CENNO STORICO
SULL'ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO
NELLA PEUCEZIA
CENNO STORICO
SULL’ANTICHISSIMA CITTÀ DI RUVO
NELLA PEUCEZIA
DEL GIURECONSULTO NAPOLITANO
GIOVANNI JATTA
COLLA GIUNTA
Della breve istoria del famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Italiani con altrettanti Francesi seguito nelle vicinanze della detta città nel dì 13 Febbraio 1503.
IN NAPOLI 1844
DALLA TIPOGRAFIA DI PORCELLI
Strada Mannesi num. 46.
L’AUTORE AL SUO NIPOTE GIOVANNINO JATTA.
Eccoti il mio Cenno Istorico sull’antichissima città di Ruvo che ti ho promesso. Sarà forse questa l’ultima mia produzione letteraria. Il peso degli anni aggravato vie più dalle forti e continue traversie di salute che sto soffrendo, a grandissimo stento ha potuto permettermi di soddisfare questo debito che aveva colla nostra comune Patria. Lo indirizzo a te per infiammare il tuo cuore tenero ancora del santo amore di essa. Leggilo e rileggilo con attenzione. Vedi se io l’ho sempre amata e se l’amo, ed amala tu pure allo stesso modo.
Sono stato io il primo che ho tentato di squarciare quel bujo che teneva ascosa la sua rimota, ed illustre origine. Mi lusingo di averlo fatto non senza un successo che riempie il mio cuore di gioja, e compensa largamente il travaglio non lieve che mi è ciò costato. Manca al mio lavoro quella perfezione maggiore che avrei in esso desiderata; ma i mali fisici tolgono anche allo spirito una parte della sua energia, ed illanguidiscono l’applicazione.
Tocca a te il supplire ciò che forse potrebbe trovarsi mancante nelle mie investigazioni, e compiere l’opra da me cominciata per l’onore della nostra Patria. Continuando con fervore ad istruirti nelle Lettere, facendo di esse la tua passione e la tua delizia, ed incitando il tuo cuore a questa santa emulazione, potrai porti in grado d’illustrare vie più la nostra patria coi tuoi talenti, e con quelle cognizioni, delle quali coll’ajuto di Dio farai tesoro.
Vai tu a cominciare nel Mondo quella carriera che io ho terminata. La tua posizione, le tue circostanze, il mio nome istesso che tu porti ti chiameranno un giorno a prender parte nelle cose relative alla nostra Patria. Cerca sempre di esaurire tutti i mezzi, e tutti gli sforzi per sostenerne l’onore, per difendere vigorosamente i suoi dritti, per promuoverne sempre più i vantaggi, e per rompere gl’intrighi, ed i partiti che tornano a discapito de’ suoi veri interessi.
È questo il primo dovere del cittadino, e la prima virtù dell’uomo dabbene. Sia questo anche il primo vanto a cui devi tu aspirare. Sii sempre unito ai veri e bravi cittadini che sinceramente divideranno con te questi nobili e virtuosi sentimenti. Guardati da chiunque con mentito zelo ha la Patria solo nella bocca, e nel cuore il proprio interesse. Sarebbe desiderabile che questa razza di uomini non vi fosse; ma perchè sventuratamente ve ne ha pur troppo, metti a profitto questo mio avviso.
Debbo in fine attendermi dalla tua ottima indole, dal tuo amore e rispetto per me che la Popolazione di Ruvo dalle tue operazioni abbia sempre a lodarsi di averti io allevato con que’ medesimi sentimenti diretti al vero bene della comune Patria che in ogni tempo ha in me costantemente sperimentati.
È stato sempre vivo in me il desiderio di riunire le notizie istoriche relative all’antichissima città di Ruvo mia patria che ho sempre amata, ed amo sommamente. Ma quando li miei anni erano verdi e la mia salute robusta, prima le occupazioni dell’Avvocheria, ed indi i sacri doveri della Magistratura non mi lasciarono mai il tempo necessario a simili ricerche. Sciolto da queste cure e stimolato dallo stesso desiderio, mi ha in verità sgomentato dal secondarlo la scarsezza positiva del materiale che bisogna per potersi tessere una Storia.
Molte città, comunque antiche e ragguardevoli, sono rimaste nella oscurità sia perchè sono mancate le occasioni che avrebbero potuto dare agli antichi Scrittori la opportunità di parlar di esse, sia perchè le opere di coloro che ne han parlato non sono sventuratamente giunte fino a noi. La città di Ruvo si vede appena nominata da qualche antico Scrittore. Si può solo conoscere con sicurezza ch’era una delle antiche città della Peucezia. Della sua origine, della sua popolazione, delle sue istituzioni, della sua coltura nelle scienze e nelle belle arti, e di ogni altra circostanza che possa rendere ragguardevole una città nulla si conosce dagli antichi Scrittori.
Nè coteste investigazioni per loro stesse laboriosissime possono attendersi da qualunque Scrittore il quale non sia animato dall’impegno positivo d’illustrare una città. Quindi è che i Commentatori degli antichi Scrittori, e coloro che hanno scritto sulla Geografia antica non hanno dati della città di Ruvo che cenni molto brevi e secchi, e talvolta anche assurdi, ed incoerenti come anderemo a vederlo nel prosieguo del mio discorso.
Ma ciò che più mi ha sorpreso, per non dire irritato, si è che Cristofaro Cellario il quale ha scritto sulla Geografia antica un’opera elaborata ed erudita e non ha omesse le città le più meschine ed oscure, non ha onorata la città di Ruvo neppur di un motto! Anzi nella Carta della Magna Grecia che ci ha data alla fine della Sezione III capo IX del lib. II l’ha erroneamente riportata con una doppia nomenclatura alla stessa estranea, come anderò a rilevarlo al suo luogo!
Questo però è troppo. Le antiche monete da me raccolte in gran numero, ed altre già pubblicate pruovano con piena sicurezza ch’era Ruvo una delle più antiche città Greche dell’Italia. Il chiarissimo Canonico Mazocchi bene a proposito, osserva che per potersi distinguere le nostre antiche città Greche da quelle fondate dagli antichi abitanti delle nostre Regioni, bisogna vedere ciò che ne hanno detto gli antichi Scrittori, e soggiugne: At Scriptorum quorumlibet testimoniis longe exploratiora sunt nummorum, lapidum, tabularum ænearum monumenta, quæ si Græca fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu dubitabit[1]?
Se questo illustre Scrittore non allogò anche la nostra città tra le altre città Greche, delle quali fece la enumerazione, causa ne fu il silenzio degli antichi Scrittori su tal circostanza, e ’l non esser state all’epoca in cui egli scrisse pubblicate ancora o conosciute le antiche monete Greche Ruvestine, le quali hanno scoperta dappoi la sua origine. Nè si erano a quel tempo disotterrati tampoco que’ tesori che all’epoca nostra hanno resa la città suddetta molto illustre, cioè li numerosissimi vasi fittili Italo-Greci (molti de’ quali con leggende Greche) pregiatissimi non meno per la somma eleganza delle forme, e per la nobiltà e perfezione del pennello, che per la ricercatezza delle favole non ovvie che vi sono dipinte.
Questi capi-lavori i quali pareggiano e forse anche superano i vasi di Nola, creduti per lo innanzi i più pregiati, si hanno attirata la giusta ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, e pruovano a trabocco due circostanze. La prima che nella città di Ruvo fiorivano in grado eminente le scienze e le belle arti, poichè questi monumenti giustificano la somma abilità de’ Pittori Ruvestini, e la loro piena istruzione nella Storia, nella Favola, e nella Mitologia. Nè meno pregevoli sono i lavori ivi rinvenuti di oro, di argento, di bronzo, e di bellissimi vasellini di vetro colorato di diverse ed eleganti forme.
La seconda ch’era quella città abitata da famiglie ricche e ragguardevoli, poichè cotesti oggetti preziosi che si trovano riposti ne’ loro sepolcri non costavano allora meno di quello che si pagano adesso, ed un lusso funerario così profuso non potevano usarlo che le persone distinte e doviziose.
Cotesti elementi interessantissimi, il nome istesso della città, e le notizie che ci han date gli antichi Scrittori delle diverse trasmigrazioni de’ Popoli della Grecia nella Italia mi portano anche più oltre. Messo tutto a calcolo ho giusta ragione di credere che la nostra città fu fondata dagli Arcadi ed altre Genti dell’Acaja che prima della guerra di Troja vennero a stabilirsi nella Italia sotto i Condottieri Oenotro e Peucezio, e mi lusingo di poterlo concludentemente dimostrare.
In quanto poi ai fatti avvenuti, ed alle vicende che hanno potuto aver luogo ne’ tempi di mezzo forza è confessare che m’imbatto in una oscurità anche maggiore. Scarsissime sono le notizie che si possono trarre dalle Cronache. Mi è quindi impossibile scrivere una storia ordinata. Debbo per necessità limitarmi a quelle poche cose che la mia avanzata età, ed i continui patimenti di salute che soffro mi han potuto permettere di raccorre. Voglio augurarmi che nella città di Ruvo sorgano ingegni più vegeti e più felici, i quali infervorati dallo stesso impegno d’illustrare vie più la commune Patria, si applichino a dilatare per l’onore della stessa quella via che sono stato io il primo ad aprirla.
Per gli ultimi tempi in fine avendo io avuta una gran parte negli avvenimenti seguiti, ed essendo il solo rimasto superstite di coloro che potevano esserne bene informati, sono al caso di poterne parlare con quella verità, e minutezza che a niun altro sarebbe facile. Cercherò quindi farlo nel modo che possa riuscire anche utile e profittevole ai miei concittadini tanto presenti che futuri.
CAPO I. Degli antichi Scrittori che hanno parlato della città di Ruvo.
Non fia meraviglia che i due antichi Geografi Pomponio Mela, e Tolomeo non abbiano parlato della nostra città. Il titolo che diè il primo al suo libercolo Geografico fu De situ Orbis. Non si occupò quindi di altro, meno che di percorrere e cennare la situazione del Mondo allora conosciuto, e delle diverse Regioni che lo componevano. Pochissime sono le città ch’ebbe la occasione di nominare nel fare tal succinta descrizione. Lo dichiarò ei medesimo nella prefazione premessa al suo libercolo, poichè disse: Dicam autem alias plura, et exactius: nunc autem ut quæque erunt clarissima, et strictim.
Tolomeo fu di lui più largo in questa parte. Ma tranne le città principali, o almeno da lui credute tali, di tutte le altre, benchè sicuramente antiche e conosciute, non se ne incaricò nè punto nè poco. Ne diè di ciò la ragione, poichè disse che la minuta descrizione di esse apparteneva, non già alla Geografia, ma bensì alla Corografia, nel che non saprei dire quanto sia stato adeguato il di lui avviso[2].
Farebbe però una giusta sorpresa il non trovare la città di Ruvo nominata neppur da Strabone che fu un Geografo minutissimo, alla di cui attenzione non isfuggirono neppure le città distrutte, se il di lui silenzio rispetto alla nostra città non fosse derivato da una manifesta alterazione sofferta dal seguente luogo della sua dottissima, ed accuratissima opera, ove della città di Ruvo che non si vede punto nominata doveva per necessità parlarsi.
Descrive questo Scrittore le due strade per le quali da Brindisi si andava a Roma, e dice: Una, qua muli ire possunt per Peucetios, qui Pediculi dicuntur, ac Daunios, ac Samnites Beneventum usque, qua in via urbes sunt Egnatia, Celia, Netium, Canusium, Herdonia[3]. Descrive poi l’altra strada che passava per Taranto, Uria, e Venosa e soggiugne: Coeunt ambæ viæ apud Beneventum ad Campaniam. Inde Romam usque jam Appia via ducit per Caudium, Calatiam, Casilinum, usque Venusiam reliqua sunt dicta. Tota via a Brundusio Romam est stadiorum CCCLX[4].
Rispetto alla prima strada descritta da Strabone la quale traversava l’antica Peucezia, quel Netium che si vede situato tra Celia e Canosa ha messi a tortura gli Eruditi, ed i Geografi. Hanno tutti convenuto che Netium Νήτιον è un nome sconosciuto alla Geografia antica intruso per errore nel testo di Strabone. Quindi chi ha proposta una emendazione e chi l’altra; ma niuno di essi ha colpito al segno. Niuno di essi ha saputo finora vedere ove giace la lepre, sia per la mancanza della conoscenza de’ luoghi, sia per la mancanza di quell’interesse che porta sovente gli uomini a penetrare nel fondo delle cose, e scoprire quelle verità che son rimaste per lungo tempo ottenebrate. Tocca dunque a me il troncare cotesto nodo Gordiano, ed entrare in una discussione interessantissima per l’argomento che mi ho proposto.
Xilandro sul trascritto luogo di Strabone, dopo aver parlato dì Celia, soggiugne: De Netio nihil habeo: nisi forte sit Aletium Plinii. Ma cotesta emendazione da lui proposta, con un forte per altro, non può aver luogo. L’Aletium di cui parla Plinio nel luogo che sarà più giù riportato lo alloga ne’ Salentini. Quindi Cristofaro Cellario ha opinato che sia l’attuale città di Lecce sita tra Brindisi, ed Otranto[5]. Ma il Canonico Mazocchi opina che sia questo un nome intruso, o corrotto nel testo di Plinio[6]. Comunque ciò sia, non si potrebbe situare giammai tra Celia e Canosa nell’antica Peucezia una città la quale, ove sia esistita, apparteneva ai Salentini, o sia all’antica Calabria a cento miglia e più di distanza da Celia.
Isacco Casaubono nelle sue annotazioni a Strabone sulla parola Νήτιον fa la seguente osservazione. Netium nusquam in isto tractu nominatam reperio, valdeque vereor ne ex proxima voce Κανυσιον orta sit illa και Νήτιον, quod mihi Ptolomæi maxime tabulæ suadent. Ma è una idea molto stentata quella di far sorgere cotesto Νήτιον dal raddoppiamento della parola Κανυσιον che nulla ha di comune con Νήτιον. Nè basterebbe tampoco a provare la non esistenza della città denominata Netium per la sola ragione che Tolomeo non parla di essa, poichè questo Scrittore, come innanzi si è detto, non si è incaricato tampoco di tante altre antiche città, sulla esistenza delle quali non vi può cader quistione. Quindi la sola osservazione solida e vera del Casaubono è stata Netium nusquam in hoc tractu reperio nominatam.
Giacomo Palmerio sullo stesso luogo di Strabone s’incarica di ciò che aveva detto Casaubono, ed osserva: Putat Casaubonus τό Νήτιον esse male repetitum ex Κανυσιον quod apud Ptolomæum non notatur ea urbs, seu locus. Sed cum videam in tabulis Peutingerianis in eo tractu post Celiam Ehetium, puto non esse vocem expungendam hoc loco ex Strabone Νήτιον; sed vel corruptam esse ex Ehetium tabularum, vel Ehetium corruptum in Tabulis ex Νήτιον. A buon conto, la emendazione proposta da Palmerio parte dal dire che il Νήτιον di Strabone, e l’Ehetium della Tavola Peutingeriana possano essere la stessa cosa.
Ma vale ciò lo stesso che il voler spiegare ignotum per ignotum. Se sconosciuto agli antichi Scrittori è il Netium intruso nel testo di Strabone, ignoto è del pari l’Ehetium della Tavola Peutingeriana. D’altronde non sempre dalle Tavole Peutingeriane si possono prendere argomenti per le cose relative alla Geografia antica. È ad osservarsi in primo luogo che nelle Tavole suddette si vedono segnate molte nuove città, le quali non vi erano al tempo di Strabone, di Plinio, e di Tolomeo. Quindi mal si argomenta da esse all’epoca di Strabone quando le città che si vedono notate sono sconosciute agli antichi Scrittori.
In secondo luogo è anche ad osservarsi che le Tavole Peutingeriane furono pubblicate da Marco Vesero. Nella sua prefazione alle stesse ei ci fa conoscere il modo in cui vennero nelle mani di Corrado Peutingero, da cui presero il loro nome. Dice inoltre che non ne fece costui molto conto, e quindi non curò di pubblicarle. Soggiugne ch’ei le crede un Itinerario militare formato ai tempi di Teodosio, non già da un Geografo, o da un dotto Matematico, ma bensì da quell’impiegati nelle Armate di quel tempo che si chiamavano Metatores. Si adoperavano costoro a designare i luoghi degli accampamenti, e parla di essi Vegezio nel lib. I cap. 7.
Osserva quindi che manca alle Tavole suddette qualunque esattezza Geografica: che molti inoltre sono i luoghi che si trovano in esse o mancanti, o corrotti[7]. Dice anche lo stesso Filippo Cluverio nella sua prefazione alla Geografia antica. Nè sono queste osservazioni che possono fallire, poichè basta guardare le Tavole Peutingeriane per ravvisarsi a colpo d’occhio la imperizia di chi le ha delineate. Facendosi poi alle stesse attenzione, passim si scorge la corruzione de’ nomi de’ luoghi, e delle città in esse riportate.
Nondimeno poichè non tutto è guasto ed alterato, ed anche perchè talvolta i nomi alterati corrispondono in certo modo ai veri, si può trarre da esse un partito, ed è utile tenerle presenti, senza che però si faccia da ciò dipendere la decisione di quelle cose che mettono capo nella Geografia antica. Del resto nella quistione di cui si tratta standosi anche alla Tavola Peutingeriana che segna i luoghi dell’antica Peucezia quell’Ehetium del Palmerio si vede in essa situato tra Celia e Taranto, e non già tra Celia e Canosa. Nulla quindi cotesto luogo che nella Tavola suddetta si vede al di là di Celia dal lato orientale può aver che fare col preteso Netium di Strabone che verrebbe a ricadere nel lato occidentale di essa. Osta la posizione de’ luoghi.
Aggiungo inoltre che il chiarissimo Signor Millingen ha opinato che l’Ehetium della Tavola Peutingeriana corrisponda all’antica città della Peucezia denominata Azetium, le di cui monete portano la leggenda ΑΖΕΤΙΝΩΝ ovvie nella Puglia, ma riputate per lungo tempo incerte. Egli crede che gli Azetini debbono essere lo stesso Popolo riportato da Plinio sotto il nome di Ægetini nel libro III cap. XI. Crede in fine che cotesta città doveva stare nel sito attuale di Rutigliano perchè nel territorio di Rutigliano dice di essersi trovate molte monete colla detta leggenda[8]. Ma data anche per vera tal conghiettura, la Terra di Rutigliano sta al di là di Celia verso Taranto come l’Ehetium della Tavola Peutingeriana. Quindi la emendazione proposta dal Palmerio manca di fondamento.
