ANGIOLA MARIA
ANGIOLA MARIA
STORIA DOMESTICA
DI
GIULIO CARCANO
TERZA EDIZIONE, COLL'AGGIUNTA INEDITA
DEL
MANOSCRITTO DEL VICECURATO
MILANO
PER L'EDITORE PIETRO MANZONI LIBRAIO
MDCCCXLV.
TIP. GUGLIELMINI.
ANGIOLA MARIA
A CORINNA
O spirito gentile,
Che nel silenzio a visitarmi scendi;
E a un angelo simile
La più ascosa del cor favella intendi:
Dimmi, qual luce è questa
Che splende alla deserta anima mia?
E qual memoria desta
L'amica del pensier malinconia?
Luce è d'amor, che move
Dall'ignota virtù de la bellezza;
Malinconia, che piove
La segreta del pianto alma dolcezza! —
In tempo lieto io vidi
La tua sembianza, e ancor mi sei presente;
E ancora mi sorridi,
E all'arcano tuo raggio arde la mente.
La tua fronte serena
È quasi all'alma trasparente velo;
E l'occhio che balena
Par che dica alla terra: Io son del cielo!
Diva solinga e pura,
Questi adunque ti sacro umili fiori;
Prole di zolla oscura,
Da te cercan la vita ed i colori.
Li colsi sull'aurora,
Nè perduta avran forse ogni fragranza;
V'è una lagrima ancora:
È la lagrima pia della speranza!
Marzo, 1839.
LIBRO PRIMO.
1. Con due ale sollevasi l'uomo da terra, cioè con la semplicità e con la purità: semplicità dev'essere nell'intenzione, purità nell'affezione. — Non è creatura così piccola e vile che non rappresenti la divina bontà.
2. Il cuor puro trapassa il cielo e l'inferno.
Tommaso da Kempis.
PROLOGO.
Non è poesia senza verità e senza virtù. Se la Musa non veste il semplice manto della Verità; se la Virtù non le insegna il suo casto e tranquillo sorriso, le creazioni della poesia saranno indifferenti, o vane; poichè l'arte non è solamente figlia dell'inspirazione, ma anche della sapienza. Allora il poeta non avrà il suo più dolce premio, quell'intimo assenso ch'è la risposta dell'anima; non troverà nessuno che consacri a lui un pensiero, un affetto. — Il cuore poi ha sempre bisogno d'amare; esso sente bensì e gusta quanto accarezzi la sua parte di creta, ma intende e ama ciò che solleva la sua parte più bella, la coscienza.
Per chi studia il cuore e le sue migliori affezioni, che nutrono le virtù semplici e domestiche, anche la vita della più umile creatura, anche la storia segreta dell'anima più modesta, sono una lezione sublime, quant'è il meditar sulla sorte dell'uomo grande e caduto, sull'età delle nazioni, sui fatti terribili e sanguinosi degli uomini.
E noi, deh! non vogliamo crederci e parer peggiori di quello che siamo: le grandi virtù son rare, e per questo appunto son grandi; ma la virtù modesta, la virtù docile e vera abita in mezzo di noi. E tu, sempre che la cerchi, ad ogni passo puoi incontrarti in essa; e la ritrovi ne' piccoli e ne' potenti; e più spesso forse nella casa che nel palazzo, perchè, se non foss'altro, i più vivono nelle case, i pochi ne' palazzi. — Ond'io penso, che una fedele pittura della vita onesta e innocente sia studio più gentile e miglior pascolo dell'anima, che non la trista notomía d'una società fattizia e malata, di che grandemente si compiacquero molti; poichè, mentre questa non fa che serrarti il cuore e stillarti nell'anima il dubbio, lo sconforto e l'egoismo, quella invece nutre l'amore e procaccia l'esempio.
L'innocenza poi ha in sè stessa un incanto di semplicità così vero, una dolcezza di vita e di costume sì schietta, che l'anima più severa e restia non può a meno di sentirne la bellezza, di donarle grazia, amicizia, o se non altro, di dimostrarle rispetto. Egli è ciò che v'ha in terra di più celeste!
Ma anch'essa, questa virtù tutta sorriso e fiducia, è fuggitiva e pellegrina nel mondo. Dapprima il cielo, il sole, la bella natura, la contentezza dell'oggi e del dimani, tutto è per lei. Essa cerca l'amore, senza invidia e senza sospetto; è felice, e ha bisogno che gli altri sieno felici con essa. — È il fanciullo, il quale non conosce che suo padre e sua madre, e ama chiunque folleggi con lui e gli compiaccia; i suoi pensieri son lieti, come una fresca corona di rose sulla sua testa infantile.
Se non che, troppo presto il pianto domanda il suo diritto, e l'alba della vita dura per poco. Dice un filosofo, che l'uomo è sì grande, che la sua grandezza appare anche in ciò, ch'egli si conosce misero. Così, quand'esso sente il peso de' suoi dolori, trova in sè medesimo una forza novella: la speranza. Questa gli dona la consolazione dell'amicizia, la dolcezza dell'amore; ed egli, incapace di sprezzar sè medesimo, sente pur sempre d'esser capace del bene. Allora l'amore solleva il cuore, consiglia la fede, suscita la volontà; e così tutti i nostri giorni fossero come quelli in cui veramente amiamo!
Ma il cammino della vita è difficile. Il potere degli avvenimenti, dell'opinione, del costume crea nell'uomo, per dir così, una seconda natura; e questa, il più delle volte, soggioga la prima. Onde i più fortunati son coloro che, senza fallire la via, toccano alla meta, e che hanno saviezza abbastanza per vivere in pace con sè stessi, o coraggio abbastanza per soffrire.
E anch'essa, la debole creatura che solo nacque per amare o per piangere, anch'essa, che vide morirsi d'intorno i più bei fiori della vita, conserva nel cuore un tesoro, la sua rassegnazione e la sua fede. L'angustia del dubbio, il languore dell'abbandono logorano la sua fragile esistenza; pure essa sostiene le prove della sventura, che son lunghe e dolorose, perchè la sventura è fedele. Ella è sola quaggiù, ma Dio è sopra di lei! E l'ultimo sacrifizio che fa un'anima innocente, è il più bello, il più sublime testimonio della virtù abitatrice della terra. — Così la storia d'una vita semplice e giusta può esprimersi in tre parole: innocenza, amore e sacrifizio.
I. UNA DOMENICA.
Chi vede un'alba di primavera nella nostra bella Italia, in questo cielo così quieto e trasparente della Lombardia, e non sente aprirsi libero il cuore e l'anima sollevarsi leggiera e serena, come al respirare un'aria che la nutre, ch'è la sua, non ebbe certamente, nè avrà mai, quel senso divino, che Dante, con sublime verità, chiamava intelletto d'amore. Questo sentimento così grande e puro non è gioia, nè maraviglia; non è nemmeno un'estasi; è l'intimo affetto della bellezza della natura, è vera poesia.
Se tu hai contemplato qualche volta una di queste aurore, là sulle rive beate del lago di Como, dimmi, non ti nacque nell'anima un pensiero almeno, che la vita vi può esser più felice, gli anni più lenti e men gravi, il cuore più giusto, più in pace? E non pregasti allora, che Dio rendesse migliori i figli di questa dolce patria, dove si piacque di crear così bella e benedetta la natura? — Se tu non facesti questo voto, io lo feci per te!
Era una mattina piena d'incanto. — La primavera cominciava appena; la limpidezza dell'aria e lo splendore del cielo, l'armonia della vita e della natura, tutto era bellezza e mistero. È il bel tempo, che il poeta sogna la gioventù del mondo, i giorni della creazione, quando terra e cielo forse non avevano che un nome; è il bel tempo, che rinnova que' miracoli della produzione, i quali all'uomo semplice e saggio si manifestano nelle grandi provvidenze della materia e della forza; che al ricco ozioso ristora la stanca complessione, e al povero contadino fa la promessa d'una buona annata. Allora noi sentiam più forte il bisogno d'amare i nostri fratelli, d'amar la terra dove nascemmo, i luoghi dove il nostro cuore apprese tanti cari nomi, fece tanti bei sogni nell'innocenza e nell'amore, e dove anche abbiam dovuto gustare i primi dolori, e piangere la prima volta!
O nostra patria! — Ecco il sole, che nella pienezza della sua luce suscita l'allegrezza nel cielo, sparge la fecondità nelle campagne, la tranquillità nella vita, e l'amore nell'anima di tutti! Ecco interminate pianure, su cui l'occhio si perde; ecco laghi che ripetono il sereno del cielo, e fiumi maestosi, e acque irrigatrici; ecco campagne verdeggianti di gelsi, fiorenti di messi; colline liete d'una perpetua ubertà; monti che un'assidua coltura rivestì di vigneti e di pascoli, di casolari e di borgate! Qui la bellezza del cielo e della terra, la frequenza degli uomini, la leggiadria delle donne... È la terra de' nostri padri, dell'antica nostra religione, delle poche sante memorie che ancora ci rimangono. Non si cerchi di più. Il giovine ha bisogno della gloria, e della felicità, e ne vuole almeno la sembianza!
Quel giorno era una domenica. — Dalle sponde e per le costiere de' monti che coronano le acque tranquille del lago di Como, s'udiva a intervalli ripetersi per l'aria e confondersi, a cento distanze, quasi in allegro accordo, uno scampanare di festa dai paesetti, de' quali è seminata quella beata parte di terra.
Il più bello di quella scena, la ridente prospettiva di tanti villaggi che illuminati dal sole si specchiano nelle onde, quel misto di luce e di colori, quelle indefinite temperanze di vapori e d'ombre, tutto ciò sfida del pari il pennello del pittore e la magia della parola. Non son altro che poveri casali sparsi qua e là, sul dosso d'una collina, sulla costa d'un monte, o a fior dell'acqua; spicca solamente fra essi qualche casa più alta dell'altre, dipinta di bianco e circondata da una vite verdeggiante, o protetta dal bizzarro fogliame di qualche albero antico. Eppure sono i luoghi che t'accontentan l'occhio e il cuore, e che, veduti una volta, non sai più dimenticare.
Al solo volger dello sguardo, su d'ogni punta che si prolunga nell'acqua, vedi bei villaggi distendersi a lungo della sponda, l'uno più dell'altro pittoresco e ameno, che sembrano sorti fuor del lago per incantesimo: su di ciascuna riva, su di ciascun'erta, arrestano la tua attenzione nobili e vasti palazzi degni di principi, a' quali ascendi per un ampio ordine di scaglioni; villette solitarie ed eleganti, che s'elevano al piede o sul fianco della montagna, ricinte di giardini tutti in fiore, adorne di piante rare e strane, consolate d'ombre perenni; più in su, la meschina casupola del montanaro e l'angusto suo campicello; poi la costiera si fa più ripida; spesseggiano gli arboscelli, e salendo ancora, non discerni che larghi strati bigiognoli d'ardesia, erbe grame che ne tappezzano i fianchi, e il saltellare d'acque montane. — Dall'una all'altra parte ti si presentano innanzi, ad uno, a due, a tre, i paesetti, quale sopra una pendice boscosa, quale sopra un ciglione tagliato a perpendìcolo, o in un seno di lago, o a cavaliere d'una roccia nuda e sporgente; mucchi di case, che ti sembran colà annidate per un giuoco dell'uomo: e se sollevi gli occhi fino a' vertici più alti, vedi disegnarsi nell'azzurro del cielo i contorni d'un'antica chiesa votiva, ch'è solitaria custode delle valli sottoposte.
