I TRE GIULJ
I TRE GIULJ
O SIENO
SONETTI
DI NICESTE ABIDENO P. A.
SOPRA
L'Importunità di un Creditor
di Tre Giulj.
Edizione Novissima con Aggiunta dell'Indice.
IN VITERBO
MDCCLXIX
Per Domenico Antonio Zenti
CON LICENZA DE' SUPERIORI.
Al Sig. Abate Giambattista Luciani
Amico
Fra i pregevoli requisiti, che in Voi concorrono a formare un degno e benemerito Cittadino, in ultimo luogo non deve per avventura annoverarsi il volonteroso impegno, che con tanto piacere prendete, di far cognite al Mondo le produzioni di qualche bel talento in questa nostra Patria nato, e fra gli studj di questo nostro un tempo celebre Seminario educato e cresciuto, con che venite a procurare e promuovere il credito e la stima degli Autori, della Patria, e di Voi stesso. Deve a mio credere rimaner contenta questa nostra Città di produrre, chi sappia così nobilmente pensare. Generosa pertanto ed al sommo lodevole è la determinazione, in cui siete, di pubblicare la ingegnosa ed erudita Opera del valoroso nostro Concittadino Dottor Francesco Maria Pieri, nella quale con sí franca ed esatta cognizione della Romana Storia, e con tanta efficacia di sodo raziocinio procura illustrare la gloriosa origine della nostra Patria, quivi fissando la vera situazione dell'antica Faleria Metropoli dei Falisci. Dal merito dell'Autore, e dell'Opera potete ragionevolmente ripromettervi il gradimento del Pubblico. Non so per altro, se egual esito possiate lusingarvi di ottenere da queste mie deboli Poesie su scherzevole soggetto composte, che pure invogliato vi siete di dare alla luce. Non son io cosí parziale stimatore delle cose mie, che meritevoli della pubblica approvazione le reputi. Questa doverosa opinione, che ho di mi stesso, ha fatto sí che risolutamente rigettassi le richieste, che da diverse bande mi vennero fatte di questi miei Sonetti, per istamparli in altre Città, o per unirli ad alcune Opere inedite di valenti Autori, per li quali siccome io conservo una particolare stima e venerazione, cosí non avrei comportato, che i miei tenui Componimenti condannati fossero a comparire in un confronto cotanto per essi svantaggioso. Ma presentemente, o sia la forza di quei semi di propria compiacenza, che giunger mai non possiamo a sveller totalmente dal cuore, e che insensibilmente ci seduce, o sia l'obbligante Vostra generosa maniera, con cui sapete per tal guisa legarvi gli amici, che amabilmente togliete loro la libertá di contradirvi; o sia finalmente il desiderio di liberarmi dalle frequenti istanze di coloro, che mi costringevano a replicare la recita di questi miei Sonetti, ed a' quali o per riguardo alla reciproca amicizia o alla loro qualitá, e condizione non mi era lecito repugnare, di buona voglia mi son lasciato vincere dalle Vostre gentili premure. Or benchè io creda, che Voi restiate bastantemente persuaso, che colla promulgazione di questi miei Poetici scherzi scioccamente non mi prefigga di farmi merito, e fama, e che in conseguenza non pretenda collocarli in qualche grado di riputazione, e di pregio, pure ogni ragione di prudenza, e di savio consiglio mi suggerisce di prevenire i Leggitori con una qualche breve, e moderata apologia, per non mandarli senza alcuna precauzione cosí alla ventura per entro la folla de' curiosi, e alla discrizione di coloro, nelle cui mani s'abbatteranno. Io quí non mi porró in pena di ribattere tutti i colpi, che verranno loro scagliati dalla mordace saccenterìa degli indiscreti Critici, a quali per l'ordinario non mancano censure, e motteggi senza dar gran prove di spirito; nè di mettermi a garrire con coloro, che non da savio discernimento condotti, ma da privata passione mossi, e animati, solo nel malignare il piacer loro ripongono; né finalmente di vincere la nausea di quegli, che con altero dispregio di tuttoció, che da essi men, che serio e importante si reputa, e che all'esteriore loro gravitá non si accorda, torcono il naso all'odor di qualunque, benché ottima Poesia, né forse mai ne ravvisarono il bello, o ne assaporarono il buono. Parlo alle discrete e ragionevoli persone, alcuna delle quali in questa mia Operetta ravvisa, e disapprova una dissipazione di talento, e di tempo che a suo dire, con piú lode e utilità sarebbesi potuto in piú serio soggetto impiegare. Or io tortamente, e alla scolastica porrei negare il supposto di simile obbiezione, che per altro va a ferir piú l'Autore, che l'Opera. Posso assicurare, che questi miei componimenti non hanno nella menoma parte pregiudicato alle necessarie mie occupazioni, ed impieghi. Chiunque ha di me qualche notizia puó agevolmente sapere, che non solo alcuno di questi miei Sonetti, ma neppure alcun verso di Poesia giammai a tavolino composi, per ciò riserbandomi il tempo, che in sul mattino scosso il sonno, ed ancora in letto tranquillamente riposandomi vado a mio bell'agio colla mente vagando per gli ameni colli di Pindo, o quando in solitarj passeggi colla sola amabile compagnia de' miei pensieri vado meco stesso godendo un innocente, ed a molti incognito piacere, piuttosto che in nojose ed inutili ciancie, o in critici scrutinj, o in affettata serietá passare il tempo con persone, le quali secondo il temperamento, modo di pensare, fini, ed interessi loro si sono adottato diverso sistema. Inoltre non potrá negarsi, che anche in un tenue soggetto si possa e ingegno, e talento esercitare. Ond'io procurai in queste mie Poesie sparger di tratto in tratto alcune erudizioni, e riflessioni filosofiche, acció a me stesso, ed a' Leggitori di giocondo ed erudito intrattenimento riuscir potessero. Sapendo io bene quanto sciocca, e ridicolosa sia la persuasione di chi tutto il vezzo di vaga e graziosa Poesia in altro consister non crede, che nel mentovare, sovente anche male a proposito, l'erbetta, e l'agnelletta, le quadrella, e la Pastorella. Che se ingegni di prima sfera, e d'altissima riputazione, come Omero, Policrate, Luciano, Virgilio, e a nostri tempi lo Scaligero, il Passerazio, l'Einsio, il Dispreaux, e il Pope, non