VITA
DI
GIOSUE CARDUCCI.



MEMORIE DELLA VITA
DI
GIOSUE CARDUCCI

(1835-1907)

RACCOLTE
DA
UN AMICO

(GIUSEPPE CHIARINI).

Seconda edizione corretta e accresciuta.

FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
1907.


FIRENZE, 706-1907. — Tipografia Barbèra
Alfani e Venturi proprietari.

Compiute le formalità prescritte dalla Legge, i diritti di riproduzione e traduzione sono riservati.



[INDICE]


ALLA MEMORIA

DI

ADRIANO LEMMI.

PROEMIO.

Feci la conoscenza personale del Carducci nell’estate del 1855. Lo avea veduto tre anni avanti a San Giovannino delle Scuole Pie alle lezioni di filosofia, dove andavo qualche volta benchè avessi terminati l’anno innanzi gli studi. Egli entrò ch’era già cominciata la lezione, entrò con passo ardito e franco e con la testa alta, e andò a mettersi al suo posto nei gradi più bassi dell’anfiteatro. Io aveva sentito parlare di lui con ammirazione dai suoi compagni di scuola, da alcuno dei quali ebbi copia di qualche sua poesia, che mi parve molto bella. Più tardi uno di quelli stessi compagni mi diede a leggere manoscritta la canzone su Dante che il Carducci aveva composta nel 1854 per una Accademia delle Scuole Pie, della quale dovrò parlare più avanti. La canzone avea fatto un po’ di chiasso, specie fra i giovani, e ne corsero delle copie manoscritte, una delle quali appunto fu data a me. Io ne restai vivamente ammirato, e me ne crebbe il desiderio, che già avevo, di conoscere di persona l’autore. Avevo fatta da poco la conoscenza di Enrico Nencioni, stato condiscepolo del Carducci alla scuola di retorica del Padre Barsottini, e suo amicissimo. Esposi a lui il mio desiderio, ch’egli fu lieto di sodisfare. Il Carducci faceva allora il secondo anno di studi alla Scuola Normale Superiore di Pisa; ma veniva spesso nei giorni di vacanza a Firenze, dove aveva parenti, presso alcuno dei quali andava ad alloggiare. Quando lo andai a trovare in compagnia del Nencioni, egli abitava presso una zia, in via Borgognissanti. Andammo di mattina (era di domenica) fra le nove e le dieci. Egli era prevenuto, sapeva che io era un grande ammiratore, anzi adoratore, del Leopardi, che amavo i classici, che facevo dei versi, che ammiravo grandemente i suoi. Ci venne incontro in maniche di camicia; ci demmo subito del tu, come s’usa fra giovani, si cominciò a parlare di letteratura, si parlò del Leopardi, del Giordani; io gli chiesi qualche cosa di suo, egli mi trascrisse lì per lì sopra un grande foglio di carta gli ultimi due sonetti da lui composti, quello che comincia Poi che mal questa sonnacchiosa etade e l’altro Ai sepolcri dei grandi italiani in Santa Croce; dopo di che ci lasciammo, ed io me ne tornai lieto e contento come se portassi meco un tesoro.

Ci rivedemmo qualche volta nei giorni appresso in compagnia del Nencioni, di Ottaviano Targioni Tozzetti, di Giulio Cavaciocchi e di altri amici del Carducci e del Nencioni, che diventarono anche amici miei. Egli tornò indi a poco a Pisa, poi andò a passare le vacanze autunnali in famiglia a Pian Castagnaio, dove suo padre era medico condotto; io dovei per ragione d’impiego andare ad Arezzo, dove stetti fino ai primi del 1856. Avevamo promesso di scriverci: io fui il primo; egli mi rispose da Pian Castagnaio il 4 settembre 1855, dicendomi che là infieriva il colèra (il quale infieriva pure ad Arezzo), e che aveva dovuto lasciare gli studi per curare gli ammalati. Fino dai primi casi egli con un suo fratello ed altri due giovani senesi avean prestato volontari l’opera loro; in seguito di che il Municipio aveva composto di essi e di altri tre una commissione di assistenza gratuita, incaricando lui della direzione.[Vedi note pag. [433]]

Al riaprirsi dell’anno accademico 1855-56 il Carducci tornò alla Scuola Normale; io ai primi del 1856 tornai, come ho accennato, a Firenze. D’allora in poi le mie relazioni con lui e cogli altri amici fiorentini furono continue, quasi giornaliere. Ma prima di proseguire, sarà buono dire qualche cosa della infanzia e della prima giovinezza del poeta. Il che farò, lasciando quanto più è possibile la parola a lui stesso, e giovandomi delle testimonianze altrui. A questa parte della Vita saranno dedicati i due primi capitoli: di ciò che narrerò negli altri fui testimone io stesso. E poichè l’antica amicizia ha mantenuto fra noi una corrispondenza epistolare che va senza interruzione dall’anno 1855 a questo in cui scrivo, attingerò, oltre che dalla memoria, da questa specie di domestico archivio ciò che mi parrà conferir meglio a delineare viva e vera la figura dell’uomo e dello scrittore.

CAPITOLO I. (1835-1854.)

Ricordo d’infanzia: «Via, via, brutto te.» — La famiglia Carducci e il padre del poeta. — I primi anni e i primi studi a Bolgheri e a Castagneto. — La famiglia Carducci a Firenze e Giosue alle Scuole Pie. — Giosue a retorica dal Padre Barsottini — Il Carducci e il Nencioni. — Passione di Giosue pei libri. — Il primo passo. — Il Carducci a Celle. — Primi sonetti satirici. — Accademia dei Risoluti e Fecondi. — Canzone del Carducci su Dante letta all’Accademia.

«Io della mia infanzia, scrive il Carducci, non ho memorie nè belle nè buone nè curiose.

«Il mio più antico ricordo mi pone subito, ahimè, in relazione con un essere dell’altro sesso, come si direbbe con la lingua d’un certo uso, che, secondo i manzoniani, dovrebbe anche essere la lingua del buon gusto. Mi ritrovo in un luogo nè bello nè brutto — forse un giardinetto presso la casa ove nacqui, — a una giornata nè di primavera nè d’inverno nè d’estate nè d’autunno. Mi pare che tutto, cielo e terra, sopra, sotto, e d’intorno, fosse umido, grigio, basso, ristretto, indeterminato, penoso.

«Io con una bambina dell’età mia, della quale non so chi sia o chi sia stata, dondolavamo, tenendola per i due capi, una fune; e mi pare che così dicevamo o credevamo di fare il serpente. Quando a un tratto ci si scoperse tra i piedi una bella bodda: è il nome, nel dialetto della Versilia, d’un che di simile al rospo.

«Grandi ammirazioni ed esclamazioni di noi due creature nuove su quell’antica creatura.

«Le esclamazioni pare fossero un po’ rumorose. Perchè un grave signore, con gran barba nera e con un libro in mano, si fece in sull’uscio a sgridarci, o meglio a sgridarmi. Non era mio padre: era, seppi molto tempo dopo, un marito putativo d’una moglie altrui alloggiata per certo caso ivi presso.

«Io brandendo la fune, come fosse un flagello, me gli feci incontro gridandogli: Via, via, brutto te!

»D’allora in poi ho risposto sempre così ad ogni autorità che sia venuta ad ammonirmi, con un libro in mano e un sottinteso in corpo, a nome della morale.»[1]

Questo aneddoto mostra già nel fanciullo una delle qualità più caratteristiche dell’uomo. Perciò l’ho messo qui, affinchè sia come il battesimo della vita del nostro poeta.

***

Il piccolo ribelle nacque il 27 luglio dell’anno 1835 alle ore 11 di sera in Val di Castello, frazione del comune di Pietrasanta, da Michele Carducci e Ildegonda Celli. Gli furono dati all’atto del battesimo, ch’ebbe luogo due giorni dopo, i nomi di Giosue, Alessandro, Giuseppe, essendo compare un suo zio Natale Carducci.[Vedi l’atto di nascita nelle note a pag. [434]]

La famiglia Carducci, stabilita da gran tempo fra Serravezza e Pietrasanta, discendeva dai Carducci di Firenze; e il nonno del poeta, Francesco Giuseppe, andava orgoglioso di tale discendenza, e si compiaceva molto, nella intimità della famiglia e degli amici, di evocarne le gloriose memorie. Ma quelle memorie, troppo lontane, non ebbero alcuna influenza sui suoi sentimenti politici: e nemmeno la familiarità sua col poeta repubblicano Giovanni Fantoni, di cui era grande ammiratore. Egli era e rimase un fedele suddito del Granduca di Toscana; e come tale odiò le novità e le rivoluzioni. Il padre del poeta invece, il dottore Michele, avea nel sangue l’istinto della battaglia e della libertà. Fin da scolare prese parte alle cospirazioni politiche, fu carbonaro, e dei pochi Toscani che pei fatti del 1831 patirono relegazione e prigionia. Quando gli nacque il primo figliuolo Giosue, egli a Val di Castello era medico di una società francese che aveva assunto l’escavazione di certe miniere di piombo argentifero, poste tra Val di Castello e Serravezza. Ma o fosse l’indole sua irrequieta, o che non gli piacesse, o non gli convenisse, l’ufficio presso la società mineraria francese, o che, come altri dice, gli desse fastidio la sospettosa vigilanza della polizia, ben presto abbandonò la Versilia per la maremma toscana, e verso il 1838 andò medico condotto a Bolgheri, frazione di Castagneto, e feudo dei Conti della Gherardesca.

***

Tra Bolgheri e Castagneto la famiglia Carducci passò ben undici anni, che il poeta chiama la sua triste primavera e dei quali parla egli stesso così: «Mio padre era un manzoniano fervente.... Ridottosi a vivere in condotta in uno dei più oscuri paeselli della maremma, viveva coi contadini, e, nelle ore di riposo o di sosta, con alcuni pochi libri di storia e letteratura che, oltre i non pochi dell’arte sua, aveva raccolti ed amava. Figuravano tra questi bellissime le opere del Manzoni, con i giudizi del Goethe, le analisi critiche del Fauriel, i commenti del Tommaseo; e quei volumi, rilegati con certa pretensione di lusso, mostravano impressi nelle costole a oro certi fregi che rendean figura come di casette con due alberetti davanti. Io, ragazzo di circa dieci anni, credevo che quella fosse la canonica di Don Abbondio; e leggevo e rileggevo I promessi sposi. Perchè fino a quattordici anni non ebbi quasi altro maestro che mio padre, il quale altro non m’insegnava che latino; ma, un po’ per l’indole sua, un po’ per i doveri di medico, mi lasciava molta libertà e molto tempo per leggere.

«E io insieme alle opere del Manzoni lessi l’Iliade, l’Eneide, la Gerusalemme, e la Storia Romana del Rollin, e la Storia della Rivoluzione Francese del Thiers; i poemi con ineffabile rapimento, le storie con un serio oblio di tutto il resto: e, aiutato da qualche conversazione di mio padre con certi amici ed ospiti, per ragazzo ne intendevo anche troppo. Invasato così di ardore epico e di furore repubblicano e rivoluzionario, io sentivo il bisogno di traboccare il mio idealismo nell’azione; e per ciò in brigata co’ miei fratelli e con altri ragazzi del vicinato organizzavo sempre repubbliche, e repubbliche sempre nuove, ora rette ad arconti ora a consoli ora a tribuni, pur che la rivoluzione fosse la condizion normale dell’essere, e cosa di tutti i giorni l’urto tra i partiti e la guerra civile.

«La nostra repubblica consisteva di ragunanze tumultuose e di battaglie a colpi di sassi e bastoni, con le quali intendevamo riprodurre i più bei fatti de’ bei tempi di Roma e della rivoluzione francese. In coteste rappresentazioni, del resto, il rispetto alla storia non era certo spinto a quegli eccessi pedanteschi che soglion guastare o raffreddare l’effetto vivo drammatico. Che benedette sassate applicai un giorno a Cesare il quale era su ’l passare il Rubicone! Per quel giorno il tiranno dovè rifugiarsi non so dove con le sue legioni, e la repubblica fu salva. Ma il dì appresso Cesare mi colse in una macchia, affermando sè essere Opimio e quello il luco delle furie: invano io protestai contro l’anacronismo e per la mia qualità di Scipione Emiliano: egli mi fece togliere in mezzo da’ suoi cretensi come un Gracco qualunque e flagellare, mentre io chiedevo che almeno rispettasse la storia lasciandomi libero di farmi uccidere al mio schiavo. Come picchiavano e rideano quei cretensi! Me ne vendicai, per altro ed in breve, e storicamente, quando, presa d’assalto una rimessa che facea da Tuileries, stimai bene di lasciar libero il corso al furor popolare su gli svizzeri prezzolati di Luigi XVI.