Eccoti in faccia un bel promontorio, coronato d'alcuni gruppi di pini, ove dal poggio fino alla scesa siede il più vago paese che ti si dipinga alla veduta; scena pittoresca di case modeste e tranquille, d'ombrosi vigneti e d'orti aprichi; pacifico asilo che seduce e invita nel suo seno l'uomo stanco delle cose di quaggiù. E dietro a questo superbo spettacolo d'acque, di piante e d'abitari, vedi altri monti; e dietro a quelli, altre cime, le Alpi; poi tutto l'orizzonte lucido e fiammeggiante, il sole che sparge una luce infinita, purissima sull'inquieta superficie del lago, e regna nel mezzo del cielo in tutta la solennità del suo splendore, come lo sguardo di Dio che si riposa sulla terra per risvegliarla alla vita. — Oh! per dire una sì gran maraviglia ci vuol ben altro che la mia povera penna.
La piccola chiesa gotica di **** era aperta; e si vedeva il buon popolo della pieve entrarvi frettoloso e divoto, in fila, a gruppi, a brigatelle, mentre che le campane replicavano ancora l'ultimo tocco della messa della domenica. Per le viuzze oscure e chiuse dalle povere abitazioni, per le callaie bistorte e fiancheggiate d'un muricciolo di ciottoli, che sboccano nella piazzetta, da ogni casa, da ogni porta del dintorno, si vedevan salire, calare, incontrarsi donne, uomini e fanciulli: le madri si menavan dietro le figliuole, mentre i garzoncelli, nel loro bell'abito delle feste, correvan saltellando, come vispi capretti, sulla riva e pel greto; le fanciulle camminavano leste leste e raccolte fra i piccoli crocchii, che i compari e i giovani del paese andavan facendo qua e là sul sagrato della chiesa, fino a che la campana tacesse.
Era proprio una bella gente; faccie floride e vivaci, fronti contente, aperte, su ciascuna delle quali avresti potuto legger la bontà del montanaro, mista a non so che d'ardito e di sagace, ond'è noto fra noi chi nacque sul lago; la bontà lombarda, e la toscana sottigliezza. I giovani sfoggiavano i loro acuminati cappelli a larga tesa, ornati d'un fibbiaglio d'acciajo, il farsetto nuovo di fustagno verde e le ampie brache di grosso velluto nero; nè più si contava fra essi che qualche vecchio fedele ancora al giubbone, all'alta cintura di cuoio e a' calzeroni di lana avvoltati sopra il ginocchio, in quella foggia che suol chiamarsi anche da noi barulè. Le fanciulle invece portavano addoppiato sulla testa un fazzoletto di vivaci colori, che copriva quella bella corona di spadine d'argento, onde le contadine lombarde hanno trapunte le trecce; andavano, quasi tutte del pari, vestite d'una semplice sottana di tela turchina, e di certi busti o giubberelli di seta o di rascia, rossi o cilestri, allacciati allo sparato delle maniche e del petto da molti galanetti di fettuccie, ch'erano una grazia. E mentre passavano, alcuna di quelle belle montanine lasciava indietro una rapida occhiata furtiva sui gruppi de' giovinotti del paese, forse cercando il suo innamorato; e qualch'altra si stringeva alla compagna, per nascondersi a uno sguardo audace che la cercava; ma la compagna volgeva il capo, e la tradiva con risa mal represse. A ciascuna giovinetta che di là s'avviasse, bisogna pur dirlo, que' garzoni arditi lanciavano di soppiatto una parolina, un motto, un sogghigno; e certo ch'eran da compatire, chè in piccolo paese si conoscono tutti, come fossero una famiglia. Ma quando videro di lontano venire alla volta della chiesa due donne vestite di nero, essi tacquero subito; e, con certo rispetto, si tirarono in disparte.
Quelle due donne erano madre e figlia; una, curva della persona, portava sul volto magro e già rugoso, sebbene non apparisse molto vecchia, i segni del dolore che accorcia l'età; l'altra era giovinetta e fresca, ma così pallida e bianca, che nessuno, in quell'abito oscuro, e sotto quello zendado nero, l'avrebbe detta una contadina. Era il suo viso di gracile contorno e d'un ovale perfetto; gli occhi, che parevano ancora rossi del piangere, teneva chini a terra; e le mani, congiunte sopra il seno con un fare onesto e rassegnato, raccoglievano lo zendado d'intorno al sottile suo busto. Essa non era grande della persona, ma snella e graziosa del portamento; e più di tutto i suoi piccoli piedi, che spiccavano sotto le pieghe della nera sottana, rapivano gli occhi. In somma, v'era in lei qualche cosa di gentile e di raro, che al primo vederla non avresti pensato mai la fosse nata da povere genti, in un oscuro villaggio; chè invece pareva, sì dilicata e contegnosa ch'ell'era, allevata nel seno di ben più eletta condizione. Eppure era un fiore bello e modesto di quell'ignoto terreno, cresciuto in quell'aria libera e viva.
Già tutti erano entrati nella piccola chiesa; dove, in silenzio e con una quiete consueta, si dividevano, gli uomini a parte destra, le donne a sinistra, savio costume antico che ancor dura nelle nostre campagne. Al cominciar della messa, s'inginocchiavano tutti al punto stesso, come i figliuoli che aspettano la benedizione del loro padre. E in quel giorno, era un loro fratello, un giovin prete del paese, che, in vece del vecchio curato, offriva per essi al Signore il divino Sacrifizio.
La sua voce era chiara, solenne, ma commossa: le semplici parole del messale, cantate da lui con severa cadenza, avevano un non so che di tremolo e malinconico. Tutti que' contadini, in un sincero raccoglimento, parevano ascoltare con più divota attenzione quelle ripetute orazioni, ch'essi non intendevano, ma che accompagnavano nella fede e nella giustizia de' loro cuori. Ma quando il prete si rivolgeva dalla mensa dell'altare per dire: Pregate, o fratelli! — o per ripetere quelle sante parole: Il Signore sia con voi! essi guardavansi l'un l'altro in atto di compassione; poichè s'erano accorti ch'egli aveva pianto, e che nel presentare al Signore i voti de' suoi fratelli aveva pur domandato per sè consolazione e pace.
Ma v'erano nella chiesa due donne che intendevano la pienezza di quel dolore, perchè ne portavano anch'esse una gran parte; erano quelle stesse, vestite a bruno, alle quali, mentre passavano poco prima, i buoni contadini avevan dimostrato certa onoranza e rispetto. Oh nessuno colà, in quel giorno, pregava con tanto fervore, con tanta pietà, come quelle due donne!
Quand'ebbe finita la messa e benedetto il piccol popolo, il giovine sacerdote si rivolse, e con voce piana e tranquilla disse dall'altare una di quelle parabole evangeliche, piene di semplicità affettuosa, di santa benevolenza, che scendon nell'intimo de' cuori con la soavità del virtuoso consiglio e nella divina schiettezza della verità.
Le sue parole non eran cercate, nè mandate a memoria: egli parlava semplicemente, parlava il linguaggio dell'anima religiosa; e un cuore pieno di fede e di speranza era sulle sue labbra. La grandezza di quella dottrina, che con l'unico precetto d'una vita divina quaggiù, spiegata a esempio delle virtù umane, ha rinnovato la faccia della terra, rivelavasi nell'umile verità delle sue parole; e la santità di quella morale che consola e che persuade, adatta alla severa ragione del saggio, come a' naturali intelletti di que' contadini, inspirava ne' loro cuori la contentezza della pace e della fratellanza — perchè egli parlava loro d'una giustizia incolpabile e del terrore de' cattivi in mezzo al trionfo, delle afflizioni di questa terra e del contraccambio preparato lassù, di carità e di preghiere, di perdono e di rassegnazione.
Intanto un giovin signore era entrato nella chiesa; e messosi in un canto, senza che molti s'addassero della sua presenza, si rimase con attenta maraviglia, per seguir le parole che il prete allora proferiva con accento più rapido e commosso, e ch'eran queste:
— O miei fratelli, io lo domando a voi, e fra voi, a ciascun di coloro a' quali il Signore ha già mandato le sue prove, se non sia vero che nel tempo della disgrazia noi ci ricordiam della religione, noi sentiamo il bisogno di credere in essa, e confessiamo ch'è la verità! Allora corriamo a inginocchiarci all'altare, e domandiam di poter pregare e di piangere; poichè gli uomini non risposero alle nostre parole di dolore, e il nostro cuore non trovò pace nelle speranze terrene. Ah sì! non c'è umana superbia, la quale non cada dopo un'ora di miseria. — Oh! lasciate che sia disprezzato colui che mette la sua ragione nel cielo, e la sua fede nel Signore! Egli sa la verità più del filosofo che tentenna nell'oscurità del dubbio, e più del grande che ride e si dimentica. I'ho conosciuto, o miei fratelli, questi uomini che si chiamano i sapienti, e quelli che voi credete felici e potenti come i maghi, perchè son ricchi e hanno un gran nome: io le ho vedute queste grandi felicità, che i piccoli invidiano senza nè manco indovinarle — deh! che valgon mai, con le loro eterne menzogne, co' piaceri pagati a peso d'oro, e più di tutto con quella nausea di sazietà che le accompagna! — Sì! lo credete! nessun uomo quaggiù ha il diritto d'esser più felice del suo fratello! — Tutti posson esserlo del pari, perocchè lo stesso Libro è aperto a tutti, e la felicità è nella verità, e la contentezza nella giustizia. Gli è meglio patire, come il povero, come voi; e benedir al Signore, quando vi concede il vostro pane quotidiano, quando manda un lungo sonno di riposo sulle vostre coltri non invidiate, che non vivere schiavo delle usurpazioni, de' pregiudizii di quel mondo che non conoscete, e veder tutti i giorni il disinganno faccia a faccia, e crescere il proprio bene a scapito di quello degli altri. Il Signore ha vissuto nel tempo, è venuto fra noi, e ha voluto esser l'ultimo degli uomini: nessuno maledica dunque al Signore nella povertà e nella disgrazia!.. Egli v'ha dato l'allegrezza del cielo, l'aspetto d'una natura sorridente e feconda: Egli ha tolto a voi e a tutti i vostri fratelli che vivono in questa parte di terra, un nome potente, temuto una volta, e adesso dimenticato, inutile!.. Ma il Signore ha detto: Siate sempre fratelli, amatevi sempre! E io vi ripeto nel nome di lui: Ricordatevi che il Signore ha in mano il passato e l'avvenire, ch'egli suscita dal peccato la rigenerazione, dalla morte l'eternità! Educate nella rettitudine e nell'amore i vostri figliuoli, perchè essi vi consoleranno, e piangeranno quando voi sarete morti, e terranno sempre nel loro cuore la vostra memoria. — Oh! io non ho mai parlato a voi con tanta effusione di cuore come in questo giorno, nel quale invano gli occhi miei van cercando una cara testa canuta in mezzo di voi, la testa del padre mio, che con tanta gioia avrei veduto levarsi intenta alle mie povere parole, sotto le vôlte di questa chiesa. — Sia pace all'anima di quell'onesto vecchio! Oh ditelo voi pure con me, e perdonatemi, se domando la vostra preghiera anche per un dolore ch'è tutto mio.... La vostra preghiera, o fratelli, è per un giusto! —
Il prete s'interruppe a queste parole, e un singhiozzo mal represso, e un pianto a gran pena trattenuto, s'udirono scoppiare in un angolo della chiesetta. Erano le due donne vestite di nero, le quali avevan cercato in vano di soffocare un affanno recente, al ricordarsi dell'uomo di cui parlavano le malinconiche parole del prete.