isdegnarno trattare umile argomento, perchè a me, che di tanta riputazione, e fama non sono, si dovrá porre a delitto d'aver trattato il presente soggetto. Ma su via: in che si vorrebbe, che io m'impiegassi? in distendere Trattati di Scienze? Storie? Annali? Dissertazioni? Osservazioni? Critiche? Riflessioni? Dio buono! come credete Voi, che vi potessi riuscire? E poi discorriamola senza pregiudizj, e senza simulazioni: E non credete Voi, che fosse piú desiderabile, che si scarseggiasse un po' piú di libri di simil sorte, che aggiungervene degli altri? Se questi Sonetti non faranno utile al Pubblico, non gli faranno almeno disvantaggio. Comunque siasi per altro potrá taluno esser curioso di sapere, perché a questo piuttosto, che ad altro soggetto siami attenuto. Non sará dunque fuori di proposito, che si sappia, che il motivo nacque dal vero, e che tornando in gran compagnia da un luogo, dove si erano fatte alcune necessarie spese, un mio amico, per cui io conservava e conservo una particolare affezzione, cosí per ischerzo m'importunava nel viaggio colla richiesta di tre Giulj, che dicea dovergli io di soprappiú rifare per lo ripartimento delle spese in quella gita occorse: Io celiando negai di volerlo in ció soddisfare, ed estemporaneamente con un Sonetto gli rispose, che fra gli altri trovarete con postilla notato. Questo dette agli altri tutti occasione, e principio, e trovandomi aver fatto il primo Sonetto in rima tronca, m'impegnai a far tutti gli altri in simil metro. Per la qual legge, che mi son fatta, spero ottenere dai discreti Leggitori un cortese perdono, se mi son posto nella necessitá di servirmi di alcuni pensieri, ed espressioni fra loro somiglianti, e molto piú delle stesse parole, e rime in molti Sonetti replicate. So, che mi si potrá rispondere, che niuno quest'obbligo m'imponeva. Ma che fareste Voi? Il capriccio ha molta parte nelle determinazioni, e nelle azzioni degli Uomini. A buon conto questa restrizione di rima, della quale qualche delicato orecchio s'infastidisce, forma una difficoltá, che allontana almeno quest'Operetta dalla strada facile, e comune. E poscia alla fin fine potró dire con un famoso Presidente di Francia: Se quest'Opera si troverá buona, si leggerá; se non si troverá tale, non mi metteró in pena, ch'ella si legga. So ancora, che si dirá, che io ho voluto fare una copia della nota famosa Cicceide. Io per altro, non ostante il fuoco, e la fantasia di quel valente Poeta, mi lusingo d'incontrar maggior compatimento, sí per aver scelto piú onesto soggetto, sí per essermi obbligato a maggior difficoltá di rima, sí finalmente, perché stimo piú malagevole in tanti diversi aspetti proporre all'altrui vista l'importunitá d'un Creditor di tre Giulj, di quello sia in piú maniere dare ad alcuno l'obbligante titolo, che egli dá al suo D. Ciccio. Si potrá dalla Lettura di questi Sonetti facilmente scorgere, che altri in questa Cittá, altri costì in Roma, secondo le diverse occasioni, e proposte fattemi composi. So, che i Leggitori, e che Voi stesso vi troverete de' difetti, ma so ancora, che non mai tanti trovar vi si potranno, quanti trovar ve ne posso io stesso. Dico solo, che se una, o due parole vi troverete non autorizzate dall'approvazione de' Vocabolarj, ho creduto, che in tal genere di componimenti bastar potesse ad autorizzarle l'uso universale. Qualunque frattanto sia per essere la riuscita de' medesimi, ve li mando in attestato del piacere, che ho di secondare le Vostre premure, ed ubbidire a' vostri voleri: Vi dico bensí che presso di me restano una cinquantina fra Sonetti, e Anacreontiche sullo stesso argomento composte, che all'occasione potrebbero facilmente accrescersi al centinajo, e che per ora per diversi motivi e riflessi, che mi riserbo a communicarvi in voce non vi trasmetto. Voi intanto continuatemi la vostra amicizia, comandatemi, e credetemi costantemente.
Montefiascone 25. Marzo 1762.
Vostro vero amico, ed Obbligatis. Servitore
G. B. C.
APPROVAZIONI
Noi infrascritti specialmente Deputati avendo riveduto un Volume Intitolato: I tre giulj, o sieno Sonetti &c. di Niceste Abidéno P. A. giudichiamo, che l'Autore possa valersi nell'impressione di esso del Nome Pastorale, e dell'insegna dei nostro Comune.
Euridalco Corintéo P. A. Deputato
Sig. Abate Gaetano Golt.
Enisildo Prosindio P. A. Deputato
Sig. Abate Giuseppe Petrosellini.
Aberilmo Eginente P. A. Deputato
Sig. Abate Giovan-Battista Visconti.
Attesa la suddetta Relazione si concede, che nell'impressione del suddetto Volume si possa usare il Nome Arcadico, e l'Insegna della nostra Adunanza, alla Neomenia di Elafebolione l'Anno I. dell'Olimpiade DCXXXV. dalla Ristaurazione d'Arcadia Olimpiade XVIII. Anno IV. Giorno lieto per general chiamata.
Mirèo Roseatico Custode Generale d'Arcadia.
Sig. Abate Michele Giuseppe Morei.
Loco del Sigillo ✠ Custodiale.
Filillo Liparéo
Sig. Abate Enrico Tourner.
Roricio Messenio
Sig. Abate Lorenzo Sparziani.
Sotto-Custodi.
IMPRIMATUR.
Si videbitur Reverendissimo Patri Magistro Sacri Palatii Apostolici.
Dominicus Archiep. Nicomediæ Vicesg.
················
Per ordine del Rmo P. Maestro del Sac. Palazzo ó letto, e considerato un Libro intitolato: I tre Giulj, o sieno Sonetti &c in cui non ó trovato cosa alcuna, che offenda la Religion Cattolica, o le leggi della Morale. Al contrario l'Autore di questi versi á ricavato da molti fonti anche nobili i motivi, onde abbellire ed arricchire lo sterile suo argomento, e á dato a divedere non solo la franchezza, e fluiditá della sua penna nel verseggiare, ma ancora molta erudizione, e molto acume nell'adattarla, e ravvolgerla al tema, ch'egli tratta: lo stimo perciò degno della pubblica impresssione.
26. Marzo 1762.
Gaetano Golt.
················
IMPRIMATUR.
Fr. Thomas Qualeatti Ord. Præd. Rmi Patris Magistri Sacri Palatii Apostolici Socius.
REIMPRIMATUR.
Si videbitur admodum Reverendissimo Patri Magistro Sacri Palatii Apostolici.
J. F. Can. Palmerini Pro-Vicarius Gen.
················
REIMPRIMATUR.
