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BIBLIOTECA RARA
PUBBLICATA DA G. DAELLI
VOL. XL.
LA STREGA
TIP. REDAELLI
Proprietà letteraria G. DAELLI e C.
LA STREGA OVVERO DEGLI INGANNI DE' DEMONI
DIALOGO
di
GIOVAN FRANCESCO PICO DELLA MIRANDOLA
tradotto in lingua toscana da TURINO TURINI
MILANO
G. DAELLI e C., EDITORI
M. DCCC. LXIV.
AVVERTENZA DELL'EDITORE
Giulio Michelet scrisse la leggenda della Strega, leggenda più meravigliosa ed attraente che le stupide storie estorte coi tormenti dalle imaginazioni inferme di povere donne in delirio. Col suo profondo sapere del medio evo, il grande storico mostrò come il diavolo fosse il necessario consolatore nelle dolenti tenebre di quell'età; come insegnasse segreti e rivelasse semi di futura scienza; come perseguitato dai signori e dai preti, contr'alla cui tirannide non era invocato invano, il diavolo diventasse uno spirito di Dio, quando serviva alla corruzione od alla avarizia sacerdotale. Così gl'idoli, nei primi tempi della nova fede, furono ai preti or diavoli or santi, secondo che loro tornava. Non si può leggere senza pietà quello strazio di anime più assetate di conforti, più avide d'idealità, che veramente colpevoli.
Il Michelet profonde le testimonianze non meno della scelleraggine che della stupidità inquisitoriale. Il Malleus di Sprenger è l'Iliade della stregheria. Tutte le luride fantasie della ignoranza popolare, e tutte le imposture della catalessia claustrale vi andarono a metter capo. Mancava però nel Michelet la testimonianza di un filosofo, di un principe, di un uomo di stato, di un letterato che rannettesse le sciocchezze della credulità moderna alle favole della credulità antica, che velasse di bello stile e di reminiscenze classiche gl'instrumenti di supplizio che adornano le sale del sant'Ufizio. Questo filosofo, letterato, statista lo presentiamo noi ai lettori nella persona di Giovan Francesco Pico della Mirandola, che tra l'infinite sue opere, non essendo vero che tenesse mano a far monete false, volle pure inserire questa falsa moneta della Strega, con l'impronta e il colore della buona antichità.
«Giovanfrancesco Pico dalla Mirandola, figlio di Galeotto fratello di Giovan Pico, era nato, dice il Tiraboschi, nel 1470. Attese agli studj in Ferrara, dove di molto aiuto dovette essergli l'assistenza e l'esempio del suo zio Giovanni, che ivi fece lungo soggiorno. Dopo la morte del suddetto Galeotto fratel di Giovanni, che accadde nel 1499, Gianfrancesco gli succedette nel dominio della Mirandola. Ma Lodovico di lui fratello pretendeva di aver diritto a quel principato, ed egli avea un forte sostegno in Francesca sua moglie, figlia del famoso Gianiacopo Trivulzi, generale allora dell'armi di Francia. Unitosi dunque con Federigo suo fratello, e aiutato da Ercole I, duca di Ferrara, e dal suddetto Trivulzi, nel 1502, costrinse colle armi Gianfrancesco ad uscire dalla Mirandola. Il conte Lodovico fu ucciso in guerra nel 1509; ma Francesca insieme co' suoi figli si tenne ferma in quel luogo fino al 1511, quando il bellicoso Giulio II, stretta personalmente d'assedio la Mirandola, ed entratovi per la breccia, ne restituì il dominio al conte Gianfrancesco. Ma poco tempo ei lo tenne; che l'anno stesso vi rientrò co' suoi francesi il Trivulzi, e Gianfrancesco di nuovo fu costretto ad uscirne. La decadenza dell'armi francesi in Italia gli fece riavere due anni appresso il due volte perduto dominio, e per mezzo del vescovo di Gurck, ministro di Cesare, si stabilì un amichevole accomodamento tra' due contrari partiti. La pace tra essi però non fu di lunga durata. Nella notte dei 15 di ottobre del 1533, Galeotto nipote di Lodovico, seguito da quaranta uomini, sorpresa la Mirandola, ed entrato a mano armata nelle stanze di Gianfrancesco, che udito lo strepito, e sapendo ciò che avea a temere, erasi gittato ginocchioni innanzi a un Crocefisso, a lui e ad Alberto, uno de' figliuoli di esso fece barbaramente troncar il capo e chiuderne in prigione la moglie e Paolo, l'ultimo de' figliuoli.»
Del valore filosofico del nostro Giovan Francesco, in raffronto al suo glorioso zio, udiamo il giudizio degli autori del Dictionnaire Philosophique (Paris, Hachette 1844-52).
. . . Il inclina encore davantage au mysticisme biblique, et s'éloigna d'autant de la philosophie ancienne, de la Kabbale et même de la scholastique. La Bible est à ses yeux la vraie, l'unique source de toute doctrine supérieure; seulement il admet une lumière interne qui en éclaire la lettre, mais qui l'éclaire si activement, que, sous son influence, l'esprit peut demeurer passif.
Ses oeuvres unies à celles du son oncle, ont été publiées à Bâle en 1573 et 1601, en 2 vol. in fol.
On y distingue le traité De studio divinæ sapientiæ, que Buddeus a récommandé à la jeunesse studieuse par une édition spéciale (in-8, Halle, 1702).
_Les neuf livres De prænotionibus, imités du traité de son oncle contre l'astrologie, combattent également cette vaine science._
_Les six livres intitulés Examen doctrinæ vanitatis gentilium, sont dirigés contre Aristote en faveur de Platon, dont l'auteur n'admet pas, cependant, toutes les idées fondamentales._
Lo stesso Pico ha parlato delle sue opere in una lettera latina a Lilio Gregorio Giraldi, parente ed amico del nostro Giraldi Cintio, che ci parve bene riprodurre, così perchè porge un'idea dello scrittore, come perchè, citata da tutti, non è riportata da nessuno, e chi voglia leggerla, dee cercarla nel grosso volume dell'edizione di Basilea.
Dell'opera che noi ristampiamo, ecco le notizie bibliografiche che dà il Tiraboschi nella sua Biblioteca Modenese, T. 4, p. 117-8.
«Dialogus in tres libros divisus, cujus titulus est STRIX, sive de Ludificatione Daemonum: ejusdem ad Leonem X de reformandis moribus Oratio; ejusdem pro asserendis a calumnia libris Dionysii Areopagitae Epistola: ejusdem ad excitandum genus humanum a vitae hujus somno ad futurae vigiliam, Carmen, 1523, in-4. Senza data di luogo e di stampatore: edizione citata nel catalogo della biblioteca del re di Francia, e che è probabilmente la stessa che quella fatta in Bologna, lo stesso anno 1523, da Girolamo de' Benedetti. La prima di queste operette fu l'anno seguente tradotta in lingua italiana dal celebre fra Leandro Alberti, domenicano, e stampata col titolo: Libro detto Strega o delle Illusioni del Demonio. In Bologna per maestro Geronimo de' Benedetti, 1524, in-4. Evvi innanzi una breve Prefazione del traduttore, e poscia la dedica da esso fatta alla molto illustre signora della Mirandola, Madonna Giovanna Caraffa Pica, moglie di Gianfrancesco, nella quale racconta che l'anno innanzi erasi nella Mirandola introdotto un giuoco detto la Donna, che andava a terminare in empie bestemmie, e in insulti fatti alla santa Croce, che gl'inquisitori avean perciò dannati all'estremo supplicio gli autori di questa empietà, che essendosi molti di ciò lagnati, perchè dicevano, che frivole e calunniose erano cotali accuse, il conte Gianfrancesco avea voluto attentamente esaminare il fatto, e avendo conosciuto, che pur troppo eran vere le accuse, aveagli ciò dato occasione di scrivere il presente dialogo. Esso fu poscia nuovamente tradotto in lingua italiana da Turino Turini da Pescia, e stampato in Pescia nel 1555, in-8. Martino Weinrichio, avendo avuto tra le mani una copia a penna del dialogo latino del Pico, la credette opera inedita, e ne fu però fatta l'edizione in Argentina nel 1612. Quest'opera non è inserita nelle edizioni delle opere di Gianfrancesco.»
Noi alla nostra ristampa ci siamo valsi della traduzione del Turini, che scrive in buon toscano, e dà una tal qual patina di eleganza alle pitture, un po' tetre, del signore infelice della Mirandola. Abbiamo qui una Strega in carne e in ossa, che negl'intervalli dei feroci interrogatorj, confessa alla buona i suoi ratti e i suoi amori con Lodovico. Vivissimo è il carattere di Dicaste, l'inquisitore tutto benignità e mansuetudine, che si riserba l'adirarsi al dassezzo, e intanto va avvolgendo nella rete la sua buona Strega, per darla poi al fuoco, forse per grazia già priva di spirito con l'indulgenza della strangolazione. Apistio è l'incredulo che sa non avervi luogo nè la ragione, nè lo scherzo, e oppone per esser vinto. È proprio un quadro di genere; e colto certamente in una delle sale del sant'Ufizio.
Ai nostri dì rifiorisce la stregheria nello spiritismo, e uno degli eroi il signor Home, passato dall'eresia al cattolicismo, se ne confessa e fa penitenza, tornando poi al peccato, tanta è la forza che lo leva a mezz'aria, e il visibilio dei miracoli che in quel capogiro gli aliano intorno. Ma ora non si risica la tortura ed il fuoco; si risica sol la ragione. La superstizione non succhia più il sangue, ma il cervello, e quando l'ha ben rassetto a suo modo, come la donna dipinta col sangue della sua vita nel ritratto ovale di Poe, il cervello è perfettamente ridotto all'ortodossia, e non ha che un difetto come la cavalla d'Orlando: è morto.
Carlo Téoli.
EPISTOLA
de operibus literariis Ioan. Francisci
Pici, et Ioan. Pici ejus patrui:
Ioan. Fr. Lilio suo
salutem.
