ROVINE
GIOVANNI FALDELLA
ROVINE
Degna di morire — La laurea dell’amore.
MILANO
TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
di F. MENOZZI e COMP.
STABILIMENTO Via Andrea Appiani, N. 10.
SUCCURSALE Via Carlo Alberto, Bottega 27.
Proprietà letteraria.
Milano, 1879 — Tipografia Editrice Lombarda. Via Andrea Appiani, 10
AD ACHILLE GIOVANNI CAGNA
VERCELLI.
Amico,
Vinco gli scrupoli di una omonimia materiale, alla quale tu ci devi tenere meno di me, e ti dedico, caro Cagna, questa biografia del letterato inedito, figlio della Madre dei Cani.
Te la dedico; perchè in essa ho incastrato, come meglio ho saputo, qualche, osservazione dal vero, che tu mi avevi riferito col tuo brio vigoroso.
Te la dedico, perchè tu, discorrendo, mi ricordi il protagonista di questo racconto storico, per la prontezza del pensiero baldo e capriccioso e il calore dell’espressione affilata e luccicante.
Te la dedico infine; perchè tu, molto diversamente dal tipo disgraziato qui ritratto, unisci felicemente al culto dell’arta quello del lavoro utile e della famiglia; e lo scopo di questo mio racconto (a dimostrazione por via dei contrari) è appunto quello di predicare l’unione dei suddetti culti corrisposti.
Sei pregato di fare buon viso alla mia piccola offerta.
Intanto tu, pure attendendo alle tue contrattazioni di cereali, e rimanendo contento e orgoglioso del blasone d’artiere trasmessoti da quel degno, fiero e intelligente carattere di tuo padre, stipettajo, — tu seguita nei ritagli di tempo rubati al riposo o allo svago, seguita a scrivere le tue brave smanie di poesia, d’arte e d’amore.
Saluggia, 30 agosto 1878.
Tuo aff.
Giovanni Faldella.
ROVINE RACCONTO BIOGRAFICO.
I.
Cani! La scena non ha luogo in teatro, ma in famiglia, dove i suddetti quadrupedi si acquistarono una importanza ragguardevole.
Uno scolaro usciva dal ginnasio dominato dall’appetito e dalla contentezza. Era riuscito il secondo della scuola, cosa che non gli era mai capitata nella vita; lo gattigliava a flor di pancia un vuoto voluttuoso; gli splendeva in testa la speranza di un accessit; udiva già il suo nome tintinnare nella distribuzione dei premi, sentiva muoversi leggera leggera la bisaccia dei libri sulle spalle; pensava ai grissini e ai peperoni del desco materno, all’effetto luminoso che avrebbe prodotto il suo annunzio in casa; e con una fame, che avrebbe addentato i pilastri dei portici, egli disprezzava le bacheche dei confettieri, disprezzava gli zamponi dilembati rossamente, i tagli dei presciutti marmoreggiati succosamente, il morbido ed acuto gorgonzola e tutte le altre ghiottonerie, che dalla vetrina di un salumajo agganciano le viscere di uno scolaretto.
Come era fulgido Pinotto sotto i Portici di Po!
Svoltò in una di quelle forme di torrioni, che sono i cortili torinesi; infilò una scaletta. Sembrava si arrampicasse a quattro gambe; sembrava avesse le ali; sembrava una rana; sembrava un’anitra; sembrava abboccasse con la testa curva l’orlo di ogni gradino; a momenti, che non sembrava quel poveretto? Finalmente eccolo sul suo pianerottolo. Oh quanta luce egli getterà fra i suoi cari con la notizia che finalmente è riuscito il secondo della scuola! Ma appena egli pose il piede nel tinello, si smorzò la sua luce; chè trovò nell’atmosfera della stanza e nei volti di sua mamma e di sua sorella quella mutezza plumbea, che assumono le famiglie nelle più rilevate calamità casalinghe, quando è giunto il telegramma della morte del nonno, o quando è venuto l’usciere per una esecuzione mobiliare.
Pinotto fece uno sforzo, e non riuscì.... ne fece un altro e riuscì a dire:
— Mamma! Carolina! Se sapeste! Finalmente sono andato il secondo della scuola, e il professore mi ha detto, che, se seguiterò così, piglierò l’accessit in fine dell’anno.
La mamma e la sorella, voltandosi dall’altra parte, risposero l’una con una spallucciata rabbiosa e l’altra con una spallucciata piagnucolosa. Pinotto affiochì, si avvicinò alle loro gonne fredde, e affisse i suoi occhi pavidi nei loro volti di una impenetrabilità profonda.
— Che cosa è stato? — egli domandò tremolando come una foglia.
La mamma si spiccò da lui, senza dargli retta di uno sguardo; e la sorella si mise a tirar su, e tirando su spiccicò fra la compressione delle lacrime: — c’è.... c’è.... c’è...; — quindi con una voce da vitella sgozzata: — c’è.... che Glafir ha la to...osse; — e giù uno scoppio di pianto.
Pinotto scaraventò contro la finestra la sua bisaccia, il cui bottone di acciaio ruppe un vetro; quindi scappò come un fulmine, senza il cappello in testa.
II.
Chi era Glafir?
Era un cagnolino tozzo, dal collo corto e dalle gambe cortissime, grasso come una caciuola marzolina, pigro come una marmotta, che tossiva e starnutiva con mille stenti e putiva come un avello. Da un anno la mamma Placida e la sorella Carolina lo lavavano, lo profumavano, lo pettinavano, gli dirizzavano la scriminatura sulla testa, sulla schiena e persino sulla coda, gli allacciavano i riccioli con nastrini di seta molticolori; gli facevano dindindare una sonagliera intorno al collo; gli lasciavano fare tuttociò che voleva sulle sedie, lo rabbatuffolavano sopra il canapè e poi lo alzavano di peso, se lo accostavano alla bocca, e sembrava volessero mangiarlo con baci e baci; di buon mattino se lo cucciavano sul copripiede del letto; e il venerdì, il sabbato, e negli altri giorni, in cui Santa Madre Chiesa proibisce di mangiar di grasso, esse mandavano dal beccajo a comperare del manzo appositamente per il signor botolino.
Quel mattino esso aveva mangiato una tibia di pollastrino, grufolando fra la spazzatura del pianerottolo; e quell’ossicino gli era restato nella gola. Aveva tossito e starnutato più miseramente del solito; onde mamma e figliuola non avevano fatto altro che ripetersi per tutta la mattina: — Bisogna guardarsi.... Glafir non è un cane da lasciargli mangiare le ossa. — Bisogna guardarsi.... Poverino! — Diamogli il caffè. — Proviamo l’acquavite. — Proviamo l’acqua teriacale. — Stai meglio, Glafir? Oh bel fanciullino! — Ti è passata, Glafir? —
III.
Pinotto, ridisceso sotto i portici, con il volto stravolto, senza niente in testa, pareva a tutti quello che egli era: uno scappato di casa. Benchè ardesse un sole canicolare, egli non osò rimanere sotto i portici, e andò sul marciapiedi della via. Gli bollivano addosso tutte le rivolte ingenue di un monello, tutte le rabbie erudite di uno scolaretto. Giurava e rigiurava seco stesso che non sarebbe più ritornato a casa: avrebbe anche fatto lo spazzacamino o il venditore di zolfanelli e lo strillino di giornali; avrebbe dormito alla notte con la testa nuda sulla gradinata delle chiese; avrebbe anche fatto il tiraborse, se gli fosse venuto il bisogno; ma l’avrebbe fatta vedere a sua mamma e sua sorella.... Già esse, a sua ricordanza, grande tenerezza non glie l’avevano mai dimostrata forse per il loro perpetuo malumore della morte del babbo.... Ma che cosa ne poteva lui, se il buon babbo li aveva abbandonati tutti così giovane? Oh sarebbe stato meglio per tutti e per Pinotto specialmente, che il babbo fosse ancora vivo! Oh! se il babbo fosse ancora vivo, Pinotto non sarebbe stato costretto a fuggire di casa per la preferenza data a una bestia.... Oh no! sicuramente non sarebbe stato costretto... Però, via... quantunque la mamma e la sorella non si fossero mai dimostrate pazze di affezione per lui, pure si poteva ancora vivere prima che quel maledetto uffiziale, il quale affittava da loro una camera mobiliata e stava continuamente nel vano della finestra con Carolina, andandosene via, avesse lasciato per ricordo a costei quel cagnolino. Maledetti tutti e due! il luogotenente e il luogotenuto. Dopo che Glafir si era piantato in famiglia, mamma e sorella non avevano visto altro di più bello; avevano osato persino chiamarlo bel figliuolo, angelo, nomi che spettavano a lui Pinotto. Invece per lui c’era venuto e c’era sempre stato un muso più duro del solito.
E quella mattina, in cui egli aveva conquistato il secondo posto della scuola e la promessa di un accessit, che cosa gli avevano valuto quel posto e quella promessa di un accessit? Tutto ciò era stato un bel nulla; perchè? perchè Glafir aveva la to...osse.... Oh Dio! Dio saccoccino! Un cane guardato meglio di una creatura ragionevole, fatta ad immagine di Dio, guardato meglio di un fratello di un figliuolo.... Pazienza, se il secondo posto egli non se lo fosse meritato? Ma egli lo aveva guadagnato di buon giusto, con i suoi sacrosanti sudori, senza protezioni, senza raccomandazioni, senza regalare al professore una bottiglia di vermutte, o una scatola di sardine, o un pajo di pantofole; perchè la mamma Placida e la damigella Carolina si sarebbero fatte ammazzare.... si sarebbero fatte.... piuttosto che portare un grappolo d’uva o un garofano al professore del loro Pinotto, e piuttosto che ricamargli una berretta con il fiocco! —
IV.
L’idea della berretta con il fiocco fece sentire al giovinetto il sole, che gli arroventava il capo scoperto; onde egli si trasferì dall’altra parte dei portici, e quivi seguitò ad almanaccare e a congiurare con sè stesso.
— Oh! Chi ha torto in questa questione è anche la società del genere umano. Sicuro! Nelle storie si trovano dei tiranni, che hanno esiliato, rinchiuso e perseguitato Temistocli, Aristidi, protestanti, valdesi ed ebrei; ma non ce n’è ancora stato uno buono a dare un po’ di ghetto o di ostracismo a questi signori cani, che si introducono nelle famiglie ad appropriarsi indebitamente l’affezione dovuta a figliuoli.... Oh, se i nostri consoli sapessero quello che si fanno! —
In questo punto alla immaginazione bollente e ridente dello scolaretto si aperse una vallea di una arditezza geografica, a cui banditi da un editto divino, fustigati da sergenti della Guardia Nazionale, spaventati dalle trombe del giudizio universale, colti da sfrombolate davidiche, concorrevano i cani dell’universa terra: giungevano a squadroni, a torme; ce n’erano di tutti gli stampi: veltri del medio evo coperti della loro mantellina di raso con la cassa del petto in curva gentile come i fianchi di un violino, — cani côrsi, con la loro sezione di muso camusa e digrignata come la faccia della morte, — cani che parevano pecore, lavori di monache, ricami di cuscino; avevano tutti la lingua lunga, le costole palpitanti al pari di un mantice; alcuni saettavano l’aria con balzi eleganti; i bassi Glafiri incespicavano ad ogni tratto e facevano pallottola di sè stessi; alle lanciate dei sergenti della Guardia Nazionale, alle sassate dei Davidi guaivano tutti e alzavano, ciascuno una gamba posteriore.
