PREFAZIONE.
Tra tutte le campagne di Garibaldi quella del 1867, nell'Agro Romano, è, senza dubbio, la più bizzarra e la più singolare.
Chi ebbe la fortuna di far parte, in quel tempo, del microscopico esercito condotto dal gran capitano, rammenta, anche oggi, a mente fredda, come una delle più fantastiche e sorridenti visioni, quella baraonda di gente, capitata da ogni parte d'Italia e trascinata da un solo pensiero: Andare a Roma a ogni costo; rifarsi delle busse toccate, l'anno prima, dall'Austria e farla finita col potere temporale.
Erano quasi tutti col vestito che portavano in città e quindi, in meno di quello che si dice, riusciva più facile prenderli per straccioni che per cavalieri di un ideale. I fucili poteano dirsi fratelli gemelli di quelli della guardia civica del 1848, forse erano gli stessi, e, quando si arrivava a poterli scaricare potea dirsi un vero prodigio. Le scarpe ridevano da tutte le parti. Qualche camicia rossa la si vedeva, e si vedeva anche qualche gallone dorato o inargentato, ma tutto insieme era uno strano miscuglio di soprabiti e di giacchette, di giubbe e di cacciatore, di pioppini, di papaline e di cappelli alla calabrese. Stefano Canzio fece tutta la campagna in tuba, ed a Mentana, in mezzo all'infuriare delle palle, appariva più bello del vero, sotto quella copertura così aristocratica!
Un capo armonico comprò da un chierichetto spiantato il suo zimarrone e si battè fino all'ultimo, con quell'indumento sacerdotale...
Oh, le belle serate di Terni che preludiarono le marcie faticose, i forzati digiuni, i sacri entusiasmi delle battaglie, le serene soddisfazioni dei sacrifizi, incontrati sorridendo... tanto era la fede che fioriva nel cuore!
Nei gruppi sussurroni dei giovinotti che facevano della strategia a buon mercato e trinciavano di politica a tutto pasto, incrociavansi tutti i dialetti, confondevansi tutti i vernacoli, apparivano grandiose le bestemmie di tutte le regioni italiche. La bestemmia è l'abituale interpunzione del soldato, specie se è in faccia al nemico!
Gli arruolamenti si facevano sui tavolini dei caffè: qualche foreria era in una bettola e qualche stato maggiore in una locanda.
Il governo chiudeva gli occhi: i ragazzi, la sera, alla ritirata accompagnavano i soldati cantando a squarciagola:
Anderemo a Roma santa
A dispetto dei francesi.
Gli ufficiali ci guardavano con invidia. Poveri figlioli! Avrebbero dovuto trattenerci e avevano una voglia matta di venir via insieme con noi!
Menotti Garibaldi, dopo aver sconfinato alla Farfa, erasi misurato coi papalini a Monte Libretti, dove, Achille Fazzari, pugnando come un leone, ebbe morto, crivellato da 17 palle, il cavallo e riportò grave ferita alla gamba. Acerbi avanzavasi nel viterbese: Nicotera aveva già occupato Ceprano.
I fratelli Cairoli, doveano in Roma prestar mano a Francesco Cucchi, designato capo dell'insurrezione. Le cose andavano per le lunghe: il comitato nazionale tradiva; i cospiratori perdevansi in infeconde organizzazioni e in preparativi sballati; i vecchi non avevano fede, i giovani migliori, disdegnosi della tirannide papale aveano, da gran tempo, presa la via dell'esilio e, in quell'ora, si trovavano già al loro posto nelle file dei garibaldini. Quando la verità verrà a galla sarà una gran brutta pagina per certi messeri quella dell'abortita rivoluzione del 1867.
Enrico Cairoli, assetato d'azione, rifuggente da ogni indugio, molestato dalla polizia e per breve tempo arrestato, stanco oramai dall'attendere e smanioso di pericolo, un bel giorno lasciò l'eterna città e se ne venne a Terni ove adunò intorno a sè il glorioso manipolo che ha reso eterno nel cuore degli italiani il ricordo di Villa Glori.
I settanta hanno oggi l'onore di appartenere alla leggenda.
Pio Vittorio Ferrari fu del bel numero uno e, dopo trentadue anni, pubblica oggi questo volumetto, nel quale narra minutamente gli episodi giornalieri dell'eroica spedizione.
Anche Pio Ferrari trovavasi a Roma, quando vi era il Cairoli, quando, di momento in momento, dovea scoppiare la rivoluzione e, disilluso anche lui, piantò l'assonnata città per andare con Garibaldi.
La narrazione dell'imberbe giovinetto, scappato, si può dire, dalle sottane della mamma che amava, riamato, dell'affetto più intenso e sbalestrato in un mondo che ei non aveva mai potuto intravedere, improvvisato soldato e cospiratore incosciente, è quanto di più semplice possa mai immaginarsi.
Il pregio maggiore di queste memorie alla casalinga è proprio quello di non contenere alcun artifizio e di esser prive addirittura di qualunque fronzolo o ciarpame rettorico. Il vero vi si rispecchia in ogni frase, in ogni periodo. L'autore non ha la pretesa di fare un'opera d'arte: egli racconta alla buona le peripezie che, lungo le marcie, durante il breve combattimento, nel quale egli fu tra i primi ferito, e nel lungo soggiorno dell'ospedale — a San Spirito e poi a Sant'Onofrio — accompagnarono un breve periodo della sua vita, del quale può andare giustamente orgoglioso.
Uno dei difetti più facili a incontrarsi nelle pubblicazioni che riferisconsi a imprese guerresche e sono narrate in prima persona è quello di sgusciar, non volendo, nel Miles gloriosus di Plauto. Il Ferrari questo difetto non l'ha davvero: anzi, allorchè parla di azione, di eroismi, di pugna ei si ritrae, come una sensitiva, e pare voglia nascondersi...
Nulla però è più efficace della verità; e le scene dei cospiratori in via dei Quattro Cantoni, e il via-vai dei monsignori che vogliono convertire i garibaldini nell'ospedale sono bozzetti addirittura geniali.
Della campagna del 1867 non è stata scritta finora una storia esatta; importanti lavori ne furono pubblicati e non pochi. Basti il citare Da Terni a Mentana del Guerzoni e gli stupendi sonetti, in dialetto romanesco, di Cesare Pascarella, così cari al Carducci, e così efficaci nel ritrarre i particolari più salienti della spedizione dei settanta. Tutti però si sono limitati a dettare memorie personali o ad illustrare fatti isolati. Molti furono i canti, manca insomma il poema.
Sull'azione del glorioso manipolo che con Enrico Cairoli erasi consacrato alla morte, sul fatto stesso di Villa Glori molti furono e sono ancora i commenti, ma, per quanto possano essere disparati i giudizi, per quanto diverse le accuse, per quanto severe le critiche, rimarrà sempre il leggendario ardimento, il sacrifizio epico, la morte radiosa preferita alla complicità della inerzia... Villa Glori fa oggi parte della nostra Epopea nazionale e, finchè innanzi alla colonna funerea, inalzata accanto al mandorlo alla cui ombra esalò l'anima grande Enrico Cairoli, si raccoglieranno, nel glorioso anniversario, i giovani nostri, non ci è da disperare dell'avvenire.
L'esempio di chi muore per un'idea è sempre proficuo.
Lumeggiare, in ogni suo particolare, l'azione grandiosa di un popolo che tanto operò e tanto sofferse per avere una patria — insegnare ai giovani, quanto sia facile farsi maggiore d'ogni privazione e affrontare qualunque sacrifizio, quando si ha la fede nel cuore — dimostrare colla semplice narrazione dei fatti che colla costanza si vincono tutte le nobili cause, e far tutto questo alla spicciola, senza andare in cerca di parole lambiccate, di frasi contorte, di citrullerie metafisiche, e di mirabolanti astrazioni filosofiche, è la propaganda più efficace, la più pratica delle lezioni.
Questo ha voluto fare, e ci è riuscito, il Ferrari, e voglio sperare che il suo libro avrà tra i giovani molti lettori.
È deplorevole che quasi tutti coloro i quali frequentan le scole, conoscano, almeno di nome, gli eroi dell'evo antico e sieno affatto digiuni di ogni notizia su chi di quelli eroi seppe accettare il retaggio.
Eppure gli ultimi non impallidiscono innanzi ai primi e talvolta ne vincono il paragone.
Masina che muore, lanciando il proprio cavallo fino al primo pianerottolo del casino dei Quattro Venti può stare alla pari di qualunque paladino dell'Ariosto: Bronzetti che non si ritira e, morendo a Castel Morone, assicura la vittoria del Volturno non ha nulla da invidiare a Leonida: Enrico Cairoli che gitta l'anima grande all'avvenire, e cade col revolver in pugno, proferendo il nome della mamma, è la espressione più nobile del cavaliere dell'ideale.
Narriamo adunque questi fatti, profilando colla parola e collo scritto le belle figure rispecchianti tutta la gentilezza del sangue latino, e se ai nostri racconti, all'evocazione di tanta virtù, se al ricordo di quanto sangue generoso è costata la patria, la gioventù non sentirà fremente il dovere di mantenerla intatta questa nostra povera patria, di migliorarne la sorte, di strapparla al disonore ed alla vergogna, dovremo vergognarci di esser nati italiani!...
I libri, come quelli del Ferrari, sono un ricordo ed un monito.
