GIOVANNI PASCOLI


SOTTO IL VELAME

SAGGIO
DI UN'INTERPRETAZIONE GENERALE
DEL POEMA SACRO

Seconda edizione

BOLOGNA
NICOLA ZANICHELLI
MCMXII


L'Editore adempiuti i doveri
eserciterà i diritti sanciti dalle leggi

Bologna — Tip. A. Cacciari — VI — '912.


MESSINA
ACCOLGA NELL'ANNIVERSARIO CCCL DELLA SUA UNIVERSITÀ
DA UN LETTORE DI QUELLA
L'OMAGGIO DI QUESTO LIBRO
CHE SOLLEVA ALQUANTO IL VELAME DEL POEMA SACRO
NELL'ANNO DALLA MIRABILE VISIONE SECENTESIMO

PREFAZIONE

Questo volume sarà seguito, se la vita e la forza mi basteranno, da due altri libri: La mirabile visione, che svolgerà l'ultimo capitolo di questo; La poesia del mistero Dantesco, che tenterà di dichiarare le bellezze del poema, quali adulterate, quali celate dalla non esatta interpretazione che se ne suol dare. Sono in vero alcuni che sdegnano e schifano queste indagini del pensiero di Dante. Dicono: Lasciateci sognare! ammirare! godere! Dicono: Non c'impedite la vista del monumento solenne con le vostre catapecchie! Dicono: Non ci guastate con le vostre cantafere quel murmure infinito di musica morta e inafferrabile! Dicono: Non sollecitate la tenebra sacra con la vostra lucernina! Or io a costoro, col terzo volume, vorrò mostrare che il pensiero di Dante è meglio conoscerlo e contemplarlo qual'è, e che la sua parola echeggia da ben più profondo mistero di quel che essi credano, e che la lucernina può rivelare, in queste catacombe, qualche meandro nuovo, qualche nuovo abisso, qualche improvviso simulacro, qualche scritta ignorata. Non perde nulla Dante, a essere capito. Chè poi non è gran modestia un tale orrore allo studio diligente del Poeta. È come credere che il nostro pensiero e la nostra imaginazione siano più alti e più grandi di quelli di Dante. E potrebbe anche essere. Io dimostrerò, con quel libro, che non è. E spero che già da ora ognuno s'accorga che gli sfuggiva gran parte del bello, poichè gli era nascosta gran parte del vero. Valga per esempio il passaggio dell'Acheronte. A costoro che preferiscono sè a Dante, sembrano avvicinarsi altri, che hanno la consuetudine degli studi serii ed esatti; eppur, no, quando si tratta di Dante, cominciano a dire che non si deve ricorrere ai teologi, e non si deve sottilizzar troppo, e non si deve dar retta a Dante stesso, che vuole che il lettore aguzzi gli occhi e cerchi la sentenza nascosta e denudi le parole dalla lor vesta di figura. E a questi altri dirò che tornino a loro scienza; non altro: chè in vero il fatto loro non è un bel fatto. E prenderò in pace i loro disdegni e le loro accuse di “troppa sottiglianza„, e le loro ingiurie di sofisticheria e peggio; pago che l'ombra di Dante mi dica: Vien dietro a me, e lascia dir le genti!

Possono invece altri più ragionevolmente appuntarmi di non aver seguìta in tutto e per tutto la buona via, non vedendo in questo volume qui, come non videro nella “Minerva oscura„, col mio, riferito il lavoro altrui. A questo più ragionevole appunto risponderò col secondo volume, che dissi. La mirabile visione conterrà, con le conclusioni del presente volume spogliate della loro ridondanza d'argomenti, anche una diligente notazione delle altrui sentenze, concordanti o discordanti. E il lettore può sin d'ora da sè vedere quanto io mi accordi con alcuni interpreti di Dante; e penserà ancora che questi coi quali mi accordo io, non sono quelli coi quali più consentono gli altri. Ebbene, sono certo che la loro sorte muterà, e spero che di tal mutamento qualche merito si attribuirà a me. Come mai? È un po' difficile a dirsi. Ecco: a me pare che codesti valentuomini abbiano adoperato al contrario di me. Essi hanno avuto di mira il complesso delle dottrine filosofiche del Poeta, e appena hanno scorta la somiglianza di esse con quelle di altri filosofi, l'hanno annunziata, e sono poi discesi, quando sono discesi, a interpretare, con quella guida, i singoli luoghi del Poema. Io, no; non così; mi pare. Io ho cercato d'interpretare via via i luoghi del Poema, e da questa interpretazione mi provo di risalire alla conoscenza del sistema filosofico del Poeta. La Comedia ha per argomento l'abbandono della vita attiva per la vita contemplativa. Sta bene. Altri aveva detto questo avanti me: tutti, sto per dire. Ma tutti avevano diritto di restare in dubbio, finchè non si fosse provato che, la selva essendo il manco di prudenza, e le tre fiere essendo i vizi contrari a temperanza, fortezza e giustizia, il corto andare consisteva dunque nell'operare con queste quattro virtù: il che è “l'uso pratico dell'animo„. E potrei moltiplicare gli esempi; ma lascerò fare al lettore, che è candido. Ora a lui voglio soggiungere che le sentenze di tali nobili interpreti, quali il Bennassuti, il Perez, il Lubin, tanti altri, io riferirò, non per coscienza ch'io abbia di debito a loro, ma per conferma di ciò che essi pensarono prima di me, e di ciò che io pensai senza dipender da loro. E così mi sembra di far a quelli più degno onore. E così spero di dare alle loro dottrine quella virtù persuasiva che per ora non hanno. Ciò dunque nel volume che seguirà questo: volume in cui sarà l'indice minuto che in questo, per la sua già soverchia mole, non ha luogo.

E questo? Questo si ricongiunge alla “Minerva Oscura„.[1] La “Minerva Oscura„ si può dire che consista, quant'ell'è, nel riconoscere che i sette peccati, quanti sono enumerati da Virgilio come discendenti da incontinenza, malizia e bestialità, sono i sette peccati mortali e capitali. Non è gran che; e questa non grande cosa si ottenne con una ben menoma osservazione: che, essendovi due passioni dell'anima, la libidine e l'ira, il concupiscibile e l'irascibile, il Poeta dopo gl'incontinenti di libidine o di concupiscibile, aveva indicati, con le parole “color cui vinse l'ira„, gli incontinenti d'ira o d'irascibile. Oh! la cosa piccina! Ma questa cosa piccina era una pietra sporgente nell'impiantito d'una grande casa. Per molte generazioni quelli che abitavano o convenivano in quella casa, vi urtavano col piede. Nessuno fu che una volta presto o tardi, non inciampasse in quella piccola cosa. Finalmente uno, che non era un grand'uomo, si trovò nella grande casa, e dopo aver picchiato nella pietra, la guardò, e... fece quello che nessuno, dal primo abitatore all'ultimo, da sei secoli su per giù, aveva pensato a fare: tolse la pietra. La pietra era quella paroletta “ira„. Questo libro toglie, credo ogni questione e ogni dubbio, non dico mediante le mie argomentazioni, ma con la scoperta di quella che è la principal fonte del Poema. Dalla quale si ricava come il numero settenario nell'inferno e nel purgatorio sia richiesto dalla essenza stessa dell'argomento. L'argomento del poema in vero è l'abbandono della vita attiva per la contemplativa. La vita attiva è raffigurata in Lia, la contemplativa di Rachele. Alla contemplativa si giunge dopo l'esercizio delle virtù, diretto a mondar l'anima da ogni macchia. Ebbene questo esercizio è significato dai sette e sette anni di servaggio che Giacobbe subì per Rachele. Certo qualcuno può dire: Nulla licenzia a credere che gli ultimi tre peccati dell'inferno, i quali hanno per simboli l'ira bestiale, l'invidia prima, la superbia maledetta, siano ira, invidia e superbia: nulla licenzia a credere che il quart'ultimo, diviso in due cerchi, sia accidia: l'accidia proporzionale al lento amore in acquistare e vedere il bene; per quanto di quei peccatori gli uni non avessero “bontà„, e gli altri abbiano “mala luce„: nulla ci licenzia a crederlo, nulla... E che avrei a rispondere io? Nulla.

Per quanto questo volume si studi di persuadere i critici di “Minerva Oscura„, pure di essi critici io non ho fatto i nomi nè ho direttamente cambattuti gli argomenti. Ciò, perchè m'è parso a mano a mano che essi, già consenzienti in gran parte, avrebbero consentito in tutto; e così... E così, anche questo è difficile a dirsi: così spero che io avrò più agevolmente il loro ambito consentimento, non avendo armeggiato, sbuffato, gridato, bestemmiato. Che in verità il loro consentimento pieno mi riuscirebbe molto dolce; tanto (i più) si sono mostrati pazienti, acuti, gentili e onesti. Sì che il loro nome, taciuto nel corso del ragionamento, non posso tacer qui. Non posso tacere il nome di Corrado Zacchetti,[2] di Giuseppe Mantica,[3] di Francesco Paolo Luiso,[4] di L. M. Capelli,[5] di Giuseppe Fraccaroli,[6] i quali si occuparono della “Minerva Oscura„ con grande rispetto a Dante e con grande benevolenza per me. Essi mi hanno animato a continuare i miei studi, e vanno ringraziati, se non dagli altri, da me. E dimenticherò io il mio amorevole fratello d'arte e di studi, G. S. Gargàno? Egli ha riassunto con luminosa diligenza la “Minerva Oscura„[7] facendo quel che io non avrei saputo far meglio, facendo quel che ingegni meno alti del suo che è altissimo, non si sarebbero degnati di fare.

