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Giuseppe Garibaldi
Clelia: il governo dei preti: romanzo storico politico
PREFAZIONE DELL'EDITORE
Il titolo del presente lavoro, secondo le prime idee del Generale Garibaldi, doveva essere CLELIA OVVERO IL GOVERNO DEI PRETI, ma sul manoscritto non ve n'era tracciato alcuno.
L'originale italiano passò in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e colà il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO (The rule of the Monck) e noi l'abbiamo seguito.
Quando non eravamo più in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo più acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contentò di risponderci: "A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO" e siccome comprendeva che non c'era più riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro.
Noi, per riparare quant'è possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di più facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo.
GLI EDITORI
Fratelli Rechiedei
Milano 1870
CAPITOLO I CLELIA CAPITOLO II ATTILIO CAPITOLO III LA CONGIURA CAPITOLO IV I TRECENTO CAPITOLO V L'INFANTICIDIO CAPITOLO VI L'ARRESTO CAPITOLO VII IL LEGATO CAPITOLO VIII IL MENDICO CAPITOLO IX LA LIBERAZIONE CAPITOLO X L'ORFANA CAPITOLO XI IL RICOVERO CAPITOLO XII LA SUPPLICA CAPITOLO XIII LA BELLA STRANIERA CAPITOLO XIV SICCIO CAPITOLO XV IL PALAZZO CORSINI CAPITOLO XVI LA TRIADE CAPITOLO XVII LA GIUSTIZIA CAPITOLO XVIII L'ESILIO CAPITOLO XIX LE TERME DI CARACALLA CAPITOLO XX ALLE TERME CAPITOLO XXI IL TRADITORE CAPITOLO XXII LA TORTURA CAPITOLO XXIII I BRIGANTI CAPITOLO XXIV IL LIBERATORE CAPITOLO XXV LO YACHT CAPITOLO XXVI LA TEMPESTA CAPITOLO XXVII IL DESERTO CAPITOLO XXVIII LA RITIRATA CAPITOLO XXIX LA FORESTA CAPITOLO XXX IL CASTELLO CAPITOLO XXXI LA BELLA IRENE CAPITOLO XXXII GASPARO CAPITOLO XXXIII LA SCOPERTA CAPITOLO XXXIV L'ASSALTO CAPITOLO XXXV UN ACQUISTO PREZIOSO CAPITOLO XXXVI IL MIGLIORAMENTO UMANO CAPITOLO XXXVII I SOTTERRANEI CAPITOLO XXXVIII L'ANTIQUARIO CAPITOLO XXXIX L'ESERCITO ROMANO CAPITOLO XL IL MATRIMONIO CAPITOLO XLI IL BATTESIMO CAPITOLO XLII LA SOLITARIA CAPITOLO XLIII IL SOLITARIO CAPITOLO XLIV IL 30 APRILE CAPITOLO XLV LA PUGNA CAPITOLO XLVI LA QUERCIA ANTICA CAPITOLO XLVII L'ONORE DELLA BANDIERA CAPITOLO XLVIII LA CENA CAMPESTRE CAPITOLO XLIX IL PARRICIDA CAPITOLO L IMBOSCATA CAPITOLO LI L'INSEGUIMENTO CAPITOLO LII LA PEREGRINAZIONE CAPITOLO LIII VENEZIA CAPITOLO LIV ROMA IN VENEZIA CAPITOLO LV IL GOVERNO RIPARATORE CAPITOLO LVI DECRETO DI MORTE CAPITOLO LVII MORTE AI PRETI CAPITOLO LVIII IL PRINCIPE T…. CAPITOLO LIX IL DUELLO CAPITOLO LX ROMA CAPITOLO LXI VENEZIA ED IL BUCCINTORO CAPITOLO LXII LA SEPOLTURA CAPITOLO LXIII IL RACCONTO CAPITOLO LXIV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO XLV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVI SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVII SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVIII PREDICAZIONE DEL SOLITARIO CAPITOLO LXIX CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI CAPITOLO LXX CUCCHI E COMPAGNI CAPITOLO LXXI LE TRE EROINE CAPITOLO LXXII I MONTIGIANI CAPITOLO LXXIII CORRUZIONE DELLE GENTI CAPITOLO LXXIV IL ROVESCIO CAPITOLO LXXV ULTIMA CATASTROFE CAPITOLO LXXVI IL SOTTERRANEO
APPENDICE GLI ULTIMI EPISODI DEI VOLONTARI FATTI ISTORICI ACQUAPENDENTE—MONTE LIBRETTI—VEROLA—MONTEROTONDO—MENTANA RIEPILOGO IL PANDEMONIO I DUE TRADIMENTI
PREFAZIONE
1. Ricordare all'Italia tutti quei valorosi che lasciaron la vita sui campi di battaglia per essa. Perché se molti sono conosciuti, e forse i più cospicui, molti tuttavia sono ignorati. A ciò mi accinsi come dovere sacro.
2. Trattenermi colla gioventù Italiana sui fatti da lei compiuti e sul debito sacrosanto di compire il resto accennando colla coscienza del vero le turpitudini ed i tradimenti dei governi e dei preti.
3. Infine campare un po' anche col mio guadagno.
Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato, in una lacuna lasciatami dalle circostanze, in cui ho creduto meglio: far niente, che far male.
Ne' miei scritti, quasi esclusivamente parlerò dei morti. Dei vivi meno che mi sia possibile, attenendomi al vecchio adagio(1): gli uomini si giudicano bene dopo morti.
(1) Proverbio, detto.
Stanco della realtà della vita, io stesso ho creduto bene di adottare il genere, romanzo storico.
Di ciò che appartiene alla storia, credo essere stato interprete fedele, almeno quanto sia possibile d'esserlo poiché particolarmente negli avvenimenti di guerra, si sa, quanto sia difficile il poterli narrare con esattezza.
Circa alla parte romantica, se non fosse adorna della storica, in cui mi credo competente, e dal merito di svelare i vizi e le nefandezze del pretismo, io non avrei tediato il pubblico, nel secolo in cui scrivono romanzi i Manzoni, i Guerrazzi ed i Victor Hugo.
GIUSEPPE GARIBALDI
CAPITOLO I
CLELIA
Come era bella la perla del Trastevere!
Le treccie brune, foltissime; e gli occhi! il loro lampo colpiva come folgore chi ardiva affissarla. A sedici anni il suo portamento era maestoso come quello di una matrona antica. Oh! Raffaello in Clelia avrebbe trovato tutte le grazie dell'ideale sua fanciulla colla virile robustezza dell'omonima eroina(2) che si precipita nel Tevere per fuggire dal Campo di Porsenna.
(2) La Clelia Romana del tempo di Porsenna.
Oh sì! era pur bella Clelia! E chi poteva contemplarla senza sentirsi ardere nell'anima la viva fiamma che usciva dalle sue luci?
Ma le Eminenze? Codeste serpi della città santa, i cui cagnotti con ogni più vile arte di corruzione cercavan pascolo alle libidini dei padroni, non sapevan forse che tale tesoro viveva nel recinto di Roma? Lo sapevano. E una fra l'altre agognava da qualche tempo a far sua quella bellezza che discendeva dai Vecchi Quiriti(3).
(3) I trasteverini si credono pura stirpe degli antichi Romani.
"Va Gianni, (diceva un giorno il cardinale Procopio, factotum e favorito di Sua Santità) vanne e m'acquista quella gemma a qualunque costo. Io non posso più vivere se la Clelia non è mia. Essa sola può alleviare le mie noie e bearmi la stupida esistenza che trascino al fianco di quel vecchio imbecille"(4).
(4) Pio IX (N.d.c.).
E Gianni, strisciando sino a terra il suo muso di volpe, colla laconica risposta di "sì Eminenza" moveva senz'altro all'infame missione.
Ma su Clelia vegliava Attilio, suo compagno d'infanzia, ventenne, robusto artista, il coraggioso rappresentante della gioventù romana, non della gioventù effeminata data alle dissipazioni, piegata al servaggio, ma di quella da cui usciva un giorno il nerbo di quelle legioni, davanti alle quali la falange macedone indietreggiava.
Attilio, chiamato da' compagni di studio l'Antinoo Romano(5), per la bellezza delle sue forme, amava la Clelia di quell'amore per cui i rischi della vita sono giuochi, il pericolo della morte, una ventura.
(5) Antinoo, giovine di celebre bellezza favorito dell'Imperatore Adriano
Nella via che dalla Lungara ascende al monte Gianicolo, non lungi dalla fontana di Montorio, era posta la dimora di Clelia. La sua famiglia era di artisti in marmo, professione la quale permette in Roma una certa vita indipendente, se pure indipendenza può esistere, ove padroneggiano preti.
Il padre di Clelia, già prossimo alla cinquantina, era uomo di costituzione robusta, serbata nel suo vigore da una vita laboriosa e sobria. La madre era pure di sana complessione, ma delicata. Essa aveva un cuore d'angiolo e faceva le delizie della sua famiglia non solo, ma era adorata da tutti i vicini.
Si diceva che Clelia accoppiava alle sembianze angeliche della mamma la robusta e maestosa dignità del padre. Si sapeva che in quella santa famiglia tutti si adoravano.
Ora intorno a questa beatitudine si aggirava il vile mandatario del prelato nella sera dell'8 febbraio 1866.
