GARIBALDI. Vol. I
(1807-1859).


GARIBALDI

DI

GIUSEPPE GUERZONI.

Vol. I
(1807-1859)

CON DOCUMENTI EDITI E INEDITI, PIANTE TOPOGRAFICHE ED UN FAC-SIMILE.

Terza edizione.

FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
1889.


Compiute le formalità prescritte dalla Legge, i diritti di riproduzione e traduzione sono riservati.



[INDICE]


ALLA VENERATA MEMORIA

DI

C. V. B.

PRIMA ISPIRATRICE DI QUESTE PAGINE.


PREFAZIONE.

Amai Garibaldi con affetto di figlio e fedeltà di soldato: lo seguii nelle sue imprese da Varese a Milazzo, dal Volturno a Condino, da Aspromonte a Mentana; vissi con lui in Caprera circa nove mesi nella dolce intimità della vita domestica, ed ebbi l’immeritata fortuna di accompagnarlo nel suo gran Trionfo d’Inghilterra; fui sovente il depositario e l’interpetre de’ suoi più nascosi pensieri, e, onore anche più grande, non mi fu negato di fargli sentire, talvolta, i consigli di quella che a me pareva la Verità; subii, come tutti coloro che l’accostarono, il fascino della sua eroica bellezza; piegai, come i più, all’impero della sua grande anima dittatoria, ma, liber’uomo in faccia al Liberatore, ne sostenni i fulgori, e seppi scorgerne le ombre; e spero che tutte queste ragioni mi giustificheranno presso ogni discreto lettore dell’audacia di scriverne la vita.

«Una delle mille!» esclamerà qualche frettoloso. Pur troppo! Anzi fra pochi giorni si potrà soggiungere: una delle migliaia! E in verità se non avessi dovuto ripensare ad altro che a quanto fu scritto in passato e si scriverà ancora in avvenire, nei secoli più lontani, intorno a Garibaldi, la tentazione di presentarmi anch’io a questo universale torneo di penne, non mi sarebbe passata pel capo. Soltanto non bisogna dimenticarsi che se la bibliografia di Garibaldi è già grande, e sarà tra poco immensa, Garibaldi lo è ancora più. Egli può dirsi, come il Shakespeare immaginato da Vittor Hugo: infinito come l’Oceano. Invadetelo da tutti i porti: navigatelo, corretelo, frugatelo in tutti i sensi, e vi resterà sempre qualche seno nascosto, qualche banco sottacqueo, qualche scogliera inavvertita, dove anche la navicella del più umile ingegno potrà ormeggiarsi e gettar lo scandaglio.

Lo so! non correranno molti anni e ci sarà una Letteratura Garibaldina, come ci è una Letteratura Omerica, Dantesca, Shakespeariana e via dicendo; ma affinchè quella letteratura possa sorgere degna del suo grande tema, ed acquistare un valore reale nella storia della nostra patria e del nostro secolo, occorre anzitutto che il pubblico dei lettori e dei critici non guardi soltanto alla mole dei libri pubblicati sullo stesso soggetto, non li misuri tutti in fascio a occhio e croce, non faccia il viso dell’arme ad ogni libro nuovo, solo perchè viene ad ingrossare la catasta de’ vecchi. Abbiamo ed avremo la farraginosa compilazione indigesta, e l’utile compendio popolare; abbiamo ed avremo la pesante orazione accademica, e lo svelto bozzetto giornalistico; abbiamo ed avremo il partigiano panegirico tribunizio e la rabbiosa invettiva clericale; abbiamo ed avremo la scialba fotografia borghese o la pettegola cronica aneddotica, e la sintesi ardita coniata in bronzo, o la greca effigie incisa in cammeo: non abbiamo ancora, ma forse l’avremo un giorno, la Vita Plutarchiana, il Poema Omerico, o il Dramma Sofocleo; e confido che in questa mondiale biblioteca non si vorrà rifiutare l’entrata anche a questo mio modesto volume, che non è ancora, s’intende bene, la storia; ma che pure aspira, senza jattanza come senza ipocrisia, a tentarne il primo saggio ed a scriverne la prima sillaba.

E forse con ciò ho già detto che questo non è un libro d’occasione. Egli segue di poche settimane la scomparsa dell’eroe; ma esso fu meditato e preparato da tempo. Frutto sudato di quasi tre anni di ricerche, di studi, di fatica, esso potrà meritare tutte le taccie fuorchè quelle della estemporaneità e della fretta. Il culto stesso, che tanto io quanto i miei giovani editori, professiamo alla memoria venerata del grande Patriotta, ci avrebbe sempre preservati da questo sacrilegio. Nè io avrei mai voluto deporre ai piedi della tomba recente di Caprera il vile tributo d’una compaginatura abborracciata, nè gli eredi dell’onorato nome di Gaspero Barbèra avrebbero mai consentito a prestar mano ad un’opera bastarda che, sfruttando una grande popolarità ed una grande sventura, mirasse soltanto ad occupare il già troppo stipato mercato librario e ad impaniare in una frasconaia di pagine rapinate il pubblico dabbene.

Ben altro fu il mio scopo; ben altra è la mia speranza. Ripensando spesso, e come non pensarvi!, a Garibaldi; riguardando a quella nova e portentosa figura di gigante, rifacendo nel mio pensiero il poema di quell’epica vita, poscia leggendo o rammentando quanto si era scritto di lui in verso e in prosa, m’era accaduto, in più d’un caso, di consentire o d’ammirare; ma poi, riepilogando le cose lette e confrontando il Garibaldi del mio pensiero con quello stampato fin allora ne’ libri, chinavo il capo con un senso di scontentezza e conchiudevo: Eppure in tutti questi volumi c’è del bello e del buono, ma il Garibaldi vero, il Garibaldi della storia, non del romanzo; della patria, non della parte; dell’amore, non dell’idolatria, è molto, ma molto lontano di qui.

E va da sè ch’io non m’impanco in alcun modo a censore di coloro che mi precedettero in questa medesima impresa, ed a molti dei quali io stesso vado debitore di non pochi ed utilissimi sussidi. Incitati dall’occasione, incalzati dall’ora, preoccupati principalmente di portare, come corre il detto, il loro «sasso all’edificio,» lavorarono co’ primi materiali che loro caddero sotto mano, scrissero come l’amore dettava, e sarebbe davvero imperdonabile indiscretezza il chieder loro di più.

L’ingratitudine di chi viene ultimo non sarà certo, per parte mia, il compenso di chi ebbe il merito di essere primo. Soltanto non è far torto a chicchessia il dire che per ragioni affatto indipendenti dalla volontà e dall’ingegno degli scrittori anteriori, i falli trascorsi e i vuoti rimasti ne’ loro libri sono ancora sì numerosi ed importanti, che diventa impossibile accettar quelle opere per fondamento certo e per modello compito d’una vera storia critica e ragionata dell’uomo che hanno rappresentato. E rinviando al testo ed alle sue note l’esame dei particolari, ecco in riassunto i difetti capitali e le lacune più evidenti che scòrsi in quelle opere e più vivamente mi colpirono:

Una trascuranza ingiustificata dell’ambiente in cui Garibaldi crebbe e si sviluppò; quindi un esame molto leggero ed una rassegna molto affrettata di tutti quegli elementi domestici, sociali e politici, che dall’arte paterna all’educazione materna, dai primi suoi amici ai primi suoi viaggi, dalle sue lunghe consuetudini colla sconfinata libertà del mare alla sua dimora decenne tra le solitudini della pampa, contribuirono a svolgere il germe della sua vita eroica ed a plasmare il suo carattere;

Una conoscenza scarsa ed una esposizione inadeguata della storia e delle costumanze, delle fazioni e delle rivoluzioni appunto di quei due Stati dell’America meridionale, il Rio-Grande e l’Uruguay, tra i quali Garibaldi si formò; epperò una rappresentazione troppo vaga e fantastica della parte che egli vi ebbe, degli influssi che vi subì, del patrimonio di idee e di abitudini che ne riportò;

Un’analisi troppo superficiale od una sintesi poco fedele di tutte quelle antinomie, quelle contraddizioni, quelle mutazioni rapide ed assidue che frastagliano come fasci di vapori nembosi la serena splendidezza del suo volto, e lo convertirebbero in una specie di Proteo mostruoso, se allo storico armato della fiaccola della filosofia mancasse l’ardire di scendere fino all’ultimo fondo gli abissi di quell’anima, e scrutarne l’alto mistero;

Una narrazione delle sue imprese dal 1859 al 1870, specie delle maggiori, di Marsala, Aspromonte e Mentana, veridica e piena nel suo complesso; ma in molti particolari scarsa, in molte affermazioni gratuita, in molti giudizi erronea, e che svisando alcuno dei tratti più caratteristici dell’Eroe nelle tre azioni più importanti della sua vita, svisano insieme ne’ suoi aspetti più solenni la storia del nostro Risorgimento;

Infine, ed è forse il più, una narrazione parziale ed angusta delle sue gesta militari, ed una sconoscenza o grossolana o meschina delle sue doti geniali di vero e grande Capitano; parzialità, angustia e sconoscenza che traggono origine in gran parte dai pregiudizi e dalle gelosie della vecchia scolastica militare, che questo mio libro non riuscirà certamente a debellare, ma che forse sforzerà ad ammutolire od a provare il contrario.

Ora, scemare, per quanto sia da me, questi difetti e colmare, fin dove possa, queste lacune; tentare la prima prova di una storia ragionata e documentata di Garibaldi, nè frigida nè passionata, nè piazzaiola nè scolastica, che prepari almeno le fondamenta della storia futura e cominci il giudizio della posterità; ricostruire al lume della critica e della ragione tutta intera la maravigliosa figura del gigante, rifondendola coi frammenti più preziosi offerti dalle opere precedenti e rassodandola sul suo eccelso piedestallo, col sussidio dei documenti più autentici e delle testimonianze più autorevoli che mi fosse dato raccogliere; rimontare fino alle origini della sua grandezza, cercandone nei primi ambienti in cui si svolse la sua gioventù, le cause ed i fattori; rifare con maggiore ampiezza e precisione la sua vita di marinaio e cospiratore; correggere, per ingrandirla e nobilitarla, la sua leggendaria odissea d’America, rifacendogli d’attorno, in una storia più veridica ed accurata di quel paese, una scena più pittoresca e più viva; difenderlo dalle partigiane contumelie, difenderlo ancora più dalle cortigiane piacenterie; cingere, se fosse possibile, d’aureola più luminosa il suo volto, ma segnarne al tempo stesso i chiaroscuri, notarne le disarmonie, confessarne le imperfezioni; affrontare, trepido ma non sgomento, l’enigma forte della sua anima, e senza lasciarmi intimidire dalla incantevole sfinge, nè arrestarmi ai primi aspetti del fenomeno, cercare di penetrarlo fino al fondo, fino a quella causa prima e a quell’idea madre che concilii gli opposti ideali in una sintesi suprema; rinnovare con maggior larghezza e precisione tecnica la storia delle sue campagne, fin qui immiserita o svisata, rivendicando da tutti i preconcetti di casta e di scuola le sue geniali qualità di capitano, e sfatando la badiale sentenza: «Fu un ardito guerrillero, non un generale;» questi sono gli scopi principali ed accessori, temerari, ma non superbi, di questo libro, che vorrebbe essere, se la materia rispondesse «all’intenzion dell’arte,» un ritratto ed un quadro, un saggio critico ed un racconto, una storia politica ed una storia militare.

Sarò io riuscito? È l’eterna domanda di chi fa, alla quale raramente soddisfa la risposta di chi giudica. In ogni modo questo so di certo, che dall’istante in cui la tentazione di mettermi a questo cimento mi colse, non ebbi più posa. Scrissi in America per aver libri; viaggiai mezza Italia per raccogliere documenti; tempestai di lettere e di quesiti centinaia di persone; ammucchiai nel mio studio monti di manoscritti e di volumi, da parecchi dei quali non trassi altro frutto che il perditempo e la noia di leggerli; misi a contributo di notizie tutti gli amici e commilitoni del Generale; osai persino salire, nella mia questua di documenti, le scale della Reggia, ridiscendendone, è vero, a mani vuote (e non certo per volontà di re Umberto), ma commosso e confuso dalle parole altamente benigne con cui il figlio di Vittorio Emanuele volle accogliere il mio annunzio e incoraggiare il mio libro.[1] Ma ohimè! Se lo scovare i documenti della storia passata nella polvere degli archivi e fra le tarme dei codici è cosa difficile, strappare le testimonianze della moderna alle mani ed alla bocca de’ contemporanei, lo è ancora più. Nessuno concede tutta la verità, o la concede pura, o la concede in tempo. Interrogate dieci persone, testimoni auricolari ed oculari dello stesso fatto: dieci risposte diverse. Chi fraintende il quesito; chi annega una briciola di notizia in una fiumana di ciancie; chi per la biografia dell’eroe vi dà la sua; chi risponde tardi, quando il capitolo è già scritto e l’informazione è divenuta inutile; chi non risponde affatto. Il giornale politico scrive pel suo Delfino, il documento ufficiale dice la verità ufficiale, il personaggio importante si tiene prudentemente abbottonato, il vecchio cospiratore continua a cospirare, il commilitone si vanta e lo sbarazzino inventa!

E ciò non ostante, convinto, malgrado tutti questi inciampi e questi sconforti, che gli elementi per avviare una intrapresa consimile a quella che io andavo vagheggiando esistessero e che anco i pochi da me raccolti potessero bastare; convinto anche più che per condurre a termine un’opera qualsiasi bisogna pure che qualcuno la incominci; trassi coraggio dal pensiero di Voltaire: que du moins j’aurai encouragé ceux qui me feront oublier,[2] e mi gettai allo sbaraglio.

Quali siano frattanto quegli elementi, a che si riducano i materiali di cui potei giovarmi, le fonti a cui attinsi, gli ausilii in cui potei confidare, è questo, se non m’inganno, il momento di dirlo e lo farò brevemente.

Le Vite e le Storie stampate sino ad ora intorno a Garibaldi, si dividono in due categorie: opere di seconda mano, compilazioni, rifacimenti, compendi, ec., delle quali non accade occuparsi: opere in parte o in tutto originali, tolte a sorgenti genuine, suffragate da testimonianze solide e da autentici documenti, sulle quali soltanto si può fare un assegnamento e che non esitai di mettere a contributo.

E fra queste, intralasciate le opere di carattere generale o le memorie di soggetto più particolare, che si troveranno citate nel testo, ecco ad una ad una le principali:

Prima di tutte le Memorie stesse di Garibaldi confidate nel 1859 ad Elpis Melena (signora Schwarz) colle parole: «Bologna 29 settembre 1859. — I manoscritti da me rimessi, ad Elpis Melena sono scritti di mio pugno;» tradotte e pubblicate dall’Autrice in tedesco col titolo: Garibaldi’s Denkwurdigkeiten nach handschriftlichen Aufzeichnungen desselben und nach autentischen Quellen, etc., Hamburg, Hoffmann und Campe, 1861, che vanno dalla nascita dell’eroe sino al 1849 e debbon ritenersi il primo e fondamentale documento della sua vita. Il primo, ma non il solo nè indiscutibile, perchè l’Autore stesso, tradito dalla memoria o dalla fretta, cadde più volte in involontarie confusioni di date e di fatti, e mirando in alcuni punti a descrivere più la propria vita interiore che la esteriore, lasciò nel suo lavoro molte dimenticanze e desiderii.[3]

E dopo le Memorie autobiografiche edite, vengono in ordine di cronologia e d’importanza:

La Biografia di Giuseppe Garibaldi compilata da G. B. Cuneo, Genova, R. Tipografia Ferrando di proprietà Martini (senza data di stampa); libretto di sole ottantaquattro pagine, ma prezioso di particolari, specie sulle gesta dell’eroe nell’Uruguay, e che essendo scritto da uno de’ più antichi e fidi amici di Garibaldi, dimorante con lui a Montevideo nei giorni stessi della memorabile guerra contro l’Argentina, è degno della massima fede.

Montévideo, ou une nouvelle Troie par Alexandre Dumas, Paris, Imprimerie Centrale de Napoléon Caix et fils, 1850; libro che sebben porti un nome alquanto sospetto all’esattezza storica, pure ha il valore indiscutibile d’essere fondato sopra molti documenti uruguajani citati nel testo; compilato sulla più grossa istoria del Wright, Le Siége de Montévideo, e in gran parte o dettato o riveduto dallo stesso generale Pacheco y Obes, ministro della guerra e capo della difesa di Montevideo, durante l’assedio, e autore a sua volta della

Réponse aux détracteurs de Montévideo, Paris, 1849; opuscolo ricco di documenti ufficiali e di testimonianze gloriosissime, onorevolissime al condottiero italiano; raccolte poi nella Lettera di G. B. Cuneo al Corriere Livornese del gennaio 1847; e nei Documenti intorno a Garibaldi e la Legione italiana a Montevideo, pubblicati per cura del colonnello E. De Laugier, Firenze, Tip. Fumagalli, 1846.

Infine, tacendo per ora di altri opuscoli e giornali sulle vicende di quel periodo, che più tardi a suo luogo si troveranno, la

Reseña Historica Estadistica y Descriptiva con Tradiciones orales de las Repúblicas Argentina y Oriental del Uruguay desde el descubrimiento del Rio de la Plata, hasta el año de 1876, por Florencio Escadro, Montevideo, Imprenta de la Tribuna, Calle 25 de mayo, 124, 1876, dove si trova più d’un capitolo dedicato alle prodezze del nostro Eroe.

