dell'altra piú evidente apparisce la intenzione del poeta. In molte guise fu di poi imitata cotesta doppia figura che dà al libro del Cervantes una cosí artistica naturalezza, e da' cui caratteri, come da germe unico, cresce e svolgesi e si spiega, come un gigantesco albero dell'India, il romanzo intiero con tutto il suo frondeggiar lussurioso, e i fiori odoranti, e gli splendidi frutti, e le scimmie e gli uccelli che saltano, svolazzano o si cullano su per i rami.

Ma sarebbe ingiustizia mettere a conto dell'imitazion servile la introduzione o ripetizione di quelle due figure. Don Chisciotte e Sancio Panza, che uno corre in cerca di avventure, l'altro, mezzo per affezione mezzo per interesse, gli trotta dietro al sole e alla pioggia, ci sono da presso, piú che non si creda, nella vita, e anche noi gli abbiamo riscontrati piú d'una volta. Per riconoscere da per tutto e sempre, sotto i diversi travestimenti, nell'arte e nella vita, l'inclito paio, bisogna, è vero, aver l'occhio all'essenziale, ai segnali interiori, e non alle accidentalità dell'apparenza. Esempi potrei recarne molti. Non riscontriamo noi Don Chisciotte e Sancio Panza cosí nelle figure di Don Giovanni e Leporello come nelle persone di lord Byron e del suo domestico Fletcher? Non riconosciamo i due tipi e le loro mutue relazioni cosí nella figura del cavaliere di Valdsee e del suo Gaspar Larifari, come nella figura di qualche scrittore e del suo editore? il quale ultimo si accorge bene delle pazzie del suo autore, ma non per tanto, per trarne un profitto reale, lo accompagna fedelmente in tutti i suoi vagabondaggi ideali. E il signore editor Sancio, se anche dall'affare guadagni sol delle bòtte, riman per altro sempre grasso, mentre il nobile cavaliere dimagra ogni giorno piú.

Ma non solo tra gli uomini, sí anche tra le donne ho ritrovato spesso i tipi di Don Chisciotte e del suo scudiere. Mi ricordo specialmente una inglese, una biondina fantastica, scappata con un'amica da un convitto di signorine, che volea correre il mondo in cerca d'un nobile cuore d'uomo, come se l'era sognato nelle dolci notti illuminate dalla luna. L'amica, una brunetta atticciaticcia, sperava di conquistare in tale occasione, se non un che d'ideale a parte, almeno un bel tòcco di marito. Mi par di vederla ancora la snella persona, con gli occhi azzurri assetati d'amore, dalla spiaggia di Brighton mandare languidi sguardi lontano lontano sul mar tempestoso verso la costa francese. L'amica intanto schiacciava nocciòle, mangiava con aria ghiotta la mandorla, e gittava i gusci nell'acqua.

Tuttavia né i capolavori degli altri artisti né essa la natura ci presentano i due tipi cosí compiuti nelle relazioni dell'uno con l'altro come ce li dà il Cervantes. Ciascun tratto nel carattere e nella figura dell'uno risponde a un tratto opposto ma affine nell'altro. Ciascuna particolarità ha un valore di parodia. Anzi, fin tra Rossinante e il grigetto asino di Sancio è lo stesso ironico parallelismo che fra lo scudiero e il cavaliere, e anche le due bestie sono in certa guisa i simbolici portatori delle stesse idee. E come nel pensare cosí nel parlare padrone e servo danno a vedere i piú mirabili contrasti. Il buon Sancio col suo parlare per proverbi rotto e rozzo fa pensare al pazzo del re Salomone, a Marcolfo, che a punto come lui esprime e rappresenta in brevi sentenze la sapienza sperimentale del popolo basso in faccia al patetico idealismo. Don Chisciotte all'incontro parla la lingua culta delle classi superiori, e anche nella grandezza del bene arrotondato periodo rappresenta l'illustre e nobile hidalgo. La costruzione di cotesto periodo è spesse volte troppo distesa, e l'eloquio del cavaliere sembra una superba dama di corte in roba di seta a sgonfi con lunga coda frusciante. Ma le Grazie, travestite da paggi, portano sorridendo il lembo; e i lunghi periodi si compiono con graziosissimi movimenti. Brevemente: Don Chisciotte par che favelli impostato su l'alto suo cavallo: Sancio Panza discorre come adagiato sul suo povero asinello.


DOPO UNA RAPPRESENTAZIONE

della commedia "LA VIDA ES SUENO"

DI

P. CALDERON

Nell'Indipendente di Bologna
del 23, 26 e 27 agosto 1869.

"LA VIDA ES SUENO"

DEL CALDERON


I.

Pietro Calderon della Barca, del quale il signor Ernesto Rossi rappresentava su le scene del Brunetti or sono due sere la commedia intitolata La vita è un sogno, fu soldato e prete spagnolo del secolo decimosettimo. Soldato, combatté, fra le altre, le guerre di Fiandra: prete, fu canonico di Toledo, cappellano reale in Madrid, confratello della congregazione di san Pietro apostolo: ebbe pensione a corte di trenta scudi il mese, benefizi a Toledo e in Sicilia. Ciò per larghezza di Filippo quarto, che del teatro piacevasi e pe'l teatro scriveva, nascondendosi con verbosa modestia sotto l'appellativo di un ingenio de esta corte. Filippo dunque consacrò il Calderon in suo poeta, come la chiesa di Spagna lo avea consacrato in suo ministro; e lo trattò un po' meglio che simili re dilettanti e guastamestieri non usin fare con quelli emuli ingegnosi ch'ei si tengono da torno per isfoggio di vanità, a uso bestie rare, e per un piú comodo sfogo, nella vicinanza degli oggetti, alle tentazioni dell'invidia. Cosí la vita di Pietro Calderon, varia e felice, empié quasi tutto il secolo decimosettimo: il poeta della monarchia e della chiesa spagnola distese l'ombra della sua gloria su l'età scadente di quelle due instituzioni, l'ombra allungata dall'occaso del sole di Castiglia, che pur doveva non conoscer tramonto. Nato co 'l secolo, piú esattamente che a' nostri giorni non dicasi di Vittore Hugo, aveva sedici anni quando morí Michele Cervantes, trentacinque quando Lope de Vega; creatore quello, accrescitore questo del teatro spagnolo, grande e vero onore, il primo, della Spagna e della letteratura europea. A tredici anni scrisse la sua prima commedia, El carro del cielo; a ottant'uno, Hado y divisa, l'ultima. Morí a' 25 maggio 1682; e lasciava, affermano i biografi, centoventi comedias, duecento loas (prologhi), cento saynetes (farse), e ben piú di cento autos sacramentales (drammi religiosi allegorici): sí bene che le opere di lui a stampa non aggiungono a tanto numero.

II.

Negli atti sacramentali pare che talvolta recitasse egli stesso improvvisando, come i nostri comici antichi nelle commedie d'arte. Ma il Calderon era in buona compagnia: recitava con Filippo quarto. Nella Creazione del mondo il re faceva da Dio, il cappellano reale da Adamo. E Adamo cominciò a descrivere il paradiso terrestre. Naturalmente Dio si dové annoiare a sentirsi squadernar lí su'l viso quello che aveva creato egli stesso: figuratevi poi, avendo che fare con un Adamo Calderon, della cui imperturbabilità nel tirar giú cataloghi di metafore e similitudini i lettori poterono avere un piccolo saggio nella rappresentazione di venerdí sera, se v'assisterono, e ne potranno avere uno infinito aprendo a caso qualunque de' molti volumi suoi. Non vi era in somma fuscello, granello, bacherozzolo che sfuggisse all'acuto occhio del canonico di Toledo. E Iddio si scontorceva e stronfiava su'l seggiolone dorato. Ma era proprio un predicar la discrezione ai preti: Adamo cappellano badava pure a tirare avanti. Iddio alla fine cominciò a sbadigliare sí fieramente, che Adamo, punto nella vanità d'autore, tagliò a mezzo una similitudine per domandare al signore e dio suo (tanto è vero che un autore offeso è capace di riuscire anche eroe) qual fosse mai la cagione per la quale Sua Divinità si induceva a far dimostrazioni cosí poco reali d'una passione non punto divina. Voto a Dios, stava per dire il re di Spagna; ma ricordando la persona che sosteneva, si riprese, e con la sufficienza d'un filosofo hegeliano esclamò:—Per me stesso giuro, che mi pento d'aver creato un Adamo cosí chiacchierone.—Io per me ho mezza voglia di dar ragione a Filippo quarto, e scommetto che insieme con me l'avranno quei lettori i quali nella rappresentazione di venerdí sera gustarono il discorso di Basilio re di Polonia, che pure era stato scemato di quasi una metà dal signor Rossi.

Questi atti sacramentali, i quali piú d'ogni altro lavoro del drammaturgo spagnolo eccitarono l'ammirazione dei contemporanei, e da' quali ripromettevasi egli la sua maggior gloria; questi atti sacramentali, che a Guglielmo Augusto di Schlegel apparivano singolari e straordinarie produzioni, e del cui entusiasmo religioso il consigliere aulico parlava con entusiasmo critico; questi atti ci domandano un po' d'attenzione; e forse che ci daranno in cambio qualche idea del tempo, della nazione, dell'uomo. Pigliamo il primo: Dio per ragion di stato.

Va innanzi un prologo, ove la Teologia avendo per padrino la Fede si offerisce a sostenere nella università del mondo contro qualunque combattente un torneo su queste proposizioni: la presenza di Dio nell'eucaristia, la vita nuova che l'uomo riceve nella comunione, la necessità di spesso comunicarsi. Contro la prima proposizione si presenta la Filosofia con la Natura a padrino; e le due parti combattono di tutt'arme, di sillogismi come i frati nelle scuole di Salamanca, di spada come i cavalieri nei torneamenti di Toledo e di Burgos. S'intende che la Filosofia con la Natura sono abbattute e confessano la prima proposizione; e lo stesso avviene della Medicina col Discorso che si presentano ad armeggiare contro la seconda, e della Giurisprudenza con la Giustizia che movono contro la terza. Allora, per festeggiare il triplice trionfo, la Teologia annunzia un atto, nel quale sarà provato in forza delle leggi universali la legge cattolica dovere esser sola seguíta come quella al cui favore convergono la ragione e la convenienza.

Personaggi dell'atto sono: lo Spirito (primo amoroso), il Pensiero (buffone); poi, il Paganesimo, la Sinagoga, la Confermazione, l'Estrema Unzione, l'Ordine sacerdotale, il Matrimonio, l'Africa, l'Ateismo, San Paolo, il Battesimo, la Legge naturale, la Legge scritta, la Legge di grazia. Comincia risonando per l'aria un coro d'invocazione e desiderio al dio ignoto, e tratti a quel suono lo Spirito e il Pensiero pervengono a piè d'una montagna, su le cui vette levasi un tempio consacrato a punto al dio ignoto di cui parla San Paolo. I due pellegrini trovano nel tempio, tra una folla di supplicanti, il Paganesimo che prega il dio a venire ad abitare i delubri che egli ha fabbricato per lui. E qui una lunga argomentazione tra lo Spirito, il quale vorrebbe sapere un po' come un dio ignoto possa essere un dio, e il Paganesimo che fatto teologo glie lo prova come quattro e quattro fa otto con quella chiarezza e convenienza di ragioni che è propria de' teologi. Lo Spirito, a dir vero, non ne par molto soddisfatto, vorrebbe riattaccare la discussione col Pensiero.—È meglio ballare—risponde il buffone. E si balla un gran ballo di pazzia divina: il Paganesimo lo guida: le figure si formano in croce, e cantano con parole di mistero il dio ternario. Qui un colpo di terremoto e un'eclissi: fuga generale: restano soli il Paganesimo, lo Spirito, il Pensiero a ragionare su quei fenomeni. È il mondo che muore? è Dio che soffre? Queste sono ipotesi dello Spirito. Impossibile, obietta il Paganesimo. E il Pensiero, buffone, corre dall'uno all'altro; e dà sempre ragione a quello che parla l'ultimo. Il Paganesimo esce; e Spirito e Pensiero si propongono di andare girondoloni pe 'l mondo in cerca del dio ignoto. In America, l'Ateismo risponde alle loro domande che a lui non preme nulla né di coteste né d'altre fisime; e il Pensiero, da buon compatriota di Cortes e Pizzarro, lo bastona. L'Africa aspetta il suo profeta; e per intanto si accontenta di far considerare all'irrequieto Spirito che in ogni religione l'uom può salvarsi, e che quelle rivelate altro non sono che un mezzo per agevolare la perfezione. Bestemmia, urla come un baccelliere di Salamanca, lo Spirito; ed egli e l'Africa si minacciano, come arabi e castigliani. In Asia, trovano la Sinagoga, la quale è appunto sovra pensiero per certi segni di terremoto e di eclissi che accompagnarono la morte di un giovanotto da lei sentenziato alla croce perché col titolo di messia turbava l'ordine pubblico e scalzava la religion dello stato. Nuove discussioni su questo proposito tra la Sinagoga e lo Spirito. Ma eccoti un lampo e una voce di cielo—Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?—Entra in iscena san Paolo di subito convertito, e disputa con la Sinagoga su la rivelazione: introduce la Legge naturale, la Legge scritta, la Legge di grazia, come quelle che si riabbraccian tutte nel cristianesimo, e, per di piú, i sette Sacramenti che ne sono gli appoggi. E l'atto finisce con le conversioni, come una commedia di spada e di cappa co'matrimoni. La Sinagoga e l'Africa si ostinano a rimaner reprobe; ma lo Spirito, proprio lui, grida loro su 'l viso: Lo spirito dee pervenire ad amare e credere il dio ignoto per ragione di stato, quando pure gli mancasse la fede.—E il coro ripete cantando questa chiarissima affermazione.