«Ma il rumore di questi grandi fatti giungeva qualche volta alle orecchie del mio manzoniano padre, il quale allora, nulla commosso dalle mie oneste ferite, mi condannava pur troppo a lunghe prigionie; in mezzo alle quali egli di quando a quando riappariva per rivedermi il latino, e mi lasciava tre libri su ’l tavolo, dicendomi serio ed asciutto: — Leggete qui, e persuadetevi che il taratantara classico non è più per questi tempi. — I tre libri erano: la Morale cattolica di Alessandro Manzoni, i Doveri dell’uomo di Silvio Pellico, e la Vita di San Giuseppe Calasanzio scritta da certo padre Tosetti (parmi) del secolo passato.

«Che idea fosse quella del manzoniano mio padre di dare a leggere la Morale cattolica a un ragazzo, io non so: so che d’allora in poi per un gran pezzo morale cattolica e frati, doveri dell’uomo e santini, furono per me la stessa cosa; e odiai, odiai quei libri, d’un odio catilinario. Essi mi rappresentavano la mortificazione, la solitudine, la privazione di libertà e d’aria e di combattimento, la fame delle grandi letture, un nuovo carcere tulliano. Trovavo uno sfogo ad affacciarmi alla finestra, declamando la parte di Guglielmo de’ Pazzi:

Soffrire, ognor soffrire? altro consiglio

Darmi, o padre, non sai? Ti sei tu fatto

Schiavo or così che del mediceo giogo

Non senti il peso e i gravi oltraggi e l’onte?

Dispetto! i cretensi e gli svizzeri eran sotto la finestra, e ridevano, e mi gettavano pomi.»[2]

Queste battaglie e le letture non erano i soli svaghi del selvatico fanciullo, dice il Borgognoni: «e’ si teneva in casa e allevava con grande amore una civetta, un falco e (imaginate!) anche un lupacchiotto.» Ma il padre, cui tutto ciò non andava a genio, «un bel giorno ammazzò il falco e regalò a un tale di Livorno il lupo.» Giosue ne fu così addolorato, che «scappò di casa e passava le giornate intere errando pei boschi in riva al mare e su pei colli cretacei.»[3] Aveva intorno a dieci anni; e cominciò fin d’allora a sentirsi tentare dalla smania di far versi; scrisse prima alcune ottave sulla presa di Bolgheri, poi alcune terzine sulla morte di Cesare e un sonetto per la morte della sua civetta. In questo tempo essendoglisi messa addosso una febbre maremmana, che gli durò due anni, il padre (che stava allora a Bolgheri), per vedere di guarirlo, lo mandò a Castagneto in casa d’un collega. Qui Giosue, sentendosi pienamente libero, cominciò, dice il Borgognoni, a farla da uomo; si legò in amicizia con un tale Alessandro Scalzini repubblicano, e nella casa di lui spiegava ai molti che accorrevano a sentirle, le poesie del Giusti, che allora andavano attorno manoscritte. Fu richiamato a casa dal padre nel 1846; ma due anni dopo, nella primavera del 1848, tutta la famiglia si trasferì a Castagneto, e Giosue vi riprese la vita di prima. «Allorchè, scrive il Borgognoni, fu affisso a Castagneto il bollettino che annunziava lo statuto largito da Carlo Alberto, il Carducci ci scrisse sotto col lapis:

Esecrato Carignano

Va il tuo nome in ogni gente,

con quanta approvazione dello Scalzini non è da chiedere. Seguì in quei giorni una dimostrazione nel paese. Se non che non si vedeva bene dove la dimostrazione andasse a parare. Allora il Carducci persuase lo Scalzini e i suoi a levare il primo grido: Abbasso tutti i re! viva la repubblica! Lo Scalzini gridò, tutti gridarono: la dimostrazione era riuscita.»[4]

***

Intanto il padre, che, uomo libero e battagliero, come s’è detto, avea preso parte fin dal principio ai moti del 1848, e tal parte che ben presto la dimora di Bolgheri non gli parve più sicura per lui, aveva trasportato le sue tende a Castagneto; ma anche qui non potè durare lungamente. In quelli anni gli umori e le voglie erano così diverse e divise, che un uomo poco prudente correva rischio d’attaccare lite ad ogni momento. Dovè dunque l’anno dipoi, al tempo del governo provvisorio del Guerrazzi, abbandonare anche Castagneto: andò come medico interino a Laiatico, ma ci stette ben poco, costretto a fuggire dalla reazione moderata toscana, che ivi lo colse. I contadini, dice il Borgognoni, lo costrinsero a baciare un busto in gesso di Leopoldo II, e lo bastonarono anche, pare, un pochino. Egli allora riparò a Firenze, dove avea parenti da parte della moglie, dove gli era più facile passare inosservato, e dove poteva provvedere meglio all’educazione dei figliuoli. Ben presto la famiglia andò a raggiungerlo, e si allogarono in una povera casa in fondo di via Romana, segnata del n. 1843. I figliuoli, che allora eran tre, Giosue di 14 anni, Dante di 13, Valfredo di 8, furono subito messi alle Scuole Pie.

Il corso classico secondario si compieva allora in tutte le scuole di Toscana in sei anni; tre anni di grammatica (1ª, 2ª, 3ª grammatica), un anno di umanità e due di retorica. Per quelli che volevano proseguire gli studi, c’era un corso di scienze (filosofia, matematiche, fisica) che durava un anno. Giosue fu inscritto nel maggio 1849 alla classe di umanità, i due fratelli a classi inferiori. Era maestro di umanità un Padre Michele Benetti, uomo colto e studiosissimo di Dante e dei classici antichi, dei quali aveva, con un discorso a stampa, preso le difese contro il Padre Ventura, che giudicava pericoloso lo studio di essi nelle scuole. Non pare ch’ei facesse speciale attenzione al Carducci: e si capisce; egli avea una classe di 62 scolari parecchio indisciplinati; e il Carducci era stato da lui poco più di tre mesi. Ma nei registri, che ancora si conservano, il maestro aveva notato che il giovinetto era «assai bene istruito», e perciò fra gli scolari «da passarsi», e che aveva tenuto una condotta irreprensibile.

Dei 62 scolari del Benetti soli 8 avevano in quell’anno ottenuto la nota di irreprensibile; ed i 62 erano all’esame ridotti 43, avendone il maestro dovuti espellere 8 e costringere altri a ritirarsi, per gravi ragioni d’indisciplina. Ciò che dimostra, osserva il Padre E. Pistelli, alla cui cortesia devo queste notizie,[5] che gli scolari d’oggi non sono peggiori di quelli d’allora. «Io, soggiunge il Pistelli, in 22 anni d’insegnamento ho dovuto espellere uno scolaro solo.» Gli esami furono dati dal 21 al 31 agosto; e il Carducci fu approvato con queste classificazioni: nei due latini scritti mediocre, nella spiegazione a voce di Virgilio (En., l. V) ottimo, nei precetti di letteratura bene, nella sfera armillare mediocre, nella storia toscana bene.

«Da vecchio il Benetti, dice il Pistelli, parlava sempre dei suoi scolari, e ne aveva avuti, a Firenze, a Cortona, a Siena nel Collegio Tolomei, una infinità. Ma non ho memoria d’avergli sentito ricordar mai il Carducci. Era uomo molto pio e scrupolosissimo, e forse non ricordava volentieri chi in quegli anni era chiamato il cantore di Satana.»

***

Mentre Giosue stava per finire la scuola di umanità, il padre ebbe per un momento l’idea di farlo entrare nel Liceo Militare e ne fece domanda; ma poi, quale ne fosse la ragione, abbandonò quell’idea; e terminate le vacanze scolastiche, il giovane riprese i suoi studi alle Scuole Pie.[Vedi le note a pag. [434]]

Il corso di retorica durava ordinariamente due anni, e il Carducci li fece tutti due (1849-50, 1850-51). Era maestro il Padre Geremia Barsottini, «anima ardente e, a quei giorni, liberale», dice il Pistelli; un buono e brav’uomo davvero, dalla figura maestosa e imponente, che contrastava in modo singolare con la sua faccia sempre piena di sorriso e le sue maniere cortesi e carezzevoli. Era amato e stimato, non pure dagli scolari, ma da tutta la cittadinanza; ebbe fama di valente oratore; e di un suo volume di versi, un po’ rugiadosi e sdolcinati, che piacevano molto alle signore, furono fatte più edizioni. Pubblicò anche un’antologia omerica «Le bellezze d’Omero», e fu studioso dei classici; ma era e si mantenne sempre romantico. Perciò il Carducci, che pure gli volle bene, non lo tenne mai per un modello di insegnante; e perciò egli, per quanto sentisse l’ingegno del Carducci, gli preferì il Nencioni, romantico come lui.

Nel primo anno di retorica il Carducci ebbe tra i condiscepoli Torquato Gargani, ma non il Nencioni; il quale, per quanto appare dai registri, fu con lui soltanto il secondo anno (1850-51).

Pel passaggio dal primo al secondo anno di retorica non c’erano esami. Negli esami alla fine del secondo anno il Carducci fu approvato con queste note: prosa italiana, bene assai; versione scritta dal latino, ottimo; versione dal classico a voce, bene; versione scritta dall’italiano in latino, ottimo; precetti, ottimo. L’esame di greco, ch’era libero, il Carducci non lo diede. Se l’esame del Carducci fu buono, quello del Nencioni fu migliore, avendo egli avuto la nota di ottimo anche nel latino orale, e di bene nella prosa italiana, senza l’assai, che attenua. Del qual fatto è, secondo il Pistelli, da cercare la ragione nell’essere il Nencioni romantico come il maestro. Non bisogna credere però che il buon Barsottini non avesse nei due anni ch’ebbe sotto di sè il Carducci, misurato tutto il valore di lui. Attesta il Pistelli nelle sue note di avere una sola volta parlato del Carducci al Barsottini, quando questi era vecchio e malato; e il Barsottini gli disse: «Ha mantenuto tutto quello che prometteva, ed era tanto!»

Io poi ricordo. S’era negli anni fra il 1865 e il 1870: il Carducci, venuto da Bologna a Firenze a passare alcuni giorni, era con me in via Larga, non lungi da San Giovannino. A un tratto ci viene incontro il Padre Barsottini, con la faccia illuminata da quel suo sorriso gioviale, che pareva volere abbracciare e proteggere le persone colle quali egli parlava. Si fermò, prese per le mani il Carducci, e guardandolo affettuosamente, non senza un po’ di soggezione, gli disse: «Bravo il mio Giosue, tu sei diventato un gran professorone.» Più che nelle parole, c’era nel tuono della voce e in tutta l’espressione del viso del buon frate la sodisfazione del maestro che diceva fra sè: Ed io l’ho avuto scolare! Non parmi che il Carducci rispondesse con molta espansione alla espansione del maestro; egli era allora la bestia nera dei moderati toscani; e ciò lo metteva subito di cattivo umore tutte le volte che s’incontrava con qualche toscano non dei pochissimi (cinque o sei) suoi intimi. A me quell’incontro fece molto piacere; e ne serbai viva memoria. Non credo che il Carducci abbia poi riveduto più il Barsottini.

Per essere ammesso al corso di scienze il Carducci dovè l’anno appresso (1851-52) dare un esame di aritmetica, nel quale fu approvato; e si inscrisse alle lezioni di geometria, di fisica e di filosofia. Di geometria e di filosofia era insegnante, o, come allora dicevano, lettore, il Padre Celestino Zini, che fu più tardi direttore delle Scuole Pie, e morì arcivescovo di Siena; di fisica, il Padre Filippo Cecchi, che avea fin d’allora buon nome fra gli scienziati e che poi s’acquistò fama per lavori importanti di meteorologia e di fisica. Nel registro del Padre Zini il Carducci è notato irreprensibile per la condotta, notabile per il profitto; ma nella colonna della frequenza è scritto: «quasi assiduo»: nell’esame fu approvato a pieni voti e pluralità di plauso, come risulta dall’attestato che conservasi nell’archivio della R. Scuola Normale Superiore di Pisa.[Vedi le note a pag. [435]]

Gli anni dal 1850 a tutto il 1852 furono i tre anni che il Nencioni passò, come dice nel suo Consule Planco, «in continua compagnia, in fraterna comunanza di studj e di affetti»[6] col Carducci.