Giacomo Surita nelle sue annotazioni sull’Itinerario di Antonino, di cui sarò in seguito a ragionare, sotto la rubrica ab Æquotutico Hydrunto ad Trajectum sulla parola Herdonia propone un’altra emendazione della parola Νήτιον di Strabone, la quale non è più felice delle altre che si son premesse. Strabo lib. VI pag. 282 Brundusio Romam tendentibus duas vias fuisse: una inquit mulis vectabilis per Peucetios, qui Pediculi vocantur, et Daunios, et Samnites usque Beneventum, in qua via urbs est Egnatia, post eam Celia, et Neritum, et Canusium, et Herdonia. Legendum enim Neritum arbitror, unde Plinius Neritinos, non Netium.
Ma il sostituire la parola Neritum al preteso Netium di Strabone è un salto mortale il quale fa torto a Surita. Colla proposta emendazione tra Celia ch’era nella Puglia Peucezia, e Canosa ch’era nella Daunia, come più giù saremo a vederlo, si verrebbe a situare la città denominata Neritum da Tolomeo, e Neretum nella Tavola Peutingeriana. Ma questa città che porta oggi il nome di Nardò formava parte dell’antica Calabria, o sia de’ Salentini a cento miglia e più di distanza da Celia, come lo ha ben dimostrato Cristofaro Cellario[9], e come lo pruova anche lo stesso luogo di Plinio a cui il Surita si è riportato. Osta quindi alla detta emendazione la situazione de’ luoghi. Cotesto luogo di Plinio lo ha contentato anche il P. Giovanni Arduino Gesuita nelle sue note alla Storia Naturale di questo Scrittore stampata in Parigi nell’anno 1741. Ha egli proposta una giustificazione della parola Netium intrusa nel testo di Strabone, la quale pecca di violenza. Il luogo di Plinio di cui sto ragionando nella edizione del P. Arduino è il capo XVI del libro III; ma nelle altre edizioni è il capo XI del lib. III[10]. Vi sono inoltre in cotesta edizione delle varietà dall’edizioni precedenti, che anderò a notarle una per una. Vengo intanto a riportare questo Luogo di Plinio come si legge nella detta edizione del P. Arduino colle note opportune che saranno da me aggiunte ove l’uopo lo esigerà.
Premetto che Plinio ha quì divisa l’Italia in Regioni. Nella seconda Regione ha allogati Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos. Sotto il nome di Apulia vi ha compresa tanto la Daunia, che la Peucezia. Dopo aver riportate le città marittime della detta seconda Regione, passa ad enumerare le Popolazioni delle città interne, e dice; Beneventum auspicatius mutalo nomine, quæ quondam appellata Maleventum, Auseculani[11], Aquiloni, Abellinates cognomine Protropi, Compsani, Caudini, Ligures, qui cognominantur Corneliani, et qui Bebiani; Vescellani, Æculani[12], Aletrini, Abellinates cognominati Marsi, Atrani, Æcani, Alfellani, Attinates, Arpani, Borcani, Collatini, Corinenses, et nobiles clade Romana Cannenses, Dirini, Forentani, Genusini, Herdonienses, Hyrini, Larinates cognomine Frentani, Merinates[13], ex Gargano; Mateolani, Netini[14] Rubustini[15], Silvini, Strabellini, Turmentini, Vibinates, Venusini, Ulurtini. Calabrorum Mediterranei; Ægetini, Apamestini, Argentini, Butuntinenses[16], Deciani, Grumbestini, Norbanenses, Paltonenses[17], Sturnini, Tutini. Salentinorum: Aletini, Basterbini, Neretini, Valentini, Veretini.
Ora è quì notabile che la parola Neritini in tutte le altre edizioni di Plinio, come innanzi ho detto, è riportata due volte. La prima volta si vede unita ai Rubustini, ed ai Silvini. La seconda è allogata ne’ Salentini. Ma non essendovi nell’antica Geografia due città di questo stesso nome, e la città denominata Neritum, o Neretum trovandosi solo ne’ Salentini e non altrove, bisogna dire che sia stato questo un nome erroneamente raddoppiato nel testo di Plinio, come ha bene a proposito osservato anche Cristofaro Cellario nel luogo che sarò or ora a riportare. Quindi bisogna cassarlo in quel luogo ove si vede riunito ai Rubustini ed ai Silvini, e ritenerlo nel luogo che sussiegue, ove si vede allogato ne’ Salentini ai quali realmente apparteneva, come appartiene anche oggi la città di Nardò ch’è l’antico Neritum.
Il P. Arduino però uscendo da questa regola del retto ragionare, per dare esistenza a quel Netium che niuno ha saputo vedere ove sia stato, ha troncata e mutilata la parola Neritini che si legge in tutte l’edizioni di Plinio unita ai Rubustini ed ai Silvini, e ne ha formata la parola Netini di sua assoluta creazione. Quindi nella nota undecima sul trascritto luogo di Plinio fa la seguente osservazione: Netini a Netio oppido prope Canusium, Herdoniamque, Nήτιον Straboni lib. VI pag. 282, Nerentinos, quos hic libri quidam addunt[18] expunximus, cum inferius Salentinis, ut sane oportuit, reddantur.
Una emendazione però di tal fatta è troppo licenziosa, anzi violenta. Niuno quindi può applaudirla; tanto più che l’arbitraria mutilazione della parola Neritini di Plinio che l’Arduino si ha permessa, mena ad introdurre nella Geografia antica una città perfettamente sconosciuta a tutti gli antichi Scrittori, e malamente intrusa nel testo di Strabone da un errore degli amanuensi.
In mezzo a tanta discrepanza di opinioni, e di emendazioni della parola Νήτιον Cristofaro Cellario osserva che vi è quì sicuramente un’ambiguità. Riporta ciò che ha detto Luca Olstenio tanto sul preteso Netium, quanto sull’antica città di Celia. Passa a rassegna le due opposte opinioni di Casaubono, e del P. Arduino sulla parola Nήτιον, e le censura entrambe; ma non ha voluto impegnarsi a disciorre il nodo di una quistione che si è resa complicata per poca riflessione di tanti Uomini per altro dottissimi.
Tandem etiam ambigua quædam sunt adiicienda. Strabo vias Brundusinas recensens unam monstrat, quæ regredientem ferat per Egnatiam, Celiam, Netium, Canusium, Herdoniam. Non quidem Κελια Strabonis, et Ptolomæi, quæ in Mediterraneis Peucetiorum scribit, sive Cælium Plinii lib, III cap. XI, tam dubiæ positionis est, ut nullo modo investigari possit, quam Holstenius pag. 276 testatur nomen retinere quatuor, aut quinque millibus passuum supra Barium in mediterraneis, per quam etiam hodie via publica ducit[19]. Unde Frontinus de Coloniis libro Cœlinum agrum denominat, et Harduinus eo nummum Caracallæ refert inscriptum Ael. Munic. Coel. Ant., quasi Ælium Municipium Cælium Antoninianum. Sed Νήτιον Netium est quod maxime locorum scrutatores vexat. Strabonis verba sunt έφ’ ή οδώ Εγνατία πόλις εῖτα Κελια, καί Νήτιον, καί Κανύσιον, καί Ερδονία. Qua via est Egnatia, dein Celia, et Netium, et Canusium, et Herdonia. Casaubono videntur expungendæ voces καί Νήτιον, tanquam ex una Κανύσιον bis perperam exscripta natæ, quod violentum consilium est merito improbatum ab Holstenio: qui primum quidem ad Natiolum Tabulæ, quasi inde deminutum referebat; sed quod hoc in alia via deprehendebat, sententiam postea mutavit[20], nec vero certiorem aliam substituit, nisi quod dicit Νήτιον Strabonis esse Ehetium Tabulæ, quamvis ordo variet[21]. Harduinus Plinii lib. III cap. XI Netinos inseruit, ex Codice veteri an ingenio suo non ostendit, ubi priores Neretinos legerunt, qui paulo post repetuntur, et alterutro loco vel vitiosum, vel pravatum vocabulum videatur. Strabonem ergo sequutus expunxit syllabam, et Netinos reliquit tanquam lectionem genuinam[22].
Filippo Ferrario intanto, senza essersi incaricato della disputa che vi è tra gli Eruditi sulla parola Νήτιον, e senza aversi data la pena di esaminare se cotesta città abbia mai avuta esistenza, ha dato per vero che il preteso Netium di Strabone sia lo stesso che l’attuale città di Andria sita tra Ruvo e Canosa[23]. Ma Michele Antonio Baudrand nelle sue note al Lessico del Ferrario osserva: Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ quid sit non constat, et Neritum scribendum esse autumat Surita. Nella sua Geografia poi ripete la stessa osservazione e dice: Netium oppidum Apuliæ Peucetiæ Straboni quid sit non constat, quanquam Andriam urbem interpretatur Niger, et Neritum scribendum esse annotavit Surita ad Antonini Itinerarium[24].
Dalle cose premesse risulta che gli Uomini dottissimi di sopra mentovati tutti han convenuto che quel Νήτιον intruso nel testo di Strabone è un nome sconosciuto all’antica Geografia, tranne il solo P. Arduino, il quale ha creduto dare allo stesso quella esistenza che non ebbe mai alterando, e mutilando la parola Neritinos che si legge nel luogo di Plinio di sopra riportato. Mentre però hanno riconosciuta questa verità, ed hanno quindi creduta indispensabile una emendazione, le loro opinioni in questa parte sono cadute in una positiva divergenza, la quale non può non destar meraviglia.
Ha taluno opinato, come si è veduto innanzi, di doversi cassare la parola Νήτιον, senza essersi incaricato che tra Celia e Canosa vi è la distanza di circa cinquanta miglia, e questo cammino non si poteva fare colla vettura in una sola giornata. Quindi cassandosi Νήτιον era indispensabile sostituire a questa un’altra città intermedia di fermata tra Canosa e Celia. Si sono altri incaricati di questa giusta osservazione; ma la città intermedia di fermata che hanno sostituita al preteso Νήτιον o si è trovata meramente ideale, o l’hanno presa da una Regione diversa e lontanissima, e quindi non suscettiva di essere allogata tra Celia e Canosa.
Sembra veramente incredibile che niuno di tanti bravi Uomini abbia fatta attenzione che tra Celia e Canosa vi era realmente quella città intermedia di fermata che la distanza de’ luoghi suggeriva che non fosse mancata, ed era questa la città di Ruvo. Quindi quel Νήτιον altro non è che un nome guasto e corrotto intruso nel testo di Strabone in quel luogo ove per necessità doveva esservi scritto Rubi. A confermare questa osservazione basterebbe riflettere che Strabone fu come innanzi si è detto uno Scrittore minutissimo, e molto accurato. Quindi non si può mai credere che mentr’egli si occupò di proposito a descrivere l’andamento della strada che da Brindisi menava a Roma traversando la Peucezia, avesse omessa una città non ignobile, qual era sicuramente la città di Ruvo, messa senza verun dubbio sulla strada suddetta da lui descritta.
Che sia questo un positivo assurdo generato unicamente dalla corruzione del testo di Strabone lo pruovano concludentemente le seguenti osservazioni tratte dagli antichi Scrittori. Secondo l’erronea posizione del testo di Strabone le città di fermata sulla strada suddetta da lui indicate sarebbero Egnatia, Celia, Netium, Canusium, Herdonia. Or questa stessa strada fece il Poeta Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi con molta lepidezza da lui descritto. Il solo divario nelle fermate che in esso vi è fu che in vece di pernottare a Celia andò a pernottare a Bari che, come innanzi si è detto, è a poche miglia di distanza dall’antica Celia.
Orazio però partito da Canosa non andò certamente a pernottare a quel Netium ch’è un nome puramente ideale. Andò bensì a pernottare a Ruvo ch’era la città intermedia di fermata tra Canosa e Celia, tra Canosa e Bari.
Inde Rubos fessi pervenimus, utpote longum
Carpentes iter, et factum corruptius imbre.
Postea tempestas melior, via pejor ad usque
Bari mœnia piscosi[25].
Ecco la città intermedia di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Da Bari Orazio passò ad Egnazia, e di là a Brindisi termine della stessa via descritta da Strabone, e del suo viaggio.
Giova quì anche osservare che se il luogo di fermata tra Celia e Canosa fosse stato quel Netium, che da taluni si è spacciato con poca riflessione di essere stato lo stesso che l’attuale città di Andria, ne sarebbe da ciò risultato un cammino molto mal ripartito, e quindi assolutamente incoerente. Ed in vero da Celia, oggi Ceglia, ad Andria vi è la distanza poco minore di quaranta miglia, e da Andria a Canosa quella di nove, o al più dieci miglia. Ma in quale Itinerario antico, o nuovo si trova un cammino di due giornate ripartito con una simile insensatezza?
Si aggiunga a ciò che troppo lungo sarebbe stato anche il cammino da Celia al preteso Netium secondo il sistema di viaggiare di quel tempo, e la qualità delle vetture che si adoperavano. Orazio dice di aver fatto da Canosa a Ruvo un lungo cammino utpote longum carpentes iter. Ma da Canosa a Ruvo non vi sono che venti miglia a farsi. Quanto più lungo sarebbe stato il cammino da Celia a Netium (Andria), essendovi una distanza ch’è quasi il doppio? Sotto tutti i rapporti quindi si rende chiaro e manifesto che quel Νήτιον è un nome corrotto, ed intruso in quel luogo di Strabone ove vi era scritto Rubi, vera ed unica città di fermata intermedia tra Celia e Canosa su quella strada da Roma a Brindisi che imprese egli a descrivere.
Queste giuste osservazioni le rafferma vie più l’Itinerario dell’Imperatore Antonino. La strada che in esso è tracciata da Roma fino ad Otranto è quella stessa che Strabone ha descritta, cioè la prima che traversava la Daunia, ed indi la Regione Peucetica. Giunta quindi la stessa da Roma nella Puglia è dall’Itinerario suddetto così riportata. Ecas (Troja) M. P. XVIII. Erdonias M. P. XVIIII. Canusio M. P. XXV. Rubos M. P. XXIII. Butuntus M. P. XI[26] Barium M. P. XII.
Or cotesto Itinerario stabilito dalla pubblica Autorità tronca tutte le quistioni sulla parola Νήτιον, poichè fissa la città di Ruvo come il luogo intermedio di fermata tra Canosa e Bari, donde poche miglia lungi era Celia. Lo fissa inoltre con quella giusta proporzione che vi dev’essere nella ripartizione del cammino, poichè segna ventitre miglia da Canosa a Ruvo, ed altrettanti da Ruvo a Bari.
Pietro Vesselingio inoltre nella bellissima edizione che ci ha data dell’Itinerario di Antonino stampata in Amsterdam nell’anno 1735 vi ha unito un altro antico Itinerario dalla città di Bordò della Francia fino a Gerusalemme che si crede dell’epoca dell’Imperator Costantino. In cotesto Itinerario che presenta il ritorno del viaggiatore da Gerusalemme a Bordò si vedono notati non solo i luoghi di fermata ove si pernottava detti Mansiones nell’Itinerario di Antonino, ma anche quelli ne’ quali si cangiavano a mezza strada le vetture, o gli animali da tiro che nell’Itinerario Gerosolimitano sono indicati col vocabolo Mutationes, come anche il detto Vesselingio lo ha avvertito nella prefazione allo stesso premessa.
Dopo essersi nel detto Itinerario descritti i luoghi per i quali allora si passava nel tratto di strada che vi è da Otranto fino alla città di Bari indicata col nome di Beroes, si vengono a segnare gli altri luoghi da Bari in qua, e si dice così: Civitas Beroes M. XI. Mutatio Botontones (Bitonto) M. XI. Civitas Rubos M. XI. Mutatio ad quintum decimum M XV. Civitas Canusio M. XI. Mutatio XI. Civitas Gerdonis (Erdonia) M. XV etc.
Dal che risulta sempre più dimostrato che il luogo di fermata intermedio tra Bari e Canosa, o tra Celia e Canosa è stato sempre, ed in tutti i tempi la città di Ruvo, e non già quel supposto Netium di Strabone che si è da taluni inconsideratamente smaltito di essere stato lo istesso che l’attuale città di Andria.
Che sia questo un puro sogno lo prova concludentemente lo stesso Itinerario Gerosolimitano, il quale il luogo della Mutazione, o sia del cangiamento della vettura, o degli animali tra Ruvo e Canosa lo reca così Mutatio ad quintum decimum. Risulta da ciò chiaramente che cotesto luogo anonimo della Mutazione suddetta non doveva esser altro che un albergo messo nella campagna per dare ai viandanti il comodo di cangiar la vettura, o gli animali, come si fa anche oggi per lo cangiamento delle poste, poichè ove non vi sono città o villaggi, si cangia la posta ne’ designati alberghi messi in campagna sulle strade Consolari.
Quindi molto bene avverte Vesselingio nella precitata sua prefazione: Porro Mansio quid sit nullus puto ignorat. Mutationes sunt veredorum, vel animalium ad iter. Eæ vehiculis, et animalibus, eorumque pabulis instructæ erant: sed non ceteris rebus ad usum vitæ humanæ peregrinantibus necessariis. Ideoque distinguuntur in libris nostris, ut XI Cod. Theodos. tit. I cap. IX.
Or se tra Canosa e Ruvo sull’antica Via Appia detta poi Trajana vi fosse stata a mezza via la pretesa città denominata Netium (ora Andria), la Mutazione si sarebbe situata nella città suddetta, e non già in un albergo messo in mezzo alla campagna. Ed in vero nello stesso Itinerario il luogo della Mutazione tra Bari e Ruvo si vede stabilito nella città di Bitonto che sta alla metà del cammino tra l’una e l’altra. Si vede lo stesso replicato anche in tutti gli altri luoghi, ne’ quali tra due città di fermata ove i viandanti pernottavano dette Mansiones, vi era una città intermedia ove situar si poteva la Mutazione delle vetture o degli animali.
Era ciò anche nel buon senso. Le vetture han bisogno di risarcimenti e gli animali addetti alle stesse han bisogno di ferrature, di medicine, e di assistenza quando sono ammalati. A questi bisogni si può supplire con molto maggiore facilità ne’ luoghi abitati che in mezzo ad una campagna. Se tra Ruvo e Canosa vi fosse stato quel supposto Netium, si sarebbe ivi situato il luogo della Mutazione, e non già in mezzo ad una campagna, ove non vi potevano essere artieri e maniscalchi. Le Mutazioni si situavano a tal modo quando non si poteva fare altrimenti e quando mancava la vicinanza di una città.