E un altro ringrazio, sopra tutti, uno che non mi si è mostrato se non per le iniziali del suo nome e cognome: le quali ho scritte nel cuore e non rivelo ad altrui. Se a lui cadranno sotto gli occhi queste righe, sappia che io so continuare le due sigle a formare il nome e cognome del più nobile maestro di questi tempi; sappia che io so chi è, e che io so quale e quanto è; e sappia che questo volume è suo, tanto potè in me il suo misterioso conforto; e che suo è ciò che in questo è di vero e di buono, e che negli altri miei sarà, e che è per essere negli studi dell'alacre gioventù italiana che vorrà prender le mosse di qui.

Perchè alla gioventù italiana io mi rivolgo.

I giovani non hanno ancora su tutte le questioni Dantesche la loro teorica piccina e cara, secondo l'espressione Omerica, o almeno non la tengono in bocca (mi si passi il paragone) come i cani l'osso; che, sia pure spolpato e mondo, se altri cani s'appressano, quelli ringhiano. E amano la scienza per la scienza, e la patria per la patria; sì che non dispiace loro che una delle più importanti questioni che abbia la letteratura del mondo, si avvicini alla soluzione: questo per la scienza; e ci si avvicini in Italia, per opera d'un italiano: e questo per la patria. La quale patria molti hanno in cuore, sì; ma in cuore hanno poi tanto amor di sè, che gli altri amori vi stanno in disagio e pericolo: come i piccoli della capinera nel nido ove si aprì l'ovo del cuculo. Ai giovani dunque mi rivolgo. Io posso accertarli che questa via che loro mostro, è la buona.

Ma certo bisogna camminar molto per giungere alla meta. Fare la storia di certi concetti mistici, compararli e sceverarli un per uno, ci condurrà a leggere più esattamente nel pensiero di Dante.

Ora a me pare che sì la Minerva Oscura e sì questo volume siano la pur tenue cosa; un filo, siano; ma un filo che può guidare, o giovani, le vostre orme in un laberinto. Svolgetelo con fiducia: vi condurrà alla luce. E conduca esso anche me tuttavia. Chè io vorrei, come segno che al mondo non venni in vano, lasciare un “Comento„ della Divina Comedia!, E aspettando e sperando che mi sia lecito il farlo, vi prego in tanto di lavorar con me, o giovani ingegni, o puri cuori.

Con un “poeta„?

Che poeta o non poeta! Rispondete a chi vi introna gli orecchi col solito, “È un poeta! un poeta! poeta!„, rispondete, o giovani, che le poesie si fanno pur con lo stesso cervello che le prose. Rispondetegli, o giovani, interrogando: Sai tu chi è Matelda? sai tu perchè ha gli occhi luminosi? sai tu come Virgilio conduca a Matelda, e Matelda a Beatrice? sai tu quale è il nome, in mistero, di Virgilio? sai? Studio e amore! studio o amore!

Giovanni Pascoli.

Messina
nel maggio del MCM.

LA SELVA OSCURA

I.

Nel Convivio Dante parla dell'“adolescente che entra nella selva erronea di questa vita„,[8] il quale “non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato„. Nella Comedia dice:[9]

mi ritrovai per una selva oscura
chè la diritta via era smarrita.
. . . . . . . . . . . . .
I' non so ben ridir com'io v'entrai.

Non sa Dante ridire come v'entrasse; quando v'entrasse, sappiamo da Beatrice:[10]

si tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me e diessi altrui.
. . . . . . . . . . . . . .
e volse i passi suoi per via non vera.

Beatrice saliva da carne a spirito; e Dante pien di sonno abbandonava la verace via. La donna gentilissima, agli angeli eternamente vigili che cantano intorno al suo carro, indica in certo modo l'età in cui ell'era quando morì, per dir quella in cui il suo pentito amatore si addormì e smarrì. Perchè ella sa che l'età di lei è unita da un vincolo misterioso a quella di lui: l'una è a capo, l'altra in fondo al medesimo anno; come Dante scrisse nel libello della Vita Nuova:[11] “quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono„. Quando dunque ell'era in su la soglia della seconda età, cioè della gioventù che vien dopo l'adolescenza “la quale dura infino al venticinquesimo anno„, Dante aveva passata questa soglia, e non si sarebbe potuto più dire adolescente.

Eppure in quel medesimo libello Dante racconta che almeno un anno[12] egli rimase fedele a Beatrice fatta de' cittadini di vita eterna, e che solo “alquanto tempo„ dopo l'anniversario, si mosse a pietà di sè vedendo la pietà d'una gentile donna giovane e bella molto: il che fu un togliersi a Beatrice e darsi altrui. Fu dunque un anno e alquanto tempo dopo: eppur Beatrice afferma agli angeli vigili:

Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade, e mutai vita.

Vogliam dire che Beatrice esageri, per cogliere ragione addosso all'amatore? che le sue parole non vadano prese a lettera, come di sensitiva amatrice? Per me, crederei più probabile che il poeta pareggiasse i tempi e i fatti per qualche suo fine d'arte e di dottrina. E qui il fine mi parrebbe questo, di mostrare ch'egli si smarrì adolescente, quando cioè Beatrice era in su la soglia ed esso, perciò, poco oltre la soglia, in modo da poter essere considerato ancora in quella età “la quale dura infino al venticinquesimo anno„; e così inferire che dell'adolescenza è proprio lo smarrirsi.

Così nella Vita Nuova Dante chiama puerizia l'età sua dopo la prima apparizione di Beatrice,[13] mentre un passo, controverso a dir vero, del Convivio sembra limitare la puerizia con l'ottavo anno; e a ogni modo le prime parole della Vita Nuova sembrano collocare la fanciullezza, pagine quasi bianche del libro della memoria, avanti i nove anni. Or come puerizia era l'età di Dante dopo il nono anno, così egli voleva che fosse adolescenza alla fine del suo anno vigesimo quinto.

Ma fosse adolescenza proprio o non fosse, i due luoghi del Convivio e della Comedia, dove si parla di selva erronea e di selva oscura, si riscontrano più nell'idea d'adolescenza che in quella di selva. Di vero la selva del Convivio è la vita stessa; quella della Comedia è, non la vita, ma nella vita. Nella prima l'adolescente ci si trova a ogni modo per il fatto d'essere nato e cresciuto; nella seconda Dante entra per aver abbandonata, pien di sonno, la verace via; mentre l'altro nella selva stessa travìa, poniamo, in modo da non uscirne più o così presto a salvazione. Invece, perchè l'adolescente nel Convivio può traviare? Perchè, essendo adolescente, ha bisogno che i suoi maggiori gli mostrino il buon cammino. Perchè Dante entrò nella selva? Perchè non seguì chi il buon cammino gli mostrava. Beatrice invero afferma:[14]

Alcun tempo il sostenni col mio volto;
mostrando gli occhi giovinetti a lui,
meco il menava in dritta parte volto.

Quando quelli occhi giovinetti si furono serrati, allora Dante volse i passi suoi per via non vera. Ora, perchè il pensiero di Dante è che l'adolescenza ha bisogno di chi mostri il buon cammino, egli dicendo d'aver avuto chi glielo mostrava, viene a dire che era allora adolescente: adolescente, quando era sostenuto dal volto di Beatrice viva; adolescente, quando, come egli confessa,[15]

le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che il vostro viso si nascose.

Il viso s'era nascosto, ma bellezza e virtù erano cresciute alla donna salita da carne a spirito; ed ella era per attirare a sè l'amatore più che mai. Ma egli s'addormì e smarrì.

E poi tutto parla di adolescenza nei luoghi che si riferiscono allo smarrimento. Dante afferma d'essere stato pien di sonno nel punto che si smarrì. Non è questa sonnolenza un ricordo del concetto Platonico, per il quale l'anima è attonita e trasognata sulle prime dal flusso e riflusso della materia? Dante questo concetto lo conosceva, perchè egli parla dei tempi in cui “l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„; dell'adolescenza, dunque, dell'“accrescimento di vita„.[16] E mi par naturale ch'egli attribuisca, nella Comedia, a queste molte e grandi trasmutazioni, quell'oblìo che, a dir vero, nella Vita Nuova pone solo nella puerizia: “in quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere„.[17] Poi, Beatrice afferma di lui:

... volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,

e Dante conferma di sè:

le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi.

Or quali sono queste false imagini di bene, queste presenti cose che hanno un falso piacere? queste sirene e queste pargolette e queste vanità di cui Beatrice riparla?

perchè altra volta;
udendo le sirene sie più forte...
. . . . . . . . . . . .
Non ti dovean gravar le penne in giuso,
ad aspettar più colpi, o pargoletta,
o altra vanità con sì breve uso.[18]

Quali son esse? Sono, mi pare, molto simili alle blande dilettazioni di cui è parola nel de Monarchia:[19] “le volontà dei mortali, per cagione de' lusinghevoli diletti dell'adolescenzia, hanno bisogno di chi a bene le indirizzi„. Il qual pensiero è pur molto simile a quello citato dal Convivio: “L'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato„. Là è l'imperatore che dirige, qui i maggiori; ma il traviare dell'adolescente del Convivio non può essere causato se non da queste blande dilettazioni contro cui è necessaria la guida sicura, o dei maggiori, o dell'imperatore, o di quelli occhi giovinetti.

II.

Nel punto proprio che Dante abbandonò la verace via, egli, avrebbe forse detto di sè, che adolescente era; ma certo nella seconda età era entrato e s'era inoltrato, quando nella selva oscura si ritrovò. Egli era allora

nel mezzo del cammin di nostra vita,

cioè a metà della seconda “delle quattro etadi„ in cui “la umana vita si parte„, a metà della “Gioventude„, al “colmo del nostro arco„ che “è nelli trentacinque„.[20] Se volse i passi suoi per via non vera, quando Beatrice era sulla soglia della gioventù, quando poi ascoltava le sirene e si lasciava tirare a terra da pargolette o altre vanità, non era più adolescente. Invero Beatrice esclama ver lui:[21]

Alza la barba,
e prenderai più doglia riguardando!