Alla quasi assidua frequenza alle lezioni di filosofia può servir di commento il fatto accennato dal Borgognoni,[7] e confermatomi dagli stessi Carducci e Nencioni, delle grandi passeggiate che i due amici andavano a fare insieme pei colli di Firenze, saltando la scuola. Anche mi raccontarono come essi, specialmente il Carducci, per fare imbroncire il buon Padre Zini, lo aspettassero talora alla porta dell’aula, quando usciva od entrava, e gli esprimessero la loro ammirazione per la filosofia del Leopardi, dicendogli all’orecchio: — Padre Zini, evviva il Leopardi. — Naturalmente il buon frate attribuiva alla inesperienza e al bollor giovanile queste scappatelle, e pur rimproverandole le compativa.

***

«Quante cose, dice il Nencioni nello scritto che sopra ho citato, potrei raccontare della vita domestica e scolastica del Carducci!» Giacchè anche lui, come il Gargani, ci ha abbandonati innanzi tempo, e a me non è dato supplire che in piccola parte alla copia di notizie che loro avrebbero potuto dare sulla prima giovinezza dell’amico nostro, riferirò qui due pagine dello scritto del Nencioni, note certamente a molti, ma che tutti rileggeranno volentieri.

«Mi par di vederlo ancora, a scuola di retorica, un sabato che si doveva spiegare qualche frammento di classico latino ad libitum, escir dal suo posto, traversare impettito e fiero la scuola, e presso la cattedra del maestro levarsi di tasca con meraviglia di tutti noi un libriccino in carta pecora, un vecchio elzeviro, e cominciare a leggere.... Era un Persio senza note. Stupore nella scolaresca, e un certo imbarazzo nel nostro buono e bravo maestro, Padre Geremia Barsottini. — Lesse, costruì, tradusse, commentò, franco, preciso, sicuro, e se ne tornò al suo posto fra un silenzio d’ammirazione. — Da quel giorno fu il dittatore della scuola. Lo vedo ancora arrivare le mattine d’inverno quasi sempre in ritardo, in giacchetta di panno turchino con bottoni d’ottone, con berrettino militare, senza paletot, senza mantello, senza sciarpe, sfidando i geli, come Souvarow.

«L’adolescenza e la prima gioventù del Carducci sono state veramente spartane: quelli anni così ridenti per tutti, furon per lui anni di sacrifizj, di perseveranza, di lavoro ostinato, di dignitosi silenzi, di nobili e alteri rifiuti. E conosco una povera casa in Firenze, in fondo di via Romana, che fu testimone di giornaliere ignote lotte, — consolate solo dalle pure gioje della poetica ispirazione, da entusiasmi di ammirazioni artistiche, dalla lettura di qualche libro prestato — povera casa dove il Carducci ha scritto i primi suoi versi, le Odi oraziane, — e che a me ha insegnato più e meglio di tutti i palazzi Strozzi e Farnese, che cosa sono le realtà e le idealità della vita.

«Legato a lui fin d’allora di fraterna amicizia, gli procuravo dei libri — ed ebbi così la fortuna di fargli conoscere alcuni poeti stranieri, lo Schiller, fra gli altri, — e di italiani il Leopardi; i cui Canti (vecchia edizione Piatti) da me prestati al Carducci, destarono nel futuro poeta delle Odi barbare un vero fanatismo. Ricopiò, mi rammento, più della metà del volume; e il Bruto Minore, e la Saffo, gli imparò subito a mente. — Guido Mannering e altri romanzi dello Scott, il Guglielmo Tell, alcune scene del Fausto, lo colpirono vivamente fin d’allora: di Byron, a quel tempo, ammirava più la vita che le poesie (è vero che lo leggeva tradotto in barbara prosa). Lamartine non gli andò mai giù. Gli scritti clandestini di Giuseppe Mazzini, che riceveva da un suo stretto parente, lo facevan ruggire.... Anche l’Ortis è un libro su cui l’ho visto fremere e piangere.

«Cosa singolare! i libri di erudizione, particolarmente filologica, erano per lui letture gradite, e avidamente cercate, quasi quanto i poeti. Mi ricordo che dopo avere nitidamente trascritto, con una diligenza da benedettino, le sue imitazioni da Orazio — una quarantina di odi, di cui due solamente sono restate negli Juvenilia, — egli cedè volentieri il volumetto manoscritto, in baratto con una vecchia edizione del Malmantile annotato dal Biscioni, e tornò a casa glorioso e trionfante col grosso polveroso volume, prezioso per lui più per le note erudite che per l’arguto testo fiorentino.»

A proposito della sua passione pei libri il Nencioni mi raccontò che il giorno che egli riuscì ad avere, non so se comperate o donategli, le poesie del Foscolo, per le quali spasimava da lungo tempo, tornando a casa, salì in ginocchione la scala che dall’uscio di strada conduceva diritta al povero quartiere, e giunto nella stanza dov’era sua madre, presentatole il libro, volle s’inginocchiasse a baciarlo. La mattina di poi, quando il Gargani andò da lui, lo trovò non ancora finito di vestire, che gli veniva incontro, e lì in cima alla scala, senza lasciarlo entrare, gli lesse ad alta voce, commentando con le sue ammirazioni, una gran parte dei Sepolcri.

***

Nell’anno 1852, mentre studiava, o a dir meglio (sono sue parole) non studiava affatto filosofia dagli Scolopii, il Carducci fece il primo passo verso il numero dei più, cioè degli uomini stampati. «Lo feci presto, dice, e da buon italiano, con un sonetto, un sonetto d’occasione, e quale occasione! per i coristi del Teatro di Borgo Ognissanti, o salvo il vero, della Piazza Vecchia.... Stavo vicino di casa in via Romana con Emilio Torelli stampatore, e già dei fedeli, dei veramente e onestamente fedeli, di F. D. Guerrazzi. Egli mi chiese il sonetto. Come dir di no a un democratico del ’48, che aveva tale una franca impostatura tra di soldato e di ciompo (egli fu capitano dei municipali, e sua madre era piemontese), e portava sempre uno smisurato cappello o di felpa o di paglia, all’ombra delle cui grandi ale poteva riparare una cospirazione? Diedi il sonetto; e fu stampato, anonimo. Non me ne ricordo, ma ci doveva essere qualche frase di Armonide Elideo, o, meno arcadicamente, d’Angelo Mazza.

«Il vero primo passo per altro, e questo con la ferma intenzione di peccare, solamente non seguìta dall’effetto, lo avevo mosso qualche mese innanzi. In quegli anni io scrivevo sempre: ammiravo il bello da per tutto, cioè non capivo nulla. Ebbi in una giornata di luglio il coraggio di mettere assieme in tutti i metri che mi corsero per la testa (nessun barbaro: allora, al più, rifacevo alcaiche sul modello del Fantoni) una novella romantica. L’intitolai Amore e Morte. C’era dentro un po’ di tutto — un torneo in Provenza — e il rapimento della regina del torneo fatto da un cavaliere italiano vincitore — e una fuga con dialoghi al lume di luna tra gli abeti — e il fratello della vergine non più vergine che raggiungeva gli amanti in Napoli — e un duello — e la morte del vago — e la monacazione della vaga — e un successivo impazzamento — e l’annessa morte dopo la confessione in

Endecasillabi

Catullïani

Dolci per facili

Modi toscani.

(Rossetti, Veggente in solitudine.)

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Ricordo.... due strofe, quando la regina del torneo posava una ghirlanda su ’l capo del vincitore, che s’era tratto l’elmo:

Qui la bella di Tolosa

Del baron gli occhi fisò,

Poi tremante e vergognosa

Chinò gli occhi e sospirò.

Ma una fiamma al roseo volto,

Una fiamma le salì

Quando il nero crin disciolto

Fra le dita errar sentì.

«Finita che ebbi la novella verso le quattro di sera, e il caldo era grande (come scrivevano i vecchi cronisti), pensai a farla stampare. Perchè no? Leggevo stampati tutti i giorni tanti versi che mi parevano peggio dei miei. L’abate Stefano Fioretti pistoiese compilava allora certo foglio teatrale e letterario, intitolato non ricordo più se l’Arpa o il Liuto o il Trovatore o il Menestrello, o quale altro de’ nomi d’oggetti di spogliatoio melodrammatico che usavano ancora su quegli sgoccioli del romanticismo. Mi manca il tempo e la serenità dell’animo a raccogliere e rendere i tratti di ciò ch’era allora l’abate toscano: non prete del tutto, ma nè men secolare: molto arcadicamente o romanticamente letterato: il cappello lungo; cravattina simulante il collare sotto al solino imbiancato co ’l turchinetto; abito moderatamente talare tenuto aperto per lasciar vedere una catenella d’argento a mezzo la sottoveste abbottonata fin molto in su; tutto in nero, s’intende; nero ed argento; in argento legate possibilmente le lenti, pomo d’argento o d’altro metallo biancheggiante nella canna d’India; infine andatura un po’ solenne, ma con passi di minuetto e naso all’aria. Il Fioretti del resto era persona piacente, e galantuomo, e buon compagno: aveva l’ufficio del giornale in un de’ vicoli che rameggiano da via Calzaioli. Salgo le scale con grande trepidazione; il direttore non c’era, c’era la governante, o la cameriera, o la nipote; non so in somma che cosa fosse precisamente. Il che mi piacque, non mica per la cameriera o governante o nipote — che era del resto un bel pezzo di ragazza, tipo fiorentino del Ghirlandaio un po’ volgarizzato — ma io, figuratevi, ero troppo fresco dell’Amore e Morte e della mia creazione di Gilda. Mi piacque perchè così potei scrivere una lettera al direttore (a parlare mi sarei imbrogliato), con la quale gli lasciavo e raccomandavo la mia novella: sarei tornato il giorno dopo per la risposta. Tornai; e il piacente abate con squisita cortesia mi fece capire che la mia novella era troppo lunga e troppo letteraria per un foglio come il suo.

«Rividi poi, circa il 59, e più volte, l’abate Fioretti; e finimmo buoni amici. Mi dava o mi mandava certe sue cantate storiche. Una mi ricordo: Gli Orti Oricellari a tempo dell’ultima cacciata dei Medici da Firenze, fu musicata dal Mabellini per i parentali a Niccolò Machiavelli celebrati in Pistoia la sera del 26 luglio 1863. E me ne ricordo un’aria a più voci tra Palla Rucellai, il Machiavelli figliolo e Zanobi Buondelmonti.

Palla.

Ah.... del ribelle moto

Côrremo i frutti amari.

Machiavelli.

Ai Medici devoto

Vedrem l’Oricellari?

Palla.

Tutti i tiranni abomino

Detesto al par di te;

Ma nella plebe instabile

Non so ripor la fe’.

Buondelmonti.

Torna a regnare il popolo

Che plebe vil non è.

»Io gli lodai quella cantata. Sicuro! Gli ero debitore dell’avermi risparmiato la stampa della novella. Immaginatevi se i critici italiani avessero poi scoperto che a sedici anni feci una poesia romantica!»[8]

***

Finiti nel 1852 gli studi agli Scolopii, il Carducci andò colla famiglia a raggiungere il padre, che fino dall’anno innanzi era andato medico condotto a Celle nel Montamiata. Quivi passò quasi tutto il 1853, riordinando e compiendo con assoluta libertà, che lo condusse ad un classicismo assoluto, i suoi studi letterari. Non li aveva tralasciati mai neppure a Firenze nell’ultimo anno mentre studiava filosofia. Anzi specialmente in quell’anno le conversazioni col Nencioni, i libri ch’ei gli procurava da leggere, quelli che cercava da sè nelle biblioteche fiorentine, dove volle vedere anche i codici, contribuirono a svolgere, non senza un po’ di confusione, le attitudini sue svariatissime, di erudito insieme e d’artista. Dalla lettura dei lirici dei primi secoli nel Manuale del Nannucci, nella raccolta del Valeriani e nei codici della Riccardiana, passava a scrivere odi saffiche o alcaiche ad imitazione d’Orazio, sonetti burleschi e satirici, e, come s’è visto, anche poemetti romantici.

De’ sonetti satirici ne avea composti fin da retorica. I primi a provare la mordacità della sua musa giovanile furono i suoi compagni di scuola. Mi ricordo che il Nencioni, raccontandomi le loro inimicizie e guerricciole di scolari, mi recitava dei pezzi di sonetti carducciani veramente feroci. Il Carducci poi, mandandomi nel settembre del 1860 da Pistoia la intiera raccolta manoscritta di tutti i suoi sonetti burleschi e satirici, mi scriveva: «Ho voluto conservare due di quelli fatti da ragazzo per un’ambizioncella di mostrare come pensavo e sentivo ec. ec., e come presto incominciai l’arringo satirico, pel quale veramente sarei fatto più che per ogni altro.» E prometteva di mandarmi poi altri saggi di poesia satirica puerile, «sciatti saggi, diceva, ma che pur dicono qualche cosa, molto più certo delle poesie serie che facevo a quel tempo.»