E passando con lui in Italia:

L’Écho des Alpes Maritimes; La Concordia di Torino; L’Italia del Popolo e Il 22 Marzo di Milano, tutti giornali del 1848 che abbondano, quali più, quali meno, di particolari e aneddoti sul ritorno di Garibaldi in patria.

La Italia, Storia di due anni (1848-1849) di C. Augusto Vecchi, Torino, Tip. Scolastica di Sebastiano Franco e figlio, 1856, 2ª edizione; libro in cui Garibaldi campeggia, e scritto dall’autore con candidissima fede; ma, tranne che nei fatti di cui il Vecchi fu testimonio, o nelle parti documentate, da accettarsi con qualche cautela.

La Storia dell’Intervento francese in Roma nel 1849, del colonnello Federico Torre, Torino, Tip. del Progresso, 1851; La Repubblica Romana del 1849, di G. Beghelli, Lodi, Società Cooperativo-Tipografica, 1874; L’Assedio di Roma, di F. D. Guerrazzi, Livorno, Tip. A. B. Zecchini, 1864; variamente pregevoli, ma soltanto nelle pagine documentate, o avvalorate da testimonianze oculari, fondamenti di storia.

Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien 1849, von Gustav Hoffsteter, già maggiore nell’esercito romano, Zurich, Schulbers, 1860. Diario indispensabile alla storia della celebre ritirata da Roma.

I Cacciatori delle Alpi comandati dal generale Garibaldi nella guerra del 1859 in Italia di Francesco Carrano, capo di stato maggiore di Garibaldi, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1860. Racconto popolare. Libro fondamentale per la campagna di quell’anno.

Varese ed Urban nel 1859 durante la guerra per l’Indipendenza Italiana; notizie storiche raccolte e compilate su documenti dal sacerdote Giuseppe Della Valle, Varese, Tip. Giuseppe Carughi, 1863. Preziosissima cronica.

I Mille, di Garibaldi, Torino, Tip. e Lib. Camilla e Bertolero, 1874; dove la storia s’intreccia al romanzo, e nelle stesse parti storiche l’autore non osserva abbastanza l’esattezza delle date, o confonde alcune particolarità; ma di cui basta il nome per testimoniare la importanza.

La Vita di Giuseppe Garibaldi, narrata dal P. Giuseppe da Forio, Napoli, St. Tip. Perrotti, 1862; compilazione laboriosissima in due volumi in-8º, e nel secondo, repertorio affastellato, ma fitto di articoli di giornali, di lettere di Garibaldi, o a Garibaldi, di squarci di libri, di documenti e materiali d’ogni data, nel quale frugando con tatto e accortezza, si può accattare una messe di notizie.[4]

Le Memorie dell’ammiraglio inglese Sir Rodney Mundy, «Hannibal» at Palermo and Naples during the Italian Revolution 1859-1861. With notices of Garibaldi, Francis II and Victor Emmanuel, London, Murray, 1863; opera indispensabile.

Diario privato politico militare, dell’ammiraglio C. di Persano, nella campagna navale dell’anno 1860-1861, Torino, Roux e Favale. Un vol. in-8º, notissimo, indiscretissimo, utilissimo.

Abba Giuseppe Cesare, Noterelle d’uno dei Mille, edite dopo venti anni, Bologna, Zanichelli, 1880; gioiello di ricordi personali, legato in una forma di finissimo lavoro.

Aspromonte, ricordi storici militari, del marchese Ruggiero Maurigi, ec., Torino, 1862; e Verità sul fatto di Aspromonte, per un testimonio oculare, Milano, 1862, pubblicato da A. Dumas; aiuti pregevolissimi, il primo più del secondo, alla conoscenza di molti particolari del triste episodio del 1861.

Politica segreta italiana (1863-1870), Torino, Roux e Favale, 1880; abbondante di documenti e di notizie, non sempre esatte, sul viaggio di Garibaldi in Inghilterra, e sul breve periodo d’Ischia, e però da usarsi con molta critica e cautela.

Garibaldi, di Alberto Mario; ritratto vigorosamente schizzato, che direi tra i più somiglianti, se in molti tratti non si risentisse troppo della nota fede e del noto entusiasmo dell’autore; ma per tutti quegli episodi del 1860, del 1866, del 1867, di cui il Mario stesso fu partecipe e spettatore, autorevole come una storia.

Storia della Insurrezione di Roma nel 1867, per Felice Cavallotti, continuata da B. E. Maineri, Milano, presso la Libreria Dante Alighieri, 1869; L’Italia nel 1867, storia politica e militare, ec., per Gustavo Friggesy, comandante la seconda colonna nelle giornate di Monterotondo e Mentana, Firenze, 1868; per giudizi molto discutibile, per copia di documenti e valore di testimonianze assai autorevole.

Garibaldi et l’armée des Vosges. Récit officiel de la campagne, avec documents etc., par le général Bordone, chef d’état major de l’armée des Vosges, Paris, Librairie internationale, 1871; e il titolo solo ne dice la importanza. — E per quanto poi sia difficile vincerne la ripugnanza, utile a consultarsi.

Garibaldi, ses opérations en l’armée des Vosges, par Robert Middleton, Paris, Garnier frères, 1872; non foss’altro come documento del furore d’ingratitudine a cui il rimorso d’un beneficio immeritato può trasportare la bestialità umana. — Dal laido libro ne ristorerà per la festiva vivacità.

La Camicia rossa in Francia, di G. Beghelli, Torino, Civelli, 1871; e I Garibaldini in Francia, di Jessie White Mario; florilegio delicatissimo di esempi di carità e di valore dato da quei generosi che, sotto le insegne del Capitano dei Mille, andarono a restituire alla Francia agonizzante il sangue di Magenta e di Solferino.

E quando io abbia aggiunto a tutto ciò i Documenti e le Lettere che si possono cavare dalle grandi Raccolte e dagli Epistolari politici più noti; quali: l’Archivio Storico triennale delle cose d’Italia; i Documenti della Guerra Santa; la Storia documentata della Diplomazia Europea, di Nicomede Bianchi; i Documenti ufficiali pubblicati dal Governo, specialmente nei due momenti d’Aspromonte e di Mentana; gli Atti della Camera dei Deputati; i Discorsi Parlamentari del conte di Cavour, editi da Giuseppe Massari; gli Epistolari, del La Farina, dell’Azeglio, del Panizzi, del Pallavicino; e infine le innumerevoli lettere del Generale, gettate, spesso per isconsiderato zelo di imprudenti amici, ai quattro venti della pubblicità, e dal 1859 stampate in tutti i maggiori giornali contemporanei; e poscia si compia questa già troppo lunga rassegna, col ricordo delle principali e più accreditate storie generali politiche e militari; notevoli tra le prime la Storia in continuazione del La Farina, dello Zini, e la Cronistoria dell’Indipendenza, del Cantù;[5] indispensabili tra le seconde, oltre i Rapporti ufficiali dei quattro stati maggiori, italiano, francese, austriaco e prussiano, le istorie del Rustow, del Lecomte, del Pecorìni-Manzoni, del Chiala, del Corsi, del Ferrari, il lettore potrà formarsi un’idea approssimativamente esatta del materiale stampato sul quale io ho condotto questo mio lavoro, e dei principali criteri coi quali ne ho fatto la scelta e l’ho messo in opera.

Ma come io agognava a qualcosa di più d’un semplice lavoro di rifusione e di critica, nè potevo accontentarmi di ritessere soltanto sull’ordito altrui, così mi posi tosto, come dianzi accennai, a cercare vicino e lontano, tra gli archivi pubblici e privati, dalla viva voce e dai ricordi manoscritti de’ principali cooperatori e confidenti del mio grande Protagonista, tutto quell’altro maggior soccorso di notizie, di testimonianze e di documenti, che mi fosse dato raccogliere e mi paresse atto a sindacare e correggere, schiarire ed integrare le opere già stampate.

Confesso però che la mèsse fu assai meno abbondante di quella che io aveva immaginata, e che certamente giace tuttora sepolta, non saprei se più per l’inabilità mia che non seppe dissotterrarla, o per l’inerzia di coloro che promisero e non diedero, furono interrogati e non risposero, per essere poi domani probabilmente i primi censori della mia fatica.

Tuttavia, ecco il fiore della raccolta:

Centosettantanove pagine autografe, scritte a matita, di Memorie di Garibaldi,[6] datemi da Giovanni Basso, vecchio amico e segretario del Generale; reliquia sacra del pensiero e del cuore, che non oserei gittar tutta in pascolo alla pubblica curiosità, e che custodisco religiosamente.

Le sue lettere a me, delle quali due o tre sole importanti a questo libro.

Alcuni Documenti importantissimi sulla vita del Generale a Montevideo, con isquisita cortesia e generosità raccolti per me da Don P. Antonini y Diez, ministro dell’Uruguay a Roma, e da suo zio il signor Giacomo Antonini, vissuto a lungo a Montevideo ed uno degli amici di Garibaldi sin da quei giorni.

Un Documento storico sul quarantasette confidatomi, nel suo originale, dal generale Giacomo Medici.

La copia d’una Lettera di Garibaldi ad Anita, datata da Subiaco, gennaio 1849, cortesemente regalatami dall’ingegnere Clemente Maraini.[7]

Un estratto dalla Cronaca di Varese del signor A. Moroni, diario fedelissimo del 1848, cortesemente concessomi dalla famiglia.

Molti biglietti, lettere, ordini del giorno, decreti, ec. di Garibaldi, laboriosamente raccolti durante l’assedio del 1849, e liberalmente favoritimi dal mio buon amico e compagno d’armi, il colonnello Guglielmo Cenni, uno dei Mille, prode seguace del Generale dal 7 aprile al 1º ottobre 1860.

Un fascicolo di Memorie corredate di documenti del luogotenente colonnello Gioachino Bonnet, che illustrano molte particolarità sin qui oscure della fuga di Garibaldi per le valli di Comacchio, e gettano una luce nuova e inattesa sulla tragica catastrofe di Sant’Alberto.

Un fascicoletto di Ricordi autografi sull’assedio di Roma e il battaglione dei Volteggiatori Lombardi del luogotenente colonnello Cadolini, uno dei prodi difensori e feriti del Vascello.

Un grosso quaderno di Ricordi del generale Gaetano Sacchi, riguardanti principalmente gli anni di Garibaldi in America, coll’aggiunta di molti particolari poco noti sul 1848, l’assedio di Roma, la campagna del 1859, la spedizione di Sicilia, vero tesoro per me, e dopo gli autografi del Generale, la gemma più ricca che dia qualche pregio a questo libro.

E finalmente passando dai documenti inediti alle testimonianze, molti appunti da me presi sotto dettatura: dal signor cav. Antonini y Diez predetto, circa Montevideo; dal signor Andre nizzardo, circa i primi anni di Nizza; da Giovanni Basso, sui viaggi marittimi; da Menotti Garibaldi, sulla sua famiglia, da Francesco Crispi e dal generale Türr, sulla spedizione del 1860; dal dottor Ripari, sopra alcuni particolari del 1861; e da molti altri amici e commilitoni, che anche in brevi parole, o mi porsero uno schiarimento, o mi ravvivarono un ricordo, o mi indicarono una fonte, ed ai quali tutti, qualunque sia la forma e la misura della loro cooperazione, attesto qui dal più vivo dell’animo la mia sincera e profonda gratitudine.

Ed ora che ho candidamente esposto il disegno, i mezzi e gli stromenti di questa mia qualsiasi opera, vegga il lettore se io era degno di intraprenderla e la giudichi. La giudichi con severità, se vuole, ma con larghezza. Vegga se in queste pagine vi trova per avventura un Garibaldi più umano e più storico, ma per ciò appunto, se fosse stato colto nella sua vera luce, più bello e più grande, e si pronunci. Non perdoni ad alcun errore essenziale, non assolva alcun giudizio arbitrario, non mi licenzi alcun tratto capriccioso; ma non mi passi al lambicco e al microscopio, non mi danni al foco eterno pel primo peccatuccio veniale, non s’arresti qua ad una data forse non bene accertata, là ad una variante forse non interamente testimoniata, altrove ad una sfumatura di tinte forse non perfettamente indovinata: m’avverta e mi corregga anche di questi falli; ma non mi sentenzi e non mi decapiti per questi. Però se mi troverò in faccia al primo sistema di critica, ascolterò con attenzione le accuse, piegherò il capo a tutte le motivate sentenze e cercherò di fare ammenda delle colpe. Se mi capiterà tra’ piedi il secondo, tirerò via scrollando le spalle e disprezzando. E il disprezzo d’un galantuomo fa poco rumore, ma picchia lo stesso nella coscienza di chi l’ha meritato.

E non mi si ridica quel che già mi son sentito dire a proposito del mio Nino Bixio, che per Garibaldi l’ora della storia non è ancora suonata. Curioso orologio codesta Istoria che per disporsi a suonar la sua ora sta sempre fermo e non comincia mai a battere i primi minuti!

Ma io sospetto forte che codesta frase fatta non sia mai stata altro che il sotterfugio di qualche furbo, il quale non avendo i suoi conti ben chiari colla storia non trova mai il tempo d’aggiustarli. Devo averlo detto altrove, ma è il caso di ripeterlo: la storia è l’eterno divenire hegeliano. I contemporanei la incominciano, i posteri la continuano e la rifanno perpetuamente. Ciascun secolo la impronta del proprio suggello arrecandovi il tributo di nuove idee e nuovi fatti, ma insieme l’ingombro di nuovi errori, di nuovi pregiudizi, e nuove passioni. Però coloro che sperano l’intera verità storica dalla posterità, non sono più saggi di coloro che attendono la rivelazione dell’essere dalla ragione umana. Per essi il Macaulay diceva: «Ritratti o Istorie che possano offrire la verità tutta intera non se ne danno; ma i migliori ritratti, i migliori racconti sono quelli in cui certi lati della verità sono presentati in maniera tale da produrre, con quanta maggiore approssimazione sia possibile, l’effetto dell’insieme.[8]»

E concediamo facilmente che la verità storica posseduta dai viventi sia minore di quella accumulata dai pronipoti; ma a chi appena riguardi vedrà la maggiore ricchezza di questi non essere altro ancora che il frutto e l’eredità del lavoro di quelli. Oltre di che, se la storia contemporanea non può sempre per ragioni d’opportunità o di prudenza tutto dire e tutto svelare, quelle medesime ragioni, quando siano espressamente dichiarate, sono di per sè sole un fatto della storia. Il riserbo che uno storico, coetaneo ai fatti da lui narrati, deve professare per un partito o per una persona tuttora potenti; il pericolo di cadere sotto le forbici d’una Censura dispotica, o la tema di offendere un pregiudizio legittimo od un sentimento popolare, tutti questi ed altri motivi di silenzio o di dissimulazione sono altrettanti indizi delle condizioni di un tempo e d’una civiltà; e quando Tacito ritornava desiderando in quella rara temporum felicitate ubi sentire quæ velis et quæ sentias dicere licet,[9] tratteggiava con un tocco solo l’età dei Claudi e dei Neroni, meglio che avrebbe potuto fare con una intera cronaca di fatti. Lasciamo dunque ai pusilli, ai mediocri ed ai tristi la paura della Storia; gli atleti come Garibaldi, che l’hanno sfidata viventi, che l’hanno scritta col loro sangue e glorificata colla loro vita, non la temono morti.

Ma prima di prendere commiato dal benigno lettore, mi preme di sbarazzare a me il terreno, a lui forse la mente da una ultima obbiezione; un’obbiezione che non mi fu fatta, è vero, direttamente, ma che mi parve risonare con una nota dominante e un ritornello preferito nell’universale epicedio che la terra tuttora sbigottita e commossa non è stanca di sciogliere sulla tomba del suo maraviglioso figliuolo.

Si dice che Garibaldi non è una persona, ma una personificazione; non è un uomo, ma un mito; laonde chi lo aggrava di una cappa storica, e lo costringe nelle seste della critica e lo rapisce ai liberi cieli della leggenda e della poesia, lo offusca e lo impiccolisce. Io non lo credo: io sento quanto altri tutto ciò che vi è in lui di straordinario, di fenomenale, di difficilmente riducibile, starei per dire, al comun canone umano; ma d’altra parte, come nessuno vorrà obbligarmi a credere al miracolo ed a contribuire ad una deificazione, così persisto nel ritenere che quanto più avremo studiato l’uomo portentoso nelle cause e nelle leggi naturali e storiche che l’originarono, e tanto più il portento ci apparirà grande e raggiante di quella luce meno fantastica e abbarbagliante, ma più intensa e più durevole che irradia soltanto dall’inestinguibile focolare della verità.

L’Etna è forse il più favoloso e mitologico di tutti i monti della terra: pure soltanto l’alpinista ardito che, di girone in girone, su per le sue spalle di lava, n’abbia raggiunto il cratere, può comprenderne la terribilità maestosa ed evocare nella fantasia i giganti fulminati che vi stanno sepolti. Così di Garibaldi, la sua leggenda parrà tanto più meravigliosa e sarà tanto più indistruttibile quanto più s’imbaserà largamente nella Storia, e il Critico futuro sentirà palpitare, sotto la spoglia granitica del nuovo Titano italico, le carni d’un uomo.