Ed egli ben conosce “il velen dell'argomento„ che era in quel dir barba invece di viso. Non era più in età da potere scusare con essa i suoi traviamenti. Certo; ma dunque i traviamenti erano di quelli che si scusano con la età. E se tali erano quelli per i quali seguiva sirene e pargolette e vanità, tanto più era scusabile con l'età il deviar primo, quando egli si tolse a Beatrice e si diede altrui. In verità non solo Lucia dice di lui a lei: Quei che t'amò tanto; ma ella stessa a Virgilio parla non senza lagrime e chiama questo traviato,[22]

l'amico mio e non della ventura.

Niente dunque di grave. O come? Così. In Dante aveva errato l'animo o cuore o appetito; e nel modo che e nel Convivo e nella Comedia dice che può errare, per sua semplicità. L'anima semplicetta che sa nulla[23]

di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e retro ad esso corre;

e questo picciol bene è tutt'uno con le blande dilettazioni sopra dette, tanto è vero che sì per via di quelle c'è bisogno della guida imperiale; sì per questo ingannarsi dell'anima e correre dietro al bene che ha assaporato,

convenne legge per fren porre;
convenne rege aver...

Tutto il concetto è anche nel Convivio:[24] “Siccome peregrino che va per una via per la quale mai non fu, che ogni casa che da lungi vede, crede sia l'albergo... così l'anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene, e poi qualunque cosa vede, che paia aver in sè alcun bene, crede che sia esso... Onde vedemo li parvoli desiderare massimamente un pomo; e poi più oltre procedendo, desiderare uno uccellino; e poi più oltre desiderare bello vestimento, e poi il cavallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande, e poi più grande, e poi più„. Or ciò che, nel pargolo e nell'uomo, spinge a questa corsa verso un bene a mano a mano più grande, è appunto l'appetito o cuore o animo, che vuol essere pago; come s'intende, e da tutta la lezione sull'amor d'animo,[25] e, per essere brevi, dal terzetto:

ciascun confusamente un bene apprende,
nel qual si queti l'animo, e disira:
perchè di giugner lui ciascun contende.

L'animo dunque di Dante s'ingannava. Vediamo, come.

Era passato più d'un anno da che Beatrice era fatta dei cittadini di vita eterna. Egli molto stava pensoso, e i suoi pensamenti erano di dolore. E levò gli occhi per vedere se altri lo vedesse: allora vide una gentile donna giovane e bella molto, la quale da una finestra lo riguardava pietosamente. Ed egli disse tra sè medesimo: “E' non puote essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore„. Poi, rivedendola ancora e sempre pietosa in vista, e d'un colore pallido, quasi come d'amore, egli si ricordava della sua nobilissima donna, che di simile colore si mostrava tuttavia. E infine venne a tanto per la vista di questa donna, che i suoi occhi si cominciarono a dilettare troppo di vederla, e la vista di lei lo recò in sì nova condizione, che molte volte ne pensava sì come di persona che troppo gli piacesse; e così avvenne un contrasto tra “il cuore ciò è l'appetito„ e “l'anima ciò è la ragione„. L'avversario della ragione, cioè il cuore, fu poi vinto dalla forte imaginazione nella quale a Dante parve vedere Beatrice con le stesse vestimenta sanguigne con le quali gli apparve la prima volta. Il cuore o animo o appetito si era ingannato.

Aggiungo che s'era ingannato, facendo che a Dante ricordasse, nel veder la donna gentile, dell'altra gentilissima.[26] Or così appunto il peregrino del Convivio “ogni casa che da lungi vede, crede sia l'albergo„; “dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene (cioè Dio), e poi qualunque cosa vede, che paia avere in sè alcun bene, crede sia esso„. Nè si dica che nel Convivio si tratta di Dio e nella Vita Nuova della donna amata: la Comedia si accorda con l'uno e con l'altra. Chè Beatrice chiede:[27]

Per entro i miei disiri
che ti menavano ad amar lo bene,
di là dal qual non è a che si aspiri,

quai fossi attraversati, o quai catene
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti così spogliar la spene?

Il che vuol dire: nel seguire me che ti conducevo a Dio, quali ostacoli trovasti per la via? Or Dante s'era ingannato credendo di veder Beatrice e perciò Dio, dove non era nè Dio nè Beatrice.

Ond'ella pur rimproverando, di presenza, il suo amatore, come infedele, dice, quand'egli non è lì ad ascoltare:

l'amico mio e non della ventura.

Nella qual parola ventura sono da comprendere, a parer mio, tutti i beni che non fanno il vero bene; sicchè Beatrice viene a significare: checchè paia, me ama, e non altri nè altro.

Pure, di presenza, così acerbamente lo rimprovera, che non è meraviglia se gl'interpreti imaginano di Dante più gravi peccati che egli non confessi. Ma noi, prima di tutto, nei rimproveri della donna gentilissima, dobbiamo sceverare quelli che si riferiscono allo stato di Dante, dopo che egli ebbe incontrate le tre fiere, da quelli che si rapportano al suo errar nella selva. E poi dobbiamo considerare che i suoi sono rimproveri di chi ama a chi ama; e poi dobbiamo riconoscere che molte cose aggravano la pur piccola colpa di Dante.

Queste: Dante era nella vita nuova virtualmente capace d'ogni bella opera e per benigne disposizioni di stelle e per larghezza di grazie divine; poi aveva avuto per guida gli occhi giovinetti di Beatrice; poi aveva sperimentata la vanità delle cose umane, con la morte di Beatrice; poi si era trovato a scegliere non tra due beni quasi equivalenti, ma tra Beatrice la gentilissima, salita da carne a spirito e più bella e virtuosa che mai, e altri beni, sirene, vanità, pargolette non degne certo di essere paragonate a Beatrice viva non che a Beatrice morta. Ora il peregrino del Convivio merita ben più scusa. In vero all'anima “perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere sperta, nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi...„ Ma la conoscenza di Dante era dottrinata e per gli abiti destri che già facevano prova in lui e per la luce di quelli occhi giovinetti; e per lo sparir d'essi oh! era anche sperta! Eppure piccioli beni a lui parevano grandi, poichè seguiva imagini di bene

che nulla promession rendono intera;

poichè si lasciava chiamare a terra, come uccellino invano ammaestrato da un primo strale dell'uccellatore, da

o pargoletta
o altra vanità con sì breve uso.

Ma, pur con questi gravami, di cui l'ultimo è da Beatrice significato con l'ironico, Alza la barba! pur con questi, Dante non è detto (per ciò, almeno, che si riferisce alla selva e allo smarrimento) reo, sì ingannato. Ricordiamo:[28]

Ben ti dovevi, per lo primo strale
delle cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era più tale.

Non ti dovean gravar le penne in giuso
ad aspettar più colpi, o pargoletta
o altra vanità con sì breve uso.

Beatrice non era più cosa fallace; dunque era stata. Di lei era stato breve uso; dunque anche ella era stata una vanità. Dunque tra le cose fallaci, tra le vanità, tra le false imagini di bene, tra le presenti cose piene di falso piacere, ella poneva pur sè; sè viva; e pargoletta è da lei detto in memoria forse di quando ella apparve a Dante nella sua giovanissima età. Ella dice: una pargoletta come me, una vanità qual era io. Pure quella pargoletta conduceva Dante in dritta parte volto; e le altre no, non lo condussero; come si vide. Bene: ma qual grande peccato era di Dante, se nelle altre egli credeva vedere il bene che in quella pargoletta bella e nuova, il cui viso si era nascosto e i cui occhi giovinetti non lucevano più? Non dice egli che per dieci anni fu assetato di lei? Ferito dallo strale delle cose fallaci, correva qua e là, dove vedeva balenare uno specchio d'acqua, senza trovarlo mai, sì che la sete e' non la potè disbramare che quando di nuovo ella gli apparve sul santo monte[29].

III.

Ma se l'errar nella selva significa gl'inganni cui l'anima è soggetta “nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita„, inganni e niente altro che inganni di imagini di bene, sian pur false, e questi inganni sono causati dall'imperfezione naturale della conoscenza umana, che non è ancora sperta e dottrinata, e sia pur che sperta e dottrinata avrebbe dovuto già essere; come mai Dante dipinge questa selva così oscura e selvaggia e aspra e forte? Per sì leggiera e natural cosa, come mai sì gravi parole? In vero, per limitarmi agli effetti della selva sull'anima di chi vi erra dentro, ella

tanto è amara che poco è più morte,

e incute tanta paura, che la rinnova nel pensiero. Se, per esempio, il piacere della donna pietosa è uno dei fatti simboleggiati nella selva, non s'intende tanta paura e tanta amarezza di morte.

No: s'intende. Nel Convivio si comentano lungamente questi tre versi della canzone “Le dolci rime d'Amor, ch'io solia„:

Ma vilissimo sembra, a chi'l ver guata
chi avea scorto il cammino e poscia l'erra,
e tocca tal, ch'è morto, e va per terra.

Dante dice “che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo„. E aggiunge: “Perchè non si chiama non valente, cioè vile? Rispondo: Perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui, che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma perocchè questi l'ebbe, lo suo errore e 'l suo difetto non può salire; e però è da dire non vile ma vilissimo„.[30] Vile e viltà in tutto questo trattato del Convivio è opposto di nobile (che Dante deriva da non vile) e di nobiltà; e nobiltà o gentilezza o bontà è la perfezione umana la quale consiste nell'usar che faccia l'anima “li suoi atti nelli loro tempi e etadi, siccome all'ultimo suo frutto sono ordinati„.[31] Ora fortezza o magnanimità[32] è virtù di giovinezza; e il giovane che non l'abbia è non nobile, cioè vile. E Dante ci mostra nel poema, una volta tra le altre, il nobile in faccia al vile.[33]

Se io ho ben la tua parola intesa,
rispose del magnanimo quell'ombra,
l'anima tua è da viltate offesa.

