Miei Pensieri di varia Umanità


GIOVANNI PASCOLI

Miei Pensieri
di varia Umanità

MESSINA
Vincenzo Muglia — Editore
1903


PROPRIETÀ LETTERARIA

a senso del testo unico delle Leggi 25 Giugno 1865, 10 Agosto 1875, 18 Maggio 1882, approvato con R. Decreto e Regol. 19 Settembre 1882.

Catania — Stab. tip. a vap. Cav. S. Di Mattei & C.



[INDICE]


a Vincenzo Muglia

EDITORE

CHE S'ARMA E NON PARLA

Caro Vincenzo

Voi sapete che io amo la Sicilia; e non solo nel suo cielo e nel suo mare, ma nella sua terra; e non solo nelle sue memorie, ma nel suo presente; e non solo nei suoi ruderi, ma nel suo popolo.

O popolo taciturno e severo! S'arma e non parla, anch'esso, tutto, come voi, uno.

Chi osservi quanti artefici del bello e scopritori del vero, col libro, col quadro, con la statua, dalla cattedra, dalla tribuna, dall'officina, onorino fin d'oggi la Sicilia, può indovinare qual fermento agiti l'isola del fuoco. Virum seges. Spunta una gran messe d'uomini, la quale non fa più rumore dell'erba che cresce. Chè questa è una fantasia di tanti che discorrono del mezzogiorno: darsi a credere che voi altri gesticoliate, chiacchieriate, cantiate continuamente come folli. Oh! sì! I gesti? Il cenno di Giove cuncta supercilio moventis. La chiacchiera? Il monosillabo del Lacone. I canti? Li ho uditi, nell'alta notte, i vostri canti: flebili melopee che riconducono al cuore il sogno di ciò che è di là della morte; della morte piccola e della morte grande: oltre i millenni della storia e oltre il passato della nostra vita: tra le colonne abbattute di Selinunte e dentro le nostre domestiche tombe. Qual «dolcezza amara» in quel canto che voi ripetete così bene:

Lu suli sinni va: dumani torna:

si minni vaiu ju, non tornu chiù!

Voi altri siete un popolo che tace. — Oh! oh! — dirà alcuno — tu consenti nel rimprovero che si fa appunto ai siciliani: di tacer troppo, di amare, essi così prediletti dal sole, l'ombra e la tenebra — Ahimè! La mafia... Dobbiamo parlarne? Due parole.

Tristo il silenzio intorno al delitto! Un uomo è calato nel sepolcro prima del tempo. Una famiglia piange senza mai fine. Chè non le è possibile la rassegnazione. Essa non potrà alzar gli occhi al cielo, donde viene la rugiada e l'oblio: li gira attorno a sè, gli occhi, per cercare nella terra chi ha presa, a danno infinito di lei, la parte dell'«antico uccisore». Tristo allora il silenzio degli altri, se è indifferenza! Orribile, se è compiacimento! Abbietto, se è viltà! Ma se è l'assenso dei molti, dato con dolore, al pensiero di quelli infelici, cui nulla ormai può consolare nemmeno la giustizia?...

Io ho dovuto fare spesso nella mia vita (al fine, confesso, di non odiare i miei simili) le riflessioni che pongo qui a capo di questo libretto, e ci sono anche in fondo. Mi par bene che si trovino al principio e alla fine, a mostrare che per me la questione umana è precipuamente morale. Ecco dunque. Dove sono, non dico in Italia ma nel mondo, quelli che illuminano volentieri la giustizia? e dove è, nel mondo civile o barbaro, la giustizia che sembri alle coscienze buono illuminare? Se in qualche popolo trovate un vero furore di giustizia; tanto che si fucili, impicchi, bruci senza esitazione e formalità; guardate a fondo: troverete che quello è un furore sì, ma non di giustizia; un furore di conservare e di preservare: interesse, paura, egoismo. In quei paesi, ancor nuovi, in cui la parola vela già, ma pochino pochino, la cosa, un buon cittadino non disdegna, qualche volta di farsi carnefice; sebbene... si mette la maschera! Ma da noi chi vorrebbe farsi esecutore della giustizia? Ma da noi chi, in fondo in fondo, prova sentimenti, poniamo, di gratitudine per i carcerieri, che sono ministri, sebbene non tanto vistosi, della giustizia? E via e via. In verità la giustizia intralcia la nostra coscienza che rifugge dal fare il male, e, quanto al punirlo già fatto, oh! vedete! approva che si perdoni. E dunque?

Dunque la coscienza d'un popolo, se è retta o torta, s'ha a giudicare non dall'aiuto che il popolo presta, o no, alla giustizia che viene, a pie' zoppo, dopo il male fatto; ma dall'osservanza, o no, che abbia per la giustizia che precede il male da fare e impedisce che si faccia. Questa è la giustizia che deve bandir quell'altra, la quale par che si chiami così, giustizia, dallo aggiustare, ch'ella tenta, le cose dopo. No, non si possono aggiustare l'anima e la vita umana, una colta rotte: bisogna non romperle prima. E bisogna che ciò si sappia e si veda, che ci son cose che non si possono riparare. Se non ci fossero i concini, chi sa? si romperebbero meno stoviglie.

Ma torniamo a noi, mio buon Vincenzo, che tacete, come tace il vostro popolo. Oh! voi non fate chiasso attorno ai libri che pubblicate, con tanto vostro dispendio e tanto poco favore degli italiani. Voi non volete creare, con arte che è così facile a tutti, e che a voi intelligentissimo sarebbe facilissima, nella mente dei lettori e compratori di libri, un'opinione sul merito del libro prima che lo comprino e leggano. E io sono di accordo con voi, che fate, a vostre spese, esperienza del guaio che affligge tutta l'umanità presente. Ella è schiava, capite? e nel suo tutto e nelle sue parti. Non si pensa con la propria testa, capite? ossia, non si pensa più. E tutti i progressi, pur così evidenti, delle scienze lasciano perplesso l'osservatore e amatore degli uomini; perchè, in vero, qual fede si può avere nei guizzi lunghi d'una lampada in cui l'olio viene a mancare? qual fede nella ricca fioritura d'una pianta, la cui radica è rósa? I frutti non terranno. La lampada si spegnerà.

Libertà! Libertà! Questa è l'idea che pervade il libricciolo, che io v'offro: libertà da cima a fondo. E perciò lo dedico a voi, che non solo assomigliate a me, nel disdegnare ciò che mette i ceppi al pensiero, ma che, nel mio cuore, figurate, uno, giovane, ardente di fede e parco di parole, franco ma a monosillabi, libero ma a cenni, la vostra Sicilia. La Sicilia, con tutti i discorsi che si sono fatti sulla mafia siciliana, non è terreno da piantarvi la selva oscura del partito, ossia del non-volere, ossia del non contar più se non come uno sterpo in un gran viluppo inerte e infecondo. Che! In ogni siciliano il proprio io è lì che negli occhi grandi e profondi sta in guardia della persona, piccola (come la vostra) e cara! E la Sicilia tutta non vuol liquefarsi nel resto d'Italia: bene! E, per questo suo medesimo sentimento, non vuole che l'Italia sia annullata dal resto del mondo: benissimo!

Caro Vincenzo, e io non ho trovato in Sicilia uno più siciliano di voi e più italiano di voi. E perciò vi amo. E siete fiero. E perciò vi ammiro. E lavorate in silenzio. E perciò vi venero. E vi arriderà il successo? cioè, avrete mai la ricchezza, e quella, che non pare si possa avere, se non dopo avuta la prima, e ciò per la forza delle cose piuttosto che per mal volere degli uomini, la croce del lavoro? Voi vi armate: sarete mai armato cavaliere?

Di codesto, dubito. Ma eccomi qua. Ricordate che in certi casi i nobili guerrieri si davano la accollata a vicenda nel campo di battaglia, sparso del loro vivo sangue?

Ebbene, vi faccio cavaliere del lavoro, io!

Prendetela da un compagno d'armi l'attestazione del vostro valore; prendetela, la croce, da uno che della croce ne ha avuta sin troppa; da un lavoratore, il premio del lavoro.

Giovanni Pascoli

31 dicembre del 1902.

IL FANCIULLINO

I.

È dentro noi un fanciullino[1] che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano, che primo in sè lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia: noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio secreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perchè in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima donde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si pèrita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, chè più dissimile a sè vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo, chè ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.

O presso il vecchio grigio mare. Il mare è affaticato dall'ansia della vita, e si copre di bianche spume, e rantola sulla spiaggia. Ma tra un'ondata e l'altra suonano le note dell'usignuolo, ora singultite come un lamento, ora spicciolate come un giubilo, ora punteggiate come una domanda. L'usignuolo è piccolo, e il mare è grande: e l'uno è giovane, e l'altro è vecchio. Vecchio è l'aedo, e giovane la sua ode, Väinämöinen è antico, e nuovo il suo canto.[2] Chi può imaginare, se non vecchio l'aedo e il bardo? Vyàsa è invecchiato nella penitenza e sa tutte le cose sacre e profane. Vecchio è Ossian, vecchi molti degli skaldi. L'aedo è l'uomo che ha veduto (oide) e perciò sa, e anzi talvolta non vede più; è il non veggente (aoidos) che fa apparire il suo canto.[3]

Non l'età grave impedisce di udire la vocina del bimbo interiore, anzi invita forse e aiuta, mancando l'altro chiasso intorno, ad ascoltarla nella penombra dell'anima.[4] E se gli occhi con cui si mira fuor di noi, non vedono più, ebbene il vecchio vede allora soltanto con quelli occhioni che sono dentro lui, e non ha avanti sè altro che la visione che ebbe da fanciullo e che hanno per solito tutti i fanciulli. E se uno avesse a dipingere Omero, lo dovrebbe figurare vecchio e cieco, condotto per mano da un fanciullino, che parlasse sempre guardando torno torno. Da un fanciullino o da una fanciulla: dal dio o dall'iddia: dal dio che sementò nei precordi di Femio quelle tante canzoni, o dall'iddia cui si rivolge il cieco aedo di Achille e di Odisseo.[5]

Ma il garrulo monello o la vergine vocale erano dentro lui, invisibilmente. Erano la sua medesima fanciullezza, conservata in cuore attraverso la vita, e risorta a ricordare e a cantare dopo il gran rumorìo dei sensi. E la sua fanciullezza parlava per ciò più di Achille che d'Elena, e s'intratteneva col Ciclope meglio che con Calipso. Non sono gli amori, non sono le donne, per belle e dee che siano, che premano ai fanciulli; sì le aste bronzee e i carri da guerra e i lunghi viaggi e le grandi traversie. Così codeste cose narrava al vecchio Omero il suo fanciullino, piuttosto che le bellezze della Tindaride e le voluttà della dea della notte e della figlia del sole.[6] E le narrava col suo proprio linguaggio infantile.

Tornava da paesi non forse più lontani che il villaggio che è più vicino ai pastori della montagna; ma esso ne parlava ad altri fanciulli che non c'erano stati mai. Ne parlava a lungo, con foga, dicendo i particolari l'un dopo l'altro e non tralasciandone uno, nemmeno, per esempio, che le schiappe da bruciare erano senza foglie. Chè tutto a lui pareva nuovo e bello, ciò che vi aveva visto, e nuovo e bello credeva avesse a parere agli uditori. La parola «bello» e «grande» ricorreva a ogni momento nel suo novellare, e sempre egli incastrava nel discorso una nota a cui riconoscere la cosa. Diceva che le navi erano nere, che avevano dipinta la prora, che galleggiavano perchè ben bilanciate, che avevano belli attrezzi, bei banchi; che il mare era di tanti colori, che si moveva sempre, che era salato, che era spumeggiante. I guerrieri? Portavano i capelli lunghi. I loro caschi? Avevano creste che si movevano al passo. Le loro aste? Facevano una lunga ombra. Per non essere frainteso ripeteva il medesimo pensiero con altra forma; diceva «un pochino, mica tanto!», «vivere, mica morire!», e anche «parlò e disse», «si adunarono e furono tutti in un luogo». Non mancava di quelle spiegazioni che chiudono la bocca: «ubbidite, perchè ubbidire... è meglio», «solo devo rimanermene senza dono? Non sta bene». La chiarezza non è mai troppa: «I pulcini erano otto, e nove con la madre, che aveva fatti i pulcini», «Aias, quello più piccolo, non grande come l'altro, ma molto più piccolo: era piccino...». Qualche volta riusciva sublime, ma senza farlo apposta: saltava qualche circostanza, per giungere a ciò che importava più e che era più sensibile. Un divino arciere tirava l'arco «e per tutto si vedevano cataste accese per bruciare i morti». Il dio supremo mosse il sopracciglio e scosse i capelli, «e sgrollò l'Olimpo che è così grande». Sopra tutto, per far capire tutto il suo pensiero, in qualche fatto o spettacolo più nuovo e strano, s'ingegnava con paragoni tolti da ciò che esso e i suoi uditori avevano più sott'occhio o nell'orecchio. E in ciò teneva due modi contrari: ora ricordava un fatto piccolo per farne intendere un grande, ora uno maggiore per farne vedere uno minore. Così rappresentava un mare agitato che con le grosse ondate spumeggianti si getta contro la spiaggia, e strepita e tuona, per dar l'idea d'una moltitudine d'uomini che accorre in un luogo; e descriveva uno sciame di mosche intorno ai secchielli pieni colmi di latte, per esprimere il confuso e vasto agglomerarsi d'un esercito di guerrieri.

Questo era il suo solo artifizio, se pure si può chiamare artifizio ciò ch'egli faceva così ingenuamente che spesso la cosa, mediante il suo paragone, riusciva più piccola, sebbene sempre paresse più chiara; come quando confrontava il fluido parlare di alcuni vecchi savi all'incessante frinire delle cicale, o la resistenza d'un grande eroe all'indifferenza d'un asino che séguita a empirsi d'erba nel prato d'onde i bimbi vogliono cacciarlo a suon di bastonate. No no: il fanciullino del cieco non tanto voleva farsi onore, quanto farsi capire: non esagerava; perchè i fatti che raccontava, gli parevano già assai mirabili così come erano. Ed egli sapeva, nè per altro argomento se non perchè parevano anche a lui, che mirabili dovevano parere anche agli altri bambini come lui, che erano nell'anima di tutti i suoi uditori. I quali ora come allora lo ascoltano con maraviglia. E non sarebbe ragionevole, di cose che dopo trenta secoli non si credono più verosimili. Ma dopo pur trenta secoli gli uomini non nascono di trent'anni, e anche dopo i trent'anni restano per qualche parte fanciulli.

II.

Ma è veramente in tutti il fanciullo musico? Che in qualcuno non sia, non vorrei credere nè ad altri nè a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine. Egli non avrebbe dentro sè quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini; e nulla dell'anima sua giungerebbe all'anima dei suoi vicini. Egli non sarebbe unito all'umanità se non per le catene della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggiere, come uno schiavo o ribelle per la novità o indifferente per la consuetudine. Perchè non gli uomini si sentono fratelli tra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si armano, per la battaglia della vita; sì i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d'agio e di tregua che sia data, si corrono incontro, e si abbracciano e giocano.

Eppure è chi dice che veramente di generi umani ve ne ha due, e non si scorge che siano due, e che l'uno attraversa l'altro, sempre diviso ma sempre indistinto, come una corrente dolce il mare amaro. Vivono persino nella stessa famiglia, sotto gli occhi della stessa madre, e vivono in apparenza la stessa vita germinata da uguale seme in unico solco; e questi sono stranieri a quelli, non d'un solo tratto di cielo e di terra, ma di tutta l'umanità e di tutta la natura. Essi si chiamano per nome e non si conoscono nè si conosceranno mai. Ora se questo è vero, non può avvenire se non per una causa: che gli uni hanno dentro sè l'eterno fanciullo, e gli altri no, infelici!