Non ricordo bene; ma credo che fra quei sonetti ce ne fosse uno su Celle (ad imitazione di quello del Berni su Verona) il quale cominciava così:

Questa Celle è una terra di Toscana,

ed uno contro un suo compagno di scuola, che avea parlato male di lui.

Quei sonetti li rimandai dopo parecchi anni al Carducci, che ne fece una scelta per la edizione definitiva degli Juvenilia.

***

Mentre il nostro era a Celle avvenne un fatto che determinò la scelta della sua carriera nella vita.

Fra gli scolari di retorica delle Scuole Pie, in quelli anni che c’era appunto il Carducci, esisteva un’Accademia, che avea nome dei «Risoluti e Fecondi», della quale era come Presidente il Padre Barsottini. Ne facevano parte i migliori alunni, e tra questi naturalmente dei primi il Carducci, il Nencioni e il Gargani. Per una delle tornate di cotesta Accademia, che fu tenuta nel 1853, il Carducci, narra il Borgognoni, mandò alcuni suoi versi sulle Crociate, «i quali, dice egli, oltre che al Padre Barsottini, ebbero la ventura di piacere non poco e a Leopoldo Cempini (stato già amico del Giusti) e al canonico Sbragia, prete di parte moderata scappato nel 1848 in Piemonte col Giorgini, i quali due si trovarono tra gli astanti. Lo Sbragia anzi disse al Barsottini persuadesse il Carducci a concorrere alla Scuola Normale, di cui egli era in allora il rettore. Il Barsottini non si fece pregare, come non si fece pregare il Carducci, il quale concorse, ottenne e andò.»[9] Così avvenne che il Carducci prese la via dell’insegnamento.

Anche entrato alla Scuola Normale, Giosue seguitò ad appartenere all’Accademia, la quale tenne una delle sue più famose sedute l’8 settembre 1854. Ne fu stampato il programma (Firenze, coi tipi Calasanziani, 1854) con questo titolo: «Il Genio cristiano | del medio Evo | in Italia | Trattenimento letterario | dato | nella Sala delle Scuole Pie fiorentine | dagli Accademici | Risoluti e Fecondi | la sera del dì 8 settembre 1854.» Il discorso preliminare fu letto dal Padre Barsottini, compilatore del programma, il quale comprendeva ben 22 numeri. Lessero poesie, fra gli altri, Pietro Dazzi (Boezio nella sua carcere); Enrico Nencioni (Il trovadore); Cesare Parrini (Federigo Barbarossa). Ultimo lettore, quello del n. 22, fu il Carducci; e il numero diceva così: «I fatti accennati dimostrano quali elementi di vita accoglie in sè il Medio Evo. Non manca che una voce la quale tuoni su questo Caos, come un tempo sul Caos antico la voce di Jeova, e crei. Questa possente voce è la voce di Dante. — Canzone del signor Giosue Carducci, Accademico Risoluto.»[Vedi l’intero programma nelle note a pag. [436]]

Questo, nota il Pistelli, «era il pezzo forte del trattenimento, ed ebbe un gran successo.» La canzone fu poi stampata per intero a pag. 33 del volumetto di Rime (San Miniato, tip. Ristori, MDCCCLVII) con questa nota: «Questo canto fo pubblico, perchè il meno ignoto de’ miei saggi poetici e quello che meno spiacque, e perchè forse a miglior tempo lo racconcerò: fatto nella primissima gioventù parmi dia più fumo che luce.» Nelle successive edizioni delle sue poesie il Carducci ne accolse soltanto due frammenti, Prometeo e Dante, con correzioni, non molte, ma notevoli, nel secondo.

CAPITOLO II. (1853-1856.)

Il Carducci alla Scuola Normale Superiore di Pisa. — Pratiche religiose. — Burle dei compagni. — Riunioni al caffè dell’Ebe. — Il ponce nel guardaroba. — «Viva Giove! abbasso il successore!» — Il Poverello d’Assisi e i Fioretti di san Francesco. — Il mercato dei maialini. — Allocuzione ai maialini fratelli in Gesù. — La toilette per prepararsi a studiare Tito Livio. — Una lezione di letteratura italiana presa dal Nisard. — Prepotente bisogno di studiare. — Rigori disciplinari e beghineria. — Il beato Giovanni della Pace. — Lettera del Carducci sulla Scuola Normale. — Umor nero. — La cerimonia della laurea. — Gli esami di magistero. — Epopea sul padre Arno Dio etrusco dalla glauca capelliera. — Pratiche e raccomandazioni per la nomina del Carducci a maestro di retorica nel Ginnasio di San Miniato.

La Scuola Normale Superiore di Pisa, istituita con decreto napoleonico del 29 gennaio 1813, riordinata con motuproprio granducale del 1846, fu, nella nuova sua forma di istituto aggregato all’Università, e perciò dipendente dal capo di essa, che allora chiamavasi Provveditore, aperta soltanto il 12 novembre 1847. Era, ed è ancora, una specie di Collegio convitto (come il Ghislieri di Pavia), con un certo numero di posti gratuiti, che si conferiscono per concorso fra giovani che hanno compiuto gli studi secondari e vogliono darsi alla professione dell’insegnamento. I giovani ammessi hanno nella scuola, salvo che non chiedano un correspettivo in denaro, vitto e alloggio durante il corso degli studi universitari, assistono alle lezioni dell’Università, hanno altre lezioni nell’interno del Convitto, e al fine degli studi prendono, oltre la laurea, il diploma di magistero, cioè di abilitazione all’insegnamento nelle scuole secondarie.

Sulla fine del 1853 il Carducci si presentò alla Scuola accompagnato dal padre. Era vestito dell’uniforme prescritta allora dal regolamento (soprabito e panciotto di panno turchino, calzoni neri, mantello nella stagione invernale, e cappello a staio). I normalisti, che erano sparsi a crocchi nell’andito del primo piano, aspettando il suono della campanella che li chiamasse a desinare, fecero subito liete accoglienze al nuovo venuto; e bench’egli fosse di modi un po’ bruschi, presero subito a volergli bene.

Uno di quei normalisti, entrato anche lui in quell’anno alla Scuola, che si affezionò subito al Carducci, e gli fu poi sempre amico fedele e sincero, Ferdinando Cristiani, scrisse, pregato da me, una breve notizia sul Carducci alla Scuola Normale, che fu pubblicata nella Rivista d’Italia (fascicolo di maggio 1901). Da essa e da alcuni appunti favoritimi da un altro compagno di studi del Carducci alla Normale, il prof. Giuseppe Puccianti, traggo per la maggior parte il materiale di questo capitolo, riferendo, dove mi sembri opportuno, le parole stesse dei due egregi uomini amici miei.

***

«Gli atti della vita quotidiana della Scuola Normale, scrive il Cristiani, erano regolati da un rigido orario, per la veglia e il riposo, per lo studio e la ricreazione, per la mensa e il passeggio, per la messa e il rosario. Poteva forse a qualcuno mancare la voglia, ma non il tempo, di pregare: ogni mattina la messa, ogni sera il rosario ed altre giaculatorie non brevi. Nè finivano qui gli obblighi religiosi; chè ogni due o tre mesi un reverendo veniva a fare raccolta dei nostri peccati.

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»Ogni mese dovevamo pure intervenire, cogli altri scolari della Università, alla congregazione, nella chiesetta di San Sisto. Guai a chi avesse ciarlato durante la lunga predica, o fosse mancato all’appello; i bidelli con lapis e carta prendevano nota di tutto per riferirne ai superiori. Per giunta alla derrata, tutte le domeniche c’era spiegazione del Vangelo, fatta dal Rettore.

»Tutte queste pratiche di religione toglievano del tempo allo studio; e il Carducci, che del tempo era economo come l’avaro della borsa, portava anche alla messa, in cambio del libro d’orazioni, un qualche classico del formato in sedicesimo.

»Qualche volta i compagni stessi si divertivano a disturbarlo mentre egli studiava; ed ecco come. Al Carducci, ricevuto normalista, era stata assegnata la seconda camera a destra di chi entra dalla porta del corridoio interno. Nella anticamera, una stanzuccia piuttosto buia, si trovavano in fila su una panca dieci lucernette d’ottone a un lucignolo e, d’inverno, anche dieci caldanini, che erano i nostri caloriferi. Sicchè, tornando la sera a casa, ognuno di noi andava a prendere il suo lume; e siccome a quell’ora Giosue stava già al lavoro, così a parecchi veniva il desiderio di dare un saluto all’amico Pinini.[10] Se Giosue era di buon umore, la porta di camera stava aperta, e allora s’entrava tutti e ci si sdraiava sul letto e si facevano scherzi che non spiacevano a Giosue; ma se poi ci dimenticavamo la discrezione, sapeva metterci fuori per amore o per forza. La camera serrata a chiave era segno d’umor nero, o forse di più intensa voglia di studiare; e siccome non si voleva neppur in quelle sere lasciar di salutarlo a modo nostro, gli si faceva la serenata in coro, cantando stornelli di vario genere con accompagnatura di contrabbasso, fatica speciale di un nostro compagno, che produceva quel suono strisciando il pollice all’uscio. La pazienza, si dice, ha un limite, e il Carducci faceva presto a varcarlo. Una sera, aperto l’uscio all’improvviso, rincorse di furia cantanti e suonatori, che fuggirono a gambe levate.

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»Dopo desinare, a stagion buona, scendevamo nel cortile, dove per unico passatempo erano una dozzina di grosse palle di legno da giocare alle bocce. A quei tempi non si parlava nè di ginnastica, nè di scherma, nè v’era biliardo o altro giuoco. Terminata la ricreazione, si studiava, ciascuno nella propria camera, fino all’ora del passeggio. Uscivamo a coppie, o anche soli, ma quasi sempre c’incontravamo fuori di Porta alle Piagge; e lì avvenivano spesso vivissime discussioni fra il Puccianti e il Carducci, tanto più vive quando il primo, per incitare l’amico alla lotta, metteva innanzi la questione della superiorità del Manzoni sugli altri poeti moderni: allora, da una parte e dall’altra se ne sentivano delle cotte e delle crude, e la disputa finiva a sera, quando tutti d’amore e d’accordo tornati in città ci riunivamo al caffè dell’Ebe. Riunioni clamorose e gioconde, che erano per Giosue il divagamento più grato. Là era nel suo vero regno, e, con davanti il ponce ed un sigaro in bocca, teneva desta per un’ora la geniale conversazione. Conveniva sovente a quei ritrovi serali Felice Tribolati, ingegno arguto e narratore inesauribile di piacevoli aneddoti appresi dalla bocca di Giovanni Rosini, di cui fu ammiratore e familiare. C’era anche Narciso Pelosini, già dottore in legge e praticante l’avvocatura, allora giovane d’idee avanzate, non fervente cattolico come dipoi. Col Tribolati e col Pelosini, ora morti, veniva talora Francesco Bonamici, giovane di molti studi e d’ingegno e, come il Pelosini, di parola facile e abbondante.

»Qualche altro divertimento ce lo procuravamo da noi in collegio, nelle poche sere che i più denarosi avevano il permesso d’andare al teatro. Adunati in una stanza al terzo piano, che serviva ad uso di guardaroba, avendo con noi rhum, zucchero, limone, e una macchinetta a spirito, si faceva il ponce bianco, che sorseggiavamo poi allegramente tra i più svariati e gioviali discorsi e sollazzi.»[11]

***

A proposito di burle e del Manzoni, una volta il Puccianti fece questa al Carducci. Passando una sera davanti alla porta della camera di lui e trovandola chiusa, perch’egli era già a letto, si mise a battervi su dei pugni così sonori, che avrebbero, dice lui, svegliato anche un baco da seta quando dorme la grossa. Giosue, se non era sveglio, si svegliò, e si diè a gridare con quanto ne aveva in gola e a bestemmiare. Il Puccianti, che non voleva altro, cessati i picchi, cominciò a declamare ripetutamente ad alta voce l’Inno del Manzoni:

Dormi, fanciul, non piangere,

Dormi, fanciul celeste,

con quel che segue. A ciò il Carducci non potendo reggere, balzò giù dal letto, aprì furiosamente la porta, e presentandosi sulla soglia ignudo com’era, gridò rabbiosamente: — Viva Giove! abbasso il successore! — Guai, dice il Puccianti, se i superiori l’avessero sentito!