Il giovin signore volse uno sguardo a quella parte, e si sentì commosso, poichè indovinò il segreto d'una sventura così involontariamente confessata, di un dolore così sincero. Egli guardò ancora, e vide sotto il velo bruno, ond'era ricoperta la giovinetta, l'eloquente pallidezza d'una fronte verginale e addolorata, ch'era stata dinanzi rosea di freschezza e sorridente; vide due occhi neri che piangevano tacitamente, un volto bianco e soave che s'inchinava, che gli ricordava uno di que' volti d'angiolo dipinti da Raffaello.
Anche il prete fermò, quasi non volendo, gli occhi a quel lato, ma subito ne li distolse: le due donne erano sua madre e sua sorella. — Egli continuava:
— La vita è breve, l'affanno è passeggiero anch'esso; ma verrà tempo che tutti i dolori saranno consolati. Non invidiate a coloro che stanno in alto, e non desiderate che venga il giorno di poterli calpestare e disprezzare voi pure, com'essi forse fanno adesso con voi; perchè il Signore ha benedetto l'uomo che patisce, e beato è colui che muore con maggior carico d'amore e di dolore!... Pregate, o miei fratelli, pregate per voi, per i vostri figliuoli, per i vostri poveri morti!... E quando, la sera, ve ne state raccolti in devoti crocchietti dinanzi alle vostre porte, dicendo in comune le vostre preghiere, o insegnando a ripetere a' vostri fanciulli il paternostro, non vi sconfortate se i cattivi passano e ridono. Essi non conoscono il tesoro d'una tranquilla coscienza, nè la contentezza delle anime semplici e credenti. E così io parlo a voi, perchè il profeta del Signore ha detto — e qui il prete levava la fronte con un ardor solenne, e il suo aspetto era acceso d'un sacro entusiasmo: — Lo spirito di Dio è sopra di me, perchè Dio m'ha consacrato, e mi mandò a portar la sua parola a' mansueti di cuore, a medicare gli addolorati, a prometter l'indulgenza a' prigioni, e la libertà a quelli che stanno rinchiusi. Egli mi mandò a predicare il tempo della misericordia e il giorno della vendetta, a consolar tutti quelli che piangono, a dar loro la corona per la cenere, il balsamo della gioia per il lutto, il manto della lode per le sofferte angustie. E costoro saranno chiamati i forti della giustizia, la radice della gloria del Signore. Perchè, come la terra produce i suoi frutti, e come l'orto gérmina la sua semente, così il Signore farà sorgere la giustizia e la santità in faccia a tutte le genti. —
Il sacerdote benedisse il popolo, e scese dall'altare. E il giovine se n'andò, maravigliato di questa semplice eloquenza, che a lui parve sublime; se n'andò meditando a quella scena di dolore sì schietto e religioso, della quale l'aveva fatto testimonio il caso. Pensava alle due donne, al prete, a quella gente commossa, all'umile chiesa; nè ricordavasi d'aver provato mai un senso così mestamente pietoso, come quello che toccava allora il suo cuore.
II. SUL TERRAZZO.
Una villa, che ancora si vede, a breve distanza di ****, sorgere sulla riva destra del lago, fabbricata nello stile malinconico e severo dell'architettura del secolo passato, ha un bel terrazzo, che su d'una roccia stagliata stendesi alquanto nell'acqua, e lascia allo sguardo abbracciare la pittoresca veduta di quelle cinque miglia di lago, chiuse tra Como e la punta di Torno. Su quel terrazzo, che è come il prolungamento d'un'ala della casa, andavano e venivano, nella stessa mattina, alcuni servi per apparecchiar la consueta colezione de' loro padroni, una colezione all'inglese.
E di fatto, una famiglia inglese aveva preso a pigione la villa per tutta la state di quell'anno. Era un vecchio signore venuto co' suoi figliuoli a cercare, sotto il ridente nostro cielo lombardo, alcuni mesi di salutar riposo dalle fatiche dell'aristocrazia. Avevano lasciato per la prima volta il cielo nebbioso di Londra e lo splendido tumulto della vita politica e cittadina; chè un viaggio sul continente è, per l'inglese, medicina d'ogni rovescio; per l'inglese che, in casa sua, tesse tranquillamente la politica delle cinque parti del mondo; e fuori, sen va a centellare con egual costanza il suo tè sui ghiacci del gran San Bernardo, e all'ombra delle Piramidi.
— Vieni, Elisa! diceva una bionda giovinetta, correndo fuori colla più graziosa sveltezza su quel terrazzo. Vieni, dunque! chè le dieci ore sono testè sonate al villaggio, e il mio buon appetito me ne avverte. Nostro padre verrà subito anch'esso.
— Eccomi, cara! le rispondeva uscendo Elisa, la sorella di Vittorina. Che bel giorno! che bel cielo! io aveva letto e sentito dir tante cose dell'Italia, ma non pensavo che fosse sì bella!
— Bada prima, o sorella, a servire il tè! e poi, farai le tue contemplazioni alla buon'ora. Pensa a noi, te ne prego, o fantastica creatura. Vedi mo! quest'aria, che in te risveglia la poesia, in me stuzzica l'appetito!
Ma l'Elisa, ch'era la sorella maggiore, una giovinetta pallida, malinconica e bella come la Malvina d'Ossian, non dava pensiero alla premura di Vittorina. Ella s'era abbandonata mollemente sul poggiuolo del terrazzo, e distratta guardava l'acqua del lago, che rompevasi con monotono gorgoglío al piede del sasso: e diceva sotto voce, parlando con sè stessa: — O mia povera madre! se tu pure fossi qui con noi! Io t'ho conosciuta appena: ero sì piccina ancora, quando n'abbandonasti per andare in paradiso!... Ma pure mi ricordo di te, mi ricordo de' tuoi baci, delle tue carezze.... Tu eri malinconica! Oh se tu fossi qui con noi, io non piangerei, ma così!... — E sollevava la faccia al sereno del cielo.
Venne in quella sul terrazzo un vecchio signore, d'alta statura, di contegno serio e severo. Egli salutò d'un cenno della mano le due giovinette, poi si mise a sedere. Vittorina gli corse al fianco, e lo baciò in fronte, con una tenerezza infantile, dicendogli: — Buon giorno, padre mio! come state?
— Bene.
— Volete ch'io serva il tè? Io farei subito colezione ben volentieri! Ma non siate così brusco: l'aria di questo paese non vi rallegra?
— Sì, quel che vuoi, cara. Ma l'Elisa che fa?
— Eccomi, padre mio! perdonate, io era distratta ne' miei pensieri.
Nel mentre le due sorelle apprestavano il tè, lord Guglielmo Leslie se ne stava taciturno, corrucciato in viso, e le gomita appoggiate alla tavola in atto d'interno dispetto; le due giovinette si sogguardavano tacitamente a ora a ora. Ma la fronte di Vittorina era serena e gaia, e sulla sua bocca scherzava sempre un ingenuo sorriso; Elisa invece levava gli occhi azzurri e intenti, e pareva voler leggere nella cupa meditazione del padre, perchè sentiva il bisogno di dividere il suo dolore e di confortarlo.
Quella era dunque una mattina assai mesta, in faccia a un cielo incantevole, nel giorno più bello della primavera.
Dopo un lungo silenzio, e poi ch'ebbero finita la colezione, Elisa si rivolgeva a suo padre, e vincendo una certa titubanza, dicevagli con tutta soavità: — Perdonategli, padre mio, perdonate al nostro buon Arnoldo! Ditemi che non è vero che voi non l'amiate più!.. dunque, se l'amate ancora...
— Chi mi parla di colui?... rispose con piglio severo il lord.
— È la vostra Elisa, padre mio, la vostra Elisa a cui pur volete tanto bene... Ma voi ne volete anche ad Arnoldo, e nel vostro cuore gli perdonate, non è vero?
— Finitela, riprese il padre suo, finitela! Guai a chi mi parla di riconciliazione con quell'uomo indegno!... È troppo! — E battè con tal impeto di rabbia il pugno sulla tavola, che la povera Elisa si levò sbigottita; e Vittorina, che già stava per aggiunger la sua alla preghiera della sorella, balzò indietro, e mise un grido di spavento.
Il vecchio lord, mormorando ancora — È troppo! — aggrottava le ciglia: poi, alzatosi dispettosamente, volgeva le spalle alle figliuole, e rientrato in casa, chiudevasi dietro le imposte. Elisa e Vittorina rimasero guardandosi l'una l'altra, e senza osar seguirlo cogli occhi, nè dir parola.
Lord Guglielmo Leslie discendeva da una famiglia antica e chiara. I Leslie avevano avuta non l'ultima parte nelle vicende politiche del loro paese; e quantunque fossero scaduti da quell'antico splendore di potenza famigliare che i secoli e le ricchezze avevano sancita, nondimeno serbavan tuttavia gli avanzi d'un orgoglio aristocratico, e di quella superbia, direi quasi dinastica, che i severi Inglesi, più che tutti gli altri, seppero conservare in mezzo a tutte le loro cittadine libertà e a' loro civili procedimenti. Non c'è popolo, che al pari degl'Inglesi sia così ostinato e sdegnoso mantenitore de' privilegi e delle franchigie che i nobili vantano sui cittadini, e che nel mentre combatte in pace e in guerra per la causa della libertà delle nazioni, conservi con tanta gelosia i suoi privilegi e diritti; i quali almeno non sono, colà come altrove, una boria ridicola, poichè posano saldi sopra una base di fatto, come il cammino degli avvenimenti e le vicende del poter civile ve li hanno essenzialmente stabiliti.