Ma io non amo credere a tanta infelicità. In alcuni non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse è apparenza e credenza falsa. Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perchè non le vedono, o in altri o in sè, giudicano che egli non ci sia. Ma i segni della sua esistenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perchè al buio vede o crede di vedere: quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai: quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei.[7] Egli è quello che piange e ride senza perchè, di cose che sfuggono ai nostri sensi o alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva.[8] Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicità e la sventura temperandole d'amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l'amore, perchè accarezza esso come sorella (oh! il bisbiglio dei due fanciulli tra un bramire di belve), accarezza e consola la bambina che è nella donna. Egli nell'interno dell'uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell'uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell'anima di chi più non crede, vapora d'incenso l'altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora. Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, chè ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce. E ciarla intanto, senza chetarsi mai, e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perchè egli è l'Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impiccolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Nè il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.

C'è dunque chi non ha sentito mai nulla di tutto questo? Forse il fanciullo tace in voi, professore, perchè voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assiduo conteggio. Fa il broncio in te, o contadino, che zappi e vanghi, e non ti puoi fermare a guardare un poco; dorme coi pugni chiusi in te, operaio, che devi stare chiuso tutto il giorno nell'officina piena di fracasso e senza sole.

Ma in tutti è, voglio credere.

Siano gli operai, i contadini, i banchieri, i professori in una chiesa a una funzione di festa; si trovino poveri e ricchi, gli esasperati e gli annoiati, in un teatro a una bella musica: ecco tutti i loro fanciullini alla finestra dell'anima, illuminati da un sorriso o aspersi d'una lagrima che brillano negli occhi de' loro ospiti inconsapevoli; eccoli i fanciullini che si riconoscono, dall'impannata al balcone dei loro tuguri e palazzi, contemplando un ricordo e un sogno comune.

III.

Se è in tutti, è anche in me. E io, perchè da quando s'era fanciulli insieme, non ho vissuto una vita cui almeno il dolore, che fu tanto, desse rilievo, non l'ho perduto quasi mai di vista e di udita. Anzi, non avendo io mutato quei primi miei affetti, chiedo talvolta se io abbia vissuto o no. E io dico sì, perchè ivi è più vita dove è meno morte, e altri dice no, perchè crede il contrario. Comunque, parlo spesso con lui, come esso parla alcuna volta a me; e gli dico:

Fanciullo, che non sai ragionare se non a modo tuo, un modo fanciullesco che si chiama profondo, perchè d'un tratto, senza farci scendere a uno a uno i gradini del pensiero, ci trasporta nell'abisso della verità...

— Oh! non credo io che da te vengano, semplice fanciullo, certe filze di sillogismi, sebbene siano esposte in un linguaggio che somiglia al tuo, e disposte secondo ritmi che sono i tuoi! Forse quei ritmi ce le fanno meglio seguire, quelle filze, e quel linguaggio ce lo fa meglio capire, quel ragionamento; o forse no, chè l'uno, abbagliando, ci distrae, e gli altri, cullando, ci astraggono; sì che il fine del ragionatore non è ottenuto come sarebbe senza quelle imagini e senza quella cadenza. Ma mettiamo che sia: ora il tuo fine non è, credo, mai questo, che si dica: Tu mi hai convinto di cosa che non era nel mio pensiero. E nemmeno quest'altro: Tu mi hai persuaso a cosa che non era nella mia volontà. Tu non pretendi tanto, o fanciullo. Tu dici in un tuo modo schietto e semplice cose che vedi e senti in un tuo modo limpido e immediato, e sei pago del tuo dire, quando chi ti ode esclama: Anch'io vedo ora, ora sento ciò che tu dici e che era, certo, anche prima, fuori e dentro di me, e non lo sapeva io affatto o non così bene come ora! Soltanto questo tu vuoi, seppure qualche cosa vuoi dal diletto in fuori che tu stesso ricavi da quella visione e da quel sentimento. E come potresti aspirare ad operazioni così grandi tu con così piccoli strumenti? Perchè tu non devi lasciarti sedurre da una certa somiglianza che è, per esempio, tra il tuo linguaggio e quello degli oratori. Sì: anch'essi gli oratori ingrandiscono e impiccoliscono ciò che loro piaccia, e adoperano, quando loro piace, una parola che dipinga invece di un'altra che indichi. Ma la differenza è che essi fanno ciò appunto quando loro piace e di quello che loro piaccia. Tu no, fanciullo: tu dici sempre quello che vedi come lo vedi. Essi lo fanno a malizia! Tu non sapresti come dire altrimenti; ed essi dicono altrimenti da quello che sanno che si dice. Tu illumini la cosa, essi abbagliano gli occhi. Tu vuoi che si veda meglio, essi vogliono che non si veda più. Il loro insomma è il linguaggio artifiziato d'uomini scaltriti, che si propongono di rubare la volontà ad altri uomini non meno scaltriti; il tuo è il linguaggio nativo di fanciullo ingenuo, che tripudiando o lamentando parli ad altri ingenui fanciulli.

Non è così? —

Fanciullo, dunque, che non ragioni se non a modo tuo, dicendo di quando in quando le sentenze più comuni e più sublimi, più chiare e più inaspettate, tu puoi per altro in ciò che ti riguarda più da presso, e intendere la mia e dire la tua ragione. Per questo ti parlo con più gravità che io non soglia, e vorrei avere da te una risposta meno... come ho a dire? infantile?... poetica, che tu non costumi.

Tu sai che io ti amo, o mio intimo benefattore, o invisibile coppiere del farmaco nepenthes e acholon, contro il dolore e l'ira, o trovatore e custode d'un segreto tesoro di lagrime e sorrisi! E sai ancora che io non ti credo, come fanciullo, così irragionevole, nè stimo un perditempo l'ascoltarti quando detti dentro. Oh! no, molto ci corre. Sebbene qualche volta, a vedere le tiritere isosillabiche e omeoteleute (non ti spaventare! è come dire «versi rimati») con le quali certi orecchianti vogliono far credere di far l'arte tua, anch'io rischio di pensare, come molti, che codesto parlare cadenzato e sonoro non è naturale nè ragionevole. Ma è un momento. Dimentico quelle tiritere, e dico a te che per quel momento mi fissi tra spaurito e malcontento con codesti occhi che vedono con maraviglia; dico a te:

No no: non temere. Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta. L'uomo le cose, interne ed esterne, non le vede come le vedi tu: egli sa tanti particolari che tu non sai. Egli ha studiato e ha fatto suo pro' degli studi degli altri. Sì che l'uomo poi dei nostri tempi sa più che quello dei tempi scorsi, e, a mano a mano che si risale, molto più e sempre più. I primi uomini non sapevano niente; sapevano quello che sai tu, fanciullo.

Certo ti assomigliavano, perchè in loro il fanciullo intimo si fondeva, per così dire, con tutto l'uomo quanto egli era. Meravigliavano essi, con tutto il loro essere indistinto, di tutto; che era veramente allora nuovo tutto, nè solo per il fanciullo, ma per l'uomo. Meravigliavano con sentimento misto ora di gioia ora di tristezza, ora di speranza ora di timore. Se poi tale commovimento volevano esprimere a sè e ad altri, essi traevano fuori dalla faretra, per dirla con te, certi preziosi e numerati strali di cui non si doveva far gettito.

Pronunziavano essi, i primi uomini, con lentezza uniforme, con misurata gravità, la difficile parola che stupivano volasse e splendesse e sonasse, e fosse loro e diventasse d'altri, e recasse attorno l'anima di chi la emetteva dopo la lunga silenziosa meditazione. Oh! non le gettavano essi, come cose vili che soprabbondano, le parole pur mo nate, legate coi più sottili nodi, segnate con le più vive impronte, lavorate coi più ingegnosi nielli! Ne vedevano essi tutti i pregi, e il peso e il timbro del loro metallo, e il suono col quale in principio rompevano dalle labbra schiudentisi, e quello col quale in fine ronzavano nelle orecchie aperte. Or tu, fanciullo, fai come loro, perchè sei come loro.

Fai come tutti i bambini i quali non solo, quando sono un po' sollevati, giocano e saltano con certe loro cantilene ben ritmate, ma quando sono ancora poppanti, e fanno la boschereccia, con misura e cadenza balbettano tra sè e sè le loro file di pa pa e ma ma.

E in ciò è ragione perchè è natura. Tu sei ancora in presenza del mondo novello, e adoperi a significarlo la novella parola. Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo. E in ciò è il mistero della tua essenza e della tua funzione. Tu sei antichissimo, o fanciullo! E vecchissimo è il mondo che tu vedi nuovamente! E primitivo il ritmo (non questo o quello, ma il ritmo in generale) col quale tu, in certo modo, lo culli e lo danzi! Come sono stolti quelli che vogliono ribellarsi o all'una o all'altra di queste due necessità, che paiono cozzare tra loro: veder nuovo e veder da antico, e dire ciò che non s'è mai detto e dirlo come sempre si è detto e si dirà! E si ribellano, gli uni con schifi gesti di pedanti: Questa metafora non è in... (e qui il nome d'un poeta a mano a mano più recente); gli altri con pugnaci atteggiamenti di novatori: Questo non è assai inaudito e inaudibile! Quelli sono in generale vecchi che nella vecchiaia credono riposta ogni autorità; e questi, giovani che nella giovinezza imaginano insita ogni forza; più noiosi questi di quelli, perchè l'un vanto è sempre con impertinenza, e l'altro non è mai senza tristezza, e perchè se gli uni non intendono più, per senile sordità, l'arguto chiacchiericcio del fanciullo, gli altri non lo intendono ancora, per quello schiamazzare che fanno, miseramente orgoglioso, intorno al loro io giovane. E, in verità, giovani non sono, chè d'essere, se fossero, non si accorgerebbero. D'essere vecchio uno s'accorge sì, qualche volta, e allora si veste, si tinge, grida a giovane. È forse il caso di voi, vecchiastri?

A ogni modo, pace. Sappiate che per la poesia la giovinezza non basta: la fanciullezza ci vuole!

IV.

Tu sei savio, e mi contento. Non vuoi nè ripetere il già detto nè trovare l'indicibile: non vuoi essere nè un'inutilità nè una vanità. Vuoi il nuovo, ma sai che nelle cose è il nuovo, per chi sa vedervelo, e non t'indurrai a trovarlo, affatturando e sofisticando. Il nuovo non s'inventa: si scopre. Mi contento dunque, a dirla tra noi, vale a dire, tra me... Ma intendiamoci subito: di ciò non ti attribuisco gran lode, perchè non ci vedo gran merito. Come? Aspetta e sii paziente, chè mi conviene andar per le lunghe. E prima vorrei farti una domanda. Un fine, l'hai tu? Fuori, s'intende, di quello appunto di dire o dittare? E puoi dirmi, quale? Ho bisogno di saperlo. Non rispondi? Pensi? esiti? dubiti? Imagino che codesto fine non sia, per esempio, quello di dare un po' d'aiuto, di fornire un poco d'oro al tuo vecchio ospite, che ne ha tanto bisogno. Imagino, anzi so, che tu non conosci altro oro che metaforico, cioè che non si spende. Ridi? Intendiamoci. So per certo che tu non credi di procacciarmi direttamente un utile materiale, ma sospetto che ti figuri di procacciarmelo indirettamente, aggiungendo non saprei che favore alla mia povera persona e che pregio alle mie umili virtù, sì che l'industria, che sai che esercito, mi profitti qualche cosa più. Ebbene, ti inganneresti. Sappi che è il contrario; e che è ragionevole che sia il contrario. Tu sei un fanciullo: ora non tutti sanno distinguere te fanciullo da me vecchio, e perchè mi sentono e vedono bamboleggiare qualche volta, credono volentieri che io bamboleggi sempre, anche quando lavoro sul serio, per guadagnarmi la vita. Per ciò essi meno apprezzano quei lavori serii, e io minor utile ne ricavo. E hanno torto. Sempre? Sappi che non hanno torto sempre. Hanno, per esempio, ragione (nè parlo soltanto di me, ma di molti altri), quando tra i miei ragionamenti, che non dovrebbero essere se non giusti e chiari, vedono comparire i tuoi sorrisi e le tue grida. Vedi: i passeri sono graziosi uccelli (anch'essi: perchè no?); ma nei seminati i contadini non ce li vogliono, per graziosi che sieno. Le spadacciole sono bellissimi fiori; ma tra il grano sarebbe molto meglio che non ce ne fosse. Ma fanno così bel vedere! Non nego che possano dilettare qualcuno: non dilettano però colui che spera l'utile di quel grano. Capisci? Se anche c'è qualcuno a cui piacciono i tuoi frulli e i tuoi lampeggiamenti in mezzo a un ragionare che avrebbe a essere serio, ai più non può essere che non dispiaccia. E sai che cosa succede? Questi, trovandoti così fuori di posto, non pensano che tu sia il fanciullo dalla voce argentina, ma credono sentire in te l'uomo roco, l'uomo che parla per ingannare; e gridano: Retorica! Ora per evitare tale scambio a te e tale danno a me, non sarebbe male che quando io bado ai fatti miei, tu te ne andassi lontano e dormissi nei profondi boschi d'Idalia tra l'odoroso cespuglio dell'amaraco. Se tu conoscessi Platone, ti direi che come egli ha ragione nel volere che i poeti facciano mythous e non logous, favole e non ragionamenti, così non ho torto io nel pretendere che i ragionatori facciano logous e non mythous.[9] Ma pur troppo è difficile trovare chi si contenti di fare solo quello che deve. E Platone stesso... Ma egli era Platone.

Tornando a noi, dunque, nessun utile nè diretto nè indiretto mi viene da te, o fanciullo. Checchè tu possa dire, nessuno. Quale invero sarebbe? Parla!

il fanciullo

A te nè le gemme nè gli ori

fornisco, o dolce ospite; è vero;

ma fo che ti bastino i fiori

che cogli nel verde sentiero,

nel muro, sulle umide crepe,

dall'ispida siepe.

Non reco al tuo desco lo spicchio

fumante di pingue vitella;

ma fo che ti piaccia il radicchio

non senza la sua selvastrella,

con l'ovo che a te mattutina

cantò la gallina.

Per me tu non ari, o poeta,

nè vigne sassose, nè grasse

maggesi; ma dimmi se più

di vigne e maggesi s'allieta

quel cupo signore, od il passero

garrulo e tu!

Non fragili coppe di Cina

la lampada d'oro t'irradia;

ma tu la tua scabra cucina

tu ami e la provvida madia;

la fiamma che lustra, tu ami,

sui nitidi rami.

Non hai che dal ciglio ti penda,

nè paggio nè florida ancella;

ma lieta, ma grata sfaccenda

per te la tua dolce sorella;

che cinge il grembiule, e sorride;

lo scinge e s'asside

con te... E per letto di morte,

che a tutti è sì duro e sì grave,

che cosa ti serbo, sai tu?

Oh! rose per letto di morte,

cadute dal pruno: il soave

dolore che fu!

V.

Bene! Tu hai cantato e detto: hai cantato strofe e detto verità. E mi viene in mente che oltre codeste verità, diremo così, usuali, di cui io ti sono testimone, ci sia sotto il tuo dire una verità più riposta e meno comune, a cui però la coscienza di tutti risponda con subito assenso. Quale? Questa: che la poesia, in quanto è poesia, la poesia senza aggettivo, ha una suprema utilità morale e sociale. E tu non hai mica ragionato, per rivelare a me il tuo fine. Tu hai detto quel che vedi e senti. E dicendo questo, hai forse espresso quale è il fine proprio della poesia. Ora tocca a me ragionarci sopra. Chi ben consideri, comprende che è il sentimento poetico, il quale fa pago il pastore della sua capanna, il borghesuccio del suo appartamentino ammobiliato sia pur senza buon gusto ma con molta pazienza e diligenza; e vai dicendo. O è il contrario? E il pastore che, parando le pecore, sogna una bottega da avviare nel borgo vicino, e il borghesuccio che fantastica d'un palazzo in città grande e rumoreggiante, sono, essi sì, poeti fantasiosi e sognatori, e gli altri no? Già, per me, altro è sentimento poetico, altro è fantasia: la quale può essere bensì mossa e animata da quel sentimento, ma può anche non essere. Poesia è trovare nelle cose, come ho a dire? il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente e serenamente di tra l'oscuro tumulto della nostra anima.