In quel coro parmi di raffigurare i gesuiti fra i quali il Calderon era stato educato, i bisogni dell'esercito spagnolo fra i quali aveva combattuto la libertà in Fiandra, i domenicani inquisitori e confessori del re e della regina ai quali tutte le mattine il poeta baciava la mano nelle anticamere. E un leppo di bruciaticcio, e un suono ottuso e sordo, che non è suono, come di ferri acuti che si affondano con moto regolare e monotono in tante masse carnose, mi giunge, salvo mi sia, al naso e agli orecchi. Poveri giudei di Castiglia! nobili mori di Granata! generosi e improvvidi Incas! le allegorie dell'idalgo cattolico don Pietro Calderon della Barca non sono grottesche figure retoriche solamente: voi lo sapete.

Dio per ragion di stato del canonico sente il machiavellismo untuoso de'gesuiti. Io gli antepongo di gran lunga la sfacciataggine bronzea anzi di granito, monumentale a ogni modo, di Lope de Vega, la fenice di Spagna, a cui, per omaggio all'ingegno e alla gloria, Urbano ottavo mandava il diploma di dottore in teologia e il Grande Inquisitore il brevetto di famiglio del Sant'Uffizio, alle cui esequie tre arcivescovi cantaron la messa. Nell'Arauco domado di Lope, Caupolican difensore della libertà del Chile, è fatto prigioniero dalli spagnoli e condotto davanti a Garcia di Mendoza loro capitano. «Che è ciò dunque, Caupolican?» domanda il vincitore. «La guerra, signore, e la mala ventura,» risponde il vinto. Il Mendoza riprende: «La mala ventura è guiderdone degno di quelli che combattono contro il cielo. Non eri tu vassallo del re di Spagna?» E Caupolican: «Io nacqui libero, ho difeso la libertà della mia patria e delle mie leggi, non ho mai attentato nulla contro la vostra.» Ma la vittoria del re cattolico deve esser piena, e il vinto si arrende anche alla religione del vincitore. Ciò non vuol dire che si risparmi una vita: il sacerdote dà il passaporto all'anima per l'altro mondo, ma in questo il corpo è nelle mani del re: Dio per ragion di stato. Ecco dunque Caupolican ritto su 'l rogo, legato al palo; e i soldati spagnoli che appiccano il foco. Allora il Mendoza, inchinandosi a un ritratto di Filippo II che domina la scena, grida:

Señor, mirad que os servimos
Tiniendo estes verdes campos
De sangre de cien mil Indios
Por daros un reyno estraño.

«Signore, vedete come vi abbiamo servito tingendo questi verdi campi del sangue di centomila indiani per dare a voi un regno straniero.»

Evviva dunque il re e la religione! evviva la gotica cavalleresca monarchica e cattolica scuola romantica, e i suoi due santi apostoli Augusto e Federigo Schlegel, par nobile fratrum, che gabellarono al mercato dell'Europa questo fior di roba. Erano i tempi a ciò, perché i pigmei avevan trionfato dei titani. I consiglieri aulici avevano messo il piede su la gola dei vecchi giacobini, i nobili uffizialetti prussiani osavano guardare in viso i cadaveri dei gran marescialli dell'impero plebeo, Blücher cercava Napoleone per farlo fucilare, e nell'aspettativa di distrugger Parigi minava un arco del ponte di Jena; il re di Prussia sospendeva i professori che avevano spinto la gioventù germanica alla battaglia triduana delle nazioni, e apriva la fortezza di Spandau agli ingenui pronipoti d'Arminio che si ricordavano un po' troppo d'aver rialzato essi i principi tedeschi; i pietisti protestanti e i gesuiti cattolici si davano la mano contro il libero pensiero; l'imperatore scismatico e il cattolico, il re luterano e l'anglicano facevano la Sant'Alleanza contro la rivoluzione: e i due fratelli Schlegel dettarono il codice della scuola romantica a onore e incremento dell'impero, della chiesa e del medio evo.

Delle Lezioni di letteratura di Federigo, che per la critica era il vero ingegno potente di quella consorteria, scriveva ingegnosissimamente al suo solito Arrigo Heine: «Federigo Schlegel esamina tutte le letterature da un punto di veduta alto, ma quella posizione alta è sempre la cima del campanile d'una chiesa gotica. E in tutto che lo Schlegel dice odesi un continuo scampanare, odonsi qualche volta anche gracchiare i corvi che volteggiano intorno gli assi della vecchia freccia. Per me, aperto a pena quel libro, mi sale al naso l'incenso della messa; e a' migliori passi mi par veder rizzarsi via via delle lunghe file di pensieri tonsurati.»—Höher Weisheit Sonnenlicht Und der Kirche stille Pflicht,—«la superiore luce solar della scienza e la tranquilla obbedienza alla chiesa,» era il motto di Federigo; e da ciò s'intende come egli potesse andar pazzo del Calderon. Lo Stollberg il Tieck il Novalis il Werner rinnegarono la confessione di Martin Lutero per cercar l'Ippocrene della nuova poesia nelle pilette delle chiese cattoliche; ma a Federigo non bastò cotesto, che e' non volesse anche fare un passo piú innanzi e immergersi nelle sacre tenebre dei monasteri spagnoli rotte a quando a quando dal bel vermiglio bagliore degli atti di fede. E predicava il Calderon per il primo e piú grande fra i poeti cristiani nel chiarire piú e piú nel dominio della bellezza spirituale secondo le idee cristiane le politiche singolarità, e risonanze della vita, della storia tradizionale, delle singole leggende e anche della mitologia pagana. E forse per questa stessa ragione Federigo aveva rubato al marito la bella ebrea figliuola di Mosè Mendelssohn, per farsi poi cattolico insieme con lei e vivere delle limosine del marito oltraggiato: lo racconta Arrigo Heine. Anche: il Calderon a Federigo pareva primo e grandissimo fra i poeti cristiani nel far nascere dalla rappresentazione degli estremi patimenti una trasfigurazione spirituale, che è quel che meglio si affà, secondo lui, al poeta cristiano: Federigo morí d'uno stravizio gastronomico.

Ma Guglielmo Augusto Schlegel, o piú veramente Sua Eccellenza il consigliere di Schlegel, il quale saliva in cattedra tutto abbigliato su l'ultimo modello di Parigi a trattar male il Racine, e presso la cattedra tenevasi un lacchè nell'assisa baronale della famiglia intento a regolare la luce delle candele ardenti su candelabri d'argento; il secondo Schlegel in somma, o il primo secondo i gusti, vince la mano nelle lodi del Calderon al dotto fratello. Come la Spagna è la terra promessa della poesia romantica, cosí il Calderon, poeta sommo se altri mai al mondo meritò questo nome, il Calderon, miracolo della natura, è il genio della poesia romantica. «Essa poesia romantica, soggiunge il critico, lo aveva dotato di tutte le sue ricchezze, e sembra che avanti d'involarsi da' nostri sguardi abbia voluto nelle opere di Calderon, come si pratica in un fuoco artifiziato, riserbare i colori piú vivi la luce piú sfolgorante ed i piú rapidi razzi per l'ultimo scoppio.» E la comparazione del fuoco d'artifizio e dei razzi torna benissimo. Lo stesso Schlegel voltò in versi tedeschi La vita è un sogno per il teatro di Weimar, dove pochi anni innanzi erano state rappresentate l'Ifigenia in Aulide di Euripide, la Fedra del Racine, il Macbeth dello Shakspeare e anche la Turandot di Carlo Gozzi, tradotte dallo Schiller. Il quale (sia detto in parentesi) non voleva sentir parlare degli Schlegel, e li chiamava i due storni: e il Goethe, dopo lo schiamazzo che gli fecero intorno in compagnia di molti corvi per piú anni, un bel giorno scosse (dice il Heine) la chioma ambrosia e li disperse.

Cotesta preferenza dello Schlegel e l'opinione di altri critici ci assicurano dunque che La vita è un sogno va tra le opere meglio pregevoli del poeta spagnolo. E allora, a dir la verità, ci saremmo aspettati qualche cosa di più.

III.

La vida es sueño è una commedia eroica, la quale, come del resto tutti quasi i drammi spagnoli (e lo notarono il Bouterweck e il Sismondi), non è che una novella; novella drammatica, con sovrapposizioni d'intrecci.

Sigismondo, figliuolo unico di Basilio re di Polonia, è tenuto fin dal suo nascere prigioniero in una torre in mezzo ai boschi: cosí volle suo padre, il quale per segni di stelle avea creduto di prevedere che il figliuolo crescerebbe di sí feroce e superba natura da recar danno e ruina al regno e al padre stesso. Ma nello scorcio della vita, non rimanendo al vecchio che due nipoti di sorelle, Astolfo di Moscovia e Stella, prima di risolversi a trasmettere il regno ne'due che per ciò son già fidanzati, vuol tentar la prova se Sigismondo domato dagli anni del carcere désse speranza di sapere o potere correggere la mala natura. Clotaldo, carceriere e maestro del principe, gli mesce una bevanda soporifera; e Sigismondo dalle catene svegliasi nella reggia. Libero e potente, la natura sua di per sé feroce, e infiammata poi dai sentimenti di rancore e vendetta della sofferta prigionia, scoppia e rovesciasi come lava ardente su tutto: due volte vuole uccidere il suo maestro e carceriere, gitta dalla finestra un sergente, batte Astolfo suo cugino, minaccia il re: né autorità né età né bellezza gli è sacra. Il re allora pensa bene di farlo, addormentato, ritornare nella prigione: dove Clotaldo allo svegliarsi lo ammonisce ch'egli ha soltanto sognato, e che la vita tutta è un sogno, ma che anche in sogno giova far bene. Intanto popolo e soldati, per non sostenere la signoria d'un moscovita, qual era Astolfo in cui stava per ricadere il regno, si sollevano, corrono alla prigione di Sigismondo, lo liberano, lo acclamano re e capitano. Egli, nel pensiero che anche questo sia un sogno, ondeggia da prima; poi si gitta nella rivolta a conquistarsi il regno. Ma la ricordanza di quel sogno di grandezza d'un giorno cosí rapidamente dileguatosi e gli ammonimenti di Clotaldo han fatto di Sigismondo un altr'uomo: sa, con potenti sforzi, signoreggiarsi: vuol fare il bene. A Clotaldo, che gli annunzia doversi per lealtà raccogliere all'esercito del re, lascia libero il passo: contiene la sua passione per una donna, e la unisce a quello che ella ama: vince il re suo padre, e rende nelle sue mani la spada vittoriosa.

Tale è il nòcciolo della commedia di Pietro Calderon rappresentata ultimamente dal signor Rossi. Martinez della Rosa, critico e poeta spagnolo di scuola francese, domanda che cosa si possa sperare da una composizione drammatica, il cui soggetto è un principe chiuso come fiera in una prigione in mezzo ai boschi. La questione, cosí, parmi posta male, e il biasimo che ne riesce, ingiusto: perché veramente il personaggio e l'azione passano per tre fasi diverse, la rabbia impotente del prigioniero, lo sfogo dell'uomo della natura appassionato, la trasformazione dell'eroe.