***

Una mattina i due amici andarono insieme all’Università. Appena arrivati, il bidello dice loro: Il professore stamani non fa lezione. Era una bella giornata di primavera, ed essi pensano di godersela andando a fare una passeggiata fuori delle mura. Giosue era di bonissimo umore, e in quella disposizione d’animo che, specie quando trovavasi in compagnia di qualche amico, eccitava in lui l’estro inesauribile delle bizzarrie. Bisogna sapere, dice il Puccianti, che tutti i giorni egli era come dominato da un’idea fissa. L’idea fissa di quella mattina era il Poverello d’Assisi, per amore del quale egli aveva imparato a memoria i luoghi più belli e singolari di quel singolarissimo libro dei Fioretti. «Quindi (cedo la parola all’amico Puccianti), appena uscito sul Lungarno tutto sorriso dal sole, in quell’ora del tempo e in quella dolce stagione sentì le varie voci della natura, e come se fin da quel giorno meditasse il Canto dell’amore, molto comicamente e in istile che chiamerò francescano cominciò a tirar giù le lodi, non mica del Gran Pan che non è morto, ma proprio delle creature, e più particolarmente di frate Sole, di frate Arno e perfino di suora Luna, che non c’era.

»In san Francesco la lauda delle creature son pochi versi, e lui (il Carducci) non la finiva più: un’idea o un’immagine se ne tirava dietro un’altra, come le ciliege. Basti il dire che dalla cantonata di via San Frediano eravamo arrivati alla Porta fiorentina, e lui seguitava con la stessa foga, anzi pareva che cominciasse in quel momento. Passata la Porta, ci fermammo sulla piazza di San Marco, e lì ci dette negli occhi uno spettacolo a cui non eravamo avvezzi. C’era il mercato dei maialini. A quella vista l’oratore francescano, che fino a quel momento si era occupato unicamente delle creature prive di senso, rivolgendosi a un tratto alle creature sensate, si fece ad esortare quei leggiadri porcellini fratelli in Gesù a render grazie a Dio dei tanti doni che ne avevano ricevuti ec. ec. E siccome tutte quelle dolci e divote cose le indirizzava specialmente a quello dei maialini che aveva più vicino, io, per metterlo al punto, gli dissi come in aria di sfida: — Sta bene che tu gli dica coteste dolci cose, ma scommetto che non hai il coraggio di abbracciarlo. — Non ho il coraggio...? o sta’ a vedere. — Si chinò, e gli stese le braccia al collo, dicendogliene in particolare delle altre anche più dolci. Dopo di che ce ne tornammo alla scuola senza altri incidenti.»

Quando trent’anni più tardi il Puccianti lesse il sonetto Santa Maria degli angeli, che è un’apostrofe a frate Francesco, e termina così:

Ti vegga io dritto con le braccia tese

Cantando a Dio: — Laudato sia, Signore,

Per nostra corporal sorella morte!

il pensiero gli corse subito al mercato dei maialini in piazza San Marco.

***

Un’altra mattina, narra il Puccianti (ed anche qui lascio a lui la parola), «entro nella stanza del Carducci, e lo trovo tutto intento a pettinarsi, a farsi un bel nodo alla cravatta e spazzolarsi con cura, cercando di mettersi nella maggiore eleganza relativa possibile. — Vedi, mi dice, mettendomi a studiare Tito Livio, faccio come faceva (a prenderlo a parola) il Machiavelli quando entrava nelle corti dei principi antichi, e li interrogava ed essi gli rispondevano, e si pasceva così del cibo che solum era suo, come ci dice egli stesso nella famosa lettera al Vettori. — O gli abiti curiali? domandai io. — Questi miei son tanto curiali quant’erano i suoi — mi rispose; e si mise a tavolino. Tanto è vero che gli scherzi suoi avevano bene spesso un fondamento erudito. E veramente fin d’allora possedeva un’erudizione singolare nelle cose storiche e letterarie e anche filologiche, così antiche, come moderne.

»Se un professore esponeva a scuola una dottrina non sua, senza indicarne le fonti, egli spesse volte le cercava e le trovava. Una volta appunto sentiamo all’Università una lezione sull’epopea primitiva e secondaria premessa da un nostro insegnante ad un suo corso sulla Divina Commedia. Ci parve bellissima, com’era veramente. — Sai da chi l’ha presa? — mi disse Giosue. — Dal Nisard. — Cerca il libro, traduce dal francese in buon italiano tutta la lezione, e chiamato poi a ripetere, la ridice con una franchezza tale da far meraviglia agli uditori. E non aveva mica molta facilità di parola; tutt’altro; anzi, preso all’improvviso, era spesso impacciato, e la frase gli usciva di bocca come a scatti, faticosa. Avvezzo fin d’allora a frugare col pensiero a fondo le cose, e a scegliere i modi più efficaci per manifestarle, faceva come sentire lo sforzo di una composizione necessariamente affrettata. Non era un parlatore, era uno scrittore fino da normalista. Ma in casi simili a quello detto sopra faceva sempre così: scriveva le cose da dire, le rileggeva più volte, e, siccome lo scritto dalla carta gli si stampava nella memoria tenace, venuto il momento le ridiceva tali e quali, e stavo per dire le rileggeva ad alta voce nel libro della mente

Alla meravigliosa erudizione del giovane Carducci conferiva senza dubbio in gran parte la memoria felice, ma in parte anche maggiore lo studio, ch’egli fece sempre intenso e continuato. Lo studio non era per lui l’adempimento di un dovere, era un bisogno prepotente dello spirito. Narra il Cristiani ch’egli, concedendo al sonno poche ore della notte, passava quasi sempre l’intera giornata a studiare. «Anche oggi, dice, passati da allora quarantacinque anni, mi par di vederlo seduto al suo tavolino, con in bocca una gran pipa di spuma, tutto assorto nello studio degli autori suoi prediletti, scriver note e pensieri, o scattar come una molla e, a passi concitati, andar su e giù per la camera, declamando ad alta voce i luoghi degli scrittori ond’era più fortemente commosso.»[12] Anche attesta il Cristiani che, mentre parecchi normalisti, come in generale accade alla maggior parte degli studenti, erano costretti a lunghe veglie all’avvicinarsi degli esami, il Carducci non avea bisogno, per prepararsi ad essi, di alterare menomamente il suo sistema di vita e l’ordine delle sue occupazioni. Non solo: ma come egli, buono in fondo e cordiale nonostante i suoi modi un po’ bruschi, era largo d’aiuto ai compagni, che all’occasione non lo risparmiavano, così trovava il tempo di ripetere e spiegare loro le lezioni dei professori; ciò che accadeva specialmente verso la fine dell’anno scolastico.

***

Che cosa il Carducci pensasse dei suoi insegnanti, della vita e degli studi alla Scuola Normale, appare da una lettera ch’egli mi scrisse ai primi del 1856, quando faceva là l’ultimo anno. Sicuro, non bisogna prendere alla lettera le sue parole, il cui colorito è estremamente acceso, come portava la sua bollente natura e la irritazione dell’animo prodotta dall’ambiente in cui era costretto a vivere.

Pisa, e specialmente l’Università e la Scuola Normale che n’era parte, scontavano le pene del loro passato liberalismo; le pene dell’aver protestato per non voler le Dame del Sacro Cuore, le pene delle lezioni patriottiche del Centofanti e di altri professori, le pene del battaglione universitario del 1848. Da ciò una recrudescenza di beghineria che pesava sopra tutta la città, da ciò l’eccesso di pratiche religiose, con le quali si credeva stupidamente di rimettere la gioventù nella retta via dell’ossequio alla Chiesa e allo Stato (cioè al restaurato Governo granducale); da ciò i nuovi e inauditi rigori verso gli studenti, ai quali per ogni menoma scappatella si minacciavano e si applicavano punizioni; da ciò il Provveditore trasformato in una specie di capo di Polizia, e i bidelli e i serventi in spie e questurini.

Naturalmente se c’era modo di mantener viva l’agitazione nei giovani per il desiderio della libertà, e il trionfo delle idee patriottiche era codesto.

Immaginarsi come ne dovesse fremere internamente il Carducci! Egli aveva, è vero, una distrazione potente e un conforto grande negli studi, che lo assorbivano intero; ma in cotesto porto, nel quale riparava dalla vita reale, lo sdegno e la irritazione contro questa trovavano nuovo alimento, e le sue idee e i suoi pensieri se ne coloravano sempre più in nero.

Quella recrudescenza di beghineria che ho detto, della quale l’Arcivescovo e il clero di Pisa profittavano pei loro fini, soffiandoci dentro in tutti i modi, diede occasione al Carducci di scrivere la poesia satirica Al beato Giovanni della Pace, ch’è stampata in fine dei Juvenilia. Mandandomela nel maggio del 1856, mi scriveva: «Ti voglio mandare uno scherzo fatto in questi giorni, non perchè meriti come poesia, ma perchè tu vegga come ad ogni occasione io protesti contro il secoletto ipocrita. Da un pezzo in qua (due anni mi pare) è venuta la manía di riscavare i vecchi santi e di metterne su de’ nuovi, ultimo guizzo dell’idea cristiana-romantica. A questi giorni, e precisamente dopo trattata e firmata la pace di Parigi, hanno trovato un frate del secolo XIII, che appunto ha nome di Giovanni della Pace, venerato in Pisa nei secoli passati. Hanno stabilito di riscavarlo, metterlo in onoranza nel Duomo, portarlo a processione. Figurati il buggerio. Il Carducci ha scritto questo Inno sacro.» Seguiva la trascrizione dell’Inno: poi ripigliava la lettera, parlando delle pratiche ch’ei già faceva per avere il posto d’insegnante di retorica a San Miniato, chiedendo in proposito qualche consiglio agli amici, e dandoci la notizia che aveva stabilito di cominciare nelle vacanze la traduzione in versi del III libro dell’Eneide di Virgilio e della Teogonia di Esiodo.

***

Ed ora ecco alcuni frammenti della lettera alla quale sopra ho accennato. A me era venuta improvvisamente l’idea di abbandonare il meschino impiego che allora avevo, e di andare alla Scuola Normale. Ne scrissi al Carducci, chiedendogli consiglio e istruzioni; ed egli mi rispose: «E tu.... vorresti entrare nella Scuola Normale? Cessi Dio tanto pericolo che ti minaccia se tu vieni qua, dove questa marmaglia o ti farà perdere il senno o ti spingerà al suicidio.... Se tu vieni qua, dalla parte dell’insegnamento (del latino), avrai un professore ciarlone, che ti stancherà a forza di citazioni e di date quando fa bene, quando cioè copia da tutti i libri che può aver per le mani, senza mentovar mai nessuno: del resto ti dirà con aria cattedratica quelle cosette che sanno anche i bambini della seconda, senza un’ombra mai di critica, senza un bagliore di ragionamento; cose fritte e rifritte da tutti gli accademici, da tutti gli scrittori di retorica, da tutti gli arcadi di tutti i tempi; e così correranno i tuoi tre anni di studi sulla letteratura latina, sulla quale perderai molti giorni senza imparare altro che date.... Per la letteratura greca avrai due uomini che il greco lo sanno; sentirai che dissertazioni calorose, infiammate, vulcaniche sulla funzione degli aoristi! sentirai declamata con l’enfasi epica la genealogia de’ tempi de’ verbi, come se fosse la genealogia degli Eacidi; ma della filosofia di cotesta divina letteratura greca, de’ bei tempi di Atene, delle cause che ispirarono coteste opere divine, del metodo e del sistema di cotesta poesia, del confronto con la latina e con l’italiana, nulla, nulla, nulla: chè coteste menti son nate per declinare verbi, non per sentire e far sentire il bello, non per pensare: guai, guai nella Scuola Normale a colui che pensa! Della filosofia razionale e morale non ti parlo;... ti avviso però che della razionale avrai a ripetitore un collegiale, avvezzo a giurare sulle parole del maestro, il quale senza aver mai visto in viso una traduzione dal greco, ti comincierà a dir male delle arti e lettere greche e ti leverà alle stelle i Goti: e tu freddamente l’ammazzerai, e allora ti metteranno in galera. Bandita la letteratura italiana: già saprai da te come i giovani usciti finora dalla Scuola Normale adulterano laidamente la lingua toscana: imparerai il gergo convenzionale, grammatico, retorico, filosofico: la lingua in cui scrissero Dante, Machiavelli, Leopardi, fa paura a questi vili oppressori e castratori degli ingegni giovanili: chi studi davvero cotesta lingua, bisogna che studi gli scrittori repubblicani del Trecento, nazionalissimi del Cinquecento, e pensatori tremendi del secolo nostro; bisogna che studiando cotesta lingua, studi la nazione, e imprima come suggello nell’animo il carattere italiano puro. E nella Scuola Normale, guai, guai, tre volte guai a costui! — In quanto al trattamento per ora si sta male, i venturi staranno malissimo. Avrai sempre addosso un imbecille che parla sempre di frati, di monache, di conventi, e che moverebbe compassione se non fosse arcinoiosissimo. Nel direttore degli studi un galantuomo, buon uomo, il quale ti mostrerà in sè l’impotenza e l’idea risibile che piglia il galantuomo circondato da birboni d’ogni maniera: crederà di farti del bene col chiacchierarti intorno sempre, sempre, sempre, e ti darà buone parole, ti sarà gentilissimo, ma non ti schermirà mai dalle stoltezze e dalle oppressioni dei vilissimi superiori. Sarai inondato da una caterva di spie vilissime, minacciato da un provveditor birro arcivilissimo, che ti griderà sempre punizioni e carcere, e se tu non vuoi altro, galera.... Quando non ti oltraggino, ti stomacheranno o con il mormorare di continuo femminilmente su’ fatti altrui, col parlare di lettere come parlano dei paduli di Vecchiano, con l’aver sempre in bocca il quattrino e il tozzo, o spregiare o compassionare ogni infelice che non abbia o il quattrino o il tozzo (materialisti manzoniani). In fine se vuoi venire alla Scuola Normale, o càstrati o schiàcciati, o fatti banderuola a tutti i venti, o vieni per imparare a soffrire e a odiare. Questi sono i danni: degli utili ve n’è uno solo, quello di divenire dottore senza spendere altro che 40 lire.»