I Leslie di Falconbridge tenevano ancora alcuni vasti poderi in una delle più colte contrade del mezzodì d'Inghilterra. Al principiar del nostro secolo, non eran rimasti di quella famiglia che due fratelli, lord Giorgio e sir Guglielmo. Il primo, dopo che sostenne una grave magistratura dello Stato, andò a ritirarsi nelle sue terre, in seguito d'una mutazione del ministero; e il re aveva premiato le sue fatiche e il suo prudente ritirarsi a tempo col titolo di barone. Ma lord Giorgio non aveva figliuoli, e la sua recente dignità doveva passar nella linea cadetta. Sir Guglielmo dunque tenne aperti gli occhi sull'andar delle cose; accarezzò sempre le opinioni del fratel suo, e aspettò il giorno che gli avrebbe dato nuovi diritti e nuovi doveri. Nella futura grandezza dell'unico suo figliuolo Arnoldo, egli concentrava tutta la sua stessa potenza e quella del nome della sua famiglia, del quale era così geloso veneratore. Altero per costume e per educazione, tenace, fino allo scrupolo, della sua antica nobiltà e delle domestiche abitudini alle quali era stato ligio per tant'anni, dal tempo che viveva nell'antico castello di suo padre, là nell'Hampshire, sir Guglielmo pareva dispettoso d'invecchiare, senza vedere che le sue speranze s'avverassero mai. Non dirò ch'egli avesse desiderata la morte di suo fratello lord Giorgio, per venire in possessione delle sue grandi tenute e per andarne esso pure a sedersi nel parlamento; ma stava ad aspettarla, perchè Giorgio era d'alcuni anni più vecchio di lui, e di salute logora e fiacca.
A quarant'anni, sir Guglielmo s'era ammogliato con Arabella Randale, che l'aveva fatto padre d'Arnoldo e di quelle due care giovinette, Elisa e Vittorina.
La povera Arabella non era stata felice! Sacrificata, come pur troppo avvien di sovente anche fra noi, all'orgoglio e all'interesse, era stata gettata, qual vittima, nelle braccia d'un uomo ch'ella non amava, e che le tolse il suo per darle un nome, che non le fece palpitare soavemente il cuore, se non quando divenne il nome de' suoi figli. Ma l'anima sua era pia, la sua volontà docile e rassegnata. Tutta la vita di lei, che non fu lunga, era stata uno studio costante e secreto d'amar l'uomo ch'erale toccato a compagno, di cercare le più sane e oneste idee della mente di quest'uomo, le sue virtù sebben piccole, e le affezioni del suo cuore, per rispettarlo e amarlo in quelle. Ma sir Guglielmo era uno di coloro a' quali la natura sembra aver rifiutato il dovere amoroso di marito e di padre. Agitato da continui pensieri di fumo e d'ambizione, travagliato da mala vicenda nella sua domestica economia, egli era quasi sempre meditabondo, accigliato, dispettoso: fosse il cielo torbido o sereno, si raccontasse di fortune o di miserie, si spargesse la gioia o il dolore nella famiglia o ne' circoli, sempre la stessa nube era sulla sua fronte, lo stesso amaro sorriso sulle sue labbra. Non mai egli sovvenne la disgraziata sua donna di quelle consolazioni che cancellano tante memorie penose, nè mai le fu largo di quelle sollecite cure che medicano anche le più triste piaghe della vita. Arabella aveva vent'anni quando fu maritata a sir Guglielmo; a trentadue ella moriva, moriva portando seco tutto il cordoglio della sua vita sconosciuta e negletta. Aveva compiuto il sacrifizio di tutto ciò che v'ha di più sacro, la fede e l'amore; e non lasciava in terra che un pensiero di rammarico e un ultimo ardente desiderio: il pensiero de' suoi tre figliuoli, i quali, così giovani ancora, restavano senza di lei: il desiderio ch'essi almeno, più di lei, fossero felici.
Dopo la morte di sua moglie, sir Guglielmo si mise dentro, assai più che prima non avesse fatto, nelle pubbliche cose. Egli si dimostrò allora uno de' più caldi sostenitori del partito tory, come già era sempre stato; e adoperò nome, fatiche e promesse al trionfo della sua parte. Sebbene non fosse quel che si chiama uom di Stato, e i più lo tenessero in conto di persona di comune levatura, nondimeno aveva quella prudenza politica che insegna di non arrischiar mai troppo, e quell'accorgimento che consiglia i mediocri ad appoggiarsi a' potenti senza farseli necessari, e a giovarsi a tempo di loro, facendo sembiante d'ajutarli.
Mandò, com'è quasi legge pe' ricchi inglesi, il suo Arnoldo a viaggiar sul continente; affinchè poi, tornato in patria, si ponesse fra i candidati delle elezioni, per cominciare la sua via politica nel parlamento. Egl'intanto menò splendida vita in Londra, fece illustri amicizie, e molto profuse della sua ricchezza.
Alla fine, lord Giorgio era morto nel suo feudal castello dell'Hampshire; e per accontentare la lunga aspettativa e la boria gentilesca del fratel suo, l'aveva chiamato unico e universale suo erede. Sir Guglielmo, divenuto così lord Leslie, vedeva avverarsi una dopo l'altra le sue speranze già da lungo tempo mature. Richiamò allora dal continente suo figlio Arnoldo, impaziente d'aprirgli un avvenire più sicuro e splendido; di preparargli una condizione, che non solamente gli procacciasse rispetto, ma facesse rumore e invidia.
Arnoldo abbandonava a malincuore, e colla speranza di rivederle, le bellissime spiaggie di Mergellina, di Baja e di Pozzuoli, ove trovavasi allora; abbandonava la delizia di quel mare e di quel cielo veramente italiani, per ritornarsene, ignaro della domestica fortuna che l'aspettava, nel seno della superba Londra. Qui vide suo padre acceso più che mai di volontà d'onori e di ricchezze, attorniato di favoreggiatori e di nuovi amici; i quali vivevano tutti del suo credito e de' suoi conviti, e vendevansi a gara alla sua potenza.
Il giovine amava le solenni memorie domestiche, e l'antica grandezza della sua famiglia così severa, veneranda e tranquilla, di cui il pensiero de' suoi prim'anni gli risvegliava la poetica ricordanza. Ma allora il suo cuore non era più il cuor del fanciullo; Arnoldo non era più quel di prima. Educato dall'esperienza de' viaggi, dallo spettacolo di tanti e variati costumi, dagli avvenimenti che dovunque parevano incalzarlo, dagli stessi suoi pensieri che si maturavano a una volontà più tenace e a più costanti proponimenti, il giovine si persuadeva che il tumulto della vita civile non era per l'uomo che sortì da natura affetti generosi ma tranquilli, non era per lui.
Egli era entrato nell'onesta casa del cittadino di Parigi, e nella soffitta del povero operaio di Lione; stanco dalla lunga via sotto gli ardori del sole d'estate, s'era riposato all'ombra d'una vecchia quercia spagnuola, in mezzo a una banda di guerrilleros, che dormivano d'intorno a lui sicuri e spensierati, sul nudo terreno, co' fidi loro moschetti a lato; aveva durato molte notti sotto il tetto d'un casolare svizzero, in cima delle Alpi, alla vista delle eterne ghiacciaie, e del paese povero e libero; s'era adagiato nella barca del gondoliere veneziano, e aveva vogato nel navicello del pescatore di Napoli. Allora egli aveva sentito forte più che mai nel cuore la voce misteriosa della verità e della bellezza, che spiegano allo sguardo sempre e da per tutto una poesia potente e divina, nello spettacolo della natura e nelle vicissitudini del cielo e del mare, nella religione della povertà e nell'entusiasmo degli umani sacrifizi; allora aveva meditato a sè stesso, e aveva conosciuto che ben poca cosa diventano, in faccia d'una provvidenza così grande, le glorie storiche e l'orgoglio d'una famiglia che conta i nomi degli avi e de' redati poderi, nè si giova delle larghe fortune, che per far nuova grandezza e per ambizioni maggiori.
Il cuore d'Arnoldo era buono e mite; generoso, com'è il giovine a vent'anni, ardente di trovar nella vita la bellezza e l'amore, come il poeta nelle sue prime inspirazioni, egli avrebbe fatto rinuncia del suo avvenire e forse della sua stessa fortuna, preparata con sì lunga solerzia, per una vita oscura e modesta, ma consolata dalla benevolenza, dall'amore, dalla semplice e tranquilla amicizia. L'arte della vita per lui altro non era ancora che il bel sogno della virtù.
Una sera, lord Leslie, all'uscir della Camera de' Pari, chiamò con gran mistero il figlio nel suo gabinetto. E con insolita amorevolezza, e con la fronte serena, egli ch'era sempre accigliato e di scarse parole, s'aperse con Arnoldo, gli disse d'avere spesa tutta la sua vita per lui; gli ragionò della grandezza della sua casa, dell'onoranza degli avi; e conchiuse col proporgli un illustre accasamento, che doveva ristorar la sua ricchezza, crescere il favore del suo nome, e a lui medesimo aprire la luminosa via degli onori. In sulle prime, il giovine ristette mutolo e scontento; ma poi non potè rifiutare a suo padre di conoscere almeno la damigella che doveva essergli promessa sposa: e la cosa stette intanto segreta. La vide dunque, e la conobbe; essa era bella, orgogliosa e leggiera; era fatta per i piccoli trionfi del gran mondo, non per viver nel cuore d'un uomo. Arnoldo sentì subito che non avrebbe potuto amarla mai; vide che, insieme alla fanciulla, gli era necessario sposare anche la causa de' parenti di lei, gli parve quasi d'esser venduto; e a questo repugnava. Aperse allora la sua risoluzione al padre, che impaziente aspettava, e lo scongiurò di comandargli qualunque sacrifizio, fuorchè quello del suo cuore.
Levò la testa il lord in atto di maraviglia, impallidì a quella negativa improvvisa; e congedò, senza dir nulla, ma in superbo atto, il ribelle figliuolo. Lord Leslie aveva già impegnata la sua parola a' genitori della fanciulla; e quello strano rifiuto d'Arnoldo rovesciava tutto l'edificio delle sue speranze. Poichè invano ebbe intromessi i consigli d'alcuni autorevoli parenti per vincere l'ostinata ripulsa del figliuolo, risolvè di lasciar l'Inghilterra, e se ne venne con rapido viaggio in Italia, insieme con Elisa e Vittorina. Arnoldo, ignaro affatto di quella subitanea partenza, e dolente dell'ingiusto sdegno del padre, ascoltò il buon pensiero di seguitarlo, per tornar più presto che potesse in pace con lui. Partì non molto dipoi, e lo raggiunse, ch'egli era di fresco arrivato.
Io non dirò come il padre e il figlio s'incontrassero sul terrazzo della villa di ****, nè dirò le lagrime e le preghiere delle due giovinette, che tentarono invano di mitigare la cupa collera di quell'uomo sdegnato.
— Io sono figliuol vostro, diceva Arnoldo supplichevole, e voglio starmi con voi! Se voi non mi perdonate ancora, aspetterò che il tempo e la conoscenza delle mie virtuose intenzioni mi tornino alla grazia vostra. Sì, avrò pazienza, finchè voi non pronunziate sul mio capo la maledizione!...
Lord Leslie pareva commosso; ma non cedette, nè rispose che questo: — Andatevene, sconsigliato! Io non vi rivedrò finchè non abbiate fatto miglior senno. — E ogni ragione fu inutile.
Ma Arnoldo non rinunciò alla sua virtuosa speranza. Prese a pigione una piccola casa, che non era a più d'un miglio di quella villa; abbastanza contento, se gli avvenisse d'incontrar le sue buone sorelle o sul lago, o sui sentieri della montagna. Con esse, egli ingannava molte ore, ragionando di tante care cose, di tante memorie che portava nel cuore.