Per la prima fase, quando Sigismondo è prigioniero, il Martinez ha ragione. Dramma non vi può essere: cotesta condizione appartiene alla lirica, all'epica al piú, a quella epopea analitica che il Byron indovinò nel Prigioniero di Chillon. Ma di questi prigionieri e solitari superbi, che già furono parte del mondo e devono tornarvi, due figure ci diede la Grecia: fra gli dèi, Prometeo; fra gli uomini, Filottete. Ora chi ricorda i lamenti tragici di Eschilo e di Sofocle (e come dimenticarli chi li ha letti una volta?) li paragoni un po', di grazia, a questi di Sigismondo nel dramma spagnolo (cito dalla traduzione fedelissima di Pietro Monti): «Me misero! me infelice! Desidero, cieli, sapere, giacché mi punite a questo modo, quale delitto nascendo commisi contro di voi: benché, se nacqui, già conosco che commisi un delitto; e la vostra giustizia e il vostro rigore hanno per ciò sufficiente motivo: l'essere nato è il piú grande delitto dell'uomo. Vorrei solo sapere, per giustificare i miei mali (lasciando da parte, cieli, il delitto del nascere) in che vi potei offendere piú degli altri, per punirmi di piú? Gli altri non nacquero? Dunque, se nacquero, perché hanno privilegi che io non ho goduto mai?—Nasce l'uccello; e colle ale che gli dànno somma bellezza, a pena è fiore piumato o mazzetto di fiori alato, già fende veloce le sale aeree, negandosi alla pietà del nido che lascia in riposo: ed io, che ho piú anima di lui, ho minore libertà?—Nasce il bruto; e colla pelle divisata di belle macchie è a pena, grazie al dotto pennello, figura stellata, quando gl'insegna, fiero e ardito, la necessità umana usare crudeltà; ed è mostro del suo laberinto: ed io, con istinto migliore, ho meno libertà?—Nasce il pesce, che non respira, aborto d'uova e di melma; e a pena squammoso navicello si vede su le onde, che gira per ogni dove, misurando l'immensità di tant'ampiezza, quanta glie ne dà il freddo abisso: ed io, con maggiore arbitrio, ho meno libertà?—Nasce il ruscello, biscia che tra fiori si snoda; e a pena, serpe d'argento, tra fiori si spezza, che musico celebra la pietà de' fiori che gli dà maestà e il campo aperto a sua fuga: ed io, che ho più vita di lui, ho meno libertà?—In tanto dolore, fatto un vulcano, un Etna, sono per isvellermi il cuore a pezzi a pezzi dal seno. Qual legge, giustizia, ragione può negare agli uomini privilegio sí dolce, qualità sí principale, concessa da Dio a un ruscello, a un pesce, a un bruto e ad un uccello?»

L'intonazione è solenne, e bello il motivo. Ma, del resto, come disse bene lo Schlegel! che sfilate di razzi! È sempre il solito vizio del Calderon: una imagine non gli basta: la prima non fa che mettergli appetito: come ciliege, l'una tira l'altra: e via per una pagina almeno, come processioni di fraterie per le strade di Madrid. E poi di tanti e sí smaglianti colori carica egli l'oggetto, che il lettore ne smarrisce la forma, ne dimentica l'impressione. Arrivato alla fine di cotesti periodi poetici, chi può dire di riconoscer piú gli uccelli e i ruscelli di madre natura? E queste filze di madrigali vorrebbonsi raccomandare accanto alla stupenda unità d'impressioni della tragedia greca e della inglese!

Nello svolgimento della terza fase del suo personaggio, il Calderon ha un riscontro, e pericoloso. Sigismondo che dubita se quello che l'attornia sia verità, Sigismondo per cui la vita è un sogno, Sigismondo che per iscetticismo divien generoso, è Amleto: un Amleto ridotto, un Amleto abortito, come lo potea fare il poeta della inquisizione: ma il germe c'è. Egli si move, ben diverso dal gran sonnambulo di Danimarca il quale ha da lottare con una folla di uomini vivi che da ogni parte gli si serra addosso e gli chiude la via, egli si move, sparnazzando sentenze morali e azioni cavalleresche fra tante figure di legno, fatte e messe lí solo perché ei le atterri o le sollevi.

Ma nella seconda giornata del dramma, nella seconda fase dell'animo di Sigismondo, il Calderon fece prova di forza vera, ci lasciò un saggio del drammatico che in altri tempi e in altro paese ei sarebbe stato. Sigismondo è l'uomo piú originale e gigantesco che il Calderon abbia creato: han ragione i suoi parziali: non può né meno dalla lontana esser raffrontato agli altri personaggi di quelle sue commedie, i quali, sebbene innumerevoli e forniti da tutte le parti del mondo, hanno un'aria di famiglia che deve consolar il cuore agli spagnoli su la fedeltà della musa nazionale del loro poeta, perocché son tutti cavalieri castigliani ad un modo, cultori fedelissimi al tempo stesso del punto d'onore e delle acutezze. Sigismondo questa volta non agita pennacchi, non tocca la chitarra né sgrana rosari; trascorre solo un tratto a fare un complimento a una dama nello stile del Gongora: ma del resto, sfrenandosi su la società coll'impeto della natura e colla passione del male dalla società stessa prodotto, è un leone dell'Africa; si leva e guardasi intorno e sbadiglia, si raccoglie per meglio prendere le mosse del salto, poi si slancia e abbranca e acceffa, e scrolla ed esulta, e bramisce e ruggisce; tutti fuggono. Pur tuttavia, rileggendo quella seconda giornata, ché lo merita, si sente desiderio di qualcosa: vorrebbesi vedere, parmi, opposti al selvaggio alcuni di quegli ostacoli piú insidiosi e dissimulati della civiltà piú raffinata, alcuna di quelle reti sottilissime che in soggetto consimile il Voltaire ha teso intorno al suo Ingenuo e che l'Huron salta e rompe cosí bravamente: gli spaventi della religione, per esempio. Ma a cotesto non v'era col Calderon da pensare: egli avrebbe condotto Sigismondo a baciar la mano al primo sagrestano che gli si facesse innanzi.

Lodano in vece, come invenzione singolare e che mostra l'artista profondo, l'ammirazione che il solitario incivile sente subito per la donna. Cotesta è invenzione antica quanto almeno il Novellino e il Decameron; né il Calderon l'ha rinnovata, parmi, singolarmente, descrivendola al solito piú con le molte parole che dagli effetti. Certo, l'ha viziata con lo stile.—Trombetta (a Sigismondo). «Quale di tutte le cose che qui hai vedute e ammirate ti è piaciuta?» Sigismondo. «Niente mi ha fatto meravigliare; mi era già tutto immaginato. Ma, se alcuna cosa del mondo mi dovesse cagionare stupore, sarebbe la beltà della donna. Una volta io lessi in certi miei libri, che ciò in cui Dio pose maggior cura è l'uomo, per essere egli un piccolo mondo; ma già penso che sia la donna, per essere ella un piccolo cielo e comprendere in sé piú bellezza che l'uomo, quanto è piú il cielo che la terra; e massime se è quella che ammiro.» Rosaura (da sé). «È qui il principe; io mi parto.» Sigismondo. «Donna, férmati e ascolta: non unire l'occaso e l'orto: fuggendo al primo passo, e cosí unendo l'orto e l'occaso, la luce e l'ombra, sarai senza dubbio sincope del giorno.»

E pure Guglielmo Schlegel non vuole si faccia il torto a Calderon di chiamare ammanieratura il suo stile puro ed elevato, vero colorito del dramma romantico.

Parmi d'avere accennato che Sigismondo s'agita nel vuoto, come quegli che non ha intorno a sé personaggi veramente vivi e moventisi. Potrebbe anche dirsi che, salvo Clotaldo il quale è, da buon carceriero e pedagogo, sufficientemente noioso, e salvo il vecchio re astrologo, gli altri personaggi del dramma poco di Sigismondo si curano, tutti intesi come sono a sbrigare le faccende loro, o meglio a dipanare una loro matassa, che è l'intrigo sovrapposto alla favola principale. Eccolo. Astolfo, per assicurarsi con la mano della cugina Stella il regno di Polonia, ha abbandonato in Moscovia un antico amore, Rosaura; che travestita da uomo passa nel regno, e la prima cosa a cui si abbatte è la torre di Sigismondo, alla quale non era permesso ad uom vivo di avvicinarsi. Ella fatta prigioniera deve rendere la spada nelle mani di Clotaldo, il quale in quell'arme riconosce un pegno da lui lasciato a una dama che giovine aveva amato in Moscovia. In fine Rosaura si scopre per sua figlia; e con lui passa alla corte, dove, riprese le vesti muliebri, diviene, come nipote di Clotaldo, dama di compagnia della principessa Stella. Questa un bel giorno la manda a ricevere di mano d'Astolfo un ritratto di donna che la principessa voleva da lui, argomento ch'egli avesse pe 'l suo dimenticato ogni altro amore. È il ritratto di Rosaura: imaginatevi qui una di quelle scene romanzesche che abbondano anche nel teatro nostro del secolo decimo settimo, la quale s'intreccia proprio alle furie di Sigismondo. Rosaura poi passa nel campo dei sollevati e sotto la protezione di esso principe, per dare in ultimo nella pace universale la mano ad Astolfo, quando Sigismondo impalma la Stella. Non è da vero la semplicità greca, e né pure quella folla di uomini e fatti che lo Shakspeare fa saltare tutti vivi e veri dalla sua testa per indirizzarli e moverli poi d'accordo al punto ch'ei vuole, come ragazzo un branco di animali domestici. È un imbroglio che si accavalca a una favola semplice di per sé ed austera, come edera che opprime ed insulta col suo verde stridente il verde cupo e severo di antica quercia.

IV.

Fra i puri e bei tratti di poesia, che pur sono in questa commedia eroica, è il soliloquio di Sigismondo su 'l fine della seconda giornata.—«Siamo in un mondo cosí strano che il vivere in esso è sognare; e l'esperienza m'insegna che l'uomo che vive sogna quello che è fino allo svegliarsi. Il re sogna di essere re, e, vivendo in questa illusione, comanda, dispone, governa; e quell'applauso che precario riceve scrive nel vento e in cenere lo converte la morte! Grande sventura che ci abbia chi sforzisi d'aver un regno, quando sa che si deve svegliare nel sonno della morte! Sogna il ricco fra le sue ricchezze, che gli recano i grandi affanni; il povero che soffre, sogna la sua miseria e povertà; sogna chi comincia a vantaggiarsi di stato; sogna chi si affanna dietro a speranze; sogna chi altrui ingiuria ed offende; e in somma nel mondo tutti sognano quello che sono, benché nessuno se ne accorga. Io sogno di essere qui da queste catene aggravato, e sognai di essere in uno stato migliore. Che è mai la vita? una frenesia. Che è mai la vita? un'illusione, un'ombra, una favola; e piccolo è il piú gran bene che ci sia, perché tutta la vita è un sogno e i sogni sono un sogno.»

Questo sentimento della vanità di tutto, questa conscienza dell'ombra, questo raziocinare del sogno è la vita della Spagna nel misero regno di Filippo quarto e nel miserissimo di Carlo secondo. Tutto era deserto oramai nella Spagna; e Filippo secondo che si fabbricò la sfarzosa prigione dell'Escuriale nella solitudine arenosa è l'imagine del popol suo che si fa il suo teatro nel secolo decimosettimo. Il cattolicismo insidioso e freddo de'gesuiti, piú micidiale ancora che quel violento e sanguinario de'domenicani, avea fatto il vuoto intorno alla Spagna; ed ella preparavasi alla morte, che sentiva oramai vicina, adagiandosi nel cataletto come Carlo quinto; e come i monaci di S. Giusto salmeggiavano su la bara dell'imperatore vivo, cosí il poeta voleva consolare la patria moribonda col ricantarle su tutti i toni che la vita è un sogno.

E questa poesia di scadimento e di morte i fratelli Schlegel la proponevano per canone all'arte dell'Europa nuova.


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L'ATTA TROLL

DI ENRICO HEINE

Prefazione all'Atta Troll tradotto da G. Chiarini
(Bologna, Zanichelli, 1868) riprodotta con emendazioni ed aggiunte.

SU
L' "ATTA TROLL"

I.

L'atta troll, immaginato in Cauteretz, piccolo borgo de'Pirenei, nel 1841, nella stagione delle bagnature, fu buttato giú in una prima composizione sul finire di quell'autunno, e nel 1842 pubblicato a pezzi in un periodico tedesco che s'intitolava Il mondo elegante. «Ma in generale i poemi epici—scriveva il Heine al suo editore Campe—han da essere rifusi piú d'una volta: quante volte rimutò il suo l'Ariosto! quante il Tasso! Il poeta alla fine è un uomo, e i migliori pensieri gli vengono dopo il fatto.[3]» E cosí, pensatoci su ancora qualche anno fra i dolori d'una lunga malattia agli occhi e i fastidii d'una questione d'interessi con parenti, Enrico Heine, sol nell'autunno del '46, molte cose aggiunte, altre mutate, finí la piú fantastica e insieme la piú serenamente aristofanea satira che egli mai scrivesse e che la poesia germanica vanti.

L'autore stesso, nella prefazione che va innanzi al poema, narrò, con quella intima e splendida arguzia che è tutta sua, le circostanze fra le quali l'Atta Troll venne su, e anche rivelò i suoi intendimenti e le mire. Le ragioni storiche e politiche, le piú peregrine notizie, i piú sicuri schiarimenti su le allusioni personali, gli ha dati Carlo Hillebrand nella lettera al traduttore e nelle note che adornano preziosamente questa edizione. E già esso traduttore aveva pubblicato in un fascicolo della Nuova Antologia dello scorso anno un accurato studio su l'Atta Troll e sul genio satirico del Heine. Dopo ciò una mia prefazione è da vero inutile. Ma la prefazione di un terzo qualunque a un libro non suo può ella essere mai altro che inutile? Perché questa mia sia meglio in carattere, io cercherò di rappezzarla rubacchiando a man salva di qua e di là.