Il magnanimo è Virgilio, l'altro ingombrato da viltà, come cavallo ombroso, è Dante. Direste voi che Dante sia pauroso per quel rifiuto che tenta fare? Si tratta d'un'impresa quale solo al più nobile degli eroi e al più privilegiato dei santi riuscì. Dante dubita che la sua virtù non sia assai possente: la sua virtù è stanca. Eppure il magnanimo continuando dice:

di questa tema a ciò che tu ti solve;

e conclude:

perchè ardire e franchezza non hai?

Il che mostra che l'idea di paura è connessa, per Dante, con viltà, anche quando viltà non è bassezza propriamente o ignominia, ma l'opposto di magnanimità, che è quanto dire di nobiltà o gentilezza, cioè di quella “grazia„ o “divina cosa„ che fa quelli che l'hanno, “quasi come Dei„.[34]

Ora nel verso

che nel pensier rinnova la paura,[35]

e nell'altro

allor fu la paura un poco queta,[36]

si sottintende il concetto di viltà, come negli altri versi,

l'anima tua è da viltate offesa,
perchè tanta viltà nel cuore allette?[37]

si legge quello di paura. Vero è che Dante potrebbe dirmi,

è Cielo dovunque la Stella,
ma ciò non e converso;[38]

e che, come nobiltà “vale e si stende più che virtù„, così viltà si stende più che paura; ma non forse vorrebbe dirlo qui, trattandosi d'un linguaggio che non è più quel del Convivio, anche quando il pensiero è lo stesso, chè nella Comedia egli parla per simboli evidenti e disegna e scolpisce figure, non scrive o dice soltanto parole. Chè, per esempio, il timore da cui è preso Dante, quando è per abbandonarsi della venuta, non è se non la mancanza di quello spronare che bene ebbe di Silvio lo parente, sì che “sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno;„[39] ma che Dante non sentiva ancora ai fianchi del suo cavallo, cioè dell'appetito.

A ogni modo, se Virgilio, per un supposto, avesse incontrato Dante, mentre errava nella selva, qual parola crediamo noi che avrebbe usata per rimproverar Dante? non forse questa, che qui usa, di viltà? Che invero la donna gentilissima, nel rimproverarlo in cima al santo monte, di quell'errore, non dice che quella dell'amico suo fosse viltà, ma viene a dirlo, quando gli domanda quali fosse avessero attraversata la sua via, sì che egli avesse disperato di passare. Se viltà era il suo dubitare avanti l'alto passo, figuriamoci se non era avanti una fossa! Altro che lo spronare di Enea gli mancava! E concludo che Dante dice di sè che era, fin che fu nella selva, vile; anzi, poichè la paura fu tanta, vilissimo.

Ebbene Dante chiama, nel Convivio, vile colui “che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato„; e colui che l'ebbe, “non vile, ma vilissimo„. Il solo, dunque, fatto di non ben camminare e di tortire “per li pruni e per le ruine„, e di non andare “alla parte dove dee„,[40] merita, nel fiero stile di Dante, il nome di vile; e, se chi tortisce, è scôrto, quello di vilissimo. E Dante prima che entrasse nella selva, era scôrto. Beatrice afferma:[41]

Alcun tempo il sostenni col mio volto;
mostrando gli occhi giovinetti a lui,
meco il menava in dritta parte volto.

Si smarrì. E la dolce scôrta pur rimaneva. Ella afferma ancora:[42]

Nè impetrare spirazion mi valse,
con le quali ed in sogno ed altrimenti
lo rivocai.

Or tutta quella paura, in cui è implicita tanta viltà, è sempre per quello smarrirsi, non per altro.

Ma selva è quasi morte! Sì; e ciò vuol dire che Dante era come morto là in quell'oscurità. Essere morto o essere nella morte è la stessa cosa, come vivere ed essere in vita tornano lo stesso. Ebbene? Anche il vilissimo, di cui sopra, tanto quello che dalla via del buono anticessore si parte, quanto l'altro, a cui è simile, che tortisce per li pruni e per le ruine, Dante dice che veramente morto dire si può. E, perchè non restiamo abbagliati da quelle parole che ivi si leggono e che porterebbero, a prima vista, che il malvagio soltanto si può dir morto, e tralasciando che malvagio ivi ha il significato non di dato al male, ma, presso a poco, di vile; ecco la ragione che Dante assegna di tal sentenza: “Vivere nell'uomo è ragione usare. Dunque se vivere è l'essere dell'uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto„. Dunque morto si può dire, nel fiero stile di Dante, chi si parte dall'uso della ragione, pur senza darsi a tutto il male e a tutto il brutto che è nel mondo; morto si può dire, come da lui si ricava, “chi non ragiona il cammino che far dee„; “colui che non si fe discepolo, che non segue il maestro„.[43] Ora qual maestro Dante non aveva tralasciato di seguire! e appunto quando più o meglio poteva ammaestrarlo! Perciò, era quasi morto.

IV.

Dante, come abbiamo veduto, era colpevole, nel cospetto di Beatrice, di cosa che sarebbe stata scusabile con l'età adolescente, se egli già non avesse avuto barba, e non fosse stato

nel mezzo del cammin di nostra vita.

Nel mezzo del cammino era quando si ritrovò nella selva, e nemmeno quando entrò nella selva era proprio adolescente; pure e Beatrice rimproverando ed esso ripetendo parlano, per ciò almeno che si riferisce all'error nella selva, di blande dilettazioni proprie dell'adolescenza, di oblìo proprio del tempo in cui l'anima intende al crescere e all'abbellire del corpo, d'inganni dell'anima che ancora semplicetta corre dietro al bene che assaporò. Perchè, domandiamo ora, l'anima per queste dilettazioni, per questo oblìo, per questi inganni viene a trovarsi in una selva oscura? perchè oscura, codesta selva? Perchè, risponde Dante stesso nel Convivio,[44] “infino a quel tempo (al venticinquesimo anno)... non puote perfettamente la razional parte discernere„. Come nella valle d'abisso, perchè era oscura, profonda e nebulosa, Dante, per guardare che facesse, “non vi discerneva„ nulla,[45] così poco o nulla egli discerneva nella selva, perchè era oscura, selvaggia e aspra e forte. Anche forte, sì, che può valere difficile a comprendersi e a vedersi, come nell'espressioni comento forte ed enigma forte.[46]

La razional parte dell'anima dunque non discerneva. Dante, sebbene non più adolescente e molto meno fanciullo, sì quando entrò nella selva, sì, e più, per il tempo che vi si aggirò, era tuttavia come un fanciullo. Egli in vero distingue nel Convivio la puerizia d'animo da quella d'età; e così ne ragiona:[47] “La maggior parte degli uomini vivono secondo senso, e non secondo ragione, a guisa di pargoli; e questi cotali non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale a debito fine è ordinata, non veggiono, perocc'hanno chiusi gli occhi della ragione, li quali passano a vedere quello...„ E Dante era come la maggior parte degli uomini, allora. Non lo rimprovera Beatrice di questo, domandandogli,[48]

E quali agevolezze, o quali avanzi
nella fronte degli altri si mostraro,
per che dovessi lor passeggiare anzi?

Non è questo un biasimo al suo non conoscer le cose “se non semplicemente di fuori„? E la sua risposta, che conferma i rimproveri di Beatrice che pur s'assommano in quel seguir imagini false di bene, e che assomma tutte le sue colpe, la sua risposta

le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,[49]

non è un confessare di aver avuti chiusi gli occhi della ragione e non aver conosciute le cose se non di fuori? Ed egli stava

quali i fanciulli vergognando muti,
con gli occhi a terra;[50]

mostrando così d'essere stato non più che un pargolo, quando Beatrice gl'intima: Alza la barba! E tutta la vergogna, che domina nel ripentire di Dante, che gli grava la fronte,[51] e che Beatrice eccita in lui ancor più, e che all'ultimo lo rende muto, e gli fa tener fermi a terra gli occhi, la vergogna, che nelle donne e nei giovani “è buona e laudabile„ e “non è laudabile nè sta bene ne' vecchi„,[52] non mostra ella che si tratta d'una puerizia d'animo, se non d'età?

E questa puerizia d'uomo che era nel mezzo del cammin della vita, non è, tutt'insieme, non ostante l'acerbo rimbrotto di Beatrice e la vergogna di Dante, così strana e imperdonabile in lui. Perchè, giova ripetere, se non allora quando si stava muto vergognando avanti Beatrice, almeno quando aveva volti i passi verso imagini false di bene, era adolescente, o almeno per tale era riconosciuto e si riconosceva. In vero il suo soverchio dilettarsi della vista della donna gentile, che avvenne più d'un anno dopo la morte della gentilissima, quando, cioè, Dante era da più d'un anno uscito di adolescenza, egli vuole che sia inteso come inganno d'adolescente; chè dice nel Convivio che “in quella„ cioè nella Vita Nuova “dinanzi all'entrata di sua gioventute„ parlò; e “altro si conviene e dire e operare a un'etade, che ad altra„.[53] Nel fatto, è assai probabile che Dante volendo i suoi sentimenti e i suoi pensamenti collocare nell'ordine generale delle cose, pareggiasse, come ho detto sopra, i fatti e gli anni per fare della sua cronaca la storia dell'uomo. Così in lui Beatrice rimprovera, per quel che riguarda lo smarrimento nella selva, l'adolescente che non discerne anche quando dovrebbe discernere e quando tuttavia per solito si vede che non discerne. Ma se il fatto è solito e non mirabile, è pur sempre degno di riprensione e di vergogna; e Dante col primo verso del poema sacro esprime la sua confusione, e pare si vergogni che esso, in particolare, aspettasse troppo più tempo che non si soglia:

nel mezzo del cammin di nostra vita!