Quando tutti si trovarono nella nuova terra di Canaan loro assegnata dalla giustizia eterna, si sentirono serrare alle spalle un muraglione della China, che doveva circuirli per omnia saecula saeculorum. Condannati a stridere nel loro Kanato essi si governavano, si mordevano, si mangiavano e si sterminavano fra loro: ritornavano ciò che erano prima del loro incivilimento, lupi e sciacalli. Intanto un angelo gentile con una trombettina da un soldo correva per le famiglie dell’umanità ad annunziare la buona novella: — Bambini, allegri! chè i cani sono andati via, quelli che rubavano i cuori delle mamme e delle sorelle. —
Questa fantasmagoria scaricò un po’ la testa a Pinotto dell’odio che lo aveva invaso, mentre egli si trovò davanti alla bottega d’un pizzicagnolo. Ecco lì i tagli lucenti e netti del salame crudo, le teste umide e grigiolate profumatamente del salame cotto, un cuneo di gorgonzola, che gli apriva le insidie del suo seno.
Pinotto si ricordò che non aveva fatto l’asciolvere, si sentì strizzare le viscere, venirgli la pancia come un soffietto e discendergli qualche cosa. Egli avrebbe dato della fronte in quei cristalli per mangiare di quelle leccornie. Allora la servilità dello stomaco gli profugò la superbia della testa. Egli pensò, che aveva avuto torto; aveva avuto torto sicuramente a fare quella cattiveria, a fuggire di casa, a rompere un vetro, e.... per che cosa? per la gelosia di un cagnolino, il quale forse poteva aver ragione, lui. Povero Glafir! Sicuro! aveva ragione lui...! Se è ammalato, se ha la tosse.... Povera bestiolina! bisogna avergli rispetto.... e domandargli scusa, se fa bisogno.... e poi la mamma gli vuol bene e comanda così.... E il proverbio dice che chi maltratta il cane.... E i comandamenti di Dio ci obbligano ad ubbidire padre e mamma, se si vuole vivere lungamente sulla terra... E poi Pinotto non è buono a fare lo spazzacamino, egli avrebbe vergogna a strillare i giornali e i fiammiferi.... —
Così ruminando, con una fame, che la vedeva, lo scolaretto, grondon grondoni, ritornò indietro; girò i pilastri con una andatura tremola, come il riverbero di uno specchio rotto; salendo le scale con il ticche tacche nel cuore, egli si preparò sulla bocca il più bello e commovente perdono! da povero innocente.
Ma comparso sulla soglia della sua casa, non ebbe tempo di pronunziarlo quel perdono! perchè zònfate! L’uragano di uno schiaffo lo stramazzò in terra. Appena potè rilevarsi da quel coperchio di dolore, che lo aveva offuscato, egli strillando e camminando ginocchioni, andò ad avvinghiarsi convulsivamente e quasi ermeticamente alle gambe di sua mamma.
— Mamma! mamma! perdono! domando perdono!... ho fame....
— Se hai fame, birbante, guarda lì.... Mangia ciò che ha avanzato Glafir.... Così imparerai a fare il matto, a rompere i cristalli e a scappare di casa all’ora della colazione. —
A quella proposta quel bambino si sentì asciutto di lacrime e quasi impietrato; stette cinque minuti senza pensieri, quasi senz’anima; poi si riscosse ad una violenta interrogazione che gli fece la fame e le rispose di sì; si mosse come un’ombra, e andò in un canto a pigliare per terra un piattino nero, che conteneva un intruglio bianco, la minestra lasciata stare dal cagnolino; provò ad accostarsi alle labbra una cucchiajata di quel rimasuglio; ma, appena i suoi nervi sentirono quella schifezza, andarono in rivoluzione. Egli ebbe un sussulto rabbioso di vomito asciutto, lasciò cadere sul pavimento tutto ciò che aveva nelle mani; cadeva egli stesso da tutte le parti, eruttava pianti, schiuma, sospiri, guaiti.... Pareva che quel fanciullo avesse perduta la sua intelligenza piccina davanti a quel baratro di umiliazione e di crudeltà materna.
La signora Placida si percuoteva le mani, e rivolta alla figliuola diceva:
— Carolina! Carolina! ci mancava anche questo.... che questo dannato si facesse venire i vermi. Va un po’ a chiamare il medico. —
Il medico venne, e, dopo aver guarito Pinotto con una settimana di cura assidua, diede alla mamma e alla sorella per metodo di cura preservativa il suggerimento, che gli evitassero qualsiasi occasione di spavento.
V.
Ma un altro metodo di cura preservativa seppe trovare da sè stesso il ragazzo. Egli, persuaso che la predilezione di sua madre e di sua sorella per il cane non era guaribile, ragionò così:
— Quale necessità ho da strusciarmi per avere i primi posti nella scuola e l’accessit in fine dell’anno? Tanto per mia madre e per mia sorella ciò non sarà mai una consolazione, ed esse non tirerebbero fuori una bottiglietta d’aceto nemmanco per bagnare il primo premio, se lo guadagnassi.... Il meglio si è che le pigli per il loro lato debole e faccia la corte al cane: così spero che mi raddoppieranno la pietanza. —
In effetto Pinotto divenne tutto ossequio e riverenza verso Glafir. Appena entrato in casa, domandava a sua mamma notizie di lui; gli si metteva intorno a fargli mille smancerie, a interrogarlo, se aveva dormito bene, se aveva sbadigliato bene, se aveva fatto bene tutti i fatti suoi; dandogli sempre del signor lei con puntuale buffoneria. Cionondimeno la mamma gelosa e superba del suo monopolio cagnesco, lo guardava con una cera stupida e piena di compassione, quasi volesse dire:
— Che ragazzo ho mai io! Non è nemmanco capace a fare due carezze per bene a un cane! —
Ma quando poteva trovarsi a tu per tu con Glafir, egli si rifaceva con franca usura del corteggio da impostore, che si era messo a fargli in presenza della mamma e della sorella.
Allora cominciava a dargli del tu con una pedata che gli faceva strizzare la coda in mezzo alle gambe; poi lo costringeva a star ritto in un angolo, cresimandolo con reiterati buffetti; gli accendeva sotto i baffi dei puzzolentissimi zolfanelli da cucina; e fu parecchie volte ad un pelo di impiccarlo. Quindi conchiudeva sempre:
— Bisogna proprio ringraziare la Provvidenza perchè ne ha fatta una giusta: non ha data la voce umana ai cani come agli organi delle chiese. Guai se tu potessi parlare, o Glafir, il linguaggio che mia madre parla e capisce.... e raccontarle i dolci trattamenti che ti uso a quattr’occhi! Povero Pinotto! Non mangeresti più un uovo al tegame.... Non è vero, Glafir? Rispondi alle mie par....role.... —
E giù una nuova pedata.
VI.
Così crescendo al disamore della mamma e della sorella, Pinotto divenne un piccolo demone beffardo. Passato al liceo, senza menzione onorevole, egli, mantenendosi quanto agli studi in una mediocrità più bronzea che aurea, era però riverito e temuto dai compagni e dai professori, molto più che se fosse stato il primo della scuola.
I professori cominciavano a pensare a lui, appena usciti di casa, se si accorgevano di aver messo in testa la tuba nuova; essi riflettevano, ch’era miglior partito ritornare indietro a riporla nella cappelliera; perchè niun cappello era oramai più sacro, dopo l’entrata di Pinotto nel Liceo. Infatti si attribuiva a lui, sebbene non se ne abbiano mai avuto le prove materiali, il terribile caso di un gatto morto trovato dentro il cilindro del Preside nella stessa anticamera della Presidenza.
Egli era poi addirittura celebre nel far correre per le vie i cani, i piccoli seminaristi e i ferravecchi ambulanti. Era stato egli quel birbo che aveva tagliato la corda del pozzo al padre del suo compagno di scuola Aurelio Auricola, e perciò li aveva fatti piangere tutti e due e digiunare per una intiera settimana padre e figlio Auricola, di cui l’uno era più avaro dell’altro.
Un giorno invitato in campagna dal suo compagnone Edoardo a visitare una stuoja di bachi da seta, egli tenendo sempre irriverentemente il sigaro in bocca, col solito cappello in testa, si mise a spandere grosse boccate di fumo su quei poveri filugelli. Essi disturbati, storditi e dilaniati rizzavano e scuotevano i loro capettini orbi ed ubbriachi in mezzo a quella nebbiaccia e manifestavano un dolore muto, ma così parlante, che la povera madre di Edoardo, la quale li allevava essa e se ne formava la delizia, ebbe voglia di piangere e di ricusare il desinare a quel monello.
VII.
Erano già trascorsi sette od otto anni dalla scena del cane, quando Pinotto in casa e a scuola si dimostrò serio, tanto serio, che ricusò l’invito di fare sul cartolaro del vicino il solito ritratto del professore di greco, quasi offendendosene. Chi sa che cosa era mai accaduto?
Era accaduto, ch’egli era entrato in quel periodo letterario e specialmente drammatico, cui attraversano quasi tutte le gioventù, come attraversano il periodo religioso e quello della tosse asinina.