II.

Atta Troll è il filisteo tedesco mascherato da orso. Ma che cosa intendono i tedeschi per filisteo? e che cosa è il filisteo in generale? Lasciamolo dire al Chiarini, il quale, per la pratica lunga che ha avuto con l'orso, deve conoscerne meglio di altri il genio le abitudini e i gusti.

«Interrogando le sue memorie infantili intorno alla storia sacra, il lettore si rammenterà che i Filistei erano una piccola nazione della Siria, la quale fu lungamente in guerra col popolo ebreo; si rammenterà ch'erano gente robusta, ma grossa di cervello e dura, mentre gli Ebrei, che per ben due volte furono da loro soggiogati, ma seppero largamente vendicare le loro sconfitte, erano il popolo eletto, il popolo della luce, della civiltà, del progresso; si rammenterà che Sansone con una mascella d'asino ne uccise ben mille; si rammenterà che il piccolo David mosse senz'altra arme che la sua fionda contro il gran filisteo, il gigante Goliat, e lo atterrò, e toltagli la spada, e mózzogli con essa il capo, se ne tornò trionfante tra' suoi. E queste reminiscenze gli faranno, io credo, rifiorire nell'animo l'immagine di una razza d'uomini grossolana e volgare, moventesi senza garbo né grazia, piena di sé medesima, ostinata, arrogante, prosuntuosa. Pare a me, e parrà, spero, anche al lettore, che que' coraggiosi rappresentanti del vero spirito moderno in Grermania, i quali si affidarono di combattere e vincere l'usanza con la ragione, avessero una felicissima idea, allorché, allargando il significato della parola filisteo, con la quale già fino da tempo antichissimo gli studenti delle università schernivano i giovani provinciali, lo affibbiarono ai loro oppositori in arte, in politica, in filosofia. Come in ogni nazione, cosí in ogni ordine dell'umana società, anzi in ogni scuola, in ogni setta, in ogni associazione, ci sono filistei; riconoscibili facilmente a un certo sussiego, che non si scompagna mai da una certa goffaggine, che è, come a dire, la pelle, onde madre natura li ha rivestiti. Sien essi romantici o classici, sieno liberali o assolutisti, sieno progressisti o retrogradi, sieno realisti o repubblicani, sieno credenti o increduli, sono sempre un po' accademici, un po' arcadi, un po' pedanti; sono l'opposto della disinvoltura, della semplicità, della grazia, della eleganza; e perciò odiano queste qualità e chiunque le possiede, e perciò odiano spesso l'uomo d'ingegno, che non cura o deride le leggi ond'essi vorrebbero imbavagliare ogni cosa. E perciò i filistei tedeschi dovevano riguardare con un santo orrore Enrico Heine, ingegno indipendente, se altro mai, lucido, petulante, aggressivo; e perciò Enrico Heine doveva essere il piú fiero, il piú terribile, il piú spietato nemico de' filistei. In ciò sta il carattere principale, e come a dire l'essenza del poeta. In ciò sta l'importanza dell'opera sua letteraria, la quale, come acutamente e giustamente notò Matteo Arnold ne'suoi Saggi di critica, fu una guerra a morte contro il filisteismo, una guerra che durò quanto la vita dell'autore.»[4]

Questa guerra Heine la combattè nell'Atta Troll con le sue piú belle armi d'oro e con un intendimento meglio che altrove determinato. «Atta Troll è il filisteo tedesco, virtuoso, liberale, amante della patria, che porta i capelli lunghi, che fa la ginnastica, che nutre un superbo disprezzo pei popoli corrotti di sangue latino, che si guarda con gran cura dal macchiare di voci straniere il suo nativo idioma». Cosí l'Hillebrand[5] illustrava il tipo del filisteo tedesco: tipo, certamente, che si porge graziosissimo alla caricatura, da quanto lo chauvin francese, da quanto l'italianissimo, vestito di velluto, dei tempi del Primato. Ma l'intenzione lo spirito e le fogge della caricatura heiniana non si possono né cogliere intere né ammirare adeguatamente, se non si avverta da principio che Atta Troll è un tipo un po' complesso: è il germanesimo caparbio in certe sue evoluzioni politiche e insieme in certe fasi dell'arte: è, se vogliamo dirlo piú breve, il germanesimo romanticamente politico. «Come in Germania—séguiti qui il Chiarini—la scuola romantica pura attribuí a sé il monopolio della virtú, del liberalismo, dell'amore di patria, e come i purissimi dei romantici tedeschi furono i poeti svevi; Atta Troll è anche la satira del romanticismo tedesco in generale e della scuola sveva in particolare».

Se non che, prima di far conoscenza piú stretta con la caricatura heiniana, è giusto avvertire quel che notava l'Hillebrand: «L'Atta Troll comincia a non avere piú in Germania quel che oggi dicesi una grande attualità. La scuola patriottica dei tedeschissimi (Deutschthümler), che avea per motto il frisch, fromm, fröhlich, frei, e della quale è uno de' capi il padre Iahn, come Heine lo chiama, erasi già in parte modificata verso il 1840, quando il Gervinus ed altri, rinunziando a certe ridicolezze di forma e di linguaggio, infusero nuova e piú seria vita alla tendenza nazionale, benché serbassero poi nel fondo lo stesso orgoglio smisurato, lo stesso sentimento della propria virtú, lo stesso disprezzo per le nazioni neolatine. Cotesta scuola può dirsi che nel 1866 rimanesse interamente disfatta. Tuttavia i Mommsen i Wais ed alcuni altri non sono, chi ben guardi, che una terza metempsicosi dell'orso immortale».[6]

III.

Ora qualche cosa del romanticismo bisognerà pur dire; ma, siccome gl'italiani si sono ostinati a non volerne udir discorrere e io sono un po' pregiudicato, lasciamo parlare prima un altro, un forestiere.

Uno di quei francesi che innanzi al 1870 andavano pazzi della Germania e della sua poesia, il sig. Eduardo Schuré, in una Storia della canzone popolare tedesca, piena d'ingegno e di notizie e di belle traduzioni, ma forse troppo enfatica e poetica da crederle su la parola che la sia una storia, scrisse, sul romanticismo germanico e su le parti diverse che vi sostenne Heine, alcune pagine, che paiono una ballata romantica esse stesse. Le traduco qui, a rischio che la mia prosa rimanga scolorita al confronto.

«La poesia romantica tedesca era nel 1825 a' suoi piú be'giorni. Una folla di adoratori le si stringeva attorno, cavalieri non pochi sventolavano i suoi colori nell'arena della letteratura e della critica, i re le sorridevano perché essa gli incensava, i diplomatici la proteggevano perché essa faceva dimenticare al popolo il pensiero della libertá. Proprio allora entrò in lizza un poeta scintillante di spirito e d'immaginazione, che si annunziò per il suo cavaliere piú devoto e ardente. Ahimè, si accorse ben presto che le lance, anziché per i vezzi d'una bellezza fiorente, ei le rompeva per una vedova non tanto in carne, vivente su la contraddote. Rosso di collera, le gittò in faccia il guanto, e a tutti i suoi campioni assestò tali stoccate che i piú non se ne rialzarono, e la venerabile dama ne morí di dispetto. Il cavaliere fantastico e terribile era Enrico Heine. A questo nome quante bizzarre e incantevoli apparizioni sorgono a turbinare nella memoria! Quante fate pensose ci guardano coi loro grandi occhi azzurri cupi, quante nisse beffarde ci motteggiano passando! Quante buffe caricature, quante figure dolorose ci sfilano davanti agli occhi! Si riapre ancora allo sguardo abbagliato la magica foresta dei racconti delle fate; e nella caligine luminosa dei verdi frondeggiamenti, fra gli scintillíi del sole sul lussureggiante fogliame, apparisce una mano bianca che ci fa segno, ci chiama, ci attrae piú lontano, sempre piú lontano.

«La storia del Heine e della poesia romantica è per sé stessa un de'piú bizzarri racconti. Questa poesia aveva trasportato i suoi penati nell'antico castello del medio evo. L'aveva restaurato superbamente: cioè, fra i muri crollanti aveva ricostruito una splendida sala, badate bene, di legno. Colonne a chiocciola sostenevano superbamente la vòlta moresca; e le statue colossali dei vecchi imperatori, disposte in fondo alla sala presso il trono della santa e mistica poesia, parevano pronte a trar la spada per difenderla. In quella sala, scintillante di faci di fontane e di specchi, i romantici si diedero l'appuntamento per una gran festa ... Vi giungevano, meravigliosamente addobbati, cavalieri tedeschi, francesi, mori e saracini; bionde castellane in vesti azzurre seminate di stelle d'argento, cupe regine in mantelli purpurei raggianti di soli d'oro, trovatori dalle capellature ondeggianti. E cominciò il ballo. Una musica fantastica attrasse le coppie entro un cerchio magico, e con le cadenze via via piú passionali le trascinò a turbine. In questo momento entrò un misterioso cavaliere spagnolo. Stretto in una giubba di velluto, ei procedeva con la superba aria d'un hidalgo: mostrava nel mantello ricamato a oro alcune cifre arabe e indiane, e una gran penna di corvo gli dondolava sul capo: non avea maschera: bello di volto e attraente. Un ardore dolce e cupo covava negli occhi suoi fissi, e un superbo disdegno gl'increspava le labbra voluttuose. Portava ricamata in argento sul berretto la sua insegna, due teste di sfinge, che l'una pareva piangere e l'altra scoppiar dalle risa. Smisero di ballare per guardarlo. Egli con far trascurato prese la prima chitarra che gli venne alle mani, e cantò certe romanze castigliane con tono cosí altero e accento cosí nuovo, che scoppiò un tuono d'applausi. Il ballo ricominciò furioso, e il nuovo venuto ne fu il re».

«Ma presto tutti cadevano di stanchezza.—Or su—disse ad alta voce il bello incognito—è mezzanotte: via le maschere: ne ho assai di questa commedia. Vo'sapere chi siete. Io mi chiamo Enrico Heine: giudeo o protestante, come vorrete: ma mi rido di Dio e del diavolo, adoro l'amore e la libertà, e odio l'ipocrisia. Io ho detto chi sono. Ditelo anche voi.—Tutti gridarono: Indegnità. Il bel cavaliere diè in uno scroscio di risa:—Ah, voi avete paura, mascherine belle? E pure io so chi siete.—E accostandosi a un maestoso templaro, gli strappò la maschera:—Tu—gridò—non sei altro che un gesuita, e qui fai gli affarucci della tua congregazione. Voi, bel contino, che non parlate se non di crociate, voi siete un povero valletto di Sua Maestà il re di Prussia, e meglio fareste a entrar nella guardia che a pompeggiarvi qui nel palazzo della Poesia dove non avete che fare. E tu bel trovatore, sospiroso per la dama de'tuoi pensieri, tu non se'altro che un commesso di negozio e hai avuto un po' di fortuna con una cameriera. Voi siete tutti santi falsi, cavalieri falsi, trovatori falsi. Io vi smaschererò tutti, facchini: sotto le maschere lisce mostrerò le vostre facce rugose di sagrestani e di ciarlatani, e sotto le giubbe di seta i vostri abiti frusti di usurai e d'impiegati. Quanto a voi, dame illustrissime, non esamino i vostri titoli. Che sarebbe la commedia e la tragedia della vita, se voi non aveste il diritto di burlarvi di noi, di farci saltare come burattini ed empierci i cuori di torture divine e di voluttà dolorose? Contesse, ballerine, zingare e cortigiane, vi amo tutte e tutte vi canto. Voi siete belle: viva il ballo.—A questa uscita, scoppiò una tempesta di risa e di grida. La voce stridente del cavaliere passava nel midollo delle ossa: c'era nella sua amarezza non so che d'aspro e straziante che facea venire i brividi. La vecchia bicocca romantica tremava dalle fondamenta. Ve ne furono che gli domandarono ragione de'suoi insulti: egli incrociò la spada con loro, e li abbattè sul pavimento distesi senza voglia di ricominciare.—Nella vostra sala si affoga—disse il vincitore:—mi bisogna aria e l'alito dei boschi.—»

«Dir questo e dare un calcio alla porta e sfondarla, fu tutt'uno: venne un colpo di vento, tutti i doppieri si estinsero, e cavalieri e dame si videro al bagliore di pallidi torchi come spettri. Ma a traverso la porta spaccata apparve un incantato paesaggio di foreste, di montagne, di laghi dormenti al lume di luna. Allora il magico poeta, presa un'arpa obliata, ne trasse accordi miracolosi: le foreste lontane fremevano deliziosamente. A quelle melodie carezzevoli, si svegliarono i geni de'boschi e le dee delle acque, a riannodare i lor giri di ballo, a rinnovare i canti tentatori. Ai sospiri della magica arpa, ai richiami dell'incantatore, uno stuolo di fantasmi leggeri appressò e scivolò nella sala sotto gli occhi della gente attonita. Arrivarono dal fondo dei lor domi di verdura le elfidi selvagge, coronate di fiori fantastici e con ghirlande di betulla, a rintrecciare le danze fugaci al lume della luna. Arrivarono dal fondo dei lor palazzi di cristallo e delle cascate schiumanti le nisse, pazzerelle ridenti, dal seno di neve palpitante; elle si precipitarono, abbracciate, in una ridda furiosa. Talvolta le piú folli, passando davanti l'incantatore, volgevansi; e belle, scapigliate, col seno aperto, con un lampo di riso su le labbra, parevano volergli rapire un bacio, ma sfioravano l'arpa. E in mezzo al cerchio delle ondine passava, misteriosa apparenza, la diletta del poeta, con le braccia incrociate sul petto, con la testina bruna inclinata, con un sorriso strano su le labbra: tenerezza o ironia?

