GIOVANNI PASCOLI
LA
MIRABILE VISIONE
ABBOZZO D'UNA STORIA
DELLA DIVINA COMEDIA
Seconda Edizione
BOLOGNA
NICOLA ZANICHELLI
EDITORE
L'Editore adempiuti i doveri eserciterà i diritti sanciti dalle leggi
Bologna — Tip. Cacciari — VIII — '913
[INDICE]
A RAVENNA
PATRIA
DELLA DIVINA COMEDIA
[o Ravenna!]
o Ravenna!
o mia città paterna, tu non sai forse nemmeno chi io mi sia; chi sia questo tuo figlio che t'offre il suo umile libro. È un uomo esso, per dirtene alcunchè, nè tristo ora nè lieto, nè noto nè ignoto, che soffrì, nella prima e solo bella parte della vita, molta sventura, la quale ogni tanto gli si fa sentire tuttavia, come appunto questo vento, avanzato a una grande tempesta notturna, che, mentre egli scrive, passa a quando a quando con alcuna sua raffica, e rugge. Chè egli adesso abita qui, di fronte al lido che primo si chiamò Italia; tra l'Aspromonte e il Peloro, tra l'Ionio e il Tirreno: ma ti nacque non così lontano, in un castello di quei Malatesta ai quali tu fornisti una donna da amare e uccidere. Nacque dunque in quel castello, e soffrì, e s'accomodò a vivere alla meglio; e ha bell'e finito. Del resto l'uomo è tranquillo nel suo cuore: non desidera ormai aver dalla fortuna più sorrisi di quelli che ha avuti, pochi e sforzati; perchè invero non della ventura egli è ormai amico, sì d'un'altra, dell'altra, di quella che bea ma vuol esser sola.
A te, città silenziosa, questo libro: al quale che cosa posso e debbo augurar di meglio, che il sacro silenzio, migliore, non solo delle contumelie, ma anche, e specialmente, delle acclamazioni? Il libro parla di Dante fiorentino e della Comedia sua ravennate; di quello spirito e di quel poema i quali io sento che avrebbero a essere più vivi nella nostra vita moderna, di quel che consentano coloro che pur li studiano e cercano col solo grande amore che si ha per le grandi, o anche piccole, rovine. Io, per esempio, ho imparato dal nostro Poeta, qual sia la libertà che bisogna impetrare a sè e predicare agli altri, se si vuol essere veramente liberali: è la libertà del volere, che è inceppato, per qual ragione si può discordare, ma che e il poema antico e tanti libri nuovi affermano potersi riavere o avere con lungo e forte esercizio sopra sè e dentro sè. Sia un'antica colpa, come Dante credeva, sia la naturale origine, come si crede ai nostri tempi, è, però, in questo e quel modo, un retaggio selvatico e bestiale, che noi portiamo in noi. Ora io credo con Dante che dalla selva si possa uscire e che la bestia si possa vincere.
Credo io dunque nella mistica luna, bianca nera, che splende e non si vede, che ci faccia trovare il passo; e nel mistico veltro, che pasce sapienza e amore e virtù, che ricacci nell'inferno la lupa? Sì: ci credo. La luna è la Grazia, il veltro è un Augusto;[1] e dunque io credo alla Grazia e all'Augusto? Questa domanda è vana. Dante credeva a una Grazia misteriosa, pari a una luna che fosse piena nella nostra notte, e pur non fosse veduta, la quale faceva uscir l'uomo dal suo fatale aggrovigliamento vegetativo, risvegliandone, nel suo torpor di pianta, la volontà. Ora la scienza non ci dichiara, come l'uomo sia diventato uomo, se non con una parola “evoluzione„, che ripete la domanda e non le risponde; con una parola misteriosa quanto la Grazia, e con un'imagine strana quanto la luna, che è tonda e non si vede, e quanto Lucia, che ci porta in alto mentre dormiamo. Dante spiegava la nostra ascensione come la spieghiamo noi: ossia non la spiegava, ossia la dichiarava non spiegabile. Quanto poi all'Augusto o al veltro o al cinquecento dieci cinque, consideriamo: questo Messo doveva operare sulle coscienze degli uomini; doveva far sì che gli uomini vincessero le tendenze ad abusar di sè e degli altri, ossia doveva domare l'incontinenza e cacciare la cupidità. Noi non riusciamo a comprendere come un Augusto potesse avere cotesta efficacia, se non ripensiamo con qual mezzo egli doveva averla. Questo mezzo è la libertà. Ebbene se io non credo all'Augusto, credo però alla libertà; e credo che Dante abbia pronunziata la parola che, o negli anni, o nei secoli, o nei secoli de' secoli, sarà l'ultima parola della scienza e della sapienza. Egli ha detto: “Gli uomini lasciati a sè stessi, liberi dalla tirannide dei loro simili e pari, limiteranno da sè, in piena libertà, la libertà di abusare di sè e degli altri, e così fiorirà la giustizia e regnerà la pace„. Che questo giogo soave della libertà cui la cervice non sente, potesse o no imporlo un Augusto, non monta ragionare: Dante poneva parallelo a questo concetto politico o sociale, quest'altro concetto morale e psicologico: “L'uomo non sarà felice se non quando, volendo volere, frenerà le passioni dannose a sè e ad altrui, e se ne purificherà, e così sarà nel tempo stesso libero e buono„.
Ebbene se si fondono i due concetti, si avrà l'ultima parola dell'umanità, parola così semplice che gli uomini la prendono a sdegno e cercano affannosamente sistemi nuovi che non sono se non vecchi inganni, creano fazioni nuove che non sono se non vecchi guai, sognano illuminazioni nuove che non sono se non vecchi incendi, non mai spenti e pronti sempre a divampare. Ma la parola, quanto si voglia semplice e umile e senza raggi e senza scoppi, sarà l'ultima perchè è l'unica. “L'umanità non sarà felice, nella giustizia e nella pace, se non quando sarà libera; e l'umanità non sarà libera, se non quando l'uomo si sentirà libero non facendo se non il bene„. Insomma Dante afferma che non c'è questione politica o sociale al mondo, ma soltanto morale. E così credo io. E credo con Dante che solvere la questione, quando che sia, per questo verso, sia possibile; e non sia possibile se non per questo verso: credo invero che l'uomo possa uscire dalla selva, tanto è vero che in parte n'è uscito e ne esce; che possa vincer la bestia, tanto è vero che l'ha qualche volta vinta e la vince; che possa ascendere, tanto è vero che, poco o molto, è asceso e ascende. Ascende, in virtù del suo discendere contemplando. Si fa sempre migliore l'uomo, considerando con sempre più lucida e perciò più ritrosa e rattristata e spaventata coscienza, l'abisso oscuro di crudeltà e cecità e infelicità dal quale sempre più s'allontana ascendendo. Discende con la scienza, ascende con la volontà. Questa progrediente volontà, nell'uomo, d'umanarsi, è il fatto più certo che a noi sia visibile; ed è perciò la base più sicura d'un sistema scientifico diretto a confortare e consigliare il genere umano nella sua vita.
Chè certo di conforto e consiglio l'umanità ha bisogno sempre. Gli uomini sembrano anche oggi nella condizione in cui Dante li vedeva ai suoi tempi: stanno sulla soglia del carcere e respingono chiunque ne abbia pietà e voglia liberarli dalla loro prigionia e dalle catene che ne legano i piedi e le mani.[2] E le menti e i cuori! O stolti, perchè inceppate la vostra anima in un partito, nel partito di imporre, col numero dei più o con la violenza dei meno, agli uomini un avvenire forzato, a cui obbligate voi e loro, mentre per la comune felicità, ossia per la giustizia e per la pace, non vi si chiede se non la vostra libertà? Ma a voi si chiede una cosa piccola, e voi ne volete dare una grande; vi si chiede di riformar voi soli, e voi volete riformar gli altri, tutti, tutto. Perchè l'umanità sia un'umanità, gli uomini hanno a essere uomini, cioè liberi; non piante legate dalle radiche, non bestie assoggettate dal destino. Ecco la selva originaria, coi suoi alberi quasi uniformi, che tendono tutti presso a poco a un modo i rami, come a una approvazione o riprovazione uguale e immobile; ed ecco alla parola soffiata dal vento tutto il fogliame commuoversi e ondeggiare e plaudire, o tutta la ramaglia fremere e ripugnare e fischiare. Ecco la bestia primitiva, nella piaggia diserta dell'avvenire, che aspetta al varco la preda, e vorrà impedire il cammino all'umanità che vuol salire, e la spegnerà nel sangue o la ripingerà nella selva oscura. Ma ecco disegnarsi nel crepuscolo il veltro, che è l'Augusto che ognun di noi ha dentro noi; l'impero di sè che è quanto dire la sua libertà. Ecco la selva della vita trasformarsi nella foresta divina, dove è un giudice longa cum veste, il quale non ha nulla a fare, perchè esso è la libertà nella virtù, la virtù nella libertà; e dove è una bella donna, che, questa sì ha da fare, perchè è l'operazione; ma giocondamente opera scaldandosi ai raggi d'amore, perchè è l'Arte pura innocente utile e bella, perchè unisce l'intelletto all'azione, perchè in sè concilia la carne e lo spirito, il lavoro e la gioia, la ghirlanda delle sue mani col canto delle sue labbra. Ella è l'umanità futura, felice libera e buona: umana! Oh! come è invecchiato questo poeta che presenta alle nostre menti nuove l'imagine visibile degl'ideali novissimi! come è vieto questo filosofo che ci dà la formula degli avveniri!
Matelda!... Sai tu, o Ravenna, ch'ella fu dal Poeta creata con molta somiglianza tua? Tu fosti l'ultima sede dell'impero d'occidente, e poi, quando questo cessò, dopo settant'anni, tornasti all'impero orientale di Giustiniano. Dante ti sapeva dunque città imperiale per eccellenza, e l'aquila di Polenta gli ricordava certo l'altra aquila che contra il corso del cielo dall'espero era stata volta all'aurora. Dante ti sapeva città imperiale, eppure ti vedeva piena di chiese e ricca di santi e augusta di tradizioni religiose. L'impero e la chiesa, l'azione e la contemplazione si conciliavano in te così come nella sua Matelda, che è l'arte, abito operativo e virtù intellettuale, nel senso allegorico, e l'impero e la chiesa conciliati insieme, nel senso anagogico. Onde, forse, il nome interpretato, per il primo aspetto, da math- scienza o arte, e ispirato per il secondo aspetto, dalla memoria della contessa Matelda. La quale, per usare le parole dell'Anonimo comentatore di Dante, “fu per madre nipote dello imperadore di Costantinopoli„, e nel tempo stesso “due fiate in soccorso della chiesa potentemente venne„.[3] Sì. E fu maritata e vergine, e fu Marta e Maria, e fu attiva e contemplativa, e guerriera e religiosa, e fu insomma la grande arte imperiale[4] per cui si deve congiungere “la filosofica autorità colla imperiale, a bene e perfettamente reggere„.[5] E fu figlia di Donna Beatrice; e nella divina foresta invero è a Beatrice come ancella rispetto a signora, e come (è così nel Butense, II p. 823) “filliuola„ rispetto a madre. Oh! non credo io che per Dante la giovine e bella coglitrice di fiori e cantatrice di salmi[6] fosse la vecchia contessa, più di quello che la sua Beatrice fosse colei che quamvis peccatrix est domna vocata Beatrix, più di quello ch'essa medesima, la Musa ossia la propria arte e scienza di Dante, alla quale giunse con lo studio, sia il Musaeus, del quale pur ella tiene il posto. Ella è una creatura ispirata da questi ricordi etimologici, poetici, storici, che Dante ha fusi insieme in un sincretismo così spontaneo che sembra miracoloso. Pensò egli prima alla radice math- (e forse a eld- o a Eden), o alla persona storica di Matelda? Il fatto è che il Poeta volle, per il Musaeus di Virgilio, una Musa, cioè l'arte, cioè la propria scienza di ognuno che, guidato dallo studio, arrivasse alla cima; la poesia specialmente, per lui, perchè vi arrivava esso, poeta; e l'arte di governare i popoli, specialmente per lui, perchè esso arrivava là, e sarebbe salito anche più su, e sarebbe tornato, e avrebbe aperto la bocca, in pro' del mondo che mal vive. Ora vide egli al suo nome di Matelda, arte gioconda, rispondere con tanta consonanza il ricordo storico di Matelda, figlia appunto (e qui pare il miracolo!) d'una domna Beatrix, e attiva insieme e contemplativa, e nipote d'imperatore e protettrice della chiesa; o il nome storico della figlia di Beatrice interpretò egli etimologicamente, in modo da farne il convenevole appellativo della Musa? Il dubbio è lecito, sebbene più probabile sia questa seconda vicenda.
E così è tanto probabile che tu, o Ravenna, imperiale e chiesastica, entri in qualche modo nella concezione della più geniale creatura di Dante. “Qui sarai poco tempo silvano„ dice Beatrice a Dante: qui, cioè nella vita, che è una selva, oscura e paurosa per i più, divina e viva per Dante o per chi come lui s'è purificato e ha acquistato l'abito dell'arte gioconda. Nella vita; ma la vita di Dante trascorreva allora, e davvero per poco tempo, a Ravenna; e la pineta in sul lido di Chiassi fu il modello di quella divina e viva foresta. Dante fu silvano di Ravenna prima d'essere cive di Roma.[7] Nella Roma celeste era per essere con Beatrice: nella terrena Ravenna era con Matelda, con la Poesia, col suo poema, con l'Arte o la Musa, la quale egli a Ravenna udì finalmente cantare ed iscegliere fior da fiore.
Chè la Comedia nacque nella tua selva, o Ravenna. La foresta dell'Eden somiglia, esso dice, alla pineta di Classe. Ebbene la selva con cui comincia il poema, è quella stessa foresta. L'una e l'altra sono antiche come il mondo; sono la vita. Dire, come dice Dante, che l'uomo, breve ora dopo la sua creazione, dalla foresta viva fu cacciato nella selva morta, equivale a dire che l'uomo, da vivo alla grazia, morì per il peccato. La sua vita era felice e facile; diventò oscura e paurosa: l'Eden si trasformò in un bosco selvaggio. Per non saper come spiegare codesta trasformazione, Dante ricorre all'idea del movimento: dalla foresta l'uomo venne alla selva; agli antipodi; e l'uomo dalla selva deve tornare alla foresta: ma si intende che resta sempre, guaggiù, finchè è silvano, nella medesima selva che è la vita. Ora se Dante s'ispirò alla tua pineta per descrivere la foresta, si ispirò anche alla tua pineta per ideare la selva. Chi sa? Forse ci si trovò in quei primi giorni dell'esilio divenuto allora definitivo, in un momento di tempesta. Forse vi si indugiò, forse anche vi si smarrì, di notte. Egli rabbrividì della sua nullità tra quelli enormi pini che squassavano le nere teste e le mille braccia di giganti sopra il suo capo. La vide poi, di giorno, un giorno d'autunno, quando le eriche a' piedi dei pini erano gemmate dei loro bocciolini rosei, e fiorivano i colchici e i dianti e le radicchielle, i vermigli e i gialli fioretti. E lo scirocco blando e dolce piegava le fronde dei pini a ponente, ed esprimeva dalle loro ombrelle un sibilo armonioso di pioggia, e non turbava gli uccelletti che usavano la loro arte sui rami. E un canale gli toglieva di andar più oltre, in quella limpida mattinata, ed egli, l'esule, sostava a guardare le erbe che si stendevano sull'acqua corrente e pareva volessero andare con lei.[8] E in quell'ombra, tra quel canto, tra quel murmure d'acqua e di vento, Dante si ritrovò: trovò la sua Matelda, la sua arte, il suo poema: il suo poema che va da una selva a una foresta, e dalla foresta all'empireo; il suo poema di cui è centro quella foresta dove è quella Matelda, che in sè unisce la vita attiva e contemplativa, mentre il poema comincia dal concetto della vita attiva impossibile, e si conclude con la visione del mistero ineffabile per cui la carne si unisce al Verbo, lo spirito alla materia, il mondo a Dio.
Ma codesti sarebbero sogni, per quanto non di infermi, se non soccorressero i dati storici della realtà. E questi dati li fornì per gran parte un tuo figlio, o Ravenna, degno di te: Corrado Ricci. Ma egli, come tuo tenero figlio, non osando (mi par di leggere nel suo cuore) credere a tanta gloria, a tanta fortuna tua, sua, nostra; sembrando a sè di presumere troppo, se avesse rivendicata a te e alla forte Romagna, che ha la tomba del Poeta, anche la culla del poema; moltiplicava ed esagerava al suo limpido ragionamento le obbiezioni, e ricusava di trarre le conclusioni dalle sue sicure premesse. Il Boccaccio afferma che Dante dopo la morte di Arrigo si recò senz'altro a Ravenna. Ebbene, perchè non credergli? Il Ricci stesso conforta la credibilità del Boccaccio in ben più difficile racconto; in quello degli ultimi tredici canti che non si trovarono, alla morte di Dante. Ma no: egli si pone avanti gli occhi, per non vedere, il debole ostacolo della giunta che fa il Boccaccio alla sua notizia: che Guido Novello era allora, nel 1313, signore di Ravenna, mentre ne fu podestà solo nel '15. Eppure il Ricci stesso aveva osservato che l'autorità di Guido Novello era già preponderante nel 1314![9] Il Ricci stesso ci fornisce gli argomenti per dimostrare che, se per aver la Romagna parte così grande nella Comedia, Dante nella Romagna deve aver vissuto e usato a lungo, dunque Dante nella Romagna si trovava anche quando scriveva l'episodio di Guido Montefeltrano e di Francesca da Rimini.[10] Il Ricci stesso ci fornisce la prova che quest'ultimo episodio, che è il più soave e ardente della divina Comedia, non poteva essere scritto se non per compiacerne l'ospite.[11] Il Ricci stesso, insistendo sulla vecchia e sempre indubitabile interpretazione dell'ovis gratissima, richiamava il nostro pensiero a considerare che, se nel 1319 mancavano ancora i dieci primi canti del paradiso, non era meraviglia che la Comedia fosse cominciata nel 1313 o anche a principio dell'anno seguente. In vero, a tacer del resto che si legge in questo volume, l'ovis gratissima che ha molto latte, e che è molto e facilmente munta dal suo divino pastore, il quale, così, decem vascula promette di quel latte al mandriano bolognese; non può essere la poesia latina o bucolica, il cui primo latte sarebbe l'ecloga che ne parla; e i decem vascula non possono essere dieci ecloghe di tale che appunto allora fa la prima, e dovrebbe invece averla fatta precedere da tanti altri vascula, da tante altre ecloghe! E dunque i decem vascula che voleva mandare (e non mandò subito, chè l'altro rispose fraintendendo l'offerta), sono i primi dieci canti del paradiso in cui, a capo del primo, suona, per non dir altro,[12] appunto il peana che il Poeta nell'ecloga annunzia, e freme l'indignatio contro le umane voglie, la quale nell'ecloga lo fa prorompere in quell'annunzio glorioso.
E non voglio tacere pur qui che il Boccaccio è, dall'Alighieri stesso, confermato verace in un'altra delle sue pretese novelle. La prima radice dell'amore di Paolo e Francesca è quale il Boccaccio racconta. Sì: fu un inganno, fu una sostituzione di persona, che innamorò e poi perdè Francesca, come accese e trasse a morte Dido, nella cui schiera è la seconda e simile Elissa. Come Dido fu, inconsapevole, infiammata da Amore che aveva prese le sembianze d'un altro, da Amore che prima di venire a lei si era appeso al collo di Enea, da Amore che condusse lei e poi anche lui (per le imprecazioni di lei, però) alla morte; così l'Elissa novella proclama irresistibile l'Amore che prima s'apprese a lui, l'Amore che poi prese lei, l'Amore che infine perdè tutti e due: irresistibile a quello stesso modo: per qual ragione se non quella stessa, d'uno scambio di persona? Chè tutto, nei due fatti, corrisponde: le due coppie furono vinte da un punto in consimili circostanze: soli, in una spelonca, i due primi; soli, gli altri due, in luogo appartato. Ille dies!... quel giorno!... Oh!... non fu in una caccia la prima causa della morte e del mal perverso per Francesca: la caccia Dante la serbò per il dramma dell'odio che rassomiglia pur tanto a questo dell'amore![13]
O Ravenna, è un sublime vanto il tuo! La tua natura, la tua storia, la tua tradizione, le tue chiese e la tua selva, tra, giova credere, la delicata ospitalità del tuo signore e, come è certo, la affettuosa familiarità di tuoi abitanti, indigeni e forestieri, aiutarono (e sarebbe stato assai non impedire) la grandissima opera. Persino la tua postura “sulla marina dove il Po discende„ fu precipua nell'ispirazione del poema. Dante in esso è un pius vates (sesto del canone del limbo che diverrà nel gran dì un Elisio), elevato dallo studio all'etere puro, dove è Matelda, ossia la Musa invece di Musaeus; è di quei pii vates et Phoebo digna locuti (esso afferma d'esser di questo novero, nel proemio del paradiso), i quali abitano in boschi ombrosi, presso a ruscelli che rinfrescano l'erba della loro ripa, in una grande boscaglia che aulisce (inter odoratum lauri nemus), cantando il peana là dove, per la selva, ricco di acqua si svolge l'Eridano. E alla foce dell'Eridano, l'esule cantava il suo peana, sperando che poi egli l'avrebbe cantato alla fonte (non dello Eridano, ma del battesimo: oh! i mistici congiungono insieme idee ben più disparate), alla fonte, come quei grandi, cinto nivea... tempora vitta:[14] “In sul fonte del mio battesmo prenderò il cappello„.
La selva odorata in tanto lo circondava. La divina Comedia è là, nella pineta di Chiassi. È là, ammirabile e venerabile come la tua basilica di Santo Apollinare in Classe... Ah! che io mi avvedo di aver fatto un paragone che molta gente noterà con un sogghigno! E dirà: Sappiamo, sì, che tu riduci la divina Comedia a una basilica bizantina! Ebbene, rispondo io, voi, dunque, in codeste basiliche non entrate? voi a Ravenna non ci venite? Poveretti! Voi portate nell'anima un marchio di quelli che soli restano a molti italiani, della scuola, la quale, languida e stinta in altri insegnamenti, usa per due o tre parole il fuoco, e quelle, sì, le imprime: Secentismo! Arcadia! Bizantinismo! Poveretti! E poichè io trovo e noto in Dante il lume che non è lume ma è tenebra, e la Speranza che non è in cielo ma in terra, e la morte che è vita, e la vita che è morte, e simili, voi dite: Codesto è bizantinismo; e siete lesti. All'interprete lanciate la ingiuria (che tale è nel vostro pensiero) o al Poeta? Badate; chè il sasso può passare sul mio capo e andare a ferire colui che aspetta a Trento!
Ma che discorsi sono codesti? Sì: Dante è un poeta mistico e teologico; sì: Dante è il Poeta del Cristianesimo, e sebbene faccia, anzi perchè fa capo a S. Paolo, non del Cristianesimo primitivo, sì di quello che chiamò a sua difesa Aristotile e Plato, e S. Agostino e S. Bernardo e S. Tomaso. Se voi per questo volete levar di seggio il signifero dell'italianità, provatevi: non ci riuscirete. Perchè Dante in ciò appunto è grande e grandissimo, in quanto è l'Omero d'un mondo che fu; sebbene anch'esso possa insegnare al mondo non più suo, come insegnava Omero alla Grecia di Platone, alla Roma di Orazio, e ai tempi anche di Darwin, tante cose, oltre quid sit pulcrum, quid turpe, quid utile, quid non! Ma lasciamo quel che Dante possa ancora insegnar di buono: Dante, io vi dico, in ciò è bello in cui voi lo chiamate (rivolgendovi a me) bizantino. E voi continuerete per poco, io spero, a passare avanti S. Vitale e S. Apollinare, senza gittar loro un'occhiata, perchè voi vi siete figurate quelle basiliche come due Partenoni, e non vi volete sciupare le linee doriche con le quali ve le siete costrutte; cesserete voi di dire che tutto al più v'è dentro il tal monogramma che ha una importanza storica, perchè può stabilire la parte che ebbe nella costruzione Ecclesius episcopus; la finirete di ripetere che non c'è di bello che il musaico di Francesca e d'Ugolino, e i capitelli a foglie di loto della Squilla serale e della Foresta divina. Il bello di queste basiliche è l'insieme, è il tutto, è il complesso di oro vecchio e di legno putre, è il sentor d'umido e di sepolcro, è l'aria di mistero e di sogno: e di queste basiliche quale è più alta, quale è più profonda, quale è più misteriosa, quale è più, ricca d'oro mezzo scomparso, di musaici mezzo rotti, di strani geroglifici, di marmi, di alabastri, di madreperle d'ogni parte venute, che il Poema Sacro? E sì, tutte quelle figure, o contorte o estatiche, che un'arte ormai tramontata vi colorì con pietre varie, urlano e pregano e cantano: il tempio è invaso da un murmure inestinguibile. È là, nella Pineta di Chiassi, la Basilica del pensiero scolastico e mistico, presso l'antica selva, che nella notte è la miseria indiscrivibile e nel mattino è la beatitudine ineffabile della vita umana. C'è: se anche non si vede ancora sorgere, come io sogno che sorga, di vera pietra, con le pareti istoriate di tutte le antiche figurazioni della divina Comedia, con incisi nel pavimento, con dipinti nelle volte tutti i simboli, tutte le sigle, tutti i rabeschi dell'evo medio.
Oh! erigilo, Ravenna, il monumento alle ossa di Dante e al suo poema e al pensiero dei misteriosi secoli di mezzo, là in quella Pineta. Le genti ti aiuteranno, perchè esse vogliono per certo consacrare, in qualche unica guisa, la gloria del Poeta universale che in sè riassume l'evo che per qualche millennio sarà considerato come centrale nella storia del genere umano; perchè questo non mai tanto cercò d'elevarsi quanto allora, che più basso era caduto. La barbarie, che aveva dietro sè il paganesimo elegante e feroce, parve allora disdegnare quella civiltà, volle, per così dire, oltrepassare d'un salto, anzi d'un volo, quella umanità, ed essere puro spirito. L'anima degli uomini mise l'ali in quella età. E perciò gli uomini a quella età guarderanno sempre con l'amore con cui si guardano i primordi. Così, quando tu avrai edificato il monumento della divina Comedia, nella selva dov'ella nacque, non ci sarà uomo pensante che non creda dover suo peregrinare, una volta in sua vita, al tempio di Dante, ed essere sensibilmente nell'oltremondo del suo pensiero. I grandi pini col sussurro incessante ripeteranno al nuovo pellegrino il poema dell'esule; e quand'anche tutto ciò che Dante vide e pensò e cantò, fosse già scomparso, l'ultima campana che ancora rimanesse su una torre, da Sant'Apollinare, l'unica ultima squilla, sonerebbe sulla sera, e inviterebbe quel solitario uomo dell'avvenire a piangere su tutto ciò che muore, che poi è sempre così bello così buono, così pieno d'incanto così pieno di rimpianto.
Giovanni Pascoli.
