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SCRITTORI D'ITALIA

G. BOCCACCIO

OPERE VOLGARI

XII

GIOVANNI BOCCACCIO

IL COMENTO ALLA DIVINA COMMEDIA E GLI ALTRI SCRITTI INTORNO A DANTE
A CURA DI DOMENICO GUERRI
VOLUME PRIMO

BARI

GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1918

PROPRIETÁ LETTERARIA

GIUGNO MCMXVIII—49326

A PIO RAJNA E GIROLAMO VITELLI

I

VITA DI DANTE

I

PROPOSIZIONE

Solone, il cui petto un umano tempio di divina sapienzia fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora alli presenti uomini chiara testimonianza dell'antica giustizia, era, secondo che dicono alcuni, spesse volte usato di dire ogni republica, sí come noi, andare e stare sopra due piedi; de' quali, con matura gravitá, affermava essere il destro il non lasciare alcun difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remunerare; aggiugnendo che, qualunque delle due cose giá dette per vizio o per nigligenzia si sottraeva, o meno che bene si servava, senza niun dubbio quella republica, che 'l faceva, convenire andare sciancata: e se per isciagura si peccasse in amendue, quasi certissimo avea, quella non potere stare in alcun modo.

Mossi adunque piú cosí egregi come antichi popoli da questa laudevole sentenzia e apertissimamente vera, alcuna volta di deitá, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepultura, e tal fiata di triunfale arco, e quando di laurea corona secondo i meriti precedenti onoravano i valorosi: le pene, per opposito, a' colpevoli date non curo di raccontare. Per li quali onori e purgazioni la assiria, la macedonica, la greca e ultimamente la romana republica aumentate, con l'opere le fini della terra, e con la fama toccaron le stelle. Le vestigie de' quali in cosí alti esempli, non solamente da' successori presenti, e massimamente da' miei fiorentini, sono male seguite, ma in tanto s'è disviato da esse, che ogni premio di virtú possiede l'ambizione; per che, sí come e io e ciascun altro che a ciò con occhio ragionevole vuole guardare, non senza grandissima afflizione d'animo possiamo vedere li malvagi e perversi uomini a' luoghi eccelsi e a' sommi ofici e guiderdoni elevare, e li buoni scacciare, deprimere e abbassare. Alle quali cose qual fine serbi il giudicio di Dio, coloro il veggiano che il timone governano di questa nave: percioché noi, piú bassa turba, siamo trasportati dal fiotto, della fortuna, ma non della colpa partecipi. E, comeché con infinite ingratitudini e dissolute perdonanze apparenti si potessero le predette cose verificare, per meno scoprire li nostri difetti e per pervenire al mio principale intento, una sola mi fia assai avere raccontata (né questa fia poco o picciola), ricordando l'esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri. Il quale, antico cittadino né d'oscuri parenti nato, quanto per vertú e per scienzia e per buone operazioni meritasse, assai il mostrano e mostreranno le cose che da lui fatte appaiono: le quali, se in una republica giusta fossero state operate, niuno dubbio ci è che esse non gli avessero altissimi meriti apparecchiati.

Oh scellerato pensiero, oh disonesta opera, oh miserabile esempio e di futura ruina manifesto argomento! In luogo di quegli, ingiusta e furiosa dannazione, perpetuo sbandimento, alienazione de' paterni beni, e, se fare si fosse potuto, maculazione della gloriosissima fama, con false colpe gli fûr donate. Delle quali cose le recenti orme della sua fuga e l'ossa nelle altrui terre sepulte e la sparta prole per l'altrui case, alquante ancora ne fanno chiare. Se a tutte l'altre iniquitá fiorentine fosse possibile il nascondersi agli occhi di Dio, che veggono tutto, non dovrebbe quest'una bastare a provocare sopra sé la sua ira? Certo sí. Chi in contrario sia esaltato, giudico che sia onesto il tacere. Sí che, bene ragguardando, non solamente è il presente mondo del sentiero uscito del primo, del quale di sopra toccai, ma ha del tutto nel contrario vòlti i piedi. Per che assai manifesto appare che, se noi e gli altri che in simile modo vivono, contro la sopra toccata sentenzia di Solone, sanza cadere stiamo in piede, niuna altra cosa essere di ciò cagione, se non che o per lunga usanza la natura delle cose è mutata, come sovente veggiamo avvenire, o è speziale miracolo, nel quale, per li meriti d'alcuno nostro passato, Dio, contra ogni umano avvedimento ne sostiene, o è la sua pazienzia, la quale forse il nostro riconoscimento attende; il quale se a lungo andare non seguirá, niuno dubiti che la sua ira, la quale con lento passo procede alla vendetta, non ci serbi tanto piú grave tormento, che appieno supplisca la sua tarditá. Ma, percioché, come che impunite ci paiono le mal fatte cose, quelle non solamente dobbiamo fuggire, ma ancora, bene operando, d'amendarle ingegnarci; conoscendo io me essere di quella medesima cittá, avvegnaché picciola parte, della quale, considerati li meriti, la nobiltá e la vertú, Dante Alighieri fu grandissima, e per questo, sí come ciascun altro cittadino, a' suoi onori sia in solido obbligato; comeché io a tanta cosa non sia sofficiente, nondimeno secondo la mia picciola facultá, quello ch'essa dovea verso lui magnificamente fare, non avendolo fatto, m'ingegnerò di far io; non con istatua o con egregia sepoltura, delle quali è oggi appo noi spenta l'usanza, né basterebbono a ciò le mie forze, ma con lettere povere a tanta impresa. Di queste ho, e di queste darò, accioché igualmente, e in tutto e in parte, non si possa dire fra le nazioni strane, verso cotanto poeta la sua patria essere stata ingrata. E scriverò in istilo assai umile e leggiero, peroché piú alto nol mi presta lo 'ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, accioché da quello, ch'egli usò nella maggior parte delle sue opere, non discordi, quelle cose le quali esso di sé onestamente tacette: cioè la nobiltá della sua origine, la vita, gli studi, i costumi; raccogliendo appresso in uno l'opere da lui fatte, nelle quali esso sé sí chiaro ha renduto a' futuri, che forse non meno tenebre che splendore gli daranno le lettere mie, come che ciò non sia di mio intendimento né di volere; contento sempre, e in questo e in ciascun'altra cosa, da ciascun piú savio, lá dove io difettuosamente parlassi, essere corretto. Il che accioché non avvenga, umilemente priego Colui che lui trasse per sí alta scala a vedersi, come sappiamo, che al presente aiuti e guidi lo 'ngegno mio e la debole mano.

II

PATRIA E MAGGIORI DI DANTE

Fiorenza, intra l'altre cittá italiane piú nobile, secondo che l'antiche istorie e la comune opinione de' presenti pare che vogliano, ebbe inizio da' romani; la quale in processo di tempo aumentata, e di popolo e di chiari uomini piena, non solamente cittá, ma potente cominciò a ciascun circunstante ad apparere. Ma qual si fosse, o contraria fortuna o avverso cielo o li loro meriti, agli alti inizi di mutamento cagione, ci è incerto; ma certissimo abbiamo, essa non dopo molti secoli da Attila, crudelissimo re de' vandali e generale guastatore quasi di tutta Italia, uccisi prima e dispersi tutti o la maggior parte di quegli cittadini, che ['n] quella erano o per nobiltá di sangue o per qualunque altro stato d'alcuna fama, in cenere la ridusse e in ruine: e in cotale maniera oltre al trecentesimo anno si crede che dimorasse. Dopo il qual termine, essendo non senza cagione di Grecia il romano imperio in Gallia translatato, e alla imperiale altezza elevato Carlo magno, allora clementissimo re de' franceschi; piú fatiche passate, credo da divino spirito mosso, alla reedificazione della desolata cittá lo 'mperiale animo dirizzò; e da quegli medesimi che prima conditori n'erano stati, come che in picciol cerchio di mura la riducesse, in quanto poté, simile a Roma la fe' reedificare e abitare; raccogliendovi nondimeno dentro quelle poche reliquie, che si trovarono de' discendenti degli antichi scacciati.

Ma intra gli altri novelli abitatori, forse ordinatore della reedificazione, partitore delle abitazioni e delle strade, e datore al nuovo popolo delle leggi opportune, secondo che testimonia la fama, vi venne da Roma un nobilissimo giovane per ischiatta de' Frangiapani, e nominato da tutti Eliseo; il quale per avventura, poi ch'ebbe la principale cosa, per la quale venuto v'era, fornita, o dall'amore della cittá nuovamente da lui ordinata, o dal piacere del sito, al quale forse vide nel futuro dovere essere il cielo favorevole, o da altra cagione che si fosse, tratto, in quella divenne perpetuo cittadino, e dietro a sé di figliuoli e di discendenti lasciò non picciola né poco laudevole schiatta: li quali, l'antico sopranome de' loro maggiori abbandonato, per sopranome presero il nome di colui che quivi loro aveva dato cominciamento, e tutti insieme si chiamâr gli Elisei. De' quali di tempo in tempo, e d'uno in altro discendendo, tra gli altri nacque e visse uno cavaliere per arme e per senno ragguardevole e valoroso, il cui nome fu Cacciaguida; al quale nella sua giovanezza fu data da' suo' maggior per isposa una donzella nata degli Aldighieri di Ferrara, cosí per bellezza e per costumi, come per nobiltá di sangue pregiata, con la quale piú anni visse, e di lei generò piú figliuoli. E comeché gli altri nominati si fossero, in uno, sí come le donne sogliono esser vaghe di fare, le piacque di rinnovare il nome de' suoi passati, e nominollo Aldighieri; comeché il vocabolo poi, per sottrazione di questa lettera «d» corrotto, rimanesse Alighieri. Il valore di costui fu cagione a quegli che discesero di lui, di lasciare il titolo degli Elisei, e di cognominarsi degli Alighieri; il che ancora dura infino a questo giorno. Del quale, comeché alquanti figliuoli e nepoti e de' nepoti figliuoli discendessero, regnante Federico secondo imperadore, uno ne nacque, il cui nome fu Alighieri, il quale piú per la futura prole che per sé doveva esser chiaro; la cui donna gravida, non guari lontana al tempo del partorire, per sogno vide quale doveva essere il frutto del ventre suo; comeché ciò non fosse allora da lei conosciuto né da altrui, ed oggi, per lo effetto seguíto, sia manifestissimo a tutti.

Pareva alla gentil donna nel suo sonno essere sotto uno altissimo alloro, sopra uno verde prato, allato ad una chiarissima fonte, e quivi si sentia partorire un figliuolo, il quale in brevissimo tempo, nutricandosi solo dell'orbache, le quali dell'alloro cadevano, e dell'onde della chiara fonte, le parea che divenisse un pastore, e s'ingegnasse a suo potere d'avere delle fronde dell'albero, il cui frutto l'avea nudrito; e, a ciò sforzandosi, le parea vederlo cadere, e nel rilevarsi non uomo piú, ma uno paone il vedea divenuto. Della qual cosa tanta ammirazione le giunse, che ruppe il sonno; né guari di tempo passò che il termine debito al suo parto venne, e partorí uno figliuolo, il quale di comune consentimento col padre di lui per nome chiamaron Dante: e meritamente, percioché ottimamente, sí come si vedrá procedendo, seguí al nome l'effetto.

Questi fu quel Dante, del quale è il presente sermone; questi fu quel Dante, che a' nostri seculi fu conceduto di speziale grazia da Dio; questi fu quel Dante, il qual primo doveva al ritorno delle muse, sbandite d'Italia, aprir la via. Per costui la chiarezza del fiorentino idioma è dimostrata; per costui ogni bellezza di volgar parlare sotto debiti numeri è regolata; per costui la morta poesí meritamente si può dir suscitata: le quali cose, debitamente guardate, lui niuno altro nome che Dante poter degnamente avere avuto dimostreranno.

III

SUOI STUDI

Nacque questo singulare splendore italico nella nostra cittá, vacante il romano imperio per la morte di Federigo giá detto, negli anni della salutifera incarnazione del Re dell'universo MCCLXV, sedente Urbano papa quarto nella cattedra di san Piero, ricevuto nella paterna casa da assai lieta fortuna: lieta, dico, secondo la qualitá del mondo che allora correa. Ma, quale che ella si fosse, lasciando stare il ragionare della sua infanzia, nella quale assai segni apparirono della futura gloria del suo ingegno, dico che dal principio della sua puerizia, avendo giá li primi elementi delle lettere impresi, non, secondo il costume de' nobili odierni, si diede alle fanciullesche lascivie e agli ozi, nel grembo della madre impigrendo, ma nella propia patria tutta la sua puerizia con istudio continuo diede alle liberali arti, e in quelle mirabilmente divenne esperto. E crescendo insieme con gli anni l'animo e lo 'ngegno, non a' lucrativi studi, alli quali generalmente oggi corre ciascuno, si dispose, ma da una laudevole vaghezza di perpetua fama [tratto], sprezzando le transitorie ricchezze, liberamente si diede a volere aver piena notizia delle fizioni poetiche e dell'artificioso dimostramento di quelle. Nel quale esercizio familiarissimo divenne di Virgilio, d'Orazio, d'Ovidio, di Stazio e di ciascun altro poeta famoso; non solamente avendo caro il conoscergli, ma ancora, altamente cantando, s'ingegnò d'imitarli, come le sue opere mostrano, delle quali appresso a suo tempo favelleremo. E, avvedendosi le poetiche opere non essere vane o semplici favole o maraviglie, come molti stolti estimano, ma sotto sé dolcissimi frutti di veritá istoriografe o filosofiche avere nascosti; per la quale cosa pienamente, sanza le istorie e la morale e naturale filosofia, le poetiche intenzioni avere non si potevano intere; partendo i tempi debitamente, le istorie da sé, e la filosofia sotto diversi dottori s'argomentò, non sanza lungo studio e affanno, d'intendere. E, preso dalla dolcezza del conoscere il vero delle cose racchiuse dal cielo, niuna altra piú cara che questa trovandone in questa vita, lasciando del tutto ogni altra temporale sollecitudine, tutto a questa sola si diede. E, accioché niuna parte di filosofia non veduta da lui rimanesse, nelle profonditá altissime della teologia con acuto ingegno si mise. Né fu dalla intenzione l'effetto lontano, percioché, non curando né caldi né freddi, vigilie né digiuni, né alcun altro corporale disagio, con assiduo studio pervenne a conoscere della divina essenzia e dell'altre separate intelligenzie quello che per umano ingegno qui se ne può comprendere. E cosí come in varie etadi varie scienze furono da lui conosciute studiando, cosí in vari studi sotto vari dottori le comprese.

Egli li primi inizi, sí come di sopra è dichiarato, prese nella propia patria, e di quella, sí come a luogo piú fertile di tal cibo, n'andò a Bologna; e giá vicino alla sua vecchiezza n'andò a Parigi, dove, con tanta gloria di sé, disputando, piú volte mostrò l'altezza del suo ingegno, che ancora, narrandosi, se ne maravigliano gli uditori. E di tanti e sí fatti studi non ingiustamente meritò altissimi titoli: percioché alcuni il chiamarono sempre «poeta», altri «filosofo» e molti «teologo», mentre visse. Ma, percioché tanto è la vittoria piú gloriosa al vincitore, quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico esser convenevole dimostrare, di come fluttuoso e tempestoso mare costui, gittato ora in qua ora in lá, vincendo l'onde parimente e' venti contrari, pervenisse al salutevole porto de' chiarissimi titoli giá narrati.

IV

IMPEDIMENTI AVUTI DA DANTE AGLI STUDI

Gli studi generalmente sogliono solitudine e rimozione di sollecitudine e tranquillitá d'animo disiderare, e massimamente gli speculativi, a' quali il nostro Dante, sí come mostrato è, si diede tutto. In luogo della quale rimozione e quiete, quasi dallo inizio della sua vita infino all'ultimo della morte, Dante ebbe fierissima e importabile passione d'amore, moglie, cura familiare e publica, esilio e povertá; l'altre lasciando piú particulari, le quali di necessitá queste si traggon dietro: le quali, accioché piú appaia della loro gravezza, partitamente convenevole giudico di spiegarle.

V

AMORE PER BEATRICE

Nel tempo nel quale la dolcezza del cielo riveste de' suoi ornamenti la terra, e tutta per la varietá de' fiori mescolati fra le verdi frondi la fa ridente, era usanza della nostra cittá, e degli uomini e delle donne, nelle loro contrade ciascuno in distinte compagnie festeggiare; per la qual cosa, infra gli altri per avventura, Folco Portinari, uomo assai orrevole in que' tempi tra' cittadini, il primo dí di maggio aveva i circustanti vicini raccolti nella propia casa a festeggiare, infra li quali era il giá nominato Alighieri. Al quale, sí come i fanciulli piccoli, e spezialmente a' luoghi festevoli, sogliono li padri seguire, Dante, il cui nono anno non era ancora finito, seguito avea; e quivi mescolato tra gli altri della sua etá, de' quali cosí maschi come femmine erano molti nella casa del festeggiante, servite le prime mense, di ciò che la sua picciola etá poteva operare, puerilmente si diede con gli altri a trastullare.

Era intra la turba de' giovinetti una figliuola del sopradetto Folco, il cui nome era Bice, comeché egli sempre dal suo primitivo, cioè Beatrice, la nominasse, la cui etá era forse d'otto anni, leggiadretta assai secondo la sua fanciullezza, e ne' suoi atti gentilesca e piacevole molto, con costumi e con parole assai piú gravi e modeste che il suo picciolo tempo non richiedea; e, oltre a questo, aveva le fattezze del viso dilicate molto e ottimamente disposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta vaghezza, che quasi una angioletta era reputata da molti. Costei adunque, tale quale io la disegno, o forse assai piú bella, apparve in questa festa, non credo primamente, ma prima possente ad innamorare, agli occhi del nostro Dante: il quale, ancoraché fanciul fosse, con tanta affezione la bella imagine di lei ricevette nel cuore, che da quel giorno innanzi, mai, mentre visse, non se ne dipartí. Quale ora questa si fosse, niuno il sa; ma, o conformitá di complessioni o di costumi o speziale influenzia del cielo che in ciò operasse, o, sí come noi per esperienza veggiamo nelle feste, per la dolcezza de' suoni, per la generale allegrezza, per la dilicatezza de' cibi e de' vini, gli animi eziandio degli uomini maturi, non che de' giovinetti, ampliarsi e divenire atti a poter essere leggiermente presi da qualunque cosa che piace; è certo questo esserne divenuto, cioè Dante nella sua pargoletta etá fatto d'amore ferventissimo servidore. Ma, lasciando stare il ragionare de' puerili accidenti, dico che con l'etá multiplicarono l'amorose fiamme, in tanto che niun'altra cosa gli era piacere o riposo o conforto, se non il vedere costei. Per la qual cosa, ogni altro affare lasciandone, sollecitissimo andava lá dovunque credeva potere vederla, quasi del viso o degli occhi di lei dovesse attignere ogni suo bene e intera consolazione.

Oh insensato giudicio degli amanti! chi altri che essi estimerebbe per aggiugnimento di stipa fare le fiamme minori? Quanti e quali fossero li pensieri, li sospiri, le lagrime e l'altre passioni gravissime poi in piú provetta etá da lui sostenute per questo amore, egli medesimo in parte il dimostra nella sua Vita nova, e però piú distesamente non curo di raccontarle. Tanto solamente non voglio che non detto trapassi, cioè che, secondo che egli scrive e che per altrui, a cui fu noto il suo disio, si ragiona, onestissimo fu questo amore, né mai apparve, o per isguardo o per parola o per cenno, alcuno libidinoso appetito né nello amante né nella cosa amata: non picciola maraviglia al mondo presente, del quale è sí fuggito ogni onesto piacere, e abituatosi l'avere prima la cosa che piace conformata alla sua lascivia che diliberato d'amarla, che in miracolo è divenuto, sí come cosa rarissima, chi amasse altramente. Se tanto amore e sí lungo poté il cibo, i sonni e ciascun'altra quiete impedire, quanto si dee potere estimare lui essere stato avversario agli sacri studi e allo 'ngegno? Certo, non poco; comeché molti vogliano lui essere stato incitatore di quello, argomento a ciò prendendo dalle cose leggiadramente nel fiorentino idioma e in rima, in laude della donna amata, e accioché li suoi ardori e amorosi concetti esprimesse, giá fatte da lui; ma certo io nol consento, se io non volessi giá affermare l'ornato parlare essere sommissima parte d'ogni scienza; che non è vero.

VI

DOLORE DI DANTE PER LA MORTE DI BEATRICE

Come ciascuno puote evidentemente conoscere, niuna cosa è stabile in questo mondo; e, se niuna leggermente ha mutamento, la nostra vita è quella. Un poco di soperchio freddo o di caldo che noi abbiamo, lasciando stare gli altri infiniti accidenti e possibili, da essere a non essere sanza difficultá ci conduce; né da questo gentilezza, ricchezza, giovanezza, né altra mondana dignitá è privilegiata; della quale comune legge la gravitá convenne a Dante prima per l'altrui morte provare che per la sua. Era quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, quando, sí come piacque a Colui che tutto puote, essa, lasciando di questo mondo l'angosce, n'andò a quella gloria che li suoi meriti l'avevano apparecchiata. Della qual partenza Dante in tanto dolore, in tanta afflizione, in tante lagrime rimase, che molti de' suoi piú congiunti e parenti ed amici niuna fine a quelle credettero altra che solamente la morte; e questa estimarono dover essere in brieve, vedendo lui a niun conforto, a niuna consolazione pórtagli dare orecchie. Gli giorni erano alle notte iguali e agli giorni le notti; delle quali niuna ora si trapassava senza guai, senza sospiri e senza copiosa quantitá di lagrime; e parevano li suoi occhi due abbondantissime fontane d'acqua surgente, in tanto che piú si maravigliarono donde tanto umore egli avesse che al suo pianto bastasse. Ma, sí come noi veggiamo, per lunga usanza le passioni divenire agevoli a comportare, e similmente nel tempo ogni cosa diminuire e perire; avvenne che Dante infra alquanti mesi apparò a ricordarsi, senza lagrime, Beatrice esser morta, e con piú dritto giudicio, dando alquanto il dolore luogo alla ragione, a conoscere li pianti e li sospiri non potergli, né ancora alcuna altra cosa, rendere la perduta donna. Per la qual cosa con piú pazienza s'acconciò a sostenere l'avere perduta la sua presenzia; né guari di spazio passò che, dopo le lasciate lagrime, li sospiri, li quali giá erano alla loro fine vicini, cominciarono in gran parte a partirsi sanza tornare.

Egli era sí per lo lagrimare, sí per l'afflizione che il cuore sentiva dentro, e sí per lo non avere di sé alcuna cura, di fuori divenuto quasi una cosa salvatica a riguardare: magro, barbuto e quasi tutto trasformato da quello che avanti esser solea; intanto che 'l suo aspetto, nonché negli amici, ma eziandio in ciascun altro che il vedea, a forza di sé metteva compassione; comeché egli poco, mentre questa vita cosí lagrimosa durò, altrui che ad amici veder si lasciasse.