Quoniam desideras ut meorum ordinem librorum exinuem [enarrem] tibi, morem geram, difficilem tamen eum ipsum ordinem inventu esse non ambigo, et si quibusdam voluminibus eorum quæ olim a me Vuolphius extorsit, et in Germania formis excudenda curavit, aliquem per epistolam ordinem indiderimus: Absolutus tamen ille non est, nec plane integer, nec omnium omnino librorum. Nam postea multos composuimus, quos diversis temporibus, diversis etiam ex causis elucubratos, te in primis nosse opus est: diversis etiam in locis scriptos, nunc domi, nunc in expeditionibus, et tumultibus, etiam plusquam civilibus, et aliud post aliud volumen, et scriptum, et editum est, ut coherere ipsa inter se difficile te arbitrer judicaturum. Quare si hunc ordinem tibi narrare velim, vereor ne eum ab omni esse remotum ordine jure comperias. Materias vero singulorum operum, si sub examen revocavero, et ad instituendum in doctrinæ studiis hominem, et ad summum quod est in literis evehendum aptavero, ordinem fortasse illa ipsa inter se opera quempiam, nec forte omnino vulgarem videbuntur agnoscere. Dixi summum quod est in literis, non quod aut in me, aut ipsis in meis libris quicquam summum agnoscam: sed quia Dei lumine super nos signato, et identidem nostri affulgente oculis animi, in lectione optimarum literarum versatis, deprehenderim forte, quod sit supremum illud et summum: idque; ipsum aliis interscribendum ingesserim. Nam quicunque doctrinæ studiis addicunt sese, ut verum internoscatur a falso, dialectica opus habent facultate. Qua de re usui illis esse possum, quinque de logica institutione editis libris. Inde ad philosophiam sese naturalem præclara conferre solent ingenia, quo in genere composuimus. De Appetitu primæ materiæ librum, et librum quoque de Elementis. Ac præterea de Anima rationali in Aristotelem scripsimus commentaria, et de Imaginatione volumen, de rebus autem Metaphysicis, et Theologicis in defensionem Ioannis Pici patrui, pro libro ejus de Uno et Ente libellum edidimus, et ejus Apologiam a Petri Garsiæ calumniis vindicavimus, librumque revelationum Hieronymi a Samuelis Cassinensis impugnatione defendimus; pro quo etiam ab laqueo excommunicationis eximendo, duos libros edidimus. Cæterum de causis calamitatum nostræ tempestatis librum scripsimus, in quo et inanes, et perniciosas cum vulgi, tum Mathematicorum opiniones eliminavimus. Librum etiam de Divina providentia in quo primum, quid Aristoteles et Averrois decreverint, narravimus: deinde quid nostri ea de re Theologi, et sanctius, et verius sanxerint, nostra quandoque intermiscentes ab eorum dogmatis non abhorrentia. Attamen quia possent homines, per inanem decipi philosophiam, vel ei nimio plus incumbere, idcirco ut a minus utili studio avocentur, et ad id quod in votis omnium literatorum debet esse, se totos vertant. Duo de Studio divinæ et humanæ philosophiæ libri sequuntur. Quoniam vero ii fortasse minus subtiliter scripti videri potuissent. Sex in Examen vanitatis doctrinæ gentium et veritatis Christianæ disciplinæ libri editi sunt: quibus humana omnis sapientia ducitur incontroversiam: quorum in librorum initiis potissimum, et inter disputandum sæpenumero, sed semper in finibus, nostræ literas et dogmata religionis asserimus. Sed ne magis confutasse falsa quam vera comprobasse reprehenderer, in eo quo plus et operæ, et temporis posuisse, quam in hoc ipso, scilicet, ut assererem nostra: Theoremata de fide et ordine credendi publicum arripuere. Verum quoniam fides nisi amore nitatur, mortua dicitur esse, quatuor de Amore divino libri, sese ingerunt alacres: quo cum pervenerit humani excursus ingenii, tum progredi non datur ultra, sed nec retrogredi quoque fas est. Verum usque morari, in ipsoque versari et consentaneum est, et apprime necessarium. Amanti autem incumbit, ut ipsum conservet amorem, ut sese in aliquo exerceat, ut caveat quæ amori possint officere: propterea non deerunt Epistolarum varii generis libri septem, si tamen inter epistolas reponendi sunt. De Imitatione ad Bembum libelli duo. Non deerit et opus aliud in novem distinctum volumina, cui titulus est de Rerum Prænotione, quibus vanæ et noxiæ præsensiones confutantur, et veræ ac religiosæ comprobantur. Nec etiam deerit quæstio Parisiensi propemodum exarata stylo, in qua de Præsensionibus genethliacis, deque omni eiusmodi vanitate disputatur, libellum quoque eodem pene stylo edidimus, tempore dissidii in Iulium Pontificem concitati: quo per conclusiones seu mavis speculationes aut theoremata nuncupare, de suprema authoritate differebatur: titulus est resolutio potestatis ecclesiasticæ, sed ei manum extremam nondum indidimus. Adhæc de Imaginatione libri ultima pars suffragabitur, ut vanæ repelli phantasiæ queant, et tres libri de Morte Christi et propria cogitanda: quibus tam imaginatio, quam mens, et dirigi facile possit, et erigi. Ac ne nimio timore qui solet plærunque esse noxius, angatur vitæ amatoriæ deditus, regulas quas pro extrudendis conscientiæ scrupulis edidimus, ei profuturas facile coniectamur. Oratio item de Reformandis moribus ad Leonem Pontificem et Synodum Lateranensem edita, omni hominum ordini et maxime principibus viris commodo esse poterit. Carmina præterea de expellenda Venere heroico versu tibi dicata: quo in genere et de mysteriis coelitus in Germania lapsis cecinimus, eodem item carmine octo hymni editi sunt, quorum tres, qui sunt ad Trinitatem, ad Christum, ad Virginem, nostris quoque commentariis expositi, et elegiaco argumento quo quomodo aperti. Quinque alii Laurentio, Geminiano, Martino, Mariæ Magdalenæ, Antonio dicati sunt: Adnotationes præterea in sacra eloquia veteris et novi Testamenti fecimus. Adnotationes item in leges civiles et pontificias, non omnes, sed eas in quibus vel inventio, vel emendatio, vel clarior, aut uberior expositio, id ipsum mihi ut probe fieri posset suggessere. Hæc adhuc sub incude tractantur. Sic et liber de Humana perfectione, ubi continentur cognoscendi, volendi, agendi, si non omnino numerosissima, ac certe utilia, et futura (sic arbitror) grata bonis ingeniis theoremata. Ad hæc et ad S. Franciscum, et angelum custodem, et alium coelitem, hymnos carmine heroico scripsimus: quæ aliis juncti undecimum referunt numerum duodecimum ad Paulum Apostolum meditamur hymnum. Atque ut illa omnia superiora, vel edita iam, vel proxime edenda sunt, ita adnotationes ipsæ viventibus nobis fortasse nunquam exibunt: quoniam qui adnotandi et observandi finis erit, idem vitæ futurus est. Nostrorum quoque temporum historia eadem lege premetur, quoniam non deerunt ætatis nostræ progressus, quorum gesta chartis commendemus, eoque libentius posteris edendæ historiæ relinquimus curam, quod non solent ita æstimari, Aristotele authore, et teste experientia, quæ proxime ab oculis recessere gesta, si literarum monumentis referantur, ac ea quæ aliquot antea sæculis evenere, sed cum exoletis et antiquatis nimium posthaberi: Accedit quod qui vera scripturi sumus, offensam multorum sine ulla posteritatis utilitate facile contraheremus, quam quidem longa dies et præscribet, et abolebit. Sed enim particulares quasdam historias olim scripsisse recordamur, id est, vitam et mores, Ioanni Pici patrui, et Hieronymi, pro quo et adversus invehentem Samuelem unum, et duos de anathemate libros edidimus, ut quæ de Græco vertimus in Latinum, et alia minoris curæ monumenta præteream. Si desiderio tuo fecimus in parte satis, gratum habeo, si minus, alium hunc ordinem per artes liberales, et omnes humanæ, et divinæ phihsophiæ partes diffusum intuere. In Grammatica, multa scripsimus in trium hymnorum commentariis, sive de ea parte ratio habeatur, quæ loquendi regulas tradit, sive de ea intelligas, quæ in exponendis versatur authoribus, cum historiæ, aut locorum, aut gestorum, aut temporum solent enarrari, ut mittam quæ peculiari, et congruenti ordine rei Theologicæ, de qua hymnos cecinimus aptantur: Scepticorum etiam rationes, a nobis adversus Grammaticam relatæ sunt et paraphrasi quadam expressæ in tertio examinis de Vanitate doctrinæ gentium. In eodem libro eorummet philosophorum in Rhetoricam artem argumenta declaravimus, ac duo de Imitatione libelli nostri etiam num pertinent ad Rhetoricam: et Oratio quoque ad Pontificem et Synodum, uti puto, non abhorret a præceptis Rhetorum. In Dialecticis, quinque adsunt libri logicarum institutionum, quibus in libris Aristotelem et qui ab eo fluxere, sum magna ex parte, nec minori diligentia secutus. Contra logicos vero et in 2 et in 3 Examinis de vanitate doctrinæ gentium ex Pyrrhoniis institutis multa disputantur. Et in 5 ejusdem operis contra libros posteriorum Analyticorum Aristotelis plurima exarantur: non jam ex Pyrrhoniis excursionibus, sed passibus ipso in Lyceo confectis. In Arithmeticam, Geometriam, Musicam, Ephecticorum aliorumque armis philosophorum, hoc est, gentium, gentibus ipsis bellum indictum est. In Astrologiam quae pertinet ad motus dimetiendos eodem in libro 3, de Vanitate gentium doctrinae fit excursio, propriis non alienis velitibus: quanquam mihi Ioan. Picus patruus auxiliares copias subministravit: Seorsum vero in quaestione, stylo prope Parisiensi edita, de triplici Astrologia disseritur. In quinto autem ex novem de rerum Praenotione libris, ipsa Astrologia divinatrix magno conatu rejicitur, in quo et si patrum mihi fuit auxilio, rependi tamen vices quo quomodo, dum Lucii in eum Bellantii eo ipso in libro argumenta retudi. In philosophia naturali, de Appetitu primae materiae secundum Peripateticos liber extat, et alius de Elementis, non juxta communiter philosophantium dogmata, quorum opiniones sub examine revocantur. De Anima rationali commentaria in Aristotelem perscripta sunt. In tertio quoque de Vanitate doctrinae gentium, scepticae in physicos et morales philosophos argumentationes explicantur, et ad moralem quoque Philosophiam tam ultima libri de Imaginatione pars, quam regulae adversus scrupulos, et adnotationes in sacra eloquia, atque in leges civiles et Pontificias pertinebunt. In sexto vero ejusdem examinis per omnes ferme libros Aristotelis discurrens, quae Peripatetici vocant indissolubilia ipsius philosophi argumenta, ea posse dissolvi (ni fallor) aperui, nec in naturalibus tamen modo libris, sed etiam in metaphysica facultate, ad quam pertinere etiam potest defensio de Uno et Ente pro Ioan. Pico patruo edita. Et de divina Providentia liber, quanquam proprie magis ad nostram is pertinet Theologiam. Ad quam etiam multa spectant ex libris de rerum Praenotione, et maxime ipsa de Fide Theoremata, ac ipsi quatuor de Amore divino libri, et tres de Morte Christi, et propria cogitanda, et duo de Studio divinae, et humanae philosophiae: nam mores et ipsi divinos indipiscendos concernunt, sicut et is quem inscripsi de Imaginatione, et alius cui titulus est de veris causis calamitatum nostrae tempestatis, et ad Pontificem Synodumque Lateranum oratio: et liber de humana Perfectione ad omnes fere literarias pertinens facultates. Sunt etiam nonnulli quos supra memoravimus libri, varia doctrina permixti, et maxime volumina epistolarum. In Theologia vero magis pura et antiqua magis, annotationes in sacra eloquia. In ea vero quae apud Parisios colitur, defensio Apologiae Ioan. Pici patrui, adversus Petri Garsiae calumnias: et quaestio de Astrologia: et resolutio supremae potestatis ecclesiasticae: et alia nonnulla sparsim. In jure autem civili et Pontificio, praeter adnotationes, duo extant de excommunicatione, et unus inter exponendum caput quoddam Hilarii in decretis Pontificiis repositum, cujus supra non memini, ejus tamen materia summe Theologica est. Porro in historia, nostrorum gesta temporum, et vita Ioan. Pici patrui, et Hieronymi: et praeter haec omnia, carmina quoque Theologica, quorum supra mentionem fecimus. Item nonnulla quae de Graeco vertimus in Latinum, Iustini martyris, et Chrysostomi, et Theophrasti. Atque haec ad annum aetatis nostrae, quem jam explevimus quinquagesimum, et humanae redemptionis, vigesimum supra millesimum, et quingentesimum. Ioan. vero Pici patrui mei opera, te non puto ignorare. Heptaplum, Apologiam, de Uno etiam et Ente librum, quae fuerunt, dum vixit, edita. Post ejus autem obitum a nobis instaurati sunt, duodecim libri contra Astrologiam, et Epistolae circiter quinquaginta, et unica Oratio. Quae autem nondum instaurata, haec habentur: in Psalmos commentaria, in quibus reficiendis assiduam operam impendimus, et multae quoque schedae fragmentorum, quae si faverit Omnipotens, collecturum me spero, ne pereant. Vale.
LA STREGA
ALLA ILLUSTRISSIMA SIGNORA LA SIGNORA LEONORA DI TOLEDO DUCHESSA DI FIORENZA
TURINO TURINI ABATE DA PESCIA SUO UMILISSIMO E DEVOTO SERVO.
La fedelissima ed umil servitù tenuta già gran tempo da M. Baldassari Turini mio zio, e da mio padre maestro Andrea con la illustrissima ed eccellentissima casa De' Medici, prima con Leon X, poi con Clemente VII, rari e santissimi pontefici, è continuata ancora con l'illustrissimo ed eccellentissimo signore il S. Cosimo duca suo gran consorte; nella quale sono prosperamente vissuti, e felicemente morti (eccellentissima signora duchessa; patrona mia singolarissima); ha mosso me, loro successore, che in essa devotissimo e umilissimo persevero con le eccellenze vostre, e con i vostri illustrissimi figliuoli, a dedicarle questa mia piccola fatica: più per segno dell'affezione cordialissima, e della reverenza ch'io le porto, che perchè io giudichi che la sia cosa degna di lei. Al che fare mi ha dato animo l'avere letto, essere stata usanza degli antichi di offerire le primizie de' loro frutti (come che ei fusseno) a quei grandi eroi, che più avevano in venerazione, e il vedere tutto giorno che non si sdegnano i fugaci fiori della terra, e le umili frondi di mirto e d'alloro negli onori de' divinissimi tempj e de' santi altari. Questa poca fatica, eccellentissima ed illustrissima signora, per due cagioni ho io preso a fare; prima per fuggire l'ozio (radice e fondamento d'ogni male), poi per giovare generalmente a quegli che non hanno la lingua latina: scoprendo con essa gl'inganni dello invidioso demonio, nemico dell'umana generazione, acciocchè l'uomo possa guardarsi, intesi i vari modi ch'egli ha usato, e che continuamente usa, per indurlo con perverse vie, con diaboliche lusinghe e falsi diletti a farsi adorare, per farlo nimico al suo Fattore, in dispregio della nostra santa religione e del vero culto di Dio, contra il quale, avendo noi sempre continua battaglia, armati della santissima fede, faremo più sicuramente resistenza, sendo per questa ancora avvertiti delle sue insidie, delle fraudi, e delle vane apparenze de' falsi e mortiferi piaceri, degl'infiniti lacci che sempre ci tende: come vostra eccellenza potrà qui (per l'esame di quella scellerata gente che gli dà in preda) conoscere nella storia di questo libretto. Quella adunque non si sdegni d'accettare questa picciol cosa che le offerisco per segno della mia fedelissima servitù. E così, pregando Dio che le doni felicità in questa e nell'altra vita, le bacio umilissimamente le onoratissime e illustrissime mani.
AL REVERENDO SIGNOR ABATE TURINO DE TURINI
ANTONIO BUONAGRAZIA CANONICO DI PESCIA.