Gianni si era già presentato sulla soglia dell'onesto discepolo di Fidia(6) che non se n'era accorto, perché si trovava con le spalle voltate; ma vedendo ch'egli avea certe braccia abbronzate e nerborute si sentì preso da un brivido tale che involontariamente indietreggiò sino all'altro lembo della via. Pareva già all'emissario di sentirsi piovere addosso una sfuriata di pugni o di bastonate.
(6) Celeber.
Se non che l'artista si rivolse verso la porta e dimostrando, sulla sua fisionomia virile, cert'aria di benevolenza, il malandrino si sentì rinfrancare e fattosi ardito si presentò nuovamente sulla soglia dello studio.
"Buona sera, sor Manlio", principiò con voce di falsetto il mal capitato messo. "Buona sera" rispose l'artista; ed esaminando uno scalpello che aveva tra le mani poco badava alla presenza di un individuo ch'ei conosceva appartenere a quella numerosa schiera di servi prostituti, che il prete ha sostituito in Roma alla maschia schiatta dei Quiriti.
"Buona sera", ripeteva Gianni con voce sommessa e timida e vedendo che finalmente l'altro alzava gli occhi verso lui: "Sua Eminenza il cardinale Procopio,—proseguì,—m'incarica di dire a V. S. che egli desidera avere due statuette di santi per adornare l'entrata del suo oratorio".
"E di qual grandezza vuole S. E. le statuette?" rispose Manlio.
"Io credo sia meglio che V. S. venga in palazzo per intendersi con l'E. S.".
Un torcer di bocca del bravo artista fu chiaro indizio che la proposta gli andava poco a sangue, ma come si può vivere in Roma senza dipendere dai preti?
Tra le malizie gesuitiche dei tonsurati vi è pur quella di fingersi protettori delle belle arti e così hanno fatto che i maggiori ingegni d'Italia prendessero a soggetto dei loro capolavori le favole pretesche, consacrandole per tal guisa al rispetto ed all'ammirazione delle moltitudini.
Torcer la bocca non è una negativa, e veramente bisognava vivere e mantenere decentemente due creature, la moglie e la figlia, per le quali Manlio avrebbe dato la vita cento volte. "Andrò" rispose seccamente dopo qualche momento di riflessione. E Gianni con un profondo saluto si accomiatò.
"Il primo passo è fatto", mormorò tra sé il mercurio dell'eminentissimo; "ora è d'uopo cercare un posto di osservazione e di rifugio per Cencio". Il quale Cencio, affinchè il lettore lo sappia, era il subordinato di Gianni, a cui il cardinale Procopio affidava la seconda parte in così fatte imprese.
Gianni si affaccendava ora a trovare per Cencio una stanza qualsiasi d'affitto in vista dello studio di Manlio. Il che gli venne fatto facilmente. In quella parte della capitale del mondo l'affluenza delle genti non è mai strabocchevole, poiché i preti, che curano tanto per sé il bene materiale, non pensano, rispetto agli altri, che al bene spirituale. Ora il secolo è un po' positivo, bada al tanto per cento più che alla gloria del paradiso, ed è per questo che Roma, per mancanza d'industria e commerci rimane squallida e scarsa d'abitatori(7)
(7) Roma ch'ebbe in passato due milioni di abitanti, ne conta ora appena 210 mila.
Gianni adunque dopo di avere preso a fitto una stanza, come dicemmo, se ne tornava a casa cantarellando e colla coscienza tutt'altro che aggravata, sicuro com'era dell'assoluzione che i preti non negano mai alle ribalderie commesse in servizio loro.
CAPITOLO II
ATTILIO
Di faccia allo studio di Manlio ve n'era un altro, quello dove lavorava Attilio. Dalle sue finestre questi aveva potuto vedere la Clelia; appunto così s'era acceso per lei di altissimo affetto.
Clelia vinceva di beltà le più leggiadre donzelle di Roma, e forse era altera e non vaga di amori, ma quando occhio di donna s'era fiso per una volta sola nell'occhio del nostro Attilio ed aveva osservato la sua bella persona, per duro e cinto di triplice acciaio che fosse il cuore di lei, doveva commuoversi di ammirazione e di simpatia.
Un lampo dell'occhio scambiatosi da que' due era bastato a fissare il loro destino per tutta la vita.
Ora Attilio, avendo il suo santuario davanti allo studio ov'egli passava quasi intera la giornata, molte volte fissava lo sguardo ad una finestra del primo piano ove Clelia lavorava colla madre, e donde la luce elettrica dell'occhio suo incontravasi quasi di concerto con quella del suo prediletto.
Attilio quella sera aveva osservato il barcheggiare dello scherano, lo aveva riconosciuto per manutengolo di qualche pezzo grosso, e l'occhio suo penetrante, dallo indietreggiare, dalla titubanza e dall'irresoluto contegno di lui, istintivamente aveva augurato(8) male per la sorte della bella fanciulla. Imperocché i pochi eletti della popolazione romana sanno ciò che si possa aspettare dai settantadue(9) tanto più corrotti e lascivi quanto più son ricchi e potenti non mirano alla bellezza ed all'innocenza che per profanarle.
(8) Preveduto (N.d.C.) (9) I 72 Cardinali son chiamati cosi dal popolo di Roma
Non aveva Gianni fatto ancora cento passi all'ingiù verso la Lungara che il nostro amico già si trovava sulle sue peste seguendolo con aria sbadata come chi nulla avendo da fare si ferma a contemplare tutte le curosità che scopre sul davanti delle botteghe e sui frontespizi dei templi e dei monumenti, di cui ad ogni passo è ornata la meravigliosa metropoli del mondo.
E lo seguiva Attilio col presentimento di seguire un ribaldo, uno stromento d'infamia la cui meta fosse quella di rovinare la sua donna. Lo seguiva, Attilio, tastando il manico di un pugnale che teneva nascosto in seno.
Vedi presentimento! L'aspetto di uno sconosciuto veduto per la prima volta e per un solo istante, di uno sconosciuto volgare, aveva svegliato in quell'anima di fuoco una sete di sangue, in cui si sarebbe bagnato con voluttà da cannibale.
E ritastava il pugnale: arma proibita, arma italiana che lo straniero condanna, come se la baionetta o la scimitarra bagnate da lui tante volte nel sangue innocente, siano armi più nobili d'un pugnale immerso nel petto d'un assassino o confitto in quello d'un tiranno.
Gianni fu veduto da Attilio entrare nella casa ov'egli contrattava la stanza per Cencio, e quindi fu visto avviarsi e penetrare nel vestibolo del superbo palazzo Corsini, ove abitava il suo padrone.
"È dunque Don Procopio l'uomo" disse tra se il nostro eroe, Don Procopio il favorito ed il più dissoluto della caterva dei masnadieri principi di Roma; e andò innanzi immerso nelle sue riflessioni.
CAPITOLO III
LA CONGIURA
Privilegio dello schiavo è la congiura e pochi sono gli italiani di tutte le epoche del servaggio del loro paese i quali non abbiano congiurato. E poiché il dispotismo dei preti è il più esoso di tutti, il più degradante ed infame, si può tenere per certo che il cospirar dei Romani dati dal dominio di questi impostori.
La notte dell'8 febbraio era in Roma notte di congiura. Convegno il
Colosseo; perciò Attilio dopo aver pedinato quel messo di delitti che
si chiamava il Gianni, anzi che avviarsi alla sua casa prese la via di
Campo Vaccino(10).
(10) Antico foro Romano. Che trasformazione d'un nome sì glorioso!
Era oscura la notte e nuvoloni neri neri si addensavano sulla città santa spinti da violento scirocco: il mendico di Roma avvolto nel suo mantello cencioso cerca ripararsi in qualche aristocratico portone, o sotto il peristilio di qualche chiesa; il prete servito dall'inseparabile Perpetua sta invece rifocillandosi a lauta mensa e si prepara a delizioso riposo, di vivande ripieno e di vini prelibati.
Là nel fondo dell'antico Foro sorge il maestoso gigante delle ruine, tetro, imponente, segnando a questa generazione di schiavi cento passate generazioni e ricordando ai Romani che la loro Roma, sconquassata dal tempo e dalla vendetta delle già oppresse nazioni crollò, non cadde.
Lo straniero suole visitare il Colosseo a lume di luna. Ma bisogna vederlo in una oscura notte di tempesta, illuminato dal lampo, scosso dalla folgore e pieno di cupi e strani rimbombi.
Tale era la notte dell'8 febbraio, quando i congiurati ad uno ad uno per diverse vie si avvicinavano all'anfiteatro dei gladiatori e delle fiere, avvolti in ampi mantelli che nella luce incerta parevano toghe. È privilegio oggi de' mendichi soltanto quello di andare per le vie di Roma coperti dal tradizionale mantello in guisa da parere togati; e forse non pochi mendichi v'erano tra que' generosi, perché sulla terra dei Bruti spesso si nasconde sotto cenci l'animo virile di un gladiatore pronto a gittare la sua vita nell'arena, ove si contende la liberazione de' popoli.
Tra le mille loggie ove soleva adunarsi il popolo-re, ve ne eran varie più spaziose delle altre, forse in antico destinate agli imperanti, alla corte, ai grandi. Il tempo le avea ridotte ad una sola. Non seggioloni, non arazzi adornavano il recinto. (E che importavano gli adornamenti a coloro che s'eran sacrati alla morte?). Le macerie eran per loro pareti, tribune, sedili.
Al fioco lume di una lanterna sorda di cui eran muniti i congiurati si vedevano ascendere per diverse vie quei coraggiosi propugnatori della libertà romana e giunti nel loggione (tale era il nome dato da loro al recinto) ognuno vi prendeva posto senz'altra cerimonia che una stretta di mano tra i vicini, poiché tutti eran conoscenti ed amici.