Questa compassione e dubitanza di peggio facevano li suoi parenti stare attenti a' suoi conforti; li quali, come alquanto videro le lagrime cessate e conobbero li cocenti sospiri alquanto dare sosta al faticato petto, con le consolazioni lungamente perdute rincominciarono a sollecitare lo sconsolato; il quale, come che infino a quella ora avesse a tutte ostinatamente tenute le orecchie chiuse, alquanto le cominciò non solamente ad aprire, ma ad ascoltare volentieri ciò che intorno al suo conforto gli fosse detto. La qual cosa veggendo i suoi parenti, accioché del tutto non solamente de' dolori il traessero, ma il recassero in allegrezza, ragionarono insieme di volergli dar moglie; accioché, come la perduta donna gli era stata di tristizia cagione, cosí di letizia gli fosse la nuovamente acquistata. E, trovata una giovane, quale alla sua condizione era decevole, con quelle ragioni che piú loro parvero induttive, la loro intenzion gli scoprirono. E, accioché io particularmente non tocchi ciascuna cosa, dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento seguí l'effetto: e fu sposato.

VII

DIGRESSIONE SUL MATRIMONIO

Oh menti cieche, oh tenebrosi intelletti, oh argomenti vani di molti mortali, quanto sono le riuscite in assai cose contrarie a' vostri avvisi, e non sanza ragion le piú volte! Chi sarebbe colui che del dolce aere d'Italia, per soperchio caldo, menasse alcuno nelle cocenti arene di Libia a rinfrescarsi, o dell'isola di Cipri, per riscaldarsi, nelle eterne ombre de' monti Rodopei? qual medico s'ingegnerá di cacciare l'aguta febbre col fuoco, o il freddo delle medolla dell'ossa col ghiaccio o con la neve? Certo, niuno altro, se non colui che con nuova moglie crederá l'amorose tribulazion mitigare. Non conoscono quegli, che ciò credono fare, la natura d'amore, né quanto ogni altra passione aggiunga alla sua. Invano si porgono aiuti o consigli alle sue forze, se egli ha ferma radice presa nel cuore di colui che ha lungamente amato. Cosí come ne' princípi ogni picciola resistenza è giovevole, cosí nel processo le grandi sogliono essere spesse volte dannose. Ma da ritornare è al proposito, e da concedere al presente che cose sieno, le quali per sé possano l'amorose fatiche fare obliare.

Che avrá fatto però chi, per trarmi d'un pensiero noioso, mi metterá in mille molto maggiori e di piú noia? Certo niuna altra cosa, se non che per giunta del male che m'avrá fatto, mi fará disiderare di tornare in quello, onde m'ha tratto; il che assai spesso veggiamo addivenire a' piú, li quali o per uscire o per essere tratti d'alcune fatiche, ciecamente o s'ammogliano o sono da altrui ammogliati; né prima s'avveggiono, d'uno viluppo usciti, essere intrati in mille, che la pruova, sanza potere, pentendosi, indietro tornare, n'ha data esperienza. Dierono gli parenti e gli amici moglie a Dante, perché le lagrime cessassero di Beatrice. Non so se per questo, comeché le lagrime passassero, anzi forse eran passate, sí passò l'amorosa fiamma; ché nol credo; ma, conceduto che si spegnesse, nuove cose e assai poterono piú faticose sopravvenire. Egli, usato di vegghiare ne' santi studi, quante volte a grado gli era, cogl'imperadori, co' re e con qualunque altri altissimi prencipi ragionava, disputava co' filosofi, e co' piacevolissimi poeti si dilettava, e l'altrui angosce ascoltando, mitigava le sue. Ora, quanto alla nuova donna piace, è con costoro, e quel tempo, ch'ella vuole tolto da cosí celebre compagnia, gli conviene ascoltare i femminili ragionamenti, e quegli, se non vuol crescer la noia, contra il suo piacere non solamente acconsentir, ma lodare. Egli, costumato, quante volte la volgar turba gli rincresceva, di ritrarsi in alcuna solitaria parte e, quivi speculando, vedere quale spirito muove il cielo, onde venga la vita agli animali che sono in terra, quali sieno le cagioni delle cose, o premeditare alcune invenzioni peregrine o alcune cose comporre, le quali appo li futuri facessero lui morto viver per fama; ora non solamente dalle contemplazioni dolci è tolto quante volte voglia ne viene alla nuova donna, ma gli conviene essere accompagnato di compagnia male a cosí fatte cose disposta. Egli, usato liberamente di ridere, di piagnere, di cantare o di sospirare, secondo che le passioni dolci e amare il pungevano, ora o non osa, o gli conviene non che delle maggiori cose, ma d'ogni picciol sospiro rendere alla donna ragione, mostrando che 'l mosse, donde venne e dove andò; la letizia cagione dell'altrui amore, la tristizia esser del suo odio estimando.

Oh fatica inestimabile, avere con cosí sospettoso animale a vivere, a conversare, e ultimamente a invecchiare o a morire! Io voglio lasciare stare la sollecitudine nuova e gravissima, la quale si conviene avere a' non usati (e massimamente nella nostra cittá), cioè onde vengano i vestimenti, gli ornamenti e le camere piene di superflue dilicatezze, le quali le donne si fanno a credere essere al ben vivere opportune; onde vengano li servi, le serve, le nutrici, le cameriere; onde vengano i conviti, i doni, i presenti che fare si convengono a' parenti delle novelle spose, a quegli che vogliono che esse credano da loro essere amate; e appresso queste, altre cose assai prima non conosciute da' liberi uomini; e venire a cose che fuggir non si possono. Chi dubita che della sua donna, che ella sia bella o non bella, non caggia il giudicio nel vulgo? Se bella fia reputata, chi dubita che essa subitamente non abbia molti amadori, de' quali alcuno con la sua bellezza, altri con la sua nobiltá, e tale con maravigliose lusinghe, e chi con doni, e quale con piacevolezza infestissimamente combatterá il non stabile animo? E quel, che molti disiderano, malagevolmente da alcuno si difende. E alla pudicizia delle donne non bisogna d'essere presa piú che una volta, a fare sé infame e i mariti dolorosi in perpetuo. Se per isciagura di chi a casa la si mena, fia sozza, assai aperto veggiamo le bellissime spesse volte e tosto rincrescere; che dunque dell'altre possiamo pensare, se non che, non che esse, ma ancora ogni luogo nel quale esse sieno credute trovare da coloro, a' quali sempre le conviene aver per loro, è avuto in odio? Onde le loro ire nascono, né alcuna fiera è piú né tanto crudele quanto la femmina adirata, né può viver sicuro di sé, chi sé commette ad alcuna, alla quale paia con ragione esser crucciata; che pare a tutte.

Che dirò de' loro costumi? Se io vorrò mostrare come e quanto essi sieno tutti contrari alla pace e al riposo degli uomini, io tirerò in troppo lungo sermone il mio ragionare; e però uno solo, quasi a tutte generale, basti averne detto. Esse immaginano il bene operare ogni menomo servo ritener nella casa, e il contrario fargli cacciare; per che estimano, se ben fanno, non altra sorte esser la lor che d'un servo: per che allora par solamente loro esser donne, quando, male adoperando, non vengono al fine che' fanti fanno. Perché voglio io andare dimostrando particularmente quello che gli piú sanno? Io giudico che sia meglio il tacersi che dispiacere, parlando, alle vaghe donne. Chi non sa che tutte l'altre cose si pruovano, prima che colui, di cui debbono esser, comperate, le prenda, se non la moglie, accioché prima non dispiaccia che sia menata? A ciascuno che la prende, la conviene avere non tale quale egli la vorrebbe, ma quale la fortuna gliele concede. E se le cose che di sopra son dette son vere (che il sa chi provate l'ha), possiamo pensare quanti dolori nascondano le camere, li quali di fuori, da chi non ha occhi la cui perspicacitá trapassi le mura sono reputati diletti. Certo io non affermo queste cose a Dante essere avvenute, ché nol so; comeché vero sia che, o simili cose a queste, o altre che ne fosser cagione, egli, una volta da lei partitosi, che per consolazione de' suoi affanni gli era stata data, mai né dove ella fosse volle venire, né sofferse che lá dove egli fosse ella venisse giammai; con tutto che di piú figliuoli egli insieme con lei fosse parente. Né creda alcuno che io per le su dette cose voglia conchiudere gli uomini non dover tôrre moglie; anzi il lodo molto, ma non a ciascuno. Lascino i filosofanti lo sposarsi a' ricchi stolti, a' signori e a' lavoratori, e essi con la filosofia si dilettino, molto migliore sposa che alcuna altra.

VIII

OPPOSTE VICENDE DELLA VITA PUBBLICA DI DANTE

Natura generale è delle cose temporali, l'una l'altra tirarsi di dietro. La familiar cura trasse Dante alla publica, nella quale tanto l'avvilupparono li vani onori che alli publici ofici congiunti sono, che, senza guardare donde s'era partito e dove andava con abbandonate redine, quasi tutto al governo di quella si diede; e fugli tanto in ciò la fortuna seconda, che niuna legazion s'ascoltava, a niuna si rispondea, niuna legge si fermava, niuna se ne abrogava, niuna pace si faceva, niuna guerra publica s'imprendeva, e brievemente niuna diliberazione, la quale alcuno pondo portasse, si pigliava, s'egli in ciò non dicesse prima la sua sentenzia. In lui tutta la publica fede, in lui ogni speranza, in lui sommariamente le divine cose e l'umane parevano esser fermate. Ma la Fortuna, volgitrice de' nostri consigli e inimica d'ogni umano stato, comeché per alquanti anni nel colmo della sua rota gloriosamente reggendo il tenesse, assai diverso fine al principio recò a lui, in lei fidantesi di soperchio.

IX

COME LA LOTTA DELLE PARTI LO COINVOLSE

Era al tempo di costui la fiorentina cittadinanza in due parti perversissimamente divisa, e, con l'operazioni di sagacissimi e avveduti prencipi di quelle, era ciascuna assai possente; intanto che alcuna volta l'una e alcuna l'altra reggeva oltre al piacere della sottoposta. A volere riducere a unitá il partito corpo della sua republica, pose Dante ogni suo ingegno, ogni arte, ogni studio, mostrando a' cittadini piú savi come le gran cose per la discordia in brieve tempo tornano al niente, e le picciole per la concordia crescere in infinito. Ma, poi che vide essere vana la sua fatica, e conobbe gli animi degli uditori ostinati; credendolo giudicio di Dio, prima propose di lasciar del tutto ogni publico oficio e vivere seco privatamente; poi dalla dolcezza della gloria tirato e dal vano favor popolesco e ancora dalle persuasioni de' maggiori; credendosi, oltre a questo, se tempo gli occorresse, molto piú di bene potere operare per la sua cittá, se nelle cose publiche fosse grande, che a sé privato e da quelle del tutto rimosso (oh stolta vaghezza degli umani splendori, quanto sono le tue forze maggiori, che creder non può chi provati non gli ha!): il maturo uomo e nel santo seno della filosofia allevato, nutricato e ammaestrato, al quale erano davanti dagli occhi i cadimenti de' re antichi e de' moderni, le desolazioni de' regni, delle province e delle cittá e li furiosi impeti della Fortuna, niun altro cercanti che l'alte cose, non si seppe o non si poté dalla tua dolcezza guardare.

Fermossi adunque Dante a volere seguire gli onori caduchi e la vana pompa dei publici ofici; e, veggendo che per se medesimo non potea una terza parte tenere, la quale, giustissima, l'ingiustizia dell'altre due abbattesse, tornandole ad unitá; con quella s'accostò, nella quale, secondo il suo giudicio, era piú di ragione e di giustizia; operando continuamente ciò che salutevole alla sua patria e a' cittadini conoscea. Ma gli umani consigli le piú delle volte rimangon vinti dalle forze del cielo. Gli odii e l'animositá prese, ancora che sanza giusta cagione nati fossoro, di giorno in giorno divenivan maggiori, in tanto che non senza grandissima confusione de' cittadini, piú volte si venne all'arme con intendimento di por fine alla lor lite col fuoco e col ferro: sí accecati dall'ira, che non vedevano sé con quella miseramente perire. Ma, poi che ciascuna delle parti ebbe piú volte fatta pruova delle sue forze con vicendevoli danni dell'una e dell'altra; venuto il tempo che gli occulti consigli della minacciante fortuna si doveano scoprire, la fama, parimente del vero e del falso rapportatrice, nunziando gli avversari della parte presa da Dante, di maravigliosi e d'astuti consigli esser forte e di grandissima moltitudine d'armati, sí gli prencipi de' collegati di Dante spaventò, che ogni consilio, ogni avvedimento e ogni argomento cacciò da loro, se non il cercare con fuga la loro salute; co' quali insieme Dante, in un momento prostrato della sommitá del reggimento della sua cittá, non solamente gittato in terra si vide, ma cacciato di quella. Dopo questa cacciata non molti dí, essendo giá stato dal popolazzo corso alle case de' cacciati, e furiosamente votate e rubate, poi che i vittoriosi ebbero la cittá riformata secondo il loro giudicio, furono tutti i prencipi de' loro avversari, e con loro, non come de' minori ma quasi principale, Dante, sí come capitali nemici della republica dannati a perpetuo esilio, e li loro stabili beni o in publico furon ridotti, o alienati a' vincitori.

X

SI MALEDICE ALL'INGIUSTA CONDANNA D'ESILIO

Questo merito riportò Dante del tenero amore avuto alla sua patria! questo merito riportò Dante dell'affanno avuto in voler tôrre via le discordie cittadine! questo merito riportò Dante dell'avere con ogni sollecitudine cercato il bene, la pace e la tranquillitá de' suoi cittadini! Per che assai manifestamente appare quanto sieno vòti di veritá i favori de' popoli, e quanta fidanza si possa in essi avere. Colui, nel quale poco avanti pareva ogni publica speranza esser posta, ogni affezione cittadina, ogni rifugio populare; subitamente, senza cagione legittima, senza offesa, senza peccato, da quel romore, il quale per addrieto s'era molte volte udito le sue laude portare infino alle stelle, è furiosamente mandato in inrevocabile esilio. Questa fu la marmorea statua fattagli ad eterna memoria della sua virtú! con queste lettere fu il suo nome tra quegli de' padri della patria scritto in tavole d'oro! con cosí favorevole romore gli furono rendute grazie de' suoi benefici! Chi sará dunque colui che, a queste cose guardando, dica la nostra republica da questo piè non andare sciancata?

Oh vana fidanza de' mortali, da quanti esempli altissimi se' tu continuamente ripresa, ammonita e gastigata! Deh! se Cammillo, Rutilio, Coriolano, e l'uno e l'altro Scipione, e gli altri antichi valenti uomini per la lunghezza del tempo interposto ti sono della memoria caduti, questo ricente caso ti faccia con piú temperate redine correr ne' tuoi piaceri. Niuna cosa ci ha meno stabilita che la popolesca grazia; niuna piú pazza speranza, niuno piú folle consiglio che quello che a crederle conforta nessuno. Levinsi adunque gli animi al cielo, nella cui perpetua legge, nelli cui eterni splendori, nella cui vera bellezza si potrá senza alcuna oscuritá conoscere la stabilitá di Colui che lui e le altre cose con ragione muove; accioché, sí come in termine fisso, lasciando le transitorie cose, in lui si fermi ogni nostra speranza, se trovare non ci vogliamo ingannati.

XI

LA VITA DEL POETA ESULE SINO ALLA VENUTA IN ITALIA DI ARRIGO SETTIMO

Uscito adunque in cotal maniera Dante di quella cittá, della quale egli non solamente era cittadino, ma n'erano li suoi maggiori stati reedificatori, e lasciatavi la sua donna, insieme con l'altra famiglia, male per picciola etá alla fuga disposta; di lei sicuro, percioché di consanguinitá la sapeva ad alcuno de' prencipi della parte avversa congiunta, di se medesimo or qua or lá incerto, andava vagando per Toscana. Era alcuna particella delle sue possessioni dalla donna col titolo della sua dote dalla cittadina rabbia stata con fatica difesa, de' frutti della quale essa sé e i piccioli figliuoli di lui assai sottilmente reggeva; per la qual cosa povero, con industria disusata gli convenia il sostentamento di se medesimo procacciare. Oh quanti onesti sdegni gli convenne posporre, piú duri a lui che morte a trapassare, promettendogli la speranza questi dover esser brievi, e prossima la tornata! Egli, oltre al suo stimare, parecchi anni, tornato da Verona (dove nel primo fuggire a messer Alberto della Scala n'era ito, dal quale benignamente era stato ricevuto), quando col conte Salvatico in Casentino, quando col marchese Morruello Malespina in Lunigiana, quando con quegli della Faggiuola ne' monti vicini ad Orbino, assai convenevolmente, secondo il tempo e secondo la loro possibilitá, onorato si stette. Quindi poi se n'andò a Bologna, dove poco stato n'andò a Padova, e quindi da capo si ritornò a Verona. Ma poi ch'egli vide da ogni parte chiudersi la via alla tornata, e di dí in dí piú divenire vana la sua speranza; non solamente Toscana, ma tutta Italia abbandonata, passati i monti che quella dividono dalla provincia di Gallia, come poté, se n'andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio e della filosofia e della teologia, ritornando ancora in sé dell'altre scienzie ciò che forse per gli altri impedimenti avuti se ne era partito. E in ciò il tempo studiosamente spendendo, avvenne che oltre al suo avviso, Arrigo, conte di Luzimborgo, con volontá e mandato di Clemente papa V, il quale allora sedea, fu eletto in re de' romani, e appresso coronato imperadore. Il quale sentendo Dante della Magna partirsi per soggiogarsi Italia, alla sua maestá in parte rebelle, e giá con potentissimo braccio tenere Brescia assediata, avvisando lui per molte ragioni dover essere vincitore; prese speranza con la sua forza e dalla sua giustizia di potere in Fiorenza tornare, comeché a lui la sentisse contraria. Perché ripassate l'alpi, con molti nemici di fiorentini e di lor parte congiuntosi, e con ambascerie e con lettere s'ingegnarono di tirare lo 'mperadore da l'assedio di Brescia, accioché a Fiorenza il ponesse, sí come a principale membro de' suoi nemici; mostrandogli che, superata quella, niuna fatica gli restava, o piccola, ad avere libera ed espedita la possessione e il dominio di tutta Italia. E comeché a lui e agli altri a ciò tenenti venisse fatto il trarloci, non ebbe perciò la sua venuta il fine da loro avvisato: le resistenze furon grandissime, e assai maggiori che da loro avvisate non erano; per che, senza avere niuna notevole cosa operata, lo 'mperadore, partitosi quasi disperato, verso Roma drizzò il suo cammino. E come che in una parte e in altra piú cose facesse, assai ne ordinasse e molte di farne proponesse, ogni cosa ruppe la troppo avacciata morte di lui: per la qual morte generalmente ciascuno che a lui attendea disperatosi, e massimamente Dante, sanza andare di suo ritorno piú avanti cercando, passate l'alpi d'Appennino, se ne andò in Romagna, lá dove l'ultimo suo dí, e che alle sue fatiche doveva por fine, l'aspettava.

XII

DANTE OSPITE DI GUIDO NOVEL DA POLENTA

Era in que' tempi signore di Ravenna, famosa e antica cittá di Romagna, uno nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel da Polenta; il quale, ne' liberali studi ammaestrato, sommamente i valorosi uomini onorava, e massimamente quegli che per iscienza gli altri avanzavano. Alle cui orecchie venuto Dante, fuori d'ogni speranza, essere in Romagna (avendo egli lungo tempo avanti per fama conosciuto il suo valore) in tanta disperazione, sí dispose di riceverlo e d'onorarlo. Né aspettò di ciò da lui essere richiesto, ma con liberale animo, considerata qual sia a' valorosi la vergogna del domandare, e con proferte, gli si fece davanti, richiedendo di spezial grazia a Dante quello ch'egli sapeva che Dante a lui dovea dimandare: cioè che seco li piacesse di dover essere. Concorrendo adunque i due voleri a un medesimo fine, e del domandato e del domandatore, e piacendo sommamente a Dante la liberalitá del nobile cavaliere, e d'altra parte il bisogno strignendolo, senza aspettare piú inviti che 'l primo, se n'andò a Ravenna, dove onorevolemente dal signore di quella ricevuto, e con piacevoli conforti risuscitata la caduta speranza, copiosamente le cose opportune donandogli, in quella seco per piú anni il tenne, anzi infino a l'ultimo della vita di lui.

XIII

SUA PERSEVERANZA AL LAVORO

Non poterono gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria de' publici ofici, né il miserabile esilio, né la intollerabile povertá giammai con le lor forze rimuovere il nostro Dante dal principale intento, cioè da' sacri studi; percioché, sí come si vederá dove appresso partitamente dell'opere da lui fatte si fará menzione, egli, nel mezzo di qualunque fu piú fiera delle passioni sopradette, si troverá componendo essersi esercitato. E se, obstanti cotanti e cosí fatti avversari, quanti e quali di sopra sono stati mostrati, egli per forza d'ingegno e di perseveranza riuscí chiaro qual noi veggiamo; che si può sperare ch'esso fosse divenuto, avendo avuti altrettanti aiutatori, o almeno niuno contrario, o pochissimi, come hanno molti? Certo, io non so; ma se licito fosse a dire, io direi ch'egli fosse in terra divenuto uno iddio.

XIV

GRANDEZZA DEL POETA VOLGARE-SUA MORTE

Abitò adunque Dante in Ravenna, tolta via ogni speranza di ritornare mai in Firenze (comeché tolto non fosse il disio) piú anni sotto la protezione del grazioso signore; e quivi con le sue dimostrazioni fece piú scolari in poesia e massimamente nella volgare; la quale, secondo il mio giudicio, egli primo non altramenti fra noi italici esaltò e recò in pregio, che la sua Omero tra' greci o Virgilio tra' latini. Davanti a costui, come che per poco spazio d'anni si creda che innanzi trovata fosse, niuno fu che ardire o sentimento avesse, dal numero delle sillabe e dalla consonanza delle parti estreme in fuori, di farla essere strumento d'alcuna artificiosa materia; anzi solamente in leggerissime cose d'amore con essa s'esercitavano. Costui mostrò con effetto con essa ogni alta materia potersi trattare, e glorioso sopra ogni altro fece il volgar nostro.

Ma, poiché la sua ora venne segnata a ciascheduno, essendo egli giá nel mezzo o presso del cinquantesimo sesto suo anno infermato, e secondo la cristiana religione ogni ecclesiastico sacramento umilmente e con divozione ricevuto, e a Dio per contrizione d'ogni cosa commessa da lui contra al suo piacere, sí come da uomo, riconciliatosi; del mese di settembre negli anni di Cristo MCCCXXI, nel dí che la esaltazione della santa Croce si celebra dalla Chiesa, non sanza grandissimo dolore del sopradetto Guido, e generalmente di tutti gli altri cittadini ravignani, al suo Creatore rendé il faticato spirito; il quale non dubito che ricevuto non fosse nelle braccia della sua nobilissima Beatrice, con la quale nel cospetto di Colui ch'è sommo bene, lasciate le miserie della presente vita, ora lietissimamente vive in quella, alla cui felicitá fine giammai non s'aspetta.

XV

SEPOLTURA E ONORI FUNEBRI

Fece il magnanimo cavaliere il morto corpo di Dante d'ornamenti poetici sopra uno funebre letto adornare; e quello fatto portare sopra gli omeri de' suoi cittadini piú solenni, infino al luogo de' frati minori in Ravenna, con quello onore che a sí fatto corpo degno estimava, infino quivi quasi con publico pianto seguitolo, in una arca lapidea, nella quale ancora giace, il fece porre. E, tornato alla casa nella quale Dante era prima abitato, secondo il ravignano costume, esso medesimo, sí a commendazione dell'alta scienzia e della vertú del defunto, e sí a consolazione de' suoi amici, li quali egli avea in amarissima vita lasciati, fece un ornato e lungo sermone; disposto, se lo stato e la vita fossero durati, di sí egregia sepoltura onorarlo, che, se mai alcuno altro suo merito non l'avesse memorevole renduto a' futuri, quella l'avrebbe fatto.