Sieno i benvenuti, oggi più che in ogni altro tempo, dacchè da tutti è sentita, purtroppo, la deficienza dei caratteri, ed è sui buoni libri che si forma il carattere.
Ettore Socci.
I.
Partenza.
Una sera del settembre 1867 mi trovavo al Casino o Circolo sociale di Udine e si chiacchierava secondo il solito, di politica, trinciando il mondo a diritto ed a rovescio con la giovialità e la spensieratezza dei vent'anni.
La compagnia s'accresceva ad ogni istante di qualche amico: finalmente ad un dato punto tutti si levarono come a segnale convenuto e passarono nella sala attigua.
Volli seguirli, ma mi fu impedito: ciò che mi parve molto strano.
— O che, ci avete dei segreti? chiesi ad un amico.
— Abbiamo un affare nostro da sbrigare.
— Ed io non posso intervenire?
— No, abbi pazienza: a suo tempo saprai ogni cosa.
— Ma di che si tratta dunque?
— Parola d'onore, te lo dirò.
E mi chiuse la porta in faccia, lasciandomi solo. Per tutto quel giorno almanaccai su quella conferenza a porte chiuse. — Che sarà mai? pensavo. — Affari della società? oh no di certo, perchè io pure sono socio e dovrei saperne qualche cosa!
All'indomani, appena uscito di casa, mi diressi all'ufficio della Sentinella friulana. Era questo il titolo di un periodico settimanale, che si stampava da noi giovani e che aveva per iscopo e programma di educare ed istruire il popolo.
Non saprei dire quanto e come il nobile intento fosse effettivamente da noi raggiunto, nè se i mezzi adoperati fossero i più adatti. Di due cose mi ricordo, le quali per lo meno fan fede delle nostre buone intenzioni: che tutti noi ci mettevamo una grandissima attività e che il periodico era dispensato gratuitamente, come gratuita era l'opera nostra. Ne pagava le spese una eletta schiera di patroni (chiamiamoli così), i quali contribuivano con due lire al mese. Non ricordo quanti fossero: so però che il giornale era letto e se ne distribuiva un migliaio di copie circa.
Questa cuccagna durò, credo, tre o quattro mesi, poi si risolse in un deficit, che troncò miseramente la vita alla filantropica pubblicazione.
Era di buon mattino ancora e però rimasi sorpreso allorchè, entrando nell'ufficio ch'io credevo di essere primo ad aprire, lo trovai invece occupato da alcune persone a me sconosciute, le quali conversavano animatamente. Al mio entrare la conversazione s'interruppe d'un tratto, poi fu ripresa a bassa voce. Io fingendo di non interessarmici, mi misi a sfogliare alcune carte, ma in realtà tendevo l'orecchio. Morivo dalla curiosità.
Poco dopo entrò un comune amico, il quale senza tanti misteri, forse credendomi d'intesa con gli altri, depose sul tavolo alcuni biglietti di banca.
— Ecco tutto quello che ho potuto cavare di tasca al signor X.... (il nome non serve), esclamò.
— Basterebbe al più per due di noi, soggiunse uno degli interlocutori.
— Sta bene, ribattè un altro, ma quando saremo sul posto, come si farà? ci toccherà viverci per chi sa quanti giorni!
— Ma io credo che là si provvederà.
— Chi ne sa nulla?
— Intanto potreste partire e quando sarete sul luogo, spediremo dell'altro; frattanto ci adopereremo.
— Non lo credo prudente. Per ritirare denaro quando s'è fuori, fa d'uopo declinare il proprio nome alla posta od alla banca, e noi abbiamo bisogno di tenerci nascosti. Io, fra l'altro, non ho passaporto: quindi non si sa mai quel che possa accadere.
Dal dialogo interrotto, dalla ricerca di quattrini e da altri indizi mi parve comprendere di che si trattasse.
Uscii come se nulla fosse e la prima persona che incontrai fu l'amico del giorno prima, quello che m'avea dato parola di palesarmi il segreto.
— Giurami che mi dirai la verità, gli dissi. Voi combinate qualche cosa per Roma.
— Come lo sai? mi chiese sorridendo.
— L'ho potuto argomentare da un discorso ora udito all'ufficio del giornale. E tu perchè non mi dicevi nulla?
— Sei troppo ragazzo, si temeva che parlassi; ma al momento di partire figurati se non te lo avrei comunicato!
— Quando si parte?
— Ora lo vedremo. E rientrammo all'ufficio.
C'era anche un mio amico triestino, Giusto Muratti. Per partire si attendeva un telegramma da Firenze.
Il telegramma venne finalmente.
— Io parto, dissi al Muratti. Vieni?.... e fu stabilito di lasciare, se fosse possibile, la città quella notte stessa.
Due ostacoli però si frapponevano. Il Muratti non aveva passaporto. Io invece l'avevo e in perfetta regola; ma in compenso non avevo quattrini e se ne avessi chiesto in casa, avrei messo sospetto e certo mi sarebbe stata impedita la partenza.
Al passaporto per il Muratti fu subito provveduto: un amico gli prestò il suo. Più difficile fu risolvere l'affare dei quattrini per me. Un signore me li aveva promessi per la sera: uscii a notte tarda con armi e bagaglio e mi recai da lui, ma non era in casa. Il tempo stringeva e solo un'ora mancava alla partenza del treno.
Inquieto per tale contrattempo, lasciai il mio piccolo bagaglio al Muratti, pregandolo di attendermi, chè avrei fatto un altro tentativo. Erano le nove di sera e certamente poche speranze potevo nutrire a quell'ora per simili affari. Ma io conoscevo le abitudini casalinghe di un amico. A quell'ora doveva essere a cena: ero quindi sicuro di trovarlo in casa.
Andai da lui e lo trovai; gli chiesi trecento lire, me le diede senza aprir bocca e ritornai trionfante dal Muratti che mi attendeva sulla via.
Un'ora dopo il treno diretto della notte ci portava alla volta di Firenze.
In mia casa per quella sera e fino al mezzogiorno del domani non se ne seppe nulla.
S'era bensì vociferato alcuni giorni prima in città della misteriosa partenza di alcuni giovinotti, ma nessuno aveva saputo dare spiegazioni.
Qualche cosa n'aveva inteso anche la mia buona mamma e però forse divinava. In casa seguiva ogni mio passo e quando quella sera picchiò alla mia stanza, dove m'ero rinchiuso per comporre un po' di biancheria entro una piccola sacca, dovetti nascondere sacca e biancheria sotto il letto per non darmi a conoscere.
Voleva che l'accompagnassi presso certi nostri parenti. Le dissi che non potevo perchè dovevo fare una visita di dovere in casa X..... E così dopo desinare io andai a vestirmi in abito nero da società con guanti e gibus ed essa venne a vedere di persona se l'abbigliamento era all'ordine e mi stava bene.
— Mi raccomando, sai? mostrati garbato e riverisci da parte mia.
— Sì, mamma. — Le diedi un bacio ed uscii in gran fretta. Mi veniva da piangere.
Forse quel bacio potea essere l'ultimo ed ella non lo sapeva. In ogni modo l'indomani avrebbe provato un grande dolore.
Ad alleviarlo, le diressi, poco prima di partire, un bigliettino e lo impostai alla stazione.
Le chiedevo scusa d'averla in tal modo ingannata: partivo per un affare di premura e la pregavo di non fare di me ricerca alcuna perchè a suo tempo le avrei fatto avere mie nuove.
II.
In viaggio.
All'albergo della Luna a Firenze, dove prendemmo stanza, ci attendevano parecchi amici partiti prima di noi. Primeggiava fra essi e fungeva da capo Francesco Tolazzi, valoroso soldato, che poi, fino a pochi anni or sono, fu modesto impiegato: ora pur troppo è morto. Nel 1864 era stato intrepido capitano di una piccola banda di insorti friulani i quali, battendosi a Monte Castello, avevano dalle alte vette delle Alpi Carniche messo in iscompiglio ed in moto un intero corpo d'armata austriaco che aveva alla testa il generalissimo Benedek, appositamente chiamato a tal comando. L'intera provincia del Friuli era stata posta in istato d'assedio. La mobilitazione di quel corpo costò all'Austria la bellezza di quasi due milioni di lire, mentre la banda dei volontari non raggiungeva forse i venti uomini!
Parte di costoro erano stati imprigionati, parte ne vidi io stesso rimessi in libertà nel 1866, altri riuscirono a fuggire e ripararonsi nel Regno.
Fra questi il Tolazzi, il Cella ed il venerando Andreuzzi. Quest'ultimo stette ben 17 giorni sotto un crepaccio di montagna mantenendosi a polenta e latte, che gli recava un pastore, e tenendosi la stricnina in tasca, pronto al suicidio piuttosto che cadere in mano al nemico!
Belle memorie!
Quando io ed il Muratti arrivammo, gli amici che ci avevano preceduto si preparavano a proseguire il loro viaggio. Avevano tutti portata seco una rivoltella e fu non piccola difficoltà l'adattarsela in modo che non fosse veduta; la scoperta di una compagnia di giovinotti armati a quel modo avrebbe potuto procurarci seri guai anche colla polizia italiana.
Essi dovevan passare il confine per Orte e Corese; noi insieme a qualche altro amico lo avremmo passato l'indomani dalla parte di Montalto e Civitavecchia.
Partirono dunque assieme gli amici Marzuttini, Berghinz, Andreuzzi juniore, Facci, Cella e Povoleri.