Quando quasi tutti furono al loro posto una voce sonora si udì nel recinto che gridò: "Le sentinelle sono a posto?" Un'altra voce dall'altro estremo rispose: "A posto". Allora il lume di una torcia accanto alla prima voce illuminò centinaia di fisonomie simpatiche di giovani quasi tutti al disotto dei trenta, ed altre torcie si accesero qua e là per vincere l'oscurità della notte.
I preti non mancan di spie e spie famose sono i preti stessi, onde ad alcuno sembrerà strano che una massa di congiurati potesse riunirsi impunemente in Roma. Ma bisogna riflettere che nella santa città vi sono deserti e che il Campo Vaccino, principale di quei deserti, racchiude tante rovine quante forse non sono tutte insieme le rovine del mondo. Poi, in una città come quella, un mercenario, che ama la pelle sopra ogni cosa del mondo e fa servigi più in apparenza che in fatti, non corre ad avventurare la codarda sua vita in quelle macerie, assai men secure delle vie di Roma ove un uomo onesto è già sì poco sicuro.
In una città superstiziosa come è la Metropoli cattolica, non mancano leggende di apparizioni tra le rovine, né manca chi ci crede. Anzi si conta: che in una notte tempestosa come questa, due sgherri più avventati degli altri, avvicinandosi nelle loro ricerche al Colosseo scorsero una certa luce e contenti di tale scoperta, si fecero innanzi per riconoscerla; ma che procedendo verso quella parve loro vedere fantasmi così spaventevoli, che sopraffatti dal terrore se la diedero a gambe, perdendovi uno il cappello e l'altro la sciabola che aveva tentato di sguainare, ma che tremante lasciò cadere e non ebbe il coraggio di fermarsi per raccoglierla, e via.
I fantasmi altro non erano che i nostri giovani, i quali nel ritirarsi inciamparono nel cappello e nella sciabola e siccome le loro sentinelle avevano osservato l'approssimarsi delle spie e la loro fuga, ne venne che la scoperta degli insperati trofei produsse tra loro un'immensa ilarità.
CAPITOLO IV
I TRECENTO
La prima voce che s'udì nel loggione era voce d'uno da noi conosciuto: la voce di Attilio.
Attilio, l'intemerato, a vent'anni era stato con voti unanimi eletto da quei generosi a capitano. Tanto è il prestigio del valore e della virtù e, diciamolo pure, anche dell'avvenenza e robustezza del corpo! E Attilio meritava la fiducia dei suoi compagni. Alla bellezza dell'Antinoo egli aggiungeva il profilo e il cuore del leone.
Dopo aver girato Io sguardo sull'adunanza ed essersi assicurato che tutti erano muniti di un nastro nero al braccio sinistro (segno di lutto per gli schiavi, da non deporsi sino alla liberazione di Roma, e segno di ricognizione dei trecento) Attilio così cominciò:
"Fratelli! Sono ormai due mesi che le soldatesche straniere, unico puntello del papato, devono sgombrare e non lo fanno. Essi lordano ancora le nostre contrade e sotto pretesti futili rioccupano le posizioni che già aveano abbandonate quando dovevano uniformarsi alla Convenzione del settembre 1864. Or tocca a noi. Pazientammo diciotto anni, subimmo il doppio giogo, egualmente esacrato, dello straniero e del prete. Ed in questi ultimi anni, pronti a menar le mani, fummo trattenuti da quella setta ermafrodita che si chiama de' moderati, e altra moderazione non ha e non usa che quella d'impedire il fare e il far bene: setta infame e divoratrice siccome il prete, pronta sempre a patteggiare collo straniero, a far mercato dell'onor nazionale pur d'impinguare sull'erario dello Stato che trascina a sicura rovina.
Di fuori i nostri amici son pronti e noi accusano di neghittosi. L'esercito, meno la parte legata alla pagnotta, è tutto con noi. Le armi che aspettavamo, per distribuire al popolo, sono giunte e stanno in luogo sicuro. Di munizioni ne abbiamo più del bisogno.
A che dunque tardare più oltre? Oual nuova occasione dobbiamo aspettare? Il nostro grido sia: "All'armi"…".
E "All'armi! all'armi!" fu la risposta dei trecento congiurati.
La stanza romita dove forse gli antichi eroi venivano ancora nella notte a meditare sul servaggio delle nazioni, rimbombò al grido dei trecento giovani, che giuravano di voler libera Roma, e l'eco diffuse tra le secolari macerie dello sterminato Colosseo il maschio grido di quella coorte.
Trecento! Trecento come i compagni di Leonida, come gli eroi dell'antica famiglia dei Fabii, erano i giovani nostri amici; i quali non avrebbero ceduto il loro posto, sia di liberatori, sia di martiri per un impero.
"Che Dio vi benedica, anime predilette!—riprese Attilio.—Non ebbi mai dubbio dell'unanime eroica vostra risolutezza per l'opera santa! Noi felici, cui la sorte affidò la redenzione dell'antica padrona del mondo dopo tanti secoli di servaggio e di brutture pretine.
Or come ognuno di voi ebbe la sua parte di popolo, suddiviso per rioni, ad educare, così quella stessa parte di popolo sia da ciascuno di voi guidata il giorno della battaglia che non sarà lontana, il giorno in cui verranno infranti i ceppi della nostra Roma e risorgerà questo popolo che il prete, schiuma d'inferno, il prete solo, poteva depravare, corrompere, abbruttire a tal segno da cambiare il grandissimo fra tutti i popoli nel più meschino, più abbietto, ed ultimo popolo della terra.
Sì, è stato il prete che ha avuto il merito di educare gli italiani all'umiliazione ed al servilismo. Mentre lui si faceva baciare la pantofola dagli imperatori, chiedeva agli altri esercitassero l'umiltà cristiana; mentre predicava l'austerità della vita, egli sguazzava nell'abbondanza, nella lascivia e nel vizio. Inchini e baciamani: ecco la ginnastica insegnata dal prete al popolo. Per Dio, lo dobbiamo a lui se la metà di noi porta il gobbo, od ha la spina dorsale curvata! La lotta che siamo per imprendere è santa. E a noi, non solo l'Italia, ma il mondo sarà grato se giungeremo a liberarlo da questa maledizione. Imperocché tenete per certo che nel mondo intero sarà possibile la fratellanza umana ove sia liberato dai preti…".
A questo punto era arrivato col suo ardente discorso Attilio, quando un lampo improvviso illuminò la vasta navata del Colosseo, come se a un tratto mille torcie si fossero accese per incanto. Al lampo tenner dietro le tenebre più fitte di prima ed un terribile tuono scosse fino dalle fondamenta la sterminata mole.
Non impallidirono i congiurati, disposti come erano ad affrontare la morte in qualunque guisa, né rimasero scossi. Ed ognuno di loro corse colla destra nel seno a ricercare il ferro. Quando, quasi fosse un seguito della meteora, s'udì una voce di disperazione risonare nel vestibolo dell'anfiteatro e poco dopo una giovine scarmigliata, fuori di sé, grondante acqua dalle vesti, si precipitava in mezzo ai congiurati.
Silvio fu il primo che la riconobbe, e:
"Povera Camilla!" sclamò il coraggioso cacciatore di cignali. "Povera Camilla! in quale stato mai l'hanno ridotta codesti mostri, che l'Europa c'impone a padroni, per i quali l'inferno solo dovrebbe servire di stanza".
Subito dietro alla Camilla, erano entrati alcuni dei giovani rimasti di guardia al di fuori e al loro capo raccontavano come quella donna al chiarore del lampo li avesse scoperti, come si fosse slanciata verso il loggione, senza che fosse stato possibile, in modo alcuno, trattenerla.
"Vedendo una giovane donna—dissero le sentinelle—abbiamo creduto farci interpreti del vostro desiderio non adoperando le armi per arrestarla. In altro modo ci è stato impossibile il farlo".
Camilla intanto, sollevata da Silvio avea innalzato meccanicamente gli occhi fino a lui. Ma fissatolo un momento, diede un urlo spaventoso e cadde a terra boccone, così dolorosamente singhiozzando da intenerire le pietre.
CAPITOLO V
L'INFANTICIDIO
Si ritrae dalle statistiche che Roma è la città ove nascono in maggior numero i figli naturali.
E degli infanticidi quale è la cifra che danno le statistiche?… Nel 1849, al tempo del Governo degli uomini, io ho assistito a delle ricerche nei penetrali di quelle bolgie che si chiamano conventi e in ogni convento non mancavano mai gì'istromenti di tortura e l'ossario dei bambini.
Cosa era quel nascosto cimitero di creature appena nate o non nate ancora? Un senso d'orrore rivolta ogni anima che non sia di prete dinanzi a tale spettacolo.
Il prete invece impostore, cresciuto alla menzogna ed all'ipocrisia, deridendo la credulità degli stupidi, è naturalmente propenso a satollare tanto il ventre come la lussuria. E come potrebbe egli contentare gli appetiti del corpaccio se non facendo scomparire i frutti della seduzione o della violenza?
E così, nata, strangolata o macellata e sepolta era una creatura umana per nascondere la libidine di chi si era consacrato alla castità.
La terra, i fiumi, il mare, certo nascondono a milioni le vittime della scelleraggine e dell'impostura.
