UNA PARTITA A SCACCHI
IL TRIONFO D'AMORE
INTERMEZZI E SCENE


GIUSEPPE GIACOSA

Una partita a scacchi

LEGGENDA DRAMMATICA IN UN ATTO


Il Trionfo d'amore

LEGGENDA DRAMMATICA IN DUE ATTI


Intermezzi e Scene.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI

16.º migliaio.


Proprietà letteraria.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, non esclusi i Regni di Svezia, di Norvegia e d'Olanda.

È assolutamente proibito di rappresentare questo dramma senza il consenso della Società Italiana degli Autori

(Articolo 14 del Testo unico, 17 settembre 1882).

Milano. — Tip. Treves. — 1911.



[INDICE]


UNA PARTITA A SCACCHI. LEGGENDA DRAMMATICA IN UN ATTO IN VERSI.

Rappresentata per la prima volta all'Accademia Filarmonica di Napoli, sotto la presidenza del Duca di San Cesario, la sera del 30 aprile 1873, e posta in scena da Achille Torelli.

Al Conte
FEDERIGO PASTORIS
PITTORE.

Nessuno meglio di te, e pochi al pari di te, intendono ed amano la poesia grave delle cose passate. Il tuo quadro: I Signori di Challant fa riscontro alla mia Partita a Scacchi così, che io mi compiaccio di chiamare Renato il tuo canuto castellano e Iolanda la sua bella e pietosa figliuola.

Se anche non ti fosse già dedicato da tanto tempo, e se anche non fossimo legati da un'amicizia fraterna che mi è tanto cara, non sarebbe questa una ragione sufficiente per intitolarti il mio lavoro?

Torino, Dicembre 1875.

Giuseppe Giacosa.

INTERLOCUTORI.

  • Renato
  • Iolanda
  • Oliviero, conte di Fombrone
  • Fernando, paggio
  • Un valletto

L'azione segue nel castello di Renato, in valle d'Aosta.

(Epoca: Secolo XIV).

PROLOGO

Di questa fiaba in versi ho tratto l'argomento

Da una romanza scritta circa il mille e trecento,

A dire il vero, in calce la data non ci sta,

Epperò nei cent'anni spaziate in libertà.

Mezzo secolo prima, mezzo secolo poi,

A me non giova nulla, e poco importa a voi.

La romanza era scritta in lingua provenzale,

In quel metro monotono, cadenzato ed eguale,

Che infastidisce i nervi qual tocco di campana;

Ma in quella cantilena, per dissonanza strana,

C'era un fare spigliato, un'andatura snella,

Che mi costrinse a leggerla ed a trovarla bella.

Era un giorno d'autunno. Singolare stagione,

Che v'annebbia il cervello in barba alla ragione!

Sia vapor di vendemmia che impregni l'atmosfera,

Siano i fumi che i prati esalano la sera,

Sia la pioggia imminente che vi assidera l'ossa,

O sia un presentimento lontano della fossa,

Fatto sta che i pensieri mutano di colore,

Come fanno le foglie sopra il ramo che muore.

Era solo, adagiato — ma che dico? adagiato!

Nella lunga poltrona stavo lungo sdraiato,

Cogli occhi semichiusi e con un libro in mano,

Semichiuso ancor esso. — Mi giungean di lontano

Grida, canti e clamori di villici. — Imbruniva —

Pei fessi delle imposte filtrava un'aria viva,

Che pareva dicesse: L'inverno è qui che viene.

Io non muovevo palpebra, quantunque nelle vene

Mi serpeggiasse il freddo; ma, sia pigrizia o grillo,

Sopportavo quei brividi, pure di star tranquillo.

La stanza parea enorme, tanto era vuota e bruna —

Di tratto in tratto, a sbalzi, una mosca importuna

Borbottava per l'aria misterïosi metri,

Poi dava scioccamente della testa nei vetri.

Le tende alla finestra frusciavano inquïete....