Fr. Dominicus Vitalini Ord. Præd. Rever, Patris Mag. Sac. Palatii Apost. Vicarius.
SONETTO
Altri canti il valore, e la pietà,
E le guerre, ch'Enea nel Lazio fe:
Onde forse l'Impero, e la Città,
Che leggi poscia all'Universo diè.
Le grazie altri d'un volto, e la beltà,
Altri l'imprese de' superbi Re:
Quei, che la Musa mia dettando va,
Non è l'orrido Marte, Amor non è.
Del mio canto il soggetto eccolo quì:
Crisofilo tre Giulj mi prestò,
E me li chiede cento volte il dì.
Ei me li chiede, ed io non glie li do,
E l'importuno Creditor così
In varie guise descrivendo vo.
SONETTO
Se già negli anni di mia gioventù,
Nella più verde, e più vivace età,
Talor cantai le gesta, e le virtù
D'Eroi, che degni fur d'eternità;
Cangiando omai voglia, e pensier, non più
In contegno mi pongo, e in gravità:
Ma canto i guai, che il Creditor mi dà
Fin da quel dì, che Creditor mi fu.
Così di Grecia il gran Cantor, poichè
(Se a grandi esempj equiparar si può
Cosa, che a grandi esempj egual non è)
Poichè di Ulisse il nome immortalò,
E le gesta, che in Frigia Achille fe,
De' Sorci, e delle Rane alfin cantò.
SONETTO
Lungi o favole, o sogni: altri già fu,
Che pieno il sen di poesia cantò
Giove cangiato in pioggia d'oro, e in Bu,
Onde Acrisio, ed Agenore ingannò.
E la Greca famosa Gioventù,
Che all'acquisto del Vello in Colco andò,
Giunone irata, e il regio Augel, che su
L'alta magione il bel Garzon portò.
Altri d'Alcina, altri d'Armida, ordì
I favolosi incanti, e onor si dà
A chi più di mensogne il ver coprì,
Lungi o favole, o sogni or voi da me,
Or che la Musa mia tessendo va
La vera Istoria delli Giulj tre.
SONETTO
Chi crederia, che arida selce, e che
Principio alcun di luce, e ardor non ha,
Chiuda focose particelle in se
Piene di luminosa attività!
Pur se talun con altra selce, o se
Spesso battendo con acciar la va,
Ad ogni colpo, che su quella diè,
Un gruppo di scintille uscir ne fa.
Or de' tre Giulj il Creditor così
Quegli colle sue istanze in me destò
Semi di poesia sopiti un dì.
Onde tosto si accese, e scintillò
Fuoco, che tanti intorno a lui fin quì
Moccoletti poetici allumò.
SONETTO
Di bella lode ardente avidità
Sentir già un tempo entro il mio cor si fe
Onde sperai, che la futura età
Avesse un giorno a favellar di me.
E pien d'ardire il petto, io volea già
Cantare Armi, e Guerrieri, e Duci, e Re:
Quand'ecco poscia altro pensier mi fa
Cangiar l'Armi, e i Guerrieri in Giulj tre.
E se vasti disegni in me formò
Desio di gloria, or strano impegno ordì
Opra, che gloria meritar non può.
Orazio mio, meco t'adira, e dì,
Che un Anfora a formarsi incominciò,[1]
E girando la ruota un Orcio uscì.
SONETTO
Senza quella sublime alma virtù,
Che ben di raro, e a pochi il Ciel donò,
Come levarmi alto potea lassù,
Ove sol nobil alma a vol poggiò?
Onde con me de' doni suoi se più
Non è prodigo il Ciel, se ali non ho
Per innalzarmi a vol: ragion ben fu
Che opera ordissi, qual da me si può.
Sì ancor, perchè là corre il Mondo, ov'è
Più d'ingegnosa bizzarria, nè fa
Semplice, e nuda il ver mostra di se.
Onde sperai, che se altro in se non ha
Pregio, ed onor l'Opra de' Giulj tre,
Potria forse piacer la novità.
SONETTO
Voi, che udite le mie calamità,
E le querele, che spargendo vo,
Narrando i guai, che il Creditor mi dà
Da quel dì, che i tre Giulj mi prestò;
Se la dolce del cor tranquillità,
Che a voi benigna sorte, e il Ciel donò,
Non affanno crudel, nè avversità,
Nè rancor molestissimo turbò;
Ah non fate mai debiti: ma se
Far si dovran, guardate pria, di chi
Danari presta, il natural qual'è.
Che se importuno Creditor così
Toccherà a voi, come è toccato a me,
Non avrete mai più di pace un di.
SONETTO
Finchè guai non mi afflissero, finchè
Passai felici, e senza noja i dì
Tacita ognor la lingua mia si ste,
Nè risuonare il canto mio s'udì.
Ma poichè il Creditor de' Giulj tre
A tormentarmi incominciò così,
Prurito di cantar destossi in me,
E strido qual Cicala a mezzodì.
Tal finchè salda, e ben connessa andò,
Intorno all'asse con facilità
La ruota senza strepito girò.
Che se poi per la via stridendo va,
Dì pur, che alcuno la scompose, e urtò
In guisa tal, che strepitar la fa.
SONETTO
Io, che folle vantava un tempo fa
Una specie di Stoica virtù,
Per cui quasi insensibile mi fu
Ogni sventura, ed ogni avversità;
Ecco per non so qual fatalità
Quell'istesso di prima io non so più,
Che per un debituzzo è andata giù
L'inalterabil mia Stoicità.
Forse invitto Leon talor così,
Poichè Pantere, e Tigri, e Orsi atterrò,
E vincitor d'ogni battaglia uscì;
Se nell'orecchia poi se gli ficcò
Picciol tafano, e il punse, ei s'avvilì,
Che trarsi l'importuno indi non può.
SONETTO
Che sia il debito un mal, dubio non v'ha,
Ciascun l'accorda, ed io lo provo in me
Ma che? gli è un mal comune, e ognun ben sà,
Che mal comune intero mal non è
Ond'io vorrei con gran tranquillità.
Il débito portar de' Giulj tre,
Se dell'universal calamità
Qualche parte soffrir il Ciel mi fe.
Ma mi tormenta il Creditor così,
Che il labbro mio dissimular non può
La noja interna, e tai lamenti ordì.
E mentre pur quelle doglianze io fo;
Non mi lagno del debito, bensì
Di te lagnando, o Creditor mi vo.
SONETTO
Quando un atto spessissimo si fa
Gli organi, che natura istituì
Per tale officio, opran da se così.
E senza attenzion di volontà.