Una sera egli era andato con la famiglia di Edoardo venuta a Torino, era andato al teatro Gerbino a sentire l’Otello da Tommaso Salvini, e n’era uscito mancomale con la testa in visibilio, con la scimitarra del Moro e la pezzuola di Desdemona nel cuore. Nella notte, passioni colossali, ruvidezze tragiche, asinate comiche, applausi, bis!, fuori!, versi e coturni gli picchiarono e gli scalpitarono nella testa come cavalli di un circo. Levatosi da letto fece quattordici o quindici proponimenti, e tutti drammatici, fra cui i seguenti: presentarsi alla compagnia del Gerbino e diventare un tiranno come Salvini da interrorire il pubblico, o un brillante come Pieri, da far schiattare dal ridere persino i violini dell’orchestra; scrivere una tragedia di soggetto classico senza le regole aristoteliche dell’unità di tempo e di luogo, per esempio l’Assedio di Troia, con scenari in Grecia, dentro e fuori della città assediata e nell’Olimpo, e con l’azione durativa per tutti i dieci anni dell’Assedio; scrivere una ettologia drammatica, I sette peccati mortali, un dramma per ogni peccato, cinque atti per dramma, in tutto trentacinque atti; scrivere cento e più produzioni spicciole, di cui egli trovò tutti i titoli e compilò l’elenco accuratissimo seguente: — La sfida e l’onore, dramma serio in sei atti con prologo, — Il Preside del Liceo, farsa tutta da ridere, — Il dito mignolo, scherzo comico, — Zeri squartati, id. — Mascherina ti conosco! commedia in due atti, — Le bestie, commedia satirica in cinque atti, — Il brodo delle undici ore, dramma in quattro atti, — La spada di Damocle, commedia di cinque atti in versi sciolti, — La cantoniera, id. (stile del cinquecento), — Titiro e Melibèo, commedia pastorale, — Battista l’Orafo, scene medio-evali, — Il colèra morbus, dramma istruttivo, morale, igienico, — Il testamento olografo, commedia a tesi, — Guittone d’Arezzo, commedia storica, — Vele perdute, bozzetto marinaresco, — L’Inaugurazione del Monumento a Carlo Alberto, azione mimica con prosa e canto di circostanza, — Turchi e Cristiani, dramma di effetto, da potersi tradurre in francese, — Gentiluomo e Barabba, id., — Il giuoco della morra, dramma popolare, — Pallida! commedia di sentimento in tre atti, — Pace, guerra e convento, dramma diurno domenicale, suddiviso in sette quadri, con prologo, epilogo e combattimento ad arma bianca, — Il ratto delle Sabine, commedia togata, — La calata di Annibale, tragedia, — Ugone mangiaferro, id., (costume del mille), — Vedi Napoli e poi muori, commedia di tre atti in versi sciolti, — La guerra delle ragazze bramose di marito, commedia d’intreccio in cinque atti (imitazione goldoniana), — Bastardo! — Lo spilorcio, — Il carabiniere, — L’aguzzino, — L’atlante, — Lui, — Lei, — Noi, commedie di carattere, — Madama Pataffia, commedia in vernacolo piemontese, — Non da vend...! id., — La croce del genio, lavoro di polso, — Chi più ne ha, più ne metta — Cercar Maria per Ravenna — La pelle dell’orso — Nebbie d’autunno — Giuseppe Giusti, proverbi in versi martelliani, — Il quarto piano, commedia sociale, — La cocca — Misteri di soffitta — Il portinaio del n. 13, — Le pericolanti, — La Traviata riverita, id. — Il caffè Parigi, scene della vita universitaria — Parrocchia e municipio, abbozzo di costumi in provincia — Il mio cappello — La pasta dei topi, monologhi — L’Ippopotamo, commedia in versi sdruccioli di sedici sillabe — Granchio e Ventola, quartine rimate (contin. dal Giusti) — Quella pira! ossia La Strega al rogo — Un duello all’ultimo sangue — Castore e Polluce — La recidiva — Padroni belli — La patria in pericolo — Galoppino — Gli ubbriachi — Una battaglia di serve — Le speranze d’Italia — Don Ambrogio — Un temporale di Biella — Lo studente all’esame e la cuoca del professore — Il debito pubblico — I convittori — Grillincervello — Ciceruacchio, tribuno del popolo — L’imperatore Teodosio — Le Società operaie — Il macchinista e l’artefice — Giuda Iscariota — L’Ebreo Errante — L’Anticristo — Il morto vivo — Re Bomba — Franceschiello — I Francescani — I Francobolli — I Francesismi — Pietro Micca — Il due dicembre — Caligola — Il confessore — I cugini — Gli amici — I fratelli — Le sorelle — Amalasunta — Viola mammola — La contessa nera — Il pretore di Mandamento — Il marchese Lupo di S. Medesimo — Prete Pero — Gambastorta — La Marsigliese — Ermengarda — La battaglia di Maclodio, tutte commedie, tragedie, drammi, opere, o balletti da destinarsi, a cui aggiunse l’Atmosfera, dramma scientifico-fantastico.
Egli gongolava nel ripassare quell’elenco, mentre embrioni d’intrecci drammatici gli formicolavano nella testa. Mancomale, gli pareva di avere già stese le commedie, tragedie, ecc., di cui aveva trovato il titolo e già assaporava la voluttà di sentirle recitare e di vederle pubblicate.
Che bella figura doveva fare nelle vetrine dei librai il Florilegio drammatico di Giuseppe Panezio, tragedie, commedie, ecc! Quel Florilegio egli lo leggeva già stampato nei bei ghirigori di quei caratteri di lusso, che hanno la cuffia arabescata, la coda da scojattolo e le zampe di mosca, tutto ciò sopra una superba copertina verde e ghiacciata.
Tutta questa sua confusione di disegni sbalorditoi, si concretò infine nel cominciare una tragedia di soggetto romantico in istile classico, Alboino, non compreso nell’elenco. Egli attendeva amorosamente e gelosamente a questo lavoro, e vi portava un pensiero così assiduo, che i suoi compagni vedendolo continuamente astratto cominciavano a dire: Pinotto diventa anche lui un minchione; — e i professori trovando, ch’egli non sapeva mai la lezione, e non faceva più addirittura i temi, e aveva persino perduta quella sua antica e maliarda usanza di dar loro soggezione e quasi d’intimorirli, si permettevano di dargli dei grossi pensi. Però.... che cosa erano mai le derisioni dei compagni e i castighi dei professori davanti alla gloria? Nè questa gloria egli la agognava solo per sè; da bel cuore, quanto non si sarebbe da nessuno sospettato, Pinotto voleva darne una grossa fetta a sua mamma e a sua sorella; anzi nella propria gloria egli vedeva più che tutto la loro allegrezza; e si diceva spesse volte nel suo sè: — Ah! mia mamma si accorgerà della differenza che passa fra un figliuolo, che è buono a fare delle tragedie, e un cane, il quale è solo capace di stracciare la fodera del sofà! —
Questo suo sogno era circonfuso di molto pudore; tantochè per scrivere l’Alboino, egli si trincerava dietro un bastione di libri legati, acciocchè niuno sguardo profano pervenisse sulle pagine vergate dal suo furore poetico, e quando andava a scuola, le chiudeva nel cassetto con un doppio giro di chiave. Ma un giorno la mamma e Carolina, insospettite di quel secretume, fecero una violazione di tavolino, e, sforzata la serratura, n’estrassero il corpo del delitto. Pinotto, di ritorno dalla scuola, salendo le scale, sentì uno strano vocio in casa sua, come un abbajamento di cani e di ragazze. Appena giunto nell’anticamera, egli restò freddo, vedendo il suo scartafaccio in mano a sua sorella, che, china a terra, lo leggeva a Glafir ritto in un angolo.
— Bravo! ben arrivato! Giusto lei, signor autore tragico! Non sapevamo mica... Gli facciamo i nostri complimenti.... Belle cose! Gli batteremo poi tanto le mani.... Bene! Bene! C’è già qui Glafir che studia la sua parte.... Non è vero, Glafir? Coraggio! Fallo un po’.... Se lo facevi già prima tanto bene!... Non avere il timor panico per la presenza dell’autore.... Fallo un po’.... Bo.... Bo.... Boino! Boino! —
Glafir si mise ad abbaiare da minchione; e la sorella contenta come una pazza.
— Sì! Boino! Boino! Bravo Glafir! Bravissimo! Boino! Boino! Hai sentito, fratello? Glafir si è già presa la prima parte, quella di Alboino. —
Allora la madre per coronare l’opera:
— Pinotto! Invece di occuparti di queste minchionerie, faresti meglio a studiare d’aritmetica, e a imparare a servire la messa, come faceva da buon cristiano la buon’anima di tuo padre, quando era alla tua età. —
Pinotto andò a piangere in un luogo innominabile ed uscì da quel pianto più beffardo e più cattivo di prima.
VIII.
Andato a scuola, — mentre il professore di matematica, che aveva il vizio di ripetere per avventura ogni due minuti, spiegava sulla lavagna una formula per avventura più lucida del cristallo e mentre dominava nella scolaresca il più religioso silenzio, Pinotto emise una voce parlamentare.
— Domando la parola.
— Che cosa vuole? — gli chiese il professore, interrompendo la sua formula, con un viso da carceriere spaventato.
E Pinotto con la placidità angelica di chi ha mille ragioni dalla sua:
— Favorisca scusarmi, signor professore, se l’ho per avventura disturbato. Voleva dirle soltanto che dal mio posto non si possono vedere le cifre che ella scrive per avventura sulla lavagna.
Il professore, sentendo nelle vibrazioni sicure della voce di Pinotto e vedendo nella faccia invetriata del medesimo risorgere l’antico e terribile suo persecutore, per quietarlo, fu lestissimo a restringersi in un angolo della lavagna, riducendosi tutto storto, e più sottile che potè.
— Così ci vedrà per avventura....
— Grazie, egregio signor professore!
Intanto, profittando della nuova positura dell’egregio signor professore, gli soffiò nella schiena da un cannoncino di penna d’oca quattro scarafaggi. Quindi immediatamente:
— Signor professore....
— Ebbene! che cosa c’è di nuovo adesso? Io per avventura....
— Si guardi.... Ella ha per avventura una bestiolina sul colletto....
— Grazie, grazie! — rispose il bersagliato professore, vieppiù oscurandosi e spingendo via da sè l’animaletto con la punta della penna.
— Signor professore....
— Ma.... per avventura....
— Ella ha un’altra bestia, anzi due bestie.... tre bestie, signor professore, che si arrampicano per avventura sulla sua schiena.
— Sì! sì! Grazie.
Così dicendo la povera vittima diede una scrollatina alla giubba per liberarsi di tutto quanto il bestiame appiccicatogli, che cascò sul piedestallo della cattedra, poi lo pestò, strisciando i piedi con fretta rabbiosa.
— Oh, signor professore.
— Auff! mio Dio!... Mi lasci stare.... Voglia terminarla finalmente di....
— Scusi.... Ella non ha più per avventura veruna bestia.... Desideravo soltanto pregarla, che stesse pure comodo, avendo scoperto finalmente la vera ragione, per cui dal mio banco io non posso vedere le cifre, qualunque sia la posizione che ella si degni di prendere, egregio signor professore, per avventura, alla lavagna.... Sono.... le orecchie del mio amatissimo amico Aurelio Auricola nel banco dinanzi, quelle che mi impediscono per avventura la visuale. Quindi la prego in cortesia di voler traslocare l’onorevole (frugando con il dito mignolo in un orecchio) Auricola dal primo banco e di mettervi nel suo posto un altro compagno di orecchie per avventura più decenti. —
La scolaresca zittiva con una voglia frenetica di ridere.
Il professore si sentiva scappare dalla testa persino la soluzione della sua formola, e le trottava dietro in silenzio per raggiungerla; onde Pinotto, fatto più baldanzoso nella sua canzonatura, riprese:
— Signor professore, se ella per avventura..., — strisciando con un languore ineffabile su quel per avventura.
A questo punto il professore si riscosse, illuminato dalla necessità di porre un argine a tante offese sue e del suo intercalare, e proruppe:
— Taccia, signorino, e... faccia silenzio. Mi sono accorto, sa, che ella vuole disturbare l’ordine della scuola con i suoi motteggi.... Ella vuole compromettermi.... Ho capito.... Impertinente! Che cosa vogliono dire tanti per avventura detti a marcio sproposito? Ella m’intende e mi capisce.... Ma io saprò far rispettar me ed i miei per avventura...... Io farò chiamare il preside.... il bidello.... La farò cacciare dal Liceo.... Così le insegnerò io ad essere per avventura meno discolo.... Impertinente! —
Lo scolare con la solita sua calma da diplomatico:
— Non salti, egregio signor professore.... Non dia ne’ lumi.... Io impetro puramente e semplicemente l’esercizio di un diritto che per avventura mi spetta... Mia mamma paga la minervale, ed io venendo a scuola ho diritto di vedere e di imparare ciò che ella ha la bontà di scrivere sulla lavagna, facendo eziandio tesoro delle sue frasi da ritenersi. È un diritto che io sono disposto a far valere per avventura davanti a tutte le autorità, vuoi civili, vuoi scolastiche, sì militari, sì politiche, deliberato eziandio a porgere una acconcia petizione alle Camere.... Ella capirà....
— Taccia... e parli.....
