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DAMIANO

STORIA D'UNA POVERA FAMIGLIA

RACCONTATA DA GIULIO CARCANO

MILANO

BORRONI E SCOTTI
TIPOGRAFI-LIBRAI E FONDITORI DI CARATTERI

1850

A SUO ZIO

GIOVANNI CARCANO

L'Autore.

Mi ricordo, Zio, che ne' miei primi anni, sotto il pergolato del nostro piccolo giardino, all'ora del tramonto, o presso il focolare nelle sere d'inverno, al tornar dalla caccia in compagnia di mio padre, vi piaceva trattenervi a raccontar con semplici e animose parole il tempo passato; quella età meno trista della nostra, quando un po' di gloria almeno non ci era negata.

Io non li vidi que' giorni così pieni di vita; ma ben so quel che ci hanno fruttato. Ed ora, rileggendo questa storia, da qualche anno dimenticata fra gli scritti miei, parmi che l'angustia e l'inutile tormento dell'oppresso Damiano riflettano in parte ciò ch'ebbe a patire una gioventù che a sè dinanzi nulla scorgeva ancora. È storia di povera gente, della famiglia d'un soldato di Napoleone.

A voi, veneratore del Grand'Uomo, il quale sarebbe stato, per verità, più grande se avesse saputo essere italiano, a voi offro questo libro. Esso vi dica come l'onorando vostro nome viva nel mio pensiero.

Dicembre 1850.

GIULIO.

DAMIANO

STORIA D'UNA POVERA FAMIGLIA

Capitolo Primo.

Di là dal ponte di San Celso, in quelle parti che conservano ancora la buona popolar fisonomia della nostra vecchia Milano, una strada solitaria, a traverso di campi e d'ortaglie, conduce da quello all'altro sobborgo della porta Vigentina, poco stante dalle mura della città. È quella che chiamano strada di Quadronno; ma, quantunque io soglia con amore frugar nelle cronache e nelle descrizioni di Milano, non andrò in cerca dell'origine di codesto nome, con buona pace de' dottori ed antiquarii che ne storpiarono, nei loro polverosi e tarlati volumi, non so che strane e stiracchiate spiegazioni, le quali troppo danno a pensare. Ma, per chi nol sapesse, dirò che il giovine innamorato, l'amico della solitudine e il dabben cittadino che brami un po' di cielo aperto, un po' di verde, o di silenzio campestre nel cerchio delle mura, si piacciono non di rado di andar seguitando per quella deserta e tortuosa via i sogni de' lor pensieri, le imagini dorate dell'avvenire.

Era il 4 di maggio del 1831.

E nella vigilia di quel giorno che, dieci anni innanzi, aveva veduto in mezzo all'Oceano, là sopra il deserto scoglio di Sant'Elena, l'ultima

«Ora dell'Uom fatale»

nella vigilia di quel giorno, uno degli oscuri eroi del popolo, un velite di Napoleone, avanzo di cento battaglie, moriva povero e abbandonato, in una casipola della disabitata strada di Quadronno.

Il sole, tramontato appena dietro le maestose e lontane cime del monte Rosa, rifletteva una luce fuggevole sulle candide e leggiere guglie del Duomo; ma vestiva d'un raggio più sfavillante e quasi di fuoco l'aurea statua della Madonna che dalla guglia più sublime pare invocar la protezione del Cielo sull'ampia sottoposta città. E la città, prima di riposare nel silenzio della notte, brulicava di mille romori; mentre, a poco a poco, andava ravviluppandosi in un interminato velo di nebbia trasparente e sottile, fra il quale scintillavano le prime stelle.

In quell'ora, una piccola processione di buona e povera gente, gli ultimi che s'erano indugiati nella chiesa dopo la benedizione della sera, era uscita divotamente, ma con passo affrettato, dal portico del tempio di san Celso, accompagnando il prete che portava Cristo in sacramento. Andavano alla dimora di un loro fratello; e salmeggiando camminavano lungo il marciapiede, per evitare il rincontro d'alcune signorili carrozze, che dal consueto giro del dopo pranzo sulle mura, passando via rapidamente per quel poco frequentato sobborgo, riconducevano le annojate signore al palchetto del teatro o all'elegante ritrovo de' circoli serali.

Al rintocco del campanello del sagrestano, alcuni onesti vecchi, alcune donnicciuole soffermavansi lungo la via, e, mettendosi dietro al sacro baldacchino, accrescevano il numero di quell'umile corteggio del Signore. Gli uomini si scoprivano il capo, le donne e i fanciulli inginocchiavansi, al passare del Sacramento, sulla porta delle case, sull'entrata delle botteghe; e a mano a mano che la pia turba veniva innanzi, vedevansi sui terrazzini, sui davanzali delle finestre d'ogni casa, a ogni piano, comparir lumi in segno d'onore e di divozione; nè finiva di passare che s'udivano le buone vicine domandar l'una all'altra dove ed a chi mai portassero in quell'ora il Signore.

La piccola processione svoltava nella strada di Quadronno. Quella via fiancheggiata da poche e malandate case qua e là sparse a gruppi, e per buon tratto listata da un fossatello d'acqua verdognola e lenta, andava grado grado rischiarandosi per la malinconica luce de' ceri e delle lanterne che circondavano il sacerdote, e che mettevano un fuggitivo bagliore sulle muraglie della via, o brillavano in mezzo all'opaco verde delle siepi, e riflettevansi via via entro al morto rigagnolo. Il prete aveva intuonate le litanie de' Santi; e ad ogni santo ch'egli invocava, la turba rispondeva con monotona e mesta voce: Prega per lui.

Nelle grandi città, sotto il maligno influsso dell'abitudine che genera tirannia di costume, indifferenza e noja, si guasta per lo più il senso dilicato del cuore; cosicchè, alla presenza delle mistiche e commoventi funzioni della Chiesa, invece di sollevarsi all'infinito, l'animo si rannicchia nella picciolezza dell'egoismo; nè comprende quanta verità e quanta bellezza vi sieno nelle più semplici e comuni solennità di una religione che benedice la culla e la fossa, e così santifica del paro la vita e la morte. Pure, quando appena si senta il mistero delle cose, non si può non esser compresi di una viva commozione a queste umili e sublimi scene che ci passano quasi ogni dì sotto gli occhi. È l'ultima visita d'un Dio al letto dell'uomo che muore. In quel punto che il passato non è se non la memoria d'un sogno, e il presente un gemito prolungato dell'umano dolore che vede la sua fine e la teme; in quel punto in cui gli uomini ci abbandonano, è il Signore che viene a visitarci; e nell'ultimo giorno di questo cammino mortale ci dona il pane della vera libertà. E l'uom del Signore s'accosta colle medesime consolazioni e promesse così al padiglione del letto reale, come al giaciglio del mendicante; con le medesime parole d'amore e di pace pone l'ostia della riconciliazione e del riscatto sulle labbra del giusto che passa nel domestico letto, e su quelle dell'assassino che sta per salire la scala del patibolo. Così la Religione dice la prima e l'ultima parola al figliuolo del dolore.

Ma già, per quella tortuosa strada, era venuto il fedele corteggio alle poche abitazioni aggruppate a mezzo del quartiere, e passando dinanzi un umile antico oratorio e l'attigua piazzetta, si fermava al limitare d'una casa più meschina, più bassa dell'altre, dalla larga tettoja che piovendo all'infuora nascondeva quasi le poche e ineguali finestre. Da' piccoli vetri cadenti d'una di quelle finestre, traspariva un lume fioco e tremolante.

Coloro che accompagnavano il Sacramento, si posero ginocchioni in fila, sotto al portone di quella cadente casa, da' due lati d'un andito oscuro; e il prete s'avanzò nel cortile, preceduto dal sagrestano e da un cherico, seguito da quattro o cinque vecchi che portavano i ceri benedetti. Salirono per una stretta ed erta scala di legno alla stanza dell'infermo.

L'uscio, che rispondeva sulla loggia, era aperto; e dalla soglia due giovinetti venivano a rincontro del ministro del Signore. Uno di que' giovinetti, il minore, piangeva forte; l'altro era smorto e ma non dava segno alcuno di dolore.

Attraversata la prima camera, il prete entrava in quella dell'infermo. Un vecchio tutto calvo, con lunga barba e mustacchi bianchi, con gli occhi fissi, incavati, con la morte già dipinta sulla faccia, levandosi da sè medesimo a sedere sul basso e scomposto lettuccio, alla vista del Sacramento, alzò la testa e le mani verso il cielo; e quasi risentendo vigorìa di giovinezza, si sostenne ritto sulla persona al cospetto del sacerdote, aperse a stento le pupille fiammeggianti ancora d'un lampo di vita, e cominciò con voce tremola ma chiara: —Sono dieci anni quest'oggi che anche lui è morto così!—Indi, fattosi lentamente il segno della croce, lasciò cader le braccia sulle coltri e la testa sul petto, chiuse gli occhi e stette immobile, senza respiro; pareva cadavere.

Il vecchio soldato di Napoleone aveva voluto vestire per l'ultima volta la sua antica assisa di velite, quell'abito di bianco panno dalle risvolte e da' paramani verdi, sotto al quale batteva lento e tranquillo ancora il suo cuore, come nei giorni della battaglia; all'occhiello dell'assisa pendeva un nastro di color verde e rancio, l'unico, il più prezioso giojello ch'egli avesse posseduto al mondo, l'insegna cavalleresca della corona di ferro. Sulla coltre, da una parte posava il crocifisso; dall'altra la spada, che da anni ed anni lasciava appesa nella corrosa e ammuffita guaina a lato del capezzale, e che venuto alla sua estrema giornata volle tenersi più vicina, come l'ultima memoria della passata vita.

Stavano alla destra del letto, inginocchiate sul nudo terreno, alcune donne. Fra loro, la moglie e la giovinetta figliuola dell'infermo; quella, abbandonata sulle ginocchia, accosciata per la stanchezza del dolore, e col volto bagnato delle lagrime scorrenti; questa, umilmente composta in atto di preghiera, accanto alla candela benedetta che ardeva da un lato, e tutta rassomigliante ad uno di que' serafini che vediamo effigiati ne' quadri dei nostri antichi pittori; bella quantunque pallidissima, spirante in ogni atto una calma rassegnata, un non so che di paradiso. E dietro alla madre e alla figlia, si tenevano rincantucciate due o tre buone femmine del vicinato, accorse per ajutarle in quel giorno della disgrazia. Dall'altra parte del letto, inginocchiavansi i due figliuoli, que' giovani che poco prima eran venuti ad incontrare il santo viatico: il minore non piangeva più, ma seguiva cogli occhi ogni moto del sacerdote; il maggiore invece non li distaccava mai dalla paterna faccia.

Il sacerdote, entrando, aveva pronunziato il saluto che il rito della Chiesa prescrive: Pace a questa casa!—Al che il sagrestano coi fedeli: E tutti coloro che vi abitano.—Poi, mentre il cherico, spiegato il candido corporale su d'una piccola tavola, accendeva due sacri ceri, il sacerdote vi posò la piscide; e facendo coll'aspersorio dell'acqua lustrale un segno di croce sul letto e sugli astanti, li benedisse colle parole del profeta:—Aspergimi coll'isopo, e sarò mondo; lavami e più che neve sarò dealbato.

Il vecchio riaperse gli occhi, ma trasognato, e come ignaro della mistica cerimonia che s'apprestava; colle dita convulse stringeva ora la spada, ora il crocifisso. Orava il sacerdote, e benedicendo un'altra volta il malato, tolse dalla piscide e sollevò in faccia a lui l'ostia divina.

Il velite si riscosse, guardò i suoi figliuoli ad uno ad uno, congiunse le mani, e mormorò quasi parlasse con sè medesimo: Era meglio vent'anni fa! Ma quando il prete, chinandosi sul letto e pronunziando le parole del mistero, gli ebbe pôrta la particola, rispose con voce forte e sicura: Così sia!—

Orò di nuovo il sacerdote; e detto agli astanti: Andiamo in pace, nel nome del Signore—ripigliò il sacro vase d'argento, poi, benedetto il morente fratello, si partì coi pochi fedeli.

E nella stanza, appena che si rimisero in via e che, nel seno della notte, allontanandosi a poco a poco, svanirono le voci della turba salmeggiante, fu una pace, un silenzio non interrotto; come se in quel letto più non giacesse un uomo all'ultima sua notte. La madre e i tre figli stavano tuttavia inginocchiati al luogo stesso; gli occhi del vecchio s'eran richiusi; ne più s'udiva che il greve e affannato suo respiro.

Passata che fu mezz'ora, l'infermo tornò a sollevarsi da sè; e facendo un piccolo cenno della destra, disse:—Damiano!

Era il nome del suo figlio maggiore. Il quale chinandosi sopra di lui, e stretta con immenso affetto la sua mano, v'impresse caldi baci, e se la mise sul cuore per riscaldarla; poichè quella mano era fredda.

—Mio Damiano, mio figlio! così il vecchio soldato, con voce piana e grave: Ho veduta mille volte la morte in faccia, ma non ho sentito mai quello che sento in quest'ora. Io non son più Vittore, non son più nulla per voi….

—Padre mio!…. lo interruppe il giovine.

—Lasciami dire! La mia strada l'ho compita; fu lunga anche troppo…. Oh! io non doveva morire così miseramente in un letto, come un vecchio che ha paura…. Quando penso che anche quell'uomo, ha finito come me!… oh! almanco, di qui a poco, Vittore potrà forse rivederlo.

Tacque un momento; e gli astanti ben comprendevano ch'egli, al suo costume, voleva parlar di Napoleone.

—Ora, tocca a te, ripigliò: tu hai ad essere il capo della famiglia, il padre di tuo fratello e di tua sorella, il compagno di tua madre. Povera donna! m'ha voluto sempre bene; e io non ho fatto nulla per essa, poco per voi. Vecchio torbido, impaziente, ostinato nelle mie idee, nelle mie inossite usanze della caserma, non ho più potuto rifarmi a' mestieri del dì d'oggi; e per questo vi lascio, poveri come v'ho messi al mondo. Ma se i preti non ci sono per niente, e s'è vero quel che vengono a dirmi, che Dio perdona a tutti, perdonerà anche a me. Ah! l'avessi lasciato anch'io a tempo il mio posto al mondo, non sentirei quello che adesso mi sta sull'anima…. Ma tu, Damiano, tu farai meglio di me.

Il giovine proruppe allora con doloroso impeto:—No, no! Il Signore è buono, il Signore avrà compassione di noi, e non vi torrà così a' vostri, alla vostra casa!

—No, è cosa finita! tornò a dire l'infermo: è meglio così, perchè ormai io v'era d'impaccio, e buono a nulla; come que' poveri diavoli de' feriti in una ritirata. Ma almeno, lo conosco, Damiano, il tuo cuore; so che cosa saresti stato in un altro tempo; in mezzo agli uomini d'adesso, si marcisce, non si vive. Ricordati di tuo padre; egli avrà forse il suo grosso conto da accomodare di là; perchè vide momenti terribili, cose che al mondo non erano mai succedute: ma se non ti lascia altro, ti lascia la sostanza del povero che camminò sempre con fronte levata, in mezzo a tutti i guai della vita; e devono valer qualche cosa, in nome di Dio! la buona coscienza, e il buon nome.

Pareva impossibile come il vecchio avesse ancora in sè stesso quella forza, con cui pronunziava queste parole. Damiano le ascoltava riverente, e pur frenavasi dal piangere; ma il suo minore fratello, che fino allora aveva pianto tacitamente, cominciò a singhiozzare; e, per soffogar quello schianto del cuore, nascose tra le mani il volto e tutto si abbandonò sul letto di suo padre. Intanto, fatta già insensibile dallo stento del vegliare, dall'angustia e dal patimento, la moglie di Vittore cadeva tramortita sul pavimento; e se la figliuola, quella creatura che pareva veramente l'angelo della pietà nella famiglia del dolore, con un vigor più grande dell'età sua, non l'avesse sollevata e posta a giacere sulla prima seggiola che le venne trovata, il suo svenimento avrebbe forse potuto raddoppiare una imminente sciagura.