Povera Camilla! anche il nato dalle tue viscere andò nel carnaio degli innocenti dopo aver esalato il respiro sotto il coltello degli sgherri dello stesso Procopio, di quel Gianni che in questo momento s'aggira per sedurre e perdere la perla di Trastevere, la bellissima Clelia.
Nata contadina l'infelice Camilla ebbe come l'Italia il dono funesto della bellezza. Silvio, nelle sue caccie verso le paludi pontine, soleva fermarsi, passando, in casa del buon Marcello, padre di Camilla, a poca distanza di Roma. E s'era colà innamorato della fanciulla. Riamato da Camilla e chiestala al padre, l'ottenne e si fidanzarono. Era una bella coppia quella dell'avvenente e robusto cacciatore colla gentile e bella contadina ed entrambi assaporavano anticipatamente con l'anima le delizie della loro unione.
Ma troppo bella era Camilla e troppo innocente in quella metropoli della corruzione. I bracchi dell'Eminenza avean fiutato la colomba e quando viene fiutata e tracciata la selvaggina da costoro, è ben difficile non cada.
In una escursione di caccia, il povero Silvio aveva presa la febbre, sì comune in quelle paludi, e questo malanno fu cagione che il matrimonio venisse ritardato e più facile si rendesse il disegno degli avvoltoi su quella preda gentile.
Raramente ma pur qualche volta Camilla soleva recarsi a portar delle frutta in piazza Navona e lì una fruttaiola comprata da Gianni tese tante lusinghe e reti all'innocente contadina che la fece finalmente cadere nella trappola.
La caduta non rimase a lungo occulta. Il ventre ingrossando minacciò svelare l'arcano, onde temendo del padre e dell'amante, la povera Camilla si lasciò persuadere ad occupare una stanza nel palazzo Corsini ove a bell'agio il cardinale poteva continuare la tresca coll'infelice.
Il parto riuscì un bambino e quel bambino fu destinato come tanti altri al carnaio.
Camilla ne impazzì e grazie alla generosa pietà del porporato, il quale sognava nuovi amori, fu rinchiusa in un manicomio. Una notte però, sia colla violenza, sia deludendo la vigilanza dei custodi, la pazzarella riuscì a guadagnare l'aria libera. Uscì, vagò, vagò a lungo in quella notte tempestosa, senza direzione preconcetta, finché per caso avvicinatasi al Colosseo le parve intravvedervi una luce, avanzossi. In quel momento il precursore della folgore avea rischiarato ogni cosa e fra le altre le sentinelle che vigilavano all'ingresso dell'anfiteatro.
L'istinto, un vago presentimento la spinsero verso quegl'individui che almeno non avevano l'aria di preti. Costoro vollero arrestarla, ma Camilla avea in quella notte una forza sovrumana. Si svincolò, salì e giunta al loggione cadde spossata in mezzo ai trecento.
Povera Camilla! E Silvio che l'aveva riconosciuta, raccontava ai compagni la storia dell'infelice. "È tempo,—ripigliava Attilio,—di purgare la nostra città da questo immondo pretume" ed un lampo di sospetto per la sua Clelia, forse in procinto di cadere fra gli artigli delle belve istesse, balenatogli alla mente, il suo pugnale venne fuori come una striscia di fuoco. Quindi brandendo il ferro, Attilio sclamò:
"Maledizione a quell'indegno Romano che non sente l'umiliazione della sua patria e che non è pronto a bagnare il suo ferro nel sangue de' tiranni che la deturpano facendone una cloaca".
"Maledizione! Maledizione!" rimbombò per più minuti l'ampia volta delle ruine, ed il tintinnio de' ferri cozzanti, faceva riscontro al clamore delle voci; terribile musica all'indirizzo de' corrotti e scellerati padroni di Roma.
"Silvio!—ripigliava Attilio—questa fanciulla più infelice che colpevole, abbisogna di protezione e tu generoso non gliela niegherai. Vanne e l'accompagna, ed il giorno della riscossa, noi siamo certi, non mancherai al tuo posto".
E Silvio era generoso davvero e amava ancora la sua disgraziata Camilla. Costei alla vista dell'amante parve quasi per incanto calmata dal morboso furore, e tacita, rannicchiata era diventata docile come un agnello.
Silvio le si accostò, sollevolla, l'avvolse nel proprio mantello e dolcemente tenendola per mano, la condusse fuori del Colosseo verso l'abitazione di Marcello.
"Per il quindici alle Terme di Caracolla, e pronti a menar le mani!…".
"Pronti! Pronti!" ripeterono i trecento. Ed in pochi minuti il deserto delle rovine avea ripreso la sua tetra spaventosa solitudine.
CAPITOLO VI
L'ARRESTO
Cencio, come fra la gioventù Romana suole a parecchi accadere, era disceso più per colpa dei genitori che propria, nell'abbiezione in cui l'abbiamo trovato.
Onesto carpentiere, il padre avea sposata una di quelle tante donne uscita dal connubio dell'alto clero con femmina Romana(11).
(11) Come può essere diversamente con un clero ricco ed una popolazione povera?
Costei non ignorava la non mediocre sua nascita e vanarella sognava poter innalzare il proprio figlio al disopra dell'umile condizione del padre suo. Essa faceva gran conto sulla protezione dell'Eminente genitore e le pareva che questi dovesse proprio occuparsi del suo nuovo nato. Stolta! che non sapeva come i godimenti mondani sieno la sola norma dei porporati predicatori della vita eterna e che, una volta satolli, costoro distruggono o abbandonano la prole.
E Cencio destinato dalla madre allucinata a grandi cose non curò imparare l'arte del padre, si diede dell'aria e finì, ostentando una condizione che non era la sua, a precipitarsi nel vizio e vendersi finalmente al primo ministro dei piaceri di un'Eminenza.
Dalla stanza dove lo aveva collocato Gianni egli non perdeva Manlio di vista; ed una sera mentre l'artista stava intento al lavoro piomba Cencio nel suo studio e con voce commossa, si fa così a supplicarlo: "per l'amore di Dio! voglia permettermi di rimanere qui un istante, sono inseguito dalla polizia… mi cercano per imprigionarmi. L'assicuro,—continuava l'impostore,—che non ho altro delitto, tranne quello d'esser liberale; nel calore di una disputa ho detto francamente che la caduta della repubblica era stato un assassinio. Per tutto questo mi vogliono arrestare!".
Così terminando il suo discorso Cencio per dare alle sue parole maggior colore di verità, fingeva di cercare dietro i marmi, ond'era ripieno lo studio, un nascondiglio che lo coprisse dalla vista della strada.
"I tempi corrono difficili", pensò Manlio fra sé, "c'è poco da fidarsi del prossimo; ma come si fa a cacciar di casa un compromesso politico? come si fa a mandarlo a crescere il numero degli infelici che gemono nelle prigioni dei preti?".
"Poi,—pensava Manlio sbirciando il nuovo venuto,—il giovane mi sembra di buon aspetto. Giunta che sia la notte, potrà facilmente trovare uno scampo".
E l'uomo onesto condusse lui stesso Cencio nella recondita parte dello studio, non sospettando di certo ch'egli albergava un traditore.
Non passò molto che una frotta di sgherri sfilando lunghesso la via si fermava davanti lo studio e vi penetrava chiedendo al proprietario il permesso di farvi una visita domiciliare per ordine superiore.
Non è difficile trovare il nascondiglio di uno che vuol essere scoperto. Poi il capo degli sgherri già d'intelligenza con Cencio lo avea da lontano veduto entrare ed era certo di non dover frugare invano.
Povero Manlio! poco sospettoso, come lo è generalmente la gente onesta, cercava di persuadere il briccone che nulla o nessuno si trovava nel suo studio che potesse dar sospetto alla polizia e procurava frattanto di guidare i cercatori in parti diverse da quella del nascondiglio di Cencio.
Ma il malandrino per abbreviare l'indagine che lo annoiava tirò per le falde dell'abito il capo-birro, mentre gli passava daccanto e questo con un piglio vittorioso afferrando il complice per il collo:
"Oh! Oh! voi renderete conto al Governo di Sua Santità del ricovero dati ai nemici dello Stato" disse, pavoneggiandosi il galeotto. E aggiunse "seguirete immediatamente in carcere il colpevole che avete voluto albergare".
Manlio poco avvezzo al contatto di quella canaglia era rimasto sbalordito. Ma alle minaccie del furfante sentì il sangue ribollirgli nelle vene e lo sguardo gli corse tosto ai ferri che adornavano lo studio. Eran scalpelli, martelli, mazze e Manlio stava lì lì per impugnare un pié di porco massiccio e fracassare con quello il cranio dell'insolente, quando apparve scendendo dalle scale Clelia preceduta dalla madre.
La vista di quelle care creature fiaccò lo sdegno dell'artista. Esse avevano dal balcone vista entrare quella insolita visita e non vedendola partire ed avendo sentito qualche cosa d'imperioso nella voce del birro, tementi e curiose discesero nello studio.
Era il crepuscolo della sera e siccome nel piano generale dell'arresto di Manlio era stabilito non lo si avesse a condurre in prigione di giorno, per paura di qualche riscossa dai Transteverini che amavano e rispettavano il nostro amico, così calcolò il capo-birro che a lui conveniva differire la traduzione dei prigionieri: onde col piglio simulatore della volpe. "Via dunque", rivolto a Manlio gli disse: "tranquillate le vostre donne, la cosa finirà in niente. Voi verrete a rispondere ad alcune interrogazioni e questa sera stessa, io lo spero, potrete tornare a casa vostra".