XVI

GARA DI POETI PER L'EPITAFIO DI DANTE

Questo laudevole proponimento infra brieve spazio di tempo fu manifesto ad alquanti, li quali in quel tempo erano in poesí solennissimi in Romagna; per che ciascuno sí per mostrare la sua sofficienzia, sí per rendere testimonianza della portata benivolenzia da loro al morto poeta, sí per captare la grazia e l'amore del signore, il quale ciò sapevano disiderare, ciascuno per sé fece versi, li quali, posti per epitafio alla futura sepultura. con debite lode facessero la posteritá certa chi dentro da essa giacesse; e al magnifico signore gli mandarono. Il quale con gran peccato della fortuna non dopo molto tempo, toltogli lo Stato, si morí a Bologna; per la qual cosa e il fare il sepolcro e il porvi li mandati versi si rimase. Li quali versi stati a me mostrati poi piú tempo appresso, e veggendo loro avere avuto luogo per lo caso giá dimostrato, pensando le presenti cose per me scritte, comeché sepoltura non sieno corporale, ma sieno, sí come quella sarebbe stata, perpetue conservatrici della colui memoria; imaginai non essere sconvenevole quegli aggiugnere a queste cose. Ma, percioché piú che quegli che l'uno di coloro avesse fatti (che furon piú) non si sarebbero ne' marmi intagliati, cosí solamente quegli d'uno qui estimai che fosser da scrivere; per che, tutti meco esaminatigli, per arte e per intendimento piú degni estimai che fossero quattordici fattine da maestro Giovanni del Virgilio bolognese, allora famosissimo e gran poeta, e di Dante stato singularissimo amico; li quali sono questi appresso scritti:

XVII

EPITAFIO

Theologus Dantes, nullius dogmatis expers,
quod foveat claro philosophia sinu:
gloria musarum, vulgo gratissimus auctor,
hic iacet, et fama pulsat utrumque polum:
qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis
distribuit, laicis rhetoricisque modis.
Pascua Pieriis demum resonabat avenis;
Atropos heu laetum livida rupit opus.
Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum,
exilium, vati patria cruda suo.
Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli
gaudet honorati continuisse ducis,
mille trecentenis ter septem Numinis annis,
ad sua septembris idibus astra redit.

XVIII

RIMPROVERO AI FIORENTINI

Oh ingrata patria, quale demenzia, qual trascutaggine ti teneva, quando tu il tuo carissimo cittadino, il tuo benefattore precipuo, il tuo unico poeta con crudeltá disusata mettesti in fuga; o poscia tenuta t'ha? Se forse per la comune furia di quel tempo mal consigliata ti scusi; ché, tornata, cessate l'ire, la tranquillitá dell'animo, ripentútati del fatto, nol rivocasti? Deh! non ti rincresca lo stare con meco, che tuo figliuol sono, alquanto a ragione, e quello che giusta indegnazion mi fa dire, come da uomo che ti ramendi disidera e non che tu sii punita, piglierai. Párti egli essere gloriosa di tanti titoli e di tali che tu quello uno del quale non hai vicina cittá che di simile si possa esaltare, tu abbi voluto da te cacciare? Deh! dimmi: di qua' vittorie, di qua' triunfi, di quali eccellenzie, di quali valorosi cittadini se' tu splendente? Le tue ricchezze, cosa mobile e incerta; le tue bellezze, cosa fragile e caduca; le tue dilicatezze, cosa vituperevole e femminile, ti fanno nota nel falso giudicio de' popoli, il quale piú ad apparenza che ad esistenza sempre riguarda. Deh! gloriera'ti tu de' tuoi mercatanti e de' molti artisti, donde tu se' piena? Scioccamente farai: l'uno fu, continuamente l'avarizia operandolo, mestiere servile; l'arte, la quale un tempo nobilitata fu dagl'ingegni, intanto che una seconda natura la fecero, dall'avarizia medesima è oggi corrotta, e niente vale. Gloriera'ti tu della viltá e ignavia di coloro li quali, percioché di molti loro avoli si ricordano, vogliono dentro da te della nobiltá ottenere il principato, sempre con ruberie e con tradimenti e con falsitá contra quella operanti? Vana gloria sará la tua, e da coloro, le cui sentenzie hanno fondamento debito e stabile fermezza, schernita. Ahi! misera madre, apri gli occhi e guarda con alcuno rimordimento quello che tu facesti; e vergógnati almeno, essendo reputata savia come tu se', d'avere avuta ne' falli tuoi falsa elezione! Deh! se tu da te non avevi tanto consiglio, perché non imitavi tu gli atti di quelle cittá, le quali ancora per le loro laudevoli opere son famose? Atene, la quale fu l'uno degli occhi di Grecia, allora che in quella era la monarchia del mondo, per iscienzia, per eloquenzia e per milizia splendida parimente; Argos, ancora pomposa per li titoli de' suoi re; Smirna, a noi reverenda in perpetuo per Niccolaio suo pastore; Pilos, notissima per lo vecchio Nestore; Chimi, Chios e Colofon, cittá splendidissime per adietro, tutte insieme, qualora piú gloriose furono, non si vergognarono né dubitarono d'avere agra quistione della origine del divino poeta Omero, affermando ciascuna lui di sé averla tratta; e si ciascuna fece con argomenti forte la sua intenzione, che ancora la quistion vive; né è certo donde si fosse, perché parimente di cotal cittadino cosí l'una come l'altra ancor si gloria. E Mantova, nostra vicina, di quale altra cosa l'è piú alcuna fama rimasa, che l'essere stato Virgilio mantovano? il cui nome hanno ancora in tanta reverenzia, e sí è appo tutti accettevole, che non solamente ne' publici luoghi, ma ancora in molti privati si vede la sua imagine effigiata; mostrando in ciò che, non ostante che il padre di lui fosse lutifigolo, esso di tutti loro sia stato nobilitatore. Sulmona d'Ovidio, Venosa d'Orazio, Aquino di Giovenale, e altre molte, ciascuna si gloria del suo, e della loro sufficienzia fanno quistione. L'esemplo di queste non t'era vergogna di seguitare; le quali non è verisimile sanza cagione essere state e vaghe e ténere di cittadini cosí fatti. Esse conobbero quello che tu medesima potevi conoscere e puoi; cioè che le costoro perpetue operazioni sarebbero ancora dopo la lor ruina ritenitrici eterne del nome loro; cosí come al presente divulgate per tutto il mondo le fanno conoscere a coloro che non le vider giammai. Tu sola, non so da qual cechitá adombrata, hai voluto tenere altro cammino, e quasi molto da te lucente, di questo splendore non hai curato: tu sola, quasi i Camilli, i Publicoli, i Torquati, i Fabrizi, i Catoni, i Fabi e gli Scipioni con le loro magnifiche opere ti facessero famosa e in te fossero; non solamente, avendoti lasciato l'antico tuo cittadino Claudiano cader delle mani, non hai avuto del presente poeta cura; ma l'hai da te cacciato, sbandito e privatolo, se tu avessi potuto, del tuo sopranome. Io non posso fuggire di vergognarmene in tuo servigio. Ma ecco: non la fortuna, ma il corso della natura delle cose è stato al tuo disonesto appetito favorevole in tanto, in quanto quello che tu volentieri, bestialmente bramosa, avresti fatto se nelle mani ti fosse venuto, cioè uccisolo, egli con la sua eterna legge l'ha operato. Morto è il tuo Dante Alighieri in quello esilio che tu ingiustamente, del suo valore invidiosa, gli désti. Oh peccato da non ricordare, che la madre alle virtú d'alcuno suo figliuolo porti livore! Ora adunque se' di sollicitudine libera, ora per la morte di lui vivi ne' tuoi difetti sicura, e puoi alle tue lunghe e ingiuste persecuzioni porre fine. Egli non ti può far, morto, quello che mai, vivendo, non t'avria fatto; egli giace sotto altro cielo che sotto il tuo, né piú déi aspettar di vederlo giammai, se non quel dí, nel quale tutti li tuoi cittadini veder potrai, e le lor colpe da giusto giudice esaminate e punite.

Adunque se gli odii, l'ire e le inimicizie cessano per la morte di qualunque è che muoia, come si crede, comincia a tornare in te medesima e nel tuo diritto conoscimento; comincia a vergognarti d'avere fatto contra la tua antica umanitá; comincia a volere apparir madre e non piú inimica; concedi le debite lagrime al tuo figliuolo; concedigli la materna pietá; e colui, il quale tu rifiutasti, anzi cacciasti vivo sí come sospetto, disidera almeno di riaverlo morto; rendi la tua cittadinanza, il tuo seno, la tua grazia alla sua memoria. In veritá, quantunque tu a lui ingrata e proterva fossi, egli sempre come figliuolo ebbe te in reverenza, né mai di quello onore che per le sue opere seguire ti dovea, volle privarti, come tu lui della tua cittadinanza privasti. Sempre fiorentino, quantunque l'esilio fosse lungo, si nominò e volle essere nominato, sempre a ogni altra ti prepose, sempre t'amò. Che dunque farai? starai sempre nella tua iniquitá ostinata? sará in te meno d'umanitá che ne' barbari, li quali troviamo non solamente aver li corpi delli lor morti raddomandati, ma per riavergli essersi virilmente disposti a morire? Tu vuogli che 'l mondo creda te essere nepote della famosa Troia e figliuola di Roma: certo, i figliuoli deono essere a' padri e agli avoli simiglianti. Priamo nella sua miseria non solamente raddomandò il corpo del morto Ettore, ma quello con altrettanto oro ricomperò. Li romani, secondo che alcuni pare che credano, feciono da Linterno venire l'ossa del primo Scipione, da lui a loro con ragione nella sua morte vietate. E come che Ettore fosse con la sua prodezza lunga difesa de' troiani, e Scipione liberatore non solamente di Roma, ma di tutta Italia (delle quali due cose forse cosí propiamente niuna si può dire di Dante), egli non è perciò da posporre; niuna volta fu mai che l'armi non dessero luogo alla scienzia. Se tu primieramente, e dove piú si saria convenuto, l'esemplo e l'opere delle savie cittá non imitasti, amenda al presente, seguendole. Niuna delle sette predette fu che o vera o fittizia sepultura non facesse ad Omero. E chi dubita che i mantovani, li quali ancora in Piettola onorano la povera casetta e i campi che fûr di Virgilio, non avessero a lui fatta onorevole sepoltura, se Ottaviano Augusto, il quale da Brandizio a Napoli le sue ossa avea trasportate, non avesse comandato quello luogo dove poste l'avea, volere loro essere perpetua requie? Sermona niun'altra cosa pianse lungamente, se non che l'isola di Ponto tenga in certo luogo il suo Ovidio; e cosí di Cassio Parma si rallegra tenendolo. Cerca tu adunque di volere essere del tuo Dante guardiana; raddomandalo; mostra questa umanitá, presupposto che tu non abbi voglia di riaverlo; togli a te medesima con questa fizione parte del biasimo per adietro acquistato. Raddomandalo. Io son certo ch'egli non ti fia renduto; e a una ora ti sarai mostrata pietosa, e goderai, non riavendolo, della tua innata crudeltá. Ma a che ti conforto io? Appena che io creda, se i corpi morti possono alcuna cosa sentire, che quello di Dante si potesse partire di lá dove è, per dovere a te tornare. Egli giace con compagnia troppo piú laudevole che quella che tu gli potessi dare. Egli giace in Ravenna, molto piú per etá veneranda di te; e comeché la sua vecchiezza alquanto la renda deforme, ella fu nella sua giovanezza troppo piú florida che tu non se'. Ella è quasi un generale sepolcro di santissimi corpi, né niuna parte in essa si calca, dove su per reverendissime ceneri non si vada. Chi dunque disidererebbe di tornare a te per dovere giacere fra le tue, le quali si può credere che ancora servino la rabbia e l'iniquitá nella vita avute, e male concorde insieme si fuggano l'una da l'altra, non altramenti che facessero le fiamme de' due tebani? E comeché Ravenna giá quasi tutta del prezioso sangue di molti martiri si bagnasse, e oggi con reverenzia servi le loro reliquie, e similemente i corpi di molti magnifici imperadori e d'altri uomini chiarissimi e per antichi avoli e per opere virtuose, ella non si rallegra poco d'esserle stato da Dio, oltre a l'altre sue dote, conceduto d'essere perpetua guardiana di cosí fatto tesoro, come è il corpo di colui, le cui opere tengono in ammirazione tutto il mondo, e del quale tu non ti se' saputa far degna. Ma certo egli non è tanta l'allegrezza d'averlo, quanta la invidia ch'ella ti porta che tu t'intitoli della sua origine, quasi sdegnando che dove ella sia per l'ultimo dí di lui ricordata, tu allato a lei sii nominata per lo primo. E perciò con la tua ingratitudine ti rimani, e Ravenna de' tuoi onori lieta si glori tra' futuri.

XIX

BREVE RICAPITOLAZIONE

Cotale, quale di sopra è dimostrata, fu a Dante la fine della vita faticata da' vari studi; e, percioché assai convenevolemente le sue fiamme, la familiare e la publica sollecitudine e il miserabile esilio e la fine di lui mi pare avere secondo la mia promessa mostrate, giudico sia da pervenire a mostrare della statura del corpo, dell'abito, e generalmente de' piú notabili modi servati nella sua vita da lui; da quegli poi immediatamente vegnendo all'opere degne di nota, compilate da esso nel tempo suo, infestato da tanta turbine quanta di sopra brievemente è dichiarata.

XX

FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE

Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura etá fu pervenuto, andò alquanto curvetto, ed era il suo andare grave e mansueto, d'onestissimi panni sempre vestito in quell'abito che era alla sua maturitá convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona, essendo giá divulgata pertutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti a una porta dove piú donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all'altre donne:—Vedete colui che va nell'inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che lá giú sono?—Alla quale una dell'altre rispose semplicemente:—In veritá tu déi dir vero: non vedi tu com'egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è lá giú?—Le quali parole udendo egli dir dietro a sé, e conoscendo che da pura credenza delle donne venivano, piacendogli, e quasi contento ch'esse in cotale opinione fossero, sorridendo alquanto, passò avanti.

Ne' costumi domestici e publici mirabilmente fu ordinato e composto, e in tutti piú che alcun altro cortese e civile.

Nel cibo e nel poto fu modestissimo, sí in prenderlo all'ore ordinate e sí in non trapassare il segno della necessitá, quel prendendo; né alcuna curiositá ebbe mai piú in uno che in uno altro: li dilicati lodava, e il piú si pasceva di grossi, oltremodo biasimando coloro, li quali gran parte del loro studio pongono e in avere le cose elette e quelle fare con somma diligenzia apparare; affermando questi cotali non mangiare per vivere, ma piú tosto vivere per mangiare.

Niuno altro fu piú vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse; intanto che piú volte e la sua famiglia e la donna se ne dolfono, prima che, a' suoi costumi adusate, ciò mettessero in non calere.

Rade volte, se non domandato, parlava, e quelle pesatamente e con voce conveniente alla materia di che diceva; non pertanto, lá dove si richiedeva, eloquentissimo fu e facundo, e con ottima e pronta prolazione.

Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e a ciascuno che a que' tempi era ottimo cantatore o sonatore fu amico e ebbe sua usanza; e assai cose, da questo diletto tirato compose, le quali di piacevole e maestrevole nota a questi cotali facea rivestire.

Quanto ferventemente esso fosse ad amor sottoposto, assai chiaro è giá mostrato. Questo amore è ferma credenza di tutti che fosse movitore del suo ingegno a dovere, prima imitando, divenir dicitore in volgare; poi, per vaghezza di piú solennemente mostrare le sue passioni, e di gloria, sollecitamente esercitandosi in quella, non solamente passò ciascuno suo contemporaneo, ma in tanto la dilucidò e fece bella, che molti allora e poi di dietro a sé n'ha fatti e fará vaghi d'essere esperti.

Dilettossi similemente d'essere solitario e rimoto dalle genti, accioché le sue contemplazioni non gli fossero interrotte; e se pure alcuna che molto piaciuta gli fosse ne gli veniva, essendo esso tra gente, quantunque d'alcuna cosa fosse stato addomandato, giammai infino a tanto che egli o fermata o dannata la sua imaginazione avesse, non avrebbe risposto al dimandante: il che molte volte, essendo egli alla mensa, ed essendo in cammino con compagni, e in altre parti, domandato, gli avvenne.

Ne' suoi studi fu assiduissimo, quanto è quel tempo che ad essi si disponea, in tanto che niuna novitá che s'udisse, da quegli il poteva rimuovere. E, secondo che alcuni degni di fede raccontano di questo darsi tutto a cosa che gli piacesse, egli, essendo una volta tra l'altre in Siena, e avvenutosi per accidente alla stazzone d'uno speziale, e quivi statogli recato uno libretto davanti promessogli, e tra' valenti uomini molto famoso, né da lui stato giammai veduto, non avendo per avventura spazio di portarlo in altra parte, sopra la panca che davanti allo speziale era, si pose col petto, e, messosi il libretto davanti, quello cupidissimamente cominciò a vedere. E comeché poco appresso in quella contrada stessa, e dinanzi da lui, per alcuna general festa de' sanesi si cominciasse da gentili giovani e facesse una grande armeggiata, e con quella grandissimi romori da' circustanti (sí come in cotal casi con istrumenti vari e con voci applaudenti suol farsi), e altre cose assai v'avvenissero da dover tirare altrui a vedersi, sí come balli di vaghe donne e giuochi molti di giovani; mai non fu alcuno che muovere quindi il vedesse, né alcuna volta levare gli occhi dal libro: anzi, postovisi quasi a ora di nona, prima fu passato vespro, e tutto l'ebbe veduto e quasi sommariamente compreso, che egli da ciò si levasse; affermando poi ad alcuni, che il domandavano come s'era potuto tenere di riguardare a cosí bella festa come davanti a lui s'era fatta, sé niente averne sentito; per che alla prima maraviglia non indebitamente la seconda s'aggiunse a' dimandanti.

Fu ancora questo poeta di maravigliosa capacitá e di memoria fermissima e di perspicace intelletto, intanto che, essendo egli a Parigi, e quivi sostenendo in una disputazione de quolibet che nelle scuole della teologia si facea, quattordici quistioni da diversi valenti uomini e di diverse materie, con gli loro argomenti pro e contra fatti dagli opponenti, senza mettere in mezzo raccolse, e ordinatamente, come poste erano state, recitò; quelle poi, seguendo quello medesimo ordine, sottilmente solvendo e rispondendo agli argomenti contrari. La qual cosa quasi miracolo da tutti i circustanti fu reputata.

D'altissimo ingegno e di sottile invenzione fu similmente, sí come le sue opere troppo piú manifestano agl'intendenti che non potrebbono fare le mie lettere.

Vaghissimo fu e d'onore e di pompa per avventura piú che alla sua inclita virtú non si sarebbe richiesto. Ma che? qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tócca? E per questa vaghezza credo che oltre a ogni altro studio amasse la poesia, veggendo, comeché la filosofia ogni altra trapassi di nobiltá, la eccellenzia di quella con pochi potersi comunicare, e esserne per lo mondo molti famosi: e la poesia piú essere apparente e dilettevole a ciascuno, e li poeti rarissimi. E perciò, sperando per la poesí allo inusitato e pomposo onore della coronazione dell'alloro poter pervenire, tutto a lei si diede e istudiando e componendo. E certo il suo disiderio veniva intero, se tanto gli fosse stata la fortuna graziosa, che egli fosse giammai potuto tornare in Firenze, nella quale sola sopra le fonti di San Giovanni s'era disposto di coronare; accioché quivi, dove per lo battesimo aveva preso il primo nome, quivi medesimo per la coronazione prendesse il secondo. Ma cosí andò che, quantunque la sua sufficienzia fosse molta, e per quella in ogni parte, ove piaciuto gli fosse, avesse potuto l'onore della laurea pigliare (la quale non iscienzia accresce, ma è dell'acquistata certissimo testimonio e ornamento); pur, quella tornata, che mai non doveva essere, aspettando, altrove pigliar non la volle; e cosí, senza il molto disiderato onore avere, si morí. Ma, percioché spessa quistione si fa tra le genti, e che cosa sia la poesí e che il poeta, e donde sia questo nome venuto e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare essere stato mostrato; mi piace qui di fare alcuna transgressione, nella quale io questo alquanto dichiari, tornando, come piú tosto potrò, al proposito.

XXI

DIGRESSIONE SULL'ORIGINE DELLA POESIA

La prima gente ne' primi secoli, comeché rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, sí come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a ciascuno. La quale veggendo il cielo muoversi con ordinata legge continuo, e le cose terrene avere certo ordine e diverse operazioni in diversi tempi, pensarono di necessitá dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero, e che tutte l'altre ordinasse, sí come superiore potenzia da niun'altra potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s'immaginarono quella, la quale «divinitá» ovvero «deitá» nominarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con piú che umano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a reverenza del nome di questa suprema potenzia, ampissime ed egregie case, le quali ancora estimarono fossero da separare cosí di nome, come di forma separate erano, da quelle che generalmente per gli uomini si abitavano; e nominaronle «templi». E similmente avvisarono doversi [ordinar] ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a' divini servigi vacassero, per maturitá, per etá e per abito, piú che gli altri uomini, reverendi; gli quali appellarono «sacerdoti». E oltre a questo, in rappresentamento della immaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a' servigi di quella vasellamenti d'oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a' sacrifici per loro istabiliti. E, accioché a questa cotale potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d'alto suono essa fosse da umiliare e alle loro necessitá rendere propizia. E cosí come essi estimavano questa eccedere ciascuna altra cosa di nobilitá, cosí vollono che, di lungi da ogni plebeio o publico stilo di parlare, si trovassero parole degne di ragionare dinanzi alla divinitá, nelle quali le si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, accioché queste parole paressero aver piú d'efficacia, vollero che fossero sotto legge di certi numeri composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia. E certo, questo non in volgar forma o usitata, ma con artificiosa ed esquisita e nuova convenne che si facesse. La qual forma li greci appellano «poetes»; laonde nacque, che quello che in cotale forma fatto fosse s'appellasse «poesis»; e quegli, che ciò facessero o cotale modo di parlare usassono, si chiamassero «poeti».

Questa adunque fu la prima origine del nome della poesia, e per consequente de' poeti, comeché altri n'assegnino altre ragioni, forse buone: ma questa mi piace piú.