La storia di codesta vicenda famigliare potrà, cred'io, spiegare la sdegnosa tristezza del lord, e l'amorevole preghiera delle due fanciulle, in quella mattina.
III. A DIPORTO SUL LAGO.
Le due sorelle eran restate per alcun tempo sul terrazzo, dopo che il padre loro s'era ritirato. Mortificate e timide, come chi sente ripetersi la negativa di cosa già prima domandata nè ottenuta mai, esse guardavansi e tacevano. I loro pensieri eran diversi, ma i loro cuori eran del paro sbigottiti per quell'ostinato dispetto; nè sapevan come mai un padre potesse, quantunque offeso, non aprire per il primo le braccia a un figlio che prega. Avventurate! elleno si ricordano ancora della madre loro, e di quell'amore con cui le accarezzò fanciullette; elle non sanno di che sia capace un antico orgoglio, quand'è caduto da un'alta speranza.
Elisa fu la prima che, avvicinandosi a sua sorella e abbracciandola con gran dolcezza d'affetto, le propose di scendere nella piccola barca, e di andarsene così sole a diporto lungo le rive del lago, che lucido e trasparente, al par del cielo, pareva le invitasse: quella buona fanciulla sperava che forse le sarebbe accaduto di vedere di lontano il suo Arnoldo, o di mandargli un saluto; e questa fiducia la consolava dell'amarezza che il rimprovero paterno le aveva gettato nel cuore. — Eran due giorni, ch'essa non incontravasi col fratello, e il segreto timore ch'egli potesse abbandonar que' luoghi, e toglierle la cara speranza, che pur nutriva, di riconciliarlo col padre, le angustiava i pensieri.
Alla proposta della sorella, la leggiera nuvola di mestizia, che aveva offuscato la placida fronte di Vittorina, si dileguò; e la sua bocca s'aperse al sorriso e alla risposta d'un lieto consenso.
Discesero inosservate, attraversarono l'ombreggiato viale del giardino, e calarono fino alla dàrsena; la quale aprivasi, come una grotta silenziosa, appiedi del terrazzo. Qui Vittorina, con un grido di gioia, balzò in una delle due barchette assicurate a grossi anelli di ferro; distaccò ella stessa colle sue piccole mani la catena che la legava al masso, e distese la destra, per prender quella d'Elisa; la quale, con maggior ritrosia, arrischiando un passo dall'ultimo scalino della sponda che le acque lambivano, la seguiva nella barca. Allora Vittorina, dato di piglio all'un de' remi, l'appuntò con agile movimento contro la muraglia, e sospinse la barchetta fuor della darsena, sì bene come l'avrebbe fatto un robusto navicellaio.
E quando furono un po' al largo, affidò l'altro remo a Elisa, dicendole:
— Via, sorella, aiutami almeno, se vuoi che andiamo innanzi. Già tu se' una cattiva barcaiuola, lo so! ma ti farò io da maestra. Dunque... guarda! — Non così! Tien saldo quel remo — allunga la destra — allenta adesso! — così! Non lo levar tant'alto, e fa che il remo si tuffi senza strepito, e senza mandar quegli sprazzi d'acqua... così! bene! Tien dietro a me, d'accordo, se no, vedi! la barca tentenna come una tròttola. Aspetta — adesso!... — E la giovinetta rideva di cuore.
La barca leggera andava scorrendo lungo la costiera, sotto l'ombra oscura che gli annosi macchioni e i massi scheggiati, coperti d'eriche e di musco, gettavano sulle onde. E le due soavi figure delle giovinette rematrici si disegnavan leggiadramente sul fondo della verde parete della riva; la quale pareva via via fuggisse, a mano a mano che il battello col suo continuo ondeggiamento si dilungava nel lago, quieto e scintillante come lo zaffiro.
Esse erano tutt'e due vestite d'un semplice abito bianco, e cinte d'un nero grembiule di seta, a foggia di guarnelletto; entrambe portavano una ciarpetta di velo color di rosa, ripiegata d'intorno la persona, e allacciata dietro con un nodo vezzoso; e, seguendo la vicenda de' remi, s'alzavano e s'abbassavano insieme le giovenili loro teste, ch'eran coperte d'un leggiadro cappello di paglia annodato di sotto il mento; ma i bianchi veletti de' loro cappelli svolazzavano all'indietro, scherzosamente agitati dalla fresca brezzolina, che spirava lungo i dossi e i pendii delle montagne del lago; perchè da quella parte non era disceso ancora il raggio del sole già alto.
Allorchè d'un buon tratto di lago si furono allontanate dalla villa, le due sorelle allentarono i remi, lasciando andar la barchetta al capriccio dell'onde; ma le onde erano sì tranquille, e parevan cullare il legno con sì grazioso moto, che Elisa e Vittorina, rapite dalla magica scena che si distendeva loro d'intorno, sedettero, deposti i remi sulla piccola prora, l'una accanto all'altra. E mentre tenevansi soavemente abbracciate, le anime loro erravano negli amorosi pensieri e nelle divine fantasie, che non si risvegliano fuorchè in mezzo a que' luoghi felici, nell'ora splendida del meriggio, mentre disopra i casolari d'ogni paesetto del lago vedi levarsi, come una nuvoletta sottile, una lunga striscia di fumo, e dai campanili delle chiese sparse sulle montagne, odi echeggiare in un aereo concerto il sacro saluto del mezzogiorno.
Così stettero per qualche tempo ad ammirare quel delizioso paese, che con sì grande e variato spettacolo di movimento e di quiete, e con sì superba armonia di cielo, d'acqua e di monti, ampiamente presentavasi dinanzi ai loro sguardi. Poi, quasi mosse da uno stesso pensiero, gli occhi loro s'arrestarono su quel mucchio di case che formano la terra di ****, cercando sul pendio del piccolo promontorio una casa nota, la quale sorgeva più in alto dell'altre, all'ombra d'un verde poggio.
Stettero fisse per lunga pezza alle finestre di quella casa; era là che il loro Arnoldo dimorava.
Ma quelle imposte non s'apersero; e per quanto Elisa e Vittorina cercassero con gli occhi, nulla poteron vedere.
— Io temo che neppur quest'oggi non gli possiamo dire una parola, cominciò allora Elisa.
— Fors'egli se ne va errando su per la montagna, soggiunse la sorella.
— O forse... non è più qui!
— Oh non lo credere! — E poi, come colpita da un'idea: Vuoi tu sapere s'egli è qui? Poniamci a cantare! Egli ne sentirà, si getterà in una barca, raggiungerà la nostra, e noi saremo contente. A te!
— Ma se nostro padre di lontano ci scoprisse?...
— Eh! vuoi che ne proibisca di cantare? E poi, scommetto che adesso egli è già immerso nella lettura de' suoi eterni giornali: jeri n'ha ricevuto un grosso piego da Londra; e certo, per tre o quattr'ore non sente più nulla; dorme nella sua politica.
— Or bene?
— A te dunque! Canta la romanza che quel giovine italiano ha scritta l'anno scorso sul tuo albo. È patetica, e piace tanto ad Arnoldo! —
Elisa non voleva: ma Vittorina, stringendosele più vicino in quel suo vezzo leggiadro, ne la pregava con un bacio. — Ed Elisa cantò.
IL RICORDO
CANZONE DI ELISA.
Egli è solo! — E la fida memoria
Già l'estrema sua lagrima elìce:
Chi può dargli col tardo consiglio
Anche un'ora del tempo felice?..
Egli è solo! alla gioja, al dolore
Più non s'apre il ferito suo core.
Muti, eterni i suoi giorni si volgono:
Pur nell'ora del vespro romita
S'addormenta il pensier dell'esiglio,
Il suo cuor si risveglia alla vita.
Ei contempla del duol nella piena
La sua parte di cielo serena! —
Ahi! degli anni sull'alba alle lagrime,
Infelice! le luci schiudea:
Sulla povera cuna deserta
La piangente sua madre vedea!..
Ella è morta! — Nè a lui più rimane
Che invocar la suprema domane!
Chi può dirgli: Quel giorno che perdesi
T'è promessa d'un giorno più lieto?
Quando ogni ora di lutto è coverta,
Quando tace ogni gaudio segreto,
Nè v'ha raggio che allegri e dipinga
Il sentier di sua vita raminga?
Ha perduto l'amore e la patria,
Fin la stanca speranza ha perduta!
La materna memoria era viva...
Morì anch'essa nell'anima muta!
Non ha un seno in cui pianga o s'asconda,
Non ha un cor che al suo grido risponda.
Un estranio terreno raccoglie,
Il suo pianto e il negletto suo frale.
Presso al mar, sul confin della riva.
Col sorriso d'un ultimo vale,
Splendi, o sole, a la fin del viaggio,
La sua croce saluta d'un raggio!
Così cantava, ma la voce della giovinetta era malinconica e lenta, e il suo canto morì sull'acque del lago, come il gemito d'una colomba.
— Che buona Elisa! disse, scuotendo la testa, la gaia Vittorina. E come vuoi che Arnoldo ci senta, se tu canti con una voce patetica, come la sciagura che la tua canzone ricorda?... Oh! vedo che tocca a me! la mia voce è più lieta, più viva; e se nostro fratello non è lontano di qui una lega, scommetto che risponderà al nostro richiamo! —
E la vezzosa sorella si fece essa pure a cantare. La voce di lei era limpida, giojosa ed acuta; e mentre gli accenti che scioglieva dall'innocente suo labbro, vibravano in vivace gorgheggio per quell'aere così tranquillo, il suo roseo volto coloravasi d'un'insolita vivezza, e gli occhi suoi scintillavano d'una leggiadria, d'un fuoco, che parevano chiamare i baci.
IL DESIO.
CANZONE DI VITTORINA.
I giorni che fuggìro
Non richiamar, donzella!
L'età primiera è bella,
È dolce il suo sospiro!
Ma la gentil tua vita
Fu a l'avvenir nudrita.
Ascolta, o giovinetta,
D'amor la pia parola!
Non pianger tutta sola
Ne' tuoi pensier negletta;
Come deserto fiore,
Che non olezza e muore.
Non sai che la tua viva
Gota scolora intanto,
Che già vi solca il pianto
La ruga intempestiva?
Che quando amor vorrai,
Ei non verrà più mai?...
Se il sovvenir le preme,
L'ore a volar son tarde.
Senti il mio cor com'arde,
Come sospira e teme!
Non sa il dolor che sia,
Ma il primo amor desía.
D'una pudica rosa
Sempre le trecce io m'orno;
E allor che splenda il giorno,
Che mi diran: Se' sposa!
Porrò sul vergin cuore
La rosa dell'amore!
Non era finita la canzone, che le due sorelle discernevano, al basso della costiera, un giovine agitare un fazzoletto bianco; un giovine che subito avevan riconosciuto.
Ravvisarlo, e gettarsi sopra i remi, e vogare entrambe con lena eguale alla volta della riva, fu un istante. Raggiavano di sincera gioja le care fisonomie delle fanciulle; e pareva ch'Elisa avesse in un momento imparato a tuffare il suo remo con quella destrezza, che poco prima Vittorina studiavasi invano d'insegnarle.