Vane furono le rimostranze delle donne, e Manlio sdegnando di supplicare il birro, incamminossi di lì a poco colla tristissima compagnia.
CAPITOLO VII
IL LEGATO
Il fenomeno della insaziabile tendenza pretina al solo godimento dei beni materiali è cosa a tutti nota, mentre pur tutti sanno egualmente che per il resto del mondo, cioè per chi non è prete, essi predicano e millantano i beni spirituali d'una vita avvenire colla gloria del paradiso!
Osservate bene e ben ponderate quella gloria dei preti: "Gloria del Paradiso! Maggior gloria di Dio!". Udite sacrilegio da impurissima bocca: Gloria a Dio! Come se l'Onnipossente, l'Eterno, l'Infinito potesse essere illustrato, glorificato da quella razza di vermi! Agli stolti l'ignoranza e la miseria, per la maggior gloria di Dio; ai preti la crapula, ricchezze e lussuria, sempre per la maggiore gloria di Dio!
Oggi non più ma in passato, i preti, a forza d'imposture e per l'ignoranza delle genti accumularono sterminate ricchezze. Esempio ne sia la Sicilia ove la metà dell'isola apparteneva ai preti e frati d'ogni specie.
E due erano le principali sorgenti delle ricchezze loro. La prima proveniva dalle donazioni dei grandi, i quali dopo aver trascinata un'esistenza di delitti credevano, cedendo al clero una parte dei loro furti, rendere legittimo il possesso dell'altra e sottrarsi al castigo di Dio.
La seconda sorgente di ricchezze i preti la derivavano al capezzale degl'infermi ove padroni dei loro ultimi istanti, colle paure dell'Inferno e del Purgatorio da loro suscitate, carpivano legati e bene spesso l'intere eredità dai morenti a pregiudizio dei figli che riduceano senza pietà alla miseria.
Correva il dicembre del 1849. La Repubblica Romana, sorta dai voti unanimi dei rappresentanti legittimi del popolo, era stata sepolta da alcuni mesi dalle bajonette straniere. I preti ripigliata l'antica possanza dovevano riempire le prebende un po' smunte da quegli eretici di repubblicani ed il conforto, la cura, il sollievo delle anime dovevano ancora provvedere al conforto, alla pienezza, alla libidine di quei corpi beati!
Erano di poco trascorse le nove e fittissima era calata la notte sulla piazza quasi deserta della Rotonda. Sapete voi cos'è la Rotonda? Quella chiesuola ove ogni mattina poche donnicciuole vanno a far corona ad un pretuncolo per la maggior gloria di Dio? Ebbene la Rotonda è il Pantheon dell'antica Roma! Un tempio che conta duemila e più anni, e direste eretto appena ieri tanto la sua conservazione è perfetta, tanto la sua architettura è sublime.
Ogni colonna del suo peristilio sarebbe pagata a peso d'oro dall'antiquario straniero ed il gigante della scoltura Michelangelo, cui questa Rotonda bastava a turbare i sonni, non fu tranquillo se non dopo di avere innalzato nello spazio quel tempio di tutti i dei e postolo come cupola sul colosso monumentale dell'universo(12).
(12) Il Tempio dì S. Pietro.
Ma il prete ne ha fatto la Rotonda, come del Foro Romano, ove s'adunavano i padroni del mondo per discuterne le sorti, ne fece un Campo Vaccino!
Erano dunque le nove d'una notte oscura di dicembre ed a traverso la piazza della Rotonda si vedeva scivolare qualche cosa di nero che t'avrebbe posti i brividi nelle ossa, fossi tu stato uno dei coraggiosi militi di Calatafimi.
Era ribrezzo o paura il sentimento svegliato dall'apparizione di quel fantasma? Non lo saprei spiegare ma credo fosse l'uno e l'altra ed erano giustificati entrambi, poiché sotto la nera sottana che ti scivolava davanti, batteva il cuore d'un demonio, anelante al compimento di tale delitto, che solo l'anima d'un prete può ideare ed eseguire.
Giunto al portone di casa Pompeo, situata in un lato della piazza, il prete dava mano al battente, lo lasciava cadere leggero, quindi tiravasi un po' indietro, ricercando collo sguardo la fitta tenebria, timoroso ch'alcuno non lo scorgesse mentre era intento a compiere la scena scellerata, ch'egli doveva aggiungere ai lugubri drammi della sua vita d'infamie.
Ma chi si curava del perpetratore d'un delitto ove dominavano il mercenario straniero ed il prete! Dove in una popolazione immensa, il poco di buono che c'era, stava imprigionato, proscritto, o ridotto alla miseria?
Il portone della nobile casa venne schiuso. Il portiere riconosciuto il reverendo padre Ignazio, con un strisciante inchino lo salutò, baciògli la mano e gli fece lume accompagnandolo fino ai primi gradini della scala più per cerimonia che per bisogno essendo già ben rischiarato dalla lampada l'ampio scalone d'una casa delle più opulente di Roma.
"Ov'è Flavia?" chiese il chiercuto al primo servo che gli capitò davanti, e Siccio, che tale era il nome del servo, proprio Romano davvero e poco simpatico all'uccello di cattivo augurio: "Al capezzale della morente" rispose, e voltò le spalle.
Ignazio con passo frettoloso, siccome ben pratico della casa, s'incamminò verso una stanza da letto che chiudeva una serie di salotti e di stanze ricchissime. Giunto alla porta faceva udire (sommesso però) certo grugnito che avea del bestiale, ma ben inteso e capito egualmente, poiché in un attimo, lo schifoso ceffo d'una vecchia suora comparve sull'uscio, schiuse, introdusse premurosamente il prete e scambiò con lui uno di quegli sguardi che avrebbero agghiacciato il sole, se fossero stati ricambiati al suo cospetto.
"È fatto?". "È fatto!" era la risposta della donna, ed entrambi s'incamminarono verso il giaciglio della morente.
Don Ignazio trasse di sotto alla gonnella una boccetta, ne vuotò il contenuto in un bicchiere ed aiutato dalla suora, sollevò il capo della moribonda che aprì macchinalmente la bocca e bevette fidente od inconscia tutta la pozione.
Un sogghigno di soddisfazione infernale volava dall'uno all'altro viso dei due scellerati. Abbandonarono sui cuscini il capo già insensibile della vecchia infelice, si ritirarono quindi tranquillamente a sedere in un angolo della stanza. Quivi Flavia passava nelle mani del prete un foglio; questi, senza leggerne il contenuto, che ben conosceva, volava coll'occhio alla firma, la fissava per qualche momento, poi ripiegando lo scritto, lo intascava con mano convulsa, senza aggiungere altro che un "Sta bene! Voi avrete la vostra ricompensa!".
Era quel foglio il testamento della signora Virginia, madre di Emilio Pompeo, morto sulle mura di Roma, da piombo napoleonico. La moglie di Enrico dopo averlo assistito nella lunga agonia, vinta dal dolore, alla sua volta soccombette lasciando un bimbo di due anni, unica prole orbata dei genitori, cui rimaneva soltanto l'appoggio della vecchia ava.
Virginia amava ancora il suo Muzio, unico rampollo dell'antichissima stirpe dei Pompei, con affetto vìvissimo, e certo non avrebbe mancato di lasciarlo in possesso della vasta eredità di famiglia: ma che volete? come tante donne ignorava che sotto la nera sottana batte l'anima dell'inferno.
Don Ignazio con quella ipocrisia e sottigliezza che paiono privilegio della casta pretina, Don Ignazio confessore della vecchia, a forza di giri e rigiri era pervenuto ad ottenere che sul suo testamento s'introducesse un legato a suffragio delle anime del Purgatorio, ma se questo accontentava le anime del Purgatorio, non rendeva pago lo scellerato, il quale agognava all'intera proprietà della casa Pompeo.
Ammalatasi la vecchia Virginia, Ignazio le fece accettare Flavia per infermiera e col suo mezzo, e assiduamente vigilandola senza quasi permettere ch'altri l'avvicinasse, quando il corpo e la mente dell'infelice per l'aggravarsi del male s'andarono indebolendo, il ribaldo non trovò difficoltà a sostituire al testamento che portava il legato un nuovo testamento che lasciava per intero l'eredità Pompea alla corporazione di S. Francesco di Paola, creando per giunta don Ignazio stesso esecutore testamentario.
Non mancavano i testimoni idonei e la bigotta sottoscrisse la miseria e lo spoglio dell'infelice bambino per impinguare la crapula di quei figli della maledizione.
Intanto Muzio, diseredato, dormiva placidamente nella sua cameretta ancora adorna dalla mano materna in un magnifico letticino. Orfano infelice! che il domani doveva svegliarsi mendico.
CAPITOLO VIII
IL MENDICO
Diciott'anni sono trascorsi da quella sera fatale in cui un prete nero nero come la befana avea traversato la piazza della Rotonda per commettere il nefando delitto che abbiamo narrato e noi ritornando sulla stessa piazza vediamo appoggiato ad una delle colonne del Panteon un mendico avvolto nel solito mantello foggiato a toga.
Non era questa volta una notte oscura di dicembre. Era un tramonto procelloso di febbraio.
Il mendico teneva avvolto intorno alla persona lo sdruscito mantello tanto da nascondere anche la parte inferiore del viso ma alle scarse sembianze che rimanevano svelate scoprivasi una di quelle fisonomie che vedute una volta ti restano impresse per tutta la vita.