Questa buona e laudevole intenzione della rozza etá mosse molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante per apparere; e dove i primi una sola deitá onoravano, mostrarono i seguenti molte esserne, comeché quella una dicessono oltre ad ogni altra ottenere il principato; le quali molte vollero che fossero il Sole, la Luna, Saturno, Giove e ciascuno degli altri de' sette pianeti, dagli loro effetti dando argomento alla loro deitá; e da questi vennero a mostrare ogni cosa utile agli uomini, quantunque terrena fosse, deitá essere, sí come il fuoco, l'acqua, la terra e simiglianti. Alle quali tutte e versi e onori e sacrifici s'ordinarono. E poi susseguentemente cominciarono diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno, chi con un altro, a farsi sopra la moltitudine indòtta della sua contrada maggiori; diffinendo le rozze quistioni, non secondo scritta legge, ché non l'aveano ancora, ma secondo alcuna naturale equitá, della quale piú uno che un altro era dotato; dando alla loro vita e alli loro costumi ordine, dalla natura medesima piú illuminati; resistendo con le loro corporali forze alle cose avverse possibili ad avvenire; e a chiamarsi re; e mostrarsi alla plebe e con servi e con ornamenti non usati infino a que' tempi dagli uomini a farsi ubbidire; e ultimamente a farsi adorare. Il che, solo che fosse chi 'l presumesse, sanza troppa difficultá avvenia; percioché a' rozzi popoli parevano, cosí vedendogli, non uomini ma iddii. Questi cotali, non fidandosi tanto delle lor forze, cominciarono ad aumentare le religioni, e con la fede di quelle a impaurire i suggetti e a strignere con sacramenti alla loro obbedienza quegli li quali non vi si sarebbono potuti con forza costrignere. E oltre a questo diedono opera a deificare li lor padri, li loro avoli e li loro maggiori, accioché piú fossero e temuti e avuti in reverenzia dal vulgo. Le quali cose non si poterono comodamente fare senza l'oficio de' poeti, li quali, sí per ampliare la loro fama, sí per compiacere a' prencipi, sí per dilettare i sudditi, e sí per persuadere il virtuosamente operare a ciascuno; quello che con aperto parlare saria suto della loro intenzione contrario, con fizioni varie e maestrevoli, male da' grossi oggi non che a quel tempo intese, facevano credere quello che li prencipi volevan che si credesse; servando negli nuovi iddii e negli uomini, gli quali degl'iddii nati fingevano, quello medesimo stile che nel vero Iddio solamente e nel suo lusingarlo avevan gli primi usato. Da questo si venne allo adequare i fatti de' forti uomini a quegli degl'iddii; donde nacque il cantare con eccelso verso le battaglie e gli altri notabili fatti degli uomini mescolatamente con quegli degl'iddii; il quale e fu ed è oggi, insieme con l'altre cose di sopra dette, uficio ed esercizio di ciascuno poeta. E percioché molti non intendenti credono la poesia niuna altra cosa essere che solamente un fabuloso parlare, oltre al promesso mi piace brievemente quella essere teologia dimostrare, prima ch'io vegna a dire perché di lauro si coronino i poeti.

XXII

DIFESA DELLA POESIA

Se noi vorremo por giú gli animi e con ragion riguardare, io mi credo che assai leggiermente potremo vedere gli antichi poeti avere imitate, tanto quanto a lo 'ngegno umano è possibile, le vestigie dello Spirito santo; il quale, sí come noi nella divina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti, i suoi altissimi secreti revelò a' futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò che a debito tempo per opera, senza alcuno velo, intendeva di dimostrare. Impercioché essi, se noi ragguarderemo ben le loro opere, accioché lo imitatore non paresse diverso dallo imitato, sotto coperta d'alcune fizioni, quello che stato era, o che fosse al loro tempo presente, o che disideravano o che presumevano che nel futuro dovesse avvenire, discrissono; per che, come che ad uno fine l'una scrittura e l'altra non riguardasse, ma solo al modo del trattare, al che piú guarda al presente l'animo mio, ad amendune si potrebbe dare una medesima laude, usando di Gregorio le parole. Il quale della sacra Scrittura dice ciò che ancora della poetica dir si puote, cioè che essa in un medesimo sermone, narrando, apre il testo e il misterio a quel sottoposto; e cosí ad un'ora coll'uno gli savi esercita e con l'altro gli semplici riconforta, e ha in publico donde li pargoletti nutrichi, e in occulto serva quello onde essa le menti de' sublimi intenditori con ammirazione tenga sospese. Percioché pare essere un fiume, accioché io cosí dica, piano e profondo, nel quale il piccioletto agnello con gli piè vada, e il grande elefante ampissimamente nuoti. Ma da procedere è al verificare delle cose proposte.

Intende la divina Scrittura, la qual noi «teologia» appelliamo, quando con figura d'alcuna istoria, quando col senso d'alcuna visione, quando con lo 'ntendimento d'alcun lamento, e in altre maniere assai, mostrarci l'alto misterio della incarnazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione, e ogni altro suo atto, per lo quale noi ammaestrati, possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e resurgendo ci aperse, lungamente stata serrata a noi per la colpa del primiero uomo. Cosí li poeti nelle loro opere, le quali noi chiamiamo «poesia», quando con fizioni di vari iddii, quando con trasmutazioni d'uomini in varie forme, e quando con leggiadre persuasioni, ne mostrano le cagioni delle cose, gli effetti delle virtú e de' vizi, e che fuggire dobbiamo e che seguire, accioché pervenire possiamo, virtuosamente operando, a quel fine, il quale essi, che il vero Iddio debitamente non conosceano, somma salute credevano. Volle lo Spirito santo mostrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisé vide, quasí come una fiamma ardente, Iddio, la verginitá di Colei che piú che altra creatura fu pura, e che dovea essere abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi, per la concezione né per lo parto del Verbo del Padre, contaminare. Volle per la visione veduta da Nabucodonosor, nella statua di piú metalli abbattuta da una pietra convertita in monte, mostrare tutte le preterite etá dalla dottrina di Cristo, il quale fu ed è viva pietra, dovere summergersi; e la cristiana religione, nata di questa pietra, divenire una cosa immobile e perpetua, sí come gli monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di Ieremia, l'eccidio futuro di Ierusalem dichiarare.

Similemente li nostri poeti, fingendo Saturno avere molti figliuoli, e quegli, fuori che quattro, divorar tutti, niuna altra cosa vollono per tale fizione farci sentire, se non per Saturno il tempo, nel quale ogni cosa si produce, e come ella in esso è prodotta, cosí è esso di tutte corrompitore, e tutte le riduce a niente. I quattro suoi figliuoli non divorati da lui, è l'uno Giove, cioè l'elemento del fuoco; il secondo è Giunone, sposa e sorella di Giove, cioè l'aere, mediante la quale il fuoco quaggiú opera li suoi effetti: il terzo è Nettuno, iddio del mare, cioè l'elemento dell'acqua; e il quarto e ultimo è Plutone, iddio del ninferno, cioè la terra, piú bassa che alcuno altro elemento. Similemente fingono li nostri poeti Ercule d'uomo essere in dio trasformato, e Licaone in lupo: moralmente volendo mostrarci che, virtuosamente operando, come fece Ercule, l'uomo diventa iddio per participazione in cielo; e, viziosamente operando, come Licaone fece, quantunque egli paia uomo, nel vero si può dire quella bestia, la quale da ciascuno si conosce per effetto piú simile al suo difetto: sí come Licaone per rapacitá e per avarizia, le quali a lupo sono molto conformi, si finge in lupo esser mutato. Similemente fingono li nostri poeti la bellezza de' campi elisi, per la quale intendo la dolcezza del paradiso; e la oscuritá di Dite, per la quale prendo l'amaritudine dello 'nferno; accioché noi, tratti dal piacere dell'uno, e dalla noia dell'altro spaventati, seguitiamo le virtú che in Eliso ci meneranno, e i vizi fuggiamo che in Dite ci farieno trarupare. Io lascio il tritare con piú particulari esposizioni queste cose, percioché, se quanto si converrebbe e potrebbe le volessi chiarire, comeché elle piú piacevoli ne divenissero e piú facessero forte il mio argomento, dubito non mi tirassero piú oltre molto che la principale materia non richiede e che io non voglio andare. E certo, se piú non se ne dicesse che quello ch'è detto, assai si dovrebbe comprendere la teologia e la poesia convenirsi quanto nella forma dell'operare, ma nel suggetto dico quelle non solamente molto essere diverse, ma ancora avverse in alcuna parte: percioché il suggetto della sacra teologia è la divina veritá, quello dell'antica poesí sono gl'iddii de' gentili e gli uomini. Avverse sono, in quanto la teologia niuna cosa presuppone se non vera; la poesia ne suppone alcune per vere, le quali sono falsissime ed erronee e contra la cristiana religione. Ma, percioché alcuni disensati si levano contra li poeti, dicendo loro sconce favole e male a niuna veritá consonanti avere composte, e che in altra forma che con favole dovevano la loro sofficienzia mostrare e a' mondani dare la loro dottrina; voglio ancora alquanto piú oltre procedere col presente ragionamento.

Guardino adunque questi cotali le visioni di Daniello, quelle d'Isaia, quelle d'Ezechiel e degli altri del Vecchio Testamento con divina penna discritte, e da Colui mostrate al quale non fu principio né sará fine. Guardinsi ancora nel Nuovo le visioni dell'evangelista, piene agl'intendenti di mirabile veritá; e, se niuna poetica favola si truova tanto di lungi dal vero o dal verisimile, quanto nella corteccia appaiono queste in molte parti, concedasi che solamente i poeti abbiano dette favole da non potere dare diletto né frutto. Senza dire alcuna cosa alla riprensione che fanno de' poeti, in quanto la loro dottrina in favole ovvero sotto favole hanno mostrata, mi potrei passare; conoscendo che, mentre che essi mattamente gli poeti riprendono di ciò, incautamente caggiono in biasimare quello Spirito, il quale nulla altra cosa è che via, vita e veritá: ma pure alquanto intendo di soddisfargli.

Manifesta cosa è che ogni cosa, che con fatica s'acquista, avere alquanto piú di dolcezza che quella che vien senz'affanno. La veritá piana, percioch'è tosto compresa con piccole forze, diletta e passa nella memoria. Adunque, accioché con fatica acquistata fosse piú grata, e perciò meglio si conservasse, li poeti sotto cose molto ad essa contrarie apparenti, la nascosero; e perciò favole fecero, piú che altra coperta, perché la bellezza di quelle attraesse coloro, li quali né le dimostrazion filosofiche, né le persuasioni avevano potuto a sé tirare. Che dunque direm de' poeti? terremo ch'essi sieno stati uomini insensati, come li presenti dissensati, parlando e non sappiendo che, gli giudicano? Certo, no; anzi furono nelle loro operazioni di profondissimo sentimento, quanto è nel frutto nascoso, e d'eccellentissima e d'ornata eloquenzia nelle cortecce e nelle frondi apparenti. Ma torniamo dove lasciammo.

Dico che la teologia e la poesia quasi una cosa si possono dire, dove uno medesimo sia il suggetto; anzi dico piú, che la teologia niun'altra cosa è che una poesia di Dio. E ch'altra cosa è che poetica fizione nella Scrittura dire Cristo essere ora leone e ora agnello e ora vermine, e quando drago e quando pietra, e in altre maniere molte, le quali voler tutte raccontare sarebbe lunghissimo? che altro suonano le parole del Salvatore nello evangelio, se non uno sermone da' sensi alieno? il quale parlare noi con piú usato vocabolo chiamiamo «allegoria». Dunque bene appare, non solamente la poesí essere teologia, ma ancora la teologia essere poesia. E certo, se le mie parole meritano poca fede in sí gran cosa, io non me ne turberò; ma credasi ad Aristotile, degnissimo testimonio a ogni gran cosa, il quale afferma sé aver trovato li poeti essere stati li primi teologizzanti. E questo basti quanto a questa parte; e torniamo a mostrare perché a' poeti solamente, tra gli scienziati, l'onore della corona dell'alloro conceduto fosse.

XXIII

DELL'ALLORO CONCEDUTO AI POETI

Tra l'altre nazioni, le quali sopra il circuito della terra son molte, li greci si crede che sieno quegli alli quali primieramente la filosofia sé e li suoi segreti aprisse; de' tesori della quale essi trassero la dottrina militare, la vita politica e altre care cose assai, per le quali essi oltre a ogni altra nazione divennero famosi e reverendi. Ma intra l'altre, tratte del costei tesoro da loro, fu la santissima sentenzia di Solone nel principio posta di questa operetta; e accioché la loro republica, la quale piú che altra allora fioriva, diritta e andasse e stesse sopra due piedi, e le pene a' nocenti e i meriti ai valorosi magnificamente ordinarono e osservarono. Ma, intra gli altri meriti stabiliti da loro a chi bene adoperasse, fu questo il precipuo: di coronare in publico, e con publico consentimento, di frondi d'alloro li poeti dopo la vittoria delle loro fatiche, e gl'imperadori, li quali vittoriosamente avessero la republica aumentata; giudicando che igual gloria si convenisse a colui per la cui virtú le cose umane erano e servate e aumentate, che a colui da cui le divine eran trattate. E comeché di questo onore li greci fossero inventori, esso poi trapassò a' latini, quando la gloria e l'arme parimente di tutto il mondo diedero luogo al romano nome; e ancora, almeno nelle coronazioni de' poeti, comeché rarissimamente avvenga, vi dura. Ma, perché a tale coronazione piú il lauro che altra fronda eletto sia, non dovrá essere a veder rincrescevole.

XXIV

ORIGINE DI QUESTA USANZA

Sono alcuni li quali credono, percioché sanno Danne amata da Febo e in lauro convertita, essendo Febo e il primo autore e fautore de' poeti stato e similmente triunfatore, per amore a quelle frondi portato, di quelle le sue cetere e i triunfi aver coronati; e quinci essere stato preso esempio dagli uomini, e per conseguente essere quello, che da Febo fu prima fatto, cagione di tale coronazione e di tai frondi infino a questo giorno a' poeti e agl'imperadori. E certo tale opinione non mi spiace, né nego cosí poter essere stato; ma tuttavia me muove altra ragione, la quale è questa. Secondo che vogliono coloro, li quali le virtú delle piante ovvero la loro natura investigarono, il lauro tra l'altre piú sue proprietá n'ha tre laudevoli e notevoli molto: la prima si è, come noi veggiamo, che mai egli non perde né verdezza, né fronda; la seconda si è, che non si truova questo albore mai essere stato fulminato, il che di niuno altro leggiamo essere avvenuto; la terza, che egli è odorifero molto, sí come noi sentiamo: le quali tre proprietá estimarono gli antichi inventori di questo onore convenirsi con le virtuose opere de' poeti e de' vittoriosi imperadori. E primieramente la perpetua viriditá di queste frondi dissono dimostrare la fama delle costoro opere, cioè di coloro che d'esse si coronavano o coronerebbono nel futuro, sempre dovere stare in vita. Appresso estimarono l'opere di questi cotali essere di tanta potenzia, che né il fuoco della invidia, né la folgore della lunghezza del tempo, la quale ogni cosa consuma, dovesse mai queste potere fulminare, se non come quello albero fulminava la celeste folgore. E oltre a questo diceano queste opere de' giá detti per lunghezza di tempo mai dover divenire meno piacevoli e graziose a chi l'udisse o le leggesse, ma sempre dovere essere accettevoli e odorose. Laonde meritamente si confaceva la corona di cotai frondi, piú ch'altra, a cotali uomini, gli cui effetti, in tanto quanto vedere possiamo, erano a lei conformi. Per che non senza cagione il nostro Dante era ardentissimo disideratore di tale onore ovvero di cotale testimonia di tanta vertú, quale questa è a coloro, li quali degni si fanno di doversene ornare le tempie. Ma tempo è di tornare lá onde, intrando in questo, ci dipartimmo.

XXV

CARATTERE DI DANTE

Fu il nostro poeta, oltre alle cose predette, d'animo alto e disdegnoso molto; tanto che, cercandosi per alcun suo amico, il quale ad istanzia de' suoi prieghi il facea, che egli potesse ritornare in Fiorenza, il che egli oltre ad ogni altra cosa sommamente disiderava, né trovandosi a ciò alcun modo con coloro li quali il governo della republica allora aveano nelle mani, se non uno, il quale era questo: che egli per certo spazio stesse in prigione, e dopo quello in alcuna solennitá publica fosse misericordievolmente alla nostra principale ecclesia offerto, e per conseguente libero e fuori d'ogni condennagione per adietro fatta di lui; la qual cosa parendogli convenirsi e usarsi in qualunque e depressi e infami uomini, e non in altri: per che oltre al suo maggiore disiderio, preelesse di stare in esilio, anzi che per cotal via tornare in casa sua. Oh isdegno laudevole di magnanimo, quanto virilmente operasti, reprimendo l'ardente disio del ritornare per via meno che degna ad uomo nel grembo della filosofia nutricato!

Molto simigliantemente presunse di sé, né gli parve meno valere, secondo che li suoi contemporanei rapportano, che el valesse; la qual cosa, tra l'altre volte, apparve una notabilmente, mentre ch'egli era con la sua setta nel colmo del reggimento della republica. Che, conciofossecosaché per coloro li quali erano depressi fosse chiamato, mediante Bonifazio papa ottavo, a ridirizzare lo stato della nostra cittá, un fratello ovvero congiunto di Filippo allora re di Francia, il cui nome fu Carlo; si ragunarono a uno consiglio per provedere a questo fatto tutti li prencipi della setta, con la quale esso tenea; e quivi tra l'altre cose providero, che ambasceria si dovesse mandare al papa, il quale allora era a Roma, per la quale s'inducesse il detto papa a dovere ostare alla venuta del detto Carlo, ovvero lui, con concordia della setta, la quale reggeva, far venire. E venuto al diliberare chi dovesse esser prencipe di cotale legazione, fu per tutti detto che Dante fosse desso. Alla quale richiesta Dante, alquanto sopra a sé stato, disse:—Se io vo, chi rimane? se io rimango, chi va?,—quasi esso solo fosse colui che tra tutti valesse, e per cui tutti gli altri valessero. Questa parola fu intesa e raccolta, ma quello che di ciò seguisse non fa al presente proposito, e però, passando avanti, il lascio stare.

Oltre a queste cose, fu questo valente uomo in tutte le sue avversitá fortissimo: solo in una cosa non so se io mi dica fu impaziente o animoso, cioè in opera pertenente a parte, poi che in esilio fu, troppo piú che alla sua sufficienzia non appartenea, e ch'egli non volea che di lui per altrui si credesse. E accioché a qual parte fosse cosí animoso e pertinace appaia, mi pare sia da procedere alquanto piú oltre scrivendo.

Io credo che giusta ira di Dio permettesse, giá è gran tempo, quasi tutta Toscana e Lombardia in due parti dividersi: delle quali, onde cotali nomi s'avessero, non so; ma l'una si chiamò e chiama «parte guelfa», e l'altra fu «ghibellina» chiamata. E di tanta efficacia e reverenzia furono negli stolti animi di molti questi due nomi, che, per difendere quello che alcuno avesse eletto per suo contra il contrario, non gli era di perdere gli suoi beni e ultimamente la vita, se bisogno fosse fatto, malagevole. E sotto questi titoli molte volte le cittá italiche sostennero di gravissime pressure e mutamenti; e intra l'altre la nostra cittá, quasi capo e dell'uno nome e dell'altro, secondo il mutamento de' cittadini; intanto che gli maggiori di Dante per guelfi da' ghibellini furono due volte cacciati di casa loro, ed egli similemente, sotto il titolo di guelfo, tenne i freni della republica in Firenze. Della quale cacciato, come mostrato è, non da' ghibellini ma da' guelfi, e veggendo sé non potere ritornare, in tanto mutò l'animo, che niuno piú fiero ghibellino e a' guelfi avversario fu come lui; e quello di che io piú mi vergogno in servigio della sua memoria è che publichissima cosa è in Romagna, lui ogni femminella, ogni piccol fanciullo ragionante di parte e dannante la ghibellina, l'avrebbe a tanta insania mosso, che a gittare le pietre l'avrebbe condotto, non avendo taciuto. E con questa animositá si visse infino alla morte.

Certo, io mi vergogno dovere con alcuno difetto maculare la fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede; percioché, se nelle cose meno che laudevoli in lui, mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli giá mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d'alta parte del cielo ragguarda.

Tra cotanta virtú, tra cotanta scienzia, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne' giovani anni, ma ancora ne' maturi. Il quale vizio, comeché naturale e comune e quasi necessario sia, nel vero non che commendare, ma scusare non si può degnamente. Ma chi sará tra' mortali giusto giudice a condennarlo? Non io. Oh poca fermezza, oh bestiale appetito degli uomini, che cosa non possono le femmine in noi, s'elle vogliono, che, eziandio non volendo, posson gran cose? Esse hanno la vaghezza, la bellezza e il naturale appetito e altre cose assai continuamente per loro ne' cuori degli uomini procuranti; e che questo sia vero, lasciamo stare quello che Giove per Europa, o Ercule per Iole, o Paris per Elena facessero; che, percioché poetiche cose sono, molti di poco sentimento le dirien favole; ma mostrisi per le cose non convenevoli ad alcuno di negare. Era ancora nel mondo piú che una femmina quando il nostro primo padre, lasciato il comandamento fattogli dalla propia bocca di Dio, s'accostò alle persuasioni di lei? Certo no. E David, non ostante che molte n'avesse, solamente veduta Bersabé, per lei dimenticò Iddio, il suo regno, sé e la sua onestá, e adultero prima e poi omicida divenne: che si dee credere ch'egli avesse fatto, se ella alcuna cosa avesse comandato? E Salomone, al cui senno niuno, dal figliuolo di Dio in fuori, aggiunse mai, non abbandonò colui che savio l'aveva fatto, e per piacere a una femmina s'inginocchiò e adorò Baalim? Che fece Erode? che altri molti, da niuna altra cosa tirati che dal piacer loro? Adunque tra tanti e tali non iscusato, ma, accusato con assai meno curva fronte che solo, può passare il nostro poeta. E questo basti al presente de' suoi costumi piú notabili avere contato.

XXVI

DELLE OPERE COMPOSTE DA DANTE

Compose questo glorioso poeta piú opere ne' suoi giorni, delle quali fare ordinata memoria credo che sia convenevole, accioché né alcuno delle sue s'intitolasse, né a lui fossero per avventura intitolate l'altrui. Egli primieramente, duranti ancora le lagrime della morte della sua Beatrice, quasi nel suo ventesimosesto anno compose in un volumetto, il quale egli intitolò Vita nova, certe operette, sí come sonetti e canzoni, in diversi tempi davanti in rima fatte da lui, maravigliosamente belle; di sopra da ciascuna partitamente e ordinatamente scrivendo le cagioni che a quelle fare l'avean mosso, e di dietro ponendo le divisioni delle precedenti opere. E comeché egli d'avere questo libretto fatto, negli anni piú maturi si vergognasse molto, nondimeno, considerata la sua etá, è egli assai bello e piacevole, e massimamente a' volgari.