«Tutt'a un tratto il capriccioso negromante interruppe la musica ammaliatrice con un tocco stridente, e si mise a sonare arie sí comiche che non si poteva udirle senza ridere. Queste arie avevano di strane virtú: facevano, ciascuna, entrar di súbito nella sala un personaggio del tempo; e ballava come un burattino, e dispensava in pubblico i suoi pensieri piú segreti. Una volta era il grosso banchiere di Berlino, Gumpel, intitolantesi in Italia marchese Gumpelino, che declamava un po'di Shakspeare, calcolando il rialzo della rendita, e si metteva in testa d'essere il Romeo d'una bizzarra inglese, la quale gli ministrava teneramente certo filtro di farmacia che lo guarí per sempre da'suoi amori imprudenti. Altra volta è Saul Ascher, filosofo kantiano, con le gambe attratte, la secca persona esprimente l'imperativo categorico; e cammina, cammina, ripetendo, come un orologio—La ragione è il primo principio.—Una terza volta è il vecchio Schlegel con le sue trenta parrucche di riserva. Finalmente è tutta una galleria ...

«—Ah, voi gridate contro queste care figurine?—dice il mago.—E pure siete voi, è la vostra generazione, che si chiama sciocchezza, ipocrisia, servilità. Con le vostre pie bigottaggini, con le vostre vigliacche concessioni, voi avete avvelenato la vostra religione, la vostra filosofia, la vita intera. D'altra parte, tutto è sogno, chimera, illusione. La poesia è tanto pazza quanto la realtà è stupida. La storia è una commedia che il buon Dio si concede per ammazzare il tempo. In fondo in fondo, a questo buon Dio, che fa paura ai bambini e alle balie, voi non ci credete piú di quello ci creda io. Solamente voi siete tanto vigliacchi che non ardite dirlo. Voi non vi stimate nulla voi stessi; ma vi mettete in positura dinnanzi al mondo, vi imbacuccate di berretti, croci, nastri; e vi scambiano per eroi. Bene! io, per me, sono un pazzo: non credo a nulla, disprezzo me stesso, ma dico la verità. Il mio cuore sanguina; ma le vostre stolte infamie non mi strapperanno mai altro che un ghigno di disprezzo, e io ho il diritto di frustarvi in faccia.—Cosí parlava il mago trasformato in pazzo di corte, con lo scettro di buffone nell'una mano e la frusta nell'altra.—Dài al miserabile! addosso al ciuco! morte al bestemmiatore!— gridò tutta la canaglia romantica, aristocratica e clericale. Ma egli, afferrando una torcia affocata, la ruotò intorno a sé, e intonò con voce stentorea la Marsigliese.—Oh, questo canto vi fa paura—disse:—per soffogarlo, voi vorreste rizzare un patibolo. V'aiuterò.—Il mago evocò allora lo spettro della ghigliottina. Ed ella si rizzò, alta e sanguinolenta, entro una nebbia rossa; e le si aggiravano intorno corpi senza testa, e si facevano riverenze l'un l'altro: erano Maria Antonietta e la sua corte.—Corpi senza testa, ecco l'immagine della vostra società—disse ridendo il terribile pazzo. E già si sentiva cantare lontano la Marsigliese, la Carmagnola, il Ça ira; e cotesti canti andavano crescendo come il muggito della tempesta, al rintocco del 1848.—Le jour de gloire est arrivé—gridò il poeta, gittando la sua torcia nel tavolato dell'intarlato edifizio. La fiamma rossa lo investí, e crepitando di gioia guadagnò il culmine. Le travi scricchiolarono, la folla scappò: in un batter d'occhio la splendida sala fu un braciere, e sprofondò. Il poeta gittò un grido di trionfo. Ma tutto a un tratto si trovò nella triste torre, invecchiato, malinconico, solo. Come avviene nei racconti delle fate, quando svanisce il castello pieno di fiaccole, di valletti e di damigelle; egli non udí piú altro che gli stridi della civetta e della strige. Allora il poeta gridò tristamente:—E pure io ho amato! e pure io ho creduto all'ideale!—Forse non mai era stato piú sincero d'allora; ma egli aveva troppo riso, e non fu creduto.»[7]

IV.

Dopo ciò, a discorrere, di fuga, del romanticismo mescolato alla politica, toccherà a me.

Da principio romanticismo e patriotismo furono in Germania una cosa. Le memorie del medio evo cristiano-tedesco risvegliate con poetica sentimentalità nel romanticismo durante la signoria francese infiammarono i combattenti del 1813: l'orgoglio delle vittorie del '13 e del '15 alla sua volta rese quasi nazionale la riazione, e inebriò e licenziò a' piú furiosi eccessi mistici e feudali il romanticismo. Ci fu tempo, breve per verità, che la Germania, e non solo la Germania, parve avere perduto il senso del vero, la conscienza del moderno, la superbia della eredità del secolo decimottavo. Fu un terror bianco di medio evo, uno stravizio d'idealismo, un carnevale di spiritualismo. E il carnevale era la quaresima; e il digiuno delle idee durava tutto l'anno; e mille Braghettoni morali mettevano gran foglie di fico su le nudità della primavera, su l'oscenità dell'estate. Intanto i principi invitavano per mezzo degli usseri i patrioti e i combattenti del '13 e del '15 a maturare nelle fortezze la loro educazione per l'avvenire; e uno, fattisi saldare da' sudditi i debiti suoi e del figliolo, che non erano pochi, profferiva una carta costituzionale al prezzo di quattro milioni di talleri, e poi si sarebbe contentato anche d'un ribasso di due milioni; un altro concedeva la costituzione, ma solamente per i nobili e gl'impiegati, e con la discussione segreta; un terzo la rimandava a quando avesse ultimato un suo spartito o a quando fosse finito il domo di Colonia. Cosí non poteva durare. Il romanticismo intanto, come poesia, languiva tisico, per quel suo peccato originale di aver voluto sequestrarsi dal vero e vivere di profumi inebrianti fra i vapori e l'azzurro di un mondo fantastico, dalle cui cime riguardava con mesto disprezzo le bassure coltivate e abitate, che pur producono il buon pane, il buon vino, il buon manzo, e i dolori e le gioie di tutti i giorni. Esalata, per estenuazione e rifinimento, l'anima; le forme rimasero ciò che senza anima sono le forme. E mentre i corvi seguitavano a gracchiare intorno ai campanili, e i falchi roteavano intorno alle torri, e nelle torricelle tubavano le tortori, e i paperi diguazzavano nella probatica piscina della estetica, i cigni emigravano; e dalle uova deposte nella terra dell'odiata rivoluzione sgusciava, al sole delle giornate di luglio, la Giovine Alemagna.

La Giovine Alemagna usciva dagli scritti del Heine e del Börne, due ebrei già convertiti, se non proprio al cristianesimo, certo il primo alla poesia, il secondo alla repubblica. Heine assai prima delle giornate di luglio aveva gittato alle ortiche la tonaca del romanticismo; e ne'Reise-Bilder si era dichiarato per Napoleone, per la borghesia, per la libertà filosofica politica e letteraria; tutte parole e idee che allora andavano insieme a braccetto all'avventura: fuoruscito in Parigi dopo il '30, sonò a doppio contro il romanticismo e la vecchia Germania. Ma i purissimi in patria erano rimasti fedeli alle tradizioni cristiane e germaniche del medio evo; e da una parte Menzel, il mangiator di francesi, che inorridiva al paganesimo del Goethe, denunziava (la espressione è del Heine) alla polizia della Confederazione i libri de'fuorusciti; dall'altra il Mayer il Pfizer e gli altri poetini della scuola sveva scomunicavano in nome della moralità e dell'idealismo la nuova poesia. Heine dal suo lato rimaneva anch'egli costante nella fede alla poesia, nella religione del bello, nella politica dell'arte: fede, religione e politica, che egli sentí professò e trattò sempre con devozione immutata ed integra. Perdurava egli del pari in quell'ardenza rivoluzionaria, che ai 6 e 10 agosto del 1830 gli fece scrivere dei pezzi lirici in prosa come questi? «Lafayette, la bandiera tricolore, la marsigliese! Io sono come inebriato. Audaci speranze si slanciano appassionate su dal mio cuore, come alberi con frutti d'oro e con rami di selvaggio rigoglio che distendono il loro fogliame fino alle nuvole. Ma le nuvole ruinanti in fuga diradicano quegli alberi giganteschi, e con essi si spazzan la strada davanti ... Nell'azzurra letizia del cielo erra una melodia di violini; e dalle onde smeraldine del mare risuona come un allegro riso di fanciulle. Ma sotto terra qualche cosa scricchiola e bussa; il suolo si fende, i vecchi dèi sporgon fuori le teste, e con frettolosa meraviglia domandano—Che cosa vuol dire questo giubilo che percuote fin nel midollo della terra? Che c'è di nuovo? Dobbiamo tornar su?—No, rimanete nella regione caliginosa, ove ben presto un nuovo compagno di morte scenderà a raggiungervi.—Come si chiama?—Oh lo conoscete bene, è quello che un tempo sprofondò voi nella notte eterna ... Pane è morto ...»-«Lafayette, la bandiera tricolore, la marsigliese! Via ogni desiderio di riposo! Adesso io so di nuovo quello che voglio, quello che debbo ... Io sono il figlio della Rivoluzione, e afferro le armi benedette su le quali la madre mia ha pronunziato il suo scongiuro ... Fiori! fiori! voglio incoronarmene la testa per la battaglia. E anche la lira, datemi la lira, ch'io canti la canzone della battaglia ... Parole simili a stelle fiammeggianti, che scoppino dall'alto e incendano i palazzi illuminando le capanne ... Parole simili a dardi lampeggianti, che volino fino al settimo cielo e colpiscano la impostura che vi si è appiattata nel santo dei santi.... Io sono tutto gioia e canto, tutto spada e fiamme.»[8]

Sapete voi la storia del cane Medoro, del cane leggendario delle tre giornate? La racconta brevemente lo stesso Heine, nella stessa lettera onde riferii le ardenti parole. «Oh potessi vedere soltanto il cane Medoro! Egli mi preme assai piú degli altri cani i quali con rapidi salti han portato la corona a Filippo d'Orléans. Egli il cane Medoro portava al suo padrone il fucile e le cartucce, e quando il suo padrone cadde e fu con gli altri eroi sotterrato nella corte del Louvre, il povero cane restò giorno e notte su la tomba, immobile come una statua della fedeltà.» Giunto il Heine a Parigi volle andar a vedere questo Medoro, il quale fu cantato anche dal Delavigne ed era mantenuto a spese comuni della Guardia Nazionale nel Louvre; ed ecco che glie ne parve: «Non rispose affatto alla mia aspettazione. Non vidi che un brutto animale, nel cui sguardo nessun entusiasmo, anzi vi spuntava qualcosa di losco e di falso, qualcosa d'interessato e di furbacchiotto: direi anzi che v'era dell'industriale. Un giovine, uno studente, in cui m'incontrai, mi disse che quello non era il vero Medoro, ma un cagnaccio intrigante, un cane della dimani, che si faceva empiere il ventre e lisciare il pelo a spese della gloria del vero Medoro, mentre questo, dopo la morte del padrone, s'era modestamente ritirato, come il popolo che avea fatto la rivoluzione. Adesso il povero Medoro, aggiunse lo studente, erra forse per Parigi, senza un tozzo e senza un giaciglio, come molti eroi di luglio; perché il proverbio, che buon cane non trova mai un osso buono, qui in Francia è piú orribilmente vero che altrove: qui si mantengono nei canili caldi e si pascono della carne migliore mute di mastini, di cani da caccia e di altri quadrupedi aristocratici: qui voi vedete riposare su cuscini di seta, ben pettinati e profumati e rimpinzati di biscottini, lo spagnolo e la piccola levriera, che abbaiano contro ogni onest'uomo, ma che sanno adulare la padrona di casa e sono qualche volta iniziati nei vizi umani. Ahimè, tali bestie vili e immorali prosperano nella nostra società, mentre ogni cane virtuoso, ogni cane della verità e della natura, che resta fedele a'suoi convincimenti, crepa miserabile e tignoso sur un letamaio.—Cosí mi parlò lo studente; e molto mi contentò quella sua altezza di giudizi politici».[9]