Nè la Storia nocque mai alla leggenda; spesso ha sfatato la spuria, fiore artificiale della rettorica letteraria, del fanatismo politico, o della superstizione religiosa; ma ha rispettato quella legittima, frutto della ingenua e calda fede popolare, anzi più d’una volta ha aiutato ad allargarla, a schiarirla, e interpretarla.

Quanto non si è scritto di critica storica, e per tacere degli eroi leggendari di Grecia e di Roma, intorno a Carlomagno e a’ suoi Paladini; al Tell ed a Giovanna d’Arco; al Re Arturo e a Federico Barbarossa! Ebbene, hanno essi perduto alcuna parte della loro poetica vita? V’è egli, non dirò poeta e romanziere, ma storico e filosofo, che neghi o rifiuti, e non adoperi sovente come simbolo e personificazione della nobiltà cavalleresca, della fede, della patria, dell’autorità, della forza, dell’amore, della sventura, quelle romantiche creazioni della medioevale fantasia?

Nè bisogna scordarsi che una trasformazione totale dell’uomo storico nell’eroe favoloso, quale avvenne nella culla del mondo greco o negli albóri del mondo cristiano, non è più possibile. Per sostenerlo converrebbe immaginare non solo un regresso della civiltà fino all’infanzia e quasi alla barbarie, ma una scomparsa universale di tutti i ricordi, di tutti i documenti, di tutti i monumenti della Storia, il che per lo meno è tanto lontano quanto la scomparsa della terra stessa.

Ma finchè l’incivilimento, con tutti gli strumenti e le forze da lui accumulate, esista; fino a che la stampa, formidabile divinità, signoreggi nel mondo, e possa con milioni d’occhi scrutare, e milioni di bocche denunziare, e milioni di pagine perpetuare le azioni anco de’ più ascosi mortali, non ci sarà fede creatrice di popoli, nè genio inventivo di poeta che possa sviluppare un uomo della Storia dalla realtà che da capo a piedi lo fascia, sottrarlo al sindacato della ragione critica che da ogni parte lo assale, svellerlo totalmente dalla terra per sublimarlo alle nubi e farne una costellazione del cielo.

Orlando o Maometto, Spartaco o Cesare, la forma e il grado di trasfigurazione che le età nuove consentiranno oramai ai loro grandissimi, non potranno oltrepassare i confini d’una contemplazione commossa della loro umanità e d’una glorificazione entusiasta della loro virtù.

Guardate Washington e guardate Napoleone. Quali figure, in diverso e quasi inimico aspetto, più colossali e più degne delle apoteosi dell’epica! Eppure non ostante il culto consacrato all’uno dagli eredi beneficati d’un sublime retaggio di Libertà, all’altro dai superstiti d’una gigantesca epopea, nessuno di loro potè sfuggire alle leggi della sua civiltà e del suo tempo, e pur restando entrambi sul loro piedistallo maravigliosi, nessuno riuscì a divenir leggendario. Così, senz’alcun proposito di istituir confronti, che la fortuita vicinanza di questi tre nomi potrebbe far sospettare, così Garibaldi.

Egli torreggia già sull’Olimpo e salirà, salirà ancora, ma sciogliersi interamente nelle nebbie della leggenda, gettare la sua personalità e responsabilità d’uomo non lo potrà mai. La Storia lo ebbe, e la Storia lo terrà. Dica pure Dante a Virgilio:

Mai non pensammo forma più nobile

d’eroe...........

Livio giustamente risponderà sorridendo:

È de la Storia, o poeti,

de la civile Storia d’Italia

è quest’audacia tenace ligure,

che posa nel giusto, ed a l’alto

mira, e s’irradia nell’ideale.[10]

Padova, 15 giugno 1882.

Giuseppe Guerzoni.


FAC-SIMILE DI DUE PAGINE DELLE MEMORIE DI GARIBALDI


GARIBALDI.

Capitolo Primo. DALLA NASCITA AL PRIMO ESIGLIO.
[1807-1836.]

I.

La Gazzetta Piemontese del 17 giugno 1834 pubblicava la seguente

«SENTENZA.

Genova, 14 giugno 1834.

»Il Consiglio di Guerra divisionario sedente in Genova convocato d’ordine di S. E. il signor Governatore Comandante Generale della Divisione

»Nella causa del Regio Fisco militare contro Mutru Edoardo del vivente Giovanni, d’anni 24, nativo di Nizza Marittima, marinaro di 3ª classe al R. servizio. — Canepa Giuseppe Baldassare del fu Giov. Battista, d’anni 34, nato e domiciliato in Genova, commesso in commercio, sottocaporale provinciale nel 1º Reggimento Savona. — Parodi Enrico del vivente Giovanni, d’anni 28, marinaro mercantile, nato e domiciliato in Genova. — Dalus Giuseppe detto Dall’Orso del fu Francesco, d’anni 30, nato a Praja dell’isola di Terzeïra (Portogallo), marinaro mercantile di passaggio in Genova. — Canale Filippo del vivente Stefano, d’anni 17, nato e domiciliato in Genova, lavorante libraio. — Crovo Giovanni Andrea del vivente Giov. Agostino, d’anni 36, nativo di Carreglia (Chiavari) e domiciliato in Genova, sostituto segretario del Tribunale di Prefettura. — Garibaldi Giuseppe Maria del vivente Domenico, d’anni 26, capitano marittimo mercantile e marinaro di 3ª classe al R. servizio. — Caorsi Giov. Battista del fu Antonio, detto il figlio di Tognella, d’anni 30 circa, abitante in Genova. — Mascarelli Vittore del vivente Andrea, d’anni 24 circa, capitano marittimo mercantile, dimorante nella città di Nizza;

»I primi sei detenuti e gli altri contumaci, inquisiti di alto tradimento militare, cioè:

»Li Garibaldi, Mascarelli e Caorsi di essere stati i motori d’una cospirazione ordita in questa città, nei mesi di gennaio e febbraio ultimi scorsi, tendente a fare insorgere le Regie truppe, ed a sconvolgere l’attuale Governo di Sua Maestà; di avere li Garibaldi e Mascarelli tentato con lusinghe e somme di denaro effettivamente sborsate d’indurre a farne pur parte alcuni bassi uffiziali del Corpo Reale d’Artiglieria, e di avere il Caorsi fatto provvista a sì criminoso scopo d’armi, state poi ritrovate cariche, e di munizioni da guerra. E gli altri sei di essere stati informati di detta cospirazione e di non averla denunciata all’Autorità Superiore, e di essersi anzi associati;

»Udita la relazione degli Atti, gli inquisiti presenti nelle loro rispettive risposte, il R. Fisco nelle sue conclusioni, ed i difensori nelle difese degli accusati presenti

»Il Divino aiuto invocato

»Reietta l’eccezione d’incompetenza opposta dai difensori di alcuni accusati — Ha pronunciato doversi condannare, siccome condanna, in contumacia i nominati Garibaldi Giuseppe Maria, Mascarelli Vittore e Caorsi Giov. Battista, alla pena di morte ignominiosa e dichiarandoli esposti alla pubblica vendetta come nemici della Patria e dello Stato, ed incorsi in tutte le pene e pregiudizi imposti dalle Regie Leggi contro i banditi di primo catalogo in cui manda gli stessi descriversi. — Ha dichiarato li Mutru Edoardo, Parodi Enrico, Canepa Giuseppe Baldassare, Dalus Giuseppe e Canale Filippo non convinti allo stato degli Atti del delitto ad essi imputato, ed inibisce loro molestie dal Fisco. — E finalmente ha dichiarato e dichiara insussistente l’accusa addebitata all’Andrea Crovo, e lo rimanda assoluto. — Genova, 3 giugno 1834.

»Per detto Illustrissimo Consiglio di Guerra

»Brea, segretario.

»Visto ed approvato
»Il Governatore Comand. gen. della Divisione
»Marchese Paulucci.»

Era questa la prima volta, dice Giuseppe Garibaldi nelle sue Memorie,[11] che leggeva stampato nei giornali il suo nome: era questa la prima volta che lo leggevano gl’Italiani.

Chi mai avrebbe detto che l’oscuro marinaio di 3a classe, il bandito di primo catalogo, il condannato nel capo per disertore e ribelle, avrebbe presentato un giorno al Figlio di quel Re che lo mandava al capestro una delle più belle corone d’Italia; parteciperebbe con un gran Principe e un gran Ministro alla gloria di rivendicare l’indipendenza e fondare l’unità della patria sua; «empirebbe del suo nome (per dirla colle parole di Vittorio Emanuele) le più lontane contrade;» diverrebbe uno degli uomini più popolari e delle figure più meravigliose dei tempi moderni; invecchierebbe in una specie d’inviolabilità, sotto l’egida della sua passata grandezza; morrebbe con onori regali, e sopravviverebbe a sè stesso nell’immortalità della storia?

Eppure quel giovane che l’Italia vedeva per la prima volta sui passi dell’esiglio, inseguíto da una pena capitale, portava fin d’allora in sè stesso tutte le promesse di un non volgare destino.

Quantunque ancora perduto nella folla, chiunque avesse potuto conoscerlo e studiarlo da vicino, nella sua indole, ne’ suoi costumi, ne’ suoi atti, nelle sue parole poteva fin d’allora presagire che tosto o tardi egli sarebbe uscito di schiera e avrebbe fatto parlare di sè. In qual modo egli n’avrebbe fatto parlare, era questo il segreto dell’avvenire; ma certo l’avvenire aveva dei segreti per lui, e lo aspettava.

Da quell’ignoto poteva uscire, secondo gli eventi e le fortune, così un ardito corsaro come un glorioso ammiraglio, tanto un bandito famoso quanto un candido eroe, così un avventuriere fortunato come un grande capitano; ma non poteva più uscire oramai un uomo comune.

Già a ventisei anni egli aveva provato che, se la sua vita poteva restare oscura, non lo poteva la sua morte. Anche arrestato per via dal laccio del carnefice si sarebbe scritto sulla sua tomba: qui giace un martire. Anche sparito nella tenebra d’un naufragio il marinaio ligure ne avrebbe lungamente ripetuto il nome a’ suoi figliuoli come un esempio d’intrepidezza e di virtù.

Giuseppe Garibaldi era un predestinato; e la Provvidenza (perchè dirla il cieco destino?), temperandolo fanciullo nell’ampia palestra dei mari e delle tempeste, aprendogli nella giovinezza e nella virilità una scena adatta alle sue attitudini ed alla sua forza, scampandolo da tanti pericoli e persino da sè stesso, aveva tutto predisposto in lui e attorno a lui perchè riuscisse degno della singolare missione che gli aveva affidata.

Che se essa non apparve sempre tutta buona, tutta provvida, tutta grande, fu però ottima, provvidissima, grandissima un giorno, e ciò basta alla posterità ed alla storia.

II.

Un novelliere francese lo fece nascere in alto mare, in una fragile barca, tra i lampi e i tuoni d’una notte di tempesta, e non sembra davvero che la vita di Giuseppe Garibaldi avesse mestieri d’essere infrascata d’un romanzo di più.

Nacque, assai più tranquillamente, in Nizza Marittima, il 4 luglio 1807, un anno prima di Mazzini, in una casetta del Quai Lunel, oggi Quai Cassini, da Domenico Garibaldi e da Rosa Raimondi.[12] Che poi in quella medesima casa, anzi nella medesima camera sia venuto al mondo 49 anni prima Andrea Masséna, Garibaldi lo credette e lo scrisse, e ai dilettanti d’oroscopi potrà dare nel genio; ma non è. Se ancora fu leggenda viva per qualche tempo fra Nizzardi, oggi la lapide memoriale che il Comune nizzardo pose sulla casa del Quai Cassini, la quale ricorda solo il nome di Garibaldi, e l’altra posta sulla casa del Quai Jean Baptiste che afferma asseverantemente quella essere stata il tetto natale del «prediletto figlio della vittoria,» tolgono ogni dubbiezza.

La famiglia dei Garibaldi era oriunda di Chiavari e non si trapiantò in Nizza che intorno alla fine del secolo XVIII. Come a Napoleone dopo Marengo, così a Garibaldi dopo Marsala la compiacente Musa dell’Araldica fece sorger dal suolo un completo albero genealogico, le di cui radici si perdono nel profondo dell’età longobarda; ma ognuno vorrà credere che, se anco non ci mancassero argomenti per entrare in siffatto litigio, ci mancherebbe pur sempre l’ozio. Non v’ha dubbio che il nome (Gar o Garde-bald) l’accusa d’origine tedesca e antica; ma se egli procedette davvero in retta linea da Garibaldo duca di Torino, e da tutta quella non interrotta progenie di capitani di mare, di uomini d’armi e di magistrati, che il dotto genealogista gli regalò, questo non sapremmo davvero nè affermare nè negare.

A noi paghi, come il nostro eroe, di antenati meno illustri e più certi, basti tenerci sicuri di questo: che verso la metà del secolo scorso viveva in Chiavari un Angelo Garibaldi di vecchia e onesta casata di capitani di mare ed armatori, capitano ed armatore egli stesso: che quell’Angelo venne intorno al 1780 per trapiantarsi con tutta la famiglia a Nizza; che in quella famiglia c’era un figliuolo di nome Domenico e che questo Domenico, sposata Rosa Raimondi, divenne il padre di cinque figliuoli, tra cui il nostro Giuseppe.

A Nizza poi la storia dei genitori e dei fratelli di Garibaldi è notissima; e se è probabile che assai pochi sieno i superstiti di coloro che li conobbero di persona, sono però molti e vivi ancora quelli che la udirono raccontare da’ loro vecchi e la ripetono così:

Domenico Garibaldi, o, come lo chiamavano i suoi colleghi del Porto, Padron Domenico, non fece studi di sorta; imparò la nautica sui bastimenti del padre, e a forza di navigare, più per pratica che per teoria, crebbe abile ed esperto marino. Rimasto orfano e padrone di qualche ben di Dio, non lasciò per questo l’arte paterna; armò bastimenti di suo, ne prese il comando egli stesso e li portò con alterna fortuna, ma sempre con onore, per tutti i porti del Mediterraneo. Non oltre però: chè per cimentarsi alle lontane navigazioni transatlantiche e persino ai più vicini scali di Levante gli fecero difetto sempre la portata de’ bastimenti, le cognizioni del navigatore, e fors’anche più l’audacia e l’ambizione.

Era quindi e restò sempre un modesto capitano di cabotaggio, pratico di tutti i paraggi del mar ligure da girarvi a occhi chiusi; sulla poppa della sua tartana, la Santa Reparata, sicuro come in casa sua, ma incapace d’uscire dal giro tradizionale della sua vita, ed alieno dal rischiare tutta la sua fortuna sopra tavolieri troppo vasti e cimentosi. Infatti dopo tanti anni di corse, di traffici, di sudori, se non aveva intaccato il modesto patrimonio paterno, non l’aveva neanche accresciuto, e non era giunto, malgrado tanti sforzi, che a consolidarsi in quella mezzana agiatezza borghese, la quale, finchè la famiglia è riunita o i figliuoli son piccini, pare soverchia, ma che appena i figliuoli ingrandiscono e la famiglia si divide, assomiglia molto davvicino alla strettezza e quasi alla povertà. Del resto, brav’uomo, testa angusta, cuor largo, probo, servizievole, benevolo, quindi beneviso: questo è il padre di Garibaldi, come ci fu ritratto da persone che lo viddero e lo conobbero; quale è tuttora vivente nella memoria dei Nizzardi.

Ma ancora più viva e venerata dura la ricordanza di sua moglie Rosa Raimondi, o per chiamarla essa pure col nome pieno di riverente affetto con cui la conobbe sempre il popolo di Nizza: la signora Rosa. Discendeva da una casa popolare, ma benestante, di Savoia; era donna di bellezza non comune, di costumi semplici e modesti, e di straordinaria pietà. Nessuno però avrebbe potuto accusarla di melensa bacchettoneria; osservava senza farisaismo come senza vergogna le pratiche del suo culto; ma sapeva, e lo dimostrava coi fatti, che la vera religione di Dio è essenza del bene, amore de’ simili e fiamma di carità. E come il cuore così non aveva volgare la mente. Fin da fanciulla aveva potuto tesoreggiare qualche istruzione; amava molto le letture, intendeva, meglio forse che il marito, i segni del suo tempo e le secrete vocazioni del suo secondogenito, di cui sentiva maturare con amore atterrito la perigliosa grandezza. Del resto passava le ore che le domestiche cure le consentivano al letto degli ammalati; distribuiva con sapiente larghezza gran parte del suo ai poveri, e diveniva per la sua gentilezza e carità tanto popolare, specialmente negli umili quartieri del Porto, che bastava nominare la signora Rosa perchè tutti corressero col pensiero a colei che n’era, in certa guisa, la fata benefica.