***

Il Carducci avea fin da giovane dei periodi di umor tetro che talvolta gli duravano a lungo. In quei periodi avea bisogno di star concentrato in sè stesso; ogni fatto esterno, ogni rumore, ogni voce, che tentasse distrarlo, lo urtava, lo infastidiva, lo faceva dare in escandescenze. Non c’era che qualche intimo, che potesse allora avvicinarlo, qualche intimo che, conoscendolo bene e volendogli bene, sapesse evitare ogni parola, ogni atto, ogni accenno che non gli andasse a genio, e secondando il suo bisogno di taciturnità, fosse capace di star con lui magari per delle ore senza profferire parola.

Quando egli era in uno di quei periodi, se gli avveniva di parlare o scrivere sopra un argomento qualunque, le parole, i ragionamenti, le immagini gli uscivano dalla bocca o dalla penna colorate in nero: i fatti non si alteravano, ma la luce sotto la quale erano esposti dava loro un aspetto che, pur rispondendo nella sostanza al vero, differiva alcun poco da esso. Probabilmente la lettera di cui ho riferito alcune parti fu scritta in uno di quei periodi; e si capisce come il Carducci, al quale la regola, la disciplina e le consuetudini della Scuola Normale e della Università non andavano punto a genio, sfogasse scrivendola tutte le ire e le scontentezze che gli avevano amareggiato quelli anni di studio. Oramai egli stava per uscirne. Ma pur troppo non doveva essergli molto più lieta, benchè in apparenza più libera, la vita d’insegnante che uscito di là avrebbe cominciato.

***

Il corso degli studi alla Scuola Normale durava tre anni. Alla fine del primo i normalisti doveano rispondere sulla materia del terzo corso universitario; alla fine del secondo doveano dare l’esame di laurea. Il Carducci si presentò a questo esame il 16 giugno 1855, e il 25 fu insignito della laurea.

«Allora, per ottenerla, scrive il Cristiani, non si presentavano tesi, e perciò l’esame non differiva da quello degli altri anni del corso universitario. Un po’ diversa da quella d’oggi era la cerimonia della laurea. I candidati in giubba e cravatta bianca movevano insieme verso la curia arcivescovile, e lì, entrati in un’ampia sala, dove si tenevano anche i pubblici dibattimenti delle cause appartenenti al fôro ecclesiastico, attendevano la venuta del vicario capitolare.

»Il vicario, entrato in compagnia del cancelliere, dava principio alla cerimonia con un discorso sui doveri che i buoni cittadini hanno d’esser fedeli al Sovrano, e zelanti della nostra santa religione, e faceva recitare ai candidati il Credo; poi, fatte infilare loro certe cappe sdrucite della forma di quelle dei professori d’Università, li chiamava a nome a uno a uno, li faceva avvicinare, e misurava loro in testa un berrettone dottorale, profferendo la formola: accipe pileum pro corona. Poneva fine alla cerimonia il giuramento solenne che tutti dovevano profferire, ripetendo parola per parola quello che ad alta voce leggeva il cancelliere. Suggellava la consacrazione lo squillo di due trombe.»[13]

Nel luglio dell’anno appresso (1856) ebbero luogo i pubblici esperimenti che conferivano ai normalisti il grado di magistero. «Il 2, scrive il Cristiani, il Carducci fece la lezione sul tèma di letteratura italiana da lui scelto: Dell’influenza provenzale nella lirica del secolo XIII.... Il tèma era stato trattato da lui con lungo studio e con grande amore; tuttavia gli mancarono due voti di plauso; mentre non glie ne mancò neppur uno nella lezione (che fece qualche giorno dopo) sul tèma di filosofia, Del culto interno ed esterno, copiata in gran parte dal Rosmini.»[14]

Il Carducci usava fin d’allora, come notò già il Puccianti, scrivere le lezioni che dovea dire a voce, affine d’imprimersele nella memoria più ordinate, più chiare, più precise. Io posseggo l’autografo delle due lezioni ch’egli fece per ottenere il magistero; e credo non dispiacerà ai lettori conoscere la chiusa di quella sulla letteratura italiana, la quale nel manoscritto ha un titolo un po’ diverso da quello indicato dal Cristiani. È intitolata: Della poesia cavalleresca o trovadorica, e finisce così:

«A mostrare il processo di questo risorgimento intellettuale (il risorgimento della letteratura e dell’arte in Italia sul finire del medio evo), bisognerebbe ch’io con la scorta dell’istoria condottomi prima là su le sponde del mar di Sicilia dove fino dal 1180 suonava la rozza ma fervida italiana canzone di Ciullo d’Alcamo, quindi su le piazze di Assisi e di Fano dove le armi de’ cittadini uccidentisi tra loro restarono dal ferire alla poesia ispirata di san Francesco e di fra Pacifico, poi nella grande Università di Bologna madre del sapere italiano, mi fermassi in ultimo a contemplare la società fiorentina del secolo XIII, di quel tempo che i nostri cari cronisti chiamano il tempo del buon popolo vecchio.

»Vedrei colà virtù civili grandissime senza burbanza, virtù famigliari amabilissime senza mollezza, virtù artistiche grandissime senza sforzo: e quei nobili e quelli artefici che seduti insieme nella chiesa di San Giovanni dettarono le costituzioni del 1250 e del 1282, trattare, disvestito il lucco, il pennello e lo scarpello, la penna e la spada, come si trattavano allora: vedrei i figliuoli di cotesti uomini alla scuola di Brunetto Latini, altri apprendere a ben parlare e ben guidare il comune in su le opere di Cicerone e di Sallustio, e fra questi Giovanni Villani; altri accogliere il tesoro dell’enciclopedia contemporanea, e tra cotesti il Cavalcanti e l’Alighieri, che vi si ispiravano alla poesia filosofica: quindi tra le feste popolari del Calen di maggio, tra le splendide cavalcate de’ giovani, nelle cortesi ragunanze di popolo o sotto le loggie delle potenti famiglie o intorno al San Giovanni nascere la freschissima poesia di Dino Frescobaldi e Gianni Alfani.

»Dopo ciò noi avremmo innanzi agli occhi tutto il processo della poesia toscana, la quale comincia didascalica e con la forma narrativa della visione ed allegoria nel Tesoretto del Latini, nella Intelligenza di D. Compagni; seguita filosofando con maestà italiana nelle canzoni dell’Alighieri e del Cavalcanti; quindi nelle ballate e ne’ sonetti d’essi e dell’Alfani e del Frescobaldi con una religiosa purità di affetto non più sentita, con una agilità di forme non più veduta pare voglia aspirare al cielo, a quella guisa che vi aspirano i due angeli dipinti da Giotto nel tempio d’Assisi; infine dinanzi al popolo italiano ammirato sorge solitaria e gigantesca accanto a Santa Maria del Fiore la Divina Commedia.

»Tutto ciò avveniva, o signori chiarissimi, in quel tempo così superbamente compianto da una gente che ripone la somma civiltà nel non far nulla o nel rifar male quello che gli antichi fecero bene, in quel tempo che Carlo Botta chiamò lo stolido e scapestrato medio evo, fra quelli uomini che Carlo Botta chiamò goffe bestiaccie del medio evo. E fra quelle goffe bestiaccie erano Tommaso d’Aquino e Dante Alighieri. Ora dirimpetto ad essi fra i moderni economisti e politicanti chi grande?»

Il Carducci trattò poi nell’età matura questi medesimi argomenti di storia letteraria con ben altra compiutezza di studi ed originalità di pensieri; ma non è senza interesse vedere com’egli vi si cimentasse fin d’allora, in un tempo cioè in cui erano una novità in Italia; e vi si cimentasse per impulso del proprio ingegno, senza avere dai suoi professori nessuno indirizzo, nessun consiglio ed aiuto.

***

Finiti gli esami, Giosue andò per qualche giorno a casa a Santa Maria a Monte, indi a Firenze a trovare gli amici; ma, prima di lasciare la Scuola Normale, mi ragguagliò con lettera dei 3 luglio del resultato del suo esame sulla letteratura italiana. La lettera diceva così:

«Ieri ebbi l’esame, o meglio feci la lezioncetta, e l’esito ne fu per me più che gradevolissimo. A pena cominciai ebbi l’uditorio dei chiarissimi in capelli bianchi e in toga, e dei chiarissimi in erba, e degli oscurissimi ancora, contro il costume attentissimo e silenzioso per un’ora (e dovevo parlare mezz’ora): e io lo padroneggiai col portamento e con la voce. Vi fu chi disse ch’era rimasto spaventato dalle mie citazioni fatte a memoria. Non potei finire del tutto il mio ragionamento, perchè il Provveditore mi disse da ultimo, vedendo che non la finivo più: Debbo annunziare al dottor Carducci, con mio dispiacere, che il tempo assegnatogli dalla legge è di già scorso da due quarti d’ora. E sonò il campanellino. E allora io birichinescamente feci un salto col quale dalla cattedra fui in terra tutto d’un pezzo. E l’uditorio rimase meravigliato anche della mia agilità nel far salti. Poi vennero i mirallegro, gli abbracciamenti, i baci dei chiarissimi e dei non chiarissimi, e tutte le persone della sala mi si raccolsero intorno. Poi andò a finire in un gran simposio; dopo il quale, la sera, lung’Arno, accompagnato dagli amici, io declamava un’epopea improvvisa sul padre Arno Dio etrusco dalla glauca capelliera, il quale non voleva riconoscere i lumi a gaz nè il vapore: e vi entravano di mezzo Tarconte, Porsena, la vergine Camilla e Turno, i quali andavano a spegnere i lumi a gaz, e portavano fuori le vecchie lucerne sepolcrali di Tarquinia e dei sepolcreti di Ceri. Eroe dell’epopea, ch’io un po’ cantavo, un po’ declamavo, era un vaso etrusco personificato, il quale entrava nell’Ussero e spaccava le tazze, i gotti, e simili buggeratelle moderne. E i compagni ridevano tremendamente, e la gente passava di lontano intimorita: e tutto questo lo facevo in abito nero, e con grandissima cravatta bianca, e i solinoni bianchi fuori, secondo il costume del Tasso.»

***

Per la nomina del Carducci al Ginnasio di San Miniato si adoperarono anche il Rettore della Scuola Normale e il Provveditore della Università, i quali pur non potevano ignorare il carattere forte e indipendente del giovane; ma anch’essi erano vinti dalle prove d’ingegno e di dottrina ch’egli avea date, le quali naturalmente dovea parer loro che tornassero ad onore della Scuola e della Università. Per questa ragione anche i professori gli volevan bene e lo portavano, come si dice, in palma di mano, perdonando alla singolarità dell’ingegno le sue capestrerie.