Appresso questa compilazione piú anni, raguardando egli della sommitá del governo della republica, sopra la quale stava, e veggendo in grandissima parte, cosí come di sí fatti luoghi si vede, qual fosse la vita degli uomini, e quali fossero gli errori del vulgo, e come fossero pochi i disvianti da quello e di quanto onore degni fossero, e quegli, che a quello s'accostassero, di quanta confusione; dannando gli studi di questi cotali e molto piú li suoi commendando, gli venne nell'animo un alto pensiero, per lo quale a un'ora, cioè in una medesima opera, propose, mostrando la sua sofficienzia, di mordere con gravissime pene i viziosi, e con altissimi premi li valorosi onorare, e a sé perpetua gloria apparecchiare. E, percioché, come giá è mostrato, egli aveva a ogni studio preposta la poesia, poetica opera estimò di comporre. E, avendo molto davanti premeditato quello che fare dovesse, nel suo trentacinquesimo anno si cominciò a dare al mandare ad effetto ciò che davanti premeditato avea, cioè a volere secondo i meriti e mordere e premiare, secondo la sua diversitá, la vita degli uomini. La quale, percioché conobbe essere di tre maniere, cioè viziosa, o da' vizi partentesi e andante alla vertú, o virtuosa; quella in tre libri, dal mordere la viziosa cominciando e finendo nel premiare la virtuosa, mirabilmente distinse in un volume, il quale tutto intitolò Comedia. De' quali tre libri egli ciascuno distinse per canti e i canti per rittimi, sí come chiaro si vede; e quello in rima volgare compose con tanta arte, con sí mirabile ordine e con sí bello, che niuno fu ancora che giustamente quello potesse in alcuno atto riprendere. Quanto sottilmente egli in esso poetasse pertutto, coloro, alli quali è tanto ingegno prestato che 'ntendano, il possono vedere. Ma, sí come noi veggiamo le gran cose non potersi in brieve tempo comprendere, e per questo conoscer dobbiamo cosí alta, cosí grande, cosí escogitata impresa, come fu tutti gli atti degli uomini e i loro meriti poeticamente volere sotto versi volgari e rimati racchiudere, non essere stato possibile in picciolo spazio avere al suo fine recata: e massimamente da uomo, il quale da molti e vari casi della fortuna, pieni tutti d'angoscia e d'amaritudine venenati, sia stato agitato (come di sopra mostrato è che fu Dante): per che dall'ora che di sopra è detta che egli a cosí alto lavorio si diede infino allo stremo della sua vita, comeché altre opere, come apparirá, non ostante questa, componesse in questo mezzo, gli fu fatica continua. Né fia di soperchio in parte toccare d'alcuni accidenti intorno al principio e alla fine di quella avvenuti.

Dico che, mentre che egli era piú attento al glorioso lavoro, e giá della prima parte di quello, la quale intitola Inferno, aveva composti sette canti, mirabilmente fingendo, e non mica come gentile, ma come cristianissimo poetando, cosa sotto questo titolo mai avanti non fatta; sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, o fuga che chiamar si convegna, per lo quale egli e quella e ogni altra cosa abbandonata, incerto di se medesimo, piú anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma, come noi dovemo certissimamente credere a quello che Iddio dispone niuna cosa contraria la fortuna potere operare, per la quale, e se forse vi può porre indugio, istôrla possa dal debito fine; avvenne che alcuno per alcuna sua scrittura forse a lui opportuna, cercando fra cose di Dante in certi forzieri state fuggite subitamente in luoghi sacri, nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, piú vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò li detti sette canti stati da Dante composti, gli quali con ammirazione, non sappiendo che si fossero, lesse, e, piacendogli sommamente, e con ingegno sottrattigli del luogo dove erano, gli portò ad un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio, in quegli tempi famosissimo dicitore per rima in Firenze, e mostrogliele. Li quali veggendo Dino, uomo d'alto intelletto, non meno che colui che portati gliele avea, si maravigliò sí per lo bello e pulito e ornato stile del dire, sí per la profonditá del senso, il quale sotto la bella corteccia delle parole gli pareva sentire nascoso: per le quali cose agevolmente insieme col portatore di quegli, e sí ancora per lo luogo onde tratti gli avea, estimò quegli essere, come erano, opera stata di Dante. E, dolendosi quella essere imperfetta rimasa, comeché essi non potessero seco presumere a qual fine fosse il termine suo, fra loro diliberarono di sentire dove Dante fosse, e quello, che trovato avevan, mandargli, accioché, se possibile fosse, a tanto principio desse lo 'mmaginato fine. E, sentendo dopo alcuna investigazione lui essere appresso il marchese Morruello, non a lui, ma al marchese scrissono il loro disiderio, e mandarono li sette canti; gli quali poi che il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandandolo se esso sapea cui opera stati fossero; li quali Dante riconosciuti subito, rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciare senza debito fine sí alto principio.—Certo—disse Dante,—io mi credea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri avere perduti, e perciò, sí per questa credenza e sí per la moltitudine dell'altre fatiche per lo mio esilio sopravvenute, del tutto avea l'alta fantasia, sopra quest'opera presa, abbandonata; ma, poiché la fortuna inopinatamente me gli ha ripinti dinanzi, e a voi aggrada, io cercherò di ritornarmi a memoria il primo proposito, e procederò secondo che data mi fia la grazia.—E reassunta, non sanza fatica, dopo alquanto tempo la fantasia lasciata, seguí: «Io dico, seguitando, ch'assai prima» ecc.; dove assai manifestamente, chi ben riguarda, può la ricongiunzione dell'opera intermessa conoscere.

Ricominciata adunque da Dante la magnifica opera, non forse, secondo che molti estimerebbono, senza piú interromperla la perdusse alla fine, anzi piú volte, secondo che la gravitá de' casi sopravvegnenti richiedea, quando mesi e quando anni, senza potervi operare alcuna cosa, mise in mezzo; né tanto si poté avacciare, che prima nol sopraggiugnesse la morte, ch'egli tutta publicare la potesse. Egli era suo costume, qualora sei o otto o piú o meno canti fatti n'avea, quegli, prima che alcun altro gli vedesse, donde che egli fosse, mandare a messer Cane della Scala, il quale egli oltre a ogni altro uomo avea in reverenza; e, poi che da lui eran veduti, ne facea copia a chi la ne volea. E in cosí fatta maniera avendogliele tutti, fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, e quegli avendo fatti, né ancora mandatigli; avvenne ch'egli, senza avere alcuna memoria di lasciargli, si mori. E, cercato da que' che rimasero, e figliuoli e discepoli, piú volte e in piú mesi, fra ogni sua scrittura, se alla sua opera avesse fatta alcuna fine, né trovandosi per alcun modo li canti residui, essendone generalmente ogni suo amico cruccioso, che Iddio non l'aveva almeno tanto prestato al mondo ch'egli il picciolo rimanente della sua opera avesse potuto compiere, dal piú cercare, non trovandogli, s'erano, disperati, rimasi.

Eransi Iacopo e Piero, figliuoli di Dante, de' quali ciascuno era dicitore in rima, per persuasioni d'alcuni loro amici, messi a volere, in quanto per loro si potesse, supplire la paterna opera, accioché imperfetta non procedesse; quando a Iacopo, il quale in ciò era molto piú che l'altro fervente, apparve una mirabile visione, la quale non solamente dalla stolta presunzione il tolse, ma gli mostrò dove fossero li tredici canti, li quali alla divina Comedia mancavano, e da loro non saputi trovare.

Raccontava uno valente uomo ravignano, il cui nome fu Piero Giardino, lungamente discepolo stato di Dante, che, dopo l'ottavo mese della morte del suo maestro, era una notte, vicino all'ora che noi chiamiamo «matutino», venuto a casa sua il predetto Iacopo, e dettogli sé quella notte, poco avanti a quell'ora, avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi vestimenti e d'una luce non usata risplendente nel viso, venire a lui; il quale gli parea domandare s'egli vivea, e udire da lui per risposta di sí, ma della vera vita, non della nostra; per che, oltre a questo, gli pareva ancora domandare, s'egli avea compiuta la sua opera anzi il suo passare alla vera vita, e, se compiuta l'avea, dove fosse quello che vi mancava, da loro giammai non potuto trovare. A questo gli parea la seconda volta udire per risposta:—Sí, io la compie'—; e quinci gli parea che 'l prendesse per mano e menasselo in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea; e, toccando una parte di quella, dicea:—Egli è qui quello che voi tanto avete cercato.—E questa parola detta, ad una ora il sonno e Dante gli parve che si partissono. Per la qual cosa affermava, sé non esser potuto stare senza venirgli a significare ciò che veduto avea, accioché insieme andassero a cercare nel luogo mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria aveva segnato, a vedere se vero spirito o falsa delusione questo gli avesse disegnato. Per la quale cosa, restando ancora gran pezzo di notte, mossisi insieme, vennero al mostrato luogo, e quivi trovarono una stuoia al muro confitta, la quale leggermente levatane, videro nel muro una finestretta da niuno di loro mai piú veduta, né saputo ch'ella vi fosse, e in quella trovarono alquante scritte, tutte per l'umiditá del muro muffate e vicine al corrompersi, se guari piú state vi fossero; e quelle pianamente dalla muffa purgate, leggendole, videro contenere li tredici canti tanto da loro cercati. Per la qual cosa lietissimi, quegli riscritti, secondo l'usanza dell'autore prima gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera ricongiunsono come si convenia. In cotale maniera l'opera, in molti anni compilata, si vide finita.

Muovono molti, e intra essi alcuni savi uomini generalmente una quistione cosí fatta: che conciofossecosa Dante fosse in iscienzia solennissimo uomo, perché a comporre cosí grande, di sí alta materia e sí notabile libro, come è questa sua Comedia, nel fiorentino idioma si disponesse; perché non piú tosto in versi latini, come gli altri poeti precedenti hanno fatto. A cosí fatta domanda rispondere, tra molte ragioni, due a l'altre principali me ne occorrono. Delle quali la prima è per fare utilitá piú comune a' suoi cittadini e agli altri italiani: conoscendo che, se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse scritto, solamente a' letterati avrebbe fatto utile; scrivendo in volgare fece opera mai piú non fatta, e non tolse il non potere esser inteso da' letterati, e mostrando la bellezza del nostro idioma e la sua eccellente arte in quello, e diletto e intendimento di sé diede agl'idioti, abbandonati per adrieto da ciascheduno. La seconda ragione, che a questo il mosse, fu questa. Vedendo egli li liberali studi del tutto abbandonati, e massimamente da' prencipi e dagli altri grandi uomini, a' quali si soleano le poetiche fatiche intitolare, e per questo e le divine opere di Virgilio e degli altri solenni poeti non solamente essere in poco pregio divenute, ma quasi da' piú disprezzate; avendo egli incominciato, secondo che l'altezza della materia richiedea, in questa guisa:

Ultima regna canam, fluido contermina mundo, spiritibus quae lata paient, quæ premia solvunt pro meritis cuicumque suis, ecc.

il lasciò stare; e, immaginando invano le croste del pane porsi alla bocca di coloro che ancora il latte suggano, in istile atto a' moderni sensi ricominciò la sua opera e perseguilla in volgare.

Questo libro della Comedia, secondo il ragionare d'alcuno, intitolò egli a tre solennissimi uomini italiani, secondo la sua triplice divisione, a ciascuno la sua, in questa guisa: la prima parte, cioè lo 'Nferno, intitolò a Uguiccione della Faggiuola, il quale allora in Toscana signore di Pisa era mirabilmente glorioso; la seconda parte, cioè il Purgatoro, intitolò al marchese Moruello Malespina; la terza parte, cioè il Paradiso, a Federigo terzo re di Cicilia. Alcuni vogliono dire lui averlo intitolato tutto a messer Cane della Scala; ma, quale si sia di queste due la veritá, niuna cosa altra n'abbiamo che solamente il volontario ragionare di diversi; né egli è sí gran fatto che solenne investigazione ne bisogni.

Similemente questo egregio autore nella venuta d'Arrigo settimo imperadore fece un libro in latina prosa, il cui titolo è Monarchia, il quale, secondo tre quistioni le quali in esso ditermina, in tre libri divise. Nel primo, loicalmente disputando, pruova che a ben essere del mondo sia di necessitá essere imperio; la quale è la prima quistione. Nel secondo, per argomenti istoriografi procedendo, mostra Roma di ragione ottenere il titolo dello imperio; ch'è la seconda quistione. Nel terzo, per argomenti teologi pruova l'autoritá dello 'mperio immediatamente procedere da Dio, e non mediante alcuno suo vicario, come li cherici pare che vogliano; ch'è la terza quistione.

Questo libro piú anni dopo la morte dell'autore fu dannato da messer Beltrando cardinale del Poggetto e legato di papa nelle parti di Lombardia, sedente Giovanni papa ventesimosecondo. E la cagione fu però che Lodovico duca di Baviera, dagli elettori della Magna eletto in re de' romani, e venendo per la sua coronazione a Roma, contra il piacere del detto Giovanni papa essendo in Roma, fece contra gli ordinamenti ecclesiastici un frate minore, chiamato frate Pietro della Corvara, papa, e molti cardinali e vescovi; e quivi a questo papa si fece coronare. E, nata poi in molti casi della sua autoritá quistione, egli e' suoi seguaci, trovato questo libro, a difensione di quella e di sé molti degli argomenti in esso posti cominciarono a usare; per la qual cosa il libro, il quale infino allora appena era saputo, divenne molto famoso. Ma poi, tornatosi il detto Lodovico nella Magna, e li suoi seguaci, e massimamente i cherici, venuti al dichino e dispersi; il detto cardinale, non essendo chi a ciò s'opponesse, avuto il soprascritto libro, quello in publico, sí come cose eretiche contenente, dannò al fuoco. E il simigliante si sforzava di fare dell'ossa dell'autore a eterna infamia e confusione della sua memoria, se a ciò non si fosse opposto un valoroso e nobile cavaliere fiorentino, il cui nome fu Pino della Tosa, il quale allora a Bologna, dove ciò si trattava, si trovò, e con lui messer Ostagio da Polenta, potente ciascuno assai nel cospetto del cardinale di sopra detto.

Oltre a questi compose il detto Dante due egloghe assai belle, le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta di certi versi mandatigli, a maestro Giovanni del Virgilio, del quale di sopra altra volta è fatta menzione.

Compuose ancora un comento in prosa in fiorentino volgare sopra tre delle sue canzoni distese, comeché egli appaia lui avere avuto intendimento, quando il cominciò, di commentarle tutte, benché poi, o per mutamento di proposito o per mancamento di tempo che avvenisse, piú commentate non se ne truovano da lui; e questo intitolò Convivio, assai bella e laudevole operetta.

Appresso, giá vicino alla sua morte, compuose uno libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De vulgari eloquentia, dove intendea di dare dottrina, a chi imprendere la volesse, del dire in rima; e comeché per lo detto libretto apparisca lui avere in animo di dovere in ciò comporre quattro libri, o che piú non ne facesse dalla morte soprapreso, o che perduti sieno gli altri, piú non appariscono che due solamente.

Fece ancora questo valoroso poeta molte pistole prosaiche in latino, delle quali ancora appariscono assai. Compuose molte canzoni distese, sonetti e ballate assai e d'amore e morali, oltre a quelle che nella sua Vita Nova appariscono; delle quali cose non curo di fare spezial menzione al presente.

In cosí fatte cose, quali di sopra sono dimostrate, consumò il chiarissimo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli agli amorosi sospiri, alle pietose lacrime, alle sollecitudini private e publiche e a' vari fluttuamenti della iniqua fortuna poté imbolare: opere troppo piú a Dio e agli uomini accettevoli che gl'inganni, le fraudi, le menzogne, le rapine e' tradimenti, li quali la maggior parte degli uomini usano oggi, cercando per diverse vie un medesimo termine, cioè il divenire ricco, quasi in quelle ogni bene, ogni onore, ogni beatitudine stea. Oh menti sciocche, una brieve particella di una ora, separará dal caduco corpo lo spirito, e tutte queste vituperevoli fatiche annullerá, e il tempo, nel quale ogni cosa suol consumarsi, o annullerá prestamente la memoria del ricco, o quella per alcuno spazio con gran vergogna di lui serverá! Che del nostro poeta certo non avverrá, anzi, sí come noi veggiamo degli strumenti bellici addivenire, che per l'usargli diventan piú chiari, cosí avverrá del suo nome: egli, per essere stropicciato dal tempo, sempre diventerá piú lucente. E perciò fatichi chi vuole nelle sue vanitá, e bastigli l'esser lasciato fare, senza volere, con riprensione da se medesimo non intesa, l'altrui virtuoso operare andar mordendo.

XXVII

RICAPITOLAZIONE

Mostrato è sommariamente qual fosse l'origine, gli studi e la vita e' costumi, e quali sieno l'opere state dello splendido uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna altra cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m'ha Colui che d'ogni grazia è donatore. Ben so, per molti altri molto meglio e piú discretamente si saria potuto mostrare; ma chi fa quel che sa, piú non gli è richiesto. Il mio avere scritto come io ho saputo, non toglie il poter dire a un altro, che meglio ciò creda di scrivere che io non ho fatto; anzi forse, se io in parte alcuna ho errato, darò materia altrui di scrivere, per dire il vero, del nostro Dante, ove infino a qui niuno truovo averlo fatto. Ma la mia fatica non è ancora alla sua fine. Una particella, nel processo promessa di questa operetta, mi resta a dichiarare, cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando in lui era gravida, veduto da lei; del quale io, quanto piú brievemente saprò e potrò, intendo di dilivrarmi, e porre fine al ragionare.

XXVIII

ANCORA IL SOGNO DELLA MADRE DI DANTE

Vide la gentil donna nella sua gravidezza sé a piè d'uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana partorire un figliuolo, il quale di sopra altra volta narrai, in brieve tempo, pascendosi delle bache di quello alloro cadenti e dell'onde della fontana, divenire un gran pastore e vago molto delle frondi di quello alloro sotto il quale era; alle quali avere mentre ch'egli si sforzava, le parea ch'egli cadesse; e subitamente non lui, ma di lui un bellissimo paone le parea vedere. Dalla qual maraviglia la gentil donna commossa, ruppe, senza vedere di lui piú avanti, il dolce sonno.

XXIX

SPIEGAZIONE DEL SOGNO

La divina bontá, la quale ab aeterno, sí come presente ogni cosa futura previde, suole, da sua propra benignitá mossa, qualora la natura, sua generale ministra, è per producere alcuno inusitato effetto infra' mortali, di quello con alcuna dimostrazione o in segno o in sogno o in altra maniera farci avveduti, accioché dalla predimostrazione argomento prendiamo ogni conoscenza consistere nel Signore della natura producente ogni cosa; la quale predimostrazione, se ben si riguarda, ne fece nella venuta del poeta, del quale tanto di sopra è parlato, nel mondo. E a quale persona la poteva egli fare che con tanta affezione e veduta e servata l'avesse, quanto colei che della cosa mostrata doveva essere madre, anzi giá era? Certo a niuna. Mostrollo dunque a lei, e quello ch'egli a lei mostrasse ci è giá manifesto per la scrittura di sopra; ma quello ch'egli intendesse con piú aguto occhio è da vedere. Parve adunque alla donna partorire un figliuolo, e certo cosí fece ella infra picciolo termine dalla veduta visione. Ma che vuole significare l'alto alloro sotto il quale il partorisce, è da vedere.

Opinione è degli astrologi e di molti naturali filosofi, per la vertú e influenzia de' corpi superiori gl'inferiori e producersi e nutricarsi, e, se potentissima ragione da divina grazia illuminata non resiste, guidarsi. Per la qual cosa, veduto quale corpo superiore sia piú possente nel grado che sopra l'orizzonte sale in quella ora che alcun nasce, secondo quello cotal corpo piú possente, anzi secondo le sue qualitá, dicono del tutto il nato disporsi. Per che per lo alloro, sotto il quale alla donna pareva il nostro Dante dare al mondo, mi pare che sia da intendere la disposizione del cielo la quale fu nella sua nativitá, mostrante sé essere tale che magnanimitá e eloquenzia poetica dimostrava; le quali due cose significa l'alloro, álbore di Febo, e delle cui fronde li poeti sono usi di coronarsi, come di sopra è giá mostrato assai.

Le bache, delle quali nutrimento prendeva il fanciullo nato, gli effetti da cosí fatta disposizione di cielo, quale è mostrata, giá proceduti, intendo; li quali sono i libri poetici e le loro dottrine, da' quali libri e dottrine fu altissimamente nutricato, cioè ammaestrato il nostro Dante.

Il fonte chiarissimo, della cui acqua le parea che questi bevesse, niuna altra cosa giudico che sia da intendere se non l'ubertá della filosofica dottrina morale e naturale; la quale sí come dalla ubertá nascosa nel ventre della terra procede, cosí e queste dottrine dalle copiose ragioni dimostrative, che terrena ubertá si possono dire, prendono essenza e cagione: senza le quali, cosí come il cibo non può bene disporsi, senza bere, negli stomaci di chi 'l prende, non si può alcuna scienzia bene negl'intelletti adattare di nessuno, se dalli filosofici dimostramenti non v'è ordinata e disposta. Per che ottimamente possiamo dire, lui con le chiare onde, cioè con la filosofia, disporre nel suo stomaco, cioè nel suo intelletto, le bache delle quali si pasce, cioè la poesia, la quale, come giá è detto, con tutta la sua sollecitudine studiava.

Il divenire subitamente pastore ne mostra la eccellenzia del suo ingegno, in quanto subitamente; il quale fu tanto e tale, che in brieve spazio di tempo comprese per istudio quello che opportuno era a divenire pastore, cioè datore di pastura agli altri ingegni di ciò bisognosi. E sí come assai leggermente ciascuno può comprendere, due maniere sono di pastori: l'una sono pastori corporali, l'altra spirituali. Li corporali pastori sono di due maniere, delle quali la prima è quella di coloro che volgarmente da tutti sono appellati «pastori», cioè i guardatori delle pecore o de' buoi o di qualunque altro animale; la seconda maniera sono i padri delle famiglie, dalla sollecitudine de' quali convegnono essere e pasciuti e guardati e governati la gregge de' figliuoli e de' servidori e degli altri suggetti di quegli. Li spirituali pastori similmente si possono dire di due maniere, delle quali l'una è quella di coloro li quali pascolano l'anime de' viventi della parola di Dio; e questi sono i prelati, li predicatori e' sacerdoti, nella cui custodia sono commesse l'anime labili di qualunque sotto il governo a ciascuno ordinato dimora: l'altra è quella di coloro li quali, d'ottima dottrina, o leggendo quello che gli passati hanno scritto, o scrivendo di nuovo ciò che loro pare o non tanto chiaro mostrato o omesso, informano e l'anime e gl'intelletti degli ascoltanti o de' leggenti, li quali generalmente dottori, in qual che facultá si sia, sono appellati. Di questa maniera di pastori subitamente, cioè in poco tempo, divenne il nostro poeta. E che ciò sia vero, lasciando stare l'altre opere compilate da lui, riguardisi la sua Comedia, la quale con la dolcezza e bellezza del testo pasce non solamente gli uomini, ma i fanciulli e le femine; e con mirabile soavitá de' profondissimi sensi sotto quella nascosi, poi che alquanto gli ha tenuti sospesi, ricrea e pasce gli solenni intelletti.

Lo sforzarsi ad avere di quelle frondi, il frutto delle quali l'ha nutricato, niun'altra cosa ne mostra che l'ardente disiderio avuto da lui, come di sopra si dice, della corona laurea; la quale per nulla altro si disidera, se non per dare testimonianza del frutto. Le quali frondi mentre ch'egli piú ardentemente disiderava, lui dice che vide cadere; il quale cadere niuna altra cosa fu se non quello cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire; il quale, se bene si ricorda di ciò che di sopra è detto, gli avvenne quando piú la sua laureazione disiava.

Seguentemente dice che di pastore subitamente il vide divenuto un paone; per lo qual mutamento assai bene la sua posteritá comprendere possiamo, la quale, come che nell'altre sue opere stea, sommamente vive nella sua Comedia, la quale, secondo il mio giudicio, ottimamente è conforme al paone, se le propietá de l'uno e de l'altra si guarderanno. Il paone tra l'altre sue propietá, per quello che appaia, n'ha quattro notabili. La prima si è ch'egli si ha penna angelica, e in quella ha cento occhi; la seconda si è ch'egli ha sozzi piedi e tacita andatura; la terza si è ch'egli ha voce molto orribile a udire; la quarta e ultima si è che la sua carne è odorifera e incorruttibile. Queste quattro cose pienamente ha in sé la Comedia del nostra poeta; ma, percioché acconciamente l'ordine posto di quelle non si può seguire, come verranno piú in concio or l'una ora l'altra le verrò adattando, e comincerommi da l'ultima.

Dico che il senso della nostra Comedia è simigliante alla carne del paone, percioché esso, o morale o teologo che tu il déi a quale parte piú del libro ti piace, è semplice e immutabile veritá, la quale non solamente corruzione non può ricevere, ma quanto piú si ricerca, maggiore odore della sua incorruttibile soavitá porge a' riguardanti. E di ciò leggermente molti esempli si mostrerebbero, se la presente materia il sostenesse; e però, senza porne alcuno, lascio il cercarne agl'intendenti.

Angelica penna dissi che copría questa carne; e dico «angelica», non perché io sappia se cosí fatte o altramenti gli angeli n'abbiano alcuna, ma, congetturando a guisa de' mortali, udendo che gli angeli volino, avviso loro dovere avere penne; e, non sappiendone alcuna fra questi nostri uccelli piú bella, né piú peregrina, né cosí come quella del paone, imagino loro cosí doverle avere fatte; e però non quelle da queste, ma queste da quelle dinomino, perché piú nobile uccello è l'angelo che 'l paone. Per le quali penne, onde questo corpo si cuopre, intendo la bellezza della peregrina istoria, che nella superficie della lettera della Comedia suona: sí come l'essere disceso in inferno e veduto l'abito del luogo e le varie condizioni degli abitanti; essere ito su per la montagna del purgatorio, udite le lagrime e i lamenti di coloro che sperano d'essere santi; e quindi salito in paradiso e la ineffabile gloria de' beati veduta: istoria tanto bella e tanto peregrina, quanto mai da alcuno piú non fu pensata non che udita, distinta in cento canti, sí come alcuni vogliono il paone avere nella coda cento occhi. Li quali canti cosí provvedutamente distinguono le varietá del trattato opportune, come gli occhi distinguono i colori o la diversitá delle cose obiette. Dunque bene è d'angelica penna coperta la carne del nostro paone.

Sono similmente a questo paone li piè sozzi e l'andatura queta: le quali cose ottimamente alla Comedia del nostro autore si confanno, percioché, sí come sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga, cosí prima facie pare che sopra il modo del parlare ogni opera in iscrittura composta si sostenga: e il parlare volgare, nel quale e sopra il quale ogni giuntura della Comedia si sostiene, a rispetto dell'alto e maestrevole stilo letterale che usa ciascun altro poeta, è sozzo, comeché egli sia piú che gli altri belli agli odierni ingegni conforme. L'andar queto significa l'umiltá dello stilo, il quale nelle commedie di necessitá si richiede, come color sanno che intendono che vuole dire «comedia».

Ultimamente dico che la voce del paone è orribile; la quale, come che la soavitá delle parole del nostro poeta sia molta quanto alla prima apparenza, sanza niuno fallo a chi bene le medolle dentro ragguarderá, ottimamente a lui si confá. Chi piú orribilmente grida di lui, quando con invezione acerbissima morde le colpe di molti viventi, e quelle de' preteriti gastiga? Qual voce è piú orrida che quella del gastigante a colui ch'è disposto a peccare? Certo niuna. Egli a un'ora colle sue dimostrazioni spaventa i buoni e contrista i malvagi; per la qual cosa quanto in questo adopera, tanto veramente orrida voce si può dire avere. Per la qual cosa, e per l'altre di sopra toccate, assai appare, colui, che fu vivendo pastore, dopo la morte essere divenuto paone, sí come credere si puote essere stato per divina spirazione nel sonno mostrato alla cara madre.

Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta conosco essere assai superficialmente per me fatta; e questo per piú cagioni. Primierarmente, perché forse la sufficienzia, che a tanta cosa si richiederebbe, non c'era; appresso, posto che stata ci fosse, la principale intenzione nol patía; ultimamente, quando e la sufficienzia ci fosse stata e la materia l'avesse patito, era ben fatto da me non essere piú detto che detto sia, accioché ad altrui piú di me sofficiente e piú vago alcuno luogo si lasciasse di dire. E perciò quello, che per me detto n'è, quanto a me dee convenevolmente bastare, e quel, che manca, rimanga nella sollecitudine di chi segue.

XXX

CONCLUSIONE

La mia piccioletta barca è pervenuta al porto, al quale ella dirizzò la proda partendosi dallo opposito lito: e comeché il peleggio sia stato picciolo, e il mare, il quale ella ha solcato, basso e tranquillo, nondimeno, di ciò che senza impedimento è venuta, ne sono da rendere grazie a Colui che felice vento ha prestato alle sue vele. Al quale con quella umiltá, con quella divozione, con quella affezione che io posso maggiore, non quelle, né cosí grandi come si converrieno, ma quelle che io posso, rendo, benedicendo in eterno il suo nome e 'l suo valore.

II

REDAZIONI COMPENDIOSE DELLA VITA DI DANTE
(PRIMO E SECONDO COMPENDIO)

AVVERTENZA

Nel testo si è dato il secondo compendio: le varianti del primo sono riferite a piè di pagina.

I

PROPOSIZIONE

Solone, il cui petto un umano tempio di divina sapienza fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora testimonianza dell'antica giustizia e della sua gravitá, era, secondo che dicono alcuni, usato talvolta di dire ogni republica, sí come noi, andare e stare sopra due piedi; de' quali con maturitá affermava essere il destro il non lasciare alcun difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remunerare; aggiugnendo che, qualunque delle due cose mancava, senza dubbio da quel piè la republica zoppicare.

Dalla quale laudevole sentenza mossi alcuni cosí egregi come antichi popoli, alcuna volta di deitá, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepoltura, di triunfale arco, di laurea corona o d'altra spettabile cosa, secondo i meriti, onoravano i valorosi; per opposito agrissime pene a' colpevoli infligendo. Per li quali meriti l'assiria, la macedonica e ultimamente la romana republica aumentate, con l'opere li fini della terra, e con la fama toccaron le stelle. Le vestigie de' quali non solamente da' successor presenti, e massimamente da' miei fiorentini, sono mal seguite, ma in tanto s'è disviato da esse, che ogni premio di virtú possiede l'ambizione. Il che, se ogni altra cosa occultasse, non lascerá nascondere l'esilio ingiustamente dato al chiarissimo uomo Dante Alighieri, uomo di sangue nobile, ragguardevole per scienza e per operazioni laudevole e degno di glorioso onore. Intorno alla quale opera pessimamente fatta non è la presente mia intenzione di volere insistere con debite riprensioni, ma piú tosto in quella parte, che le mie piccole forze possono, quella emendare; percioché, quantunque picciol sia, pur di quella [cittá] son cittadino, e agli onor d'essa mi conosco in solido obbligato.

Quello adunque che la nostra cittá dovria verso il suo valoroso cittadino magnificamente operare, accioché in tutto non sia detto noi esorbitare dagli antichi, intendo di fare io, non con istatua o con egregia sepoltura, delle quali è oggi dell'una appo noi spenta l'usanza, né all'altra basterieno le mie facultadi, ma con povere lettere a tanta impresa, volendo piú tosto di presunzione che d'ingratitudine potere esser ripreso. Scriverò adunque in istilo assai umile e leggiero, peroché piú sublime nol mi presta lo 'ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, accioché da quello che Dante medesimo usò nella maggior parte delle sue opere non discordi, quelle cose, le quali esso di sé onestamente tacette, cioè la nobiltá della sua origine, la vita, gli studi e i costumi; raccogliendo appresso in uno l'opere da lui fatte, nelle quali esso sé chiaro ha renduto a' futuri. Il che accioché compiutamente si possa fare, umilmente priego Colui, il quale di spezial grazia lui trasse, come leggiamo, per sí alta scala a contemplarsi, che me al presente aiuti, e, in onore e gloria del suo santissimo nome, e la debole mano guidi, e regga lo 'ngegno mio.

II

PATRIA E MAGGIORI DI DANTE

Fiorenza, intra l'altre cittá italiane piú nobile, secondo la generale opinione de' presenti, ebbe inizio da' romani; e in processo di tempo aumentata di popoli e di chiari uomini e giá potente parendo, o contrario cielo, o i lor meriti, che in sé l'ira di Dio provocassero, non dopo molti secoli da Attila, crudelissimo re de' vandali e general guastatore quasi di tutta Italia, molti de' cittadini uccisi, quella ridusse in cenere e in ruine. Poi, trapassato giá il trecentesimo anno, e Carlomagno, clementissimo re de' franceschi, essendo all'altezza del romano imperio elevato, avvenne che, o per propio movimento, forse da Dio a ciò spirato, o per prieghi pòrtigli da alcuni, che il detto Carlo alla reedificazione della detta cittá l'animo dirizzò, e a coloro medesimi, li quali primi conditori n'erano stati, la fatica commise. Li quali in piccol cerchio riducendola, quanto poterono, sí come ancora appare, a Roma la fêr simigliante, seco raccogliendovi dentro quelle poche reliquie che de' discendenti degli antichi scacciati si potêr ritrovare.

Vennevi, secondo che testimonia la fama, tra' novelli reedificatori un giovane, per origine de' Frangiapani, nominato Eliseo; il quale, che che cagion sel movesse, di quella divenne perpetuo cittadino; del quale rimasi laudevoli discendenti ed onorati molto, non l'antico cognome ritennero, ma, da colui, che quivi loro aveva dato principio, prendendolo, si chiamâr gli Elisei. De' quali, di tempo in tempo e d'uno in altro discendendo, tra gli altri nacque e visse un cavaliere per arme e per senno ragguardevole, il cui nome fu Cacciaguida; il quale per isposa ebbe una donzella nata degli Aldighieri di Ferrara, della quale forse piú figliuoli ricevette. Ma, come che gli altri nominati si fossero, in uno, sí come le donne sogliono esser vaghe di fare, le piacque di rinnovare il nome de' suoi maggiori, e nominollo Aldighieri; comeché il vocabol poi, per sottrazione d'alcuna lettera, rimanesse Alighieri. Il valor del quale fu cagione a quegli, che disceser di lui, di lasciare il titolo degli Elisei e di cognominarsi degli Alighieri. Del quale, come che alquanti e figliuoli e nepoti e de' nepoti figliuoli discendessero, regnante Federigo secondo imperadore, uno ne nacque, il quale dal suo avolo nominato fu Alighieri, piú per colui di cui fu padre che per sé chiaro. Questi nella sua donna generò colui del quale dee essere il futuro sermone. Né pretermise il nostro signore Iddio, che alla madre nel sonno non dimostrasse cui ella portasse nel ventre. Il che allora poco inteso e non curato, in processo di tempo e nella vita e nella morte di colui, che nascer doveva di lei, chiarissimamente si manifestò, sí come con la grazia di Dio mostreremo vicino al fine della presente operetta.

Venuto adunque il tempo del parto, partorí la donna questa futura chiarezza della nostra cittá, e di pari consentimento il padre ed ella, non senza divina disposizione, sí come io credo, il nominaron Dante, volendone Iddio per cotal nome mostrare lui dovere essere di maravigliosa dottrina datore.

III

SUOI STUDI

Nacque adunque questo singulare splendore italico nella nostra cittá, vacante il romano imperio per la morte di Federigo, negli anni della salutifera incarnazione del Re dell'universo MCCLXV, sedente Urbano papa quarto, ricevuto nella paterna casa da assai lieta fortuna: lieta, dico, secondo la qualitá del mondo che allora s'usava. E nella sua puerizia cominciò a dare, a chi avesse a ciò riguardato, manifesti segni qual dovea la sua matura etá divenire; peroché, lasciata ogni pueril mollizie, nella propria patria con istudio continuo tutto si diede alle liberali arti, e, in quelle giá divenuto esperto, non alle lucrative facultadi, alle quali oggi ciascun cupido di guadagnare s'avventa innanzi tempo, ma da laudevole vaghezza di perpetua fama tratto, alle speculative si diede. E, peroché a ciò, sí come appare, era dal ciel produtto, a vedere con aguto intelletto e le fizioni e l'artificio mirabile de' poeti si mise; e in brieve tempo, non trovandogli semplicemente favolosi, come si parla, familiarissimo divenne di tutti, e massimamente de' piú famosi. E, come giá è detto, conoscendo le poetiche opere non esser vane o stolte favole, come molti dicono, ma sotto sé dolcissimi frutti di veritá istoriografe o filosofiche aver nascosti, accioché piena notizia n'avesse, e alle istorie e alla filosofia, i tempi debitamente partiti, si diede; e giá divenuto di quelle e di questa esperto, cresciuta, con la dolcezza del conoscere la veritá delle cose, la vaghezza del piú sapere, a voler investigar quello che per umano ingegno se ne può comprendere delle celestiali intelligenzie e della prima causa con ogni sollecitudine tutto si diede. Né questi studi in picciol tempo sí feciono, né senza grandissimi disagi s'esercitarono, né nella patria sola s'acquistò il frutto di quegli. Egli, sí come a luogo piú fertile del cibo che 'l suo alto intelletto disiderava, a Bologna andatone, non piccol tempo vi spese; e, giá vicino alla sua vecchiezza, non gli parve grave l'andarne a Parigi, dove, non dopo molta dimora, con tanta gloria di sé, disputando, piú volte mostrò l'altezza del suo ingegno, che ancora narrandosi se ne maravigliano gli uditori. Di tanti e sí fatti studi non ingiustamente il nostro Dante meritò altissimi titoli: percioché alcuni assai chiari uomini in scienza il chiamavano sempre «maestro», altri l'appellavan «filosofo», e di tali furono che «teologo» il nominavano, e quasi generalmente ogn'uomo il diceva «poeta», sí come ancora è appellato da tutti. Ma, percioché tanto è la vittoria piú gloriosa quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico esser convenevole dimostrare di come fluttuoso anzi tempestoso mare costui, ora in qua e ora in lá ributtato, con forte petto parimente le traverse onde e i contrari venti vincendo, pervenisse al salutevole porto de' chiarissimi titoli giá narrati.

IV

IMPEDIMENTI AVUTI DA DANTE AGLI STUDI

Gli studi generalmente sogliono solitudine e rimozion di sollecitudine disiderare e tranquillitá d'animo, e massimamente gli speculativi, a' quali, sí come mostrato è, il nostro Dante, in quanto la possibilitá permetteva, s'era donato. In luogo della quale rimozione e quiete, quasi dallo inizio della sua puerizia infino allo stremo della sua vita, Dante ebbe fierissima e importabile passion d'amore. Ebbe oltre a ciò moglie; le quali chi 'l pruova sa come capitali nemiche sieno dello studio della filosofia. Similmente ebbe ad aver cura della re familiare e oltre a ciò della republica, e, sopr'a tutte queste, lungamente sostenne esilio e povertá; accioché io lasci stare l'altre particulari noie, che queste si tirano appresso. Le quali, per mostrare quanta in sé superficialmente di gravezza portassono e accioché per questo parte della promessa fatta s'osservi, giudico convenevole sia alquanto piú distesamente spiegarle.

V

AMORE PER BEATRICE

Era usanza nella nostra cittá e degli uomini e delle donne, come il dolce tempo della primavera ne veniva, nelle lor contrade ciascuno per distinte compagnie festeggiare. Per la qual cosa infra gli altri Folco Portinari, onorevole cittadino, il primo dí di maggio aveva i suoi vicini nella propria casa raccolti a festeggiare, infra' quali era il sopradetto Alighieri; e lui, sí come far sogliono i piccoli figliuoli i lor padri, e massimamente alle feste, seguíto avea il nostro Dante, la cui etá ancor non aggiungnea all'anno nono. Il quale con gli altri della sua etá, che nella casa erano, puerilmente si diede a trastullare.

Era tra gli altri una figliuola del detto Folco, chiamata Bice, la quale di tempo non passava l'anno ottavo, leggiadretta assai e ne' suoi costumi piacevole e gentilesca, bella nel viso, e nelle sue parole con piú gravezza che la sua piccola etá non richiedea. La quale riguardando Dante e una e altra volta, con tanta affezione, ancor che fanciul fusse, piacendogli, la ricevette nell'animo, che mai altro sopravvegnente piacere la bella imagine di lei spegnere né poté né cacciare. E, lasciando stare de' puerili accidenti il ragionare, non solamente continuandosi, ma crescendo di giorno in giorno l'amore, non avendo niuno altro disidèro maggiore né consolazione se non di veder costei, gli fu in piú provetta etá di cocentissimi sospiri e d'amare lagrime assai spesso dolorosa cagione, sí come egli in parte nella sua Vita nuova dimostra. Ma quello che rade volte suole negli altri cosí fatti amori intervenire, in questo essendo avvenuto, non è senza dirlo da trapassare. Fu questo amor di Dante onestissimo, qual che delle parti, o forse amendue, fosse di ciò cagione. Egli quantunque, almeno dalla parte di Dante, ardentissimo fosse, niuno sguardo, niuna parola, niun cenno, niun sembiante, altro che laudevole, per alcun se ne vide giammai. Che piú? Dal viso di questa giovine donna, la quale non Bice, ma dal suo primitivo sempre chiamò Beatrice, fu primieramente nel petto suo desto lo 'ngegno al dovere parole rimate comporre. Delle quali, sí come manifestamente appare, in sonetti, ballate e canzoni e altri stili, molte in laude di questa donna eccellentissimamente compose, e tal maestro, sospingnendolo Amor, ne divenne, che, tolta di gran lunga la fama a' dicitor passati, mise in opinion molti che niuno nel futuro esser ne dovesse, che lui in ciò potesse avanzare.

VI

DOLORE DI DANTE PER LA MORTE DI BEATRICE

Gravi erano stati i sospiri e le lagrime, mosse assai sovente dal non potere aver veduto, quanto il concupiscibile appetito disiderava, il grazioso viso della sua donna; ma troppo piú ponderosi gliele serbava quella estrema e inevitabile sorte che, mentre viver dovesse, ne 'l doveva privare. Avvenne adunque che, essendo quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, piacque a Colui che tutto puote di trarla delle temporali angosce e chiamarla alla sua eterna gloria. La partita della quale tanto impazientemente sostenne il nostro Dante, che, oltre a' sospiri e a' pianti continui, assai de' suoi amici lui quel senza morte non dover finire estimarono. Lunghe furono e molte [le sue lagrime], e per lungo spazio ad ogni conforto datogli tenne gli orecchi serrati. Ma pur poi, in processo di tempo maturatasi alquanto l'acerbitá del dolore, e facendo alquanto la passion luogo alla ragione, cominciò senza pianto a potersi ricordare che morta fosse la donna sua, e per conseguente ad aprir gli orecchi a' conforti; ed essendo lungamente stato rinchiuso, incominciò ad apparire in publico tra le genti. Né fu solo da questo amor passionato il nostro poeta, anzi, inchinevole molto a questo accidente, per altri obietti in piú matura etá troviam lui sovente aver sospirato, e massimamente dopo il suo esilio, dimorando in Lucca, per una giovine, la quale egli nomina Pargoletta. E oltre a ciò, vicino allo stremo della sua vita, nell'alpi di Casentino per una alpigina, la quale, se mentito non m'è, quantunque bel viso avesse, era gozzuta. E, per qualunque fu l'una di queste, compose piú e piú laudevoli cose in rima.

VII

MATRIMONIO DI DANTE

Agro e valido nemico degli studi è amore, come veramente testificar può ciascuno che a tal passione è soggiaciuto; percioché, poi che con lusinghevole speranza ha tutta la mente occupata di chi nel principio non l'ha con forte resistenza scacciato, niun pensiero, niuna meditazione, niuno appetito in quella patisce che stea se non quelle sole, le quali esso medesimo vi reca; e chenti queste siano e come contrarie allo specular filosofico o alle poetiche invenzioni, sí manifesto mi pare, che superfluo estimo sarebbe il metterci tempo a piú chiarirlo.

A questo stimolo un altro forse non minore se n'aggiunse; percioché, poi che, allenate le lagrime della morte di Beatrice, diede agli amici suoi alcuna speranza della sua vita, incontanente loro entrò nell'animo che, dandogli per moglie una giovane, colei del tutto se ne potesse cacciare, che, benché partita del mondo fosse, gli avea nel petto la sua imagine lasciata perpetua donna: e, lui a ciò inclinato, senza alcuno indugio misero ad effetto il lor pensiero.

Saranno per avventura di quegli che laudevole diranno cotal consiglio; e questo avverrá perché non considereranno quanto pericolo porti lo spegnere il fuoco temporal con l'eterno. Era a Dante l'amore, il quale a Beatrice portava, per lo suo troppo focoso disiderio spesse volte noioso e grave a sofferire; ma pur talvolta alcun soave pensiero, alcuna dolce speranza, qualche dilettevole imaginazion ne traeva; dove della compagnia della moglie, secondo che coloro afferman che 'l pruovano, altro che sollecitudine continua e battaglia senza intermission non si trae. Ma lasciamo star quello che la moglie in qualunque meccanico possa adoperare, e a quel vegniamo che la presente materia richiede.

VIII

DIGRESSIONE SUL MATRIMONIO

Quanto le mogli sieno nimiche degli studi assai leggermente puote apparire a' riguardanti. Rincresce spesse volte a' filosofanti la turba volgare: per che, da essa partendosi e raccoltosi in alcuna solitaria parte della sua casa, sé contra sé con la considerazion trasportando, talvolta ragguarda quale spirito muove il cielo, onde venga la vita agli animali, quali sieno delle cose le prime cagioni; e talvolta nello splendido consistoro de' filosofi mischiatosi col pensiero, con Aristotile, con Socrate, con Platone e con gli altri disputerá della veritá d'alcuna conclusione acutissimamente; e spesse fiate con sottilissima meditazione se ne entrerá sotto la corteccia d'alcuna poetica fizione, e, con grandissimo suo piacere, quanto sia diverso lo 'ntrinseco dalla crosta riguarderá. Né fia che non avvenga, quando vorrá, che gl'imperadori eccelsi, i potentissimi re e prencipi gloriosi con lui nella solitudine non si convengano, e con lui ragionino de' governamenti publici, dell'arti delle guerre e dei mutamenti della fortuna. Alle quali eccelse e piacevoli cose sopravverrá la donna e, cacciata via la contemplazion laudevole e tanta e tal compagnia, biasimerá il suo star solitario e 'l suo pensiero, e spesse volte, sospicando, dirá questo non solergli avvenire avanti ch'ella a lui venisse, e però assai manifestamente apparire lui esser di lei pessimamente contento. E, postasi quivi a sedere, non prima si leverá che, esaminati i pensieri del marito, lui di piacevolissima considerazione in noiosa turbazione avrá recato. Che dirò dell'odio ch'elle portano a' libri, qualora alcuno ne veggiono aprire? che delle notturne vigilie, non solamente utili, ma opportune agli studianti? Tutto a' suoi diletti quel tempo esser tolto, lagrimando, confermano. Lascio le notturne battaglie, li loro costumi gravi a sostenere, la spesa inestimabile che nelli loro ornamenti richeggiono: tutte cose, quanto esser possono, avverse a' contemplativi pensieri. Che dirò se gelosia v'interviene? che, se cruccio che per lunghezza si converta in odio? Io corro troppo questa materia, percioché bastar dee agl'intendenti averne superficialmente toccato. Ma, chenti che l'altre si sieno, accioché io quando che sia mi riduca al proposito, tal fu quella che a Dante fu data, che, da lei una volta partitosi, né volle mai dove ella fosse tornare, né che ella andasse lá dove egli fosse. Né creda alcuno che io per le sudette cose voglia conchiuder gli uomini non dover tôrre moglie; anzi il lodo, ma non a tutti. I filosofanti, che 'l mio giudicio in questo seguiteranno, lasceranno lo sposarsi a' ricchi stolti e a' signori e similmente ai lavoratori; ed essi con la filosofia si diletteranno, molto piú piacevole e migliore sposa che alcuna altra.