Bene: questo manco di discrezione, o, come si dice ora, discernimento, che è? Dice Dante:[54] “Lo più bello ramo che dalla radice razionale consurga si è la discrezione. Chè, siccome dice Tommaso sopra al prologo dell'Etica, conoscere l'ordine d'una cosa ad altra, è proprio atto di ragione; e questa è discrezione„. Chi questo ordine non conosce, è come pargolo; chè essi “non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale a debito fine è ordinata, non veggiono„.[55] Chi manca di discrezione, vive, a guisa di pargoli, “secondo senso e non secondo ragione„, vive come se avesse la sola potenza sensitiva dell'anima. Nell'adolescenza, così è: quel bello ramo non è ancora sorto o almeno non è ancora fiorito. Dante esprime questo pensiero qua e là: due luoghi già riportai, e in tutti e due si ricorre all'imagine del traviare. Leggiamo:

Se il mondo presente disvia,
in voi è la cagione.
. . . . . . . . . . .

Esce di mano a lui, che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,

l'anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volentier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e retro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.

Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver, che discernesse
della vera cittade almen la torre.[56]

Ricordiamo ora qui che nel de Monarchia lo imperatore è dichiarato necessario, perchè “le volontà dei mortali, per via de' lusinghevoli diletti dell'adolescenza, hanno bisogno di chi le diriga„.[57] Per quel meraviglioso unificatore che è Dante, tutto il mondo umano ha, in certo modo, un'anima sola, e quest'anima, finchè ha sola la potenza sensitiva, deve avere chi discerna per lei, che ancora non sa: il re, l'imperatore. Se no, ella s'inganna, e quest'inganno fa disviare per sempre il mondo che diventa

di malizia gravido e coperto.[58]

E dell'anima in particolare de' singoli uomini, dice il medesimo:[59] “Dà... la buona natura a questa etade (l'adolescenza) quattro cose necessarie all'entrare nella città del ben vivere (la vera cittade). La prima si è obbedienza... È dunque da sapere, che siccome quelli che mai non fosse stato in una città, non saprebbe tenere le vie senza insegnamento di colui che l'ha usate, così l'adolescente ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato. Nè il mostrare varrebbe, se alli loro comandamenti non fosse obbediente; e però fu a questa età necessaria l'obbedienza„. Non ai suoi maggiori, ma a Beatrice disubbidì Dante, quando l'anima sua ancora non discerneva; le disubbidì, dopo che per alcun tempo ella coi suoi occhi giovinetti l'avea menato in dritta parte volto, le disubbidì, quando ella lo rivocava in sogno o altrimenti. E necessariamente entrò ed errò nella selva, perchè, non avendo discrezione, non poteva, senza obbedire a qualcuno, tenere il buon cammino.

V.

Ora questo manco di discrezione può condurre a ogni malizia sì il mondo sì un uomo in particolare; ma non importa già ogni malizia; anzi l'esclude. E non solo esclude ogni malizia, ma ancora ogni incontinenza. Che incontinenza è, secondo l'imagine e la definizione del Convivio, il non sottostare dell'appetito alla ragione “la quale guida quello con freno e con isproni„[60] o, secondo la comedia, il sottomettere la ragione al talento.[61] Ora, il difetto di discernimento potrà condurre a questo ricalcitrare e trascorrere, o a questa sommissione a rovescio ma non è propriamente questo e quello. Il che può essere manifesto dall'esempio che Dante stesso ci porta nella Vita Nuova del suo smarrimento quale narra nel Poema Sacro. Fu quello, dice Dante, un desiderio malvagio una vana intenzione, ed eccitò poi in lui pentito tale “raccendimento de' sospiri„ e tanto “sollenato lagrimare„, quale e quanto vediamo che in lui mossero poi le parole di Beatrice sul santo monte; eppure non si trattava che d'un “desiderio„ a cui il cuore, cioè l'animo o l'appetito “sì vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die contra la costanzia de la ragione„.[62] Ora la costanza della ragione che è? Se incostanza, come insegna il buon frate Tommaso, pertiene a imprudenza, costanza perterrà a prudenza.[63] E se ciò fu difetto di prudenza, non altro fu dunque se non manco di quel lume che agli uomini è dato

a bene ed a malizia,[64]

non altro fu se non manco di quel conoscimento, come definisce S. Agostino,[65] di ciò che è da appetire e di ciò che è da fuggire, non altro fu se non manco di quella virtù che illumina appunto l'anima sensitiva, di quella virtù che consiglia l'anima semplicetta che sa nulla, quando non è più di pargolo.[66]

Innata v'è la virtù che consiglia,
che dell'assenso de' tener la soglia.

Questo è il principio, là onde si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.

E che questa virtù che consiglia, sia nella mente di Dante proprio la prudenza e non, per esempio, più generalmente la ragione, apprendiamo dallo stesso Dante che dice:[67] “dalla prudenzia vengono i buoni consigli„. Or dunque se ella è la prudenza, come è, e se questa è il discernere tra ciò che è da appetire e ciò che da fuggire, e non fa ella se non accogliere e vigliare buoni e rei amori; quando uno ne è detto mancare, non si dice di lui se non che appetisca ciò che non è da appetire e che fugga ciò che non è da fuggire, e ami e desideri ciò che non è da desiderare e da amare; non si dice ancora che vada oltre il desiderio e l'amore, non si dice che faccia più e peggio che correr retro a quel picciol bene di cui l'anima semplicetta sente sapore. L'anima “ogni casa che da lungi vede, crede che sia l'albergo„, ma, se altro non le manca che la prudenza, se ella non è (per lasciar l'allegoria) intemperante o peggio, non entra già in questo che crede “l'albergo„; sì “non trovando ciò essere, dirizza la credenza all'altra„.[68] E così va e viene, e si smarrisce sempre più, perchè in nessun luogo entra.

E quello di Dante fu certo difetto di prudenza. Chè esso dice che fu “contra la costanzia de la ragione„ quel desiderio del suo cuore. Ora S. Tommaso appunto dice essere incostanza preferire un bene minore a un bene maggiore, come tutti i rimproveri di Beatrice, per quel che riguarda lo smarrimento, si assommano in questo, ch'egli aveva preferito altrui a lei, e le agevolezze e gli avanzi che si mostravano nella fronte degli altri al bene a cui lo menavano i suoi disiri, e le presenti cose caduche alle assenti eterne, e lei stessa viva a lei stessa morta;[69] così la viltà del suo desiderio, che racconta nella Vita Nuova,[70] si riduce a questo, ch'egli si cominciò a dilettare troppo di vedere una “gentile donna giovane e bella molto„ e a preferirla all'altra “nobilissima„ “gloriosa„ “gentilissima„. Ciò era l'incostanza della ragione, il che pertiene, come ho detto, a imprudenza: preferire un bene minore, la donna gentile, a un bene maggiore, la gentilissima Beatrice.

Ed esattamente è ancora esemplata nel trascorso di Dante, quale è a lui rimproverato da Beatrice, l'altra definizione di S. Agostino, il quale chiama la prudenza “un amore che per un certo suo fiuto (sagaciter) sceglie ciò che aiuta da ciò che impedisce„.[71]

Chè la gentilissima dice:[72]

Per entro i miei disiri
. . . . . . . . . . . . .
quai fossi attraversati, o quai catene
trovasti...?

Non ne trovasti, ella viene a dire. E sèguita:

E quali agevolezze e quali avanzi
nella fronte degli altri si mostraro...?

Non si mostrarono, ella intende. Dunque gli rimprovera d'aver trovati impedimenti, dove non erano, e agevolezze, dove non si mostrarono, e gl'impedimenti, nella via che conduceva al bene, e le agevolezze, dove? in una selva aspra e forte.

Era dunque il suo, difetto di quello amore che scevera le agevolezze dagli impedimenti; cioè di prudenza. E nessun'altra parola, fuor che questa d'imprudenza, alcuno potrà mettere come postilla all'ultimo rimprovero di Beatrice, quand'ella, nella sua gloria e nella sua felicità, mostra così mesta pietà per il suo amatore:[73]

Ben ti dovevi, per lo primo strale
delle cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era più tale.

Non ti dovean gravar le penne in giuso
ad aspettar più colpi, o pargoletta,
o altra vanità con sì breve uso.

Nuovo augelletto due o tre aspetta;
ma dinanzi dagli occhi dei pennuti
rete si spiega indarno, o si saetta.

Ella dice: Tu fosti ferito, lo so: chi lo può saper meglio di me? Ebbene, tu ti lasciasti ferire ancora! Eppure non eri più come gli uccellini di nidio, che sino a un certo punto, per la loro curiosità, sono imprudenti. Eri già pennuto, eri uccel volastro, e dovevi avere quella ch'essi hanno: prudenza, o fanciullo con la barba!

VI.

E lo smarrimento nella selva esattamente raffigura il difetto di prudenza. La prudenza è virtù dirigente, e il suo medio è la rettitudine della ragione.[74] Dante aveva smarrita la diritta via. La prudenza è, secondo l'espressione stessa di Dante, lume.[75] Ed egli si trova in una selva oscura. Il prudente, secondo la dichiarazione di S. Agostino, accolta nella Somma,[76] è porro videns, chi vede innanzi sè: e Dante non sa come entrasse nella selva, quasi avesse gli occhi abbacinati dal sonno, e vi si aggira al buio, e notte è il tempo che vi passò. Della prudenza è propria la notturna guardia e la diligentissima vigilanza.[77] E Dante era pien di sonno quando entrò, e assonnato vi rimase, sì che notte egli chiama quel decenne errore, che cominciò col sonno e finì con un risveglio:[78]

Guardai in alto...

gli occhi di lui si aprono: è mattino.