Cosí Arrigo Heine trovò ben presto in Parigi il disinganno; e non meno presto cercò e trovò la lotta, anche, pur troppo, co'suoi compagni d'esilio. Il Börne giudicava l'Heine, dopo il libro che fu pubblicato anche in francese col titolo De la France, cosí: «Io posso essere indulgente con un fanciullo che giuoca, con un giovane innamorato; ma quando in un giorno di sanguinosa battaglia, il fanciullo va a caccia di farfalle pe'l campo della strage e mi si mette fra le gambe, quando, in un'ora di suprema angoscia, che noi preghiamo Dio con ardore, il giovane sguaiato, fra noi, non vede né guarda altro in chiesa che le belle ragazze, e fa l'occhietto e dice le paroline dolci; allora, con tutto il rispetto alla filosofia e all'umanità, v'è ben ragione di andare in collera. Heine è un artista, un poeta; e ad essere riconosciuto tale da tutti, non gli manca che il suo voto. Ma egli spesso vuol essere qualche altra cosa che poeta, e spesso si perde. Chi, come lui, non vede nulla piú su della forma, deve tenersi alla forma; altrimenti, passato a pena quell'orlo, ei cade nell'illimitato e vi s'inabissa e dispare. Chi adora per suo dio l'arte, e solamente per capriccio fa orazione di quando in quando alla natura, quegli oltraggia insieme la natura e l'arte. Heine accatta dalla natura il nettare e il polline dei fiori, e poi con la duttile cera costruisce l'alveare dell'arte; ma l'alveare non lo fa perché conservi il miele, raccoglie il miele per empierne il suo alveare. Però egli non commove quando piange, perché si sa che colle lacrime innaffia l'aiuola dei suoi garofani. Però egli non persuade quand'anche parla il vero, perché si sa che nel vero ama soltanto il bello. Ma la verità non sempre è bella, né resta bella sempre. Ci vuole del tempo perché ella venga in fiore, e i fiori bisogna che caschino prima ch'ella porti i frutti. Heine adorerebbe la libertà tedesca, s'ella fosse nel suo pieno fiore; ma in questi rigori d'inverno è ancora sotto il concime, ed egli non la riconosce e la sdegna. Con qual bello entusiasmo non ha egli parlato del combattimento e dell'eroica morte dei repubblicani nella chiesa di San Mery! Felicissimo combattimento, nel quale essi ebbero la sorte di gittare la piú nobile delle sfide alla tirannide e morire di bellissima morte per la libertà. Se il combattimento fosse stato meno bello (a ciò bastava fosse avvenuto in altro luogo, ove si fosse potuto disperdere i repubblicani o prenderli alla spicciolata), Heine ci avrebbe scherzato su. Heine celebrerebbe il fatto di Bruto come nessuno meglio: ma sia un sarto che levando il coltello sanguinoso dal cuore di una cucitrice oltraggiata, la quale si chiami soltanto Barberina, conciti i cittadini a libertà; Heine ci ride su. Trasportate Heine nella sala del giuoco della palla, a quell'ora memorabile in cui la Francia si svegliò dal sonno millenario e giurò di non voler piú sognare, egli diventerà il piú furioso giacobino, il piú arrabbiato nemico degli aristocratici, e farà con delizia scannare in un giorno tutti i nobili e tutti i principi. Ma date il caso ch'ei vegga scappar fuori dalla tasca di Mirabeau tonante alla tribuna una pipa al modo degli studenti tedeschi col fiocco rosso nero e oro, allora addio libertà! egli se la batte a fare di bei versi su'begli occhi di Maria Antonietta[10]».

È vero: Heine era troppo squisitamente poeta, troppo feminilmente nervoso, troppo liricamente mobile: la rigidità e la durezza, il giacobinismo del Börne, del forte e nobile Börne, non gli si affaceva. Ma la imagine della libertà sotto il concime è, me lo perdoni il Börne, un po' brutale. Heine aveva adorato la libertà, ma in visione, come una dama del medio evo, a cavallo, col falcone in pugno, col velo verde ai venti; l'aveva adorata come un'etaira di Atene, passeggiante in tunica succinta, fra i mirti, sotto i platani, in mezzo alle statue bianche dei numi; come, in somma, una Isotta o un'Aspasia, la quale avrebbe gittato a lui fiori e sorrisi ed egli a lei i suoi canti. Quando la vide in sembianza di vivandiera mescer vino e anche rhum per accendere i soldati al combattimento; quando la previde massaia onesta e laboriosa attesa a distribuire a ciascuno la sua parte di lavoro e di pane e anche di companatico, ma senza i crostini dell'ideale impastati di miele e di burro e spalmati d'azzurro, o solamente per le ragazze e i bambini; allora l'apostata romantico rivolse la testa a riguardare le bianche alture onde era sceso la mattina; non le rivide piú; e una lacrima gli tremolò negli occhi, e una irrequietudine nervosa lo possedé poi sempre. Ma in un modo o nell'altro la libertà egli l'amò, amò la patria tedesca; e pur tra le sue infedeltà di artista quell'amore brilla su la fronte sua di poeta come una stella. Ora in Germania è di rigore e di moda giudicare severamente il Heine, della cui poesia non si vuol vedere che la parte negativa. Noi italiani possiamo essere piú giusti: è giusto a ogni modo che ascoltiamo anche lui. Nel suo scritto commemorativo su 'l Börne, che era meglio del resto non avesse scritto, vi sono pagine che bisogna rileggere prima di aprire l'Atta Troll. Eccone alcune:

«... Mi pesano su l'anima, come ombre umide, tutte quelle tristezze senza consolazione ... Mi pioviggina per entro i sensi roventi come un'acqua ghiacciata, e il mio vivere altro non è che intirizzimento doloroso. O freddo inferno invernale dove viviamo dibattendo i denti! O morte, bianca fantasima di neve in mezzo a una nebbia infinita, che ne accenni tu con quello schernevole crollar della testa?

«Felici coloro che imputridiscono in pace nelle carceri della patria! perocché quelle carceri sono pure una patria con spranghe di ferro, e vi spira a traverso l'aria tedesca, e il custode, quando non è mutolo affatto, parla la lingua tedesca. Sono oggimai piú che sei lune da che niun suono tedesco mi ha percosso l'orecchio, e tutto ciò ch'io imagino e sogno si riveste faticosamente delle forme d'una lingua straniera. Dell'esilio del corpo voi avete per avventura un concetto, ma l'esilio dell'anima solo può rappresentarselo un poeta tedesco, il quale si trovi costretto a parlare a scriver francese tutto il giorno ed anche a sospirar francese la notte sul cuore della donna amata. Fino i miei pensieri sono esiliati, esiliati in una lingua straniera.

«Felici coloro che all'estero han da combattere soltanto con la povertà, con la fame e col freddo, mali non piú che della natura. A traverso i buchi della soffitta sorride loro il cielo con tutte le sue stelle. O miseria dorata in guanti lustri, quanto piú infinitamente tormentosa! Doversi far acconciare, se non pur profumare, la testa disperata; e le labbra gonfie di sdegno, piene di maledizioni al cielo e alla terra, dover sorridere, sorridere sempre!

«Felici coloro che sotto il soverchio del dolore hanno perduto alla fine l'ultimo bocconcel di ragione e han ritrovato un ricovero sicuro a Charenton o a Bicêtre, come il povero F ... come il povero B ... come il povero L ... e tanti altri che io conosceva meno. Nella loro follía la cella pare ad essi la patria diletta; essi nella camicia di forza si credono vincitori di ogni dispotismo, si credono superbi cittadini d'un libero stato. Ma tutto ciò lo avrebber potuto avere anche a casa.

«Solo il passaggio dalla ragione alla follía è un momento increscevole e orribile. Rabbrividisco quando ripenso all'ultima volta che il F ... mi venne a trovare, per dirmi sul serio che si doveva accogliere nella gran federazione dei popoli anche gli uomini della luna e gli abitatori delle stelle piú lontane. Ma come notificar loro la nostra proposta? Questo il punto difficile! Un altro patriota in simili disposizioni aveva immaginato una specie di specchio colossale, col quale rifletter nell'aria proclami in lettere gigantesche, tanto che tutto il genere umano potesse leggerli allo stesso tempo, senza timori d'impedimenti dai censori e dalle polizie. Disegno gravido di pericoli per lo stato! E pure non ne fu fatto menzione nei rapporti della Dieta germanica su la propaganda rivoluzionaria!

«Ma felicissimi poi i morti, che giacciono nella loro fossa al Père-Lachaise, come tu povero Börne.

«Sí, felici quei che sono nelle carceri della patria, felici quelli nelle soffitte della miseria corporale, felici i forsennati nella casa di forza, e felicissimi i morti! Per quel che tócca a me, io credo in ultimo di non avermi a lamentar troppo, perocché io in certa guisa partecipo la felicità di tutta questa gente, per quella meravigliosa suscettività, per quella simpatia involontaria, per quella malattia dell'anima che è nei poeti e non si sa propriamente denominare. Se anche, il giorno, io mi aggiro fresco e ridente per le vie splendide di Babilonia: credetemelo, non a pena cade la sera, le arpe melanconiche mi risonano in cuore, e tutta notte tutti i tromboni e i cembali del dolore, tutta la musica giannizzera dei patimenti umani vi rintrona dentro; e ne sale su fuori una orribile e stridente processione di maschere.

«Oh che sogni! sogni di carcere, di miseria, di follía, di morte! mescuglio stridente d'insania e di saviezza! zuppa avvelenata che puzza di sauerkraut e odora di fiori d'arancio! Orribile sensazione, quando i sogni dileggiano la realtà del giorno, e ironiche larve metton fuori il capo dai rossi papaveri ammiccando e facendovi lima lima, e i superbi allori si convertono in ispidi cardi e gli usignoli fanno un sogghigno di scherno!

«Per il solito ne'miei sogni io mi siedo sul pilastro angolare al canto di via Laffitte in un'umida sera di autunno, quando la luna gitta lunghe strisce di luce su 'l sudicio lastrico, sí che la mota sembra dorata se non pur seminata qua e là di diamanti che scintillano. Gli uomini che passano sono della stessa guisa, mota che risplende: sensali di fondi pubblici, giocatori al rialzo, monetari falsi del pensiero, scribi a buon mercato, e ragazze anche a miglior mercato, le quali per verità devono mentire soltanto col corpo, pance oziose che si rimpinzano nel caffè di Parigi e poi si precipitano all'Accademia di musica, alla cattedrale del vizio, ove Fanny Essler danza e sorride ... In mezzo, un trepestío di carrozze, un saltar di lacchè screziati come tulipani e volgari come i loro nobili padroni. E, se non erro, in uno di que'cocchi sfacciatamente dorati siede il già mercante di sigari Aguado, e i suoi cavalli che passano pestando superbamente la mota inzaccherano dall'alto al basso il mio abito di maglia rosso ròsa ... Già, con mia gran meraviglia, io mi veggo vestito da capo a piè di maglia rosso ròsa, d'una veste color carne; poiché la stagione inoltrata e anche il clima non concedono una intiera nudità, come in Grecia, alle Termopili, dove re Leonida co'suoi trecento spartani la vigilia della battaglia danzò tutto nudo, tutto nudo, coronato il capo di fiori. Io vesto alla foggia del Leonida dipinto dal David, quando ne'miei sogni mi siedo su 'l canto di via Laffitte, ove il maledetto cocchiere dell'Aguado m'inzacchera i miei calzoni di maglia. Mascalzone, egli m'impillacchera anche la mia corona di fiori, la bella corona di fiori che porto in capo, ma che, detto fra noi, è già mezza secca e non manda piú odore ... Ahi, ahi! egli erano freschi e allegri fiori il giorno che me ne adornai, nel pensiero che la dimani si anderebbe alla battaglia, alla santa e vittoriosa morte per la patria ... È oramai un bel pezzo, ed io me ne seggo qui tristo e sfaccendato in via Laffitte, e aspetto la battaglia; e intanto i fiori mi appassiscono su 'l capo, e anche i capelli m'imbiancano, e il cuore mi si ammala nel petto. Dio santo! com'è lungo il tempo di questo attendere oziosi! alla fine mi muore anche il coraggio ... Io veggo la gente che passa guardarmi pietosamente, e susurrar l'uno all'altro: Povero pazzo!»[11]

E intanto nel sacro suolo della patria, nella Germania tutta nera di querce e d'idee, il movimento incalzava; e in pochi anni alla Giovine Alemagna, specie di repubblica girondina che la dittatura contro il passato esercitava nelle poesie nei romanzi e nei drammi, succedeva la sinistra hegeliana, specie di montagnardi che tutte le idee del passato cominciando da Dio decapitavano sotto la ghigliottina filosofica; succedevano i poeti politici, specie di volontari del '93, che stanchi di combattere per parole e di decapitare idee volevano romperla con qualche cosa, ma non sapevano che. A questo punto Heine si smarrí.