Uno di essi, il professore di pedagogia e direttore della Scuola Giuseppe Pecchioli, scrisse nell’agosto da Livorno al proposto della cattedrale di San Miniato, da cui principalmente dipendeva la nomina degli insegnanti del Ginnasio, raccomandando come ottimo il Carducci, insieme a due altri, l’un dei quali buono e l’altro mediocre, e dicendolo: «Attissimo alla cattedra di letteratura latina e greca, benchè il suo forte, a vero dire, sia piuttosto la letteratura italiana.» Proseguiva la lettera dicendo: «Sulla moralità non debbo far gradazioni, perchè, in tutto il tirocinio universitario e normalistico, la loro condotta è stata esemplare, come si conveniva a giovani iniziati ad una carriera delle più delicate e importanti.»[15]

Quei professori non erano aquile, ma avevano abbastanza comprendonio da capire che il Carducci non era un allievo come gli altri; e forse speravano, nella loro ingenuità ed ignoranza del mondo in mezzo al quale vivevano, che quei giovani usciti dalla rigida disciplina scolastica ed entrati nella vita, avrebbero, per il bisogno di assicurarsi il tozzo, smorzato a poco a poco i loro ardori giovanili, e finito col diventare uomini seri e posati. Povera gente! come ci vedevano poco! Il Carducci e il Cristiani (nominato con lui al Ginnasio di San Miniato) prima che finisse l’anno doverono fuggirne; e l’uno di lì a poco divenne il poeta della rivoluzione, mentre l’altro era andato a combattere le battaglie per la liberazione d’Italia.

Ma non anticipiamo.

CAPITOLO III. (1856-1857.)

Gli amici di Firenze. — L’ode alcaica A Giulio. — Prime prove letterarie nell’Appendice alle Letture di famiglia. — Fiori e spine di Braccio Bracci. — La Diceria di G. T. Gargani. — Scandalo sollevato dalla Diceria. — Gli amici pedanti e la Giunta alla derrata. — Giovinetto romantico inventato dal Carducci. — Il Carducci in famiglia a Santa Maria a Monte. — Mia visita al Carducci a Santa Maria. — Il Carducci va maestro di retorica a San Miniato al Tedesco. — Il Passatempo e gli amici pedanti. — La casa dei maestri. — Alla méssa in domo. — Processo per accusa d’empietà. — Il Cristiani propone al Carducci di stampare le sue poesie. — «Jacta est alea.» — Pubblicazione delle Rime. — «Viva Apollo Febo lungi-oprante, Patareo, Delio, Cinzio, e moia chi dice di no.» — Il Carducci lascia San Miniato.

Mentre il Carducci era a Pisa, specie nell’ultimo anno, stette in continua corrispondenza con gli amici di Firenze, scrivendo al Gargani, al Targioni ed a me, più spesso che agli altri a me, che ero una specie di segretario della nostra piccola società. La corrispondenza era sopra tutto letteraria, ed aveva per iscopo di comunicarci i nostri lavori e di confortarci a vicenda nel sostenere col ragionamento e coll’esempio il classicismo in letteratura. Ci preparavamo, senza saperlo, alla fondazione della società degli amici pedanti, che sorse in quell’anno stesso, e affilavamo le armi per le future battaglie.

Il 27 aprile 1856, mandandomi manoscritta l’ode alcaica A Giulio, ristampata in tutte l’edizioni dei Juvenilia, Giosue mi scriveva: «Ode alcaica di soggetto serio, e in cui si tratti con forme classiche di cose del medio evo, e di 21 strofe, non è stata mai fatta in Italia; questo solo di singolare ha l’ode mia. Quel che mi vo’ sforzar di provare col fatto, è di far vedere che si posson trattare con le forme greche e latine le cose a cui dicono i barbari italiani volersi forme nuove, e intendono le romantiche. Quello che ho detto io con le forme d’Orazio e Giovenale, questi cani l’avrebber detto con le forme dei cori del Manzoni.»

Le lunghe lettere che il Carducci mi scriveva e le poesie che mi mandava, erano da me lette agli altri amici, al Targioni e a Torquato Gargani, coi quali facevamo tutti i giorni la nostra passeggiata al Parterre fuori di porta San Gallo. E là disputavamo di letteratura, parlavamo degli ultimi libri letti, ci consultavamo sui lavori da fare o che stavamo facendo. Avevamo tutti tre le stesse idee in fatto di letteratura, ch’erano pure le idee del Carducci, benchè ciascuno, s’intende, avesse gli autori suoi prediletti. Ma era questione del più o del meno: tutti eravamo d’accordo nel mettere sopra tutti Dante e il Petrarca fra gli antichi, l’Alfieri, il Parini, il Monti, il Foscolo, il Leopardi fra i moderni. Io aggiungevo a questi un prosatore, il Giordani, del quale a poco a poco inoculai l’ammirazione anche agli altri.

Il Targioni aveva preso di recente la laurea in legge, ma aveva tutt’altra voglia che di fare l’avvocato. Il Gargani era tornato di fresco da Faenza, dove aveva fatto per tre anni il precettore in una casa privata.

***

Si aggiungevano spesso a noi nelle nostre passeggiate al Parterre il Nencioni ed altri giovani stati condiscepoli di lui, del Carducci e del Gargani alle Scuole Pie; ma non tutti avevano le nostre idee nè facevano della letteratura la loro prediletta e principale occupazione. Ricordo fra questi Luigi Prezzolini, dottore in legge, gran giobertiano, che disprezzava il Giordani, chiamandolo retore e parolaio, ed avea perciò con me frequenti e feroci dispute; e Giulio Cavaciocchi, grande ammiratore del Tommaseo, nostro aiutatore nelle ricerche di lingua al tempo delle nostre guerre letterarie, e grande cercatore di spropositi negli scritti del Fanfani. Il Prezzolini andò, dopo il 1860, segretario del Peruzzi ministro a Torino e finì prefetto (la politica del Pelloux lo mise a riposo nel 1899 ancor valido di forze e pieno di spirito, di che egli si afflisse, e indi a poco morì). Il Cavaciocchi entrò anche lui verso il 1860 negli uffici pubblici, aggiunse alla sua ammirazione per la prosa del Tommaseo quella per la prosa del Ranalli nelle Storie, e morì di mal sottile nel 1867, che non aveva ancora trenta anni.

Questi due nostri amici non scrivevano allora e non scrissero mai nè articoli per riviste, nè libri: il loro amore per la letteratura, più savio del nostro, si limitò sempre alla lettura: noi invece scrivevamo e pubblicavamo. Il Carducci, il Nencioni ed io avevamo stampato dei versi fino dal 1855 in un Almanacco delle dame edito dal cartolaio Chiari a Firenze; e il Carducci anche prima di quel tempo il sonetto pei coristi del teatro di Borgo Ognissanti e un’ode per nozze: aveva poi pubblicato in quello stesso anno 1855 un’Antologia poetica con larghe annotazioni intitolata L’arpa del popolo, componendola delle poesie già da lui di mano in mano illustrate nelle Letture di famiglia, periodico fondato e diretto da Pietro Thouar. Ma le nostre vere prove letterarie le cominciammo l’anno appresso nell’Appendice alle Letture di famiglia, altro periodico fondato e diretto dal Thouar stesso. Il Carducci vi pubblicò, sotto il titolo di Saggi di studi sopra la lingua e letteratura latina, il commento di un pezzo delle Georgiche di Virgilio e dell’Epodo VII di Orazio, con la traduzione in prosa e larghissime illustrazioni. I versi della Georgica commentati e tradotti sono i 43-71 del primo libro. Alla traduzione seguono cinque dissertazioni: I, Dell’accordare il tempo stabilito da Virgilio all’arare con quello stabilito da Esiodo, e della primavera e dello Zefiro; II, Del monte Tmolo; III, Dell’India conosciuta da’ Greci e da’ Romani; IV, Dell’Arabia in generale, e particolarmente dell’Arabia felice e de’ Sabei; V, Dei Calibi, e dei ritrovatori e lavoratori del ferro. Con uguale larghezza illustrò l’Epodo oraziano, facendo seguire al commento osservazioni e notizie particolari sopra i punti più importanti, sopra i traduttori e gli imitatori. Oltre ciò collaborò col Targioni e col Gargani ad un saggio d’interpretazione delle poesie del Parini, del Foscolo e del Leopardi, pubblicato in quello stesso anno 1856, dopo il quale cessammo di scrivere nell’Appendice.

***

Intanto un livornese nostro coetaneo, Braccio Bracci, che noi non conoscevamo di persona, e che più tardi divenne nostro buon amico, pubblicò un volumetto di versi «Fiori e Spine», con in fondo una lettera del Guerrazzi, che, per una delle poesie ristampata nel libro, chiamava il poeta uccello destinato a gran volo. Il Gargani, che da guerrazziano, quale il Carducci lo avea conosciuto alla scuola dì retorica, si era nei tre anni di dimora a Faenza convertito, come dice il Carducci stesso, a un classicismo rigidamente strocchiano, ebbe primo di noi conoscenza dei versi del Bracci, e ne fece col Targioni e con me argomento di discussione nelle nostre passeggiate. I versi erano su per giù dei soliti, come ne facevano i giovani d’allora, che avean letto il Prati e gli altri moderni. Il Bracci aveva in famiglia qualche improvvisatore, credo il padre stesso; ed egli pure, se ben ricordo, fra le allegre brigate d’amici improvvisava. Nessuna meraviglia quindi che ne’ suoi versi ci fosse un po’ dell’improvvisatore; ma non c’era nessun sapore di classicità; l’espressione era poco meditata e lavorata; qualche verso non tornava; e poi quel titolo «Fiori e Spine» e l’elogio del Guerrazzi, che consigliava il poeta a studiare la poesia degli Alemanni, dei Polacchi, degli Scandinavi e dei Russi, tutto ciò ci fece uscire dai gangheri, e fece venire in testa al Gargani di scrivere una critica del volumetto del Bracci. Al che il Targioni ed io lo incoraggiammo. Il Carducci, appena informato da me di ciò, mi rispondeva: «Ho caro, anzi carissimo, che il Gargani attenda a riveder le bucce al Bracci: ci avevo pensato io: l’esame me ne distornò: del resto vorrei che fra noi facessimo giuramento di non lasciare impunito qualunque libretto di poesia sia per venir fuori da oggi in poi. Anche questo sarebbe un mezzo ad ispaventare la canaglia. La quale ho sentito dalla tua lettera legarsi a nuova offesa del nome italiano. Facciano: noi risponderemo alla loro strenna col libro nostro sul Pazzi e con articoli di critica. E sosterremo a mezza spada, finchè morte ne segua, la scuola antica, e con lavori di nostro e con osservazioni su gli altrui; così, anche non potendo eseguire la intenzione nostra, ci valga e basti l’onore dell’aver protestato e francamente, giovani e soli, contro una irruzione straniera nelle lettere peggiore della irruzione straniera armata nel paese.»

***

Inutile dire come queste parole aggiungessero sproni alla nostra voglia di battagliare. Il Gargani cominciò subito a scrivere la critica dei versi del Bracci, e giorno per giorno veniva leggendo al Targioni ed a me ciò che aveva scritto; noi facevamo le nostre osservazioni, assentendo più volentieri dove la critica era più feroce. Per noi era questione più che altro di sentimento, non era quindi e non poteva essere questione di serenità di giudizi. Perchè le punture della critica fossero più acute, il Gargani elesse pel suo discorso, anzi Diceria, com’egli la chiamò, la forma ironica, esaltando ciò che intendeva deprimere, deprimendo ciò che voleva esaltare. Il discorso gli si allargò per via, tanto che il Bracci divenne poco più che il pretesto per assalire tutta la letteratura romantica. Ma dove pubblicare il discorso? Era troppo lungo per un articolo di giornale; e difficilmente se ne sarebbe trovato uno a Firenze che volesse accoglierlo. Allora si pensò di stamparlo in opuscolo a spese nostre, cioè degli amici. Il Carducci ai 5 di giugno mandava come contributo suo e del Pelosini quattro paoli, scrivendo: «Di più non possiamo per ora. Gli altri leopardiani (il Tribolati e il Bonamici) invieranno, spero, presto.» Come si vede, non eravamo ricchi.