Ritrovandomi, signor Abate nipote carissimo, alla usata solitudine nella villa mia di Corsigliano, dove poco innanzi che arrivasse il suo servitore (il quale mi portava la traduzione del dialogo dell'illustre S. Giovan Francesco Pico della Mirandola, sopra le Streghe, che V. S. ha fatto a fin che io la vedessi), vi era arrivato lo eccellente dottore fisico e medico M. Pompeo della Barba, amicissimo mio, per avere da me delle marze da innestare dei frutti diversi che qui si ritrovano, dal quale anco la desiderava che fusse vista; ed essendomi io a sorte ritirato (per fuggire questo sole di marzo non troppo lodato per la sanità) all'ombra della spelonca de' miei boschi, con i miei famigliari della villa, Plinio, Columella, M. Varrone e Palladio, vedendo chi di loro meglio trattasse la coltura delle viti, e insegnasse i modi dello innestare, la varietà de' frutti, opera a questo tempo convenientissima, subito posti da parte i libri della agricoltura, amenduni ci ponemmo a leggere la sua traduzione, e avendola accuratamente letta e considerata, ci è parso (per quel poco che conosciamo) che V. S. abbia fatto bella e dilettevol fatica, nel tradurre di latino in toscano, quel divino e illustre signore autore del libro, ch'ella ha preso a tradurre: signor veramente, fra i rari e dotti ingegni del suo tempo, rarissimo e dottissimo, come si vede per le molte opere sue. E io ne ho preso tanto più piacere, quanto che mi ha rinfrescata la memoria, che vive sempre in me di quei magnanimi signori, appresso de' quali io sono stato già molto onorato fra gli altri servitori di quella casa illustre: avendomi eletto il signor Galeotto Pico signor della Mirandola, più anni fa per suo agente e secretario appresso il cristianissimo re Francesco, e onoratissimamente intertenutomi alcuni anni in quella corte per il suo servizio appresso di sua maestà. Laonde mi trovo molto obbligato alla sua felice memoria, e a tutti i suoi illustri figliuoli e discendenti. Piacemi particolarmente poi, per l'interesse della signoria vostra, considerando che ella vuole mostrare al mondo che in lei si verifichi quel detto,
Qui viret in foliis venit a radicibus humor
Sic Patrum in natos transeunt cum semine mores.
_E questo dico, perchè avendo ella avuto un padre tanto virtuoso ed eccellente, che per il merito delle sue rare virtù, oltra l'avere tenuto le prime cattedre degli studj d'Italia, fu anche chiamato (come sa ognuno che conobbe maestro Andrea Turini), e tirato al consiglio e servizio di due sommi Pontefici, Clemente settimo e Paulo terzo, con tanta onorata provvisione. Laonde, avendo conosciuto il prefato Clemente la molta sufficienza, la intera fede e le sue rare virtù, lo mandò in Francia al servizio, alla cura ed ai secreti di Caterina sua nipote, illustrissima duchessa d'Orliens, oggi serenissima regina di Francia, con provvisione di mille scudi d'oro, ove non stette molto tempo; chè avendo conosciuto il Cristianissimo re di Francia i meriti delle sue virtù, lo elesse fra gli altri eccellenti e nobili, ch'egli aveva, per suo particolar medico, e non con minor provvisione di quella del sommo Pontefice. E s'io mi volessi stendere agli altri virtuosi suoi meriti, mi bisognerebbe più tempo ed altra occasione che di una semplice lettera. Piacemi per non mi stendere in lungo che la S. V. nata di quello arbero, a sua imitazione, cerchi di fare frutti simili a quello. Piacemi ancora che la non voglia degenerare, oltra il padre, dalla natura e dalle belle opere del reverendo M. Baldassare Turini suo zio, il quale per i meriti delle sue virtù, fu da Leone X pontefice massimo eletto per suo Datario, uffizio di tanto onore ed importanza quanto sa ciascuno che ha pratica della corte di Roma; per le quali fu di poi ancora eletto da Paulo terzo, pontefice massimo, cherico di camera, e segretario apostolico, alle opere del quale è obbligatissima di perpetua e grata memoria la terra nostra, sì per gli belli ed onorati edifizj, come anco per avere rinnovato la memoria (già spenta per le passate pesti, e per gli gravi incendj di guerra) degli ecclesiastici onori di quella, avendo sua signoria reverenda (con il mezzo e favore di Leone X) di nuovo eretto il collegio de' canonici, che già anticamente era onoratissimo nella nostra collegiata chiesa di S. Maria Maggiore, con tanta dignità ed onore (come ciascuno può vedere), in jure canonico, nel Decretale al Cap. Per tuas de Arbitriis, già sono anni circa CCCLX, nel pontificato d'Innocenzo terzo, pontefice massimo, e fatta tutta questa nostra provincia di Valdinievole di nessuna Diocesi, onorato il Collegio, non solo del Prelato, che a guisa di Vescovo, celebra con ogni sorte di episcopale ornamento, e ch'esso Prelato insieme con i suoi Canonici, abbia facoltà di conferire i benefizj della sua giurisdizione, e che in detta Collegiata vi siano sette dignità, cioè Proposto, Arcidiacono, Priore, Tesaurieri, Arciprete, Decano e Primicerio, con altri dodici Canonici, tutti giudici delegati, ed altri onori che io lasso, per non essere tedioso. Alle cui virtuose opere, non potendo la S. V. rendere altre grazie, nè altre gratitudini, in altro miglior modo, assai ne renderà ella se (come ha cominciato) seguirà onoratamente le pedate dell'uno e dell'altro, col virtuoso, onesto e religioso vivere: al che fare con tutto il cuore la esorto. Mandole il Sonetto che ella ha ricercato M. Pompeo che ei faccia sopra la detta opera. Il quale può ella veramente accettare più tosto da questa occasione di essersi trovato qui oggi che da lui, sendo nato in questi boschi dilettevoli, per avere egli un pezzo fa dismessi questi studj piacevoli, occupato in cose di maggior pregio. Vale._
Di Corsigliano gli XV di marzo del M D LV.
Lugubri carte, a voi dogliose strida
Di miseria e d'orror non sia chi neghe,
Tristi lai, mesti accenti, atroci grida
Maggiori or più l'antica età non spieghe.
Al più barbaro Scita omai si pieghe
L'animo fero; a cui la mente infida
Diè il freddo ciel, poi ch'el men reo ci affida
A crude serpi, a velenose streghe.
A che cercando gir verso Aquilone,
Di crudo antropofago, o d'arimaspe,
O se più feritade altrui s'ascrive?
Se d'un mostro ciclope, o lestrigone
(Che pasce il sangue uman) più crudel aspe
Nel nostro clima in mezzo Italia vive.
GIOVANFRANCESCO PICO
AL SUO MAINARDO S.
Pur ora, o Mainardo, ho scherzato sopra cose gravi, se noi giudichiamo però che tanti uomini famosi, sì gentili come cristiani, che hanno scritti Dialogi, abbiano scherzato. Come si sia, a me par che questo genere di scrivere sia un giuoco, quando io lo comparo a quelli che si disputano con maggior gravità, dove si tratta delle cose stesse, se siano in natura, quel ch'elle siano; donde dependino, e quello che abbino dentro, o gli accaggia di fuori. Essendo una volta domandato (ragionandosi sopra le mie opere) per qual cagione io non scrivessi in dialogo, ma in orazione continuata, per capi, per conclusioni, ad alcuna cosa ancora per quistioni e annotazioni, dissi liberamente piacermi più lo spartire la cosa di che si tratta nelle sue membra, e ch'el dialogo mi pareva simile alla Poesia: quantunque io sappia che tal volta le favole si sogliono scrivere in orazione familiare, e tal volta ancora le cose ben gravi in verso; il che osservammo ne' nostri inni, e in questa che facendo poco fa, la quale ora ti mandiamo per trattenimento nell'ozio. Ma così, come non mi è cosa nuova che quella finzione che si mescola nel Dialogo non è bugia (accennandosi tacitamente a chi legge per il nome la cosa non essere stata appunto come si narra, ma così facilmente potuta essere); così ancora non mi è dubbio ne' Dialogi usarsi quell'ordine che conviene a conoscere la natura delle cose, ma più tosto si presuppone dottrina confusa, che in un certo modo paia rassimigliarsi alle similitudini di Anassagora. Questo modo di scrivere fu appresso de' Greci in molta stima (nondimeno l'animo umano è desideroso della varietà con la quale massimamente lo allettava, e tratteneva l'eloquenza socratica) per raccorre naturalmente (quasi come se dicessi in un corpo) le cose sparse. La quale facondia di dire per essere da me lontana, mi fece anco discostare da quella sorte di scrivere; pure al presente mi è piaciuto tentarlo, dandomisene buona occasione per le illusioni, e per i malefizj delle streghe, commessi pochi mesi sono nel nostro distretto, dalle quali l'opera s'ha acquistato il nome di Strega, ovveramente, se più ti piace, degli inganni de' Demonj, dal quale incitati correvano a gara tutti quelli che si dicevano essere portati al giuoco di Diana (oggi detto l'andare in corso), cosa certo nel nome diversa da quella antica impietà; ma s'ella sia di natura differente o no, e come si debba giudicare che sia, o simile, o dissimile, s'intenderà nel procedere. Dirassi parimente che cosa abbia comune con l'altre antiche superstizioni de' gentili, quel che le sia aggiunto per nuova malizia dal Demonio maligno, nimico dell'umana generazione, e quanto si accresca alla verità cristiana nel scacciarlo: che se ti parrà insieme con gli altri miei amici giudiziosi e dotti, che io non abbia perduto questo tempo di circa dieci giorni che ho spesi in queste tre dispute, ovvero più tosto libretti fatti in dialogo, forse che scriveremo ancora, avendo tempo, dialogi d'altre materie. In questa operetta, dove sentirai parlare la Strega, credi veramente d'udire la storia pura, la quale, parte ho vista con gli stessi occhi, e parte udita con questi orecchi, mentre che mi si leggevano i processi. Ma per non ti menare in lungo e discosto da lei, odi Apistio, Fronimo, la Strega, e Dicaste disputare insieme degli inganni de' Demonj.
LA STREGA
DIALOGO
INTERLOCUTORI
APISTIO, FRONIMO, STREGA e DICASTE.
APISTIO. Fronimo, dove corrono là tante persone per la piazza dell'erbe?
FRONIMO. Accostiamoci un poco, che intendiamo la cagione di tanto concorso; poca può essere la perdita di sì pochi passi.
AP. Non saranno pochi se andiamo insino alla chiesa che si è cominciata alla Vergine madre di Dio, a cui si è dato il nome di santa Maria de' miracoli; però che ci si fa più d'un miglio. Parmi di vedere alcuni di quella compagnia che si hanno eletto la stanza a detta chiesa; però m'imagino che tutti quelli che noi veggiamo vadano colà.
FR. Credo che tu dichi il vero, perchè, s'io non m'inganno, ho visto fra la moltitudine de' fanciulli, i famigli che servono al vicario del vescovo; ma che danno ce ne può egli mai avvenire d'andare in fin colà? anzi più tosto credo io ci sarà utile, se non grande, almanco tanto che, quando torneremo, aremo voglia di mangiare; ma forse che porterà la spesa, che saria facil cosa intendessimo qualche novità, perchè io penso che sia presa una strega, e che tanto popolo insieme con i fanciulli corra a vederla.
AP. Oh, abitano streghe in questi luoghi? certo che per vederla non mi sarebbe grave l'andar dieci miglia.
FR. Se dunque tu non n'hai mai viste, ora potresti vederne.
AP. O s'egli avvenisse che io potessi trovare uno uccello che già con tanta diligenza ho cerco, nè mai ritrovato?
FR. Che uccel di' tu?
AP. La strega.
FR. Burli, Apistio?
AP. Credimi ch'io dico da vero e non burlo, che il vedere una volta quello che non videro mai gli antichi, debbe esser caro ad ognuno, e massimamente a chi è curioso.
FR. Adunque tu non sai quello che sa tutto uomo?
AP. Credi ch'io voglia attribuirmi d'aver notizia di quello che tanti grandi uomini e dotti affermarono non aver mai potuto nè pigliare, nè sapere quel ch'egli si fusse, se alcuni però mai ne presono?
FR. Che cosa?
AP. L'uccello Strega, perchè ancora che io abbia letto:
L'infami con la carne ali di Strega; [De lib. de trasf.]
Che il timido assiuol, che la notturna
Strega si lagna, e suona in mesti lai. [Da Lucano.]
e quell'altro:
E 'l tristo augurio d'infelice Strega
E 'l cor de l'assiuol mesto e doglioso. [Dalle tragedie di Seneca.]
e ancora:
Gl'interior cavati a viva Strega.
Avvenga ch'io sappia ancora solersi mandare anticamente per maledizioni, nondimeno quel che sia, e che natura ell'abbia, non lo so: e Plinio si pensa che sia favoloso quel che si trova scritto delle streghe, che mettino le lor poppe in bocca a' bambini, e dice invero non sapersi che uccello sia la strega.
FR. Maravigliomi, vedendoti pratico ne' poeti, che tu non abbi letto come anticamente le streghe si solevano cacciare dagli usci con una mazza di spina bianca, e che sono uccelli ingordi col corpo grosso e gli occhi fissi, incavati, il becco torto, le penne macchiate di bianco, e l'ugne adunche, e che si chiamano streghe dall'orribile stridire che fanno di notte: vedi adunque che pur si trova scritto come ella si chiami, e perchè, e qual natura, e qual forma sia la sua.