— Farò così.... Ella capirà che io non posso esercitare il mio diritto e il mio dovere di apprendere l’umano scibile, che per avventura nelle scuole si imparte, se dovunque il guardo io giro, Immenso Dio! veggomi davanti l’amico Auricola, che mi nasconde ogni scienza ed arte con il padiglione delle sue orecchie. —
A questo padiglione la scolaresca scoppiò in una risata, che teneva da lungo tempo repressa: e rise per avventura lo stesso professore, il quale spinto dal desiderio di ritornare alla sua formula e di sfogarsi sopra un facile paziente, non che di stornare da sè la parte di ridicolo, che gli spettava, si rivolse ad Aurelio con una durezza da croato:
— E lei si alzi, Macaruffo Lasagnone! Lasci il suo posto, sciocco! e vada a sedersi nell’ultimo banco sotto il Crocifisso.... Così per avventura non farà più ombra a nessuno con le sue vele, orecchiuto asinello. —
Il povero capro espiatorio, verde come un ramarro, fece il trasporto della capitale, fra il tumulto delle risa dei compagni, che movevano le loro mani nella vicinanza delle orecchie, come fossero palette, dando alla vista un effetto di conigli; tumulto che il professore fece tosto cessare, ripigliando la spiegazione della sua formula.
Terminata la scuola, quando gli studenti uscirono fuori a respirare l’aria libera, Pinotto quatto quatto prese d’assalto le orecchie di Aurelio, e tirandole con grande forza si mise a ragliare come un asino di cartello: — Ij.... à.... Ij.... à.... Ij.... à — frammettendo agli Ij... à il fischio rantoloso dei cantori di maggio.
IX.
Divenuto più prepotente di prima, Pinotto anelava di trovarsi lontano dalla sua famiglia per essere maggiormente in libertà, ed anche per togliersi davanti il testimonio quotidiano della sua disaffezione verso la madre e la sorella. L’occasione gli venne opportunissima, terminato il liceo. Allora con la scusa di saltare un anno di università, egli ottenne dalla mamma di andare a studiar matematica nella università libera di Camerino.
Quivi, padrone finalmente di sè stesso, libero di mettersi un paio di guanti nuovi alla festa, libero di andare a scuola negli altri giorni o di andare a cavallo, libero di giocare al faraone e d’andare a letto nell’ora che gli piaceva di più, egli studente puro sangue si sentiva rinato; e in questa baldoria di libertà personale e di felicità, egli sentiva a un tempo di riamare sua madre e sua sorella.
— Povere donne! — egli diceva fra sè: — Ho torto io a pretendere, che esse sappiano più di quello che hanno studiato. Con i loro difetti e con la loro semplicità, esse mi sono ancora più care.... Quando ritornerò a casa, voglio dare a loro un abbraccio stretto così!... —
E al buon giovane pareva già di abbracciarle.
Di lettere ne mandava di rado a casa, perchè anzitutto egli tra il proteggere le ballerine, il fumare, lo spolverare i calzoni con il frustino, il far la corte alla figliuola del colonnello di fanteria ed altre studenterie universitarie, non trovava il tempo per iscrivere, e poi quattro soldi gli scappavano sempre per una tazza di caffè o per quattro sigari Cavour, o per una mancia ad una portinaia, che recasse un vigliettino amoroso, e non ne aveva mai quattro che gli puzzassero per la compera di un francobollo. Ma senza scrivere pensava continuamente alla famiglia.
— Povera mamma! Chi sa che cosa farà adesso? Povera vecchia! Si incamminerà a messa.... A quest’ora forse Carolina laverà il cane e la mamma lo terrà su ritto e fermo, che non si muova. Povere creature! —
Finito il primo anno di università, egli ritornò a Torino, come andasse a nozze. Divorò la scaletta piena di tanti ricordi elementari, ginnasiali e liceali. Alcuni sgorbi da lui disegnati con il carbone parecchi anni prima sulla muraglia del pianerottolo, fra cui il ritratto di un asino e quello di Aurelio Auricola, gli diedero una stretta al cuore.
Vista la mamma, le si buttò addosso, come volesse mangiarla.
— Caro Dio! A momenti mi soffochi e mi mandi la cuffia per traverso! Che soldataccio! Sono queste le creanze degli studenti di Pisa?...
— Vengo da Camerino, mamma, e non da Pisa....
— Non importa.... Vieni pure di dove vuoi; ma hai imparato poco, mio caro, se sei ancora così disadatto.... Ebbene, del resto, hai finito tutto? L’hai presa la laurea?
— Che laurea! Ho appena finito il primo anno....
— Oh cara vita! Quante bugie! Non mi avevi detto, che andavi così lontano, andavi a Pisa....
— A Camerino, mamma!
— Pisa, verdone o canerino fa tutto lo stesso.... Non mi avevi detto che andavi.... dove sei andato, per finire più presto? Caro Dio! E adesso mi conti che non è ancora finita questa storia. È lunga, sai! Mi costa, sai, mantenere un figlio fuori di casa a fare il signore.... Ah! era meglio che tu avessi imparato subito qualche mestiere, e ti fossi messo a fare il sellajo, come lo faceva onoratamente la buon’anima di tuo padre. Santa Pazienza! Santa Pazienza! E adesso, quanti anni ti rimangono ancora da fare? Quanti?
— Quanti! Quanti! Cinquecento, — rispose il figlio con un dispetto pochissimo dissimulato. — Persino il portinaio da basso sa, che per pigliare la laurea da ingegnere ci vuole maggior tempo che per prendere quella da ciabattino.... Ma Ella, signora madre, più che tutta la scienza, forse amerebbe meglio che io le portassi innanzi un bel basto da somaro lavorato con le mie proprie mani, non è vero?... Quanti! Quanti! Piuttosto io dovrei domandare a Lei, signora madre, quanti cani si sono introdotti nella nostra casa, durante la mia assenza. Oh, buon giorno, sorella. —
In quel punto si era aperto l’uscio interno dopo pareccbie graffiature; ed insieme con Carolina aveva fatto irruzione una cagnara di sette cani, prima di tutti Glafir, il quale, riconoscendo Pinotto, si degnò di schiacciarsi in suo onore sul pavimento, dondolandosi e poi facendogli intorno quattro o cinque salterelli da ranocchio.
Roma, la compagna data a Glafir, e i suoi cinque cagnolini, che come dice la Scrittura, ignorabant Ioseph, cioè non conoscevano Pinotto, lo guardavano con certi occhi sui generis, proprio cagneschi, quasi volessero dire: che cosa è venuto a fare questo forestiero in casa? Che diritto ha egli di trattare con tanta domestichezza le nostre padrone?
Anzi Roma, dopo essere dimorata un poco nella sua posizione di ignoranza sospettosa, si mise ad ululare a canne ritte e spalancate verso Pinotto; ed uno dei suoi cagnolini, incoraggiato da questo contegno materno, si avvicinò alle gambe di lui per addentargli i calzoni.
Allora Carolina: — Zitta, Roma! Vieni qua.... Poverina! Non ti conosce ancora.... Vieni qua; te lo presento io. Questo qui è quel birbo di mio fratello, di cui abbiamo parlato tante volte insieme, e che si piglierà ben guardia dal farti qualsiasi disprezzo. Del resto noi gli tireremo le orecchie; non è vero, Roma? Ah, che bellezza di una cagnetta! Che cosa ne dici, fratello? È vera grifona, sai. Oh, dillo tu, Roma, dillo tu, se non sei proprio una gran bella bestiolina.... Devi sapere, Pinotto, che ce l’ha regalata, appena sei partito tu, il teologo Sturlimandi, ce l’ha regalata, perchè la sua cuoca non aveva nessuna pazienza a tenere queste bestie fine, come devono essere tenute. Egli l’aveva portata da Roma un anno fa, dove era andato per vedere i vescovi del Consiglio Catecumenico; e l’ha proprio avuta da uno dei primi amici del maggiordomo di un cardinale; per cui questa bestia quasi si può dire papale. Sicuramente! È per questo che il teologo l’ha voluta chiamare Roma. La birrichina, appena venuta da noi, ha subito comperato i suoi cagnolini. Li abbiamo allevati tutti, perchè sono tanto belli.... cioè ne abbiamo fatto perdere soltanto uno, perchè era nato quasi morto. Se avessi veduto, che importanza si dava questa cagnolina, quando era in pagliola! Voleva che le dessimo da mangiare noi nella cuccia, proprio come ad una mammina. Poi, quando abbiamo dovuto battezzare (uh! uh! che eresia dico mai! volevo dire metterci il nome a tutti i suoi birrichini), abbiamo voluto fare le cose proprio come si deve, e li abbiamo denominati in inglese, come è l’ultima moda; anzi per avere i nomi inglesi proprio giusti, siamo persino andate in compagnia del teologo a parlare con un prete sopra la Gran Madre di Dio, il quale è stato a predicare in Inghilterra. Ecco: questo qui si chiama Dear, che vuol dire carino, questo qui Black, che vuol dire Moretto, questa qui è tota Miss e questa qui madama Lady. Finalmente questo birrichino, che voleva morsicarti i calzoni, indovina un po’ come si chiama?... Questo non si chiama più in inglese, si chiama Come te.... Ah! Ah! Ah! Gli abbiamo voluto mettere questo nome faceto per minchionare la gente. Qualche curioso domanda: Come si chiama questo cagnolino? E noi senza offenderlo: Come te, Come te. Non è una cosa da crepar dal ridere, caro fratello? Se vedessi poi, che prodezze sanno fare tutti quanti! Come te, quando gioca con il gatto della portinaia, è un vero amore. Lo dicono tutti. —
X.
Pinotto non potendo più resistere a quel panegirico cagnesco lo troncò:
— Basta, basta! Ho inteso; mi rallegro tanto.... —
In quel punto, se avesse ascoltato la sua voglia, avrebbe pigliato in una bracciata tutta quella canaglia e l’avrebbe scaraventata nella via a costo di contravvenire a qualche regolamento municipale fracassando il cielo di un omnibus o la testa dei passaggieri, ma seppe frenarsi e domandò licenza di uscire subito, per andare a vedere qualche amico.
Appena disceso nella strada, inciampò un sergente furiere, suo fratello di latte, a cui piaceva ubbriacarsi.
— È la Provvidenza che mi ti ha mandato innanzi, Teodoro. Se non avessi incontrato te, sai, sarei ritornato indietro e avrei commesso un canicidio di sette persone. —
Al caffè, dopo la sbornia, trovò Edoardo ed altri amici, che lo invitarono con loro in campagna. Così egli poèò sottrarsi per un mesetto alla stucchevole necessità di vivere con tanta cagneria.
Ma ritornato finalmente fra le mura domestiche, egli fu condannato a pensare cento volte al giorno: — Come sono felici coloro, che vivono lontani dalla famiglia! Escono dall’ufficio, vanno a pigliare il vermouth, vanno a pranzare in pensione. Chi ne racconta delle più grosse è più bravo; alla sera al caffè, e sempre allegri! Essi non hanno mai fra i piedi un cane casalingo, o il malumore di una madre o di una sorella o altro accidente di famiglia che loro rivolti l’anima. —
Per la noja dei cani egli non poteva più nemmanco soffrire la dieta di casa. — Sempre spinacci! Sempre spinacci! Sempre zuppa! Sempre zuppa! —
L’immagine delle bistecche del caffè del Cambio gli pareva il non plus ultra della felicità terrena.
Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni minuto, gli facevano vieppiù afa quel continuo parlare e quel continuo preoccuparsi dei cani, in cui infierivano sua madre e sua sorella. — Guarda, Pinotto! Dear ha un mantello così fino che sembra seta. — Quest’oggi davanti al caffè Fiorio due signori si voltarono per guardare Come te. — Ah! Se volessimo vendere Roma, ci darebbero per lo meno novanta lire! Quante contesse la vorrebbero questa brutta leccapiatti! — Anzi la comprerebbero gli inglesi, la comprerebbero!...