Francesco Maria Pratilli nei suo libro sulla Via Appia ha creduto che il luogo della Mutazione ad quintum decimum tra Ruvo e Canosa segnato nell’Itinerario Gerosolimitano sia stato nel sito, o nelle vicinanze di quell’antica osteria che porta oggi il nome di Guardiola messa a mezza via sull’antica strada che da Ruvo mena direttamente a Canosa. Conferma questa sua conghiettura col dire che nelle vicinanze della osteria suddetta ha ei medesimo osservato che tuttavia esistono i tratti delle grosse selciate della via Trajana la quale passava per quel luogo[27].
Cotesta sua conghiettura non è improbabile, e forse la detta antica osteria non per altra ragione si trova tuttavia in quel sito solitario, se non perchè era quello un tempo il luogo della mutazione ad quintum decimum indicata nell’Itinerario Gerosolimitano che si è conservata per osteria ne’ tempi posteriori[28]. Ma questo istesso esclude la esistenza del preteso Netium di Strabone che si vuol credere lo stesso che l’attuale città di Andria, e ciò per un’altra convincentissima ragione.
La predetta osteria detta Guardiola è lungi da Andria due miglia e mezzo. Or se l’antica via Trajana che da Canosa menava a Ruvo passava pe ’l sito della detta osteria, è chiaro per se stesso che passar non poteva per quel sito ove attualmente sta la città di Andria che n’è discosto due miglia, e mezzo. Questa osservazione rende chiaro vie più che quel luogo di Strabone il quale ha situata la supposta città denominata Netium sulla strada consolare che da Brindisi menava a Roma è manifestamente corrotto e viziato, perchè tra Ruvo e Canosa non vi era alcuna città per la quale fosse la stessa passata.
Ma si dia di scure alla radice. Come potersi affermare che il preteso Netium di Strabone viva nell’attuale città di Andria se questa città molti secoli dopo di Strabone fu fondata dai Normanni? Lo contesta ciò Guglielmo Appulo ne’ seguenti versi del suo Poemetto Normanno:
Unfredum totus cum fratre Drogone tremebat
Italiæ populus, quamvis tunc temporis esset
Ditior his Petrus consanguinitate propinquus.
Condidit hic Andrum, fabricavit et inde Coretum,
Buxilias, Barolum maris ædificavit in oris[29].
Al Conte Pietro di cui quì si parla era spettata la città di Trani nella Dieta che tennero i Normanni nella città di Melfi per dividersi tra loro di accordo le città della Puglia che avevano conquistate colle loro armi[30]. Il Conte Pietro quindi ch’era il più ricco di essi cercò di accrescere la sua dominazione colle città di Barletta, Andria, Corato, e Bisceglia che sono tutte a poca distanza intorno a Trani ch’era in quel tempo la città principale. Quindi il nostro Storico Gio. Antonio Summonte dice che il Conte Pietro Normanno fu fondatore di Andria, Corato, Bisceglia e Barletta[31].
L’abate Troyli riporta la favoletta spacciata da Domenico Pingerna Arciprete di Andria, il quale lasciò scritto che sia stata quella città edificata da Diomede, e che abbia preso il suo nome dall’isola di Andro sita nel mare Egeo poco lungi da Samo. Contraddice egli cotesta storietta coll’addurre anche ciò che ne han detto Arrigo Bavo nella descrizione del Regno di Napoli, e Ferdinando Ughellio nella sua Italia Sacra, i quali convengono che fu la città suddetta edificata da Pietro Normanno Conte di Trani[32]. È una cosa questa per altro che si confuta da se stessa, perchè priva di qualunque autorità istorica e suggerita solo dalla fantasia di chi ebbe la vaghezza di scriverlo.
Per altro lato si conoscono, come anderemo a vederlo nel capo III, le città che gli antichi Scrittori credettero di esser state fondate da Diomede nella Daunia però, non già nella Peucezia, ove non si estese giammai la sua dominazione. Se tra queste vi fosse stata anche Andria non si sarebbero fatte tante dispute su quel Netium di Strabone di cui ho innanzi lungamente ragionato, poichè cotesta pretesa antica città Diomedea l’avrebbero gli antichi Scrittori riportata col suo nome di Andria o Andro, il quale è assolutamente ignoto alla Geografia antica.
Non posso però convenire col Summonte che anche Barletta e Bisceglia siano state fondate di pianta dal detto Conte Pietro, perchè coteste due città marittime già esistevano molto prima della venuta de’ Normanni nelle nostre Regioni. Ciò che dice Guglielmo Appulo ne’ versi di sopra trascritti si deve intendere che il Conte Pietro abbia fondate le due novelle città di Andria e Corato, e semplicemente restaurate e fortificate le due antiche città di Barletta e Bisceglia. Ed in vero pos’egli una differenza tra le prime e le seconde, e cercò questa di esprimerla nel miglior modo che seppe farlo col mediocre latino in cui si vede scritto il precitato suo poemetto proprio della poca nitidezza dello stile di quel tempo.
Parlando di Andria disse condidit hic Andrum. Passando a parlar di Corato soggiunse fabricavit et inde Coretum. Ma per Bisceglia e Barletta si valse del vocabolo ædificavit, e disse Buxiliam, Barolum maris ædificavit in oris. Le parole condidit e fabricavit fanno intendere che il Conte Pietro fu il fondatore delle prime due città fatte di pianta. La parola ædificavit di cui si valse per Bisceglia e Barletta esprime il concetto che le abbia semplicemente restaurate, ampliate, o fortificate. Ond’è che Gotofredo Guglielmo Leibnizio nella sua prefazione al Poemetto di Guglielmo Appulo sulla parola ædificavit fa la seguente osservazione: Munisse puto hoc noster ædificare appellat[33].
Nè può dirsi diversamente poichè a Guglielmo Appulo, che visse al tempo di Roberto Guiscardo, non poteva certamente essere ignoto che le predette due città già esistevano molto prima della venuta de’ Normanni. La città di Barletta posteriore ai tempi di Strabone, di Plinio, e di Tolomeo era già surta al tempo di Teodosio, poichè per tralasciare altre testimonianze, si vede segnata nella Tavola Peutingeriana sotto il nome di Balulum, ed in altre edizioni di Bardulos, il quale fu dappoi o corrotto, o invertito in quello di Barulum.
Nella stessa Tavola vi sono anche Turenum Trani, e Natiolum Giovinazzo. Non vi è Buxilia, detta da altri Vigiliæ, perchè questa nuova città a quel tempo non era ancora surta. Ma non vi può esser dubbio che sia stata la stessa anteriore alla venuta de’ Normanni, poichè dall’Autore della dotta Dissertazione sulla Italia medii ævi colla carta Corografica alla stessa annessa che va tra le Opere del Muratori, sono citate le autorità, le quali contestano che Sergius (alias Georgius) subscribitur Concilio II Niceno anno 787 Episcopus Vigiliarum[34].
Ritornando ora all’attuale città di Andria, Gioviano Pontano parla della valorosa ed ostinata difesa sostenuta da Francesco del Balzo che nella prima guerra coi Baroni del Regno seguiva le parti del Re Ferdinando I di Aragona. Dice che nel terribile ed indefesso assedio che la detta città ebbe a soffrire, gli abitanti di essa non atti alle armi trovavano uno scampo, ed un ricovero nelle grotte delle quali abbonda: Ceterum non exiguum ad salutem popularium remedium erat quod Andria non modica ex parte antris habitatur, unde sunt qui nomen duxisse illam credunt: his se pleræque mulieres, et imbecillis ætas continebant[35]. Da tutt’altro quindi che dal Netium di Strabone, o dall’Isola denominata Andro si è ripetuta la etimologia del suo nome.
Ed in vero le città veramente antiche e specialmente quelle che furono abitate da Greche Colonie serbano sempre le tracce della loro antichità. A Bari, a Celia, a Bitonto, a Ruvo, a Canosa, oltre le monete che abbiamo, si trovano di continuo vasi fittili, ed altri pregevoli oggetti scampati alla ingiuria del tempo. Ma non vi è un solo esempio che simili cose siansi trovate giammai in Andria. Il che basta a smentire tutte le filastrocche smaltite dagli Eruditi sul preteso Netium di Strabone che non ha mai esistito. Non perciò la città di Andria non è una città bella, popolata, colta, ricca e ben meritevole di essere annoverata tra le migliori città della Provincia di Bari.
Dalle cose premesse pare che sia rimasta risoluta la gran quistione sulla parola Netium di Strabone. Si è dimostrato concludentemente che cotesta città puramente immaginaria la fece sorgere l’errore degli amanuensi, i quali la intrusero nel testo in luogo della città di Ruvo che per necessità doveva esservi scritta, perchè questa era la città di fermata tra Canosa e Bari, tra Canosa e Celia. Avendo Strabone impreso a descrivere quella stessa strada da Roma a Brindisi che fu percorsa da Orazio, ed indi fu segnata anche negl’Itinerarj stabiliti dalla pubblica Autorità, è chiaro per se stesso che tutto ciò che si discosta da questi sicuri elementi non deve credersi che guasto e corrotto.
Parla in fine di Ruvo anche Giulio Frontino nel suo libro de Coloniis. Bisogna però premettere che l’oggetto di questo Scrittore non fu di scrivere da Geografo, ma bensì di formare uno stato de’ terreni colonici. Nel riportare quindi le operazioni e le ricognizioni seguite nella Puglia, fu questa divisa in due Provincie che furono da lui chiamate Provincia Apuliæ, e Provincia Calabriæ. Nella prima riportò i terreni colonici delle città della Daunia, tra le quali si vede allogato l’agro Lucerino, Venosino, Salpino, Canosino etc. Nella seconda poi si leggono i seguenti nomi, fra i quali vi è anche l’agro Ruvestino: Brondisinus ager pro æstimio ubertatis est divisus. Cetera in saltibus sunt assignata, dividuntur sicut supra legitur Provinciam esse divisam. Botontinus, Celinus, Genusinus, Lyppiensis, Metapontinus, Orianus, Rubustinus, Rodinus, Tarentinus, Varnus, Veretinus, Uritanus, Ydruntinus ea lege, et finitione finiuntur, qua supra diximus. Maxime autem vicinorum exempla sumenda sunt, et consuetudines regionum intuendæ, ut secundum signorum ordinem, atque rationem veritas declaretur[36].
Dalle cose premesse risultano due circostanze. La prima che Ruvo è sicuramente una città antica, poichè fanno di essa menzione gli antichi Scrittori innanzi riportati. La seconda che la sua denominazione latina (giacchè della greca ne parlerò in seguito) fu Rubi. Non bene a proposito quindi nelle Tavole della Geografia antica stampate nell’anno 1694 nella Tipografia del Seminario di Padova Auctore N. Sanson Abbavillæo Christianissimi Galliarum Regis Geographo si vede la nostra città segnata tra le città della Puglia Peucezia col nome di Rubustum. È chiaro che l’autore delle Tavole suddette prese questo nome dai Rubustini di Plinio, e dal Rubustinus ager di Giulio Frontino. Ma non avvertì che dal Poeta Orazio, dall’Itinerario di Antonino, dall’Itinerario Gerosolimitano, ed anche dalla Tavola Peutingeriana è la nostra città chiamata Rubi e non già Rubustum.
Roberto Stefano scansò questo errore; ma cadde in altro errore assai più grave allora che sulla parola Rubi fece la seguente osservazione: Rubi Ruborum tantum pluraliter. Oppidum Campaniæ a ruborum frequentia, seu a colore ruboris. Horat. I serm. V v. 94[37]. Fa veramente meraviglia come abbia situata la nostra città nella Campania, senz’aver avvertito che il Poeta Orazio a cui si è riportato disse che nel suo viaggio da Roma a Brindisi, essendo partito da Canosa andò a pernottare a Ruvo, e da Ruvo passò a Bari che non è stata mai una città della Campania, ma bensì della Puglia Peucezia! Ne fu quindi Roberto Stefano giustamente redarguito da Baudrand nelle sue note al Lessico Geografico di Ferrario, ove sulla parola Rubi osserva: In Thesauro linguæ latinæ in Campania locatur, a qua longissime abest Rubus urbs Apuliæ.
Ambrogio Calepino nel suo Dizionario ha situata la città di Ruvo nella Terra di Bari. Ha però errato nell’aver detto che vi sia stata anche nella Campania un’altra città dello stesso nome, e nell’avere attribuiti li precitati versi di Orazio a questa e non a quella. Rubi est etiam oppidum Campaniæ a Ruborum frequentia, sive a rubore dictum. Horat. in Serm. I sat. 5 etc. Ma oltre che una città di questo nome non è mai esistita nella Campania, non merita veruna scusa nell’avere invocata la testimonianza di Orazio che ha parlato di Ruvo della Peucezia, non già di cotesto ideale Ruvo della Campania.
Hanno anche largamente errato coloro i quali hanno confusa la nostra città con Rufræ della Campania, e con Rufrium degl’Irpini. A coteste sonore aberrazioni rispondono Surita, e Vesselingio nelle loro note sull’Itinerario di Antonino. Il primo sulla parola Rubos in esso riportata osserva: Plinius lib. III cap. XI Rubustinos populos recenset, qui in exemplari Toletano Rubisini cognominantur. Horatius Canusio se Rubos venisse ostendit sat. V lib. I vers. 94. Quo loco miror cur venerit in mentem Dionysio Lambino egregio ejus Auctoris Commentatori affirmare eam urbem esse Campaniæ, præsertim ipso attestante Canusio, quod Dauniorum Apulorum oppidum erat, Rubos pervenisse, et qui antea prædixerat
Incipit ex illo Montes Apulia notos
Ostentare mihi, quos torret Atabulus.
Il secondo poi dice: Rubos esse notat Botiandus ad vitam Laurentii Sipontini editam die VII Januarii, qui Rubos cum Rufris Virgilii, et Rufrio Livii idem esse oppidum existimant: His neque accedit, ita nec obloquitur. Rectius L. Holstenius in Ital. A. Cluverii p. 271 Rufrium, et Rufras distinguit: Hæ in Campania erant: illud in Hirpinis. Rubustini in Apulia incolebant, inibique eos collocat Frontinus de Coloniis pagina 127. Civitas Rubi, et Rubensis Episcopus memorantur in Chronico Lupi Protospatæ anno MLXXXII.
Non è quindi scusabile tampoco Cristofaro Cellario, Geografo per altro eruditissimo, per esser caduto nello stesso errore. Alla fine della sezione III cap. IX del libro II ci ha data una carta che porta il seguente titolo Græcia magna, sive pars ultima Italiæ. In cotesta carta vedesi molto bene la nostra città allogata in Apulia Peucetia tra Canosa e Bari. Ma colla massima incoerenza si vede da lui segnata col doppio nome Rubi Rufrum, mentre cotesto Rufrum è alla stessa perfettamente estraneo!
Tanto più ciò sorprende quanto che Cellario si è messo in contraddizione di se stesso. Avendo egli parlato specialmente tanto della città della Campania chiamata Rufræ, quanto del Rufrium degl’Irpini, come ha potuto poi attribuire il nome sia dell’una, sia dell’altra alla nostra città che nella sua carta l’ha egli stesso allogata in una Regione diversa, qual è la Peucezia? Della prima di esse dice così: Supra Theanum in ortum hibernum sunt Rufræ Virgilio lib. VII vers. 739 = Quique Rufras Batulumque tenent, atque arva Celennæ. Obscura nomina: Campaniæ tamen cum ceteris quæ præcedunt, quæ sequuntur vindicanda. Servius ibi. Rufras, Batulumque castella Campaniæ a Samnitibus condita. Holstenius auctor est Præsentiani in Theanensi Diœcesi lapidem inventum cui inscriptum est
M. AGRIPPÆ L. F. PATRONO
RUFRANI COLONI[38].
Per la seconda poi osserva: Tandem in extremo Hirpinorum ultra Compsam Cluverius Rufrium Livii, quod et Rufræ Virgilii idem ipsi oppidum est, cujus ductu nescio, collocavit. Nos Holstenium sequuti Rufras a Rufrio supra separavimus, ut illis Campaniæ vindicatis, sicut vindicavimus, Rufrium solum supersit investigandum. De hoc Livius lib. VIII cap. XXV. Eodem tempore etiam in Samnio res prospere gestæ, tria oppida in potestatem venerunt Allifæ, Callifae, Rufrium. Samnio attribuit, sed laxis finibus descripto, ut Hirpinos etiam, qui ortu Samnites sunt, comprehendat. An sit oppidum, quod hodie Ruvo vocatur, quod credit Cluverius, judicent peritiores illarum Regionum[39].
O che però Rufræ e Rufrium siano una stessa cosa, o che siano due luoghi diversi, il che per altro non lo vedo chiaro abbastanza, manca ogni ragione per potersi attribuire cotesti nomi alla città di Ruvo della Peucezia. Quel Ruvo di cui ha quì parlato Cluverio non è la nostra città, ma bensì una misera ed infelice Bicocca che porta anche questo nome, e forma ora parte della Provincia di Basilicata volgarmente detta Ruvo della Montagna, per distinguerla dalla nostra città riputata per una delle città della Marina. Con poca riflessione quindi il Cellario ha confuso un luogo coll’altro ed ha attribuito alla nostra città quel doppio nome che niuno ancora ha immaginato neppure.
L’unico suo nome latino ha Rubi che lo ha ritenuto anche ne’ mezzi tempi, come ne fa pruova la più volte citata Dissertazione e la carta corografica che va tra le Opere del Muratori. Questo nome, si vede segnato ne’ Registri Normanni, Angioini, ed Aragonesi, de’ quali si parlerà in seguito, in tutti i Dizionarj ed in tutte le carte della Geografia antica, tra le quali vi è anche quella della Italia che ci ha data il Muratori nel primo tomo della sua Grande Raccolta de’ Scrittori delle cose Italiche.
Non manco quì d’incaricarmi che tra i Commentatori di Orazio ve n’è stato alcuno il quale ha creduto che fosse stata la nostra città la Patria del Poeta Ennio. Mi piacerebbe in vero il poter vantare un cittadino tanto illustre. Ma Verrebbe ciò a confondere la nostra città coll’altra antica città chiamata Rudiæ, la quale era sita nell’antica Calabria tra Taranto e Brindisi, e fu la vera Patria di Ennio.