AP. Tutto intendo, ma queste streghe son forse d'un'altra sorte, e di natura diversa, perchè si dice che queste bevono il sangue de' bambini, e non che gli munghino le lor poppe in bocca; onde disse colui, [Ovidio]
Volan' di notte, e i pargoletti figli
Guastano in culla a le nutrici assenti,
Gli ingordi petti empiendo e i crudi menti
Del sangue nostro tinti, e i fieri artigli.
E che queste cose siano state osservate in fino al tempo degli eroi, mi muovono a crederlo quei versi:
Venner di Proca drento a l'ampio tetto,
Di poco nato il figlio ivi trovaro
Lasciato loro in preda, e 'l miser petto
Votar di sangue, empiendo il ventre avaro.
Gridando aiuto l'infelice astretto
Tra crude man, là corse al grido amaro
La nutrice smarrita, e 'l figlio vede
Guasto che tardi omai soccorso chiede. [Ovidio]
Non ti pare egli che quei versi, tanto diversi in fra di loro, dimostrino ancora la natura diversa e contraria delle streghe? Quelli si poteva giudicare che fussino uccelli amorevoli, facendo l'uffizio della balia, e questi altri si può dire che siano molto nocevoli, che, bevuto il sangue de' fanciulli, gli facciano morire.
FR. A me più tosto pare che sia fabuloso l'uno e l'altro, ovveramente se alcuna verità è nascosta sotto la favola, credo che non manchino tal sorta d'uccelli, nè mai sieno stati trovati, ma canzona, e baia che
Trasfigura in uccel la sciocca vecchia.
Penso ben più tosto, che quelli stessi uccelli per opera di demonj maligni apparischino in forma di balia che cerchi d'ingannare, e tanto più che quel demonio falsamente creduto Iano insegnò il rimedio del fascino, tre volte toccando gli usci, e altrettante segnando i sogli con foglie d'arbatro, spargendo l'acqua su l'entrata, e l'altre cose macchinando che non erano sacre, ma portenti esecrabili, avvenga che anco i medici ne parlino, onde si legge quello:
In oltre se la Strega a notte oscura
Preme in bocca il veleno al picciol figlio
Mungendo l'empia a sè la mamma impura; [Da Quinto Sereno.]
e così usano di fare le streghe del nostro tempo; quando si dice che son portate al giuoco di Diana, guastano i fanciullini nati di poco che piangono nelle culle, di poi gli soccorrono col rimedio; le quali cose mi pare che abbiano avuto origine da queste, e che eziandio il nome loro sia derivato da quelle, conciossiachè le donne che fanno tal eccesso, appresso di noi, e per tutto abbiano avuto il nome di strega.
AP. Parmi adunque, Fronimo, che tu sia ingannato dal medesimo errore che sono aggirati la maggior parte de' nostri, credendo tu per vere le cose che sono dette dal volgo: io non so che donnicciuole si siano queste che volano a' conviti, e agli abbracciamenti delle fantasime nella notte più oscura, dalle quali sian guasti i bambini.
FR. Non dir così, perocchè quello che hanno per cosa certa molti uomini dotti, esperti e dotati di buoni costumi, e che apertamente lo confessano, non debbe credersi che sia errore.
AP. Certo che io non sono mai stato fatto capace a credere queste cose.
FR. Per che ragione?
AP. Perchè mi par cosa da ridere, che fatto un circolo, e untosi il corpo con esso uno unguento, non so in che modo, e dette mormorando non so che parole, si mescolino coi demonj e che quelle ribalde cavalchino la notte sopra quel legno, col quale si concia il lino e la canapa, sopra capre, sopra becchi, o sopra montoni, e che altre siano portate per l'aria più veloci che il vento. E che si trovino nelle congreghe di Diana e delle Erodiadi a scherzare, mangiare, bere, e a pigliare disonesti piaceri. Ma avvertisci che come io ho inteso, non vi vanno tutte ad un medesimo modo; imperocchè dicono alcune esser portate per la più alta regione dell'aria, altre più presso a terra, e altre affermano andarvi con l'animo e non col corpo, e essere posate sopra il lago Benaco in monti altissimi: meravigliomi che non abbino detto sopra il monte Micala a star con Talete, o sopra Mimante con Anassagora. Alcune altre dicono esser portate all'arbore di Benevento, oggi detta (se io non mi inganno) la noce di Benevento. [Da Cice. de. le. de. le. II.] Ma quale è la causa che non son poste più tosto nell'Arpinate, essendoci pur più vicino alla quercia di Mario? e se non grava loro l'andar più lontano, perchè non vanno elleno alla quercia d'Alessandro nel Cheronesso? In oltre si dice che abbiano a fare coi demonj, li quali essendo (pur come io credo) senza corpo, come possono esser tocchi? Che libidine, e in che modo possono le donne di carne con una certa loro imagine vana pigliare diletto? Le fantasime so io che sogliono scherzar coi morti, ma non già con vivi.
FR. Credo che se io manderò a terra i tuoi argomenti, che tu cederai.
AP. Certo sì.
FR. È cosa d'uomo ragionevole lasciarsi persuadere e fermarsi, per le ragioni, per gli esempj, per l'autorità de' maggiori, confermata dal comune parere. E questo tanto più si appartiene a chi ha ingegno, e che ha dato opera alle lettere: se io adunque per i tuoi medesimi fondamenti ti farò credere quello di che ti fai beffe, che dirai?
AP. Arrenderommi, e porgerotti le mani.
FR. Credo che mi doverai porgere anco i piedi.
AP. Non nelle pastoie.
FR. Cotesto non desidero già io, ma sì bene che tu venga nel parere mio (come si suol dire) e con le mani e coi piedi. Questo arei caro che facilmente mi succedesse.
AP. Ogni cosa potrebbe essere, se mi attenderai quello che ti presumi.
FR. Parmi vedere per i ragionamenti passati, che tu abbia molto bene per le mani i poeti, e similmente la filosofia.
AP. Cotesto non mi attribuisco io d'avere i poeti su per le dita; perciò che è tanto il fare professione di tal cosa, che chi non sa niente non debba attribuirsela; perchè principalmente bisognerebbe avere la lingua greca e la latina, dipoi sapere i profondi sensi della più nascosta filosofia, delle quali cose è pieno il poeta, e massimamente Omero, il quale intendo essere stato dichiarato con gran comenti da Aristotile, e da alcuni altri filosofi stoici. Intendo ancora Plutarco essersi sforzato di mostrare in un libro assai ben grande, che quel cieco ebbe ogni scienza, ogni arte, e finalmente che seppe tutte le cose umane e divine; per la qual cosa, così come io nego d'aver quella tal cognizione, così ancora confesso che alle volte, quando ho avuto tempo, mi sono esercitato fra loro, ma solo per aver notizia delle lingue, per cavarne (sendo pur anco occupato in altro) alcuni ammaestramenti accomodati a' costumi, per non parere dipoi nel cerchio degli amici ignorante delle lettere, quando vien occasione di parlare. Se io non ho avuta quella filosofia che è nascosta in loro, l'ho almanco tocca, e (come si suol dire) l'ho gustata con la sommità delle labbra.
FR. Non stimo che tu dica questo nè per arroganza, nè per ironia, ma per la verità, la quale è posta da Aristotile nel mezzo di quei duoi vizj: però che tu non fingi di non sapere nulla, nè anco ti vanti di saper ogni cosa, e quel che dici della cognizione de' poeti non repugna al vero; perchè Platone stesso, e Aristotile son pieni d'autorità d'Omero, d'Esiodo, di Simonide, di Pindaro, d'Euripide, e d'altri poeti; però dubito che tu finga non avere quella filosofia che hai abbracciata: laonde io giudico che tu abbia molte più cose riposte, che non mostri in apparenza.
AP. Abbiamo alle volte da natura, senza studio nissuno, o le virtù, o le cose simiglianti a quelle.
FR. Per questa risposta mi hai dato maggior sospetto.
AP. Che sospetto?
FR. Che io dubito parlare con un filosofo; pur nondimeno io lo lascerò da banda, dando principio al nostro ragionamento; se vuoi però promettermi di rispondere a quello che ti domanderò circa la prima disputa.
AP. Prometto risponderti.
FR. Hai tu mai letto appresso d'Omero, quando Ulisse andò a' popoli cimmeri?
AP. Certo sì, a quella gente che abita nell'aria caliginosa e nera, dove il sole mai non arriva coi raggi.
FR. Che vi fece?
AP. Molte cose.
FR. Non sono eglino questi i versi, a dirli nella nostra lingua?
Io dal fianco la spada trassi allora,
E una fossa cavar mi presi cura
Ivi sotterra un gomito a misura,
Spargendo i sacrifizj a l'ombre fuora. [Dell'xi dell'Odissea.]
Tu hai detto benissimo e 'l senso, e le parole.
FR. I giuochi, e i balli di Diana con le Ninfe sue compagne, credo che tu gli abbia trovati scritti più d'una volta.
AP. Credi bene.
FR. Così anco che tu abbia letto l'abboccamento di Venere e di Anchise; e come in quei tempi antichi dicevano molti eroi esser nati dai lor bugiardi Dei.
AP. E cotesto anco ho visto più volte.
FR. Quelli che al tempo degli eroi, si dicevano essere stati in pregio, ingannavano in vari modi gli uomini dati alla vita rustica, e pastorale, come erano la maggior parte di loro;, in questa guisa parimente avea quel demonio in forma di Tetide (creduta da quelle genti dea marina) ingannato Peleo pastore, il quale come cantò quel Poeta. [Ovidio.]
Poco lontan dalla cittade intento
Sol dietro a quella in una ombrosa valle
Lasciò il bel gregge suo, lasciò l'armento.
E acciocchè manco s'accorgesse dell'inganno gli fu insegnato da un altro demonio che pigliava diverse effigie, chiamato Proteo, in che modo avessi a fare a pigliare Tetide, che
Cento abiti mutava, e cento forme; [Ovidio.]
ma nota questa altra fraude, che lo ingannò anco maggiormente: non volse usare seco sotto nome di stupro, o d'adulterio, ma finse di fare matrimonio. La qual cosa da Esiodo fu scritta in versi, come si legge nelle memorie greche, e di qui facciamo noi buona coniettura che lo Epitalamio di Catullo, sia cavato da Esiodo; il che ci mostra anco la qualità del verso, avendo in sè quella antica facilità. Mostralo parimente lo studio di Catullo nell'imitare i Greci, di sorte che abbia fatte latine l'elegie intere di Callimaco, ora pigliandone il senso, ed ora le parole. Così facilmente ancora il demonio ingannò Paride pastore sotto la forma delle tre dee, che come disse Coluto Tebano nel libro della rapina d'Elena:
Non sol pascea le pecore, ma i tori,
e andava vestito che pareva rozzo guardiano di pecore e di buoi, [Da Platone] come egli scrive a dilungo. Così l'anello rivoltato verso la palma della mano fece invisibile quel pastor di Lidia che commise l'adulterio con la regina: onde è manifesto che i demonj pigliavano varie forme, ora di quelle che chiamavano Dee, ora di Ninfe terrestri, ora di marittime [Da Catullo], le quali, perchè eran credute star per lor natura ascose sotto l'acque, uscivano talora fuori dell'onda biancheggiante infino alle poppe per essere vedute: e per più infiammare altrui apparivano anco in forma di nuvola, come dicono le favole che fece Giunone a Issione. Donde finsero essere uscito il Centauro. Alcune altre apparecchiavano illusioni ed incanti per ingannar con essi le genti, e per schernirle a doppio gli insegnavano così a' dotti come agli ignoranti; nè si trovava alcuna imagine falsamente stimata divina, che con le sue lascivie non accecasse quel secolo rozzo, conciossiacosachè noi sappiamo che Diana stessa (il giuoco della quale or noi scopriamo a onta e dispregio del demonio) fu liberale della virginità che fingeva d'amare, forse per incitar quelli ch'abborrivano la lussuria. Così anco sotto nome della luna, che senza dubbio alcuno era Diana diceano Endimione essersi ghiaciuto seco. Similmente accenna Firmico, Ippolito avere avuto a far seco sotto nome di Diana, chè pensava aversi a referire a questo, così anco il nome di Virbio. Il luogo dov'era stato sepolto, cercato con tanta diligenza, e la cura di Esculapio con tutte quelle simili altre cose, tutto crede doversi attribuire alla vanità del demonio, se però ne fu mai cosa nessuna, ogni cosa si debbe riferire alla favola, e questo Esculapio ben fu rimeritato secondo il premio che si dà a' magi, cioè d'una morte orrenda; imperocchè tutti gli autori si accordano che fusse percosso dal fulmine, ma son bene in contesa per quale errore commesso contro agli dei ciò gli avvenisse.
AP. Virgilio disse per avere ritornato in vita Ippolito, e Plinio, i figliuoli di Tindaro.
FR. Stesicoro, Paniasi, Polionto, Flilarco, Telisarco, e gli altri dissero altrimenti, e che per altra cagione Esculapio fusse fulminato.
AP. Dillo per tua fè se l'hai a mente.