A volte, non ravvisando essi nulla di luminoso e di bello nelle cose che li circondano, si chiudono a sognare e a cercar lontano. Ma pur nelle cose vicine era quello che cercavano, e non avervelo trovato, fu difetto, non di poesia nelle cose, ma di vista negli occhi. Direte voi (non parlo a te, ora, o fanciullo, ma a cotali fanciulloni), direte voi che il sentimento poetico abbondi più in chi, torcendo o alzando gli occhi dalla realtà presente, trovi solo belli e degni del suo canto i fiori delle agavi americane, o in chi ammiri e faccia ammirare anche le minime nappine, color gridellino, della pimpinella, sul greppo in cui siede? E non voglio dire che non abbondi nel primo, quel sentimento, e non si trovi anzi unito ad altre virtù di scienza e di fantasia che lo facciano giustamente ammirabile; sebbene, come più agevolmente muove, così più presto annoia il suo lettore, e, a ogni modo, poichè le cose assenti, o non viste mai, sono sempre a tutti meravigliose, egli fa come l'uomo che pretenda d'aver rallegrato con sue novellette l'uditore che, pure ascoltando, abbia bevuto largamente del vino letificante. Egli è stato, forse, arguto e festevole: ma chi rallegra con la parola sua schietta, senza bisogno di calici, ha maggior merito.

Or dunque intenso il sentimento poetico è di chi trova la poesia in ciò che lo circonda, e in ciò che altri soglia spregiare, non di chi non la trova lì e deve fare sforzi per cercarla altrove. E sommamente benefico è tale sentimento, che pone un soave e leggiero freno all'instancabile desiderio, il quale ci fa perpetuamente correre con infelice ansia per la via della felicità. Oh! chi sapesse rafforzarlo in quelli che l'hanno, fermarlo in quelli che sono per perderlo, insinuarlo in quelli che ne mancano, non farebbe per la vita umana opera più utile di qualunque più ingegnoso trovatore di comodità e medicine? E non so dire quanto la comunione degli uomini ne sarebbe avvantaggiata; specialmente in questi tempi in cui la corsa verso l'impossibile felicità è con tanto fulmineo disprezzo in chi va avanti, con tanta disperata invidia in chi resta addietro. Già in altri tempi vide un Poeta (io non sono degno nemmeno di pronunziare il tuo santo nome, o Parthenias!), vide rotolare per il vano circolo della passione, le quadrighe vertiginose: e quei tempi erano simili a questi, e balenava all'orizzonte la conflagrazione del mondo in una guerra di tutti contro tutti e d'ognuno contro ognuno: e quel Poeta sentì che sopra le fiere e i mostri aveva ancor più potere la cetra di Orfeo che la clava d'Ercole. E fece poesia, senza pensare ad altro, senza darsi arie di consigliatore, di ammonitore, di profeta del buono e del mal augurio: cantò, per cantare. E io non so misurare qual fosse l'effetto del suo canto; ma grande fu certo, se dura sino ad oggidì, vibrando con dolcezza nelle nostre anime irrequiete. O rimatori di frasi tribunizie, o verseggiatori di teoriche sociali, che escludete dall'ora presente ogni poesia che non sia la vostra, vale a dire, escludete la POESIA, ditemi: Era o non era al suo posto, nel secolo d'Augusto, il cantore delle Georgiche? Sì, non è vero? Egli insegnava ad amare la vita in cui non fosse lo spettacolo nè doloroso della miseria nè invidioso della ricchezza: egli voleva abolire la lotta tra le classi e la guerra tra i popoli. Che volete voi, o poeti socialisti, che dite cose tanto diverse e le dite tanto diversamente da lui?

Dei due fraterni poeti Augustei (chè non si può parlare di Virgilio senza soggiungere Orazio) voi direte che fu la filosofia che li addusse a quella ragione sana e pia di considerare la società e la vita. E no: fu il fanciullino che li portò per mano, dicendo: Vi dirò io dove è nel tempo stesso la poesia e la virtù. Fu il fanciullino che, se mai, fece che trascegliessero tra le opinioni dei filosofi quelle che confermavano il loro sentimento.

Considerate. Catone e Varrone scrissero di agricoltura prima di Virgilio. Erano uomini di molto giudizio e sapere, essi. Per esempio, Catone, suggerendo al pater familias che cosa deve dire e fare, quando si reca alla villa, conclude: «Venda l'olio, se si vende bene; il vino, il frumento che avanzi, lo venda. I buoi incaschiti, le fattrici non più buone, così le pecore, la lana le pelli, un barroccio vecchio, ferramenti vecchi, uno schiavo attempato, uno schiavo ammalazzito, e altra roba che ci sia di troppo, la venda. Un padre di famiglia deve tirare a vendere, non a comprare.»[10] Quegli schiavi, tra la ferraglia vecchia e l'altra roba d'avanzo, a noi fanno un certo senso; eppure era naturale che si nominassero a quel punto. Varrone in fatti riferisce questa elegante distinzione delle cose con le quali si coltivano i campi: «Altri le dividono in tre generi: strumento vocale, semivocale e muto; vocale, in cui sono gli schiavi, semivocale in cui sono i bovi, muto in cui sono i carri».[11] È naturale, s'intende, che Virgilio scrivendo di proposito sull'agricoltura, in versi bensì ma non a fantasia, in versi ma dopo avere studiato l'argomento anche sui libri degli altri, parlasse a ogni momento, oltre che dei plaustri e dei bovi, di quello strumento precipuo della coltivazione che erano gli schiavi. Noi, per esempio, dobbiamo aspettarci che come insegna quale profenda dare, erbe in fiore e biada, al polledro da razza,[12] e ai manzi in tanto che si domano, non sola erba e frasche di salcio e paleo di padule, ma anche piantine di grano appena nato;[13] così ammaestri il buon massaio sul pane e companatico, vino e vestimenta, da fornirsi alla familia. Parlando di olive, è certo che egli penserà al pulmentarium familiae. Catone, gran maestro, dice pure:[14] «Indolcisci quanto più puoi, di olive caschereccie. Quindi le olive anche buone, da cui non possa uscire che poco olio, indolciscile: e fanne grande risparmio, perchè durino il più possibile. Quando le olive saranno mangiate, dà allec e aceto». Tornava bene, mi pare, discorrere di codeste olive da riporre per gli schiavi, e così anche dei vestimenti; che poteva cadere in taglio, a proposito della lana, fare per esempio un'osservazione di tal genere: «quando a uno schiavo dài una tunica o un pastrano nuovo, prima ritira il vecchio, per farne casacche a toppe (centones)». Insomma queste e simili provvidenze erano buone a mettersi in bei versi con quel tanto garbo del poeta che sa parlare con solennità e gravità di umili cose.

Oh! sì! Non ci sono schiavi per Virgilio. Nei suoi poemi non c'è mai nemmeno la parola servus: c'è serva due volte, e a proposito di altri tempi e di altri costumi:[15] tempi e costumi in cui il poeta vede bensì i re serviti da molti schiavi; eppur chiama questi famuli e ministri, non servi.[16] Ma i suoi campi, quelli che esso insegnava a coltivare, quelli che arava e seminava con i suoi dolci versi, quelli non hanno gente incatenata e compedita. Il poeta che nella prima delle ecloghe pastorali mette sè in persona d'uno schiavo liberato, ha proclamato nelle campagne italiche quella parola che con tanta enfasi suona dalla sua bocca di Titiro: LIBERTAS.[17] Gli agricoli di Virgilio nè sono schiavi nè mercenari. Essi sono di quelli di cui parla Varrone,[18] che coltivano la terra da sè, come tanti possidentucci con la loro figliolanza. Questi ha in mente Virgilio, quando esclama che sarebbero tanto felici, se conoscessero la loro felicità, con tanta pace, con tanto fruttato, tra tanto bello, senza il rodìo o della miseria o della soverchianza altrui, lavorando alla sua stagione, godendosi la famiglia in casa e le care feste fuori.[19] Di gente che lavori per altri, nemmeno una traccia. L'ideale del poeta è quel vecchiettino Cilice, trapiantato dalla sua patria nei dintorni di Taranto. Aveva avuto pochi iugeri di terra non buona nè a grano nè a prato nè a vigna: una grillaia, uno scopiccio. Ebbene il bravo vecchiettino ne aveva fatto un orto, con non solo i suoi cavoli, ma anche gigli e rose, e alberi da frutta, e bugni d'api, e vivai di piante.[20] Sì: il poco e il piccolo era il sogno dei due grandi fraterni poeti. Virgilio diceva: loda la campagna grande, e tienti alla piccina.[21] E Orazio: Questo era il mio voto: un campicello non tanto grande, con l'orto, con una fonte, e per giunta un po' di selvetta.[22] Chi non dovrebbe preferire la campagna grande alla piccola, quando non toccasse di coltivarla a lui? Ma ai due poeti, quando erano poeti, non si presentava al pensiero questa considerazione così semplice. A dir meglio, il fanciullo che era in loro, preferiva, come tutti i fanciulli, ciò che è piccolo: il cavallino, la carozzina, l'aiolina. Oh! c'è chi ha rimproverato a Orazio quest'amor della mediocrità! Ma esser poeta della mediocrità, non vuol dire davvero essere poeta mediocre. Il contrario, anzi, è vero. Non ama, chi dice di amare un serraglio di donne. Non è poeta, chi non si fissa in una visione che i suoi occhi possano misurare. E le cose grandi, le cose ricche, le cose sublimi non riescono poetiche, se non sono sentite o dette in persona di chi stupisce avanti loro, perchè appunto esso è piccolo, è povero, è umile. Il poeta è il poverello dell'umanità, spesso anche cieco e vecchio. E se tale non sembra, se anzi è gran signore e giovane e felice, ebbene vuol dire che se è ricco lui, è pauperculus però il fanciullino che è in lui; cioè si è conservato povero, come a dire fanciullo. Perchè poverino è sempre il bimbo, sia pur nato in una culla d'oro, e tende sempre la mano a tutto e a tutti, come non avesse niente, e desidera il boccon di pan duro del suo compagno trito, e vorrebbe fare il duro lavoro del suo compagno tribolato. Per questo non Virgilio proprio, ma il fanciullo che egli aveva in cuore, non voleva gli schiavi nei campi. Diremo noi che Virgilio attingesse dai libri di qualche filosofo o di qualche profeta questa legge di libertà? No: egli stesso ne era forse inconsapevole, di questa libertà che proclamava. Era la sua poesia che aboliva la servitù, perchè la servitù non era poetica. Non era poetica, e il divino fanciullo che non vede se non ciò che è poetico, non la vedeva. Tanto che noi se non avessimo dei tempi di Virgilio altro testimone che Virgilio, dovremmo credere che non esistesse allora più questa miseria e vergogna che non è cessata nemmeno ai nostri, di tempi. Oh! dovremmo credere che il Cristo non anco nato ispirasse al poeta contadino dell'Esperia, come il vaticinio del suo avvento, così il presentimento della grande fratellanza umana! Non c'è la schiavitù nell'Italia Virgiliana: nemmeno c'è il salariato, nemmeno il mezzadro!

Così il poeta vero, senza farlo apposta e senza addarsene, portando, per dirla con Dante, il lume dietro, anzi no, dentro, dentro la cara anima portando lo splendore e ardore della lampada che è la poesia; è, come si dice oggi, socialista, o come si avrebbe a dire, umano. Così la poesia, non ad altro intonata che a poesia. è quella che migliora e rigenera l'umanità, escludendone, non di proposito il male, ma naturalmente l'impoetico. Ora si trova a mano a mano che impoetico è ciò che la morale riconosce cattivo e ciò che l'estetica proclama brutto. Ma di ciò che è cattivo e brutto non giudica, nel nostro caso, il barbato filosofo. È il fanciullo interiore che ne ha schifo. Il quale come narrando le imprese dei suoi eroi, e dicendo tutto di loro, e, oltre le battaglie e i discorsi, anche i pasti e i sonni, e figurando a noi, per esempio, i loro cavalli, e ridicendo che brucavano e sudavano e spumavano, pur non dice mai (tu vedi che procuro quanto posso, che tu non torca il nasino) non dice mai che stallavano; così della nostra anima non racconta che il buono e della nostra visione non ricorda che il bello. Che per cantare il male bisogna fare uno sforzo continuo su sè stesso, a meno che non si tratti di pazzia. E in questo caso, la pazzia sta appunto in questo, di pensar da buoni e cantar da cattivi.

Così, caro fanciullo, hanno gran torto coloro che attribuiscono, per ciò che tu non vedi che il buono, qualche merito di bontà a colui che ti ospita. Il quale può essere anche un masnadiero, e aver dentro sè un fanciullo che gli canti le delizie della pace e dell'innocenza, e la casa dove non deve più riposare, e la chiesa dove non sa più pregare.

VI.

Il poeta, se è e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il fanciullo detta dentro, riesce perciò ispiratore di buoni o civili costumi, d'amor patrio e familiare e umano. Quindi la credenza e il fatto, che il suon della cetra adunasse le pietre a far le mura della città, e animasse le piante e ammansisse le fiere della selva primordiale; e che i cantori guidassero e educassero i popoli. Le pietre, le piante, le fiere, i popoli primi seguivano la voce dell'eterno fanciullo, d'un dio giovinetto, del più piccolo e tenero che fosse nella tribù d'uomini salvatici. I quali, in verità, s'ingentilivano contemplando e ascoltando la loro infanzia. Così Omero, in tempi feroci, a noi presenta nel più feroce degli eroi, cioè nel più vero e poetico, in Achille, un tipo di tal perfezione morale, che potè servire di modello a Socrate, quando preferiva al male la morte. Così Virgilio, in tempi più gentili, avendo la mira soltanto al poetico, ci mostra lo spettacolo tanto anticipato, ahimè! d'un'umanità buona, felice, tutta al lavoro e alle pure gioie dei figli, senza guerre e senza schiavi. Gli uomini, al suo tempo, parrebbe che avessero impetrato, ciò che è ancora il desiderio inadempiuto de' nostri operai, le otto ore di lavoro per ogni otto di sonno e altre otto di svago. — Oh! qualche volta presso lui il contadino aggiunge la notte al giorno! — Sì: ma che dolcezza di lavoro, quella, tra l'uomo che col pennato fa il capo a spiga a suoi rami di pino, che hanno a essere fiaccole, e la donna che o tesse la tela o schiuma il paiolo cantando.[23] E nell'Eneide Virgilio canta guerre e battaglie; oppure tutto il senso della mirabile epopea è in quel cinguettìo mattutino di rondini o passeri, che sveglia Evandro nella sua capanna, là dove avevano da sorgere i palazzi imperiali di Roma.[24]

Ma Omero, ma Virgilio non lo facevano apposta. Ma il poeta non deve farlo apposta. Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spade e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra. Egli, anzi, quando li trasmette, pur essendo in cospetto d'un pubblico, parla piuttosto tra sè, che a quello. Del pubblico, non pare che si accorga. Parla forte (ma non tanto!) più per udir meglio esso, che per farsi intendere da altrui. È, per usare imagini che sono presenti ora al mio spirito, è, sì, per quanto possa spiacere il dirlo, un ortolano; un ortolano, sì, o un giardiniere, che fa nascere e crescere fiori o cavolfiori. Sapete che cosa non è? Non è cuoco e non è fiorista, che i cavolfiori serva in bei piatti, con buoni intingoli, che i fiori intrecci in mazzetti o in ghirlandette. Egli non sa se non levare al cavolo qualche foglia marcia o bacata, e legare i fiori alla meglio, con un torchietto che strappa lì per lì a un salcio: come a dire, unisce i suoi pensieri con quel ritmo nativo, che è nell'anima del bimbo che poppa e del monello che ruzza.