La giovialità serena ed esilarante di quest'ultimo teneva allegra la compagnia. Chi l'avrebbe detto allora! Il Povoleri finì suicida in Alicante pochi anni dopo, ed egual fine si ebbe pure più tardi il povero Cella; egli che aveva sfidato tante volte la morte, che al ponte del Caffaro aveva sostenuto con un capitano austriaco, un duello corpo a corpo da non aver riscontro che nelle epopee antiche[1]; egli che fu il primo ferito di quella guerra e meritò l'onore di essere chiamato da Garibaldi: prode fra i prodi!
E morto è pure il povero Carletto Facci, anima gentile e dolcissima di intelligente amico! Il Berghinz e l'Andreuzzi da parecchi anni portarono nella libera America l'onesta loro attività e forse non li vedremo più: tutti scomparsi!
L'indomani partimmo anche noi venuti dopo ed a noi si unì pure l'amico Alberto Ceresa di Lodi.
Eravamo in quattro ed anche di noi quattro uno pur troppo or non vive più che nella dolce memoria!
Il Comitato residente in Firenze ci aveva designati gli alberghi dove in Roma dovevamo prendere alloggio. Così alcuni furono mandati all'Hôtel Roma, altri all'Europa, altri all'albergo Cesari; il Muratti ed io fummo destinati alla Minerva, noto sbarcatoio, allora come ora, di tutti i gros-bonnets del legittimismo.
Prima di partire dovemmo far legalizzare i nostri passaporti dal console spagnolo che abitava fuori di Porta al Prato, ed anche questa pratica ritardò la nostra partenza di qualche ora. Curiosa contraddizione! Pio IX avea tanta fiducia nella Francia che si faceva difendere dalle sue truppe, ma per i passaporti esigeva il timbro della Spagna!
Sostammo a Livorno la notte per riprendere di buon mattino il treno maremmano. I carabinieri alla stazione non ci diedero noia. A noi però sembrava ci tenessero d'occhio e non respirammo liberamente che quando il treno si mosse.
A Montalto visita doganale. Un ricevitore sfogliò due o tre volte una Guida d'Italia che gli si affacciò nell'aprire la mia sacca, poi mi diè una sbirciata di sottecchi. Forse volea scrutare nel mio volto un possibile lettore di libri proibiti.
Da Follonica in giù eravamo rimasti in coupé noi quattro con altri due giovinotti che non conoscevamo. Costoro, forse indovinando o fidando nella lealtà della gioventù che non tradisce, cavarono di tasca prima d'arrivare a Montalto due rivoltelle e cominciarono a consultarsi fra loro sul modo di poterle nascondere prima di arrivare al confine.
Vedendo quelle armi, immaginammo che il loro viaggio avesse l'identico scopo del nostro. Lo chiedemmo e ce lo confermarono. Allora suggerimmo loro di nascondere le rivoltelle nell'imbottitura dei sedili cavando un poco di stoppa: così fu fatto; e poi che ebbero subìta la visita doganale e ripresi i loro posti, ricuperarono senza inconvenienti le loro armi.
Erano due bravi giovinotti: li lasciammo alla stazione di Roma e non li rividi più. Ricordo però il nome di uno, Natale Capaccioli, nome che rividi più tardi nella funebre lista dei morti a Mentana.
Apparteneva al glorioso battaglione livornese guidato dal Mayer[2].
Il sole era già calato in un ampio manto di nuvole d'oro: cominciava ad imbrunire.
Il treno correva monotono attraversando le desolate ed interminabili lande della campagna romana; la conversazione nostra era andata gradatamente languendo: il crepuscolo stesso invitava al silenzio.
Un senso indistinto di brivido m'aveva preso.
La certezza di trovarmi in paese nemico; la possibilità di essere pedinati dalla polizia, scoperti e gettati in un carcere senza nemmeno il merito d'aver mosso una paglia; l'impresa non ben determinata che ci attendeva in Roma; il ricordo della famiglia lasciata la quale forse in quel momento era in tutte le angosce non sapendo dove e come fare di me ricerca; ciò tutt'assieme dava ai miei pensieri una tristezza meditabonda alla quale invitava anche la stessa ora tarda della sera ed il paesaggio che ci si svolgeva innanzi agli occhi, malinconico e desolante.
Si attraversavano immense praterie che andavano a confondersi a perdita d'occhio col lontano orizzonte, colline e vallate alternantisi per interminabili pendii, ma spoglie affatto d'ogni vegetazione e solo popolate qua e là da mandrie di pecore, di bufali e di cavalli. Non un arbusto, non un boschetto, non una casa! Il treno correva correva... passata Civitavecchia, passato anche Palo, ultima fermata del diretto, e via via Palidoro, Maccarese, Magliana e finalmente Roma!
Roma, termine dei nostri pensieri, meta delle nostre aspirazioni, delle aspirazioni d'ogni italiano! l'avremo?... chi lo può dire? come l'avremo?... chi lo sa? ci sono armi? è preparata la popolazione? insorgeranno?.. e se ci lasciassero soli?... faremo le barricate; e se ci agguantano?... ci fucileranno, ci impiccheranno come congiurati, come framassoni!... e la mamma? Questo dolce ricordo che facea capolino fra l'incertezza di sì tristi presentimenti, mi produsse il senso di un'angoscia disperata. Guardai i miei compagni: alcuni dormivano, altri meditavano pur essi, e mi pareva scorgere anche sui loro volti i segni d'una preoccupazione profonda!
Ma io quando il treno, finalmente rallentando, sostò e udii proferire il gran nome: Roma! io asciugavo due grosse lagrime!
Alla stazione ci dividemmo senza saluti e commiati come fossimo affatto sconosciuti l'uno all'altro.
Alla Minerva si convenne fra me e il mio compagno di parlare sempre in dialetto per il caso che qualche spia origliasse alle porte. Ottima precauzione, che però corse pericolo di venir guastata fin dalla prima sera dal carattere impetuosamente istintivo del compagno mio.
Poco dopo aver preso possesso del nostro alloggio, ecco un cameriere tutto giuggiole e tutto inchini a domandarci ossequiosamente i nostri riveriti nomi, o meglio ancora, se non c'era d'incomodo, i rispettivi passaporti. Consegnammo i nostri nomi scritti su di un polizzino, non essendo il caso di porgere carte da visita; quanto ai passaporti, rispondemmo che li avremmo consegnati l'indomani, perchè ci scomodava levarli allora dal fondo dei bauli.
Il cameriere ricevette la carta, mormorò uno strascicato e gentile: Benissimo! poi avendoci chiesto se desideravamo mangiare, scendemmo senza altro con lui al restaurant.
Era un salone vastissimo decorato a marmi e stucchi con colonne di marmo, nicchie e statue; qualche cosa di mezzo fra l'aula accademica e la chiesa. Un unico candelabro illuminava il vasto ambiente, che rimaneva quasi tutto in penombra o buio, e davanti al candelabro sedevano a tavola un prete e un suo giovane allievo. Mangiammo di buon appetito. Il prete e l'allievo sorbivano un the, e rammento ancora la strana impressione che ci fece il veder l'allievo, prima di bere e dopo aver bevuto, fare certi enormi segni di croce, come se avesse avuto da esorcizzare la bevanda.
Cenando però mi venne un dubbio, che cioè il protrarre al domani la presentazione dei passaporti potesse dare qualche sospetto; ne feci motto al mio compagno ed egli pure fu del mio avviso. Perciò, finito alla meglio il desinare, risalimmo nella stanza e chiamammo il cameriere.
— Eccole i nostri passaporti, disse tosto il Muratti con un tono burbero in lui abituale, e accentuando le parole sì che uscivano come schioppettate.
— Oh si figuri! rispose l'altro cerimoniosissimo. Non occorreva che lor signori si disturbassero per questo; facciano il loro comodo; se non è questa sera, sarà domattina che daranno conto di sè alla polizia.
Questa parola, detta, io credo, affatto innocentemente da quel loiolino ganimede, fece scattare il mio compagno come se l'avesse punto una vipera, e affrontando minaccioso il cameriere
— Che polizia! gridò.
— Sì, riprese impaurito ed officioso il cameriere, la polizia, cioè l'ufficio dei passaporti, perchè l'ordine è così; sa, noi non c'entriamo per nulla!
— Che polizia, che polizia! per chi ci prende lei? Eccole i passaporti! e li buttò al cameriere con tale una grazia, che questi pel suo meglio sgattaiolò lesto come una gazzella e scese di corsa per il corridoio probabilmente a raccontare al padrone le suscettività tempestose del forestiere nuovo arrivato, mentre io strapazzavo di santa ragione l'amico, dicendogli che con simili modi non si va a cospirare in paese nemico e che se cominciavamo così, non sarebbe passato un giorno che ci avrebbero legati, e l'avremmo finita male!
III.
Alla Minerva.
Se io dovessi qui ricordare quali criteri ci avevano diretti a Roma e quali interessi avevamo, dovrei certamente lavorar di fantasia. Eravamo a Roma, sapevamo di non essere soli, sapevamo che doveva trovarcisi pure un capo, che noi eravamo a sua disposizione e dovevamo attenderne gli ordini. Donde poi ci sarebbero venuti, con quali mezzi si sarebbe agito e quando, ignoravamo affatto.
Intanto stabilimmo di visitare un pochino la città.