Quindi Cicerone parlando di quel Poeta, ch’è da Orazio chiamato Pater Ennius, disse: Rudium hominem Majores nostri in Civitatem receperunt[40]. Strabone dice: Tarentum versus compendioso itinere per Rodias proficiscantur urbem Græcam Ennii patriam poetæ[41]. Presso Pomponio Mela si legge: Et Ennio cive nobiles Rudiæ[42], e Silio Italico dice di lui
Miserunt Calabri, Rudiæ genuere vetustæ,
Nunc Rudiæ solo memorabile nomen alumno[43].
Intanto da ciò che han detto gli antichi Scrittori risulta dimostrato che Ruvo è una delle antiche città dell’Italia. Nulla però ci hanno fatto conoscere della sua origine, e se sia stata di fondazione Greca, o pure una città Italica antica. Questa circostanza, la quale è rimasta in una perfetta oscurità fino ad un’epoca da noi non lontana, l’hanno pienamente e concludentemente dilucidata le antiche monete ivi rinvenute, delle quali passo ad incaricarmi, anche perchè serviranno esse di guida alle ulteriori mie investigazioni.
CAPO II. Delle antiche monete della città di Ruvo.
Per le antiche monete Ruvestine è avvenuto quello stesso che anderò a dire nel capo IV per gli eccellenti vasi fittili ed altri preziosi oggetti rinvenuti negli ultimi scavamenti. Pare che fosse stato riserbato alla età nostra lo scuoprimento di que’ tesori di ogni specie, i quali hanno squarciato quel velo che cuopriva per lo innanzi non meno la origine Greca della nostra città, che la sua opulenza, la sua coltura, e ’l gusto squisito de’ suoi antichi abitanti per le belle arti.
Nella mia prefazione ho avvertito che fino al tempo in cui fiorì il nostro Illustre Canonico Mazocchi erano queste cose sconosciute a segno che gli mancò qualunque appoggio per annoverare la nostra città fra quelle antiche città Greche, delle quali diè il catalogo. Qualche moneta Ruvestina che cominciò a trovarsi venne attribuita sia alla città detta Basta, sia all’antica città Greca dell’Acaja denominata Rhypæ, di cui avrò occasione di ragionare in seguito largamente nel capo V.
Il Magnan fu il primo che avvertì questi errori, ed attribuì a Ruvo la moneta malamente creduta di Basta la quale presenta da una parte una civetta con un ramoscello di ulivo, e dall’altra la testa galeata di Pallade colla leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ[44]. È questa però una delle monete più recenti della nostra città come anderò a rilevarlo nel detto capo V. Altre e non poche tanto delle più, quanto delle meno antiche, e con tipi diversi sono state pubblicate dal chiarissimo Cavalier Francesco Maria Avellino Direttore del nostro Real Museo e mio rispettabile amico.
A lui è dovuto il merito di aver rivendicate alla nostra città quelle che si attribuivano a Rhypæ. Il di lui avviso è stato applaudito e seguito da tutti gli altri Scrittori della Materia, di modo che non forma ciò più oggetto di quistione. Le monete suddette portano o la leggenda intera come quella del Magnan, o le seguenti leggende abbreviate ΡΥΨ che appartiene alle più antiche, ΡΥ, ΡΥΒΑ.
Il numero delle antiche monete Ruvestine all’epoca nostra è andato crescendo per gradi. Il celebre Cavalier Domenico Cotugno mio Pro-Zio materno, il quale era amantissimo degli oggetti di antichità della città di Ruvo anche sua patria, giunse ad unirne appena sette, che glie le proccurò la buona memoria del mio ottimo Genitore. A me è riuscito fino a questo punto di acquistarne ottantacinque rinvenute del pari tutte in Ruvo.
Questo numero vistoso unito a quelle del Cavalier Cotugno, ed alle monete pubblicate tanto dal Cavalier Avellino che da altri, pruova vie più con quanto sano accorgimento ribattè quest’ultimo la opinione di coloro che vollero attribuire le prime monete Ruvestine che si trovarono ad una antica città della Grecia. Il fatto ha smentito pienamente cotesto errore, poichè le tante monete trovate dopo in Ruvo confermano in un modo trionfante ciò che seppe veder di buon’ora il Signor Cavalier Avellino.
Le ottantacinque monete Ruvestine che io posseggo presentano que’ medesimi tipi che si osservano nelle altre monete riportate dal detto Signor Avellino nelle diverse sue dotte produzioni e da altri Scrittori. Avendole però messe sotto li di lui occhi, colla solita sua perspicacia e profonda conoscenza della Materia vi ha notate talune variazioni, le quali hanno richiamata la sua attenzione.
Ragion vuole che le monete suddette formino parte di questo mio Cenno istorico. Se però imprendessi a ragionare di esse, non potrei che replicare le stesse cose che si sono già dette maestrevolmente da una penna tanto riputata. Mi limiterò quindi a presentare quì in due tavole tutte le monete Ruvestine finora pubblicate o da me possedute. Per la illustrazione di esse avendo pregato il detto Signor Cavalier Avellino che si fosse compiaciuto di riunire ei medesimo le cose che aveva precedentemente scritte su di esse, si è egli occupato a riprodurle con averne formato e dato alle stampe un catalogo che con somma cortesia mi ha indiritto. Ho quindi profittato di esso con alacrità, e l’ho alligato alla fine di questo libro per la piena intelligenza delle predette due tavole.
Nel detto catalogo vi sono anche le sue opportune osservazioni sulle dette variazioni che ha ravvisate nelle monete Ruvestine da me raccolte. Accrescono il pregio di questo suo lavoro alcune monete Ruvestine, le quali sono le sole che a me mancano, ma a lui è riuscito osservarle e paragonarle colle altre già pubblicate. Ha egli con ben fondate ragioni ravvisata in esse l’alleanza che vi era tra la città di Ruvo e l’altra antica città della Peucezia denominata Silvium con essa confinante, della quale avrò la occasione di parlare di proposito nel capo che sussiegue. Le monete suddette sono al numero 4 5 e 13 della II Tavola.
Tutto ciò dunque che può riguardare le monete Ruvestine riportate nelle Tavole quì annesse si troverà nelle dotte osservazioni del Signor Cavaliere Avellino di sopra cennate. Mi riserbo solo di trarre da esse ove l’uopo sarà per esigerlo quelle illazioni che saranno conducenti per indagare l’epoca della prima fondazione della nostra città, la vera etimologia del nome alla stessa imposto, il culto de’ suoi antichi abitanti e l’origine di esso, non che la sua opulenza causata dalla bontà e fertilità del suo vasto territorio.
Non fia inutile intanto l’avvertire che tra le monete Ruvestine da me riunite ve ne ha più d’una così ben conservata, e di un conio tanto bello e vistoso, che ben si può dire di esser state anche in questa parte portate in Ruvo le belle arti a quello stesso grado di perfezione che si ammira in tutte le altre cose delle quali anderò a parlare nel Capo quarto.
Tav. I.
And. Russo dis. ed inc.
Tav. II.
And. Russo dis. ed inc.
CAPO III. La città di Ruvo deve credersi fondata dagli Arcadi che vennero nella Italia prima della Guerra di Troja.
Dionigi di Alicarnasso, comunque Greco di Nazione, fa un magnifico elogio delle bellezze della Italia, ed un’ampia descrizione de’ suoi pregi; dà alla stessa la preferenza su di qualsivoglia altro Paese per la fertilità del terreno e la moltiplicità de’ prodotti di esso, per la bontà de’ paschi, la temperatura del clima e tanti altri vantaggi, de’ quali la Natura l’è stata prodiga[45].
Plinio II ripete gli stessi encomj in pochi versi. Jam vero tanta ei vitalis, ac perennis salubritatis cœli temperies, tam fertiles campi, tam aprici colles, tam innoxii saltus, tam opaca nemora, tam munifica silvarum genera, tot montium afflatus, tanta frugum, et vitium, olearumque fertilitas, tam nobilia pecori vellera, tot opima tauris colla, tot lacus, tot amnium, fontiumque ubertas totam eam perfundens, tot maria, portus, gremiumque terrarum commercio patens undique, et tanquam ad juvandos mortales ipsa avide in maria procurrens. Neque ingenia, ritusque, ac viros lingua, manuque superatas commemoro gentes. Ipsi de ea judicavere Græci, genus in gloriam suam effusissimum, quotam partem ex ea appellando Græciam magnam[46].
Non fia dunque meraviglia se le nostre belle Regioni si attirarono sempre il desiderio dell’estere Nazioni che recò alla povera Italia infiniti malanni. Siamo però giusti, se le invasioni de’ Popoli settentrionali dopo la caduta del Romano Impero vi portarono la ignoranza, la barbarie e ’l pesantissimo giogo della feudalità, la moltitudine delle antiche Colonie Greche che vennero quì a stabilirsi vi portò i lumi, le scienze, le belle arti e quella civiltà, la quale fu utilissima a dirozzare i suoi antichi abitanti che non senza un fondamento di ragione i Greci gli chiamavano Barbari.
Conobbe di buon ora questa verità un gran Popolo che si stava formando per conquistare l’impero del Mondo, cioè il Popolo Romano. Persuaso lo stesso dopo la espulsione dei Re che per rendersi grande un Popolo sono necessarie le buone leggi, nell’anno trecentesimo di Roma spedì li suoi Legati in Atene ed alle città Greche stabilite in Italia, per dimandare alle stesse quelle leggi che fossero state per se più opportune, e cotesta saggia missione ebbe il suo effetto[47].
Con ragione, perchè nelle Greche città dell’Italia fioriva la celebre Scuola Pitagorica madre feconda di tanti Uomini insigni. Si sono in esse distinti i sommi legislatori Caronda e Zeleuco, Archita valente tanto nel comando degli eserciti che nella scienza del Governo, Timeo gran Filosofo ed Astronomo e sommo Politico, e tanti altri Uomini illustri che lungo sarebbe l’enumerargli.
Dai lumi diffusi e dai grandi Uomini formati dalla Scuola Pitagorica han creduto i Greci Scrittori che sia derivato il nome di Magna Grecia, che Plinio nel luogo innanzi riportato lo ripete dai pregi delle Regioni abitate dalle Greche città[48]. Che che però ne sia della etimologia del nome suddetto, un dottissimo Scrittore Romano, qual è Cicerone, lasciò scritto: Pythagoras, qui cum Superbo regnante in Italiam venisset, tenuit Magnam illam Græciam cum honore et disciplina, tum etiam auctoritate, multaque sæcula postea sic viguit Pythagoreorum nomen, ut nulli alii docti viderentur[49]. Ed in altro luogo: Platonem ferunt ut Pythagoreos cognosceret in Italiam venisse, et in ea, tum alios multos, tum Archytam, Timeumque cognovisse[50]. Ed in vero A. Gellio ci fa sapere che Platone, benchè non fosse stato ricco, comprò per diecimila danari a lui donati dal suo amico Dione Siracusano tre libri di Filoleo Filosofo Pitagorico[51].
Vi è gran quistione tra gli Eruditi se la Magna Grecia sia stata ristretta alle sole città piantate su i tre seni di mare Locrese, Scillatico, e Tarantino[52], o pure sotto questo nome siano andate comprese anche tutte le altre Greche città sparse per la Italia. Tal discussione non è del presente argomento. Si può osservare ciò che ne ha dottamente scritto il chiarissimo Canonico Mazocchi nel suo Commentario sulle Tavole di Eraclea ove ha esaurita la materia.
Pare ch’egli ammetta la così detta Magna Grecia nelle principali città testè indicate colle Regioni rispettive, ed una Grecia sparsa e disseminata in tutte le altre non poche città della Italia abitate da Colonie Greche. Comunque ciò sia non è meno vero che anche queste città partecipavano della stessa coltura e delle stesse istituzioni. Facendosi attenzione a ciò che dice Dionigi di Alicarnasso, i Romani spedirono i loro Legati per aver buone leggi partim ad Græcas urbes, quæ sunt in Italia, partim Athenas. Non alle sole città quindi della così detta Magna Grecia essi si diressero; ma bensì a tutte le città Greche della Italia; il che pruova che tutte avevano ugualmente la fama di essere ben governate. Oltre che li monumenti delle belle arti che si sono trovati anche nelle altre città Greche che non formavano parte della così detta Magna Grecia, sono una sicura testimonianza che pari in esse era anche la coltura.
L’emigrazioni de’ Greci in Italia sono state molte e seguite in diversi tempi prima della famosa Guerra di Troja e dopo di essa. Non è mio proponimento di entrare in queste indagini che hanno tenute occupate altre penne assai più dotte. Mi limiterò quindi a parlare soltanto di que’ Greci i quali si stabilirono in quella Regione in cui è sita la città di Ruvo, e debbono in conseguenza credersi i fondatori di essa. Rimonta questa indagine ad un’epoca molto rimota, la quale mi dà dritto di allogare la nostra città tra le più antiche città Greche della Italia.
Il prelodato Dionigi di Alicarnasso che visse ai tempi di Ottaviano Augusto, e benchè Greco di Nazione essendosi recato in Roma, s’invogliò ad istruirsi molto bene delle cose d’Italia, dopo aver riportate le diverse opinioni relative ai primi abitanti di essa detti Aborigini, soggiunse ciò che siegue. Sed Scriptorum Romanorum doctissimi, et in his Porcius Cato, qui diligentissime scripsit de originibus Italicarum urbium, Luciusque Sempronius, et alii[53] Græcos esse affirmant profectos ex Achaja multis ante bellum Trojanum ætatibus, nec tamen diserte tradunt ex qua Natione Græca, quave urbe migraverint: ac ne tempus quidem, aut Ducem coloniæ, aut quo casu patrias sedes reliquerint, fabulamque sequuti Græcanicam, nullius Græci Auctoris eam confirmant testimonio. Itaque rei veritas quomodo se habeat incertum est. Quod si istorum sana est narratio, non possunt esse coloni alterius generis, quam Arcadici. Nam hi primi Græcorum, trajecto sinu Ionio, domicilium in Italia statuerunt deducti ab Oenotro Lycaonis filio. Is quintus fuit ab Æzeo, et Phoroneo primis Peloponnesi Principibus, nam e Phoroneo genita est Niobe, ex qua, et Jove fertur natus Pelasgus. Æzei vero Lycaon fuit filius, et hujus filia Dejanira. Ex Dejanira et Pelasgo prognatus est alter Lycaon, cujus Oenotrus fuit filius XVII ætatibus prius quam apud Trojanos bellatum est[54]. Et tempus quidem hoc est missæ in Italia coloniæ: migravit autem Oenotrus a Græcia non contentus portione sui patrimonii. Cum enim essent Lycaoni XXII filii, opus erat in totidem partes dividi Arcadiam. Hanc ob causam Oenotrus relicta Peloponneso, classeque parata trajecit mare Jonium, unaque Peucetius, unus e fratrum numero, comitante eos bona parte popularium: ajunt hanc gentem fuisse olim frequentissimam. Adjunxerunt se his et alii Græci, quibus non sufficiebat ager proprius. Itaque Peucetius quo primum appulerunt in Italiam super Japygiæ Promontorium suis expositis, sedem ibi fixit, et ab eo horum locorum incolæ dicti sunt Peucetii[55].
Continua poi a dire che Oenotro col maggior numero della sua Gente passò oltre e continuò a navigare fino al mare detto allora Ausonio ed indi Tirreno. Che ivi sbarcato edificò delle città, e dal suo nome fu quella parte della Italia chiamata Oenotria. Nelle cose da lui dette si riporta all’autorità di Ferecide Ateniese che dice a niuno secondo nel tessere le genealogie. Qui de Regibus Arcadiæ sic loquitur. Pelasgo ex Dejanira Lycaon natus est. Huic nupsit Cyllene Nais Nympha, a qua mons Cyllene dicitur. Deinde recensitis horum filiis, locisque, quos eorum quisquis habitandos ceperit, Oenotri et Peucetii sic memorat. Et Oenotrus, a quo Oenotri nominantur in Italia, ac Peucetius, a quo Peucetii appellantur in sinu Jonio.
Pausania aggiugne che de’ figli di Licaone il Primogenito si chiamava Νύχτιμος, e questi succedè nel Regno. Nomina quindi gli altri numerosi suoi fratelli i quali occuparono molti luoghi dell’Arcadia, fortificarono le antiche città, e ne fondarono delle nuove e soggiugne: At natu minimus Oenotrus pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis, classe in Italiam transmisit, a qua fuit ea in qua consedit Terra de Regis nomine Oenotria vocitata. Atque hæc prima a Græcis colonia deducta[56].
Passa indi Dionigi di Alicarnasso a parlare di un’altra spedizione di Arcadi in numero però assai più ristretto che la dice partita sessant’anni prima della Guerra di Troja dall’antica città dell’Arcadia denominata Pallantium. Condottiere di essa fu Evandro figliuolo di Mercurio e di una Ninfa e Profetessa Arcadica chiamata Temi. Che furono questi bene accolti da Fauno Re saggio e prudente che dominava allora in que’ luoghi, ove surse dappoi la città di Roma, e si stabilirono vicino al fiume Tevere. Di questa seconda spedizione di Arcadi ne parla anche Pausania[57].
Dalle notizie quindi che si son premesse si ha che Peucezio con una porzione degli Arcadi ed altri Greci del Peloponneso sbarcò super Japygiæ Promontorium in sinu Jonio, cioè nel seno Tarantino, e che dal suo nome prese la Regione il nome di Peucezia. Si estese questa per lungo tratto nel paese adiacente al mare Adriatico. Avvenne però coll’andar del tempo che in quella parte dell’antica Peucezia ch’era intorno al Promontorio Japigio sopragiunsero altri Greci che ivi si stabilirono. Dal che prese quella contrada nuovi nomi e fu chiamata Messapia, Japigia, Salentini, Calabria. In fine qualunque sia stata la estensione primitiva del Paese denominato Peucetia, rimase questa in seguito ristretta a quella parte della Puglia che porta oggi il nome di Terra di Bari.
Strabone che visse al tempo di Augusto e di Tiberio, dopo aver descritta la spiaggia d’Italia fino all’antica città di Metaponto passa a dire: Contingit Metapontum Japygia, quam et Messapiam Græci dixere. Incolæ alios Salentinos dicunt, qui circa Japigium habitant Promontorium, alios Calabros. Supra hos versus Septentrionem sunt Peucetii, Græco sermone Audanii cognominati. Incolæ quidquid post Calabriam est Apuliam vocant: fuerunt etiam ibi qui Pediculi dicerentur, maxime Peucetii.