Messina
nel novembre del MCMI
[PROEMIO]
Il lettore deve tener presente la dichiarazione mistica delle nozze di Giacobbe, quale è in Aurelio Agostino, contra Faustum, XXII 52-58.[15] Eccola in breve. Giacobbe serve Laban, che s'interpreta Dealbatio. Così Dante è fedele, cioè servo, di Lucia, chiamata appunto Lucia, perchè “bianchezza è un colore pieno di luce...„. (Co. 4,22) Dealbatio s'interpreta poi Grazia della remission dei peccati. Lucia invero è chiesta dalla Donna gentile, quando Dante è in pericolo, e Lucia prega Beatrice per la salvezza di lui, e Lucia agevola Dante per la sua via e lo trasporta nel sonno alla porta del purgatorio. Giacobbe ama Rachele, che s'interpreta, oltre che in modi analoghi, sapienza, e speranza dell'eterna contemplazione. Dante ama Beatrice, che siede con Rachele. Dante, come attestano gli angeli nell'Eden, (Pur. 30, 83) fu salvo per la speranza, a dirla a un modo, per l'aiuto di Beatrice che mandò a lui Virgilio, per dirla a un altro.[16] Dunque Beatrice è la speranza, e perciò la sapienza. Giacobbe non può impetrar subito le nozze di Rachele; deve servire sette anni, dopo i quali ha Lia, non Rachele. Lia si interpreta laborans, e ha gli occhi deboli, e significa la tolleranza della fatica, la giustizia laboriosa, e simili. Per aver Rachele, Giacobbe deve servire altri sette anni. Questi ultimi sette anni s'interpretano per i sette precetti inclusi nelle sette beatitudini. Ora Dante giunge alla sua Rachele, dopo esser salito per le sette cornici del purgatorio e aver udita in ognuna di esse una delle sette beatitudini. Le sette beatitudini sono come opposte ai sette peccati. Ma codeste figurano i secondi sette anni del servaggio di Giacobbe a Laban o di Dante a Lucia, la quale porta il suo fedele alla porta delle sette cornici. I primi sette? Quelli di Giacobbe s'interpretano come i sette comandamenti di giustizia: Onora tuo padre etc. Quelli di Dante? Dante nell'inferno ha veduti sette peccati, ai quali Virgilio riduce tutto l'inferno: lussuria, gola, avarizia, peccato di color cui vinse l'ira e che portarono accidioso fummo, malizia con forza o violenza o bestialità, malizia con frode, malizia che trade. Questi tre ultimi appellativi appartengono a una divisione filosofica delle reità infernali, in incontinenza e malizia. Ora come l'incontinenza comprende lussuria, gola, avarizia e quel quarto peccato detto più sopra, così la malizia comprende, io ho dimostrato, i tre ultimi dei peccati capitali: ira, invidia e superbia. E quel di mezzo è l'accidia. Così Dante ha sostituito ai sette precetti di giustizia (che sono, salvo il primo, divieti di peccare, Non... Non...), i sette peccati capitali che sono contro i dieci comandamenti o precetti, i sette peccati che ha opposti nel purgatorio alle sette beatitudini.
Queste coincidenze che non possono essere casuali, tra la dichiarazione Agostiniana e lo schema Dantesco, ci licenziano a ricavare, con le debite cautele critiche, dal passo di Agostino altri lumi per l'interpretazione del poema sacro. E così noi, trovando mirabile concordanza con altre opere del Poeta, Virgilio lo dobbiamo interpretare come studium, cioè studio o amore che con un lungo esercizio morale (per l'inferno e per il purgatorio, per due settennati), movendo dalla fede (egli è mandato da tre donne del cielo), conduce Dante avanti Beatrice, cioè alla sapienza. Così “Dante va con Virgilio a Beatrice„, significa “Dante diviene e poi è filosofo„. Ma prima è addotto a Matelda. Questa significa arte, e andar con Virgilio a Matelda o all'arte, che per Dante è la poesia, significa, diventare e poi essere poeta.
Ne esce ancora limpidamente il concetto generale della divina Comedia, che è l'abbandono della vita attiva, provata invano nella piaggia diserta, e l'adozione della vita contemplativa, le quale consiste prima in un esercizio di vita attiva che disponga all'altra. Così Dante, dopo il suo doppio esercizio settennale, è puro, e perciò disposto alla contemplazione.
E sale con Beatrice.
Il lettore non mi creda mai di leggeri, ma nemmeno mi condanni e mi respinga senza pensarci su, senza rileggere i passi a cui lo rimando, di Dante o di Virgilio, senza dar sulla voce, se è un Dantista, all'irrequieto amor proprio che vuol sempre ragion lui. Pensi alla concordia dei singoli dati con l'intiera costruzione. Sopra tutto rinunzi ai pregiudizi (che spero di mostrare al tutto mal fondati) estetici, e non dica: Ma così Dante non sarebbe bello! ma così Dante sarebbe mero teologo! ma queste sono vere sciarade! questi sono propri indovinelli! Non dica codeste e simili cose. Può darsi, ripeto, che, quando che sia, trovi (e per un uomo d'intelletto non so qual rammarico possa esser maggiore) d'aver fatto un gratuito oltraggio non a me, pover uomo davvero, ma proprio proprio proprio a Dante Alighieri!
LA MIRABILE VISIONE
I.
LA PRIMA VISIONE
La vita poetica di Dante comincia con un sogno.
Nel mezzo quasi della sua adolescenza, Dante incontrò per una via la giovinetta che gli era piaciuta bambina, e poi aveva veduta sovente. Egli stava molto pauroso; ed ella si volse a lui e gli mandò una parola di saluto. Dante ne fu inebriato e sentì il bisogno di essere solo e di pensare a lei. E rientrò in casa e si appartò nella sua camera, e s'addormì e sognò di lei. La sognò involta in un drappo, che dormiva, e non aveva altra veste che quel drappo (VN. 1-3).[17] Era (come si dovrebbe credere seguendo il Boccaccio) il primo dì di maggio? e il sogno dell'adolescente era avvenuto tra quella dolcezza del cielo e tra quella varietà dei fiori, nella sera d'una festa? Dante, dal suo deboletto sonno, si svegliò innamorato; ma gli parve, come avviene, che l'amore fosse cominciato da un pezzo, sin da quando egli conosceva la gentile persona di che aveva sognato; e che il sogno gli desse soltanto, di quell'amore che cominciava in quel punto, la consapevolezza dopo tanto tempo che durava (VN. 4)[18]. Questo io leggo in quel libello che ognuno ha con sè, e può trovarvi scritte le parole che io vi trovo; e si chiama il libro dell'anima, e si legge con la memoria. Ricordiamo, dunque. Che cosa più spesso fu che trasformò d'un subito, nella nostra anima ancor pura, la fanciulla che ieri ci indugiavamo a guardare, nell'angiola che oggi non possiamo guardar più senza tremito e rossore? E quasi fuggiamo per non vederla più quel giorno, quasi vederla fosse fatica e dolore, e invece è gioia troppo viva, che va goduta a poco a poco; se no, fa male al cuore. Che cosa fu, se non qualche meteora che passò senza rumore sulla nostra anima sveglia, mentre il corpo dormiva? Bisogna, io penso talvolta, che la coscienza del nostro essere sia assopita, perchè noi concepiamo quella cosa soave e terribile che è l'amore.
Dante sognò e così amò la fanciulla che sino ad allora gli era piaciuta. Questa prima visione di Dante fu da lui veramente veduta, fu proprio un sogno vero, sebbene qualcosa aggiungesse o accomodasse o interpretasse nel racconto ch'e' ne fece ai fedeli d'amore. Nel fatto è verosimile che la fanciulla gli apparisse involta in quel drappo solo; e ch'e' ne sognasse la notte avendola veduta nel giorno. Il sonno era deboletto, e fu pensamento che si trasmutò in sogno, (Pur. 18, 145) passando per quella zona intermedia in cui errano, a fior del sonno, le imagini conduttrici. Dante era in letto per dormire; e la fanciulla gli pareva che fosse in letto e dormisse. Ed è verosimile che mentre nel giorno gli s'era mostrata vestita di bianco, nella notte avesse il drappo di colore sanguigno leggeramente simile all'umile e onesto sanguigno della veste che aveva nel giorno ormai lontano della prima apparizione; e che ella fosse nelle braccia d'alcuno; e che ella dormisse, e pur mangiasse. Sì: che pur mangiasse; se ricordiamo il racconto del Boccaccio; “avvenne che quivi mescolata tra gli altri della sua etade (de' quali così maschi come femine erano molti nella casa del festeggiante), servite le prime mense, di ciò che la sua piccola età poteva operare puerilmente, si diede con gli altri a trastullare„. Come il drappo è del color d'allora, così ritorna, nel sogno di Dante, anche l'atteggiamento d'allora, della gentil bocca che si pasce. Ma la gentil bocca si pasce ora di ben altro cibo; del cuore ardente del suo amatore. E anche questo è verosimile, date le novelle allora diffuse de' cuori mangiati,[19] e dato il fatto che, con la fanciulla così involta nel solo drappo e tra le braccia d'alcuno, il cuore del sognatore batteva forte e diceva d'esserci, e così chiedeva di entrare nell'inconsapevole costruirsi della visione. Nei sogni (leggiamo quel nostro libello!), nei sogni ciò che sente la nostra psiche incosciente si proietta su questa o quell'imagine; ma tutto torna a lei. È il nostro io che si sdoppia e fa tra sè e sè di grandi drammi con molte persone. Così chiunque avesse nelle braccia la fanciulla assopita, e chiunque le desse quel cibo da lei ricevuto con ispavento, chiunque paresse essere quello che prima era allegro e poi piangeva, era l'anima di Dante che provava la delizia di quel peso e di quella stretta, e prima allegria e poi dolore.
E Dante propose di far sentir il suo sogno a tutti i servi d'amore, e fece un sonetto nel quale raccontava la sua visione. “Salute, o cuori innamorati, e ditemi il vostro parvente. Erano passate tre ore della notte stellata, e a me apparve Amore. Rabbrividisco nel ripensare come era! Era allegro, e teneva il mio cuore in mano, e nelle braccia aveva la donna che amo, involta in un drappo. E la donna dormiva, e Amore la destava, e le dava a mangiare questo cuore che ardeva. E poi se ne andava piangendo„. Il giovinetto poeta introducendo quest'Amore... Ecco, lasciamo parlar lui. “Potrebbe qui dubitare persona degna da dichiararle ogni dubitazione, e dubitare potrebbe di ciò ch'io dico d'Amore, come se fosse una cosa per sè, e non solamente sustanzia intelligente, ma sì come fosse sustanzia corporale. La qual cosa, secondo la verità, è falsa; chè Amore non è per sè sì come sustanzia, ma è uno accidente in sustanzia. E che io dica di lui come se fosse corpo, e ancora sì come fosse uomo, appare per tre cose che dico di lui. Dico che lo vidi venire... Dico anche di lui che ridea, ed anche che parlava... e però appare ch'io ponga lui essere uomo. A cotal cosa dichiarare...„ il poeta (a proposito del s. XIV, non di questo) dice che ai rimatori è conceduto di parlare alle “cose inanimate sì come avessero senso o ragione„ e farle “parlare insieme; e non solamente cose vere, ma cose non vere„ (VN. 25). Ora che Dante vedesse in sogno[20] “uno accidente in sustanzia„ così come fosse un uomo allegro e poi piangente, non lo crederei così facilmente. Egli cominciò, col chiamare Amore sè o altra persona, a interpretare il suo sogno; ma che non ci mettesse, di sè cosciente, se non questo principio d'interpretazione, riesce chiaro dal fatto che il sogno non è costruito in modo da prestarsi a una interpretazione compiuta. Nel fatto che significava per Dante il sogno? che la fanciulla s'era innamorata di lui, avendo mangiato il suo cuore? così, dunque, come interpretò Cino, o qual fosse l'autore del sonetto Naturalmente chere? Questi dice:
Allegro si mostrava Amor venendo
a te per darti ciò che 'l cor chiedea,
insieme due coraggi comprendendo;
e l'amorosa pena conoscendo
che nella donna conceputo avea,
per pietà di lei pianse partendo.
Amore si mostrava allegro, perchè concedeva così mercede all'amorosa pena di Dante, e poi piangeva, perchè la donna avrebbe avuta lei quest'amorosa pena? Dante dunque si sarebbe poi dinegato a lei? Sarebbe stata la favola delle due fontane, alle quali si beve, a vicenda, l'amore e il disamore? Dante avrebbe detto: “Io sarò libero della mia pena, e quella che sino ad ora è stata — dormente, involta in drappo, d'ogni pena fuore — la soffrirà lei„? Non è possibile. Il libello non contiene, nè è impostato per contenere, gli affanni della donna, sì quelli di Dante. O vogliam dire che a lui fosse manifesto “lo verace giudicio del detto sogno„ qual fu manifestissimo dopo, che, cioè, esso preannunziasse la morte della gentilissima? Checchè si voglia dire dei presentimenti di Dante, è però impossibile ch'egli fabbricasse un sogno o una visione, e la esponesse in un sonetto, per dire che la sua donna sarebbe morta; e, di più, che ciò significasse col pianto d'Amore dopo quel fiero cibo, quasi che l'amor di Dante la uccidesse. Guido Cavalcanti interpretò meglio il sonetto (se bene interpretiamo lui), e riuscì non ad altro che a mostrare che il sogno non dà senso ragionevole, e perciò è vero sogno nel suo fondo.
Di voi lo core ne portò, veggiendo
che vostra donna la morte chedea:
nodrì la d'esto cor di ciò temendo.
Quando t'apparve che sen già dogliendo,
fu dolce sonno ch'allor si compiea,
che 'l su' contraro la venia vincendo.
Il che vuol dire:[21] “Amore prese il tuo cuore, di cui la tua donna voleva la morte. Le lo diede a mangiare, perchè non lo facesse morire; ossia ti concedesse mercede, rimeritasse d'amore il tuo cuore, ossia te. Il dolor d'Amore poi venne dal fatto che la donna si svegliò, appunto per il ministrare di quel cibo, dal suo dolce sonno, vinta dal contrario del sonno; e così non avrebbe continuato a pascersi del tuo cuore„. Ebbene quest'interpretazione non sta, perchè Amore non pasceva qui la donna addormentata pian piano che non si svegliasse, bensì la svegliava per pascerla. Guido per dare un giudicio ragionevole faceva forza alla lettera del sonetto. Interpretava in vero che Amore involontariamente svegliasse la donna, nel pascerla.
Il sonetto, dunque, contiene un vero sogno di Dante, sogno che appunto perchè è vero, non si presta a interpretazioni; ma ha inoltre una circostanza inventata, la quale, ripeto, è un principio di interpretazione che non poteva essere compiuta. Sembra che Dante volesse esprimere il comune concetto dell'amore che comincia con canti e suoni e finisce con lagrime, dell'amore che è gioia e dolore, che è dolce amaro. Il qual concetto è spesso in lui, come:
di fuor mostro allegranza,
e dentro da lo core struggo e ploro;
(VN. s. 2)
e anche:
altro sperando m'apporta dolzore,
altro pianger mi fa spesse fiate;
(VN. s. 6)
e va dicendo. E c'è, esposto in prosa e in versetti latini, subito nel primo capitolo dove “lo spirito de la vita„ trema avanti il dio più forte di lui, e “lo spirito animale„ maraviglia avanti l'apparizion della beatitudine, e “lo spirito naturale„ comincia a piangere e dice piangendo: Misero me! Ora perchè tal concetto nel sogno potesse riferirsi a Dante che aveva sognato, bisognava che il cuore non lo avesse mangiato la donna, sì esso; o meglio, che la donna non volesse mangiarlo, sì che Dante restasse innamorato solo, senza speranza di mercede. Ma sì; lo mangiava, sebbene con qualche ribrezzo, paventosa; e Amore si studiava di vincerne la ritrosia pascendola con atti più propri di servo, che di signore qual egli è: umilmente. Che così mi par d'intendere. Or dunque Dante giovinetto del suo sogno vero volle fare, con suoi versi alquanto impacciati, una visione che avesse senso, e non ci riuscì. Ma se il sogno è vero, vera è anche la donna che involta in un drappo pasce il cuor di Dante sul bel principio della vita poetica, quasi in sul mezzo della adolescenza di lui.[22]
II.
L'ANGIOLA
Quella vera donna si chiamava Bice:
Guido, vorrei, che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi ad un vascel, ch'ad ogni vento
per mare andasse a voler vostro e mio;
sicchè fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse il disio.
E monna Vanna e monna Bice poi[23]
con quella ch'è sul numero del trenta,
con noi ponesse il buono incantatore;
e quivi ragionar sempre d'amore:
e ciascuna di lor fosse contenta,
siccome io credo che sariamo noi.
(Ca. s. 2)
Con quello cui egli chiamava primo de' suoi amici e che fu risponditore al primo sonetto, Dante parla di monna Bice; e del caro segreto è partecipe un terzo gentile rimatore: non altri. L'anima del giovinetto “era tutta data nel pensare di quella gentilissima„. (VN. 4) Egli intristiva e “a molti amici pesava de la sua vista, e molti pieni d'invidia già si procacciavano di sapere di lui quello ch'e' volea del tutto celare ad altrui„. Del qual tempo è forse il sonetto di Guido a lui:[24]
I' vegno 'l giorno a te 'nfinite volte.
Leggiamolo in vero interpretando: “Io ti vengo a trovare (senza che tu mi vegga: v. 11) in ispirito, io penso a te a ogni momento del giorno, e ti trovo pensar troppo vilmente„. O che è questa viltà? Può ben essere, mi pare, tale, quale Guido altrove[25] dice di sè:
L'anima mia vilment'è sbigottita
dalla battaglia ch'ell'ave dal core,
············
Sta come quella che non à valore
ch'è per temenza dallo cor partita:
e chi vedesse com'ell'è fuggita
dirìa per certo: questi non à vita.
Per li occhi venne la battaglia in pria
che ruppe ogni valore...
Può ben, mi pare, riferirsi a quella “sì fraile e debole condizione„ di che era divenuto Dante in picciol tempo. Continua Guido: “Allora mi duole della gentil tua mente„ (nel sonetto decimo è: sì che del colpo fu structa la mente), “e d'assai tue vertù, che ti son tolte„; le quali vertù non son cose troppo differenti dal “valore„ che fu rotto in Guido, come “distrutto„ appariva Dante dall'amore e dalla sua donna. Nè pensiamo certo a male quando altrove (VN. 15) Dante stesso dice: “S'io non perdessi le mie vertudi, e fossi libero tanto ch'io le potessi rispondere, io le direi...„ Ancora: “Già prima schivavi la moltitudine e l'annoiosa gente; ma di me parlavi con tanto affetto, perchè io aveva inteso parola per parola il tuo sonetto primo.[26] Ora non ardisco più mostrare[27] che le tue rime mi piacciano, e ti vengo a trovare solo in ispirito, con questi rimproveri, con questo sonetto che tu devi leggere e rileggere per guarire„.
Checchè sia di ciò, a Guido dunque e a Lapo, se non ad altri, rispose qualcosa di più di ciò che rispondeva a molti amici, quando “si procacciavano di sapere di lui quello ch'e' volea del tutto celare ad altrui„. A questi rispondeva “che Amore era quelli che così l'avea governato„; a Guido aveva detto che era monna Bice. Ma per gli altri questo nome andava confuso in mezzo ai nomi “di sessanta le più belle donne de la cittade„, nel serventese che Dante compose “specialmente„[28] in onore della gentile donna dello schermo. Al qual serventese Dante allude nel sonetto, Guido, vorrei. Ora in esso il nome di Bice era in sul nove. Addivenne ciò per deliberato pensiero del poeta o meravigliosamente, come esso dice? Certo, o fosse caso o proposito, questo ritrovarsi di Bice in sul nove fu causa o effetto di quelle considerazioni che Dante aveva fatte o doveva fare sull'età di lei quando prima gli apparve, e sull'intervallo d'anni tra quell'apparizione e il saluto, e sull'ora della notte in cui sognò di lei. Più probabile fosse causa, poichè, quanto alla età, sarebbe stato per il senso che dal nove traeva Dante, miglior avviamento, che nove anni avesse Bice, non Dante, e, quanto all'ora, ch'ella fosse l'ora nona delle dodici notturne, già piccole, se era di Maggio (Co. 3, 6; 4, 23); sì che le ultime due o tre di poco avrebbero preceduto il tempo
che comincia i tristi lai
la rondinella presso alla mattina,
tempo, “nell'alba che precede il giorno„, proprio al sognar verace. Chi non sente invero l'impaccio e lo sforzo in quel pensamento sull'ora quarta della notte? “Trovai che l'ora... era stata la quarta della notte: sì che appare manifestamente ch'ella fu la prima ora delle nove ultime ore della notte„. Ma sì il tempo della prima apparizione, sì l'ora della prima visione, sono veri, e Dante ci si dovè ingegnare attorno per riconoscervi un qualche segno divino.[29] Invece il collocamento di Bice in sul nove del serventese, o fosse caso o fosse proposito, fermò l'attenzione del giovinetto, che o determinò prima o ravvisò poi in quel nove qualcosa di significativo. E forse tal fantasia fu suggerita dai nove anni nei quali S. Agostino dice d'aver sedotto ed essere stato sedotto.[30] A ogni modo, questo nove si sa che è. “Più sottilmente pensando, e secondo la infallibile verità, questo numero fu ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così. Lo numero del tre è la radice del nove, però che senza numero altro alcuno, per sè medesimo fa nove, sì come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove. Dunque se 'l tre è fattore per sè medesimo del nove, e così il fattore de' miracoli è tre, ciò è Padre e Figliolo e Spirito santo, li quali sono tre ed uno, questa donna fue accompagnata da questo numero del nove a dare ad intendere, ch'ella era un nove, ciò è uno miracolo, la cui radice, ciò è del miracolo, è solamente la mirabile Trinitade„.[31]
Bice era dunque un miracolo di Dio, nè per ciò s'ha a credere ch'ella fosse per Dante altro da quel ch'ell'era: (VN. 26 s. 7)
una cosa venuta
di cielo in terra a miracol mostrare;
una “pargoletta bella e nuova„ che dice di sè: (Ca. b. 8)
son venuta per mostrarmi a vui
delle bellezze e loco, dond'io fui.
Io fui del cielo e tornerovvi ancora
per dar della mia luce altrui diletto;
e chi mi vede, e non se n'innamora,
d'Amor non averà mai intelletto.
············
Le mie bellezze sono al mondo nuove,
perocchè di lassù mi son venute
············
Queste parole si leggon nel viso
d'un'Angioletta che ci è apparita;
sì; un'angiola giovanissima, quando non aveva ancor nove anni, e si conservò angiola, anche quando non fu più bambina, e “diceano molti, poi che passata era: — Questa non è femina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo — „ (VN. 1 e 26); e fu più angiola che mai, quando nel cielo tornò, sì che Dante “ricordandosi di lei disegnava uno angelo sopra certe tavolette„ (VN. 34). Ma quest'angelo e questa maraviglia celeste aveva un genitore terreno e aveva alcuno, quando il padre morì, a lei “tanto distretto di sanguinitade... che nullo più presso l'era„ e si aggirava visibilmente per le vie di Fiorenza con sue amiche visibili, e si trovava talora non molto discosto da quella monna Vanna, chiamata Primavera, (VN. 22, 32, 24) con la quale Dante già avrebbe voluto che fosse nel vascello incantato. E angiola pareva a Dante, non solo per ciò che a ognuno la donna amata par angiola, ma anche perchè era devota della Madonna, “di quella reina benedetta Maria, lo cui nome fu in grandissima reverenzia ne le parole„ di lei; “di quella reina della gloria„ di cui ella ascoltava le laudi in chiesa, (VN. 28 e 5); e l'amatore frattanto in estasi, la sguardava, pauroso d'esser veduto sguardarla. Ella era una giovanetta pia, che suscitava buoni pensieri nel cuore di Dante. Egli diveniva nobil cosa nel vederla, e nasceva in lui ogni dolcezza nel sentirla parlare (VN. 26 e 21), e seguendo gli occhi giovinetti di lei era “in dritta parte volto„ (Pur. 30, 121).
[III.]
LA SPERANZA DE' BEATI
E un giorno (VN. 19) “passando egli per un cammino„ lungo un rivo chiaro molto, venne in volontà di dire, e la sua lingua parlò quasi come per sè stessa mossa e disse:
Donne ch'avete intelletto d'amore!
Quel giorno fu un gran giorno per Dante, perchè la canzone che egli dopo “alquanti dì„ cominciò “con quel cominciamento„, è tale che per essa egli può essere, a suo avviso, designato così: (Pur. 24, 49).
colui che fuore
trasse le nuove rime cominciando,
Donne ch'avete intelletto d'amore.
E fu solenne cominciamento davvero, se quella canzone è posta da lui ad esempio dopo la nobile definizione del genere poetico a cui appartiene, così (VE. 2, 8, 7): “Dicimus ergo quod cantio, in quantum per superexcellentiam dicitur, ut et nos quaerimus, est aequalium stantiarum sine responsorio ad unam sententiam tragica coniugatio, ut nos ostendimus cum dicimus, Donne, che avete intellecto d'amore„. E in questa medesima opera la reca per esempio anche altrove (2, 12, 3). Di più: nel libello della Vita Nova, dopo averla divisa per aprirne l'intendimento, aggiunge: “io temo d'avere a troppi comunicato lo suo intendimento, pur per queste divisioni che fatte sono, s'ella avvenisse che molti lo potessero udire„. Ora di questa canzone, che nacque da uno spirar subito e che fu cominciata — dopo giorni di studio, e che è dichiarata dall'autore stesso piena d'un misterioso senso, ch'egli vuole e non vuole sia aperto; di questa canzone che è, in cotal guisa, la canzone tipica, la tipica aequalium stantiarum... tragica coniugatio, e che è il cominciamento delle nuove rime che Dante trasse fuori, scotendo i vecchi rimatori; di questa canzone che è la prima ad aver per materia la loda della gentilissima (nova materia dilettevole a udire), e che, come dopo il subito cominciamento volle alquanti giorni di meditazione, così prima d'esso fu causa di molti dubbi e di poco ardire e d'una dimora pur “d'alquanti dì, con disiderio di dire e con paura di cominciare„ (VN. 17 e 18); di questa canzone bisogna indagare il senso con tanto studio con quanto l'autore la fece, e con tanta aspettazione quanta egli ci fa nascere con le sue parole. Perchè in vero il suo intendimento, ch'egli temeva si fosse comunicato a troppi, pare non si sia comunicato a nessuno.
Che vuol dire, in verità, la stanza seconda?[32]
Angelo chiama in divino intelletto,
e dice: “Sire, nel mondo si vede
meraviglia ne l'atto, che procede
da un'anima, che fin quassù risplende.„
Lo cielo, che non ha altro difetto
che d'aver lei, al suo Signor la chiede,
e ciascun santo ne grida merzede.
Sola pietà nostra parte difende;
chè parla Dio, che di madonna intende:
“Diletti miei, or sofferite in pace,
che vostra speme sia quanto mi piace
là, dov'è alcun che perder lei s'attende,
e che dirà ne lo inferno a' malnati:
Io vidi la speranza dei beati.
Il nostro pensiero per un minuto non stia pago al solito garrulo buon senso dei Dantisti, ma si degni di trasportarsi a' tempi di Dante. Ecco: il nostro pensiero è subito sorpreso da un accoppiamento tra acuto e stolto di parole, di quelli che fanno maravigliar prima e appagar dopo: oxymoron, che quel solito buon senso non può da sè avvertire. L'accoppiamento strano è “la speranza de' beati„. Invero “la speranza non è nei beati„ come “non è nei dannati„.[33] È trita sentenza questa; onde la frase di Dante, se non a noi, certo ai lettori un po' addottrinati del suo tempo, faceva l'effetto che dissi, di motto prima strano e poi ingegnoso. Il qual effetto è accresciuto da quel vidi, poichè quel verbo è nella frase di San Paolo che il Dottore riporta, e che è il fondamento di tutta quella dottrina della speranza.
La quale dottrina indubbiamente è riflessa in quella stanza. Per vero sono in essa nominati i due ordini di esseri, ne' quali non può aver luogo la speranza: i beati del cielo e i malnati dello inferno. È in essa un chiedere, un gridar merzede, un chiamare che specchia questo concetto: i beati sperano per gli altri la beatitudine. E vi è una pietà che difende la parte di qualcuno, la nostra, quella degli uomini; e questa pietà non è dissimile dall'amor di carità, che si dice dal Dottore essere la virtù, per la quale i beati sperano la beatitudine per gli altri. E Dio dice: La vostra speme stia laggiù; ossia non stia nel cielo. È lo stesso concetto che in Par. 33, 10:
Qui se' a noi meridiana face
di caritade e giuso, intra i mortali,
se' di speranza fontana vivace.