FR. Sono alcuni che vogliono che Esculapio fusse percosso per aver reso la vita a Tindaro, non a' figliuoli. Stafilio disse che non ritornò in vita nissuno, ma che sanò Ippolito che fuggiva da Trezene, e per quello fu morto. Polianto volse che ciò gli avvenisse per avere guarite della pazzia le figliuole di Preto; Filarco, per avere dato aiuto a' figliuol di Fineo. Quelli che volseno lui avere atteso a rendere la vita, la maggior parte di loro disse, per averla resa a quelli che morirono nella guerra di Troia: altri a quella di Tebe. Volse Telesarco, che ei fusse fulminato per essersi ingegnato di risuscitare Orione, ma non però essergli successo. Ci è ancora l'opinione di Pindaro replicata da Tertulliano, che diceva Esculapio essere stato saettato dal cielo, perchè egli esercitava la medicina per nuocere, e così troviamo la morte di costui essere più varia che quella di Romulo; nondimeno l'uno e l'altro di loro fu fatto Dio dai Gentili, quantunque l'uno fusse ladro, e l'altro mago. Laonde molto mi maraviglio che quell'uomo eccellente (del qual si ricordan gli avoli nostri, non si sapesse guardare da tal cosa) che con tante spese di non so che principe, a cui aveva promisso di rappresentare tutta la guerra Troiana, con l'assedio d'Ilio, mentre che disegnava il circolo per mostrare dove alloggiava Achille, e dove Ulisse, fu rapito da' demonj, nè mai più comparse. [Dell'xi. de l'Odissea.]
AP. Tu mi dici cose maravigliose.
FR. Sì, ma vere. Perciocchè quel principe mandò a cercare del detto uomo in vari luoghi d'Italia, di Germania; e dove non mandò egli? E poi che il maestro andò in malora, un suo scolare capitò in questa terra, che ci lasciò il seme de' suoi malefizj, che infino al tempo mio si sono mantenuti. Imperocchè chi fusse ito a lui per ritrovare un furto, dipingeva l'imagine del ladro, e dette certe parole sacre sopra una guastara d'acqua, vi mostrava drento la figura, il vestire di colui, e tutto il modo che aveva tenuto nel rubare. Se noi andassimo dieci giorni a dilungo insieme, non crederei che mi bastasseno a raccontarti tutte le cose che io avvertii; e le insidie del demonio in diversi modi; non senza giustissima cagione chiamato Satan, che sempre vada macchinando contra l'umana generazione, così in tutte l'altre cose, come ne' piaceri di Venere, dei quali dicevamo di sopra. Che chi gli nega come ostinato, è contrario a tanti uomini, che dicono non avergli già provati essi, ma bene fanno fede d'averlo inteso da chi n'ha fatto l'esperienza, è chiamato sfacciato da Agustino (testimonio famoso) al quindicesimo libro della città di Dio, dicendo che i Silvani ed i Fauni (volgarmente detti Incubi) di molte volte sono stati maligni verso le donne, e che le hanno desiderate, e finalmente sono giaciuti con loro; e che alcuni demonj (chiamati da Franzesi Dusi) del continuo vanno cercando tal disonestà, e mettonla ad effetto.
AP. Seguita di grazia.
FR. Circa il volare per l'aria, credo che tu abbia ancora udito, e forse letto, Abari sopra una saetta essere venuto in Italia, a Pittagora dal tempio Iperboreo di Febo. [Da Iamblico. De lib. de la setta Pittagorica.]
AP. E questo anco so che scrisse un certo filosofo platonico.
FR. Se ti ricordi così bene di queste cose, facilmente concederai il resto, perciocchè dobbiamo credere tutta quella negromanzia d'Ulisse avere avuto origine dal circolo; di modo che tu intenderai queste finzioni di formare il circolo non essere cosa nuova, ma antiche apparenze, o favole che vogliam dire, le quali cose cercano d'imitare ancora i poeti latini, imperocchè Scipione similmente è introdotto a cavare la terra mossa con la spada, e tutto quel che segue ad imitazione di Ulisse [Da Silio Italico]. Ma chi ha visto i versi d'Orfeo, dove parla de' ragionamenti dell'ombre, conosce benissimo quella non essere stata invenzione d'Omero [Dall'xi dell'Odissea], ma d'Orfeo molto più antico, il quale è certissimo che fu imitato da Omero non solamente nel far venire Tiresia, ma ancora ne' versi stessi con gran diligenza e con grande osservazione. Scrive Giustino martire che il primo verso della Iliade fu fatto a similitudine del primo d'Orfeo, che invocava Cerere; e benchè usassino varie cerimonie, nondimeno tutti desideravano ragionare coi morti, acciocchè si dicesse che fusseno discesi all'inferno, come dicevano essere avvenuto a Pittagora un tempo dopo ad Orfeo, e ad Omero, ed avere viste l'anime d'Esiodo e d'Omero, essere punite gravemente per le cose che avevano dette degli Dei: onde egli era auto in gran venerazione appresso de' Crotenesi, e massimamente dicendo che avea visto nell'inferno esser martorizzati quelli che non volevano usare con le donne loro. Ora io non so circa a che tu dubiti del volare per l'aria; non essendo egli differenza nessuna, o vadasi sopra una saetta, o sopra un desco, o veramente sopra una capra, pure che si vada come il vento; perciocchè non si trova scritto in che modo e come fusseno portati Pittagora ed Empedocle, o se dal carro di duoi cavalli, o di quattro, o dal cavallo pegaseo, o da dragoni, o da cigni per imitare o Venere, o Medea, o piuttosto Circe sopra il carro tirato da duoi serpenti, o a guisa di Cibele condotta da leoni, o a simiglianza di Bacco tirato dai lupi cerveri; o veramente piuttosto come Trittolemo volando or sopra l'Europa, or sopra l'Asia seminare quegli la filosofia come questi le biade, ognuno di loro ingannato da Pallade, cioè dalla astuzia del demonio.
AP. Parmi ancora (se io non m'inganno) di ricordare di Simon Mago, che con suo danno tentò l'andare per l'aria.
FR. Hai forse ancora inteso di non so che Etiopi, che solevano frenare dragoni, e sopra di quelli a cavallo venire in Europa. E questo si dice averlo detto Roggiero Bacone, ma il crederlo sia rimesso nell'arbitrio di chi legge, acciocchè non pensassi che io ti voglia porre innanzi il volare di Dedalo, il quale, se non è cosa finta, si può riferire pure agli inganni del demonio, per non dirti come Appollonio detto Tianeo sparisse dalla presenza di Domiziano. Ma se tu concedi essere stati appresso degli antichi gli spiriti succubi, ed incubi, perchè non vuoi tu concedere che siano anco a tempi nostri? provandosi con tante autorità e tanti testimonj, che se vuoi gli racconterò. Dell'unguento ancora penso che tu sappia, quello che ne scrisseno sì Luciano Siro, come anco Apuleio Africano, questi in lingua latina e quelli in greca. Onde ei disse, e la cassetta, e molti bossoli, e l'olio.
AP. A che adoperava quella donna la cassetta, tanti bossoli, e l'olio, rivoltandosi di quà, e di là?
FR. Dichiarilo lo stesso autore, il quale dice queste parole: avendo tolto di questi, tutta si unse, essendosi cominciata dall'ugne de' piedi: e subito le nacque l'ali. Dice adunque che, unta dal capo al piede, subito si trasformò in uccello volatile: ed aggiugne poco di sotto che non era altro che corvo notturno. Così a tutti quelli che lo guardavano, o che mostravano di guardarlo, pareva che fusse un corvo notturno; perciocchè io non credo che con unguenti nè con incanti, cosa nessuna si possa dalla sua forma trasformare in un'altra. Ma quelle streghe s'ungevano con certe unzioni per parere o a loro medesime o ad altri essersi tramutate, nè avere più la forma che avevano prima. E benchè questo retorico falso ed astuto fingesse d'essere mutato, nondimeno non disse essere trasmutato in uccello, ma in asino, ancor che egli avesse usato il medesimo unguento: onde quella donna si doleva d'aver mutato in asino il suo Lucio: per aver preso errore nel cambiare la bossola, per la qual cosa dimostrò variarsi l'imagine, e non lo essere, della cosa. Confermollo ancora più chiaramente dicendo d'aver ritenuto sotto la forma d'asino la mente, e lo ingegno di Lucio: e non è da credere che gli fusse venuto per la fantasia una tale imaginazione di trasmutare la forma, se non fusse stato publichissimo grido tal cosa essere propria delle donne di Tessaglia. Affermò dipoi questo medesimo ancora quel Platonico che imitò Luciano, dicendo essere andato in Tessaglia, dove che innanzi che lassasse la prima forma finse averne presa un'altra, tolto (s'io mi ricordo bene delle sue parole) un poco più unto che non dovea, e fatto molte altre cose. Delle quali fa menzione, tal che dimostra d'avere voluto seguitare Luciano nelle parole ed in ogni cosa, avendo egli fatto menzione del mormore di Tessaglia, dell'olio magico che trasforma, e del rimedio delle rose che rende la prima forma.
AP. Perchè credi tu che abbiano detto le rose essere buon rimedio?
FR. Se fondamento nissuno ci è, penso che sia stato cavato dal grande Aristotile, appresso del quale io ho letto essere fra le cose grandi e maravigliose, che l'asino facilmente soglia morire per lo odore delle rose. Il che sapendo e Luciano e Lucio, l'asino in cui si erano trasfigurati sparì per le rose, o veramente che pure sotto questo velamento ci è ancora nascosto qualche altro secreto diabolico, ovvero magico. Perchè in verità comunemente le donne di Tessaglia e di Tracia anticamente avevano nome d'usare gli incanti, coi quali favolosamente dicevano fare discendere la luna e le stelle fisse dal cielo, il che (come ancor disse colui) avevano insegnato ancora alle Sabine. In oltre dicevano essere spirate da Bacco, ed indi si chiamarono Mimallone ed Edonide. Correvano velocissimamente infuriate con serpi ravvolti attorno a bastoni, chiamati poi Tirsi, dicendo certe parole magiche e furno aute in tanto grandissima venerazione, che Olimpiade, madre del grande Alessandro, magno imperadore, volse sacrificare con le loro medesime cerimonie; onde quelle cose che paiono bugie, credo che sia più ragionevole che le favole abbino avuto origine e principio e augumento da questi prodigi de' demonj (non senza qualche poco di adombramento di vero mescolatovi insieme di molte vanità) piuttosto che da' sogni (come dicea Sinesio); perciocchè a colui che gli fusse parso di vedere qualche cosa maravigliosa in sogno, non sarebbe corso così tosto a divolgarla, come se l'avesse vista fuora non dormendo. Crediamo noi che tanti incanti, che sono celebrati dai Greci e dai Latini siano stati fondati in su niente? e tante sorti di malie, di che è pieno ogni libro e ogni autore, fascinazioni, dare mal d'occhio, incantesimi, fatture, e inganni del nostro antico avversario. Di qui viene quella sacerdotessa della gente Massilia che prometteva con gli incantesimi cavare altrui di mente:
Fermar le acque, e mutar corso alle stelle,
Chiamare l'ombre notturne.
Di qui sono le bevande di Circe, di Medea e di Canidia, tutte quelle cose amatorie di Simeta, narrate da Teocrito Siculo, seguitato da Marone. Io mi ricordo d'aver letto appresso di Plutarco la favola d'incantare la luna essere stata trovata con astuzia da Aganice Tessala, la quale sapendo che l'eclisse della luna procedeva dall'interposizione dell'ombra della terra, dette ad intendere all'altre donne di Tessalia, che non lo sapevano, che quando la luna si scurava era fatta venire in terra da lei. Si può ancora raccontare delle altre favole, che hanno avuto cominciamento da qualche cosa fatta, o da qualche astuzia. Fu appresso de' Greci uno (se io mi ricordo bene) chiamato Palefato il quale giudicò essere cosa degna e di grandissimo pregio mostrare in che modo la maggior parte delle favole avesseno principio e fondamento in sul saldo di qualche storia: tirata poi dalla opinione e falsa credenza del volgo a cose più grandi e maravigliose, come sempre suol fare, il che come io penso accennò Virgilio, dicendo:
Mostralo il dotto Palefato in carte.
Ecci ancora quello che è notissimo ad ognuno, solere farsi per incanti che gli uomini o siano diversi da lor medesimi, come cicalavano alcuni, o che paresseno: che ragionevolmente non pare che alcuno possa negarlo, perchè senza vergogna potevano dire che almanco gli paresse che fusse così. Non ti ricordi essere stato scritto:
Le figliuole di Preto il piano e 'l monte
Di falsi mugghi aver ripieno e 'l giogo,
Temuto, e corni in van cercati in fronte.