Si osservi che allora si chiamava Calabria non già quella Regione che porta oggi questo nome. La Calabria attuale apparteneva un tempo ai Bruzj, ed in parte anche alla Magna Grecia. La Calabria di cui parla Strabone era quella lingua di terra, o sia quell’Istmo il quale da Taranto a Brindisi è racchiuso tra il seno Tarantino e ’l mare Jonio detto oggi Terra d’Otranto. Cotesto Istmo finisce al Promontorio detto dagli antichi Salentino o Japigio, oggi Capo di S. Maria di Leuca. Messapia Peninsulæ formam obtinet istmo interclusa, qui a Brundusio Tarentum usque porrigitur spatio CCCX stadiorum: navigatio circa Japygium Promontorium est circiter CCCC. Metaponto distat stadiis CC fere Tarentum ortum solis versus.
Passa poi a descrivere il seno Tarantino e la città di Taranto fondata da una colonia di Spartani. Parla della sua antica potenza e floridezza, ed indi della sua decadenza causata dalla mollezza e dal lusso. Esalta la fertilità del terreno di quella Regione, comunque soggetto alla siccità. Enumera le antiche città che in essa vi erano, e la diversità della loro origine, dalla quale erano surte le diverse nomenclature imposte a quella penisola. Quindi conchiude: Communi vocabulo Messapiam, Japygiam, Calabriam, et Salentinam appellant. In fine passa a parlare delle due strade che da Brindisi menavano a Roma delle quali si è largamente ragionato nel capo primo[58].
Dice lo stesso anche Plinio: Connectitur secunda Regio (Italiæ) amplexa Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Salentinos CCL M. P. a sinu qui Tarentinus appellatur ab oppido Laconum in recessu hoc intimo situm, contributa eo maritima colonia, quæ ibi fuerat. Abest CXXXVI M. P. a Lacinio Promontorio, adversam ei Calabriam in Peninsulam emittens. Græci Messapiam a Duce appellavere: et ante Peucetia a Peucetio Oenotri fratre, in Salentino agro. Inter Promontoria C. M. P. intersunt. Latitudo Peninsulæ a Tarento Brundusium terreno itinere XXXV M. pass. patet, multoque brevius a portu Sasina. Passa indi a riportare le antiche città della Penisola suddetta[59].
Da ciò che dice questo Scrittore risulta ch’ei conviene anche nella venuta di Oenotro e Peucezio nella Italia, giusta il racconto fattone da Dionigi di Alicarnasso, poichè ha per vero che quella Penisola, la quale prese dappoi il nome di Messapia, Japigia, Calabria e Salentina formò parte da principio anche della Peucezia a Peucetio Oenotri fratre. L’arrivo però de’ nuovi Ospiti che fecero cangiare il nome alla detta penisola restrinse l’antica Peucezia, e di un solo Stato ne formò due, o per dir meglio formò due confederazioni diverse di città Greche tra loro distinte.
Ed in vero si rileva anche da Diodoro Siculo che Agatocle Tiranno di Siracusa cum Japygibus, et Peucetiis societatem armorum iniit[60]. Il che pruova ch’erano questi due Paesi che si governavano separatamente. Ove dunque si dimostri che la nostra città sicuramente Greca formava parte dell’antica Peucezia rimasta sempre sotto la dominazione degli Arcadi che furono i primi ad occupare quella Regione, la sua origine Arcadica ne viene in conseguenza.
Dopo avere Strabone descritta l’antica Calabria di cui si è finora ragionato, passa a parlare della Peucezia con essa confinante. Ne ha parlato piuttosto con sobrietà, ma non senza una positiva utilità per l’argomento che mi ho proposto, poichè avendone indicati i confini, mi mette ciò in grado di dimostrare concludentemente che la città di Ruvo formava parte dell’antica Peucezia, e quindi deve credersi per necessità fondata dagli Arcadi, i quali non furono mai sloggiati da quella Regione come lo erano stati dalla Japigia.
Dice dunque il precitato Scrittore: A Brundusio autem prætervehenti Adriatici maris oram urbs occurrit Egnatia, quæ commune est diversorium tam navigantibus, quam terra petentibus Barium: navigatur autem Noto. Atque huc usque juxta mare Peucetiorum se Regio profert: in mediterraneis usque ad Silvium tota est montosa, et aspera Apennini montis multas partes recipiens: INCOLÆ EX ARCADIA VIDENTUR IMMIGRASSE[61]. Con queste ultime parole conviene anche Strabone nella dominazione acquistata da Peucezio in quella Regione, giacchè è questa la sola notizia che si ha dell’arrivo degli Arcadi in que’ luoghi.
Questo Scrittore indica Egnazia e Bari come le ultime due città della Peucezia dal lato del mare, poichè queste erano in quel tempo le sole due città ch’esistevano sul litorale dell’Adriatico. Nè dopo Bari ve n’era alcun’altra. Le belle città che ora si vedono dopo Bari sono surte man mano ne’ tempi posteriori. Le più antiche di esse sono Giovinazzo, Trani e Barletta. Dopo di esse viene Bisceglia. L’ultima e la meno antica è Molfetta.
Strabone si è limitato alle sole due città marittime Egnazia e Bari. Non si è incaricato del rimanente litorale allora disabitato tra la città di Bari e la foce dell’Ofanto, ove terminava l’antica Peucezia. Con migliore accorgimento ed esattezza lo ha ciò supplito Tolomeo, il quale dice: Apulorum Peucetiorum in Jonio Pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis ostium[62]. Il che protende com’era regolare i confini della Peucezia fino alla foce dell’Ofanto.
Dalla parte di terra poi nell’estendere li confini della Peucezia fino all’antica città chiamata Silvium dice Strabone che quella Regione usque ad Silvium tota est montosa et aspera, perchè occupata da una diramazione degli Apennini. Non può questa esser altra che la vasta contrada che porta oggi il nome di Murge, coverta tutta di alture che formano un masso di vivo sasso, la quale corrisponde perfettamente per la sua asperità a ciò che questo Scrittore ne ha detto.
L’antica città denominata Silvium che ha egli indicata come l’ultima città della Peucezia dentro terra ha messi in quistione gli Eruditi ed i Geografi. Xilandro e Casaubono credono che questo luogo di Strabone sia viziato, e che cotesto Silvium non sia mai esistito. Ma nell’Itinerario di Antonino nel tratto di strada a Benevento Tarentum si legge anche questo luogo: Eclano M. P. XV. Sub Romula M. P. XXI. Ponte Aufidi M. P. XXII. Venusia M. P. XVIII. Silvium M. P. XX. Blera M. P. XIII. Sub Lupatia M. P. XIIII. Canalis M. P. XIII. Tarento M. P. XX.
Quindi Surita nelle sue note al detto Itinerario ammette la esistenza della detta città; ma crede di doversi leggere Silvianum e non Silvium, poichè dice che a questo modo la trova segnata in altri antichi esemplari, i quali sono in questa parte per necessità erronei. Pietro Vesselingio poi nelle sue note allo stesso Itinerario ha opinato che Silvium non sia stata una città, ma bensì un luogo di semplice fermata detto dai Scrittori Latini Mansio, come si è innanzi avvertito; ed aggiugne sull’autorità di Luca Olstenio che sia stato quello stesso luogo che porta oggi il nome di Gorgoglione.
Non posso però convenire che Silvium sia stata una Mansione, e non una città per tre ragioni. La prima perchè nel precitato Itinerario di Antonino i luoghi che non erano città, ma semplici villaggi si vedono riportati col distintivo Vicus. Quelli che avevano abitanti, ma non formavano comunità sono chiamati Castellum o Villa. Quelli in fine, ove non vi erano abitanti, ma semplici alberghi per dar ricovero ai viandanti ed alle vetture, sono chiamati Mansiones. Ond’è che nell’Itinerario suddetto non vedendosi Silvium indicato con alcuno di questi nomi, è necessità conchiudere che sia stata una città come tutte le altre che si vedono in esso riportate senz’alcuno di cotesti distintivi.
La seconda è che Plinio nel luogo riportato innanzi al capo I pagina 15 tra le Popolazioni della parte interna della seconda Regione dell’Italia annovera anche i Silvini. Pruova ciò concludentemente che il Silvium di Strabone e dell’Itinerario suddetto non era una Mansione, come ha creduto Vesselingio, ma bensì una città che aveva un numero di abitanti meritevole di entrare nella classe delle Popolazioni da Plinio enumerate.
La terza che toglie ogni dubbio è il seguente luogo di Diodoro Siculo. Nella Olimpiade CCCXVIII ei riporta i seguenti fatti. In Italia Samnites Soram, et Atiam urbes Populo Romano societatis fœdere conjunctas expugnaverunt, et divenderunt captivos. Consules igitur cum validis copiis impressione in Japygiam facta, prope Silvium urbem castra locavere. Ea, cum a præsidio Samnitum custodiretur, ad dierum aliquot obsidione tentarunt Romani, et per vim tandem capta, plus quam quinque captivorum millia, magnamque spoliorum copiam abstulerunt[63]. Dal che chiaro risulta ch’era Silvio una città considerevole.
Nella Tavola Peutingeriana si legge una città denominata Silutum a venticinque miglia di distanza da Venosa. Pare che debba questo essere il Silvium che nell’Itinerario di Antonino è riportato a venti miglia lungi dalla stessa città di Venosa. Nulla fa il divario di cinque miglia nelle distanze rispettivamente indicate, il quale ha potuto derivare dalla poca esattezza della Tavola suddetta. Ciò che importa è che nelle vicinanze di Venosa non vi è stata mai altra città che avesse portata il nome di Silutum. Quindi Silutum e Silvium debbono credersi una stessa città, giusta il giudizioso avviso dell’Autore della dotta Dissertazione e della Carta corografica dell’Italia recata dal Muratori, ed innanzi citata, il quale osserva Silvium in Peutingeriana Silutum dicitur[64].
Ed in vero nella Tavola suddetta si vedono segnate in continuazione l’una dopo l’altra allo stesso modo in cui sono riportate nell’Itinerario di Antonino le tre città Venusia, Silutum, Sublupatia. Manca solo Blera o Plera che nel detto Itinerario sta in mezzo tra Silvium e Sub Lupatia. Cotesta mancanza ha potuto derivare o da una omissione del disegnatore della Tavola Peutingeriana, o da un cangiamento che il tempo aveva portato sia ai luoghi, sia all’andamento della strada consolare. La sostanza però della cosa è la stessa, poichè la Tavola suddetta ci presenta in una continuazione sulla detta strada di Taranto le tre città Venusia, Silutum, Sublupatia. Dal che è a conchiudersi che il Silutum della Tavola è lo stesso che il Silvium di Strabone e dell’Itinerario di Antonino.
Il P. Arduino nelle sue annotazioni al luogo di Plinio innanzi riportato sulla parola Silvini fa la seguente osservazione: Silvini ab oppido Apulorum Peucetiorum, quod apud Strabonem lib. VI pag. 283 Σιλούιον vocatur, nunc dicitur il Gorgoglione. Cristofaro Cellario così parla della stessa città: Apud hos montes fuisse Silvium oppidum ex Strabonis descriptione constat. Ait enim lib. VI pag. 195 sicut Barium sit extremum in ora maris oppidum Peucetiorum, ita in mediterraneis ad Silvium usque oppidum. Dicuntur Silvini a Plinio lib. III cap. XI. Ex situ Holstenius interpretatur locum, qui nunc il Gorgoglione appellatur[65].
Io però che ho bastante conoscenza de’ luoghi non so trovare affatto nella Regione montosa et aspera di Strabone quel sito chiamato il Gorgoglione di cui ha parlato Luca Olstenio, e dopo di lui tutti gli altri di sopra riportati, i quali hanno replicata la stessa cosa. Vi è quì sicuramente un equivoco di nomi che bisogna dilucidarlo. Osservo quindi che nella parte estrema delle Murge, o sia della Regione montosa et aspera della Peucezia al dir di Strabone, vi è l’antico feudo un tempo della Famiglia Mazzaccara denominato il Garagnone sito nel punto medio tra Venosa e Ruvo. Ha lo stesso un’ampia dotazione di territorio, parte del quale sta nell’aspra contrada delle murge, e parte nella fertile pianura che passate le murge s’incontra nell’andare a Spinazzola ed a Venosa.
Sorge ivi una collina, sulla quale è edificato un antichissimo castello che porta il nome di Castello del Garagnone. Pratilli sulla via Appia cenna appena che nel sito appunto del Garagnone vi sia stata l’antica città denominata Silvium, e soggiugne: Presso questo luogo del Garagnone si riconoscono in una assai scomoda e lunga valle ammonticchiate e confuse molte selci dell’Appia, ed altre in parte dal terreno sepolte. Non vi si trova altro vestigio di antica fabbrica, ma in un marmo a traverso sepolto si legge la seguente iscrizione etc.[66].
Bisogna dire però che il Signor Pratilli passò per quel luogo dormendo, poichè non altrimenti poteva avvenire che non si sia da lui veduto l’antichissimo castello del quale ho testè parlato, ove vi è oggi una così detta Panetteria messavi dal proprietario di esso per provvedere di pane i coltivatori ed i pastori che dimorano nelle adiacenti campagne. Il sito di cotesto castello corrisponde perfettamente al sito dell’antica città chiamata Silvium indicato da Strabone. Dice questo Scrittore che la già detta contrada della Peucezia montosa et aspera si estendeva usque ad Silvium. Il castello del Garagnone è nel sito preciso ove termina l’aspra contrada delle murge, e comincia la vasta e fertile pianura alla stessa sottoposta di cui si è testè parlato.
Questo dunque e non altro è il Silvium di Strabone, e non già il Gorgoglione erroneamente indicato da Luca Olstenio in vece del Garagnone. Ed in vero l’Itinerario di Antonino segna venti miglia da Venosa a Silvio sulla strada consolare che menava a Taranto. Altre undici miglia segna da Silvio a Blera, o come altri vogliono a Plera, che Pietro Vesselingio dopo Luca Olstenio credè l’attuale città di Gravina ex itineris ductu, et intervallis. Altre quattordici miglia segna lo stesso Itinerario da Blera a Sub Lupatia che nella Tavola Peutingeriana è detta Sublupatia. Gli Scrittori predetti hanno osservato che quest’ultima antica città sia l’attuale città di Altamura[67].
Ora il castello del Garagnone si trova appunto nella linea indicata dall’Itinerario suddetto. La esistenza inoltre nel sito di sopra designato giusta le indicazioni date da Strabone di un castello antichissimo pruova colla massima evidenza di esser stato quello un tempo un luogo abitato e fortificato. Accresce molto peso a queste osservazioni la seguente circostanza.
Domenico di Gravina nella sua Cronaca che va tra le Opere del Muratori scritta al tempo della Regina Giovanna Prima, di cui parlerò in seguito, dice che essendo partito dal castello di S. Maria del Monte, ch’è un forte e magnifico castello edificato su di una delle alture delle Murge dodici miglia lungi da Ruvo, pervenimus ad casale Guaranioni distans ab ipso castro per milliaria octo, et applicantes ibidem, quia jam hora tarda affuerat, ipsa nocte ibidem quievimus. Indi soggiugne: Judex autem Nicolaus præfatus, quia quasi solus advenerat cum tribus, aut quatuor sociis ad receptionem officii prædicti, requisivit et rogavit Fratrem Rengaldum Ordinis Sacræ Domus Hospitalis Præceptorem in Casali præfato, quod nobilitate sua et dicti Domini honore, de sua familia, et hominibus dicti Casalis viros sibi concederet usque Gravinam sociandos eumdem. Qui curialiter id spopondit; et venerunt nobiscum, causa societatis Judicis Nicolai præfati, viri providi dicti Casalis equites quasi viginti[68].
Il che pruova che in quel tempo era il Garagnone un villaggio, o sia Casale tuttavia abitato e ben popoloso, altrimenti non avrebbe potuto dare una scorta di venti uomini a cavallo. Conferma ciò vie più la conghiettura da me proposta che nel sito di quel castello che tuttavia esiste vi doveva essere la città denominata Silvium distrutta dappoi dalle guerre e ridotta ad un villaggio che ora non esiste più tampoco, e quindi si è più facilmente errato nell’averlo denominato il Gorgoglione.
Per non mancare di esattezza non lascio quì di avvertire che quel Gorgoglione di cui ha parlato Luca Olstenio non è un nome ideale. Vi è nel nostro Regno un picciolo Borgo nella Diocesi di Tricarico, il quale porta tal nome. È però questo in altra Provincia ed in una Regione ben lontana dal sito dell’antica città denominala Silvium oggi Castello del Garagnone come risulta dai seguenti documenti.
Carlo Borrelli nel suo libro intitolato Vindex Neapolitanæ Nobilitatis ha pubblicato un prezioso documento Normanno che si conserva nel Grande Archivio del Regno. È questo il Catalogo de’ Feudatarj e Suffeudatarj che al tempo del Re Guglielmo il Buono contribuirono la loro quota de’ soldati per la spedizione di Terra Santa. Nel riportarsi in esso i Feudatarj e Suffeudatarj della Provincia di Basilicata si legge la seguente Rubrica: Comitatus Montis Caveosi = Isti sunt Barones, qui tenent feuda de Comitatu Montis C.
Si recano i nomi di diversi Suffeudatarj di parecchie Terre e Castelli in gran parte tuttavia esistenti ed in parte distrutti, che appartenevano alla detta Contea di Montescaglioso, e tra essi vi è un certo, Patritius, qui tenet feudum Gurgulionis, quod est feudum II militum. Della Terra di Gorgoglione si parla anche in un Registro di Carlo II di Angiò che si conserva nel detto Grande Archivio. Si rileva da esso che quel Sovrano nell’anno 1309 diresse sua lettera al Giustiziere della Provincia di Basilicata, ed ordinò che si fossero rilasciate le contribuzioni fiscali agli uomini ed alle Università Guardiæ, Mesianelli, Gurgulionis, et Tulbii (Tolve) in considerazione de’ danni sofferti nella guerra dai suoi nemici[69]. Da altro Registro di Giovanna II dell’anno 1415 che si conserva del pari nel Grande Archivio, si rileva che la Terra Gurgulionis nella Provincia di Basilicata era tassata per cinque once l’anno, sulle quali le fu dalla Regina rilasciata un’oncia e quindici tarì[70].