Ma nessun maggiore elogio di Rosa Garibaldi delle parole che il figliuolo stesso già adulto le consacrava nelle sue Memorie. Anche del padre rammenta con gratitudine la vita laboriosa ed onorata, gli sforzi fatti per la sua educazione, col rammarico d’aver retribuito di sì scarsi frutti tante cure e tanti sagrifici; ma quando viene a parlare della madre gli erompe dal cuore tale un grido d’affetto e di riconoscenza, che pochi figli saprebbero ripetere l’uguale: «Mia madre, lo dichiaro con orgoglio, mia madre era il modello delle madri, e credo con questo avere detto tutto. Uno de’ miei maggiori rammarichi sarà quello di non poter far felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice, la di cui vita io amareggiai tanto coll’avventurosa mia carriera. Soverchia fu forse la di lei tenerezza; ma non devo io all’amor suo, all’angelico di lei carattere il poco di buono che si rinviene nel mio? Alla pietà di mia madre, all’indole sua benefica e caritatevole, alla compassione sua verso il tapino, il sofferente, non devo io forse la poca carità patria che mi valse la simpatia e l’affetto de’ miei disgraziati, ma buoni concittadini? Oh.... abbenchè non superstizioso, certamente non di rado, sul più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’Oceano, dalle grandini del campo di battaglia, mi si presentava genuflessa, curva al cospetto dell’Altissimo, l’amorevole mia genitrice implorandolo per la vita del nato dalle sue viscere!... ed io credevo all’efficacia della preghiera!...[13]»

Belle e sante parole, che diresti ispirate dalla Musa stessa della figliale eloquenza, e che rivelandoci a un tratto quanto fosse squisita in quel cuore leonino la fibra dell’amor figliale, ci fanno già presentire quanto sarà, un giorno, appassionato, cieco e quasi improvvido il cuore del padre.

E quel che è più, egli suggellò queste parole scritte in un impeto di religioso entusiasmo col culto dell’intera sua vita.

In Caprera il solo ritratto di donna che si veda sopra il capezzale del Generale è quello d’una bella vecchina, avvolto il capo da un fazzolettino rosso, che sorride dolcemente: il ritratto di sua madre.

Nella casa Garibaldi da trent’anni non si festeggia più l’onomastico del Generale, perchè quel giorno coincide coll’anniversario della morte di sua madre (19 marzo 1852), ed è giorno sacro alla sua memoria. D’onde si vede che l’amor vero può suggerire le più signorili raffinatezze della pietà anche ai lupi di mare!

Ma, come dicemmo, Peppino (era questo il vezzeggiativo col quale il nostro Giuseppe era chiamato per la casa, finchè verrà il giorno in cui i Nizzardi lo chiameranno Monsù Pepin) non era il solo frutto d’amore che la signora Rosa aveva dato a padron Domenico. Egli veniva in mezzo a quattro altri fratelli, Angelo, che l’aveva preceduto, Michele, Felice ed una sorella, di cui non sappiamo il nome, che l’avevano seguíto. Angelo, la testa quadra della famiglia, il braccio destro del padre finchè stette in casa, fu uomo di molta perizia e riputazione negli affari mercantili e marinareschi, e finì negli agi, console di Sardegna agli Stati Uniti d’America. Michele si dedicò più specialmente al navigare; divenne capitano marittimo, non uscì quasi mai dalla modesta penombra dell’arte sua, e morì il 21 luglio 1866. Felice lasciò dietro a sè la nomina di elegante zerbino, gran cacciatore di donne; esercitò con qualche fortuna il commercio; fu agente per molti anni della casa Avigdor a Bari, e cessò di vivere non ancora vecchio nel 1856. La sorella finalmente fu, bambinetta ancora, non sappiamo per quale caso funesto, avvolta dalle fiamme, e vi morì orrendamente bruciata.

Questo è tutto quanto ci fu dato spigolare, non senza fatica, sulla famiglia di Garibaldi; altri potrà soggiungere di più; ma anche il poco che noi abbiamo potuto dirne dovrebbe bastare a fermarne i tratti principali ed a scolpirne l’immagine.

Non era, come s’è visto, una famiglia di signori, ma non la era neanche di spiantati pescatori, come taluno sognò. La casa era modesta, ma vi regnava il benessere, vi rideva l’amore, vi splendeva l’onestà. Il padre la nutriva col lavoro, la madre la santificava colla pietà; la gaia brigata dei figliuoli l’allegrava de’ suoi strilli, del suo moto romoroso, de’ suoi innocenti trastulli; tutti insieme diffondevano attorno al domestico focolare quell’aura di pace serena e di pura letizia, che non era forse troppo omogenea alle spirituali ginnastiche del pensiero, ma che certamente era più d’ogni altra propizia a custodire e fortificare colla salute del corpo quella altresì più preziosa ed importante, la salute del cuore, che è la più vitale condizione d’ogni vera grandezza.

III.

Come crescesse in quella casa, da quei parenti, sotto quel cielo, lungo quel mare, il secondogenito dei Garibaldi, è facile l’immaginarselo. Il nostro eroe si studiò a tratteggiare in alcuni tocchi, a dir vero troppo scarsi e fuggitivi, la propria infanzia; ma se egli ne avesse anche interamente taciuto, chi ha visto l’albero può assai di leggeri indovinarne il germoglio.

Un bel ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo azzurro e profondo, dalle membra snelle e tarchiate, che cresce libero e selvaggio ai venti e al sole della sua costiera natía, che passa le sue giornate ad arrampicarsi su per le sartie dei bastimenti paterni, a sguazzare e tuffarsi nell’acqua, a ruzzare e fare alle braccia coi monelli del Porto, a correre la montagna alla caccia d’uccelli e di grilli, ed a frugare la scogliera alla pesca di ricci e di granchi; ecco quale doveva essere in sull’alba de’ suoi dieci anni il futuro capo dei Mille.

Suo padre, ce l’assicura egli stesso, non pensò a dargli alcuna «lezione nè di ginnastica, nè di scherma, nè d’altri esercizi corporei,» e noi gli crediamo facilmente.[14] Con quell’indole e quella tempra il ragazzo era maestro a sè stesso. «Imparai (egli soggiunge) la ginnastica arrampicandomi su per le sartie o lasciandomi sdrucciolar giù pei cordami: la scherma tentando di difendere da me la mia testa e di spaccare quella de’ miei avversari; l’equitazione prendendo a modello i migliori cavalcatori del mondo e studiandomi di far come loro. Quanto al nuoto, dove e quando l’imparassi non mi sovviene; mi sembra d’averlo sempre saputo e d’essere nato anfibio. Però quantunque tutti quelli che mi conoscono sappiano che sono sempre stato restío a fare il mio elogio, dirò molto schiettamente e senza crederlo un vanto, che io sono uno dei più gagliardi nuotatori che esistano. Non bisogna dunque attribuirmi merito alcuno, se, mercè questa gran fiducia che ho sempre avuto in me, non ho mai esitato a buttarmi all’acqua per salvare la vita d’uno de’ miei simili.[15]»

Ed a queste mirabili disposizioni del corpo rispondevano, già adeguate e conformi, le qualità dell’animo; non tutte forse le qualità; ma quelle due principalmente che più gli erano necessarie per sollevarsi dal volgo e drizzare la nativa gagliardia delle membra a nobile mèta: il coraggio e la bontà. Il coraggio gli veniva dalla natura che fin da bambino gli aveva cinti i nervi d’una corazza impenetrabile a tutte le impressioni della paura e radicato nell’animo quella, non saprei dire se provvida o improvvida, inconsapevolezza del pericolo, che pare talvolta colpevole follía ed è l’inconscia virtù dei fanciulli e degli eroi.

Della bontà poi, egli stesso, ripeteva il dono da Dio e da sua madre, e non ne pretendeva per sè merito alcuno.

Sino da primi anni tutto ciò che era piccino, debole, disgraziato, lo toccava e lo impietosiva. E non di una pietà inerte, passiva, quasi femminea; ma sì di quella virile, operosa, pugnace, che si sdegna dell’ingiustizia, si ribella alle prepotenze, fa sua risolutamente la causa degli afflitti e degli oppressi, e dà lietamente il sangue e la vita per essi.

A otto anni aveva già tratto dalle acque d’un fosso una lavandaia che vi annegava. A tredici salvava, gettandosi a nuoto, una barca di compagni prossimi a naufragare. Non poteva veder soffrire nè gli uomini nè gli animali, e l’uomo strano che nel bel mezzo d’una marcia contro il nemico s’arrestava ad ascoltare il canto d’un usignuolo; che balzava di letto prima dell’alba per correre a cercare tra gli scogli di Caprera un agnello smarrito, e recarselo sulle spalle alla madre; che s’accendeva di sdegno tutte le volte che sorprendeva un soldato a maltrattare senza ragione il suo cavallo: era quello stesso fanciullo che a sette anni, fatto prigioniero un grillo e strappategli le ali fu preso poi da tanta pietà del povero animaluccio, e da tale rimorso della propria crudeltà, che ne pianse amaramente.

IV.

Ma Peppino entrava già nel suo dodicesimo anno, ed era tempo che si mettesse di proposito agli studi. Questo capitolo però della prima educazione intellettuale di Garibaldi è pieno per noi, e non crediamo sia diverso per altri, di grande oscurità e di molte lacune. Che padron Domenico non abbia trascurato nè cure nè dispendi per dare al suo secondogenito una istruzione anche superiore alle sue forze ed al suo stato, ce ne assicurò con parole di viva riconoscenza il figlio stesso e non è lecito dubitarne. Ma in che quella educazione sia propriamente consistita, a quale carriera quel padre destinasse quel figliuolo, e però a quale ordine di studi lo volesse incamminare, ciò non è da alcun documento attestato, e il biografo che non voglia dare per fatti le ipotesi non dev’essere restío a confessare la propria ignoranza. Che tanto padron Domenico, quanto la signora Rosa ripugnassero ad avventurare su quell’arena fortunosa e infida del mare un figliuolo così temerario e spericolato, e n’avessero perciò fin dai primi anni combattuto con ogni possa l’aperta vocazione, vagheggiando per lui uno stato più sicuro e tranquillo, è indubitabile, e trapela, a dir così, dalle stesse parole onde Garibaldi dipinge lo sgomento, quando lo videro imbarcarsi e salpar da Nizza la prima volta.

Ma che poi essi, il padre principalmente, avessero nell’animo, siccome fantastica il vecchio Dumas, di fare addiritura di quel figliuolo un medico, un avvocato e persino un prete, nè Garibaldi lo scrisse, nè altri lo affermò, ed è manifestamente una delle tante fiabe, di cui il romanziere francese infarcì il suo racconto. E non la diremmo nemmeno una ragionevole ipotesi; chè il fatto solo del silenzio di Garibaldi intorno a quegli studi classici, che pur sono necessario avviamento a quella carriera, anticipatamente la smentisce. La smentisce, ma non le surroga per questo un fatto più certo; poichè, se è da tenersi per indubitato che il nostro eroe non vide mai neppure da lontano un cartone di libro latino o greco o d’altro classico qualsiasi, non c’è poi modo di discernere a quale ordine debbano andare ascritti tutti quegli altri studi che pur egli ammette d’aver fatti e fece certamente.

Garibaldi stesso è, su questo punto, d’un laconismo sconfortante per chi pur vorrebbe scoprir la traccia della prima coltura che dirozzò la sua mente. Tutto quello che egli sa dircene in proposito è racchiuso in questo breve periodo:

«Tra i maestri conservo cara rimembranza del padre Giaccone[16] e del signor Arena. Col primo trattai pochissimo, più intento allora a divertirmi che ad imparare, e mi rimane quindi il rimorso di non aver studiato l’inglese, rimorso risuscitato in ogni circostanza della mia vita in cui mi sono trovato con Inglesi. Poi essendo il padre Giaccone di casa nocevami la troppa famigliarità. Al secondo, eccellente militare, io devo il poco che so, soprattutto riconoscenza d’avermi avviato nella lingua patria colla lettura della storia romana.»

Ora ognun vede che queste parole sono più fatte per moltiplicare i quesiti che per diradarli, più per invogliare alla curiosità che per sodisfarla.

Infatti se il padre Giaccone non riuscì nemmeno a insegnargli l’inglese, che cosa gl’insegnò egli? Se il signor Arena non l’istruì che nella lingua italiana e nella storia romana, dove e da chi apprese egli tutte quelle altre nozioni, chiare od oscure, superficiali o profonde, digeste o indigeste, che pure balenano, come lampi, tramezzo a fitte nebbie, dalle parole e dagli scritti della intera sua vita?

Noi udimmo narrare da un suo amico e commilitone che Garibaldi, giovane, sapeva a memoria teorema per teorema tutti gli elementi di geometria; ora non vogliamo attribuire a questa felicità di memoria maggiore importanza che si meriti; ma insomma egli fu capitano marittimo, e per conseguirne la patente dovette possedere almeno nella scarsa misura degli elementi non poche cognizioni di matematica, d’astronomia, di geografia fisica, di diritto commerciale, e via dicendo; e il fatto delle sue lunghe e difficili e felici navigazioni provano che le possedette.

Ora come, quando, dove apprese tutto ciò?

Così noi leggeremo più tardi che egli fu per due volte costretto a guadagnarsi il pane dell’esiglio insegnando qui la matematica, altrove la storia e la letteratura e simili.

Ed anche qui per quanto la voce maestro non sia mai stata sinonimo di dotto, pure una certa infarinatura delle cose che si fan mostra d’insegnare altrui sappiamo tutti che ci vuole, e il sapere dove e quando un siffatto maestro se la sia procacciata, resterà sempre curioso e interessante.

E non basta. Una tal quale coltura letteraria, confusa, balzana, indigerita, incondita, nessuno potrà mai negargliela. A ventisette anni sulla tolda del suo bastimento faceva dei versi, che non erano tali certamente da promettere un nuovo alunno all’italo Parnasso, ma che pur camminavano su tutti i loro piedi; e nella passione dei versi sappiamo tutti che invecchiò, sicchè più d’uno fu ammesso ad udire lunghi brani d’un suo poema endecasillabo che doveva celebrare l’epopea della sua vita. Più tardi, noi stessi, ospiti suoi a Caprera, l’abbiamo sentito declamare a memoria tutti i Sepolcri di Foscolo e squarci interi in francese della Zaïre di Voltaire, e ricordarsi poi come uomo che li ha letti nei testi, non pochi episodi dell’Iliade, della Commedia, della Gerusalemme. Infine fanno ormai quarant’anni ch’egli innonda, può dirsi, l’Europa de’ suoi manifesti, de’ suoi appelli, delle sue lettere (ahimè! la fiumana delle lettere), finchè verrà il giorno, in cui il mondo lo vedrà darsi «per vivere» (parola che troncherebbe il sorriso ai più beffardi) all’arte del romanziere, e aggiungere alla mole delle cose, che la storia deve dimenticare di lui, tre romanzi.

Ora per leggere una carta idrografica, per levar un punto di stima, osservare un barometro, tenere un Libro di bordo, governare un bastimento dal Pacifico al mar delle Indie; per misurare de’ versi anche mediocri, ma che pur rompono qua e là in accenti di fiera armonia; per gustare Ugo Foscolo, per intendere Voltaire, per sapere che esistessero Dante, Tasso ed Omero, per cucire assieme de’ romanzi anche pessimi, per gettare sulla terra una piena di lettere come le sue, rozze e bizzarre fin che si voglia, ma nelle quali pur vedi sormontare tramezzo al denso limo delle stramberie e degli spropositi qualche fiore di selvatica bellezza; per sapere, dicevamo, per intendere, e per fare tutto ciò, qualche cosa qui e colà bisogna aver letto e studiato, e la conseguenza naturale a cui si è tratti, è di chiedersi dove e quando l’abbia potuto leggere e studiare.

Altro però è sentire la necessità di un quesito, altro la possibilità di risolverlo. Chi presumesse di cercare i principii dell’istruzione intellettuale di Garibaldi (quale che sia stata) nella sua giovinezza piuttosto che nella sua virilità, in un periodo piuttosto che in un altro della sua vita, fallirebbe. Garibaldi s’è fatto tutto da sè, per via, camminando, navigando, combattendo. Come una landa fertile da natura, ma abbandonata dall’incuriosa mano dell’uomo, e che il seme portato dal vento feconda di qualche erba e qualche arbusto, così la mente di Garibaldi. Il vento delle sue fortune fu il suo primo educatore e maestro, ma la mente restò come la landa una vasta sodaglia, interrotta da qualche oasi fiorita e da alcune rare piante salvatiche.

E non vorremmo per questo sminuire la gratitudine dovuta a’ suoi primi maestri; consentiamo anzi che qualche buon seme l’abbiano sparso essi pure, e che ad essi principalmente torni il merito d’avere per i primi dissodato e aperto il vivace ingegno del fanciullo. Ma o perchè questi fosse reluttante agli studi e più amico dei banchi di quarto che dei banchi di scuola, o perchè ne’ suoi precettori non andassero di pari passo lo zelo ed il sapere, o perchè infine non apparendo chiaro nella mente de’ genitori la mèta a cui dovevano dirigerlo, anche gli studi si risentissero di questa incertezza e difettassero di ordine e d’indirizzo, il fatto certo è questo che Peppin Garibaldi ebbe dei maestri, sedette ad una scuola, scartabellò e scarabocchiò anch’esso dei quaderni come tutti i fanciulli suoi pari, sfiorò anche, se si vuole, gli elementi di molte cose utili per fermo a sapersi; ma un vero e proprio e regolare corso di studi anche elementari, che gli potesse servire di fondamento all’istruzione futura, non lo fece, nè lo potè fare; aggiungiamo anzi, per la verità, che allora non lo volle.