Racconto queste cose perchè, se nol sapete,

Noi poeti, sovente, non siam noi che scriviamo;

È il vento che fa un fremito correr di ramo in ramo,

È una canzon perduta che pel capo ci frulla,

È l'aroma d'un zigaro, è un'ombra, è tutto, è nulla.

È un lembo della veste di persona sottile,

È la pioggia monotona che scroscia nel cortile,

È una poltrona morbida come sera d'estate,

È il sole che festevole picchia alle vetrïate,

È delle cose esterne la varia litania

Che fe' ridere Ariosto e pianger Geremia. —

Stavo dunque soletto, cogli occhi semichiusi

E la mente perduta in fantasmi confusi;

Avea smesso di leggere per sonnecchiare, ed era

L'autunno, ve l'ho detto, e per giunta, la sera.

Il libro raccontava storie vecchie e infantili

Di castelli, di fate, di valletti gentili;

Talora licenzioso nei motti, ma coll'aria

Di un nonno che sorrida con malizia bonaria.

È strano come in quelle pagine polverose

L'amore è schietto e tutte le vicende festose!

Si direbbe che il tempo, inflessibile a noi,

Abbia corso a ritroso per tutti quegli eroi.

Le mura dei castelli son corrose ed infrante,

E suvvi ci si abbarbica l'edera serpeggiante,

Son mozzate le torri, i merli son caduti,

Le sale spazïose i bei freschi han perduti,

I camini giganti dall'ali protettrici

Son colmi di macerie, stridon sulle cornici

I più grotteschi uccelli: ma sereni, sicuri,

Più forti che le torri e più saldi che i muri,

Quegli uomini di ferro d'ogni mollezza schivi

Si parano alla mente baldi, parlanti, e vivi.

Son là, coll'armi al fianco, col girifalco in mano.

Ieri: leon di guerra, ed oggi: castellano.

Ignoranti di patria, di libertà; capaci

Di morir per un nome o il più puro dei baci;

Con tre motti stampati nel cuore e nella mente:

Il Re, la Dama, Iddio; e su questi, lucente

Come un sole a meriggio, una grande chimera,

Legge informe, malcerta, prepotente, severa,

Assoluta giustizia o generoso errore,

Inflessibile al pari del cristallo: L'onore. —

Allora tu, dell'arme infra i disagi grevi

Santa della famiglia religïon splendevi.

Allor, scoperto il capo e muti i circostanti,

Il padre, il vecchio, il Sire, colle mani tremanti

Benediceva al figlio, padre a sua volta, ed era

Quell'atto più solenne di qualunque preghiera.

E sapeva il vegliardo, chiudendo a morte il ciglio,

Che presso alla sua tomba c'era un marmo pel figlio,

E che il figlio del figlio, lattante bambinello,

Dell'avo un dì sarebbe sceso anch'ei nell'avello;

E pareva dicesse con il sorriso estremo:

Non sospiri, non lacrime, un dì ci rivedremo,

E che vivi racconti nelle sere invernali!

Fanciulle dai capelli d'oro, draghi coll'ali,

Visïoni, fantasmi, amori sventurati

Che chiamavan le lagrime su quei volti abbronzati.

O storie di battaglie, d'amor, di cortesie.

Nuvolette vaganti per quelle fantasie,

O sereni riposi dopo l'aspre fatiche,

O cortili ingombrati dai cardi e dalle ortiche,

O gotici leggii, o vetri istorïati,

O figlie flessuose di padri incappucciati,

O sciarpe ricamate fra l'ansie dell'attesa,

O preludi dell'arpa, o nenie della chiesa,

O mura dei conventi malinconici e queti,

Celle di sognatori, di santi e di poeti,

Voi dell'arte e dei sogni siete i lucenti fuochi,

Voi, vivi solamente nel rimpianto dei pochi!

Il tempo, onde nessuna umana opera dura,

Ammorbidì i profili della vostra figura,

Ma il secolo, correndo nella prefissa via,

Voi, soavi memorie, voi, caste fedi, oblia....