Dai premessi Registri quindi risulta che la Terra denominata Gorgoglione era nel cuore della Basilicata, e formava parte della Contea di Montescaglioso con altri feudi siti tutti nell’interno di quella Provincia. Il Garagnone al contrario sta nella parte estrema della Provincia di Bari, cioè nell’antica Peucezia, ove Strabone allogò la città denominata Silvium, come lo provano li seguenti Registri Angioini.
Il Re Carlo I di Angiò con sua lettera del dì 9 dicembre 1273 scritta da Corato fece sentire Magistro Juris che risedeva in Barletta, Quod Casale Guarilioni possessum per Magistrum et Fratres Hospitalis S. Joannis Jerosolimitani in Regno morantes ad nostrum demanium pertinet pleno jure. Gli ordinò quindi che gli avesse citati a comparire innanzi alla Gran Corte e produrre i titoli giustificativi che credevano avere super prædicto casali, seu feudo[71].
Da altro Registro del Re Roberto dell’anno 1324 risulta che fu da lui scritta al Giustiziere della Terra di Bari Lettera Regia, colla quale gli disse che Fra Bernardo de Bellaffario Luogotenente del Priore dello Spedale di S. Giovanni Gerosolimitano di Barletta gli aveva esposto che Castrum Guaralionem[72] in decreta tui Justitiariatus Provincia situm era franco dal pagamento del servizio militare per concessione e privilegio ottenuto dall’Imperatore Errico. Che avendo quindi dimandato di godere di tale franchigia, diè il Re le disposizioni opportune[73].
Un altro Registro Angioino di cui non si sa l’epoca contiene una informazione presa di tutti li Feudatarj e Baroni della Terra di Bari per ordine del Giustiziere di quella Provincia Pietro Rotondo. In cotesta informazione si legge ciò che siegue: Et in Guaranione invenit idem Commissarius quod locus Guaranioni est Hospitalis Sancti Joannis Jerosolimitani de Barolo, et dictum Hospitale est immune a servitio pro eodem loco: tamen invenit ipsum locum valere Per annum uncias triginta[74]-[75].
Non si conosce come il Castello del Garagnone sia uscito dalle mani dell’Ordine Gerosolimitano. È sicuro però che ne’ tempi posteriori è stato posseduto in feudo da diverse persone, e fino ai nostri giorni ha ritenuto sempre, come attualmente anche ritiene lo stesso nome, il che lo compruovano li seguenti notamenti del Cedolare della Provincia di Bari che si conservano nel Grande Archivio.
Nel Cedolare dell’anno 1500 si legge il Duca di Gravina Possessore del Garignone. Nell’anno 1528 fu conceduto a Filiberto de Chalon Principe di Orangia lo stato di Gravina et Castrum Garignoni. Nell’anno 1536 passò il feudo del Garagnone a Fortunato Grimaldi che fu per esso tassato in adoa. Nell’anno 1615 si vede tassato in adoa Ercole Grimaldi pro Castro Garagnoni inhabitato. Nell’anno 1643 il Principe di Cellamare acquistò Castrum Guaragnone inhabitatum. Nell’anno 1705 D. Giulia Nicastro acquistò Castrum Guaragnone. Nell’anno 1710 Tommaso Mazzaccara acquistò il detto Castrum Guaragnone. Alla Famiglia Mazzaccara dopo l’abolizione della feudalità è stato il Garagnone spropriato dai suoi creditori.
Ha quindi errato Luca Olstenio allora che ha detto che l’antica città della Peucezia denominata Silvium stava nel sito denominato il Gorgoglione. Cotesto errore di nome la trasporterebbe nel centro della Basilicata, molto lungi da quella linea che si trova indicata da Strabone, dall’Itinerario di Antonino e dalla Tavola Peutingeriana, la quale corrisponde perfettamente al Castello del Garagnone.
Non manco quì di osservare che mentre Strabone indica Silvio come l’ultima città della Peucezia dal lato meridionale, Tolomeo la estese fino a Venosa[76]. Plinio però situò questa città nella Daunia, poichè disse: Dauniorum coloniæ Luceria, Venusia, Oppida Canusium, Arpi[77]. Al contrario il Poeta Orazio ch’era Venosino e meglio di ogni altro esser poteva informato delle cose della sua Patria, pose in dubbio se questa apparteneva alla Puglia o alla Lucania
. . . . . sequor hunc Lucanus an Appulus anceps,
Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus
Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis:
Quo ne per vacuum Romano incurreret hostis;
Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum
Incuteret violenta[78].
Ciò per altro nulla pregiudica l’argomento che mi ho proposto. L’ultima città della Peucezia dal lato meridionale o che sia stata Venosa o che sia stata Silvio, sarà sempre vero che la città di Ruvo abbia formato parte di essa, poichè Silvio (oggi il castello del Garagnone) è circa venti miglia al di là di Ruvo, e Venosa circa quaranta miglia. Rimane ora ad esaminarsi il confine occidentale dell’antica Peucezia, ov’era in contatto colla Daunia, onde vedersi che da quel lato era Ruvo l’ultima città della stessa.
Prese la Daunia il suo nome da Dauno valoroso Principe Illirico, il quale obbligato a lasciare il suo Paese a causa delle sedizioni insorte, venne a stabilirsi nella Puglia, e colla forza delle armi si costituì una dominazione. Capitò dopo di lui nella stessa Regione anche Diomede insigne Guerriero uscito dalla famosa scuola di Chirone. Dopo aver egli comandati gli Argivi nella Guerra di Troja, ed essersi distinto con belle ed ardite azioni, fu costretto anche ad allontanarsi dalla sua Patria.
Tra le favole Omeriche vi è anche quella che mentre Diomede si batteva con Enea con superiorità e vantaggio sul campo di battaglia sotto Troja, la Dea Venere per salvare il proprio figliuolo dal periglio in cui lo vedeva, lo circondò di una nube, e Diomede osò di ferir la Dea in una mano. Ma questa si vendicò della ingiuria ricevuta, perchè al di lui ritorno dalla Guerra di Troja gli fece trovare la sua moglie adultera per essersi invaghita di Cillabaro. Si dice quindi che per tal cagione non abbia Diomede voluto più rivedere la sua Patria, e dopo esser stato bersagliato anche nel mare con furiose tempeste, mercè la protezione di Minerva sbarcò nella Puglia, fece amicizia con Dauno, lo ajutò nelle guerre ch’ebbe costui a sostenere, divenne di lui genero, ed acquistò la dominazione di una parte della Daunia.
Strabone dunque dopo di aver parlato della Peucezia nel luogo innanzi riportato, continua a dire: Contigua est Dauniorum Regio: insequuntur Appuli, cum Frentanis. Necesse est autem, cum non nisi priscis temporibus Peucetiorum, et Dauniorum nomina usurparint incolæ: sed omnis ista Regio Apuliæ nomine fuerit comprehensa, nec nunc quidem fines istarum gentium certo posse describi: itaque neque nobis quidquam de his adseverandum. Con ragione fa quì menzione della incertezza de’ confini tra le due Regioni, poichè si è veduto innanzi che anche al tempo di Tolomeo che visse assai dopo di Strabone, era tuttavia incerto se Venosa fosse appartenuta alla Peucezia o alla Daunia.
Niuna incertezza però vi poteva o vi può essere circa il confine occidentale della Peucezia colla Daunia, di cui sto ragionando, poichè Tolomeo, come innanzi si è detto, protende la Peucezia fino alla foce dell’Ofanto, e da ciò che Strabone seguita a dire chiaramente risulta anche fino a qual punto la Daunia si estendeva da quel lato. A Bario ad Aufidum flumen, super quo Canusium jacet emporium, stadia CCCC. Ad ipsum emporium a mari adverso amne stadiorum sex navigatio[79]. In propinquo est Salapia Argyripensium navale. Etenim non procul a mari in planicie sitæ sunt duæ urbes, quæ, ut ambitus earum docent, quondam Italicarum fuerunt maximæ, Canusium, et Argyripa: nunc eæ sunt minores. Quæ nunc Arpi principio Argos Hippium, deinde Argyripa nominata fuit. Utramque Diomedes fertur condidisse, campusque, et multa alia extant vestigia, quæ Diomedis in ea regione fuisse testantur dominationem, utpote Luceriæ (quæ et ipsa antiqua Dauniorum urbs, hodie humilis est) vetusta donaria in fano Minervæ: et in vicino mari duæ sunt insulæ Diomedeæ appellatæ, quarum colitur altera, alteram esse ferunt desertam[80]; in hac nonnulli fabulantur Diomedem e medio sublatum, ejusque socios in aves mutatos, etiamnum quodammodo superesse, et vitam vivere humanæ æmulam ratione victus, et comitate erga homines probos, fugaque flagitiosorum[81]-[82].
Situa quì dunque Strabone due città edificate da Diomede nella Daunia, una sulla dritta e l’altra sulla sinistra dell’Ofanto, cioè Argiripa e Canosa, e fa indi menzione anche del Campo di Diomede. Era questo poche miglia lungi da Canosa verso il mare nel sito del Villaggio di Canne reso celebre dalla sanguinosa sconfitta che diè Annibale ai Romani. Di questo campo appunto ove seguì la terribile battaglia che compromise la sorte di Roma, parlò Livio nel riportare la predizione che si trovò scritta ne’ libri di Marcio da lui chiamato Vates Illustris ne’ seguenti termini: Amnem Trojugena Cannam Romane fuge, ne te alienigenæ cogant in Campo Diomedis conserere manus. Sed neque credes tu mihi donec compleveris sanguine campum, multaque millia occisa tua deferet amnis in pontum magnum ex terra frugifera piscibus, atque avibus, ferisque, quæ incolunt terras, iis fuat esca caro tua, nam mihi ita Jupiter fatus[83].
Arnobio anche dice: Diomedis campi Romanis cadaveribus aggerati sunt[84]. E Silio Italico: Infaustum Phrygiis Diomedis nomine campum[85]. Ed in altro luogo dice che Paolo Emilio per dissuadere l’altro Console Varrone dal dar la battaglia, gli ricordava le sinistre predizioni che vi erano sull’esito di essa, e gli teneva il seguente discorso
Jamque alter tibi, nec perplexo carmine coram
Fata cano vates, sistes ni crastina signa,
Firmabis nostro Phœbeæ dicta Sibillæ
Sanguine; nec Graio posthac Diomede ferentur,
Sed te, si perstas, insignes nomine Campi[86].
Or se secondo Strabone la Puglia Daunia dal lato orientale, col quale confinava colla Puglia Peucezia terminava al di là dell’Ofanto nella città di Canosa e nel villaggio di Canne, ov’era precisamente il campo di Diomede, è conseguenza che la città di Ruvo, sita venti miglia al di là di Canosa e di Canne, era la prima città della Peucezia che s’incontrava nell’andare da Roma a Brindisi, e l’ultima nel venirsi da Brindisi a Roma.
Non altrimenti disse Plinio. Dopo aver egli parlato della spiaggia marittima della Peucezia fino a Bari, giacchè altre città marittime non vi erano in quel tempo dopo di Bari, passa a dire: Hinc Apulia Dauniorum cognomine a Duce Diomedis socero, in qua oppidum Salapiæ Hannibalis meretricio amore inclytum, Sipontum, Uria, amnis Cerbalus Dauniorum finis: portus Agasus, promontorium Montis Gargani a Salentino, sive Japygio CCXIV M. pass. ambitu Gargani: Portus Garnæ, Lacus Pantanus, flumen portuosum Frento, Teanum Apulorum: itemque Larinatum Cliternia: Tifernus amnis. Inde Regio Frentana. Ita Apulorum genera tria: Teani duce e Graiis. Lucani subacti a Calchante, quæ loca nunc tenent Atinates. Dauniorum præter supra dicta Coloniæ Luceria, Venusia, Oppida Canusium, Arpi, aliquando Argos Hippium Diomede condente, mox Argyrippa dictum[87].
Separa allo stesso modo Tolomeo la Puglia Peucezia dalla Puglia Daunia con avere indicata Canosa come l’ultima città della Daunia. Apulorum Dauniorum in Jonio pelago Salpiæ, Sipus, Apenestæ, Garganus mons. Apulorum Peucetiorum in Jonio pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis ostium. Apulorum Dauniorum mediterraneæ civitates Theanum, Nuceria Apulorum, Vibarnum, Arpi, Erdonia, Canusium. Apulorum Peucetiorum mediterraneæ civitates Venusia, Celia[88].
Giulio Frontino similmente comunque la Daunia l’abbia chiamata Provincia Apuliæ e la Peucezia l’abbia inclusa nella Provincia di Calabria, l’agro Canosino lo riportò nella prima, e l’agro Rubustino nella seconda. Or se rimane concludentemente dimostrato che la città di Ruvo era nella Peucezia e di Greca fondazione, non vi può esser dubbio sulla sua origine Arcadica, poichè costa che gli Arcadi occuparono quella Regione prima della Guerra di Troja, e vi si sostennero, per cui ritenne sempre la stessa il nome di Peucezia preso da quello del Condottiere degli Arcadi ed altre genti del Peloponneso che vennero ivi a stabilirsi. Onde con ragione disse Strabone: Incolæ ex Arcadia videntur immigrasse.
CAPO IV. Li pregevoli vasi fittili ed altri oggetti di belle arti antiche trovati in Ruvo, confermano vie più la sua origine Arcadica.
Di quando in quando si sono trovati in Ruvo vasi fittili Italo-Greci. Da principio gli faceva scuoprire solo l’azzardo. I vasi rinvenuti a questo modo non han potuto esser molti, e da que’ villani non erano prezzati. Nella mia giovanile età mi dicevano i vecchi che gli uomini di campagna, i quali nello scavare il terreno trovavano gli antichi sepolcri, crucciati che in vece di trovarvi moneta, trovavano vasi di creta, gli rompevano colle zappe! Di quì è che ne’ fondi suburbani, ove i sepolcri sogliono trovarsi, si vedono disseminati nel terreno non pochi pezzi di vasi antichi rotti ed infranti. Quanto i tempi ora sono cangiati! Son oggi que’ popolari in tanta prevenzione che credono di doversi convertire in oro ogni pezzo di creta antica qualunque!
La Gente colta di quella città rese avvertiti i villani che questi oggetti avevano anche un valore. Quindi li pochi vasi che si trovavano cominciarono ad essere rispettati. Mi dicevano i vecchi che se n’erano anche venduti ai forestieri che capitavano in Ruvo. Ma di qual merito essi abbiano potuto essere s’ignora perfettamente. E se sono stati pubblicati si è mancato d’indicarsi il luogo ove sono stati rinvenuti. Ne’ vasi pubblicati da Lord Hamilton ve ne ha uno di ottimo pennello che rappresenta Bellerofonte montato sul Pegaso che combatte la Chimera. Ho io un altro vaso trovato in Ruvo che rappresenta la stessa favola. Allora che mi venne sotto gli occhi il rame del vaso di Hamilton non potei non rimaner colpito dalla perfetta simiglianza che lo stesso ha col mio.
Variano li due vasi soltanto nelle deità presenti al combattimento, e tali variazioni sono state familiari ai Pittori tanto antichi che moderni, quando hanno replicato lo stesso soggetto. Ma le tre figure di Bellerofonte, del Pegaso e della Chimera sono talmente tra loro conformi che bisogna per necessità convenire di esser stati ambi i vasi dipinti dalla stessa mano e sul medesimo modello. Come altrimenti potersi trovare nell’uno e nell’altro una perfetta identità del disegno, delle figure, delle fisonomie, delle stature, de’ contorni e di tutte le più minute circostanze? Debbo credere quindi che il vaso di Hamilton sia stato trovato anche a Ruvo, e sia uno di que’ vasi i quali sono stati pubblicati senza che siasi conosciuto o indicato il luogo ove si son trovati.
Il primo che cominciò in Ruvo a fare dei scavamenti per ispecolazione fu un Prete chiamato D. Giuseppe Adessi di talenti non volgari, ma strani abbastanza. Tra i vasi da lui rinvenuti ve ne furono de’ buoni, ma non di prim’ordine per quanto ne ho inteso. Non si conosce tampoco quali questi siano stati, e se siansi pubblicati. Ne ritrasse da essi un guadagno che se avesse saputo conservarlo, avrebbe potuto estendere vie più la sua specolazione, la quale in quell’epoca non aveva competitori. Le sue ricerche però non poterono andare molto innanzi, perchè gli mancavano i mezzi. A buon conto fino al primo decennio di questo secolo il nome della città di Ruvo era sconosciuto all’Archeologia, e de’ vasi fittili Ruvestini non si aveva veruna opinione perchè quando anche fossero stati pregevoli, non si conosceva, o non veniva indicato il luogo ove si erano rinvenuti.
Li primi vasi di Ruvo che fecero moltissimo rumore per la loro somma eleganza e bellezza, e per la importanza delle cose in essi dipinte gli trovò nell’anno 1810 un artigiano chiamato Rinaldo di Zio nello scavare le fondamenta di una casa a non lunga distanza dalle antiche mura della città nel largo detto di Porta Nuova o di Porta di Noja, della quale parlerò in seguito. Informato il Governo di allora di cotesta importante scoverta fu il de Zio obbligato ad esibire i vasi da lui rinvenuti con averne ricevuto un compenso soverchiamente parco. Si trovarono questi di un pregio così sublime che furono ritenuti per ornamento del Real Palagio. Ma negli avvenimenti dell’anno 1815 furono trasportati nella Germania, ed ora per quanto ne ho inteso, insieme con altri pregevoli vasi trovati anche allora a Canosa, sono nel Museo di S. M. il Re di Baviera amantissimo degli oggetti delle belle arti antiche.
La scoperta de’ vasi suddetti di un ordine assai superiore a quelli che per lo innanzi si erano in Ruvo rinvenuti, e ’l rumore sparso, non privo di fondamento per altro, che nello stesso sepolcro si fossero dal de Zio trovati anche altri oggetti preziosi di non lieve valore, pose in fermento lo spirito de’ Ruvestini. La specolazione de’ scavamenti cominciò allora a porsi in moda; ma nell’anno 1822 giunse al furore e fu portata ad un punto da non potersi oltrepassare. Costano questi un poco soverchio attesa la qualità del terreno tutto pietroso, il quale non si può smuovere e profondare senza moltissimo travaglio. Gli antichi sepolcri di Ruvo, ove i vasi si trovano, sono tagliati ed incavati nel vivo sasso di maggiore o minore ampiezza secondo la qualità della persona sepolta, e la quantità degli oggetti che vi si riponevano.