Programma nostro il fingerci stranieri: Muratti parlerebbe tedesco, io francese. Io ero sempre vestito coll'abito da società e col gibus che avevo all'atto della partenza. Giovinetto ancora imberbe, quell'abbigliamento mi dava l'aria d'un chierico travestito o d'un pastore evangelico. Per maggiore illusione presi meco quella guida d'Italia rilegata in tela rossa ch'era stata perlustrata dal doganiere al confine di Montalto, la quale, se poteva ingannare la polizia sul conto nostro, disgraziatamente illudeva però anche i ciceroni di piazza.
Infatti questi, appena uscimmo dall'albergo, ci assediarono da ogni parte. Un bottaro ci si accostò, salimmo ed avendoci anch'egli chiesto in francese dove si voleva andare, il mio compagno, affastellando francese tedesco e italiano, diede una tal risposta ed in tale idioma, che non so davvero che cosa il cocchiere riuscisse a comprendere.
Fortunatamente i bottari di Roma erano in gran parte dei nostri, chè se, Dio liberi, quello fosse stato una spia, ci avrebbe condotti difilati a Montecitorio. Per chi nol sapesse, il palazzo di Montecitorio allora era la sede della Direzione generale della polizia pontificia.
Visitammo S. Pietro e vi trovammo una guida o cicerone che possedeva un permesso per visitare Castel Sant'Angelo. Ci tornò opportunissima e l'accettammo.
Ridire le impressioni riportate dalla vista del maggior tempio della cristianità non è qui luogo, nè, per verità, bene me le ricorderei; perchè le nostre osservazioni, più ancora che ai quadri ed alle statue, erano dirette a certi altri forestieri, la maggior parte giovani, che si vedean qua e là girare per il tempio, anch'essi accompagnati dai ciceroni, e che dal loro fare spigliato e dalle mosse ardite s'argomentava agevolmente non esser nè inglesi nè tedeschi nè americani, e meno che mai ammiratori appassionati di ecclesiastici monumenti[3].
In Castel Sant'Angelo ci accompagnò un veterano svizzero col quale il mio compagno fece lunga conversazione in tedesco. Corridoi, scale, scalette, terrazze, stambugi, prigioni, anditi, cortili, muraglioni, feritoie, questo è il mio ricordo di Castel Sant'Angelo, di allora. Ci passai due mesi dopo una notte, la notte avanti alla nostra liberazione dalla prigionia; ma i pensieri di quei momenti, agevolmente lo si indovina, eran volti a tutt'altro che a rilevare la topografia del carcere; nè ora, dopo tanti anni, nelle poche visite fatte al Castello, mi fu mai possibile di raccapezzare dove io passassi quella notte.
Chiedemmo però allo svizzero se quegli antri additati quali prigioni di Benvenuto e della Cenci servissero tuttora di carcere a qualche condannato. Ci rispose che le carceri erano in altra parte del Castello.
Forse, pensavo tra me, vi staranno i prigionieri politici. Li libereremo?... oh qual maggior soddisfazione? aprire il carcere ad un martire della patria!
Assistemmo allo sparo del cannone a mezzogiorno.
Dal ponte Sant'Angelo ci fu dato vedere degli zuavi che lavoravano di carriola e di vanga allegramente lungo le sponde del Tevere, allora in condizioni diverse da oggi. Forse eran tutti figli di famiglie civili, persone istruite e dabbene, forse eran laureati, professori, conti, duchi, baroni, e lasciavan la patria e gli agi di casa propria per venir qui a fare il manovale, il bracciante! Bisogna proprio convenire che la fede fa miracoli!
Rientrando nell'albergo ci si affacciò un frate zoccolante con una cassetta per la questua e noi, come ogni altro inquilino dell'Hôtel Minerva, pagammo senza batter becco il nostro tributo alle anime. Quel frate stava da mattina a sera sulla porta dell'albergo e poichè era albergo frequentato da persone ricche ed abbienti, fors'era questa una speculazione di diritto per qualche convento. Al proprietario dell'albergo, del resto, poteva far comodo come controllo della gente che andava e veniva; fors'anche costui poteva essere un arnese della polizia, ma per noi rappresentava soltanto un pedaggio assai noioso.
Sette od otto giorni si stette all'albergo della Minerva, ma soltanto a dormire. Ci scottava il suolo sotto i piedi in quelle camere e in quell'ambiente. Le pareti stesse potevano parlare. Oltre a ciò i prezzi erano molto elevati e di quattrini per andar incontro all'ignoto non avevamo certamente dovizia.
Avevamo perciò scoperto per i pasti un luogo abbastanza centrale, ma molto democratico. Era la trattoria dei Tre Ladroni in via dell'Umiltà, vicino al Corso. Ora non esiste più. Non vi si mangiava male, ma era un vero antro di Caco e l'insegna non poteva essere più adatta per simile ambiente buio, umido e pur troppo anche sudicio. Ci convenivano militari di bassa forza, borghesi di campagna e preti scagnozzi.
Il posto ci parve ottimo per eludere la polizia.
Ma una sera, anche là, poco ci mancò che non cadessimo in trappola.
Di fronte al nostro tavolo bevevano una foglietta di vino due legionari d'Antibo che, come guerrieri, non erano certo nè Ettori nè Ajaci e men che meno Adoni.
— Guarda un po'! mi disse sottovoce in vernacolo il mio compagno. Se costoro si possono chiamare soldati, io mi lascio volentieri tagliare la testa (veramente altra era la frase)!
Io sorrisi e non risposi, ma uno dei due soldati cominciò a conversare coll'altro alterato, volgendosi ogni tanto verso di noi con piglio e gesto che sembravan di sfida.
— Oh vedi se può essere soverchia la prudenza! Costoro sembra che intendano anche il dialetto ed abbiano compreso il nostro discorso, diss'io sommessamente.
Intanto il militare continuava a parlar alterato, sempre col volto e talvolta coi pugni a noi rivolti. Allora senz'altro noi chiedemmo al cameriere:
— Che cos'hanno quei due soldati?
E uno dei militari senza lasciar tempo al cameriere di rispondere
— Dites à ces messieurs là, esclamò, que je ne comprend pas la langue italienne, mais cepandant j'ai assez compris pour lui dire qu'en France il y a bien plus de politesse qu'ici.
— Perchè dunque non ritornate in Francia, gridò imbizzito il mio compagno, se vi è tanta cortesia? Che ci venite a fare qui?
Una potente gomitata mia gli tolse il fiato e la parola per continuare. Ma ci volle poi per me — aiutato dall'oste — del bello e del buono a pacificare il focoso armigero francese, assicurandolo che nessuno al mondo s'era burlato di lui e che, appunto perchè essi non comprendevano la lingua italiana, avevano fraintese le nostre parole in dialetto.
Le aveva capite anche troppo bene, l'amico! Come campione militare però bisogna confessare che era in molto difetto; è naturale quindi che fosse anche sempre in sospetto!
Usciti di trattoria, feci una nuova e più solenne filippica all'amico che ad ogni istante con simili imprudenze comprometteva la nostra posizione.
Erano intanto già passati quattro o cinque giorni nè si vedeva alcuno nè si sapeva nulla dei casi nostri.
Incominciavamo, per dir vero, a dubitare della serietà dell'impresa, quando un giorno, camminando per il Corso, vedemmo gran folla di gente sulla piazzetta di S. Marcello e di fronte alla chiesa la carrozza del Papa cogli staffieri smontati e le guardie nobili che facevano ala. Ci fermammo a guardare e di lì a poco vedemmo uscire di chiesa Pio IX in persona, bianco vestito ed attorniato, assediato letteralmente da donnicciuole, da bambini, da vecchi che volevano baciargli la mano e le vesti. Egli benediva tutti e lentamente avanzandosi montò in carrozza; le guardie si misero ai lati di essa e via per il Corso a gran trotto.
Era verso sera, proprio nell'ora in cui il Corso di Roma è più animato. Lo spettacolo che ci si offeriva al passaggio della berlina papale era quello di un'onda marina procedente maestosa. Tutta la gente sostava e si prosternava a terra di mano in mano che la carrozza procedeva. E via via così fino a porta del Popolo.
Noi ci fissammo in viso l'un l'altro come estatici a quello spettacolo; quando rinvenimmo dallo stupore, ci domandammo: Che siam venuti a fare noi in Roma? la rivoluzione?...
Un giorno per il Corso adocchiai uno dei compagni nostri e ammiccatogli feci cenno a lui di seguirmi. Lo trassi in disparte in un vicolo nascosto e presi ad interrogarlo ansiosamente sui nostri disegni e sulle speranze concepite; ma pur troppo compresi ch'ei ne sapeva quanto noi. Uniche notizie che ebbi, furono queste, che essi erano sempre all'Hôtel Roma, come noi al Minerva e che il capo e direttore della cospirazione era Francesco Cucchi.
L'indomani di buon mattino andai all'Hôtel Roma sperando di aver nuove notizie. Erano ancora a letto e faceva loro compagnia quel tipo originalissimo ch'era l'amico Andreuzzi, il giovine. Egli era entusiasta dell'impresa ed io, che n'ero scoraggiatissimo, cadevo proprio a proposito. Mi lamentavo che non si sapeva nulla di nulla ed egli a rispondermi che le rivoluzioni van fatte così, che noi non avevamo altro dovere che di star pronti e quand'era il momento, scendere in piazza.
— E le armi dove sono?
— Le armi ci sono.
— Ma dove?
— Ci sono.
— E la gente?
— C'è.
— Ma dove?
— Ti dico che c'è.
— Ma dove? io non l'ho veduta.
— Non serve: lo devi credere.
— Allora piglieremo Roma colla fede.