IV. NELLA CASETTA.
Intanto che la barca leggiera delle due giovinette solca a dilungo le placide acque del lago, entriamo in una piccola casa del paesello, la quale sorge poco sopra della riva, sull'orlo d'una facile discesa, e par quasi nascondersi dietro il lento dosso che forma l'ultima radice della montagna. Un cortiletto le s'allarga sul davanti; e il muricciolo che lo circonda, cala sino al filo dell'acqua. Sopra la porticella bassa e quadrata, a cui si sale per quattro scalini rozzi e malsicuri, e sulle due finestre inferriate dell'angusto pian terreno, una delle quali rischiara una povera ma decente cucina, e l'altra un salottino dipinto a verde ma umido e nudo, vedi stendersi all'infuori un bel pergolato, ricco di novello fogliame e di pendenti tralci gemmati. Al di su poi della pergola, s'aprono alcune altre finestre ineguali; e le impannate dischiuse vi lasciano entrare la piena luce di quel bel sole. Fuori d'una finestretta, ch'è presso all'angolo manco della casa, e sul cui margine s'intrecciano e arrampicano i viticchi del convòlvolo silvestre tutti fioriti di candide campanelle, vedi svolazzare una leggiera tendicciuola.
Era quella la casa del povero Andrea. Colà, pochi giorni innanzi, quell'uom dabbene era morto, lasciandovi sole Caterina, la sua donna, e Angiola Maria la sua cara figliuola.
In tempi migliori, quando viveva ancora il conte Francesco ****, signore della villa, in quell'anno abitata dalla famiglia inglese, fu l'Andrea il fattor della casa, l'intendente, il factotum di quel buon padrone. Eppure, com'egli era sempre stato un uomo onesto, così, al contrario di quel che al solito si vede, benchè agente dell'altrui, non aveva mai saputo avanzar nulla per sè. E per ciò quando, morto il suo antico signore e venduta la villa, egli venne lasciato in libertà, fu abbastanza contento di potersi ritirare in quell'umile casetta che lo aveva veduto nascere, e donde poteva ancora scorger di lontano il palazzo, come sempre continuava a chiamarlo, il palazzo del vecchio conte. Egli non ebbe più cuore, l'Andrea, di mettersi al servizio di qualch'altro padrone; e neppure per diventare il più ricco fittaiuolo della Bassa, avrebbe acconsentito di abbandonare la riva del suo lago, l'acqua sulla quale era nato. E se ne morì contento in quel fidato ricovero, in faccia ai monti e a quel cielo ch'egli aveva amato sempre come cosa sua. I suoi settant'anni eran corsi in tanta oscurità, in tanta quiete!
Carlo, il suo figliuolo maggiore, era in quel tempo vicecurato in un povero paese della Valtellina: e anche questa fortuna, egli la doveva al conte Francesco, il quale alcuni anni prima aveva fondato apposta un piccolo beneficio per il giovane abate. La signora contessa poi, un'aurea donna, piena di bontà e d'amore, aveva posta una singolare affezione nella piccola Angiola Maria; e siccome dal cielo erale stata negata la consolazione d'aver de' figliuoli, così ella si teneva cara la fanciulletta, come se la fosse sua propria.
Gli è inutile ch'io vi dica, perchè ben lo pensate, che, ogni volta la buona contessa Anna venisse a passare i più lieti mesi dell'anno nella villa del lago, la prima cosa a chiedere era della piccola Maria. Quella ragazzetta era così graziosa e bellina fin da' suoi primi anni, aveva il volto così ritondetto e color di rosa, e i capegli tra il biondo e il bruno così lucidi e inanellati che rubava al primo vederla i baci e le carezze di tutti. Le sua voce ancor fanciullesca aveva già quell'insinuante dolcezza ch'è segno di un'anima timida e amorosa: e il suo ingenuo parlare e le schiette domande che faceva, dimostravan che la sua nascente ragione era semplice e retta, e che già la sua mente era commossa dal trepido desiderio di pensare e di conoscere.
La contessa Anna dunque rapiva spesso alla madre quella cara creaturina sì bella, ch'era la sua piccola delizia. E qualche volta poi la condusse con sè alla città; nè poco ci voleva allora per vincere una certa ritrosìa del buon Andrea, il quale finiva ad obbedire, perchè la era volontà dei padroni, ma in cuor suo pensava che da quella domestichezza co' signori non ne poteva venir bene per una povera figliuola come la sua. Alla madre invece, la pareva una benedizione del cielo; ella si trovava, è vero, come perduta, quand'era sola, ma il suo orgoglio materno, ben naturale, n'era consolato, chè vedeva crescer sì bianca e bella la figliuola, ch'ella chiamava sua perla, sua ricchezza.
Quando la fanciulla si fe' più grandicella, la contessa se la teneva più sovente in compagnia, talvolta per le lunghe ore della mattina, talvolta per l'intera giornata, e le prodigava ogni cura, con sollecitudine quasi materna. Sotto gli occhi suoi, la fanciulla imparò a legger que' libri, che sono l'amore delle tenere menti appena s'apron facili agli accorti consigli del senno; e di que' libri, una Storia Sacra, tutta adornata di belle figure miniate, era il suo prediletto. Poi, seduta accanto dell'amorosa protettrice, Maria attendeva a qualche gentil lavoro d'ago o di spola; o si piaceva, sullo stesso scrittojo della contessa, di sgorbiar fogli di carta, copiando e ricopiando il nome della buona signora e quelli di suo padre, della mamma e del fratello; e quest'era la sua gran gioja. Oh! quanto l'amorevole donna era dolcemente rapita da quell'anima candida e ingenua, ch'essa vedeva a poco a poco prender come una nuova vita, alle semplici lezioni del bello e della virtù! Oh quanto era commossa dalle parole di Maria che rispondevano alle sue, dall'affetto di quella innocente che le chiedeva la grazia d'un bacio, dalle stesse sue lagrime, quando, per qualche lieve cruccio, il suo picciol cuore non trovava altra risposta che un largo pianto! — Quella era una beatitudine, e assai sovente la contessa, dopo d'aver a lungo contemplata la fanciulla, si faceva mesta, e pensava che felicità sarebbe stata la sua, se anch'ella avesse potuto sentirsi chiamar madre, se anche a lei avesse il cielo concessa una figliuola come quella.
Ma la felicità di questi anni doveva presto finire. Il conte Francesco morì, e l'ottima sua compagna lo seguì presto al sepolcro. Erano svaniti i bei sogni di mamma Caterina; il compare Andrea aveva avuto ragione. Angiola Maria non abbandonò più la casa paterna, ma pur vi crebbe bella e serena com'era sempre stata; perchè quell'impronta virtuosa che il suo cuore aveva ricevuto, non poteva cancellarsi più. Pareva che la giovinetta portasse la pace e il bene con sè; il vecchio suo padre menava giorni tranquilli, d'altro non ragionando che delle sue lontane memorie, de' tempi burrascosi della sua gioventù, e de' suoi buoni padroni; e Caterina divideva colla figliuola le poche faccende della casa, serbando però sempre le più dure per sè, e paga abbastanza nella sua tenerezza di vedersi sorridere d'intorno quel fior sì gentile della sua Maria. Solo il giovine vicecurato mancava a compire la loro felicità: la parrocchia era lontana dalla sua terra, e la strada era rotta e aspra, a traverso di monti e vallate. Pure, una o due volte l'anno, egli veniva nel seno de' suoi cari, veniva a sparger di letizia le tranquille abitudini di quella domestica esistenza.
Ma il buon Andrea cominciava a sentire il peso della vecchiezza. Già da tre o quattr'anni egli aveva appeso sopra il capezzale del suo letto il fedele archibugio, l'unica sua gloria, l'ultima sua amicizia; dopo ch'eragli morto il suo vecchio cane Azor, stato un tempo custode della villa, e poi suo compagno nella disgrazia, Andrea non era uscito mai più alla caccia del gallo di montagna o del camoscio sulle balze del Legnone, nè a quella degli anitrini e degli smerghi nelle paludi di Colico e del forte di Fuentes. Oramai altro spasso non si dava che quello di pigliar soletto ogni mattina il sentiero della riva, fino all'antico palazzo, e di riposare, in faccia al sole, sul sedile di sasso che stava ancora presso la porta della fattoria. Era la sua più cara abitudine; le ore gli fuggivano in pace, e la sua mente serena gli si dipingeva sulla fronte calva, ma senza rughe.
Un giorno, l'ora consueta passò; e come non fu veduto tornare a casa, la sua Maria venne con passo rapido e con cuore inquieto fino alla villa; ma si rassicurò quando lo vide seduto all'usato posto, che pareva dormisse. La fanciulla s'avvicinò, quietamente sedette presso di lui, e temendo di risvegliarlo, se ne stava a contemplarlo in atto d'amore.... Quando, chinandosi più vicino al suo volto, s'accorse che non dormiva; i suoi occhi erano aperti, travolti, senza sguardo; il capo piegato sul petto, immobile, la bocca stranamente contraffatta. Allora spaventata levossi, lo prese per una mano, era fredda, insensibile, lo chiamò a nome più volte, e non rispose; lo riscosse fortemente.... e lo vide cader rovescioni da un lato sopra il sedile, come un cadavere. Diede un alto grido di terrore la fanciulla, chiamò soccorso: due giovani del paese che passavano al basso della riva, salirono a quella volta; e un pescatore non lontano che udì quel grido, lasciò la sua barca e accorse anch'esso. Trasportarono a casa il povero vecchio che credettero morto, e lo deposero sul suo letto; non mi domandate come lo ricevesse la sua donna, che lagrime fosser quelle dell'infelice figliuola! — Ma il medico del paese, che non fu tardo a correre, trovò che il pover uomo aveva ancora un fil di vita; egli era stato colpito d'apoplessìa, ed era morto di mezzo la persona. Andrea si ridestò ancora una volta; guardò, e riconobbe quelle sventurate di Caterina e di Maria, e le benedisse co' tremanti segni della mano, chè non potè colle parole. Alcuni dì appresso egli aveva finito di patire.
Gli uomini che fanno vita di mondo dicono che la povera gente ha ruvida la pelle, che il suo dolore è simile alla sua allegrezza, ridicolo e rumoroso, come lo scoppiar de' mortai in una sagra di villaggio; l'indomani quel ch'è stato è stato. Io non so se sia così, ma son persuaso che il dolore della gente semplice e buona del popolo è più vivo e sincero di quello de' grandi, ne' lor magnifici funerali e nell'ereditarie gramaglie. Fra noi, nelle colte e fiorenti città, gli uomini nascono e muoiono, ridono, piangono, gavazzano e si disperano, tutti nello stesso momento, uno accanto all'altro; e sovente un sol piano di casa, una sola parete, dividon l'orgia d'un convito dall'agonia d'un moribondo; nessuno lo sa, nessuno se ne cura. L'etichetta poi, tra i profumati suoi codici, ha pur quello del dolore; il vestire a lutto è prescritto a mesi, a giorni; il bruno è una legge sancita per tutti, fuorchè pel gran cancelliere di Francia e per i nepoti del papa; padre, madre, fratelli, avoli, zii, moglie, marito, cugini primi, secondi, eccetera, a ciascheduno il suo, nemmeno un'ora di più; è la tariffa del dolore pesato, direi quasi, a once e dramme. Si lasciano le case ov'è entrata la morte, si chiudono a chiave le camere del caro defunto, si spediscono cento lettere dolorose coll'orliccio nero, si fa stampare l'indispensabile necrologia, si ricevon le visite d'una monotona e ceremoniosa condoglianza, si vestono di nero i fanciulletti che sorridono, e il servidorame che susurra e conta sulle dita il sospirato assegnamento vitalizio. E intanto che si deplora la luttuosa morte, con tutta l'energia della vita si disuggellano e confrontano i testamenti, si frugano e si compitano i codicilli.