E il Dottore dice che nel cielo non è la speranza e dice che c'è l'amor di carità; che la carità è sì nel cielo, mentre la speme dimora là, dove... da noi, insomma, viatori della vita, non in cielo non tra i beati. E aggiungo, per sommergere ogni dubitare, che il passo di San Paolo, di cui una frase è citata dal Dottore, suona così nella sua interezza: “Spe enim salvi acti sumus. Spes autem quae videtur, non est spes: nam quod videt quis, quid sperat?„ Nel qual passo si osservi per ora la locuzione, soltanto la locuzione: “la speranza che si vede, non è speranza„. E Dante dice, al contrario “io vidi la speranza!„.
Ma traduciamo in nostro umile linguaggio il mito teologico,[34] quale da questi raffronti sospettiamo subito che ci sia, come del resto, anche senza raffronti, ognuno pensava che ci fosse. È un dramma in cielo. Il Poeta dice: “Donne voglio dirvi in che modo lassù non ci sia la virtù della speranza. Questa virtù sapete chi è? È madonna. Gli angeli e i santi la vorrebbero con loro in cielo. Ma l'amor di carità che là fiammeggia, parla per bocca di Dio, e dice che la speranza ha da rimaner nel mondo, a ciò che il suo amatore, che è per perder l'una cioè anche l'altra (poichè la donna è anche la speranza), possa dire nell'inferno ai dannati: O voi che non avete speranza di bene, io non son come voi: io vidi la speranza la quale i beati (a cui ella non fa mestieri) lasciarono in terra...„; e, soggiungo io, PERCIÒ FUI SALVO. Lo aggiungo io, ma è nel pensier di Dante che aveva in mente il passo di S. Paolo: spe... salvi facti sumus.
Questo mito non ha soltanto un senso particolare rispetto a Dante, ma generale rispetto a tutti. Il poeta dice: “La virtù della speranza, che nei beati, in cielo, non può aver luogo, evacuatur; rimane, per voler di Dio pietoso, in terra tra noi, perchè noi possiamo salvarci„. Quanto a sè, Dante afferma ch'essa speranza è come incarnata nella sua donna, la quale è duce e via alla sua salvazione. Il che, per Dante e per tutti, nel senso particolare e generale, è chiaramente espresso nei versi 41-2:
Ancor l'ha Dio per maggior grazia dato,
che non può mal finir chi l'ha parlato;
cioè spe salvi facti sumus: chi ha speranza, non finisce male, non è malnato; non incorre, cioè, nella finale disperazione; è salvo.[35]
Ma Dante, pur teologizzando, è poeta, e intrecciando miti e ragioni, riesce con apparente assurdità a quell'effetto della poesia che è la maraviglia. Qui egli ha nel pensiero due dati: uno, teologico: in cielo non è la virtù di speranza, ma solo ardor di carità per il quale (e non per la virtù di speranza) i beati sperano la beatitudine ai viatori di questo mondo; l'altro, poetico: Dante e la sua donna sono due viatori (come sovente il Poeta si raffigura in cammino!) di questo mondo, e Dante in quella donna che ama, vede (cosa assurda, e pur vera!) vede, sì, la speranza. Co' due dati, che cosa nasce? Gli angeli e i santi, nel loro ardor di carità, sperano la beatitudine della gentile viatrice; ma essa viatrice è la speranza della contemplazione di Dio per alcuno; e se è la speranza, deve rimanere col viatore; anzi coi viatori; che se è la speranza d'alcuno, è la speranza, dunque è la speranza di tutti; e deve rimanere in terra appunto per effetto di quell'ardor di carità o pietà, per il quale gli angeli e i santi sperano che venga in cielo. Come donna, è aspettata in cielo, come speranza, deve rimanere in terra; e l'una cosa e l'altra sono parimenti ragionevoli. Onde la maraviglia del lettore, se intende. Ma intendere è difficile. Sicuro: non lo dice il Poeta?
E ora qual simbolo è nella Beatrice della Divina Comedia? Beatrice è[36] “la speranza della contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità„.[37] Non ci par possibile dubitare che codesta “speranza de' beati„ che dimora in terra, e che è una donna amata da Dante, non sia qualcosa di simile a quell'altra speranza della contemplazione di Dio, che anch'essa è una donna, Rachele, amata, desiderata, portata in cuore, bella, chiara, piena di diletto e gioia e luce.
Dante ha dunque in questa canzone trasfigurata l'angiola in una speranza di contemplazione, che non è poi altro che “sapienza„ bella e perfetta, desiderata e sperata. Bice è propriamente trasfigurata; e il concetto che una giovinetta pia conduce al bene col suo dolce amore l'amante, non ispirandogli se non buoni pensieri, si è mutato in un dramma mistico in cui entrano Dio e Santi e Angeli e dannati; e Dante, che dirà... E Bice non sarebbe più chiamata, se il Poeta la nominasse qui ne' suoi versi, se non col suo nome intero, Beatrice; e già più che alla giovinetta dormente nelle braccia d'Amore, rassomiglia alla Sapienza di cui un ispirato scrittore, sotto il nome di Salomone, diceva:[38] “Io l'ho amata e cercata sin dalla mia giovinezza e procacciato di prenderla per isposa, e son divenuto amatore della sua bellezza„.
IV.
MENTIS EXCESSUS
Ne lo inferno — Dante fa che Dio medesimo pronunzi di lui — dirà ai malnati quelle parole che suonano: “Spe salvus factus sum; per la speranza, che non occorrendo ai beati, Dio pietosamente lascia in terra, e che io vidi, sì, vidi incarnata„. Noi corriamo subito col pensiero alla Comedia. Ivi Dante perde “la speranza„ dell'altezza, dopo che “a bene sperare„ era stato indotto dall'ora del tempo e dalla stagione; e va “per loco eterno„ ove al principio udrà “disperate strida„ e vedrà all'ultimo anime che cantano nel fuoco “perchè sperano„ (Inf. I, 115, 119). Nel qual loco eterno entra da una porta la quale ha al sommo: “Lasciate ogni speranza!„. Entrato ode un nocchiere eterno che grida all'anime: “Non isperate!„ Scende nel primo cerchio e ascolta i sospiri d'infinite turbe che vivono in desio, “senza speme„. Scende nel secondo, e vede anime in balìa del vento, e “nulla speranza„ mai le conforta. (Inf. 3, 9, 46, 85; 4, 42; 5, 44 etc.). Insomma partendosi da un punto in cui anch'esso aveva perduto la speranza, entra ed attraversa il luogo della disperazione; l'attraversa tutto, e sale per il monte in cui ultimi vede quelli che pur nel fuoco sperano; ed egli passa per quel fuoco, che aguzza gli occhi alla visione, e così vede, che cosa? La “speranza dell'eterna contemplazione„, quella che l'ha mandato a togliere avanti la fiera che fa perder la speranza, quella che vide in questo mondo e che rivede nell'altro; quella per cui opera è salvo.
Orbene: con quella stanza e con quella canzone Dante prometteva la Comedia? Chè tanto s'assomigliano e si riscontrano nel concetto fondamentale la canzone e la Comedia. Che promettesse la Comedia, non direi: dico che aveva già in mano le fila principali di quella mirabile testura, ma non in capo la intenzione di far proprio quella tela. Un'altra tela, anzi.
Valga il vero. Nella Comedia Dante si trova in una selva che è quasi morte. Ne esce, morendo, per un passo che in fatto “non lasciò giammai persona viva„. Trova nel suo cammino tre fiere, da cui, o da quella che in certa guisa la compendia e nella quale le altre spariscono, è quasi ucciso. Imprende, per consiglio e con la guida d'un'Ombra, altro viaggio. In questo, dopo aver traversato un vestibolo di mezza vita e mezza morte, di quasi morte, di nè morte nè vita (come la selva, tanto amara che poco è più morte), passa un fiume, morendo; lo passa coi segni della morte di Gesù, e si trova morto nel regno dei morti.[39] L'Ombra conduce il morto, e lo conduce a quella che egli ama, a una donna morta.
Ebbene la canzone seconda della Vita Nova contiene una visione in cui queste idee di morte si rincorrono e s'intrecciano come in quella più alta visione della Comedia. (VN. 23, c. 2). Dante era infermo e “chiamava spesso morte„. Una donna pietosa si mise a piangere. Altre donne fecero partir via quella, e si diedero a consolar lui, che si riscuote dalla sua “fantasia„ col nome di Beatrice più nel core che sulle labbra. E riscosso, narrò alle donne ciò che aveva veduto e udito in sogno o in delirio. Egli pensava alla brevità della sua vita, quando Amore gli pianse nel cuore: “ben converrà che la mia donna mora„. Chiuse gli occhi “vilmente gravati„, e allora delirando vide
visi di donne... crucciati
chè gli dicean pur Morràti, morràti.[40]
Poi vide nel vano imaginare “cose dubitose molte„. Gli parea d'essere non sapeva “in qual loco„. Nella prosa egli spiega in qual loco gli pareva d'essere, perchè dice: “M'apparvero certi visi diversi e orribili a vedere, li quali mi diceano — Tu sei morto! — Così cominciando ad errare la mia fantasia, venni a quello, che non sapea ov'io mi fossi„. Io ricordo il viatore oltremondano che dopo aver patita la morte mistica, l'alto sonno, tra il terremoto della redenzione, e il vento e il lampo battesimale, si riscuote e guarda e riguarda dritto levato “per conoscer lo loco„ dov'era. Era nella gran tomba.[41] Non anche nella sua “nova fantasia„ d'infermo? E anche qui sente lagrimare e tragger guai in foco di tristizia, come là, non appena fu dentro alle segrete cose. E poi qui vide oscurarsi il sole ed apparire i segni del grande sconvolgimento, quali sono nell'Apocalissi e in parte alla morte di Gesù: la terra trema qui, come nel passaggio dell'Acheronte; qui s'oscura il sole, là buia è la campagna; qui piangono sole e stelle, là lagrimosa è la terra (nè sole nè stelle sono laggiù). Un “omo„ appare “scolorito e fioco„ tra quell'oscurarsi, piangere, cadere, tremare; e non si può non pensare a colui che “per lungo silenzio parea fioco„ e disse: — Non uomo, uomo già fui — . E quest'“omo„ annunzia la morte della donna “che era sì bella„, mentre l'altro che uomo non era ma era stato, ed era pur fioco anch'esso, viene da parte d'una donna beata e bella, di quella donna medesima ch'era più bella che mai, poichè, sì, era morta. E qui Dante invero la vede tornar su con gli angeli nella sua patria celeste:
Levava gli occhi miei bagnati in pianti
e vedea, che parean pioggia di manna,
li angeli che tornavan suso in cielo,
ed una nuvoletta avean davanti,
dopo la qual gridavan tutti — Osanna.
Gli angeli avevano da Dio impetrato ciò che chiamavano. Dante si trovava (ma nel fantasticare vano d'un delirio) nella condizione prevista da Dio: egli ha perduto “lei„. Amore in fatti (e chi è quest'Amore se non quell'omo scolorito e fioco?, ma Dante, nella prosa, dice prima alcuno amico e poi il cuore ov'era tanto amore) parla a Dante ed esclama:
Vieni a veder nostra donna che giace.
E io ricordo che nella Comedia quel non uomo ma che fu uomo, ed è fioco al suo apparire, conduce Dante a veder la sua donna, che non giace no, ma trionfa nella sua seconda vita; e che egli lo chiama sì, Virgilio, ma intende “studio cioè amore„. Nella canzone, Dante va a vedere la donna morta cui le donne ricoprono d'un velo (non quel medesimo, candido, su cui era la ghirlanda d'oliva là nella divina foresta?), e sente desiderio della morte alla quale esso assomiglia nel colore. E solo rimasto, guarda verso il cielo, ed esclama:
Beato, anima bella, chi ti vede!
Nella qual esclamazione è espressa più fortemente che prima, la bramosia di morire e di essere di quei beati che vedono quella donna, che è ormai pura anima, beata e bella.
Dunque Dante è infermo, e invoca la morte e sembra morto, e presentisce la morte della donna amata; ed ecco si sente dire: Morrai! morrai! e sì, è morto: è in non sa qual luogo dove ascolta lagrime e guai di tristizia, e tra segni di morte impara da un uomo scolorito e fioco che la sua donna è morta; e la vede invero salire al cielo, e poi con Amore va a vederla morta; e invoca la morte, vuol morire anch'esso per veder lei ed essere beato.
In questa canzone e c'è il delineamento, quanto si voglia incerto, del poema sacro, e c'è la continuazione del concetto mistico accennato nella precedente canzone. Basti invero osservare che in quella gli angeli vogliono in cielo la terrena maraviglia, e qui in cielo la riconducono, come una nuvoletta; e in quella si allude a un viaggio di Dante, che attraversi l'inferno proclamando d'esser salvo per la speranza, in faccia ai disperati per sempre; e in questa si parla d'un morir non vero e di cose dubitose molte e di lagrime e di guai e di tristizia e di segni forieri di sfacelo, cui segue una visione celeste. Sopra tutto, si scorge il nesso tra le due canzoni, quando si tenga a mente l'equivalenza della donna che è speme, alla spes aeternae contemplationis di S. Agostino, la quale è istessamente luminosa sapienza, di cui ogni piamente studioso è innamorato. Dice d'essa il santo padre che subito noi vorremmo giungere alle delizie della bella e perfetta sapienza; “ma ciò non è possibile in terra morientium„. Dante nella canzone seconda, si raffigura moribondo e in atto di chiamare la sua donna. E dove o quando è possibile vederla? Quando s'è sciolti dal corpo e dove si sia puri spiriti. Perchè? Perchè (risponde il santo padre con le parole del libro della Sapienza), perchè “il corpo corruttibile aggrava l'anima e l'abitar in terra deprime il senso che a troppe cose ha da pensare„.[42] Morire, dunque, bisogna, se si vuol vedere la bella e perfetta sapienza. Ma se ella è incarnata in una donna di quaggiù, come si potrà vederla da morti, se non è morta anche essa? Questo semplice ragionamento può da sè aver indotto il poeta, s'e' voleva continuare la figurazione del suo concetto mistico, a sognare morta la sua donna nel tempo istesso che figura morto sè; ma può avervelo condotto anche altro. Se la sua donna era per Dante ciò che Rachele per Giacobbe egli può aver seguito un mistico, Riccardo di San Vittore, nello imaginarla morta.[43] Invero questi così discorre: “Per Beniamino propriamente s'intende l'atto della intelligenza pura, la intuizione delle cose che non cadono sotto i sensi, e che sono senza mistura d'imaginativa. Una mente che arde di questo desiderio, e spera, sappia che ha già concepito Beniamino; quanto più cresce il suo desiderio più si approssima al parto. Beniamino nasce e Rachele muore; imperocchè, come la mente è rapita sopra se stessa, si sorpassano i limiti d'ogni umana argomentazione, e non appena vede in estasi il lume divino, la umana ragione soccombe. Questo è il morir di Rachele dando a vita Beniamino.
Non era forse nell'Apostolo morta Rachele e mancante ogni senso di umana ragione, quando diceva: Scio hominem, sive in corpore, sive extra corpus, nescio, Deus scit, raptum huiusmodi usque ad tertium caelum![44]
... Ma a questo terzo cielo che trascende ogni modo dell'umana ragione, non possono da sè stessi venire neanche coloro che sanno ascendere a' cieli e discendere insino agli abissi; ma solo possono dove, per la partita della mente (per mentis excessum), sono rapiti sopra se stessi„.
Dunque la morte di Rachele è dichiarata come mentis excessus. E mentre tale mentis excessus si può dichiarare come una morte di sè, in quanto l'anima esce dal corpo per virtù dell'estasi, si vede che fu ravvisato in figura nella morte di Rachele, della donna bella e amata. E anche dunque, con questo esempio, noi ci rendiamo ragione come Dante il quale già nella sua donna aveva veduta “la speranza della contemplazion di Dio„, ossia la sua Rachele, continuando la canzone Donne che avete con la canzone Donna pietosa, faccia di sognare e che esso muoia e che muoia Beatrice. Esso esce dalla sua mente, cioè muore; la sua mente esce e parte, cioè muore la sua donna.
Ma ecco che, tutto sommando, noi dobbiamo concludere, non che scrivendo la prima canzone Dante pensasse alla Comedia futura, ma che scrivendo la prima, così augurale come esso dice che è, e continuandola con la seconda, egli veniva a trattare con quelle lo stesso argomento che trattò poi con la Comedia. E aggiungiamo, che se Dante, tratto dalla natura del suo soggetto, ricorreva al complicato mezzo di sognare, in un delirio d'infermo, morta la sua donna, la cui morte era necessaria alla sua figurazione; se ricorreva a questo mezzo, e sia pure che avesse veramente delirato e sognato, poichè certe coincidenze non sono impossibili anche quando paiono inverosimili; se Dante cantava della sua donna morta, prima che morisse, è segno indubitabile ch'ella era pur viva e vera, questa donna, nella quale pur figurava la speranza della contemplazione e la sapienza bella e perfetta. Se no, e come non avrebbe finto che ella era morta davvero? Nè si dica che non è gentilezza di cuore finger così la morte di persona che si ama. La fingeva pur di sè Dante; e quella della sua donna è, meglio che morte, glorificazione e ritorno al cielo; e quando egli insisteva sulla pietà e bontà dell'angiola giovanissima, non era lontano da questo pensiero; che poteva essere, perchè no? un presentimento; e anche, se monna Bice era intanto andata a nozze terrene, perchè no? un desiderio non consaputo e non confessato, ma un desiderio dell'anima. Chi amò invano lo sa.
V.
I SIMULACRI D'AMORE
Dante dunque preparava avanti la morte di Bice una, se non comedia, divina tragedia in canzoni? Delle quali, due sole fece; e in esse la donna amata è trasformata già, come nel poema sacro, a significare la sapienza che è speranza dell'eterna contemplazione, e che fa beato chi la vede. Ci è a noi lecito entrare talmente nel pensiero di Dante, da trarne qualche altra notizia di questa “tragedia„ che cominciò e non finì? Qualche altra notizia, sì forse, studiando quali erano i concetti e le imagini che passavano a quel tempo per la sua anima.
La canzone Donne che avete fu composta dopo che, come Dante in seguito scrisse, “quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i vizii e reina de le virtudi, passando per alcuna parte gli negò lo suo dolcissimo salutare, nel quale stava tutta la beatitudine di lui„.[45] Or, poichè gli fu negata tale beatitudine, cadde in grande dolore e si partì dalle genti e solingo bagnava la terra di lagrime. E si chiuse nella sua camera e “chiamando misericordia a la donna de la cortesia e dicendo — Amore, aiuta il tuo fedele — „ s'addormentò “come un pargoletto battuto lagrimando„. E nel mezzo al suo dormire, gli apparve seduto lungo lui un giovane vestito di bianchissime vestimenta. E io ricordo qui subito l'apparizione di quell'Ombra che nella Comedia è simbolo di studio o amore. Virgilio si mostra a Dante, quando questi ha perduto “la speranza dell'altezza„. Appena Dante lo vide nel gran deserto, gridò a lui, Miserere di me; come in questa visione giovanile, dice prima d'addormentarsi, dice in una camera solitaria, ad Amore: Aiuta il tuo fedele! Prima però di questa esclamazione, egli ne ha diretta un'altra “a la donna della cortesia„, chiamando misericordia. E nella Comedia si legge d'una donna gentile che si compiangeva di Dante smarrito, e chiamava Lucia, di cui Dante era fedele, la qual Lucia si volgeva a Beatrice, di cui Dante era amico. La donna della cortesia, cui prima d'addormentarsi il giovine innamorato chiamò misericordia, è forse Beatrice stessa? o non forse quella Donna Gentile, la cui (Par. 33, 16)
benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al domandar precorre?
quella in cui è misericordia? quella che è tra i mortali fontana vivace di speranza? Mi pare verosimile che Dante chiamasse misericordia, non all'assente sua donna, ma a quest'altra ognor presente, e che è sì cortese che anche non chiamata, risponde; e chiamasse misericordia a quella in cui è misericordia.
A ogni modo, anche se si deve intendere che Dante s'addormenti dopo l'invocazione angosciosa alla sua donna e ad Amore, e addormentato abbia la visione d'Amore, ciò si riscontra con la Comedia, non meno di quello che si riscontrerebbe, se la donna della cortesia fosse la Donna Gentile. Poichè se, nella Comedia, la Donna Gentile chiede Lucia cioè la Grazia, e questa ricorre a Beatrice, e Beatrice invia Virgilio a colui che aveva perduta la speranza e piangeva e s'attristava in tutti i suoi pensieri; in tale dramma è implicito un grido mandato dall'anima di Dante. La Donna Gentile può aver precorso il domandar di Dante; sta bene, poichè è di lei consueto; ma come? Chiedendo Lucia, cioè la Grazia; e la Grazia opera appunto nel cuore di quegli cui è data, sebbene gratuitamente data, cioè data per suggerimento di una che precorre il domandare. E questa Grazia operò richiamando, nel cuor del suo fedele, Beatrice, cioè la già tanto amata Sapienza, la quale gli suggerì lo studio, o amore di lei, per qualche anno dismesso. La volontà di Dante entra dunque, a ogni modo, in questo affannarsi di donne celesti e in questo accorrer dell'Ombra a lui. Volle, egli, esser salvo, e d'esser salvo chiese; chiese per una grazia che gli fece la Madonna di cui era devoto. Per essere anche più chiari ed esatti, nel tempo che perdeva la speranza dell'altezza, lo soccorse “la speranza dell'eterna contemplazione„, la quale, per essere personificata in una Beatrice, non è però meno un fatto intimo dell'anima di Dante: Dante sperò, dunque. E ciò è tanto vero che subito dopo i primi rimproveri di Beatrice, gli angeli, quand'ella tace, cantano: In te, domine, speravi. (Pur. 30, 83). E dunque, si rivolgesse egli a Maria o a Beatrice, alla fonte della speranza o alla speranza stessa, Dante fece allora, con quella invocazione, un atto di speranza tal quale fece poi nel perdere la speranza dell'altezza.
Se nella Comedia è fedele, oltre che di Beatrice, anche di Lucia, nella Vita Nova è fedele d'Amore. Fedele d'alcuno è sì qui e sì là, dunque; e se giovasse insistere, si potrebbe dimostrare che non c'è molto divario tra esser servo della Grazia di Dio e di Beatrice, ed essere servo del “Signore de la nobilitade„. Ma, in fine, io non voglio se non trovare le traccie della Comedia nella Vita Nova; le traccie prime, non il disegno perfetto. E quali sono in vero queste traccie! Virgilio è studio e amore, ed è “del magnanimo quell'ombra„, che caccia ogni viltà dal cuore del suo discepolo. E lo Amore della Vita Nova, non è il signore della nobilitade? cioè non viltà, cioè magnanimità? E Virgilio dice sovente, Figliuolo, a Dante, e Dante dice, Padre, a Virgilio; e nella Vita Nova Amore chiama sospirando il “pargoletto battuto,„ e gli dice: Fili mi. E Dante è nella Vita Nova figlio e anche servo o fedele d'Amore, come nella Comedia è di Virgilio, oltre figlio, anche servo, se Virgilio è suo signore. E poi questo giovane vestito di bianchissime vestimenta dice di Beatrice, Quella nostra, e professa di poter ragionare a lei: — “e di ciò chiama testimonio colui che lo sa, e come tu prieghi lui che gli le dica: ed io, che son quelli, volentieri le ne ragionerò„ onde il poeta dice alla sua Ballata; (VN. 12 b. 1)
Ballata, i' vo' che tu ritrovi Amore,
e con lui vadi a madonna davanti...
Ebbene anche Virgilio parla con Beatrice e a Beatrice riconduce Dante. Ma c'è di più. Dante “per altro viaggio„ è giunto al cospetto di Beatrice. Ella è adirata con lui. Perchè? Perchè aveva volti (Pur. 30, 130)
i passi suoi per via non vera
imagini di ben seguendo false.
E poi ella si spiega più particolarmente, accennando a pargolette e altre vanità. (Pur. 31, 58) E Dante ascolta i rimproveri con sospiri e pianti d'angoscia, confuso, pauroso e con nuove lagrime e sospiri, e poi con un sospiro amaro, e sempre e tuttavia piangendo; e infine (Pur. 31, 64)
quali i fanciulli vergognando muti,
con gli occhi a terra, stannosi ascoltando,
e sè riconoscendo, e ripentuti.
E nella Vita Nova egli racconta (12): “poi che la mia beatitudine mi fu negata, mi giunse tanto dolore, che, partito me dalle genti, in solinga parte andai a bagnare la terra d'amarissime lagrime: e poi che alquanto mi fue sollenato questo lagrimare, misimi ne la mia camera là ov'io potea lamentarmi senza essere udito. E quivi chiamando misericordia a la donna de la cortesia, e dicendo: — Amore, aiuta il tuo fedele, — m'addormentai, come un pargoletto battuto lagrimando„. Le stesse lagrime e lo stesso pentimento, poichè il dolore di Dante era, come si vede dall'ultimo paragone, un pentimento. Il fanciullo ha, nella Comedia, solo rimproveri; nella Vita Nova il pargoletto tocca anche delle busse. Or quale era stata la colpa del pargoletto battuto? Assomiglia molto a quella del fanciullo ripentuto. Questi aveva seguito false imagini di bene; quegli doveva smettere, gli dice Amore, simulacra nostra, cioè “le finte„ se non volete dir, false “imagini d'amore„. E Dante, sempre per consiglio d'Amore, invia a madonna una ballata “adorna di soave armonia, ne la quale„ Amore dice d'esser per essere “tutte le volte che sarà mestiere„, una ballata, nella quale dice che madonna è adirata ver lui, per aver esso guardata “altra„ donna che lei. E Beatrice al suo amatore, lassù nella divina foresta, quando, si direbbe, fu sollenato quel tanto lagrimare, dolcemente (31, 58) rimprovera (ripetiamolo),
Non ti dovean gravar le penne in giuso,
ad aspettar più colpi, o pargoletta,
o altra vanità con sì breve uso.
Ma (si dirà) nella Vita Nova Dante poteva dire che il suo cuore non mutò; il che non poteva ripetere nella Comedia. In verità tutti i rimproveri di Beatrice s'accentrano in quello d'incostanza, in quello di manco di prudenza per aver preferito donne sia pur gentili a lei gentilissima[46]. Ora qui, in questo antico episodio, non si tratta d'incostanza (s'insisterà), poichè le donne che Dante passava per aver amate preferendole alla gentilissima, non erano più che schermi e difese dell'amor suo. (VN. 5, 7, 9, 10). E tuttavia, che vuol dir egli Amore con quelle sue parole pronunziate piangendo (12): “Ego tamquam centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentiae partes; tu autem non sic„? che vuol dir egli, se non che l'amatore era incostante?[47]
Ma qui noi chiediamo: In che modo Amore poteva far tale o tal altro rimprovero a Dante, s'era stato lui a suggerirgli il secondo schermo, approvando così implicitamente anche il primo? Il che riconosce da sè, quando appare nella camera, dicendo, simulacra nostra. Invero questo dolcissimo signore gli era per via apparso nell'imaginazione (VN. 9) “come peregrino leggeramente vestito, di vil drappi. Elli gli parea sbigottito, e guardava la terra, salvo che talora li suoi occhi gli parea che si volgessero ad un fiume bello e corrente e chiarissimo, lo quale sen gìa lungo questo cammino là ov'egli era„. O, per usare (che è più sicuro) i versi, più antichi e sinceri della prosa, egli trovò Amore
nel mezzo della via,
in abito legger di peregrino.
Nella sembianza gli parea meschino
come avesse perduto signoria;
e sospirando pensoso venia,
per non veder la gente, a capo chino.
E gli dice di venir dalla donna della difesa, che non tornerà così presto; “e però„ aggiunge “quello cuore, ch'io ti facea avere a lei io l'ho meco e portolo a donna, la qual sarà tua difensione, come questa era... Ma tuttavia di queste parole, ch'io t'ho ragionate, se alcuna cosa ne dicessi, dillo nel modo che per loro non si discernesse il simulato amore...„. O come simulato, chiediamo noi, se va in volta il cuor di Dante? e se è Amore che lo porta qua e colà? Se Amore stesso gli dice:
io vegno di lontana parte
ov'era lo tuo cor per mio volere,
e recolo a servir nuovo piacere?