E non lo volle, perchè nel momento in cui padre Giaccone e il capitano Arena erano più affaccendati intorno a lui, e padron Domenico e la signora Rosa più si allegravano nel pensiero di vederlo attendere con profitto agli studi, e già vagheggiavano la speranza che l’amore dei libri l’avrebbe a poco a poco guarito dalla passione del mare, in quel punto stesso, diciamo, il ragazzo ordita con altri tre amici una congiura di rompere quella fastidiosa disciplina della scuola e di correre sul libero mare la ventura, rapito, non sappiamo nè a chi nè come, un battello di pesca, s’imbarcava furtivo con tre compagni, Cesare Parodi, Raffaello Deandreis e Celestino Berman, prendeva arditamente il largo e navigava per Genova.

Un prete scopriva e denunziava la trama, il padre, affannato, mandava ad inseguirlo, ed era fermato all’altezza di Monaco, e ricondotto, più indispettito che contrito, sotto il tetto paterno: ma la vocazione del figliuolo era decisa; non valevano ormai nè persuasioni nè rimproveri; egli sarebbe stato marinaio come i suoi avi; e forse una segreta voce mormorava già nel cuore del fanciullo: non marinaio soltanto!

V.

Poichè contrastare a una sì manifesta e deliberata vocazione sarebbe stato peggio che follía, a padron Domenico non restava più che alleviare al figliuolo i disagi e i pericoli del noviziato, procacciandogli un buon imbarco; e alla signora Rosa che preparargli, piangendo in silenzio, il fardello di viaggio.

E l’imbarco fu presto trovato e migliore sarebbe stato difficile. Allestiva nel porto di Nizza per Odessa il brigantino Costanza, capitano Angelo Pesante: il brigantino aveva reputazione di solido e svelto veliero; il capitano passava per uno dei più provetti e arditi marinai della Riviera ligure; fu dunque deciso che Peppin farebbe con essi la sua prima campagna di mozzo.

Con che cuore lo vedesse partire il suo vecchio padre, con che lagrime l’abbracciasse la sua povera madre, è facile immaginarlo; quanto a lui, li amava troppo per staccarsene senza dolore; ma l’idea di poter slanciarsi finalmente su quel «regno ampio de’ venti» ch’era stato l’anelito segreto e il sogno costante della sua anima giovanile, la gioia di poter anche lui salire un gran bastimento, guizzar tra le sue alte gabbie, imparare come si maneggi una mura, come si governi un timone, come si legga una bussola, come si cansi o si domi un fortunale; quell’idea e quella gioia suprema, staremmo per dire dell’animale che si tuffa nell’elemento per cui è nato, dominavano in quell’istante persino il dolore del distacco ed ogni altro suo affetto.

«Com’eri bella (esclama trent’anni dopo, caldo ancora dei ricordi di quella sua prima navigazione) com’eri bella, o Costanza, su cui dovevo solcare il mare per la prima volta! Gli ampi tuoi fianchi, la snella tua alberatura, la spaziosa tua coperta e sino il tuo pettoruto busto di donna rimarranno per sempre impressi nella mia immaginazione. Come dondolavansi graziosamente que’ tuoi marinari sanremesi, vero tipo de’ nostri intrepidi Liguri![17]»

E queste parole d’entusiasmo dopo tant’anni prorompenti ancora dal cuore del marinaio già indurito dalle tempeste e dai perigli, ci dicano quale grande fortuna sia stata per la patria nostra che padron Domenico non si sia ostinato a negare il fondamento che natura aveva posto nel suo figliuolo, e che cuore di marinaio avesse quel giovane che parlava del suo primo viaggio di mare come d’un viaggio di nozze, e tratteggiava le bellezze della nave su cui navigò la prima volta coll’amore d’un fidanzato.

Malauguratamente di quel primo viaggio in Odessa, nè di altri che fece poi, noi non sappiamo, nè egli volle dire di più. «Sono diventati sì comuni, diceva, che superfluo sarebbe lo scriverne;» e aveva torto, e io spero ancora che in quelle Memorie che si assicura abbia lasciato dietro di sè come un retaggio alla storia, vorrà dar compiuta la descrizione di quel periodo, in cui il marinaio fece il suo tirocinio e il giovine subì la prima tempera del suo carattere.

Reduce dall’Oriente, il padre, il quale, non potendo più pensare a cambiare la carriera del figliuolo, andava cercando i mezzi per rendergliela meno grave e meno perigliosa, lo pigliò seco sulla sua tartana, e costa costa, come soleva, lo condusse fino a Fiumicino, ch’era allora, pur troppo come oggi, il porto di Roma.

Roma! — Chi avrebbe detto che fra i milioni di pellegrini che da secoli visitano la città eterna, e quali attratti dai ruderi di Roma pagana, quali dalle feste di Roma cristiana, gli uni ispirati dalla scienza e dalla poesia, gli altri guidati dalla pietà o dalla superstizione, la contemplano, l’adorano, la scavano, la frugano, la glorificano; uno de’ più fervidamente innamorati, de’ più ingenuamente entusiasti, sarebbe stato quell’incolto mozzo di bastimento che si chiamava Giuseppe Garibaldi!

Eppure egli lo scrisse! e ci pare di vedere quel biondo ragazzotto di diciassett’anni vagare per le vie di Roma e senz’altra scorta che quel po’ di storia romana favolosa che gli aveva insegnato il buon Arena, senz’altra guida che suo padre più indotto e più semplice di lui, passare stupito e quasi trasognato in mezzo alle rovine ed ai monumenti di quei due mondi confusi insieme, arrestarsi estatico innanzi ai fòri ed ai circhi, alle terme ed alle basiliche; inoltrarsi trepidante fra le arcate del Colosseo; piegare il capo sopraffatto sotto le vôlte di San Pietro, ritentando invano colla sua povera scienza di ricomporre quella storia, d’interpretare quelle pietre, ma sentendosi turbinare nella mente legioni di eroi, di martiri, di santi fra un tumulto di pugne, di baccanali, di tormenti; e in mezzo a questi giganteggiare assopita sul letto di marmo delle sue glorie, ma vivente ancora fra la polvere e le macerie, l’immagine della città fatale.

E non è questa poesia nostra. Garibaldi andò più innanzi di noi, e riassumendo le impressioni di quel suo viaggio ne scriveva così: «Roma allora mi diventava cara sopra tutte le esistenze mondane, ed io l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia! non solo nei superbi propugnacoli della grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue cose, e racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, l’amor mio per Roma, non isvelandolo se non che per esaltare caldamente l’oggetto del mio culto. Anzichè scemarsi, il mio amore per Roma s’ingagliardì colla lontananza e coll’esiglio. Sovente, e ben sovente, io chiedevo all’Onnipossente di poterla rivedere. Infine Roma è per me l’Italia, poichè io non vedo l’Italia altrimenti che nell’unione delle sparte membra, e Roma è il simbolo dell’unione d’Italia, comunque sia.[18]»

Ora si dica pure che qui non è il giovane che parla, ma l’uomo, e che questi travestì senz’avvedersene gli arcani presentimenti e le vaghe impressioni di quell’ora della sua giovinezza nei pensieri dell’età matura; non è men vero che le emozioni, quali che fossero, provate dal giovane, lasciarono un’impronta sì viva e incancellabile nello spirito dell’uomo, che questi non potè più parlare nè scrivere di Roma senza risalire colla memoria a quel lontano giorno, in cui ne calpestò per la prima volta le sacre pietre, e più cogli istinti del cuore che colla scienza dell’intelletto lesse nelle sue reliquie la storia della sua passata grandezza e i vaticinii della sua redenzione futura.

VI.

E non fu quella la sola emozione che il giovine Garibaldi provò in quel suo viaggio. Egli stesso, allorchè quasi settuagenario venne da Caprera a Roma condotto da quella sua, non sapremmo dire se idea od utopia (ma utopia certamente romana), di deviare e incanalare il Tevere, confidò ad un amico suo e nostro[19] che il primo lampo di quel concetto gli balenò nella mente appunto in quella sua prima visita all’eterna città.

E non è affatto incredibile che quel giovinotto, pieno il capo di prodezze marinaresche e di fantasie romane, vedendo quella Roma così prossima e pur così segregata dal mare, quel glorioso porto d’Anzio ridotto ad una squallida rada di pescatori, e quella storica bocca d’Ostia scomparsa sotto un’alluvione d’arene e di fango, e quel Tevere divino tramutato in un melmoso e maligno torrentaccio, danno e vergogna della città di cui era un tempo ricchezza e decoro; non è affatto incredibile, diciamo, che egli farneticasse di poter mutare tutto ciò in pochi tratti di penna e pochi colpi di mano, e sognasse fin d’allora la risurrezione di Roma marittima, come sognava forse la ben più certa risurrezione di Roma civile.

Gli è che i sogni de’ vecchi non sono il più delle volte che i sogni dei fanciulli colla sola barba di più; e chi leggerà questa Vita vedrà che nessun uomo fu più tenace de’ suoi sogni di Giuseppe Garibaldi.

Con quelle larve d’idee per il capo, con quei germi di affetti nel cuore, ripigliò la via del mare e per sette anni continui, eccettuati alcuni fugaci riposi, vi perdurò. Ingaggiato di nuovo per marinaio sul brigantino Enea, capitano Giuseppe Gervino, che veleggiava per Cagliari, gli toccò nel ritorno d’essere passivo ed impotente spettatore del naufragio d’un bastimento che faceva rotta col suo; e della scena straziante gli restò nell’animo incancellabile memoria. «Ritornando da Cagliari,» poichè lo stile qui non è solo l’uomo, ma il marinaio, lasceremo parlare lui stesso: «Ritornando da Cagliari eravamo giunti sul capo di Noli e con noi altri bastimenti, fra’ quali un felucio catalano. Da vari giorni minacciava il Libeccio e grossissimo era il mare: quindi si scagliò il vento con tanta furia da farci appoggiare in Vado sotto il trinchetto. Il felucio dapprima galleggiava mirabilmente e sostenevasi, da far dire ai marinari nostri, essere preferibile trovarsi a bordo di quello. Ma dolorosissimo spettacolo doveva presentarsi ben presto. Un orrendo maroso lo rovesciò, e non vedemmo che alcuni infelici sul suo fianco stenderci le braccia, e sparire travolti nel frangente d’un secondo più terribile ancora. Aveva luogo la catastrofe verso il nostro giardino di destra; impossibile soccorrere i miseri naufraghi. I barchi di dietro furono nella stessa incapacità, e miseramente perivano alla nostra vista nove individui d’una stessa famiglia. Alcune lacrime sgorgarono dagli occhi de’ più sensibili al miserando spettacolo, esauste presto dall’idea del proprio pericolo. Da Vado passai in Genova, quindi in Nizza, dove principiai una serie di viaggi in Levante a bordo de’ bastimenti della casa Gioan.[20]»

«Nel corso poi di que’ viaggi (aggiunge altrove[21] l’Autobiografo) fummo (intende con lui la nave e l’equipaggio) tre volte sorpresi e spogliati dai pirati; accadde anzi che, avendo ricevuto la stessa visita per due volte durante il medesimo viaggio, gli ultimi pirati non trovassero più su di noi cosa che valesse la pena d’essere predata, e se n’andarono a mani vuote.» E del resto null’altro di noto e di certo circa a quelle sue corse, che pure sarebbero di tanto interesse per la storia del marinaio. Certissimo invece: che l’ultimo di quei viaggi lo fece a bordo del brigantino Cortese, capitano Carlo Semeria: che sbarcato a Costantinopoli v’infermò, ed ospitato nella casa della signora Luigia Sauvaigo,[22] sua generosa concittadina, vi trovò ogni maniera di cure e di conforti: che risanato, ma chiusi i porti dell’Egeo e del Mar Nero dalla guerra guerreggiata tra Russia e Turchia, toltogli perciò il navigare, fu costretto a prolungare il suo soggiorno a Costantinopoli nella più angustiosa strettezza: che finalmente costretto a cercar lavoro per vivere accettò come una fortuna di dar lezioni di storia, geografia, francese e matematica ai tre figliuoli d’una signora Timoni; risoluzione temeraria quando si pensi al leggiero fardello con cui l’improvvisato precettore si presentava in quella casa, ma quando si consideri l’onesto motivo che la ispirava, altamente commendevole. Non confondiamo: si può sorridere finchè si vuole della singolar figura di quel maestro, ma l’uomo in quel caso impone rispetto.

Era infatti un sentimento virtuoso, era il nobile orgoglio di non dovere il proprio pane che a sè stesso quello che spingeva quel giovane tanto bisognoso d’aria e di moto, nato al tumulto de’ campi ed alla libertà dell’Oceano, a serrarsi in una stanza, a configgersi ad uno scrittoio, a vegliare forse per studiare la notte il poco che doveva insegnare di giorno; ed egli ha il diritto di contare quella sua prima vittoria sulla povertà guadagnata colle sole armi della dignità e del lavoro fra le più gloriose della sua vita. Così gli fosse durato quel coraggio della miseria, che fu la corazza splendidissima della sua virilità, fino all’estrema vecchiezza!!

Finalmente i porti si riaprono; il maestro può buttare dalla finestra la sua provvisoria giornea, il marinaio respirare ancora dal lucido piano d’una tolda, fra il dolce cigolío delle sarchie e la grata altalena del rollío e del beccheggio, la libera aria del nativo elemento, e correre verso i lidi della patria. Infatti fa vela per Nizza; appena a terra, abbracciati in fretta i suoi vecchi, si mette alla cerca d’un nuovo imbarco e trovatolo di suo genio, e con un nome gentile per giunta, La Nostra Signora delle Grazie, e un vecchio capitano, Antonio Casabona, vi si arruola per secondo, naviga qualche tempo con quel grado, finchè viene il giorno in cui l’eccellente Casabona, rotto dagli anni e dai reumatismi e bisognoso ormai di riposo, gliene cede il governo ed egli ne diventa il capitano effettivo.

Ed era tempo: il giovinetto s’era fatto uomo, il mozzo era venuto su per tutti i gradi della gerarchia marinaresca, navigando, cioè combattendo; non s’era molto seduto sui banchi della scuola, ma aveva la faccia arsa, le mani incallite, l’occhio esercitato da dodici anni di manovre, di vigilie e di fortunali, ed era naturale ch’egli salisse finalmente il ponte del comando, segnando lui al timoniere la rotta del suo bastimento.

Infatti nel I vol., pag. 392, della Matricola marittima del 1832, si legge:

Garibaldi Giuseppe Maria, figlio di Domenico e di Rosa Raimondi, nato il 4 luglio 1807 a Nizza, Provincia di Nizza, iscritto alla Matricola dei Capitani della Direzione di Nizza il 27 febbraio 1832 al Nº 289.

E chi fosse, che valore avesse, quale reputazione si fosse acquistata qual capitano, lo dica meglio d’ogni documento il fatto che da testimoni oculari ci venne attestato. Garibaldi non poteva più tornare da uno de’ suoi viaggi, senza che una folla di marinai, di pescatori, di popolo d’ogni fatta accorresse sul molo a dargli il benvenuto, a mirarlo, a festeggiarlo, a interrogarlo, a commentare i suoi gesti, a compiacersi insomma di quel compaesano che faceva suonar così rispettato tra i marinai di Liguria e di Provenza il nome della sua città. Il Capitano marittimo era già una piccola celebrità paesana, in attesa che la fortuna gli apparecchiasse la scena e l’occasione di divenire una celebrità mondiale. E la fortuna lavorava da tempo per lui, più che egli non pensasse.

VII.

Da anni nereggiavano sul cielo d’Europa i nembi precursori d’una nuova tempesta. L’arca della Santa Alleanza tenevasi a stento sul mare fortunoso che aveva presunto dominare, e perdeva ogni giorno un tronco d’ormeggio e un brano di vela. La monarchia de’ Borboni di Francia era stata travolta dal torrente di luglio; quella di Spagna, già imbavagliata dalla costituzione del 12 e scrollata dalla rivoluzione del 20, salvata soltanto dall’invasione straniera, non era più che una larva di principato in preda a tutti i venti delle pretese dinastiche e delle discordie civili. La Grecia di Temistocle e di Milziade, rediviva un istante nell’anima di Botzaris e di Canaris, insegnava sotto le mura di Suli e nelle acque di Ipsara come si conquista una patria, e sfuggiva mutila, ma gloriosa, dalle ugne dell’Infedele. La Polonia di Kosciusko sempre agonizzante, sempre combattente, ripigliava per la terza volta l’ineguale duello contro il suo colossale nemico e aggiungeva una pagina di più al suo secolare martirio. Il Belgio strappava un altro foglio dai protocolli del 1815, rivendicando la propria indipendenza. L’Inghilterra sorda ad ogni politica che non fosse quella di Bentham, partigiana della pace ad ogni costo, quindi complice all’esterno d’ogni fatto compiuto, gettava tuttavia sui tappeti diplomatici la questione della Tratta dei Negri, agitava dalla tribuna, consacrava nelle leggi i principii della libertà religiosa, della libertà politica, della libertà commerciale, sommoveva colla parola la terra, che colla mano comprimeva.