Quelli che si son trovati ne’ sepolcri Ruvestini sono stati i seguenti, cioè vasi fittili, idoletti ed altri lavori di creta, vasi, idoletti ed altri oggetti di bronzo, qualche vasellino di alabastro, e più frequenti quelli di vetro colorato di molta bellezza, cimieri, corazze, gambali, lance, spade, frecce, morsi di cavalli, e nella mia collezione ho anche una colonnetta di avorio di elegante lavoro. Si sono trovati anche oggetti di argento e di oro specialmente di ornamenti muliebri, e nel Real Museo vi è una collana d’oro ivi rinvenuta e molto ben conservata, di squisito lavoro.
Cotesti sepolcri incavati nel vivo sasso venivano coperti con una gran tavola di pietra o con più tavole unite insieme ove una sola non fosse stata sufficiente. Or per potersi portare gli scavamenti fino al vivo sasso, ove i sepolcri sono incavati, si deve durare non poco stento. Molta è la resistenza che oppone il terreno di sua natura pietroso. In que’ luoghi poi, ne’ quali nel corso di tanti secoli i riempimenti di terra, di pietre o di sfabbricine sovrapposti sono stati maggiori, si è dovuto scavare fino a venti, ventiquattro e trenta palmi di profondità. Il farsi quindi cotesti scavamenti all’azzardo, e senza veruna sicurezza di trovarvi de’ sepolcri, sgomentava in certo modo i specolatori.
Per potersi perciò più agevolmente sostenere la spesa non indifferente che per essi occorreva si formarono diverse compagnie, le quali scavarono da capo a fondo quasi tutti i terreni suburbani, ne’ quali sogliono trovarsi tanto i sepolcri che i sepolcreti. Era tanta quindi la quantità degli operaj impiegati a questa operazione e della gente che vi accorreva per curiosità, che i contorni della città presentavano l’aspetto di una fiera. Questa folla richiamava anche li venditori di frutta, di comestibili e di vino per ismaltire le loro merci. Spesse volte avveniva che si scuoprivano le tracce de’ sepolcri verso la sera. Si proseguivano allora gli scavamenti colle fiaccole accese, onde i sepolcri scoverti non fossero stati la notte da altri vuotati, e la campagna suddetta si mostrava in più luoghi illuminata.
Questo furore fece ivi disotterrare tanti capi d’opera che hanno destata l’ammirazione di tutti gli Archeologi di Europa, ed hanno reso illustre il nome di una città ad essi per lo innanzi presso che ignoto. Se tutti i vasi trovati in Ruvo coi scavamenti suddetti si fossero riuniti in una sola Collezione, non so se avrebbe potuto questa esser pareggiata da qualunque altra Collezione tanto pe ’l numero che per la eccellente qualità e varietà de’ vasi. Essendo stati però cotesti scavamenti suggeriti dallo spirito d’interesse e dalla speranza del guadagno, non era d’attendersi da coloro che si rendevano proprietarj de’ vasi suddetti questo sentimento sia patrio, sia letterario.
Angustiava ciò sommamente il mio spirito. Vedeva bene che questi tesori sarebbero caduti in mano de’ specolatori, i quali gli avrebbero fatti passare all’Estero, senza che si fosse conosciuto neppure che l’onore e ’l vanto di avergli prodotti apparteneva alla mia patria, com’era avvenuto per i vasi precedentemente disotterrati. L’acquistargli tutti, quando anche mi fosse stato ciò facile, superava le forze di un privato non prevenuto e non preparato ad un avvenimento straordinario che fece uscire in poco tempo dalla terra migliaja di oggetti, i quali avrebbero potuto gradatamente esser tratti fuori di essa nel corso di lunghissimi anni. Mi determinai quindi a salvarne quanti avessi più potuto: nel che fui secondato anche dal mio fratello Giulio ch’era animato dagli stessi sentimenti, e prematura morte mi ha rapito.
Mi convenne nondimeno superare fortissimi ostacoli i quali furono i seguenti. In mezzo a tanto bisbiglio e molto più ne’ scavamenti che seguivano in tempo di notte una porzione de’ vasi che si rinvenivano era fraudata o dagli operaj adoperati, o da alcuno degli stessi socj lasciato a sorvegliargli. Se la scoverta di tanti pregevoli monumenti fu di molto utile all’Archeologia e di sommo onore della mia patria, non è meno vero però che lo spirito d’interesse che aveva provocati gli scavamenti suddetti portò molta corruzione nella morale del Popolo Ruvestino. Ne seguiva da ciò che i vasi fraudati a questo modo non si volevano vendere ai proprj concittadini, onde le fraudi commesse non si fossero scoverte, ma si mandavano a vendere di nascosto ne’ paesi convicini. Coloro che gl’incettavano gli vendevano ai specolatori, dalle mani de’ quali mi è convenuto ricuperarne parecchi che non erano a lasciarsi; ma il maggior numero di essi probabilmente è passato all’Estero.
Per gli altri vasi poi que’ proprietarj di essi che sentivano qualche amore di patria ci preferivano volentieri nel vendergli, perchè sapevano bene che da noi non si compravano per ispecolazione, ma bensì per conservargli e dedicargli all’onore della stessa. Altri però erano a ciò negati, malgrado che si fossero da noi pagati assai meglio di quello che si pagavano dai specolatori, e questa verità è stata confessata dagli stessi Ruvestini. L’unico principio di tal ripugnanza era che vi ha degli uomini specialmente ne’ piccioli paesi, i quali non sanno che invidiare negli altri quella elevatezza di pensare di cui non son essi capaci. Il che mi ha obbligato sovente a ricomprare a prezzo ben caro dai Rivenditori diversi vasi che credei meritevoli di essere conservati. Conto tra essi quelli che rappresentano la disfida tra Marsia ed Apollo, e ’l Ratto di Proserpina tentato da Teseo e Piritoo rimasti spogliati delle loro vesti, ed incatenati da una Furia, quali due vasi sono bellissimi.
È quì anche d’aggiugnersi che ne’ sepolcri grandiosi di Personaggi illustri presso che tutti i vasi e vasellini che si trovavano erano pregevoli. Ma ne’ sepolcri delle persone mediocri il numero maggiore di essi era di poca o di niuna considerazione. Ma spesse volte tra tante cose di niun pregio vi era anche qualche oggetto che meritava di essere acquistato da chi si aveva proposto non già di avere una partita di vasi Ruvestini; ma bensì di formarne una collezione compiuta, la quale esige una maggior ricchezza specialmente nella moltiplicità, e varietà delle forme, de’ modelli, de’ disegni, e dello stile di dipingere che ne’ vasi di Ruvo è anche vario secondo la diversità sia delle scuole, sia del tempo in cui furono dipinti.
Era però impossibile il far la scelta di que’ pezzi che si volevano. Bisognava o comprar tutta la partita, o lasciarla. Spesse volte per qualche testa pregevole di uomo, o di animale, o per qualche vaso, o vasellino di nuova forma, e di singolar bellezza mi è convenuto prendere una intera partita, la di cui massima parte ho dovuto buttarla per vilissimo prezzo, giacchè se avessi voluto conservare tutti i vasi che ho comprati per tal causa, mi sarebbe stato di molto imbarazzo il dare ad essi un luogo. Mi portava ciò ad un forte sbilanciamento di spesa che più di una volta mi ha messo in una positiva strettezza, onde non perdere le occasioni che mi si presentavano di arricchire la Collezione che mi aveva proposto di formare de’ migliori, e più scelti oggetti che avessi potuto.
A tal modo, ed a traverso de’ predetti ostacoli è riuscito a me, ed al fu mio fratello Giulio di acquistare tanti vasi Ruvestini, quanti sono stati bastanti ad illustrare la nostra Patria, ed a rendere pregevole una privata Collezione. Posso poi dire francamente, e senza tema di esserne redarguito che niun’altra Collezione forse può pareggiarla pe ’l numero, e per la diversità, e qualità de’ bicchieri detti Rhyton de’ quali è la stessa doviziosamente fornita, poichè in niun’altra delle antiche città Greche dell’Italia se ne son trovati tanti, e di tante diverse specie, quanti in Ruvo. Se tutti i bicchieri ivi rinvenuti non si fossero sparpagliati, e moltissimi di essi non fossero passati all’Estero, qual collezione spettacolosa avrebbero potuto formare! Gli stessi scavamenti Nolani che sono stati i meno sterili di questi pregevoli oggetti, non ne hanno dati che pochi, e di specie limitate, e non così varie come quelli di Ruvo.
Vi sono quindi nella nostra Collezione molti bicchieri con teste umane, tra le quali anche di Etiopi. Tra queste ve ne ha una bellissima di Ercole coperta dalla pelle del Lione da lui ucciso. Ve ne sono anche con teste di Satiri. Molte teste di bue, di vacche e di vitelli, di montoni, di castrati, e di pecore, molte di capre, di cani di diverse specie, e di volpi, due di cinghiali, ed una di porco, tre di cervi, e due di daini, tre di mule, una di cavallo, una di lione, una di tigre, ed una di scimmia, due bicchieri sostenuti da coccodrilli, e due da dragoni, tre altri con teste di grifo, uno sostenuto da Scilla coi suoi due cani fatti a rilievo, un altro sostenuto da una sfinge. Vi sono inoltre vasellini per liquori coi seguenti animali, uno con un uccello, un altro con un delfino, uno colla testa di un gatto, un altro con quella di un vitello, ed un altro con quella di un grifo, due lioncini interi, due cani leporieri interi, due vitelli anche interi coricati a terra, un coniglio, una rana, ed un graziosissimo Sileno. Oltre però le dette teste, e vasellini fini, e tutti colorati, vi ha anche una gran quantità di teste rustiche tanto umane che di animali dette terre cotte[89].
Non è intanto quì ad omettersi che uno de’ già detti bicchieri da me acquistati ci fa apprendere una usanza degli antichi, la quale non mi è occorso finora di rilevarla da alcuno degli antichi Scrittori Greci, e Latini che ho letti. Ci fa sapere Anacreonte che ai cavalli si apponeva il marchio alla coscia
Equi solent inustum
Coxis habere signum[90].
Si legge in Apulejo Nec non et equum illum quoque meum notæ dorsalis cognitione recuperavimus[91]. Il chiarissimo Canonico Mazocchi ha dette molte belle cose sui cavalli denominati Koppatias, e Samphoras dal marchio rispettivo che avevano alla coscia in lettere greche[92].
Tra i miei vasi ve ne ha uno di forma bellissima, e di egregio pennello che rappresenta il corso animatissimo di quattro quadrighe che girano intorno a quattro colonne a tutta scappata. Due de’ cavalli delle quadrighe suddette hanno il loro marchio alla coscia dritta. Uno di essi è quello di un pesce, e può ciò farlo credere un cavallo Tarantino, poichè nel maggior numero delle monete Tarantine vi è il Delfino, ed al rovescio un cavaliere in varj atteggiamenti per indicare quanto i Tarantini valevano nell’esercizio dell’equitazione e nelle manovre di cavalleria. L’altro ha il marchio che forma un globetto di figura sferica con due linee circolari ed in mezzo una crocetta. Lascio agli Archeologi l’investigare a quale delle Regioni riputate dagli antichi Scrittori per i buoni cavalli che producevano abbia potuto appartenere il cavallo marchiato a questo modo.
Parla anche Virgilio del marchio che si apponeva al bestiame
Aut pecori signum, aut numerum impressit acervis[93]
Post partum cura in vitulos traducitur omnis,
Continuoque notas, et nomina gentis inurunt[94].
Ma non mi è occorso ancora di leggere che gli Antichi imprimevano ai muli il marchio non già alla coscia, ma bensì alla guancia, come si pratica oggi nel nostro Regno, giacchè non mi è noto l’uso degli altri Paesi. Che cotesta nostra usanza però sia antichissima me lo ha fatto apprendere una delle teste di mule trovate in Ruvo che io posseggo, la quale ha il suo marchio ovale alla guancia sinistra.
Ritornando ora, dopo questa non inutile digressione, ai vasi di Ruvo non è possibile descrivere colla penna la eleganza, e la moltiplicità delle forme specialmente de’ vasellini ivi rinvenuti. Bisogna vedergli e considerargli per giudicare da essi quanto era ferace la fantasia degli Artefici Ruvestini nell’immaginare tanti modelli diversi, e spesso anche bizzarri, e capricciosi, i quali non s’incontrano volentieri ne’ vasellini delle altre antiche città Greche. Io ne ho riuniti moltissimi veramente vistosi. Ma quanti altri han dovuto scapparmi!
Nè si può dubitare che in Ruvo siano stati lavorati, e ciò per una doppia ragione. La prima perchè ne’ scavamenti fatti si sono anche trovate le officine con una gran quantità di vasi, e vasellini rustici di quelle stesse forme che hanno i vasi dipinti estratti dai sepolcri. La seconda perchè la creta de’ vasi antichi trovati in Ruvo è quella stessa creta finissima, leggiera, ed atta a qualunque lavoro che attualmente si trova nelle cave dell’agro Ruvestino. È quella stessa creta che dà oggi da vivere a molta gente, la quale si occupa a lavorare vasi di creta di ogni specie, ed anche di belle ed eleganti forme, ricercati specialmente da tutta la Puglia, e dalla finitima Provincia di Basilicata. Quest’arte quindi si è ivi ereditata dagli Antichi, poichè come bene osserva Cornelio Tacito Sed nostra quoque æetas multa laudis, et artium imitanda posteris tulit[95].
Lo stile di dipingere degli antichi Pittori Ruvestini, quanto è nobile, e grandioso, altrettanto è semplice, spianato, pieno di naturalezza, e senza caricatura, o come i nostri Pittori direbbero non manierato. Una porzione de’ vasi da me acquistati avendola fatta venire in Napoli per mio piacere, furono questi osservati tra gli altri dotti personaggi anche dal chiarissimo cav. D. Francesco Maria Avellino che conosce così bene la materia, e rimase fortemente colpito dalla bellezza, ed importanza di essi. Giunto in Napoli dappoi l’egregio sig. Odoardo Gerhard, dopo aver veduti i vasi che ho in Napoli, s’invogliò di vedere anche quelli che in molto maggior numero erano rimasti in Ruvo ove io lo diressi a mio fratello. Ebbe inoltre da me alcuni lucidi di essi che mi aveva richiesti. Quindi fu che anche l’Istituto di corrispondenza Archeologica di Roma cominciò a parlar con elogio de’ vasi di Ruvo.
Questo rumore portò la conseguenza che si pose una più severa attenzione perchè i vasi degli ultimi scavamenti Ruvestini caduti nelle mani de’ specolatori non avessero potuto passare all’Estero. Quest’oggetto fu conseguito almeno in gran parte. Per queste provvide misure tra gl’immensi tesori del Real Museo si vagheggiano ora, e si ammirano non pochi eccellenti vasi di Ruvo dallo stesso acquistati. Hanno questi riempiuto in un modo molto soddisfacente il vuoto che vi era di scelti vasi di Puglia, de’ quali non ve n’erano abbastanza. Ha fatto inoltre il Governo eseguire in Ruvo de’ scavamenti per conto proprio non senza un profitto per i nuovi pregevoli oggetti che hanno essi fruttato al detto Real Museo. Si è in fine stabilita ivi anche una Commissione incaricata di sorvegliare gli scavamenti, onde gli oggetti pregevoli di antichità che si trovano non siano venduti agli Esteri senza la intelligenza della Direzione del Real Museo. È tutto ciò risultato a sommo onore della nostra città, ed ha pienamente appagati i miei voti.
Non è quì ad omettersi un altro singolare monumento dell’antica Pittura Ruvestina che ora adorna anche il Real Museo. Il fu Canonico D. Michele Ficco verso la fine dell’anno 1833 scavò le fondamenta di una casa fuori l’antico recinto della città sulla strada de’ Cappuccini. Trovò ivi un grandioso sepolcro; ma uno de’ lati di esso fabbricati di pietre di tufo quadrate si trovò mancante. Era stato lo stesso disfatto in tempo antico nell’essersi scavato un pozzo nel sito istesso del sepolcro. Si trovò questo spogliato anche de’ vasi, ed altri preziosi oggetti che doveva contenere, per esser stata ivi sepolta una persona distinta. Si arguiva ciò da alcuni vistosi frammenti di vasi rotti trovati nello stesso sepolcro, e dalla seguente circostanza.
Negli altri tre lati ch’erano rimasti intatti si trovò dipinta colla massima eleganza una danza funebre divisa in due cori, uno di diciotto giovani donne, e l’altro di nove. È però chiaro per se stesso che i due cori esser dovevano uguali di numero, e che il coro di nove giovani donne doveva averne altre nove nel lato del sepolcro che si trovò mancante. Alla testa di ciascuno de’ due cori vi è un giovane danzatore. Uno di questi due giovani tocca una lira di sette corde che regola la danza. Quindi il giovane suddetto danza ad un tempo, e suona la lira.
Le donne sono tutte vestite in perfetta conformità, cioè con una lunga tunica, ed al di sopra di essa un peplo che cuopre loro la testa e le spalle. Delle dette vesti e dei pepli il colore è vario; ma il taglio, e ’l costume è lo stesso. Tanto le tuniche che i pepli sono orlati di strisce di colore diverso. Tutte le donne al di sotto del peplo hanno la testa ravvolta sia da un fazzoletto, sia da una cuffietta di color rosso con i ciuffi di capelli inanellati ch’escono al di fuori sulle tempia. Tutte hanno i loro orecchini perfettamente conformi. Li due giovani vestono una tunica di color bianco orlata di strisce rosse, la quale è assai corta, e finisce molto al di sopra delle ginocchia. Tanto i due giovani che le donne fanno una stessa mossa la quale sembra, blanda, seria, e molto grave.
Di cotesta danza funebre il sig. Raul-Rochette avendone avuta da Ruvo una copia, la pubblicò a Parigi colla tavola corrispondente nell’anno 1836[96]. Ei conviene che sia questa una pittura unica nel suo genere. Osserva che de’ sepolcri di Ruvo se ne son trovati altri anche dipinti ma senza figure. Che in altri luoghi da lui indicati se ne son trovati con delle figure; ma non già con una danza funebre così grandiosa, e possiam dire anche nuova. Sarebbe stato però desiderabile che avesse parlato di essa con minore sobrietà come l’argomento che aveva per le mani lo avrebbe esatto.
Osservo intanto che nel parlare dell’atteggiamento in cui si vedono le donne suddette, dice Qui se tiennent par la main en dansant. Facendosi però migliore attenzione alla posizione delle loro braccia, ed al modo in cui si tengono per la mano, si vedrà a colpo d’occhio che viene dalle danzatrici suddette eseguito quell’intrecciamento che nelle odierne scuole di ballo è chiamato la catena.