A tutto questo mare di fastidio diede il trabocco un avvenimento da gazzettino della città.
XI.
In tutto il vicinato per cagione dei disturbi di quel popolo di bestie, la signora Placida e la damigella Carolina erano molto mal vedute, anzi erano chiamate addirittura l’una la Madre e l’altra la Sorella dei Cani. Sola a trattare con gentilezza officiosa verso le medesime era Ortensia la verdurera, che abitava una soffitta al disopra della famiglia Panezio. Essa, quando le incontrava per la scala o sul pianerottolo, si fermava rispettosamente per dar loro il passo e non risparmiava mai i suoi complimenti alla madre, alla figliuola e alla tribù dei cani; anzi una volta diede persino una crosta di formaggio a Come te.
L’Ortensia aveva la faccia rosata ed i capelli grigi, ed era un donnone membruto, pesante e quasi emisferico, come ha tutti i diritti di essere una vecchia erbajuola.
Ebbene, una mattina la grossa Ortensia usciva dalla sua soffitta, mentre Come te, ancora tutto sonnacchioso, uscendo dal suo rastrello, andò a cucciarsi sotto il primo gradino del quarto piano, e lì se ne stette acciambellato e immobile, come un biscione, che facesse la siesta dopo essersi imbottito di un uccellino. Intanto l’erbajuola discendeva gravemente e fatalmente le sue scale. All’approssimarsi del rumore di quelle pedate elefantesche, il malaugurato Come te non pensò punto di muoversi; ma dondolava poltronescamente la testa quasi per cacciare la dormiveglia, che gli si era appiccicata addosso.
Quaicc!...
Ad Ortensia venne il fulmineo raccapriccio di avere schiacciato qualche lordura molle, se non che uno strillo di bestia, che vuol mordere e spira, la fece avvertita di avere sfracellato il povero Come te, il quale pareva addirittura squagliato e attaccato al pavimento come un sacchetto di songia. Staccatolo dalla lastra e levatolo per uno zampino, ancora caldo, la vecchia avrebbe voluto risuscitarlo medicandolo con la sciliva; quando si spalanca il rastrello e si annunzia con una sonora rastrellata la signora Placida.
Vedere quello spettacolo, inveire come un’ossessa, arrotarsi come un’asina, poi rivoltarsi come una vipera e vibrare una enorme ceffata sulle guancie rosate di Ortensia, fu tutt’uno. Questa, che tutta mortificata, con il cadavere di Come te penzolante da due dita, era disposta a domandarle scusa, — a quell’assalto divampò in tutta la sua escandescenza di erbajuola, lanciò il defunto Come te fra i piedi della signora Placida, e piantò due pugni sui galloni in minaccia formidabile. — Madama! Ah, Madama delle mie prime ciabatte! (Le erbajuole, anche quando si prendono per i capelli non trascurano di darsi della madama e lo pretendono per sè stesse) — .... Madama del latte d’oca e dell’anticristo!... Le mani addosso a me, le mani addosso a me, che non ho paura nemmeno di un reggimento di dragoni! A me che sono un trono di Dio! A me, che le rompo i denti, anche fosse un croato, se non avessi paura di sporcarmi.... A me, che sono capace di mangiarla in un boccone lei e i suoi undicimila cani!... Ah! Cane di un Dio!... —
E s’avventa alla cuffia della signora Placida, la scrolla, la strappa. La Madre dei cani cerca di difendersi dando, come può, delle pugnate sulla schiena grassa di Ortensia, che non patisce quelle piccolezze. I capelli grigi delle due vecchie lucevano come fili di ferro elettrici. Ne seguì una deplorevole colluttazione.
Carolina uscì strillando dal suo cancello e con lei il reggimento dei cani superstiti, che si misero ad abbajare. Tutto il vicinato si agglomerò di su e di giù pella scala, prendendo di mezzo le combattenti.
— Ha ragione Ortensia.
— Ha torto madama!
— Ha torto il padrone di casa, che lascia nidiare tanti cani in questo palazzo, che è sempre stato come si deve.
— Ha torto anche il questore. —
Il barbiere corse a prender un catino d’acqua per ismorzare le due furie.
Patacciumm!
In questo punto comparve sulla scala Pinotto, che veniva di fuori.
— Per carità! Mamma, si rispetti, guardi come è bagnata.... Entri in casa.... Venga con me....
— Anche tu, Pinotto.... Invece di far rispettare tua madre! Ma.... adesso non si può proprio pretendere più nulla nemmeno dai figliuoli. Ah! L’ho sempre detto io, che non c’è più religione. Non si ascoltano più i comandamenti di Dio....
— Per carità, mamma! Mi ascolti.... me. Si rispetti; non istanno bene le piazzate. —
E facendole forza la trascinò in casa.
L’erbajuola, con le spalle fumanti, seguitata da un mormorio di approvazione, risalì verso la sua soffitta, e appena fu nel suo quinto cielo lanciò da basso un’ultima saetta partica: — Madama del mio scaldaletto! (dandosi una patta di dietro). Madre dei cani! —
E la signora Placida di rimando, uscendo di nuovo dal cancello, con il viso inferocito in su: — Madama di due quattrini in aria! Madama dei cavoli marci! —
Gli astanti per una parte e Pinotto dall’altra impedirono ulteriori battibecchi per quel giorno.
Il giorno seguente la signora Placida riceveva una citazione di comparire davanti al Giudice Conciliatore, a fine di essere condannata al pagamento a favore della istante Ortensia Mellario della somma di lire trenta per schiaffo ricevuto; e contemporaneamente la Ortensia Mellario era evocata a comparire alla stessa udienza dello stesso Conciliatore per ivi vedersi condannata al pagamento a favore dell’attrice signora Placida Panezio della proposta somma di lire cento per cane ucciso e varî effetti di vestiario manomessi, il tutto con gli interessi dalla giudiziale domanda, la protesta dei vacati e il favore delle spese.
Da queste citazioni gemelle scaturirono tre lepidissime scene giudiziarie, delle quali si potrebbe trarre moltissimo partito, se le medesime non fossero già state sfruttate alla distesa nelle Rassegne dei tribunali.
La prima scena ebbe luogo prima dell’udienza nell’anticamera del Conciliatore; la seconda davanti il Conciliatore, che, riunite le cause, si dichiarò incompetente per giudicare d’ambedue, nell’una per ragione di materia e nell’altra per ragione di valore; la terza infine, la più violenta di tutte, capitò dopo l’udienza in via delle Finanze; mancomale in tutte e tre il dignitoso appellativo di madama fu sempre accompagnato dagli epiteti meno lusinghieri e meno parlamentari, come si espressero i gazzettinisti. Le due litiganti, dopo le più scandalose madamate, si staccarono più accanite di prima: e pure terminarono il loro diverbio all’unissono, brontolando tutte e due la stessa sentenza votiva, cioè che il cielo fulminasse quella giustizia di Pilato!
XII.
Questo stato di cose canino era oramai insopportabile per Pinotto, il quale, a forza di pensarci su, finì per accettare un’idea luminosa, che gli era apparita nel cervello per suggestione del suo antico compagno di scuola Aurelio Auricola, allora sostituito procuratore non del Re, ma del Causidico Capo Barattini.
Pinotto era maggiore di età, quindi aveva diritto di entrare nel pieno possesso della eredità intestata morendo dismessagli dal fu suo padre, salva la porzione legale di usufrutto materno, e salva la legittima del sesto spettante a sua sorella secondo il Codice Albertino, sotto il cui impero il de cujus erasi reso defunto.
Aurelio s’incaricò egli stesso di consultare i notai, gli uffici di registro e le ipoteche, e dopo queste ricerche venne a dirgli che poteva pertoccargli subito in sua parte dispotica una ottantina di migliaia di lire.
Fu un lecchetto irresistibile per Pinotto, interrotto da qualche amarezza di rimorsi preventivi, a dileguare i quali il sostituito procuratore si offerse di fare tutto lui. Infatti, mentre Pinotto andò di nuovo in campagna dall’amico Edoardo, lasciava la sua procura ad Auricola; e questi cominciò a scrivere una lettera gentile alla signora Placida, poi si recò a visitarla personalmente, ma inutilmente; infine concluse: se la signora Placida è dura, con una piccola citazione, la faremo venir tenera.
Appena ricevute le copie, la signora Placida andò su tutte le furie, poi si recò a prendere un consulto da un avvocato classico, non che da un ex-cancelliere, suo conoscente e dal suo confessore teologo avvocato Sturlimandi; e avuta da tutti la risposta, che pur troppo suo figlio era assistito in diritto, sborsò ad Aurelio le ottantamila lire, dicendo però a lui e ripetendo a tutti i conoscenti, ch’essa aveva perduto suo figlio.
Pinotto, avuto nelle mani quel marsupio, cominciò a lasciarne un buono strappo ad Aurelio, dichiarandogli la propria ammirazione, assicurandolo ch’era addirittura un grand’uomo e nominandolo suo ministro di grazia e giustizia; quindi prima di partire da Torino, per isgombrare subito tutti gli scrupoli possibili ed immaginabili dalla nuova strada trionfale, che gli si apriva dinanzi, cominciò con una solenne birboneria. Invitò tutti i suoi numerosi amici e con maggior contentezza e preferenza di cuore i nemici ad un’orgia, come diceva testualmente il biglietto d’invito.
Intervennero alla medesima, oltre moltissimi giovanotti, alcuni personaggi maturi e rispettabili, e trovarono alcune giovani persone di sesso diverso, vestite con molto sfarzo ed eleganza, ma molto meno rispettabili dei predetti.
Venne invitato anche Aurelio Auricola, a cui non pareva vero di dover pigliare parte a quel finimondo di baldoria, egli che non aveva ancora mai speso più di 15 centesimi in un colpo per i suoi minuti piaceri e che un sigaro da un soldo lo faceva durare per un’intiera settimana, usando spegnerlo dopo due o tre boccate e quindi avvilupparlo in un cartoccio di gazzetta o in una scatoletta di lamiera vuota di fiammiferi.
Aurelio intervenne con un vestito da sacrestano e con un cilindro ammaccato da fiaccherajo, che furono il tema di parecchie risate in tutta la notte.
Alle due del mattino, Pinotto, tenendo un mantile sulle spalle, come fosse un manto, reggendo tragicamente un candeliere con una mano e portando un inaffiatojo in testa, declamava il monologo di Amleto: Essere o non essere.
Una di quelle signore pochissimo rispettabili si proponeva di andare al Veglione dello Scribe a cavallo di un asino. Parecchi invitati di ambo i sessi ballavano sotto la tavola.
Un avvocatino, supino per terra e con un imbuto in bocca, si faceva versare dentro del vino, come lui fosse un bottale. Aurelio guardando attorno, che nessuno lo guardasse, rimpinzava di confetti le lunghe saccocce di dietro dal suo frac da sacrista.
Passata una settimana giusta da quella nottolata, gli invitati, senza sapere l’uno dell’altro, si recarono poi tutti a farsi visitare da un medico famoso e convennero tutti nel giurare che quel birbante di Pinotto lo aveva fatto apposta.... a lasciare loro quel brutto ricordo.
XIII.
Che cosa faccia un giovinotto di ingegno cervellotico, mezzo artista, a ventidue anni, libero di sè, avendo a sua disposizione qualche decina di migliaja di lire, senza un affetto e senza un impegno di famiglia, è presto detto.