— Insomma tu devi tacere.
— La piglieremo col silenzio allora.
— Meglio che colle tue chiacchiere, f..... d'un moderato! e giù una grandine di epiteti e di cazzotti dati e scambiati.
Erano queste le nostre esercitazioni, le nostre manovre.
Altro originale per disinvolta sfrontatezza era Augusto Merluzzi, ora morto, poveretto!
Passeggiava un dì per il Corso con uno de' suoi compagni: a un tratto questi vedendo passare una botte diè un grido di stupore, la carrozza fu fermata e ne scese un prete, e lì esclamazioni di stupore e domande:
— Ma come mai ti trovi qui? Ed io che ti credevo a Firenze! Che ci sei venuto a fare? — Il povero amico era impacciato e non sapeva che rispondere e balbettava impaperandosi.
Pronto venne in suo aiuto il Merluzzi:
— Viaggiamo per conto della casa A e trattiamo pure qualche affare per la casa B; siamo qui da parecchi giorni e ci tratterremo ancora dell'altro, se la piazza ci offrirà da lavorare....
— O non mi secchi un po' colle sue chiacchiere! interruppe bruscamente il prete. Questi è mio fratello.
Il merluzzo restò baccalà.
I giorni si seguivano l'uno all'altro e noi continuavamo a fare i viaggiatori, gli inglesi, i touristi ma nell'animo nostro volgevano pensieri tristissimi ed un lento scoraggiamento cominciava ad impadronirsi di noi.
Venne finalmente il momento in cui ci fu annunziata imminente la sommossa, ed anzi fummo avvertiti di tenerci pronti perchè alla sera il Comitato ci avrebbe tolti dall'albergo e trasportati in una casa privata.
Regolammo i nostri conti con l'Hôtel Minerva e alla sera attendevamo i signori del Comitato.
IV.
Casa Giovanelli.
Il cosidetto Comitato nazionale romano fu, a dir vero, tutt'altro che benemerito dell'impresa da noi tentata, anzi l'osteggiò a tutto potere, perchè non si agiva d'accordo col governo di re Vittorio.
Chi aiutò realmente il Cucchi, il Castellazzo, il Guerzoni, l'Adamoli, il Pavesi e gli altri capi convenuti qui in Roma, fu il Comitato o Centro d'insurrezione; ed era esso appunto che in quella sera si occupava di noi.
Alle 8 pomeridiane fu bussato alla porta della nostra camera all'albergo.
— Chi è? Avanti!
Entrarono un signore alto e robusto dalla fisionomia franca ed aperta ed un giovanotto bruno, dagli occhi nerissimi e dai lineamenti delicati e simpatici.
Il primo era Napoleone Parboni, che della fisionomia e della figura nulla ha per anco mutato. L'altro era un certo Augusto, il cui cognome ora mi sfugge e del quale poscia non mi fu possibile aver più traccia.
Riconosciutici scambievolmente, fu convenuto che saremmo partiti con Augusto, il quale ci avrebbe condotti in vettura fino a Santa Maria Maggiore, donde, licenziato il cocchiere, saremmo andati a piedi alla nostra destinazione.
E così fu fatto.
Nessun inconveniente, nessun contrattempo nella partenza. All'uscir dall'albergo si pagò il solito pedaggio, e poi via. Per strada incontrammo il carro dei morti ed io ne trassi cattivo augurio.
Poco discosto dalla piazza dell'Esquilino, in via Graziosa (ora via Cavour), esisteva allora a mano diritta una gradinata che metteva ad un terrapieno, donde poi si accedeva al vicolo dei Quattro Cantoni. Appena imboccato questo, a mano diritta, c'era un vicolo cieco, una specie di cortiletto. In una casa prospettante in questo vicolo ci condusse l'amico Augusto e vi fummo ricevuti con molta cordialità.
I moderni lavori hanno mutato faccia del tutto a quella località, talchè chi si trovi nella bella e maestosa via Cavour mal cercherebbe i meandri e gli angiporti di via Graziosa.
Il vicolo Quattro Cantoni però esiste tuttora e vi si accede per una comoda scalea, salita la quale, subito a mano diritta si imbocca il vicolo cieco. Questo è tuttora immutato e la casa ove noi abitammo, per chi la volesse conoscere, porta ora il num. 72-B ed è alloggio consueto di ciociari e di erbivendoli.
Stranezza del caso! Vent'anni dopo i fatti che sto narrando, io venni a stabilirmi colla famiglia in Roma. Gira e rigira per trovar quartiere, dopo averne visitati parecchi, finalmente ne trovai uno di mio gradimento in via Cavour; vi ci stabilimmo e solo dopo due e tre mesi che vi abitavo, riconobbi che le mie finestre prospettavano proprio sul vicolo Quattro Cantoni e che il vicolo cieco era quasi di fronte a casa mia!
L'uomo che dovea ospitarci, era un certo Giovanelli calzolaio, o meglio ciabattino, morto pur esso alcuni anni or sono. Pochi mesi prima di morire venne a trovarmi. Di salute stava ottimamente, benchè avesse ottant'anni, ma la vista l'avea quasi perduta.
Il suo nome per me e per i miei compagni di quei giorni assurse all'onore di ricordo incancellabile. Aveva famiglia composta di una donna, due ragazze ed un figlio. Una delle ragazze era sposa ed il fidanzato veniva ogni sera a vederla. Era un altro Augusto, compositore tipografo, buonissimo figliuolo e da cui nulla c'era a temere.
Licenziato l'Augusto primo (diremo così), rimanemmo soli a contemplare l'abitazione in cui d'ordine del Comitato eravamo stati sbalestrati.
Era un secondo piano. L'uscio della scala metteva direttamente in uno stanzone, il talamo coniugale del Giovanelli: dallo stanzone si passava in una piccola cucina e dalla cucina in un'altra piccola stanza, che noi destinammo per sala da pranzo.
Poco dopo arrivati noi due, ci vennero anche l'Andreuzzi con un altro amico e l'indomani ci furono portati pure i due commessi viaggiatori di casa A e di casa B. Totale sei ospiti e cinque padroni di casa, ossia undici persone costrette a stiparsi in due stanze, ed ecco come.
Quattro si dormiva per turno nel gran talamo del Giovanelli. Si doveva giacere di fianco e star immobili, pena il ruzzolare in terra... nè giurerei che ciò non sia avvenuto. Si stava pigiati, ma via, meno male! Da uno degli altri letti veniva levato un materasso che ogni sera si stendeva per terra, e così era provveduto per altri due che ci dormivano per turno. Letto un po' duro, ma senza pericolo di ruzzoloni. Il Giovanelli ed il figlio dormivano pure con noi sovra un cassettone che coperto da un materasso poteva anche figurare un divano. In totale quindi otto persone in una camera che non credo misurasse sessanta metri cubi.
Come spazio, stavano meglio certamente di noi la madre e le figlie, le quali dormivano nell'altra stanzetta, ma non so in qual modo, perchè quando noi al mattino si usciva, la camera era rifatta ed assettata, di letti non si vedeva manco l'ombra ed il cubicolo era convertito in triclinio.
Questo fu il nostro alloggio per circa una quindicina di giorni; giorni memorabili, giorni il cui ricordo appare come pietra miliare nella vita monotona ed affacendata della più tarda età, giorni di spensierata allegria, d'incondizionata abnegazione, giorni sereni e giocondi in cui l'ardore e la fantasia giovanile si sposavano in un comune e nobile intento, si acquetavano in una solenne certezza, la coscienza cioè di tentare il supremo compimento dei destini italiani, la realizzazione del voto di patrioti, di eroi, di martiri!
Casa Giovanelli per noi doveva essere poco meno d'un carcere per quei pochi giorni. Non si doveva uscire o quanto meno nelle ore di notte e non mai per andare verso il centro della città. L'occhio vigile della polizia ci avrebbe notati, pedinati ed il covo sarebbe ben presto stato scoperto.
Costretto da questa invasione a sospendere il proprio lavoro e danneggiato negli affari suoi, il buon Giovanelli dovette fare di necessità virtù e di calzolaio fu tramutato ipso facto in cuoco, nella qual briga lo coadiuvavano pure la moglie e le figlie. Faceva le provviste, ci portava i sigari, il tabacco e, più che tutto, ci portava certi fiasconi giganti di vino bianco, coi quali confortavamo gli ozii della prigionia forzata.
Gli amici passavano il loro tempo giuocando alle carte. Io, non conoscendo giuochi, faute de mieux, facevo filacce per i futuri feriti, lo stesso lavoro a cui erano condannati i prigionieri di Spielberg e di Gradisca.
L'indomani del nostro arrivo il Giovanelli ci fece conoscere parecchi suoi amici, tutti cospiratori, congiurati, liberali accaniti (diceva presentandoceli) e ce n'era uno sciame. E fatta la nostra conoscenza, venivano poi quotidianamente a tenerci compagnia e a fare conversazione.
Società piacevolissima! Ricordo un Serafino falegname, buon ragazzo, che aveva fatta la campagna del 1866; un carrettiere in camiciotto di tela greggia con una faccia che, Dio liberi, imbroccarla al buio (lo chiamavano frittata, non so poi perchè); un vecchietto dai panni logori ma accanito anche lui; una donna accanita nelle vesti, nelle unghie e nei capelli arruffati; un cocchiere a spasso, proveniente da un circo di cavallerizzi; un marmista, un carbonaio ed altri molti.