IX

CURE FAMILIARI E PUBBLICHE

Tirò appresso di sé lo stimolo della moglie al nostro poeta un'altra quasi inevitabil gravezza, e questa fu la sollecitudine d'allevare i figliuoli, percioché in brieve tempo padre di famiglia divenne; e, strignendolo la domestica cura, quel tempo, che alle eccelse meditazioni, soluto, soleva prestare, costretto da necessitá, conveniva che egli concedesse a' pensieri donde dovessero i salari delle nutrici venire, i vestimenti de' figliuoli, e l'altre cose opportune a chi piú secondo la opinion del vulgo che secondo la filosofica veritá convien che viva. Il che quanto d'impedimento alli suoi studi prestasse, assai leggermente conoscer si dee da ciascuno.

Da questa per avventura ne gli nacque una maggiore; percioché l'altiero animo avendo le minor cose in fastidio, e per le maggiori estimando quelle potersi cessare, dalla familiar cura transvolò alla publica: nella qual tanto e subitamente sí l'avvilupparono i vani onori, che, senza guardare donde s'era partito e dove andava con abbandonate redine, messa la filosofia in oblio, quasi tutto della republica con gli altri cittadin piú solenni al governo si diede. E fugli tanto in ciò alcun tempo la fortuna seconda, che di tutte le maggior cose occorrenti la sua diliberazion s'attendeva. In lui tutta la publica fede, in lui tutta la speranza publica, in lui sommariamente le divine cose e l'umane parevano esser fermate. Che questa gloria vana, questa pompa, questo vento fallace gonfi maravigliosamente i petti de' mortali; e gli atti e portamenti di coloro, che ne' reggimenti delle cittá son maggiori, e il fervente appetito, che di quegli hanno generalmente gli stolti, assai leggermente agli occhi de' savi il possono dimostrare. E come si dee credere che intra tanto tumulto, intra tanto rivolgimento di cose, quanto dee continuamente essere nelle gonfiate menti de' presidenti, deano potere aver luogo le considerazion filosofiche, le quali, come giá detto è, somma pace d'animo vogliono? In queste tumultuositá fu il nostro Dante inviluppato piú anni, e tanto piú che un altro, quanto il suo disiderio tutto tirava al ben publico, dove quello degli altri o della maggior parte tirannescamente al privato badava: per che, oltre all'altre sollecitudini, in continua battaglia esser gli conveniva. Ma la fortuna, volgitrice de' nostri consigli e inimica d'ogni umano stato, assai diverso fine pose al principio. Al qual voler dimostrare, un pochetto s'amplierá la novella.

X

COME LA LOTTA DELLE PARTI LO COINVOLSE

Era ne' tempi del glorioso stato del nostro poeta la fiorentina cittadinanza in due parti perversissimamente divisa, alle quali parti riducere ad unitá Dante invano si faticò molte volte. Di che poi che s'accorse, prima seco propose, posto giú ogni uficio publico, di viver seco privatamente; ma, dalla dolcezza della gloria tratto e dal favor popolesco, e ancora dalle persuasioni de' maggiori, sperando di potere, se tempo gli fosse prestato, molto di bene adoperare, lasciò la disposizione utile e perseverando seguitò la dannosa. E, accorgendosi che per se medesimo non poteva una terza parte tenere, la quale, giusta, la ingiustizia dell'altre due abbattesse, con quella s'accostò nella quale, secondo il suo giudicio, era meno di malvagitá. E, aumentandosi per vari accidenti continuamente gli odii delle parti, e il tempo vegnendo che gli occulti consigli della minacciante fortuna si doveano scoprire, nacque una voce per tutta la cittá: la parte avversa a quella, con la qual Dante teneva, grandissima multitudine d'armati in disfacimento de' loro avversari aver nelle case loro. La qual cosa creduta spaventò sí i collegati di Dante, che, ogni altro consiglio abbandonato che di fuggire, non cacciati s'usciron dalla cittá e, con loro insieme, Dante. Né molti dí trapassarono che, avendo i lor nemici il reggimento tutto della cittá, come nemici publici tutti quegli, che fuggiti s'erano, furono in perpetuo esilio dannati, e i lor beni ridotti in publico o conceduti a' vincitori.

XI

LA VITA DEL POETA ESULE SINO ALLA VENUTA IN ITALIA DI ARRIGO SETTIMO

Questo fine ebbe la gloriosa maggioranza di Dante, e da' suoi cittadini le sue pietose fatiche questo merito riportaro. Lasciati adunque la moglie e i piccioli figliuoli nelle mani della fortuna, e uscito di quella cittá, nella qual mai tornar non dovea, sperando in brieve dovere essere la ritornata, piú anni per Toscana e per Lombardia, quasi da estrema povertá costretto, gravissimi sdegni portando nel petto, s'andò avvolgendo. Egli primieramente rifuggí a Verona. Quivi dal signor della terra e ricevuto e onorato fu volentieri e sovvenuto. Quindi in Toscana tornatosene, per alcun tempo fu col conte Salvatico in Casentino. Di quindi fu col marchese Moruello Malespina in Lunigiana. E ancora per alcuno spazio fu co' signori della Faggiuola ne' monti vicini ad Orbino. Quindi n'andò a Bologna, e da Bologna a Padova, e da Padova ancor si ritornò a Verona. Ma, essendo giá dopo la sua partita di Firenze piú anni passati, né apparendo alcuna via da potere in quella tornare, ingannato trovandosi del suo avviso, e quasi del mai dovervi tornar disperandosi, si dispose del tutto d'abbandonare Italia; e, passati gli Alpi, come poté se n'andò a Parigi, accioché, quivi a suo potere studiando, alla filosofia il tempo, che nell'altre sollecitudini vane tolto le avea, restituisse. Udí adunque quivi e filosofia e teologia alcun tempo, non senza gran disagio delle cose opportune alla vita. Da questo il tolse una speranza presa di potere in casa sua ritornare con la forza d'Arrigo di Luzimborgo imperadore. Per che, lasciati gli studi e in Italia tornatosi, e con certi rubelli de' fiorentini congiuntosi, con loro insieme con prieghi, con lettere e con ambasciate s'ingegnò di rimuovere il detto Arrigo dallo assedio di Brescia e di conducerlo intorno alla sua cittá, estimando quella contro a lui non potersi tenere. Ma la riuscita contraria gli fece palese il suo avviso essere stato vano. Assediò Arrigo la cittá di Fiorenza; e ultimamente, vana vedendo la stanza, se ne partí e, non dopo molto tempo passando di questa vita, ogni speranza ruppe nel nostro poeta, il quale in Romagna se ne passò, dove l'ultimo suo dí, il quale alle sue fatiche doveva por fine, l'aspettava.

XII

DANTE OSPITE DI GUIDO NOVEL DA POLENTA

Era in que' tempi signor di Ravenna, antichissima cittá di Romagna, un nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel da Polenta, ne' liberali studi ammaestrato e amatore degli scenziati uomini. Il quale, udendo Dante, cui per fama lungamente avanti avea conosciuto, come disperato essersene venuto in Romagna, conoscendo la vergogna de' valorosi nel domandare, con liberale animo si fece incontro al suo bisogno, e lui, di ció volonteroso, onorevolmente ricevette e tenne, infino all'ultimo dí di lui.

Assai credo che manifesto sia da quanti e quali accidenti contrari agli studi fosse infestato il nostro poeta. Il quale né gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né gli stimoli della moglie, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria de' publici ofici, né il súbito e impetuoso mutamento della fortuna, né le faticose circuizioni, né il lungo e misero esilio, né la intollerabile povertá, tutte imbolatrici di tempo agli studianti, non poterono con le lor forze vincere, né dal principale intento rimuovere, cioè da' sacri studi della filosofia, sí come assai chiaramente dimostrano l'opere che da lui composte leggiamo. Che diranno qui coloro, agli studi de' quali non bastando della lor casa, cercano le solitudini delle selve? che coloro, a' quali è riposo continuo, e a' quali l'ampie facultá senza alcun lor pensiero ogni cosa opportuna ministrano? che coloro che, soluti da moglie e da figliuoli, liberi posson vacare a' lor piaceri? De' quali assai sono che, se ad agio non sedessero, o udissero un mormorio, non potrebbono, non che meditare, ma leggere, né scrivere, se non stasse il gomito riposato. Certo niuna altra cosa potranno dire, se non che il nostro poeta, e per gli impeti superati e per l'acquistata scienza, sia di doppia corona da onorare. Ma da ritornare è alla intralasciata materia.

XIII

MORTE DI DANTE

Abitò adunque Dante in Ravenna piú anni nella grazia di quel signore, e quivi a molti dimostrò la ragione del dire in rima, la quale maravigliosamente esaltò. Ed essendo giá al cinquantesimosesto anno della sua etá pervenuto, infermò, e come fedel cristiano riconciliatosi, per vera contrizione e confessione delle colpe commesse, a Dio, del mese di settembre, correnti gli anni di Cristo MCCCXXI, il dí che la esaltazione della santa Croce si celebra, passò della presente vita. La cui anima creder possiamo essere stata nelle braccia della sua nobile Beatrice ricevuta e presentata nel cospetto di Dio, accioché quivi in riposo perpetuo prenda merito delle fatiche passate.

Fu la morte del nostro poeta al magnifico cavaliere assai gravosa. Il quale, fatto il corpo del defunto ornare d'ornamenti poetici, e quello porre sopra un funebre letto, sopra gli omeri de' piú eccellenti ravignani il fece alla chiesa de' frati minori, con quello onore che a tanto uomo si conveniva, portare, e quivi in una arca lapidea seppellire, con animo di fargli una egregia e notabile sepoltura. Quindi alla casa, nella quale era Dante prima abitato, tornandosi, secondo il ravignan costume, esso medesimo, a commendazione del trapassato poeta e a consolazione de' figliuoli e degli amici che dopo lui rimanieno, fece uno esquisito e lungo sermone. Ma poi, infra brieve spazio essendogli tolto lo Stato, cessò il proponimento della magnifica sepoltura; per la qual cosa ancora in quella arca, dove fu posto, le venerabili ossa dimorano.

XIV

GARA DI POETI PER L'EPITAFIO DI DANTE

Furono in que' tempi piú uomini nell'arte metrica ammaestrati, li quali, sentendo che far si dovea al corpo di Dante una mirabile sepoltura, fecero versi per porre in quella, testificanti e la scienza e alcun de' piú memorabili casi di Dante, de' quali niun vi si pose per lo sopradetto accidente. Nondimeno, piú tempo poi, me ne furono monstrati: de' quali alquanti, fattine dal maestro Giovanni del Virgilio, sí come piú laudevoli al mio giudicio, ne elessi; ed estimando questa operetta quello testificare, che in parte avrebbe fatto la sepoltura, di porglici diliberai come segue:

Theologus Dantes nullius dogmatis expers,
quod foveat claro philosophia sinu:
gloria musarum, vulgo gratissimus auctor,
hic iacet, et fama pulsat utrumque polum:
qui loca defunctis gladiis regnumque gemellis
distribuit, laicis rhetoricisque modis.
Pascua Pieriis demum resonabat avenis;
Atropos heu! laetum livida rupit opus.
Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum,
exilium, vati patria cruda suo.
Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli
gaudet honorati continuisse ducis,
mille trecentenis ter septem Numinis annis,
ad sua septembris idibus astra redit.

XV

RIMPROVERO AI FIORENTINI

Sogliono gli odii nella morte degli odiati finirsi; il che nel trapassamento di Dante non si trovò avvenire. L'ostinata malivolenza de' suoi cittadini nella sua rigidezza stette ferma; niuna publica lagrima gli fu conceduta, né alcuno uficio funebre fatto. Nella qual pertinacia assai manifestamente sí dimostrò, i fiorentini tanto essere dal cognoscimento della scienzia rimoti, che fra loro niuna distinzion fosse da un vilissimo calzolaio ad un solenne poeta. Ma essi con la lor superbia rimangansi; e noi, avendo gli affanni dimostrati di Dante e il suo fine, all'altre cose che di lui, oltre alle dette, dir si possono, ci volgiamo.

XVI

FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE

Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labbro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona (essendo giá divulgata per tutto la fama delle sue opere, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando egli davanti ad una porta, dove piú donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all'altre donne:—Vedete colui che va in inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che lá giú sono!—Alla quale semplicemente una dell'altre rispose:—In veritá egli dee cosí essere: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è lá giú?—Di che Dante, perché da pura credenza venir lo sentia, sorridendo passò avanti.

Li suoi vestimenti sempre onestissimi furono, e l'abito conveniente alla maturitá, e il suo andare grave e mansueto, e ne' domestici costumi e ne' publici mirabilmente fu composto e civile.

Nel cibo e nel poto fu modestissimo. Né fu alcuno piú vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse.

Rade volte, se non domandato, parlava, quantunque eloquentissimo fosse.

Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e, per vaghezza di quegli, quasi di tutti i cantatori e sonatori famosi suoi contemporanei fu dimestico.

Quanto ferventemente esso fosse da amor passionato, assai è dimostrato di sopra.

Solitario fu molto e di pochi dimestico. E negli studi, quel tempo che lor poteva concedere, fu assiduo molto.

Fu ancora Dante di maravigliosa capacitá e di memoria fermissima, come piú volte nelle disputazioni in Parigi e altrove mostrò.

Fu similmente d'intelletto perspicacissimo e di sublime ingegno e, secondo che le sue opere dimostrano, furono le sue invenzioni mirabili e pellegrine assai.

Vaghissimo fu e d'onore e di pompa, per avventura piú che non si appartiene a savio uomo. Ma qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tócca? Questa vaghezza credo che cagion gli fosse d'amare sopra ogni altro studio quel della poesia, accioché per lei al pomposo e inusitato onore della coronazion pervenisse. Il quale senza fallo, sí come degno n'è, avrebbe ricevuto, se fermato nell'animo non avesse di quello non prendere in altra parte, che nella sua patria e sopra il fonte nel quale il battesimo avea ricevuto; ma dallo esilio impedito e dalla morte prevenuto, nol fece. Ma, peroché spessa quistion si fa tra le genti, e che cosa sia la poesí e che il poeta, e donde questo nome venuto, e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare esser mostrato, mi piace qui di fare alcuna transgressione, nella quale questo alquanto dichiari, e quindi prestamente tornare al proposito.

XVII

DIGRESSIONE SULL'ORIGINE DELLA POESIA

La prima gente ne' primi secoli, comeché rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, sí come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a ciascuno. La quale veggendo il ciel moversi con ordinata legge continuo, e le cose terrene aver certo ordine e diverse operazioni in diversi tempi, pensarono di necessitá dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero e che tutte l'altre ordinasse, sí come superiore potenza da niuna altra potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s'imaginaron quella, la quale «divinitá» ovvero «deitá» appellarono, con ogni cultivazione, con ogni onore e con piú che umano servigio esser da venerare. E perciò ordinarono, a reverenzia di questa suprema potenza, ampissime ed egregie case, le quali ancora estimaron fossero da separare cosí di nome, come di forma separate erano, da quelle che generalmente per gli uomini si abitano; e nominaronle «templi». E similmente avvisaron doversi ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a' divini servigi vacassero, per maturitá, per etá e per abito, piú che gli altri uomini, reverendi; li quali appellaron «sacerdoti». E oltre a questo, in rappresentamento della imaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a' servigi di quelle vasellamenti d'oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a' sacrifici stabiliti per loro. E accioché a questa cotal potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d'alto suono essa deitá fosse da umiliare e alle loro necessitá render propizia. E cosí come essi estimarono questa eccedere ogni altra cosa di nobiltá, cosí vollono che, di lungi ad ogni plebeio o publico stile di parlare, si trovasser parole degne di proferire dinanzi alla divinitá, nelle quali, oltre alle sue lode, si porgessero sacrate lusinghe. E oltre a questo, accioché queste parole potessero avere piú d'efficacia, vollero che fossero sotto legge di certi numeri, corrispondenti per brevitá e per lunghezza a certi tempi ordinati, composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia; e questo non in volgar forma o usitata, come dicemmo, ma con artificiosa ed esquisita di modi e di vocaboli, convenne che si facesse. La qual forma, cioè di parlare esquisito, li greci appellan «poetes»; laonde nacque, che quello parlare, che in cotal modo fatto fosse, «poesie» s'appellasse; e quegli, che ciò facessero o cotal modo di parlare usassero, si chiamasson «poeti».

Questa adunque fu la prima origine della poesia e del suo nome, e per conseguente de' poeti, come che altri n'assegnino altre ragioni forse buone: ma questa mi piace piú.

Adunque questa buona e laudevole intenzione della rozza etá mosse molti a diverse invenzioni nel mondo multiplicante per apparere; e, dove i primi una sola deitá adoravano, stoltamente mostrarono a' segnenti esserne molte, comeché quella una dicessero, oltre ad ogni altra, ottenere il principato. Tra le quali molte, mostrarono essere il Sole, la Luna, Saturno, Giove e qualunque altro pianeto, la loro erronea dimostrazion roborando da' loro effetti. E da questi vennero a mostrare, ogni cosa utile agli uomini, quantunque terrena fosse, in sé occulta deitá conservare; alle quali tutte e versi e onori e sacrifici divini s'ordinarono. E poi susseguentemente avendo giá cominciato diversi in diversi luoghi, chi con uno ingegno e chi con un altro, a farsi, sopra la moltitudine indòtta della sua contrada, maggiori e a chiamarsi «re» e mostrarsi alla plebe con servi e con ornamenti, e a farsi ubbidire, e talvolta a farsí come Dio adorare; li quali, non fidandosi tanto delle lor forze, cominciarono ad aumentare le religioni, e con la fede di quelle ad impaurire i suggetti e a strignere con sacramenti alla loro obbedienza quegli, li quali non vi si sarebbon con le forze recati. E, oltre a questo, diedono opera a deificare li lor padri, li loro avoli, li lor maggiori, o a dimostrare sé figliuoli degli iddii, accioché piú fosson temuti e avuti in reverenza dal vulgo. Le quali cose non si poterono commodamente fare senza l'oficio de' poeti, li quali, sí per ampliar la lor fama, sí per compiacere a' prencipi, sí per dilettare i sudditi, e sí ancora per suadere agl'intendenti il virtuosamente operare, quello che con aperto parlare saria suto della loro intenzion contrario, con fizioni varie e maestrevoli, male da' grossi, oggi non che a quel tempo, intese, facean credere quello che i prencipi voleano si credesse; servando nelli nuovi iddii e negli uomini, li quali degli iddii nati fingevano, quello medesimo stilo che in quello, che vero Iddio primieramente credettero, usavano. Da questo si venne allo adequare i fatti de' forti uomini a quegli degl'iddii: donde nacque il cantare con eccelso verso le battaglie e gli altri notabili fatti degli uomini mescolatamente con quegli degli iddii. Per che si può delle predette cose comprendere uficio essere del poeta alcuna veritá sotto fabulosa fizion nascondere con ornate ed esquisite parole. E, percioché molti ignoranti credono la poesia niuna altra cosa essere, che semplicemente un favoloso e ornato parlare; oltre al promesso, mi piace brievemente mostrare la poesí esser teologia, o, piú propiamente parlando, quanto piú può simigliante di quella, prima che io vegna a dichiarare perché di lauro si coronino i poeti.

XVIII

CHE LA POESIA È SIMIGLIANTE ALLA TEOLOGIA

Se noi vorrem por giú gli animi e con ragion riguardare, io mi credo che assai leggermente potrem vedere gli antichi poeti avere imitate, tanto quanto all'umano ingegno è possibile, le pedate dello Spirito santo; il quale, sí come noi nella divina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti i suo' altissimi segreti rivelò a' futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò che a debito tempo per opera, senza alcun velo, intendeva di dimostrare. Impercioché essi, se noi riguarderem bene le loro opere, accioché lo imitatore non paresse diverso dallo imitato, sotto coperta d'alcune fizioni, quello che stato era, o che fosse al lor tempo presente, o che disideravano, o che presumevano che nel futuro dovesse avvenire, discrissono. Per che, comeché ad un fine l'una scrittura e l'altra non riguardasse, ma solo al modo del trattare, quello del poetico stilo dir si potrebbe che della sacra Scrittura dice Gregorio, cioè che essa in un medesimo sermone, narrando, apre il testo e il misterio a quello sottoposto; e cosí ad un'ora con l'uno li savi esercita e con l'altro li semplici riconforta, e ha in publico donde li pargoli nutrichi, e in occulto serva quello onde assai le menti dei sublimi intenditori con ammirazione tenga sospese. Percioché pare essere un fiume piano e profondo, nel quale il piccioletto agnello con gli piè vada e il grande elefante ampissimamente nuoti. Ma da verificar sono le cose predette con alcune dimostrazioni.

XIX

DIMOSTRAZIONE DELLA PREDETTA SENTENZA

Intende la divina Scrittura, l'esplicazion della quale insieme con essa noi «teologia» appelliamo, quando con figura d'alcuna istoria, quando col senso d'alcuna visione, quando con lo 'ntendimento d'alcuna lamentazione, e in altre maniere assai, mostrarci molti secoli avanti esser dallo Spirito santo a' futuri nunziato l'alto misterio della incarnazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione, e ogni altro suo atto, per lo quale noi ammaestrati, possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e risurgendo ci aperse, lungamente stata serrata per la colpa del primo uomo. Cosí i poeti nelle loro invenzioni, quando con fizioni di vari iddii, quando con trasformazioni d'uomini in varie forme e quando con leggiadre persuasioni ne mostrarono, sotto la corteccia di quelle, le cagioni delle cose, gli effetti delle virtú e de' vizi e che fuggir dobbiamo e che seguire, accioché pervenir possiamo, virtuosamente operando, a Dio; il quale essi, che lui non debitamente conoscieno, somma salute credeano. Volle lo Spirito santo monstrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisé vide, quasí come una fiamma ardente, Iddio, la verginitá di Colei che piú che altra creatura fu pura, e che dovea essere abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi per la concezione, né per lo parto del Verbo del Padre in alcuna parte diminuire. Volle per la visione veduta da Nabucdonosor, nella statua di piú metalli abbattuta da una pietra convertita poi in un monte, mostrare tutte le religioni, leggi e dottrine delle preterite etá dalla dottrina di Cristo, il qual fu ed è viva pietra, [dovere essere sommerse; e la cristiana religione, nata di questa pietra,] divenire una cosa grande, immobile e perpetua, sí come li monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di Ieremia l'eccidio futuro di Ierusalem dichiarare, e quello, per la sua ingratitudine e crudeltá in Cristo, avvenire.