L'ammalato, per buona ventura, non se ne accorse: pareva assorto in profondi pensieri; e, stese le mani, stringeva con l'una quella del suo maggior figliuolo, posando l'altra sulla bionda testa del minore. Damiano nutriva ancora in cuore un poco di speranza. Vedendo il padre rianimarsi, come per miracolo, dopo il continuo torpore di giorni e settimane, confidò che il cielo avesse a prolungare ancora per alcun tempo quella vita cara. Udendolo parlare a lungo, con insolita calma, con una dolcezza d'affetto che ben di rado gli era uscita dal cuore, credè che tutto non fosse ancora perduto, e si arrischiò di dire:—State quieto; e non vi tormentate così coi pensieri, non parlate di morire….

—E che importa, o Damiano? il vecchio riprese. Meglio oggi che domani; la vita che passò mi somiglia un giorno. Solo, ti torno a dire che sarei morto più contento, se avessi potuto darvi uno stato, a voi altri due poveretti: e quest'è la mia spina. Di te, Damiano, mi duol meno, chè, lo so bene, non avrai bisogno di nessuno; ma il povero Celso, ancora fanciullo…. I cuori timidi e semplici come il suo, son quasi sempre vittima de' furbi, o de' prepotenti. Basta, a te lo raccomando; so che vi amate, e tu penserai a lui, alla povera vostra mamma, ed alla mia Stella, che sarà il vostro angiolo custode!

Questa interna fatica dell'affetto consunse la lena dell'infermo; e lo sforzo di dire per l'ultima volta ciò che gli stava nel cuore, lo fece ricader gravemente sul letto, arrovesciata la calva testa sugli scomposti cuscini, le braccia pesanti, irrigidite, e tutta la persona abbandonata, distesa, quasi che la morte fosse già venuta. Damiano, fatto pallido come il padre suo, toccò, cercò i polsi di lui; ed eran muti. Nulla disse; un brivido gli corse per l'ossa, posò tremando la destra sul cuore paterno. Il cuore del vecchio soldato batteva ancora; caduto in un sopore tranquillo, l'ora terribile non era ancora suonata per lui.

Appunto in quella, sopraggiunse il medico; il quale, passando a caso per la via, era salito a vedere se l'ammalato da lui già dato per morto fin dalla mattina, respirasse tuttavia. Entrò con passo grave e tardo, tenendosi il cappello in testa: era uno di que' medici, che nella stanza del povero recano la schifiltosa albagìa della scienza, e il conforto, o piuttosto lo scherno, d'una sentenza dottorale, caduta loro di bocca come per caso. Diede una fredda occhiata all'infermo assopito, alla famiglia che piena d'ansietà s'era stretta d'intorno a lui; poi, accostando una candela accesa alle labbra del pover'uomo, nel veder la fiammella che agitavasi, disse:—Non la vuol finir così presto come credevo: non per niente furono le membra di quest'uomo temprate ai ghiacci della Russia. Eh via, non mettetevi a piangere voi donne, che non è tempo ancora; lasciatelo in pace, egli dorme. Ma io per me, non ho più nulla a far qui; se domandasse a bere, dategli di quella pozione di che vi lasciai la ricetta stamane: è un sedativo.—Così detto, se n'andò, non senza dare uno sguardo d'ambigua significazione alla Stella, che sollevando a lui gli occhi pieni di lagrime, pareva aspettasse dalle sue parole la grazia domandata al cielo. Quel signor dottore era uno scapolo di quarant'anni, che si teneva in pregio come buongustaio di bellezze, e non isdegnava di occhieggiare a quando a quando que' modesti fiori che l'esercizio della sua scienza severa gli faceva talvolta incontrar nel cammino.

Capitolo Secondo

Un'ora di poi, tutto era silenzio nella casa. Le donne con Celso, s'erano per un poco discostate nell'attigua camera, più squallida e nuda dell'altra, ove non si vedevano che due letti, chi sa da quanto tempo non tocchi, e alcune seggiole scompagnate. Sedettero, riguardandosi senza parlare, teso l'orecchio al più lieve movimento che si facesse nell'altra stanza; finchè, a poco a poco, la stanchezza del dolore e un sonnecchiar breve, interrotto, li apparecchiavano a sostenere il colpo pur troppo aspettato. Damiano volle rimanersi al suo posto, a veglia del padre.

Il lume della candela benedetta mandava un tremolo raggio sulla fronte del vecchio addormentato. E Damiano solo, immobile, pensava al padre, al domani, alla dolorosa battaglia della vita, alla tremenda verità della morte.—Gran Dio! diceva nel cuore, quanto è grande il carico che mi volete dare! L'anima mia si perde; ma Voi, Voi solo potete inspirarmi l'amore e la fede!

In quel momento, un colpo battuto con cautela all'uscio della casa, destò l'attenzione del giovine. Corse a veder chi fosse; e di subito rientrò pian piano nella stanza, accompagnato da un uomo, che ne veniva appoggiato a una grossa canna d'India, ed era molto innanzi nell'età. Costui, togliendosi il cappello bianco a larga tesa, s'avanzò guardingo fino al letto di Vittore; e fattosi puntello del bastone su cui intrecciò le mani rugose, stette a contemplarlo fisamente. Quel vecchio mostrava più anni che non l'uomo ch'egli vedeva morire; in altro tempo, in mezzo alle battaglie e alle vittorie, era stato il fratello d'armi di Vittore. Tanto tempo era passato; morti l'un dopo l'altro quasi tutti i loro antichi compagni, quei figliuoli delle guerre di Napoleone, i quali avevano diviso con lui la grandezza del pericolo e la grandezza del trionfo; i pochi avanzi della Russia sparsi qua e là, nelle città, nelle borgate, poveri, oscuri; languenti d'inedia o di cruccio nelle anticamere, nelle officine, nelle capanne, in mezzo ai solchi; ultimi testimonii, anzi ombre viventi di una gloria che i figli de' nostri figli forse non crederanno vera; tutto era passato per questi uomini di un'altra età. Quanti diversi pensieri, in quell'ora, vicino a quel letto di morte, agitavano l'anima di Lorenzo, l'antico granatiere della guardia reale, ch'era venuto a salutare, per l'ultima volta, il velite amico suo!

Vittore, alcun tempo di poi, riscosso dal lungo sopore, metteva un sospiro penoso; e volgendo intorno gli occhi vitrei, infossati, li fissava nel volto di quel nuovo venuto che immoto lo contemplava. E con mesto sorriso, come seguisse il filo delle memorie che avevano tessuto il suo sogno di quell'ora:—O Lorenzo, disse, che begli anni furono quelli! Ti ricordi d'Imola, delle sponde del Cenio?

—Se me ne ricordo? mi pare jeri. Fu la prima nostra campagna, da che n'andammo semplici volontarii all'armata d'Italia: disse con fuoco l'antico granatiere.

—Era nel marzo del 97. Io avevo trentacinque anni, e il mondo mi pareva tutto mio!…. lo interruppe malinconicamente l'infermo.

—Io toccava i quaranta; ma il mio cuore era giovine: riprese l'altro. Non t'è presente ancora il dì della prima battaglia, e quell'orrendo temporale che ci venne addosso la notte innanzi, là sulle rive del fiume, in faccia al nemico che ci contrastava il passo? La nostra legione vedeva il fuoco per la prima volta…. Ma non abbiam dato addietro un passo, noi…. te ne ricordi?…

—Oh sì, lo vedo ancora quel giorno; e parmi d'essere là….

—La nostra legione, in colonna serrata, ebbe ordine da quel dannato di Lahoz d'attaccare alla bajonetta le batterie papaline…. Io non so quello che fossi diventato quel giorno; ma il fuoco, il fumo, i morti non mi spaventavano più; noi corremmo addosso, come leoni, a quelle bocche d'artiglieria…. Di', non le hai ancora negli orecchi le parole scritte nell'ordine del giorno dal Grand'Uomo, quelle parole che la storia non cancellerà più?….

—Sì, sì! disse il malato: »Questa legione, e parlava di noi, che vede il fuoco per la prima volta, si è coperta di gloria….

Essa, seguì l'amico, s'impadronì di quattordici pezzi di cannone, sotto il fuoco scagliato da tre o quattromila uomini trincierati.

Il vecchio granatiere piangeva, parlando dell'antico fatto; e il velite infermo, tornando indietro di trent'anni e più nella vita, dimenticava i suoi mali, dimenticava quell'ora che già stava sopra di lui. Allungò la destra fuor delle coltri, e con moto convulsivo sollevando la spada che posava tuttora sul letto:—Da quel giorno, disse, i nostri cuori, o Lorenzo, furono uniti, come la mia mano a questa spada. E quando dalla Romagna, la nostra legione andò a rinforzare il corpo di Guyeux, sul Tagliamento? Fu allora che noi vedemmo la prima volta Bonaparte…. Passò a cavallo, vicino alle nostre file, in mezzo a una nube nera, la spada in alto, calcato sugli occhi il cappello e i lunghi capegli sbattuti indietro dal vento…. Gridò: Avanti, e passò. Noi gli teniam dietro: una bomba scoppia a due passi da me; colto qui nel braccio da una scheggia infocata, cado per terra; e tu mi raccogli, Lorenzo; e sollevandomi di peso, vuoi ch'io non resti indietro nella vittoria. Ah! l'ho veduto anch'io quel giorno! l'ho veduta quella bandiera piantata di là dall'Isonzo!…. Posso ancora morir contento.

—E Gorizia?… ripigliò Lorenzo, animato dalle parole del vecchio commilitone, dimenticando che quella era l'ultima notte dell'amico suo. Che bujo d'inferno, quando ci mettemmo dentro al paese, al lampeggio delle archibugiate, snidando colle bajonette que' che non erano fuggiti!… E quella povera madre, con due bambini in collo, me la vedo ancora dinanzi, abbracciarmi piangendo le ginocchia, là sui barcollanti scaglioni della sua cadente catapecchia! E San Daniello?… e Osopo?… e Gemona?

—Io era alla vanguardia, seguì l'infermo, quando c'inviammo per le orride gole dell'Alpi tirolesi. Non passava quarto d'ora, che non mi trovassi la morte di faccia, ai fianchi, da ogni parte; e parecchi li ho veduti io, colti dalla palla d'un invisibile moschetto, piombar giù rotoloni ne' precipizj; e al loro grido disperato rispondere l'urlo di gioja del montanaro. Oh! lo sento ancora, quel povero Antonio, il mio fratello di latte, chiamarmi per nome nell'andar giù…. Allora, lo confesso, non potei a meno di guardarmi indietro, e rasciugarmi col rovescio della mostra una lagrima. Fu un vezzo che passò presto; e dopo una settimana, vi era usato come a un buffo di vento….

—Era proprio così. Avevamo il cuor forte, ma non cattivo; e ci credevano demonj incarnati. E la gioja di poterne risparmiar qualcuno? più di cento volte lo feci, e fui benedetto. Anche tu, mio Vittore, anche tu avesti il cuor buono e forte.

—E quel giorno che credemmo di aver tutto perduto per sempre? Lui era tornato in Francia, poi abbandonava noi Italiani, e andava a cercar fortuna in Egitto…. E noi? tornammo poveri e oscuri cittadini, peggio di prima. Ma la mala stagione durò poco….

—E venne giù dall'Alpi, come una valanga, e il 2 di giugno del nuovo secolo entrava in Milano. O campi di Montebello e di Marengo! o giorni di gloria troppo presto passati per noi!…

Così i due veterani di Napoleone, soli, in una povera stanzetta, in faccia d'un piccolo ritratto dell'Imperatore che pendeva sull'opposta parete, ritessevano in quella notte la storia famosa del guerriero, il cui nome corse, più grande di quanti furono, per tutto il mondo. E parlarono ancora d'Eylau e di Friedland, anniversario della vittoria di Marengo, di Friedland, ove sessantamila Russi furono schiacciati: e d'Ulma, e di Vagram, e d'Austerlitz, di Burgos, di Saragozza, di Tarragona, ove fu speso, ma invano per noi, tanto sangue italiano; rammentarono le nevi della Russia, e le rive della Moskowa e la terribile giornata di Malo-Jaroslawetz, poichè là era stato che que' due vecchi soldati ricevettero sul campo di battaglia la croce d'onore e il grado d'uffiziale…. Poi l'incendio del Kremlin, poi la funesta ritirata; numerarono sulle dita, l'un dopo l'altro, quegli anni dileguati come nebbia; ripeterono tanti nomi di sconosciuti eroi; ma quando menzionarono gli ultimi casi, e il Beauharnais e la resa di Mantova, e quell'ultima volta che videro il grand'uomo a Saint-Denis, allora non trovarono più parola.

E guardavansi in faccia l'un l'altro con dolore ineffabile, vivo ancora dopo tant'anni, come parlassero d'una recente sciagura. Ed essi, che forse non avevano mai pianto in vita, cominciarono a versar qualche lagrima in silenzio.

Ma il volto dell'infermo, prima coperto d'un terreo pallore, appariva acceso di una vampa febbrile; e al sollevarsi continuo delle lenzuola si vedeva quasi il violento pulsar del suo cuore. In un corpo men logoro dall'età e dai duri e lunghi travagli della povertà, quella subitana revulsione avrebbe forse potuto prolungare al buon Vittore le ore contate. Ma egli moriva di quella malattia che miete tanta gente del povero popolo, moriva di una lenta tabe, cagionata dallo stento e dalla dura lotta col bisogno quotidiano: così che le poche forze vitali che gli rimanevano, le aveva spese tutte in quell'ultimo colloquio coll'antico suo compagno d'armi.

Era già molto innanzi la notte, e Damiano, fin allora muto testimonio di quella scena, avea fatto prova più di una volta, ma invano d'interrompere le calde e commoventi parole de' due vecchi. Di nuovo s'accostò al letto paterno; e se prima, veggendo destarsi lucida e viva più che mai la memoria di suo padre, non gli era bastato l'animo di troncare il corso alla foga delle sue fantasie, ora al lampo di gioja che vide balenar nel suo volto, tornò a sperare, e con un sospiro a ringraziarne il cielo.

Ma il vecchio invece sentiva a gran passi avvicinarsi la sua fine. Attaccandosi all'amico e al figliuolo, riuscì a sollevarsi di nuovo dai guanciali; e le parole formando a fatica:—Ora, disse, posso andarmene; ho salutato l'amico, ed ho avuta una delle mie ore antiche…. Ricordati, Damiano, di tuo padre!—E altre voci rotte, che molto volevan dire, gli uscivan di bocca:—Il mio nome…. la mia spada… sangue italiano… giura, o mio figlio!

—Povero padre! Esclamò con ferma voce il giovine; so che cosa volete dire e vi giuro….

—Basta, disse Vittore. E vagando in altri pensieri:—Chi m'avesse detto, a me giacobino del novantasei, che avrei finito così!… Meglio se, vent'anni fa, m'avesse portato via una palla di cannone!… Ma vedermi il prete a fianco, i figliuoli a' piè del letto…. oh! morire così è troppo seria cosa….

—Fatti animo, Vittore, l'interruppe con una cotale bruschezza guerresca il vecchio amico; chè in letto non si muore sì presto come nella prima fila d'un battaglione. Tu sei più giovine di me, e vogliam berne insieme qualche mezzina ancora alla memoria di quel tale….

—Zitto!… riprese a stento il malato. Vieni qui, tu, Lorenzo; più vicino…. ho una preghiera a farti.—E aprendosi lo sparato della camicia, tolse fuori un sacchetto di pelle che gli pendeva sul cuore.—Tu lo conosci, Lorenzo! E devi averne al collo il compagno….