Che cosa fosse la strenna che io denunziavo al Carducci come nuova offesa al nome italiano non ricordo esattamente: credo la strenna intitolata Il Giglio fiorentino, pubblicata appunto in quell’anno a Firenze dagli editori G. Riva e Comp. Era un volume in-8º di pag. 148; e fu compilata da Ferdinando Martini, che aveva allora sedici anni e che non vi mise il suo nome, ma vi mise innanzi una sua breve prosa, della quale più tardi fece giustizia da sè, scrivendoci su di sua mano: scritto asinesco. La copia dov’è questa giustizia è ora posseduta da Guido Mazzoni, che dandomene notizia aggiunge: «Del resto la strenna è come tutte le altre; tra i collaboratori anzi ve n’ha degli eccellenti: il Tommaseo, il Thouar, il Maffei, il Carcano, il Conti, l’Emiliani Giudici, il Borghi, ecc. E ci son lettere inedite del Giusti, del Giordani, del Gioberti.»

Probabilmente io avevo avuto notizia della strenna molto inesattamente dal Cavaciocchi; e su quella inesatta notizia avevo scritto chi sa che cosa al Carducci. Il nostro libro sul Pazzi doveva contenere sei canzoni sopra sei busti, che lo scultore amico nostro aveva, per nostro suggerimento, incominciato a modellare, con l’intenzione di scolpirli in marmo. Erano i busti dell’Alfieri, del Parini, del Monti, del Foscolo, del Leopardi, del Giordani. Il Carducci avea già scritto la canzone pel busto d’Alfieri, che si legge nei Juvenilia, il Gargani scrisse quella sul Foscolo, che pubblicò più tardi con un’altra canzone, un idillio e dieci sonetti (Faenza, Conti, 1861), Francesco Donati (uno scolopio che avendo fino dai primi del 1856 conosciuto alcuni di noi, diventò subito amico di tutti) scrisse, ma non pubblicò mai, quella sul Parini.[Vedi le note a pag. [443]] Quella sul Monti non rammento con esattezza a chi fosse assegnata: parmi al Carducci. Il Targioni ed io cominciammo, ma non finimmo, le nostre sul Leopardi e sul Giordani.

Il libro poi non si fece: e dei busti furono finiti, se ben ricordo, quelli soli dell’Alfieri, del Parini, del Foscolo e del Leopardi.

Ma fu finita e stampata in quattro e quattr’otto la Diceria del Gargani con questo titolo: «Di Braccio Bracci e degli altri poeti nostri odiernissimi, Diceria di G. T. Gargani, a spese degli amici pedanti.» Il nome di amici pedanti fu una trovata del Gargani, ch’ebbe subito la nostra approvazione.

***

Quando il Carducci, dati gli esami a Pisa, e fatta una visita alla famiglia, andò a Firenze, la Diceria era stata pubblicata allora allora, ed aveva, com’è naturale, sollevato uno scandalo enorme. I nostri amici stessi (non pedanti, s’intende), con a capo il Nencioni, la condannavano. La condannava anche il Donati, che pure era classico quanto noi. Degli altri è inutile dire. Anzi il Nencioni, per mostrare che non partecipava al classico nostro fanatismo, pubblicò nello Spettatore alcuni versi Al Manzoni. Restammo a difendere la Diceria il Carducci, il Targioni ed io, che da quel momento fummo i soli veri amici pedanti. Non che non sentissimo anche noi quel che c’era in essa di esagerato e di irragionevole nella sostanza, di strano e di barocco nella forma; ma si trattava dell’onore delle armi; e quanto alla bontà del concetto fondamentale non avevamo e non ammettevamo alcun dubbio. Per un pezzo nelle nostre passeggiate e tutte le sere al Caffè Vitali in via Por’ Santa Maria battagliavamo fieramente con gli altri amici intorno alla Diceria. Tra quelli che più la vituperavano c’era un buon diavolo, che voleva passare per intendente di lingue orientali, anzi a dirittura per orientalista; che pubblicava, copiandole di su i codici che non sapeva leggere, scritture del trecento; che facea de’ versi come questi:

D’Alighieri nudrice,

Sua comedia felice-

mente divina a noi pose nel core:

Amammo, e dei mortali

Similmente immortali

Credevamo gl’intenti, e fu utopia.

Costui, un buon diavolo, come ho detto, che noi, specialmente il Nencioni, prendevamo un po’ in giro, non sapeva nominare la Diceria altrimenti che la Diceriaccia. Ferdinando Martini, che in un giornaletto La Lente pubblicava periodicamente il bollettino della salute del Gargani, la chiamò con più spirito la Su’ Diceria, alludendo alla poca eleganza, diciamo pure alla poca correttezza, del vestiario dell’amico nostro. Tutti gli altri giornali di Firenze, Lo Spettatore, Il Passatempo, La Lanterna di Diogene, L’Avvisatore, Il Buon Gusto, Lo Scaramuccia, L’Eco dei teatri, rovesciarono, con un accordo mirabile, un mucchio di scherni e di contumelie sopra il povero Gargani.

Il Passatempo, che nel suo n. 30 (26 luglio 1856) aveva pubblicato un articolo serio ma durissimo contro l’autore della Diceria, gli fece nel successivo n. 31 (2 agosto) la caricatura.[Vedi le note a pag. [443]]

Il Gargani per una malattia avuta da ragazzo aveva perduto i capelli, e portava la parrucca. La figura di lui è ritratta al vivo dal Carducci con queste parole: «pareva una figura etrusca scappata via da un’urna di Volterra o di Chiusi, con la persona tutta ad angoli, ma senza pancia, e con due occhi di fuoco.» Nella caricatura fattagli dal Passatempo non c’è la più lontana somiglianza con lui. Egli è raffigurato, con un gran testone e gli orecchi molto lunghi, seduto allo scrittoio nell’atto di scrivere la risposta ai giornali; intanto che un ragazzetto, il Passatempo, ritto sulla spalliera della poltrona ov’egli siede, gli toglie la parrucca lasciando scoperta la nuca, sulla quale si legge: Di Braccio Bracci e degli altri poeti odiernissimi. Sopra la caricatura è questo titolo: Il Passatempo e un pedante; e sotto, le parole che dice il ragazzo alzando la parrucca: — Vediamo che cos’ha in questo zuccone.... To! sembrava che ci dovesse avere un’altra Divina Commedia e invece....

***

Se l’articolo del Passatempo contro il Gargani era duro nella forma, e sgarbato appunto perchè serio, oggi sarebbe difficile non riconoscere che nella sostanza era in molta parte ragionevole. Ma gli amici pedanti si sentirono solidali, e forti della bontà della loro causa, si misero con ardore all’opera, e nel dicembre di quello stesso anno lanciarono, in risposta agli avversari del Gargani, un volumetto di 160 pagine col titolo: Giunta alla derrata. Il libro era composto di due parti. Parte prima: Ai poeti nostri odiernissimi e lor difensori gli amici pedanti; Parte seconda: Ai giornalisti fiorentini Risposta di G. T. Gargani, comentata dagli amici pedanti. Nella parte prima c’erano un preambolo, tre sonetti caudati in stile fra del Menzini e di Salvator Rosa (1º Alla Musa odiernissima, 2º Ai poeti nostri odiernissimi, 3º Ai filologi fiorentini odiernissimi)[16] e due discorsi, per illustrazione al sonetto secondo, Della moralità e italianità dei poeti nostri odiernissimi; coi quali, a combattere il romanticismo, ci facevamo forti dell’autorità del Botta, del Rosmini, del Gioberti, del Niccolini, del Monti, del Giordani, del Foscolo, del Goethe e del Byron. Autore del preambolo e dei sonetti era il Carducci, ed anche estensore dei due discorsi, la materia dei quali era stata raccolta un po’ da tutti, ma sopra tutti da lui. La risposta del Gargani ai giornalisti era stata comentata dal Targioni e da me. In una delle note erano due sonetti miei a Victor Hugo e al Lamartine, che furono più tardi attribuiti al Carducci. Io poi feci ammenda di quel giovanile peccato studiando seriamente le opere di quei due scrittori contro i quali avevo blaterato senza conoscerli abbastanza.

In fine del discorso primo il Carducci narrava di un giovinetto conosciuto, diceva lui, da alcuno degli amici pedanti, «bella mente in vero e fortissimo cuore; e se allevato fra costumi e studi altri da quelli che il secolo porta, nato ad amare ed operare santamente ciò ch’è bello e generoso.» «Al contrario, proseguiva, letti e studiati quei libri che oggi si leggono e si studiano, cotesto infelice a diciassette anni cominciava un suo dramma con un coro di streghe a questa maniera:

Or che strisciano fra’ lampi

I cavalli di Satano,

E del ciel pe’ negri campi

Mena tresca l’uragano;

Or che l’Alpi accende a festa

La bufera e la tempesta,

E sta dentro a’ nugoloni

La versiera ad ulular;

Tra le folgori e fra’ tuoni

Noi veniamo a cavalcar.

Odi: all’imo del burrone

Ove fondo è più il cammino

Tuona il bronzo del ladrone

E caduto è il peregrino.

Odi: un fulmine rompente

Sovra un capo ch’è innocente.

Odi: i figli desolati

Con la madre a lamentar.

Su la strage de’ creati

Noi veniamo a cavalcar.

Su, da bravo, Farfarello,

Mena l’anche, mena l’anche!

E tu, duce del bordello,

Capitano Malebranche,

A servirci di concenti

Reca tutti i tuoi tormenti.

O che danze argute e belle!

Che gentile armoneggiar!

O che vaghe damigelle,

Che soave cavalcar!

Ed intanto su le culle

Vengan lemuri cruenti

A succhiar membra fanciulle

In ferali abbracciamenti:

Cacci l’uomo sogghignando

Entro l’uom ferro nefando:

E sien coltrice i trafitti

Spose e vergini a stuprar.

Fra i dolori e fra i delitti

O che vago cavalcar!

»Nel medesimo introduceva un masnadiero a cantare nefandamente così:

Son masnadiero figlio del monte

Come la quercia di quel dirupo:

È la mia patria l’asil del lupo,

È la mia vita strage e tenzon.

Son senz’amore, senza speranza:

Ma son tremendo come la morte:

Il cuore ho duro, l’anima ho forte

Come la pietra di quel burron.

A me che importa se miei non sono

Quei verdi colli che il sol fa lieti?

Ma il vin che stilla da quei vigneti

Entro il mio nappo viene a brillar.

A me che importa se amor mi niega

La bella figlia del castellano?

Quand’ho sicuri pugnale e mano,

Quando al suo sposo la so strappar.

Quando il mio nome suona a que’ vili

Che traggon vita di pace e d’agi,

Dentro i tuguri, dentro i palagi,

Trema il villano, trema il baron.

Son masnadiero figlio del monte

Come la quercia di quel dirupo:

È la mia patria l’asil del lupo,

È la mia vita strage e tenzon.

»Di cotali cose non abbiam ricordo si scrivessero nel cinquecento, quando i giovani italiani studiavano in Petrarca in Boccaccio e nei latini che pur sono scrittori immorali: al secolo decimonono le scriveva a diciassette anni tale che aveva studiato in altri libri ch’io non vo’ nominare: e un anno dopo moriva disperato del ritrovare nel mondo quelle sensazioni selvagge ch’ei ci voleva trovare a ogni costo.»

Inutile dire che la storia e i versi del giovinetto erano pura invenzione del Carducci. Ho voluto riferirli (poichè la Giunta alla derrata è un libro oramai introvabile) a titolo di semplice curiosità.

***

Sulla fine di ottobre, quando il libro era quasi finito di stampare, il Carducci mi mandò da Santa Maria a Monte, dove era andato a passare una parte delle vacanze in famiglia, e dove io aveva promesso d’andare a trovarlo, un sonetto con la coda, da stampare in grossi caratteri ed affiggersi alle cantonate, per avviso che il libro dei pedanti era uscito. Il sonetto fu poi stampato soltanto nella copertina di dietro del volume, e diceva così:

Voi avete a sapere, o fiorentini,

Che il libro de’ pedanti è uscito fuore:

Lo pubblicammo co’ nostri quattrini

Per Giovanni Campolmi stampatore.

Non vi sapremmo dire il gran rumore

Che ne faranno i nostri cittadini,

E lo schiamazzo il rovello il furore

De’ giornalisti grossi e de’ piccini.

Questo libro contien prima un avviso

O vuoi racconto, o vuoi prefazïone,

Con lettere venute dall’eliso.

Due Sonettesse che son due matrone

Ne vengon dopo, e con pulito viso

Si strascicano dietro un gran codone.

E seguita il trescone

Con un sonetto che ne vien da poi,

Ch’abbiam mandato a certi vostri eroi.

E per questi e per voi