Ora il poeta sarà invece un autore di provvidenze civili e sociali? Senza accorgersene, se mai. Si trova esso tra la folla; e vede passar le bandiere e sonar le trombe. Getta la sua parola, la quale tutti gli altri, appena esso l'ha pronunziata, sentono che è quella che avrebbero pronunziata loro. Si trova ancora tra la folla: vede buttare in istrada le masserizie di una famiglia povera. Ed esso dice la parola, che si trova subito piena delle lagrime di tutti.

Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta. Ma non è lui che sale su una sedia o su un tavolo, ad arringare. Egli non trascina, ma è trascinato; non persuade, ma è persuaso.

Perchè pensi alla patria e alla società, bisogna proprio che sia un momento che tutti intorno a lui ci pensino. Se no, è un guaio serio. Quello per la mamma, è il più soave degli affetti. Ma che direste voi d'uno che facesse la cronaca, giorno per giorno, di sua mamma? Stamane s'è levata, cara mamma! Io l'ho guardata, povera mamma! M'ha dato il caffè e latte, povera cara mamma! Costui è un imbecille, quando non è uno che finga e abbia bisogno di darsi l'aria di amare quella che è così facile amare! Oh! la madre è malata, la madre è lontana, la madre è morta! Ecco che allora ci si pensa, alla mamma, e ci si strugge. Oppure la mamma ha una gran consolazione; e noi siamo più che consolati, e ci sentiamo invasi da un impeto di canto. Così per la patria. Non ci accorgiamo di lei, se non nelle sue feste e nelle sue (nostre) disgrazie. E allora prorompe anche dal cuore del fanciullo il grido di gioia e il grido di dolore; ed è grido che ha subito mille echi. Ma il bambino non è un babbino che s'impanchi a far lezione quotidiana d'amor patrio o d'amor paterno e materno ai suoi fratellini, e anzi ai suoi zii e nonni. Chi pretende che faccia questo, vuole che il vispo fanciullo sia un vecchio noioso: vuole, insomma, che non esista la poesia. Perchè la poesia, costretta a essere poesia sociale, poesia civile, poesia patriottica, intristisce sui libri, avvizzisce nell'aria chiusa della scuola, e finalmente ammala di retorica, e muore. E noi di questa pseudopoesia ne abbiamo tanta, sin da quando morto Virgilio, invecchiando Orazio, chiusa la grande rivoluzione che cominciò, si può dire, e finì con la morte di due donne, di Giulia e di Cleopatra, la figlia e la amante di Cesare: ebbene i corvi, quali Pindaro li avrebbe chiamati, si gettarono gracchiando sull'immenso campo di battaglia, per beccare non occhi di uccisi, ma semi di poesia. E che facevano essi? Raccontavano un fatto storico, di quelli ultimi; lo condivano con declamazioni, esclamazioni, maledizioni; e lo mettevano in esametri. Ma anch'essi capivano che non bastano i versi a far poesia; e perciò incorniciavano la loro storia verseggiata e declamata con una descrizione di alba e un'altra di tramonto; e il poema era fatto.[25] Ecco Giulio Montano. Questi era un poeta come tant'altri. A ogni tratto inseriva albe e tramonti. Pertanto, poichè un tale s'era seccato ch'egli avesse recitato per tutto un giorno, e diceva che non si doveva andare alle sue recite; Natta Pinario esclamò: «O che io posso essere più condiscendente con lui? Io sono pronto a starlo a sentire da un'alba a un tramonto!» — Voleva dire, il buon Natta, che la seccaggine sarebbe durata poco, e che dopo due o tre versi esso poteva andare pei fatti suoi.[26] È inutile. Già Orazio ammoniva che non bastavano le descrizioncelle, le digressioncelle, le belle toppe rosse e gialle, per far di prosa poesia.[27] Bisogna che il fatto storico, se vuol divenir poetico, filtri attraverso la maraviglia e l'ingenuità della nostra anima fanciulla, se la conserviamo ancora. Bisogna allontanare il fatto vicino allontanandocene noi. Volete una prova a cui distinguere la poesia dalla pseudopoesia, in siffatto genere storico? Se la narrazione, che il verseggiatore vi fa, vi commuove meno che la stessa, fatta in prosa, dallo storico e dal cronista, dite pure che il verseggiatore ha tradotto, e male; non ha poetato. E ha perduto il suo tempo e ha fatto perdere a noi il nostro.

Ma in Italia la pseudopoesia si desidera, si domanda, s'ingiunge. In Italia noi siamo vittime della storia letteraria! Per vero, nè in Italia soltanto, mi pare che delle lettere si sia ingenerato un concetto falso. Le lettere sono gli strumenti delle idee, e le idee fanno di sè tanti gruppi che si chiamano scienze. Ma noi, fissati sugli strumenti, abbiamo finalmente dimenticato i fini. Siamo agricoltori che non pensano se non alle vaghe e non parlano se non di aratri, e più delle loro bellurie che delle loro utilità. Delle semente, della terra, dei concimi non ci curiamo più. Quindi avviene che abbiamo, come fisici, filosofi, storici, matematici, così letterati; modo di dire, come coltivatori di canapa, di viti, di grano e d'ulivi, così periti di vanghe e d'aratri, i quali non s'occupano di altro, e credono che non ci si debba occupar d'altro, e stimano, io vedo, che la loro sia la più nobile delle occupazioni. E almeno li facessero loro, codesti strumenti: no, li «giudicano» e li «collezionano». Codest'ozio noi chiamiamo ora critica e storia letteraria. E ognun può vedere che ci sono cose molto più utili e belle da fare: cioè coltivare e seminare. Ma c'è pure, tra le tante branche della letteratura, la poesia che sta a sè, la poesia che comprende in sè tutto ciò che si dice e scrive per diletto, amaro o dolce, suo o altrui. Questa non è rispetto alle scienze quello che lo strumento rispetto al fine. È una coltivazione, poniamo, anch'essa, ma d'altro ordine e specie. È, poniamo, la coltivazione, affatto nativa, della psiche primordiale e perenne. Ma noi la mettiamo insieme con l'altra letteratura «strumentale», e ne ragioniamo allo stesso modo. La dividiamo per secoli e scuole, la chiamiamo arcadica, romantica, classica, veristica, naturalistica, idealistica, e via dicendo. Affermiamo che progredisce, che decade, che nasce, che muore, che risorge, che rimuore. In verità la poesia è tal maraviglia, che se voi fate una vera poesia, ella sarà della stessa qualità che una vera poesia di quattromila anni sono. Come mai? Così: l'uomo impara a parlare tanto diverso o tanto meglio, di anno in anno, di secolo in secolo, di millennio in millennio; ma comincia con far gli stessi vagiti e guaiti in tutti i tempi e luoghi. La sostanza psichica è uguale nei fanciulli di tutti i popoli. Un fanciullo è fanciullo allo stesso modo da per tutto. E quindi, nè c'è poesia arcadica, romantica, classica, nè poesia italiana, greca, sanscrita; ma poesia soltanto, soltanto poesia, e... non poesia. Sì: c'è la contraffazione, la sofisticazione, l'imitazione della poesia, e codesta ha tanti nomi. Ci sono persone che fanno il verso agli uccelli: e al fischio sembrano uccelli; e non sono uccelli, sì uccellatori. Ora io non so dire quanta vanità sia la storia di codesti ozi. Eccola in due parole. Un poeta emette un dolce canto. Per un secolo, o giù di lì, mille altri lo ripetono fiorettandolo e guastandolo; finchè viene a noia. E allora un altro poeta fa risonare un altro bel canto. E per un secolo, o più o meno, mille altri ci fanno su le loro variazioni. Qualche volta il canto iniziale non è nè bello nè dolce; e allora peggio che mai!

Ma in Italia, e altrove, non stiamo paghi a questo compendio. Ragioniamo e distinguiamo troppo. Quella scuola era migliore, questa peggiore. A quella bisogna tornare, a questa rinunziare. No: le scuole di poesia sono tutte peggio, e a nessuna bisogna addirsi. Non c'è poesia che la poesia. Quando poi gl'intendenti, perchè uno fa, ad esempio, una vera poesia su un gregge di pecore, pronunziano che quel vero poeta è un arcade; e perchè un altro, in una vera poesia, ingrandisce straordinariamente una parvenza, proclamano che quell'altro vero poeta pecca di secentismo; ecco gl'intendenti scioccheggiano e pedanteggiano nello stesso tempo. Qualunque soggetto può essere contemplato dagli occhi profondi del fanciullo interiore; qualunque tenue cosa può a quelli occhi parere grandissima.

Voi dovete soltanto giudicare (se avete questa mania di giudicare) se furono quelli occhi che videro; e lasciar da parte secento e Arcadia. La poesia non si evolve e involve, non cresce o diminuisce; è una luce o un fuoco che è sempre quella luce e quel fuoco; i quali, quando appariscono, illuminano e scaldano ora come una volta, e in quel modo stesso.

Solamente s'ha a dire che raramente appariscono. Sì: la poesia, detta e scritta, è rara. Proprio rara la poesia pura. Ma c'è la poesia «applicata». La poesia «applicata» è dei grandi poemi, dei grandi drammi, dei grandi romanzi. Ora, molto ci corre che questi siano tutta poesia. Imaginate che siano un gran mare, ognuno. Nel mare sono le perle: ma quante? Ben poche; però in quale più, in quale meno. Occorre anche dire che in essi poemi, drammi, romanzi la poesia pura di rado si trova pura. Faccio un esempio. Una di queste perle, nel grande oceano perlifero che è la divina Comedia, diremo la campana della sera:

Era già l'ora che volge il disio

ai naviganti, e intenerisce il core

lo dì ch'han detto ai dolci amici addio;

e che lo nuovo peregrin d'amore

punge, se ode squilla di lontano,

che paia il giorno pianger che si muore.

In questa rappresentazione, che di più poetiche non se ne può trovare (Dante ci rappresenta l'ora in cui ridiventiamo per un momento fanciulli!), il tocco più poetico è l'ultimo. È l'ultimo; sebbene la squilla lontana che piange il giorno che muore, sia di quei tocchi che noi verseggiatori abbiamo fatti tornare a noia, a forza di ripeterli. E così quel suono di squilla può essere stinto e fioco per alcuno, assordato da tanti doppi. Ma tant'è. Orbene: il poeta ha dovuto mettere, per la necessità dell'arte, un pochino di lega nel suo oro puro. Quale? Quel «paia». L'ha dovuto mettere, perchè egli racconta un sentimento poetico altrui, sebbene anche di sè. E allora ha detto che la squilla pare piangere, non piange veramente. A un tratto il fanciullo (qui un poco, e molto altrove, molto presso altri), il fanciullo a mezza via si riscuote, e par che si vergogni d'esser fanciullo e di parlar fanciullesco, e si corregge. «Pare, non è, intendiamoci». Ma, caro bimbo, lo sapevamo da noi, che la campana non piange, ma par che pianga: anche però il giorno par che muoia, e non muore.[28]

VII.

La poesia benefica di per sè, la poesia che di per sè ci fa meglio amare la patria, la famiglia, l'umanità, è, dunque, la poesia pura, la quale di rado si trova. In Italia poi, che è la mia patria (non la tua, o fanciullo: tu sei del mondo, e non sei d'ora ma di sempre), in Italia è più rara che altrove. Invero non mai da noi fu amata la poesia elementare e spontanea. Come in genere la nostra letteratura, così in ispecie la nostra poesia ha avuto innanzi sè dei modelli. Noi abbiamo specchiato il nostro stile nell'arte latina, come i latini avevano fatto coi greci. Ciò può aver giovato a dare concretezza e maestà alle nostre scritture; ma quanto a poesia, ciò l'ha soffocata: la poesia non si fa sui libri. Poi amiamo troppo l'ornamentazione; e questo gusto lo dimostriamo specialmente in ciò che meno lo comporta: nella poesia. Il fanciullino italico non ruzza che ben vestito e ben pettinato: le noci con le quali fa a filetto, devono essere coperte di carta d'oro e d'argento. Noi vogliamo farci sempre onore: invece di badare al giuoco, badiamo a noi: ci stiamo a sentire e ammicchiamo alla nostra ombra. E anche più che a noi, badiamo al pubblico: guardiamo con la coda dell'occhio i grandi che stanno a vederci: e così facciamo tutto senza garbo e senza scioltezza. E siccome, particolarmente ai nostri giorni, tutto da noi si fa a concorso e tutto si dà all'asta e tutto si conclude con la aggiudicazione e la premiazione, così ci proponiamo, più che altro, di sopraffare l'un l'altro e di conquistarci con qualche grazietta il favore dei giudici. Nei giochi dei nostri fanciulli, c'entra per molta parte la gherminella che è cosa da attempati. Sono troppo scaltriti, i nostri fanciulli, e cercano meglio di esser primi, che d'esser loro. Perciò la nostra poesia (per chiamarla così) è per lo più d'imitazione, anzi di collezione, e sa di lucerna, non di guazza e d'erba fresca. Noi studiamo troppo, per poetare: ed è superfluo aggiungere che, per sapere, studiamo troppo poco. Mettiamo lo studio, insomma, dove non c'entra.

O come? Non c'entra nel poetare lo studio? Sì, ma diretto al fine, che Dante mostrò. Virgilio che è lo studio, conduce Dante a Matelda che è l'arte; l'arte in genere e in ispecie. L'arte di Dante è appunto la poesia. Dunque lo studio condusse Dante alla poesia. Ebbene Matelda, o la poesia, è nel giardino dell'innocenza, sceglie cantando fior da fiore, ha gli occhi luminosi, purifica nei fiumi dell'oblio e della buona volontà. Ossia, il poeta, mercè lo studio, è riuscito a ritrovare la sua fanciullezza, e puro come è, vede bene e sceglie senza alcuna fatica, sceglie cantando, i fiori che pare spuntino avanti i suoi piedi. Io, senza insistere sul valore morale del mito tanto esatto e bello, dico, interpretando il Poeta per il rispetto artistico, che lo studio deve essere diretto a togliere più che ad aggiungere: a togliere la tanta ruggine che il tempo ha depositata sulla nostra anima, in modo che torniamo a specchiarci nella limpidezza di prima; ed essere soli tra noi e noi. Lo studio deve togliere le scorie al puro cristallo che noi troviamo quasi casualmente; e quel cristallo pur con le scorie val più d'un vetro che noi dilatiamo e formiamo soffiando. Lo studio deve rifarci ingenui, insomma, tal quale Dante figura sè come avanti Beatrice così rispetto e Matelda; che se dall'una è sgridato e fatto piangere e vergognare come fanciullo battuto, dall'altra è, come bambino che non vuole o non può fare da sè, preso e tuffato nell'acqua e menato a bere alla fonte. Lo studio deve togliere gli artifizi, e renderci la natura. Così dice Dante. La sua arte è impersonata in Matelda, che è la natura umana primordialmente libera, felice, innocente.