—Se lo conosco! è l'ultimo nostro tesoro; è un pugno della cenere di quella nostra vecchia bandiera della Guardia, che bruciammo a Vimercate nel 14, quando ci fu dato l'annunzio che tutto era finito…. Oh! me lo ricordo! tu fosti il primo a portare in piazza una bracciata di rami secchi e a darvi il fuoco, gridando che non avremmo restituite le nostre bandiere!…

—Sì, sì! la lascio dunque a te quest'unica memoria, che avevo pensato di portar con me; sei stato mio fratello, nè voglio andarmene senza lasciarti nulla…. oh sì! l'ultimo che sopraviva di noi dev'essere il custode di questa reliquia.—E levatosi il piccolo involto di ceneri che da diecisette anni sentiva il battito del suo cuore, lo pose nelle mani dell'amico. Poi, con voce che diventava sempre più rotta:—Bada, Damiano, che questa corona d'onore la voglio sul mio petto, anche quando sarò sotterra. Bada che non mi sia tolta quando mi metteranno via; e anche la mia spada, se lo puoi, la poni a canto a me…. son trentacinque anni che mi fa compagnia; e per voi altri, adesso, è un arnese inutile…. Zitto, zitto! non risvegliare nè la Teresa nè Celso, nè la povera Stella… è la Provvidenza che ha mandato loro un po' di sonno…. Addio Lorenzo, addio Damiano….

—Ah! no, non mi abbandonate! Il Signore abbia compassione di noi, proruppe con soffocata angoscia il giovine.

—Che ora è?… disse il vecchio, levandosi ritto a sedere per l'ultima volta.

—È passata la mezzanotte.

—Va bene, Damiano. Siamo al cinque di maggio: son dieci anni che dicono ch'egli è morto…. sono contento di far l'ultimo passo anch'io nello stesso dì! Chi sa che non lo ritrovi lassù, dov'è la giustizia, dov'è il ben di tutti!…

E ricadde, per non rialzarsi più. Cominciò a crescere l'oppressura del respiro; di lì a poco, il singhiozzo dell'agonia, l'immobilità dello sguardo, la persona agitata da tremiti violenti e continui, il gelo delle membra, il sudor della morte, annunciavano a Damiano che tutto stava per finire, che da un momento all'altro non avrebbe avuto più padre. Lorenzo, il soldato che vide le migliaja de' morti, tremava come una foglia a quell'aspetto; ma non seppe staccarsi dal fianco dell'amico; e pensò che il suo dovere gli comandava d'ajutare, di far quel poco che poteva per la superstite famiglia del suo Vittore. E vedendolo morire, giurò a sè medesimo d'adempiere quel compito sacro.

Appunto in quella, la Teresa e i figli, riscossi da un breve sopore, ricomparvero sbigottiti nella stanza del moribondo. E a lui corsero vicino, lo chiamarono a nome singhiozzando: non li udì, non li vide, non rispose più.

Ma la Teresa, in mezzo alla sua disperazione, non perdè l'animo; stringendo la mano a Celso, gli volse un'occhiata dolorosa e significante: egli ben la comprese; e staccandosi dal suo fianco, uscì di corsa a chiamare il prete.

Nell'ora che dal letto impadiglionato del ricco vicino a morte, il freddo zelo degli amici di casa rimove i più stretti congiunti, nè più vi rimane che uno sciame d'avidi servi, ad almanaccar di quanto il padrone avrà lasciato a ciascuno, agognando il momento di vederlo serrar gli occhi, per fare spazzo del poco che la previdenza degli eredi presunti dimenticò ne' cassettoni e negli armadii; nell'ora che l'uomo adulato, imbalsamato in vita dalla turba degli accorti, degli impostori e de' parassiti, vede allontanarsi dal suo letto l'un dietro all'altro, il parente ossequioso, il sollecito procuratore, l'inesorabile avvocato, il notajo inquisitore coll'estremo codicillo, le strane figure de' testimonj, e tutti, tranne l'ultimo prete a cui tocca la vece di raccomandargli l'anima a Dio; non t'incresca di fermarti ancora per poco nella stanza del povero padre di famiglia, il quale visse amato da' suoi figliuoli, e muore circondato da loro. Nessuno viene a turbarli nel compimento di quel dovere, nessuno li strappa da quella camera nuda e fredda già come un sepolcro: il pianto non è che per loro, e sarà l'unica eredità. E piangono da vero, perchè domani non avranno più chi se li tenne intorno per tanto tempo, chi spartì con loro casa, mensa e letto, chi contò per essi soltanto tutti i giorni della fortuna e della disgrazia; e dovranno andarne di qua, di là, senza fiducia di bene, senza certezza di riuscita, a guadagnarsi il pane d'ogni dì, nella bottega, nella soffitta, nel campo, o sulla via: poi, forse si troveranno ben presto un'altra famiglia d'intorno, il sangue del sangue loro; e dovran faticare, morire anch'essi, non lasciando dopo di sè altra cosa che figliuoli e povertà. Ma il Signore che disse: Beati quelli che piangono, tiene conto d'ogni sacrifizio e d'ogni patimento: nella morte almeno siam tutti fratelli; e nude l'anime, quali uscirono dalle mani del Creatore, ritorneranno a Lui.

Lo stesso prete, che al cader del giorno aveva recato alla casa di Vittore il viatico santo, ritornava nel mezzo della notte, seguito soltanto dal vecchio sagrestano e da Celso: egli portava con sè il vasetto dell'olio consacrato, per compiere su quell'uomo venuto al gran punto la mistica estrema unzione. Chi fu testimonio una volta sola di così solenne e pietoso sacramento di perdono e di riconciliazione, e non adorò il mistero che congiunge il corpo allo spirito e la vita all'immortalità?

Benedisse coll'aspersorio dell'acqua santa il letto e gli astanti all'intorno inginocchiati; poi allungando la destra sopra il morente vecchio, il prete proferiva le parole del rito:—«O Dio, Padre onnipotente! Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, che abiti nell'alto e riguardi gli umili, riguarda a codesta imposizione delle mani che facciamo sul tuo servo; e codeste mani abbiano virtù sullo spirito suo.»

E dopo ch'ebbe pregato, intinto il pollice nell'olio santo, unse in forma di croce gli occhi, gli orecchi, la bocca, le mani, e i piedi del vecchio, invocando, ad ogni volta, che la misericordia del Signore vi cancellasse la traccia del peccato, e facesse degna quell'anima cristiana dell'eterna sua destinazione.

Poi seguiva dicendo: «Riguarda, o Signore! Tu che hai pietoso affetto per la tua creatura, inchina l'orecchio alle nostre orazioni; mira placato il tuo servo che giace affaticato dalla malattia; tu lo visita nella tua salute! Non ricordarti, o Signore, dei delitti del tuo servo, e non voler fare vendetta dei peccati suoi! Salva il tuo servo, o Signore, mio Dio, il tuo servo che spera in te!»

Trascorse un'altra ora; e il sacerdote non si staccò dal letto, ma cominciò a leggere sul rituale sommessamente i salmi della penitenza e le litanie de' Santi; nel mentre che la famiglia prostrata non ardiva quasi respirare, per non turbar col pianto o col singhiozzo la presenza del ministro di Dio, in quel gran momento.

Ma ormai, veggendo che l'ultimo spazio di vita era consumato, il prete, inchinatosi sul moribondo Vittore, con voce lenta e mite continuò: «Vale in Cristo, la pace sia con te! Parti, o anima, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome del Figlio che ha patito per te, nel nome dello Spirito Santo che in te discese; nel nome degli angioli e di tutte le anime sante care a Dio. Oggi sia nella pace il tuo luogo, e la tua casa nella celeste Gerusalemme.»

L'agonia del vecchio si faceva sempre più dolorosa; e pareva che la morte non potesse vincere un uomo indurato a tante prove. Immobile, colle braccia in croce sul petto, la fronte trasudata e grondante, le pupille sbarrate e mute nel nero cerchio delle occhiaje, contratte le labbra, le mani istecchite, livide l'unghie, e tutto della persona sfinito e perduto, quell'uomo sosteneva ancora la lotta dello spirito colla carne. Ma i momenti precipitarono: egli ebbe un altro pensiero per la terra, il supremo pensiero: girò le pupille all'angolo ove sapeva ch'erano la sua donna e la figlia sua; e in quell'ultima occhiata disse loro l'addio.

Teresa cadde svenuta, e la Stella diede un grido.

—«Accogli, o Signore, proseguiva il prete imponendo le mani sull'agonizzante, l'anima del servo tuo che dal pellegrinaggio sen viene a te; manda i tuoi angioli santi ad incontrarla, che le insegnino la via e le aprano le porte della giustizia….»

L'anima di Vittore era partita. Il ministro di Dio salmeggiò ancora per qualche tempo, e poi benedisse il cadavere. E Lorenzo, il quale, col cappello fra le mani, appoggiato alla sua canna, s'era tenuto nascosto dietro quelli della famiglia, immemore quasi del dove si fosse, si risovvenne allora che a lui toccava di far qualche cosa. Sollevò dal suolo l'una dopo l'altra, le due povere donne e sostenendole con quel poco di forza a lui rimasta, le condusse via, dicendo che la sua unica stanza era aperta per esse.

Uscirono; ma Damiano e Celso vollero rimanere in compagnia del sagrestano presso al padre loro.

La candela benedetta ardeva ancora. E ben presto, i primi albori d'una bella e serena mattina di primavera, cominciavano a rischiarare di luce rosata le finestre della casa; e il primo raggio del sole che penetrò in quella stanza di morte, venne a cadere sul letto dell'estinto soldato di Napoleone.

Era l'alba del cinque maggio.

Capitolo Terzo

Il giorno dopo la morte di Vittore, la Teresa e i figliuoli vollero, senza intender ragione, tornare alla loro casa di Quadronno; chè quasi tenevano un sacrilegio l'averla in que' momenti abbandonata. Il vecchio tenente Lorenzo li aveva fatti padroni della sua deserta stanzaccia; ma ben vedeva che vi stavano a disagio, e ch'era poi tutt'uno; poichè le due donne altra cosa non facevano che piangere e pregare; peggio poi, quando non riusciva a persuaderle che gustassero almeno qualche cucchiajata di minestra.

Quel piangere, quel biasciar rosarii, facevan perder la flemma a Lorenzo, al quale sempre andarono pel verso più i fatti che le parole: ma, buono come era, in cuor suo le compativa, e non aveva mai desiderato, quanto allora, di possedere un po' di ricchezza, per dire a' figliuoli del suo amico: Prendete, mettete la sia roba vostra. Ma non potendo far ciò che voleva, lasciò che la madre e la figlia se n'andassero, anzi le accompagnò egli stesso, alla solitaria via di Quadronno, intanto che Damiano e Celso s'eran dati attorno per quelle dolorose brighe che anche la morte del povero impone ai superstiti della famiglia, subito dopo l'ultima separazione.

La casa dove abitava la famiglia di Vittore non aveva più di cinque stanze anguste, umide, dalle soffitte basse e tarlate; due a terreno, la cucina e un camerotto, in che stavano Damiano e Celso, e tre al pian di sopra; una saletta, se così poteva chiamarsi, poi la camera dov'era morto l'antico velite, contigua a quella della Teresa, e in fondo un bugigattolo, con una finestrina quadrata, aperta a mezza via fra la parete e la tettoja, in forma di abbaìno: era là che fino allora aveva dormito sonni di pace e d'innocenza la Stella.

Quelle stanze eran povere, nude, ma pur decenti; bianche le pareti, vecchia e rada la suppellettile. Era povertà, non miseria; ma povertà non trascurata, non abbietta, anzi nascosta con molta cura da quell'ordine e da quella simmetria con che vedevansi collocati gli antichi arredi della famiglia. Il rozzo pavimento, le tavole, i due armadii, e l'unica modesta specchiera e il quadretto ov'era il ritratto di Napoleone, ogni cosa appariva linda, assettata come il primo dì ch'era venuta in casa. Ma nulla di soverchio, nulla che annunziasse pur l'ombra o la memoria d'una miglior condizione passata. Chi appena ponesse il piede in quella dimora, doveva dire: Qui stanno umili e oneste creature, degne d'una sorte migliore; è l'asilo della povertà che non conosce sè stessa.

Le donne, rientrate appena, si affaccendarono a mettere in ordine mobili e letti e l'altre cose, come se nulla fosse succeduto. Solo la stanza del vecchio soldato era vuota; e sullo sporto del camminetto in quella stanza più non si vedevano due candelieri d'argento, ultimo resto del lusso della famiglia, i quali avevano servito a pagare la spesa della modestissima esequia, e l'elemosina d'alcune messe di suffragio.

Abitavano da vent'anni in quel quartiere, che rassomigliava a tanti altri, ove dimorano tuttodì le famiglie popolane, quando guadagnansi da vivere per la via del lavoro non avvilito. Queste buone e sconosciute famiglie fanno la più gran parte della nostra popolazione; e in mezzo a loro si nascondono tante umili e vere virtù, tanti sagrificj, tante prove di coraggio, d'onore, di patimento e di grandezza! E così crescono di continuo all'industria, alle arti, al piccolo commercio, a' mestieri i più comuni e i più neccessarii tante creature che nella loro vita non vedranno forse il sole se non attraverso le grosse inferriate del fondaco, e dell'officina, o sul limitare della bottega, o dietro una finestra da' piccoli vetri verdastri; così nascono e muojono, oppressi dalla moltitudine che loro si agita d'intorno, dalla crescente tirannia del bisogno, consunti dall'impeto di tanti cari e nobili affetti soffocati nel cuore, dalla mancanza di spazio, d'aria, di cielo, mietuti innanzi tempo dalla ferrea neccessità di soffrire e tacere, uomini che potrebbero pure sollevarsi coll'anima fino alle più alte verità e spendere il sangue per il bene di tutti; solitarii, sconosciuti genii che non trovano chi stenda loro una mano, chi abbia una parola d'amore e di conforto, chi vegga nell'umiltà loro una ragione di più per venerare l'altezza dell'intelletto, chi li addirizzi a tempo sulle vie sublimi dell'arti, di cui sanno pure antiveder da sè stessi il fine unico e civile. E passano così al pari d'ombre malinconiche e perdute, senza che nessuno ripeta i loro nomi o cerchi qualche volta le poche orme che lasciarono sulla terra.

Pure, gli onesti amici del vero, che non vanno tronfii di esser filosofi e veggenti, ma rintracciano il bene e lo amano per sè stesso dovunque lo ritrovino, van nutrendo in mezzo a questa ingenua e forte generazione per tanti secoli dimenticata, il prezioso germe dei diritti e dei doveri, gli uomini d'un tempo migliore. In mezzo di loro, il poeta sorge più animoso, inspirandosi all'armonia della virtù civile e della forza morale; a loro domanda il filosofo fede, aspettazione di verità e di giustizia; poichè in ciò solo è posta la ragione di quanto fanno o piuttosto debbono fare gli uomini. Imparate dal popolo il coraggio di soffrire e di combattere senza stancarsi mai; e la virtù di risorgere, oppressi, e di non disperare, caduti. Interrogate le usanze, i costumi, le tradizioni, le credenze, i pregiudizj stessi del popolo, ed esso vi parrà sempre più grande; chiedetegli, se bisogna, i più dolorosi sagrificj, secoli interi di prova e di sciagure, e lo troverete sempre lo stesso; la sua fede nel bene non verrà meno mai.

La fraternità de' pensieri, l'esempio dell'amore e dell'amicizia, e la confortatrice parola della virtù non hanno mistero. Convien sedere presso il focolare della famiglia, entrar nella chiesa e nel cimitero in compagnia de' poveri; bisogna confondersi nel tumulto delle feste popolari, mettere i nostri fratelli a parte di quella luce di conoscenza e d'affetto che sentiamo dentro di noi; bisogna, in una parola, amare ed operare. Ma l'andar così meditando dietro ad un pensiero che cento altri ne sveglia, già troppo mi dilunga dall'umile scena del mio racconto.

La sera medesima di quel dì che la famiglia di Vittore era tornata a casa, la Teresa e i figliuoli sedevano mestamente nella stanza paterna, come in luogo sacro. Avevano pregato insieme, e scambiavano alcune meste parole, ma senza piangere: sentivano, dopo la divota comune preghiera, una calma rassegnata, una consolazione che altra cosa al mondo non può dare.

Quelle anime oneste e nuove alle dure lezioni della vita non guardavano ancora nell'avvenire. Ma Damiano ci pensava.