A poco a poco, intorno, la notte era discesa.

Scossi via la pigrizia. — Dalla lampada accesa

Piovve un raccolto lume sulle pagine mute

Che aspettavano il frutto di tante ore perdute;

Ed io dalla romanza scritta il mille e trecento

Di questa fiaba in versi ho tratto l'argomento.

UNA PARTITA A SCACCHI

Sala non vastissima, colle pareti rivestite di arazzi ed il soffitto a palco, a regolini bozzolati. Un ampio camino reca dipinta sulla cappa l'arme della famiglia. Deschetti, sedie in legno, sedie pieghevoli, dove fa da piano un cuscino di stoffa colle armi ricamate, seggioloni colla spalliera altissima e riccamente scolpita che termina colla frangia di legno. In faccia al camino, la finestra assai grande, coi vetrini rotondi connessi a piombo filato. Tende di stoffa. Cassapanche, cofani di legno intagliato. In un angolo della stanza, daccanto al camino, si aprono due porte binate: una mette alle stanze interne, l'altra alla scala. Una tavola con suvvi la scacchiera.

SCENA I.

Al levarsi della tela, Renato e Iolanda stanno presso la finestra come per interrogare il tempo. — La finestra mette una luce fredda e grigia, che è vinta da quella rossiccia del camino. — Durante la prima scena i servi recano due lucerne ad olio, di ferro, a becchi, e le posano sulla tavola.

Iolanda.

E la pioggia continua, fredda, incessante e greve!

Renato.

Oggi pioggia, Iolanda, domani avrem la neve,

Essa è già su nell'aria che turbina, io la sento.

La Becca era coperta stamane.

Iolanda.

E sempre il vento!

Renato.

L'ora?

Iolanda.

La sedicesima, padre.

Renato.

È già notte oscura!

Povera mia fanciulla, va, la tua sorte è dura.

Vivere prigioniera con un bianco guardiano

In questa tetra valle, dimora all'uragano!

Che nebbia fitta! Senti che fischi! La montagna

Rompe il vecchio nemico e nell'urto si lagna.

Che crepiti d'abeti! Quanti son stesi al suolo!

Iolanda.

Una buona giornata doman pel boscaiuolo:

Li vedrem cigolando solversi in fumo. — È bella

Sul tizzo che s'imbruna quell'azzurra fiammella.

Le buone piante! Quando ardono sull'alare,

Io le guardo, le guardo, le ascolto sospirare

Con quei lunghi sospiri, e penso alla foresta

Dove un giorno levarono fieramente la testa.

Quanti urti coll'aspre valanghe han sostenuti!

Quante rigide nevi sopra i rami barbuti!

Ne verranno dell'altre.

Renato.

Figlia, è freddo.

Iolanda.

Venite,

Padre, a sciogliere al fuoco le membra intirizzite.

Mi direte le vostre gesta di cavaliero,

Oppur la bella fiaba di Aroldo e il suo corsiero.

Chiameremo a compagni Cristoforo e Martino....

Renato (seduto sotto la cappa e guardando la fiammata).

Ne ho visti dei folletti svanir su pel camino!

No, non chiamar nessuno, figlia, voglio te sola.

Siedi, fatti più accosto, così: la mia parola

Cerca la via più breve per arrivarti al cuore.

Tu sei la mia figliuola, Iolanda, il solo amore

Ch'io mi abbia in questa terra, il solo, e tu lo sai.

Quando mi sei vicina, figlia, non penso mai

Alle mie rughe antiche e ai miei capelli bianchi.

Iolanda, io sono vecchio, solo se tu mi manchi.

Una volta, perdonami, ti bramava un fratello

Che, come tu lo sei, fosse nobile e bello,

Che tramandasse ai figli pura ed intatta, come

Io la tenni dai padri, la gloria del mio nome.

Iddio non mel concesse. Savie leggi le sue!

Nel mio cuore, Iolanda, non c'è posto per due.

Ora, se ci ripenso, sono meco adirato

Per quel tanto di affetto che ti avrebbe rubato.