L’Italia infine, sebbene la più oppressa, quindi la più temuta e vigilata di tutte, lungi dal deporre la speranza di ricomporre le sparse sue membra e di risorgere una e grande nella famiglia delle nazioni, si cacciava anzi per la prima in quella mischia di popoli e di tiranni; ed ora aspettando la salute dalle sommosse popolari e dalle sedizioni soldatesche, ora chiedendo la vendetta alle congiure ed alle sètte; oggi combattendo all’aperto colla voce de’ suoi poeti e la penna de’ suoi scrittori, domani affilando nei sotterranei delle sue loggie e delle sue vendite il pugnale dei carbonari; fidente nel 21 alle promesse dei Principi e vinta; credula nel 31 alle lusinghe del non intervento straniero e vinta: ma da ogni disinganno e da ogni disfatta rialzandosi più credente, più ostinata, più indomita di prima, questa povera Italia, dico, turbava, se altro non poteva, colla ostinazione del martirio i sonni de’ suoi sette oppressori, ed attestava almeno all’Europa che la carta geografica del principe di Metternich era abitata da un popolo di vivi, poichè egli li uccideva. Eccettuato la Germania, obesa di metafisica e di cervogia, troppo satolla di libertà di coscienza per sentire bisogno della libertà d’azione; affaccendata a ballare nelle quaranta corti de’ suoi principini, ed a pipare nelle mille birrerie delle sue metropoline, quando non era assorta a cercare nell’azzurro le incarnazioni dell’idea; eccettuato, ripeto, codesta Germania effigiata sul vivo dall’ironia immortale di Heine, rimasta per cinquant’anni in mezzo al fiottar dell’Oceano europeo come un’isola caliginosa popolata da spettri di sognatori e d’illuminati, non angolo, può dirsi, della terra in cui non fumasse un vulcano e non serpeggiasse una mina; da cui non partisse un gemito d’oppressi, un grido di libertà, un tumulto di congiure e di sommosse.

Quale impressione dovessero produrre quei fatti sullo spirito di Giuseppe Garibaldi, non è veramente scritto in nessun luogo, ma è facile indovinarlo. Tempra d’animo gagliarda come di corpo; posseduto fin da’ primi anni dalla passione dell’eroico e del meraviglioso; già invasa la mente dai fantasmi d’una Roma che portava nella grandezza delle sue rovine i presagi della sua risurrezione; educato nella libertà dei mari a quel fiero sentimento d’indipendenza che nella gente dell’arte sua è seconda natura; nato e cresciuto in quella regione d’Italia che prima aveva dato il segnale della riscossa, ed echeggiante tuttora delle maledizioni dei vinti di Novara e dei martiri d’Alessandria a Carlo Alberto «traditore,» pochi uomini dei viventi nella Penisola potevano offrire alle tante scintille di quell’incendio, che avvolgeva mezza Europa, una materia più pronta ed infiammabile.

Tuttavia se poteva dirsi che in fondo all’anima del Nizzardo covassero fin d’allora tutte le collere dell’Italiano, tutte le passioni del patriotta e tutti i propositi dell’eroe, la favilla decisiva, che da quel braciere sprigionasse la fiamma, non v’era peranco piovuta. Infatti fino a quel giorno egli aveva bensì prestato ascolto a tutte le voci che la patria lontana martire o combattente mandava a’ suoi figli: seguiva bensì ne’ pochi libri e giornali che gli cadevano tra mano tutte le vicende di quella multiforme battaglia che non l’italiano solo, ma tutti i popoli d’Europa pugnavano contro i loro oppressori; ma i lontani viaggi, le prolungate assenze, le molteplici cure dell’arte sua gli avevano impedito di penetrare più addentro in quel mondo politico, ancora in gran parte sotterraneo, che fremeva intorno a lui; e nell’impossibilità di conoscere davvicino le idee, gli attori, i mezzi della vasta impresa che si preparava, spiava attento l’occasione e temporeggiava.

E non è qui tutto. Garibaldi a quei giorni non pensava solo all’Italia: un sogno più splendido aveva attraversato la sua mente; una passione più magnanima faceva battere il suo cuore. Un giorno del 1832 sua madre fu udita esclamare: «I Sansimoniani mi hanno guastato mio figlio;[23]» e la brava donna, che probabilmente confondeva nella sua mente coi «Sansimoniani» ogni specie di rivoluzionari, diceva il vero più che non pensasse.

Quando sulla fine del 1832 i Sansimoniani della seconda generazione furono scacciati dal tempio di Ménilmontant e sbanditi dalla Francia, taluni di loro, come il Rodriguez, il Chevalier, il Duveyrier, restarono in patria a cercare altre occupazioni ed altra sorte; altri invece, come l’Enfantin e il Barrault, emigrarono per l’Oriente, il quale, dice Luigi Blanc, «già era sommosso da audaci tentativi di riforme e sembrava allettare alle conquiste dell’intelletto, e offrire terreno più propizio alle loro dottrine.»

Ora il caso volle che Garibaldi rifacendo nello scorcio di quell’anno uno de’ suoi consueti viaggi in Levante, incontrasse, non sappiamo in che porto, appunto la comitiva di quei proscritti, di cui il Barrault era in certa guisa la guida, e come sospinto subitamente verso di essi da un’arcana simpatia, li accogliesse al suo bordo e continuasse il viaggio con loro.

Ora quali potessero essere su quel bastimento i discorsi di quegli uomini esaltati dalla passione della loro fede proscritta e di quel marinaio ingenuo e fantasioso; quale fáscino dovessero esercitar sul suo spirito le splendide utopie di quei profeti sacrati a’ suoi occhi dalla sventura e dall’esilio, e annunzianti sotto la vôlta stellata del cielo, sulla stesa del mare infinito, nel silenzio delle notti luminose d’Oriente il prossimo avvento della Pace e dell’Amore sulla terra, la esclamazione della signora Rosa ce l’ha in parte svelato, e l’avvenire lo chiarirà.

Certo Garibaldi non avrà nè tutto capito, nè tutto creduto. Probabilmente il senso intimo di tutte quelle mistiche formole, e di quegli economici filosofemi, onde componevasi il verbo del Nuovo Cristianesimo, gli sarà sfuggito; probabilmente l’ufficio dell’«Uomo-coppia,» il dogma della «Donna-Messia,» la missione del «Tempio-teologico-industriale» del padre supremo Enfantin, e del suo diacono Bazard, l’avranno lasciato incredulo o insensibile; ma intanto tutte quelle dottrine di fratellanza universale, di estinzione del proletariato, di livellamento di tutte le classi sociali, s’insinuavano ad una ad una nella sua mente più atta ad innamorarsene che capace di giudicarne, e vi deponevano i primi semi di quelle larve socialistiche e umanitarie, che, covate poscia dai nativi istinti del suo carattere e invigorite nella solitudine dei Pampas e dell’Oceano, gli nasconderanno un giorno il senso pratico delle cose, ombreggeranno di contradizioni, di controsensi, di eccentricità la sua eroica figura, e gli daranno quel proteiforme aspetto di patriotta arrabbiato, di umanitario fanatico, di apostolo della pace universale, e di soldato cosmopolita di tutte le guerre, che confonde tuttora i giudizi della storia, e stanca talvolta l’ammirazione de’ suoi più devoti interpreti.

VIII.

Però conviene dir tutto. Anche allora, a ventisette anni, nel caos di quel cervello, nel tumulto di quel cuore c’era un’idea chiara, fissa, imperiosa, che ad un dato punto pacificava tutte le contradizioni, vinceva tutte le incertezze e imponeva silenzio a tutte le utopie: l’Italia.

Bellissima la fratellanza dei popoli, ma al patto antico: «Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli;» stupenda la pace universale, ma colla riserva d’una guerra, d’una sola; implacabile se farà di bisogno, al coltello se occorresse, la guerra santa contro lo straniero, che profanava il suolo della patria e proteggeva con la sua ombra tutte le minori tirannidi che la dilaniavano.

Che se questi sentimenti, nati da tempo, come dicemmo, nell’animo del nostro eroe, vi erano rimasti fino a quel giorno assopiti ed incerti, venga una voce che li susciti, si presenti un’occasione che li sprigioni, ed essi romperanno in tutta la lor nativa fierezza, e guideranno la sua vita. Per ventura sua, la voce parlò, l’occasione venne, e fu decisiva.

Un giorno del 1833 Garibaldi, navigando nel Mar Nero, entrava in una locanda di Taganrok, dove intorno ad una tavola stavano seduti in animati colloqui alcuni marinai e mercanti italiani. In sulle prime il nostro Capitano, il quale aveva preso posto in disparte, non pose mente a quei discorsi. Ma ad un tratto alcune parole uscite dalla bocca d’uno di que’ suoi compatrioti ferirono il suo orecchio, e gli fecero voltar la testa verso il giovane che le pronunziava. Infatti l’argomento, di cui questi intratteneva i suoi interlocutori, era importantissimo, il più importante certamente di quanti potessero fermare l’attenzione di Garibaldi: parlava d’Italia. Parlava d’Italia, e ne ricordava con accento appassionato la passata grandezza e la presente vergogna, ne dipingeva gli errori e i martirii, i disinganni e le speranze. La diceva vinta, ma pronta a ripigliare la lotta; svelava che una vasta associazione creata dalla fede amorosa di un apostolo ligure, consacrata dal nome auguroso di Giovine Italia, non più legata ai morti simboli delle vecchie sètte, non più avvinta alle promesse dei Principi, ma credente soltanto nell’aiuto di Dio e nel braccio del popolo (Dio e Popolo), raccoglieva in un fascio tutti i buoni, apparecchiava i cuori ed affilava le armi per una suprema e non lontana battaglia. Esclamava infine ch’era dovere di tutti entrare in quella società, seguir quell’apostolo, serrarsi intorno al sacro vessillo da lui inalberato, e dar la vita e gli averi per esso. Ed altre cose forse egli soggiunse ed altre ne voleva soggiungere, quando Garibaldi più non sapendo dominare la tempesta d’affetti che durante tutto quel discorso gli si era scatenata nel petto, si slancia verso quello sconosciuto che gli aveva irraggiata l’anima di una luce sì inattesa e discoperto il nuovo mondo de’ suoi sogni e delle sue speranze, e stringendoselo al cuore gli giura che da quel giorno egli è suo per sempre.

Giuramento d’Annibale, ripetuto, forse la notte medesima nell’impeto della prima emozione, nei tronchi versi d’una strofa:

Nell’età giovanil.....

Là sui ghiacci del Ponto giurava

Per la terra natale morir;

suggellato coll’intera sua vita nella storia.

Chi fosse quel credente che, per usare le parole stesse di Garibaldi, «lo iniziò ai sublimi misteri della patria,» è oggi notissimo.

Era lo stesso Cuneo narratore dell’episodio.[24] Quel Giovanni Battista Cuneo di Oneglia che in gioventù aveva esercitata l’arte del mare e navigava appunto in quell’anno nel Mar Nero; ascritto fin d’allora fra i più ardenti seguaci della Giovine Italia; divenuto da quel giorno uno de’ più fidi e devoti amici di Garibaldi, come lo era già di Mazzini; caro più tardi a tutti gl’Italiani emigrati al Plata, siccome uno de’ loro più infaticabili ed utili protettori; eletto dalla Repubblica Argentina suo rappresentante nel nuovo regno d’Italia, e dopo una vita lunga, tutta spesa in pro della patria e dell’umanità, morto in Firenze nel compianto universale sulla fine del 1875.[25]

La inattesa rivelazione del Cuneo fu a Garibaldi il «terra, terra» dei seguaci di Colombo. «Certo (egli scriveva) non provò Colombo maggior contento alla scoperta d’un mondo, di quel che ne provavo io al trovare chi s’occupasse della redenzione italiana.[26]» Epperò da quel momento egli non ebbe più che un pensiero: correre in Italia, cercare di quell’associazione che raccoglieva in una trama tutte le fila dei più ardenti patriotti; trovare quell’uomo che n’era l’anima e il duce; offrire il suo braccio, chiedere il suo posto di combattimento, agire; agire soprattutto e presto, poichè la sola parola che egli intendeva fin d’allora, il solo modo con cui egli concepisse il cospirare e il servire la patria, era l’azione.

Ed eccolo infatti verso la fine di luglio arrivare a Marsiglia, presentarsi a Mazzini, che da parecchi mesi aveva piantato colà il focolare della sua propaganda, rinnovargli il giuramento di Taganrok, dargli il proprio nome e prenderne un altro di guerra giusta il rito sociale, scriversi nel gran ruolo degli affigliati, e ricevere la sua parola d’ordine per l’impresa creduta imminente.

«Da quel giorno (scrive Mazzini in una nota delle sue Memorie) data la mia conoscenza con lui: il suo nome nell’associazione era Borel.[27]»

Parole, a dir vero, un po’ troppo brevi e asciutte per indurre la credenza che fino da quel giorno il già celebre profeta presentisse lo straordinario destino, a cui quel suo nuovo «fratello» era chiamato.

E poichè nemmeno il discepolo si curò di dirci quale impressione producesse sull’animo suo il primo contatto con quel maestro, a cui nessuno poteva accostarsi senza grande emozione, così spunta nella mente un dubbio. Che anche il marinaio nizzardo abbia subito il fáscino dell’agitatore genovese, e che questi l’abbia accolto con quell’affettuoso abbandono e quella famigliare benevolenza, con cui egli soleva festeggiare tutti i giovani che andavano a lui, non è a dubitarne; ma che sia corsa fra di loro quell’elettrica scintilla che accende nell’anima la fiamma dell’amore reciproco, accomuna in un istante e identifica i pensieri e gli affetti di due vite, e muta le effimere fratellanze politiche in vera e durevole amicizia, questo, a dir vero, non ci sembra bastevolmente accertato; e il laconico cenno fatto da entrambi del primo incontro, le gare, i dissidi, le gelosie scoppiate più tardi fra di loro e infine la profonda disformità e quasi opposizione dei loro caratteri mi sembra giustifichino sufficentemente il sospetto che nel ritrovo di Marsiglia l’eroe abbia promesso all’apostolo il suo braccio, e l’apostolo abbia svelato all’eroe il suo verbo, ma che nessuno dei due abbia dato interamente il suo cuore.

IX.

Se non che quando Garibaldi sbarcava a Marsiglia la Giovine Italia aveva ricevuto un fierissimo colpo. Spiata, traccheggiata da tempo da tutte le polizie della Penisola, tradita da fanciullesche imprudenze o da scellerate denunzie, sorpresi i suoi ritrovi, sgominate le sue file, spento sui patiboli, sepolto nelle carceri, disperso nell’esiglio il fiore de’ suoi adepti, sembrava venuta per essa l’ultima ora. In Piemonte, soprattutto, il governo di Carlo Alberto aveva bandito contro i Mazziniani una caccia sì feroce, che le vendette di Carlo Felice, del Borbone e dell’Austria nel ventuno, le stragi dell’Estense e del Papa nel trentuno, possono essere dette al paragone atti di moderata e legittima difesa. Non più leggi nè magistrati, non più solennità di giudizi nè regolarità di procedure: unici titoli d’accusa e mezzi di prova le denunzie, la corruzione, i tormenti: unici giudici i Consigli di guerra, unica legge l’arbitrio militare e poliziesco, ispirato dal capriccio e dal terrore. Si voleva, dicevasi, che il giovine Re «gustasse il sangue,» e il sangue infatti scorreva a fiotti. Il militare che possedesse uno scritto della Giovine Italia, o lo desse a leggere, o non denunciasse i lettori, o fosse creduto consapevole d’una trama vera od immaginaria qualsiasi e non la rivelasse, fucilato nella schiena; il civile accusato d’altrettanto, fucilato, somma grazia, nel petto. Così perivano: a Chambéry il tenente Effisio Tola, il sergente Angelo De Gubernatis, il caporale Giuseppe Tambarelli; a Genova il maestro di scherma Gavotti e il sergente Biglia; in Alessandria i sergenti Ferrari, Minardi, Rigasso, Costa, Marini, l’avvocato Vochieri; mentre eran serbati alla medesima sorte gli avvocati Scovassi e Berghini, il luogotenente Arduino, il sottotenente Maccarezza, i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina, il chirurgo Scotti, il marchese Cattaneo, il marchese Rovereto, il possidente Gentilini, lo scultore Giovanni Ruffini e lo stesso Giuseppe Mazzini, se quelli non fossero fuggiti a tempo al supplizio che li attendeva, e questi non l’avesse già prevenuto coll’esiglio in cui da due anni errava.

Era il Terror bianco in tutta la sua ferocia. Chi sfuggiva al piombo ed al capestro, se non aveva cercato in tempo salvezza nella fuga, languiva nelle galere dei ladri e dei malfattori.

E la morte non era per molti il peggiore dei supplizi. Iacopo Ruffini per fuggire agli agguati de’ suoi interrogatori, e tremante soltanto che dal corpo affranto dai tormenti uscisse una parola denunziatrice de’ compagni, si forava in prigione la gola.

Vochieri, neroniana raffinatezza di martirio, era trascinato alla morte per la via stessa, in cui abitavano sua madre e le sorelle, e al generale Galateri parve eroico d’assistere, seduto su un cannone, al suo supplizio.

Orrenda pagina che Novara ed Oporto hanno espiato, ma che la storia non può cancellare.

Questa catastrofe, che, fin dai primi anni, sperdeva le fila della nascente associazione, resa anche più grave dai processi già aperti in Lombardia e nei Ducati, avrebbe da sè sola dovuto bastare, se non a levare di speranza, almeno a consigliare l’indugio e la prudenza a qualsiasi anima più temeraria; non a Giuseppe Mazzini.