Damiano, divenuto oramai capo di casa, era seduto da un canto, colla testa china sulla spalliera della seggiola. Alto e snello della persona, v'era nella sua postura di quel momento un indizio di preoccupazione e d'abbandono, che non rispondeva alla vivace espressione de' suoi occhi e delle sue pallide sì ma tranquille sembianze. I capegli neri e lisci gli ombreggiavano la fronte, e sulle sue labbra, sormontate appena dal primo pelo, errava incerto e amaro quel sorriso che non sai se indichi ironia di dolore, o interna soddisfazione di poter vincere la guerra dell'animo. Egli andava vestito di nero; modesti gli abiti assai, ma li portava con non so qual naturale lindura; e il corto soprabito abbottonato fino al collo, e il fazzoletto con trascuranza annodato facevano spiccare di più il pallore dei suoi lineamenti e l'amarezza di quel suo indicibile sorriso.

Damiano aveva tocchi appena i diecinove anni: poichè era nato nell'anno della fatale spedizione della Russia, e propriamente un mese dopo partito per l'esercito il padre suo; il quale, comechè portasse di già i mustacchi bigi, aveva voluto prender moglie quando tutti i cannoni del regno, nel marzo del 1811, annunziarono che all'Imperatore era nato un erede. Ma il buon velite aveva scambiato con le dure marcie sulle nevi del settentrione la contentezza di prendersi fra le braccia, appena nato, il suo primogenito. Quel bambino, divenuto poi un fanciullo ardito, avventato, era stato la consolazione di Vittore ne' giorni tediosi, quando, mutata la scena, cominciò a rimpiangere il passato. Ora, il giovinetto non era più quello di prima: ora s'è fatto un uomo.

Quella sera egli pensava a tante cose, che per la prima volta gli apparivano chiare alla mente. Vedeva l'avvenire di sua madre, di sua sorella, del fratello minore, vedeva quelle vite a lui così care, attaccate a così lontane e dubbiose speranze! E poi, le cure divenute più che necessarie, per assottigliare di più, s'era possibile, lo spendio quotidiano della famiglia; la spina d'alcuni debiti vecchi fatti da suo padre, per provvedere alla prima educazione di lui e di Celso, ne' momenti di maggior povertà; il sacro obbligo di risparmiare, per quanto poteva, almeno per allora, la conoscenza delle angustie ond'erano minacciati d'ogni parte; e la memoria dell'illibato nome paterno; e le nascenti difficoltà di trovar subito un sostentamento della vita, senza gittarsi, come pur troppo temeva di dover fare, al primo mestiere capitato; per giunta a ciò, le ragioni da rendere alle persone del tribunale, che avevano già fatto i preliminari comandati dalla legge affine di esporre in faccia al giudice pupillare la povera condizione della famiglia; e sopra tutto, il pensiero del domani, inflessibile, oscuro che gli ripeteva: bisogna guadagnarsi il pane! questi dolori, e ben altri ancora, pesavano sull'anima di Damiano.

Sua madre, donna semplice e dabbene, che nel marito e ne' figliuoli ebbe tutto il suo mondo, che aveva amato, sperato e vissuto soltanto in loro, pareva aspettasse da Damiano quella forza che non sapeva più trovare in sè medesima. Tenendo stretta colla destra al seno la testa graziosa della Stella, la quale, seduta accanto a lei sur uno scannetto, le s'era appoggiata al grembo in atto quasi fanciullesco, la povera madre interrogava con eloquente sguardo il suo Damiano.

Ma egli, quantunque non avesse perduta neppure un'ora, e già maturasse nella mente ciò che bisognava fare, non ebbe in quel momento cuor di parlarne. Disse solamente che colui il qual nacque povero, convien faccia ogni giorno di necessità virtù: e poco di poi soggiunse, che quella materia aveva parlato lungamente col signor Lorenzo, l'unico amico che loro restava, che qualche sacrifizio conveniva pur farlo, e primo di tutti quello forse d'abbandonar la casa ove avevano vissuti tanti anni nella loro povertà abbastanza felici.

Celso e la Stella piegarono mestamente il capo; ma la Teresa che aveva avuto sotto a quel tetto i tre figli, che in quella stanza aveva veduto morire il suo protettore e amico, e che là sperava poter chiudere anch'essa gli occhi per sempre, la Teresa sentì una fitta nel cuore, e proruppe:—Oh no! Damiano, lasciami qui morire, lasciami qui morire!

Tutta sera non dissero più nulla. Ma quando si separarono per coricarsi, la madre si tenne vicina la Stella; e Damiano e il fratel suo vegliarono l'intera notte nella loro camera a terreno, cercando di dar l'uno all'altro quel coraggio che si può avere a vent'anni e quando s'è poveri.

Capitolo Quarto

Venne il signor Lorenzo la seguente mattina; nè senza perchè, come n'aveva fatto promessa a Damiano. E quando furono riuniti nella saletta superiore, lui e il giovine cominciarono a guardarsi con cert'aria significativa, come se ciascuno volesse che l'altro per il primo pigliasse la parola.

La madre, essendosi accorta alla fine di quel muto scambio d'occhiate:—Via, disse, signor Lorenzo; già so che l'è venuto il dì della disgrazia, e per me son preparata a tutto. Parli pure, dica su lei; poichè Damiano non ne ha il cuore.

Allora l'antico tenente, cercando un resto del coraggio di quel tempo che alla testa de' valorosi correva all'assalto d'una casamatta là nella Spagna, o teneva fronte all'urto d'una colonna di Cosacchi a Smolensko o a Borodino, si fregò gli occhi e disse:—Amici miei, vecchio come sono, starei più volontieri innanzi la bocca d'un cannone, collo schioppo al braccio e lo zaino ai piedi, che non qui, adesso, in faccia a voi, che siete l'anima, e il sangue del mio fratello. Ma poichè tocca a me, a me che n'ho vedute già tante, l'ajutarvi in questa trista ora, abbiate pazienza, se vi parlo senza complimenti, ma da galantuomo. Già con Damiano abbiam fatto de' discorsi, anche di troppo; è un peccato che non sia il tempo buono per lui…. Ma, tant'è! quell'uomo che teneva stretto come un balocco, tutto il mondo nel suo pugno, quello là, è caduto. E cosa potete far voi, poveri figliuoli, che non l'avete visto neppure!

—Chi ha cuore e braccio, è sempre padrone della sua parte a questo mondo: rispose con voce animosa Damiano.

—E chi ha amore per i suoi, trova sempre un po' di bene a fare: soggiunse con una ingenuità d'angiolo la Stella.

—Cari tutti e due! e avete ben ragione. In quanto a me, io l'aveva detto cento volte a quel brav'uomo che ora andò a tener compagnia ai nostri vecchi fratelli di guerra, gliel'aveva detto che pensasse a dare un mestiero a' figliuoli, un buon mestiero per cui non può mai mancar da vivere: chè, alla fin del conto, chi lavora è sempre padrone della sua fatica, come e forse più che il ricco del fatto suo; e il pane della fatica è il pane più saporito, più onorato che sia. Ma lui, non ne volle sentire: lo so bene, quella sua croce d'onore gli aveva un po' ingarbugliate le idee, e non voleva che i figli d'un cavaliere dovessero imparare a maneggiar la mestola o la pialla; lo compatisco. Ma l'ho anch'io la croce, l'ho avuta nello stesso dì che lui, e ne fo quel conto che si deve: essa è là nel fondo della mia vecchia valigia, e non la porto all'occhiello che una volta all'anno, quel giorno che sapete. Del resto poi, che cosa importa? Non voglion dir più niente adesso le decorazioni, sono un balocco di stagno dorato e niente di più: chi ci bada ormai?… Ma non è di questo che dobbiam parlare.

—Oh! signor Lorenzo, non mi tenga nell'angustia; dica pure quello che bisogna fare: soggiunse quasi piangendo la Teresa.

—Volevo dire che bisogna pensare ai fatti nostri, ripigliò. Voi siete una brava donna; ma di certe cose le donne non s'intendono nè si debbono intendere. Ora vel posso dir io, io che le ho raccolte e lette le poche carte di vostro marito, jer mattina insieme a Damiano, prima di consegnarle a quella ciera d'ospedale del signor impiegato venuto qui a frugar dappertutto, che mi faceva una stizza da non dire. Or bene, io supponeva…. io sperava che…. badate bene…. in coscienza, non avete più nulla. Già quel Vittore ha sempre avuto il suo cuor largo di soldato; ha creduto troppo alla probità degli uomini, all'onore, tutte belle cose, ma…

—Pover'uomo! disse la Teresa. Oh! se tutti fossero come lui….

—Come lui non ne troverete; ma è vero, per altro, ch'egli pensò poco al domani. Nelle sue carte che, per il meglio, ho voluto mostrare anche a un dottor di legge, mia vecchia conoscenza, abbiam trovato, in mezzo ad alcuni bollettini di guerre passate che non si vedranno mai più, certi conti, certe logore ricevute di foraggi e d'altri servigi al militare, ne' momenti che nei nostri paesi cominciò a far caldo: le son vecchie carte del 96 ch'egli ebbe dal vostro nonno, buon'anima, il quale, a quei dì, aveva anche lui terra al sole. Ed io l'ho conosciuto, sapete, vostro nonno, che potevo avere allora l'età vostra…. Ma! chi l'avrebbe detto che si doveva finir così?…

Contro il suo costume, il vecchio tenente cercava con le molte parole di far men doloroso agli amici suoi l'annunzio della povertà; e abbandonavasi così alle memorie del passato.

—Via, vada innanzi, signor Lorenzo, diceva con qualche impazienza
Damiano.

—Sì, sì! Allora, o giovine, aveva anch'io il fuoco nelle vene come voi; allora s'è fatto qualcosa… Dunque vostro padre, a quel che pare, non pensò mai a far valere quelle carte che forse gli potevan dare un migliaio di lire; adesso temo sieno buone per la pipa. E non può star che così; vorreste che costoro pagassero le spese di quegli altri?… Onde, per di qui, nulla a sperare. Qualche debituccio del resto, che salderò io; è il meno che possa fare per l'amico mio. Vi confesso che mi piange il cuore: son povero anch'io e non ci ho pensato mai; pure adesso, vedete, ne sento dolore e quasi vergogna. Oh! se avessi lo scrigno di quei musi matricolati che ho pur conosciuto e che ora non mi conoscono più, di que' volponi che gridavano più forte degli altri e fecero poi, come si dice, il san Giovanni dalle quattro faccie…. Ma io no! io e Vittore no! piuttosto mangiar pane con la muffa!… Non abbiam forse rosicchiato noi unghie di cavallo, là, in quella maledetta terra?

—La virtù costa lagrime e sangue: esclamò, come parlando fra sè,
Damiano.

—Povero padre mio! sospirava la Stella.

—Anche la vostra pensione, tornò a dire Lorenzo, anche quelle poche trecento lire all'anno, per la croce d'onore di vostro padre, son rasciutte; morto lui, non vi tocca più nulla. Che cosa fare dunque? Nessuno di voi ha pratica avviata, un'arte per le mani; voi, Teresa, e quest'angiolo della vostra tosa, lo so bene, cercaste finora di far gruzzolo col vostro lavorar di segreto; ma nell'ultima malattia di Vittore, tra medico, speziale e prete, v'han nette d'ogni cosa. Damiano sa il fatto suo e ha volontà; Celso è giovine, è un po' miserello, ma vuol studiare, e si farà; la buona gente non è tutta morta, e alcuno che vi soccorra, per Dio! lo troveremo. Ditemi un po', signora Teresa, non avete più nessun parente, nè vicino, nè lontano?

—Ho un vecchio cugino, figlio d'un fratello di mia madre, che tiene un grosso fondaco di drogherie, là dalla parte di piazza Fontana…. Ha fatto una fortuna, a quel che mi dicono, ed ha anche casa sua, qui in Milano. Non ha più moglie, ma sibbene un figliuolo.

—Benissimo! disse il vecchio soldato, se non hanno il cuore di stoppa….

—Ma sono anni e anni che non li vedo io, questi parenti. Loro son ricchi e non si sono mai dati a cercare di noi; il mio Vittore era povero, ma non usò mai piegar la testa a chi si sia, e non ha cercato di loro. Quel benedetto uomo non volle mai aver bisogno di nessuno.

—Lo dite a me? aggiunse Lorenzo. Credete non lo sappia io? E perchè restammo semplici soldati, lui ed io, fin quasi all'ultim'anno del grand'uomo? Perchè non avemmo mai bisogno di nessuno. E poi, era un tempo che il generale stringeva la mano all'ultimo soldato, come a un fratello… Ma pensiamo a voi adesso: sì, convien tentare qualche cosa presso a quel vostro parente….

—Signore Iddio! esclamò la vedova: non vorrà vedermi; se sapeste che uomo è!…

—Andremo insieme, mamma, soggiunse affettuosa la Stella; sento che avrò il cuor di parlargli io.

—Potete provare, disse Damiano; ma non basterà. Uno che per tanto tempo non volle sapere se fossimo vivi, potrà sentire a un tratto il consiglio della compassione, il bisogno di far del bene?… E poi, umiliarsi, pregare, sentirsi a dire delle parole che vi fanno guardar per terra, col rossore sul viso e pensieri d'inferno nel cuore!… Io per me…. Ma no, non date ascolto a me; noi dobbiamo fare, come tutti fanno, quando son poveri: abbassare il capo e tacere! Forse Dio ci terrà conto di questa difficile virtù!

—Non parlare così, Damiano, mio buon Damiano! lo interruppe la sorella: pensa che nostro padre ci ascolta ancora; e se tu non ne dai un po' di coraggio, che cosa faremo senza di te?

—Hai ragione, ripigliò il giovine, a cui d'improvviso balenò l'anima negli occhi. Noi staremo sempre uniti: ciascuno farà per tutti; la tua semplice e amorosa fede sarà quella che a me darà la virtù che mi manca. La risoluzione che bisogna pigliare dunque, la si pigli al più presto. Non abbiam più di che pagare la pigione di questa casa, per la quale ci voleva intera la pensione di nostro padre: cercheremo altro asilo; due camere sono bastanti per noi; la pace e la pazienza ce le faranno amare.

—Sentite, figliuoli, ripigliò, poichè stette alquanto sopra di sè, il buon tenente: se volete, possiamo far casa insieme; o venite voi a star con me o io con voi. Già sono alla stretta anch'io; fuor de la grama pensione della mia croce, e di un altro centinaio di lire che busco da un vitalizio fatto dieci anni fa, non ho niente al mondo. Io non posso lavorare, chè son troppo vecchio, ma quel ch'è mio è anche vostro.

—No, no, mai! disse con fermezza Damiano. Se verrà l'ora della necessità, voi sarete il nostro secondo padre; ma vivono tant'altri più poveri di noi; e noi, giovani e robusti, non volete che troviamo da vivere?

—Figliuolo animoso! lasciati abbracciare dal tuo vecchio amico.—Così, avvicinandosi a lui, Lorenzo lo serrò con grande affetto sul proprio cuore.

—Cercheremo casa, seguì Damiano, verso il centro della città: le pigioni sono un po' più care, è vero, ma s'è più alla portata per trovar lavoro. Io per me ho quasi compito gli studi del liceo, e alla fine dell'anno venturo, potrò mettermi a un impiego, a un'arte, a un mestiero qualunque. Intanto mi son già fatto raccomandare ad una brava persona che mi darà da fare come scritturale in un negozio. Voi vedete, signor Lorenzo, che non ho perduto tempo.

—E noi pure lavoreremo; non è vero, mamma? continuò la Stella, esprimendo col suo candido sorriso la verità che le parlava dal cuore. Io so ricamare, e quando saremo là, nella nuova casa, starò tutto il dì contenta al telajo; Damiano mi cercherà avventori, e avviato che sia il lavoro, non avremo più a domandar la carità di nessuno. A noi basta così poco….

—E io, disse alla sua volta la vedova, non conosco forse fior di persone, che ci potranno ajutare? Il signor rettore di San Celso, e il signor curato di San Calimero, per loro bontà, mi compatiscono, e si sono degnati di parlarmi le tante volte. Quelli son uomini, e hanno aderenza coi primi signori di Milano; e chi sa….

—Sì, sì, quel che volete, mamma; pure facciam di tutto per ajutarci da noi, come possiamo, che sarà ben meglio.

Così l'interruppe Damiano; il quale sapeva il debole della mamma, una gran riverenza ai preti e ai signori.