E spieghiamoci un po' queste parole della prosa: “disparve tutta questa mia imaginazione subitamente, per la grandissima parte che mi parve ch'Amore mi desse di sè„. E spieghiamoci le parole corrispondenti del sonetto:
Allora presi di lui sì gran parte,
ch'egli disparve, e non m'accorsi come.
Che voglion dire? Voglion dire che Dante si innamorò, cioè concepì amore, cioè l'amore gli entrò dentro, e perciò e' non poteva più esser fuori di lui in figura estrasoggettiva di peregrino[48]. Così parla coi simboli Dante!
Così Dante ubbidì al consiglio che l'Amore gli avea dato “nel cammino de' sospiri„, e trovò la donna indicatagli e in poco tempo “la fece sua difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltre li termini de la cortesia„. E così la gentilissima gli negò il saluto “per questa cagione, cioè di questa soverchievole voce, che parea che l'infamassi viziosamente„.
La gentilissima (pensiamo noi) se invece d'esser viva e poter negare il saluto, fosse già morta e accogliesse Dante sulla vetta del purgatorio, gli farebbe ora un rimprovero non troppo dissimile di quel che gli fece poi, e che leggiamo nella Comedia. Ma ella era viva e gli negava il saluto, dunque, per questa infamia di vizio che adombrava il nome di Dante. E gli manda a fare, per mezzo d'Amore, anche una riprensione. Qual è essa? (12) “Questa nostra Beatrice udio da certe persone, di te ragionando, che la donna la quale io ti nominai„ è Amore che parla “nel cammino de li sospiri, ricevea da te alcuna noia; e però questa gentilissima, la quale è contraria di tutte le noie, non degnò salutare la tua persona, temendo non fosse noiosa„. O Beatrice temesse d'esser lei noiosa o molesta, o temesse che fosse noiosa o molesta o vile la persona di Dante, questa riprensione non è intonata a quel che precede, cioè alla soverchievole voce che infamava viziosamente il suo coperto amatore, e a quel che segue, cioè a quell'umil preghero della Ballata:
lo perdonare se le fosse a noia,
che mi comandi per messo ch'io moia;
e vedrassi ubidir ben servidore;
e a tutto il complesso di quel gentil componimento che è una protesta d'amore che fu, contro le apparenze, sempre costante.
Dunque? Dunque, anzitutto, dobbiamo interpretar meglio i consigli di Amore. Amore si presenta a Dante ora coperto di vil drappi, ora vestito di bianchissime vestimenta, come, insomma, “sustanzia corporale„; ma è in verità “uno accidente in sustanzia„. Perciò aver dal “peregrino„ e “leggeramente vestito e di vil drappi„ e “nella sembianza meschino„ e che viene “per non veder la gente a capo chino„, come vergognando; avere da tale quel consiglio che doveva procacciare quella tal soverchievole voce, vuol dire incapriccirsi, innamorarsi, diremo così, leggeramente; poichè il fatto narrato “sotto vesta di figura o di colore retorico„, è pur un fatto psichico, di quell'accidente in sustanzia che è Amore[49]. E così noi spieghiamo simulacra nostra in relazione col simulato amore che il peregrino vestito di vil drappi consiglia a Dante. I simulacra nostra, cioè le finte o false imagini nostre, cioè dello amor tuo, o Dante, sono dette in senso proprio, e valgono quel che “le imagini di ben... false„ che Beatrice rimprovera a Dante di là del fiume sacro; e l'amor simulato è la traduzione di quella frase propria in allegorica. Le imagini false di bene sono un consiglio che ci dà l'irrequieto desiderio, che abbiam dentro noi, di simulare l'amore, e questo irrequieto desiderio si può allora ben rappresentare con la figura d'un uomo errante, d'un mendico, d'un malvestito. Cioè: si può rappresentar così, quando all'ebbrezza passeggiera, nell'anima pensosa d'un più dolce e grave e non mai svanito sebben lontano amore, è succeduto il pentimento: allora sono vil drappi attorno al nostro capriccio, che sembra un tradimento; prima egli non aveva che un
abito legger di peregrino,
ma pareva tuttavia un servo o meschino, meglio che signore, come prima e poi; signore della nobiltà. E, insomma, era il cuore di Dante che si trovava prima in una parte, cioè presso una donna, e poi fu recato in un'altra, cioè presso altra donna, “a servir novo piacere„. Il cuore! Il cuore, o, come Dante stesso spiega altrove, l'appetito (VN. 38).
E possiamo ora spiegare l'enigma d'Amore? Ego tamquam centrum circuli. Come mai? Dante era incostante perchè amava, sia pur leggeramente, questa e quella; e l'Amore, il suo amore, il quale pure era come un peregrino, no? In verità è così: Dante era incostante, Amore no. Questa è la spiegazione; la spiegazione che Dante doveva chiedere poi a Virgilio (allo studio) nella quarta cornice del santo monte: (Pur. 18, 13).
Però ti prego, dolce Padre caro,
che mi dimostri amore, a cui riduci
ogni buono operare e il suo contraro.
L'amore è sempre quello, sia egli diretto e misurato, sia errante
per malo obietto,
o per troppo o per poco di vigore.
(Pur. 17, 97)
E la sua matera è sempre buona, sebben la forma possa non esser buona; cioè l'amor in genere, che è la matera, è una cera sempre buona; ma noi possiamo imprimervi un segno, la forma, il nostro amor particolare, non buono. (Pur. 18, 37). Ora Dante, nella sua vita nuova, già aveva assai di studio, che gli dimostrasse amore; poichè esprimeva allora il medesimo concetto che si fece poi dimostrare da Virgilio nel suo viaggio. In questo glielo dimostrava Virgilio, che è pure studio e amore; in quella Amore, vestito di bianchissime vestimenta, gli parlava “molto oscuramente„, ma gli diceva la stessa cosa, e col paragone del circolo, di cui amore è il centro a cui le parti della circonferenza simili modo se habent, gli significava che l'amore è in sè una cera, che qualunque impronta riceva, è rispetto a quelle impronte come il centro del circolo ai punti della circonferenza; equidistante, siano essi, per così dire, buoni o cattivi, siano esse belle o brutte; equidistante, come a dire, indifferente, sempre esso[50]. Ma l'amante non sic: egli è “forma sustanziale unita con matera„, ed ha una virtù che consiglia; non è una passione, come lo amore.
E dunque, tornando al primo detto, noi vediamo come l'Amore stesso possa rimproverare o compiangere l'amante, di ciò che proprio esso gli consigliò o gli approvò. Noi troviamo la cosa inverosimile e strana, pensando a queste due persone, il peregrino e il giovine, che sono la stessa persona, ora male ora ben vestita; ma questa persona, non è un di noi; è un simbolo; non è un uomo ma uno accidente in sustanzia, una passione, l'amore. E il suo consigliare o approvare, come il suo rimproverare o compiangere, sono rappresentati come parole, ora in volgare ora in latino, d'una persona, ora in vil drappi ora in bianche vesti, ora peregrino, cioè errante (che sbaglia, tradurrei io, non che va da questa a quella), ora seduto, cioè, forse, costante; ma sono fatti intimi dello stesso Dante, il quale dalla stessa impeccabile passione ha avuti ora cattivi ora buoni suggerimenti. In verità Virgilio lo dice chiaramente: (Pur. 17, 103)
esser conviene
Amor sementa in voi d'ogni virtude,
e d'ogni operazion che merta pene.
E questi due fatti intimi, che Dante adolescente racconta di sè, sono dunque simili a quelli ch'egli racconta come avvenuti nel mezzo del cammino di sua vita. La Comedia s'impernia su tali due fatti: uno smarrimento e un ritrovamento; un peccare e un pentire. E il peccare, in essa, non è meno, che nella narrazione giovanile, un suggerimento d'amore. Beatrice parlando di lui come d'amico suo, e pure, al sommo del monte, rimproverandogli d'essersi dato altrui, riconosce quel che Dante esprime nella sua Ballata, che sebbene abbia “altra guardata„, tuttavia “e' non mutò 'l core„. Sì: pargolette e altre vanità della Comedia non sono disformi dagli schermi e difese della Vita Nova, simulacra, imagini di ben false, suggerite dall'amore: il quale in verità era sempre fisso nell'unica Beatrice, cioè, come spiega nella Comedia, nel bene del suo soggetto (Pur. 17, 106).
Appresso la visione, donde uscì la ballata “de lo perdonare„, e dopo “una battaglia de' diversi pensieri„, un'amica persona conduce Dante in parte “dove molte gentili donne erano raunate„. (VN. 13 e 14) Queste donne “ragionando si gabbavano di lui con la gentilissima„ perchè dell'amatore non essendo rimasti “in vita più che gli spiriti del viso„, egli era come trasfigurato. Ora in ciò che il poeta dice “che Amore uccide tutti li suoi spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori de li strumenti loro„, sono, a confessione del poeta stesso, dubbiose parole. “E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele d'Amore; ed a coloro che vi sono è manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me di dichiarare tale dubitazione, acciò che 'l mio parlare dichiarando sarebbe indarno, o vero di soperchio„. Possiam noi solvere le dubitose parole? Sì; ricordando quello ch'egli dice di aver detto al suo amico, quando fu fuori della veduta di quelle donne: “Io tenni li piedi in quella parte de la vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. Egli fu, cioè, sul confine tra la vita e la morte. Ebbene Dante non può voler accennar altro se non quell'excessus mentis che dà la visione. Il restar in vita gli spiriti del viso o visivi, e l'essere morti tutti gli altri, vuol dire essere fuori della sua vita consueta, e contemplare. E in questi effetti s'indugia ancora in due altri sonetti, finchè al poeta “convenne ripigliare materia nova e più nobile che la passata„. E così s'avvia alla canzone che comincia le rime nuove o la tragedia giovanile, come io volli chiamarla; la quale tragedia è solo composta di due canzoni, ma doveva esser di più, e contenere, ragionevolmente, concetti, quali abbiamo già veduti e vedremo essersi aggirati nella mente di Dante allora, e quindi vediamo ricomparire nella Divina Comedia.
[VI.]
LE NOVE RIME
Prima del 1290[51] Dante propose di prendere “per materia del suo parlare sempre mai quello che fosse loda di quella gentilissima„; e questa era dunque “materia nuova e più nobile che la passata„, e come nuova “così troppo alta„. (VN. 17 e 18) Con le due canzoni, per ciò, tentò far già quello che prometteva di fare nell'ultimo capitolo del suo libello: “più degnamente trattare di lei„. Con le due canzoni, quindi, e con altre che dovevano seguire tentò fare quello che poi compiè con la divina Comedia, se questa è accennata e annunziata in quelle ultime parole. Ora egli pensò di parlare a donne in seconda persona. Nel che si deve riconoscere che gli sarebbe stato malagevole indirizzar la lauda di lei a lei. E pure sarebbe consistita, essa lauda, di rime d'amore, poichè, anche dopo, Dante parlava “contra coloro che rimano sopr'altra matera che amorosa„. Ma il rimatore avrebbe avuto “alcun ragionamento in sè di quello„ che avrebbe detto, e “domandato avrebbe saputo denudare le sue parole da cotale vesta (di figura o di colore retorico) in guisa che avessero verace intendimento„.[52] Certo è che già la prima canzone di tal lauda ha un verace intendimento sotto altra vesta. Invero la donna che vi si loda, è sì la donna che Dante aveva amata e amava, ma è posta a significare la sapienza, cioè la speranza dell'eterna contemplazione, cioè la speranza per la quale siamo salvi. E anche nella Comedia Dante dice d'essere stato salvo per opera della speranza, poichè fa cantare agli angeli, in te Domine speravi, poichè chi lo soccorse, nel momento in cui aveva perduta la speranza dell'altezza, fu l'amor di quella stessa gentilissima, che significava pur la stessa sapienza e speranza. Nella canzone Dante dice che egli la avrebbe proclamata, tale sua salvezza per opera della speranza, nello inferno ai malnati. Dunque egli sarebbe stato nell'inferno, poichè tali parole là avrebbe detto, e non ci si sarebbe fermato, poichè era salvo e appunto proclamava d'essere salvo. Dunque per l'inferno sarebbe passato. Come nella Comedia. Dove, in vero, egli non dice a nessun malnato d'aver veduto Beatrice nè ciò ch'ella significa, sapienza o speranza della contemplazione; il che mostra che Dante non pensava allora a questo poema sacro così almeno come lo fece; ma però passa, appunto perchè è salvo, salvo per la speranza, da quella porta che è aperta ma ha al sommo, “lasciate ogni speranza„; il che mostra che il concetto espresso nella canzone è simile a quello espresso nella Comedia. Per l'inferno sarebbe passato: dice chiaramente nella canzone prima. Come? Nella Comedia egli entra e passa morendo: e noi vediamo che nella seconda canzone di questa giovanile tragedia, sì, muore. E vede la gentilissima, morta anche lei; e la vede morta corporalmente e viva spiritualmente; vede un corpo sotto un velo, e vede una nebuletta avanti ad angeli. Dante dunque non solo pensava a qualche cosa di analogo a ciò che poi scrisse nel poema sacro, ma già lo compieva. Nella canzone vi è la morte di Dante, come nella Comedia; vi è Beatrice morta, come nella Comedia. Beatrice sale al cielo nella canzone; e nella Comedia sale al cielo. E qui vediamo perchè sin dalla prima canzone il poeta si rivolga alle donne e non a lei. Egli sapeva sin d'allora ch'egli avrebbe imaginata morta la sua donna: dunque non avrebbe potuto facilmente indirizzar la parola a lei. Eppure anche, in questa seconda come senza dubbio nella prima, noi possiamo figurarci che Dante avrebbe potuto, volendo, indirizzare alla donna sua, invece che alle altre donne. Per esempio: riscosso dal suo letargo, avrebbe detto alla sua donna: “Oh! dolore, io vi sognai morta! e morto ero anch'io„. Ora mi par lecito supporre che nelle canzoni che dovevano seguire e non seguirono, ma che Dante aveva già concepite, questo parlare a Beatrice sarebbe stato via via sempre meno agevole. Nel fatto egli sarebbe passato per l'inferno; l'ha annunziato. Pure anche di questo passaggio avrebbe potuto parlare a lei, che certo l'aspettava dopo quello, per rimproverarlo. Quando, infatti, sarebbe stato impossibile a dirittura rivolgere la canzone a Beatrice in seconda persona? Io dico, quando nella canzone stessa Dante avesse narrato di aver parlato a lei. Il raccontare a Beatrice che ella gli aveva parlato, il dire, Voi mi diceste, oltre recare imbarazzo al dicitore e oscurità al lettore, avrebbe infirmata ogni credibilità della cosa narrata. Perchè, o non doveva sapere Beatrice ciò ch'ella stessa aveva detto? perchè ridirglielo? Perchè, si risponde, non era vero che Beatrice avesse detto... Non era vero! ed ecco ogni illusione svanita in chi legge, sopratutto pensando che in tali visioni è necessaria, oltre la verosimiglianza sulla quale conta ogni poeta, anche, e precipuamente, la verità delle dottrine che il filosofo vuole insegnare. Da ciò si può arguire che il poeta continuando le due canzoni, avrebbe narrato un suo viaggio negli inferi tra i malnati e un suo arrivo al cielo, dove si era alzata quella nuvoletta tra gli osanna degli angeli. Ma abbiamo un indizio che la gentilissima sarebbe apparsa dopo un'altra donna gentile. Leggiamo invero che dopo fatte le due canzoni di materia nuova Dante ebbe una imaginazione d'Amore (VN. 24) Amore gli parlava nel cuore, o il cuore gli diceva con la lingua d'Amore: “Pensa di benedicere lo dì che io ti presi, però che tu lo dei fare„. Ed ecco venire verso lui una gentil donna, di famosa beltà, il cui nome era Giovanna, ed era sopranomata Primavera “e fu già molto donna di questo primo suo amico„, di Guido Cavalcanti. Appresso lei vide venire la mirabile Beatrice. E Amore parve dire: “Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta d'oggi; chè io mossi lo imponitore del nome a chiamarla così Primavera, ciò è prima verrà, lo die che Beatrice si mosterrà dopo la imaginazione del suo fedele„. Quale imaginazione? Quella vana imaginazione che è raccontata nella canzone seconda, nella canzone dell'excessus mentis. Continua Dante: “E se anco vuoli considerare lo primo nome suo, tanto è quanto dire prima verrà, però che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la verace luce, dicendo: Ego vox clamans in deserto: parate viam domini„. E ciò è buon indizio che dopo la canzone dell'excessus o vana imaginazione, avrebbe fatto o altra o altre canzoni, nella quale o in una delle quali la gentilissima si sarebbe mostrata al suo fedele, si sarebbe mostrata dopo quella gentil donna. Dante, possiam credere, avrebbe veduta la Primavera, cioè quella che prima verrà, prima di vedere la Beatrice. Non avrebb'egli fatto una selva ombrosa e canora per questa Giovanna, in cambio del deserto per cui errava Giovanni? non avrebbe adornata d'ogni fiore e d'ogni frutto la stanza di questa Primavera? non l'avrebbe egli trovata là dov'è “primavera sempre„? non l'avrebbe veduta simile a quella Proserpina che “perdette... primavera„? non l'avrebbe contemplata scaldarsi “ai raggi d'amore„ e danzare e cantare, (cantare la precorritrice, in una divina foresta; come clamare il precursore, in un deserto), cantare quella che quaggiù gli era annunziata da Amore allegro? non avrebbe indotto lei a dire “Perchè ciò che vien diretro... non guardi?„; lei che quaggiù aveva appresso qualcosa di più bello di lei? (Pur. 28) Chè ella doveva precedere “la verace luce„. E non forse avrebbe vedute, l'una e l'altra, monna Vanna e monna Bice, tra “una gentile schiera„ di donne; come racconta di loro, quaggiù, in un sonetto che non incluse nella Vita Nova? (Ca. s. 19) una gentile schiera di donne, come le tre donne che venivano danzando dalla destra ruota del carro, e le quattro che facevan festa dalla sinistra? Chè tali donne che raffigurano virtù, avrebbero avuto luogo in tale “tragedia„, poichè certo Dante avrebbe cantata monna Bice trasfigurata nella Beatrice sapienza, se è vero, come è vero, che nella prima canzone ravvisava in lei la speranza che si vede, e spiegava il come di quest'assurdo che è di vedere una speranza, e nella seconda narrava di essere come morto, e di excedere, e di veder perciò lei, che era perciò la sapienza. E monna Vanna precorritrice, sarebbe, di questa tragedia, stata quella che nella Comedia è Matelda, cioè quel che è scientia rispetto a sapientia, quel che è il fiore della vita attiva rispetto al fiore della vita contemplativa.[53]
Ed ella lo avrebbe rimproverato così come nella divina foresta lo rimprovera, perchè Dante a lei allora si sarebbe presentato colpevole di ciò di cui era colpevole quando a lei fu condotto per loco eterno da Virgilio: sì: era stato ingannato dall'appetito, dall'animo, dal cuore; aveva seguito dei simulacra d'amore, ma in verità ella doveva sapere ch'egli era amico suo, non d'altri. (Inf. 2, 61) Questo gli poteva dire colui che lo guidava; un giovane in bianche vesti, che spesso nella sua vita nuova gli s'era fatto incontro nella via, e talvolta anche come peregrino in vil drappi: Amore. Non sarebbe stato, a guidarlo, Virgilio; no: ma Virgilio non significa nella Comedia studio cioè amore? anzi rispetto a Beatrice piuttosto amore che studio? E dunque l'avrebbe guidato il medesimo personaggio, sebbene con nome e vesti differenti; il medesimo in sostanza, se non in apparenza. E la gentilissima avrebbe concesso a Dante quel perdono, che nel libello giovanile che racconta la colpa, non troviamo. In vero che effetto fu delle parole adornate di soave armonia, nella quale era amore, e che Dante mandò a Bice, come il suo signore gli aveva proposto? (VN. 12) Nessuno; se pure tale effetto non fu il gabbo, quella volta che l'amatore “tenne li piedi in quella parte de la vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. (VN. 14).
La donna non sapeva la condizione di Dante che se l'avesse saputa, non avrebbe, dice egli, gabbata la sua persona, anzi molta pietà le ne sarebbe venuta. Non la sapeva, e così gabbava “con l'altre donne„ sua vista. O non avrebb'egli trasformato questo gabbo della sua donna tra altre donne, nel rimprovero ch'egli soffrì, quand'ella gli si mostrò in su la divina basterna, tra le tre e quattro donne, e tra i fiori e la festa degli angeli? (Pur. 30, 16) Prima del gabbo, a lui parve sentire uno mirabile tremore... “nel suo petto da la sinistra parte, e distendersi di subito per tutte le parti del suo corpo„, e dovè poggiare la sua persona ad una pintura, e i suoi spiriti erano come morti ed egli era nel confine estremo della vita e della morte. E così prima del rimprovero, quando vide Beatrice, lo spirito suo (Pur. 30, 34)
che già cotanto
tempo era stato, ch'alla sua presenza
non era di stupor tremando affranto,
(Dante si ricorda del mirabile tremore di quella volta!)
sanza degli occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d'antico amor sentì la gran potenza.
E così vorrebbe dire a Virgilio, come, nel fatto del gabbo, parla all'amico:
men che dramma
di sangue m'è rimasa, che non tremi...
Qualche cosa di simile a quel rimprovero, le donne dall'intelletto d'amore avrebbero inteso da Dante che la gentilissima gli aveva rivolto; e qualche cosa di simile anche all'encomio dolce amaro ch'ella fece di lui in quell'occasione: (Pur. 30, 115)
Questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova...
Sì, avrebbero inteso anche quest'encomio dolce amaro. Poichè la Vita Nova nella sua prima parte è così costruita, che il dramma abbia quello scioglimento di quel rimprovero e di quell'encomio; come si vede non ostante le sovrapposizioni di dopo. Dopo nove anni di vita innocente e incosciente, vede la gloriosa donna della sua mente; per altri nove anni cerca di vedere e va cercando quest'angiola giovanissima; al termine di questi ha il saluto di lei, e ne ha la prima visione. E dopo “picciol tempo„, ecco, il primo “schermo della veritade„, col quale si celò “alquanti anni e mesi„; passati i quali, essendo la donna dello schermo partita dalla città, egli trova, per consiglio di Amore errante e vilmente vestito, un'altra difesa; e così incorre in quella “soverchievole voce, che parea l'infamasse viziosamente„; e la gentilissima gli nega il saluto. E a lui giunge quel tanto dolore, e si propone di pretermettere i simulacra d'amore, e poco stante concepisce le rime nuove o la tragedia giovanile. Per quanto incerte siano le date (e pure non sembra improbabile che nel 1289 avesse il cattivo consiglio d'Amore, cioè dell'appetito, animo, cuore), noi possiamo scorgere una divisione, che fa Dante, degli anni vissuti fin allora, analoga a quella che poi fece nella Comedia.
Nella Comedia egli distingue un tempo di bontà e virtù e dirittura: il tempo che Beatrice lo guidava con gli occhi giovinetti: l'adolescenza; e poi dieci anni, sino al mezzo del cammin della sua vita, d'oblio e d'oscurità e di smarrimento e di sete. Tosto che Beatrice era sulla soglia della seconda età, cioè adolescenza, e da pochissimo, da qualche mese, Dante aveva di tal soglia levato il piede. Dante si tolse a lei. Sono dunque, di trentacinque anni di vita, venticinque, cioè l'adolescenza, dati al bene, e dieci (subito dopo il ritorno al cielo di Beatrice, quando le era cresciuta bellezza e virtù) di, mettiamo, disamore. E nel libello sono diciotto anni (chè tosto, picciol tempo dopo la visione per la quale s'innamorò veramente della gentilissima, egli prese a schermo della verità la gentile donna di molto piacevole aspetto) diciott'anni e poco più d'amore, e sette anni, (su per giù non molto avanti la morte d'essa egli cominciò le rime nove) di simulacra, di schermi e difese. Ebbene la vita di Dante sì nella Comedia, sì in questa supposta tragedia, riesce presso a poco divisa nella stessa proporzione:[54] in un periodo, cioè, di bontà tra due e tre volte maggiore del secondo periodo, che non è di bontà, sebbene non sia di cattiveria. E il periodo primo contiene, nella Comedia, la adolescenza tutta con tutta la puerizia, e il secondo metà esatta della giovinezza; nella Vita Nova, il primo periodo è la puerizia con un po' più della metà dell'adolescenza. Ora si legga questa dottrina del Convivio: “Il primo e più nobile rampollo che germogli di questo seme per essere fruttifero, si è l'appetito dell'animo, il quale in greco è chiamato hormen: e se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere seminato. E però vuole Santo Agustino, e ancora Aristotile nel secondo dell'Etica, che l'uomo s'ausi a ben fare e a rifrenare le sue passioni, acciocchè questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi nella sua rettitudine, sicchè possa fruttificare, e del suo frutto uscire la dolcezza della umana felicità„. (Co. 4, 21) Ebbene questo tallo s'ha a ben coltivare e sostener diritto e indurare e rifermare, quando? Nell'adolescenza, nell'età, vale a dire che è “porta e via, per la quale s'entra nella nostra buona vita„. (ib. 24) E il centro, si può dire, della divina Comedia è il torcersi, in Dante ossia nell'uomo, di questo tallo; il disviare, posto con l'esempio tipico di Dante, del mondo per l'inganno dell'“anima semplicetta„, che non aveva guida e freno; cioè il freno sì, della legge, ma non la guida che reggesse questo freno, cioè l'imperadore. Ebbene questo centro della Comedia, nella Comedia sta un po' a disagio; poichè il tallo si torce o si riferma nell'adolescenza, e Dante, quando in lui si torse non era più nell'adolescenza, sebben di poco ne fosse uscito, ed era già con la barba quando di tale torcersi gli fu fatto rimprovero.[55] Or come sarebbe mancato tale rimprovero di tale torcersi, nella tragedia giovanile? Quando si vede che tutto è dal Poeta impostato, per così dire, a questo fine, di far vedere che, nel bel mezzo dell'adolescenza, quel tallo si torce? come si torse, poco dopo i diciott'anni, in Dante, la cui anima semplicetta, il cui cuore fu subito ingannato e non pervertito? E col rimprovero avrebbe avuto luogo l'encomio, perchè, infine, si trattava d'una stortura temporanea, dopo la quale Dante, riconoscendo sè, ripudiava i simulacri e gl'inganni e tornava alla sapienza; dando così prova, e meglio che nella Comedia, ch'egli aveva fatto ciò che l'adolescente deve fare, indurare e rifermare quel tallo, non ostante le intemperie solite di quell'età; e che perciò era virtualmente ben disposto se, pur dopo aver errato, ritornava sulla retta via. Non si può concepire un trattato di simil genere, se non si presenta al lettore il bene e il male; e quando si voglia parlar di sè stesso, se non si narra un traviamento e una conversione. E Dante aveva, come vedremo, un modello nelle Confessioni di Santo Agostino.
Questo era l'argomento delle rime nuove, le quali pur essendo necessariamente d'amore, avevano in sè “alcuno ragionamento„. E alle personificazioni che in esse sono e avrebbero dovuto essere, Dante e sì anche il suo primo amico, avrebbero potuto togliere la vesta. E in ciò consisteva la novità di tali rime, e questo era lo stil nuovo.
[VII.]
LO STIL NUOVO
Chiede Bonagiunta da Lucca:
Ma dì s'io veggo qui colui che fuore
trasse le nove rime, cominciando:
Donne, ch'avete intelletto d'amore.
E Dante risponde:
Io mi son un che, quando
Amore spira, noto, ed a quel modo
ch'ei ditta dentro, vo significando.
E Bonagiunta replica:
O frate, issa vegg'io... il nodo
che il Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil nuovo ch'i' odo.
(Pur. 24, 49 segg.).