In fine egli era quasi morto, nella selva che

tanto è amara che poco è più morte.

Orbene è dottrina dei filosofi cristiani che la prudenza s'infonda col battesimo, sì che ella si trovi, secondo abito se non secondo atto, nei bambini battezzati, anche quando non hanno l'uso di ragione;[79] e non si trovi nei pagani, quand'anche siano spiriti magni. Essa è il lume che mostra all'anima sensitiva ciò che è da fuggire e ciò che da seguire. Essa è il principio,[80]

là onde si piglia
ragion di meritare,

e perciò non possono meritare nè i parvoli non battezzati, nè quelli, che pur innocenti di vita,[81]

non adorâr debitamente Dio,

per essere stati dinanzi al cristianesimo. Tanto questi che quelli sono morti a Dio, perchè il peccato originale, che il battesimo in essi non cancellò, è morte dell'anima. Con esso la morte entrò negli uomini. Ora quelli che questa prudenza infusa che in loro è in abito, non riducono ad atto, non hanno nemmen essi quella ragione di meritare che manca ai non battezzati; e sono come loro, morti; quasi morti, peraltro; perchè la prudenza infusa può in essi mostrarsi alfine, e dirigere e illuminare l'anima sensitiva. Perciò Dante, che non aveva prudenza, è come morto; e la selva oscura che è simbolo di questo difetto di lume, è perciò

tanto amara che poco è più morte.

In verità assomiglia alla morte in quanto è un sonno profondo, una notte lunga d'oblìo. È una morte dalla quale uno si può destare.

Ma Dante non dice solo che a noi fu dato lume a bene ed a malizia; sì, che in conseguenza ci fu dato anche libero volere:

lume v'è dato a bene ed a malizia
e libero voler...

E poco oltre dichiara:[82]

Innata v'è la virtù che consiglia,
che dell'assenso de' tener la soglia.

Questo è il principio, là onde si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.

Color che ragionando andaro al fondo
s'accorser d'esta innata libertate...

Da quella virtù scende dunque la libertà, innata l'una, innata l'altra. E la virtù che consiglia è quel lume. Il quale chi non ha, non è dunque libero: è servo. Sicchè Dante nella selva oscura, oltre quasi morto, era anche quasi servo. E come no? Non lo dice egli a Beatrice, quand'ella nell'Empireo si allontana da lui, ed esso comprende in un'orazione tutto il bene che ebbe da lei:[83]

Tu m'hai di servo tratto a libertate?

e non lo dice a lui Virgilio avanti l'Eden, quando, poco prima di allontanarsi, riassume tutto il bene che gli fece:[84]

libero, dritto, sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno?

Virgilio fu lo strumento di Beatrice, e da Beatrice Dante riconosce il bene che ebbe pur da Virgilio; e questo bene è la libertà, che prima non aveva. Il qual difetto è pur raffigurato nella selva, la cui mancanza di lume arreca servitù.

In vero le parole,

tu m'hai di servo tratto a libertate,

esprimono o i due punti estremi del cammino di Dante, la selva e l'empireo, o i due punti estremi della missione di Virgilio, quando gli apparve e quando lo lasciò. In tutti due i casi l'idea di servitù si fonde nella imagine della selva; chè (per non parlare che del secondo caso) Virgilio apparve a Dante, quand'esso era ripinto dove il sol tace,[85] cioè nell'oscurità, quand'esso rovinava in basso loco, cioè nella valle, quand'esso ritornava a tanta noia, cioè nella selva amara.

Dante era dunque come un non battezzato, finchè stette nella selva e quando era per ritornarci: era servo e quasi morto. In fatti quando poi, passato Acheronte; si trova nel limbo, tra le anime dei non battezzati, prova, diremmo noi, come un'allucinazione. Che è? che non è? dove si trova? ma è ancora nella selva? nella selva oscura, simbolo del manco di lume, e perciò di libertà, e quasi di vita e di battesimo? Virgilio gli ha confermato il fatto della discesa del possente, portatore di libertà. E Dante narra:[86]

Non lasciavam l'andar, perch'ei dicessi,

dicesse di questa liberazione,

ma passavam la selva tuttavia...

come la selva? la selva della servitù? Sì:

la selva, dico, di spiriti spessi.

Dante non si trastulla con le parole! Dante sa quel che dice! Se la selva significa la mancanza di libertà del volere, il limbo che tiene in sè i non battezzati è una selva anch'esso. Mirabile linguaggio!

Ed è oscura questa selva. Dante vede infatti un foco,[87]

ch'emisperio di tenebre vincia.

Il fuoco risplendeva nel mezzo alle tenebre, senza sperderle e allontanarle. Quel luogo è[88]

non tristo da martiri,
ma di tenebre solo.

Anche la selva oscura, nella quale Dante si ritrovò smarrito, in comparazione di ciò che egli ha a soffrire avanti le fiere, si può dire che sia trista solo di tenebre. Ma Dante continua:[89]

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno...

Di qua dal sonno? Già: sonno e non sommo lessero gl'interpreti antichi e dànno moltissimi codici. E lessero e dànno bene; e questa paroletta somno o sonno invece di sommo deve essere una delle più certe per sceverare i migliori codici danteschi dai peggiori. Sì: dal sonno! Come Dante ha intraveduta la selva oscura nel limbo dei non battezzati, la selva della servitù nel tempo stesso che Virgilio parlava di liberazione; così qui ricorda il sonno col quale cominciò la sua notte di servitù e di tenebre. Nel limbo, la prudenza non era stata infusa col battesimo; nella selva, la prudenza infusa col battesimo, non raggiando nell'atto, giaceva sonnolenta nell'oscurità dell'abito. Si tratta di quasi medesimo effetto scendente da quasi medesima causa: difetto di prudenza per via del peccato originale non deterso o come se deterso non fosse.

Perchè, come il poeta fa dire a Beatrice,[90]

ben fiorisce negli uomini il volere;
ma la pioggia continua converte
in bozzacchioni le susine vere:

il che non altro significa, se non che libera è bensì la volontà per opera della redenzione; che il fiore c'è bensì, ma non lega, e cade senza dar frutto, come se mai non sia stato.

VII.

Dante entrò nella selva, secondo esso dice nella Comedia, tosto che Beatrice mutò vita. Ci si ritrovò,

nel mezzo del cammin di nostra vita,

dieci anni dopo. La sua sete fu decenne. Dieci anni egli cercò Beatrice dove non era. Questi anni sono una sola notte per lui, cominciata col sonno e finita col risveglio. Tuttavia, da un luogo dell'Inferno e da un altro del Purgatorio, si rileverebbe che la notte che passò con tanta pietà, fosse una delle notti nostre, da un tramonto a un'alba. Dante dice a Forese:[91]

Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui

(e il sol mostrai)...

E Virgilio in Malebolge dice al discepolo:[92]

E già iernotte fu la luna tonda:
ben ten dee ricordar, chè non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda.

Dobbiamo credere che Dante imaginasse una notte decenne illuminata dal plenilunio? Dobbiamo affermare che egli chiami notte tutto il tempo passato nella selva, perchè v'entrò col sonno e vi errò nell'oscurità; e che poi ragioni dell'ultima notte che vi passò, e dica che quest'ultima era illuminata dal plenilunio; sì che egli potè ritrovarsi, nella selva?

Nè l'una nè l'altra cosa dobbiamo credere. Credere dobbiamo questo: lo smarrimento e l'errore è nel poema stesso spiegato da Beatrice, qual fosse. E Beatrice e Dante dicono che fu di dieci anni.[93] Or quando il poeta afferma, che fu come una notte sola, parla in modo diverso da quando ode parlare Virgilio e da quando esso parla a Forese di luna tonda. Prima parla per metafora, poi parla propriamente.

Il suo incontrarsi con Virgilio, dopo uscito dalla selva, è sì imaginario, ma narrato per vero. Non è invece narrato per vero che si smarrì pien di sonno e che assonnato visse una notte nell'errore; poichè questo corrisponde alle parole di Beatrice e sue, che dicono che il sonno cominciò dalla morte di Beatrice e durò per una notte di dieci anni. Ma il fatto è che il poeta poi traduce il suo linguaggio figurato in vero, e della notte metaforica fa una notte reale. E questa notte ha la luna piena. E la luna piena alcuna volta riluceva tra i folti sterpi della selva fonda, senza però che la selva stessa cessasse nella sua generalità di essere oscura.

Nè fu l'alba del giorno che condusse fuori l'errante. Egli era già fuori della bassura o, diremo, della profondità della selva, quando si trovò al piè d'un colle, e guardando in alto, vide di quello le parti alte illuminate dai primi raggi del sole. A uscire dalla profondità della selva gli giovò la luna:

non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda.

Ora che simboleggia questa luna? questa luna piena? Dante mette altrove in relazione la luna che riguarda il fratel suo per diametro, con la serenità mattutina. “Simile„ dice[94] “a Feba che contempla il fratello diametralmente dal purpureo della mattutina serenità„. Anche parlando a Forese, ricorda che la luna è la suora del sole, e la dice tonda; e a quel plenilunio successe un mattino sereno. E se Feba esprime là qualche cosa di perfetto, esprimerà anche qua una perfezione di splendore. Or vediamo in un altro luogo del medesimo trattato qual sia il significato mistico della luna rispetto al sole: ella, nel pensier di Dante, “a meglio e più virtuosamente operare riceve dal sole, che ha luce sovrabbondante, la luce di grazia„.[95] Nella selva fonda, poichè ell'era piena e contemplava per diametro il fratello, questa luce di grazia la luna riceveva come in nessun'altra fase. Or non è questa luce di grazia che trasse Dante dal profondo della valle e lo condusse al piè d'un colle, dove si vedevano i primi raggi del mattino?