Le quali (di poi dicono diverse storie) che sì come quelli con la rosa, così queste furno sanate da Melampo col purgarle il cervello, o (come volleno alcuni altri) da Esculapio con l'arte della medicina. Ma o fusseno infuriate per sdegni di demonj, ovvero per qualche infermità, gli antichi le dettero diversi rimedj: perocchè i demonj in quel tempo, che avevano l'imperio del mondo, tennero continuamente diversi e vari modi d'ingannare, non solo per mezzo de' sacerdoti de' tempj, e per gli oracoli, ma ancora per via delle donnicciuole infuriate dalla spirazione d'Apollo; imperocchè facendo maravigliare gli uomini di loro, gli aggiravano sotto specie di religione, precipitandogli nelle scelleranze, e per indurli a questo, pigliarono i demonj varie forme, come si può vedere di Proteo appresso di tutti i poeti, il quale si mostrava con diverse apparenze; e di quelli eroi che morirono a Troia, i quali Filostrato dette a credere (ne' Dialogi dedicati a' posteri) che fusseno stati visti dal vignaiuolo. Così anco si dice essere apparsa l'imagine di Empusa Lammia (che è una fantasima con un piè solo, e di rame) ad Apollonio Tianeo, mutandosi in diverse foggie, e talora in un subito togliendosigli di vista: e il medesimo avvenne a Menippo cinico (non quello che imitò Varrone nelle satire, imperocchè quello, a comparazione di questo Menippo Licio, è tenuto antichissimo) tenendosi una fantasima, ovvero una Lammia, come che gli fusse moglie. Paionti elleno queste cose simili a quelle che si dicono delle streghe a tempi nostri?
AP. Sì bene, perchè pure ora mi sovvengono quelle parole: Laura,
Lammia, Incubo, favole antiche; e quel verso:
A culle di fanciulli, strega nota,
Scelleranza del sesso feminile.
FR. Orsù andiamo al resto, acciocchè possiamo farne giudizio simigliante. Delle malie ne sono state scritte infinite cose, beveraggi, incantesimi, mesture, voci fabulose, e lusinghe di Marsi, perchè quantunque i naviganti d'Ulisse si dicesseno per metafora grugnire con i porci, trattenuti dalle lascivie delle donne, Ercole avere amato fuor di misura, bagnato dal sangue di Nesso Centauro, e gli amori indotti per i veleni di Colco, e che si sappia che per queste cose si mostrano le sfrenate voglie della brutta libidine, nondimeno le lusinghe non son bastanti per loro stesse, ma insieme con gli incanti, da' quali non è preso se non chi vuole; e però, dice Omero, che Ulisse andò incontro a Circe, non col bacio, ma con la spada, il quale siccome non era preso dall'amore, così anco non fu ritenuto dagli incanti, i quali non nuocono senza la maligna industria de' demonj. E così tiene quelli che vogliono essere tenuti, e usa grande arte per indurgli a volere, piglia i volgari con le lascivie, con le ricchezze quelli che son dati alla vita civile, e con la gloria quei pochi che si danno agli studj della filosofia. Così anco, se noi diremo quei conviti parte essere veri, e parte imaginari, non ci discosteremo dagli scrittori antichi; però che una simil cosa era quella mensa del sole descritta da Erodoto, stimata da Solino più divina, nella vita di Tianeo [Filostrato nel iiii. lib. al cap. viii.], il convito di quella sposa, la quale era una della compagnia, o delle Lammie, o delle Larve, ovvero de' Lemuri; dove si dice che le tazze e i vasi, che parevano d'argento e d'oro, sparirono.
I demonj adunque sotto varie forme si accompagnano con gli uomini, e Filostrato li chiama apparizioni e Lammie terribili, e appresso di Esaia profeta, dove si fa menzione delle apparizioni de' demonj, e di vari modi d'ingannare, dicendo, abbiamo visto il letto della Lammia, alcuni interpretano che voglia intendere de' demonj incubi, e credono che le Lammie dal mezzo in su abbino effigie umana, dal mezzo in già di bestia. Alcuni ebrei vogliono intendere per le Lammie le furie infernali: ancor che ne' treni di Ieremia si faccia menzione delle poppe della Lammia, e pensino qualcheduni quel nome derivarsi da laniare, cioè lacerare. Altri vogliono che si derivi da Lamma, che vuol dire voragine e precipizio. E per questo pensano che Orazio dicesse:
Nel fanciul divorato traggia vivo
A la Lammia del ventre.
Scrisse ancora Probo Cesare, che molte Lammie furno spettacolo al popolo. In che modo fusse quella che schernì Menippo non si può di leggiero sapere da altri che da Filostrato, il qual mostra in che modo il detto cinico fu ingannato, mentre che ella fingeva con matrimonio volersi congiungere seco. Io stimo che Apollonio ancora fusse ingannato, quando lo pregava che non volesse tormentarla, già ingannato in questo, credendo che le Lammie fusseno inclinate all'amore lascivo, e che si pascesseno di carne umana. Però che i demonj son mossi non da lascivo desiderio, ma da invidia, per disperdere l'umana generazione; nè appetiscono il sangue e le carni per bersele, o divorarle, ma per condurre l'anima e 'l corpo in perpetui tormenti. Pigliano i demonj con occulta fiamma, ma non son già presi da quella. Il che ben seppe quello eccellente poeta quando disse:
Spiragli occulto fuoco.
Ricordandomi io che disse già una strega, che quando si le mostrava il demonio sotto varie forme, soleva conoscerlo, che si sentiva un certo calore intorno al petto, e parimente affermava, che quando coceva la carne l'era all'improvviso porto non so che d'aiuto. Il che penso più chiaramente intenderai quando udirai Dicaste, che mi pare già vederlo alle mani con la strega, se l'occhio non m'inganna per la distanza.
AP. Io m'imaginavo per la veste civile e per la spada che hai accanto di parlare con un soldato; ma ora veggo che tu hai per le mani, non pur gli storici e i poeti famosi, ma ancora i filosofi e i segreti della nostra religione. Il perchè voglio che quella via, che ci resta, la consumiamo nel ragionamento cominciato, toccando brevemente quel che vi rimane, e che più particolarmente mi dica quelle cose, di che leggiermente passando m'hai accennate: se nessune però ce ne sono, acciocchè io possa raccorre il tutto di quelle che noi disputiamo, quasi come se io avessi mangiate le cose ben digerite.
FR. A questo bisognerebbe un uomo più dotto che non sono io, e richiederebbesi non un breve andare a spasso, ma un lungo sedere; nondimeno in qualunque modo io potrò non ti son per mancare; perciocchè, come sarebbe egli mai possibile che io non ubbidissi ad uno che di già per il suo ragionare ho conosciuto essere curioso di ritrovare la verità? Seguiterò adunque la disputa cominciata, e narrerotti, per quanto ne concederà il poco viaggio, quello che mi parrà al proposito nostro.
E in quanto che le streghe non si trovino in un dire, quando parlano del giuoco di Diana, questo può accascare o dal timore, o dalla poca memoria, perchè tutte le più sono donne inesperte e rozze. Si può dire ancora che nasca dall'inganno del demonio, il quale non tutte le beffa ad un medesimo modo, e questo si può vedere negli incanti antichi: imperocchè quelli che s'usavano nell'Eusino, nella regione Taurica, e nella Italia, tutti erano diversi in fra di loro. Nè la Farmaceutria di Virgilio è simile in tutto a quella di Teocrito. Il medesimo si può vedere negli oracoli, che alcuni ne avevano dalle donne spirate, alcuni dall'apertura della terra, e alcuni altri da' sogni fatti da uomini ne' tempj, e per questo dormivano nel tempio di Pasife. Abbiamo letto ancora, che i medici calavresi e dauri, soleano dormire intorno al sepolcro di Podalirio. E così molti ancora solevano giacere nel tempio di Esculapio, il che non solo si fece al tempo degli eroi, ma seguitò tale usanza infino al tempo d'Antonino, il quale, come dice Erodiano, per questo solo andò a Pergamo. Leggiamo similmente che gli oracoli si solevano dare per statue intere, dimezzate, e parimente per colombe, o uccelli, o donne che le fusseno, che per quella via desseno risposte: e per alberi e piante, e nella selva Dodona, e nell'India, erano alcuni presi da un subito furore, e altre cose tali così varie come si fussino anco gli augurj e 'l modo di sacrificare de' sacerdoti; imperocchè s'usavano appresso degli antichi diversi modi di cerimonie nefande, e di sacrifizj abominevoli, e diverse incantazioni, così anco a' tempi nostri quelle cose ch'hanno avuta origine dalle cose profane, si fanno con altre cerimonie che non usavano i Romani. Catone, il più vecchio, narra certe cose ne' libri della villa, tanto sciocche che appena si trova chi possa leggerle senza riso: e pur son dette da uomo che fu senatore e censore, e che trionfò. Circa il movimento e dove siano portate dal demonio, e circa il luogo dove elle siano posate, non dovea parerti cosa maravigliosa, però che quel che per sua natura suole ingannare, è doppio, è vario, e quello ch'è verace si fonda in sulla simplicità, e questo si può vedere nelle finzioni de' poeti, varie e ripugnanti tra loro, e bene spesso nelle storie: quando dicono la cosa in più modi: e parimente nell'opinioni de' filosofi, e nelle risposte de' iureconsulti; ma non avviene già così nelle scritture de' teologi, perchè nelle cose lor proprie non hanno discrepanza nessuna, cioè in quei precetti ch'appartengon alla fede, e al viver necessario per la salute, sono in tutto e per tutto consonanti, e concordi in fra di loro; e però il demonio maligno e fallace, bugiardo, e amico della discordia, così vario, e muta mantelli, per dir così, che è un vocabulo tratto dagli studiosi della lingua latina, da quelle favole di che abbiamo già parlato: le quali scherzando dicevano, che gli uomini si trasformavano in lupi: di poi così, come il demonio ingannava quegli antichi filosofi sotto specie di dottrina, cioè Pittagora, Empedocle, Apollonio e altri simili (usando lacci a quelli che facilmente gli parea di potere ritenere) così tirava già le donnicciuole con lascivia, e con lo sbevazzare, e similmente oggidì tira gli uomini, dalle qual cose molti filosofi abborrirono. Il demonio adunque in più modi gl'indusse a farsi adorare sotto ombra di sapienza, e sotto velame di falsa religione; conciossiacosachè eglino andasseno per gradi di dottrina alle preghiere, agli inni, agli oracoli, dove parea lor d'acquistarne il pronosticare le cose future, e l'essere portate per aria a diversi luoghi, e facevasi quello per opera di demonj che essi attribuivano alla divinità degli uomini. Imperocchè, come arebbono gli scolari di Pittagora, vedutolo disputare ora nel Taurominio di Sicilia, e ora poco di poi nel Metaponto? In che modo sarebbe egli andato Empedocle per aria, e come vi sarebbe ito Abari, donde fu chiamato cavalcatore di pertiche? Chi crede che Apollonio prevedesse molte cose, e che comandasse insieme a' demonj, grandemente si inganna. Fingeva il demonio maligno essere astretto da lui, acciocchè avendolo allettato sotto specie di falsa divinità, per suo mezzo potesse più gagliardamente ingannare gli altri, il che puoi conoscere per il fine. Prima volle fare perire Pittagora con il tumulto del popolo, di poi col fuoco, e finalmente s'ingegnò di farlo morire col ferro. Disperse Empedocle con una morte infame, avendolo condotto a tale che si credeva d'essere fatto divino, e usava di cantare: State di buona voglia, che io per lo avvenire vi farò Dio immortale, non più mortale; per mostrare a' compagni di rallegrarsi non essere più uomo mortale, ma divino. Del qual così disse colui:
Mentre ch'esser gli pare immortal Dio,
Empedocle saltò nel fuoco d'Etna.