Dante fa vedere con la sua risposta d'avere sentita nella domanda “Sei tu quel Dante?„ un'altra domanda implicita: “come facesti a trarle fuori, quelle rime così nuove per me e per quelli che rimavano come me?„ Questa domanda Bonagiunta non l'aveva espressamente formulata, ma si leggeva in quell'aggiunto di nuove alle rime, si leggeva in quell'accento di ricordevole ammirazione (siamo nel Purgatorio, e l'invidia consueta dei pitocchi e dei poeti non ha più luogo), col quale ripeteva a memoria il grande cominciamento, Donne ch'avete. Perciò risponde Dante a quel modo che altrimenti sarebbe sembrato deviar dalla domanda, e invece sembra a Bonagiunta echeggiarle bene e breve, sì che esclama; Issa vegg'io! Dunque Dante rispose implicitamente alla prima domanda espressa; ed espressamente alla seconda sottintesa. “Sì: ma la novità, codesta gran novità (Dante non si pavoneggia mica avanti il suo modesto fratello! chi può crederlo?) sta in questo, che io noto quando Amore spira e vo significando a quel modo che detta„. E questa è tutta la novità, e così intende Bonagiunta: “ecco in che consisteva il dolce stil novo, di cui non mi rendevo ragione quando vivevo, e m'impediva d'assemprarlo un nodo, che ora vedo!„ Ma questo nodo che Bonagiunta, sebben tardi, vide, lo vediam noi? Noi diciamo: il nodo era che il Notaro e Guittone e lor seguaci non notavano la spirazione d'amore: ed erano invece imitatori di provenzali; e non significavano nel modo schietto che Dante e altri sapevano fare, anzi erano goffi e impacciati. Per essere esatti bisognerebbe ripetere la spiegazione che dà Bonagiunta stesso:
Io veggio ben, come le vostre penne
diretro al dittator sen vanno strette;
che delle nostre certo non avvenne.
E questa spiegazione si riferisce appunto a ciò che Dante ha risposto:
ed a quel modo
che ditta dentro, vo significando.
Il nodo era dunque, secondo Bonagiunta, l'impaccio delle loro povere penne che non avevano quel dittatore, e (e qui sta il punto) dovevano far da sè. Ora quel dittatore è propriamente l'Amore come e quale intendiam noi? e il buon lucchese ha voluto dire, che il difetto del suo stile proveniva da un difetto d'amore? ch'esso, voglio dire, e gli altri scrivevano goffo e impacciato, perchè cantavano, poniamo il caso, amori non veri?
In primo luogo osserviamo che nelle parole di Bonagiunta è sottinteso che quel nodo essi avrebbero potuto scioglierlo, cioè correggersi di quel difetto. “Issa vegg'io!„ dice egli intendendo: “Troppo tardi! l'avessi saputo prima!„. E dunque egli dice che, se fosse stato vivo, si sarebbe procurato un amor vero qualunque, che, si nota quando spira, e allora si significa bene? Non pare che egli dica così. E vediamo come intende il Giuliani. Egli commenta questo passo: “Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sè stessa mossa, e disse Donne che avete intelletto d'amore„; che è appunto il verso ricordato da Bonagiunta. E il Giuliani dice: “Dante qui nota l'ispirazione d'amore; poscia sovr'essa pensando, ecco che dopo alquanti dì Amore gli detta di nuovo in cuore ed egli, secondo che ode, scrive„. (VN 19). Ora in verità Dante non dice che il seguito glielo dettasse Amore; sì, che “pensando alquanti dì, cominciò una canzone con questo cominciamento„.[56] Bene: dunque Bonagiunta intende che, se avesse voluto, si sarebbe potuto fornire di tale spirazione, che fa che la lingua di per sè mossa parli? di tale spirazione, che non solo aveva quel frate suo ch'egli vede là nel purgatorio, ma anche altri cui appartenevano quelle penne andanti diretro al dittatore? Non pare. So bene che ci si può ragionar sopra e frullare attorno con le parole; ma è come nel più delle particolari questioni dantesche: ci vuole qualche dato nuovo! Senz'esso, si può ottenere il consenso di questo o quello a qualche suo ritrovato; ma la verità non risplende: si ottiene per qualche tempo un po' di silenzio; ma poi si ricomincia a chiacchierare.
E qui c'è il dato nuovo. Amore nella Comedia è personificato in Virgilio, che è studio cioè amore, che è studio e amore; studio, più in particolare, in quanto conduce all'arte, cioè a Matelda, amore, più specialmente in quanto conduce alla sapienza, cioè a Beatrice. Ora qui, dove il poeta dice “quando Amore spira„, si ha a intendere appunto di quell'amore che è anche studio, e che è raffigurato nell'Ombra che ode i ragionamenti de' due rimatori. E allora quale è il concetto di Dante? Questo. Bonagiunta: “Sei tu quello che uscisti fuori con quella tal novità di rime, cominciando da quella tal canzone?„ Dante: “Sì: l'amore della sapienza e lo studio dell'arte mi posero in grado di compiere tali novità; novità nella sostanza, che è filosofica, novità nella forma, che è adeguata alla sostanza„. Bonagiunta: “Ora vedo l'impaccio che legava le nostre penne: ci mancava appunto quell'amor di sapienza e quello studio d'arte!„. Dante avrebbe potuto dire: “Ho uno, io, che mi detta: colui che attende là„; e Bonagiunta avrebbe potuto dire: “Ora vedo: bisognava ci procurassimo anche noi, un tal dittatore!„; e l'uno e l'altro avrebbero espresso il medesimo concetto che con quelle parole che invece usarono.
Il qual concetto Dante esprime anche altrove. A proposito appunto della personificazione d'Amore che non è corpo, eppure egli pone che rida e parli, dice: “Conciosiacosachè a' poeti sia conceduta maggiore licenza di parlare che alli prosaici dicitori, e questi dicitori per rima non sieno altro che poeti volgari, è degno e ragionevole, che a loro sia maggior licenza largita di parlare, che agli altri parlatori volgari: onde se alcuna figura o colore rettorico è conceduto alli poeti, conceduto è a' rimatori... E acciocchè non ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico che nè li poeti parlavano così senza ragione, nè que' che rimano deono parlare così, non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono; perocchè grande vergogna sarebbe a colui, che rimasse cosa sotto vesta di figura o di colore rettorico, e poscia domandato non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa ch'avessero verace intendimento. E questo mio primo amico ed io sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente„. (VN. 25) Ho già osservato che non si tratta di poveri rimatori che dicendo “la terra ride„ cioè facendo una metafora; o “la mia donna è un'angiola„ cioè facendo un'iperbole; o “Amore m'ha detto„, cioè facendo una personificazione; non sapessero poi spiegare che la terra non ride, ma fiorisce, e che la donna non è un'angiola, ma una femina bella e pura, e che non c'è una persona di nome Amore, che abbia parlato, sì un sentimento chiamato amore, che ha commosso.[57] Si tratta di rimatori stolti, che adoperano tal veste di figura o di colore rettorico, per coprire un bel nulla; chè i dicitori per rima sono pur poeti, sebben volgari, e devono avere, come quelli hanno, un verace intendimento sotto la loro veste poetica. Or dunque che cosa non hanno questi che così rimano stoltamente, che Dante e il suo primo amico hanno? L'intendimento che è altro dalla vesta, la quale sebbene assomigli, in alcuna figura e colore retorico, a quella dei letterati poeti, deve tuttavia essere di una sola foggia sempre, poichè non è lecito rimare sopra altra materia che amorosa: un intendimento, insomma, filosofico. L'intendimento che il Poeta teme d'avere a troppi comunicato, della prima canzone, chi crederà sia non altro che il senso letterale? (VN. 19). È possibile che un autore invidii questo al suo lettore? Il dubbio che il Poeta non stima a sè bene di dichiarare nel settimo sonetto, chi crederà sia intorno a interpretare Amore che uccide come amore che fa morire? (14) L'intendimento è là nel far della donna la spes quae videtur, e qua il dubbio è intorno all'excessus che dà la visione. Quanto poi ciò consuoni col fatto di Guido, suo primo amico, che fece la canzone Donna mi prega, ognun vede. E dunque questo biasimo ai rimatori stolti, è il medesimo nodo che ritenne il Notaro e Guittone e Bonagiunta; nodo che veniva da non avere per dettatore, essi pur poeti d'amore, l'Amore della sapienza, cioè la filosofia.
E altrove Dante parla dei rimatori volgari in confronto ai poeti antichi. (VE. 2, 4) Il pensiero di Dante s'è sviluppato, e noi lo vediam meglio ma non lo troviamo dissimile. I rimatori volgari egli chiama poeti, e dice “ben a ragione, se rettamente consideriamo la poesia, la quale null'altro è che una finzione retorica musicamente composta„. E aggiunge: “Differiscono tuttavia dai poeti grandi cioè regolari, in quanto che i grandi poetarono con stile (sermone) e arte regolare; e questi qui invece a caso, come dicemmo„. Aveva detto invero, a proposito del modo delle canzoni, il quale molti a caso piuttosto che con arte sembrano usare, che egli vuol aprire il magistero dell'arte di quel modo che fino allora era stato assunto casualmente; nel che si vede che quando scriveva il trattato dell'eloquenza volgare negava il cosciente modo dell'arte al primo suo amico della Vita Nova. Nel fatto dovendo recare esempi di rimatori che avessero trattato in volgare dei soli tre grandi argomenti propri del volgare illustre, Salus Venus Virtus, trova di illustri uomini che avessero cantato l'amore e la rettitudine, cioè la direzione della volontà, non Guido dei primi, ma Cino, non Guido dei secondi, ma sè; per l'armi, nessuno. Guido dunque è taciuto come poeta sì d'amore e sì di filosofia morale: chè non più come nella Vita Nova Dante afferma che il rimatore volgare non deve cantare se non d'amore; anzi a lui propone tre soggetti, sebbene il suo esempio di canzone materiata di rettitudine non contradica del tutto la teorica giovanile, trattando ella di directio voluntatis quanto si voglia, ma essendo diretta a donne innamorate. Diremo ch'ella di quella teorica serba alcuna traccia.
Continuando il discorso sui poeti grandi e poeti volgari, Dante proclama: “Pertanto accade che quanto quei (grandi) più da vicino imitiamo, tanto più rettamente poetiamo. Di che noi, dando opera all'opera della dottrina, dobbiamo emulare le loro dottrine poetiche. Sicchè avanti tutto diciamo che ognuno deve ai propri omeri agguagliare il peso della materia, non per avventura la virtù degli omeri essendo troppo aggravata, sia di mestieri sdrucciolar nel fango„. Dunque, come poi spiega, quando s'hanno a cantare Salute, Amore e Virtù, bisogna adoperare il volgare illustre e lo stilo tragico. Ciò, a imitazione dei poetae magni, e con lo studio delle loro dottrine poetiche. Or egli in questo libro reca ad esempio tipico della canzone, che è appunto una tragica coniugatio di stanze uguali, la stessa canzone che Bonagiunta ricorda: Donne che avete intelletto d'amore. (VE. 2, 8) Dunque implicitamente ammette che in essa canzone giovanile era appunto quella conoscenza e coscienza dell'arte, quella imitazione dei poeti grandi o regolari, quell'emulazione delle loro dottrine poetiche, che ha detto richiedersi a quelli che rimano in volgare. O sarebbe ella nella Comedia invece l'esempio di poesia fatta, così, senza meditazione, con estemporale facilità? Oh! nella Vita Nova afferma ben egli che il cominciamento lo pronunziò la lingua di per sè mossa, ma aggiunge che esso durò “pensando alquanti dì„ prima di cominciarla con quel cominciamento. Ora se quel pensare alquanti dì prima di cominciarla, vuol dire significarla a dettatura d'Amore (se mai, codesta dettatura cominciò quand'egli cominciava a scrivere), ebbene dobbiamo credere che quest'Amore che detta sia appunto lo studio; quello studio che è amore, quell'amore che è studio.
Ma leggiamo ancora: “Badi adunque ognuno e discerna ciò che diciamo; e quando questi tre argomenti puramente intende cantare o quelli altri che a questi tre direttamente e puramente seguono, prima beva all'Elicona, tenda le corde, e prenda sicuramente il plettro e cominci a moverlo„. Che vuol dire “bere all'Elicona„? forse quell'ispirazione inconsapevole che mosse la lingua a pronunziare il cominciamento di quella canzone? Vediamo.
O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
ragion mi sprona ch'io mercè ne chiami.
Or convien ch'Elicona per me versi
ed Urania m'aiuti col suo coro,
forti cose a pensar, mettere in versi.
(Pur. 29, 37)
Il poeta domanda alle Muse che gli concedano dell'acqua che da quel monte scaturisce, ossia la potenza di pensare e mettere in versi cose forti cioè difficili. E le Muse invita a concedergli tale potenza, per quelle fami e quei freddi e vigilie che sofferse per loro: per quel molto soffrire e fare e sudare e gelare e il resto, oraziani. Si tratta dunque di studio e di meditazione, d'arte e di scienza, chè quest'ultima parola “scienza„ è appunto dichiarata dal poeta uguale a Musa: (VN. 25) “Per Orazio parla l'uomo alla sua scienza medesima, siccome ad altra persona... Dic mihi, Musa, virum„. Dunque, in quella sua canzone augurale, Dante bevve all'Elicona, non quando la lingua da sè parlò, ma quando pensò alquanti dì prima di cominciarla. E leggiamo ancora: “Ma badare e discernere a quel modo che si deve, hoc opus et labor est, poichè non mai, senza valentia di ingegno e assiduità d'arte e abito delle scienze (le quali sono tutte membra di sapienza — Co. 3, 11), è ciò possibile. E tali sono quelli che il Poeta, nel sesto delle Eneidi, chiama diletti di Dio e dall'ardente virtù sublimati all'etere, e figli degli Dei, sebbene e' parli figuratamente. E perciò confessino la loro stoltezza (tornano in volta quelli che rimano stoltamente) coloro che immuni d'arte e scienza (la quale richiama le scienze di più su ed equivale perciò a sapienza), confidando nell'ingegno solo, prorompono a cantare di tali altissimi soggetti nell'altissimo stile (summe summa); e desistano da tanta prosunzione; e se sono oche per loro naturale ignavia, non vogliano imitare l'aquila che va alle stelle„.
Oh! l'aquila astripeta è l'ingegno sì, ma che s'unisce all'arte e alle scienze! Pensiamo: Pindaro[58] figurava il poeta grande nell'aquila che non va come i corvi predando terra terra nei solchi un facile cibo; Dante lo figura, anch'esso nell'aquila che vola verso le stelle, e a lei oppone un altro animale che ama gli stagni se non i solchi. Ebbene quest'animale, che è l'oca, è a rappresentare coloro che non hanno arte e scienza, cioè confidano nel solo ingegno. Può parere che le due aquile abbiano molto differente natura; può parere che l'aquila di Dante si levi tant'alto in virtù del cibo che amavano i corvi di Pindaro, e che l'aquila Dircea diventi, nel pensier di Dante, un'oca italica. Può parere e non è: Dante s'è incontrato, senza saperlo, con Pindaro; perchè ciò che leva agli astri la sua aquila è l'ingegno che studia e ama, ossia l'ingegno che è ingegno. L'ingegno delle oche non è che un vano starnazzare, un pesante desiderio di levità, un alzare verso le stelle il solo collo, che è lungo sì, ma non arriva alle stelle.
E diciamo dunque che il dolce stil nuovo di che udiva Bonagiunta, consiste nel fatto che le penne andavano strette diretro a un dettatore che si chiama studio; studio dell'arte. E lo studio dell'arte per Dante consisteva nell'intento d'imitare il più da presso possibile i poeti grandi cioè regolari. E tale studio gli diede la potenza, riconosciutagli subito dal buon lucchese, di significare a quel modo che l'Amore dettava. Dante viene a dire che in lui “forma... s'accorda... all'intenzion dell'arte„, perchè non è sorda, “a risponder la materia„. (Par. 1, 127) E ciò ottenne per quel lungo studio e grande amore, che è adombrato in Virgilio studio e amore. Questa sublime facoltà di scrivere, poetando, come sotto dettatura, è espressa per tutte le due prime cantiche della Comedia in altro modo: con andare insieme a Virgilio e udirne di presenza le parole e notarle. Ma con questa facoltà, diremo, stilistica, nelle parole a Bonagiunta egli indica, ripeto, un altro effetto della sua imitazione prossima de' poeti grandi. Nella sua invettiva giovanile contro i rimatori stolti, parla d'un verace intendimento che ha da essere sotto la bella vesta di figure o colore, e d'un ragionamento che ha a giustificare un tal uso; e nel suo trattato teorico non disgiunge mai dall'arte le scienze, cioè la filosofia. La frase “quando Amore spira noto„ vale a indicare, mi sembra, codesto scientiarum habitus, codest'abito filosofico, che è appunto un consueto spirare dell'amore di sapienza, cioè filosofia. Al che gioverà meditare questo passo: “Per amore io intendo lo studio il quale io metteva per acquistare l'amore di questa donna (la sapienzia o filosofia)... È uno studio il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia; e un altro studio, il quale nell'abito acquistato adopera, usando quello: e questo primo è quello, ch'io chiamo qui Amore, il quale nella mia mente informava continue nuove e altissime considerazioni di questa donna (quella primaia scienza che è vera filosofia in suo essere — 2)„. (Co, 3, 12) Sì, questo informare di continue, nuove e altissime considerazioni nella mente è quello che Dante chiama spirar d'amore. E insomma nel suo terzetto Dante dice a Bonagiunta: Lo studio che mi mena all'abito delle scienze, cioè della filosofia, e all'abito dell'arte, mi fornisce “continue, nuove e altissime„ considerazioni, e mi dà la facoltà d'esprimerle. Questo, s'intenda, aiutato da un po' d'ingegno...
[VIII.]
GUIDO E IL SUO DISDEGNO
Ma no: l'ingegno non lo nomina neppure. Perchè quelle parole sono professione di, secondo il pensamento degli uomini, modestia. Dante dice: “È lo studio che mi fa quel che sono: io non duro altra fatica che in trascrivere ciò che mi si detta„. Certo l'ingegno è sottinteso: non è possibile poetare “sine strenuitate ingenii et artis assiduitate scientiarumque habitu„. (VE. 2, 4) È sottinteso: altra volta se lo riconosce e lo dice alto; (Inf. 2, 7) qui non ne parla. Ne parla anche a proposito de' suoi studi al loro principio o a dir meglio alla loro ripresa: nella sentenza d'un libro di Boezio e d'un altro di Tullio era entrato “tant'entro quanto l'arte di Gramatica ch'egli avea, e un poco di suo ingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come sognando, già vedea; siccome nella Vita Nova si può vedere„. L'arte di gramatica e un poco d'ingegno, allora; ora l'abito delle scienze e l'assiduità dell'arte, con l'alto ingegno, sottinteso, però, nel conversare con Bonagiunta. Conversando con costui, Dante non ha già più sulla fronte il primo P, nè dà prova di quella vanagloria o superbia (che noi chiameremmo coscienza legittima di sè), della quale egli pur s'accusa in altra cornice (Pur. 13, 136), e della quale, chi ben consideri, dà prova nel trattare di quel peccato istesso, facendo che altri, nella finzione poetica, indichi, mentre indica esso, nella realtà, uno che all'uno e all'altro Guido toglierà la gloria della lingua, cioè del dire. (Pur. 11, 98) Con Bonagiunta fa professione di modestia. Il vecchio rimatore domanda se ha in presenza l'autore di quella tale e tanta novità; e il rimatore nuovo risponde: “Oh! non c'è da menarne vampo! è per un po' di studio che faccio, innamorato come sono del sapere!„ E tale studio e amore è così, per così dire, fuor di noi, s'appartiene così poco all'io che dentro noi “in alto galla„, che appunto il grande Poeta nostro lo raffigura in altra persona che con lui vada; in Virgilio. Ma l'ingegno si sottintende. L'amore spira; chi nota, se non l'ingegno? Lo studio detta; chi accoglie le sue parole, se non l'ingegno? Il “seguace ingegno„, come Dante stesso dice (Pur. 18, 40): “Le tue parole,„ cioè di te, o studio, “e il mio seguace ingegno... m'hanno amor discoverto„ cioè, mi hanno data la conoscenza di codesta teorica sull'amore. Così come quella volta, è sempre. Con lo studio, ci vuol l'ingegno; e si capisce bene, tanto che si può anche tacere; e con l'ingegno, ci vuol lo studio; il che non si vuol capire da tutti; dai vecchi rimatori, per un esempio, come il Notaro e Guittone e Bonagiunta, cui questo nodo ritenne di qua del dolce stil nuovo di Dante: dagli stolti rimatori per un altro (proprio altro?) esempio, che “arte scientiaque immunes, de solo ingenio confidentes„ si buttano ai grandi soggetti e al grande stile. Dante, no. Subito a principio della prima cantica del poema sacro esclama: (Inf. 2, 7)
o Muse, o alto ingegno or m'aiutate!
o Muse, cioè, “tu, o scienza medesima del poeta„. (VN. 25) Dunque scienza del poeta o arte poetica, e ingegno. E a capo della seconda cantica (Pur. 1, 1) fa alzar le vele alla navicella del suo ingegno e chiama ancora le Muse, cioè la scienza o arte:
O sante Muse, poichè vostro sono:
come a dire che dell'arte poetica è ormai padrone. E a capo, infine, della terza più sublime parte dell'opera sua, se non l'alto ingegno, ha l'intelletto che “si profonda„,[59] e oltre le Muse dell'un giogo di Parnaso, ha il buono Apollo che siede nell'altro. Anche qui, dunque, ingegno e scienza o arte. E con essi, nomina, nella prima e nell'ultima cantica, in principio e in fine della visione, anche la mente che scrisse ciò che vide (Inf. 2, 8); e la mente che fece tesoro, sì, di qualche cosa del regno santo, non però di tutto, che non sa nè può ridire: (Par. 1, 5) la memoria, insomma. E noi pensiamo alle parole di Beatrice: (Par. 5, 40).
Apri la mente a quel ch'io ti paleso,
e fermalvi entro, chè non fa scienza,
senza lo ritenere, aver inteso.
Or come le cose che Dante nella sua visione vide e udì, appartengono tutte ora all'una ora all'altre di quelle scientiae che sono le membra della Sapienza (Co. 3, 11), così questo ritenere le cose che vide e udì, è tutt'uno con quello scientiarum habitus che con l'ingegno strenuo e con l'arte assidua egli dice necessario al poeta che non sia stolto. (VE. 2, 4) Poichè “abito„ propriamente detto è un perfetto acquisto (Co. 3, 13), e così può ben ragguagliarsi a un apprendere non solo ma ritenere.[60] E usare, aggiungo; chè all'abito consegue l'uso di ciò che s'è perfettamente acquistato (Co. ib.); sì che noi leggendo questo verso (Par. 10, 43)
perch'io lo ingegno e l'arte e l'uso chiami,
ci troviamo innanzi sempre quella triade: la strenuità dell'ingegno, l'assiduità dell'arte, l'abito delle scienze, che allora è perfetto, quando noi possiamo usarne.
Fermiamo dunque nella mente nostra che Dante proclama necessari alla sua visione l'ingegno, l'arte e l'abito e uso conseguente delle scienze, ch'egli, quasi allegorizzando, dice non essere se non la memoria delle cose ch'egli udì e vide; e non vide certo nè udì a quel modo che dice; ma studiò e apprese e ritenne e usò. L'ingegno l'aveva da sè; ed egli lo riconosceva dalle gloriose stelle dei Gemini (Par. 22, 112), qual che egli si fosse; e anche assai giovane se lo riconosceva, sebben dicesse: un poco (Co. 2, 13); e lo riconosceva, perchè sottintesa, in tutto il libello della Vita Nova, circola[61] questa frase del libro della Sapienza: “Puer... eram ingeniosus et sortitus sum animam bonam„; frase che echeggia sotto le parole di Beatrice: (Pur. 30, 115).
Questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
In tale sua virtualità era certo anche l'ingegno. Ingegno egli aveva: che gli mancava? Qual parola avrebbe usata Dante a indicare, nel proposito dell'ingegno, in una parola sola, quel che gli mancava? Nella Comedia fa dire a un angelo: L'altra vuol troppa d'ingegno e d'arte; fa dire a Virgilio: Tratto t'ho qui con ingegno e con arte (Pur. 9, 125; 27, 130); dice: La gente con ingegno ed arte acquista. (Par. 14, 117) Facilmente questa parola, arte, avrebbe egli detta, come quegli che dice in vero che ne aveva una dall'arti, l'arte di grammatica, che non poteva bastare. E ad acquistarla, l'arte, ci si mise di proposito come afferma sul fine del suo libello: “di venire a ciò (a poter trattare più degnamente della benedetta) io studio quanto posso„; e lo conferma altrove dicendo di essersi messo a leggere un libro di Boezio e uno di Tullio, e poi d'aver trovato “vocaboli d'autori e di scienze e di libri„, e d'essere andato “nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti„. (Co. 2, 13) Ma così finiva egli forse con acquistare soltanto l'abito dell'arte? Anche l'altro abito, diciamo noi, quello scientiarum. Ma l'uno adduceva l'altro, per naturale svolgimento, sì che a dir l'uno si dice anche l'altro; e noi non crederemmo, per esempio, che Virgilio dicendo “Tratto t'ho qui con ingegno e con arte„, non comprendesse nella parola arte anche l'abito delle scienze, delle quali dà tante prove nel suo viaggio. E così leggendo nel libro dell'eloquenza volgare, che il volgare illustre cerca gli eccellenti ingenio et scientia, e che gli ottimi concetti non possono essere se non dove è scientia et ingenium, e che l'ottima loquela non conviene se non a quelli in cui è ingenium et scientia (VE. 2, 1), noi non esitiamo a credere che in quella parola scientia sia compreso tutto ciò che ci vuole, oltre l'ingegno; quindi, oltre l'assiduità dell'arte, anche l'abito delle scienze; o oltre questo, quella; sia che scientia crediamo stia qui per arte, come parrebbe dal raffronto con la locuzione casu magis quam arte (VE. 2, 4, 1), sia che valga per scientiae, come supporrebbesi col raffronto a arte scientiaque immunes (ib. 7). La frase excellentes ingenio et scientia, senz'alcun'ombra di dubbio, vale a indicare quelli stessi uomini, diletti di Dio e sublimati al cielo, che ebbero strenuità d'ingegno e assiduità d'arte e abito di scienze. E di questi era certo il Poeta che guida il rimatore nuovo per la sua lunga via! Ora egli si chiama studio e amore, interpretando; quello stesso studio e amore “il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia (cioè sapienza)„;[62] “quello studio e quella affezione che suole precedere negli uomini la generazione dell'amistà, quando già dall'una parte è nato amore, e desiderasi e procurasi che sia dall'altra„. (Co. 3, 12).