—Bravo! esclamò Lorenzo; così avrebbe parlato tuo padre.

Damiano crollò il capo; e di lì a poco, levandosi in piedi, si mosse per uscire.

—Ricordatevi sopra tutto del vostro compare, figliuoli: non è più che un vecchio ronzone condannato a tirar la barca; ma finchè avrà fiato, sarà sempre il vostro compare.

Ciò detto, il vecchio soldato si calcò il cappello sulle ciglia, prese la sua canna e borbottando fra sè, per nascondere un segreto accoramento di cui sentiva dispetto, se n'andò. Non aveva pianto l'altra volta ch'era uscito di quella casa, dopo aver veduto morire il suo ultimo fratello d'armi; ma allora, appena fu nella via, guardandosi indietro, si rasciugò gli occhi col rovescio della mano, e disse: È finita! non son più quello.—

Capitolo Quinto

Rintanato in uno studio a terreno, se ne stava il signor Domenico, antico negoziante di droghe e derrate coloniali, nell'ampio seggiolone di cuojo, appoggiate le gomita a un enorme registro impalcato sul suo scrittojo, dietro un baluardo di colli di mercanzie, di casse, di barili accatastati all'ingiro, e sepolto quasi sotto a' cumuli de' libri mastri, delle cartelle e vacchette d'ogni maniera che gli facevan muro da ogni parte.

Uno de' suoi scritturali, la penna appiccata sopra l'orecchio e gli occhiali rialzati a guisa di visiera sulla fronte, uscì del fondaco e attraversò il portichetto per annunziare al principale che due donne, l'una vecchia e l'altra giovine, le quali si dicevano sue parenti, domandavano il favore di parlargli.

—Chi sono? chiese il negoziante, senza levar gli occhi dal registro. E quando ne intese il nome:—Non ho parenti di questo nome, brontolò; non mi seccate.

—Pure…. arrischiò lo scrivano.

—Non mi seccate, ripetè lo stizzoso vecchio.

Ma in quella, venute innanzi le due donne, s'udì la voce della signora Teresa:—Scusi, signor Domenico, scusi un poco, se mi fo cuore di venire così; ma spero che tra parenti….

—Chi è?… disse il negoziante; e il capo ricoperto d'uno spelato berretto di felpa verde sporse fuor dalla trincea de' suoi libri mastri.

—Sono io, sono la Teresa, moglie del cavalier Vittore…. Non si ricorda, signor Domenico? siamo cugini: la mia povera mamma era sorella del suo signor padre.

—Um!… grugnì il vecchio.

La Teresa sentiva stringersi il cuore; e la Stella non aveva quasi osato levar gli occhi, poichè l'accoglienza di quell'uomo, che mettevasi, quasi che lei e sua madre non fossero là, a brontolar co' suoi fattorini, i quali andavano e venivano; e più di tutto una specie di rantolo continuo con cui ajutava lo stentato e rabbioso suo respirare, le facevano ribrezzo, anzi paura.

Nondimeno, quand'egli, veggendo che non volevano andarsene così subito, si volse loro a domandar brusco che cosa avessero a dirgli, le due donne si fecero più vicine; e un po' l'una, un po' l'altra, seppero trovar la via di raccontargli la loro disgrazia, e di ripetergli che avevano pensato di ricorrere a lui, come al solo parente che avessero. Una volta in cammino, la Teresa non finì di dire così presto; parlò del suo Vittore, morto da un mese; dell'ultima penosa malattia di lui, per cui s'eran consunti i loro risparmi; della necessità in cui si trovavano di cercar lavoro per vivere, e della risoluzione di lasciar la casa di Quadronno, la cui pigione era soverchia per loro, e di venirne invece a stare in quella parte della città, se loro venisse fatto di avere, con una scarsa pigione, nel contorno, un paio di camere al terzo o al quarto piano. E conchiuse:—Signor Domenico, siamo figliuoli di fratello e sorella; ci ajuti lei dove può; o ci dica almeno che cosa dobbiamo fare?

—Eh! eh! eh! rispose con una secca tosserella il negoziante, senza punto scomporsi: Saremo cugini, come vuol lei, ma posso dire che non ci siamo mai conosciuti; certo è un vent'anni buoni che non ho avuto l'onore di vedere il suo signor cavaliere, che…. a quel che m'è stato detto…. io non so niente…. fu sempre una testa matta e pericolosa. Dunque, che cosa mai vuole ch'io faccia?…

E seguitando lentamente ad ansare, diceva che la loro parentela era di quelle che non portano con sè alcun dovere; che moltissimo gl'incresceva la condizione della famiglia, e che sentiva tutta la volontà di far qualche cosa per loro, se lo avesse potuto. E qui, pensato un poco e tentennato il capo, soggiungeva com'egli pure avesse un figliuolo al quale, volendo dargli un nome e uno stato, doveva buttar dietro tesori; come si trovasse in un mar d'impicci e dovesse pensare a' casi suoi; nè lasciava di dir loro che, per altro, avevano fatto egregiamente a non parlar di lui coi signori del tribunale, come dell'unico parente che avessero, poichè egli non si sarebbe indotto mai ad esser nè tutore nè contutore, nè altro, in riguardo a loro. E quasi ciò non bastasse, continuò che il commercio è un abisso, sull'orlo del quale non bisogna camminare con gli occhi chiusi; egli poi, quantunque dicessero le male lingue il contrario, era un pover uomo; in quel momento più che mai si trovava imbarcato in rischiose mercantili spedizioni; i fallimenti fioccavano da tutte le parti; nella mattina appunto eragli venuto avviso di quello d'un suo corrispondente di Marsiglia; e da tutto ciò conchiudeva di non poter propriamente fare per loro quello che avrebbe voluto.

Ben si può imaginare come stillassero queste fredde e avare parole del vecchio nel cuor della Teresa e della Stella. Nondimeno, la vedova, quando non continuasse un pezzo ancora con quel su e giù di ma, di che, di siccome, che a lei serravano il cuore, a lui la strozza, s'affrettò a cucir insieme qualche scusa, e a dire che non bramava altro se non d'essere indirizzata a qualche onesta persona della vicinanza, che loro potesse appigionare a buon mercato quelle poche stanze di cui s'erano già messe alla ricerca. Allora il vecchio parente, veggendo come gli fosse dato trarsi d'impaccio con poco, fece un mar di promesse: avrebbe domandato, detto, parlato e che so io. Poi si pentì, entrandogli il pensiero non avessero con quel pretesto a tornare; ond'è che di tal modo conchiuse:—Aspettino: ho appunto il caso loro. Conosco il signor Pietro, subaffittuale di parecchie case nel contorno; le mando a lui, e son persuaso che si accomoderanno. Ehi, signor Dazio?…

Lo scritturale che si era lasciato veder poco prima, colla penna appiccata all'orecchio e gli occhiali sulle gobbe della fronte, tornò a far capolino dall'uscio dello studio.

—Ehi! conducete questa signora, dissegli il principale, dal signor Pietro, a nome mio, e ditegli che faccia per lei quello che può. Del resto, mi dispiace proprio, signora Teresa (e si tolse dal cucuzzolo pelato il pelato berretto) ma è inutile che si dia l'incomodo di tornar qui; i miei negozj mi tengono dì e notte occupato, e non ho tempo nè denari da buttar via, io; sono un pover'uomo io…. Servitore umilissimo.

La madre e la figliuola se n'andarono senza proferir parola, più malinconiche assai che non fossero venute. E sendo già in via, non lasciarono di visitar le povere stanze che il signor Pietro in persona, quando seppe ch'erano una raccomandazione del ricco droghiere, volle loro far vedere, magnificandole come una reggia. La mattina seguente vi tornò la vedova con Damiano; le due camere al quarto piano eran vuote; e il padrone della casa in via di Quadronno, benchè fosse di poco passata la Pasqua, lasciava più che volentieri i suoi affittuali in libertà d'andarsene, comechè il pensiero di perder la mezza pigione, non ancora pagata, gli facesse gelare il sangue.

Ben presto dunque s'acconciarono col nuovo locatore, il quale, a mero riguardo del signor Domenico, si tenne contento, per il fitto, di cencinquanta lire all'anno. Col ricavo della suppellettile di sopravanzo venduta a un arcigno rigattiere, il quale teneva bottega sul terraggio di San Celso, pagarono il semestre anticipato, e pochi dì appresso, la povera e onesta famiglia dell'antico velite s'era così allocata nella sua novella abitazione. Assai triste, la Teresa e la figliuola abbandonarono la solitaria casa, dove avevano passato tanti anni che lor parevano in quel momento anche troppo felici; dove lasciavano tante piccole memorie, tante speranze ancor vive. Le donne semplici e casalinghe, come la Teresa, attaccano, direi quasi, una parte della lor vita alle care pareti, alle note finestre, a quegli arredi che mai non mutaron luogo, che furono testimonio de' loro giorni oscuri ed ugnali; altrove, non trovano più l'aria che prima respiravano, nè quel sole, nè quell'angolo del cielo che conoscevano, che amavano tanto.

Le due stanze erano al più alto piano d'un lungo casamento che guarda sulla piazza Fontana, e dove cento famiglie del popolo, le quali vanno, vengono, e s'alternano di continuo a brevi spazii di tempo, nascondono la povertà e la fatica, il bisogno e il vizio. Nessuno aveva posto mente a' nuovi vicini di casa; e intanto le due donne, con quel naturale senso d'ordine e d'economia, che alle anime contente del poco tempera il patimento nei giorni stessi dell'avversità e dona non so quale altezza nella mala fortuna, trovarono il segreto di dare all'angusto loro quartiere un aspetto di grata mondezza e semplicità. E l'una e l'altra delle stanze avevano un uscio e una finestrina inferriata che davan sul lungo ballatojo esterno, dalla parte d'un cortilaccio; dall'altro lato, in ciascuna stanza, una finestra più grande, mal difesa da imposte vetriate, s'apriva sulla pubblica via. Nella prima, più angusta, non si vedevano che due letti, uno a rincontro dell'altro, ne' due angoli a manca dell'entrata; là stavano Damiano e suo fratello. La seconda stanza, un poco più capace, aveva nel fondo un'alcova, e di fronte a questa un cammino sporgente collo stretto e alto focolare, come tutti i cammini de' poveri. Sotto la finestra, verso il cortile, era un fornellino; accanto all'altra, che guardava la via, si vedevano sempre al luogo stesso, un tavolino e il telajo di Stella, ben forniti di biancherie diverse e di lavori d'ago o di spola: in quel cantuccio madre e figlia passavano l'intera giornata. Nell'alcova era collocato il letto della Teresa; quello di Stella, più piccolo e basso, nell'altro cantuccio, dietro una bianca tendina di percallo a drappelloni che, durante il giorno, lo copriva alla vista di chi venisse.

Non era passato che poco più d'un mese; ma in quel breve correr di giorni, le due donne, senza perder tempo, procacciatasi la clientela d'una buona mercantessa di mode della vicina piazza del Duomo, e sperando che questa n'avesse a tirar con sè qualche altra, vedevano di poter vivere senza stancare la carità altrui. Così, a poco a poco, si misero animose a quell'assidua e non conosciuta fatica delle povere madri e figliuole del popolo, la quale sostenta a un tempo e miete le vite di tante creature, che passano senza domandar ragione del loro destino.

Capitolo Sesto

Damiano che, non tocchi ancora i vent'anni, la bell'età del coraggio e della speranza, si sentiva già padrone del proprio cuore, e guardava con occhio serio e mesto la vita, aveva anch'esso obbedito con gioja alle ultime raccomandazioni del padre. Amava tanto sua madre e sua sorella, che la voce dell'amore era per lui la voce del dovere.

Ma sebbene, nell'ardita confidenza d'un'anima piena di pensieri e tuttora inesperta, egli avesse giurato in cuor suo di riuscire ben presto a qualche cosa, per sè e per i suoi; nondimeno, le incertezze del suo stato, le prime angustie sopravvenute, le stesse speranze che, disegnandosi a poco a poco quali sono veramente, e facendosi più vive e più necessarie, stancano e logorano anche gli anni d'una pensosa giovinezza; infine quel dover ricominciare ogni dì una nascosta battaglia con sè medesimo e con le cose che lo circondavano, e sentirsi cader le braccia, e trovarsi sempre al principio della via; tutto ciò aveva desto in lui il primo tormento del dubbio, una precoce malinconia che facevagli troppo spesso presagire il male, cercar la solitudine e provare il bisogno delle gravi meditazioni: per soffocare così quel germe dell'ira che gli rampollava già nell'intimo del cuore, per tenere da forte la sua promessa, senza maledir gli uomini e la vita.

Egli aveva da natura sortito una bell'anima, una mente libera e franca. Fin da fanciullo, nudrito delle forti e franche parole paterne, cominciò ad amare quanto di bello e di grande gli sfavillava all'intelletto o al cuore. I semplici e maravigliosi racconti del padre e del signor Lorenzo, suo compare, quegli eroici fatti in cui i due vecchi soldati avevano avuta non l'ultima parte; quelle storie di pericoli, di battaglie, di trionfi, quel rapido mutarsi di genti e di cose, al quale non poteva tener dietro la sua tenera immaginativa, gli suscitavano prima di tutto pensieri di grandezza, di gloria, d'onore; e s'era figurato che l'uomo, se lo vuole, è sempre l'arbitro del proprio avvenire. Abbandonavasi alla spensierata fiducia dell'adolescente; il quale desidera, folleggia e sogna, trovandosi come nel mezzo di lieto giardino, dove fanno capo tutti i sentieri della vita; e non sa per quale mettersi, chè tutti del pari gli sembran facili e brevi; ma crede che per qualunque s'avvii, toccherà ben presto un alto e onorato fine.

È vero ch'egli era stato, per pochi anni un fanciullo. A dodici anni, non più audace e avventato come prima, s'avvezzò a pensare che cosa avrebbe fatto quando fosse divenuto uomo; e cominciò a mostrar nell'indole e nel costume una intempestiva serietà, un modesto riserbo, che rado s'incontrano in chi fin da principio non si senta capace di qualcosa di bene. A quella età, come volle il padre, andò alle scuole pubbliche del ginnasio; e in mezzo alle numerose, irrequiete bande degli scolari s'era messo in pensiero d'indovinare in piccolo quel che sia, press'a poco, il mondo veduto in grande. Fra il sommesso cinguettìo nelle panche della scuola e l'insolente rombazzo che si menava ne' cortili all'ora del riposo, seppe di per sè discernere le piccole gare, le amicizie, i rancori; trovò anime tranquille, solitarie, e cuori già pieni di malevolenza e di fiele; vide gl'intrighi de' mediocri, la sfacciatezza de' cattivi, tutti i buoni e i mali affetti che già si urtano e si rimescolano fra loro. E si diede a pensare che tale doveva essere il mondo, ove si fanno continua guerra l'amore e l'odio, la virtù e il vizio.

Così, a quel tempo, ebbe pochi amici anche tra i compagni della scuola; ma con que' pochi s'era legato di fraterno amore: e nell'ore che gli avanzavano libere, massime le domeniche e i giovedì, soleva raccogliersi coll'uno o coll'altro, rifacendo gli studj in comune, leggendo insieme, e con gran gioja, i pochi libri che potevan trovare; ricopiando o mettendo a memoria le più belle pagine de' nostri poeti che loro cadevano fra mano, e de' quali, senza ch'altri ne li facesse accorti, sentivano il misterioso incanto. Allora esultavano, piangevano, parlavano a lungo insieme i poveri e buoni giovinetti; le loro candide e serene fantasie aprivano il volo nel paradiso della poesia; e il divino aspetto della bellezza rifletteva anche in essi il suo raggio creatore. Essi non sapevano allora; ma, pur troppo, l'avvenire non doveva avere per loro, come non ha per nessuno, de' momenti più sublimi, delle inspirazioni più care di quelle!

Fu appunto allora che Damiano prese a voler bene, sopra tutti i compagni, a un giovinetto di poco maggiore di lui, figliuolo d'un pittore; e ben sovente, appena il potesse, passava di lunghe ore in casa di quest'amico suo. Il pittore, di cui parlo, abitava, come tant'altra brava gente, a un quinto piano; non era un genio, ma conosceva l'arte sua; le aveva posto amore, nè mai s'era indotto, appunto per l'amore che le portava, a farne vile mercato. Per ciò era povero.