Compera intiere biblioteche di libri nuovi: tutta la raccolta del Le Monnier, quelle della Tipografia Editrice Lombarda, tutti i Barbera e la cassetta dei Barberini, tutte le fodere rosse del Silvestri, tutti i classici latini pubblicati dal Boucheron, tutti gli Economisti di Pomba e tutta l’edizione definitiva delle opere di Balzac. Gli sembra di dovere nello spazio di due minuti secondi sprofondarsi in tutti gli abissi della scienza e poi sbadiglia, tagliando i fogli a qualche fascicolo.
Si diverte a far correre una rozza da nolo, come fosse un cavallo da corsa conquistatore di bandiere; gongola dei suoi affanni e delle sue spossatezze come di cose artistiche; e la finisce con una pistolettata per fare un’opera di misericordia, e per godere i tratti scultorii di una morte equestre.
Compera uno struzzo e una bestia feroce per ispaventare gli amici e per imitare Alfonso Karr; e poi vende le sue rarità zoologiche ad un macellajo.
Viaggia di qua e di là senza costrutto.
Affitta al piano nobile un alloggio mobigliato elegantissimamente, da prima ballerina; e poi affitta magari contemporaneamente uno stabbio ad un quinto piano.
Piglia una sedia chiusa al teatro nelle sere preziosissime, in cui c’è la prima rappresentazione di un capolavoro sospetto o in cui recita un artista celebre di passaggio, come Rossi o la Ristori; ed egli, appena sentita la musica di introduzione, che nei teatri di commedia è quasi sempre orribile, esce fuori e lascia il suo seggiolone vuoto, che sembra aspetti qualche principe di Carignano; e non si degna nemmanco di sentire un’acca della nuova produzione o di vedere il naso celebre, che tutti gli altri pigiati, con la lingua fuori dei denti e lo stomaco rotto, anelano d’applaudire.
Egli disprezza tutti: i moscardini come asini e gli studiosi come pezzenti.
Veste come marchesini i figliuoli del portinajo, che prima andavano strappati e scalzi.
È ricevuto, come uno dei primi nel gran mondo, perchè porta le migliaja di lire in palma di mano e le spende con una prodezza e una freddezza da disgradarne Rodschild; ed è ricevuto come uno dei primi nel mondo letterario, perchè egli ha sempre un capolavoro inedito, che nessuno non ha ancora potuto criticare, perchè nessuno non ne ha ancora letto una riga.
Pare che gli passino rasenti le cariche di ministro e di ambasciatore e ch’egli sbadigli loro dietro.
Egli commisera cordialmente i suoi compagni che mettono su studio o accettano un impiego e dice con sicurezza, che nei nostri tempi un giovane d’ingegno non ha più bisogno d’inebetirsi per non morire di fame, perchè ci sono tanti concorsi di cattedre, premi, ecc.
Intanto egli, vedendosi assottigliare velocemente il proprio peculio, pensa vagamente a qualche rinfranco straordinario. Veramente egli non ha ancora tutti i comodi per degnarsi di diventare un grand’uomo; ma pure deve spicciarsi per quella materialità del mangiare bene e del vestire meglio. Il bisogno epicureo di fare il signore vieppiù gli si avvicina; e i grandi posti vieppiù si allontanano da lui, si allontanano....
Ma, neppure vedendosi crescere la marea delle necessità, egli non sa adattarsi a disegni modesti.
XIV.
Pinotto ritornò presto a Torino.
Quivi un giorno, andando a passeggio con l’amico Edoardo il quale gli manifestava il disegno di diventare uno dei primi avvocati in una città di provincia, egli lo condusse sopra un colle, come fece il diavolo con Gesù Cristo, e gli disse: — Tu tiri di conquistar Verona o Vercelli, ma io appena mi accontento di conquistare il mondo. —
Ciò detto, si calzò due guanti di color grigio perlato, a doppia cucitura e a doppia bottoniera, e si diede una stiratina ai baffi, quasi ciò gli bastasse per prendere il genere umano di sottogamba.
Risoltosi al fine a fare qualche cosa, mandò un suo imparaticcio a una Accademia o a una Giunta incaricata di dare un premio alla migliore commedia o alla migliore monografia sui Giurati o sui Zampognari in Italia. Il premio egli non lo buscò a quel concorso; anzi a tempo debito, il suo manoscritto gli venne restituito indietro ancora intonso, come egli potè materialmente assicurarsi, verificando tuttavia attaccati insieme gli orli di due pagine, che egli aveva appositamente ingommate per conoscere, se i giudici leggevano o non leggevano i lavori, che dovevano giudicare.
Adunque gli accademici non si erano nemmanco degnati di aprire il suo volume; ebbene lo rileggerà egli tante volte, quante bastino alla brama insaziata di un autore inedito. Dio mio! Egli non potè procedere oltre alla prima pagina, perchè quella roba gli faceva venire i crampi allo stomaco. Gli sembrò la prosa più abbominevole, che si fosse mai buttata giù in questo mondo letterario. Allora, come un pazzo furioso, si mise a stracciare il suo lavoro; stracciatolo, lo calpestò; calpestatolo ben bene, ne pose in fuga i laceri pezzettini, anche quelli, che aderivano al pavimento; li scopò via tutti fuori del balcone; e quando li vide mulinare giù per l’aria, li maledisse ancora una volta, sputando loro contro.
Uscito a fare una corsa per la città, voltandosi attorno, gli parve di accorgersi per la prima volta, che a Torino c’erano dei giovani, che studiavano e sapevano qualche cosa e che pubblicavano dei buoni componimenti in italiano e delle rispettabili traduzioni dal greco, dall’inglese e dal tedesco. Ed egli con tutte le sue pretese non sapeva ancora niente di tedesco, poco di inglese e di greco, e pochissimo di italiano. Lo assalse la vergogna e gli sopravvenne la fulminea idea di presentarsi al Circolo Filologico e di inscriversi a tutti i corsi, compreso il siriaco, se c’era, e non escluso il latino per le signore. Così fece; e in poco tempo, riempiendo di coniugazioni i cartolari, destò l’ammirazione nei professori.
Fece di più. In quel tempo, oltre al Circolo Filologico, fioriva in Torino una Società Letteraria, intitolata la Dante Alighieri, la quale si meritò forse qualche cosa di più che le quattro righe di questo racconto. Essa si radunava ogni domenica nell’anfiteatro chimico detto di S. Francesco di Paola e precisamente nello stesso luogo, in cui, quarant’anni prima, il gesuita padre Manera aveva aperto la sua cavallerizza letteraria, alla quale avevano preso parte Angelo Brofferio e Carlo Marenco. Allora il padre maestro baciava gesuiticamente i versi di Dante, prima di spiegarli, e metteva blandamente le mani sulle spalle ai giovani per incoraggiarli. Quarant’anni dopo, oh! non più gesuiti!
Quarant’anni dopo, componevano la Società alcuni giovani liberi come l’aria e freschi come un buon mattino, i quali sentivano la forza irresistibile di fare tosto vedere pubblicamente le loro prodezze letterarie. Essi declamavano senza paura di blandizie lojolesche o di nottate al palazzo Madama, declamavano la loro brava opinione sull’ultimo problema scientifico, sull’ultimo libro, sull’ultima canzonatura, sull’ultima immortalità dell’anima, sull’ultima immortalità della materia o sull’ultima neve caduta. Il loro pubblico erano gli ex-compagni di corso, gli studenti loro immediati successori nell’università o nel liceo, le signorine sorelle o cugine, le signore dilettanti di letteratura e dei grandi processi alla Corte di Assise, professori giubilati, e gli altri abbonati ad ogni spettacolo gratuito.
Una volta all’anno poi essi davano una festa solenne con l’intervento delle autorità municipali, politiche ed accademiche e della musica della Guardia Nazionale, — e per una di queste feste fecero persino coniare una medaglia commemorativa, come quella dei carnevali di Gianduja.
Nella Dante c’era Edoardo, il quale fece presto tutto il possibile per trascinarvi anche l’amico, il neo-filologo Pinotto.
Ma Pinotto era riluttante a entrare in quella Società; perchè, egli diceva, che le società letterarie erano tutte società di mutua ammirazione. Pure in un giorno di festa solenne, per accontentare Edoardo, che vi dava la sua beneficiata, egli pose il piede nella Dante. Ebbene, fu addirittura commosso nel vedere, anche solamente come spettacolo d’una volta all’anno, il Sindaco della Illustrissima Città del Toro, messosi in coda di rondine per la letteratura; nel vedere belle signore e bellissime signorine abbigliate festosamente per la letteratura, e l’incisore Thermignon avere coniata una medaglia per la letteratura, e tutto quel caleidoscopio di pubblico essersi assiepato circolarmente in anfiteatro per la letteratura; in cima al quale pubblico parevano stampati come re da tarocchi due marescialloni dei RR. Carabinieri, invitati da un socio maestro della Cittadella, — con il loro pennacchione nuovo e i loro bottoni e cordoni lucentissimi, anche essi per la letteratura....
Gli vennero poi i battiti al cuore, quando vide farsi innanzi nell’emiciclo, davanti a quel pubblico, l’amico, quasi fratello Edoardo, con gli occhi brillanti di ardimento, con la testa balda e scarmigliata, con la voce potente di metallo giovanile, e sciorinare su quel pubblico un discorsetto ameno e piccante alla Paolo Courier, facendo ridere beatamente i carabinieri e i professori, facendo piangere le signore e le signorine, facendo fremere i giovani bollenti Achilli e facendo saltare sulle sedie i fanatici compagni e ammiratori; — e quando Edoardo ebbe finito lo spéech, sollevarsi una selva di applausi, contra cui non valsero nulla i tromboni della Guardia Nazionale; e il Sindaco e il Rettore dell’Università alzarsi e stringergli la mano....
Pinotto precipitò anche lui sopra Edoardo; e questi gli domandò affannosamente: — Ebbene?
— Mica male.... Ih! acqua, che non macchia.... — gli rispose ridendo, e poi gli diede lo scoppio di un bacio, come il più franco conforto ed elogio di amico e di fratello.
Quello spettacolo di godimento letterario e di amicizia fraterna tirò definitivamente Pinotto nella Dante.
Quei giovani soci erano quasi tutti fatti alla buona e senza verun sussiego, quantunque molti di loro fossero prossimi a divenire o già fossero bravi e rinomati ingegneri, o medici, od avvocati, dottori di collegio, o professori di Università o di Liceo, consiglieri comunali o provinciali, capitani di cavalleria o di guardia nazionale. Benchè poi si radunassero in sedute letterarie, essi non pensavano mai, anzi non sospettavano neppure di essere accademici; tanto che un giorno, avendo un egregio letterato maturo mescolatosi con loro, detto: l’accademia non è in numero, risero tutti sotto i baffi, che avevano o non avevano.
Essi pensavano proprio soltanto a sfogare i loro umori letterari, arricchendosi e rimpolpandosi intellettualmente nel commercio disinteressato dei compagni e massime del pubblico; amavano proprio di cuore l’arte per l’arte; quindi davano magnificamente nel genio artistico, zingaresco, spigliatissimo di Pinotto; e si incontravano con il suo baco fanciullesco di letteratura inedita. Perciò egli non ebbe veruna difficoltà a divenire in poco tempo tutta cosa della Dante.
XV.