E i teologi parlano di “lume di grazia„ che scende da Dio “giustificante„.[96] E che è la giustificazione? È un moto per il quale l'anima è mossa da Dio e portata dallo stato di peccato allo stato di giustizia; consiste nell'infusione della grazia, ed è chiamata da giustizia piuttosto che da fede o carità, perchè giustizia importa generalmente la rettitudine di tutto l'essere umano a Dio.[97]

Or questo lume di grazia come non è appunto il lume al bene ed a malizia, la prudenza infusa, che ci mostra ciò che è da fuggire e ciò che è da seguire, e che vien da Dio? Per essa, Dante ridivenne prudente, cioè porro videns, nella selva: non gli nocque.

Or questa interpretazione è confermata da quel luogo, imperfettamente inteso, del Paradiso, di cui più su riportai il principio. Quel luogo è come la sintesi del poema sacro. Dice:

Ben fiorisce negli uomini il volere;
ma la pioggia continua converte
in bozzacchioni le susine vere.

Fede ed innocenzia son reperte
solo nei parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sien coperte.


Tale balbuziendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuziendo, ama ed ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disira poi di vederla sepolta.

Così si fa la pelle bianca, nera,
nel primo aspetto, della bella figlia
di quei ch'apporta mane e lascia sera.

Tu, perchè non ti facci maraviglia,
pensa che in terra non è chi governi,
onde si svia l'umana famiglia.

Noi dobbiamo intendere: La redenzione ha bensì liberato il volere umano; ma è come libero non fosse: il fiore non lega e cade prima di divenir frutto. Subito dopo la puerizia, il volere ridiventa servo. L'adolescenza non ubbidisce più. Il lume di grazia si oscura subito. E, non essendoci chi governi e insegni la strada, la umana famiglia svia. Così presso a poco Marco Lombardo.[98] Anch'esso parla del libero volere, anch'esso del difetto di prudenza che è nell'adolescente, anch'esso della necessità conseguente di chi governi; anch'esso del mondo presente che disvia, come Beatrice conclude con lo sviare dell'umana famiglia.

Ora io dico che nelle parole di Beatrice lo oscuro terzetto, Così si fa la pelle, si riferisce, come già vide il Buti, alla luna, e al lume di grazia, e alla prudenza.[99] Raccolgo in vero dalla Somma[100] che gli uomini cominciavano a computare dalla luna piena, sì che ella si poteva chiamare prima. E S. Tommaso, contro le ragionevoli dichiarazioni di S. Agostino, il quale diceva che la luna era sempre piena, riteneva che la luna “fu creata piena„. Or mi sembra probabile che “nel primo aspetto„ voglia appunto dire “nel suo principio„ cioè quando è tonda. Il che è reso più che probabile dal modo con cui Dante qui circoscrive il sole: “quei che apporta mane e lascia sera„. Chè in quel medesimo articolo si legge: “la luna, quando è perfetta, nasce di sera e cade a mane; e così presiede alla notte„. Si veda quanto il difficile terzetto si renda piano, col compierlo: “Così, nel suo bel cominciare (quando è piena), si oscura la candida superficie della luna che splende da sera a mane, come il sole da mane a sera„. E ciò significa, ricavandone il senso mistico, mirabilmente opportuno tra la menzione dell'adolescenza subito traviata e quella della mancanza di chi governi; ciò significa: “Così incontanente a principio della nostra vita si oscura quel lume che ci fu dato a illuminare la notte dei sensi, a guidare l'anima sensitiva che sa nulla. Così avviene che, mancando chi la diriga bene per lei, la famiglia umana disvia„. Disvia e poi affonda nella cupidigia:[101]

O cupidigia, che i mortali affonde
sì sotto te, che nessuno ha potere
di trarre gli occhi fuor delle tue onde!

Ma verrà, verrà, quando che sia (così Beatrice conclude[102]), chi raddrizzerà il genere umano, curando l'adolescenza, avviando per la diritta via l'appetito dei mortali, sì che il fiore della volontà non sia, subito nella primavera, guasto dalle pioggie, e cada senza legare. La redenzione non sarà stata invano; il volere non invano sarà stato franco;

e vero frutto verrà dopo il fiore:

il bene dopo la libertà.

VIII.

Dante, dunque, adolescente e poco oltre la soglia della seconda età, essendosi chiusi quelli occhi giovanetti, che menavano al bene la sua anima sensitiva, la quale allora, come di adolescente, aveva bisogno di chi la guidasse e cui obbedisse, cominciò a essere ingannato dal cuore o appetito. Esso si faceva talora avversario della ragione, e vedeva il bene dove non era e non lo vedeva dove era. Lo vedeva nella fronte di altri e non lo vedeva più in Beatrice salita da carne a spirito. Minor bene preferiva a maggior bene: la donna gentile, per un esempio, alla donna gentilissima, Beatrice viva e di sì breve uso a Beatrice morta e immortale. Il cuore non andava più ver lei, quasi trovasse ostacoli per la sua via: ombrava, come cavallo restio: era vile. E si volgeva ad altri, come attirato dalla voce e dall'aspetto del bene e di Beatrice. Ma il bene e Beatrice non era là, dove il cuore andava. E allora si cominciava “dolorosamente a pentere de lo desiderio a cui sì vilmente s'avea lasciato possedere„. Il dolore era sempre legato all'estremo della viltà. E il dolore era suscitato dal pensiero e dal ricordo e dal sogno della vera Beatrice. La viltà nasceva dal desiderare del cuore contro la costanza della ragione; cioè contro la prudenza, contro il lume di grazia che c'è dato per discernere bene da male, e maggior bene da minor bene. La prudenza, che in Dante era infusa col battesimo, di quando in quando riappariva; ed egli allora si ritorceva dalla falsa imagine di bene; ma tornava a seguirne altre.

Quando finalmente piena si rifece la prudenza, egli era nel mezzo del cammino di sua vita. Si sentì men vile e s'apparecchiò a più non essere.

Egli era stato, per tutto questo tempo, quasi morto; chè vivere è dell'uomo ragione usare; ed egli non usava ragione, perchè, a tratti soltanto, vedeva quel lume e ubbidiva a quel consiglio, che mostra e dà la prudenza, facendo al cuore discernere ciò che ha da fuggire e ciò che ha da cacciare. Or non era più morto. Ora egli cominciava a usare ragione. Il cuore fuggiva fuggiva dalla sua vita passata, e si avviava a miglior meta.

Fu come se ingombro di sonno si fosse smarrito in una selva; e vi avesse passato chi sa quanto tempo, ma che era quasi una sola notte. Ed egli, cercando la sua via si metteva per questo o quel tragetto, e poi se ne ritornava, e poi si cacciava per un altro; e di qua, dove forse era il buon cammino, si rivolgeva, come avesse incontrato fossi e catene, e per là, dove certo era il folto della selva, si metteva dietro qualche inganno di via agevole. Ma quand'era nel più profondo, ecco che un raggio della luna, che era tonda bensì essa, ma selvaggia e aspra era la selva, ecco che un suo bagliore gli mostrava che s'internava invece di uscire e si perdeva invece di salvarsi. E così finalmente verso l'alba si trovò avanti un colle illuminato dal sole nascente.

Quanta paura aveva fatto balzare il suo cuore nella selva! Ora la paura s'era quetata un poco. E anelando il cuore fuggiva fuggiva; mentre Dante posava un poco, per riprendere le forze: fuggiva il cuore dalla selva e tendeva al colle.

Così ogni uomo, che ebbe col battesimo il lume del discernimento, ha bensì in abito la prudenza, ma finchè è adolescente non l'ha in atto. Anzi il suo stato d'imprudenza dura spesso oltre l'età in cui è perdonabile. La puerizia di anima continua un pezzo dopo che cessò la puerizia d'anni. La prudenza, che è in lui in abito, mostra bensì di quando in quando qualche raggio, ma tardi si svela piena e a lui rivela gl'inganni dell'appetito sensitivo. E allora si apparecchia a vivere la vera vita dell'uomo.

Così il genere umano che in Adamo ebbe il lume di grazia per il quale l'animo poteva discernere tra ciò che è da fuggire e ciò che è da seguire, in lui lo perdè. Brancolò al buio, senza poter meritare, finchè questo lume fu riacceso dal Redentore, e allora il genere umano uscì dalla selva del peccato originale, in cui non era luce di prudenza e perciò libertà di volere.

Questo il senso, che via via si chiarirà meglio, della selva: senso allegorico e anagogico. Ed è mirabile considerare, come le necessarie imperfezioni in tale figurazione unica di concetto molteplice, siano dal poeta dissimulate e sanate. A chi dicesse che non sta il figurare, nel senso allegorico, la notte dei sensi con una notte di plenilunio, risponderebbe il poeta, sì, che sta; chè per un battezzato non c'è notte buia, perchè il lume di grazia brilla per lui; ma che appunto a far vedere che il lume può non essere da lui veduto e usato a suo cammino, egli mise l'errante in una selva oscura per la sua foltezza, in una selva selvaggia. E a chi allora gli replicasse che la medesima figurazione non torna per significare la tenebra del genere umano dopo la colpa umana, perchè la luna non spuntò subito dopo il tramonto del sole; Gesù non venne subito dopo Adamo; egli anche risponderebbe, che sì, subito dopo il peccato spuntò la luce di grazia, e che Adamo appunto credè per primo al Cristo venturo.