Similemente li nostri poeti, fingendo Saturno aver molti figliuoli, e quegli, fuor che quattro, divorar tutti, niuna altra cosa vollono per tal fizion farci sentire, se non per Saturno il tempo, nel quale ogni cosa si produce; e come ella in esso è prodotta, cosí in esso, di tutto corrompitore, viene al niente. I quattro figliuoli dal tempo non divorati sono i quattro elementi, li quali niuna diminuzione avere per lunghezza di tempo veggiamo. Similmente fingono li nostri poeti Ercule d'uomo essere in Dio transformato, e Licaone re d'Arcadia transmutato in lupo: nulla altro volendo mostrarci, se non che, virtuosamente operando come fece Ercule, l'uomo diventa Iddio per participazione; e viziosamente operando, come Licaon fece, cade in infamia, e, quantunque nel primo aspetto paia uomo, quella bestia è dinominato, i vizi della quale sono a' suoi simiglianti: Licaone, percioché rapace e avaro e ingluvioso fu, vizi familiarissimi al lupo, in lupo transformato si disse. Li nostri poeti ancora discrissero mirabile la bellezza de' campi elisi, e in quegli dissono dopo la morte l'anime de' pietosi uomini e valenti abitare: per li quali il cristiano uomo meritamente potrá intendere la dolcezza del paradiso solamente alle pietose anime conceduta. E, oltre a ciò, oscura ed orrida e nel centro della terra finsero la cittá di Dite, e quivi sotto vari tormenti l'anime de' crudeli e malvagi uomini tormentarsi: per la quale chi sará che non prenda l'amaritudine dello 'nferno e i supplici de' dannati tanto quanto piú esser possono rimoti da Dio? Nelle quali fizioni assai chiaro mostrano d'ingegnarsi, con la bellezza dell'uno, di trar gli uomini a virtuosamente operare per acquistarlo, e, con la oscuritá dell'altro, spaventargli, accioché per paura di quella si ritraggano da' vizi e seguitin le virtú. Io lascio il tritare con piú particulari esposizioni queste cose, per non lasciarmi sí oltre nella transgression trasportare, che la principale materia patisca [a], e per venire a dimostrare perché di lauro si coronino i poeti.

[Footnote a: fidandomi ancora che gl'intendenti, per quello che detto è, conosceranno quanta forza, piú trite, al mio argomento aggiugnerieno. Assai adunque per le cose dette credo che è chiaro la teologia e la poesia nel modo del nascondere i suoi concetti con simile passo procedere, e però potersi dire simiglianti. È il vero che il subietto della sacra teologia e quello della poesia de' poeti gentili è molto diverso, percioché quella nulla altra cosa nasconde che vera, ove questa assai erronee e contrarie alla cristiana religione ne discrive: né è di ciò da maravigliarsi molto, peroché quella fu dettata dallo Spirito santo, il quale è tutto veritá, e questa fu trovata dallo 'ngegno degli uomini, li quali di quello Spirito o non ebbono alcuna conoscenza o non l'ebbono tanto piena.]

XIX^bis

PERCHÉ I POETI NASCONDONO IL VERO SOTTO FIZIONI

Io poteva per avventura procedere ad altro, se alcuni disensati ancora un pochetto intorno a questo ragionamento non mi avessero ritirato. Sono adunque alcuni li quali, senza aver mai veduto o voluto vedere poeta (o, se veduto n'hanno alcuno, non l'hanno inteso o non l'hanno voluto intendere), e di ciò estimandosi molto reputati migliori, con ampia bocca dannano quello che ancora conosciuto non hanno, cioè le opere de' poeti e i poeti medesimi, dicendo le lor favole essere opere puerili e a niuna veritá consonanti; e, oltre a ciò, se essi erano uomini d'altissimo sentimento, in altra maniera che favoleggiando dovevano la loro dottrina mostrare. Grande presunzione è quella di molti volere delle questioni giudicare prima che abbiano conosciuti i meriti delle parti: ma, poiché sofferire si conviene, a questi cotali, senza altro martirio, confesso le fizioni poetiche nella prima faccia avere niuna consonanza col vero. Ma, se per questo elle sono da dannare, che diranno costoro delle visioni di Daniello, che di quelle di Ezechiel, che dell'altre del vecchio Testamento, scritte con divina penna, che di quelle di Giovanni evangelista? Diremo, percioché somiglianza di vero in assai cose nella corteccia non hanno, sieno, come stoltamente dette, da rifiutare? Nol consentirá mai chi ficcherá gli occhi dello 'ntelletto nella midolla. E questo voglio ancora che basti per risposta alla seconda opposizione a questi giudici senza legge: cioè che, se lo Spirito santo è da commendare d'avere i suoi alti misteri dato sotto coverta, accioché le gran cose poste con troppa chiarezza nel cospetto di ogni intelletto non venissono in vilipensione, e che la veritá, con fatica e perspicacitá d'ingegno tratta di sotto le scrupolose ma ponderose parole, fosse piú cara e piú e con piú diletto entrasse nella memoria del trovatore; perché saranno da biasimare i poeti, se sotto favolosi parlari avranno nascosi gli alti effetti della natura, le moralitá e i gloriosi fatti degli uomini, mossi dalle sopradette cagioni? Certo io nol conosco.

Perché sotto cosí fatta forma i poeti dessero la loro dottrina, oltre a ciò che detto n'è, ne possono le ragioni essere queste: o per imitare piú nobile autore, o perché forse in altra forma non erano ammaestrati. Ma di questo non mi pare da dovere far troppo agra quistione, conciosiacosaché ciascuno in cosí fatte elezioni piú tosto il suo giudicio séguiti che l'altrui; e però piú tosto si potrá dimandare se cotal tradizione è utile o disutile. Alla quale mi pare che rispondere si possa questa utile essere stata, dove i nostri giudici nel gridare la dimostrano disutile; e la ragione puote essere questa. Certissima cosa è che, come gli ingegni degli uomini sono diversi, cosí esser convengono diverse le maniere del dare la dottrina. Assai se ne sono giá veduti, a' quali niuna sillogistica dimostrazione ha potuto far comprendere il vero d'alcuna conclusione; la qual poi per ragioni persuasive hanno subitamente compresa. Che dunque con questi cotali varrá il sillogizzare d'Aristotile? Certo, niente. Cosí al contrario alcuni vilipendono tanto le persuasioni, che nulla crederanno essere vero, se sillogizzando non ne son convinti. Sono altri, li quali solo il nome della filosofia, non che la dottrina, spaventa, e che con sommo diletto alle lezioni delle favole correranno, non estimando sotto quella alcuna particella di filosofia potersi nascondere; ché, se 'l credessero, non le vorrebbono udire. Di questi cotali, non è dubbio, giá assai, dalla novitá delle favole mossi, divennero investigatori della veritá e domestici della filosofia, del cui nome altra volta aveano avuto paura. In questi cotali adunque non furono dannosi i poeti, né disutile il modo del loro trattare, il qual per certo, a chi non lo intende, non può dare altro piacere che faccia il suono della cetera all'asino. E questo al presente basti; e vegniamo a mostrare perché i poeti si coronino d'alloro. Tra l'altre genti ecc.]

XX

DELL'ALLORO CONCEDUTO AI POETI

Tra l'altre genti, alle quali piú aprí la filosofia i suoi tesori, i greci si crede che fosser quegli li quali d'essi trassero la dottrina militare e la vita politica, oltre alla notizia delle cose superiori; e, tra l'altre cose, la santissima sentenzia di Solone nel principio della presente operetta discritta; la quale ottimamente e lungo tempo servarono, fiorendo la loro republica. Alla quale osservare, considerati con gran diligenzia i meriti degli uomini, con publico consentimento ordinarono che, per piú degno guidardon che alcuno altro, sí come a piú utile e piú onorevole fatica alla republica, li poeti dopo la vittoria delle lor fatiche, cioè dopo la perfezione de' lor poemi, e, oltre a ciò, gl'imperadori dopo la vittoria avuta de' nimici della republica, fossono coronati d'alloro; estimando dovere d'un medesimo onore esser degno colui per la cui virtú le cose publiche erano e servate e aumentate, e colui per li cui versi le ben fatte cose eran perpetuate, e vituperate le avverse. La quale remunerazione poi parimente con la gloria dell'arme trapassò a' latini, e ancora, e massimamente nelle coronazioni de' poeti, come che rarissimamente avvengano, vi dimora. Ma perché a tal coronazion piú l'alloro, che fronda d'altro albero, eletto sia [a], pare la ragion questa.

Vogliono coloro, li quali le virtú e le nature delle piante hanno investigate, il lauro, sí come noi medesimi veggiamo, giammai verdezza non perdere: per la quale perpetua viriditá vollero i greci intendere la perpetuitá della fama di coloro che di coronarsi d'esso si fanno degni. Appresso affermano li predetti investigatori non trovarsi il lauro essere stato mai fulminato, il che d'alcuno altro albero non si crede: e per questo vollono gli antichi mostrare che l'opere di coloro, che di quello si coronano, esser di tanta potenza dotate da Dio, che né il fuoco della 'nvidia, né la folgore della lunghezza del tempo, la quale ogni altra cosa consuma, quelle debba potere offuscare, rodere o diminuire. Dicono, oltre a ciò, i predetti quello che noi tutto il giorno sentiamo, cioè il lauro essere odorifero molto: e per quello vogliono intendere i passati, l'opere di colui, che degnamente se ne corona, sempre dovere esser piacevoli e graziose e odorifere di laudevole fama [b]. E perciò era non senza cagione

[Footnote a: non dovrá parere a udire rincrescevole.

Sono alcuni li quali credono, percioché Dafne, amata da Febo e in lauro convertita, fu da lui eletta a coronare le sue vittorie, e i poeti sono a lui consacrati, quindi tale coronazione avere origine avuta: la quale opinione non mi spiace, né niego cosí poter essere stato; ma tuttavia mi muove altra ragione. Secondo che vogliono coloro, ecc.]

[Footnote b: Similemente una quarta proprietá, e maravigliosa, gli aggiungono; e questa è che dicono essere una specie di lauro, la cui pianta non fa mai che tre radici, delle frondi del quale qualunque persona n'avesse alla testa legate e dormisse, vedrebbe veracissimi sogni delle cose future mostranti: per la quale proprietá intesero i nostri maggiori una dimostrarsene, la quale essere ne' poeti si vede. Perciò i poeti, discrivendo l'operazioni d'alcuno, delle quali solamente gli effetti nudi avrá uditi, cosí le particulari incidenzie mai non vedute né udite discriverá, come se all'operazione fosse stato presente; e percioché veridichi in ciò assai volte sono stati trovati, parendo quella essere stata specie di divinazione, furono chiamati «vati», cioè profeti, ed estimarono gli uomini loro di lauro coronare, a mostrare la proprietá della divinazione, nella quale paiono al lauro simiglianti. E perciò, ecc.] il nostro Dante, sí come merito poeta, di questa laurea disioso. Della quale percioché assai avem parlato, estimo sia onesto di tornare al proposito.

XXI

CARATTERE DI DANTE

Fu adunque il nostro poeta, oltre alle cose di sopra dette, d'animo altiero e disdegnoso molto: tanto che, cercandosi per alcuno amico come egli potesse in Firenze tornare, né altro modo trovandosi, se non che egli per alcuno spazio di tempo stato in prigione, fosse misericordievolmente offerto a San Giovanni, calcato ogni fervente disio del ritornarvi, rispose che Iddio togliesse via che colui, che nel seno della filosofia cresciuto era, divenisse cero del suo comune.

Oltre a questo, di se stesso presunse maravigliosamente tanto, che essendo egli glorioso nel colmo del reggimento della republica, e ragionandosi tra' maggior cittadini di mandar, per alcuna gran bisogna, ambasciata a Bonifazio papa ottavo, e che prencipe dell'ambasciata fosse Dante, ed egli a ciò in presenza di tutti quegli, che sopra ciò consigliavan, richiesto, avvenne che, soprastando egli alla risposta, alcun disse:—Che pensi?—Alle quali parole egli rispose:—Penso: se io vo, chi rimane? e se io rimango, chi va?—quasi esso solo fosse colui che tra tutti valesse e per cui tutti gli altri valessero.

Appresso, comeché il nostro poeta nelle sue avversitá paziente o no si fosse, in una fu impazientissimo: egli infino al cominciamento del suo esilio, come i suoi passati, stato guelfissimo, non essendogli aperta la via a ritornare in casa sua, sí fuor di modo diventò ghibellino, che ogni femminella, ogni piccol fanciullo, e quante volte avesse voluto, ragionando di parte e la guelfa preponendo alla ghibellina, l'avrebbe non solamente fatto turbare, ma a tanta insania commosso, che, se taciuto non fosse, a gittar le pietre l'avrebbe condotto.

Certo io mi vergogno di dovere con alcun difetto maculare la chiara fama di cotanto uomo; ma il cominciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede, percioché, se nelle cose meno laudevoli mi tacerò, io torrò molta fede alle laudevoli giá mostrate. A lui medesimo adunque mi scuso, il quale per avventura me scrivente con isdegnoso occhio d'alta parte del ciel mi riguarda.

Tra cotanta vertú, tra cotanta scienza, quanta dimostrato è di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò ampissimo luogo la lussuria, e non solamente ne' giovani anni, ma ancora ne' maturi. E questo basti al presente de' suoi costumi piú notabili aver contato, e all'opere da lui composte vegniamo.

XXII

LA «VITA NUOVA» E LA «COMMEDIA» INCIDENTI OCCORSI NELLA COMPOSIZIONE DI QUESTA OPERA

Compose questo glorioso poeta piú opere ne' suoi giorni, tra le quali si crede la prima un libretto volgare, che egli intitola Vita Nuova: nel quale egli e in prosa e in sonetti e in canzoni gli accidenti dimostra dell'amore, il quale portò a Beatrice.

Appresso piú anni, guardando egli della sommitá del governo della sua cittá, e veggendo in gran parte qual fosse la vita degli uomini, quanti e quali gli error del vulgo, e i cadimenti ancora de' luoghi sublimi come fussero inopinati, gli venne nell'animo quello laudevol pensiero che a' compor lo 'ndusse la Comedia. E, lungamente avendo premeditato quello che in essa volesse descrivere, in fiorentino idioma e in rima la cominciò: ma non avvenne il poterne cosí tosto vedere il fine, come esso per avventura imaginò; percioché, mentre egli era piú attento al glorioso lavoro, avendo giá di quello sette canti composti, de' cento che diliberato avea di farne, sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, ovver fuga, per la quale egli, quella e ogni altra cosa abbandonata, incerto di se medesimo, piú anni con diversi amici e signori andò vagando.

Ma non poté la nimica fortuna al piacer di Dio contrastare. Avvenne adunque che alcun parente di lui, cercando per alcuna scrittura in forzieri, che in luoghi sacri erano stati fuggiti nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, piú vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò un quadernuccio, nel quale scritti erano li predetti sette canti. Li quali con ammirazion leggendo, né sappiendo che fossero, del luogo dove erano sottrattigli, gli portò ad un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio, in quegli tempi famosissimo dicitore in rima, e gliel mostrò. Li quali avendo veduti Dino, e maravigliatosi sí per lo bello e pulito stilo, sí per la profonditá del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole gli pareva sentire, senza fallo quegli essere opera di Dante imaginò; e, dolendosi quella essere rimasa imperfetta, e dopo alcuna investigazione avendo trovato Dante in quel tempo essere appresso il marchese Moruello Malespina, non a lui, ma al marchese, e l'accidente e il desiderio suo scrisse, e mandògli i sette canti. Gli quali poi che il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti, e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandandolo se esso sapea cui opera stati fossero. Li quali Dante riconosciuti, subito rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciar senza debito fine sí alto principio.—Certo—disse Dante—io mi credea nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri aver perduti; e perciò, sí per questa credenza, e sí per la moltitudine delle fatiche sopravvenute per lo mio esilio, del tutto avea la fantasia, sopra questa opera presa, abbandonata. Ma, poiché inopinatamente innanzi mi son ripinti, e a voi aggrada, io cercherò di rivocare nella mia memoria la imaginazione di ciò prima avuta, e secondo che grazia prestata mi fia, cosí avanti procederò.—Creder si dee lui non senza fatica aver la intralasciata fantasia ritrovata; la qual seguitando, cosí cominciò:

Io dico, seguitando, ch'assai prima, ecc.;

dove assai manifestamente, chi ben guarda, può la ricongiunzione dell'opera intermessa riconoscere.

Ricominciato adunque Dante il magnifico lavoro, non forse, secondo che molti stimano, senza piú interromperlo il perdusse a fine; anzi piú volte, secondo che la gravitá de' casi sopravvegnenti richiedea, quando mesi e quando anni, senza potervi adoperare alcuna cosa, interponeva; intanto che, piú avacciar non potendosi, avanti che tutto il publicasse il sopraggiunse la morte. Egli era suo costume, come sei o otto canti fatti n'avea, quegli, prima che alcun gli vedesse, mandare a messer Can della Scala, il quale egli oltre ad ogni altro uomo in reverenza avea; e, poi che da lui eran veduti, ne faceva copia a chi la volea. E in cosí fatta maniera avendogliele tutti, fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, ancora che questi tredici fatti avesse, avvenne che senza farne alcuna memoria si morí; né, piú volte cercati da' figliuoli, mai furon potuti trovare; per che Iacopo e Piero, suoi figliuoli, e ciascun dicitore, dagli amici pregati che l'opera terminasser del padre, a ciò, come sapean, s'eran messi. Ma una mirabile visione a Iacopo, che in ciò piú era fervente, apparita, lui e 'l fratello non solamente della stolta presunzion levò, ma mostrò dove fossero li tredici canti tanto da lor cercati.

Raccontava uno valente uom ravignano, il cui nome fu Pier Giardino, lungamente stato discepolo di Dante, grave di costumi e degno di fede, che dopo l'ottavo mese dal dí della morte del suo maestro, venne una notte, vicino all'ora che noi chiamiamo «mattutino», alla casa sua Iacopo di Dante, e dissegli sé quella notte poco avanti a quell'ora avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi vestimenti e d'una luce non usata risplendente nel viso, venire a lui; il quale gli parea domandare se 'l vivea, e udire da lui per risposta di sí, ma della vera vita, non della nostra. Per che, oltre a questo, gli pareva ancor domandare se egli avea compiuta la sua opera avanti il suo passare alla vera vita; e, se compiuta l'avea, dove fosse quello che vi mancava, da loro giammai non potuto trovare. A questo gli pareva similemente udir per risposta:—Sí, io la compie';—e quinci gli parea che il prendesse per mano, e menasselo in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea, e toccando una parte di quella, diceva:—Egli è qui quello che voi tanto avete cercato.—E, questa parola detta, ad un'ora il sonno e Dante gli parve che si partissono. Per la qual cosa affermava sé non esser potuto stare senza venirgli a significare ciò che veduto avea, accioché insieme andassero a cercare il luogo mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria avea segnato, a vedere se vero spirito o falsa delusione questo gli avesse disegnato. Per la qual cosa, comeché ancora assai fosse di notte, mossisi insieme, vennero alla casa nella quale Dante quando morí dimorava; e, chiamato colui che allora in essa stava e dentro da lui ricevuti, al mostrato luogo n'andarono, e quivi trovarono una stuoia al muro confitta, sí come per lo passato continuamente veduta v'aveano. La quale leggiermente in alto levata, vidon nel muro una finestretta da niun di loro mai piú veduta, né saputo che ella vi fosse, e in quella trovaron piú scritte, tutte per l'umiditá del muro muffate e vicino al corrompersi se guari piú state vi fossero; e quelle pianamente dalla muffa purgate, vider segnate per numeri, e conobbero quello, che in esse scritto era, esser de' rittimi della Comedia: per che, secondo l'ordine dei numeri continuatele, insieme li tredici canti, che alla Comedia mancavan, ritrovâr tutti. Per la qual cosa lietissimi quegli riscrissono e, secondo l'usanza dell'autore, prima gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera gli ricongiunson, come si convenía; e in cotal maniera l'opera, in molti anni compilata, si vide finita.

XXIII

PERCHÉ DANTE COMPOSE LA «COMMEDIA» IN VOLGARE A CHI EGLI LA DEDICÒ

Muovon molti, e intra essi alcun savi uomini, una quistion cosí fatta: che, conciofossecosaché Dante fosse in iscienza solennissimo uomo, perché a comporre cosí grande opera e di sí alta materia, come la sua Comedia appare, si mosse piú tosto a scrivere in rittimi e nel fiorentino idioma che in versi, come gli altri poeti giá fecero. Alla quale si può cosí rispondere. Aveva Dante la sua opera cominciata per versi in questa guisa:

Ultima regna canam, fluido contermina mundo, spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt pro meritis cuicumque suis, ecc.

Ma, veggendo egli li liberali studi del tutto essere abbandonati, e massimamente da' prencipi, a' quali si soleano le poetiche opere intitolare, e che soleano essere promotori di quelle; e, oltre a ciò, veggendo le divine opere di Virgilio e quelle degli altri solenni poeti venute in non calere e quasi rifiutate da tutti, estimando non dover meglio avvenir della sua, mutò consiglio e prese partito di farla corrispondente, quanto alla prima apparenza, agl'ingegni dei prencipi odierni; e, lasciati stare i versi, ne' rittimi la fece che noi veggiamo. Di che seguí un bene, che de' versi non sarebbe seguito: che, senza tôr via lo esercitare degl'ingegni de' letterati, egli a' non letterati diede alcuna cagion di studiare, e a sé acquistò in brevissimo tempo grandissima fama, e maravigliosamente onorò il fiorentino idioma.

Questo libro della Comedia, secondo che ragionano alcuni, intitolò egli a tre solennissimi italiani: la prima parte di quello, cioè lo 'Nferno, ad Uguiccion della Faggiuola, il quale allora in Toscana era signor di Pisa; la seconda, cioè il Purgatorio, al marchese Moruello Malespina; la terza, cioè il Paradiso, a Federico terzo, re di Cicilia. Alcuni voglion dire lui averlo intitolato tutto a messer Can della Scala; e io il credo piú tosto, per la maniera che tenne di mandar prima a lui quello che composto avea che ad alcuno altro.

XXIV

ALTRE OPERE COMPOSTE DA DANTE

Compose ancora questo egregio autore nella venuta d'Arrigo settimo imperadore un libro in latina prosa, nel quale, in tre libri distinto, prova a bene esser del mondo dovere essere imperadore, e che Roma di ragione il titolo dello imperio possiede, e ultimamente che l'autoritá dello 'mperio procede da Dio senza alcun mezzo. Gli argomenti del quale percioché usati furono in favore di Lodovico duca di Baviera contro alla Chiesa di Roma, fu il detto libro, sedente Giovanni papa ventiduesimo, da messer Beltrando cardinal dal Poggetto, allora per la Chiesa di Roma legato in Lombardia, dannato sí come contenente cose eretiche, e per lui proibito fu che studiare alcun nol dovesse. E se un valoroso cavaliere fiorentino, chiamato messer Pino della Tosa, e messer Ostagio da Polenta, li quali amenduni appresso del legato eran grandi, non avessero al furor del legato obviato, egli avrebbe nella cittá di Bologna insieme col libro fatte ardere l'ossa di Dante[a].

Oltre a questi, compose il detto Dante egloghe assai belle, le quali furono intitolate e mandate da lui, per risposta di certi versi mandatigli, a maestro Giovanni del Virgilio.

Compose ancora molte canzoni distese e sonetti e ballate, oltre a quelle che nella sua Vita nuova si leggono.

E sopra tre delle dette canzoni, comeché intendimento avesse sopra tutte di farlo, compose uno scritto in fiorentin volgare, il quale nominò Convivio, assai bella e laudevole operetta.