Anzi, egli potè riuscire presto il carattere più spiccato di quella baraonda letteraria, che fu poi scherzosamente chiamata la Giovane letteratura torinese.
Egli però non disse mai una parola nelle sedute pubbliche della Società e ciò per la sua ripugnanza superbissima verso il pubblico; ma, per così dire, lavorò molto negli uffici; e di niun altro era tenuto di conto il giudizio quanto di lui; tanto erano lucidi, taglienti, diamantini i suoi concetti. Parecchi principianti d’allora, di cui adesso si comprano i romanzi come il pane e si applaudiscono le commedie, come trionfi, partivano dalle parti più discoste della città per recarsi a leggergli i loro lavori.
La sua cameretta soprastante al giardino del Valentino, divenne un vero nido di astore letterario. Era piena di aria, di luce, di frescura, di paesaggio. Aveva tutti gli emblemi della scapigliatura artistica; batterie di bottiglie dal collo inargentato o dorato, che mandavano nimbi e fosforescenze; sfilate di volumi eleganti sul camino, sul davanzale della finestra, per terra.
Il banco del giovane posava le sue quattro gambe sui quattro volumi dei satirici italiani. Egli intronizzato nella sua seggiola, sembrava Heine, sembrava Lucifero.
Abbatteva un uomo, un lavoro con una stretta di mano, con un elogio o con un’arguzia.
Un giorno Edoardo, il quale studiava di proposito i codici e frequentava assiduamente uno studio celebre di avvocato, facendo tutti i giorni una difesa gratuita al Tribunale Militare o a quello Correzionale, gli lesse un suo lavoro letterario sopra Ugo Foscolo.
Pinotto, dopo averlo sentito attentamente, pur fabbricando delle spagnolette, — gli disse sul serio: — Bravo! Mi rallegro.... Tu cominci a diventar asino. Ciò mi fa piacere, perchè ti farà del bene per la tua carriera e pei tuoi figli, quando ne avrai.... —
Al solito suo genio della beffa egli aveva unito un nuovissimo entusiasmo artistico; pareva si movesse alla conquista dell’arte con un lusso asiatico.
Per riuscire artista, egli soleva ripetere: bisogna anzitutto conoscere la vita reale; — e la società egli seguitava a conoscerla largamente, intensamente, lui sempre piacente, bizzarro, spiritoso, spenditore, — che danzava e cavalcava benissimo, lui, quando lo voleva, attillato, cesellato, irreprensibile in guanti, speroni e frustino.
Poi soggiungeva: bisogna conoscere la vita ideale. Ed egli conobbe singolarmente le letterature classiche, e si fece presentare a quelle forestiere e alla scienza; tanto che si trovavano mescolati ed aperti sul suo tavolo Bastiat, Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, Shakespeare, Thiers, Aristofane, Mazzini, D’Azeglio, Augier, Giusti, Moleschott, Plauto, Darwin e Schiller.
Dopo essersi arroventato con Vittor Hugo, egli era capacissimo di pigliare una doccia ghiacciata nelle commedie di Gian Maria Cecchi.
Studiava giorno e notte in letture faticosissime. Le sue occhiaje nere e le sue palpebre orlate di rosso accusavano veglie straordinarie. Per rinvigorirsi fisicamente e intellettualmente, mise due assicelle sul materasso del letto.
Volle anche combinare l’eroismo con l’arte. Fece la campagna dei Vosgi, battendosi molto bene. Partì per la guerra, senza dir niente a nessuno, e ritornato non sofferse mai che glie ne parlassero. Solo un giorno discorrendo di soldati mobilotti in un pantano, li descrisse come si fosse trattato di anitre selvatiche o di beccaccini.
Oltre a ciò prese a dilettarsi di musica, ricavando nervosamente armonie sul pianoforte, e si sbizzarrì in nuovi viaggi scomparendo dalla tribù degli amici, senza lasciar loro il proprio ricapito.
Le sue elemosine divennero sempre più da cardinal Borromeo.
Così rinfrancandosi d’ingegno, di lavoro, di buona volontà, di studi, di vedute e di salute fisica e morale, egli lavorò secretamente intorno a un suo romanzo, di cui gli amici odoravano meraviglie.
Un fratello ne parlò alla sorella, la sorella a tutte le amiche del collegio; queste al direttore spirituale; il direttore spirituale all’economo, l’economo al negoziante, gli altri parenti agli amici, gli altri amici ai parenti, ecc., ecc. Fatto sta ed è, che poco per volta si diffuse per Torino, quasi direi, una irradiazione del nome di Giuseppe Panezio, e una calorosa aspettazione del suo capolavoro.
Edoardo, che più degli altri era dentro alle secrete cose di Pinotto, ebbe la singolare ventura di adocchiare l’epigrafe tolta a Coppée, che stava sul manoscritto del celebre romanzo in erba:
Pauvre mère! Pardonne-moi
Et d’être malade et d’écrire.
Ne fu commosso, e non si potè rattenere dal correre dalla signora Placida e dirle affannosamente, che richiamasse tosto suo figlio per dargli un bacio, perchè Pinotto si faceva onore nella Dante Alighieri, si faceva onore presso tutti gli amici letterati, si sarebbe fatto onore nel mondo e sarebbe divenuto sicuramente un grand’uomo per tutti e un grande figliuolo per lei.
La Madre dei cani a tutta quella lirica di amicizia rispose molto prosaicamente: — Ah! la Dante Alighieri! la Dante Alighieri! Ecco quella che rovina i figli di famiglia.... la Dante non da.... del pane (in musica). —
Il bisticcio materno della Dante che non dava, riferito da Edoardo a qualche amico, e da costui ad un’altro pervenne eziandio alle orecchie di Pinotto, che partì incontanente da Torino.
Si diceva che egli era ritornato in Toscana per rinforzarsi vieppiù nell’uso del linguaggio schietto e vivo di quella gente benedetta.
Invece, altro che Toscana! — Di lì a poco tempo si sparse la voce dapprima vaga e poi certa che quel giovane, il quale sembrava marciare verso un avvenire di una saldezza adamantina, avea per lo contrario liquefatte quasi intieramente le sue sostanze nella sua preparazione artistica, si era tuffato nel commercio a Genova e poi era partito per l’America.
XVI.
In effetto, parecchi mesi dopo, Pinotto ritornò dall’America tranquillo, come se tornasse da Cavoretto, raccontando di aver fatto l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aver portato con le sue braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino e accordato pianoforti a Buenos Ayres; e nel ritorno essersi pubblicato inutilmente disponibile sulle tabelle della Borsa a Marsiglia. Aggiungeva allegramente avere ottenuto dalla cortesia di un macchinista il favore di abbruciare i suoi manoscritti letterari, i suoi lunghi studi nel fornello di una locomotiva a vapore.
D’allora in poi egli vagolò in campagna, a Torino, a Genova e a Firenze.
Però fino a quel tempo la sua fierezza artistica non aveva dovuto piegarsi per domandare mercè a chicchessia. E poteva tuttavia farne senza.
Imperocchè, quando aveva ricevuto le ottantamila lire in un picchio, egli ne aveva investito qua e là bizzarramente alcune parti; per esempio 10 lire in una cassa di risparmio; 200 in un’altra; magari soltanto una lira in una terza, tanto per incomodare un impiegato a scrivergli il libretto; 100 lire in conto corrente al Banco Sconto e Sete; 500 lire in una azione della Banca Indo-Germanica; 5000 in rendita turca, ecc.
Ora razzolando negli angoli del baule, gli fiorivano tra le mani quei titoli provvidenziali, e gli fecero buon prò anche quelli rinviliti dell’ottanta e più per cento.
Infatti un’azione dell’Indo-Germanica fu sufficiente a pagargli le uova per un giorno intiero e una cartella del prestito turco bastò a procurargli gli zolfini; onde egli coniò il proverbio meglio serbar in turco, che sprecare in italiano.
Ma questi rinfranchi gli si andavano terribilmente assottigliando di giorno in giorno. Onde, molte volte, seduto al tavolino marmoreo di un caffè, davanti a due uova affrittellate miseramente le quali scoppiettavano schizzi rabbiosi per carestia di burro e si attaccavano tenacemente abbrustolite al fondo del tegame, molte volte egli esclamò, mezzo liricamente e mezzo elegiacamente: — vorrei che queste due uova mi durassero una eternità! — E volgendo gli occhi in su ne gustava il sapore, in modo da impietosire chicchessia ad eccezione di lui.
Molte volte egli, che nei suoi tempi felici aveva esibito agli altri il suo portamonete a chius’occhi, con quella noncuranza cortese e signorile, che non hanno nemmeno i milionari, quando offrono l’astuccio dei sigari, — si trovò coartato a scomporre mentalmente un soldo e a destinarne le preziose particole nel suo specchietto giornaliero: tanti centesimi per i fiammiferi e tanti per la pattona.
XVII.
Egli prediligeva il soggiorno di Firenze per la compagnia dei fratelli della Misericordia, la cui instituzione egli da un pezzo considerava come un capitale, che avesse nello scrigno, in mancanza del capitale assistenza materna.
Ma, per fare maggiore economia, abbandonò Firenze e andò a stabilirsi in una piccolissima città di provincia, dove era affatto sconosciuto. Quivi si diede addirittura alla dieta dei grandi uomini in erba: pane, acqua e formaggio; e cominciò un nuovo romanzo, rifusione più netta e più grandiosa del primo. Così viveva assai strettamente, ma serenamente, quando un giorno egli cascò ammalato.
Era una grave malattia di peccati vecchi, penitenza nuova; per cui fu portato allo Spedale; e poco mancò non gli si dovesse amputare una gamba. Tre dottori stavano per l’operazione; uno solo contro e vinse. L’averlo potuto guarire, salvandogli quell’estremità combattuta, fu una vera gloria per il medico, che glie l’aveva difesa a viso aperto; onde la storia clinica del caso interessante venne narrata distesamente nel Morgagni, rinomata Rivista di Medicina e Chirurgia, adoperandosi mancomale le sole iniziali dell’ammalato.
In questo frattempo Pinotto, avendo fatto scrivere dal medico, suo Farinata ed istoriografo, avendo fatto scrivere a casa, che egli era all’Ospedale, si teneva sicuro che sua madre e sua sorella sarebbero venute a trovarlo; anzi si rammaricava acerbamente per aver potuto un sol giorno preferire nel proprio cuore la Misericordia di Firenze alla sua famiglia. Invece esse si fecero vive, ma non già rispondendo al dottore; bensì fecero scrivere dal Teologo al cappellano dell’Ospedale, raccomandandogli vivamente Pinotto, però esclusivamente per le cose dell’anima. Del resto esse accusavano un raffreddore; per il quale non potevano muoversi. Nè mandarono verun soccorso.
È facile il capire, come questa razza di sollecitudine per parte della madre e della sorella, facesse digrignare a Pinotto non solo i denti, ma l’anima.
Egli uscì dall’Ospedale con un appetito da convalescente, ed entrò in un caffè. Ora, per combinazione, la prima cosa che lo colpì, fu, a farlo apposta, la vista di una vecchia signora, rassomigliante un po’ a sua madre, che dava a leccare sucidamente lo scodellino alla sua cagnetta. Ciò fini per rovinargli completamente ogni programma di economia e di buona condotta, se aveva bisogno ancora che questo gli fosse rovinato.