E col senso morale è unito e fuso il senso politico o, vogliam dire, sociale. Essendo la luna la virtù che consiglia l'anima[103] sensitiva, ella è anche l'autorità imperiale; perchè l'imperatore è colui che deve indirizzare al bene l'anima semplicetta del genere umano. Altissimo è questo uffizio che, a noi disavvezzi da certe idee e da certi raziocini, può parere strano e piccolo. Pensiamo. Dante ritiene bensì cancellata col battesimo la macchia originale; ma gli effetti di lei crede estendersi per gran parte dell'età degli uomini e anche per sempre. L'imperatore compie, per lui, il Redentore; e l'autorità imperiale è come la sanzione del battesimo. Senza essa il genere umano è invano redento, e vivrebbe, come avanti Gesù, nel peccato e nella tenebra.

E così ognun vede che se io sono stato, in tale interpretazione, più forse esatto dei miei antecessori, non però sono solo a vedere, piccolo omicciuolo, ciò che gli altri non videro. Siffatta solitudine mi farebbe diffidare d'ogni mio più severo argomentare. Ma no: tutti hanno nella selva veduto o intraveduto il peccato, e il disordine morale e politico, e la perdizione, e la morte. E tuttavia tutto ciò non è se non per il difetto di quella virtù che il battesimo infonde e a cui vedere gli occhi dell'adolescente si serrano immergendosi nel sonno; per il difetto o per l'oscurarsi della prudenza. Or la prudenza è tra le virtù morali virtù precipua, ed è loro conducitrice, come dietro i filosofi afferma Dante: “e senza quella esser non possono„.[104] Sicchè nella selva non essendo prudenza, non è alcuna virtù. E così tutti gli interpreti hanno sempre pensato; ma errano se aggiungono che ci sono tutti i vizi. Che lo stato di chi è nella selva, ed è pur senza alcuna virtù, e senza alcun lume, e perciò senza alcun freno, e pur servo e in peccato, e nell'inferno, e quasi morto; tale stato è più simile a quello d'un parvolo innocente che muore avanti il battesimo che a quello d'un uomo colpevole della più lieve delle reità. Ricordiamo la gradazione stessa quale Dante sente dire all'aquila, nel cielo di Giove:

è tenebra,
od ombra della carne o suo veleno.

L'ombra della carne è incontinenza, il veleno è malizia. Bene: la selva è tenebra e solo tenebra.[105]

È, per conchiudere con altro luogo della Comedia, è lo stato dell'animo che “confusamente apprende„ il bene, nel quale quietarsi. Egli non è ancora o non è più “diretto„, ma al bene aspira. I disiri di Beatrice, in vero, al bene menavano l'amatore. Ma egli non era “diretto„; era fuori della “diritta via„. Or ciò non vuol dire che il suo animo errasse “per malo obbietto„; poichè cercava il bene; nè “per troppo o per poco di vigore„; poichè il bene non lo trovava, e l'amor suo non era mai nel caso di misurar sè stesso, perchè non raggiungeva ciò che seguiva, e ciò che seguiva era un'imagine falsa e una vanità.[106] Nella tenebra dove Dante errava, non era alcuna virtù, ma non era alcun vizio.

IL VESTIBOLO E IL LIMBO

I.

Una porta è, senza serrame.[107] Dopo la porta un grande spazio dove l'aria è tinta e il lume è fioco.[108] Quello spazio, che digrada, ha per limite una riviera: un fiume grande, da parer palude, con acqua limacciosa e opaca. Una nave s'appressa per lo stagno livido. Fiammeggiano da essa, come uniche scintille in tutta questa opacità d'acqua e d'aria, due occhi di bragia. Sono d'un nocchiero vecchissimo.[109]

A ogni momento nella ripa s'affolta gente. Il nocchiero appressa la barca, gridando parole d'eterna sanzione. Nella gente, cioè tra le anime, sorge uno strepito di denti e di bestemmie e di pianto. E s'avanzano in quel barlume verso la riviera e verso i due occhi di fuoco. Formano quasi un grappolo, un ramo, un albero. Da esso si staccano a una a una le anime, foglie che appena si tengano al ramo per il picciuolo mortificato, cui assalgano i primi venti freddi dell'autunno.

Guardando verso la palude, si scorge però che non si staccano da sè, ma via via per cenni del demonio barcaiuolo. E allora non sembra più quello lo sfogliarsi e il mondarsi d'un ramo. Quel formicolìo d'anime sembra uno stormo di uccelli, dei quali ognuno, l'un dopo l'altro, si butti a terra per il richiamo di quell'orribile uccellatore.

La nave s'allontana su per l'acqua opaca e nera. Non è di là quella nave, nè sono ancora discese quelle anime, che di qua s'affolla nuova gente. E la barca ritorna, e suonano le grida di quel dimonio, si vedono nell'oscurità quei due occhi simili a carboni accesi che ruotino; e si forma di nuovo quell'albero di foglie caduche, e di nuovo si monda.

Così Dante ha veduto la morte:[110] la morte di quelli che muoiono nell'ira di Dio.

Ora tra la porta aperta e la livida palude, in quel grande spazio, c'è, direi quasi, un mulinello perpetuo di foglie secche, che nè escono dalla porta aperta nè si gettano nella barca. Questo mulinello che non si ferma mai, è una lunga tratta di gente, una turba infinita d'anime, che corre, piangendo, urlando, guaendo, dietro un'insegna, che gira, come da sè, in quell'aria oscura. E quella tratta, quel groppo vorticoso, gira e corre perpetuamente come in un aperto e ventoso vestibolo.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle,

facevano un tumulto, in qual s'aggira
sempre in quell'aria senza tempo tinta,
come la rena quando a turbo spira[111]

Passata la riviera, ecco la proda della valle d'abisso. Da essa esce un lamento infinito. E infinita è la sua oscurità. Si scende e si entra nel primo cerchio.

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto ma' che di sospiri,
che l'aura eterna facevan tremare:

ciò avvenìa di duol senza martiri,
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
e d'infanti e di femmine e di viri.[112]

In questo cerchio non c'è altro pianto, che di sospiri; il che Dante altrove conferma e dichiara, dicendo che in esso[113]

i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri

E questa e quella espressione sono così formate da richiamare e correggere quella usata per il vestibolo, dove oltre i sospiri sono pianti, e i lamenti sono guai e alti guai:

quivi sospiri, pianti e alti guai.[114]

Inoltre i sospiri nel limbo sono l'effetto “di duol senza martiri„, il che non può dirsi nei correnti nel vestibolo che[115]

erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, ai lor piedi,
da fastidiosi vermi era ricolto.

Vero è che questi martirii hanno in sè, come un cotale spregio, così una tenuità relativa a' terribili tormenti del vero inferno; sì che Dante che forse non s'è accorto delle noiose bestiole che stimolano quelli sciaurati o a ogni modo crede quei lamenti e quell'avvilimento effetto troppo grande di così piccola causa, domanda:[116]

che gent'è che par nel duol sì vinta?

e torna a domandare:[117]

Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar gli fa sì forte?

E il maestro (cosa notevole) assegna del forte lamentare cioè del loro guaire una cagione spirituale:[118]

Questi non hanno speranza di morte:

il che si riscontra con la cagione dei sospiri che traggono quelli del limbo; perchè il loro duolo non nasce da martirii, ma sol di questo, che, come Virgilio dice anche di sè,[119]

che senza speme vivemo in disio.

Nè questi nè quelli hanno speranza. E hanno tra loro altre somiglianze. Sono gli uni e gli altri moltissimi. Dietro l'insegna veniva[120]

sì lunga tratta
di gente, ch'i non avrei mai creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.

Nel limbo erano turbe di quei sospirosi, e le turbe[121]

eran molte e grandi,
e d'infanti e di femmine e di viri.

Ma Dante avanti i lamenti e le moltitudini del vestibolo aveva sì la testa cinta d'orrore, pure il suo maestro non gli lascia concepir pietà di quelli sciaurati; mentre nello scendere al limbo il poeta è tutto smorto, e non d'orrore ma di pietà.[122] E Dante appena sa il duolo di questi ultimi, è preso subito al cuore da gran duolo anch'esso. E se nel vestibolo sente dire che quelle sono[123]

anime triste di coloro
che visser senz'infamia e senza lodo,

e se là incontanente intende, ed è certo,[124] che quelli formano la setta dei cattivi e sono[125]

sciaurati che mai non fur vivi,

qua invece conosce che in quel limbo sono sospesi[126]

gente di molto valore.

Il che è proprio un'antitesi, chè valente nel Convivio e nella Comedia è il proprio contrario di vile. E mentre Virgilio professa di volere risparmiar parole, in proposito degli sciaurati del vestibolo, “Dicerolti molto breve„, e infatti conclude il breve discorso con le parole,

non ragioniam di lor ma guarda e passa;

e Dante riconosce sì tra loro alcuno, e vede e conosce[127]

l'ombra di colui,
che fece per viltate il gran rifiuto,

pure il nome non mette e di quelli e di questo nell'eterne sue pagine; nel limbo, al contrario, Virgilio a lungo ragiona e nomina sì quelli che furono salvati, sì quelli che restano sospesi; e Dante ricorda tanti spiriti magni, eroi e filosofi, e se si limita, dice anche perchè:

sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.[128]

E Dante, in un'altra occasione, riprende il novero, e altri fa nominare ed esaltare.[129] In nessuna altra contrada del suo oltremondo, nemmeno nel Paradiso, Dante ha tanti nomi quanti del limbo. Pur grande è il suo studio di farci pensare questo limbo in relazione del vestibolo, e non in sola relazione di contrasto. Quelli del nobile castello hanno bensì[130]

onrata nominanza
che di lor suona,

e sono onrevol gente e sono spiriti magni; mentre di quelli del vestibolo[131]

fama... il mondo esser non lassa;

ma come assomiglia questa espressione[132]

incontanente intesi e certo fui
che quest'era la setta dei cattivi,