Ma noi italiani siamo, in fondo, troppo seri e furbi, per essere poeti. Noi imitiamo troppo. E sì, che studiando si deve imparare a far diverso, non lo stesso. Ma noi vogliamo far lo stesso e dare a credere o darci a credere di fare meglio. Perciò sovente ci pare che, incastonando la gemma altrui in un anello nostro, noi abbiamo trovata e magari fatta la gemma; e più sovente ci imaginiamo che, dorando la statua di bronzo, quella statua non solo sia più bella, ma diventi opera nostra.

Noi non gettiamo più il martello contro i blocchi di marmo: ci accontentiamo di pulire e lustrare le statue belle e fatte. Al più al più, noi facciamo l'arte di Giovanni da Udine: eleganti stucchi: ma non ricordiamo quel che Giovanni disse, mi pare, a Pietro Aretino che ne lo ammirava: Bambocci vogliono essere!

E le scuole ci legano. Le scuole sono fili sottili di ferro, tesi tra i verdi mai della foresta di Matelda: noi, facendo i fiori, temiamo a ogni tratto d'inciampare e cadere. L'ho già detto: se uno si abbandona alle delizie della campagna, teme, che lo chiamino arcade; se un altro si vede avanti un'antitesi, sta un pezzo tra il sì e il no, temendo d'essere chiamato secentista. Mentre la mandra degli imitatori si butta alla rinfusa dietro qualche ariete maggiore, e tutti si mettono a belare o mugliare a un modo; sì che in certi tempi pare che gl'italiani (giudicandoli da quelli che scrivono in versi) non abbiano che l'amica, in certi altri non abbiano che la mamma; i poeti veri sono pieni del contrario affetto: vogliono cioè non essere imbrancati nè nel verismo nè nell'idealismo nè nell'euforionismo (penso un poco all'Euforione Calcidico, e molto a quello Germanico): vogliono non passare per Stecchettiani, per Carducciani, per d'Annunziani. Queste preoccupazioni li rendono troppo circospetti, troppo irresoluti, troppo sforzati. E Matelda si allontana da loro, facendo echeggiare sempre più lungi il suo dolce salmo che finisce per confondersi con lo stormir delle foglie e col gorgoglio del ruscello, e morire.

Ma poi, per la poesia vera e propria, a noi manca, o sembra mancare, la lingua.

La poesia consiste nella visione d'un particolare inavvertito, fuori e dentro noi.

Guardate i ragazzi quando si trastullano seri seri. Voi vedete che hanno sempre alle mani cose trovate per terra, nella loro via, che interessano soltanto loro e che perciò sol essi sembrano vedere: chioccioline, ossiccioli, sassetti. Il poeta fa il medesimo. Ma come chiamare questi lapilli ideali, questi cervi volanti della sua anima? Il nome loro non è fatto, o non è divulgato, o non è comune a tutta la nazione o a tutte le classi del popolo. Pensate ai fiori e agli uccelli, che sono de' fanciulli la gioia più grande e consueta: che nome hanno? S'ha sempre a dire uccelli, sì di quelli che fanno tottavì e sì di quelli che fanno crocro? Basta dir fiori o fioretti, e aggiungere, magari, vermigli e gialli, e non far distinzione tra un greppo coperto di margherite e un altro gremito di crochi? Ora se vi provate a dire il nome proprio loro, ecco che il nome di Linneo non va, per cento ragioni, e il nome popolare varia, quando c'è, da regione a regione, anzi da contado a contado. Se il popolo italiano badasse a queste tali cose, fiori, piante, uccelli, insetti, rettili, che formano per gran parte la poesia della campagna, il nome che esse hanno in una terra, avrebbe finito per prevalere su quello dominante in altre. Ma gl'italiani, abbarbagliati per lo più dallo sfolgorio dell'elmo di Scipio, non sogliono seguire i tremolii cangianti delle libellule. E così il poeta, se vuol poetare, bisogna che si lasci ogni tanto dire «E questo che è? che vuol dire? o poeta saccente e seccante!». E tuttavia così il poeta deve fare, e lasciar dire così, sperando, se non altro, che se ne avvantaggino i poeti futuri, i quali troveranno divulgati tanti nomi prima ignoti e perciò chiamati oscuri. In verità non è egli l'Adamo che per primo mette i nomi? Così deve operare, facendo a ogni momento qualche rinunzia d'amor proprio. Perchè l'arte del poeta è sempre una rinunzia. Ho detto che deve togliere, non aggiungere: e ciò è rinunzia. Deve fare a meno di tanti ghirigori, così facili a farsi, di tante bellurie, così piacevoli alla vista, di tante dorature, che dànno tanta idea della propria ricchezza: e questa è rinunzia. Deve lasciar molto greggio e molto imperfetto. Oh! come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti! Lo sapeva anche Marziale che derideva quel Matone che voleva dir tutto belle. Di', egli esclama, qualche volta soltanto bene, anche nè ben nè male, magari male! La continua eleganza è sommamente stucchevole. È come quel pranzo descritto dal De Amicis nel Marocco, che tutto vi sapeva di pomata. Questa bellezza in tutto e per tutto è totalmente antipoetica; chè la poesia è ingenuità; e quel fanciullo, che ogni cosa che fa e dice, la fa con una moina e con una smorfietta, e la dice con paroluccie smaccate e dolciate; che scapaccioni chiama quel fanciullo consapevole della sua fanciulleria!

VIII.

Con tutto questo, che speri tu? che fine hai? Ritorno, come vedi, al primo detto. Essere utile a me? No, s'è detto. Recar utile agli altri? S'è detto che, se mai, non lo fai apposta: dunque non è il fine tuo, codesto. Dilettar te stesso? Ecco: se questo fosse il tuo fine, tu chiuderesti dentro te la tua visione, e te la goderesti tra te e me, senza quei tanti struggimenti che ci sono, per comunicare la visione agli altri. O dunque?

La gloriola...

O povero fanciullo!

Pensa, o fanciullo, quante altre cose potrei fare con maggiore rispondenza a codesto fine. Da condurre un esercito a volare sulla bicicletta, tutto, o quasi tutto, meglio porta alla meta della vittoria e della gloria. Ma poniamo che ci si arrivi anche «sulle ali del canto». Qual disgrazia sarebbe mettersi in questa via, e per te e per me! Prima di tutto, ne andrebbe molto tempo. La gloriola vuole mutui uffici. Io devo conversare, e per lettere e a voce, sì con quelli che coltivano medesimi campi, e chieder loro e averne notizie sull'efficacia d'un concime che usiamo, e dar loro e riceverne augurii e rallegramenti per un buon raccolto che speriamo d'avere o abbiamo avuto; sì con quelli che professano soltanto di fornir le pianticelle, i semi, i concimi chimici, gli strumenti agricoli, a mano e a vapore. Quanto studio, quanta diligenza e pazienza si richiede per siffatta coltivazione! Bisogna raccattare tutti i cocci, come fanno i contadini, per seminarci e trapiantarci le tante pianticelle; anche i caldani rotti raccattiamo; anche quei vasi, dove cresceva il garofano di Geva contadinella. E star sempre lì ad annaffiare, a mondare, a potare; e sbirciare i vasi del vicino, e struggerci ch'egli abbia papaveri più grandi e girasoli più vistosi, e buttare a lui il malocchio, e contro il malocchio di lui tener molta ruta, e guardare che non ci si secchi.

Ma tu dirai: Anche il tempo si raccatta! Bene: parliamo d'altro. Non miete, chi non s'inchina. Ora, per la gloriola, ci s'inchina troppo, tanto umile sovente è la pianticella, e ci s'inchina troppo spesso, tante sono. Voglio dire che la nostra anima (l'anima, intendi!) si deforma, si fa gobba, come è la schiena dei poveri contadini che s'inchinano per il grano. E tu devi essere diritta, serena, semplice, o anima mia! Non c'è forse sentimento al mondo, nemmeno l'avidità del guadagno, che sia tanto contrario all'ingenuità del poeta, quanto questa gola di gloriola, che si risolve in un desiderio di sopraffazione! Quando sei preso da questo morbo, tu (ma tu non c'entri, allora), io, non cerco il poetico, il buono e il bello, ma il sonante e l'abbagliante. Oh! non cerco allora i lapilli, i nicchi, i fiori per la mia via, ma veglio inquieto spiando i quaderni altrui, magari leggendo di sulle spalle dello scrittore ciò che egli scrive. Allora io smetto il mio verso, e mi metto a far quello d'altri: come un merlo noioso che canta, in questo mentre, non le sue arie mattinali di bosco, ma la ritirata: perchè, se non per voglia di gloriola, nel suo padrone e forse in lui? O merlo dal becco giallo, tu hai voluto esser troppo furbo! Come puoi credere che il tuo «Io ti vedo!» che risonava tra il cader della guazza, sia peggio di codesto insopportabile «Ritìrati, cappellon!»? Ma è pur vero che «merlo» vuol dire sì furbo e sì il contrario! O anche, insistiamo troppo su un nostro verso o motivo o vezzo o genere, che sia una volta piaciuto: o riusciamo stucchevoli: non basta, diventiamo falsi. Imitiamo da noi medesimi, col vetro d'un bicchiere, il diamante puro che una volta trovammo. E sempre, pensando o scrivendo, siamo distratti dalla preoccupazione dell'effetto: che ne diranno? vincerò, con questo, il tale o il tal altro? E la tua grazia, che non è grazia se non è spontanea, si perde per sempre. Tu non vedi più giusto e limpido; anzi non guardi più; seppure, ciò che sarebbe peggio, non guardi, come ho detto, negli altri, e non baratti le vesti e magari l'anima con altri, che tu veda o creda più pregiati di te!

Non pensare alla gloriola, fanciullo: non è cosa da te. Ella è troppo difficile, o facile, a raggiungersi. Difficile: non ho già detto, quanto è raro che t'intendano? Tu non fai se non scoprire il nuovo nel vecchio. Gli altri, ossia i tuoi lettori e uditori, non dovrebbero dire o pensare se non: «Come è vero! e io non ci avevo pensato». Ma questo assentimento non ti vien sempre e nemmeno spesso. Gli occhi della gente sono oggi così fissi nell'ombelico della propria persona, che non hanno visto, si può dire, altro. E perchè hanno le luci velate dalla catalessi del loro egoismo, dicono che sei tu oscuro. Puoi, quando tu voglia, descrivere un mattino, per esempio, in campagna: chi non l'ha mai veduto sorgere, il sole, nè in campagna nè in città, non capisce e non approva nulla di ciò che dici. Sei inoltre oscuro, sovente per un'altra ragione: perchè sei chiaro. Sono tanto avvezzi i lettori oggi alle girandole, agli andirivieni, ai viluppi dei pensieri e sentimenti; perchè gli autori, attingendo questi e quelli di sui libri s'ingegnano con gli stucchi e gli ori a dar loro un aspetto nuovo, o fanno come le lepri, le quali, per nascondere al cacciatore le loro traccie, si mettono a girare e pestare su esse; sono i lettori tanto abituati ai misteri o gherminelle degli autori, i quali, troppo comodi, vogliono perpetuamente che s'intenda dagli altri meglio che da lor si ragioni; che quando tu dici nel tuo semplice modo le tue semplici cose, ecco che non ti capiscono più. Essi cercano in te quello che non c'è, e perchè non lo trovano, ci rimangono male. E se anche ti capiscono, vale a dire se capiscono che non vuoi dire se non quel che dici, e non sottintendi nulla, e non hai la pretesa, assurda e comune, che il senso, nelle tue cose, ce lo mettano i lettori, allora i più non ti apprezzano. Ai più pare che il bello sia nei fregi e che il poetico sia nella foga oratoria. E infine quasi tutti, come vuoi che ascoltino lo stormire delle foglie o il gorgoglio del ruscello o il canto dell'usignuolo o il suono della tua avena, se lì presso la banda del villaggio assorda la campagna coi tromboni e i colpi di gran cassa?

No no, fanciullo. La gloria o gloriola si forma con l'assenso di molti, e tu non sei udito, ascoltato, approvato, che dai pochi. È vero che tu ti rivolgi a tutti, ma ricordati: non agli uomini proprio, ma ai fanciulli, come te, che sono negli uomini. Ora codesti fanciulli, dato che in nessuni manchino, in pochi però prestano ascolto. E sai quali sono questi pochi? Sono generalmente poeti. Cioè il loro fanciullo o ti sta a sentire solo perchè anch'esso canta e vuol sapere se tu canti meglio o peggio di lui, o standoti a sentire finisce con cantare anche lui. E che succede? Succede che un giorno o l'altro comincia a fare il tuo verso. Prima fa solo qualche nota, poi qualche battuta, infine tutta la tua canzone. E allora? Allora diventa tuo imitatore. Ebbene? Ebbene l'imitatore è un debitore; e il debitore, presto o tardi, parlerà male del creditore. E così, anche di quei pochi, molti si sottrarranno dal dir le tue lodi, per assicurar le loro. E la tua gloriola o non nascerà o intisicherà appena nata.

Ma poi ti sentiresti d'accettarla codesta gloriola? Sai come ella nasce. Nasce in generale dalla affermazione tua stessa. È pensiero giustissimo del nostro Leopardi: «La via forse più diretta di acquistar fama, è di affermare con sicurezza e pertinacia, e in quanti più modi è possibile, di averla acquistata».[29] E altrove: «Rara è nel nostro secolo quella persona lodata generalmente, le cui lodi non sieno cominciate dalla sua propria bocca... Chi vuole innalzarsi, quantunque per virtù vera, dia bando alla modestia».[30] E tu, fanciullo, vorresti che io da una seggiola o da un palco mi mettessi a gridar le tue lodi o affermare la tua fama? «Questo ragazzo è un ragazzo miracoloso... noto in tutto il mondo...». In questo modo la gloriola sarebbe facile. Ma tu no, non vorresti. Eppure gli uomini non crederanno mai che sia grande un merito che non sia tanto grande da vincere persino la modestia di colui che l'ha. Se la tua modestia è grande, contentati d'una grandezza assai modesta. Sarai considerato un poeta mediocre, e poichè mediocre non deve essere il poeta, sarai proclamato non poeta. Ovvero tu, non credendo all'amara considerazione del Leopardi, aspetterai che la tua lode cominci dalle bocche altrui? Perchè questa lode sia tale da crearti una vera fama, occorre ch'ella possa propagarsi per gran numero di persone; le quali ti loderanno poi a lor volta senza conoscerti, senza averti udito, senza averti letto! Ti loderanno per «suggestione». Oh! il pessimo fatto che sarebbe allora il tuo! Tutto quel che tu facessi, sarebbe ugualmente lodato: ciò che tu sentissi d'aver fatto di meglio, sarebbe pareggiato a ciò che tu conoscessi d'aver fatto di peggio. Persino cosa che non avessi fatto tu, ma comparisse col tuo nome, sarebbe levata alle stelle, e così preferita a quelle che proprio tu avessi fatte e credessi buone e belle! E che ne faresti di tale gloriola?

Tanto più che bisogna vedere da che ti venne quella lode iniziale, che avviò tutte quell'altre lodi. Da che? Da qualche cosa più atta delle altre ad accecare, ad inebbriare, a far delirare la gente. Dalla politica, per esempio: dal partito o dalla setta. Badaci, ragazzo. È il fatto di qualcuno che vuol procacciarsi la popolarità, mettendo la cannella a una botte, e che tutti bevano. La gran botte è la politica, il vino che ognuno ne beve, è il proprio sentimento che si riscalda alla botte comune: la sbornia generale è la tua gloria!