Cotesto pregevole e singolare monumento non avrebbe dovuto muoversi dal sito ove fu trovato. Nel disfarsi la fabbrica venne per necessità a rompersi anche l’intonaco sul quale la danza suddetta era dipinta. Il quadro quindi perdè la sua unità, e soffrì molte lesioni. Non è poco che n’è di esso rimasto tanto quanto ha potuto dar luogo alle illustrazioni degli Archeologi.
Io ne vidi in Ruvo i pezzi quando il guasto suddetto era già seguito, e non era più al caso di poterlo impedire. Il proprietario di essi ch’era molto mio amico gli offrì a me per quel prezzo che avessi creduto giusto. Io gli feci osservare che questi oggetti in mano di qualunque particolare sarebbero andati vie più in discapito, e lo consigliai che gli avesse offerti al Real Museo, ove si conosce assai bene l’arte di conservare le pitture di questa specie. Così egli fece, e debbo attendermi che l’Accademia Ercolanese dia una più compiuta illustrazione a questo pregevolissimo monumento, che ci ha messa la prima volta sotto gli occhi una danza funebre.
Ne’ dipinti Ruvestini di prim’ordine è d’ammirarsi non solo la perfezione del disegno, la eleganza e la franchezza dello stile, ma anche la istruzione de’ dipintori. Le cose ricercate, e non ovvie che si vedono dipinte ne’ vasi di Ruvo esigevano uomini pienamente istruiti della Storia, della Favola, e della Mitologia. È anzi notabile che non isfuggivano al loro pennello le circostanze le più minute relative ai fatti, o alle persone che formavano il soggetto de’ loro lavori. Potrei ciò compruovarlo colle corrispondenti osservazioni su di molti vasi di Ruvo; ma mi limito a due soltanto che formano parte della mia collezione.
In uno di essi è dipinto il combattimento ch’ebbe luogo sotto le mura di Troja tra il valoroso Achille e Pentesilea Regina delle Amazoni venuta in soccorso de’ Trojani, di cui parlò anche Virgilio nel libro I dell’Eneide vers. 494 e seguenti. Quinto Smirneo, detto anche Quinto Calabro che si propose di supplire quelle cose che vedeva omesse nella Iliade di Omero, dopo aver delineata la somma bellezza, e ’l nobile portamento della Regina suddetta, non che le sue bravate, passa a descrivere l’armamento della illustre Guerriera allora che andò alla battaglia contro i Greci che assediavano Troja. Parte dell’armamento suddetto dice che lo formavano due giavellotti messi sotto lo scudo: Mox ex aula prodire festinans duo sumpsit pila sub scuto.
Guardandosi il vaso suddetto si vede in esso maestrevolmente rilevata la bellezza, e la maestà di Pentesilea, non che la qualità del di lei armamento nel modo preciso in cui si trova descritto da Quinto Smirneo. Nè furono obliati li due giavellotti, le aste de’ quali al di lei fianco sinistro si vedono uscire da sotto lo scudo amazonico lunato che tiene imbracciato, il che certamente costituisce una di quelle minutezze che pruovano la somma avvedutezza, ed istruzione del Pittore.
Passa indi Quinto Calabro a parlare del colpo mortale della terribile asta di Achille che stramazzò la valorosa Guerriera, e dice così.
Illi enim accedenti graviter succensus Pelei filius:
Et subito una cum ipsa transverberavit equi corpus,
Veluti si quis verubus ad ignem flammantem
Viscera transfigit, cœnam festine apparans.
Sic etiam Penthesileam una cum insigni equo
Penitus transadegit ementa hasta
Pelides: quæ mox cum pulvere, et morte commiscetur[97].
Nel vaso di cui sto ragionando si vede Pentesilea a cavallo che combatte ancora con Achille che sta a piedi. Ma la punta dell’asta di Achille si vede diretta in modo che il colpo che andava a vibrare avrebbe potuto ad un tempo trapassare il collo del cavallo poco al di sopra del punto in cui questo si unisce alla spalla, ed andare indi ad incontrare il corpo della illustre Guerriera che lo montava nel modo preciso descritto dal precitato Poeta.
Coteste minutezze mentre per un lato giustificano la esattezza del pennello, pruovano per l’altro che colui che dipinse il vaso non era istruito meno di quello che lo fu Quinto Calabro del nobile portamento della Regina delle Amazoni, del suo vestire ed armamento, e della qualità del colpo mortale partito dall’asta di Achille che trapassò ad un tempo tanto il cavallo, quanto la bella Guerriera.
L’altro vaso rappresenta la Dea Venere seduta sulla sponda di un letto elegantissimo donde è surta per vestirsi, ed adornarsi. Si vede la Dea coronata. Sul capo di essa vi è un’amorino che svolazza, ed ha nelle mani la di lei famosa zona[98]. Le tre Grazie sono occupate al di lei acconciamento. Una di esse che sta alla sinistra ha nelle mani una ghirlanda di fiori per adattargliela. L’altra che sta sulla dritta ha nella mano dritta uno specchio, e nella sinistra un cassettino. La terza curvata a terra nell’atteggiamento il più grazioso che possa idearsi attende a calzarle una pianella molto elegante al piè dritto. Sotto il letto vi è una colomba. Al lato sinistro di esso si vede un giovane guerriero nobilmente vestito con berretto frigio, ed elegantissimi calzari, il quale sotto il braccio sinistro ha due lance poggiate a terra ed inclinate sulla parte sinistra del petto, e della spalla. Si vede lo stesso confuso ed attonito che abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste che solleva colla mano dritta.
Non è difficile il vedere che il dipinto di questo vaso è preso dal bellissimo Inno di Omero scritto per la Dea Venere. Si dice in esso che invaghita ella di Anchise Principe Trojano, si recò sul Monte Ida ove questi dimorava, fingendosi la figlia di Otreo che aspirava alle di lui nozze. Avendogli ispirato caldo amore, giacque con lui la notte nel suo letto, e rimase incinta di Enea. Levatasi poi dal letto il mattino si manifestò ad Anchise. Ne rimase costui confuso ed attonito, ed abbassando il viso pe ’l timore, e la sorpresa cercò cuoprirselo col lembo della sua veste. La Dea lo ammonì fortemente a serbare il segreto minacciandolo dell’ira di Giove se lo avesse palesato.
Nel nostro vaso dunque si vede copiato alla lettera il precitato Inno di Omero. Presenta lo stesso tutti gli ornati di Venere descritti dal gran Poeta, cioè la corona che aveva in testa, li suoi giojelli, le sue splendide vesti, la sua famosa zona, non che la somma eleganza del letto di Anchise, ov’ella giacque con lui. Sono però notabili due minutezze, le quali danno maggior risalto all’abilità non meno che alla istruzione del Pittore. La prima è quella di vedersi dipinto Anchise nello stato di confusione, e di stupore in cui cadde allor che venne a conoscere di aver giaciuto con una Dea. Si vede lo stesso nel vaso che abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste; il che corrisponde perfettamente a ciò che si legge in Omero
Ut autem vidit collum, et oculos pulchros Veneris,
Timuitque, et oculos declinando vertit alibi.
Iterum autem retro veste coopertus pulchram faciem,
Et illam precatus, verba alata dixit etc.
La seconda è che Omero nel descrivere la somma eleganza del letto di Anchise, rileva la seguente circostanza, cioè ch’era lo stesso coperto a questo modo
Vestibus mollibus stratum: et insuper
Ursorum pelles jacebant, gravivocumque leonum,
Quos ipse occiderat in montibus aliis.
Nel vaso suddetto non si è omesso di dipingere anche maestrevolmente coteste pelli di fiere che si vedono delineate negli orli del letto sotto i ricchi pannamenti che lo cuoprono. Coteste minutezze pruovano che il Pittore che dipinse il vaso conosceva parola a parola l’Inno di Omero, e quindi si studiò colla massima accuratezza che il suo dipinto fosse stato una perfetta copia di esso.
Ho voluto parlare di questo vaso anche perchè avendo permesso anni indietro ad un riputatissimo Archeologo Estero di prendersene il lucido, ho ritratto da questa mia condiscendenza un doppio dispiacere.
Il primo e ’l più sensibile è stato quello di averlo veduto pubblicato come une des productions de la ceramique grecque les plus elegantes qui soient encore sorties des fouilles de Nola[99]! Il che mi ha molto e giustamente esacerbato, poichè si è tolto alla mia Patria il pregio di averlo prodotto, senza che abbia potuto capirne il perchè, avendolo io comunicato all’Editore come un vaso di Ruvo, e non già come un vaso di Nola.
Il secondo è stato quello che la copia di esso non corrisponde affatto alla singolare eleganza, e bellezza dell’originale, la quale è rimasta diminuita per metà[100], come ne hanno convenuto anche tutti coloro che ne hanno fatto il confronto tra l’una e l’altro.
Intanto non essendo rimasto contento tampoco della spiegazione data dal Sig. Raul-Rochette al vaso suddetto, credo di aver detto abbastanza per rettificarla prendendo per guida il precitato Inno di Omero. Nondimeno vengo ad esporre anche i motivi per i quali credo che la spiegazione suddetta non possa essere adatta al dipinto del vaso di cui si tratta dal quale debbono partire tutte le osservazioni archeologiche.
È chiaro che il precitato Archeologo trasportato dalla sua vasta erudizione si è impegnato in ragionamenti astrusi lasciando la via facile, e spianata che gli presentava l’Inno di Omero che non poteva certamente essergli ignoto. Si è da lui detto che nel vaso di sopra descritto vi è dipinta la Toletta di Elena, e che quel Principe Frigio che sta nell’atteggiamento innanzi cennato sia Paride.
Ha poggiato cotesto suo avviso principalmente su quel luogo di Pausania ove sono riportati i dipinti del famoso Pittore Greco Polignoto che vi erano in un antico tempio al di sopra di Cassotide. Confesso però la debolezza de’ miei talenti. Non sono giunto a capire qual rapporto possa avere col dipinto del nostro vaso il luogo di Pausania a cui il Signor Raul-Rochette si è riportato. E perchè possa ognuno giudicare da se stesso se sia questo un mio travedimento, o un giusto concetto che presenta la cosa medesima, metto in nota le precise parole di Pausania[101].
Ma prescindendo da ciò, come attribuirsi ad Elena quella colomba che si vede sotto il letto, la quale si sa ch’è l’augello di Venere? Come attribuirsi ad Elena la famosa zona di Venere che l’ha nelle mani un amorino che svolazza sul capo della bellissima donna che siede sul letto? Sono cose queste che principalmente si notano nel nostro vaso, e dicono quello che non vi è certamente nel luogo di Pausania testè trascritto.
Una migliore attenzione avrebbero dovuto riscuotere anche le tre giovanette occupate a vestirla ed adornarla. Il numero di esse indica le tre Grazie non solo secondo i Poeti, ma anche secondo lo stesso Pausania[102]. Ma le tre Grazie non sono state mai assegnate ad Elena, ma bensì a Venere. Lo ha detto lo stesso Greco Scrittore Gratiæ vero Veneri præ ceteris Diis attributæ sunt[103]. Ci fa Plinio inoltre conoscere che il valente Greco Pittore Nicearco dipingeva Venere sempre inter Gratias, et Cupidines[104]. È quindi risaputo che le Grazie erano sempre compagne di Venere, e che i templi dedicati ad Amore, ed a Venere lo erano ordinariamente anche alle Grazie[105].
D’altronde come adattarsi a Paride quel contegno che si osserva nel Principe Frigio dipinto nel nostro vaso? Per qual ragione doveva Paride mostrarsi confuso, timido, e nell’atteggiamento di cuoprirsi il viso col lembo della sua sopravveste innanzi ad Elena ch’era la cagione di tutti i malanni di Troja? Quel contegno sta bene per Anchise rimpetto a Venere, come lo ha maestrevolmente descritto Omero, ma non già per Paride rimpetto ad Elena.
Qual bisogno poi aveva Elena di far la sua toletta su quello stesso letto nel quale aveva la notte dormito? Le sarebbe mancata forse un’altra stanza più adatta all’uopo nell’ampia Regia di Priamo? Sta bene tal posizione a Venere per un doppio riflesso. Il primo perchè si trovava nella casetta di campagna di un cacciatore celibe, qual era Anchise, ove non vi potevano essere gabinetti opportuni per adornarsi le Principesse, e ’l Pittore si adattò maestrevolmente a tal circostanza.
Il secondo perchè l’elegantissimo letto di Anchise dal quale Venere levossi si trovava particolarmente descritto nell’Inno di Omero, e quindi si vide il Pittore suddetto obbligato a farlo entrare anche nel piccolo quadro che imprese a dipingere, poichè il nostro vaso non è che un’urna di mezzana grandezza. Con molto ingegno quindi unì le due cose, e fece seder Venere su quello stesso letto che si aveva proposto di far entrare nel picciolo e ristrettissimo campo assegnato al suo pennello.
Ma ove su quel letto in vece di Venere si faccia sedere Elena, l’ingegno del Pittore cadrebbe nel nulla, e la sua idea sarebbe troppo triviale, quasi che Elena nella grandiosa Regia di Priamo non avesse avuto altro luogo per adornarsi, e fare la sua toletta, che il proprio letto!
Mi scuserà quindi il Sig. Raul-Rochette se per questi ragionevoli motivi non ho potuto convenire nella spiegazione da lui data al pregevolissimo vaso Ruvestino, e non già Nolano, come a lui è piaciuto dire. Lungo poi sarebbe il descrivere la esattezza, e la minutezza degli altri vasi Ruvestini. Valga il giudizio che ne ha dato il chiarissimo Sig. Millingen. Malgré le silence des Historiens à l’égard de cette Ville, ses monuments qui y ont été decouverts portent des temoignages incontestables de son opulence, et du gout éclairé de ses habitans pour les beaux artes.
Les vases peints, dont la fabrique devait être à Rubi, rivalisent par leur grandeur, la varieté des formes, le nombre de figures, et le grand intérêt des mythes représentés avec les plus beaux de ceux jusqu’à présent connus. Des objets anciens en or, bronzes, et verres d’une grande beautè trouvés en meme tems prouvent que tous les artes y furent cultivés avec un egal succes[106].
Or la perfezione, e la bellezza de’ dipinti Ruvestini e degli altri oggetti di belle arti costituisce un altro non lieve argomento della origine Arcadica della nostra città. Dionigi di Alicarnasso seguitando a parlare de’ primi Arcadi che vennero a stabilirsi nella Italia con Oenotro, e Peucezio dice Dicuntur etiam Graecarum literarum usum prædictæ Genti recens ostensum primi in Italiam transvexisse, instrumenta quoque musica, lyram, trigona, ac lydos: cum ad id temporis non nisi pastoralibus fistulis usi fuissent, nec ullo præter has invento musico: leges etiam tulisse, et vitam antea ferinam majori ex parte mitem, ac mansuetam reddidisse: sed et artes, et studia, multave alia emolumenta contulisse in publicum, et propterea gratiosi fuisse apud suos hospites.
È perciò che i vasi di Ruvo superano di gran lunga non meno per bellezza, e per eleganza, ma anche per istruzione i vasi della città di Canosa colla quale era confinante. Ho veduti ivi anche de’ vasi grandiosi per la loro mole come quelli di Ruvo; ma in generale son essi privi di quella ricchezza, e varietà delle favole che trabocca ne’ vasi Ruvestini, e di quella finezza di pennello, ed eleganza anche degli ornati de’ quali questi ultimi fanno larga pompa. È anche Canosa un’antica città Greca; ma fu fondata da Diomede, e non dagli Arcadi, i quali come più colti e più istruiti nelle scienze, e nelle belle arti le fecero meglio fiorire anche nelle città da essi fondate.
Si aggiunga a ciò che tra gli oggetti fittili trovati in Ruvo sono state frequenti le teste del Dio Pane. Nella mia collezione ne ho due molto belle. Si sa che il Dio Pane era molto venerato dagli Arcadi. Lo stesso Dionigi di Alicarnasso nel luogo innanzi citato seguita a dire: Arcadibus deorum antiquissimus, et honoratissimus est Pan. Dice lo stesso anche Virgilio.
Pan Deus Arcadiæ venit, quem vidimus ipsi
Sanguineis ebuli baccis, minioque rubentem[107].
Pan Deus Arcadiæ captam te Luna fefellit
In nemora alta vocans, nec tu aspernata vocantem[108].
Si legge inoltre presso Pausania: Panos lapideum signum, cui Synois cognomentum a Synoe Nympha, quæ una cum ceteris Nymphis, et seorsim ab illis Pana creditur aluisse[109]. Erano queste le Ninfe Arcadiche, dalle quali il Dio Pane si diceva educato. Ond’è che Natale Comite nella sua Mitologia dice di cotesto Dio: Hunc memoriæ prodidit Pausanias in Arcadicis a Nymphis susceptum, et educatum, et a Synoe Nympha præcipue existimarunt antiqui. Pana Montium esse Præsidem, omniaque armenta, et greges, quæ in montibus vagarentur, in hujus esse tutela, quippe cum his ab Arcadibus fuisset in Menalo monte educatus[110]. Dal che è a conchiudersi che gl’idoli del Dio Pane che si trovano in Ruvo confermano vie più la origine Arcadica della nostra città, la quale ritenne il culto di quella falsa deità che avevano gli Arcadi.
Metto nella stessa linea il vedersi nelle antiche monete Ruvestine o le armi di Ercole, o Ercole medesimo col Lione Nemeo come si rileva dalle due tavole delle monete suddette innanzi premesse. Aggiungo che ne’ vasi fittili Ruvestini si trovano dipinti con frequenza i fatti di Ercole. Io ne ho più d’uno e tra questi un vaso coll’apoteosi di quell’Eroe elegantemente dipinta, oltre il bicchiere di cui innanzi ho parlato colla testa di Ercole di singolar bellezza. Ci fa sapere Diodoro Siculo che quell’Eroe aveva gli Arcadi in perpetuam belli societatem, e che fu da essi assistito anche nella spedizione contro i figliuoli di Eurito chiamati Toxeo, Molione e Pizio che gli avevano negata Jole da lui presa per forza dopo avergli uccisi[111]. Avevano quindi gli Arcadi un culto anche per Ercole, e vedendosi questo ritenuto tanto nelle monete che ne’ vasi fittili Ruvestini, conferma vie più la origine Arcadica della nostra città.