Or bene. Da una delle arche dell'inferno, sorge alla vista del viatore un'Ombra che è il padre del primo amico suo degli anni giovanili. (Inf. X, 51) L'ultima parola che suona nel discorso di Dante, sembra abbia avuta virtù di farlo levar su in ginocchione. Guarda, come se volesse vedere s'altri era col fiorentino che aveva parlato, e non vedendo un'Ombra come lui, oltre Dante, piangendo dice: “Se per questo cieco carcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'è? e perchè non è teco?„ Poichè all'andare per quel cieco carcere si era resi idonei da qualcosa di cui almeno un elemento era l'ingegno (a giudizio del sepolto, era anzi l'unico); ebbene possiamo subito dire quali altri elementi costituivano quella facoltà, dato che ella non fosse costituita da quel solo elemento. Così se un bimbo dice: tu mi dai soltanto la buccia; noi intendiamo, che quel che ei vuole è costituito anche da polpa o gheriglio. E così se un altro dice: voglio solo il tuorlo; intendiamo che ciò che non vuole, è il bianco e magari il guscio. E dunque è certo già dalla domanda che, se Dante è per rispondere che l'alto ingegno (che riconosce a sè e riconosce al primo amico suo) non basta, risponderà che a Guido mancava, o ciò che è indicato dalle Muse e dalla mente che scrive, (Inf. 2, 7) in quel passo dove è l'alto ingegno; o ciò che è significato dai due gioghi di Parnaso e dalla memoria, nell'altro passo dove è l'intelletto che si profonda (Par. 1, 5); o ciò che è accennato dalle sante Muse e da Calliopea nell'altro luogo dove è la navicella dell'ingegno; (Pur. 1, 2) o ciò (aggiungo) che è simboleggiato in quella diva Pegasea, senza la quale gli ingegni avrebbero un bello essere alti ma non sarebbero gloriosi e longevi (Par. 18, 82); risponderà che a Guido mancava ciò che è accoppiato da solo con ingegno nella Comedia, ossia l'arte; ciò che è accoppiato a ingegno da solo nella Volgare Eloquenza, ossia la scienza; ciò che nel poema e nel trattato è meglio esplicato per due elementi, ossia l'arte e l'uso, ossia l'assiduità dell'arte e l'abito delle scienze, ossia, come si dice, ricapitolando, in questo ultimo passo, l'arte e la scienza. E Dante parla e dice: Da me stesso non vegno. Dunque risponde negando ciò che il sepolto ha affermato: Tu vai per altezza di ingegno. E Dante aggiunge: Mi mena per il cieco carcere quell'Ombra che attende là. Dunque dice: per qui mi mena, non ciò che dite voi, o almeno non ciò solo, ma lo studio; lo studio o amore (ripetiamo con le parole del Convivio 3, 12) “il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienza„. Invero quell'Ombra è un savio gentil che tutto seppe, è uno “che onora ogni scienza ed arte„. E Dante conclude:
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
Ebbe: perchè lo studio che ora menava Dante per il cieco carcere, era cominciato da un buon po'; e da un buon po' avrebbe dovuto cominciare in Guido, se voleva fare il medesimo viaggio; da un buon po', come assevera Dante stesso, sul principio del poema, a Virgilio: (Inf. 1, 84) “Vagliami il lungo studio„ oltre il grande amore. Ebbe: perchè si tratta dello studio che conduce all'arte e alla scienza, e non di queste medesime; chè allora Dante avrebbe detto: “Aveva in disdegno, quand'io mi mossi; ha in disdegno, ora che vo„. Ebbe; e non si può dire se non, ebbe; quell'ebbe che non sta con alcun'altra interpretazione. L'ingegno Guido l'aveva, e alto, come per bocca del padre di lui proclama il primo di lui amico; ma che è l'ingegno? L'ingegno è come, sulle panche di scuola, il bimbo che scrive a dettatura dell'amore o studio; ossia è seguace delle parole di codestui, che attende là: se non c'è lui che parli e che detti, che cosa intende, che cosa scrive questo bimbo dell'ingegno? E così il nostro Poeta con Cavalcante fa la stessa professione di modestia, che farà con Bonagiunta. “Da me stesso„ non farei nulla; chi fa è un altro, sono altri; sono i grandi poeti e i grandi filosofi che mi parlano e mi dettano.[63]
Così Dante non dice di Guido filosofo e autore d'una nobile canzone filosofica: Non fu o era filosofo. Non dice di Guido poeta e partecipe con lui dello sdegno per gli stolti rimatori, e tale che tolse all'altro Guido la gloria della lingua: Non fu poeta. Il che è ben assurdo che Dante dicesse, quando sappiamo che non lo pensava: nello sdegno, in vero, per quelli che rimano stoltamente, senza verace intendimento, sono implicite, a non parlar d'altro, le conoscenze filosofiche e artistiche: (VN. 25) e, se l'avesse pensato, assurdissimo sarebbe che lo dicesse al padre amoroso, e così seccamente. E poi avrebbe detto: Non era, quando m'avviai, non è, ora che sono in via, filosofo o poeta; e dice invece: Ebbe a disdegno. E altrettanto assurdo è pensare che, secondo il pensiero di Dante, avesse avuto a disdegno, in Virgilio, la latinità. Sì: da Guido fu Dante confermato nel suo consiglio di scrivere in volgare la Vita Nova: “lo intendimento mio non fu da principio di scrivere altro che per volgare... e simile intenzione so che ebbe questo mio amico a cui ciò scrivo, cioè che io gli scrivessi solamente in volgare„ (VN. 31). Fu confermato in tal consiglio, e così bene, che Dante poi difese l'uso del volgare nel Convivio e ne teorizzò nel trattato della Eloquenza e lo sublimò nella Comedia. E ora, con le parole di appunto questa sua Comedia in volgare, rimprovererebbe tal consiglio di lui e tal uso di tutti e due all'amico? E più che mai è assurdo pensare a un disdegno di Guido per la ragione sommessa alla fede; la qual ragione così sommessa fosse simboleggiata in colui che attende là. Il che non è; ma se fosse, a Dante si farebbe dire che Guido, d'alto ingegno, non disdegnava la sommessione alla fede, bensì la ragione; come, per tacer d'altro, si rileverebbe dalle parole di Virgilio: (Pur. 18, 46)
Quanto ragion qui vede
dirti poss'io, da indi in là t'aspetta
pure a Beatrice ch'è opra di fede.
Nè si esce dall'assurdo, imaginando che la disdegnata o il disdegnato sia Beatrice o Dio. Lasciando al solito ogni altra considerazione, la risposta, in tal caso, di Dante non sarebbe cominciata col dire: Da me stesso non vegno; e non avrebbe continuato con l'indicare la guida; ma poniamo anche che il Poeta con quel giro di parole mostri... che altro se non una cotal vergogna di andare a Dio o Beatrice? Poniamo questo assurdo: ma il fatto è che Dante nella sua risposta non inchiuderebbe se non la notizia che era inclusa nella domanda del Cavalcante, il quale sapendo che Dante è vivo e va per il cieco carcere, sa appunto che fa un viaggio di contemplazione, con la sua altezza d'ingegno, e che la contemplazione è di Dio.
Ma che giova indugiarci? La mia dichiarazione non è di quelle che hanno bisogno dell'assurdo delle altre, per essere probabili.[64] È indubitabile, la mia dichiarazione. Dante risponde umilmente al padre di Guido: gli dice: Faccio questo viaggio perchè mi sono fatto seguace, servo, discepolo di colui, che è mio duca, signore, maestro. E con ciò non dice, al padre di Guido, che questi non istudiò; bensì che non istudiò tanto da bastare a tal via. Dice soltanto che questi non si diede a tale umile e paziente studio a quale si era dato esso. E perciò l'arte, che da sè può esprimere ciò che occorre oltre l'ingegno, l'arte che è la parola al cui suono par destarsi dal suo letto il padre di Guido, l'arte di Guido non era quanta bisognava. Ma, pur nel fare un appunto al suo primo amico, Dante ponendo la causa invece dell'effetto, indicando lo studio piuttosto che l'arte, lo viene in certo modo a scusare. Lo studio i poeti sogliono (e solevano anche al tempo di Dante), quasi per proprio istituto, spregiarlo o sdegnarlo. Essi preferiscono dovere i loro canti a qualche cosa che non è loro merito se l'hanno, come non è nostra colpa se non l'abbiamo, cioè all'ingegno; di quello che a qualche altra cosa che è nel poter nostro averla o non averla, e quindi è vero merito se l'abbiamo e vero demerito se non l'abbiamo: allo studio. Tant'è: e il padre di Guido, che ha l'orgoglio di padre, mostra anch'esso, con quel fissarsi sull'altezza dell'ingegno, di non aver presente allo spirito quell'altro termine del binomio e di non curarne più che tanto. E Guido stesso, ciò che di lui morto dice l'amico, se l'avesse potuto udir da vivo, oh! quasi quasi l'avrebbe ascoltato con piacere. Chè l'amico gli riconosceva ciò che non è in noi acquistare quando manca, e gli negava solo ciò che si può avere quando si voglia e da chi si voglia. E poi, forse! poi, non del tutto! Virgilio personifica, sì, lo studio di Dante e l'amore; ma, ripeto, uno studio che fu lungo e un amore che fu grande. Andare col “savio gentil che tutto seppe„ significa saper tutto. Udire da Virgilio tante dichiarazioni storiche, mitologiche, filosofiche, teologiche e vai dicendo, vuol dire avere studiato storia, mitologia, filosofia, teologia: tutto il trivio e tutto il quadrivio e altro. E avere appreso e ritenuto.[65]
Nel che è da osservare che se è vero che Dante raffigura in Virgilio che lo volve per gli empi giri, lo studio che mena all'abito dell'arte e della scienza, non è men vero che viene a rappresentare in lui l'abito stesso, e l'uso d'esso: perchè Dante finge sì d'essere addottrinato via via da Virgilio, ma s'intende che quelle dottrine e' le possiede già; possiede l'arte con cui egli scrive e possiede la scienza della quale egli tratta. S'intende. E s'intende, per contrario, che, quando, vedendo l'Ombra nel gran deserto, dice a lei: Miserere di me!, non da quel momento vede Virgilio e l'opera sua, e non da quel momento comincia lo studio, che in Virgilio o nel suo volume è simboleggiato. Lo grida egli stesso, che non comincia d'allora!
vagliami il lungo studio e il grande amore
che m'han fatto cercar lo tuo volume!
Che m'han fatto! Quando? nella selva oscura? mentre avanzava verso la lonza e arretrava avanti la lupa? E sì, il tempo del verbo farebbe pensare proprio a quel mattino! Ma nell'allegoria Dantesca il verace intendimento è nascosto sotto una vesta di figura; non è a parte a parte e del tutto impersonato in tante figure. Scoprendo via via tal vesta o tal velame, voi vedete il verace intendimento che si svolge sovente con parole sue proprie.
Or qui, dunque, ci chiediamo: Quando cominciò lo studio lungo, che è simboleggiato in Virgilio? Poichè Dante dice che Guido l'ebbe a disdegno tale studio, questo non cominciò, credo io, quando i due amici procedevano unanimi e a pari a pari per la stessa via; non cominciò, vedo io, quando Dante trasse fuori le nove rime. Sino ad allora lo studio, e l'arte e scienza conseguenti, di Guido doveva parere a Dante non dissimile nè disuguale dal suo proprio, se fa dire a Bonagiunta “le vostre penne„, tra le quali è intuitivo sia compresa anche quella del vincitore dell'altro Guido, quella del primo suo amico d'allora, che la pensava come lui riguardo al volgare, a cui aveva “scritta„ la Vita Nova, con cui s'accordava nel disprezzo dei rimatori stolti. Ma nel Convivio non nomina Guido, nemmeno a proposito dell'uso del volgare; ma nel trattato dell'eloquenza, più e meglio che Guido, nomina Cino e sè. Nella Comedia, riferendosi al trecento, e afferma che questo Guido tolse all'altro la gloria della lingua e assevera che non imprese quel lungo studio che aveva impreso esso. Non si tratta dunque di quel tanto pensar che Dante fece prima e dopo quel cominciamento della canzone, prima delle rime nove e del dolce stil novo e della materia nova. Si viene invece, innegabilmente, all'altro momento della vita di Dante, quand'egli ci narra d'essersi messo in un nuovo proposito. Ce lo narra due volte. La prima: “Apparve a me una mirabil visione nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso„. (VN. 43) La seconda: “Dopo alquanto tempo, la mia mente, che si argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio nè l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto da molti, libro di Boezio... E udendo ancora, che Tullio scritto avea un altro libro... misimi a leggere quello... E... io, che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'autori e di scienze e di libri... E... cominciai ad andare... nelle scuole dei religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi„, cominciai a essere assai addottrinato in filosofia. (Co. 2, 13) Della qual filosofia tratta in quel libro. Ora e questa filosofia trattata nel Convivio e quell'argomento promesso nella Vita Nova, rampollano, per così dire, da un fatto che segnò nel libello giovanile una terza rubrica (la prima Incipit Vita Nova, la seconda, le rime nuove o la lauda della gentilissima), e introducono una materia nuova rispetto a quella nuova che la precede. Il cominciamento, questa volta, era di Geremia profeta. Quomodo sedet sola... Dante aveva concepita la terza canzone delle rime nuove, e ne aveva già composta la prima stanza, quando e interuppe la canzone e lasciò il suo disegno di “tragedia„ e persino, per un momento, il suo proposito di scrivere in volgare. Al qual momento va riferito, se mai, il consiglio di Guido; e non al primo principio del libello. Quomodo sedet sola civitas... E aggiunge: “E questo dico, acciò che altri non si maravigli, perchè io lo abbia allegato di sopra, quasi come entrata de la nova materia che appresso viene„. Questa nova materia comincia alla morte della gentilissima.
[IX.]
BEATRICE BEATA
Bice era morta; e non molto prima le era morto il padre. Nella narrazione che Dante fece, qualche tempo dopo, di questa ultima sventura, leggiamo: “Colui ch'era stato genitore di tanta maraviglia... di questa vita uscendo a la gloria eternale sen gìo veracemente„. (VN. 22) Quando la morte si concepisce così, e si crede un trasmigrare veracemente alla gloria eterna, qual luogo può essere al dolore in chi rimane? specialmente, se chi rimane è di così grande bontà, che può aspettarsi d'avere a trovarsi, di lì a poco, insieme con chi partì? specialmente se chi dimora è un'angiola aspettata nell'alto cielo la quale non resta in terra se non a far visibile quella cosa invisibile che è la speranza della contemplazione di Dio? Eppure questa donna “fue amarissimamente piena di dolore„. Dante che era pieno, a' quei tempi, di quei concetti di morte mistica e di partita della mente, dalle vane imaginazioni tornando a un tratto alla realtà, dovè giustificare a sè stesso la contradizione tra quel concetto celeste della morte e questo dolore terreno, e la giustificò con un ragionamento, che alcuni trovano così fuor di posto che ne concludono che Dante qui allegorizzi,[66] mentre pare evidente che qui dica il vero propriamente. Dice: “Onde con ciò sia cosa che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia sì intima amistade, come da buono padre e buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e 'l suo padre (sì come da molti si crede, e vero è) fossi buono in alto grado; manifesto è, che questa donna fue amarissimamente piena di dolore„. È un ragionamento che mostra come all'anima di Dante assorta ed esaltata, distratta, per così dire, in quelli abissi del profondo e dell'alto, la morte non si mostrava più, da qualche tempo, scortata dal dolore. Di vero egli disegnava quella sua “tragedia„, in cui ragguagliava l'excessus mentis alla morte, e in cui non parlava più con la sua donna e della sua donna se non là, nel limitare dell'oltremondo, “in quella parte della vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. (VN. 14) Chi ha in suo pensiero rimproverato a Dante quel suo finger morta la sua donna, quel, per così dire, scherzare con la morte; veda qui ora l'ammenda che di quel suo fingere e scherzare fa Dante, che torna, come trasognato, dal suo sogno mistico, e balbetta il suo raziocinio. “Vero è bene, che per i buoni la morte è una partenza per un luogo migliore; ma chi rimane? Le partenze sono sempre dolorose; e chi rimane, più è buono, ossia più è certo di dover raggiungere chi partì, più si duole. È strano, ma è così„.
Il risveglio doveva essere intero di lì a poco, “quando lo signore de la giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto la 'nsegna di quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata„. (VN. 28) Come accolse il vero transito della sua donna, colui che morta l'aveva sognata e descritta? Egli si rivolge alle donne gentili, con le quali aveva parlato volentieri di lei mentre era viva,
e dicerà di lei piangendo, pui
che sì n'è gita in ciel subitamente.
(VN. 31 c. 3)
Subitamente? Oh! sì, della morte di lei aveva, appunto con quelle donne, parlato, prima che la morte avvenisse; ma quella morte era ben diversa da questa! E la canzone, anzi le canzoni, ch'egli aveva pur riempite di tali imagini di trapasso, sì quella in cui gli angeli e i santi ad alte grida la maraviglia terrena vogliono in cielo, e sì quella in cui essa era coverta del velo funebre, quelle canzoni
erano usate di portar letizia
alle lettrici, mentre questa è disconsolata. Sono in quelle, almeno nella seconda, gli stessi concetti, persino le stesse parole, di dolore; eppur in quelle era letizia, questa è figliuola di trestizia. E c'è la medesima umana contradizione nell'una e nell'altra. In quella: (c. 2)
Levava gli occhi miei bagnati in pianti,
e vedea (che parean pioggia di manna),
li angeli che tornavan suso in cielo,
ed una nuvoletta avean davanti...
············
Lo imaginar fallace
mi condusse a veder madonna morta;
············
ed avea seco umilità verace,
che parea che dicesse: Io sono in pace.
Io divenia nel dolor sì umile...
In questa: (c. 3)
ed è sì gloriosa in loco degno.
Chi no la piange, quando ne ragiona
core ha di pietra...
Lo stesso dolore, irragionevole e ragionevole allo stesso modo, nelle due sorelle; eppur sol una è disconsolata. L'altra portava letizia. Perchè? Perchè doveva esser parte di quel poema, di quella tragedia, di quella loda nella quale si sarebbe veduta sì Beatrice in paradiso, ma senza ch'ella lasciasse la terra; e da tale visione e da tale colloquio, dell'amatore con l'amata, sarebbe venuta la purificazione dell'uno e la gloria dell'altra, ma senza uscir dal dolce mondo, se non per una partita della mente di lui e non dell'anima di lei. Dante ha rinunziato, ora, a quel disegno poetico. Ci ha rinunziato, quand'esso in vero avrebbe avuto il suo pernio vero in quella vera morte. Ma nelle rime nove la canzone cattivella non fa avanzar d'una linea quel disegno, e ripete, si può dire, la canzone seconda. E chiude quella materia nova della loda, che pure s'impernava sulla imaginata morte della donna in cui era incarnata la speranza e la sapienza; e comincia una “nova materia„. (VN. 30)
La qual nova materia che “appresso viene„ con quella terza canzone, ha per “entrata„ “quello cominciamento di Geremia profeta che dice: Quomodo sedet sola„. Invero Dante era nel proponimento d'una canzone, che sarebbe stata la terza della loda, quando la interruppe, come s'è detto, sorpreso dalla morte della sua donna che era “gita in ciel subitamente„. La canzone interrotta doveva contenere “parole, ne le quali e' dicesse come gli parea essere disposto a la sua (cioè della donna sua) operazione e come operava in lui la sua vertude„. (VN. 27) Questa operazione e vertude era tale, come si vede dalla prima stanza, che gli spiriti pare che fuggano via, e l'anima sente tanta dolcezza “che 'l viso ne smore„. Escono gli spiriti e chiamano la sua donna. L'argomento è sempre un mentis excessus, come nella canzone seconda. Ma resta alla prima stanza. Dante o l'interruppe per scrivere invece la canzone, Morte poich'io non truovo (Ca. c. 5), nella infermità mortale della sua donna, o stette sospeso e muto ad attendere le novelle di questa infermità, finchè, saputa la morte, “ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrisse, a li principi de la terra alquanto de la sua condizione„, con quel cominciamento di Geremia: Quomodo sedet sola civitas plena populo! Facta est quasi vidua domina gentium. Tale epistola latina, che Dante non riferisce tutta “però che lo 'ntendimento suo non fue dal principio di scrivere altro che per volgare„, fa vedere, a parer mio, insieme con la canzone terza Li occhi dolenti, che Dante aveva modificato e in certa guisa scisso in due il suo proponimento delle rime nove. Egli avrebbe cantato, in volgare, il suo dolore per la partita dell'angiola, ed avrebbe, in latino, trattato di contemplazion di Dio e di sapienza.
In verità, quali son essi quei principi della terra, cioè, o del mondo o della città? E come Dante poco più che adolescente si mette a scrivere a principi, fossero essi della città o del mondo? E come egli avrebbe loro scritto della desolazione “della cittade„ per la morte d'una donna? E d'una donna che, probabilmente, era moglie d'altra persona che colui che scriveva?
Nello scrivere l'epistola Dante aveva il pensiero alla Bibbia, come si vede dal cominciamento di Geremia. Ebbene, ricordiamo che è molto probabile che ad un libro della Bibbia, al Liber Sapientiae, già s'ispirasse, o direttamente o attraverso le mistiche dichiarazioni che fece S. Agostino, di Lia e Rachele.[67] E leggiamo ora in quel libro. “Chiara è ed immarcescibile la sapienza e facilmente è veduta da quelli che l'amano ed è trovata da quelli che la cercano. Previene quelli che la bramano, sì ch'ella si mostra loro per prima. Chi dal far del giorno vigila per lei, non si affannerà: la troverà seduta alle sue porte... chè ella, i degni di lei, va attorno cercandoli essa, e per le vie si mostrerà a loro con lieto sembiante„.[68] È ben possibile che da questo luogo prendesse Dante qualche circostanza nel cantar già la sua donna che si veniva nel suo pensiero trasformando nella bella e perfetta sapienza. Egli racconta d'averne avuto il saluto la prima volta mentre ella passava per una via (VN. 2), ed ella è prima a salutarlo “molto virtuosamente„. E “questa gentilissima salute salutava„ lui non raramente, e andava spesso “per via„ (19 c. 1, 32), e trovava alcuna volta “alcun che degno era di veder lei„ (ib. 37), e passava (21 s. 11, 3), e veniva “inver lo loco„ ov'era il suo amatore (24 s. 14, 10), e si mostrava (26 s. 15, 9); e “quando passava per via, le persone correano per veder lei„. (26) Ed era tale, che era “laudato chi prima la vide„ (21 s. 11, 11): il che non s'intende, se non credendo che si tratti piuttosto che d'una donna, di codesta Sapienza cui vedere significa essere o essere per essere sapienti.[69] E non s'intende che Dante dica che trattando della partita di una donna, “converrebbe esser lui laudatore di sè medesimo„ (28), se non si crede ch'ella era tale, che, se laudato era chi la vide, laudatissimo sarebbe stato chi avesse detto di sè, d'averla non solo veduta e mirata, ma tanto amata.
Chè amar la sapienza vuol dire essere filosofo. Or dunque, quando il Poeta dice che la città era rimasta quasi vedova e dispogliata da ogni dignitade, pensa alla partita, da essa città, di quella chiara sapienza, che andava per le vie, e si mostrava per prima o era prima veduta da quelli che la amavano, e preoccupava col suo saluto quelli che la bramavano, e andava attorno mostrandosi alla gente hilariter, cioè così piacente a chi la mirava. Di questa, cioè della sapienza, era rimasta vedova la città. Non è possibile si tratti d'altro, perchè quali sarebbero i principi della terra ai quali Dante si rivolge, se non fossero quelli ai quali si rivolge in quel capitolo sesto l'autore del libro della sapienza, o, meglio, il re Salomone, in cui persona quel libro è scritto? “Udite dunque o re, e intendete; imparate, o giudici de' paesi della terra! Porgete le orecchie voi che tenete le moltitudini... A voi dunque, o re, si volgono queste mie parole, affinchè impariate sapienza... Bramate le mie parole, amatele e avrete intendimento. Chiara è ed immarcescibile la Sapienza e facilmente è veduta...„ Per l'innanzi, facilmente veduta; or no: l'autore di questo nuovo piccolo libro di sapienza, libro in latino, in versetti, di stile biblico, il nuovo ingenuo Sirach o Salomone di Fiorenza, dice ch'ella non si fa veder più, non saluta più, non sorride più. E questo pur dice a principi, anch'esso. E che altro? Non sappiamo. E tuttavia possiamo affermare che nell'uscir dall'adolescenza già Dante aveva in mente le parole con cui quel libro di Sirach comincia, e che dovevano fiammeggiare, lettera per lettera, nel cielo di Giove: (Par. 18, 91) Diligite iustitiam qui iudicatis terram.
Ma anche questo proponimento di fare, per una parte, trasformando una donna amata nella amata sapienza, un latino libro di Sapienza, nel quale, forse, s'insegnava rettitudine ai principi; e per l'altra, conservando alla donna morta le sue sembianze, ahimè, svanite per sempre, altre rime volgari d'amore; anche questo proponimento dileguò in breve. Apparisce a Dante (egli racconta) il viso d'“una gentile donna„.
[X.]
LA DONNA GENTILE
Dante era “in parte, ne la quale si ricordava del passato tempo„ e “molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti tanto che gli faceano parere di fare una vista di terribile sbigottimento„. (VN. 35) Ed ecco, da una finestra, lo riguardava una gentile donna giovane e bella molto. Egli s'accorse ch'ella pensava alla sua “vita oscura„ ed egli “temendo di non mostrare la sua vile vita„ o “di dimostrar con gli occhi sua viltate„, si tolse dinanzi a lei, chè sentiva che gli veniva da piangere nel veder lei compatire. Ritrattosi pensava: “E' non puote essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore„, oppure:
ben è con quella donna quello Amore
lo qual mi fece andar così piangendo.
(s. 19)
L'amore di Beatrice morta era, dunque, nella donna gentile viva: Sì: l'amore stesso. L'amore è la cera, e l'una e l'altra donna, la morta e la viva, la gentilissima e la gentile, sono due impronte. L'amore è il centro del circolo alla cui circonferenza sono quei due punti, questo buono, quello men buono, l'uno qua, l'altro colà,[70] ma tutti e due alla stessa distanza dal centro. Non è un amore; è l'amore; dunque il nuovo è come l'antico. Così pensa il Poeta, o a dir meglio, torna a pensare. Amore potrebbe apparir nuovamente a lui e dirgli: Ego tamquam centrum circuli... La differenza è, a quel che pare, solo in ciò che ora la gentilissima è morta e allora era viva; e ora quindi, il traviamento o smarrimento di Dante e il suo cacciare simulacra o imagini false, non è più necessario, anzi non è più concesso, figurarli come schermi o difese per salvare il segreto.
Oltre che in questa mossa, dirò così, psicologica, dell'amore centro di circolo, che era ed è; l'episodio della donna gentile si riscontra con quello della difesa già da principio nel cominciamento, dirò, esterno. In quello della difesa, Dante “era in luogo, dal quale vedea la sua beatitudine„; egli sguardava, mirava, era pieno della vista di lei. Il suo atteggiamento era di dolore, sì ch'egli si sentì dire appresso: “Vedi come la cotale donna distrugge la persona di costui„. (VN. 5) E quest'altra volta, Dante “molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti„, e “travagliare„ poteva chiamarsi il suo stato; e pensava e travagliava per la gentilissima. Sin qui, salvo che la gentilissima era allora visibile e ora no, è a un di presso la stessa cosa. E poi, nel primo fatto, “nel mezzo di lei e di lui, per la retta linea, sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale lo mirava spesse volte„; nel secondo, “vide una gentile donna giovane e bella molto, la quale da una finestra lo riguardava... pietosamente„. A un di presso, la stessa cosa, nel suo principio.
E la stessa cosa, nel suo seguito, se consideriamo come un fatto unico gli amori delle due donne dello schermo, dopo i quali avviene il diniego del saluto. In verità i due amori hanno un pernio unico in quell'apparizione di Amore peregrino che consiglia, cioè fa sostituire l'uno all'altro. Or bene tale sostituzione si opera col recare il cuore di Dante da una parte all'altra, da un vecchio a un novo piacere. (VN. 9, s.) E questo cuore è trasportato da Amore peregrino, meschino, a capo chino. Leggiamo ora il contrasto tra gli occhi e il cuore (s. 21) e l'altro tra l'anima e il cuore (s. 22); contrasti che sono tutti e due tra l'anima e il cuore, ossia tra la ragione e l'appetito, (38) con questo che il primo è piuttosto tra appetito ragionevole o ben diretto, e appetito irragionevole o mal diretto, e il secondo, più recisamente tra ragione cioè anima, e appetito cioè cuore. Il che è manifesto dalle parole di Dante: “In questo sonetto (s. 22) fo due parti di me... L'una parte chiamo cuore, ciò è l'appetito; l'altra chiamo anima, ciò è la ragione... Vero è che nel precedente sonetto io fo la parte del cuore (cioè propriamente della ragione) contro quella de li occhi, e ciò pare contrario di quel che io dico nel presente (in cui fa la parte della ragione o anima); e però dico, che ivi lo cuore anche intendo per lo appetito, però che maggiore desiderio era il mio ancora di ricordarmi de la gentilissima donna mia, che di vedere costei (e perciò l'appetito era guidato ancora dalla ragione), avvegna che alcuno appetito n'avessi già, (di vedere costei), ma leggero parea: onde appare che l'un detto non è contrario a l'altro„. Così è: levando gli impacci scolastici, nei due sonetti Dante esprimeva il contrasto tra un amore nobilissimo e un altro non nobile, cioè vile. Si tratta anche qui d'amore malvestito che predomina su un altro vestito di bianco. E per inganno; chè sulle prime nobilissimo è detto il primo, e dal secondo è fatta “vile„ la vita. Anche quando si struggeva per l'amor di Bice, sì che pensò poi alla difesa, Dante, a giudizio di Guido, pensava vilmente![71]
Ma ecco, i drammi in simil modo impostati, si conchiudono in simil modo. Nel primo, Dante, per una “soverchievole voce che parea che l'infamasse viziosamente„ patisce il diniego del saluto della gentilissima, e gli giunge tanto dolore che si apparta dalla gente, e piange e chiede misericordia, s'addormenta e ha nella nona ora del dì la visione del giovane biancovestito. (VN. 10 e 12) Nel secondo, “contra questo avversario de la ragione si levò un die, quasi ne l'ora de la nona, una forte imaginazione in lui„. (39) Non gli appare, a dir vero. Amore biancovestito, sì la “gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne, co le quali apparve prima a li occhi suoi„. Ma perchè tale abbigliamento della prima fanciullezza, se non a dichiarare il concetto “ch'egli fu suo tostamente dalla sua puerizia„? (12) “Pareami giovane in simile etade ne la quale io primieramente sì la vidi„: dice il Poeta di lei, nella forte imaginazione. “Voglio che tu dichi certe parole per rima, nelle quali tu comprendi la forza ch'io tengo sopra te per lei, e come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia„: dice Amore al Poeta, nella sua apparizione. E Dante dice allora quelle certe parole che si assommano nella protesta: e' non mutò 'l core! (b. 1, 24) E ora “cominciò a pensare di lei; e ricordandosi di lei secondo l'ordine del tempo passato, lo suo cuore si cominciò dolorosamente a pentère de lo desiderio, a cui vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die contra la costanzia de la ragione: e discacciato questo cotale malvagio desiderio, sì si rivolsero tutti li suoi pensamenti a la loro gentilissima Beatrice„. E qui sospira e lagrima e incierchia gli occhi di corona di martìri. Il pentimento nel primo dramma vien prima dell'apparizione; nel secondo, vien dopo; ma è per la medesima cagione ed espresso quasi con le medesime parole: “in solinga parte andai a bagnare la terra d'amarissime lagrime, e poi che alquanto mi fue sollenato (al. sollevato) questo lagrimare, misimi nella mia camera„: (12) “per questo raccendimento de' sospiri si raccese lo sollenato (al. sollevato) lagrimare„. (39) E il pentimento è nell'un dramma e nell'altro, sebbene nel primo, per via di quell'allegorizzare di schermo e difesa, non sia espressamente dichiarato; ma il pargoletto battuto lagrima forse per ira? E, dov'è il pentimento dovendo essere anche la colpa, la colpa è nell'uno e nell'altro dramma, sebbene nel primo sia espressa, al solito, per allegoria. In esso è mostrata con i vil drappi, col sembiante di servo che ha l'amor peregrino che diede il mal consiglio; nel secondo, l'amore stesso, non personificato, ma lasciato quel ch'è, uno accidente in sustanzia, è detto “pensiero che in così vil modo vuole consolarlo„ (38), è detto “desiderio a cui sì vilmente il cuore s'avea lasciato possedere„, (39) e “per vile assai„ Dante se ne teneva. (37) E se quella prima colpa era stata un consiglio d'Amore, anche questa seconda era “uno spiramento di amore„. (38) E ambedue erano “contro la costanzia della ragione„ (39), se nelle parole del giovane biancovestito, Ego tamquam centrum circuli, è incluso il concetto d'incostanza. E sì, sì. Quando il Poeta, nel primo fatto, protesta di non aver mutato il cuore, dice appunto d'essere stato costante; e dunque la colpa che gli si poteva addebitare era d'incostanza. E colpa era, perchè se allegorizzando egli poteva dire che il suo amore per le donne dello schermo era simulato amore, parlando proprio doveva dire che quelli erano simulacri d'amore, cioè false imagini di bene.
Dopo il primo pentimento, con l'intervallo di alcuni capitoli e rime, è espresso il proposito di prendere nova materia dilettevole a udire, (17) troppo alta materia quanto a lui: la “loda di quella gentilissima„, e non altro che questa. (18) Dopo il secondo pentimento, con l'intervallo pur di alcuni capitoli e rime, egli si propone “di non dire più di questa benedetta (era morta), infino a tanto che e' potesse più degnamente trattare di lei„. (42) Allora non ardia cominciare e dimorò alquanti dì con disiderio di dire e con paura di cominciare o mistica per vederla; passaggio per l'inferno, con tale morte mistica, al fine di raggiungere lei, adirata, perchè l'amatore ha seguito vani simulacri d'amore, credendo seguir lei cioè il bene; visione della precorritrice, di Giovanna, della Primavera, nel luogo, forse, dell'eterna primavera; visione appresso lei della Beatrice; rimproveri d'incostanza; ascesa, forse, con lei al cielo, dove era dileguata come una nebuletta, sebben fosse ancor viva: dannati e beati, insomma, scienza e sapienza, o primavera e luce, Giovanna e Beatrice. Cominciò.
Ora, no, non comincia. Egli afferma: “di venire a ciò (di trattare più degnamente di lei, di dirne una nuova loda più degna) io studio quanto posso„. Per alquanti anni occorre che gli duri la vita. Or a questa promessa di più degno trattato o loda fa precedere un episodio che è, sostanzialmente, la ripetizione degli altri due, che ne formano un solo, dopo il quale viene il proposito della materia più alta, della loda, delle rime nove, delle canzoni con intendimento difficile e nascosto ai più e da non aprirsi a tutti, chiaro soltanto a chi ha ingegno, (19) e a chi è “in simil grado fedele d'Amore„, ossia, secondo la figurazione che farà poi di questo concetto, a chi è servo o fedele di quel signore che è lo studio e si chiama Virgilio. E se l'episodio che precede è la ripetizione di quell'antico, il proposito che segue sarà pure una ripetizione, sia quanto si voglia modificata, di quell'antico. Onde noi dobbiamo ammettere come provato ciò che si affermava prima da molti dubitando, che la MIRABIL VISIONE, nella quale Dante “vide cose, che gli fecero proporre di non dir più di quella benedetta, infino a tanto che e' non potesse più degnamente trattare di lei„ è tutt'uno con la visione ch'egli fece manifesta nella grande Comedia.
E ne sèguita un corollario. La donna gentile è, molto facilmente, inventata. In vero come è probabile, se pure è possibile, che nella vita di Dante avessero luogo due fatti così simili ed uguali? Nel mezzo della sua adolescenza, ha il saluto e poi la visione d'una giovinetta, e l'ama; ma dopo qualche tempo prende per difesa un'altra donna e poi per ischermo un'altra ancora, ossia ama, d'amor non nobile, altre; e così perde il saluto di quella, e si pente, e rinunzia a tali simulacri d'amore, e si prepara a trattare la nova e più alta materia della loda. Al fine della sua adolescenza, muore la sua donna, ossia diventa più bella, anima bella, e più degna d'amore; ed egli s'innamora d'un'altra donna, e si dice perciò vile e incostante; che poi si pente e poi si prepara a più degnamente trattare della donna morta e amata. Da questo fine poetico e filosofico, è molto probabile sia stata determinata l'introduzione della donna gentile, poichè quel primo duplice episodio non poteva valer più; c'era di mezzo il primo pentimento e poi la morte vera della gentilissima. E così riprendendo, con altra forma, il medesimo concetto, e lasciando a mezzo le rime nove interrotte da quella morte, crea questo nuovo smarrimento o traviamento. E si veda con quanto identico sentimento e fine. Egli vuol trattare dell'inganno che subisce l'anima fanciulletta nella sua adolescenza, quando il tallo ha da essere “bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine„, se no, “poco vale la sementa„ (Co. 4, 21); dell'inganno; e così, nel primo caso è Amore stesso che consiglia e approva i simulacri o false imagini, nel secondo, oh! è così pietosa la donna gentile, e si faceva d'un color pallido “quasi come d'amore„, (36) ed egli si ricordava della sua nobilissima donna “che di simile colore si mostrava tuttavia„, (VN. 36) e dicea tra sè medesimo: “E' non puote essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore„, (35) e per quanto se ne crucciasse molte volte nel suo cuore e se ne avesse per vile assai (37), pure pensava di lei: “Questa è una donna gentile, bella, giovane e savia, e apparita forse per volontà d'Amore, acciò che la mia vita si riposi„! (36)
Un inganno anch'esso d'amore, o del cuore o dell'animo o dell'hormen o dell'appettito sensitivo. Ma la donna, che serve a Dante per preparare la favola di questo dramma filosofico, è così vana parvenza, che nel Convivio Dante la dichiara un simbolo; (Co. 2, 13) nella Comedia Beatrice non ne parla, come avrebbe dovuto, o se ne parla, non ne parla come avrebbe dovuto, in particolare; bensì, se mai, l'accomuna con le altre vanità che hanno sì breve uso. (Purg. 30, 31)
[XI.]
LA VITA NOVA
I due argomenti, anzi l'unico sdoppiato, sono compresi in quel libello che Dante chiamò Vita Nova. Che voglia dir vita nova, si dubita. Certo è ch'ella cominciò per Dante, e secondo lui comincia per tutti, nove anni dopo la nascita; perchè il libro della memoria “dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere„, ha una rubrica appunto ai nove anni, la qual dice: Incipit vita nova. Nella Comedia egli usò altra volta queste parole, vita nova: (Pur. 30, 115)
questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
La vita nuova sarà, dunque, quella in cui la virtualità dell'uomo può cominciare a svolgersi in abiti, destri o sinistri, buoni o cattivi.
E Dante pensa così: “Incontra che dell'umano seme e di queste virtù (la disposizione del cielo) più e men pura anima si produce; e secondo la sua purità discende in essa la vertù intellettuale possibile... E s'elli avviene che per la purità dell'anima ricevente, la intellettuale virtù sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontà in lei multiplica, siccome in cosa sufficiente a ricevere quella: e quindi si multiplica nell'anima di questa intelligenzia, secondochè ricever può: e questo è quel seme di felicità...„ (Co. 4, 21) L'anima di Dante (dice quel terzetto) era pura e aveva ricevuta la intellettuale virtù bene astratta, e in lei la divina bontà multiplicava. Ma il medesimo concetto si esprime poi “pel modo teologico, cioè divino e spirituale„, mentre il modo sopra scritto è “naturale„. Dunque “per via teologica si può dire, che poichè la somma deità, cioè Iddio, vede apparecchiata la sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne mette, quanto apparecchiata è a riceverne„. (Co. ib.) Questo beneficio consiste nei doni dello Spirito Santo, che sono come una sementa, il cui primo e più nobile rampollo “si è l'appetito dell'animo„; un tallo, come già riferii, che si ha a indurare e rifermare.[72] Or questo tallo s'indura e riferma in quella delle quattro età dell'uomo, la quale si può assomigliare alla primavera (ib. 23), in quell'età che è entrata nella buona vita, e ad essa entrata la buona natura dà certe cose, come “alla vite le foglie per difensione del frutto, e i vignuoli, colli quali difende e lega la sua imbecillità„ (ib. 24); in quell'età in cui “l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„ (ib.); in quell'età che si chiama adolescenza, nella quale, “dinanzi all'entrata di sua gioventute„ afferma d'aver parlato (Co. 1, 19); e che si può chiamar nova, come in latino novum si aggiunge a ver, e in volgare si dice di tutto ciò che risulta “da molte e grandi trasmutazioni„. Nova dunque questa vita, perchè è adolescenza, non, come volle alcuno, gioventù. Nella gioventù quel tallo è già adulto, e, dritto o storto, non c'è più che fare. Nella gioventù l'appetito caccia e fugge, bene o male secondo che fu bene culto nell'adolescenza, e secondo che in essa gioventù è bene o male spronato e frenato; ma un uomo, in gioventù, è quel ch'è, non virtualmente, sì effettivamente. Nella gioventù, la vita che si poteva chiamare nuova nell'adolescenza, non è più nuova, se non come son nuove certe vie e nuovi certi ponti e castelli antichi. Ma di lei non si dice. Nella gioventù è il “colmo della nostra vita„, e la “perfezione„ rispetto a noi medesimi se non rispetto agli altri. (Co. 4, 26) Insomma nell'adolescenza l'uomo si va facendo, e nella gioventù è bell'e fatto. Dunque Dante dice, incipit vita nova, cioè l'età dei molti e grandi trasmutamenti; per tutti, non per lui solo. E vuole appunto nel libello trattare di ciò che avviene al tallo o del tallo, che dissi, nell'età in cui esso ha da indurarsi e rifermarsi. Il che si vede, come accennai, chiaro in quel mettere la sua visione prima quasi a metà dell'adolescenza, come poi dopo, nella Divina Comedia in cui lo argomento era ben più esteso, metteva la sua visione ultima
Nel mezzo del cammin di nostra vita.
E poi quasi a metà! chi ci dice che allora avesse le precise idee del Convivio intorno alle quattro età dell'uomo? “Diversamente„ dice nel Convivio (4, 24) “è preso il tempo da molti„, riguardo alla gioventù. E a ogni modo, sappiamo qual valore ha il quasi in certi computi di lui. “Si può comprendere per quello quasi (dice Luca che quando Gesù morì, era quasi ora sesta), che al trentacinquesimo anno di Cristo era il colmo della sua età„. (ib. 23) Aveva trentatrè anni, dunque era nel trentaquattresimo anno, dunque quasi nel trentacinquesimo, perciò nel trentacinquesimo. Questo ragionamento ci porterebbe benissimo a credere che Dante volesse intendere che a diciott'anni era proprio nel colmo dell'adolescenza. Ma non è anche probabile ch'egli allora dividesse l'età così: nove anni di puerizia, e due volte nove di adolescenza o vita nova? Non vediamo che appunto gli anni di cui si parla nella Vita Nova sono, oltre i nove della puerizia, quasi diciotto, divisi in due novene, perfetta la prima e la seconda imperfetta, dal saluto e dalla visione? e che dunque forse pensava allora che l'adolescenza finisse a ventisette anni?
In vero quando fu scritto il libello?[73] Non nell'anno milletrecento, sebbene la mirabile visione che chiude il libro sia tutt'uno con la visione del Poema sacro e questa sia posta nel trecento. Non nel trecento, perchè nel Poema Dante parla a Virgilio del suo lungo studio, e siccome egli vuol intendere dello studio cominciato appunto per descrivere quella visione, non poteva essere lungo lo studio che cominciasse appunto allora. E invece egli dice che prima di cominciare la prima canzone del Convivio, aveva studiato trenta mesi. “Cominciò ad andare là ov'ella si dimostrava veracemente (la filosofia in figura di donna gentile), cioè nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciò tanto a sentire della sua dolcezza, che 'l suo amore cacciava e distruggeva ogni altro„. (Co. 2, 2) E cominciò a dire: Voi che, intendendo, il terzo ciel movete; la qual canzone essendo stata nota a Carlo Martello, (Par. 8, 36) che fu in Fiorenza nei primi del 1294, e morì l'anno dopo; fu fatta prima di quello o almeno di quest'anno, e lo studio, se cominciò due anni e mezzo prima, cominciò dunque nel 1292 o giù di lì. Ma abbiamo un altro dato di tempo. La gentil donna apparve agli occhi di Dante quando “la stella di Venere due fiate era rivolta in quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo i due diversi tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata„. (Co. 2, 2) Dunque, secondo i calcoli astronomici antichi,[74] apparve poco meno che quindici mesi dopo la morte di Beatrice, cioè dopo il giugno del 1290, cioè a principio del settembre del 1291. Il cuore di Dante si lasciò possedere dal desiderio di quella donna “alquanti die„ (VN. 39); e dopo egli si pentì, e dopo ebbe la mirabile visione, e si propose di studiare. Dunque questo proposito fu alla fine del 1291 o a principio dell'anno seguente. Dante nato nel maggio del 1265, era allora nel suo anno vigesimo settimo, sebben non l'avesse compiuto, ed era vissuto quasi tre novene d'anni.
E ritorno al novennio in cui Sant'Agostino seduceva ed era sedotto.[75] Questo novennio fu tra l'anno decimonono e il vigesimo ottavo, o, come si può dire con lo stesso effetto, tra gli anni diciotto e ventisette della sua vita. E il Santo parla dell'età sua prima “che non si ricorda d'aver vissuto, e di cui credè ad altrui„. Dice: “mi rincresce d'annumerarla a questa mia vita che vivo in questo secolo... Ma ecco, io tralascio quel tempo. E che ho da far io con ciò di cui non ritrovo alcuna traccia?„[76] È impossibile non ricordare “quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere„; (VN. pr.) impossibile non ripensare a quest'altro passo: “però che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine pare alcun parlare fabuloso, mi partirò da esse„. (VN. I) Prima di quel novennio di seduzione, il Santo giunge coi suoi studi, a un “certo libro d'un certo Cicerone„ (da chi aveva imparato Dante a parlare in questo modo “udendo ancora che Tullio scritto avea un altro libro etc.„? — Co. 2, 13): e legge l'Ortensio che contiene un'esortazione alla filosofia. Egli aggiunge: “Quel libro mutò il mio affetto, e mutò ver te stesso, o Signore, le mie preci, e fece diversi i miei voti e desiri. A un tratto mi si fece vile ogni vana speranza, e bramavo con fervore incredibile del cuore l'immortalità della sapienza„.[77] Ciò a diciott'anni. E a diciott'anni Dante (scrivendo quando già aveva compiuto il vigesimo sesto) pone d'essersi innamorato veramente della gentilissima che rappresentava la speranza vera, non vana, e la sapienza immortale. E come il Santo subito dopo questo suo fervore per la sapienza, è sedotto e seduce e dura a quel modo un novennio, così Dante scrive d'aver subito preso uno schermo o una difesa, cioè d'esser stato sedotto o traviato. E con tutte le vicende che nel libello sono descritte, pure abbiamo questo notevol riscontro: che dopo su per giù un novennio Dante è pentito e contrito, e ritorna all'amor di Beatrice.
Nè è da tralasciare il sogno che a Monnica dà a presentire la conversione del figlio traviato: “ella vide... venir ver lei un giovane splendido, ilare e a lei sorridente, mentre ella era mesta e rifinita dal dolore„.[78] Dante s'è ispirato molto per certo alle Confessioni. Le quali, notiamo, parlano di quel Fausto, contro il quale sono i libri già ricordati.[79]
Dante scriveva la prosa della Vita Nova nel suo anno vigesimo settimo. Vedasi come questa data è congruente a ciò che si disse del disdegno di Guido. Nel trecento Dante figura di aver detto che Guido ebbe a disdegno lo studio. Non parlava egli certo di quel tanto studio, che aveva prodotto quella tanta e tale arte e scienza, quanta e quale avevano tutti e due, i dolci amici, allora, al tempo della Vita Nova e delle Rime Nove. Dante non mostra che in Guido vedesse allora alcun difetto; anzi scrive a lui il libello e segue il suo consiglio di scriverlo in volgare. (VN. 24 e 31) Quand'egli dice a Virgilio, Vagliami il lungo studio, e dice di Guido, che forse ebbe a disdegno questo Virgilio stesso, certo prescindeva da quel tempo, in cui ed esso Dante e Guido rimavano non stoltamente. Noi comprendiamo, insomma, che Dante non diceva che al suo primo amico mancasse ciò che a lui valse per scrivere la Vita Nova. Dunque ebbe a disdegno qualcosa che cominciò per l'uno e doveva cominciare per l'altro dopo la composizione di quel libello. Non però molto dopo, non però nel trecento. O come avrebbe Dante detto di sè che, in pochi giorni o in un istante diventò degno di trattar di Beatrice? Dice pur esso che prevedeva gli sarebbero occorsi “alquanti anni„! Non nel trecento, perchè se nel trecento egli avesse scritto tal libello, che ha tal glorificazione del suo amico, non poteva Dante essere tanto distratto, quando scriveva la Comedia, da finger di dire in quel medesimo anno al padre di quel medesimo Guido, che l'un degli amici non poteva fare, per manco d'arte e scienza, non ostante l'altezza d'ingegno, quel che l'altro faceva.
Dante invece scriveva la Vita Nova a principio, su per giù, del 1292. Se le rime erano nate sparsamente nei quasi nove anni addietro, la prosa però è tutta d'un getto. Quando Dante si pose ad assemprare, il concetto espresso nell'ultimo paragrafo l'aveva pure in mente: non s'ha mica a credere a un “giornale„ che egli tenesse de' suoi casi d'amore! Ora la prosa fu scritta quando aveva cominciato a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, quando leggeva Boezio e Tullio e frequentava già le scuole dei religiosi e le disputazioni dei filosofanti. Ebbene si può supporre che Guido appunto allora ebbe quel disdegno, che sette o otto anni dopo Dante racconta d'avere riferito a suo padre sepolto. Perchè si può supporre? Perchè nella prosa della Vita Nova ce n'è un chiaro cenno. Leggiamo. Dopo aver parlato del simbolo nascosto in Beatrice e Giovanna, soggiunge: “ripensando, propuosi di scrivere in rima al mio primo amico (tacendomi certe parole le quali pareano da tacere), credendo io che ancora lo suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gentile„. (VN. 24) Il sonetto, in verità, tace tanto quelle certe parole, che difficilmente Guido s'avrebbe imaginato altro intendimento di quel che v'appare. Ma la prosa, scritta ben più tardi del sonetto che fu scritto vivente Beatrice, la prosa dice che Guido non amava più Primavera gentile e dice che questa Primavera è detta così, perchè prima verrà, e che “lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la verace luce„. Dichiariamo meglio questa verace luce. “La beatitudine precederà noi in Galilea, cioè nella speculazione. Galilea è tanto a dire, quanto bianchezza. Bianchezza è un colore pieno di luce corporale, più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce spirituale, che altra cosa che quaggiù sia„. (Co. 4, 22) Son parole di Dante. Chi può rimanere in dubbio che nella mente di lui, quando scriveva quel luogo della Vita Nova, Beatrice non fosse trasfigurata in questa luce spirituale della contemplazione? e che la sua precorritrice o Giovanna non significasse l'altra beatitudine che è nella vita attiva? Non forse dunque Dante afferma qui, nella prosa, che Guido non mirava più la beltà di quella che precorre la beatitudine della contemplazione, ossia quella che nella comedia è Matelda? ossia l'arte? E dice che credeva allora che ancora la mirasse; dunque dice che un tempo la mirò; e nel sonetto infatti non dà a divedere alcun dubbio, mentre nella prosa esprime che per vero Guido non la mirava più. E quelle parole sono forse un invito amichevole e discreto a riamarla e a rimirarla! In ciò dunque che della Vita Nova Dante scriveva nel 1292, egli affermava che Guido non mirava più la precorritrice della verace luce, cioè la Matelda della Comedia; e nella Comedia, riferendosi al 1300 affermava che Guido ebbe a disdegno colui che conduceva prima a Matelda e poi Beatrice. Non tutto torna così?[80] Non sappiamo così il preciso momento a cui si riferisce Dante con quell'ebbe? “Ebbe a disdegno quasi nove anni fa, quand'io mi misi a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, ossia per acquistare l'abito dell'arte; ed esso rinunziò allo studio, perchè all'arte più non mirava„. Non è in ciò la prova, sì che l'anno della composizione del libello non è il trecento, e sì che non s'ha a mettere troppo lontano dalla morte di Beatrice?
Ma c'è una difficoltà. “Dopo questa tribulazione (il pentimento del malvagio desiderio) avvenne in quel tempo che molta gente va per vedere quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio de la sua bellissima figura...„ (VN. 40) Ebbene secondo la lezione di codici meno autorevoli, si legge: che molta gente andava; e s'induce che quei peregrini andavano a Roma per il giubileo del trecento.[81] Per quanto il Villani nel narrare di tali pellegrinaggi faccia menzione della Veronica, pure dice ch'ella si mostrava “per consolazione de' cristiani pellegrini„; ma il fine precipuo loro era di accorrere a quella “somma e grande indulgenza„, quale a differenza degli altri centesimi d'anni, in cui era solo grande, fece in quell'anno Bonifazio ottavo. Se il passaggio de' peregrini era per questa somma indulgenza, non avrebbe Dante, nella prosa dichiarativa, parlato solo di ciò che si dava ai peregrini come consolazione. Egli ha parlato altrove di abituali pellegrinaggi per la Veronica (Par. 31, 103); quando gli è occorso parlare dell'affollarsi della gente nell'anno del Giubileo, l'ha detto, che era per il giubileo. (Inf. 18, 28) Ma poi, la lezione dei codici più autorevoli reca va e non andava. E pur tenendo andava, si potrebbe sempre intendere che quel tempo indichi la stagione, o che l'imperfetto sia per attrazione del verbo principale avvenne, e ciò anche se Dante scriveva in forma storica d'un fatto contemporaneo o recente. Come del resto sarebbe, se egli avesse scritto nel trecento di un fatto che nel trecento avveniva. Ma ciò che è assurdo del tutto è questo, che nell'anno del giubileo, dieci anni dopo la morte della gentilissima, il Poeta si rivolgesse a peregrini e si meravigliasse che non intendessero il dolore della città per la perdita, fatta tanto tempo prima, della “sua beatrice„. È invece possibile che il sonetto sia di data più antica, e fosse scritto non dopo il pentère di Dante, ma dopo il morire di Beatrice. Vediamo che l'imagine del peregrino, la quale ebbe poi tanta efficacia sull'anima di lui esule, era presente al suo spirito sin da quando figurava Amore in abito di tali mesti viandanti. E lo studio di particolareggiare nella prosa il tempo e la meta di quei peregrini, è forse per acquistar fede a tale fantasia, ch'egli pur confessa essere fantasia in parte, in ciò che il Poeta parla ai peregrini e invece no, quelle parole le aveva dette fra sè medesimo, e aveva proposto di dire come se avesse parlato a loro, “acciò che più paresse pietoso„. La qual mezza confessione ci può portare a credere che Dante imaginasse e d'aver parlato, e d'aver veduto; e che per esprimere più pietosamente il suo dolore, fingesse di gridarlo sì ai principi della città, sì ai pellegrini che la città attraversavano, ricordandosi di quella consueta formula cives et peregrini, e ponendola a confronto con le esclamazioni del profeta. In verità la morte di Beatrice gli poneva sulle labbra le lugubri parole: Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium! (VN. 28) E nel sonetto echeggiavano, quelle medesime:
che non piangete quando voi passate
per lo suo mezzo la città dolente,
come quelle persone che neente
par che 'ntendesser la sua gravitate.
Sì: ell'è quasi vidua o quasi orba:
Ell'ha perduta la sua Beatrice.
Orbene questi peregrini non sono essi coloro cui il Profeta si volgeva in quella medesima lamentazione? O vos omnes qui transitis per viam, attendite.... Le quali parole Dante avea nel pensiero anche prima dell'altre. (VN. 7) E Dante leggeva nel medesimo profeta: Viae Sion lugent.... Leggeva: “Plaudirono su te tutti che passavano per la via; fischiarono e tentennarono il capo sulla figlia di Gerusalemme, dicendo: Questa è la città di perfetta bellezza, gioia di tutta la terra?„ Il pensiero di Dante può ben derivare di qui. I suoi peregrini non plaudono nè fischiano nè scrollano il capo sulle disgrazie della città di Beatrice; certo; però l'attraversano
come quelle persone che neente
par che 'ntendesser la sua gravitate...
Insomma il sonetto viene da quella medesima fonte, da cui sgorgarono le prime parole ch'egli diresse ai principi della città (quelli che erano divenuti come arieti che non trovano i pascoli)[82] in quel momento della morte; ed è ragionevole supporre, per ciò, che il sonetto sia più antico di quel che Dante ci dica; più ragionevole, a ogni modo, che credere che sia lontano di dieci anni da quell'ispirazione lugubre di dolore.