O gloriola indegna del tuo desiderio! E poi è amara. Sai che siamo al tempo dei concorsi; al tempo delle classificazioni e premiazioni. Il divertimento più grande che si diano gli uomini, è quello di giudicare. In Atene fu in altri tempi una consimile mania di seder nell'Eliea e deporre le sue pietruzze. Oggi non c'è più solo qualche pazzo, ma molti; e non giudicano, in mancanza d'altro, i cani e gatti di casa, ma gli scrittori e i poeti di casa e fuori. Giudicano, e classificano: questo è il primo, quello il secondo, l'altro il terzo, e va dicendo. Ahimè! tu, fanciullo, fai il tuo discorsino, esprimi un tuo sentimento, esponi un tuo pensiero, mostri un tuo sorriso, versi una tua lagrima, senza riguardarti, senza saperlo, si può dire, senza perchè; al primo venuto, sfogando il cuore, quasi fuori di te: a mezzo le tue parole, al tuo riso, al tuo pianto, ecco senti che il tuo uditore piglia appunti, pesa le frasi che dici, disegna, col pollice, in aria la linea del tuo sorriso, esamina l'acqua e il cristallo della tua lagrima: e mormora: «Non c'è male! Benino! Bene! Benissimo! Peggio però del tale! Anche meglio del tal altro! Primo! Secondo! Terzo! Poeta maggiore! Poeta minore!». Certo tu, se non sei un vanarello o un frignone, cancelli il sorriso, ribevi la lagrima, e te ne vai. Forse giuri in quel momento di non andar più da altri, e godere o piangere tra te, un'altra volta. Ma sei fanciullo, e torni sempre da capo, trovando però ogni volta che per i fanciulli non c'è più luogo in questo mondo! Il fatto è che, oltre la noia di quel sentirti sempre paragonato, come se tu facessi un esercizio scolastico, puoi provare anche l'amarezza d'essere posposto, con giudizio spiccio o maligno, e anche d'essere preposto, a tali che tu non ti sogni nemmeno di emulare, a tali a cui tu non pensavi nemmeno, a cui non dovevi, non potevi pensare, assorto come eri nel tuo piacere o nel tuo dolore. Ti paragoneranno con gli altri e anche con te stesso. Ti conteranno gli anni e le rughe agli occhi e i capelli bianchi e non vedono l'ora di dirti che decadi, che rimbecillisci, che muori. Bella carità! E un bel giorno ti butteranno in un canto, dimenticandosi di te, e a torto. A torto sempre, perchè ciò che hai fatto di buono non deve essere annullato da ciò che poi faccia di men buono; e perchè non può nascere mai un portento tale da far dimenticare, per esempio, il Leopardi. Sia grande quanto si voglia il poeta che si aggiunge al canone, egli deve sedere su una seggiola, o vogliam dire trono, sola: non ha bisogno di due o di tutte, e che un altro o tutti gli altri si rizzino e se ne vadano.

La gloriola non è per te, fanciullo! La poesia pura, quando si legge, fa che il lettore dica: Come si potrebbe far meglio e più! È vero che codesta è illusione d'ornatista... E io penso ai panforti fiorati che sono tanto più belli, e si contemplano così, a lungo: ma finalmente gli ornati si gettano e si mangia il panforte solo. Tuttavia ricòrdati, anche per via di questo esempio fanciullesco del panforte fiorato, che generalmente si ammira e loda quel che sta sopra, non quello ch'è sotto.

Ricòrdati che la poesia vera fa battere, se mai, il cuore, non mai le mani.

IX.

Dunque... Ma intendo. Tu non aspiri alla gloriola ma alla gloria; e così distingui, come se la gloriola fosse tra i vivi, e la gloria dopo morte. Non voglio dirti (le tue illusioni mi sono care), non voglio dirti che dopo morte non sentiremo nulla, di ciò che si dice di noi. Sentirò o almeno sentirai: non rabbuiarti. Ma sentirai belle cose? Qui sta il punto. Prima di tutto: diranno nulla? Si ha fretta, ai nostri giorni, di vivere; e le visite ai camposanti fanno perder tempo. Ci si assorda, ai nostri giorni, con la nostra vita: e non è possibile udire lo stridìo leggiero delle ombre. I morti, ai nostri giorni, non contano più. Un poeta disse che il dì della morte era il dì della lode; ma il detto, pochi anni dopo che fu detto, non era più vero; e il Prati stesso lo sa, se nel sepolcro qualcosa si sa! E questo oblìo che preme subito i morti, non è, quanto ai letterati, senza ragione e senza giustizia. Noi letterati vogliamo in vita occupar troppo il mondo di noi. Se stessimo nel nostro angolo, se non ci sbracciassimo tanto nel mezzo della gente, se non vociassimo tanto, non avverrebbe questo compenso di silenzio dopo morte. Dunque, diranno nulla di te? E se mai, diranno bene e giusto? O credi che allora sarà cessata la mania della classificazione, l'artifizio della suggestione, la cecità del partito o della setta? Vedi: spesso i morti sono disturbati nel loro riposo, e tratti fuori per dare addosso ai vivi. Spessissimo. L'invidia sai in che forma si esercita per lo più. Tu dai a uno la debita lode in presenza d'alcuno. Questi conferma breve: poi a lungo si volta a lodare un altro, il quale può essere inferiore o superiore al tuo lodato, ma che quasi sempre è morto. Ora tu, fanciullo, vorresti essere disseppellito a questo fine? Poichè sarai un'ombra, avresti piacere d'essere adoperato a far ombra a qualche buon fanciullo saldo, che viva e canti? Questo non ti piacerebbe: meglio dormire dimenticato. E meglio esser morto tutto, che continuare a comparire avanti i tribunali ed essere giudicato e classificato: tanto più, che i giudici si trasmettono, cursori che stanno eternamente fermi, le fiaccole de' loro giudizi.

Tu non vuoi giudizi: vuoi commozione, vuoi assenso, vuoi amore; e non per te, ma per la tua poesia. Ebbene, morto che tu sia, se la tua voce fu pura, se fu la voce dell'anima e delle cose, non l'eco, o più fioco o più forte, d'altrui voce; ebbene codesta voce sarà inavvertita, quando non sia dimenticata. In vero se è spesso ripetuta, come forse è ragione, si fonderà, col tempo, non so se nel silenzio o rumore circostante: come il cinguettìo delle rondini sotto la tua grondaia, che quando è un pezzo che lo senti, non lo senti più...

Tu vuoi parlare? Aspetta: non ho finito.

A ogni modo perchè dovrebbe essere altrimenti? Che cosa fai tu, veramente, che sia degno di lode e di gloria? Tu ridi, tu piangi: che merito in ciò? Se credi d'averci merito, è segno che ridi e piangi apposta: se lo fai apposta, non è poesia la tua: se non è poesia, non hai diritto a lode. Tu scopri, s'è detto; non inventi: e ciò che scopri, c'era prima di te e ci sarà senza te. Vorresti scriverci il tuo nome su? Ti adiri, che ti vogliano giudicare e anche premiare per quello che non è se non la tua natura e la tua manifestazione di vita, che importa a te del nome?...

Il fanciullo

Il nome? il nome? L'anima io semino,

ciò ch'è di bianco dentro il mio nòcciolo,

che in terra, si perde,

ma nasce il bell'albero verde.

Non lauro e bronzo voglio; ma vivere:

e vita è il sangue, fiume che fluttua

senz'altro rumore,

che un battito, appena, del cuore.

Nei cuori, io voglio, resti un mio palpito,

senz'altro vanto che qual d'un brivido

che trema sull'acque,

fa il sasso che in fondo vi giacque.

Nell'aria, io voglio, resti un mio gemito:

se l'assiuolo geme voglio essere

tra i salci del rio

anch'io, nelle tenebre, anch'io.

Se le campane piangono piangono,

io nelle opache sere invisibile

voglio essere accanto

di quella che piange a quel pianto.

Io poco voglio; pur, molto: accendere

io sulle tombe mute la lampada

che irraggi e conforti

la veglia dei poveri morti.

Io tutto voglio; pur, nulla: aggiungere

un punto ai mondi della Via Lattea,

nel cielo infinito;

dar nuova dolcezza al vagito.

Voglio la vita mia lasciar, pendula,

ad ogni stelo, sopra ogni petalo,

come una rugiada

ch'esali dal sonno, e ricada

nella nostr'alba breve. Con l'iridi

di mille stille sue nel sole unico

s'annulla e sublima...

lasciando più vita di prima.

Bene! Dunque riassumo, come uomo serio che sono. La poesia, per ciò stesso che è poesia, senz'essere poesia morale, civile, patriottica, sociale, giova alla moralità, alla civiltà, alla patria, alla società. Il poeta non deve avere, non ha, altro fine (non di ricchezza, non di gloriola o di gloria) che quello di riconfondersi nella natura, donde uscì, lasciando in essa un accento, un raggio, un palpito nuovo, eterno, suo. I poeti hanno abbellito agli occhi, alla memoria, al pensiero degli uomini, la terra, il mare, il cielo, l'amore, il dolore, la vita; e gli uomini non sanno il loro nome. Chè i nomi che essi dicono e vantano, sono, sempre o quasi sempre, d'epigoni, d'ingegnosi ripetitori, di ripulitori eleganti, quando non siano nomi senza soggetto. Quando fioriva la vera poesia, quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s'inventa; si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto. Siffatte quisquilie intorno alla vita del poeta si cominciarono a narrare a studiare a indagare, quando il poeta stesso volle richiamare sopra sè l'attenzione e l'ammirazione che è dovuta soltanto alla poesia. E fu male. E il male ingrossa sempre più. I poeti dei nostri tempi sembrano cercare, invece delle gemme che ho detto, e trovare, quella vanità che è la loro persona. Non codesta quei primi. E tu, o fanciullo, vorresti fare quello che fecero quei primi, col compenso che quei primi n'ebbero; compenso che tu reputi grande, perchè, sebbene non nominati, i veri poeti vivono nelle cose le quali, per noi, fecero essi.[31]

È così?

Il fanciullo

Sì.

IL SABATO

I.

Era un sabato, il più bel giorno dei sette: e io uscito «in sul calar del sole» dalla porta di Monte Morello mi recava al colle detto Monte Tabor. Della primavera tuttavia irresoluta avevo visto già dal mattino, venendo dal Porto alla città di Recanati, inalberare la terra due insegne tra il pallore degli ulivi; una candida, una rosea, d'un mandorlo e d'un pesco. E nelle prode e per i greppi vedevo ora le margherite richiudere per la notturna vigilia i petali sfumati di carmino che candidi erano apparsi nel giorno (spose biancovestite che tingonsi di rossore allo sbocciare della stella); mentre io adorava le orme del Poeta, lasciandomi alle spalle la «piazzuola» piena del «lieto romore» dei fanciulli e avviandomi all'«ermo colle» donde egli aveva sentito nell'anima gl'«interminati spazi» e i «sovrumani silenzi». Il colle non è più quello, essendo stato in parte tagliato per dar luogo a una strada nuova, e piantato e ripulito e pettinato per diventare un giardino pubblico, il Pincio; ma «ermo» era anche quella sera di sabato. E si udivano bensì grida di fanciulli, felici della festa del domani; ma di qua e là, di lontano; e velavano appena la taciturnità del tramonto. Tornava un contadino con la vanga sulla spalla, dando la faccia rugosa ai bagliori del sole. Tornava una vecchierella con sul capo un piccolo fascio di stecchi. Un'altra le si fermava di contro. Stettero, nereggiando tra uno scintillìo diverso e continuo, parlando tra uno scampanìo fioco di voci remote. Parlavano a lungo: tentennavano la testa. Il «buon tempo» pareva non lo avessero conosciuto mai.

II.

«Donzellette» non vidi venire dalla campagna col loro fascio d'erba. Non ancora la lupinella insanguinava i campi. Avrei voluto vedere il loro mazzolino, se era proprio «di rose e di viole». Rose e viole nello stesso mazzolino campestre d'una villanella, mi pare che il Leopardi non le abbia potute vedere. A questa, viole di Marzo, a quella, rose di Maggio, sì, poteva; ma di aver già vedute le une in mano alla donzelletta, ora che vedeva le altre, il Poeta non doveva qui ricordarsi. Perchè il Poeta qui rappresenta a noi cose vedute e udite in un giorno, anzi in un'ora; e bene le rappresenta, come non solevano i poeti italiani del suo tempo e dei tempi addietro. E come queste, così altre; e in ciò è la sua virtù principale e, aggiungerei se non fosse ozioso e noioso a proposito di poesia parlar di gloria, la principale sua gloria. Vedere e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l'arpa che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è nelle cose: un certo etere che si trova in questa più, in quella meno, in alcune sì, in altre no. Il poeta solo lo conosce, ma tutti gli uomini, poi che egli significò, lo riconoscono. Egli presenta la visione di cosa posta sotto gli occhi di tutti e che nessuno vedeva. Erano forse distratti gli occhi, o forse la cosa non poteva essere resa visibile che dall'arte del poeta. Il quale percepisce, forse, non so quali raggi X che illuminano a lui solo le parvenze velate e le essenze celate. Ora il Leopardi (io pensavo fermandomi a guardare i monti di Macerata, sui quali si contorcevano alcune nuvole in fiamma, come dolorando), il Leopardi questo «mazzolin di rose e di viole» non lo vide quella sera: vide sì un mazzolino di fiori, ma non ci ha detto quali; e sarebbe stato bene farcelo sapere, e dire con ciò più precisamente che col cenno del fascio dell'erba, quale stagione era quella dell'anno. No: non ci ha detto quali fiori erano quelli, perchè io sospetto che quelle rose e viole non siano se non un tropo, e non valgano, sebbene speciali, se non a significare una cosa generica: fiori. E io sentiva che, in poesia così nuova, il poeta così nuovo cadeva in un errore tanto comune alla poesia italiana anteriore a lui: l'errore dell'indeterminatezza, per la quale, a modo d'esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli. Errore d'indeterminatezza che si alterna con l'altro del falso, per il quale tutti gli alberi si riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole (anzi rose e viole insieme, unite spesso più nella dolcezza del loro suono che nella soavità del loro profumo), tutti gli uccelli a usignuolo. Ma non erano usignuoli quelli che io sentivo tra gli uliveti della valle sottoposta; sebbene d'usignuolo sembrassero tre o quattro note punteggiate che promettevano, a ogni momento e sempre invano, il prorompere e il frangersi della melodia: preludio eterno. Quelle note d'usignuolo mal riuscito erano di cingallegre; e io le udivo a quando a quando dare in quegli striduli sbuffi d'ira o timore, che sembrano piccoli nitriti chiusi in gola d'uccello; le udivo, ora qua ora là, strisciare a lungo la loro limina mordace su un ferruzzo duro duro.

III.

Quante volte si sarà soffermato il Leopardi ad ascoltare quelle risse vespertine, risse sull'ora di scegliere il miglior posto per attendervi, con una zampina su, l'aurora! Egli amava «le più liete creature del mondo», il filosofo solitario. Pure nell'elogio che ne scrisse, non riuscì a infondere la poesia che sentiva in quello che egli chiama loro «riso», in quella vispezza e mobilità per la quale egli le assomiglia a fanciulli. Ciò che ne dice, è troppo generico, lasciando che non è tutto esatto. Per quanto l'assunto del filosofo dovesse in quell'elogio contrastare al sentire del poeta, tuttavia noi vi desideriamo il particolare perchè sia e legittima l'induzione del filosofo e viva l'esposizione del poeta. Ma non un nome di specie: tutti uccelli, tutti canterini. Nè molta varietà è, a questo proposito, nelle poesie: in una canta al mattino «la rondinella vigile» e la sera il «flebile usignol»; e il «musico augel» in un'altra canta il rinascente anno e lamenta le sue antiche sventure «nell'alto ozio de' campi»; e in un'altra è «il canto de' colorati augelli» insieme col murmure de' faggi; e via dicendo. Ora da questi e simili esempi si potrebbe inferire (io pensava) che il Leopardi non fosse quel poeta che tutti dicono, o perchè non colse quel particolare nel quale è, per così dire, come in una cellula speciale, l'effluvio poetico delle cose, o non lo colse per primo. Ma il nuovo e il vivo abbonda. E così mi rivolgeva nella mente, come un uomo pio sussurra un'orazione per iscacciare un brutto pensiero, i tanti luoghi coi quali il poeta della mia giovinezza, della giovinezza di tutti, destava in me i palpiti nuovi nel riconoscere le vecchie cose. Ripensavo le sue notti. Ecco una notte tormentata dalla tempesta: a un tratto non più lampi, non più tuoni, non più vento: buio e silenzio. Un'altra: una notte buia: la luna sorge dal mare e illumina un campo di battaglia tutto ancora vibrante del fracasso del giorno: gli uccelli dormono, e appena rosseggerà il tetto della capanna, gorgheggeranno come al solito. Un'altra ancora: una notte illuminata: la luna tramonta, spariscono le mille ombre «e una Oscurità la valle e il monte imbruna», e il carrettiere saluta con un melanconico stornello l'ultimo raggio. Oh! i canti e i rumori notturni! il fanciullo che non può dormire e ode un canto «per li sentieri Lontanando morire a poco a poco», o, mentre sospira il mattino, sente, portato dal vento, il suono dell'ora! Nessuno in Italia, prima e dopo il Leopardi, rappresentò così bene l'estasi di una notte estiva:

allora

Che, tacito, seduto in verde zolla,

Delle sere io solea passar gran parte

Mirando il cielo, ed ascoltando il canto

Della rana rimota alla campagna!