E pure il giacobinismo del Börne era, con un piú ardente amore alla patria tedesca, quello stesso giacobinismo delle lettere da Helgoland. E pure la sinistra hegeliana non avea fatto altro che confinare nello stretto ragionamento le divinazioni e le volate del libro su l'Alemagna. E quei della poesia delle tendenze erano pure figlioli, piú o meno legittimi e rassomiglianti, che Heine aveva generati ne'suoi amori di luglio e di agosto con la rivoluzione del '89 e del '93. Ma che! L'estate e la passione erano ite, e la rivoluzione non parea piú cosí bella. E quel Börne con quella sua corona di ebrei e di puritani e di disperati era cosí poco estetico! E poi quella dura sinistra hegeliana, che deportava gli eleganti e poetici ingegni ai lavori forzati del romanzo di genere o della liricuzza nell'arcipelago del nulla! E poi quella politische Tendenzpoesie (orribile scontro di parole, di idee e di ringhi) cosí arruffata, per lui artista correttissimo nella linea! quel Hoffmann di Fallersleben con tutti i bicchieri che beveva per la rima, quel Dingelstedt con la lanterna, quel Prutz con la mazza, quel Herwegh strappatore di croci, quel Freiligrath, il quale dagli amori alle giraffe, che non avea mai vedute, di Guinea, era passato a recitare il confiteor fra i socialisti, apparivano cosí iperbolici, cosí enfatici, cosí monotoni, cosí vaporosi, a lui adoratore del Goethe e ora quasi naturalizzato francese!

Tali odii e amori, tali rimembranze e rimpianti, tali eccitazioni e antipatie, parte umane e patriotiche, parte artistiche e liberali, parte personali ed egoistiche, conspirarono tutte insieme a informare e formare l'Atta Troll. L'orso del Heine, come il veltro di Dante, muta parvenze e attitudini secondo spira il vento della fantasia e della passione: è il combattitore mangiafrancesi del '13, è il costituzionale del '18 col suo buon vecchio diritto, è il girondino della Giovine Allemagna, il giacobino della scuola di Börne, l'ammazzasette della sinistra hegeliana, il socialista poeta-tendenza, ma sempre sentimentale, sempre idealista, sempre germanico, sempre romantico, sempre orso. Heine nell'Atta Troll sembra aver fatta sua l'impresa di quel vecchio cavaliere spagnolo, Yo contra todos y todos contra yo: non mai fu piú in disaccordo con tutti e piú d'accordo col suo genio. E la caricatura riuscí tanto piú meravigliosa, non so qual meglio fra comica e fantastica, per questo, che fu condotta col piú serio artifizio della scuola romantica e con un appassionato sentimento della romantica poesia.

Lo afferma esso il poeta nelle Confessioni: «Dopo aver dati de'colpi a morte alla poesia romantica in Germania, a un tratto fui ripreso io stesso da un infinito amore del fiore azzurro nel paese de'sogni del romanticismo; e tolsi in mano la lira incantata, e cantai un canto nel quale mi abbandonai a tutte le meravigliose esagerazioni, a tutta l'ebbrezza del lume di luna, a tutta la strana magía di quella folle musa che io aveva un dí tanto amata. Io so che quello fu l'ultimo libero canto del vero romanticismo e che io sono l'ultimo suo poeta.»[12] E piú liberamente confessandosi al Varnhagen d'Ense (in una lettera del 3 gennaio'46): «Questa nuova generazione vuol godere e farsi il suo posto nel visibile: noi, i vecchi, c'inchinavamo umilmente dinnanzi l'invisibile, ma godevamo in soppiatto d'ombre, di baci, di profumi di fiori azzurri; noi rinunziavamo e piagnucolavamo, e non per tanto eravamo piú felici di questi duri gladiatori che vanno incontro con tanto orgoglio a un combattimento mortale. Il millennio del romanticismo è sul finire; ed io, io stesso, sono stato l'ultimo suo re favoloso, disceso volontario dal trono. Se non avessi gittato la corona e vestito la blouse, mi avrebbero a punto a punto decapitato. Quattr'anni or sono, prima di divenire apostata di me stesso, volli ancora diguazzarmi un poco al lume di luna co'vecchi compagni de'miei sogni; e scrissi Atta Troll, il canto del cigno d'un'età che declina; e l'ho dedicato a voi. Ed è proprio vostro; perché voi eravate il compagno d'armi che piú mi rassomigliava, sí nel serio sí nello scherzo. Come me vi adoperaste a seppellire il vecchio tempo e avete servito di levatrice al nuovo: sí, noi l'abbiamo messo al mondo, e ora ce ne spaventiamo: siamo come la povera gallina che ha covato le uova di anitra, e vede tutta sgomenta la sua covata gittarsi deliziosamente nell'acqua.[13]»

Il poeta si è veramente confessato. Dunque si adoperò anch'egli a seppellire il vecchio tempo! Dunque serví da levatrice al nuovo! Egli sa ciò che ha fatto, e in fondo crede che è bene; ma ha dentro di sé la tenia romantica che gli dà il mal umore.

Non voglio esser io a rappresentare Heine per rivoluzionario e radicale, e però lascio parlare un suo biografo tedesco, lo Strodtmann. «Questa spettrale e corusca apparizione del romanticismo per entro la fredda e arida vita del presente dà al poema un'attrattiva tutta sua e originale; ma noi ci accorgiamo súbito che quelle sono ombre morte, le quali ci volteggiano intorno stranamente gesticolando su la frontiera che separa il paesaggio del mondo antico dal paesaggio del mondo moderno. Noi, non del tutto liberati ancora dai loro influssi, sospiriamo riguardando indietro alla regione dei sogni del buon tempo antico; ma la ragione ci mostra l'ignoto avvenire. Per quanto il poeta metta in ridicolo senza un riguardo al mondo la poesia politica delle tendenze pavoneggiantesi nella sua ampollosità e la orsina goffaggine della propaganda socialistica, era ben lontano dal pensiero di mettere in dubbio co'suoi scherzi il contenuto delle dottrine rivoluzionarie e sociali. Non sarà per contrario sfuggito agli accorti e spregiudicati lettori come spesso il furbo Heine simpatizzi con le distruttive teoriche del radicalismo; e la teologia in specie può restare mezzanamente contenta agli ammonimenti di Atta Troll a'suoi figli che si guardino da Feuerbach e da Bauer, se gli raffronti alla rappresentazione del creatore sedente, su l'aureo trono del cielo, sotto il padiglione stellato, in forma d'un colossale orso del polo con pelle tutta di neve immacolata.[14]»

In tale contrasto fra il presentire Enrico Heine nella chiaroveggenza del suo pensiero il trionfo di quelle idee di trasformazione politica e sociale per le quali egli stesso aveva combattuto, e il suo disgusto di artista per le forme con le quali elleno erano almeno per allora bandite, e le voluttuose aspirazioni della sua sensualità di poeta a uno stato di segregato riposo ove la fantasia potesse abbandonarsi a tutti i voli di scoperta e l'arte a tutti i capricci di lavoro; in tale contrasto è la novità originale dell'Atta Troll. In mezzo al regno attuale degli orsi e prima dell'avvenimento delli gnomi l'autore del Canzoniere vuole abbandonarsi a un saturnale di fantasia, vuol prendere (perdonatemi, per amore della verità, la metafora) una romantica ubriacatura di poesia pretta, a onta e dispetto della scuola delle tendenze; se non che non può uscire dalla corrente, e con quel suo continuo ribattere a cotesta sciagurata poesia delle tendenze cade nella tendenza egli stesso.

V.

E in tali contrasti, e negl'intendimenti, in generale, che finora mi son provato a raccogliere e rappresentare, sta anche la ragione della diversità che intercede grandissima fra l'Atta Troll e le altre zoepiche (epopee bestiali sonerebbe improprio e sgarbato), che risorte dopo il risorgere dell'apologo nella smania del secolo decimottavo per il naturale affèttato, furono diversamente ammirate nel correre del nostro secolo. Il Reineke Fuchs, che Volfango Goethe lavorò nel 1793 sul rifacimento, in basso tedesco del Quattrocento, dell'antico poema francese della volpe, tiene e dalla origine sua medievale, del tempo delle canzoni di gesta, e dall'arte classica onde il poeta di Weimar allargò i rozzi ottonari in esametri solenni, tiene, dico, l'anima e le forme di una vera epopea, di una epopea oggettiva, nel cui sereno sorriso non v'è riflessione o inflessione di motivo personale. Gli Animali parlanti del Casti, composti dopo la tempesta della rivoluzione, nella oscillazione dei tempi e degli animi fra il Direttorio e il Consolato, rimangono a punto una cosa incerta in politica e in poesia: sono, non ostante l'opportunità delle allusioni e delle dottrine politiche, non ostante certa vivacità pittorica nei particolari, un troppo lungo apologo in stile troppo spesso di gazzetta: quelle bestie seguitano ad affannarsi per ventisei canti in sestine a dimostrare che non son bestie, il che appariva a bastanza dal primo canto.

Qualcuno potrebbe darsi a credere che l'Atta Troll sia in comparazione al Reineke Fuchs quello che di fronte agli Animali parlanti sono i Paralipomeni alla Batracomiomachia del Leopardi. Nei due poemi, di fatto, in quello dei topi e delle ranocchie e in questo dell'orso, c'è il motivo e l'intenzione personale: ambidue i poeti mettono in ridicolo avvenimenti ed uomini dei giorni loro e fanno, un gran giuoco, con diversa opportunità, di episodi. Ma la rassomiglianza, tutta esteriore, finisce qui. Già il prof. Zumbini notò la mediocrità satirica del Leopardi, e, poiché il poeta della ginestra dai particolari (gli avvenimenti italiani del '21 e del '31) trascende presto al generale, anche notò, con molta verità, pare a me, la impossibilità del render comica l'irrisione di tutta la vita umana quale è, quale fu, quale sarà.[15] Ma, oltre a questo, il Leopardi, lirico grande e de' piú profondi e umani poeti che sieno stati, nei Paralipomeni è inferiore a sé stesso, anche come artista. Lasciamo la favola ricalcata un po' su l'antica Batracomiomachia e un po' sugli Animali parlanti; ma, salvo certi episodi di valor lirico, salvo certe brevi descrizioni naturali che sono delle piú vere della poesia italiana, come giudicar belle, in una letteratura che vanta i Pulci e l'Ariosto, quelle ottave cosí fredde, cosí slogate, tanto affannosamente stentate, che di alcune si contrasta ancora sul senso e se la costruzione sia retta? Scusiamo l'infelice poeta, che malato a morte non scriveva, dettava; ma non vantiamo, oltre quello si convenga a un'opera postuma, il poema.

L'Atta Troll si differenzia dai Paralipomeni e dagli Animali parlanti specialmente per una sua proprietà, che fu ben rilevata da un critico tedesco:—ha un sentimento poetico piú profondo che non l'allegoria: questa in altri poemi di favola simile diventa astrazione: Heine invece sa darle tale forma, che i personaggi ne acquistano una vita loro, per la quale e con la quale dànno un piacere vero estetico oltre a ciò che devono significare.[16]—È vero: l'orso del Heine raffigura il filisteo tedesco, ma è non per tanto un orso, e orso rimane; a quel modo che nel poema medievale della volpe rifatto dal Goethe la volpe, il lupo, il montone, con nomignoli nuovi tratti da certe loro qualità speciali, raffigurano indoli, caratteri e istinti diversi di personaggi dell'ordine feudale e clericale, ma rimangono volpi lupi e montoni veri. È la favola della vita umana, raffigurata ne'bruti e fatta recitare a'bruti, secondo certe rassomiglianze tipiche che l'uom vede o crede vedere fra certi individui della sua specie e certi bruti. Anche: Heine capí che una zoepica pura non poteva ai dí nostri reggere, e mescolò nella sua l'elemento umano. Come nella Divina Commedia (si parva licet componere magnis) il protagonista del poema è Dante stesso, l'uom vivo, antitesi della morte, nella cui personalità è (se cosí posso esprimermi) la guarentigia della verità e dell'arte di fronte alla visione e all'allegoria; per egual modo l'antitesi e l'antagonista di Atta Troll è il Heine stesso, a salvaguardia della verità e dell'arte contro l'allegoria e l'astrazione. E il Heine che viaggia i Pirenei in compagnia di Lascaro a caccia dell'orso è Enrico Heine vero, l'Heine dei Reisebilder, con tutto insieme la sua disposizione fantastica alla leggenda e il caustico riso, con la potente e profonda osservazione e la ingenua e infantile ammirazione amorosa della natura.

Quanto allo stile, a conseguire quell'agilità e quella sveltezza di passaggi e varietà di toni che è mirabile nell'Atta Troll, Heine fu anche aiutato e giovato dal metro che elesse. È in fondo l'ottonario delle romanze spagnole, che Herder avea già introdotto col suo Cid nella versificazione tedesca spoglio di rime e di assonanze ma fissato nel trocaico di quattro battute: se non che Heine per piú regolarità e per una tal civetteria lirica partí i suoi trocaici in istrofe di quattro. Su la qual maniera di strofe lo Strodtmann fa un'osservazione giusta: «come la sloka indiana, secondo notava A. G. Schlegel, imita l'andar barcollante e dondoloni dell'elefante, cosí il suono de'trocaici a quattro piedi fa tornare alla mente il passo dell'orso: v'è in fondo a quelle strofe un'avvertita e intenzionale monotonia, una gravità pretensiosa, che procede pettoruta con la grandezza spagnola.»[17] È vero, ma non è tutto il vero. La satira del romanticismo, che è insieme l'ultimo libero canto della poesia romantica, non poteva esser condotta meglio che col metro nel quale fece le migliori prove quella che agli Schlegel pareva la piú romantica delle letterature romanze, la spagnola; con quel metro lirico e insieme epico, e anche drammatico, che serví all'intonazione montanara e marinara dei romanceri e al dialogo constellato di diamanti della commedia del Calderon. Per la virtù specialmente di cotesto metro, che giovenilmente rimaneggiò, potè Heine alzarsi con tanta facilità e felicità dal racconto e dal discorso comico satirico alle volate liriche e fantastiche.

Il traduttore italiano (al fine parliamo un po' anche di lui) capí bene, che, non ostanti le apparenti somiglianze dell'Atta Troll con le due zoepiche italiane ricordate, non era il caso di tradurre le strofe di Heine in sestine e in ottave, o, peggio, in endecasillabi sciolti, come il buon Pietro Monti fece già del romanziero del Cid e non so chi, or son dieci anni, dell'Intermezzo del nostro poeta. Novantanove volte su cento il carattere di un'opera poetica sta nel metro; e già il Cesarotti scrisse: «I traduttori, volendo mettere in vista la difficoltà delle traduzioni, calcano unicamente sopra la diversità del linguaggio, ma non mostrano di sentire un'altra difficoltà, con cui è lor necessario di lottare, e che, per mio credere, è ancora più grande: voglio dire quella che nasce dalla diversità della versificazione. Egli è certo che i sentimenti, i pensieri e le espressioni prendono da sé stesse un tornio e una configurazione corrispondente alla versificazione rispettiva dei varii poeti. La brevità o la lunghezza del verso, la varietà delle flessioni, delle pose, delle cadenze, l'armonia che risulta naturalmente dal numero e quella che nasce dall'aggiustatezza delle consonanze, il diverso intralciamento e la distribuzione delle rime, ciascheduna di queste cose modifica i sentimenti, e comunica loro una bellezza propria e distinta da tutte le altre. Si trasferiscano gli stessi sentimenti in un altro metro, si cangi la disposizione, si alterino le misure; tutto è guasto. Le idee, aggiustate sopra un altro metro, stanno, per cosí dire, a disagio in questo nuovo, e prendono attitudini violente e scomposte: si forma una discordanza disgustosa tra i sentimenti ed i suoni: gli oggetti non si presentano piú sotto il punto di vista conveniente: l'orecchio, ed in conseguenza lo spirito, si riposa in luoghi poco opportuni, e sdrucciola su quelli ne'quali dovrebbe arrestarsi; e la composizione piú perfetta diventa simile ad un bel corpo con tutte le membra slogate. Perciò egli è assolutamente impossibile il far una traduzione di buon gusto, la quale sia precisamente letterale in una soverchia sproporzione di metro.[18]» Non si poteva né veder piú vero né dire meglio; ma le conseguenze che il Cesarotti ne traeva per il suo modo di tradurre sono false. Nessuno richiede, credo io, una versione precisamente letterale in poesia; e anche, perché farla tale è assolutamente impossibile, non è permesso a nessuno di rendere, per esempio, frugoniana e arcadica l'Iliade. Meglio, un altro poeta italiano, e dei novatori piú felici di modi lirici, il Berchet, proponevasi, traducendo le vecchie romanze spagnole, di rendere in italiano poesia straniera per poesia straniera, intonazione per intonazione, armonia per armonia, mirando a una fedeltà piú reale che apparente e piú esatta che non un'ordinaria fedeltà materiale.[19] Non so se il Chiarini pigliando a tradurre l'Atta Troll conoscesse il metodo e il libro del Berchet, ma pare a me siasi proposto proprio lo stesso; e, come il Berchet fece con le lunghe serie ad assonanza spagnole, egli ancora, per rispetto all'orecchio italiano troppo avvezzo alla rima specialmente nei versi brevi, ha creduto dovere introdurre due rime nelle quartine sciolte del Heine.

Ora non temano i lettori che io voglia far loro il maestro spiegando i pregi di questa versione dell'Atta Troll. Il mio debito era di aiutarli, quelli almeno che del mio aiuto possano credere di aver bisogno, a legger bene, cioè con conoscenza di causa, il poema tedesco; e mostrar loro il metodo, che a me pare il vero, tenuto dal Chiarini nel tradurlo. Del resto, leggano, e giudichino da sé. Se prima di giudicare volessero buttar da parte cosí i pregiudizi della vecchia scuola accademica come le superbiucce ignoranti della gente della letteratura facile, farebbero, credo, bene; e meglio farebbero se, leggendo, pensassero che per raggiungere l'espressione vera nell'arte manca a noi italiani moderni ancora di molto e molta fatica ci occorre, e fossero però un po' cortesi a chi questa fatica l'ha fatta onestamente e valentemente.

VI.

Sí, valentemente. Credo poterlo ripetere oggi, dopo cinque anni che le pagine qui a dietro furono stampate in prefazione al volumetto dell'edizione Zanichelli.

Certi parrucchieri della poesia, certi commessi viaggiatori della critica, quando scappa loro parlare di verseggiatura e di stile poetico, dovrebbero starsene contenti ai libretti d'opera. Essi non sanno, per esempio, che sia, o che ci sia al mondo, la strofe trocaica tedesca; essi non sanno che sia, o che ci sia al mondo, il semplice e monotono ottonario dei romanzi spagnoli (romanzi, badino, che non sono come quelli del Zola), che sia, o che ci sia al mondo, l'ottonario spezzato delle commedie di Calderon; due maniere metriche queste, che Heine imitò nella strofe trocaica del suo poema comico romantico, d'argomento e di scena spagnolo: ora, non sapendo tutto cotesto, non possono intendere che il Chiarini non poteva e non doveva tradurre l'Atta Troll in istrofette, come,

Mira, Norma, a'tuoi ginocchi
Questi cari pargoletti ecc.

Essi signori parrucchieri e commessi viaggiatori non sanno che c'è una poesia italiana del secolo decimoquarto e decimoquinto, e che fu molto piú naturale e piú vera e piú varia della poesia degli arcadi classici, non che dei romantici lombardo-veneti, i quali spinsero il furore della originalità sino a rifare o contraffare in versetti metastasiani o in versoni cesarotto-foscolo-montiani i romantici francesi e tedeschi: non sanno che in quella vecchia poesia abondano le ballate vere a strofe ottonarie d'un andamento rotto franco e famigliare, che poi non si rivede piú se non forse in qualche parte obliata della poesia drammatica e popolare del secolo decimosettimo. Se dunque il Chiarini nel tradurre l'Atta Troll, e prima di lui il Berchet nel tradurre le vecchie romanze spagnole, risalirono a cotesti esempi; chi cotesti esempi conosce e conosce un pochetto della poesia straniera onde il Berchet e il Chiarini tradussero, sa, o crede, che facessero bene; perché con le strofe ottonarie del Metastasio o del Romani che stanno benissimo nei melodrammi, e con quelle del Parini o del Monti o del Prati che sono ai lor luoghi bellissime, il Romancero e l'Atta Troll non si traducono da vero, e tradotti in altro metro non sono piú il Romancero e l'Atta Troll.

Che se, dove in questo poema prevale l'elemento discorsivo e satirico la traduzione del Chiarini è alle volte ineguale né senza durezze o contorsioni, bisogna anche avere un po' di riguardo alla incredibile difficoltà del rendere in rime italiane quella poesia indiavolata; bisogna un po' vedere se l'originale in certi luoghi sia facile andante eguale, o non si contorca e sperda in giravolte d'allusioni e d'arguzie troppo misteriose e lontane e faticosamente cacciate. Ma dove l'epos romantico si devolve con abondanza di cuore e di vena, la traduzione del Chiarini, fedelissima, ha pienezza d'intonazione, semplicità di mezzi, rispondenza di movimenti e di suoni tale, che non lascia desiderar, credo, molto.

Leggiamo, o rileggiamo, a prova, la Caccia selvaggia, che per l'invenzione e la rappresentazione larvale fantastica appassionata, ove il languor dei delirii a un latteo lume di luna pare ardenza di entusiasmi sotto il rosso splendore del sole, è, per me, il punto culminante, il punto che mi vince, dello strano poema (cap. XVIII-XX). Nella Caccia selvaggia, si sa, il poeta, rimaneggiando all'uopo suo un'antichissima tradizione odinica incristianita nel medio evo, figura il corteo degli spiriti nemici al cristianesimo o che non ebbero inspirazione o sentimento di cristiani, i quali la notte di San Giovanni vanno a caccia per i greppi de'Pirenei.

Era appunto il plenilunio
E la notte e l'ora quando
Pe 'l burrone degli spiriti
Vanno i morti cavalcando...

Risa, gridi e suon di corni,
E di fruste scoppiettare,
E nitriti lietamente
Fean la valle risonare.

Venían primi insiem correndo
E cinghiali e cervi strani,
E altre fiere, che inseguite
Dalla muta eran dei cani.

Differenti i cacciatori
E di tempo e di paese:
Cavalcava con Nembrotte
Carlo decimo, francese.

Sovra bianchi palafreni
S'avanzavano: i bracchieri,
Dietro, a piede, coi guinzagli,
E con faci gli staffieri.

Io piú d'uno riconobbi
Nella gran turba. Non fu
Quel coperto tutto d'oro
Forse un giorno il re Artú?

Dopo i re e i guerrieri, i poeti:

Vidi ancor piú d'un eroe
Del pensier fra quella gente;
Riconobbi il nostro Goethe
Al sereno occhio lucente...

Della bocca al dolce riso
Shakspeare anche ravvisai,
Che gl'inglesi Puritani
Condannaro....

Con Shakspeare il suo pietista commentatore tedesco sur un asino:

Va cogli altri a caccia, e monta
Un caval di nero pelo.
Al suo lato, sopra un asino,
Trotta un uomo.... O Dio del cielo!

Quella faccia di devoto,
Quella orribile paura,
Quel berretto di cotone....
Quella d'Horn è la figura.

Quando van tutti al galoppo,
Il gran vate sorridendo
Guarda il suo commentatore,
Che a fatica il vien seguendo,

E spossato in su la sella
Del somier s'aggrappa forte,
Fedel sempre al suo poeta
Come in vita così in morte.

Seguitano le baccanti dell'antichità:

Anche vidi molte dame
Ne la folle processione,
Belle ninfe da le snelle
Leggiadrissime persone.

Inforcavano i polledri
Tutte nude, ma i capelli
Giú per gli omeri scendevano
Come d'oro ampi mantelli.

Coronate eran di fiori
E agitavano i virenti
Tirsi bacchici, riverse
In procaci atteggiamenti.

le schive del medio evo,

Vidi appresso in veste lunga
Molte caste damigelle,
Con in pugno il falco e assise
Di traverso su le selle.

le fatturate del tempo nostro,

Dietro, quasi parodía,
Sopra magri rossinanti
Venían donne che al vestire
Somigliavan commedianti.

Grazïose eran nel volto,
Ma sfrontate anche un pochetto;
E gridavan come pazze,
Tutte rosse di belletto.

Come ciò gioiosamente
Fea la valle risonare!
Risa, gridi e suon di corni,
E di fruste scoppiettare.

E tra le donne, tre figure, tre simboli, tre età, tre poesie.

Diana, la poesia classica:

Da la mezza luna in capo
L'una si riconoscea:
Fiera e bella come statua
S'avanzava la gran dea.

Da la tunica succinta
L'anche e il petto uscivan fuore:
Le baciava della luna
Delle fiaccole il chiarore.

Bianco e gelido qual marmo
Era il viso. La severa
Rigidezza di quei tratti
E il pallor terribil era.

Ma ne' vividi occhi neri
Fieramente divampava
Un maligno e dolce fuoco,
Che accecava, divorava.

Abonda, la poesia romantica del medio evo

Vienle al fianco un'altra bella,
Che ben poco a lei somiglia;
Ma il candore ha pinto in volto
Della celtica famiglia.

Al dolcissimo sorriso
Ed al suon de la gioconda
Pazza voce io riconobbi
Di leggier la fata Abonda.

Avea faccia un po' pienotta,
Di rossor sempre soffusa;
E la bocca a cuor, che i bianchi
Denti mostra ognor socchiusa.

La leggera azzurra veste
Che portava apríasi al vento:
Spalle uguali neanche in sogno
D'aver visto mi rammento.