Un naso Romano divideva due occhi azzurri che avrebbero abbarbagliato un leone: benché coperte il contorno delle spalle era mirabile e mostravano di appartenere a tale che non sarebbe stato facile insultare impunemente. L'attitudine, il contegno della persona apparivano imponenti, e lo scultore spesso dovette aver ricorso a quel mendico quando volle inspirarsi ad un atteggiamento eroico(13).
(13) Il modello e la modella sono professioni apprezzate in Roma, terra classica di pitture e sculture.
Un piccolo tocco sulla spalla scosse il mendico dalla sua immobilità contemplativa. Si volse e con piglio famigliare disse al sopravvenuto: "Sei qui fratello!" e sembrava veramente un fratello di Muzio quegli a cui egli dava quel nome. Egli era Attilio, l'amico nostro, il quale alle parole di Muzio soggiunse:
"Sei tu armato?".
"Armato?" rispose alquanto sdegnoso il mendico.
"Il mio ferro, tu lo sai, fu il mio solo retaggio, tutto il mio patrimonio! vuoi tu ch'io l'abbandoni, io che l'amo quanto tu poi amare la tua Clelia ed io… la mia?". Poi, levando in alto gli occhi dopo un istante di pausa con amaro piglio continuava: "Ma e che giova l'amore ad un mendico, ad un reietto della società umana? Chi crederà che palpiti qualche cosa sotto un petto coperto di cenci?".
"Eppure," soggiungeva Attilio, rispondendo alla digressione del mendico, "quella bella straniera, sono sicuro che ti ama, quanto è capace di amare una donna".
Muzio tacque e d'improvviso annuvolossi, il che Attilio scorgendo e dubitando si sollevasse qualche tempesta nell'animo contristato dell'amico lo prese dolcemente per mano e gli disse: "Vieni" e Muzio lo seguì senza proferire parola.
Intanto la notte scendendo, copriva col nero suo manto la città eterna. Per le vie silenziose, i passanti s'eran fatti più radi, l'ombre dei palagi e dei monumenti si confondevano colle tenebre e solo alcune pattuglie di stranieri rompevano il silenzio della notte col loro passo misurato e pesante.
Preti a quell'ora se ne incontravano pochi. Non s'incomodano, né si fidano: la tepida sala è preferibile alla squallida via, poi nella notte sono poco sicure le strade di Roma ed i preti, meno di chicchessia, amano di mettere la preziosa loro pelle in pericolo.
"La finiremo un giorno con questi mercenari che la fan da birri ai preti" diceva il mendico tornato in calma al suo compagno.
"Oh sì! la finiremo, e presto" rispondeva Attilio.
Così discorrendo ascendevano il Quirinale, oggidì Monte Cavallo, per le due famose statue equestri, capo-lavoro dell'arte greca che sulla piazza si ammirano.
Giunti a pié dei colossi si fermarono entrambi. Attilio tolto di tasca un acciarino ne trasse delle scintille; all'estremità della piazza lo stesso segnale si ripetè, e allora i due amici si avanzarono.
Prima di giungere all'ultimo limite della piazza un militare del picchetto di guardia al palazzo facevasi innanzi, stringeva la mano ad Attilio e conduceva i due verso una porticina laterale al portone d'entrata. Entrarono. Passato un angusto corridoio salirono una scaletta e si trovarono in una stanza apparentemente lasciata a disposizione del comandante la guardia.
Tutti gli arredi della stanza consistevano in un desco ed alcune sedie; sul desco varie bottiglie, parecchi bicchieri ed un lumicino ad olio. Quivi, dopo aver fatto sedere gli ospiti, ed essersi lui pure seduto, il militare ruppe il silenzio dicendo:
"Beviamo un bicchiere d'Orvieto, compagni, che val più d'una benedizione del Santo Padre, in questa notte d'inverno", e presentava così dicendo un calice del benefico liquore ai due amici.
"L'han dunque condotto qui Manlio?" chiese Attilio appena libato il primo sorso.
"Qui, siccome ti ho avvertito", riprese Dentato il sergente dei dragoni; "fu la scorsa notte verso le undici, e lo hanno rinchiuso in una segreta come fosse un gran delinquente. Dicono però che presto lo trasporteranno in castel S. Angelo, essendo queste prigioni soltanto di transito".
"E si sa per ordine di chi sia stato arrestato?" riprese Attilio.
"Eh! per ordine del favorito, del cardinale ministro; si dice e si aggiunge," continuò il militare, "che Sua Eminenza voglia stendere la mano potente non solo sul padre, ma anche sulla figlia, la perla di Trastevere".
Un movimento convulsivo di rabbia agitò Attilio alle ultime parole del sergente e:
"A che ora tenteremo di liberarlo?" chiese con visibile impazienza.
"Liberarlo! ma siamo in pochi per riuscire davvero", rispose Dentato.
"Fra un'ora sarà qui Silvio con dieci dei nostri; con tal rinforzo saremo sufficienti ad assalire tutta quella caterva di birri e di preti", soggiunse Attilio con accento d'uomo convinto.
Un istante di silenzio successe a queste ultime parole. Allora
Dentato:
"Poiché hai deciso di tentare questa notte, dovremo aspettare almeno sino alle dodici. Allora direttori e custodi saranno in potere di Bacco e forse già addormentati. Il mio tenente poi ha trovata certa Lucrezia nelle vicinanze, la quale basterà per tenercelo discosto fin presso al mattino".
Le parole di Dentato furono tronche dall'entrare del dragone lasciato di guardia alla porta, il quale annunzio l'arrivo di Silvio co' suoi.
CAPITOLO IX
LA LIBERAZIONE
Una delle cose ch'io notai come straordinaria in Roma fu il contegno e la bravura del soldato Romano. Quei soldati propriamente che si chiamano soldati del Papa e servono il più schifoso dei governi hanno conservato certo robusto piglio marziale e tanto valore individuale da far stupire davvero.
Alla difesa di Roma ho veduto gli artiglieri Romani combattere con tale coraggio da andarne superbo, ed ho pure veduto i pochi dragoni, allora esistenti, condursi valorosissimamente.
Nelle frequenti risse tra soldati romani e stranieri dopo caduta la città non v'è forse esempio di Romani sopraffatti, anche se gli avversari prevalevan di numero.
I preti lo sanno, e sanno pure che il coraggio disdegna essere guidato dalla viltà e sono certi che in caso d'insurrezione i soldati romani saranno col popolo; di qua il bisogno di mercenari, di qua le implorate invasioni straniere tutte le volte che il popolo accenna di avere perduta la pazienza.
Silvio fu accolto dalla brigata con amorevolezza. Anch'egli era uno di coloro che portavan nell'anima l'impronta del romano antico e su cui il compagno poteva fidare come sul proprio ferro.
"I nostri sono al loro posto. Li ho rimpiattati", disse Silvio, "tra le gambe dei cavalli di granito. Saranno pronti al primo cenno".
"Bene" rispose Attilio. Poi impaziente di farla finita, rivoltosi a Dentato: "il mio piano" soggiunse, "è questo: io andrò dal custode delle carceri con Muzio per le chiavi e tu guida Silvio co' suoi dieci per assicurarti dei birri collocati alla porta delle prigioni".
"E così sia" rispose Dentato; "Scipio (il dragone che annunziò Silvio) ti condurrà dal custode. Ma bada ch'hai a fare con un demonio. Quel signor Pancaldo è capace di metter le manette al Padre Eterno ed una volta che lo tiene non lo lascia andare nemmeno per la gloria del Paradiso. Bada ai fatti tuoi!".
"Lasciami fare" replicò Attilio, e senza perdere più tempo incamminossi con Muzio sui passi di Scipio che li precedeva.
Un'impresa di questo genere non presenta in Roma le difficoltà che presenterebbe in altro Stato ove il Governo è più rispettato ed i suoi agenti meno avviliti, ma qui ove il soldato non s'inspira all'amore di patria, al decoro nazionale, all'onore della bandiera, ma sa di servire un governo d'impostori, disprezzato e maledetto da tutti, qui, dico, tutto è possibile ed il giorno in cui lo straniero porrà davvero il piede fuori di Roma, quello stesso giorno il governo delle sottane sfumerà davanti al disprezzo dei cittadini e dei soldati romani.
Dentato condusse la brigata di Silvio verso il picchetto de' birri stanziati alla porta del carcere e ciò non era difficile essendo lui sergente di guardia ed avendo i dragoni la custodia esterna del palazzo. Era inteso che egli non doveva svelarsi, potendo giovare di più se l'affare si fosse andato ingrossando.
Silvio, avendo dal difuori adocchiato la sentinella, attese che nel suo uniforme va e vieni gli avesse rivolte le spalle e allora colla destrezza ed agilità con cui si avventava sul cignale della foresta le fu sopra in un baleno, colla sinistra l'agguantò al collo, colla destra le tolse il fucile ed assestandole un colpo di ginocchio nel fianco la rovesciò supina sul pavimento. I suoi compagni che l'avean seguito da vicino prima che il rumore delle grida e della caduta potesse sollevare in armi il picchetto gli furon sopra e con garbo ma senza cerimonie, mentre i birri fregavansi gli occhi, te li pigliarono tutti e incominciarono a legarli.
CAPITOLO X
L'ORFANA
Quando Silvio colla disperazione nell'anima ebbe raccolto la povera Camilla nel Colosseo e la condusse verso la casa di Marcello non una parola fu articolata dai due durante il viaggio.