Ma, o se egli uscisse di vita con questa morte, o con quella che scrisse Democrito Trevenio, cioè che s'era appiccato ad un corniuolo, s'ha da tenere che il demonio l'inducesse ad ammazzarsi da sè, nè gli bastò d'averlo schernito ch'ei credesse l'anima sua essere passata in diversi corpi: onde disse in quel suo verso:
Di già fanciullo e fanciulla fu io,
ma ancora con voci diaboliche, e con splendori di fiaccole l'allettò a morire. Rapì forse ancora Apollonio insieme con l'anima, conducendolo a dannazione eterna, la qual morte pare indegna de' Magici, perocchè è dubbio dove egli morisse. Alcuni dicono essere morto in Efeso, alcuni in Creta, e altri in Rodi. Il sepolcro, ovvero il deposito, insino al tempo di Filostrato non si trovava, avvenga che da certi sciocchi fusse adorato per Dio: il qual culto mancò in poco tempo, come fanno anco gli altri inganni del demonio, e così cessorono gli oracoli dopo l'avvenimento di Cristo, de' quali quasi tutto l'universo era infettato, pure con i medesimi inganni. Ma quello che già palesemente spargeva gli oracoli, ora si rode in oscuri laberinti, appetendo i lascivi congiungimenti, oggi tenuti vituperosi dalle genti, dove già erano orrevoli, donde è quel verso:
Degnando Anchise al suo coniugio altero
Venere Dea,
e questo non pure al tempo degli eroi, ma al tempo d'Alessandro e di Scipione, a' quali accrebbe la gloria l'essere tenuti figliuoli di Giove, sendo così noto per l'istorie che non faccia mestiero il raccontarlo, che Giove demone, il qual credevano essere Dio, si ghiacesse con la madre di Scipione in forma di serpente, e con Olimpia moglie di Filippo. Così il Demonio induceva a fare male quelli che erano pieni di lussuria mescolandoci anco il veleno della superstizione. E di sorte invescava color che erano cupidi della gloria, che avendo pronosticato, mentre che viveano, le cose future per mezzo della sua pratica, dopo morte ancora predicevano ciò che avea da essere. In questo modo dicevano, Orfeo il quale fu tenuto profeta mentre che visse, aver date le risposte e gli oracoli; dopo morte, e 'l suo capo tagliato dalle donne di Tracia, essersene andato in Lesbo ad abitare in una spelonca, e che prendeva i vaticini, per l'aperture della terra. Portavano ancora i demonj in volta gli oracoli d'Anfiarao e d'Anfiloco indovini, e mentre che visseno e poi che furono morti, il che forse desiderò Empedocle quando volse essere tenuto Dio. E parimente fingevano che i re dopo morte esercitasseno l'arte militare, come favoleggiavano di Reso, il quale dicevano armeggiare nel monte Rodope, e attendere alle caccie ed al cavalcare: in oltre dicevano che l'anime di questi apparivano, non pure per mezzo di quei circoli e di quei sacrifizj di Omero, ma che si mostravano ancora spontaneamente, e per certe convenzioni che facevano (come dice Filostrato, che si mostrava Achille ad Apollonio, e Protesilao con gli altri capitani, che avevan fatta guerra a Priamo, al vignaiuolo) ma per essere i visi, i costumi, e le cose fatte da costoro diverse da quelle che scrive Omero, nè punto consonanti a quelle che disseno o Darete Frigio, ovvero Dizio Creteo istorico, puoi conoscere quante bugie siano aggiunte alla felicità de' demonj ed alla cognizione delle cose, e quanti aggiramenti siano posti sopra i modi del vivere. Laonde se il demonio si pose già con quelli che si reputavano savi, e schernivagli di sorte che desse loro a credere cose contrarie, repugnanti e lontane in tutto dal vero, quale è la cagione che tu con tanta istanzia ti maravigli che nelle streghe del nostro tempo si trovino molti aggiramenti, e la più parte contrari fra di loro? Maravigliati piuttosto della potenza e sapienza di Cristo, che quello che innanzi al suo avvenimento, il demonio maligno persuadeva ai re, agli oratori, ed a' filosofi, come cosa grande, maravigliosa e degna d'ogni sapienza, ora a pena lo può persuadere agli uomiciatti ed alle donnicciuole, cioè che adorino lui, e che faccino quello che egli comanda, e che quello che già palesemente si faceva in tutto l'universo, per tutte le nazioni, come cosa onorevole e degna di lode, ora si faccia appresso di pochi, di nascosto, ed in luoghi remoti e solitari, come cosa brutta e piena di vituperio. E considera (quello sopra tutto degno della gloria divina) il fondamento della fede Cristiana esser tanto fermo e saldo, che il demonio maligno non vuole che le streghe abbino affare seco, se prima non rineghino la fede nostra, non sprezzino i sacramenti, e non calpestino l'Ostia salutifera. In questa guisa il nimico di Dio e degli uomini vuole che quelli che lassano la nostra religione piglino i principj de' suoi sacrilegj. E questo perchè non possono stare insieme il vero e 'l falso, la luce e le tenebre, e la religione e la superstizione. Ma parmi che ora mai ti potrai chiarire di quello che abbiamo ragionato per la via. Eccoti la Strega alle scale della chiesa, che parla con Dicaste.
AP. Dio vi salvi.
DIC. Che c'è di nuovo Apistio?
AP. Noi desideriamo d'intendere le nuove da te, conciossiachè Fronimo qui ed io siamo venuti qua per udire insieme con esso teco la Strega delle cose che si fanno nell'altro mondo, se te ne contenti però.
STREGA. Ohimè!
DIC. Sta di buono animo, parla senza paura, e non dubitare ch'io ti manterrò che non ti sarà fatto mal nissuno, come t'ho promesso, se tu dirai liberamente tutte le tue ribalderie, che ad ogni modo non le puoi celare perchè ho testimonj, e principalmente te delinquente, la quale massimamente ho desiderata.
STR. Io ho detto; perchè mi tormentate più?
DIC. Bisogna replicare, non pure in presenza di due o tre testimonj, ma di molti: e poi anco di tutto il popolo, se tu vuoi scampare il martoro, a che ti condannano le leggi. M'hai promesso di fare tutto quello che io ti comanderò, ed io per questo t'ho promesso non ti mettere nelle mani del Potestà, che ti faccia abbruciare secondo il costume antico. Ora io non ti comando altro se non che tu racconti le cose che facevi con i demonj quando eri in corso, o vero nel giuoco di Diana.
STR. O giuoco per me amarissimo! O infelice donna che io sono!
DIC. Non c'è bisogno di piangere, nè di ugnolare.
STR. Di grazia non mi tormentate più: vi prego mi diate tanto tempo ch'io ritorni in me, e di poi vi dirò tutto quello che ho fatto.
DIC. Se piace così a voi, io la contenterò, però che se noi indugiamo a domane, ella dirà ogni cosa con animo più pronto e con miglior voce, al che io arò molto caro (se non vi increscerà la via) che vi troviate presenti.
AP. Non increbbe la via a quelli che andorno da Gnoso alla Spelonca, ed al tempio di Giove, per udire le vane leggi di Minos e di Ligurgo; ed a me doverà increscere d'andare un miglio per intendere più da presso e più minutamente quelle cose che, se non sono vere, almeno per i discorsi di Fronimo, mi paiono verisimili?
FR. Mi rallegro che tu ceda non a me, ma alla mera verità; o pur se tu non sei anco chiaro alle cose che le son simili, ed a me certamente non sarà grave per fare esercizio ritornare in fin qui dalla città.
DIC. Domattina adunque ne verrete da noi aspettati con desiderio.
II.
INTERLOCUTORI DICASTE, APISTIO, STREGA e FRONIMO.
DICASTE.
Siate appunto venuti a tempo, che la Strega or ora si caverà di prigione.
AP. Eccola che la menano legata.
STR. Così m'attenete le promesse eh? perchè date tormenti a chi ha confessato?
AP. Buona donna, qui non s'è portato nulla da darti martoro. Fronimo qui ed io siamo venuti solamente per vedere ed udire, e per aiutarti dove noi potremo.
FR. Così è.
STR. Queste manette mi fanno male, ed i nodi delle funi sono troppo stretti: ed ho paura anco di peggio.
FR. Falla un poco allentare.
DIC. Orsù, sia anco sciolta.
STR. Comincerò un poco a riavermi.
DIC. Sta di buono animo, e non dubitare che non ti mancherò niente di quello che io t'ho promesso, pure che tu anco mantenghi le promesse, nè c'inganni in cosa nessuna, manifestando tutto quello di che sarai domandata.
STR. Tutto manterrò senza ingannarvi.
DIC. Raccontaci quelle cose, che tu confessasti a me ier l'altro, e iersera quando il notaio scriveva.
STR. Se voi mi ridurrete a mente col domandarmi quelle cose che volete, io vi risponderò ordinatamente.
DIC. Domandatela voi, Apistio e Fronimo, che io vi do licenza, ch'oggi questo spettacolo è fatto per voi; io starò a udire, e dove mancherà io la rimetterò in sulla via.
AP. Sei tu mai andata al giuoco di Diana, o vero dell'Erodiadi?
STR. Certo sì che vi sono andata a questo giuoco, il quale se sia di
Diana, o dell'Erodiadi, questo non so io.
FR. Non ti dissi io ieri, Apistio, che il demonio ingannava in vari modi. Nel tempo che Diana era adorata dalle genti, e che il suo nome era chiaro e famoso per tutto 'l mondo, era cosa gloriosa l'essere annumerato fra le compagnie di Diana, le quali avvenga che fussino dette vergini, nondimeno erano chiamate anco Ninfe, e piaceva loro il nome di sposa, ma più l'effetto, benchè non cercasseno con debite cerimonie di essere spose legittime: perchè fra loro v'era frequenza di stupri e di adulterj: donde è quella meretrice tante volte replicata ne' versi d'Omero, mentre che favoleggiavano una compagna, ovvero una Ninfa di Diana (Napea, Oreade, o Driade ch'elle fusseno) avere auto a fare con quei falsi o Dei, o Eroi che gli chiamassero, benchè fusse tenuto dai Gentili, confermato dal comun parere del volgo, le Ninfe del mare, e de' fiumi esser inclinate agli amori, come tu troverai spesso di Cirene, Leucotoe, Cimodocea, e dell'altre false Dee de' fiumi e del mare. Nondimeno perchè è manco pericolo l'andare per i monti, che tuffarsi nell'acqua, e perchè piaceva più conversare nelle caccie di Diana, che nell'onde degli Dei marini, si dettero più volentieri a' giuochi ed alle danze di Diana, come a cose più dilettevoli. Ne tirò poi delle altre a sè sotto spezie di Erodiadi, alle quali dava piacere nelle danze della selva Idumea.
DIC. Di questo giuoco di Diana, o vero delle Erodiadi, se ne fa menzione ancora ne' decreti de' Pontefici, dove si recita una resoluzione del Concilio, la quale spressamente comanda che si scaccino.
FR. Credi tu, Dicaste, che questo sia quel medesimo giuoco?
DIC. Alcuni dicono di sì, e alcuni altri vogliono che sia piuttosto una nuova eresia.
FR. Io credo certo, che parte sia di quello antico, e parte ripieno di nuove superstizioni, come se tu dicessi antico d'essenza, e nuovo d'accidenti (per parlare secondo i moderni).
DIC. Hai trovata una bella distinzione, per la quale si possano risolvere molti dubbj che ne nascono, donde alcuni hanno preso un granchio non piccolo, pensando che queste donnicciuole sempre siano portate al detto giuoco solo con l'animo e con l'imaginazione, e non col corpo.
AP. Adunque tu credi che le streghe sempre siano portate al giuoco col corpo?
DIC. Non tutta via; perchè sono state trovate qualche volta sopra una trave, oppresse da sì grave sonno, che non hanno mai sentite le percosse, ed alcuna volta a cavallo a certe granate di scopa, appiccatevi così forte, che ancor che le dormissero non ne le hanno mai possute spiccare; dalle quali scope pensano d'essere portate.
AP. Qual credi tu essere la cagione, che tal volta son portate col corpo, e tal volta ancora, mentre che si presumono d'essere portate, si trovino al giuoco solo con la imaginazione?
DIC. Qualche volta procede da uno aggiramento e da un sottile inganno del demonio, e qualche volta dall'elezione stessa delle streghe; perciocchè io mi ricordo già che Enrico ed Iacopo teologi Germani scrisseno d'una certa strega che faceva viaggio nell'un modo e nell'altro, come più gli piaceva, cioè e vegghiando col corpo, ed alcuna volta solamente con l'imaginazione, quando gl'incresceva il cammino: e che allora gettatasi in sul letto, dette certe parole abominevoli, diceva essergli rappresentato in una certa nugola tutto quello che si facea al giuoco, quasi come in su la scena.
FR. Che risponderesti tu agli avversarj?
DIC. Prima direi maravigliarmi, che con un sol modo di fare quel viaggio, osservato già in una regione del mondo da una certa compagnia di donne sacrileghe e profane, vogliano giudicare tutti gli altri modi de' sacrilegj, delle superstizioni e delle magiche vanità, e quel modo solo volerlo accomodare ad ogni parte del mondo, e che paia loro tanto di sapere, che voglino ristrignere la potenza grandissima del demonio (avutola insino dalla sua creazione) ad una cosa sola. Dipoi che non vogliono si dichiari la cosa, secondo quelli che sono di più giudizio, per separare le cose che appartengono alla natura da quelle che s'aspettano alla fede cattolica; e finalmente negano quello non essere, che senza biasimo non possono negare che non sia possibile. E non si può dire che qualche volta non sia stato, se non chi volesse sfacciatamente opporsi a mille autorità. Ma qualcuno più audace di me direbbe forse di volere vedere l'original vero del concilio, e l'autorità più degna di colui che ha detto questo: imperocchè molte cose sono corrotte appresso di Graziano, onde fra l'altre cause forse questa è una, che quel suo compendio non è mai stato comunemente approvato, nè così avuto in luogo di leggi, che non possa contradirsegli, ma (per concedere ogni cosa) con questa tua distinzione par che si chiuda la bocca all'avversario, per la quale si può vedere che questo andare in corso che fanno le nostre donnicciuole, e i nostri omiciatti, parte è simile a quel giuoco, e parte diverso. Imperocchè nè qui c'interviene Diana, o si crede Dea de' pagani, nè si veggono cose simili a quelle che danna il concilio in quella regione; e pure nondimeno qui si fanno di molte cose, che non si legge mai essere state fatte quivi, comuni solamente con l'altre superstizioni de' Gentili, e con gli inganni de' falsi demonj negli unguenti dannosi, nel sangue innocente de' fanciulli, nel circolo, negli incantesimi, e in molti malefizj, circa l'andar col corpo per la regione dell'aria: e chi negasse questo moto per l'aria sopra umano non potersi fare dal demonio, cascherebbe, come io stimo, nel nome d'eretico, perchè come scrisse in quel libro sacro Usitide, uomo santissimo, non è potenza nissuna in terra che si compari a quella del demonio. È scritto ancora nell'Evangelio, che il nostro Signore Gesù Cristo fu posto sopra il monte, e sopra la cupola del tempio: e tutti quanti i teologi tengono per fermo che fusse portato attorno, e che i corpi ad ogni minimo cenno obbediscono agli spiriti separati dalla materia, in quanto si appartiene al mutarsi di luogo a luogo, ed al disputare se queste streghe siano portate in verità o no è quistione di ragione, e quella è di fatto. Perciocchè quando si sa che una cosa si può fare, s'ella sia fatta o no, non si può sapere se non per testimoni, de' quali noi n'abbiamo infiniti.
FR. Non è maraviglia se tutti parimente farneticano poi che intendono la verità da altri; perchè così come Dio dal male ne cava il bene, così gli uomini, essendo male informati, dalle cose buone si sforzano trarne le cattive. Il simile fanno tutti gli eretici delle sacre lettere.
AP. Di grazia non m'interrompete il mio domandare, perchè di tutte queste cose avevo pensato di domandarne poi.
DIC. Orsù domandala.
AP. Come si chiama egli questo giuoco?
STR. Le nostre pari e quelli della compagnia lo chiamano il giuoco della signora.
AP. In che modo andavi tu?
STR. Era portata, non andavo.
AP. E sopra che?
STR. Sopra un maglio da lino.
AP. Come può essere che quello andasse non portandolo nissuno?
STR. Lo portava l'innamorato.
AP. Quale innamorato?
STR. Lodovico.
AP. Forse un uomo che ha nome così?
STR. Non uomo, ma un demonio maligno, che s'appresentava in forma di uomo, ed io lo reputavo Dio.
AP. Mi maraviglio che il demonio il quale, ha in odio tutti gli uomini, si ponesse questo nome di cristiano!
FR. Ti maravigli che s'abbi posto questo nome che abbiamo avuto dai
Gentili, trasfigurandosi ancora nell'angelo.
AP. Dici che è venuto da' Gentili?
FR. Da' Gentili sì, imperocchè (se io non m'inganno) non troverai mai per esempio nessuno tal nome avere origine nè da' Greci, nè da' Latini. Ne' Comentarj di Cesare solamente ho letto Litavico, donde è venuto Luigi (variato di poco) nella lingua franzese: e poi nella latina Lodovico, che nasce da quello.
AP. Non vo' disputarla ora, sendo risoluto di volere ragionare con la nostra Strega.
FR. Ho detto quel che me ne pare, pronto nondimeno a udire i più savi di me.
AP. Ma, o buona Strega, ti prego che tu ci scopra sinceramente i tuoi amori.
STR. Che cosa vuoi tu sapere?
AP. Parevati egli uomo?
STR. Uomo, eccetto che i piedi, che pareva sempre gli avesse d'oca: sempre gli portava rivolti indietro, tal che rimanevano l'orme a contrario.
AP. Qual credete voi che fusse la cagione che si mostrasse uomo nel volto e negli altri membri, e ne' piedi oca?
DIC. Tu leggerai, questo in tutti i libelli delle querele: il diavolo ovvero il demonio, o vuoi dire satanasso, mostrarsi in forma d'uomo, eccetto i piedi: di che mi sono spesso maravigliato e immaginatomi, che la causa sia che non possa interamente pigliare la forma umana, non essendogli concesso rappresentarla nei piedi; e forse può essere che i piedi più tosto che l'altre membra non rispondino all'altre fattezze; perchè usavano già nei sensi mistici significare gli affetti per i piedi; e per questo gli porti rivolti indrieto e a contrario. Ma perchè abbia piuttosto voluto pigliare il passo dell'oca, che d'altri animali, io confesso al tutto di non saperlo: se già nell'oca non è qualche proprietà più occulta che possa accomodarsi alla malizia. Benchè io non mi ricordo che tal cosa sia stata avvertita da Aristotile, anzi piuttosto (se io ho bene a mente) attribuisce a questa sorte d'uccelli la vergogna.
FR. Può ancora il pubblico nimico del genere umano aver voluto spargere alcune reliquie più nascoste della superstizione dei Gentili: a cui già si sacrificava l'oca sotto il simulacro d'Inaco e d'Inachide, e di qui vennero quei versi:
Non giova il Campidoglio aver difeso
Che gl'intestini suoi non ti dia l'oca
Inaco degno;
ovvero come altri vogliono che si legga piuttosto:
Il fegato la vacca Inaco dia
A te ne' piatti.
Dice Plinio che si soleva sacrificare il fegato dell'oca a Inaco Dio del fiume d'Argo; il qual uccello s'allegra dell'acqua, e d'Inachide si prova perchè si sa per la storia d'Erodoto, che i sacerdoti egizi erano soliti mangiar carne d'oca: e quivi con gran superstizione s'adorava Iside, che fu tenuta poi Diana: in oltre l'oca più astuta del cane (come disse colui) facilissimamente conturba molto il silenzio della notte, alla quale diceano Diana essere soprastante: e il demonio forse prese i piedi di quell'uccello a dinotare che così come quello è uccello vigilante, e quando le bisogna essere intenta a far la guardia, è senza sonno; così doversi ancora essere sollecito all'andare a quel giuoco, e quivi consumare tutta la notte dandosi buon tempo; ovvero perchè si dicesse, che una certa parte di quell'uccello incita le donne a lussuria. Potè similmente essere indizio di qualche amore più occulto e più crudele, trovandosi scritto l'oche aver desiderato con libidine altri fuor della loro spezie. È cosa nota appresso di Plinio di un fanciullo d'Argo chiamato Oleno, e di Glauco citaredo del re Tolomeo, de' quali si dice che le oche se n'erano innamorate. Dove io credo che Plinio errasse, perocchè Teofrasto nel suo libro degli amori dice, che il fanciullo si chiama per nome Anfiloco e non Oleno, ma Olenio era il nome della patria, nè quello è al tutto inconveniente, imperocchè i piedi dell'oca sono già stati avuti nelle delizie dei conviti, e per questo forse si può dire aver voluto dinotare che le vivande scelte della mensa di Diana eran da essere preposte non pure all'altre, ma ancora a quelle della mensa del sole d'Etiopia, dove non si legge che vi fusseno usati i piè dell'oca, i quali forse per paura Messalino Cotta infino a qui non gli ha messi in uso. Queste cose mi piaceno più che dire che l'oche abbiano a essere celebrate con nome di sapienza; per aver conversato ancora con Lachide filosofo nei bagni; perch'io crederò piuttosto che questa sorte di domestichezza sia simile a quella d'Aiace Locrense col dragone, e non fusse difforme da quella voce famigliare che Socrate sentiva sonarsi negli orecchi, ovvero da quella che pronosticava ad Agamennone e Menelao, e a Priamo, secondo che si legge nel poema intitolato delle pietre, che è attribuito ad Orfeo, nè è al tutto fuor di ragione il credere, che quei piedi voglino significar la prestezza del cammino, con la qual siano portate al giuoco, conciossiachè noi non leggiamo alcun altro uccello mai aver fatto tanto viaggio con i suoi piedi, quanto l'oche, che, come dice Plinio, vennero già da' Morini insino a Roma a piedi.
FR. Dimmi un poco tu: mostravatisi egli mai con altri piedi che d'oca, quando veniva a te?
ST. Mai con altri.
AP. Come vi veniva?
ST. E chiamandolo io, e spesso da per sè.
AP. Sempre in forma umana?
STR. Sempre quando veniva per dormir meco.
AP. Oh che! dormire con una vecchia grinza!
ST. Ohimè, ohimè Dio!
AP. Di che hai tu paura?
ST. Vedete, vedete.
DIC. Dove?
ST. Al muro.
DIC. In che forma?
ST. Di passera.
DIC. Ora si mostra in forma d'uccello lussuriosissimo, non si discostando dal parlare di questa donna. Voi avanzate con la lussuria ogni mostruosa libidine.
AP. Maravigliomi che nessuno altro, eccetto costei, vegga questa passera.
DIC. Certo che nissuno non la vede.
AP. Cosa invero maravigliosa.
FR. Per che cagione ti maravigli, non ti facendo maraviglia dell'anello di quel pastore di Lidia, detto Gigi, celebrato e da Platone e da Cicerone?
DIC. Avviene non pure nelle vane apparizioni de' demonj iniqui e maligni, ma ancora ne' prodigi divini, che quelle cose, che si fanno palesemente, talora non sien viste se non da pochi; e per tacere le altre cose, quel lume che stava sopra il capo di san Martino, del qual disputa Severo Sulpizio, fu visto da pochissime persone. E quello splendore che apparse a sant'Ambrogio, mentre che scriveva, fu visto solamente da Paulino; ma perchè questa presente imagine del demonio sia vista solamente dalla Strega, io ne darò la cagione all'amicizia che ha con esso lui, per la quale si fa, che non solamente gli occhi, ma ancora la potenza imaginativa, per un certo abito s'indirizzi nell'amato. Tre dì fa ci raccontò avere visto il suo amatore ravvolto in giro a guisa di serpe.
FR. Così anco si mostrava appresso dei gentili, e in forma d'uccello ed in forma di serpe; però che tu hai letto che, domandando Alessandro la guida del cammino all'oracolo Ammone, gli dette i corvi.
AP. È vero, e se io mi ricordo bene, gli dette anco i dragoni.
FR. Dubiti tu forse che quelli non fusseno demonj sotto spezie di corvo? Così quegli altri due, che racconta Aristotile fra le cose maravigliose, esser stati in Caria intorno al tempio di Giove. Che bisogna che tu ti maravigli, avendo letto appresso di Plinio che l'anima d'Ermolino Clazomenio andava vagando fuor del corpo, e quella figura di corvo che era solita partirsi dalla bocca d'Aristeo Proconesio, la quale dicevano essere la sua anima, non era veduta da tutti gli uomini, ma da qualcuno, e molto meno ancora ti maraviglieresti, se tu sapessi quel che fu detto da Aristotile, e confermato da altri di quell'uomo tasio.
AP. Dicci di grazia, quel che si dica che gli avvenisse.
FR. Dicono essere stata vista da lui medesimo l'anima sua mentre che moriva stargli innanzi, la quale non viddeno gli altri uomini.
AP. Si può dunque credere senza biasimo (come dicono), che si vegghino qualche volta spiriti buoni e cattivi senza corpo da quelli che stanno per morire, i quali non sian visti da altri?
FR. Perchè no? Avendolo creduto tanti uomini famosi, e scrittolo ancora agli altri?
AP. Ètti passato via la paura?
ST. Sì, e per i vostri ragionamenti, e per la presenza vostra.
AP. Hai tu però tanta paura del tuo amatore?
ST. Fu già tempo che non n'avea paura, ma da poi che sono in prigione, e che contra la voglia sua ho rivelati i nostri amori, mi spaventa fuor di modo, stando talora all'usciuolo della prigione, ed a quella finestra piccola mi dice villania, e promette d'aiutarmi, se io sto ostinata a non confessare.
AP. Quando tu andavi al giuoco, non ti faceva egli mai niente paura?
ST. Niente certo.
AP. Andavi tu ogni dì, o pure in certi tempi?
ST. La seconda notte dopo il sabato, che oggi è il quarto, cominciandosi da quello.
AP. Andavi tu mai di giorno al giuoco?
ST. Mai.
FR. Di qui puoi conoscere ancora le reliquie dell'antica superstizione, se ti ricorderai:
Su i notturni canton delle cittadi
Ecate aver gridato.
Che altrimenti si chiamò Diana e Luna, alla quale (come dice Pindaro) solevano sacrificare le donne, con ciò sia cosa che i maschi non ricorressino da lei, se non nelle cose dell'amore. La notte era dedicata a simil preghi, e finivansi come finiva il giorno. Onde è quel verso:
Cacciommi coi cavai l'iniquo giorno.
AP. Vi è forse sotto qualche senso più nascosto.
FR. Che?
AP. Quello di che fece menzione Menandro.
DIC. Ognun di voi dice bene, secondo la scienza umana; ma io, secondo la divina, vi addurrò l'oracolo perfetto, non alcuno di quei vani d'Apolline, ma quello che venne dalla verità, e da Dio stesso.
AP. Dillo.
DIC. Colui, che fa male, ha in odio la luce.
FR. Certo sì, che cotesto è verissimo: ma tu, o buona Strega, perchè non ti trovavi tu ancora l'altre notti nelle danze di Diana, ovvero della Erodiade, o di quella che tu chiami la Signora? o, per parlare più chiaro, perchè non ti ritrovavi tu, ovvero non pareva di ritrovarte in questa illusione del demonio l'altre notti? perchè io so certo, secondo la fede nostra, Diana non essere dea, nè la Erodiade, nè anco gli spiriti immondi essere signori dell'uomo.
ST. Non lo so.
AP. Preparàviti tu per l'andare, o pure aspettavi lui che venisse per te?
ST. Io facevo un circolo, ed untami, montavo a cavallo sopra un sgabello; di poi ero levata in alto, e portata per aria al giuoco; qualche volta calpestavo l'ostia sacrata nel circolo, e subito giungeva Lodovico, del quale io me ne servivo a mio piacimento.
AP. Che unguento era quello?
ST. Fatto per la maggior parte di sangue di bambini.
AP. Che ti ungevi tu?
ST. Eh! mi vergogno a dirlo.
AP. O meretrice sfacciatissima de' demonj! si vergogna a dire quello che non si vergogna a fare.
ST. Parvi maraviglia?
AP. Manda fuora il veleno: che ungevi tu?