Vieni figliuola, senti: tu sei bella e sei buona

E sei casta; il tuo nome vai più che una corona;

Avrai dieci castella e possenti domini;

Sarai donna e signora ne' miei vasti confini;

Ma....

Iolanda.

Padre, ch'io continui? Se mi state a sentire,

Io v'indovino tutto che mi vorreste dire.

Renato.

Ebbene?

Iolanda.

A vostra figlia manca ancora uno sposo.

Renato.

È vero. Un cavaliere nobile e generoso,

Che, facendoti lieta, faccia me pur felice.

Io son presso al tramonto. Qualche cosa mi dice

Che....

Iolanda.

Non voglio sentirle quelle brutte parole.

Ritornerete giovane colle prime vïole.

Renato.

E poi questo castello ha troppe echi, le sale

Così vuote e sonore mi fanno tanto male!

Le vecchie travi han d'uopo di nidi e di canzoni,

Han bisogno di strilli i monotoni androni.

Mi mancano bambocci che mi turbino il sonno....

Sai, si diventa padre per diventar poi nonno.

I vecchi rimbambiscono ed amano i trastulli.

Non fosse che a sgridarli, mi ci voglion fanciulli.

Iolanda.

Voglio essere io sola ad amarvi.

Renato.

Perchè?

Ne' tuoi figli, Iolanda, non amerei che te.

Tu sei già troppo vecchia, tu sei seria e pensosa,

Tu rifletti al da farsi, una gran brutta cosa!

Ti sorprendo talvolta cogli occhi al cielo intenti,

Tu non pensi a tuo padre, figliuola, in quei momenti.

Insomma tu sei donna; io, vecchio paladino,

Anche quando t'abbraccio mi curvo ad un inchino.

E poi, in questa valle maestosa ed oscura

C'è troppa solitudine e c'è troppa paura.

Tu non conosci i cieli aperti della piana,

Nè i rosati orizzonti della curva lontana.

V'han paesi ove i fiori ridono sempre ai miti

Zefiri. I miei castelli sono tetri e romiti.

La vastità del cielo allo sguardo è contesa.

Questa bruna montagna più che gli anni ci pesa.

Qui s'invecchia anzi tempo, se il soave liquore

Degli affetti non mesci nella coppa d'amore.

Io son mortale, o figlia; via, provvedi a te stessa.

Iolanda (sorridendo).

Sì, fonderò un convento per farmene badessa.

Renato.

Tu ridi, folle.

Iolanda.

Ebbene, veniamo al serio. Anch'io,

Quando mi trovo sola meco stessa e con Dio,

Sogno talora i gaudi dell'amore e mi sento

Addormentarsi l'anima tutta in un rapimento.

E fingo che il mio fato conduca un forte e bello

A superar la fossa del mio patrio castello;

Lo ascolto in tuon sommesso mormorarmi parole

Più ardenti e più feconde che la luce del sole,

E lo guardo negli occhi che divampano fuoco,

E mi cullo in visioni celesti.... e a poco a poco

Mi risveglio.... e le sale del mio patrio castello

Non suonan mai dei passi di questo forte e bello.

Renato.

Al marchese d'Andrate opponesti un rifiuto:

Era un bel maritaggio.

Iolanda.

Non l'avevo veduto!

Renato.

Il duca di Rosalba....

Iolanda.

Oh! il duca!... In fede mia,

E' sarà stato un forte, padre, ma bello, via!

Renato.

L'animo generoso ogni bellezza avanza.

Iolanda.

Sì, ma non veggo l'animo e veggo la sembianza.

Se io mi fossi quale voi dite ch'io non sono,

Avessi pure il cuore divinamente buono,

Non troverei nessuno di virtù così sante

Da sceverar dall'animo la causa del sembiante.

La bellezza è l'impresa che i nostri sguardi arresta!

Si cerca poi se al motto corrispondan le gesta.

Renato.

E vuoi condur la vita in codesta maniera,