Ma erano strette di mano, toccate di bicchiere, abbracci, promesse, giuramenti che ci si facevano! E perchè alla scelta società non mancasse anche la buona musica, il figlio del Giovanelli, Pietruccio, di tratto in tratto dava una cantatina con una terribile voce di tenore, accompagnandosi con la chitarra.
Gran parte di questi amici io li rividi per mia somma consolazione nel 1870, dopo la breccia di Porta Pia e si rinnovarono allora gli abbracciamenti, i baci e le carezze. E poichè il caso voleva che in quel tempo io mi trovassi in condizione di potere, almeno moralmente, giovar loro presso apposito Comitato istituito di quei giorni in Roma per provvedere ai danneggiati politici, mi toccò la sorte di dovere, cominciando dal Giovanelli, moltiplicare certificati sopra certificati e prodigar patenti a diritta ed a manca di patriottismo e di danni sofferti, come lo potrebbe fare un dittatore nel pieno esercizio delle sue funzioni.
Eppure, a tutt'oggi che scrivo, l'effetto di parecchi fra quei certificati sussiste ancora. Io stesso che li dettai, ne sono stupito; perchè, lo dichiaro solennemente, i certificati, quantunque in ogni lor parte veri, furon da me fatti per levarmi d'attorno una seccatura, non mai perchè io ci annettessi importanza di conseguenze possibili nell'avvenire, nè perchè io credessi che s'avesse del patriottismo a fare un lucro e men che meno che della sincerità del medesimo in coloro che lo professavano, avessi proprio io ad essere il giudice competente.
Comunque sia, l'abbondare non nuoce; e se la storia del nostro risorgimento può segnalare numerosi ciarlatani, sfruttatori postumi di patriottismo, giustizia vorrebbe però che si rimettessero le cose a posto e si desse a ciascuno la parte sua.
Quanti patriotti morti poveri ed ignorati, quanti vivon tuttora conducendo stentatamente una vita di sacrifici e di dolori, mentre al Senato, alla Camera, nell'esercito, nella magistratura e perfino nelle file più puritane della democrazia idealista mietono il fiore delle onoranze ed assorbono anche lauti stipendi i postumi liberali, che prestarono fino all'ultimo istante mente, braccio e cuore al nemico contro l'Italia insorgente.
La ragione politica, lo spirito partigiano ed il tempo, grande liquidatore di tutte le pendenze, fanno pur troppo obliare anche le brutte pagine della storia di un uomo e detergono (cosa incredibile!) macchie tali che nè la patria rivendicata nè la fermezza delle coscienze oneste dovrebbero mai cancellare o dimenticare!
Di fronte a costoro, gli accaniti di casa Giovanelli, ardimentosi allora, senza miraggio di promesse, dimenticati ora in gran parte, senz'altro compenso che la coscienza d'un dovere adempiuto sono per me tanti eroi di Plutarco.
Se all'albergo c'incresceva l'incertezza di notizie e di posizione, in casa Giovanelli ciò era addirittura insopportabile. E quando smettevasi il giuoco delle carte, era un continuo almanaccare sulle probabilità di un movimento imminente, sui punti da attaccarsi, sulla gente in cui fidare, sul numero degli insorgenti, sulle armi, sugli aiuti di fuori e sulle probabilità di dentro.
Si parlava di Menotti Garibaldi, che allora stava organizzando le prime sue bande, ma ancora non aveva sconfinato. Nelle nostre previsioni eravamo però molto discordi. Alcuni si facevano illusioni, altri erano pessimisti: io fra questi. L'Andreuzzi invece era il capo degli ottimisti: per lui tutto era facile, tutto pronto, tutto indiscutibile. Si ragionava, si quistionava, si altercava, ed un giorno in cui la disputa si faceva più viva a proposito delle armi, che io asserivo in Roma non esistere, egli la finì col turarmi la bocca gridando:
— Taci tu, f.... d'un moderato (era l'epiteto d'obbligo cogli avversari), tu sei il più giovine di tutti e dovresti essere il più ardente a dire che le armi ci sono!
Una risata solenne accolse quest'apostrofe. Oh se fosse bastato il dirlo!
Se grande però era la fede dell'Andreuzzi nei mezzi posti a nostra disposizione, altrettanto feroce era l'ira sua contro i Romani. Egli non comprendeva perchè stessero inerti, attendendo che qualcuno importasse loro in casa la rivolta, e non la facessero da sè per iniziativa spontanea e per istinto erompente. Lo schiavo oppresso e generoso, esclamava egli, spezza da sè la catena che l'avvince e non attende certo chi gliela venga a sciogliere.
A voler essere imparziali, si deve convenire che non avea tutti i torti.
Il Governo, o dirò meglio la Polizia, che pur conosceva la esistenza di segreti complotti e la presenza di parecchi forestieri sospetti in città, pare fosse così sicura e tranquilla sul conto della popolazione da non prendere veruna misura preventiva. E la prova più chiara sta in ciò, che il papa stesso uscì a passeggio per la capitale un'ora prima soltanto che saltasse la caserma Serristori a S. Pietro[4].
Si potrebbe ritenere fosse anche ignoranza di certi particolari della cospirazione, ma non lo credo.
L'amico nostro però dimenticava nei suoi lagni una cosa, che cioè il fiore dei patriotti romani e tutto l'elemento liberale ed adatto per un'impresa come la nostra era tutto o nelle carceri o nell'esilio.
I più illustri fra i superstiti del memorando 1849 stavano tutti fuori di Roma o in Italia od all'estero[5].
In Roma, dunque, non rimaneva che il patriziato, ligio in massima parte alla Corte pontificia, colle innumerevoli sue aderenze ed il popolino minuto. Il terzo stato, l'elemento attivo e intelligente, non esisteva. Gli avvocati, gli ingegneri e i professionisti in genere presenti allora in Roma erano tutti o addetti alla Curia, alla Rota, al Consiglio fiscale, alla Consulta, alla Dateria, ai Ministeri, o medici di cardinali, del papa e di vescovi, o architetti di basiliche, ispettori di scavi, gente tutta che gramolava nella immensa greppia della Reverenda Camera Apostolica versante allora in ottime condizioni.
Il popolino era quindi l'unico elemento sul quale poter contare per una sommossa nell'interno di Roma, ed a questa classe appunto appartenevano i falegnami, i cocchieri, gli abbacchiari, gli accaniti insomma che venivano tra noi a cospirare.
Ma l'Andreuzzi queste ragioni non le inghiottiva. Un giorno in cui per il pranzo avevamo in prospettiva una grande maccheronata al sugo ed i compagni, come al solito, stavano giocando, d'un tratto entrò l'amico Augusto con piglio misterioso.
— Che c'è di nuovo, Augusto?
Ed egli abbassando la voce ed in istile di telegramma incominciava: Bande garibaldine scorazzano per campagna romana....
— Romani, proseguì imperterrito l'Andreuzzi continuando a giocare, con c... in mano, casa Giovanelli maccheroni al sugo!....
Per il momento quella infatti era la situazione!
V.
Sempre in casa Giovanelli.
Il vicolo dei Quattro Cantoni era però un posto tutt'altro che sicuro per noi, perchè guardato dalla polizia. Infatti allo stesso pianerottolo dove noi abitavamo, anzi di fronte alla nostra porta, dimorava un precettato o, come oggi direbbesi, un ammonito. La notte, all'avemaria, doveva trovarsi in casa ed i gendarmi venivano ogni tanto a verificare.
Bisogna credere che il Comitato ignorasse affatto questa circostanza, perchè altrimenti non avrebbe in alcun modo scusa per averci posti così in bocca al lupo. Noi stessi l'ignorammo per più giorni. Il Giovanelli non ce ne disse nulla ed anzi era fiero di poterci presentare quell'accanito. Ci fece scoprire la cosa un altro fatto che ora narrerò.
Al piano terra della nostra casa abitava un tale di cui non ricordo nome e condizione, ma che dal vestito che indossava, pantaloni larghi alla francese ed una grande papalina rossa in testa, era dai vicini denominato il Turco.
Come precisamente la pensasse costui non si sapeva; però dovea di certo essere uomo gioviale, perchè una bella sera gli venne il ticchio di voler dare una festa da ballo. Non saprei ricordare quali fossero gli invitati; bensì ricordo che l'orchestra era costituita da un'armonica e dalla chitarra di Pietruccio come accompagnamento.
Quando il Turco venne a fare li patti con Pietruccio, ci si mise di mezzo il Giovanelli e sembrandogli che una tal festa potesse tornar pericolosa per noi, tentò di dissuaderlo. Fu come buttar olio sul fuoco. Il Turco fu irremovibile non solo, ma anzi dichiarò che il motivo per cui dava la festa era nè più nè meno perchè... eravamo alla vigilia di grandi avvenimenti.
La festa ebbe luogo e per tutta quella notte non potemmo dormire. A parte lo strepito ed il baccano indiavolato che facean ballando con salti interpolati ad urli sì da sembrare una vera ridda infernale, noi si stava in grandi angustie per timore che quello strepito attirasse la polizia e che essa venisse, come difatti venne, a dare una capatina al secondo piano dall'amico precettato che ci abitava di fronte. Infatti, poco oltre la mezzanotte, si udirono dei passi sulle scale e si sentì pure lo strisciar d'una sciabola contro la nostra porta. Noi balzammo tutti di letto e ci buttammo nella camera delle donne, che erano scese alla festa. Afferrate le lenzuola, cominciammo febbrilmente ad annodarle fra loro per calare da una finestra e in pari tempo al Giovanelli si diede consegna, se bussassero, d'aprire il più tardi possibile, fingendo d'essere addormentato e di doversi vestire. Intanto chi radunava i vestiti, chi ricomponeva i letti, altri nascondeva biancheria, altri caricava una rivoltella.