Nello studio dell'onesto e ignoto artista, il giovin Damiano sentì in quel tempo un forte turbamento, soave insieme e penoso, inesprimibile, non provato mai; era quell'incerto desiderio di bellezza e di virtù che aveva circondato fino allora gli anni suoi e che cominciava a prendere sembianza e parola. Non sapeva staccarsi dal cavalletto del suo buono amico, il signor Costanzo, che così chiamavasi il pittore; e mentre questi, silenzioso, stava dipingendo una testa della Madonna per qualche chiesa di campagna, ovvero uno di que' ritratti dei defunti benefattori dell'Ospedal Maggiore, che fanno l'aspettativa de' nostri umili artisti, il giovinetto gli si teneva a' fianchi, riguardandolo; e quando gli chiedeva il segreto di rimpastare i colori sulla tavolozza; e quando, trafugata una listerella di matita e un frammento di cartone, cheto cheto rincantucciavasi dietro il cavalletto, per ritrarre a suo modo alcuno di quei busti di gesso tolti dall'antico che fregiavano qua e colà le pareti dello studio. E il pittore lo lasciava fare. Venutigli però sott'occhio quegl'ingenui abbozzi, primi tentativi della mano fanciullesca, maravigliava scoprendo da certa nettezza de' tratti, da certa armonia de' contorni, la naturale inclinazione del giovine all'arte sublime, figlia prediletta del cielo italiano.

Pertanto, innamorato com'era di quest'arte, il pittore prese ad iniziar Damiano nel disegno. Era una festa per il giovinetto alunno l'accorrere sempre a lui nell'ore libere, e studiarsi di rispondere alle cure del brav'uomo: il quale, in breve, si addiede che in quel tenero cuore era già viva la favilla animatrice del genio. Ma, avvilito dall'oscurità sua, abbandonato nella sua soffitta, e di continuo alle prese col bisogno, il pittore provò insieme a codesta gioja un dolore, uno sconforto; e pensando a quell'anima verginale che voleva anch'essa innalzarsi nel cielo della creazione, tornava sul proprio passato. Meditata la propria sorte, temè che, addirizzando il giovinetto su quel cammino non avrebbe forse fatto che un infelice di più. Pure, alcun tempo di poi, stimò bene di conferirne col padre di Damiano; se non che al vecchio Vittore la proposta del brav'uomo di avviare nella pittura il figliuolo sembrò una mattezza: egli viveva persuaso che il regno delle scienze e delle arti era finito, se non da per tutto, qui da noi, con Napoleone. E pensando meglio per il figliuol suo che diventasse ragioniere, sensale, agente di cambio o qualcosa di somigliante, anzichè povero sapiente, od oscuro artista, non volle acconsentire che entrasse alle scuole dell'Accademia; risoluto invece che, finito lo studio del liceo come tutti gli altri, si dovesse mettere per altra via più battuta e piana, non volle sentir altro discorso di pittura nè di poesia.

Nondimeno, continuò Damiano in segreto a visitar la soffitta del suo maestro e amico. Quel primo amor dell'arte crebbe in lui ogni dì, e divenne a poco a poco il suo sospiro, il suo segreto. Vegliava le notti, disegnando al lume d'una lucernetta; o s'alzava coll'alba, per consacrar le prime ore del giorno alla sua misteriosa fatica, dando viva forma a' sogni dell'anima giovanile, dimenticando in quell'ore ogni altra cosa. Ma sopravenne una improvvisa sciagura che ruppe la sua prima affezione; una di quelle sciagure che lasciano nella vita d'un giovine tale impronta che spesso non si cancella più. La morte venne a rapirgli il suo unico e fedele compagno, il figliuolo del pittore Costanzo. Questo caso lo gittò in una profonda tristezza; e parecchi mesi passarono, senza che più pensasse ad appartarsi nella sua terrena cameretta per disegnare e schizzar sugli sparsi foglietti, come soleva, aeree figure e fantastici gruppi; o per rileggere qualche pagina di Virgilio o di Dante, dell'Ariosto o del Tasso, ch'eran tutta la sua biblioteca.

Nel suo dolore, quasi che l'anima gli si fosse oscurata per sempre, aveva fatto il voto di sagrificare al perduto compagno il più caro sogno de' pensieri. Non disegnava più, e ben di rado lasciavasi vedere in casa del vecchio pittore; il quale dal canto suo era inconsolabile d'aver perduto non uno, ma due figliuoli in una volta. In quell'intervallo, rinacque ardente in Damiano il desiderio degli studj i più severi. Fu l'anno prima che seguisse la morte del suo povero padre, quando cominciò a frequentare il liceo pubblico; e la nuova parola della scienza l'aveva riscosso profondamente. Studiò assiduo per molti mesi, non senza grave timore ne' suoi che potesse cadere ammalato. Egli credeva e amava, aveva cominciato a vagheggiar la verità sotto le splendide forme del bello; e ben presto s'avvide che la sua mente non era fatta per tener dietro al volo della scienza; e si sentì svilito, spaventato quasi dall'immenso mistero dell'umanità e dell'universo a cui per la prima volta affacciavasi. Si trovò come perduto in una landa nebbiosa, interminata, ove facesse cammino senza sapere se il sole gli fosse dinanzi, o dietro le spalle. Ma quantunque così giovine, così inesperto ancora, la vita gli parve ben più difficile che dapprincipio non avesse creduto.

Egli vide intorno a sè moltissimi a lui pari d'età, compagni di patria e di studii, che avrebbe voluto salutare, amare, più che condiscepoli, fratelli; alcuni d'illustre casato, molti agiati o ricchi abbastanza per non temer del futuro; la più gran parte di condizione eguale o poco migliore della sua; moltissimi non curanti o fastiditi; indifferenti e scapati gli altri; pochi volonterosi di cercar nello insegnamento del passato un tesoro di virtù per l'avvenire, d'apparecchiar la mente e la coscienza alla dura prova della vita, di poter dire con giustizia a' loro padri, alle madri, ai fratelli, quando tornassero in mezzo di essi: Anch'io sono un uomo, e son qui con voi e per voi! Que' giovani di cui Damiano domandava l'amicizia, o cercava qualche volta la compagnia, lo guardavano appena, pigliavansi giuoco di lui, delle sue pedantesche riflessioni, della sua malinconia; ridevano della sua povertà. Lasciavano che solo si dilungasse lungo il muro della via con qualche libro sotto il braccio, mentr'essi, zufolando un'arietta, n'andavano a gironi col cigarro in bocca e il cappello di traverso, ovvero fermavansi all'entrata del botteghino di caffè a ciarlar delle prime loro conquiste, della ballerina, della piccola crestaja, o della saltatrice de' cavalli. E Damiano camminava verso casa sua, a capo chino e col cuor ferito; gli fuggivano dal pensiero i poetici sogni dell'arte che ancora amava in segreto, e diceva: Non sarò mai nulla!… Alla svolta della via di Quadronno, tornavangli in cuore padre, madre e sorella; ma non gli tornava il coraggio. Pensava al poco che sapea della vita; e ogni suo pensiero incerto e torbido pareva domandargli il perchè fosse nato, qual fosse la invisibile catena che l'univa alla famiglia, agli uomini del suo paese, agli uomini di tutto il mondo; ma invano cercava che cosa rispondere. Tutto ciò che gli era stato insegnato gli aveva piena la mente d'aride o slegate cognizioni; già il suo cuore spontaneo, ardente, era divenuto sospettoso e freddo; parevagli quasi che tutto d'intorno a lui cominciasse a sfasciarsi, a cadere; la filosofia, la storia, cose morte; la virtù, non altro che una dolorosa necessità d'aver pace con sè medesimo.

Così, nella prima giovinezza, Damiano aveva anch'egli sentito, e senza quasi saperlo, l'influsso della funesta malattia del secolo, il tormento del dubbio. E per questo, nell'ora più difficile del viver suo, in quella notte che passò presso al letto di morte di suo padre, la sua fronte s'era curvata sotto il peso d'amarissimi pensieri, e l'animo suo fu prostrato dall'idea che la famiglia ormai non aveva altro conforto e ajuto che lui solo; lui, che non trovava nè conforto ne ajuto per sè.

Ma nel momento solenne della disgrazia, quando appunto l'anime tetre par che trovino una voluttà nel disperare e maledire, le anime semplici, sentono invece rinascere le pure e grandi forze della vita. Il cuore di Damiano fu agitato dal profondo; una virtù nuova, l'energia del vero dolore, gli diè come un'altra vita. Egli ebbe in quell'ora, per così dire, la rivelazione, la coscienza di sè. Tanto è vero che, nelle maggiori necessità, l'uomo sente la pienezza della propria vita, e, direi quasi, l'orgoglio del dolore.

Renduti al padre gli ultimi ufficj d'amore sulla terra, detto addio alle giovenili fantasie, e rivolto uno sguardo pacato al futuro, Damiano aveva veduta chiara, a sè dinanzi, la ragione del suo dovere; allora conobbe che cosa gli restasse a fare, e seppe la propria sorte. L'insofferenza di sè, l'incertezza d'una vocazione, la noja della fatica che avvelena le dolcezze dello studio e turba i nostri anni migliori, anche lo sdegno dell'opinione e dei fatti altrui, tutte le tempeste d'un cuor giovine e piagato, furono sopite in lui da quel giorno. Il sentimento dell'impotenza, il rossore e la cupa rassegnazione della povertà avevano ceduto il luogo a forti, leali affetti; l'avvenire gli prometteva consolazioni e premio; ed egli ricominciò con gioja a vivere. Il dolore del padre perduto durò nel cuor suo; ed egli tenne quasi un sacro tesoro; fu quel dolore utile e giusto che insegna, non a disperare, ma a combattere. Da quell'ora, gli rinacque l'amor dell'arte nella quale aveva fatto i primi passi; da quell'ora tornò agli studii prediletti, ai cari volumi che gli avevano insegnato l'eterna bellezza del pensiero; e disse a sè medesimo:—Il poco che potrò fare, non deve andar perduto; consacrerò la mia fatica a coloro che d'altro non ponno vivere che dell'amor mio; e il loro amore e la coscienza d'averlo meritato mi compenseranno!

Con questa libera e forte persuasione, egli aveva continuato di buon cuore a frequentar le scuole dei liceo, affinchè non gli venisse a mancare, al caso, quel primo scalino a qualche oscuro e poco ambito impiego. Intanto, ritornava, sempre più spesso, alla casa del suo vecchio amico, il pittore Costanzo; il quale, benevolo e generoso nella sua oscurità più che tant'altri in mezzo alla superba fortuna, si profferse volentieri di ravviarlo nella pittura, come meglio avrebbe saputo. Damiano vedeva l'incertezza della riuscita, e pur non sapeva rinunziare a quella cara tentazione.—Finirò questi due anni di studio, diceva fra sè, e poi… O l'arte ch'io amo, o qualunque altro più umile mestiero, a cui mi metterò con coraggio, mi darà pane. E chi sa che la vita non possa ancora esser lieta e bella, per me e per questi cari che fan viaggio con me sulla terra! Penso infine che tanti sono più disgraziati di noi, e pur vivono e debbono vivere…. E poi, siamo in un tempo che anche il povero ha una voce grande e forte, una voce che comincia a farsi sentire per tutto. Si può dir quanto si vuole—finiva—ma la giustizia è una, e quel ch'è vero è vero!

Il nostro Damiano la pensava così. E già da qualche mesi, da che la famiglia stava nel nuovo quartiere, continuava con alacre animo quella vita tutta di studio e di lavoro. Già dal principio, il suo vecchio compare, il signor Lorenzo, che non s'era dimenticato di lui, datosi attorno, aveva potuto non inutilmente raccomandarlo a un mercante di pannine della Pescheria Vecchia; uomo dabbene, che assentì a prenderlo presso di sè come scritturale, per mettergli in netto i libri di negozio e tenergli il carteggio. Questa briga, un poco tediosa, costava a Damiano tre ore ogni sera; ma gli profittava dugent'ottanta lire l'anno, che per lui, nella presente strettezza, non eran poche: bastavano per la pigione di casa, e gliene avanzavano per la misurata spesa del suo vestire, ch'era umile sì, ma decente e ben fatto alla persona; onde l'aspetto suo aveva non so che di simpatico e di gentile.

Tornato a casa la sera, egli soleva leggere o scrivere per sè, fino a notte ben tarda; poi, dormito un sonno di poche ore, levavasi col mattino, per correre allo studio del pittore Costanzo; il quale l'amava ogni giorno di più, dandogli anche tutto quell'affetto che già portava al figliuolo a lui tolto dal cielo. Di là, al batter dell'ora, s'affrettava di correr al liceo per non mancare alle lezioni; nè curando più la sbrigliata scolaresca si teneva in disparte, tutto raccolto in sè, e volonteroso di penetrare i segreti della scienza, che la monotona voce del professore non riusciva a spiegargli. Dipoi, non vedeva l'ora d'essere a casa; e arrivato al suo quarto piano, un bacio alla madre, il sorriso, il saluto della Stella, la quale, smettendo dal cucir di bianco o dal ricamare al telajo, ajutava la madre nell'ammannire la scarsa minestra e qualche avanzo di carne lessa, che neppur sempre compariva sul povero desco; e più di tutto, l'aspetto di quella pace casalinga, di quella rassegnazione nella disgrazia; e poter riposare gli occhi in volti conosciuti e cari; e dall'un canto il suo pulito letto rifatto, e il tavolino col picciol mucchio de' suoi libri, e l'aperta finestra che lasciava entrare il bel sole del mezzogiorno, gli racconsolavano il cuore, gli rallegravano la mente con idee conciliatrici d'amore e di virtù; e si sentiva più forte e migliore.

Le due donne stavano sempre in casa, lavoravano sino a notte, e di solito non vedevano anima viva. Unica loro compagnia era l'antico tenente, che lasciavasi vedere due o tre volte la settimana, e godeva nelle lunghe sere raccontar le cose de' tempi suoi alla Stella o al giovinetto Celso. Poichè, quantunque avesse una predilezione per Damiano, il buon soldato voleva bene anche all'altro suo figlioccio; anzi andava da un pezzo ruminando che mai se ne sarebbe potuto fare, senza trovar cosa che gli piacesse. Ma la madre ci pensava più di lui; ed una sera, fra le altre, in uno di que' lunghi silenzii che sembrano mettere, fra poche persone raccolte, un'aria di mestizia e quasi di sospetto, la buona vedova si fe' coraggio, ed uscì a dire:—Non sa, signor Lorenzo? Il mio Celso vuol proprio andare a prete; è una vocazione che ha da un pezzo; e per me la tengo una vera grazia del Signore!

Strabiliò il vecchio cisalpino; fece una smorfia, come per mandar giù una bestemmia che gli era venuta sulla lingua, e guardò in faccia il figliuolo. Il quale arrossì, chinò timidamente il capo e non seppe dir nulla.

Damiano, quella sera, non era ancora tornato a casa, di modo che il discorso cadde. Ma prima d'andarsene, il signor Lorenzo, volgendosi a salutare la vedova, le aveva detto un po' brusco:—In quanto al vostro figliuolo, se vuol proprio fare il prete, che lo faccia; può ben essere un prete galantuomo. Ma per me, non mi cercate nè pareri, nè altro; lasciatemi pur fuori da questa faccenda, chè non c'entro io.—E si partì, senza aspettar Damiano, come di solito faceva.

Celso aveva allora diecisette anni; ma essendo stato da piccino gracile e infermiccio, era cresciuto meschino di membra, sicchè ne mostrava quindici appena. Venne al mondo in un anno di tristezza e di sventura per la Teresa, e del quale tanto lei che Vittore non parlavano che colle lagrime agli occhi; nell'anno che vide la rovina di Napoleone, e il rimpasto del passato. Vittore si teneva caro Damiano, il suo primogenito, sopra gli altri due; e soleva dire che quello era nato almeno nel suo miglior tempo, quando c'era ancora un'Italia. La buona Teresa in vece non poteva di queste ragioni far misura al suo affetto; e compensava anzi il suo secondo figliuolo, quel poverino travagliato e gramo, con più viva sollecitudine, con quella specie d'amorosa gelosia, onde non son commosse che le viscere d'una madre.