Ma io venero il dolore della povera gente, quello schietto e rozzo dolore che non conia frasi, e di conforto non vuol saperne. Nessuno, fuorchè il buon campagnuolo, mi parla più del suo nonno buon'anima; nessuno, fuorchè la vecchia massaia, o la sposa de' nostri contadi, quando ricorda alcuno de' suoi che non è più, ne accompagna il suo nome con quel santo augurio: Gesù per lui!
Ma torniamo nella solitaria casetta d'Andrea.
Il giovine vicecurato sedeva presso la finestra del salottino, tenendo nelle mani il suo breviario socchiuso. Egli alzava a quando a quando la testa, e volgendo gli sguardi fuor della piccola finestra, perchè solo il cielo fosse testimonio del suo sospiro, gemeva sommessamente; poi restava immobile, e si lasciava cader il volume sulle ginocchia. Allora i suoi pensieri erravano lontano; le memorie del dolore, le memorie di questa terra, si mischiavano alle interrotte frasi de' salmi che le sue labbra recitavano susurrando.
Intanto sua madre e sua sorella, affaccendate negli apparecchi d'un parco desinare, andavano e venivano, a passi cauti, in quella e nell'altra stanza, ch'era la cucina; e scambiavan fra loro poche e sommesse parole, per non turbare la sua meditazione e la sua preghiera.
Un'ora di poi, il piccol desco fu pronto. La tavola era coperta d'una tovaglia nostrale, ma pulita e bianca; a ciascuno de' tre lati una modesta posata e una seggiola di paglia; all'altro capo della tavola fumava la minestra allora versata in una capace scodella a manichi rabescati e dipinta di fiori azzurri, avanzo di qualche vecchia eredità. Le due donne sedettero l'una dirimpetto all'altra, senza parlare; e un momento appresso, il prete ripose il suo libro, e venne a collocarsi in mezzo di loro.
Al cominciar del desinare, che presentava una strana mischianza di festivo nell'arredo, e di malinconico nelle persone che vi sedevano, nessuno de' tre ruppe il silenzio. Guardavansi a ora a ora l'un l'altro; e la madre, che trangugiava a stento qualche cucchiaiata di minestra, non poteva distaccare gli occhi dalla faccia del figlio, e pareva fare una gran resistenza al piangere.
— Via, mamma, che fate? disse alla fine il prete con certa bruschezza; non v'accorate in questa maniera: non avete già pianto abbastanza?
— Oh! siete voi che parlate così, don Carlo? rispose rammaricata la buona donna. Non v'ho veduto piangere anche voi che adesso mi rimproverate? Jeri, quando siete capitato qui, e che io vi son venuta incontro sull'uscio, non v'ho veduto forse far tutto per nascondermi le lagrime?
— O mamma! in quel momento...
— Lo so, che faceste per amor mio, per non mi crucciar di più; ma quando avete lasciato cadere la testa, qui, sulla mia spalla, e m'abbracciaste stretta stretta, io mi sono accorta che voi piangevate... E stamane, quando faceste quella bella predica, che non ne ho sentito mai l'uguale, nemmeno in duomo a Como, non avevate anche voi gli occhi rossi, e non vi tremava la voce?
— Sì, sì, è vero! buona mamma, perdonatemi! Ma bisogna peraltro esser cristiani, pensar che Dio ha voluto così, che stiamo quaggiù per soffrire, e rassegnarci. Quando ci tocca il male, pensiamo al bene che prima il Signore ne ha fatto. Così noi benediremo sempre il suo nome! Il nostro povero padre almeno è morto vecchio: e non avremmo potuto forse perderlo tanto tempo innanzi, se Dio avesse voluto?...
— Oh! tu hai ragione, Carlo, disse allora sua sorella. Il Signore non abbandona mai! Egli che ci manda i travagli, ci darà sempre anche la forza di sostenerli.
— Buona Maria, tu sei un angelo! È la tua innocenza che parla: oh che tu possa essere sempre così rassegnata! Tocca a te di sostenere il coraggio di nostra madre... E anche il mio, sai, perchè sento che ho bisogno delle tue parole; mi sforzo di parer franco, ma sono afflitto e perduto d'animo.
Poi tacevano tutti e tre, e si riguardavano alternamente in segreto. Solo la vecchia madre, non dimentica dalla sua abitudine di buona massaia, levavasi a ogni tratto da sedere, per toglier dal treppiè sul quale cuocevano e apprestare a' suoi figli le due vivande ch'ella stessa aveva ammanite; un piatto di lùppoli conditi, e una bragiuola.
Ma poi ch'ella era di nuovo seduta, non poteva star di ripetere: Quando penso che quella buon'anima di vostro padre non ebbe la consolazione di vedervi diventar curato, o don Carlo, nè di sentirvi a predicar sì bene, nè ebbe la gioia di seder a tavola con voi, là, a quel posto ch'è vôto, e di bere insieme a voi una bottiglia di quel suo vin vecchio, l'ultimo avanzo della cantina del signor conte!... E dire, che anche lui, il signor conte, quel re degli uomini, è morto già da tant'anni!... Oh se Dio m'avesse almeno chiamata lassù, me, prima del povero Andrea!...
— Fareste meglio a tacere, cara mamma! Voi siete una benedetta donna! Che pensieri, per carità, che pensieri vi girano in mente! Guardate adesso! col vostro dire, anche Maria non fa che mandar giù lagrime. Via, dunque, parliam d'altro. Di forestieri ne son capitati quest'anno?
— Credo che sì, Maria rispose.
— Certo, aggiunse la madre: un signore inglese è venuto a star nel palazzo, e vi resterà per tutto l'anno. Pochi dì innanzi morire, Andrea gli aveva parlato a quel signore, e anche alle sue figliuole, che son così belle... E pensare che il poveruomo, adesso, non c'è più!
— Povera mamma! è impossibile parlar d'altro! disse Maria. O mio Carlo, se almeno tu fossi stato qui cinque giorni fa, quando è succeduta la disgrazia, e ch'io non sapeva trovare una parola di conforto da dire a nostra madre! Io domandava alla Madonna il coraggio, ma alla mamma non sapevo dir altro che: il Signore ha voluto così... E poi, dopo trattenute le lagrime un pezzo, che mi scoppiava il cuore, anch'io finiva a pianger con lei.
— Oh così l'avessi potuto, com'io voleva, trovarmi fra voi! O Maria, se tu sapessi qual colpo fu per me il ricevere la tua lettera, che senza dirmi il pericolo di nostro padre mi fece tremare per la sua vita!... E non poter subito correre a vederlo!... Il curato era anch'esso inchiodato in letto da una malattia ostinata; io non poteva, io non doveva partire. Il Signore mi consegnò dell'altre anime; e non m'era permesso abbandonar quelle, nemmeno per accompagnar l'anima di mio padre nel suo transito da questo mondo all'altro. In che stato io mi fossi, pensate!
— Ecco qui! e voi, don Carlo, perchè adesso mi parlate così? Forse per tenermi su allegra? disse sua madre.
— Il signor curato, quantunque si sentisse ancora male, mi stimolava a correr qui; e mi diceva, oh ne lo rimeriti il cielo! che per lui l'andava meglio, che si sarebbe trascinato giù del letto, e avrebbe in qualche modo servita la parrocchia... Eppure aspettai; la più dura prova ch'io soffersi, fu questa! Ma c'è sempre il rimedio della provvidenza; due giorni appresso, il signor curato era sano, che mi parve un miracolo. E io partii allora, e fu egli stesso che m'imprestò il suo biroccio, e mi mise le redini in mano... Ah! io sperava ancora d'arrivare in tempo.
— O Carlo, Carlo!.. lo interruppe Maria scuotendo mestamente il capo.
— Non fu così! pazienza. E il buon prete lasciava cader fra le mani la testa.
E qui nuove lagrime invano soffocate da una parte e dall'altra, e affettuose occhiate e strette di mano, come per annodare più forte que' legami d'amore che la morte aveva rallentato.
Finito il piccolo desinare, che in quel dì non fu condito nè dalla fame nè dalla contentezza, ragionarono insieme de' pochi fatti loro, e di quel ben di Dio ch'era loro rimasto: e consisteva tutto in un po' di terra sulla falda della montagna, e in un magro capitale di cinquemila lire, avanzo de' sudori dell'onesto castaldo, ch'egli stesso pochi anni prima aveva messo a traffico ne' magli di ferro, là sopra di Lecco. Un altro tenue peculio di tremila lire aveva lasciato la buona defunta contessa, nel suo testamento, in dote a Maria; ma gli eredi, con certe loro scuse di passività da purgare e di attività da liquidare, non avevan pagato mai quel piccolo legato; e poi se n'erano scordati, e l'Andrea non aveva avuto cuore nè fronte di cercar più nulla; perchè, diceva, quella era roba de' signori, e in giustizia a lui non avrebbe dovuto toccare.
L'unico voto di don Carlo sarebbe stato che le due donne potessero lasciar il paese, e venir a stabilirsi con lui, nella sua parrocchia di Valtellina. E anch'esse lo volevano, chè pesava loro il pensiero della futura solitudine: ma quest'era impossibile. Bisognava vender la casa, vender la terra, fare de' grossi sacrifizii; e tutto questo per andare a stentar la vita in un paese lontano, solitario, sepolto nel grembo d'una vallata infeconda, dove non abita che uno sparso e povero popolo di mandriani e di caprai; i quali al cominciar dell'inverno lasciano i loro dirupi per calare al piano, ne' dintorni delle città, e non tornare alle abbandonate case che allo squagliarsi delle nevi. Nel durar delle lunghe invernate, era colà il buon prete conforto e sostegno d'una grama moltitudine di vecchi, di donne, e fanciulli, che rimanevano nell'alpestre villaggio; egli divideva con loro la scarsa rendita del suo beneficio, e tutti lo benedicevano. — Che avrebber mai fatto sua madre e sua sorella, in quella solitudine squallida e malsana?