Nel principio dell'anno 1292, quand'egli aveva compiuto i ventisei anni della sua vita (il Boccaccio dice “quasi nel suo vigesimo sesto anno„ perchè nella VN. non trovava altra data che quella dell'annoale, 34, e poi alquanto tempo, 35, e alquanti die, 39, dopo la morte di Beatrice: l'annoale, un anno; l'alquanto tempo e gli alquanti die, quasi), Dante uscito d'adolescenza componeva questo libello dell'adolescenza, col fine di farne un proemio a una loda della benedetta morta, loda più nuova e più degna di quella che ne aveva cominciata in vivente di lei. Quel suo primo disegno era stato troncato dalla morte della gentilissima. Egli inserì nel libello quella loda lasciata a mezzo, e con quel disegno stesso ma con maggiore ampiezza, propose di farne un'altra, di cui tutto questo libello costituisse l'antefatto. Perchè ciò fosse, Dante ripetè nella seconda parte del libello il fatto che nella prima già costituiva lo antefatto delle Rime Nove che cominciò e non finì: un inganno d'amore, che lo stornò dall'amor suo vero; un amore per donna gentile, un amore che pareva nobile ed era vile, che lo distolse dall'amore nobilissimo per la donna gentilissima. Allora questa era viva; ora non più. È morta, ma che fa, se anche in lei viva non vedeva ormai che la speranza della contemplazione e la sapienza, la quale gli occhi non possono vedere se non fuor degli strumenti loro, e la mente o l'anima non può raggiungere, se non uscendo dall'involucro pesante del corpo? Che fa, s'ella, uscita dalle sue membra, è ora di maggior bellezza e virtù che allora? Ora, dunque, il suo disegno d'allora è più semplice: non è necessario fingere la morte di tutti e due ora, come era necessario allora! Fingere, sì. E agli argomenti di tanti valentuomini,[83] che hanno voluto dimostrare che la beatrice sapienza era a principio una Bice bella e pia, e invano amata in questa terra, io aggiungo questi miei. Se la gentilissima non era in origine altro che la Sapienza che va per le vie e lietamente si mostra a quelli che sono degni di lei, e si lascia vedere e trovare da quelli che l'amano e la cercano, ma non si trova e vede perfettamente se non da chi si libera del peso del corpo corruttibile; ebbene Dante non avrebbe finto o narrato veracemente un sogno o un delirio o una visione, in cui ella moriva od era morta: avrebbe finta, di donna imaginata, la morte a dirittura. Nè si dica che Dante può aver finto prima il presentimento e poi la morte. No: egli fingeva la morte della donna amata, col fine evidente di fare un poema di canzoni, nel quale egli, morendo anch'esso, lei vedeva, a lei parlava, con lei si univa nella spiritualità della morte (infelice! e chi può rimproverarti tale finzione?); ora se poi fingeva, non più solo il sogno di morte, ma la morte reale, non poteva fingerla, se non per quel fine stesso; e tuttavia quel fine come l'adempie più? dove rivede egli più, dove parla più alla morta?
La rivede e le riparla; ma non nella Vita Nova. Qui la sogna bensì, ma bambina; e poi “gli parve„ vederla; e poi nessuna parola ne ode. Qui un sospiro di lui esce dal cuore e va su, e vede, vede lei sì, una donna; e lo spirito peregrino tornando al core, parla sottile e Dante non lo intende, sebbene sappia che ricorda Beatrice; e così lo intende bene, sì. La rivedrà, le riparlerà, ne avrà i rimproveri e le lodi, ascenderà anch'esso con lei oltre quella spera che più larga gira; ma in quella mirabile visione, che per ora gli fa proporre di non dir più di lei infino a tanto che ne possa trattare più degnamente. Questa ultima dichiarazione è il proprio fine del libello. Dante dice a tutti e specialmente al suo primo amico, che tutto quello ch'egli ha detto sino ad allora, è non degno, e tuttavia va ricordato per via di qualcosa di più degno che verrà. Il rimatore si farà rivedere dopo alquanti anni; per ora studia, quanto può, di venire a quel punto. “Guido„ sembra che dica “mio primo amico, ciò che dicemmo, sì, era buono, e non era stoltamente rimato, e bene a ragione era scritto in volgare; a te devo anzi, se smisi quel pensiero di trattare in latino della Sapienza che non si raggiunge se non da morti. Ma io non sono contento nemmeno di ciò che dissi in volgare. Lo stil nuovo della mia materia nuova, delle mie (e anche tue) rime nuove, non basta ancora. Io studio. E tu? Non miri più la beltà della tua Primavera gentile? non vuoi seguitare, con me, gli studi di arte e sapienza? non vuoi venir meco per la via migliore della contemplazione? Hai dunque a disdegno l'Amore?„ E poteva aggiungere: “È un tempo, questo, che l'altra via è per esserci impedita. I principi della terra non amano la giustizia!„
[XII.]
PER VIA NON VERA
Dante, affidato al libello, e il testimonio del suo ingegno e della sua arte di adolescente, e l'antefatto del grande suo lavoro, attendeva allo studio. A mano a mano comprendeva meglio gli autori latini; e passava da un autore all'altro, da una scienza all'altra. Cercava argento e trovava oro. Passò a frequentare le scuole de' religiosi e le disputazioni de' filosofanti. In trenta mesi cominciò a sentir tanto della dolcezza del sapere, che quest'“amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero„. Lo studio insomma lo assorbiva tutto. (Co. 2, 13).
Nel frattempo, che faceva il suo primo amico? Guido era de' grandi; di quelli nobili, che per essere la spada del comune, s'erano molto insuperbiti per la vittoria di Campaldino, nel 1289, e furono molto contrariati dalla pace conchiusa poi il 12 luglio del 1293 tra le città toscane. Fu questo tempo[84] un bel tempo prima per i grandi, poi per il popolo. Dante che era stato, molto probabilmente, tra i feditori a Campaldino, che aveva certo veduto i fanti uscir patteggiati da Caprona (Inf. 21, 94); che aveva anche veduti corridori, gualdane, torneamenti, giostre nella terra Aretina: (Inf. 22, 1)
quando con trombe e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
al suo ritorno in patria da quei pericoli che finivano in gioia, lo richiamò, se ne era straniato, ai consueti pensieri, anzi al consueto dolore, la morte della gentilissima. E se nel tempo che due fiate si volse Venere in quel suo cerchio, egli non s'era ancor messo di proposito allo studio, cui alquanti dì dopo quelle due rivoluzioni si dedicò; non però dobbiamo credere che, assorto in lamentare la donna sparita, e in dipingere angeli e in piangere solingo, prendesse troppa parte e all'insuperbire degli altri grandi e all'ingiuriare e al malumore contro a' popolani e alle preoccupazioni per lo avvenire: avvenire malfido, chè già un dei loro, Giano della Bella, si faceva capo e guida del popolo contro i nobili. Quando poi nel 12 di febbraio del 1293 il popolo fu afforzato con gli ordinamenti di giustizia, Dante era da più d'un anno immerso ne' suoi autori e libri e scienze. E non si curò, vogliam credere, gran fatto di essere, con gli altri grandi, per opera di quelli ordini, escluso dalla signoria e gonfalonierato e loro collegi. Perchè la visione poetica che gli sorrideva, implicava la rinunzia alla vita attiva: era, io ripeto e ripeto, il dramma dell'anima la quale, dopo essersi appena provata per i diversi calli che le sono avanti, si mette per quello che solo mena alla sua pace. (Co. 4, 22) E questo calle non è in quella via che conduce all'imperfetta felicità della vita attiva, sì nell'altra che mena a quella quasi perfetta della contemplativa. (ib.) La “tragedia„ di canzoni che lasciò non compiuta, e che inserì nel prologo della nuova tragedia o comedia la quale egli prometteva, narrava già e doveva meglio narrare poi il viaggio per giungere alla sapienza che viventi possiamo quasi vedere per una quasi morte, quando di noi restino in vita soli gli spiriti visivi fuor degli strumenti loro; quando, cioè, noi vediamo con gli occhi chiusi. Egli raccontava già e doveva meglio raccontare le spirituali vicende d'una professione religiosa; poichè questa altro non è se non l'abbandono della via del mondo per quella di Dio. E si può credere che i sentimenti che esprimeva ed era per esprimere, non fossero simulati, come d'un cantor d'amore che cantasse amore non vero. Si può credere e si deve. Notizie esatte sulla adolescenza di Dante non abbiamo; ma pur due tradizioni, quanto si vuole incerte, che riflettono quella, accennano a un proposito suo di incamminarsi verso la Galilea. (Co. 4, 22) Rammento ciò che annota FDa Buti al XVI Inferni: (106-123) “Questa corda ch'elli avea cinta significa ch'elli fu frate minore; ma non vi fece professione nel tempo della sua fanciullezza... Questa lonza, come fu posto nel primo canto, significa la lussuria, la quale l'autore si pensò di legare col voto della religione di San Francesco„. Con la qual notizia consuona ciò che racconta il Boccaccio delle riluttanze di lui a prender moglie, mentre i parenti “trovata donna giovane, quale alla sua condizione era dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E... dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento seguì l'effetto, e fu sposato„. Or queste due notizie non s'hanno a buttar via. Si consideri che il Butense è l'unico degli antichi interpreti a dichiarare a quel modo la corda: non traeva dunque la notizia dalla lettera di Dante, poichè anche gli altri ne l'avrebbero tratta; se non tutti, molti; se non molti, uno, un altro solo! E il Boccaccio ha certo interpretato a modo suo l'ostinazione di Dante a non volerne sapere, di quel conforto nuziale; ma quell'ostinazione egli non rilevava dal libello, che si vuole quasi unica sua fonte; in quel libello c'era il conforto della donna gentile, e c'era il ritorno alle lagrime e ai sospiri. C'era in somma il contrario di ciò che messer Giovanni dice che Dante, bene o male, si consolò. A me pare che s'egli voleva inventare il perchè e il come del matrimonio di tale cui “era... l'amore il quale a Beatrice portava, per lo suo troppo focoso desiderio spesse volte noioso e grave a sofferire„; di tale, tuttavia, di cui “niuno sguardo, niuna parola, niuno cenno, niuno sembiante, altro che laudevole per alcuno si vide mai„[85] in quella ardentissima passione; di tale, inoltre, che raccontava nel libello una sua violenta infermità, con delirio e con rischio, e con quel nome nel cuore; mi pare che il Boccaccio avrebbe mosso, se inventava di suo, prima i parenti a stare “attenti alli suoi conforti„. Verso la Galilea, che tanto è a dire quanto bianchezza, bianchezza di luce, verso la contemplazione, mediante la quale egli avrebbe ora veduta, dopo Giovanna, la verace luce; andava l'anima di Dante, sin forse da quando era fanciullo e vedeva la fanciulla sua vicina: la vedeva senza mai udirne la voce, chi sa? perchè ell'era promessa sin da' quei primissimi anni, ed era tenuta in disparte, come già sposa, sebbene così piccola. E Dante, io imagino,[86] nè imagino per altro se non per indurne la verosimiglianza d'un amor vero per una vera fanciulla e donna; Dante, che pur la vedeva passare per la via e l'aveva veduta una sola volta più da presso, in casa di lei, in una apparizione a una festa; non l'aveva sentita parlare nè allora nè mai. E s'era assuefatto a vedere in lei, piccola sposa, serbata per ciò in casa come in un monastero e quale una piccola monaca, un qualche cosa di sacro e d'intangibile e irraggiungibile se non di là della vita. E anch'esso convertiva sè in un piccolo monaco, e prendeva il suo bordone avviandosi per quella via, in cui non avrebbe mai trovata lei viva, ma lei morta, sì, avrebbe trovata quando che sia. Ed ella andò a nozze, e forse in quella festività, ella vide tra i convitati il vicino di casa Alighieri, e salutò lui non meno che gli altri; ed egli, in quel giorno se in altri mai, propose di non seguirla in quella via del mondo, per la quale ella andava a riposare in un letto nuziale; ma di aspettarla in quell'altra. E sognò di lei, ed ella era, involta in un drappo, nelle braccia d'alcuno. E che più cantò di lei, sino alla ballata del perdono? specialmente, se vogliamo escludere il nome di Bice, dal sonetto del vascello incantato?[87] Egli si provò ad amare altre donne. Ma che! erano finzioni, inganni, simulacri d'amore. E tornò a lei; ma a lei già là, nella candida Galilea, trasfigurata nella luminosa sapienza e nella speranza della contemplazione di Dio. E per giungere a lei, bisognava morire al mondo, alla carne, al peccato; cercare anche quaggiù di diventare pura anima e mero spirito visivo. E quand'ella morì, sia vero o non vero che Dante dopo l'annoale della morte, si provò, come forse, ancor più tardi, con le nozze, ad amare un'altra; quand'ella fu morta, più che mai egli si propose d'andarla a vedere e a udire tenendo i piedi in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare.
Dante, dunque, mentre s'istituiva il gonfaloniere di giustizia che inalberava la croce rossa nel campo bianco e che era cinto d'armati suoi, Dante studiava. E Guido? Gli ordini di giustizia lo cacciavano dalla vita pubblica. Esso, il filosofo amante della solitudine, poteva rassegnarsi. Eppur no, non si rassegnò: di lì a sette anni egli sarà confinato; e il confino era la conchiusione d'un periodo di lotte civili. Possiamo congetturare che appena deliberati quelli ordini, egli disegnasse quel pellegrinaggio che imprese e non compì, durante il quale Messer Corso cercò d'assassinarlo. Il fatto è che, andasse subito o poco dopo, tornò, a quel che pare, a Fiorenza senz'esser giunto a Compostella.[88] A Fiorenza lo traeva la passione di parte. “Tornato a Firenze... inanimò molti giovani contro a lui (Corso), i quali li promisono esser in suo aiuto. E essendo un dì a cavallo con alcuni da casa i Cerchi, con uno dardo in mano, spronò il cavallo contro a messer Corso, credendosi esser seguito da' Cerchi, per farli trascorrere nella briga: e trascorrendo il cavallo, lanciò il dardo, il quale andò in vano„. E questo non può essere che un episodio della vita, quale noi e leggiamo e imaginiamo che condusse Guido in quelli anni, e prima che si facessero gli ordini, e poi che furono fatti, e prima che Giano si facesse capo e guida del popolo, e dopo che Giano fu bandito, coi “molti modi„ che “i potenti cittadini„ seppero trovare per abbatterlo. Guido è dipinto astratto e sdegnoso da cronisti e novellieri: è detto da Dino “uno giovane gentile... cortese e ardito ma sdegnoso e solitario e intento allo studio„; intento allo studio, sì; ma dallo studio frastornato certo, negli ultimi anni della sua vita, mediante le altre sue qualità di “gentile e cortese e ardito„ e partigiano appassionato. Se fosse rimasto intento allo studio, se avesse continuato a mirare “la bieltade di quella Primavera gentile„, Dante non avrebbe avuto occasione di consigliare nel trecento il suo bando, e non avrebbe, riferendosi al trecento, nel qual anno Guido moriva o si preparava a morire, detto di lui, che esso, già intento allo studio, ebbe a disdegno lo studio. Chi ben mira, nelle parole di Dante al padre legge il rimpianto che tanta altezza di ingegno avesse dato, colpa più de' tempi che di lui, così poco frutto.
Ma nel 1295, essendosi vinto che chi dei grandi volesse abilitarsi agli uffici e agli onori, potesse, togliendosi dal novero de' Grandi e iscrivendosi a una delle Arti; nel 1295 Dante si faceva popolano,[89] e nell'anno stesso, nel luglio e nel dicembre, era consulente ed elettore.
Come mai? Non abbandonava egli così la via di Dio per quella degli uomini?
Sì: lasciava la sua via. Ben di ciò lo rimprovera, in cima del monte della purgazione, Beatrice: (Pur. 30, 122)
Mostrando gli occhi giovinetti a lui,
meco il menava in dritta parte volto
Beatrice dimentica qui gli schermi e le difese; dimentica che, pur da vivente, ebbe a negargli il saluto per quella “soperchievole voce, che parea che l'infamasse viziosamente„. Dimentica o, meglio, è Dante che scrivendo le dichiarazioni della Vita Nova a preparare la Comedia, ha cancellato il traviamento suo avanti la morte di Beatrice, e pur non così cancellato, che a noi non ne apparisca traccia. Insomma quel primo duplice traviamento è come non sia. Continua Beatrice:
Sì tosto come in sulla soglia fui
di mia seconda etade, e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
“Quando fui sul mio anno vigesimo quinto e morii, questi si diede ad altri„, cioè, cominciò, almeno, col darsi alla donna gentile.
············
E volse i passi suoi per via non vera
imagini di ben seguendo false...
Qual è questa via non vera, in cui Dante entrò seguendo simulacra d'amore? Seguendo, per esempio, l'amore della donna gentile, si metteva per questa via non vera? E poichè questa via non vera era quella in che egli si mise, abbandonando, pien di sonno, la verace via (Inf. 1, 12) o la diritta via (ib. 3); domandiamo ancora: Fu per seguire, o seguendo, la donna gentile che venne a trovarsi nella selva oscura?
Sì: se avesse scritta la mirabile visione appena la vide o concepì, Dante avrebbe detto che s'era smarrito seguendo quella donna e assecondando quell'amore, che gli pareva nobilissimo per un inganno dell'anima. Ma questo inganno, avrebbe detto ch'era durato poco: alquanti dì. (VN. 39) Dante non scrisse subito la visione; anzi appena l'ebbe concepita, disse che gli sarebbero occorsi alquanti anni. (VN. 42) Se Dante la Vita Nova avesse scritta nel trecento, quale preparazione prossima alla Comedia, come nella Vita Nova avrebbe scritto alquanti dì, mentre nella Comedia diceva alquanti anni? Invero egli dice che dieci anni durò la sete che egli ebbe di Beatrice; (Pur. 32, 2) e sente dire da lei, che egli si diè altrui non appena ella mutò vita; e mostra col fatto di non essere tornato a lei se non nel trecento, nove anni (poichè sino all'annoale e ancora un po' di tempo, era stato fedele), nove anni dopo essersi dato altrui. Nè, dunque, egli scrisse, anche per questa ragione, la fine della Vita Nova nel trecento; nè, nella Comedia, significa un traviamento o smarrimento durato solo alquanti dì. E non si opponga che egli può aver messo nel libello quel poco tempo così indeterminato per significarne uno tanto maggiore. Gli alquanti dì vengono dopo la designazione precisa dell'annoale: come alquanti dì dovrebbero voler significare alquanti anni, mentre un anno che ha trecensessantacinque dì significa un anno solo? E non sarebbe sfuggito al sottile indagatore del mistero del nove, che nove anni su per giù, quasi nove anni, cioè nove anni, sarebbero corsi da quell'annoale alla mirabile visione.
E poi: questa visione non era mica per essere uguale in tutto e per tutto a quella della Comedia! E appunto questa via non vera o verace o diritta della Comedia è un elemento che non ci è dato ravvisare tra gli altri elementi che noi abbiamo scorti nella Vita Nova, e che abbiamo giudicato costituire sì il primo disegno di rime nuove, sì il secondo di mirabile visione. Nel fatto, quella via non vera della Comedia è anche detta il corto andare del bel colle. Cioè, non precisamente: il corto andare è la seconda parte della via non vera, di cui la prima parte è quell'errore nella selva oscura. Dante si smarrì in una valle. Vi errò una notte. Al mattino s'avviò per un colle. Mentre tornava verso la valle, l'Ombra gli apparve. Egli dice a Brunetto: (Inf. 15, 49)
Lassù di sopra in la vita serena
. . . . . mi smarri' in una valle
avanti che l'età mia fosse piena,
ossia in età che non si poteva ancora chiamare perfetta e giunta al suo colmo: non ancora in piena giovinezza; sì, quando era quasi tuttavia adolescente:
pur ier mattina le volsi le spalle:
ier mattina? Ma si ritrovò nella selva oscura
nel mezzo del cammin di nostra vita,
ossia a trentacinque anni! Sono una notte e un mattino che durarono dieci anni, dunque!
questi m'apparve, tornand'io in quella;
e riducemi a ca per questo calle.
Ora lo smarrirsi nella valle o errare nella selva, nella selva erronea, avanti che l'età sia piena, è bensì un vivere “secondo senso e non secondo ragione„, (Co. 1, 4) un mancare di discrezione (Co. 4, 8; 24), e di direzione (M. 1, 41; Pur. 16, 82), e di libero volere e di lume di prudenza;[90] ma non è la medesima cosa che lasciarsi impedir dalla lonza e divenir drudo della lupa o della fuia.[91] Ebbene noi possiamo credere che nei due concepimenti che ebbe Dante adolescente, di dramma interno, smarrimento e conversione, egli avrebbe trattato, e cominciò invero a trattare, di ciò che è figurato nella selva, e non di ciò che è rappresentato nel corto andare verso il bel colle. Perchè, questo andare significa il mettersi per la via del mondo o attiva o civile, e il bel colle, simboleggia la beatitudine inferiore che si trova per quel cammino. Il bel colle rassomiglia il santo monte, come la felicità di questa vita rassomiglia alla felicità del paradiso terrestre — figuratus — . Ora qual cenno è nella Vita Nova di tal risoluzione di Dante? In essa egli dice di essere innamorato di tal donna, che è la speranza della contemplazione di Dio e la vera sapienza, la quale non si raggiunge perfettamente se non da morti, e si può veder sì, anche da vivi, pur che quasi si muoia, si esca di noi stessi, ci si liberi, per un momento, del peso della nostra mortalità. Amando lei, era in dritta parte volto, Dante. Stornandosi, e dandosi altrui, certo cessava di essere volto in dritta parte, ma tutte e due le volte, che ho detto, prima delle rime nuove e della mirabile visione, per un inganno d'amore, il quale amore, la prima volta, suggerì i simulacra, e, la seconda, esso amore per donna viva gli si mostrava simile e tutt'uno con quello che lo faceva andar piangendo per la morta. Questo inganno, proprio dell'adolescenza, equivale allo smarrimento nella selva. Egli ne sarebbe uscito subito con la morte, come esce nella Comedia,[92] con la morte medesima che narra di sè anche nella Vita Nova, cioè nella seconda canzone delle Nove Rime; e avrebbe riveduta Beatrice subito. Prima di lei avrebbe veduta, forse, la precorritrice Giovanna, la Primavera che prima verrà, la Matelda, insomma, che coglie i fiori dell'eterna primavera; ma ad essa non sarebbe giunto dopo un “corto andare„, sì, come nella Comedia, dopo “altro viaggio„. Il corto andare per la piaggia diserta non poteva aver luogo in quei primi disegnati drammi dell'anima semplicetta, perchè quella piaggia non si percorre nell'adolescenza, in quell'età in cui l'uomo non può “certe cose fare senza curatore„, (Co. 4, 24) bensì in quella altra età in cui conviene frenare e spronare l'appetito, e che deve essere perciò temperata e forte. (Co. 4, 26) Nell'adolescenza tali virtù non hanno luogo, perchè non hanno luogo i vizi contrari ad esse virtù. L'adolescenza ha da avere obbedienza, sopra tutto, perchè l'adolescente, se da alcuno non gli è mostrato, non sa tenere il buon cammino. E qui rendiamoci finalmente ragione degli amori della Vita Nova; e fermiamo ben bene, che l'anima di Dante si volse bensì a quella o quell'altra donna gentile e anche ad una (la seconda dello schermo) che forse non era così gentile; ma non s'inoltrò tanto, da aver bisogno del freno della temperanza, per partirsi da qualche Didone. (Co. 4, 26) Andava l'anima dietro, bensì, a imagini false di bene, che somigliavano a Beatrice; ma egli si disingannava, in un empito di pentimento, e tornava a lei.[93] Nella Comedia, invece, il Poeta racconta sì d'essersi smarrito adolescente, e pien di sonno, e sì, dopo essersi ritrovato, di aver impreso un corto andare. Il quale è parte della via non vera, che per consiglio di Virgilio, egli mutò in altro viaggio. E l'altro viaggio lo condusse a Matelda e a Beatrice; la via non vera o il corto andare, no, non l'avrebbe condotto nè all'una nè all'altra. L'avrebbe portato al bel monte, non al santo monte. E il bel monte, cui si giunge con corto andare, non è davvero il santo monte, cui si giunge con tanto aspra fatica di scendere e salire, e con tanto più tempo, e con tutt'altro viaggio. Ben lo dichiara Beatrice nell'apparirgli di là del fiume sacro, che ultimo deve passare il viatore che altri quattro ne ha passati, uno d'acqua morta, un altro di loto, un terzo di fuoco, un quarto di gelo; ben glie lo dichiara, che c'è monte e monte:
“Non sapei tu che qui è l'uom felice?
Qui, non là, dove volevi andare. E dovevi imaginare che io ero qui, nel luogo della beatitudine, perchè io sono la beatrice„. Non sapei va unito a Ben son Beatrice.
Il bel monte non è il santo monte. L'uno è la meta della vita attiva, l'altro è nel cammino della vita contemplativa. Stia certo il lettore. L'andare a quello è l'uso pratico dell'animo, mediante le quattro virtù cardinali, e il giungervi è ottenere buona felicità, non però l'ottima e più eccellente e divina.[94] E il santo monte, se rassomiglia al bel monte, se non altro nell'essere monte, e perciò nel figurare una felicità, non rappresenta, no per certo, la felicità imperfetta. Vi è l'Eden, si ricordi; e nell'Eden Dio non pose l'uomo perchè avesse la felicità soltanto che viene dall'operare, sì anche quella che nasce dal contemplare. Si ricordi che Adamo ebbe “tutta l'animal perfezione„, (Par. 13, 83) non ebbe soltanto la prudenza regale, che ottenne Salomone
acciocchè re sufficiente fosse.
(ib. 96)
Adamo, cioè, nell'Eden era ugualmente atto alle due vite e felice delle due felicità, mentre Salomone, soltanto alla vita civile, soltanto della felicità buona e non ottima.[95] E nell'Eden apparisce Beatrice, e nell'Eden, in cui è l'uom felice, parla di nuovo di quella via non vera, per la quale Dante si straniò da lei, per la quale Dante non sarebbe giunto a lei, al monte sacro, all'Eden, dove ella doveva apparirgli. In vero Dante mal può elevarsi alla parola di Beatrice; ed ella gli replica:
Perchè conoschi... quella scuola
c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
e veggi vostra via dalla divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina.
(Pur. 33, 85)
E Dante soggiunge:
Non mi ricorda
ch'io straniassi me giammai da voi...
Ora quella scuola e dottrina e via, per la quale Dante si straniò da Beatrice, è la scuola, dottrina, via del mondo o civile o attiva. E questa è la via non vera, non verace, non diritta; la via che fu per una notte dentro una selva, e poi per un giorno, avanti e indietro, in una piaggia diserta infestata da fiere; eppure non si dichiara già per malvagia o peccaminosa in sè, ma solo, a questo punto, per imperfetta e inefficace, che non può seguitare la parola volante sopra l'umana veduta; e distante all'infinito da Dio, non divina,[96] non però opposta. Se vogliamo interpretare subito l'episodio, diremo che Dante riconosce che la vita attiva alla quale si diede lasciando la contemplativa per cui già s'era messo, gli aveva lasciato qualche impaccio nell'intelligenza, qualche tardità, qualche offuscamento; sì che, riprendendo la sua vera via, non ci si ritrovava così facilmente. Invero Lia, che aveva veduta in sogno, non aveva più gli occhi malati, e si specchiava, ma non quanto Rachele che mai non si smaga dal suo miraglio. (Pur. 27, 103) E Matelda non assomiglia più a quella Lia, i cui occhi deboli e infermi s'interpretano come le cogitationes mortalium timidae;[97] ma tuttavia ella canta un salmo in cui sono le parole: nimis profundae factae sunt cogitationes tuae;[98] ed ella dice a Dante, segnando un divario tra sè e quella che verrà dopo:
venni presta
ad ogni tua question, tanto che basti.
Alla questione, in cui la parola di Beatrice tanto alto volava sopra la veduta di Dante, Matelda non sarebbe, per esempio, potuta bastare.