Fortunatamente non ne fu nulla. Cinque minuti dopo il Giovanelli ci avvisò che i gendarmi ridiscendevano le scale, com'eran venuti e noi respirammo.
Di cotali scene ne accadevano spessissime fra i reclusi di quei giorni. In casa di certa madama Petrarca, ove la polizia andò a fare una perquisizione, alcuni amici che vi si trovavano, riuscirono a fuggire da una finestra, dimenticando nella stanza tutti i cappelli.
L'on. Cucchi, capo della cospirazione d'allora, credo che di simili episodi potrebbe narrarne un volume e riuscirebbe certo interessantissimo.
I giorni scorrevano così fra una emozione ed una risata. I compagni e gli amici che ci venivano a visitare, aumentavano di giorno in giorno. I futuri rivoluzionari e i capisquadra facean capo a noi per sapere notizie, e noi ne sapevamo assai meno di loro. Si inquietavano tutti per questa incertezza, per questi ritardi, e noi si cercava di tenerli buoni con bicchierate e con sigari. Questo sistema però, oltre ch'essere pericoloso con simil gente, la quale facilmente trasmoda e trasmodando chiacchiera[6], aveva finito anche col diventare rovinoso per le nostre finanze. Ogni giorno si facevano i conti di cassa; ma se il mangiare fra noi in comune poteva essere economia, non lo erano di certo il raddoppio di spesa portato dalla famiglia dell'ospite nostro e la gazzarra in permanenza a beneficio degli amici e dei patriotti nostri visitatori.
S'aggiunga che la speranza di prossimi movimenti si dileguava ogni giorno più e che le discussioni sulla popolazione più o meno preparata, sulle armi pronte facevansi ognor più vive.
Un giorno Augusto, quasi a riprova che di armi ce n'era in abbondanza, ci raccontava come egli spessissimo passava il Tevere a Ripetta su d'una barca, nella quale a prua stavano nascosti quattro fucili due sciabole e tre pistole. E ci narrava la cosa con tale serietà che sembrava ne volesse inferire che in ogni barca del Tevere vi fossero armi e che se l'armi c'erano perfin nelle barche, immaginarsi nelle case!
Ma invece pur troppo la bisogna camminava ben altrimenti; e fu appunto in quei giorni che il povero Enrico, trovandosi in seno al Comitato, presenti il Cucchi e gli altri capi e discutendosi delle armi disponibili, si sentì dire che c'era in pronto qualche centinaio di picche!
— Che diamine! esclamò egli esasperato, volete prendere Roma a suon di picche? perchè non la prenderemo allora colle vanghe o colle zappe? E fu da quell'istante che nel Cairoli surse l'idea d'importare le armi dal di fuori mediante apposita spedizione, che fu appunto la nostra.
A questa dolorosa realtà, che cioè in Roma non c'era nulla e che le armi furono poi portate più tardi, ma pur troppo non arrivarono in tempo, non posso trattenermi dal contrapporre le notizie che in proposito fornisce la Civiltà Cattolica nel suo lepido scritto intitolato I crociati di S. Pietro (anno 1867, Vol. 6, 7, 8, 9, serie VII): «D'armi, traendone ragguaglio anche solo da quelle che vennero a mani del Governo Pontificio, si aveva il sufficiente: pistole, rivoltelle, specialmente della fabbrica di Brescia e ad uso della cavalleria (!), boccacci da masnadieri, rompicapi da cannibali, lame, coltelli a serramanico, stiletti, accette in gran numero e copia altresì di ordegni da scassinar porte. Di bombe orsiniane si possedevano veri monti: solo quelle destinate all'assalto del casino militare a detta d'un sicario erano trecentosessantaquattro.
«L'arma prescelta per la pugna notturna era una scure in asta a due fendenti con in capo un pernio e un dente a molla onde infiggervi una lunga lama di pugnale. Ne furono rinvenute presso a un migliaio (forse eran queste le famose picche)».
Più sotto soggiunge che tali armi si fabbricavano in Orvieto e ricordarsi anche il nome dell' infame artefice. E più sotto ancora: «il principal deposito di 600 scuri e 750 pugnali si rinvenne in via San Giovanni de' fiorentini, ove credesi approdassero opportunamente pel Tevere. Oltre a ciò sull'ultimo il Cucchi ottenne dal governo italiano un bell'ottocento fucili militari con baionetta, che dalla Spezia partirono sopra una tartana, ecc. ecc.»
Questo scritto mi fa sovvenire d'un progetto ventilatosi in quei dì tra i capi dell'insurrezione e poscia scartato.
Nel palazzo Wedekind in Piazza Colonna, ove ora ha sede l'Associazione della Stampa e un tempo c'erano gli uffici della Posta, avea allora stanza il Casino militare frequentato, specialmente la sera, dall'alta ufficialità dell'esercito pontificio. S'era progettato di tentare un colpo di mano su quel posto, impadronirsi d'un tratto dei capi del presidio, rizzare simultaneamente le barricate gettando lo scompiglio nella truppa che, priva o decimata de' suoi capi, male avrebbe potuto reprimere la rivolta.
Non ricordo il motivo per cui fu abbandonato un tal progetto. Probabilmente sarà stata la mancanza di mezzi e più specialmente delle armi e delle trecentosessantaquattro bombe sognate dalla Civiltà Cattolica e dal suo sicario. Certo che se lo si fosse tentato, non poteva riuscire che ad una inutile carneficina.
Il numero dei cospiratori in città andava intanto ogni giorno aumentando, ma pur troppo continuavano a difettare pur anco i mezzi.
Un giorno l'amico Cella, il valoroso e gentile eroe del Caffaro, venne a trovarci e ci portò un altro suo amico e prode compagno d'armi della gloriosa schiera dei Mille. Era certo Erter di Venezia, che aveva avuto il suo battesimo di fuoco a Palermo lanciandosi all'assalto d'un pezzo d'artiglieria che molestava i nostri.
Si trovava in Roma da parecchi giorni ed era rimasto senza quattrini. Ricorse all'amico Cella e questi, trovandosi in condizioni poco dissimili, lo condusse a noi perchè lo invitassimo a desinare. Fu ricevuto a braccia aperte e così i nostri luculliani desinari furono onorati della presenza d'un duodecimo commensale.
Questo nuovo amico suonava pur esso la chitarra e cantava; non era però all'altezza di Pietruccio.
Ci si intratteneva pure assai volentieri colle due figlie del Giovanelli, due buone ragazze (ora saranno matrone!) e tanto simpatiche. Si chiamavano Ghitina e Ginevra.
La Ghitina, la sposa, ricordo che aveva un suo topolino bianco, cui prodigava molte cure ed affetto. Quella bestiolina alla sera specialmente formava il nostro spasso. Era domestica oltremodo, correva a prendere il cibo in mano e saliva dalle braccia sul collo e sulla testa della sua padroncina.
Un giorno essa lo mise in camera sotto un cuscinetto ch'era su d'una sedia. Il topolino s'addormentò per davvero e la Chitina dimenticò d'avercelo collocato. Un'ora dopo, distratta e senza avvedersene, si mise a sedere su quel cuscino. Povera Ghitina! chi può ridire il suo dolore quando lo rinvenne soffocato? i suoi occhioni ridenti si sciolsero in grosse lagrime. L'aveva proprio ucciso lei, e con quale arma!
Le distrette finanziarie crescendo ad ogni istante, fu stabilito di comune accordo che qualcuno di noi si recasse dal Cucchi a rappresentargli i nostri bisogni. Fu mandato infatti uno dei nostri assieme ad alcuno degli amici dell'Hôtel di Roma, che trovavansi in condizioni ancor peggiori delle nostre, avendo all'albergo un conto arretrato di parecchi giorni da saldare.
Stava in quel momento il Cucchi discutendo con parecchi amici. Udito il motivo della visita dei nostri, domandò qual somma occorrerebbe loro per il tempo ancor probabile di permanenza in Roma e per saldare il debito di tutti cotesti (come chiamarli altrimenti?) spiantati. Gli fu risposto che occorrevano per lo meno mille e cinquecento lire.
Il Cucchi arretrò sbigottito, ed uno dei presenti uscì in questa esclamazione:
— Mille e cinquecento lire! ma non sapete che se avessimo una tal somma compreremmo tante armi?
Questa risposta fu per noi una rivelazione.
Io che nella nostra compagnia avrei dovuto essere il più ardente, giusta l'opinione dell'Andreuzzi, se prima ero sfiduciato, a quest'uscita rimasi addirittura avvilito. Come, esclamai fra me, non si hanno nemmeno mille e cinquecento lire disponibili e si pretende di fare una rivoluzione? una rivoluzione per la quale occorrono dei milioni e non delle migliaia di lire?....
Invano l'Andreuzzi tentava persuadermi. Non ne volevo sapere. D'altro canto si parlava giorno per giorno di Menotti Garibaldi che si avanzava ed era già entrato nel confine pontificio; le sue bande ingrossavano ed era imminente un fatto d'arme. Essendo discordi i pareri, fu deciso che ognuno riprendesse la sua libertà d'azione. Vincoli non ne avevamo. Eravamo partiti ad un unico scopo: la rivendicazione di Roma.
A me ed al compagno mio parve che questa, coi mezzi che s'avevano alla mano, fosse addirittura un'ubbia. D'altro canto in campagna già i nostri fratelli marciavano; era imminente il momento di menare un po' le mani, e senz'altro decidemmo la nostra partenza.
Infatti la sera di quello stesso giorno prendemmo il diretto per Terni.
Gli altri amici rimasero in Roma; non ricordo di quali mezzi siano stati soccorsi o se sieno riusciti ad averne da casa. Essi furono il nucleo degli assalitori di Porta San Paolo e si trovarono poscia con gli altri al loro posto a Mentana. Alcuni di loro vi rimasero anzi prigionieri.
All'atto del partire da Roma la polizia ritirava i passaporti dei forestieri per restituirli poi a Passo Corese. Già accennai che il mio compagno Muratti aveva il passaporto di un suo amico, il conte Giovanni Colloredo di Udine. Quando fummo a Corese, un commissario fece la chiama per la consegna dei passaporti; arrivato al nome di Colloredo, non gli venne risposto da alcuno, perchè Muratti in quell'istante stava occupato a rassettare il suo bagaglio e nella distrazione del momento aveva dimenticato il suo nuovo casato.
— Colloredo! — chiamò di nuovo più ad alta voce il commissario, mentre io schiacciavo il piede e davo del gomito all'amico per richiamarlo:
— Conte Giovanni Colloredo! — chiamò per la terza volta ed a chiara voce il commissario.
— Eccolo! — rispose tosto rinfrancato il Muratti scrollando la testa con lieve sorriso sardonico che pareva dicesse: Chiami le persone coi loro dovuti titoli ed allora risponderanno.
Il commissario capì il latino, si fe' rosso un pochino, levò il berretto ossequioso e consegnandogli il recapito mormorò:
— Scusi tanto!
Così partiamo trionfanti.
VI.
Terni.
Arrivammo a Terni a notte inoltrata.
Qui sapevamo che doveva trovarsi un nostro amico, Pietro Mosettig di Trieste, già proprietario, fino a pochi mesi or sono, del giornale Il Secolo XIX di Genova.
Prendemmo stanza all'Hôtel della Regina d'Inghilterra. In questi ultimi anni fui a Terni parecchie volte; vidi la casa, ma l'albergo non esiste più. Proprietario ne era un giovane cortese, che per quei giorni e nel suo mestiere fu veramente benemerito. Si chiamava Cesare Melchiorri. Chi sa se vive ancora!
La mattina dopo, il primo che incontrammo, fu appunto il Mosettig, cui narrammo le vicende della nostra dimora in Roma. Egli ci condusse tosto dal maggiore Caldesi che abitava all'albergo delle Colonne. Lo informammo per filo e per segno del poco che sapevamo, ma più specialmente della carestia d'armi e di quattrini del Comitato.
Il buon Caldesi, da bravo romagnolo, non sapeva capacitarsi del perchè non si agisse subito e sopratutto non sapea darsi pace dell'avere noi abbandonato quel progetto d'assalire il Casino militare. Sembravagli che quello sarebbe stato un colpo da maestri. Riflettendoci ora, dopo trent'anni, si ha ragione di credere che sarebbe stato un colpo da pazzi. Caduti nella trappola, saremmo rimasti tutti scannati!
Appena ora, che Terni è fatta centro di importantissime fabbriche industriali, come l'acciaieria, le ferriere e la fabbrica d'armi, potrebbesi in un giorno di festa immaginare l'animazione insolita e la vita che brillava nella piccola e gentile città dell'Umbria nel mese di ottobre del 1867. Ma ora le vie brulicano delle casacche e delle blouse di lavoratori e d'operai, allora invece brillavano di camicie e di berretti rossi e medaglie. Quanta varietà di tipi, d'età e di condizione! Ma tutti uniti, tutti concordi verso una sola meta! Ogni giorno ne arrivavano a frotte colla ferrovia, colle vetture, a piedi, a cavallo[7]. Dal governo erano emanati ordini, contrordini, arresti, rilasci, la confusione babelica![8]
Il Ministero Rattazzi, che voleva imitare la politica d'altro grand'uomo in consimile occasione, fingeva di reprimere e d'impedire, ma viceversa lasciava fare, quindi ire, battibecchi, dispetti.
All'albergo d'Inghilterra, ove di solito pranzavasi a tavola rotonda, era un parlare chiaro ad alta voce dei propositi nostri, della doppiezza e della simulazione del governo, delle bande garibaldine, dei fatti di Menotti.
Si strinsero amicizie e si fecero conoscenze carissime, in parte conservate, in parte dimenticate; fra tanti, ricordo i fratelli romani Nino e Carlo Castellani (quest'ultimo poscia bibliotecario alla Vittorio Emanuele e recentemente morto), Nino d'Andreis, romano pagano e Angelo Perozzi, romano spartano, il venerando Fabrizi, il gentile Delvecchio (quanti morti!) allora giovanissimo attaché del generale Garibaldi e poscia deputato intelligente, i garibaldini Pietrasanta, Nuvolari, Tabacchi, già deputato pur esso e buon amico sempre. Poi vennero il Valzania, il Sabatini, il Montefiore e da ultimo anche il Crispi. Quanta parte di costoro pur troppo ora è scomparsa!
La somma delle cose e la direzione del movimento in Terni l'aveva il Fabrizi, ma l'anima di tutto, i lavoratori indefessi furono sempre gli indimenticabili amici Enrico e Giovanni Cairoli. Trovavansi in Roma da parecchio tempo e n'uscirono due o tre giorni dopo la nostra partenza. Noi li vedemmo arrivare una sera che ci trovavamo per caso alla stazione. Ravvisatili, chiedemmo loro il motivo del ritorno. Ci accennarono di tacere e quando fummo all'albergo, preso con loro il Mosettig, gli raccontarono come fosse stato arrestato Giovanni, come si fosse Enrico recato di persona alla polizia per reclamare la libertà del fratello e come dopo un fiero battibecco fra lui e monsignor Randi (allora direttore generale della polizia) fossero finalmente lasciati liberi entrambi colla condizione di sfrattare immediatamente da Roma. Questo fatto sconcertava alquanto i loro piani, però si misero all'opera volonterosi anche in Terni.
I volontari andavano moltiplicandosi a vista d'occhio e si cominciava a dividerli per battaglioni e per compagnie, assegnando a ciascun corpo dei graduati fra quelli che già lo erano nelle passate campagne.
Non si può negare che nella campagna romana del 1867 non vi sia stato un abuso enorme di autopromozioni, le quali non contribuirono che a creare maggior confusione. Chi era tenente diventò ipso facto capitano, chi capitano si fece maggiore, i maggiori divennero colonnelli; e siccome di camicie e distintivi chi n'aveva n'aveva e chi non ne aveva ne facea senza, così la cosa finiva quasi in burletta e veniva a mancare quel rispetto che tiene e dee tenere anche il volontario in soggezione al suo superiore, riconosciuto appunto dall'esteriorità dei distintivi. Però vi furono anche in ciò delle brave eccezioni.
Una mattina, scendendo dall'albergo vedemmo tutto il portico stipato di gente. Erano in gran parte pezzenti.
— Che fate qui? chiesi ad uno di loro.
— Veniamo ad arruolarci con Garibaldi, mi rispose.
— E chi è che arruola?
— Quel signore là, e m'accennò infatti uno che scriveva dei nomi e dispensava quattrini.
Immediatamente ne avvisammo Enrico. Scese e verificato il fatto, n'avvertì il Caldesi ed insieme penetrati nell'ufficio riconobbero gli arruolatori. Erano ex-ufficiali dell'esercito, il maggiore Ghirelli ed i capitani Gigli e Gulmanelli.
Non comprendevasi però allora quale necessità vi fosse d'arruolamenti speciali, mentre tutti ci calcolavamo arruolati, nè sapevasi spiegare la dispensa di quei quattrini, mentre da parte nostra tanto se ne difettava. Più tardi il mistero non fu più tale: il Ghirelli arruolava coi danari del governo, ma voleva agire indipendentemente dai comandi dei Fabrizi e di Menotti Garibaldi. Più d'uno fu preso alla pania, credendo sempre d'arruolarsi con Garibaldi, ed io ricorderò fin che vivo la contentezza del povero dottor Adamo Ferraris (morto a Digione) quando, da noi avvertito del fatto, potè in qualche modo levarsi dall'impegno che aveva preso colla legione romana.
Mentre in Terni c'era tanta libertà d'opinione, nelle altre città d'Italia continuavano gli arresti e le vessazioni. Anche in Terni però ci doveano essere degli spioni, ed il curioso si è che questi erano sorvegliati da quelle stesse guardie e da quei carabinieri che pedinavano i garibaldini.
Un giorno a pranzo, presente il solito circolo d'amici, avemmo una fiera disputa con un signore sconosciuto, il quale osò apertamente biasimarci perchè, penetrati in Roma, n'eravamo poi usciti. Noi gli chiedemmo come avrebbe fatto a vivere senza mezzi e se per vivere colà intendeva che ci dessimo a rubare. Ei ribattè che c'erano dentro ancora il Cucchi ed altri molti, e quelli di certo non rubavano. Noi replicammo inviperiti; la cosa minacciava di farsi seria. I signori Castellani, Perozzi, D'Andreis ed altri si misero di mezzo e fecero tacere ed anche vergognare quell'uggioso.