A lui parve invece che crescesse la necessità di rompere gl’indugi, di rianimare gli spiriti abbattuti, e com’egli diceva, «moralizzare il partito» con un fatto che ne attestasse la fede e la forza. E colla subitaneità di quella fantasia che s’illuse sempre di potere con un atto di volontà sollevare a giorno e ora fissa i popoli, e sommergere i troni, ordiva la spedizione di Savoia e ne comunicava agli amici vicini e lontani il disegno.

Il quale disegno, siccome è noto a tutti, compendiavasi ne’ suoi concetti generali in questo: raccogliere tutti i fuorusciti italiani, polacchi, tedeschi agglomerati in Svizzera nei cantoni di Berna, Zurigo, Neufchâtel, Vaud e Ginevra; ordinarli militarmente; dividerli in due colonne, le quali, movendo una da Ginevra e l’altra da Lione, si congiungessero a Saint-Julien, e di là marciassero insieme su Annecy, e per la Savoia, sollevando le popolazioni e contando sull’affratellamento dell’esercito, penetrassero in Piemonte.

Questo movimento però non doveva essere isolato; all’invasione esterna doveva rispondere simultanea l’insurrezione interna, e fra le città destinate ad insorgere quella, su cui il Mazzini faceva maggiore assegnamento, era la sua patria: Genova.

Veniva così la volta di Garibaldi.

Qual luogo e qual parte il maestro gli avesse assegnata nell’impresa, non sapremmo affermare; certo è che prima della fine di luglio Garibaldi scompare da Marsiglia, torna in Italia, entra al più presto in intima corrispondenza con quanti patriotti di Liguria e di Genova gli è dato incontrare, interviene alle loro serali conventicole, partecipa alle loro trame; poi, a un tratto, si presenta al Dipartimento marittimo, e s’arruola nella regia marina come marinaio di 3ª classe col nome di guerra di Cleombroto.[28]

Perchè? Come mai il capitano marittimo consentiva di ridiscendere al grado di semplice marinaio, e il patriotta s’acconciava a servire nella flotta di quel Re, a cui aveva giurata la guerra? Per qualcosa la Giovine Italia doveva entrare in quella risoluzione, e il motivo doveva essere quell’unico e supremo che governava ormai tutti i pensieri e tutte le azioni del novello iniziato: la patria. Infatti l’arruolamento di Garibaldi si collega direttamente e alla spedizione di Savoia e al moto di Genova che doveva secondarla. Nel concetto dei rivoluzionari genovesi il moto della loro città doveva essere fiancheggiato e sostenuto in mare da una rivolta della flotta, o almeno da qualche legno di essa; e per questo era necessario che qualche marinaio accorto e ardito s’insinuasse tra gli equipaggi, e segretamente li catechizzasse e attirasse nella congiura.

Ora a questi uffici nessuno parve più idoneo di quel Garibaldi, che già tra la gente di mare era popolarissimo; ed ecco come il cospiratore Borel divenne sui ruoli d’una marina regia il marinaio Cleombroto.

Intanto l’ora dell’azione s’avvicinava a gran passi. Mazzini, vinti alla fine i temporeggiamenti del Ramorino, cui per un inconcepibile acciecamento (fatale in quell’anno ai repubblicani come lo sarà quindici anni dopo ai regi) era stato affidato il comando supremo della spedizione di Savoia, la fissava immutabilmente per i primi di febbraio, e ne rendeva edotti tutti i caporioni perchè si tenessero pronti.

Ora come rispondesse a quell’appello il Piemonte, l’evento lo chiarì; come vi rispondesse da parte sua Garibaldi, l’udimmo da lui stesso narrare così.[29] Riuscito a farsi imbarcare il 3 febbraio sulla fregata Des Geneys, la quale per essere ancorata nel porto a Genova e servita da gran numero di marinai suoi amici sembrava una delle prede più facili ai patriotti, vi stette aspettando tutto quel giorno, deliberato e sicuro, l’ultimo cenno. E l’ultimo cenno venne; era di agire per la sera del 4 febbraio; i marinai impadronirsi delle navi; i cittadini assaltare la caserma di Piazza Sarzana e insignorirsi della città. Sennonchè, poco prima del tramonto, Garibaldi, o perchè disperato di non potere agire con buon successo sul Des Geneys, o perchè all’ultimo istante gli fosse entrata nell’animo la ripugnanza di voltar le armi contro i suoi camerati e ufficiali (i motivi per cui lasciò il Des Geneys restarono sempre un po’ oscuri), il fatto è che intasca due pistole, diserta da bordo, scende in città e corre alla Piazza Sarzana, pronto ad unirsi ai primi gruppi d’insorti che certo non potranno tardare a comparire. Ah! Garibaldi non sapeva ancora che cosa sieno le insurrezioni decretate dal fondo d’un gabinetto, a ora fissa di cronometro, con battaglioni di combattenti scritti sulla carta, affidate a giuramenti di segretezza che la storditaggine e la perfidia avevano violati prima di pronunciarli. Noi lo sappiamo. Son due ore infatti ch’egli aspetta: due lunghe ore ch’egli gira e rigira per quella piazza, e palpa impaziente le sue pistole, e appiattato nei canti interroga cogli occhi i rari viandanti nella speranza di trovare in essi gli attesi compagni; che tende l’orecchio per udire se qualche colpo di fucile, almen qualche eco lontana di sommossa gli arrivi dall’altra parte della città. Indarno: non un uomo sulla piazza; non un moto per le vie; non un amico dei tanti giurati; non un grido per tutta Genova.

Già da ogni parte arriva fino a lui la voce che tutto è fallito, che il corpo di Ramorino è disciolto, che l’altra banda di Chambéry è dispersa, che nessuna città ha risposto all’appello, che il governo consapevole della congiura ha già cominciato le persecuzioni e gli arresti; pure egli non sa rassegnarsi a crederlo, esita ad abbandonare il posto di battaglia che gli è assegnato; vorrebbe attendere ancora. Che mai? Fitti pelottoni spuntano da tutti gli sbocchi della piazza e cominciano ad asserragliarla: ancora pochi istanti, e Garibaldi sarà chiuso in un cerchio di ferro senza uscita: l’indugiarsi più oltre sarebbe stata follía. Allora, ormai convinto dalla innegabile testimonianza de’ suoi occhi, si slancia fuori della piazza; si rifugia nella bottega d’una fruttivendola e raccontatole il suo caso la impietosisce; cambia nei panni d’un contadino la sua camicia di marinaio; esce ardito dalla casa ospitale, s’avvia franco come andasse alla passeggiata verso Porta Lanterna e la varca insospettato; fatti pochi passi, lascia la via maestra, traversa campi e giardini, salta muri e siepi e infila la montagna; marcia tutta la notte, guidandosi colle stelle, nella direzione di Sestri Ponente; mangia e dorme alla meglio nelle osterie fuori di mano, nelle capanne de’ contadini, sotto le tettoie de’ campi; arriva il decimo giorno a Nizza; sta nascosto un giorno nella casa di una sua zia, dove rivede ed abbraccia sua madre; riprende nella notte seguente, accompagnato da due amici, il cammino verso il Varo; trovatolo ingrossato dalle pioggie, lo traversa parte a guado, parte a nuoto; dice addio a’ suoi compagni; tocca il suolo francese; è in salvo.

X.

Almeno lo crede; anzi è tanto lontano dal pensare che la Francia di luglio respinga o mandi a confino i profughi politici, che, date appena le spalle al fiume, cammina diretto verso il posto dei doganieri di custodia al passo, e si mette volontario nelle loro mani. Mal glien’incolse, che i doganieri ubbidienti alla loro consegna lo dichiarano in istato d’arresto, e se lo conducono in mezzo di là a Grasse, e da Grasse a Draghignan, ove aspetteranno, dicevano, nuovi ordini da Parigi.

Nè il prigioniero oppose resistenza di sorta. Soltanto avvistosi che s’era un po’ troppo affrettato a fidare nella ospitalità del governo di Luigi Filippo, ed essendo in ogni caso troppo uccello di bosco per accomodarsi in una gabbia qualsiasi, delibera in cuor suo di ottenere colla destrezza quello che sarebbe vano tentare colla forza; e come un uomo sicuro che o prima o poi l’opportunità di schizzar dalle mani di quegli inaspettati custodi non gli può fallire, si lascia tranquillamente condurre. E non ebbe ad attendere molto. Giunto infatti a Draghignan e condotto al primo piano di non so quale caserma, Garibaldi s’affaccia alla finestra, coll’aria noncurante di uno che contempli il paesaggio; s’assicura in un baleno che ogni dintorno è deserto; misura d’un’occhiata la distanza dal suolo (una miseria di quindici piedi, quanto basta, a dir vero, per fiaccarsi il collo); e colto l’attimo in cui i doganieri voltano l’occhio, spicca il salto, si trova in un giardino, ne scavalca la muraglia, è in un balzo nei campi; e prima che quei valenti guardiani delle dogane francesi, non abbastanza acrobati per seguitarlo per quella via aerea della finestra, abbiano scossa la sorpresa, e poi presa la scala, girata la casa e girato il giardino, egli è già una macchia confusa tra le giravolte della montagna, e li saluta tanto.

La mira del nostro profugo è Marsiglia, e come aveva fatto da Genova a Nizza, viaggiando la notte, guidandosi colle stelle, tenendo la montagna, cansando i grossi paesi, mangiando come poteva, dormendo dove capitava, s’avvicina a grandi giornate alla mèta. Sennonchè, più a rompergli la monotonia del viaggio che a conturbarlo seriamente, ecco un’altra avventura.

Giunto non sa nemmeno lui in quale villaggio, entrato per un po’ di cibo e di riposo in una locanduccia, incoraggito dall’affabile accoglienza dell’oste e dell’ostessa, commette l’imprudenza di raccontar loro tutta la storia della sua fuga. L’oste, al contrario, tutt’altro che rassicurato dall’aspetto di quel cliente che aveva due polizie alle calcagna, passava i fiumi a nuoto, aveva così in uggia le strade maestre, saltava le finestre di quindici piedi e probabilmente saldava allo stesso modo lo scotto delle osterie; l’oste, dico, gli si volta con un viso tutto annuvolato, e gli annuncia, con grande suo dispiacere, d’essere nella dura necessità di arrestarlo.

Arrestarlo? Un uomo solo arrestare un altro uomo, che aveva il pugno, il garretto e il cuore di Giuseppe Garibaldi? Non era cosa da pigliarsi sul serio. E la prima risposta che egli fece alla bizzarra uscita fu una solenne risata; poi sempre in tuono di motteggio e colla maggior calma del mondo continuò: «Se proprio vorrete arrestarmi, ci sarà sempre tempo. Lasciate almeno che finisca questa buona cena, che sarei anche capace di pagarvi il doppio;» e commentando coll’atto la parola, fece saltellar nel taschino quei pochi che gli erano rimasti, e continuò tranquillamente il suo pasto. Fosse la calma risolutezza della risposta, fosse l’argomento persuasivo di quel suono argentino, l’oste non trovò replica; ma poichè egli continuava a guatar di sottecchi il nostro viaggiatore, questi non si sentì ancora del tutto rassicurato, e, senza parere, si tenne in guardia.

Tanto più che da qualche minuto l’osteria si veniva riempiendo dei soliti avventori del villaggio, i quali, sebbene si andassero sparpagliando di qua e di là per le tavole a bere, a giuocare, a pipare, senz’altra cura apparente che di darsi buon tempo, non era però tra i casi improbabili che al primo appello dell’oste, amico e compaesano, si mutassero tutti in suoi alleati, e si dichiarassero pronti a dargli man forte contro il sospetto forestiero.

Conveniva dunque manovrare, e Garibaldi che andava facendo in quella fuga le prime prove di quell’arte dei piccoli stratagemmi che sarà un giorno tanta parte della sua scienza e della sua fortuna militare, ne trovò per la circostanza uno felicissimo.

Attorno ad una delle tavole una brigata di giovanotti, più chiassona delle altre, cantava allegramente, alternando le canzoni ed i cantori con grande sollazzo di tutta la compagnia. Ora che fa Garibaldi? S’alza di scatto, va diritto alla tavola dei cantori, impugna un bicchiere: «Ed ora, esclama, permettete una canzone anche a me;» ed intuona il Dieu des bonnes gens, la più popolare delle canzoni di Béranger. L’aria gradita, la voce limpida, sonora, intuonatissima del cantore, l’accento, il piglio, l’aspetto, tutto quell’assieme di gagliardia fiorente, di franchezza marinaresca, di eleganza popolare che doveva essere Garibaldi giovine, fanno montar talmente il buon umore della gioiosa brigata, sprigionano tra i vecchi avventori e il nuovo compagnone tale una magnetica corrente di viva simpatia, che questi ormai non solo potrebbe burlarsi delle minaccie dell’oste, se mai erano fatte sul serio, ma essere in grado di arrestare coll’aiuto di quei suoi nuovi amiconi l’oste in persona e i gendarmi per giunta, se tanto occorresse.

XI.

Passato quel rimanente di notte fra i bicchieri ed il chiasso (avventura poco abituale, come si vedrà, nella vita del Nostro), si rimette in cammino per Marsiglia; il ventesimo giorno dacchè aveva dato le spalle a Genova (25 febbraio) vi arriva; appena in città entra per ristorarsi in un caffeuccio, prende in mano il primo giornale che gli capita, Le peuple souvrain de Marseille, e che cosa vi legge? La sentenza che lo condanna a morte come «bandito di primo catalogo» e lo espone alla pubblica vendetta; la sentenza che abbiamo pubblicata nella prima pagina di questo libro.

Non dovette essere un’improvvisata piacevole! Garibaldi, come vedemmo, notò con un tal quale accento di compiacenza che fu quella la prima volta in cui lesse il suo nome sui giornali; e noi concediamo che il sentirsi in un tratto divenuto uomo celebre e importante, il vedersi onorato da una sentenza capitale, l’occupare un posto in quel libro nero dei perseguitati, che era pure il libro d’oro dei patriotti, dovesse a primo tratto far correre una vampata d’orgoglio alla fronte del giovine proscritto. Però si può essere Garibaldi fin che si vuole, ma non si legge una sentenza di morte, che anco ineseguita rizza tra la patria e la terra d’esiglio una barriera insormontabile, e vi condanna ad una vita lunga se non perpetua di patimenti, di sacrificio e di guerra, senza una forte commozione, senza pensare per lo meno molto seriamente a’ casi suoi.

E Garibaldi mostrò di pensarci, cambiando issofatto il suo nome, ormai troppo pericoloso, in quello di Giuseppe Pane. Era così, oltre il suo, il terzo nome che barattava in quell’anno: Borel per la Giovine Italia: Cleombroto per la marina di Carlo Alberto: Pane per Marsiglia e il Governo francese.

Bisognava però pensare a vivere; laonde, patito un mese d’ozio forzato nella casa ospitale del suo amico Giuseppe Paris, riuscì ad accaparrarsi un posto di secondo sul brigantino Unione, capitano Bazan, che doveva far vela per il Mar Nero. Intanto però, così per non perder l’abitudine, salva, buttandosi all’acqua, un giovanetto che annegava nel Porto, e sottrattosi alle lagrime di gratitudine della madre del salvato, la quale se vivesse continuerebbe ancora a ringraziare il marinaio Pane, salpa indi a pochi giorni per Odessa.

Ma tornato di là sul finire del 1834, e già tocco dai primi assalti di scontento della vita prosaica e monotona del marinaio mercantile, gli frulla di assoldarsi nella flottiglia di Hussein, bey di Tunisi, che era stato preso dal frugolo di riformare all’europea il suo esercitino e la sua armatetta; poi uggito e fors’anche vergognato da quella assisa d’ufficiale barbaresco, pianta anche il Bey, e fa ritorno verso la metà del 1836 a Marsiglia. Trovatala sotto il flagello del colèra, udito che negli ospedali si cercavano volonterosi, e come dicevano benevoli ad assistere gl’infermi, pare bella alla sua fantasia di eroe filantropo anche quella parte; passa quindici giorni e quindici notti al letto di quegli ammalati, che uccidono il più delle volte i loro infermieri, e scampato da quel pericolo, e calmata la moría, si mette di nuovo alla cerca d’un imbarco; e la fortuna lo favorisce, quella volta, oltre le sue speranze. Scopre che un certo brick, il Nautonier,[30] capitano Beauregard, allestisce per Rio Janeiro; la vaghezza di vedere nuove terre lo seduce; l’Oceano non mai solcato, ambito cimento de’ forti navigatori, lo attira; dovunque volga lo sguardo non vede per tutta Italia alcun segno di prossima riscossa; laonde, chiesto ed ottenuto il comando in secondo di quel bastimento, dà un lungo addio a quella vecchia Europa, che non aveva più per lui nè promesse nè inganni, e fa vela per il Nuovo Mondo.

E qui si chiude la sua prima giovinezza. L’America diviene per dodici anni la sua seconda patria, la culla della sua vita nuova, il terreno in cui tutte le native energie del suo animo vigoreggiano e fruttificano; la forma insomma in cui si gettano tutti i moltiformi lineamenti della sua figura, fino allora sbozzati, e si plasma definitivamente il carattere dell’uomo.

Là in quell’America meridionale, posta tra le Amazzoni e la Plata, al cospetto di quella possente e pittoresca natura, lungo le oceaniche correnti dei fiumi smisurati, traverso le deserte praterie dei pampas, in mezzo alle nomadi scorribande dei gauchos, nella consuetudine quotidiana d’un popolo diverso e variopinto, miscuglio secolare di barbarie indiana, di fierezza spagnuola, di ardimento portoghese, di superstizione cattolica, impastato col sangue degli avventurieri, dei banditi e degli eroi di tutto il mondo; là dove la guerra è un trastullo, il getto della vita una voluttà, l’ospitalità all’inoffensivo pellegrino un culto, ma l’odio allo straniero dominatore una religione; là in quell’America, dico, degli eroismi favolosi, delle fazioni feroci, delle rivoluzioni subitanee, delle dittature sanguinarie, dei governi d’un giorno, si svelò l’eroe, s’iniziò il capitano, si educò, quale che egli sia, il politico; e chi vorrà conoscere un giorno il Garibaldi vero, e salire alle origini della sua celebrità e della sua fortuna e spiegarsi nelle loro più riposte cagioni, così le sue virtù come i suoi errori, e possedere insomma tutto l’intimo segreto di codesta leggendaria esistenza, apparente tuttora alla nostra civiltà come un enigma ed un anacronismo, o deve seguirlo passo per passo, di pensiero in pensiero, d’avventura in avventura di là dall’Oceano, o rinunciare a comprenderlo.

Capitolo Secondo. DA RIO GRANDE DEL SUD A MONTEVIDEO.
[1837-1841.]

I.

Sbarcato a Rio Janeiro, trovò subito una grande fortuna; rara certamente per ogni uomo, inestimabile per un esule: un amico. E quel che è più un amico compatriota, parlante la medesima lingua, partecipe ai medesimi sentimenti, innamorato del medesimo amore per la patria lontana; della patria stessa ricordo vivente.

Nella piccola colonia d’Italiani che aveva scelto per asilo il Brasile, contava in quell’anno 1836 fra i più stimati ed importanti Luigi Rossetti di Genova, marino esso pure di professione, fuoruscito dalla patria pei rovesci del 1831, uomo d’alti sensi, di non comune intelletto e di fortissimo cuore.

«Io non l’avevo mai veduto (dice Garibaldi), ma l’avrei distinto nella moltitudine. Incontratolo al Largo do Passo, gli occhi nostri si trovarono e non sembrò per la prima volta; ci sorridemmo scambievolmente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili. Io ho descritto altrove tutto il valore di quella bell’anima. Io morrò forse senza il contento di piantare una croce sulla terra americana, ove riposano le ossa di quel generoso.[31]»

In attesa pertanto di suggellare con prove maggiori il patto della loro amicizia, s’accordarono di mettere in comune le loro braccia e di lavorare insieme.

Rossetti riuscì a combinare una piccola società di navigazione che doveva fare periodicamente un traffico di cabotaggio da Rio Janeiro a Cabo Frio, e Garibaldi vi ebbe naturalmente la parte principale, prendendo il comando di uno di quei bastimenti; e così senza privazioni, ma anche senza fortune, campò tutto quell’anno.

Peraltro quella vita non era più fatta per lui; quel va e vieni monotono per le medesime acque, quella navigazione obbligatoria e mestierante, priva di varietà e d’emozioni, non si confaceva più alle aspirazioni eroiche, allo spirito avventuriero, all’irrequietezza procellosa d’un uomo che veniva a chiedere alla terra d’esiglio meglio che un rifugio, una libera arena, in cui cimentare le sue forze ed agguerrirle per le remote, ma certe battaglie, a cui si sentiva chiamato; onde pochi mesi eran corsi che già meditava di lasciarla.

«Di me ti dirò soltanto (scriveva il 27 dicembre di quell’anno all’altro suo amico G. B. Cuneo, che l’aveva preceduto a Buenos-Ayres) che la fortuna non mi favorisce, e ciò che mi affligge si è l’idea di non potere avanzare nulla per le cose nostre: sono stanco, per Dio, di trascinare un’esistenza tanto inutile per la nostra terra; di dover fare questo mestiere; sta’ certo: noi siamo destinati a cose maggiori; siamo fuori del nostro elemento.[32]»

E il suo elemento lo trovò ben presto.

II.

Il Brasile comincia da qualche anno ad essere fra di noi meglio conosciuto ed estimato: l’uso intelligente e moderato ch’egli fa da quasi mezzo secolo di una delle più liberali costituzioni del secolo; le riforme introdotte dal suo dotto e benefico Imperatore in ogni ramo della pubblica legislazione ed economia; la emancipazione dei negri compíta senza i conflitti sanguinosi che misero in forse la vita degli Stati Uniti del Nord; le maggiori scoperte della civiltà applicate con celerità, che misurata alla stregua degli ostacoli opposti dalla vastità del suolo e dalla tenacia delle tradizioni direste meravigliosa; la parte sempre più operosa che esso prende al lavoro scientifico ed economico dei due mondi; l’asilo infine più sicuro forse e più produttivo d’ogni altra parte d’America che vi trovano gli emigranti del vecchio continente, tutto ciò costringe da qualche tempo l’Europa a volgere uno sguardo più attento e più simpatico alla storia d’un paese, che paga un sì largo tributo alla civiltà presente e ne promette uno maggiore alla avvenire.

E quella storia, se i limiti di questo studio lo consentissero, noi la narreremmo volontieri; non potendolo, ne toccheremo di volo le somme vicende.

Nei primi mesi del 1500, il portoghese Pietro Alvarès Cabral, mandato dal re Emanuele il Fortunato a rifare sulle orme di Vasco di Gama la strada delle Grandi Indie, sviato dalle correnti, sbattuto dalla tempesta contro un capo di quel nuovo continente che ancora si chiamava delle Indie occidentali, vi pianta colla bandiera del suo Re una croce, e battezza la terra incognita, per caso scoperta, col nome di Vera Cruz.

Fu questo il primo punto occupato stabilmente da Europei in quella immensa regione, che più tardi dal rosso ardente d’una sua pianta prenderà il nome di Brasile. È ben vero che pochi mesi prima anche lo spagnuolo Pinzon n’aveva intraveduta più a settentrione un’altra punta, onde il litigio insorto tra Spagna e Portogallo per la primazia della scoperta e della conquista; ma re Emanuele tagliò corto, inviando una spedizione armata, di cui era parte il nostro Amerigo, la quale, corsa ed occupata tutta quella parte di costa che va da Pernambuco a Porto Allegre, l’assicurò definitivamente al dominio portoghese.

Del felice possesso però il Portogallo non sentì in prima tutto il valore; si accampò sulle marine, abbandonò l’interno delle terre alle cento tribù indiane che da secoli l’abitavano, e s’accontentò di farne uno scarico de’ suoi galeotti e un asilo aperto ai corsari ed ai contrabbandieri che fossero tentati di convenirvi. Solo più tardi, seguendo l’esempio del leggendario Caramuro, il primo a dedurre nella baia di Todos los Santos una vera colonia, colonizza le terre, dividendole in tante capitanerie ereditarie; assoggetta, più ancora coll’opera della Compagnia di Gesù che mediante le armi, le orde indigene e le risospinge sempre più verso l’interno; concentra nelle mani di Tomaso da Susa il governo generale di tutta la contrada, e ne fonda a San Salvador la prima capitale, intanto che una colonia d’Ugonotti francesi poneva la prima pietra di quella che diverrà la sua capitale moderna, Rio Janeiro.

Ma quando nel 1580 per la tragica scomparsa di re Sebastiano e l’estinzione della sua casa, il Portogallo andò inghiottito nella mondiale monarchia di Filippo II, anche il Brasile seguì per sessant’anni la medesima sorte. Era però ben naturale che anche la grande colonia sperimentasse le conseguenze degli odii e delle rappresaglie che la demente politica di Filippo II suscitava per tutto il mondo; non scoppiava una guerra in Europa che il Brasile non ne sentisse il contraccolpo. Il conflitto coll’Inghilterra gli rovescia contro un nugolo di arditi corsari inglesi che ne devastano le coste, mentre gli Olandesi, già potenti in terra ed in mare, dopo aver spogliato Filippo III delle più ricche gemme dell’Indie orientali, vanno ad assalire Filippo IV ne’ suoi possedimenti brasiliani; e in una guerra di dodici anni (1624-1636), malgrado la eroica resistenza dei Portoghesi, gli strappano a palmo a palmo tutta la costiera che va dalle rive del San Francisco fino al Rio Grande del Nord. Così sulla terra del Brasile si assidono due diverse signorie, che si toccano e si urtano ad ogni passo, ed espongono quel paese a nuovi e non lontani conflitti.

III.

La conquista olandese però non fu nociva al Brasile.

Mentre la Spagna, smarrita dietro la chimera del favoloso Eldorado, trascurava il massimo interesse della fertilizzazione del suolo, e non scuopriva nuove regioni che per depauperarle a beneficio de’ suoi avidi governatori, e abbandonarne le tribù indigene alla caccia selvaggia di quei feroci coloni di San Paolo, che furono detti i Mamelucchi d’Occidente, il Governo olandese, nella mano prudente e liberale di Maurizio di Nassau, tentava cattivarsi l’amore e l’obbedienza dei nativi coi beneficii d’un regime più umano e civile. Invano! Tra il Brasile portoghese e la signoria olandese si frapponeva una barriera insormontabile: la questione religiosa.

Infatti non appena il Portogallo, colla congiura che portò sul trono la casa di Braganza, si sottrae alla dominazione spagnuola e ricupera con ciò le sue antiche colonie d’America, il conflitto tra le due razze e le due religioni, che si contendevano il possesso del Brasile, si riaccende più vivo che mai; ne dà il segnale colla rivolta degli Independents la provincia di Pernambuco (1645), e dopo una guerra ostinata di nove anni gli Olandesi, battuti in terra ed in mare, sono costretti a lasciare le coste americane (1654), e il Brasile ritorna tutto quanto nel dominio de’ suoi primi colonizzatori.

Per tutto quel secolo XVII le colonie brasiliane continuano a popolarsi, ad espandersi, a prosperare; ma fiere discordie, frutto naturale dell’antagonismo tra i nuovi coloni e gli antichi, tra Portoghesi nativi e i nuovi immigrati (Paulistas e Forestieros), tra i Gesuiti aspiranti al governo temporale dello Stato, come già tenevano quello spirituale delle coscienze, e il popolo allarmato della loro invadente preponderanza, ne indugiano e ne turbano la nascente floridezza.

Nel secolo veniente, al contrario, rinascono le guerre straniere.

Luigi XIV, per vendicarsi del Portogallo che s’era lasciato trascinare contro di lui nella guerra della successione di Spagna, manda due flotte ad assalire il Brasile, ed una di esse s’impadronisce di Rio Janeiro, che soltanto a prezzo d’oro riscatta la libertà.

Pacificato colla Francia, ecco però la quistione degli sbocchi della Plata, sulla sinistra della quale il Portogallo aveva eretta per antemurale la colonia del Sacramento, intricarlo in una vicenda di conflitti dannosi e di accordi poco utili colla Spagna e colle di lei colonie finitime di Buenos-Ayres e della Banda Orientale, seme di guerre future.

Ciò nonostante i progressi del Brasile non rallentarono.

La capitale, per consiglio del conte di Pombal, grande ministro di piccolo re, è trasportata da San Salvadore a Rio Janeiro (1759). Nuove capitanerie sono istituite, tra cui quella di Rio Grande del Sud e di Santa Caterina, che avremo a rivedere tra poco; l’ultima delle tribù indiane che ancora resisteva all’Europeo è domata; i maritaggi tra indigeni e Portoghesi sono favoriti; i Gesuiti, principali istigatori delle discordie tra la Spagna e il Portogallo, vengono finalmente espulsi; il paese si va coprendo di scuole, di strade, d’istituti di beneficenza e di educazione; l’introduzione dell’indigo, della canape, del caffè, prepara all’agricoltura la dovizia di nuovi prodotti; i commerci, le industrie, la navigazione, prendono per tante cagioni nuovo elaterio; ma disgraziatamente nel 1777 il re Don Giuseppe muore, il suo favorito ministro cade, e la Spagna ne approfitta per imporre al regno rivale il disastroso trattato di Sant’Idelfonso, che spoglia il Brasile del suo unico porto sulla Plata, e d’una parte del territorio dell’Uruguay e del Rio Grande del Sud.

IV.

Frattanto erano maturati i due più grandi avvenimenti del secolo XVIII: la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti dell’America del Nord e la rivoluzione francese. Quella accendendo il desiderio e dimostrando la probabilità dell’indipendenza, e questa sollevando i popoli alla speranza della libertà, mettevano in fermento anche le colonie dell’America del Sud, e ne preparavano la non lontana emancipazione.

Quanto al Brasile, lo spirito d’indipendenza vi si era manifestato fino dal 1789 con sommosse e congiure presto soffocate nel sangue; allorchè Napoleone invadendo la penisola iberica precipitò la crisi. Nel 1808 il principe reggente di Portogallo, Don Giovanni, fuggendo innanzi al Cesare francese, ripara nelle sue antiche colonie; pianta la sede della monarchia a Rio Janeiro; favorisce la nuova capitale di privilegi; apre tutti i porti brasiliani alla navigazione, e finalmente nel 1815 eleva il Brasile alla dignità di regno. Questo fatto fu decisivo.

I Brasiliani non avevano ancora l’indipendenza, ma ne possedevano il pegno più valido e il titolo più legittimo, e nessuno avrebbe potuto ritoglier loro un dono, che era un riconoscimento indiretto della loro autonomia nazionale.

Il reggente, divenuto re Giovanni VI, tutto assorto nel conquisto della Banda Orientale (1815-1819), non lo comprese subito; ma quando nel 1821 egli fu richiamato in patria da quella rivoluzione che aveva tratto la sua principale ragione dai privilegi accordati al Brasile, il dilemma gli si parò dinanzi inevitabile: o abbandonare il Portogallo per conservare il Brasile, o perdere questo per salvar quello. Il Re si decise saggiamente pel vecchio regno; ma si vuole che, nel partire, al figlio Don Pedro, rimasto reggente del nuovo, pronosticasse la rivoluzione imminente delle provincie brasiliane, e lo consigliasse a farsene capo, ed a guidarla egli stesso per trarne profitto.

Provocato dalle esorbitanze della madre patria, in sul principio del 1822 il movimento brasiliano scoppiò; allora Don Pedro prima tentò combatterlo, poi lo subì, prendendo il titolo di Difensore perpetuo del Brasile; indi convocò in assemblea costituente i notabili del paese; finalmente, rompendo gli ultimi legami col governo di suo padre, ripetuto sulle rive dell’Ispirangua il grido nazionale di Indipendencia o morte!, il 12 ottobre dell’anno stesso fu proclamato Imperatore costituzionale del Brasile. Ebbe però quasi tosto paura dell’opera sua; e disciolta la Costituente pensò gettare in offa al malcontento pubblico una Costituzione di sua fattura, liberale, a vero dire, ma che essendo stata preceduta da un atto di violenza e sottratta alla discussione dei rappresentanti della nazione, anzichè assicurare pace e stabilità al nuovo governo, lasciò un lievito di rancori ed uno strascico di sommosse che fu mestieri soffocare nel sangue o antivenire col terrore.

Che se a tutte queste cagioni di scontento s’aggiungano il disegno più volte manifestato dall’Imperatore di togliere la Costituzione; il conflitto rinascente tra i nuovi Portoghesi costituenti il partito della Corte, e i vecchi Brasiliani onde componevasi in gran parte il partito liberale; l’indebolita influenza dell’Imperatore per l’assunzione del suo nemico Don Miguel alla corona di Portogallo; infine la guerra disastrosa vanamente combattuta per la conservazione della Banda Orientale e finita nel 1828 coll’indipendenza di quella provincia, s’intenderà che il trono di Don Pedro dovesse essere profondamente scrollato.

E invero, avendo il partito liberale reclamato il cambiamento di Ministero, l’Imperatore sulle prime lo concede; poi,

Pentito sempre e non cangiato mai,

si libera dei nuovi ministri per sciogliere l’assemblea. Allora il popolo in armi si raduna il 7 aprile 1831 nel campo di Sant’Anna, e, spalleggiato dallo stesso esercito, costringe l’Imperatore ad abdicare a favore di suo figlio minorenne, Don Pedro II, ed a partire per l’Europa. La minorità del novello Imperatore richiese una nuova Reggenza, e primo decreto di questa fu l’aggiunta alla Costituzione di un Atto addizionale, che garantiva al popolo le più ampie libertà; pure nemmeno questo bastò a placare le provincie ed a soddisfare i partiti. I quali d’ora innanzi da due che erano divengono tre: il conservatore o reazionario, dal nome del celebre colonizzatore, detto Caramuro, che aspirava di tornare alla Costituzione di Don Pedro I e a rafforzare il potere centrale dello Stato; il moderato liberale, che voleva lo sviluppo progressivo della Costituzione novella; il repubblicano, che sognava una federazione sul modello degli Stati Uniti del Nord, e più veramente combatteva per una risurrezione delle autonomie locali. Ma tutto ciò complicato da quell’intreccio di passioni e di cupidigie personali, di gelosie di razze e di provincie, di utopie moderne e di superstizioni antiche, che sono il naturale portato d’ogni popolo nuovo od immaturo alla libertà, che lo erano tanto più di quello che, non ancora intieramente redento dalla prisca barbarie, si trovava quasi all’improvviso sbalzato ai primi onori della civiltà.

V.