— Sentite dunque, disse don Carlo alle due donne. Poichè il mio paroco me l'ha consentito, io resterò qui con voi, tre o quattro settimane, finchè abbia fatto quel che c'è a fare in queste triste congiunture. Messo che avrò in sesto i nostri pochi interessi, tornerò al mio romitorio. Io per me rinuncio alla parte che mi può toccare, e voglio che quel poco che abbiamo, non è vero, mamma? serva per voi, e per te, Maria, per te, quando troverai qualche onesto partito. E in appresso, se il Signore farà ch'io possa venir paroco in qualche paese men tristo e più vicino a voi, per esempio, qui sul lago... allora v'aprirò la mia casa, v'aprirò le mie braccia, e dirò a tutte e due: Venite a star con me, a consolarmi la vita. Oh allora sì che mi parrà ancora d'esser felice! —
Caterina e Maria eran commosse e persuase; esse guardavan con tacita tenerezza il prete, che oramai era l'unico loro angelo protettore. E il prete, levatosi e fattosi vicino a sua madre, strinse tra le sue mani la destra della buona vecchia che piangeva, e la baciò con verecondo rispetto. Poi la sorella gli stese la sua; ed egli stringendola del paro, se la pose sul cuore, con una forza d'affetto che non può dirsi.
Indi a poco uscì della casetta.
V. UNA PRIMA CONOSCENZA.
Il giorno se n'andava, e il sole declinando al più sereno tramonto che mai rallegrasse la primavera, spargeva una luce d'oro e di fuoco nel purissimo orizzonte dell'Alpi lontane; una luce, che scemando a mano a mano nella diffusa interminata armonia degli splendidi suoi colori, dal rosso di fiamma, fino al croceo porporino e al roseo morente nell'azzurro, pareva mandar gli ultimi saluti del giorno alla nostra parte d'Italia.
E intanto un leggero vapore s'innalzava, s'innalzava lentamente sulle acque del lago, che risplendevano ancora di quell'argentina e tranquilla varietà de' riflessi dell'occidente, commosse dalla freschissima brezza a una lieve increspatura; un leggero vapore, che non era una nebbia, ma pareva quell'immenso velo di luce quieta che l'iride quasi sempre spiega al cessar d'un temporale; era come un etereo profumo, che si levasse per imbalsamar l'aria sempre pura e per rivestire di nuova incerta bellezza le rive deliziose. E quel velo trasparente, aereo, dilatavasi a poco a poco in tutto il cielo, conciliando quella pensierosa malinconia, ch'è tanto cara alle anime che vivon di sè stesse e delle loro memorie, quando le rapisce la contemplazione dell'infinito, donde nè l'occhio nè il cuore vorrebbero staccarsi giammai.
Per una stradetta solinga, che discendeva con facile declivio alla riva del lago, se n'andava passeggiando lento lento il giovine vicecurato; e arrestavasi talora, sollevando distrattamente gli occhi al cielo, o fissandoli con una cupa immobilità sul terreno, così come lo movevan le molte angustie in che era posta la sua mente. Erano i suoi pensieri d'una tristezza insolita, inquieta; erano i pensieri del suo avvenire e di quello di due creature tanto amate, e per lui sacre allora più che mai.
Alla svolta del sentiero, mentre il prete affrettava involontariamente i passi, quasi tenendo dietro alla foga delle idee che lo crucciavano, uno sconosciuto, il quale presso al margine della strada era seduto sulla rovina d'un di que' rozzi ponti che attraversano i torrentelli di quelle rive, levossi d'improvviso. E, chiuso un libro che stava leggendo, s'avanzò incontro al vicecurato, e si tolse con atto cortese di saluto il berretto; quest'era un dire: mi preme di far la vostra conoscenza.
Era il giovine Arnoldo.
Sulle prime don Carlo, il quale aveva tutt'altra voglia che di parlare, e peggio con uno sconosciuto, pensò di risponder al saluto, e salutando andarsene per la sua via, come fece; ma l'altro, che apposta gli s'era fatto incontro, con deciso animo di parlargli, ne lo trattenne con instanza rispettosa, e in atto di scusa gli disse: — Mi perdoni, signor abate, se ardisco così d'attraversare il sentiero della sua passeggiata. Io però ringrazio la fortuna che m'ha fatto incontrar con lei.
— Signore, non so veramente a che io debba questa sua gentilezza.
— Signor abate, ella non mi conosce; non sa nè manco chi io mi sia; e io, al contrario, sebbene non sappia il suo nome, io la conosco, e la stimo con sincerità.
— Come? non saprei davvero...
— Ma prima, la mi permetta che io mi faccia conoscere a lei, quantunque ciò forse poco importi. Io sono inglese, e mi chiamo Arnoldo Leslie.
— Forse, ella è della famiglia del lord che dimora là, nella villa ****?
— Io sono della sua famiglia! sono suo figlio. — Così rispose, con un sospiro represso, il giovine, e ristette pensoso alcun tempo, poi soggiunse: — Stamane, io passava a caso per la piazza del paese: vidi aperte le porte della chiesa, a cui nella loro divota sincerità concorrevano i contadini d'ogni parte, e udii il suono d'una voce che parlava alla raccolta moltitudine. Non so da che proposito io fossi condotto, quando venni nel piccolo tempio; so bene che appena v'entrai e intesi poche parole di quel discorso, io mi sentii conciliato a certa tristezza, a cui mai non rispondevano i miei poco lieti pensieri.
— Oh! se le pareti d'una povera chiesa di campagna son meschine e nude, le rende auguste la solennità de' misteri che vi si spiegano!
— Ma voi parlaste a quella gente con tale semplicità d'affetto e di parole, che non credetti quasi a me stesso, tanto io era lontano dell'aspettarmi di trovare in quell'oscuro tempio chi ragionasse di Dio e della virtù con tale mitezza di pensieri e insieme con tanta efficacia. Oh! i'ho sentita nel mio cuore, e letta su que' volti rozzi e intenti de' vostri ascoltatori la pietà semplice e religiosa, quella pietà che finora io non ho incontrato mai nè sotto gli archi de' santuarj delle più superbe città, nè in Roma stessa, fra le auguste pareti di San Pietro.
— Mi perdoni, signore! Ella mi vuol far merito di quanto forse fu solo effetto d'un particolare sentimento del suo cuore. D'altra parte, io non dissi se non quello che l'anima mia e la povera condizione di que' buoni contadini mi chiamavano alla memoria.
— Oh! io me n'avvidi, signor abate; voi parlaste secondo il cuore, e il cuore è tutto! Ma quando uscii della chiesa, più che non maravigliassi della schietta sapienza delle ascoltate verità, io sentiva in me stesso il desiderio di conoscer più davvicino colui che le aveva pronunziate. Sì! non solamente nella sua voce e nell'efficace convincimento delle parole, ma nel suo volto, nel girare degli occhi, nella commozione che tutto l'agitava, io indovinai in lui un uomo d'alti pensieri e d'anima generosa, l'uomo che ha sofferto e pianto, che ha studiato e conosciuto, l'uomo della sventura e del sacrifizio.
— Ella si piace, signore, di far del romanzesco, cred'io! disse don Carlo con un tal sorriso di scontento.
— No, non è così! riprese serio il giovine, a cui quella dura risposta spiacque.
— Mi fa maraviglia l'udire, soggiunse il vicecurato, che un giovine, come lei, nell'ardore dell'età e della fortuna, s'occupi di cercar quegli uomini oscuri e per lo più dal mondo disprezzati, che vivono in un cantuccio della terra, per consacrare questi poveri anni al bene di pochi loro fratelli. Del resto, le confesso, io non veggo altra generosità nel sacrifizio che feci, se non quella che mille altri, al par di me, conduce per la stessa via.
E queste parole egli diceva con una certa poco nascosta intenzione di tagliare a mezzo un colloquio che gli pareva strano, e l'impacciava. Ma il giovine Arnoldo, benchè il vedesse, dimostrò di non se ne accorgere, e continuò con un far d'amichevole premura, mentre teneva dietro a' passi del prete, che lentamente s'era mosso per il suo sentiero:
— Io ben lo vedo, voi siete sorpreso forse che un uomo, nato sotto altro cielo, e cresciuto ne' principii d'un'altra fede, qui venga a cercar la conoscenza d'un prete cattolico, in un paese romito e senz'altra ragione o scusa, che quella d'una sua buona volontà. Questo vi parrà certo un capriccio... Ma se sapeste!... Io son solo! e spero d'aver ritrovato in voi un'anima che m'intenda e mi compatisca: oh perdonatemi dunque!
— O mio buon signore, questa simpatia, non so se di pensieri o di sentimento, che vi spinse a cercar di me, solo perchè il caso vi portò a udire alcune poche parole, che non son già mie, ma del Vangelo; questa simpatia vostra, cred'io, scemerebbe ben presto, se voi poteste gettar uno sguardo nel mio cuore. Esso è come un libro di poche pagine, è una storia di solitario dolore; e la storia del dolore è sempre monotona e grave ad altrui!
— È dunque vero? e a ciò io m'aspettava. Voi dunque avete sofferto?...
— Ma, buon Dio! che domandate voi da me?
— Quel ch'io domandi? nol so. — E il giovine rimase di nuovo mutolo e pensoso.
E intanto, seguendo quasi involontariamente il pendio del sentiero, essi eran discesi a lenti passi fin presso la riva del lago; e poi, continuando taciturni tutt'e due per la costiera folta d'arboscelli e cespugli, salivano dall'altro lato del ridente promontorio di ****, donde, nell'orizzonte più vasto e vaporoso, la più bella ed estesa parte del Lario, illuminata da quel pacifico tramonto, spiegavasi in magica lontananza agli attoniti loro sguardi.
Ma il vicecurato, più sovente che non riguardasse a quello spettacolo ben noto al suo cuore, volgeva gli occhi sulla fisonomia del giovine inglese; il quale sollevava la faccia commossa da non so che di mesto e sdegnoso insieme, come chi frema d'un pensiero che vorrebbe cacciarsi di mente, e non può. Pareva che il prete volesse indovinare i segreti di quell'animo giovenile e ardente, che per certo non aveva volontà ed affetti, quali tutti hanno: e sebbene don Carlo sentisse, in quel doloroso momento della sua vita, desiderio di tutt'altra cosa che di nuovi amici, pure la strana maniera con che il giovine forestiero gli cercò amicizia e conforto, la sincerità che rivelavasi nell'espressione malinconica della sua brama, e anche la speranza di poter in qualche modo far del bene a un'anima creata forse per miglior destino; tutto parve s'unisse nel suo cuore a consigliarlo di rispondere a quel fraterno richiamo.
Arnoldo intanto camminavagli a fianco, e tuttavia nutriva pensiero di guadagnarsene la fiducia, perchè le parole gravi e contegnose del prete gli dimostravan chiaramente, ch'egli non era di coloro i quali nel volger d'un'ora ti sono amici; amici a posta d'ognuno, che ti rubano i tuoi e ti vendono i loro segreti, se pur ne hanno; che si sfiatano in protestazioni di servitù e di fede, e poi, il giorno appresso se avviene, ti rinfacciano amaramente l'angoscia che hai deposta nel loro cuore; usurpatori del nome santo dell'amicizia, infami che ti si prostrano a' piedi quando la buona fortuna ti sorride, e dappoi, se ti coglie la sventura, ti gettano il fango sul viso, ti guardano in cagnesco e sogghignano.