E la lucciola errava appo le siepi

E in su l'aiuole, sussurrando al vento

I viali odorati, ed i cipressi

Là nella selva: e sotto al patrio tetto

Sonavan voci alterne e le tranquille

Opre dei servi.

E nessuno meglio sentì la poesia d'un risvegliarsi in campagna al picchierellare sui vetri della pioggia mattutina; e nessuno espresse meglio il riprendere della vita dopo un temporale: lo schiamazzar di galline, il grido dell'erbaiuolo, che s'era messo al coperto, il rumoroso spalancarsi delle finestre, che erano state chiuse, e in ultimo il tintinnìo dei sonagli e lo stridere delle ruote d'un viaggiatore che riprende il suo viaggio; e nessuno dirà meglio mai la sensazione d'un canto di donna, udito di notte, in una passeggiata, dentro una casa serrata, a cui ci si soffermò per caso; o di giorno, nel maggio odoroso, misto al cadenzato rumore delle calcole e del pettine. Un grande poeta, o cingallegre che fate sentire le stridio assiduo delle vostre piccole lime in questo dolce sabato sera! un grande poeta, sebbene egli forse non distinguesse i vostri squilli dallo spincionare del fringuello, a cui assomigliano! Così pensavo, e venne il suono delle ore dalla torre del borgo, e io pensai all'altra torre, la torre antica del Passero solitario. Era proprio alle mie spalle. La primavera brillava nell'aria, sebbene non esultasse ancora per li campi: qualche belato, qualche muggito si udiva: dei passerotti saltabeccavano sul tetto della chiesa di Sant'Agostino, che ora è una prigione; le cingallegre stridivano sempre. Il passero solitario però non faceva più il nido nella torre, di cui fu abbattuta la «vetta»: mi dissero che più tardi ne avrei sentito i sospiri d'un gufo. Più tardi: ora il sole dirimpetto, facendo lustrare e avvampare tutti i vetri delle case

tra lontani monti

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

IV.

Il sole non si dileguava così presto dietro il Sanvicino: esso colorava qua in rosa tenue, là in rosa carico, qua in oro, là in violetto, le nuvole che parevano essere convenute per assistere alla sua discesa. A un volger d'occhio, quella si scolorava in ardesia, questa trascolorava in porpora. E non mi pareva che il sole dicesse cadendo quelle triste parole. Già con me erano di troppo: ma mi ricordo che quando ero, non un poeta giovane, ma un giovane proprio, il sole al tramonto mi diceva sempre, come dirà anche oggi ai giovani lettori del Leopardi:

Che la beata gioventù vien meno.

Il Passero solitario dicono che sia concezione, se non lavoro, della prima giovinezza del Poeta: dell'anno 19 che fu a lui il più ricco di ispirazioni. Fu concepito, in vero, quando il poeta non curava più

sollazzo e riso,

Della novella età dolce famiglia.

quando non era più quel fanciullo giocondo di cui egli stesso narra:

In queste sale antiche,

Al chiaror delle nevi, intorno a queste

Ampie finestre sibilando il vento,

Rimbombaro i sollazzi e le festose

Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno

Mistero delle cose a noi si mostra

Pien di dolcezza.

Giacomo godè il suo Sabato, «giorno d'allegrezza pieno, Giorno chiaro, sereno». La sua fanciullezza passò, come raccontava il suo fratello Carlo, tra giuochi e capriole e studi; ma passò in un collegio. Carlo lodava suo padre «d'averli tenuti presso di sè»; ma certo questi li tenne più da rettore che da padre. Monaldo credeva d'avere ricevuto una instituzione molto imperfetta. «L'ottimo Torres» egli dice «fu l'assassino degli studi miei, ed io non sono riuscito un uomo dotto, perchè egli non seppe studiare il suo allievo e perchè il suo metodo di ammaestrare era cattivo decisamente». Ora sin dall'età di anni quattordici egli aveva detto fra sè che avendo figli non avrebbe permesso ad alcuno lo straziarli tanto barbaramente. Come tenne il suo proponimento? In una cosa intanto: nel non mandare in monastero la figlia Paolina, come vi era stata mandata la sorella di lui, con la quale e col fratello finchè gli visse, aveva trascorso i suoi primi anni. Egli sofferse molto di quell'allontanamento e non volle dare a Giacomo e a Carlo il dolore che aveva provato esso. Poi: avrà certo raccomandato ai precettori che forniva ai suoi figli, di non essere così pedanti da esigere da essi la recitazione a memoria di «libri intieri senza il più piccolo errore». Ma i precettori volle che fossero preti: don Giuseppe Torres per primo (il suo maestro «di una severità intollerabile»); poi don Sebastiano Sanchini. Egli diede inoltre ai figli un pedagogo, che sempre li accompagnasse, «un pedante vermiglio, grasso, florido», don Vincenzo Diotallevi, buon bevitore. Quelli erano i maestri o professori, questo il prefetto; il rettore, s'intende, era Monaldo. I giuochi dei ragazzi erano quali si fanno anche oggidì nei collegi un poco all'antica; quali mi ricordo d'aver fatti anch'io nel collegio dei buoni Scolopi, ai quali sono grato dal profondo del cuore: battaglie romane. Intanto che Napoleone (Monaldo nel 1797 avrebbe potuto vederlo. «Passò velocemente a cavallo, circondato da guardie le quali tenevano i fucili in mano col cane alzato. Tutto il mondo corse a vederlo. Io non lo vidi, perchè quantunque stessi sul suo passaggio nel palazzo comunale, non volli affacciarmi alla finestra, giudicando non doversi a quel tristo l'onore che un galantuomo si alzasse per vederlo») intanto che Napoleone combatteva ad Austerlitz o a Iena, i piccoli Leopardi ed i piccoli cugini Antici, battagliavano a Canne o a Zama, nel grande salone, al chiarore delle nevi, o nel giardino; e Giacomo mostrava, sotto il nome o di Scipione o di Annibale, quell'ardore guerresco, che si adempiè poi nel 18 coi celebri versi:

L'armi, qua l'armi: io solo

Combatterò, procomberò sol io.

Sanno di collegio le passeggiate fatte sempre insieme e sempre col prefetto o pedagogo; sa di collegio la burla fatta al buon prete, che Giacomo descrisse nella poesiola «la Dimenticanza»; sa di collegio quel porsi nomi finti (Giacomo era Cleone; Carlo, Lucio; Paolina, Eurilla). Si narra persino del romanzo letto di nascosto... Nè mancavano gli esami e le premiazioni. «Noi tre», racconta Carlo, «fratelli più grandi, Giacomo, io e la Paolina, davamo talvolta in casa saggi quasi pubblici dei nostri studi». E da questa vita di soggezione continua e di regolarità uniforme veniva quel bisogno delle fole e delle novelle, che Giacomo raccontava e Carlo ascoltava a lungo; e derivò presto quell'opposizione di pensieri col loro padre, che nei collegi è solita tra alunni e superiori. Giacomo «l'onorare i genitori non intendeva esserne schiavo». Ciò nei tempi in cui si confessava, poichè «ne fu dichiarato empio dal prete». Il noto dissidio tra padre e figlio, che ha diviso gli studiosi del Leopardi in due fazioni, quella dei Monaldiani e quella dei Giacomiani, nacque, o almeno fu reso facile o possibile, da questo fatto: che Giacomo, come i suoi fratelli, vide da fanciullo nel padre più il superiore che il genitore; e ciò attenua la colpa sì di Monaldo, se è di Monaldo, perchè egli operava a fin di bene, sì di Giacomo, se è di Giacomo, perchè egli non credeva di fare tanto male. Col tempo, Carlo lodò suo padre e della severa educazione e dell'istruzione «forse migliore di quella dei collegi», come lodiamo noi ora quel buon rettore di cui da ragazzi dicevamo tanto male. Certo noi ameremmo o amiamo i nostri figliuoli in modo diverso; ma non si può dire che Monaldo non li amasse a modo suo. Oh! egli avrebbe fatto meglio, dico io non ostante le lodi di Carlo, a metterli a dirittura in un collegio vero e fuori di casa. Nella tristezza della solitudine, che si fa in esso così fiera nella celletta dopo il chiasso del giorno e il brusìo della sera, si sarebbero essi con tutta l'anima rivolti alla famiglia lontana. Pare assurdo il dirlo; eppure è così: al poeta del dolore mancò nella sua fanciullezza, un po' di dolore. Non ne ebbe assai, di dolore, Giacomo Leopardi, da fanciullo!

Io ricordo che strette al cuore sentivo quando mi giungeva, la notte, nella veglia non consolata, «il suon dell'ore». Era la voce della città straniera; non del borgo natio. E io pensavo a babbo e mamma. E Giacomo non poteva nemmeno fuggendo dal padre, correre al seno della madre. Essa, tutta occupata nel restaurare il patrimonio Leopardi, non accarezzava i figli che con lo sguardo. Se era così dolce, come so io d'un'altra, come sanno tutti, o quasi, d'una, poteva bastare. Ma...

V.

Nell'instituzione di Monaldo era sopra tutto un vizio che egli con meraviglia s'intenderebbe rimproverare. Egli coltivò troppo in Giacomo il desiderio della gloria. È un'ambizione questa che si suole chiamare nobile; in verità non può esservi ambizione nobile, se nobile vuol dire buona. Ma lasciamo lì: io non voglio, nè so nè devo fare il moralista: certo mi piacerebbe che l'uomo facesse bene, senza aver sempre di mira un altro, di cui far meglio; e che specialmente nell'arte e in particolare nella poesia, la quale non è nessun merito far bene, perchè non si può far male; o si fa o non si fa; l'artista e il poeta si contentasse di piacere a sè senza cercare di piacere a tutti i costi agli altri e più d'altri. Lasciamo, ripeto: io voglio soltanto dire che questo smodato desiderio di gloria fu cagione d'infelicità a Giacomo Leopardi. Che smodato fosse in Giacomo ancor fanciullo, dice Carlo: «Mostrò fin da piccolo indole alle azioni grandi, amore di gloria e di libertà ardentissimo». Notiamo quell'amore di libertà, figlio, non fratello, di quello di gloria, come è chiaro a chi legge il secondo de' Pensieri: «Scorri le vite degli uomini illustri, e se guarderai a quelli che sono tali, non per iscrivere, ma per fare, troverai a gran fatica pochissimi veramente grandi, ai quali non sia mancato il padre nella prima età...» E più giù: «la potestà paterna appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù ne' figliuoli, che per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile». E che Giacomo adattasse al caso suo, o piuttosto ne derivasse, questo principio generale, non può esser dubbio a chi ripensi le sue parole: «Io non vedrò mai cielo nè terra, che non sia Recanatese, prima di quell'accidente, che la natura comanda ch'io tema e che oltracciò secondo la natura avverrà nel tempo della mia vecchiezza: dico la morte di mio padre». Nel tempo della vecchiezza! nel quale, come egli osserva nel pensiero citato, l'uomo «non prova stimolo... e se ne provasse, non avrebbe più impeto, nè forza, nè tempo sufficienti ad azioni grandi». Tuttavia osserviamo che egli conclude come sia utilità inestimabile trovarsi innanzi nella giovinezza una guida esperta ed amorosa, sebbene aggiunga che ne deriva «una sorta di nullità e della giovinezza e generalmente della vita». Ebbene che cosa poteva da ragazzo temer più che tale nullità, chi nel 17 affermava: «Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente, desiderio di gloria; io voglio alzarmi, farmi grande ed eterno coll'ingegno e collo studio»; e nel 19: «Voglio piuttosto essere infelice che piccolo»? Questo voto, povero Giacomo, si adempiè. Ora come in lui, ancora fanciullo, fu coltivato il funesto desiderio, che dissi? Già il padre era stato da fanciullo (e continuò sempre a essere) animato dal medesimo sentimento. Egli dice di sè, tra molte altre note che se ne potrebbero riferire: «È singolare però che io nutrivo brama ardentissima di sapere, e che allettato pochissimo dai trattenimenti puerili leggevo sempre, e più ostinatamente, quelle cose che meno intendevo, per avere la gloria di averle intese». E poi: «Mi sono rassegnato a vivere e morire senza essere dotto, quantunque di esserlo avessi nudrita cupidissima voglia». E la cupidissima voglia si trasfuse in Giacomo che «dai 13 anni ai 17» scrisse da sei a sette tomi non piccoli sopra cose erudite; come dice egli stesso aggiungendo: «la qual fatica appunto è quella che mi ha rovinato»; e in altro luogo afferma d'essersi rovinato con 7 anni di studio matto e disperatissimo, e si sa che studiava sino a tardissima notte, ginocchioni avanti il tavolino, per potere scrivere fino all'ultimo guizzo del lume morente. Eppure, a differenza del padre, da fanciullo era allettato dai trattenimenti puerili: dal che si deve dedurre, che del disperatissimo studio suggerito dallo smoderato desiderio di gloria, fosse, almeno in parte, causa l'educazione stessa che riceveva dal padre. Il quale nel 1801, per dirne una, aveva eretto in casa sua una accademia poetica, che vi durò tre o quattro anni e poi perì, quando non ebbe più la sua «casa paterna». Perchè Monaldo l'aveva eretta? Perchè «queste accademie sono un piccolo teatro in cui si può fare una qualche pompa di ingegno comodamente e senza bisogno di grandi capitali scientifici, eccitano alcun principio di emulazione, accendono qualche desiderio di gloria, impongono l'amore per lo studio o per lo meno la necessità di simularlo...».

A quelle accademie erano poi succeduti i saggi quasi pubblici dei figliuoli con presso a poco il medesimo intendimento. E Monaldo mostrava certo il suo compiacimento per la splendida riuscita del suo primogenito più che non lasciasse vedere la sua pena nell'accorgersi come, per usare le parole della contessa Teia-Leopardi, «il gracile corpo del figlio si sconciasse e alterasse pel faticoso e continuo maneggio di enormi in-folio e dei pesanti volumi della Poliglotta e dei SS. Padri». La medesima afferma che il conte Monaldo accarezzò grandemente questa tendenza del figlio. È vero che in altro luogo ricorda che il conte Monaldo stesso animava i figli a quegli esercizi che giudicava molto atti a svilupparne le membra. Nel che peraltro è da osservare che si tratta dei giuochi romani, e che con essi, sempre secondo la contessa Teia, il conte Monaldo voleva fomentare il gusto delle cose elevate, delle gesta e delle rappresentazioni eroiche. Io non intendo biasimare questo padre; ma certo egli stesso sarebbe stato più felice dell'amore dei figli, se ne avesse coltivato più le tendenze umane che quelle eroiche, e li avesse voluti più affettuosi che gloriosi. È vero che non avremmo avuto forse un Giacomo Leopardi, ma egli non sarebbe stato così infelice. Ma è vero ancora che Giacomo comprendeva di poter scegliere tra la infelicità e la mediocrità, e che scelse la prima.