Così alla stalla il Somarel sen va,
E i Pappagalli dicono buon dì;
Che la frequenza l'abito compì,
E l'abito divien necessità,
Non poche volte in guisa tal fra me,
O bene, o male argomentando vo:
Udite or poi l'induzzion qual'è.
Poichè 'l mio Creditor ci si avvezzò,
Per abito mi chiede i Giulj tre,
E per abito anch'io dico: non gli ho.
SONETTO
Dunque mentre mi chiedi i Giulj tre,
Alcuna parte, o Creditor non v'ha
Determinazion di volontà,
Ma i strumenti corporei opran da se.
E accade appunto in quella guisa, che
Vedono gli occhi per necessità
Quell'oggetto, che ad essi innanti sta,
Quando difetto alcuno in lor non è.
Così un certo Filosofo pensò,
Che oprin sol di sua macchina in virtù
Gli animali, che Automi Egli chiamò.
Onde di me scandalizzarti più
Non dei, se orecchio al chieder tuo non do
Che qual macchina sol operi tu.
SONETTO
Io non potrò dimenticar mai più
Quel giorno memorabile per me,
Che d'aspri affanni apportator mi fu,
Quando i tre Giulj il Creditor mi diè.
Di borsa li tirò tre volte su
Contando, e ricontandoli da se,
Ed altrettante rimandolli giù,
E star mezzora in dubbio egli me fe.
Nè posso dir, se me li desse, o no,
Che la noja, e 'l rancor mi sbalordì,
E dagli occhi la vista mi levò.
Sol posso dir, che allor da me partì
Il riposo, e la pace, e incominciò
L'epoca de' miei guai fin da quel dì.
SONETTO
Vaghe colline, ombrose amenità,
Canti, e danze di lieta gioventù,
Ruscel, che cade d'erta balza in giù,
E dolce nel cader strepito fa.
Aura, che lieve sussurrando va,
Augel, che spiegha agili i vanni in su,
Talor diletto, o Creditor, mi dà,
Ma poscia in mente mi ritorni tu.
Tu mi funesti ogni piacere, e un dì
Gir non può lungi il mio pensier da te,
Sicchè a te non ritorni, onde partì.
E il costante pensier de' Giulj tre
Emmisi fatto natural così,
Che quasi necessario omai si fe.
SONETTO
Mai l'Uom felice in vita sua non fu,
Fanciullo un guardo sol tremar lo fa;
Quindi trapassa la più fresca età,
Intento alle bell'arti, e alle virtù.
Poi nel fiero bollor di gioventù
Or d'amore, or di sdegno ardendo va,
Di quà malanni, e cancheri di là,
E guai cogli anni crescon sempre più.
Alfin vengono i debiti, e allor sì
Che più speme di ben per lui non vi è,
E anch'io la vita mia trassi così.
E il debito fatal di Giulj tre
Ora ai malanni, che passai fin quì
Solennemente il compimento diè.
SONETTO
O Bambolin, che nella prima età
Solazzandoti vai lieto così,
Nè molesto pensier t'infastidì,
Nè affannoso rancor noja ti dà;
Deh l'innocente tua tranquillità
Protegga il Ciel, che provat'hai fin quì,
Nè ti riserbi a più funesto dì,
Quando il tuo biondo crin s'imbiancherà.
Quanto, fanciul felice, invidio a te
Quel contento, che il Cielo ti donò,
E quella pace, che 'l mio cor perdè!
Ma quel, che invidio più, sai tu cos'è?
E' che intorno non hai, siccome io l'ho,
Chi ti tormenti ognor per Giulj tre.
SONETTO
Canta lo stanco Passaggier, che a piè
Torna da lungi alla natìa Città,
Canta l'adusto Mietitor, benchè
Del Sol cocente esposto ai rai si sta.
Canta il Nocchier, benchè oda intorno a se
La ria procella, che fremendo va,
E canta l'Augelletto, che perdè
La cara sospirata libertà.
Canto giocosi versi anch'io così,
Sebben l'antica pace al cor non ho,
E il bel contento, che godeva un dì.
E la noja così temprando vo,
Che cagionommi il Creditor fin quì;
Giacch'è tutt'un, ch'io me ne affligga, o nò.
SONETTO
Se a rimirar qualche augelletto sto,
Che rapido per l'aere sen va,
E dall'Egitto se ne venne quà,
O le fredde Alpi, e l'Appennin passò,
Felice lui dich'io, cui 'l Ciel donò
Sì bella, e spaziosa libertà,
Che Cielo, e region fissa non ha;
Ma il vol disciorre, ove gli aggrada, ei può.
Deh perchè far non posso anch'io così,
Perchè egual libertà si niega a me,
Che debbo star contro mia voglia quì?
Quì dove eterna stanza il Ciel mi diè,
E inevitabilmente e notte, e dì
Ho attorno il Creditor de' Giulj tre.
SONETTO
Tu mi chiedi danari, ed io non gli ho,[2]
E il tempo perdi senza utilità,
Se vuoi, che te ne faccia un Pagherò,
Di fartelo non ho difficultà.
Non te li nego già, nè te li do,
Che nessuno può dar, quel che non ha:
Ti prometto pagar, quando gli avrò,
E tu accetta la buona volontà.
Or dunque datti pace, e i Giulj tre
Non domandarmi tante volte il dì,
Quando gli avrò, te li darò da me.
Perchè volermi tormentar? perchè
Voler seccare un pover'uom così?
Hai tempo a dir: quel, che non c'è, non c'è.
SONETTO
Mentre la greggia pascolava un dì[3]
Gige pastore, un aureo anel trovò,
Che nel dito poichè lo collocò,
Subitamente agli occhi altrui sparì.
Con quell'anello i rei disegni ordì
Di tante fellonìe, che poscia oprò:
Il talamo real contaminò,
E sovra il regio soglio empio salì.
Se avess'io quell'anel, non vorre' già
Esser tanto fellon, com'egli fu,
Nè servirmene in tante iniquità.
Prevalermi vorrei di tal virtù,
Acciò quando di me cercando va,
Il Creditor non mi trovasse più.
SONETTO
Se colla produttrice alma virtù,
E colla vigorosa attività
Penetra il Sol le viscere colà
Dei monti di Golgonda, o del Perù;
La disposta materia ognor vie più
Purga, stringe, ed assoda: indi ne fa
Oro, o gemma durissima, che fu
Reggio diadema, o ricco anel sen va.
La tua nell'ossa ancor mi penetrò
Attività seccante, in guisa, che
Il mio disposto già cuore indurò,
E quindi poi l'aurea fermossi in me
Durezza adamantina di quel nò,
Che pregievoli rende i Giulj tre.
SONETTO
Or che Europa tra fiere ostilità
D'incendio Marziale arse, e avvampò,
E il Contadin, che prima i campi arò,
Cingesi d'arme, ed alla guerra va:
Desioso ciascun di novità
Cerca quai forze il Moscovita armò,
Se uscì la flotta Inglese, e dove andò,
E che fanno i Francesi al Canadà.
Quanti a caval, quanti soldati a piè
Muovon, se l'Anglo al Prussian s'unì,
E se s'unì l'Ispano al Franco Re.
Ma di ciò poco, o nulla importa a me:
Sol penso al Creditore e notte, e dì,
Sol mi occupa l'affar de' Giulj tre.
SONETTO
Oppressa dai gran debiti allorchè[4]
La Plebe di Quirin si ritirò
Dai Padri, e sopra il Monte Sacro andò,
Seguìta già l'espulsion dei Re;
Menenio coll'Apologo del piè,
Del ventre, e delle man loro mostrò,
Che sussister Repubblica non può,
Se concordia nel Popolo non è;
E della pace, che si stabilì,
La principal condizion si fu,
Quella, che i loro debiti abolì.
Anch'io l'ho teco, o Creditor, e tu
Meco in pace tornar sol puoi così,
Se del debito mio non parli più.
SONETTO
Vincolo conjugal non mi legò
Che sempre amante fui di libertà,
E se manca la mia posterità,
Al mondo non fo ben, nè mal gli fo:
Ma se il giogo, che spesso altrui pesò,
Anch'io portassi dalla prima età,
Giogo, che tanto piace a chi non l'hà,
Quanto dispiace a chi se l'addossò;
Forse che allora, o Creditor, poichè
L'effigie tua la fantasìa m'empì,
Ed impronta indelebile vi fe;
I figliuoli farei simili a te,
E per casa girar vedrei così
Tanti Creditorelli intorno a me.
SONETTO
Io mi sognai, saran due notti, o tre,
Stare in un luogo pien d'amenità
V'eran cetere, flauti, ed oboè
E canti, e giuochi, e balli in quantità.
Ridevan liete, e discorrean con me
Ninfe di bella, e giovanile età:
Nel mondo inter luogo più bel non v'è,
Delizia tal l'Imperador non l'ha.
Di tal piacer mentre godendo vo,
Ecco il mio Creditor, che comparì,
E le mie belle imagini turbò!
E mi destai gridando, e notte, e dì
Dunque s'io veglio, o dormo, o vado, o sto,
Sempre Costui m'inquieterà così?
SONETTO
Dimmi, che giova, o Creditor, che tu
Così spesso mi chieda i Giulj tre,
E sempre importunissimo con me
T'adiri, e stridi, come Corvo, o Grù.
T'accheta alfin, non me li chieder più
Che il tempo perdi, e l'opra; imperocchè
Vedi ben, che finor, nè a me, nè a te
Il chieder tuo di giovamento fu.
Non giova a me la tua importunità;
Poichè chiedi danar, quanto tu vuo'
La borsa il chieder tuo non m'empirà:
E d'altra parte a te giovar non può;
Poichè l'istanza tua mai non farà,
Che danari io ti dia, quando non gli ho.
SONETTO
Mi ricordo aver letto in un Rabbì,
Che certamente non hai letto tu,
Che a tempo antico pratticato fu,
Un costume frà lor, che si abolì.
Poichè d'anni un tal numero compì,[5]
In tutte le lor dodici Tribù
Era vietato di parlar mai più
De' debiti, che fatti eran fin lì.
Perchè prattica tal vigor non ha
Ne' nostri tempi, e nella nostra Fe,
Nè anche per noi tal Giubileo si dà?
Che almen speranza vi sarìa per me,
Che giungendo una tal solennità,
Terminasse l'affar de' Giulj tre.
SONETTO
Non è il debito un mal che abbia con se
Visibili apparenti qualità,
Pleuritico, epilettico non è,
Sintomi, e diagnostici non ha.
Urto, o sconcerto, exempli gratia in me
Ne' solidi, ne' fluidi non fa,
Nè il sangue arresta, o accelera, allorchè
Regolarmente circolando va.
Ma gli è una pena al cor fiera così,
Che altra pena sì fiera unqua non fu,
Gli è un sordo mal, che rode notte, e dì.
E benchè ognun lo provi, o meno, o più,
Pur nessun giusta idea ne concepì,
Se un Creditor non ha, come sei tu.
SONETTO
L'uso scema il piacer: Cosa non v'ha
Così grata, ed amabile così,
Che spiacimento non apporti a chi
Ne abusa con soverchia assiduità.
Armonica gentil soavità,
Che prima l'alma di dolcezza empì,
Posciachè lungamente ella s'udì,
Più non alletta; nè piacer più dà.
Or qual pena poi sia, se ognor si de'
Soffrir cosa, che grata esser non può,
E che non ha, se non disgusto in se?
Questo appunto m'avvien, che mai da te
Triegua e riposo, o Creditor non ho:
Nè di chieder mai cessi i Giulj tre.
SONETTO
O sia qualche diabolica virtù,
Che di seguirmi ognor t'affatturò,
Sia destin, sia disgrazia, io non lo so:
So ben, che sempre, ove son io, sei tu.
Ond'io, che andrei nell'Indie, o nel Perù,
Per isfuggirti, o Creditor, men vo,
Ove non orma umano piè stampò,
Per non udirti, e non vederti più;
Ivi fra quelle taciturnità
Alto mi lagno, o Creditor, di te,
E lascio il chiuso affanno in libertà:
Ma di mie voci il suon tornando a me,
Fin dalle cupe sue concavità
Par, che l'Eco mi chieda i Giulj tre.
SONETTO
Mentre l'Eco mi chiede i Giulj tre,
Nè veggo alcun, che istanza tal mi fa,
Incerto è il mio pensier; se verità
O se stimarsi illusion si de'.
Scuotendo il dubbio poi, dico: se in me
Reale impression formando va,
Se alcun difetto il senso mio non ha,
Illusion fantastica non è.
Indi pur sieguo a ragionar: se quì
Alcun non v'è, che voce tal formò,
Chi potè mai formarla, o d'onde uscì?
Ma veggo alfin, che origine io le do
Co' miei lamenti, e da per me così
Il mio cordoglio alimentando vo.
SONETTO
Se un natural perpetuo moto egli è
Possibil mai, come talun pensò,
Altro, che il circolare esser non può,
Che col girar sempre ritorna in se.
Quindi, quel che mi danno i Giulj tre,
Perenne duol forse soffrir dovrò,
Perchè mentre al di fuor spandendo il vo,
Con perpetuo girar ritorna a me.
Passa al cor dalla mente, indi si fa
Voce, la qual poichè dai labbri uscì
Nei sodi opposti corpi a ferir va;
Vien ripercossa indi all'orecchio, e quì
Al timpano auditorio impulso dà,
E dal cerebro al cor torna così.
SONETTO
È fola ciò, che dicesi dei dì
Critici, climaterici, e che so,
Strane follìe, vani pensier di chi
Ignota scienza altrui spacciar tentò.
Quando i decreti suoi Dio stabilì,
A questo tempo, o a quel non si legò,
E ogni giorno morir si può così,
Come ogni giorno nascere si può:
Ma senza starci a far difficultà,
Se giorno climaterico quello è,
In cui succede qualche avversità;
Quel giorno, che prestommi Giulj tre,
Un Creditor, che discrezion non ha,
Fu giorno climaterico per me.
SONETTO
Or che il lucido Sol da noi partì,
E nel grembo di Teti si tuffò,
E in Ciel l'argentea Luna comparì,
E già la notte il fosco vel spiegò.
E il Mietitor, che i caldi rai soffrì,
E l'Arator, che il vomere trattò,
Stanco dall'opra, e dal sudor del dì
Sul duro letticciuol si coricò.
Ed or, che la notturna oscurità
Al sonno invita, che natura diè
Per sollievo alle umane avversità;
Scendi, placido oblìo, sovra di me,
E sommergi ogni mia calamità
Colla memoria delli Giulj trè.
SONETTO
O Sonno placidissimo, che se'
Ristoro dell'afflitta umanità,
Dalle Cimmerie cavernosità
Stendi il tacito vol sopra di me.
Ma quel tuo Morfeo non condur con te,
Che in tante guise trasformar si sa,
Ch'Ei nella fantasia mi sveglierà
La rimembranza delli Giulj trè.
Che se per vane imagini dovrò
In sogno ancor sempre tremar così,
Nè pur da te grato riposo avrò;
Sonno rimanti pur: Non vò, che tu
M'accresca l'inquietitudini del dì,
Io n'ho pur tante, ah non ne vò di più.
SONETTO
Nocchier, che lungamente s'avvezzò
Al procelloso mar, quando infierì,
Per goder lieti, e più tranquilli dì,
Se finalmente al patrio suol tornò;
E sulle molli piume ivi posò
Le membra, e i lumi chiuse, udir così
Fremer gli sembra il mar, come l'udì,
Quando la tempestosa onda solcò.
Avvezzo anch'io da certo tempo in quà
Per quei tre Giulj, o Creditor, da te
Noje tali a soffrir, che il Ciel lo sa;
In sogno ancora s'appresenta a me
Quella tua faccia, che terror mi fa,
In sogno ancor mi chiedi i Giulj tre.
SONETTO
È cosa natural, ch'io sogni ciò,
Che vide l'occhio mio, l'orecchio udì,
Che i sogni sono imagini del dì.
Che poi 'l sonno corruppe, ed alterò,
Che allora in fantasia dettar si può
L'imagin, che già 'l senso in lei scolpì.
L'armi il guerrier spesso sognò così.
Così le reti il cacciator sognò.
Ma meraviglia è ben, come allorchè
Veglio, e la fantasia vagando va
Su' varj oggetti, ch'offre il senso a me,
Sempre sta fisso il mio pensiero in te,
La tua faccia su gli occhi ognor mi sta,
Sempre chieder mi sento i Giulj tre.
SONETTO
Quel, che ha più di vigore, e attività
Spirto di puro sangue, e i nervi empì,
Se esternamente oggetto alcun si offrì,
E agli organi sensorj impulso dà;
Tosto il moto al cervel portando va,
E di ciò, che si vide, o che si udì,
Tante volte l'imago imprime lì,
Quante l'oggetto esterna impression fa.
Or se qualunque volta domandò
L'avaro Creditore i Giulj tre,
La sensazione al cerebro passò;
Quì tale omai, come io credendo vo,
Lunga, larga, e profonda impression fe,
Che l'intero cervel quasi ingombrò.
SONETTO
Quindi è, che ognor rammento il luogo, il dì
Che il Creditor tre Giulj mi prestò,
E viva ne ho l'imagine così,
Qual di cosa presente aver si può
Che l'imaginazion cotanto empì,
E gli anfratti del cerebro occupò,
Che il mio pensier sempre ritorna lì,
Sebben sviando in altro oggetto il vo.
Che ovunque io stia, che ovunque volga il piè
L'occhio, e l'orecchio offrirmi altro non sa
Che il Creditor nojoso, e i Giulj tre;
E per virtù di fantasia, benchè
Talora avanti agli occhi Ei non mi sta,
Se non altrove, io lo ritrovo in me.
SONETTO
Placido scorre un fiumicel laggiù
Lungo i bei Campi Elisi, ove chi andò,
Poichè l'alma dal corpo si staccò,
Per volger d'anni non ritorna sù.
Han quell'acque ammirabile virtù,
Come la greca favola narrò,
Che chi un sorso una volta ne gustò
Le cose andate non rammenta più.
Ah se fosse ciò ver! ora di quì
Vorrei partire, e portar giù con me
Un barilotto per empirlo lì.
E dare a ber vorrei quell'acqua a te,
Creditore indiscreto, acciò così
Obliassi una volta i Giulj tre.
SONETTO
Felici tempi, in cui Berta filò,
Avventurosa fortunata età,
Che d'oro anticamente si chiamò,
Forse per l'aurea sua felicità!
Non v'erano Strumenti, e Pagherò,
Nè tante liti, come oggi si fa,
Nè per debito alcun mai si citò,
Nè in carcere perdè la libertà.
Cangiaro i tempi: or non è più così,
E guai, se un pover uom' debiti fe,
Bisogna andar prigione, e morir lì.
E se sì duro il Creditor non gli è,
Lo perseguita almeno e notte, e dì,
Siccome appunto ora tu fai con me.
SONETTO
Propizio il Ciel m'assista, e di lassù
Il guardo ognor volga benigno a me:
Ma perchè l'Uomo in vita sua non è
Dalle sventure esente, e mai nol fu;
Perciò se d'alto mai cadessi giù,
E il capo, o il collo mi ferissi, o un piè,
Dopo il dolor, che la ferita fe,
Poco vi penserei, o nulla più:
Ma benchè il tempo, e l'obbliosa età
Cancelli ogni pensier, non già così
Tormi il pensier del debito potrà;
Che viva la memoria ognor fin quì
Il Creditor me ne mantenne, e va
Più volte rinfrescandola ogni dì.
SONETTO
Se morte un brutto scherzo non mi fa
In mezzo agli anni di mia gioventù,
Se per l'opposto mai scritto è lassù,
Che giunger debba alla canuta età;
Appoggiato al baston per la Città
Andrò col dorso curvo, e il capo in giù,
E la memoria debile non più
Del tempo andato si ricorderà.
E dei tre Giulj sol rammenterò
Il memorabil debito, e così
Ogni anno a' Nepotini parlerò:
Questo giorno per me critico fu,
O Figli, incominciò da questo dì
Il mio malanno, e non finì mai più.
SONETTO
A un Pittor, dissi un giorno: Io vò da te,
Se valent'Uomo, e buon Pittor sei tu,
Ritratto tal, che rappresenti a me
La faccia, che più brutta al mondo fu;
Ei figure bruttissime mi fe
Cogli occchi in fuor, col naso torto in su;
Nè sodisfarmi unqua potèo, benchè
Deformi fosser, qual Tersite, e più.
Ma finalmente al natural così
Il Creditore mio delineò,
Che vivo mi parea vederlo lì.
Nel mirar quel mostaccio, allora sì,
Bravo, dissi, o Pittor: di più non vò;
La più brutta figura eccola quì.
SONETTO
Fiera Gente vid'io, che non ha Fè,
E poco onora il nome di Gesù,
Gente, che in parte alberga, dove fu
Già la Sede dell'Unno Attila Re.
Hanno un colore simile al Caffè,
Feroce il guardo, ed i mustacchi in sù
E lunghe cappe portano, che giù
Lor calano dal collo insino al piè.
Questa Gente crudel, quando assalì
Delle Sicilie il Re, passò di quà:
Impresa, che lor poi mal riuscì.
E pure infra di lor non vidi già,
Chi paura facesse a me così,
Come paura il Creditor mi fa.
SONETTO
Tunisi, Algeri, Tripoli, e Salè,
Luoghi, che stan, dov'è più caldo il dì
Forse gente non han fiera così,
Siccome fiero è il Creditor con me.
Nato come gli altri uomini non è;
Ma donna, che pietà mai non nutrì,
Con dispetto, e rancor lo concepì,
E di fierezza esempj ognor gli diè.
L'Affricano Corsar, se un schiavo fa,
Lo spoglia del danar, che gli trovò,
Nè vuol danar, quando danar non ha.
Non bada il Creditor, s'io l'abbia, o nò,
Ma usando d'un Corsar più crudeltà,
Vuole il danar, quando danar non ho.
SONETTO
Quel, che sì fieramente imperversò,
E di gel le nevose Alpi coprì
Rigidissimo verno, alfin partì,
E più lieto, e ridente April tornò.
Quel, che d'appresso accesi rai vibrò,
E sullo stelo i fiori inaridì
Cocentissimo Sol, più freschi dì
Alfine ai corpi languidi recò.
Non han del Mondo le vicende in se
Tenor costante, ed ogni mal quaggiù
Lunga pezza durevole non è.
E solo invariabile sei tu,
Che a chieder cominciasti i Giulj tre,
E sempre duri, e non finisci più.
SONETTO
Se tu avessi la verga di Mosè,
Che se un sasso durissimo toccò,
Limpido umor, dal sasso distillò,
Che agli assetati Ebrei ristoro diè,
Allora sì, che vorrei dire a te:
Con quella verga tua toccami un po',
Toccami, ed osserviam, se cavar può,
Come dal sasso umor, danar da me:
Ma se la tua importuna assiduità
Non ritien l'ammirabile virtù
Di cavare il danar, da chi non l'ha;
Chetati omai, non tormentarmi più:
Che se l'istesso stil si seguirà,
C'inquieteremo invano ed io, e tu.
SONETTO
Menzogna filosofica non è,
Ch'escan da' Corpi effluvi in quantità,
Giacchè così l'odor spandendo va,
La rosa, il giglio, il cedro, e l'aloè.
Poichè la parte più leggiera, e che
Ha più di sottigliezza, e agilità,
Da' corpi esala, e nelle nari fa
Quell'odorosa impression di se.
Che se il discorso non va mal fin quì,
Bisogna dir, ch'escan da me però
Di quegli effluvj ancor: non è così?
E quegli poi ti dan nel naso; e tu
Vieni dietro all'odor, dovunque vo,
E mi fiuti da lungi un miglio, e più.
SONETTO
O Crisofilo mio da un tempo in quà
Quasi quasi il terren s'isterilì,
E ognor l'afflitto Agrigoltor tradì
La grandine, il vapor, la siccità.
L'annosa quercia più ghianda non fa,
Uve non fan le vite a' nostri dì,
E il libero commercio indebolì,
D'invide nazion l'ostilità.
Il canuto Vecchion giura in sua fe,
Che mai l'antica età così non fu,
Che del Mondo la fin lungi non è.
Ognuno ha guai di provedere a se,
Ognun si lagna, esclama ognuno, e tu
Hai cor di domandarmi i Giulj tre?
SONETTO
Per legge di natura ciascun de
Provedere alle sue necessità,
E pria di fare altrui la carità,
Obligato è ciascun di farla a se;
Sicchè dunque io pria di pensare a te,
Egli è dovere, e ogni animal lo fa
E lo vuol la giustizia, e l'equità,
Che pria d'ogni altra cosa io pensi a me.
Quando a me stesso proveduto avrò,
Allor se avrò danar di soprappiù,
O Crisofilo mio, io tel darò.
Ma se i miei sopravanzi aspetti tu,
Sì pochi, e scarsi sopravanzi io fo,
Che meglio è assai, che non ci pensi più.
SONETTO
Se su le gambe, su la faccia, o su
Le braccia leggerissima apparì
O piaga, o tumoretto, o bolla, e tu
La tocchi, e tasti cento volte il dì:
Ed ella prude, e tu la gratti più,
Nè puoi l'unghia, e la man levar di lì,
La piaga, che da pria piccola fu,
Ampia alfine divenne, e s'inasprì.
Il debito così de' Giulj tre,
O Crisofilo mio, per verità
Se noi vogliam considerarlo in se;
Certamente un gran debito non è:
Ma l'insoffribil tua importunità
Considerabilissimo lo fe.
SONETTO
Augel, che lo sparvier lungi mirò,
Che larghe ruote in Ciel formando va
Se trovossi in aperta libertà,
A tempo il fiero assalitor schivò:
Ma se insieme talun li rinserrò,
E del periglio altrui piacer si fa,
L'augel dallo sparvier scampo non ha,
Il fiero scontro declinar non può.
In angusta Città chiusi così,
Quattro strade, una piazza, ed un Caffè,
Gira, e rigira, e sempre siamo lì.
Quindi è, che il Creditor de' Giulj tre
Meco s'incontra cento volte il dì,
E schivarlo possibile non è.
SONETTO
Il caro foglio, Ergasto mio, che tu
Mandasti per Lesbin, che mel recò,
Di tanta gioja apportator mi fu,
Quanta finor provata mai non ho.
Tre volte avido il lessi, e quattro, e più,
E mai di man tormelo ancor non so,
E par, che dal mio core abbia virtù
Sveller l'acerbo duol, che v'allignò.
Anzi ti posso dir, che da quel dì,
Che un debituzzo fei di Giulj tre,
Che poi tanto rancor mi partorì;
Non altra mai gioja, e contento in me
E non altro piacer provai fin quì,
Se non quel, che il tuo foglio ora mi diè.
SONETTO
L'Amor sincero, che ravviso in te,
Gradisco inver, quanto più posso, e so:
Inoltre se saper nuove di me
Tu brami, Ergasto mio, te ne darò.
Io dunque grazie al Ciel, sto ben; cioè
Reuma, febbre, dolor, gotta non ho,
Non soffro mal di testa, o mal di piè,
La massa degli umor non si alterò.
Ma non per questo dir posso altresì,
Che ben per me generalmente va,
Che anzi non può andar peggio, che così,
Non ho danari, e un Creditor mi sta
Sempre alle coste, e questo mal, ch'è quì,
Equivale a una grossa infermità.
SONETTO
Or dunque, Ergasto mio, sappi ch'io vò
Onninamente partirmi di quà,
Che omai la fiera più soffrir non so
Vessazion, che il Creditor mi dà.
E fra me stesso meditando vo
Cheto, cheto venirmene costà,
Che se Marte v'infuria, orror non hò,
Nè se rigido è il Ciel, terror mi fa:
Che almen non vi sarà, chi possa me
Col brutto ceffo spaventar così,
Come fa il Creditor de' Giulj tre.
E se far dovrò debiti costì,
Non avrò tali Creditor, qual'è,
Che Dio ne scampi, il Creditor, che ho quì.
SONETTO
Che tengo certa indubitata fè,
Che non altrove alcun giammai potrà
Trovar sì fatti Creditor, benchè
Ogni Terra scorresse, ogni Città.
Ond'io pensando vo spesso fra me,
Che se del clima la diversità
Ad ogni nazion diverse diè
Complession, costumi, e qualità;
Molle l'Assiro, e il Persian perciò,
Mendace il Greco, e fiero il Trace, e un dì
Anche il Roman fu valoroso, e prò;
Questo Ciel, questo Clima ancor così
Forse duri e inflessibili formò
I Creditori, che nascono quì.
SONETTO
Ma il Creditore mio de' Giulj tre
Fra questi in guisa tal si segnalò,
Che fra tutti il primato a lui si de,
Che a ragion contrastargli altri non può.
Avere un Creditore intorno a se,
Come per mia disavventura io l'ho,
Così fiero, e crudel tormento egli è,
Che altro simìle imaginar non so.
O presto, o tardi ogni altro mal finì,
Nè dura ognor l'istessa avversità:
Ma il Creditore mio non è così.
E' un malanno perpetuo, e non mi fa
In pace respirar notte, nè dì,
Nè intender vuol ragion, nè verità.
SONETTO
Tu, che sai ben di Logica, che fa
Dir di sì spesso, a chi vuol dir di no,
E sai con quali regole si può
Altrui persuader la verità;
Suggeriscimi tu per carità
Un qualche Sillogismo, un che ne so
In Baralipton, o in Fresisomò,
O se argomento indessolubil v'ha;
Acciocchè il Creditor de' Giulj tre
Capisca, se finor non la capì,
Che s'io non gli ho, non li può aver da me:
Onde convinto alfin dalla virtù
D'argomentazion forte così
S'accheti alfin, nè me li chieda più.
SONETTO
Ma quand'Egli si ostina a dir di no,
Indurlo non potriano a dir di sì
Quanti la Grecia, e quanti Roma un dì
Oratori, e Filosofi ascoltò.
E il baston d'Aristotele sol può
Vincere ostinazion forte così,
Che spesso gli ostinati convertì,
E stupendi miracoli operò.
Ma tu s'opra vuoi far di carità,
Per cui dirò così gran ben di te,
Che il nome tuo fino alle stelle andrà,
Mandami per la Posta Giulj tre,
E paga il Franco ancor, che allor sarà
Un favor compitissimo per me.
SONETTO
Chi agli affamati il voto ventre empì,
E di grato licor pronto bagnò
L'aride labbra ai sitibondi, e chi
Gl'infermi, e i carcerati visitò,
Chi de' nudi le membra ricoprì,
E a bisognosi sollievo apportò,
Chi gl'insepolti corpi seppellì
E chi gli sconsolati confortò,
Chi buon consiglio, e insegnamenti diè,
E ridusse alla via delle virtù,
Chi n'andò lungi, e il buon sentier perdè,
Tal di Misericordia opra non fe,
Quale faresti, Ergasto mio, se tu
Mi togliessi il pensier de' Giulj tre.
SONETTO
Amici rallegratevi con me,
Che la via di pagar trovato ho già:
D'ora in poi a domandarmi i Giulj tre
Più attorno il Creditor non mi verrà.
Tre numeri franchissimi mi diè
La vecchiarella, che sognati l'ha.
Olà dal Botteghin, olà, che v'è?
Segnami un Terno, ed il Pagò mi fa.
Ma dell'Estrazzione è giunto il dì,
E già la nuova il Postiglion recò:
Orsù vediamo, se il mio Terno uscì.
Ma neppure un sol numero scappò,
Onde la speme mia tutta svanì,
Svanì la speme, e il debito restò.
SONETTO
Non ci perdiamo d'animo però:
Se quella volta il Terno non uscì,
A un'altra Estrazion m'appellerò,
Che un'altra volta non sarà così.
Che a fare un certo amico m'insegnò
Cabaletta fedel, che non fallì,
Pertanto, o Creditore, aspetta un po',
Che pagato sarai fra pochi dì.
Ma ve' che la Stampiglia affissa sta
Al Botteghino: or via leggiamo, oimè!
Pur questa volta un numero non v'ha.
Or vedi ben, che in quanto stette a me,
Tutte le diligenze ho fatto già:
Or se non pago, colpa mia non è.
SONETTO
Vano desio, folle pensier nutrì,