Silvio aveva un cuore d'angelo. Egli sapeva che la società tollera ogni specie d'impudicizia, colla sola condizione che le apparenze si salvino; ma che si mostra inesorabile contro l'errore di una fanciulla sia essa stata la vittima dell'insidia o della violenza. Egli sapeva che mercé questo pregiudizio passeggia a fronte alta il delitto, e vilipesa è l'innocenza tradita. In cuor suo protestava contro questa evidente ingiustizia. Egli che aveva tanto amato la sua Camilla e che la ritrovava ora sì infelice, poteva egli non impietosirsi alla sua sorte? Oh! anche in questa terribile notte egli avrebbe difeso la povera fanciulla contro un esercito!
Pieno di questi sensi gentili ei la sorreggeva poiché la sentiva stanca e lei si contentava di quando in quando di alzare uno sguardo timidamente supplichevole verso il suo protettore. Così camminavano verso la casa paterna che Silvio non aveva più riveduta dacché era stata deserta da Camilla, e camminavano silenziosi.
Un terribile presentimento invadea l'anima d'entrambi e l'ombra della notte copriva su quelle interessanti fisonomie un aspetto di mestizia, di disperazione, di dolore che s'andavano a seconda dei loro pensieri alternando.
Alla casa di Marcello giungevasi per un viottolo perpendicolare alla strada maestra, dalla quale distava circa un cinquecento passi. Entrati che furono nel viottolo (e già cominciava ad albeggiare) l'abbaiare d'un cane scosse Camilla dal suo letargo e sembrò infonderle nuova vita. È Fido! "Fido!" essa esclamò con una ilarità che da molti mesi erale sconosciuta, ma al tempo istesso come le avesse balenato un lampo nella mente, le si allacciò l'abbiettezza della sua presente condizione, si staccò dal braccio di Silvio, Io guardò e rimase sbalordita ed immobile come fosse una statua.
Silvio s'avvide di tutto—come leggesse nell'animo di lei e temendo di qualche ritorno alla pazzia s'avvicinò amorevolmente, e: "vieni Camilla" le disse "è il tuo Fido che ti ha udita, e ti ha forse riconosciuta". E non aveva infatti terminate ancora quelle parole quando il bracco apparve e indeciso prima, poi con una corsa furiosa si slanciò sulla sua padrona e saltellando, lambendo, urlando presentò una scena che avrebbe intenerito un animo di bronzo. Camilla inchinatasi automaticamente per corrispondere alle carezze dell'amoroso animale proruppe in un pianto dirottissimo.
La fatica e l'emozione avevano affranto quella buona ed infelice creatura. Adagiata sul terreno pareva incapace di rialzarsi; onde Silvio la coprì col suo mantello per preservarla dal freddo mattutino ed egli frattanto si avanzò in esplorazione.
L'abbaiare di Fido doveva avere svegliato chi si fosse trovato nella casa e veramente, appena Silvio vi fu giunto, scorse un giovinetto di circa dodici anni sulla soglia e conosciutolo lo chiamò per nome: "Marcellino!". Il giovinetto che sulle prime erasi insospettito di una visita sì mattutina, quando riconobbe la voce amica corse incontro a Silvio e teneramente gli si avvinghiò al collo.
"Ov'è tuo padrino?" chiese il cacciatore, dopo ricambiate le amorevoli accoglienze del fanciullo. Ma questi rimase muto. "Ov'è Marcello?" ripeteva l'altro ancora. Singhiozzando dolorosamente il giovinetto mormorava "Morto!".
Silvio commosso alla scoperta di tante sventure si lasciò cadere su di un gradino della soglia senza poter articolare parola e lui pure come la Camilla sentì bagnarsi il volto dalle lagrime.
"Oh! Dio giusto!" sclamava Silvio lagrimoso, "come puoi tu permettere che per contentare le disoneste voglie di un mostro tante e sì buone creature siano ridotte all'abbiezione ed alla morte!
"Se l'ora della vendetta non fosse vicina e se la speranza di presto immergere questo pugnale nel cuore dell'assassino non mi trattenesse, mi frugherei con esso le viscere per non vedere più oltre un solo giorno di umiliazione e di sciagura della povera patria mia!".
Intanto l'infelice Camilla all'alito soave dell'aria nativa, spossata com'era dalla fatica della mente e del corpo, dallo stupore e dal letargo, era passata ad un sonno provvidenziale e riparatore.
Quando Silvio e Marcellino giunsero accanto a lei s'accorsero che dormiva, onde Silvio vietò la si destasse, dicendo: "A che svegliarla alla sventura! Essa avrà tempo abbastanza per piangere e trascinare una vita di dolore e di pentimento".
CAPITOLO XI
IL RICOVERO
Noi vedemmo Attilio, Silvio e Manlio, dopo che quest'ultimo fu liberato, incamminarsi per la campagna e dirigersi per l'appunto verso la dimora di Marcello, ora occupata da Camilla e dal giovine Marcellino.
Essi camminavano silenziosi, ciascuno sotto la grave soma de' suoi pensieri. Manlio contento d'esser libero, comunque fosse, (poiché è preferibile essere morti al trovarsi nelle prigioni dei preti sotto l'imputazione di delitto politico), volava col pensiero verso la sua Silvia e la sua Clelia che erano l'Eden della sua esistenza. Silvio, il quale aveva proposto la casa di Marcello come primo ricovero per Manlio, pensava alla necessità di trovarne un altro più recondito e più sicuro, forse anche alle macchie Pontine in quella stagione non pericolose; Attilio riandava nella sua mente la visita di Gianni a Manlio, il suo ritorno in casa Procopio, le parole di Dentato sulla vociferata ragione dell'arresto del suo amico ordinato dallo stesso Cardinale e ravvicinando i fatti e combinando le osservazioni sentivasi costretto a concludere che veramente una trama fosse stata ordita dal Cardinale contro l'amata sua Clelia.
Dopo avere alquanto esitato decise di far parte de' suoi sospetti a Manlio e tutto per filo e per segno gli raccontò. Manlio sentì pur troppo di dover convenire nelle opinioni di Attilio e turbato da quel sospetto, disse:
"Ma per Dio! io non voglio allontanarmi dalla mia famiglia quando essa può trovarsi in pericolo di ricevere insulti da quella canaglia!". Attilio lo tranquillò dicendogli:
"Subito giunti in casa Marcello, io stesso passerò da casa vostra, avviserò le donne d'ogni cosa e vi assicuro che prima d'essere insultati, Roma vedrà delle novità!".
Attilio benché giovane erasi acquistata la simpatia e il rispetto di tutti, anche degli uomini maturi i quali si acconciavano facilmente ai suoi consigli, laonde Manlio che lo amava come figlio piegò senza molta resistenza al parere di lui.
L'alba cominciava a rischiarare il cielo, quando giunsero al viottolo che faceva capo alla casa Marcello. Fido si fece innanzi, minaccioso prima, poi lieto alla vista di Silvio e quando furono sul limitare dell'uscio apparve pure Marcellino a cui Silvio chiese dove fosse Camilla.
"Camilla!" rispose il giovane "se venite meco v'indicherò dove si trova". E guidandoli verso un'eminenza ove Io seguirono tutti, Marcellino additò loro un non lontano santuario, accanto al quale scorgevasi il recinto d'un Cimitero e disse: "Là all'alba ed al tramonto, voi potrete trovare Camilla e là essa si trova ora".
Silvio senza far motto ai compagni i quali continuavano a seguirlo, s'avviava al luogo indicato, ove Camilla, vestita a lutto, stava inginocchiata accanto ad un modesto tumulo di terra smossa di recente, così assorta che non si accorse dell'avvicinarsi di gente. Silvio la contemplava impietosito, e non osava disturbarla, sicché quando parve che la poverella avesse terminata la sua preghiera fu udita esclamare: "Ah! fui io sola la causa della morte del mio povero padre!". Ciò dicendo si levò e scorse Silvio ed i compagni alla qual vista non si turbò né alterossi ma sorrise d'un sorriso angelico al suo antico amante e s'avviò verso la casa insieme alla comitiva.
La pazzia di Camilla avea cessato d'essere furiosa. Dal momento in cui condotta da Silvio ritornò all'alloggio paterno s'era cambiata in una monomania melanconica che le lasciava le apparenze di una perfetta tranquillità. Ma il male quantunque mutato durava tuttora e la poverina non avea ricuperata la sua ragione.
"Ove ti domandassero chi è il signore che oggi viene ad abitare con voi, tu dirai ch'è un antiquario che studia le ruine della campagna Romana".
Questa era l'ammonizione che Silvio credette prudente di fare a Marcellino nel caso in cui Manlio dovesse rimanere alcuni giorni con loro.
Attilio dopo breve consulta con Manlio e Silvio sul piano ulteriore della fuga, lasciò subito quella casa e s'avviò solo verso Roma dove lo chiamava il suo cuore e l'adempimento della promessa che aveva fatta a Manlio.
CAPITOLO XII
LA SUPPLICA
Eran passati due giorni dall'arresto di Manlio e ancora non se ne sapevano notizie. Le donne sue erano alla disperazione.
"E che sarà del tuo buon padre?" diceva Silvia piangendo alla figlia. "Egli non s'è mischiato mai in affari compromettenti, che era liberale sì e odiava i preti com'essi meritano d'esserlo, ma non esprimeva le sue opinioni che con noi e coi nostri intimi; come ha potuto destare sospetti nella polizia?".