— Dio santo! — egli esclamò: — Ci sono tanti e poi tanti poveri cristiani, che non prendono mai e poi mai il caffè.... Ci sono degli ammalati che ne mancano.... Io stesso, prima di andare all’Ospedale, sono stato cinque mesi senza assaggiare più il caffè, io.... io.... chè pure mi piace tanto; e credo di avere maggiori diritti di un Glafir qualsiasi, ai godimenti del mondo.
Ebbene! allora gli parve di avere il diritto preciso, sovrano, fulmineo, incontrastabile, e imperscrittibile di esigere dalla Società ogni giorno una costoletta pepata, una caciuolata con i tartufi, e una bottiglietta di barolo per colazione, con l’intiera bottiglia per il pranzo oltre al caffè e sopracaffè a semplice richiesta. Quindi, forte del suo diritto, si mise a spedire lettere circolari, che domandavano cento lire in prestito ai membri, che per lui rappresentavano la società sua debitrice, cioè ai suoi parenti ricchi e ai suoi compagni d’ozio, di crapula o di letteratura edita ed inedita. Non gli passò nemmanco per la mente di rivolgersi a sua madre, perchè la riteneva cosa inutile dopo il contegno da lei tenuto in occasione della sua malattia all’Ospedale.
XVIII.
Uno degli zii gli rispose, che in seguito alle inondazioni del Po gli erano caduti 3 mulini, per cui doveva farli rifabbricare ed era dolentissimo di non poterlo sovvenire di un centesimo. Un altro zio incominciava la lettera con mille imprecazioni contro al governo; diceva che i bachi da seta erano andati male, la canapa malissimo e che ciò nonostante quegli asini, mangioni ed assassini di ministri, lo costringevano ad anticipare la imposta fondiaria, per cui era egli stesso nella necessità di ricorrere al credito.
Un cugino gli rispose: «Se tu mi avessi scritto un giorno prima, non cento lire, ma te ne avrei mandate mille; imperocchè tenevo disponibile un capitale di diecimila lire, di cui ti avrei volentierissimo accomodato. Ma stufo di tenere quella piccola somma oziosa, non potei resistere alla tentazione di investirla nella compera di una casetta; un cattivo contratto, mio caro cugino! Pensa: diecimila lire in contanti nel rogito, e poi altre 10 mila da sborsare fra tre anni.... E poi gli emolumenti del notajo e del Registro, senza contare le riparazioni ordinarie e straordinarie e la tassa sui fabbricati.... Caro Giuseppe, ti assicuro che ho le mani nei capelli, tanto sono imbrogliato. Oh quanto avrei avuto più caro di prestare tutte a te le diecimila lire!... Ah, perchè non mi hai scritto prima? Perchè?...»
Gli amici gli risposero niente, ad eccezione di Edoardo e di Aurelio Auricola.
Il primo, avendo guadagnato cento lire in un concorso pubblicato da un giornale giuridico, ne mandò cinquanta a Pinotto, pensando semplicemente che era meglio darle a un amico, che ad un’amica.
Il secondo gli mandò una lettera untuosa, scritta sopra un mezzo foglio spiegazzato dentro una busta storta, di quelle che fabbricava lui con gli antichi atti dell’ufficio. Il machione aveva preteso fare dello spirito. Infatti cominciava con tanto di Sire! ricordava al Sovrano la propria nomina a suo Ministro di Grazia e Giustizia, quindi veniva con fede degli opportuni ricapiti a supplicare la Maestà Sua a voler avere ad ogni cosa l’opportuno riguardo; onde conchiudeva, che se il monarca, dato evacuo a tutti gli incumbenti che del caso, non poteva prestare a lui ministro Guardasigilli la cauzione per mettere su un ufficio nuovo, gli mandasse per lo meno duecento lire, come voleva la Grazia e non ricusava Giustizia, acciocchè egli potesse vestirsi bene e così ottenere finalmente la desiata mano della figliuola unica del suo principale Barattini, facile apportatrice della desiatissima procura in suo capo.
Sopra queste risposte e non risposte Pinotto fece le seguenti considerazioni filosofiche: — Belle combinazioni! I fiumi straripano, i bachi da seta e la canapa intristiscono, il Governo pretende l’anticipazione delle imposte, un cugino si rovina con uno scellerato carrozzino, gli amici perdono l’uso della parola, o falliscono del cinquanta per cento, o peggio ancora i cretini imparano a fare dello spirito chiedendo il doppio di ciò che devono dare, tutto questo per impedire a me Giuseppe Panezio la possibilità, che hanno tutti gli straccioni di raggranellare la somma di cento lire rotonde. —
Quindi conchiuse: — La carta non diventa rossa, ma la epidermide della faccia umana, sì! Il silenzio è d’oro; ma la parola è di diamante. Andrò io a prendere di fronte questi parenti delle inondazioni e questi amici mutoli, a cui regalerò un francobollo per vergognarli di non avermi risposto. E vorrò vedere, se a quattr’occhi oseranno negarmi qualche miserabile biglietto di banca. Voglio vedere, se potranno dirmi di no, quelli specialmente che mi hanno aiutato a mangiare migliaja di lire in cene, sovvenzioni, sigari, et reliqua!... Voglio vederli a dirmi di no! —
XIX.
Piombò, come un agente fiscale, fra lo stuolo degli amici e dei parenti, e fece un abbondante bottino, però rilevando questo. La gente più lo credeva tuttavia ricco e capace di dare mance vistose alle serve, più gli dava volontieri da pranzo, restando persino di buon umore, se egli, uso alle taverne e senza veruna scuola di famiglia, faceva scricchiolare maledettamente le sedie e minacciava di romperle ad ogni movimento. Ma, come si accorgevano, che egli aveva veramente bisogno di soccorso, tutti si imbrunivano e si inacidivano a vederlo comparire, e lo mortificavano con avvertimenti e con certe facce da Ebreo Errante, appena avessero dovuto dargli semplicemente da sedere.
Egli segnò queste ed altre osservazioni sopra un taccuino, come materiali di un altro suo capolavoro, destinato a non essere mai pubblicato e intitolato: Al Verde!
Dapprima egli accettava i soccorsi e l’ospitalità altrui con franchezza, perchè egli era sicuro di diventare, quando che fosse, un milionario, un milionario, che avrebbe ammazzato i suoi pitocchi soccorritori con una profusione di doni e avrebbe restituito con pranzi all’albergo Trombetta le braciòle casalinghe, che egli aveva mangiato nelle famiglie altrui. Poi cominciò a pesargli il sospetto di essere tenuto per uno scroccone, per un cavaliere del dente; in quei momenti i denari degli amici gli bruciavano le mani, e gli facevano salire le vampe alla faccia. Infine con il vigore del suo cervello sviato, riuscì persino ad addomesticarsi baldamente a quella vita.
Un amico era tassato da lui per il caffè, un altro per i sigari, altri per altro; ed egli viveva completamente alle spalle del prossimo, come se fosse stato il Governo.
Ma un giorno, nell’avvicinarsi della fredda stagione, quando ricevette da Edoardo un pastrano usato, divenne di nuovo superbo e vergognosissimo, e disse amaramente a sè stesso: — Sono proprio un accattone! — Però riprese subito nella vigoria del suo animo: — Sono un accattone, ma mi infischio di tutti. —
E andò da due altri suoi amici a domandare a ciascuno di loro il pastrano usato; così avutine tre, scappò a venderli nel Ghetto, per comperarsene uno nuovo da Bocconi.
Intanto, per cessare quello stato di cose, cercava un impiego quale si fosse e non lo trovava. Vedeva che riuscivano ad occuparsi vantaggiosamente ufficiali e bassi ufficiali smessi, cantanti, commedianti e suggeritori, i quali avevano perduto la voce, nobili spiantati e stangati d’ogni estrazione e che ne erano pieni i ministeri, i licei, e le fabbriche di bottoni e di zolfanelli; solo egli non poteva scovare alcun posticino per sè. Tutti si schermivano dall’aiutarlo, chi perchè si fidava poco della sua testa bizzarra, chi perchè non osava metterlo in un ufficio troppo misero, e chi perchè sentiva quella tendenza naturale di dare il tratto a chi rotola in giù.
Questi gli diceva: — Ah, se fosse ancora vivo il commendatore Caramella! Egli era un uomo veramente dalle braccia lunghe, e per far piacere a me e a mia moglie avrebbe fatto nominare vicario generale della diocesi anche il vescovo dei frammassoni.... Ma quel degno galantuomo, ah! proprio di quelli di una volta, ora non è più. Mi rincresce, mi rincresce, caro mio, di non poterle essere utile presentemente.... Ma, se fosse vivo il commendatore Caramella.... avrebbe visto.... —
Quegli gli rispondeva: — Peccato non ci sia più quella cara madama Storione! Vieni qui, Enrichetta.... Puoi dirlo tu, mia cara figlia, se quella buona signora non poteva quello che voleva. Ah! quanti emigrati abbiamo fatto impiegare da lei! Era così buona e ci voleva tanto bene.... Ma ora quella brava signora anche essa se n’è andata.... Fanno tutte così le persone che sono utili al mondo e rimangono solo i bisognosi.... Ah! buon signore, peccato che non ci sia più quella cara nostra madama Storione! Ah! Madama Storione non faceva anticamera da nessun ministro, oh no! no! —
Un terzo lo assicurava che avrebbe fatto moltissimo per lui, se non fosse caduto il gabinetto antecedente.
Insomma il povero Pinotto era suffragato da una legione di condizionali, di defunti o di cascati, e non era punto aiutato nei bisogni presenti della sua vita.
Spinto dalla rabbia di questi smacchi, egli un giorno assaltò da sè stesso per via un commendatore francese, gran sopracciò delle strade ferrate, e gli disse: — Sono il tal dei tali, sono mezzo ingegnere, ho mangiato ottantamila lire in pochi anni; ho conosciuto le signore più belle ed eleganti della città, ed ora le domando un posto da guardiasale in una delle tante sue stazioni. —
Il commendatore lo licenziò frettolosamente, sospettando di essere stato abbordato da un borsajuolo o da un suicida futuro prossimo, e lo invitò a recarsi l’indomani nel suo ufficio.
Portatosi puntualmente l’indomani alla Direzione delle ferrovie, egli non ottenne di poter parlare col commendatore; ma parlò con un vice-sostituto sottosegretario del medesimo, il quale gli mise sul naso un paio d’occhiali spessi come due fette di salame. Pinotto ci vedeva dentro come in un nebbione e non altrimenti che per pelle talpe; quindi fu licenziato quale inabile per vista corta.
XX.
Sconfitto da tutte le parti, non conoscendo più altro rifugio, egli finalmente accondiscese alle istanze di Edoardo, che da più mesi lo sollecitava a presentarsi da sua madre. Bisogna dire che egli salì gli scalini materni, più per togliersi ogni appicco di biasimo davanti all’amico, che per fondata speranza di riuscire nell’intento.
Fu breve e secco il colloquio fra madre e figlio. La signora Placida diede un piccolo soprassalto, quando si vide dinanzi il suo Pinotto, ma poi si rattenne e assunse il contegno più dignitoso, che possa assumere una madama borghese, quando voglia dare una lezione di civiltà a una odiata amica.
Lo condusse nella sala di ricevimento, e senza accennargli che si sedesse, gli domandò: — Ebbene, che cosa si vuole da me? —
In quel punto fecero per entrare Carolina e i cani, ma la signora Placida ordinò loro di ritornare premurosamente indietro, quasi essi non dovessero onorare di loro presenza quel discolo. Quindi ripigliò: — Ebbene che cosa si vuole da me?