A dieci anni, il fanciullo infermò di lenta febbre; e inchiodato nel suo letto, per molti mesi tra la vita e la morte, non aveva avuto altro medico, altro angiolo salvatore che l'amor di sua madre. La semplice e pia donna, in mezzo all'angoscia, vedendo languire limato dalla consunzione quel suo caro, come povera pianticella a cui manchi il succo della vita e la luce del sole, non dubitò di far nel suo cuore un voto, che se dal Signore le fosse restituito il figliuolo, avrebbe fatto quant'era possibile per consacrarlo al suo santo servigio. Poteva essere un voto temerario, un voto inutile; ma in vece parve un'inspirazione di lassù. Poichè il fanciullo, riavutosi quasi miracolosamente, dimostrò col crescer dell'età un'indole quieta, composta a religiosi pensieri; e da sè, senza che ne lo consigliasse la madre, correva di nascosto quasi ogni dì alla chiesa del santo di cui portava il nome; amava poi, sopra ogni cosa, le belle funzioni delle domeniche e delle solenni feste della Madonna; ed era ritirato, studioso, esemplare, tanto che la sua timidità e il suo silenzio avevan fatto più d'una volta perder la flemma al vecchio Vittore, che non gli pareva di vedere in lui un suo figliuolo. Il giovinetto non aveva osato aprirsi con alcuno de' suoi; ma ben lo seppe indovinare la madre: quantunque, timida com'era anche lei, n'esultasse e tremasse ad un tempo. Cosicchè, finch'ebbe vivo il marito, temendo il rifiuto o il dispetto di lui, che aveva messo sopra i figliuoli tutt'altre intenzioni, non trovò mai un po' di coraggio per parlargli della vocazione di Celso.

Morto il vecchio soldato, la vedova s'era consigliata col proprio confessore, e gli aveva condotto il figliuolo, che finalmente disse la propria volontà di vestir l'abito chericale; aggiungendo che, al letto di morte di suo padre, gli era sembrato d'udire un'altra volta la voce del cielo che lo chiamava. La mamma Teresa ne pianse di contentezza, ringraziando Dio che le mandasse quella consolazione; e il prete, vedendo le buone disposizioni del giovinetto, trovò savio e giusto che si avesse a pensare, senza por tempo in mezzo, al suo avvenire; di più, promise di raccomandarlo affinchè ottenesse presto qualche piccolo beneficio, con cui, avute prima le superiori licenze, continuar gli studii ed entrar nel seminario senz'altri sagrifizii della famiglia. La stessa mattina la madre aveva parlato della cosa con Damiano; il quale, sebben vedesse più volentieri che il fratello per alcun tempo maturasse una deliberazione così grave, pure non seppe contraddire all'ardente voto di lui e a quello più ardente della madre; e anzi profferse i suoi tenui risparmi, fatti in que' pochi mesi, per le prime spese che fossero necessarie. Ed avevano anche posta qualche speranza nel compare Lorenzo; ma udite le brusche parole di lui, appena venne a sapere che al suo figlioccio volevan mettere il collar da prete, non entrarono più in tale argomento.

Capitolo settimo.

—L'Illustrissimo è alzato?

—Non si sa.

—Sarà visibile stamattina l'Illustrissimo?

—Non si sa.

—Il capo credenziere domanda a che ora si ha da tener pronta la colezione dell'Illustrissimo?

—Non si sa.

Nella lunga e tetra galleria d'un palazzo che portava un nome antico quasi come quello del nostro antico Milano, così domandava, con umiltà spagnolesca, un servitore in livrea gallonata su tutte le costure; e così a lui rispondeva, con serietà spartana, un cameriere vestito di nero, passeggiando su e giù col sussiego d'un ministro.

Il servitore s'inchinò, e senza risicare una sillaba di più, ripassò il vestibolo che precedeva la galleria e rientrò nella vasta anticamera; dove forse una diecina d'altri servitori stavano qua e là sparsi; quale sdrajato e dormiglioso già di mezza mattina, sopra una delle stemmate cassapanche; quale camminando innanzi e indietro per lo stanzone, colle mani sotto le falde delle livrea; altri discorrendola con burbanza fra di loro, come avvocati in conferenza, o lasciando a ogni poco scappar di bocca grasse risa e parolacce; alcuni poi aggruppati presso il loggiato del cortile, giuocando a tavola sopra un bisunto scacchiere; nè mancava quello che, togliendosi fuori l'una dopo l'altra dalle tasche della giubba non so che fette di prosciutto, sbocconcellava sbadatamente in disparte.

La campana maggiore del Duomo, a cui facevano eco tutte l'altre di Milano, annunziava il mezzogiorno; e l'Illustrissimo, usurpata un'ora al sonno, però che quella era mattina di ricevimento, rimosse la cortina azzurra del suo letto; e sporgendo una mano dal capezzale, tirò il cordone di seta.

Un omicciattolo corputo, tarchiato, volgare all'aspetto e al portamento, entrò subito nella camera del suo signore. Era il suo cameriere, e più che servo, consigliero e amico; il solo della casa che avesse licenza di penetrare negl'intimi appartamenti del padrone; e sapeva tenerlo codesto suo privilegio: era, se volete, il Mefistofele dell'Illustrissimo.

Appena entrato, costui aperse con cautela la finestra, socchiudendo però le gelosie, e calando le tende di seta, perchè la luce troppo viva non ferisse gli occhi del padrone; poi s'avvicinò al letto; e senza dir motto, versata da un nero fiaschetto in una tazza dal labbro dorato non so che mistura biancastra, la porse al suo signore. Levatosi a sedere, torcendo la bocca e il naso, egli la trangugiò; e borbottava al servo:—Quando finirà, briccone, questa tua maledetta bottiglia?

—L'aveva detto io, rispose colui a mezza voce, con uno sghigno che il rese più brutto; l'aveva detto che certe cose costan care a lor signori, come a noi poveri diavoli, eh! eh!

—Pazienza! disse il signore, ma guai a te, se questa sciatica non finisce presto!

Il servo rise ancora d'un riso più strano, ma non rispose altro. Ponendo appiè del padiglione su d'una seggiola a bracciuoli, le vesti del padrone in una cesta coperta di broccato, gli diè braccio a scendere del letto, lo ajutò a sedere, a vestirsi di sotto, a calzar le trapunte pianelle; poi, indossata che gli ebbe una morbida veste da camera, corse ad aprire la porta; e l'Illustrissimo trascinossi nel gabinetto vicino.

Quel gabinetto, adorno di specchi, di dorature, di bronzi scolpiti, di candelabri e di mille novità della moda, racchiudeva quanto il lusso, il comodo e l'eleganza ponno desiderare. Sulla pettiniera rivestita d'una copertina di merletto antico, una miriade di vaselli, tazze, boccette di cristallo, d'argento e d'oro, con essenze e manteche portentose; ne usciva una nube imbalsamata, da disgradarne il chiosco d'un sultano del Misore; dinanzi alla tonda specchiera, un seggiolone coperto di velluto cremisino; e accanto a quello, in atto rispettoso, con un rocchetto spiegato, il parrucchiere dell'Illustrissimo.

Il quale s'abbandonò sul seggiolone; e confidando la testa alle mani dell'esperto acconciatore, si voltò al cameriere, e:—Son di là? dimandò.

—Chi, Illustrissimo?

—Quelli che ci debbono essere.—

E fatto un cenno colla mano, volle dire che li facesse passare.

Intanto che vengon costoro, e che il degenere successore di Figaro sta architettando la bigia chioma del vecchio patrizio, con cauto riserbo solleviamo una parte del velo che copre questo gran personaggio.

Quantunque egli avesse già da lunga stagione cancellato dalla memoria in qual anno del passato secolo fosse venuto a consolar le genealogiche speranze della famiglia, nondimeno portava scritta nel volto la cifra dell'età sua; e al primo vederlo avresti detto: E' non aspetta più i suoi sessantaquattro. Alto della persona, lento e superbo lo sguardo, ed in una cotale incerta severità di lineamenti spirante l'indole vera della sua gentilesca prosapia, un misto d'antica bontà lombarda e d'albagia spagnuola. Portava un gran nome, anzi parecchi, un più dell'altro grande e illustre; poichè la ricchezza e lo splendore di due o tre famiglie feudali, andavano a finire in lui. Signore d'interi villaggi, di boschi e latifondi, non sapeva nemmeno le sue rendite; ma un'amministrazione formata d'un procuratore generale, di due ingegneri, di tre o quattro ragionieri e scritturali, tutti provvisti di pingue assegnamento le governava: per tal modo le ricchezze della casa, se (come succede) non ingrandivano, non venivan meno. Bisogna dire però che l'oro nelle sue casse non ammuffava; poichè i nobili appartamenti, le coppie de' cavalli forestieri, i sontuosi pranzi d'ogni settimana, e poi cuochi, credenzieri, camerieri, cocchieri, palafrenieri, e tutto l'altro sciame della livrea, tenevano in onore un'opulenza quasi proverbiale. Molte vedove d'antichi servitori di quella gran casata vivevano delle pensioni a loro fatte: ogni anno, a giorni dati, si distribuivano, per ordine dell'Illustrissimo, piccole doti a povere zitelle, per le quali era, nel resto dell'anno, un correre, un affaccendarsi e brigare di nonne, di zie, di madri e figliuole, con una litania di miserie. Aveva poi riservato per sè il diritto di conferire certi benefizii ecclesiastici, d'antico patronato della famiglia, coi quali intanto si procacciava una piccola corte di curati, canonici e coadiutori, pronti a contrastarsi con ira tremenda, per qualcuno dei loro protetti, il più magro benefiziuolo che uscisse vacante. Nè mancava chi a tempo sapesse levare a cielo la munificenza, la pietà illuminata di quel gran signore che non intralasciava il costume degli antenati, ristorando a tutto spendio qualche vecchio altare, qualche cadente oratorio di campagna, per mettervi poi in fronte lo scudo della famiglia inquartato di stemmi di tutti i colori, come un gherone della guarnaccia di Arlecchino, con una bella inscrizione in latino, del secol d'oro, della quale i posteri, inarcando le ciglia, dio sa che cosa diranno.

Con tutto ciò, quel gran personaggio, sebben potente per nome e ricchezza, non aveva mai voluto immischiarsi nella pubbliche faccende; e se in altro tempo ci fu tirato, come si suol dire, pei capegli, fece vedere di non voler saperne punto nè poco. Coll'orgoglio della nascita, aveva ereditato dai magnanimi lombi degli avi quella specie di egoismo feudale di lasciar che il mondo cammini a sua posta, purchè non abbia a tirare in compromesso lo splendor della casa e la rotondità de' suoi tenimenti: era peccato insomma che fosse nato al tempo nostro, anzichè al secolo di Filippo II, o di Filippo IV. Finchè durarono i privilegi, i fedecommessi e le altre prerogative, aveva menato intorno corteggio come di principe; poi, in mezzo alle convulsioni politiche del paese, in quella guerra di venti anni la quale mutò la faccia dell'Europa, visse di lunghi mesi in uno de' suoi castelli, lontano più che potè dal tuonar de' cannoni; si ristrinse nel cerchio della vita privata, obbedì mano mano all'opinione trionfante, pagò censi, tributi, gravezze, e si tenne così fedele amico al potere. Marchesi, conti e baroni, qualunque avesse titolo, autorità, era in casa sua il benvenuto; non già ch'egli avesse bisogno di loro, o ne cercasse l'amicizia a lui bastava che ancora il suo nome avesse un eco in mezzo al proprio ceto; che il fasto de' suoi appartamenti, che l'oro e i cristalli de' suoi conviti abbarbagliassero coloro che si movevano, per dir così, nella sua sfera, come satelliti d'un pianeta. Con tutto questo, uomo degnevole, quantunque freddo e altero alla sembianza, amico della mensa squisita e delle belle donne; perocchè molta briga non s'era pigliata mai della nobilissima dama compagna, alla quale quarant'anni prima aveva dato il nome, in ricambio della splendida dote che giovò in quel tempo a ristorare la breccia fatta dal 96 nella sua ricchezza.

Questa dama viveva ancora, e nello stesso palazzo aveva appartamento separato da quello del marito, non per altra ragione che per consuetudine principesca; aveva pure il suo corteo di consiglieri e parassiti. Marito e moglie si contraccambiavano cordiali proteste; l'uno faceva all'altra una quotidiana visita di cerimonia; nè l'Illustrissimo aveva mai mancato, in certe solennità di pranzi e di conversazioni, di quel rispetto, di quelle onoranze che la reciproca dignità esigeva. Nondimeno, la dama s'era permessa, più d'una volta, nel solito circolo serale, di dir sogghignando ad alcuno degli amici che il signor consorte non aveva smorzato ancora tutti i capricci di gioventù; soggiungendo poi seriamente che pur troppo la nobiltà andava perdendo di giorno in giorno importanza e decoro; e che si perdevano insieme l'ordine e la gerarchia della società. E i fortunati ammessi alla patetica partita de' tarocchi, nella solenne ora del tè, strozzavansi in gola le risa e le facevano eco.

Già la mano del parrucchiere, con tutte le delicatezze dovute all'alta sua pratica, aveva raso il mento e rimesso in onore il zazzeruto occípite dell'Illustrissimo, quando il fido cameriere rientrò nel gabinetto, seguìto da diverse persone. Buon per lui che non tardasse un minuto di più, perocchè vide venir la tempesta in una occhiata obliqua lanciatagli dal padrone: abbenchè il ferro del parrucchiere gli tenesse tuttavia imprigionate le bigie ciocche della zazzera, l'inquieto signore non lo lasciò mancar del fatto suo, buttandogli in viso un:—Infame!

Il cameriere, aveva alla prima indovinato che la non era una buona mattina; però si tenne cheto, guardandosi dal far le scuse; e lasciò che i venuti si facessero al cospetto del padrone, ciascuno alla sua volta.

Senza volgere il capo al primo che s'avanzò, una figura lunga, nera, sbiadita la faccia e pelata la nuca, con gli occhiali d'argento sul naso aguzzo e col mento incastonato nella bianca cravatta:—Segretario: disse l'Illustrissimo. E colui, inchinatosi, non ardiva levar su il capo e le schiene dalla curva presa.

—Risponderete subito, seguiva il signore, alle tre lettere venute ieri di Parigi, di Roma e di Modena, che a ciascun corrispondente si pagheranno mille lire anticipate, sopra i soliti banchieri della casa; ne manderete l'avviso e preparerete le cambiali; queste le firmerò io, quelle voi. Sopra tutto, non dimenticate di domandar ragguagli dell'andamento delle cose nostre; ma, come di solito, che il mio nome non sia pronunziato. Son cose da farsi, nel mio posto; ma non c'è bisogno che tutti le sappiano. Avete capito?… Risponderete poi alla lettera della contessa mia sorella, che non posso assolutamente accettare l'incarico da lei offertomi, quantunque onorevolissimo e pio… notate bene, onorevolissimo e pio. È vero che di codeste sue cariche poco m'importa; ma bisogna dir così, perchè anche lei è una potenza, un Richelieu in cuffia di merletti e in sottana di raso. Avete dunque capito, segretario?

—Illustrissimo, è come fosse fatto.—E s'incurvò di nuovo, fino a toccar col naso il fascicolo delle carte che teneva in mano.

—Passiamo a cose più importanti, più solide. E, senza volgersi:—A voi, maggiordomo.

—Ma… ma… se vossignoria permette, arrischiò il segretario, coll'abituale suo inchino: vorrei dire che oggi sarebbe… mi pare… il dì fissato da vossignoria, per il conferimento delle due doti disponibili da un pezzo, e anche di quel benefizio vacante, del quale il reverendo subeconomo…. mi pare…. ebbe a farle parola.

—Non rompetemi il capo con affari; c'è forse necessità che voi?….

—Non io… non io…. ma la bontà, il cuore di vossignoria che, trattandosi di far del bene, non tarda mai un'ora….

—Ma senza bisogno dei vostri consigli; mi capite?

Queste parole e il tuono con che furon dette avrebbero in altro momento gelata ogni risposta sulle labbra dell'umile segretario; ma bisogna dire che un gran motivo lo stringesse, se tenne fermo e facendo un'altra riverenza, aggiunse:—Quando non sia troppo ardire il mio, vorrei chiedere…. mi pare… che una persona, la quale gode il favore dell'illustrissima padrona…. il padre Apollinare, mi pare…. dovrebbe aver raccomandato a vossignoria un giovane chierico, di famiglia onesta, bisognosa.

—Ora capisco, avete anche voi le vostre premure, signor segretario: ve l'ho pur detto che non vi prendiate di siffatti impegni, se…. se vi piace l'aria di casa mia.

—Mille perdoni, Illustrissimo, ho fallato!… ma fu perchè….

—Ma, ma, ma…. non voglio nè i vostri ma, nè i vostri perchè; le buone ragioni le so io; conosco come siete fatti voi tutti…. o qualche regalo, o qualc'altro interesse…. carità pelosa!

—Oh! prendo il cielo in testimonio….

—Lasciate in pace il cielo!

—Un'altra volta, Illustrissimo, mille e mille perdoni: volevo dir soltanto che la povera madre di quel giovine domanda un minuto d'udienza…. e le sue carte sono qui, in mia mano.

—Eh! che aspetti alla buon'ora! che gente! rubarmi tutto il dì! E voi, ci voleva tanto a spiegarvi? Via, datemi queste carte, e vediamo di che si tratta.

Pigliò le carte, ma senza pur gittarvi un'occhiata, senza aprirle, le mise giù sul tavolino, e voltosi al segretario:—Sapete voi qualche cosa di questa gente?

—Buona gente, Illustrissimo, buona e povera gente; una madre piena d'anni….

—E di catarro: non voglio vederla.

—Tre figliuoli; due maschi….

—Son pochi.

—E una fanciulla….

—Bella?

—Oh! oh! Illustrissimo…. io non so niente.

—Via, via, che lo sapete; l'ho ben capita io! bravo, segretario! non portate gli occhiali per niente. Ora veggo la raccomandazione, eh! eh! se l'ho detto subito, carità pelosa!

Il povero segretario pativa il martirio. La prima volta forse che voleva fare un po' di bene al prossimo, si trovava spacciato, come il topo negli artigli d'un vecchio leone. La famiglia di cui s'era arrischiato a parlare, era (come ben sa il lettore) quella della vedova Teresa: ella stessa se ne stava allora aspettando, giù nello stanzino del portinaio del palazzo, se venisse il buon punto di presentarsi a quel signore. Il vecchio cugino di lei, il negoziante di droghe da noi un poco conosciuto, si era indotto, per la gran ragione che non vedeva di dover metter fuori del suo, a raccomandar l'abatino al segretario che l'onorava della sua amicizia, essendo egli il droghiere della casa; ed il segretario aveva promesso, per uno speciale riguardo al signor Domenico. Se poi, nel promettere, avesse dato un pensiero a certi anniversarii pacchetti di cioccolatte tutto caracca che gli accompagnavano l'augurio del buon Natale, non saprei dire. Ma intanto la Teresa aveva potuto consegnare in proprie mani del signor segretario le carte del suo Celso; ed ella stessa, come dicemmo, aspettava col batticuore, aspettava sperando in un ministeriale Vedremo, di quel suo insperato protettore. Così stava la cosa; ed ecco perchè il poveraccio s'intese dal labbro del padrone accusar di carità pelosa.

A quelle parole, accompagnate da una risata sonora dell'Illustrissimo, il segretario indietreggiò; e il giallore del suo viso, dal mento scorcio fino alla calva nuca, divenne un rosso di fuoco; chinò il capo per nascondersi, balbettò qualche scusa che finì in un sibilo strano; ed ecclissandosi dietro al corpulento maggiordomo che in quella avanzavasi, imboccò la porta e disparve.

Così bisogna dir pur troppo che quasi sempre la fortuna o la disgrazia di chi ha bisogno d'altrui pende da un filo; è l'effetto del capriccio, del buono o malumore del momento, d'una parola, d'un'occhiata, d'uno sbadiglio. La conversazione fra il gran signore e il segretario, dal bel principio, aveva preso la mala piega; e di tal maniera, senza colpa di nessuno, il benefizio sospirato dalla povera donna per il suo figliuolo, era già ito in fumo.

Capitolo Ottavo

—A voi, maggiordomo: che novità?—Così l'Illustrissimo: e intanto il parrucchiere, dati gli ultimi tocchi all'edifizio della sua capigliatura, vi faceva cader sopra un nembo di polvere cipria, per velare il bigio di quella zazzera famosa: era codesta una sua vecchia consuetudine aristocratica, un ultimo tributo al costume de' suoi nonni. Le sue prime conquiste in amore egli le aveva fatte coll'incipriato tuppè; e forse, nella virtù del suo tuppè, sperava di vincere ancora.

—Illustrissimo: il maggiordomo rispose; aspetto gli ordini….

—La colezione, al solito, dopo la messa, nel salotto d'udienza: intanto riceverò qualcuno fino alle tre.

—Benissimo. E il pranzo?….

—Al solito: oggi è sabbato; avete ordinato?

—Sì, Illustrissimo, per i soliti invitati del sabbato; dodici coperti…

—È uno de' miei giorni di penitenza; ma che cosa fare? se non si mette insieme una dozzina di costoro, vi gridan la croce addosso. Per altro, un sistema ci vuole, e ciascuno cerca i pari suoi; ond'è che mi par benissimo pensato di tener la domenica per le persone di riguardo, e il martedì e il sabbato per l'altra gente. Io per me, dico il vero, non ho pregiudizj di ceto; anzi mi compiaccio di veder questi buoni diavoli farsi una festa di quella grazia di Dio che toccano due volte la settimana; e so mettermi alla loro portata, senza però darmi troppo fastidio. Via dunque, chi avremo oggi?

—Vossignoria lo sa: il dottor Durante: il signor Pino, ingegnere della casa; l'avvocato Natali, i due signori canonici, il signor coadiutore della parrocchia.

—Questi tre li digerisco, per riguardo a mia moglie. Poi?

—Poi il ragioniere Capra, il signor segretario, e il curato delle Cascine Nuove, venuto a Milano stamattina e invitato per ordine dell'illustrissima signora padrona. Anzi, egli aspetta il favore di riverire vossignoria.

—Già, lui! è un livello perpetuo. Mi par di vederlo colla coda dell'occhio spiare obliquamente il giro de' piatti, finchè non si fermino alla sua sinistra. Ah! ah! e un buon uomo, lo compatisco; egli porta con sè la memoria de' miei pranzi nella solitudine della sua cucina, e ne parla pur un mese colla serva, ah! ah!….

—Eh! eh! eh!—fece eco, con un cotal riso di rispetto, il maggiordomo.

—Via, delle scempiate d'oggi mi compenserò domani; chè almeno avrem commensali degni del pranzo. I biglietti d'invito li avete mandati tutti?

—Tutti, Illustrissimo.

—Non ebbi la risposta del conte Ippolito, e di sua moglie, nè quella del marchesino Alfonso…. A proposito, l'ho fatta di conio: che dirà la bella contessa, trovandosi col suo nuovo adoratore? Eh! via, in cuore mi ringrazierà, la gentile donnina; ed io pregherò il marchesino di servirla del braccio; è un fior di donna ancora la contessa!… somiglia un pochino a quell'antica mia…. a quella Rosalbina; ten ricordi, Rosso?

Questi commenti che l'Illustrissimo un po' faceva tra sè a mezza bocca, un po' indirizzava al fedel servitore, che Rosso appunto aveva nome, eran bevuti come oracoli dal parrucchiere e dai domestici. Il dì appresso, la novella degli amori del marchesino con la bella contessa doveva far le spese della conversazione nelle anticamere e nel tinello.

—E chi altro avremo? seguitò il signore; ricapitoliamo, maggiordomo.

—Quel signor principe russo, arrivato martedì, il quale passò un'ora fa, e lasciò i biglietti di visita per vossignoria….

—Bene.

—Il signor cavaliere Lavinio….

—Mi garba poco, ma compie il numero, L'abate Apollinare, e quel signor visconte francese….

—Egregiamente. Pensate a tutto e fatevi onore.

—Non dubiti; arrivarono per l'appunto stamattina due casse di bottiglie di Sauterne, due di Bordeaux, una d'Iohannisberg, due di Champagne, una di….

—Sì, non mi rompete il timpano; tocca a voi a pensarci; e a suo tempo darete le polizze all'amministrazione di casa.

Il maggiordomo s'abbottonò l'abito di fino panno color marrone, si rassettò la cravatta di raso a rabeschi che non bastava a tenergli in sesto il soggiogo del mento, e fregandosi le mani con un'involontaria compiacenza, dati due passi a ritroso, n'andò pe' fatti suoi.

Ma già l'acconciatura dell'Illustrissimo era compiuta; e il parrucchiere, il quale, diversamente da' suoi confratelli d'un secolo addietro, non aveva osato entrare nel discorso, accontentandosi al più d'accompagnarne le frasi con qualche oh! ah! eh! ovvero con mezzi sogghigni d'approvazione, raccolse gli strumenti dell'arte, li ripose nella toeletta, e strisciando una riverenza partì.

Due altri stavano nel fondo del gabinetto in rispettosa e muta attenzione. Era uno il cappellano della casa, pretazzuolo di mezzana statura, aspro e cachetico all'aspetto, magro e angoloso della persona; il suo volto col tarlo del vaiuolo pareva indizio del tarlo del malumore che dentro il rodeva. Egli tentennavasi sugli smilzi stinchi, fra cui dondolava la negra veste talare; teneva in mano il largo cappello a tre punte, e sotto l'ascella un volume del Breviario. Vedendolo agitar le labbra, si sarebbe potuto dire che andasse masticando i salmi dell'uffizio; ma invece biascicava il suo cruccio pensando all'indiscrezione di sua signoria che lo faceva tardare a dir la messa quotidiana fino a un'ora dopo mezzodì; e si torceva le nocchiute dita, e grattava la fodera del cappello, sentendosi lo stomaco ne' talloni.

Bisogna credere che l'Illustrissimo ne avesse alla fine pietà, poichè andandogli incontro e stendendogli con gran degnazione la mano:—Don Aquilino, scusi un po', se lo feci aspettar questa piccola mezz'ora; vada pure in sagrestia; e tu, Rosso, fa che si avvisi mia moglie. Una parola, don Aquilino. Tenga queste carte (e gliele pose fra mano) sono di certa donna venuta per il benefizio: finita che sia la messa, la si pigli lei l'incomodo di mandarla via con qualche buona parola; io ho tanto a fare! le dica che questa volta non posso dispor niente, che il benefizio è già impegnato per un altro…. Capperi, lei lo sa, il figliuolo d'uno de' miei fattori, ch'entra in sacris quest'anno…. Insomma, ci pensi lei, ne parli con mia moglie, colla contessa mia sorella; è pasta per loro. Vada pure innanzi; io vengo fra cinque minuti. Oggi poi, mi farà l'onore di sedere a tavola con me, don Aquilino.

Il pretazzuolo a cui tenzonavano in cuore il dispetto da una parte, dall'altra la paura di spiacere all'Illustrissimo, non seppe dir altro che un sospiroso—Obbedirò. E stava per uscire, quando il Rosso gli si fece accosto, per soffiargli nell'orecchio queste agre parole, che furono per lui come una stilettata:—Caro don Aquilino, non faccia il dispettoso; abbia giudizio! c'è un tal abate Pasquale che invidia il suo posto; è un bel boccone, e vale una prebenda.

Il prete lo guardò in cagnesco, con un'occhiata di fuoco; ma si tacque, e rivoltosi a fare un ultimo inchino all'Illustrissimo, uscì fuori di là.

Intanto l'Illustrissimo s'era fatto vicino all'altra persona che stava indifferente là, appoggiata ad uno stipite della porta. Costui, al vestire, all'impassibile serietà lo avresti detto un procuratore, un avvocato, un medico, ma era tutt'altro. Pareva come straniero a quanto succedeva, comechè non avesse perduto una parola di ciò che si era detto; e compassionando padroni e servi che gli somigliavan fantoccioni, andava fra sè dicendo ch'era lui che li faceva ballar sulle dita dal primo all'ultimo. Era uno di quegli uomini venuti non si sa donde, ma che da per tutto si trovano, consumati nell'esperienza, non per aver osservato il mondo con senso di bene, ma perchè fecero d'ogni erba fascio; un di coloro i quali sanno diventar necessarii ai grandi e ai piccoli; riescono a tutto coll'arte del non parere; parlan poco e molto fanno, con volto di bronzo, e cuor di macigno; la vita loro è un problema, e il lor mestiero non ha nome. E ciò basti di lui, per ora, giacchè avrem modo anche troppo presto di far conoscenza più stretta con tal uomo. L'Illustrissimo, per certo, se'l teneva grandemente caro; nel passargli vicino gli battè d'una mano amica sulla spalla, e:—Proprio voi, vi aspetto di là fra poco, intanto che farò colezione; ho cosa d'importanza a dirvi, signor Omobono.

Il signor Omobono, che così appunto egli era stato mal battezzato, chinò leggermente la testa; poi, tranquillamente rimettendosi il cappello, uscì per la porta opposta a quella per dove n'andarono gli altri.

Intanto la vedova di Vittore, su d'una panca nello stanzone del portinaio di quel gran palazzo, con quanta angustia un cuor materno può avere, aspettava, sperava, temeva da due lunghissime ore. Chiusa nel suo nero scialle di grossa lana, col velo sugli occhi e gli occhi a terra, la povera donna tremava, e si sentiva un freddo per le ossa, come nel fitto dell'inverno, benchè si fosse ancora al principio di settembre. Le avevano detto tanto della generosità di quel signore, che parevale impossibile avesse a mancarle una qualche provvidenza; richiamava in mente, pesava le buone parole avute da quei che s'eran degnati di raccomandarla; poi, ripensando i giorni della disgrazia, tornando coll'animo al prediletto figliuolo, si sentiva come perduta; e in segreto raccomandavasi all'Avvocata di coloro che piangono; e credeva giustizia che la sua speranza dovesse compirsi. A quando a quando, il vecchio portinaio le dirizzava qualche indiscreta domanda, oppure magnificava con goffe baje la ricchezza e il potere de' suoi padroni. La gente della casa ed altri capitati per faccende, entravano e uscivano, nè v'era chi ponesse mente alla vedova; la quale, stimandosi dimenticata, e pure non osando farsi innanzi da sè, spiava il passaggio del signor segretario, nelle cui mani stavano le carte provanti la povertà sua. Ma, non vedendolo più, si sentiva quasi morire.

Passata un'altra ora, il cappellano frettoloso attraversò l'andito, e ficcando il capo dentro la porta invetriata:—Dov'è, disse, con voce stridula, la donna che portò queste carte a sua signoria?

—Son io! rispose la vedova; e mosse verso di lui, respirando appena.

—Bene, disse don Aquilino, allungando il collo, senza movere un passo di più; non possiam far nulla per questa volta; siamo in altri impegni. Bisogna che vostro figlio abbia la pazienza di aspettare, come aspettano tanti.

—Oh mio Dio! proruppe la Teresa.

—Eh! la mia donna, non c'è che dire; vi siete male indirizzata; se aveste parlato con me, forse la cosa non sarebbe andata così…. benedetta gente! Ma io non ho tempo da perdere; tenete le vostre carte. E se ne andò difilato verso l'antico caffè del Gnocchi, dove il chiamava la fame prepotente a prendere il solito cioccolatte e a legger le novità del mondo politico sulla gazzetta del dì passato.

Alla povera vedova fu forza di tornarsi a sedere; e non ebbe parola a dire. Solo, quando intese il portinaio che così pigliava a confortarla, con serietà solenne:—Non ci pensate voi; sua signoria vede e provvede; e a suo tempo, il benefizio verrà!—essa trovò il cuore di levarsi e d'uscir di quel palazzo, dove sentiva di non poter piangere quanto n'aveva bisogno.