Clelia non piangeva ed il suo dolore per la disparizione del padre, più concentrato, era più forte di quello della madre. Anzi trovava la forza di confortarla e: "Non piangete" le diceva, "il pianto a nulla rimedia. Bisogna sapere ove hanno condotto mio padre e, come dice monna Aurelia, cercare di liberarlo ricorrendo ove sia di mestieri(14). Poi Attilio è in cerca di lui e certo, egli non poserà finché non sappia che cosa ne sia avvenuto".
(14) Se e come sia necessario (N.d.C.)
Le due donne così ragionando cercavano di confortarsi, quando il battente della porta annunziò una visita. Clelia corse ad aprire ed introdusse monna Aurelia, una buona vicina ed amica della famiglia.
"Buon giorno monna Silvia".
"Buon giorno", rispondeva l'addolorata asciugandosi gli occhi col fazzoletto. "Ecco qui" diceva Aurelia, "il nostro amico Cassio, cui ho parlato dell'affare, ha scritta questa supplica in carta bollata per chiedere al Cardinale-Ministro la liberazione di Manlio. Egli mi disse che voi dovete sottoscriverla e per maggiore sicurezza presentarla voi stessa all'Eminenza".
Silvia impicciata per la prima volta in queste faccende ripugnava d'andarsi a gettare ai piedi d'uno di quei demoni ch'essa aveva imparato ad odiare sino dall'infanzia. Ma come si fa? Trattavasi di uno sposo adorato, imprigionato, forse alla tortura. E quest'idea metteva un raccapriccio di morte in cuore alla povera donna.
Poi Aurelia consigliava ci andassero tutte due ed offrivasi di accompagnare le amiche al Palazzo Corsini;
"Andremo dunque" diceva Silvia finalmente risoluta. In mezz'ora eran le donne pronte, ed incamminate verso l'eccelsa dimora del delitto.
Eran le nove del mattino quando S. Eminenza il cardinale Procopio, ministro di Stato, fu avvisato dal Questore del Quirinale della fuga di Manlio e del modo violento con cui era stato sottratto. La furia del prelato fu somma. Immediatamente ordinò si arrestassero quanti birbanti attendevano alla custodia del Quirinale e delle sue prigioni e direttori, custodi, ufficiali di guardia, dragoni, birri, tutto quanto si trovava nel palazzo era posto in arresto per ordine perentorio dello sdegnato ministro. Poi, dopo aver provveduto a questo primo sfogo, fece chiamare Gianni alla sua presenza.
"E come diavolo" gridò apostrofando il Gianni appena fu entrato "non hanno rinchiuso quel maledetto scultore in Castel S. Angelo ove egli sarebbe stato al sicuro? Perché l'hanno condotto al Quirinale ove quella canaglia di custodi se l'hanno lasciato fuggire?".
"Eminenza!" rispondeva Gianni "quando si tratta di qualche affare importante come questo, l'E. V. lo affidi a me e non a quella ciurmaglia di birri, che V. E. sa cosa sono e quanto valgono. Robaccia vile" aggiungeva il Gianni coll'onesto intento di sollevare sé stesso deprimendo altrui "gentaglia che si lascia egualmente impaurire e corrompere…".
"Cosa mi vieni questa mattina ad annoiare co' tuoi sermoni, ribaldo!" interruppe l'Eminenza "come se io avessi bisogno de' consigli tuoi! Tuo dovere è di servirmi sempre senza far parole. Fruga ora nella tua testa di rapa per cercar modo di condurmi qui quella ragazza, se no, per Dio, i sotterranei del palazzo udranno risuonare presto lo schifoso tuo falsetto sotto la stretta della corda o il pizzicare della tenaglia".
Sapeva ognuno, e quant'altri sapevalo Gianni, che queste non erano vane minaccie e se il mondo crede l'èra della tortura finita, in quel pandemonio della Città santa essa esiste in tutta la sua pienezza.
E Gianni sapeva che i sotterranei delle chiese, de' conventi, dei palazzi e le catacombe nascondono delitti e patimenti tali da far inorridire gli assassini medesimi.
A capo chino, il miserabile eunuco (tale egli era, giacché simili ai Turchi quei perversi non confidano le loro donne che a castrati, mutilati dall'infanzia, col pretesto di farne dei cantanti) aspettava la sua sentenza senza fiatare.
"Alza quegli occhi di volpe" disse vedendolo intontito il porporato "e guardami in faccia". E quegli tremante fissava gli occhi sul volto infiammato del suo padrone. "Non saresti dunque capace, birbante, dopo avermi fatto spendere tanto denaro, sotto un pretesto o l'altro di portarmi qui la Clelia?".
"Sì signore" era la risposta di quel manigoldo il quale voleva uscire prima di tutto dalla vista del cardinale e pel resto si affidava alla sua buona stella.
In quel momento, con gran soddisfazione di Gianni che intravide una nuova occasione per essere licenziato, il campanello annunziava una visita ed un servitore in livrea fattosi avanti:
"Eminenza!—diceva—tre donne, con una supplica chiedono di potersi presentare all'E. V."
"Entrino" fu la risposta di Procopio, ma a Gianni non fece motto.
CAPITOLO XIII
LA BELLA STRANIERA
Noi già dicemo che Roma è la terra classica delle belle arti. Là sono ammonticchiate le ruine del mondo antico coi loro templi, colonne, obelischi, statue, avanzi dell'arte Greca e Romana, capolavori dei Prassiteli, dei Fidia, dei Raffaelli, dei Michelangeli! Là sorgono ad ogni passo fontane, ove nuotano colossi marini, ruine le cui macerie vedute da lontano sembrano montagne all'attonito viaggiatore, colonne di venti secoli lanciate nelle nubi, ove sul bronzo sono scolpite le mille battaglie del popolo gigante; infine meraviglie d'ogni specie che il ricco straniero visita con ammirazione e copia per portare nelle sue terre, ai suoi amici, un simulacro della maggiore delle grandezze umane.
I preti hanno tentato deturpare quell'opera stupenda di venticinque secoli con delle mitre e delle Vie Crucis(15) ma non ci riuscirono. Il bello, il grande, il sublime ancor più sublime comparisce in mezzo alle loro miserie!
(15) Si può vedere una Via Crucis nel Colosseo e pieno di mitre, l'augusto tempio di Michelangelo.
Giulia, la bellissima figlia d'Albione, abitava Roma da più anni. Progenie di popolo libero, disprezzava tutto quanto apparteneva alla famiglia dei chiercuti. Ma Roma! La Roma del genio e delle leggende, la patria dei Fabi e dei Cincinnati, l'emporio delle meraviglie umane, era per Giulia un incantesimo. Conosceva ogni cosa bella di Roma. Aveva impiegato ogni giorno, ogni minuto a visitarla. Esimia cultrice delle belle arti sapeva apprezzare i capolavori e il suo compito quotidiano era copiarli.
Fra i grandi maestri essa s'era fatta un idolo del Buonarroti e seguiva la sua scuola mista d'ogni studio artistico e gentile.
Davanti alla stupenda colossale figura del Mosè(16) passava ore intere in contemplazione. La impronta di grandezza su quella fronte e l'atteggiamento maestoso le sembravano inimitabili e sovrumani.
(16) Il Mosè di Michelangelo Buonarroti nella chiesa di S. Pietro in Vincoli.
In Roma ella avea scelto il suo domicilio, in Roma avea trovato il pascolo necessario al sommo suo genio, all'immenso amor suo del bello. In Roma avea deciso di vivere e morire, perché non avrebbe potuto strapparsi per un giorno solo a tutti quegli oggetti della sua idolatria.
Giovane, ricca, nata e cresciuta nella bella e lieta Inghilterra, come poteva Giulia separarsene per sempre e per sempre abbandonare amici e congiunti che tanto l'amavano? Che volete! Essa aveva trovato il suo Eden tra le macerie e sotto la toga cenciosa del nostro mendico aveva scoperto colla sua immaginazione esaltata il tipo della fiera razza degli antichi Quiriti.
Nello studio di Manlio ov'ella si recava sovente, s'era incontrata con
Muzio, il quale posava davanti alla creta del maestro.
Che importava a Giulia la bassa condizione di lui! Non v'era forse su quella fronte l'impronta che cerchereste per eleggervi un capo, un protettore, un amico? In quel portamento v'era tutta la maestà ch'essa tanto ammirava nel suo idolo di marmo.
Infine, mendico o non mendico, Giulia amò Muzio dal primo istante in cui lo vide. Era povero? E che importava a Giulia? Se la povertà è un marchio d'infamia per il volgo del tanto per cento, così non è per il genio. Ma infine i ricchi sono essi la miglior pasta dell'umana famiglia? Dalla stessa storia del nostro povero Muzio sembrerebbe di no.
E Muzio amava Giulia? Muzio avrebbe dato l'universo per essa, ma giammai egli avrebbe ardito di manifestarle l'affetto suo.
Una sera due soldati stranieri avvinazzati assalirono la nostra gentile inglese nella Lungara quando soletta tornavasene dallo studio di Manlio ed a forza volevano trascinarla con loro. Quello fu il più bel momento della vita di Muzio che aveva seguito da lontano la bella straniera; egli ferì ed atterrò l'uno: l'altro si diede alla fuga. Da quella sera il suo pugnale gli era diventato sacro e Giulia da quella sera non fu più insultata per la via.
Il giorno stesso nel quale le donne di Manlio avevano stabilito di recarsi al palazzo Corsini, Giulia ascendeva il Gianicolo per fare una visita allo studio di lui. Da un giovine allievo sapeva la dolorosa storia del maestro, seppe della gita delle donne ma non potè sapere quale fosse il vero motivo della disgrazia.