Forse non avremmo avuto... E se avessimo un Leopardi più legato di quello che pur è, alle memorie della fanciullezza? più poeta di quello che noi possiamo appena sognare che si possa essere?

VI.

Il più dolce e il più bello della sua poesia sta nel rimpianto di quello stato soave, di quella stagion lieta. Stato soave, stagion lieta, se crediamo a lui che tante volte e in tante forme lo dice. Ma si può avere qualche ragionevole dubbio che fosse così. Grato occorre, dice egli stesso,

Il rimembrar delle passate cose,

Ancor che tristo, e che l'affanno duri!

La qual sentenza, dell'Idillio XIV, parve al poeta troppo lata negli ultimi anni della sua vita: onde la limitò aggiungendo:

Nel tempo giovanil, quando ancor lungo

La speme e breve ha la memoria il corso.

Certamente accade in noi questo inganno continuo, che altri spiegherà, ma che tutti, credo, possono avere sperimentato: che pensiamo sempre che la felicità sia avanti noi, nell'avvenire, e proviamo sempre che è dietro noi, nel passato. Ciò in un andare di vita comune, senza scosse soverchie. Questa illusione era anche del Leopardi, poichè grato gli era il rimembrare il passato, ancorchè tristo. E più doveva ubbidirle a proposito della sua fanciullezza di piccolo trionfatore nei giuochi romani, di vincitore nei primi studi, in quanto che egli non ebbe, si può dire, che fanciullezza. La sua fanciullezza appassì come un fiore insidiato da un baco segreto, senza nè esser colto nè allegare. Anche l'aspetto era, non si sapeva se di fanciullo o di vecchio: di giovane, non fu mai. Nè si sa, se di vecchio o di fanciullo fossero più certi suoi gusti, certe sue ripugnanze, certe sue golosità, certe sue ritrosie. Anche i suoi amori somigliano a quei grandi tuffi di sangue, che ognuno ha provato da ragazzo, quando il genio della specie dorme ancora o ha appena un occhiolino aperto. Lasciamo Aspasia all'ammirazione degli uomini fatti: Nerina e Silvia sono le fanciulle che si vedono lontano, dalla finestra del collegio, e si rivedono da presso, nella passeggiata, con un sussulto che rende immobili, con una vampa che agghiaccia. Non ebbe giovinezza, dunque, e il ricordo della sua prima età addolcì o amareggiò, non so bene, quasi per intero, la sua vita di poeta e di pensatore, come di tale che, studiando sempre sè stesso dalla sua esperienza e qualche volta dalla sua imaginazione e prendendo gli argomenti de' suoi giudizi, allargava sino alla storia del genere umano e dei popoli la conclusione che egli aveva preso intorno a sè stesso.

Nè solo è vero quello che un nobilissimo pensatore scrisse di lui, che «il ricordare trascorsi, il rimpiangere perduti (i primi anni) fu l'unica sorgente della sua poesia», ma altresì che della sua politica e della sua filosofia bisogna cercare la fonte in questo suo tempo migliore. Parrà strano a chi crede, come credono quasi tutti, a un mutamento radicale avvenuto nelle idee e nei sentimenti del Leopardi dopo il 17. Ma io penso che nella sua vita accadesse invece come un cataclisma intimo, che la spezzò in due. Tra le due parti è un baratro; ma le due parti sono della stessa formazione. Quando avvenisse questo discidio, non si può dire a puntino: ci fu forse una lenta corrosione, piuttosto che un improvviso schianto; ma avvenne. Negli ultimi anni della sua vita egli derideva quel generale austriaco-papalino che si portò così bene alla battaglia di Faenza: i papalini fuggirono, e li

.... precedeva in fervide sonanti

Rote il Colli gridando: Avanti avanti.

Ebbene, più che dalla voce popolare, egli dovè udire, fanciullo, questo motto in casa del padre; che nella sua autobiografia ne riferisce altri, da quell'uomo mordace che era: «Il giorno 2 di febbraio del 1797, alla mattina, i Francesi attaccarono... Ben presto..., l'inimico si accinse a guadare il fiume; e vistosi dai popolani (papalini?) che i Francesi non temevano di bagnarsi i piedi: «Addio» si gridò nel campo «si salvi chi può» e tutti fuggirono per ducento miglia». E più giù racconta che i cannoni vennero caricati con fagioli, aggiungendo: «questa mitraglia figurò nella guerra fra il Papa e la Francia». Nella villetta di Posilipo in cui il poeta scriveva la Ginestra, sonò forse una sera la stessa risata che trent'anni prima aveva fatto eco, nel palazzo di Recanati, al racconto di Monaldo. E ci sono in vero molte differenze tra l'autore dei Paralipomeni e quello dei Dialoghetti sulle materie correnti? Il figlio scherniva, il padre malediceva: per le male barbe Giacomo invocava il barbiere: Monaldo il boia. Ma infine i loro sentimenti s'incontravano, sebbene non paresse nè agli altri nè a loro stessi.

Giacomo amava la patria italiana. Egli scrive al Giordani: «mia patria è l'Italia; per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo di avermi fatto italiano». Ma aggiunge «perchè alla fine la nostra letteratura, sia pur poco coltivata è la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche». È un amore dunque letterario quale poteva averlo da bambino, sebbene aspirasse allora più a erudizione che a letteratura. Ma avesse il suo amore ardente avuto altre origini o fini, Giacomo non potrebbe con ciò essere chiamato «patriota» come intenderemmo noi ora. Bene lo credettero ai suoi tempi: «Quando Giacomo (dice Carlo) stampò le prime canzoni, i Carbonari pensarono che le scrivesse per loro o fosse uno dei loro. Nostro padre si pelò per la paura». Eppure Giacomo scrisse quelle canzoni con lo stesso animo con cui tre o quattro anni prima aveva con un suo discorso plaudito alla caduta dell'oppressore e maledetto il tentativo di re Murat. E se ne accorsero poi i liberali e i carbonari, e presero in sinistro la sua canzone sul monumento di Dante: al che il Poeta risponde «che non la scrisse per dispiacere a queste tali persone, ma parte per amor del puro e semplice vero e odio delle vane parzialità e prevenzioni; parte perchè non potendo nominar quelli che queste persone avrebbero voluto, metteva in iscena altri attori, come per pretesto e figura». Che non potendo parlare di Austriaci, egli parlasse di Francesi, e adombrasse col nome di questi, che avevano, per esempio, degli itali ingegni

Tratte l'opre divine a miseranda

Schiavitude oltre l'Alpi,

quelli che, cogli altri alleati, erano stati autori di rincondurle in patria; e potesse sperare che ad altri che a Francesi, si attribuisse, per esempio,

la nefanda

Voce di libertà che ne schernia

Tra il suon delle catene e dei flagelli,

a me non pare verosimile. Del resto, io non altro voglio indurre da questi fatti, se non che de' sentimenti suoi di prima del 14, è traccia ben distinta e nel 18, nel qual anno scriveva le due canzoni, e negli ultimi anni della sua vita, nei quali dettava i Paralipomeni. In politica, in somma, sentì presso a poco sempre a un modo. I sentimenti che apprendeva in casa e certo ebbe da giovinetto sino almeno il 15, restarono in lui quasi immutati. Ce ne dispiace? Pensiamo che se per i grandi anni del riscatto avremmo voluto altro, ora però, ora e sempre, dobbiamo trovar giusto il suo «odio delle vane parzialità e prevenzioni».

VII.

E in religione? Egli era da fanciullo veramente pio: pativa anche di scrupoli e giocava all'altarino con la sua sorella. Recitava alla Congregazione dei Nobili, nella chiesa di San Vito, i suoi sacri discorsi, e abbozzava inni cristiani. Come tetri questi inni! Al Redentore egli diceva: «Tu hai provato questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro...» A Maria: «È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo: siamo tanto infelici! È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siamo piccoli, e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie!» Oh! certo il piccolo Giacomo leggeva un libretto, uno forse de' molti della sua madre severa, così severa, che appena appena sfiorava il suo visetto sparuto con la mano offerta a un bacio; uno di quei libri, nei quali ella segnava le morti de' suoi. Vi leggeva la terribile massima dello Ecclesiaste: Vanità delle vanità ed ogni cosa vanità! Ma in quei primi anni egli che abbozzava l'inno al Redentore («dice Gesù: dall'ora del mio nascimento infino alla morte mia sulla croce mai non fui senza dolore») doveva confortarsi con l'aggiunta, che trovava nel libretto: fuorchè l'amar Dio e servire a lui solo. E amava e serviva. Ma intanto s'imprimeva sempre più nella tenera mente, disposta alla mestizia e alla devozione: «Rammenta che l'occhio non si sazia per vedere, nè l'orecchio riempiesi per ascoltare». Ruzzava e trionfava nel giardino paterno; e non importava che Carlo facesse l'uffizio di schiavo ammonitore: esso poteva leggere nel libretto: «Non esaltarti per gagliardia o per beltà di corpo; la quale per piccola malattia si guasta e si disforma». Ardeva del desiderio di gloria: leggeva: «Dove sono... quei maestri...? di loro, si tace». In verità a me par di vedere nel lugubre libretto la traccia, o volete l'embrione, di tante poesie e prose del nostro Poeta. «La natura è scaltra e trae a sè molti, allaccia e inganna e sempre ha sè stessa per fine». Indifferente di noi fa il Leopardi la natura:

Ma da natura

Altro negli atti suoi

Che nostro male o nostro ben sì cura.

«La natura fatica per proprio agio» commenterebbe il monaco pensoso. Altra considerazione: «povero ed esule in terra nemica dove incontro guerra ogni dì e grandissime sciagure...» Non pensava ad essa Giacomo non più devoto, non più pio, Giacomo negli ultimi tempi della vita, quando nella Ginestra stima gli uomini tra sè confederati contro l'Inimico? Non ricordava, sia pure inconsciamente, il modo cristiano di figurarsi la morte, come un soave abbandono del capo stanco sul petto del divino Redentore, quando diceva:

Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto

Sul tuo vergineo seno?

Vero che non è più il seno di Gesù. Il Leopardi ha trasformato Gesù nella Morte, adornandola delle bianche vesti che indossava la donna che comparve a Socrate e gli disse:

Giungere fra i tre dì tu puoi a le zolle di Ftia.

Non ricordava egli l'umile preghiera «Percuotimi gli omeri e il collo», l'umile confessione, «Non son degno se non di essere flagellato e punito», quando diceva, ribelle ai pensieri che alitavano dalla lontana fanciullezza.

La man che flagellando si colora

Del mio sangue innocente.

Non ricolmar di lode,

Non benedir com'usa

Per antica viltà l'umana gente,

Ogni vana speranza...?

Vana anche quella speranza, vano anche quel conforto! Egli aveva cancellato la seconda parte di quella prima affermazione, e restava, nuda terribile la sentenza di Salomone:

Vanità delle vanità e tutto vanità.

Nè paia strano che il Leopardi attingesse da libri cristiani o religiosi la sua sconsolata filosofia. Lo osservò il Gioberti: «quando lo scrittore deplora la nullità di ogni bene creato in particolare,

E l'infinita vanità del tutto,

non fa se non ripetere le divine parole dell'Ecclesiaste e dell'Imitazione». E, non so se dietro lui, la Teia scriveva: «Quale è il pensiero dominante negli scoraggiamenti, nei disgusti del figliuol di Monaldo? L'infinita vanità del tutto. E non è questo il mesto gemito di Salomone già da tanti secoli? Vanitas vanitatum». Egli tutta la sua vita impiegò in commentare, ampliare, provare ciò che quei libri affermavano seccamente e solennemente. Ma ne aveva tolto già una paroletta di tre lettere, senza la quale quei libri divenivano vangeli di dolore: Dio.

Alle tante vanità proclamate nei libri sacri e più, il grande pessimista ne aggiunse una: una sola!

VIII.

Dal cristianesimo egli certo prese un suo paragone che riassume il concetto ch'egli ha, della vita umana:

Vecchierel bianco, infermo

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle

. . . . . . . . . . . . . . .

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge...

Non è questo il cristiano, che a imitazione del divino maestro, deve prendere la croce, cadendo sott'essa, risorgendo sempre con essa? «Dalla tua mano ricevetti la croce, la porterò e la porterò sino alla morte, così come m'imponesti». Quella del vecchierello non è una croce ma un fascio. Il poeta dissimula, il poeta sdegna l'immagine vera, che certo gli si era affacciata alla mente, ma è quella. Il Petrarca ha dato qualche colore e non altro: che il fanciullo antico si è ridestato nel giovane trentenne e ha parlato col suo linguaggio d'allora. Solo in fine, in vece della gloria e della felicità ultima, è un

Abisso orrido, immenso

Ov'ei precipitando il tutto oblia.

Un altro paragone è in lui che compendia la sua filosofia. Il paragone del letto. Ognuno ricorda sì questo del Leopardi, sì l'altro del Manzoni; i quali furono ingegnosamente paragonati tra loro da un terzo valentuomo. Il Manzoni e il Leopardi si assomigliano molto in quello in cui differiscono: sono due convertiti; ma l'uno a rovescio dell'altro. Il loro piccolo sunto di filosofia sembra ritratto e ricorretto di su un modello comune. Che non è di Dante, di Dante proprio, nè del Petrarca, nè d'altri, sebbene vi si trovi. È del cardinale Melchiorre di Polignac nel suo poema postumo Anti-Lucretius. Il poema fu tradotto due volte in versi italiani; e tutte e due le traduzioni, una col testo a fronte, si trovano nella biblioteca dei conti Leopardi. Il paragone del cardinale arcade è questo: «Come un malato si avvoltola nel letto con le membra inferme, ora adagiandosi sul lato sinistro, ora sul destro: e non giova: di che alza gli occhi, resupino: e non trova il sonno e sempre lo cerca; ciò che prima gli piaceva, poi lo tormenta e tortura; e non guarisce il suo male e nemmeno ne inganna la noia». Si vede che dai tre versi di Dante «simigliante a quella inferma Che non può trovar posa in sulle piume Ma con dar volta suo dolore scherma», si sono svolti alcuni particolari, che poi si ritrovano nel Manzoni e nel Leopardi.

Dice per esempio il Polignac: «quod illi Primum in deliciis fuerat»; dice il Manzoni «e si figura che ci si deve star benone». Dice il Polignac: «Ceu lectum peragrat... In latus alternis laevum dextrumque recumbens: Nec iuvat... Nusquam inventa quies; semper quaesita»; e il Leopardi «comincia a rivolgersi sull'uno e sull'altro fianco... sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno... senza essersi mai riposato, si leva». Ma si può opporre che tutto era già in Dante o prima di lui in Giobbe, e che non c'è bisogno di credere che il Leopardi e il Manzoni vedessero il Polignac. Or bene: nella prefazione dell'Anti-Lucretius, si racconta che il Cardinale, malato a morte, non trovando pace nel suo letto di dolore, si ricordò di quei suoi versi «nei quali paragona l'anima che ammalata e agitata dalla passione delle cose terrene non trova mai pace, a un corpo infermo». Si ricordò di quei versi e ripetè quel suo pensiero in alcuni altri versi bellissimi, cui gli astanti, nel loro dolore, dimenticarono tutti fuori di uno;

Quaesivit strato requiem ingemuitque negata.

verso imitato dal Virgiliano: