GARIBALDI. Vol. II
(1860-1882).
GARIBALDI
DI
GIUSEPPE GUERZONI.
Vol. II
(1860-1882)
CON DOCUMENTI EDITI E INEDITI E 7 PIANTE TOPOGRAFICHE.
Terza edizione.
FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
1891.
Compiute le formalità prescritte dalla Legge, i diritti di riproduzione e traduzione sono riservati.
Carta d’insieme della Sicilia ([Versione più grande])
GARIBALDI.
Capitolo Ottavo. DA MARSALA AL FARO.
[1860.]
I.
Il 20 gennaio 1860 il conte di Cavour riafferrava il governo, e l’Italia risentiva tosto la mano del nuovo timoniere. Non conviene tuttavia piaggiar nessuno, nemmeno il genio fortunato. Fra la situazione politica trovata dal gran Ministro al cominciar del nuovo anno e quella da lui lasciata a’ suoi successori correva per l’appunto la stessa differenza che tra una nave in alto mare, sbattuta dalla tempesta, e una nave, lottante bensì cogli ultimi colpi della traversía, ma già in vista della terra e prossima a toccare il porto. Dell’eredità di Villafranca al Ministero La Marmora-Rattazzi toccarono tutti i rischi e tutti i fastidi; al conte di Cavour tutti i frutti e tutti i trionfi. Ad essi, se fosse lecito dire, la parte penosa ed oscura della liquidazione; a lui l’attuosa e brillante dell’accettazione. Sia giusta la storia: se il conte di Cavour fosse stato al potere dal luglio al dicembre 1859, non avrebbe potuto comportarsi diversamente dai suoi eredi; e gli sarebbe stato giuocoforza o temporeggiare e barcamenarsi com’essi; o volendo osar troppo, porre ogni cosa a repentaglio. Il Ministero La Marmora-Rattazzi non compì grandi cose; ma, come suol dirsi di certi medici, aiutò la natura ad operare: diede cioè tempo ed agio all’Italia d’aspettare che tutto quel cumulo di difficoltà, d’ostacoli, di triboli che facevan barriera d’ogni dove al nostro cammino, si assottigliasse e s’indebolisse da sè, per sola forza delle cose, sì che non restasse più che scavalcarlo con un passo, o rovesciarlo con una spinta.
E così infatti era accaduto. L’annessione dell’Italia centrale al Regno sardo era, se non consacrata nella forma, compiuta nella sostanza; la chimera napoleonica d’una federazione austro-italiana presieduta dal Papa già ita in dileguo; tutti i progetti di congressi, di conferenze, di vicariati, di regni autonomi svaporati; tutte le promesse di restaurazioni, papali, ducali, granducali, scritte ne’ capitolari di Villafranca, cassate dalla manifesta volontà degl’Italiani, e ridotte lettera morta. Napoleone III, dopo cinque mesi di politica ambidestra, una pubblica e avversa, una segreta e propizia all’Italia, liberatosi dal reazionario Walewsky, dettato o ispirato l’opuscolo: Il Papa e il Congresso,[1] si chiariva di giorno in giorno più favorevole alle nostre sorti; mentre l’Inghilterra, subentrati i Whigs ai Torys, dichiarava apertamente la sua simpatia per la causa italiana, s’associava al Napoleonide nell’idea del non intervento armato, e ne faceva uno de’ cardini della sua politica nella Penisola. L’Austria sola continuava naturalmente ad atteggiarsi o stile e minacciosa; ma tanto la Prussia, quanto la Russia, sebbene diffidenti della rivoluzione e gelose del diritto divino, non sapevano risolversi a far causa comune l’una colla prepotente rivale, l’altra colla fedifraga ed ingrata alleata, e chiaramente lasciavano intendere che non avrebbero mai tratta la spada per lei: unica cosa che importasse. E intanto il savio contegno dell’Italia centrale continuava a far l’ammirazione di tutti i popoli civili; forzando i suoi stessi avversari a parlare con rispetto d’una rivoluzione che procedeva con sì pacata e ordinata costanza, ed a discuter seriamente di quel nuovo diritto fondato sulla volontà popolare e sui caratteri indelebili delle nazioni, che la vecchia Diplomazia non voleva ancora riconoscere, ma che avrà sconvolto, prima che il secolo finisca, tutta l’Europa.
A tale essendo le cose, restava solo che una mano vigorosa desse l’ultimo colpo; e il Cavour ricomparve nell’arena. Salito appena al potere, annunciò ai Gabinetti d’Europa che oramai era impossibile una più lunga aspettativa; che le popolazioni italiane, dopo avere atteso lungamente indarno che le Potenze d’Europa mettessero ordine a’ loro affari, avevan diritto di passar oltre, e che «il solo scioglimento pratico consisteva nell’ammissione legale dell’annessione, già stabilita in fatto, dell’Emilia, come della Toscana.[2]»
Chi però vedesse in queste ardite dichiarazioni l’atto irriflessivo d’un giuocatore disperato che rischia l’ultima sua posta, s’ingannerebbe a partito. Il conte di Cavour aveva già calcolato tutte le sorti del giuoco, ed era certo oramai che la partita decisiva sarebbe stata per lui. Che l’Austria strepitasse o la Germania e la Russia tenessero il broncio, poco gli caleva. Sapeva d’aver seco, più che queste non volessero confessare, Francia e Inghilterra; sapeva meglio ancora d’aver per sè il diritto, il fatto, l’opinione civile, e ciò gli bastava. Non andò guari infatti che l’Inghilterra inviava ai Gabinetti delle maggiori Potenze queste quattro proposte: non intervento armato; diritto ai popoli dell’Italia centrale di decidere, con un nuovo voto de’ lor Parlamenti, circa i loro destini; garantita la sovranità papale, ma sgombra Roma dai Francesi; soltanto la questione di Venezia taciuta e messa in disparte. Rispose sdegnosamente l’Austria; non piegarono tosto le Corti nordiche; ondeggiò ancora per poco lo stesso Napoleone, tentando introdurre nelle proposte inglesi altre condizioni: ma poichè egli consentiva nella massima fondamentale del non intervento, e richiedeva solo che al voto de’ Parlamenti si sostituisse il suffragio universale; il conte di Cavour, vinte o deluse tutte le nuove eccezioni, lo prese in parola, e mandata copia delle proposte inglesi, così come le aveva modificate l’Imperatore, ai Governi della Toscana e dell’Emilia, li invitò senza più a pronunciarsi. Era quanto dir loro (se già non era stato detto in privato): procedete subito ai plebisciti e confermate le annessioni; e va da sè che nessun invito poteva riuscire più aspettato e più gradito. Così tre giorni dopo l’ultima Nota francese, mentre ancora i potentati erano affaccendati a librare, analizzare, stillare le famose quattro proposte, l’Emilia e la Toscana votavano per voto universale la loro unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele; e la rivincita di Villafranca era presa.
II.
Se non che nessuna gioia senz’amarezza; l’imperatore Napoleone metteva alle annessioni dell’Italia centrale un prezzo; quel medesimo ch’egli aveva prima richiesto per la cacciata degli Austriaci: Savoia e Nizza. Nè era da pretendersi che l’opera sua fosse tutta gratuita. Nemmeno la Francia era la gran nazione che potesse far la guerra soltanto per un’idea. Ciò si scrive volentieri nell’ebbrezza del trionfo, sui proclami; ma rare volte si ratifica co’ fatti. Quand’anche Napoleone l’avesse voluto, non era in di lui balía chiedere il sangue della nazione ond’era capo, per una guerra non sua, senza procacciarle almeno un compenso rimuneratore dei rischi corsi e dei sacrifici patiti. Oltre di che la cessione della Savoia e di Nizza era la conseguenza, per dirla collo stesso conte di Cavour, «della politica che ci aveva portati a Milano, a Bologna, a Firenze;» ed era certamente un’applicazione di que’ medesimi principii di volontà nazionale e di voto popolare che noi stessi avevamo invocati siccome fondamento giuridico alla nostra rivoluzione, e sul quale dovrà consistere l’intero edificio d’Italia.
Piuttosto era ad esaminarsi se tutto quel compenso era dovuto; se di quel tanto sacrificio richiesto all’Italia, una parte almeno non poteva esser risparmiata. Per la Savoia nessun dubbio: poteva essere doloroso abbandonare que’ monti, antemurale di nostra casa e cuna de’ nostri Re; ma proclamato il diritto delle nazioni, diveniva necessario e doveroso. Per Nizza, invece, il discorso mutava: ivi tutto era Italia; e la miscèla di idiomi, propria a tutte le regioni confinanti, non bastava a cancellarne i grandi e solenni caratteri scritti dalla storia, dalla natura e da Dio.
Però che l’imperiale alleato chiedesse con pari durezza le due spoglie, nessuno contende; rimane solo a chiarirsi se l’una non poteva essere più validamente e più tenacemente contrastata dell’altra. Il conte di Cavour, disse uno de’ suoi più valenti cooperatori,[3] aveva perduto di fronte all’ingrata questione la consueta sua serenità, e facilmente si crede; ma che abbia posto a risolverla tutto il nerbo dell’anima sua; ch’egli abbia tentato la salvezza di Nizza con quel medesimo sforzo di destrezza e di energia da lui adoperato a disfar Villafranca, e unificar mezza Italia, questo in nessun libro e in nessun documento è attestato: eppure questo sarebbe stato un serto di più alla sua gloria. Si direbbe che il gran Ministro, assorto nell’unico fine «di rendersi complice[4]» la Francia, non ne vedesse alcun altro. Tuttavia se al conte di Cavour fosse balenato il pensiero che quella complicità era per Napoleone ormai fatale, e che in ogni caso non avrebbe mai fatto guerra all’Italia per Nizza, come non gliela fece, nè la potè fare per Bologna e Firenze,[5] forse avrebbe risparmiato agl’Italiani quel gentile e caro brano di patria, e a sè sospetti, rancori, inimicizie, di cui tra non molto egli e la parte sua sentiranno, primi, le difficoltà ed i danni.
Oltre a ciò avevano offesi i modi. Nizza era inondata da emissari napoleonici; bandi pubblici firmati dai magistrati del Re, o tollerati o non abbastanza puniti, apertamente propugnavano la dedizione alla Francia; nessun’arte di pressione e di broglio era risparmiata; la libertà del voto, unica scusa e salvaguardia di quel triste plebiscito, sfrontatamente conculcata.
Qual maraviglia pertanto che un soldato, un nizzardo, Giuseppe Garibaldi, infiammato d’amore per la terra nativa e d’odio per ogni signoria straniera; inasprito da quello spettacolo nauseabondo di frodi e di violenze, si levasse per il primo contro un Governo che, per usare il linguaggio suo, «mercanteggiava come armento la città sua;» e vedesse da quell’istante un nemico in colui che era stato a’ suoi occhi l’artefice e lo stromento principale del mercato?
III.
Prima conseguenza della felice annessione era l’ampliamento e la rinnovazione del Parlamento. Lo stesso conte di Cavour aveva richieste le elezioni generali come precipua condizione al suo ritorno al Governo; e infatti dal 25 al 29 marzo i Collegi delle antiche e nuove province convenivano all’urne per eleggere i loro deputati.
E naturalmente tra gli eletti fu anche Garibaldi. Molti Collegi gli furono profferti, tra gli altri Brescia, Stradella, Varese; ma egli ringraziò tutti, dichiarando di non poter accettare che per Nizza «posta in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone,[6]» e che a lui incombeva difendere. Nizza infatti lo elesse;[7] ond’egli appena conosciuto il voto lascia Caprera, corre nella sua città, vi raggruppa i suoi amici e devoti, tenta avvivare (e la sola sua presenza bastava) la fede nella patria antica; e illuso che il sentimento suo sia pur quello di tutti i suoi concittadini; ignaro che intorno a quel po’ di popolo schietto ed onesto, che si sentiva e voleva essere italiano, brulicava una plebe famelica, pronta al miglior offerente, e una borghesia ingorda, impaziente di subiti guadagni, che avrebbe venduto dieci patrie; parte per Torino accompagnato dal suo amico Robaudi, col proposito d’interpellare il Governo sulla sorte della sua città natale e di fare un ultimo sforzo per scongiurarne la perdita.
Del suo arrivo a Torino, delle commozioni provate dalla città, son pieni i giornali del tempo; ma in ciò nessuna maraviglia. Presentata col Robaudi la sua interpellanza fin dal 7 aprile, soltanto nella tornata del 12 fu ammesso a svolgerla. Era la prima volta che Garibaldi compariva nel Parlamento subalpino; grande quindi l’impazienza di conoscere l’oratore e di giudicare il politico; «generale, siccome dice il resoconto ufficiale, il movimento d’attenzione.»
Parlò calmo e breve; ma è dubbio se con parole e concetti tutti suoi.[8] Reclamò l’osservanza dell’articolo 5º dello Statuto, che pei trattati importanti cessione di provincie richiede la perentoria sanzione della Camera: rammentò la storia di Nizza datasi a Casa di Savoia nel 1391 a patto di non essere ceduta a straniera potenza: dichiarò ogni traffico di gente repugnante al diritto ed alla coscienza delle nazioni civili: denunziò sommariamente i fatti di pressione elettorale, sotto la quale era soffocata la libertà di voto de’ suoi concittadini: chiese infine che, sino all’approvazione del trattato, il voto di Nizza fosse sospeso.
Rispose il Cavour temperato e cortese; negando l’incostituzionalità, giustificando il trattato colla necessità politica e l’interesse d’Italia; attenuando, non smentendo, i fatti di pressione. La discussione s’avvivò. Per Nizza, in vario tenore, parlarono i nizzardi Laurenti-Robaudi e Bottero, sostenuti dal Mellana e dal Mancini; per il trattato i ministri Farini e Mamiani e il deputato Pier Carlo Boggio; e la conclusione fu l’approvazione d’un ordine del giorno di questi, mercè il quale «espressa la fiducia che il Governo del Re provvederebbe efficacemente che le guarentigie costituzionali e la sincerità e libertà del voto nelle provincie di Savoia e Nizza sarebbero rispettate,» la Camera non chiedeva di più.
E di più forse, al punto cui eran le cose, non si poteva nè sperare nè conseguire; ma Garibaldi non era uomo d’intenderlo, e uscì da Palazzo Carignano coll’anima ribollente d’ira e d’amarezza; nauseato di quella politica barattiera, a senso suo, e codarda, e guardando da quell’istante il conte di Cavour collo stesso occhio, con cui si guarderebbe colui che vi ha strappato dal braccio vostra madre, e l’ha gettata al mercato.
Ma per ventura sua e d’Italia altri e ben più gravi avvenimenti eran già venuti a divertirlo da quei turbolenti pensieri, e ad aprire al vorticoso torrente della sua passione patriottica uno sfogo più degno e più vasto.
IV.
La rivoluzione italiana era proceduta a sembianza d’un corpo leggiero, che, in una grossa battaglia, un po’ trasportato dal suo ardore, un po’ sospinto dalle circostanze, marcia avanti, senza badare nè a destra nè a manca, occupa alla baionetta un’eccellente posizione; ma, giunto colà, si trova circuito da nemici, che di fronte, ai fianchi, alle spalle gli fanno siepe da ogni lato; sicchè non può più nè avanzare nè retrocedere. Dovunque l’Italia si rivolgesse, incontrava una barriera di ferro che le sbarrava il cammino e la forzava a ristare. Ai fianchi, accampata sul Quadrilatero, l’Austria; di fronte, meglio che dalle spade mercenarie, difeso dalla sua ibrida natura, il Papato; dietro a lui, nemico imbelle, ma protetto dall’egida dei trattati, il Re di Napoli; dietro a tutti il vecchio diritto, le vecchie tradizioni, la vecchia Europa; caparbi avversari avvezzi a non piegare mai che alla forza ed ai fatti compiuti.
Ora come l’Italia potesse trovar da sè stessa la via d’uscir da siffatti frangenti, nessuno, nemmeno il genio del conte di Cavour, lo sapeva. Pertanto egli pure s’accontentava di stare alla specula degli eventi, e più che a muovere innanzi badava a temporeggiare con frutto e ad assodarsi sull’occupato terreno. Il concetto dell’unità italiana non s’era ancora affacciato alla sua mente, come cosa pratica ed effettuabile, e frattanto gli pareva saggio volgere le prime cure a due scopi più prossimi e conseguibili: rafforzare il nuovo Stato, ed apparecchiarsi a nuova guerra coll’Austria.[9] A questo intento però, oltre al lavorío diplomatico che continuava a condurre con mano infaticabile, reputava ottimo mezzo premere sul Re di Napoli, tentando attrarlo nell’orbita del moto italiano e associarlo alla politica del Piemonte pel conquisto dell’indipendenza nazionale. Ma nè il pusillo Francesco era uomo da seguirlo per cotali altezze, nè gli uomini che l’attorniavano, o inetti o codardi, da sospingervelo. A Napoli si credeva sempre alla rivincita legittimista e la si preparava. La Reggia borbonica era divenuta il centro della gran congiura principesca, che doveva restaurare su tutti i troni rovesciati d’Italia il diritto divino. Si arruolavano mercenari; si concentrava l’esercito negli Abruzzi; si fantasticava un’occupazione delle Marche; si patteggiava che contemporaneamente il Papa invaderebbe le Romagne, e il Duca di Modena i Ducati; si aspettava ad ogni istante di veder l’Austria rivarcare il Mincio, e Germania e Russia calar dalle loro selve e dalle loro steppe alla crociata dell’oppressa legittimità. Quanto all’interno, si derideva ogni consiglio di riforme, si sfidava, o fingevasi, ogni minaccia di rivoluzione; e in ogni evento fidando sull’esercito devoto, sulla sbirraglia innumerevole, sulla magistratura servile, e più che tutto sull’Ajossa, dittatore della Polizia di Napoli, e sul Maniscalco, emulo suo a Palermo, si dormiva fra due guanciali.
A riscuoterli dal sopore squillò la campana della Gancia: la soluzione che indarno il conte di Cavour cercava; la soluzione che forse l’Italia avrebbe dovuto attendere dalla lenta opera del tempo, usciva a un tratto dal seno misterioso della rivoluzione, e un pugno di popolani, decisi di morire per la patria loro, recideva quel nodo, che nè la forza legale della nuova Monarchia, nè la destrezza politica del suo grande Ministro, sarebbe bastata a risolvere.
V.
L’insurrezione siciliana non fu, come ben s’immagina, una eruzione vulcanica e subitanea. Astrazion fatta dall’odio per la tirannia borbonica, tre grandi cause n’avevano preparato e affrettato lo scoppio. L’indomita energia d’una falange di patriotti e di proscritti che da tutte le terre dell’Isola, da tutti gli angoli d’Europa soffiavano da anni nella fiamma e l’alimentavano. L’apostolato infaticabile di Giuseppe Mazzini, che dal 1856 in poi aveva indirizzati al Sud tutti gli sforzi del partito d’azione da lui capitanato, e fatto del moto siciliano la leva suscitatrice dell’unità di tutta la Penisola. Infine, e con maggior efficacia per fermo, gli avvenimenti dell’Italia superiore e centrale, i quali dimostrando possibile quell’unità, che poco dianzi agli occhi de’ più pareva un’utopia; attestando la devozione d’una Casa guerriera e d’un Re galantuomo alla causa nazionale; dando all’Italia un nome, un esercito, un governo, una diplomazia; aprivano anche ai Siciliani un orizzonte di speranze novelle, spegnevano nell’Isola le viete discordie, confondevano in un solo tutti i vecchi partiti, porgevano infine ai patriotti sinceri e spassionati di tutti i colori un vessillo di rannodamento ed un grido di battaglia.
E di questo fermento latente degli animi non tardarono ad apparire i segni manifesti. Le dimostrazioni succedevano alle dimostrazioni; i Consigli locali rifiutavano i consueti indirizzi di sudditanza al nuovo Re: i nomi di Vittorio Emanuele e di Napoleone III suonavan su tutte le labbra, apparivano su tutte le pareti; gli animi pendevano dalle notizie di Lombardia, come da altrettanti messaggi di vita e di morte; le vittorie di Magenta e di Solferino, a malgrado le minaccie della polizia, erano festeggiate con luminarie ed acclamazioni; passava infine per lo stretto la flotta degli alleati diretta all’Adriatico, e Messina tutta versavasi sulle sue spiagge a salutare le armate liberatrici.[10]
Una vasta trama avvolgeva l’Isola e Comitati segreti ne tenevano le fila e la governavano. Si propagavano e affiggevano scritti incendiari; si allestivano armi e munizioni; si ordinavano squadre, e tutto ciò sotto gli occhi del truce Maniscalco che indarno ne cercava gli autori e nella cecità della furia colpiva a casaccio, confiscando, torturando, percuotendo spesso i più innocenti, e affrettando per tal modo lo scoppio dell’uragano che presumeva scongiurare.
Anche la Sicilia, è ben vero, aveva sentito il contraccolpo di Villafranca; ma fu buffo passeggiero, e i propositi un istante rattiepiditi si rianimarono con novello vigore. L’esempio fortunato dell’Italia centrale cominciava a persuadere anche i più restii, che oramai la prima arbitra de’ propri destini era la Sicilia stessa e che l’ora di rompere gli indugi s’avvicinava a gran passi. Soltanto i Comitati Lafariniani e della Società nazionale, male ispirati interpreti della politica del conte di Cavour, assai più rivoluzionario di loro, persistevano a sconsigliare ogni moto da essi chiamato intempestivo, «promettendo la salute della Sicilia a patto che non fosse insorta nel periodo delle annessioni.[11]»
Verso la metà di settembre però, Francesco Crispi, anima in quei giorni della parte più avanzata degli esuli siciliani, accordatosi da un lato con Giuseppe Mazzini e con tutti gli amici suoi, dall’altro incoraggiato dalle facili parole dello stesso Dittatore Farini, che a quei giorni pareva inclinato a tutti gli ardimenti, s’imbarcava nascostamente per la Sicilia, dove già con pari rischio e audacia era stato dal 1856 in poi altre due volte, per gettar sulla bilancia degli oscillanti il peso della sua ascoltata parola e dar l’ultimo tratto al partito dell’insurrezione.
E i più fervidi dei patriotti siciliani, parvero disposti ad ascoltarlo; e serrate le fila, assegnati i posti, distribuite le poche armi e munizioni, la sollevazione fu deliberata pel 4 ottobre; poi, per difficoltà sopravvenute, differita all’11 di quello stesso mese.[12] Ma anche in quel giorno l’impresa, chi scrisse perchè già scoperta dalla Polizia, chi affermò per effetto delle lettere di alcuni Lafariniani venute a raccomandare novelli indugi,[13] dovette essere differita a più propizia occasione. Differita, diciamo, non abbandonata e soltanto in alcune parti del suo disegno modificata.
Così i patriotti siciliani, come Francesco Crispi, come in generale tutti quanti lavoravano a quell’opera, avevan finito col convenire che un moto nell’Isola non poteva scoppiare, e scoppiato espandersi e trionfare se non l’iniziava o almeno non lo soccorreva immediatamente una spedizione armata di fuori, capace di divenire il nerbo dell’insurrezione e di governarla. Però fu intorno a questo nuovo concetto che s’appuntarono tutti gli sforzi del partito d’azione dal novembre del 1859 fino alla spedizione di Quarto che ne fu l’incoronazione.
Il Crispi, che a stento era scampato da Sicilia, pellegrinava dal Farini al Rattazzi e dal La Farina a Garibaldi chiedendo a tutti: armi, danaro, aiuti per la vagheggiata impresa; Nicola Fabrizi, che da Malta per oltre venti anni era stato l’anello di congiunzione tra la Sicilia e il partito d’azione, tornava colà per riannodarvi le trame già allentate; Giuseppe Mazzini moltiplicava le lettere, i proclami, gli emissari, cercando nella Falange sacra di Genova, dove già avea trovato i seguaci del moto del 1856, il nucleo della spedizione di cui proponeva il comando, se Garibaldi ricusava capitanarla, al Bixio, al Medici, a chicchessia, e racimolando a spizzico schioppi, polveri e moneta, goccie a innaffiare un deserto, ma che facevan testimonianza non solo della sua incrollabile fede, ma quella volta almeno d’un senso profondo e quasi fatidico delle necessità d’Italia. Infine nella notte del 20 marzo Rosolino Pilo, dei Conti di Capaci, elettissima anima d’eroe e di martire, d’intesa col Mazzini e col Crispi, incuorato da Garibaldi stesso, salpava su fragile paranza in compagnia di Giovanni Corrao con poche armi e poco peculio alla volta della sua isola natía, deliberato a chiamarvi alle armi i suoi compaesani e a dar egli, per primo, l’esempio della magnanima rivolta.
Ma questa scoppiò per forza propria anche prima del suo arrivo.[14] La brutalità del Governo aveva cospirato più di tutte le propagande. Le fila da lui spezzate si riannodarono da sè stesse; ad ogni patriotta incarcerato o spento, ne subentravano cento; un ignoto pugnalava in pien meriggio sulla porta della Matrice lo stesso Maniscalco, che dava così egli pel primo col proprio sangue il segnale della riscossa.
Il disegno era: far del Convento della Gancia, i cui frati sapevansi devoti alla causa nazionale, base d’operazione; preparare, nascosti ne’ suoi sotterranei, colle poche armi già introdotte in città, un manipolo di animosi disposti a trattarle; all’alba del 4 aprile al suono delle campane a stormo sbucare dal Convento, chiamando la città alle armi; altre schiere di patriotti frattanto, già appostati in Via Scopari e nella chiesa della Magione, uscirebbero a lor volta ad appoggiare il movimento: simultaneamente le squadre del contado, già preste, sforzerebbero le porte, e mettendo il nemico fra due fuochi compirebbero l’opera.
E così fu fatto. Capo degli animosi che dovevan cominciare il fuoco dalla Gancia si profferì un popolano, certo Francesco Riso, fontaniere d’arte, anima candida di patriotta e di eroe, che fu il vero iniziatore della rivoluzione palermitana, e il cui nome va ormai proferito in Italia accanto a quelli de’ suoi martiri più gloriosi.
Se non che il Maniscalco, per una delle consuete e fatali imprudenze inseparabili da siffatte imprese,[15] ebbe vento della trama, e sebbene in una perquisizione, fatta la sera del 3 al Convento, non gli fosse riuscito di scoprire nulla di più, fece tuttavia occupare durante la notte tutti gli approcci della Gancia da picchetti di truppa e di sbirraglia, e si tenne preparato ad ogni evento. Infatti all’alba del 4 fu pronta la campana di Santa Maria degli Angeli a dare il segnale; pronto Francesco Riso ad uscir al cimento; pronti i due drappelli di Via Scopari e della Magione a far la parte loro; ma sorpresi e questi e quelli e colti dalle soldatesche già appostate a tutti i varchi; sopraffatti in breve da altre sopravvenienti da ogni banda; furono parte dispersi, parte costretti a ricoverarsi nel Convento della Gancia, che divenne così l’estrema rôcca de’ patriotti. Ma non tardarono ad assalirli, superbi del numero, i Borbonici, e atterratane, senza grande sforzo, la porta, ricacciati di scala in scala, di piano in piano, i disperati difensori, ferito a morte l’eroico Francesco Riso, freddato d’un colpo il Padre Angelo di Montemaggiore, in brev’ora rimasero padroni del campo sanguinoso. Allora i vincitori non conobbero più freno; e trucidando alla cieca quanti incontravano; scorrazzando, manomettendo, guastando l’intero Convento; non arretrandosi nemmeno dinanzi alla santità degli altari, spogliando le immagini sacre de’ loro arredi e sperdendo al suolo persino le particole consacrate, coronarono con quest’ultima prodezza la vittoria del trono e dell’altare.
E fu crudele disdetta; chè le bande del contado fide alla promessa si erano già da ogni parte appressate ai sobborghi ed alle porte, richiamando verso sè stesse molta forza de’ Regi e appiccando in più luoghi, come ai Porrazzi, zuffe ardimentose, le quali potevano anco volgersi in vittoria, se l’insurrezione cittadina avesse potuto dilatarsi e dar loro la mano.
VI.
E tuttavia l’insurrezione poteva dirsi sbaragliata, non vinta. Le squadre ritiratesi nei dintorni continuavano bravamente la resistenza, e ne erano principali: quella di Piana de’ Greci comandata da Luigi Piediscalzi; quella di Corleone guidata dal marchese Firmaturi; quella di Termini condotta dal Barrante e da Ignazio Quattrocchi; quelle di Ventimiglia, di Ciminna e Villafrati organizzate da Luigi La Porta; infine quelle dei distretti d’Alcamo e di Partinico capitanate dai fratelli Sant’Anna; le più numerose di tutte. Quanto al rimanente dell’Isola poi, appena corse l’annunzio del 4 aprile, tutte le maggiori città si apparecchiarono, secondo le forze e la possibilità, a secondare il moto, e quali con protesta solenne, come Messina; quali levandosi in aperta rivolta, come Girgenti, Noto, Caltanissetta, Trapani; non conseguendo, è vero, in alcun luogo alcun successo decisivo; ma dove scacciando o bloccando i piccoli presidii, dove inviando la più belligera gioventù a ingrossare le squadre alla campagna, dove organizzando, come a Trapani, le guardie nazionali, persino col consenso dell’Intendente borbonico, alimentavano, se non potevano afforzarlo, il fuoco dell’insurrezione, al quale mancava bensì la forza di divampare in incendio struggitore, ma s’appiccava con cento fiammelle in cento luoghi, molestando gli oppressori e facendo testimonio della vitalità degli oppressi.
E Palermo stessa quantunque spopolata de’ suoi più animosi, dagli arresti e dalle stragi e soffocata dallo stato d’assedio, e minacciata dai Consigli di guerra permanenti, e tenuta d’occhio da ventimila soldati e da una sterminata sbirraglia, non voleva permettere che i Salzano ed i Maniscalco potessero impunemente spacciare nelle loro gride: «la popolazione palermitana estranea ed indifferente al moto sfortunato del 4 aprile;» talchè, a smentire l’artificiosa calunnia, il 13 aprile versavasi tutta quanta nelle vie e nelle piazze a testimoniare con migliaia di voci i suoi sentimenti d’odio al Borbone, a gridare Italia e Vittorio Emanuele, a sfidare con ogni maniera di scherni e di sfregi il superbo vincitore, il quale, sbalordito da tanta solennità di manifestazione, nè osando inferocire contro una sì grande moltitudine inerme, dovette rassegnarsi a patire in pace la fiera disfida.
Ma superfluo il dire che proteste, manifestazioni, pronunciamenti a nulla valevano, se o prima o poi non li seguiva o non li afforzava una vittoria militare qualsiasi, che desse all’insurrezione un punto d’appoggio ed una promessa di durata.
Disgraziatamente, nè le forze soverchianti dell’esercito regio, nè la natura e lo stato delle squadre permettevano di sperare che il giorno di quella vittoria fosse vicino.
Quel che fossero quelle squadre l’abbiamo detto altrove.[16] Un cento di giovanotti, o come dicon là di picciotti, raccolti o condotti dal signore della terra, o da qualche noto e stimato patriotta; armati, quando lo erano tutti, della paesana scopetta; forniti al più di tre o quattro cartuccie, tenute care come onze d’oro; scalzi, laceri, la maggior parte, ed affamati: ecco una squadra. Di siffatte se ne potevano contare, è vero, alcune diecine, e non difettavano certamente di alcune delle doti più preziose del soldato: il valore ne’ combattimenti, la tolleranza delle fatiche, la pazienza delle privazioni; ma la povertà d’armi e di munizioni, la inesperienza de’ condottieri, la dissuetudine della guerra, la mancanza di disciplina, la perpetua mobilità, sicchè da un giorno all’altro sparivano o ricomparivano, ingrossavano o si diradavano, senza che mai si potesse far calcolo sulla loro forza precisa, ne sfruttavano la virtù e ne isterilivano i sacrifici.
Però dopo aver tenuto altri sette giorni sulle alture circostanti Palermo e conseguíto persino, in uno scontro alla Bagheria, di bloccar nella loro caserma due compagnie di Regi, incalzati da ogni dove da soverchianti colonne mobili, perduta Bagheria, cacciati da Gibilrossa, minacciati da Monreale, alle bande non restò altro partito che abbandonare quella linea troppo inoltrata e ritirarsi in Misilmeri, dove le gole di Portella di Mare e di Belmonte potevano offrire un buon baluardo ai difensori e un nuovo centro di riscossa all’insurrezione.
Se non che difettose le forze, povera l’arte e avversa la fortuna. Scacciati tra il 12 e il 13 da Misilmeri (chi incolpa l’incuria delle guardie, chi il tradimento de’ paesani, chi la sfortuna); fallito un assalto di Sant’Anna contro Monreale; rovesciati poco dopo anche dalle alture di Monte Cuccio; ecco gl’insorti costretti a cedere nuovo terreno e a ripiegare su Piana de’ Greci, dove li conduceva la speranza di potersi unire, appoggiando ad occidente, alle squadre del Sant’Anna, che dopo l’infausto successo di Monreale andavano a lor volta ritraendosi, ed erano venute a darsi la posta presso Carini. E a Carini li aspettava una prova decisiva.
I Regi non avevano mai perduto la pista delle squadre, molto meno di quella del Sant’Anna, e appena saputo del loro concentramento, mossero in tre colonne: l’una pel mare a destra (generale Wytemback, mille uomini), una per Baida al centro (duemila uomini, generale Cataldo), una da Monreale a sinistra (mille uomini, colonnello Bosco), col proposito di circuirle e di distruggerle. Se gl’insorti però avessero deciso di concentrar la difesa in Carini occupandone la rôcca e sbarrandone le vie, avrebbero potuto, se non ributtar l’assalto, protrarre a lungo la resistenza; ma impietositi dalle strida degli abitanti che non volevano una battaglia fra le loro case, scelsero il partito di uscire all’aperto, e fu la loro rovina. Resistettero tuttavia imperterriti al primo fuoco della colonna proveniente dal mare; ma attaccati in breve di fronte e di fianco dalle altre colonne, schiacciati dal numero, esauste le cartuccie non tardarono ad esser vôlti in rotta precipitosa, abbandonando Carini al furore de’ vincitori, che ubriachi dalla facile vittoria vi si precipitano dentro, saccheggiando, uccidendo, stuprando, consumandovi una di quelle immani carneficine, onde il nome borbonico va famoso.
E coll’infausta giornata di Carini, l’insurrezione siciliana agonizzò. Restavano qua e là dispersi sui monti alcuni frammenti di squadre; ma traccheggiati da ogni parte, stremati di forze, privi di viveri e di munizioni, sarà gran mercè se i più costanti fra loro potranno trascinare di rupe in rupe una vita precaria, e se di quando in quando la debole eco di qualche rara fucilata potrà annunciare ai Siciliani che l’Isola loro non era ancor morta e combatteva sempre.
VII.
Al primo grido dell’insurrezione siciliana grande fu la commozione in tutta Italia. I nemici per dispetto o paura, gli amici per affetto o speranza, nessuno poteva riguardare con occhio freddo e non curante un avvenimento, che apriva una via sì inaspettata all’interrotto moto italiano. Però man mano che risuonava l’annunzio d’un nuovo fatto, svisato, come accade, dalla lontananza e amplificato dal desiderio, una la voce che usciva dai petti patriottici, uno il proposito: bisogna aiutare i fratelli. E la magnanima idea, caldeggiata, prima che dagli altri, dai fuorusciti così di Sicilia come di Napoli, accolta dalle città più importanti, bandita dai Comitati e dalle rappresentanze di tutti i partiti, acclamata colla passione dell’età dalla gioventù più animosa, e finalmente già tradotta in un principio d’esecuzione mediante pubbliche collette d’armi e di danari, divenne in breve il convincimento, la volontà, diremmo quasi il decreto della nazione intera.
Se non che s’affacciava a tutte le menti un’incognita, e susurrava su tutte le bocche una domanda: Che cosa farà il generale Garibaldi? Che cosa farà il conte di Cavour? Consentirà egli, l’Eroe, a recare all’Isola combattente l’aiuto poderoso del suo braccio e del suo nome? Vorrà egli, il Ministro, impegnare nella zarosa impresa la politica del suo Governo, e dare egli stesso, o almeno permettere che si diano, i soccorsi invocati? Quanto al Cavour, vedremo tra poco quel ch’egli ne pensava: quanto a Garibaldi, ecco, sceverato dalle piacenterie partigiane come dalle calunnie, l’animo suo.
Non era quella la prima volta che egli era invitato a capitanare un’insurrezione siciliana. Anco senza rimontare più addietro, glien’avevano scritto e parlato fin dal settembre del 1859 a Bologna; gliel’avevano ripetuto nel marzo del 1860 a Genova; non c’era, può dirsi, patriotta ed esule siciliano che accostandolo e portandogli un saluto dai suoi concittadini, non gli annunziasse imminente una levata della sua Isola, e non sollecitasse la promessa del suo soccorso.
Ma a tutti questi Garibaldi aveva sempre risposto: — «Non assumere su di sè di promovere insurrezioni: se i Siciliani spontaneamente si leveranno in armi, egli, se non sia impedito da altri doveri, accorrerà in loro aiuto. — Frattanto, soggiungeva, risovvenitevi che il mio programma è Italia e Vittorio Emanuele.[17]»
Era infatti un dir troppo e nulla; e i Siciliani ne sapevan quanto prima. Gli è che Garibaldi non fu mai nè un iniziatore, nè un cospiratore. Egli era, prima e sopra di ogni cosa, un soldato. Il lavorío paziente, coperto, sedentario delle cospirazioni, non era fatto per lui. Che gli si offrisse un terreno anche angusto, ma franco, e un manipolo d’uomini anche inagguerriti, ma armati e pronti a marciare, ed egli non misurerà il terreno, nè conterà gli uomini, e farà miracoli; ma obbligarlo a prepararsi da sè nel chiuso d’un gabinetto, a forza di lettere, di bollettini, di proclami, il campo, le armi e l’esercito, era un pretendere ch’egli si snaturasse e non fosse più Garibaldi. Egli non aveva la tempra mazziniana.
Utopista in tante altre cose, in fatto d’insurrezioni preparate era un po’ scettico. Andare, come i Bandiera, i Pisacane, i Calvi, seguíto da poche diecine d’uomini a suscitare per primo un paese sconosciuto, inerme, addormentato nella pace, non fu mai affar suo. La sentenza del Maestro: «Il martirio è una battaglia vinta,» lo capacitava fino a un certo segno. Uomo di guerra, era pronto alla morte, ma a patto di vender cara la vita; e quanto alla vittoria, non ne conosceva veramente che una: quella in cui si atterra il nemico e si dorme sul campo. Per questo nessuno de’ grandi tentativi rivoluzionari d’Italia fu iniziato da lui; molto meno quello di Sicilia. Garibaldi non ambì mai la corona del martire precursore, e non l’avrà.
VIII.
Tuttavia le notizie della Sicilia tornavano quella volta troppo gravi ed insistenti perchè Garibaldi non dovesse impensierirsene. Il 7 aprile era a Torino, condottovi, come vedemmo, dall’interpellanza sulla cessione di Nizza, quando si presentavano, quasi improvvisi, nella sua stanza Francesco Crispi e Nino Bixio. Venivano entrambi da Genova; avevan recenti novelle dell’insurrezione; chiedevano a nome degli amici comuni, per l’onore della rivoluzione, per carità della povera Isola, per la salute della patria intera, che Garibaldi si mettesse a capo d’una spedizione d’armati e la conducesse egli stesso in Sicilia. L’eroe sfavillò al magnanimo invito, ma il condottiero esitò; e quando finalmente, vinto dalle pertinaci istanze de’ suoi amici, rispose d’accettare, fece ancora una riserva: che la rivoluzione fosse tuttora viva e tenesse fermo fino al suo arrivo.
Partirono paghi della risposta i due amici, e reduci a Genova si accontarono tosto co’ più intimi della parte loro, con Agostino Bertani principalmente, per la scelta e l’allestimento de’ mezzi. Occorreva uno, e forse due piroscafi, e di questi si tolse l’assunto Nino Bixio; occorrevano armi e danari, e per questi fidavano soprattutto nel Comitato del Milione di fucili, fattura, a dir così, di Garibaldi, che chiudeva già in cassa una discreta somma e nascondeva in certi arsenali di Milano alcune migliaia di carabine colle rispettive cartuccie.
Quanto poi a’ soldati, nessun timore che difettassero. Da mesi migliaia di giovani non facevano che attendere un segnale; bastava che Garibaldi mandasse una voce, facesse un cenno, perchè vedesse balzar dal suolo legioni. E tuttavia, nel primo suo concetto, non era con un Corpo irregolare e improvvisato di Volontari che la spedizione di Sicilia avrebbe dovuto iniziarsi. Anco qui di sotto all’eroe traspariva il capitano. Non che avesse perduto la fede nell’armi popolari, molto meno ne’ suoi vecchi commilitoni; ma unico, forse, fra quanti lo consigliavano, a giudicar con occhio esperto tutte le difficoltà dell’impresa, non gli pareva troppo il tentarla con un’agguerrita e ordinata milizia.
Però, cosa fin qui non risaputa, appena ebbe impegnata co’ Siciliani la sua parola, Garibaldi presentossi al re Vittorio Emanuele, e confidatogli tutto il disegno, gli chiese se avrebbe permesso ch’egli si togliesse seco una delle brigate dell’esercito; precisamente la brigata Reggio, un reggimento della quale era comandato dal Sacchi, e contava così nelle file come ne’ quadri numerosi avanzi delle antiche falangi garibaldine. E Vittorio Emanuele, il quale probabilmente non aveva ancor consultato il conte di Cavour, nè ben ponderate tutte le ragioni della domanda che gli era rivolta, non assentì, ma non dissentì nemmeno apertamente; onde Garibaldi, chiamato con gran diligenza il Sacchi e riferitogli il colloquio avuto col Re, fidando senz’altro sulla devozione del suo più antico luogotenente di Montevideo, gli disse di tenersi pronto a seguitarlo col suo reggimento. Esultò il Sacchi; e tornato ad Alessandria e confidato il segreto a’ più intimi suoi ufficiali, il Pellegrini, il Grioli, l’Isnardi, il Chiassi, il Lombardi, n’ebbe da tutti la stessa risposta ch’egli aveva data a Garibaldi. Se non che, era sogno troppo dorato. Scorsi pochi giorni, Garibaldi richiamava a Torino il Sacchi, e gli annunziava che il re Vittorio non solo negava il suo consenso al noto progetto, ma raccomandava che l’esercito stesse più serrato e disciplinato che mai, pronto a fronteggiare tutti gli eventuali nemici che gli stessi avvenimenti del Mezzodì potevano suscitare.
E così fu che il posto assegnato, nella mente di Garibaldi alla brigata Reggio, toccò ai Mille. Certo che quell’idea rasentava l’utopía; nè era presumibile che Vittorio Emanuele, re prudente ed accorto se mai ve ne fu, e conscio de’ suoi doveri costituzionali, avrebbe impegnato la sua regia parola in un complotto che gettava il suo Stato novello nell’ignoto d’un’avventura, ed equivaleva ad un’aperta dichiarazione di guerra.
Valga piuttosto il fatto, quale sulla fede di non disputabile testimonianza l’abbiamo narrato,[18] a chiarire sempre più in quale confidente abbandono d’ogni più riposto loro pensiero vivessero a que’ giorni il Re Galantuomo e il Condottiero popolare, ed a riattestare in faccia alla storia, se pur ve n’ha mestieri, quanto fosse grande la complicità della Monarchia in quella congiura fortunata, che ebbe per prologo Marsala e per lieta catastrofe l’unità nazionale.
E sia pur vero che quella complicità sia stata, in sulle prime segnatamente, peritosa, ambigua, negativa: chiunque abbia senso delle necessità d’uno Stato, e memoria de’ pericoli che attorniavano a que’ giorni l’Italia, intende che non poteva essere diversa. La rivoluzione poteva azzardar tutto su una carta; la Monarchia no. L’alleanza della Monarchia colla rivoluzione non poteva essere effettuabile e fruttuosa che a due patti: che entrambe operassero a seconda della loro natura, e che l’una non usurpasse le parti e non intralciasse l’azione dell’altra. Un partito rivoluzionario che si fosse proposto procedere coi riguardi, le cautele, gli scrupoli d’un governo costituito, si sarebbe esausto nelle sterilità; un Governo che avesse voluto seguir gli andamenti, imitare le audacie e affettare la irresponsabilità d’un partito rivoluzionario, si sarebbe infranto contro la lega di tutti gli altri governi costituiti, e avrebbe trascinato nella propria rovina la causa stessa che voleva difendere. Era lecito a Garibaldi ed a’ suoi tentare il magnanimo giuoco, poichè al postutto si arrischiavano bensì molte vite preziose, ma non la patria tutta; il Governo del nuovo Regno d’Italia, responsabile non solo dell’esistenza sua, ma dell’avvenire della nazione intera, non poteva, senza abiura della sua stessa missione, correre la medesima sorte.
Queste pertanto e non altre le ragioni della politica all’aspetto obliqua, dubbiosa e talvolta bifronte del conte di Cavour alla vigilia di Marsala. Il problema che per Garibaldi era semplicissimo, per lui era terribilmente complesso ed aggrovigliato. Egli non poteva certo, senza offendere il sentimento della universalità degl’Italiani, guardar con occhio indifferente la sommossa siciliana, molto meno lasciarla strozzare disperata d’ogni soccorso; ma non poteva nemmanco farsene aperto campione, nè recare ostensibilmente un aiuto che avrebbe svelato anzi tempo il fine ultimo della sua politica, e attirato sopra il giovine Regno italiano la collera sino allora delusa e blandita di tutta l’Europa conservatrice. Poteva però permettere che l’aiuto si recasse, o fingere di non poter impedire che fosse recato; ma perchè questa tattica, non grande per fermo, ma certo utilissima, sortisse tutto il suo pieno effetto, gli era mestieri appunto di quell’arte occulta, sottile, prestigiosa, lesta di mano e larga di coscienza che offende le anime rettilinee e cavalleresche, e spiace in sulle prime ad amici e nemici; ma vien poi sempre perdonata, tanto è umana essa pure, in virtù dello scopo e in grazia del successo.
E così fece. Che il conte di Cavour avesse scorto fin da’ primi giorni la grande importanza del moto siciliano, lo accerti questo solo: che prima ancora di conoscere gl’intendimenti di Garibaldi, egli fece chiedere al generale Ribotti[19] (quel medesimo che aveva comandato i primi corpi volontari di Modena e di Parma), se, venendo il caso, avrebbe consentito d’andare a capitanare anco gl’insorti di Sicilia. Poscia ebbe egli pure, come li avrà più tardi Garibaldi, alcuni giorni di dubbiezza e d’indecisione: le novelle di Sicilia non venivano più così propizie; già correva voce che l’insurrezione agonizzasse nei monti; e naturalmente l’uomo di Stato prima di dar un passo e di scoprire i suoi intendimenti esitava.
Tuttavia, quando intese che la lotta nell’Isola persisteva e che Garibaldi s’era impegnato a soccorrerla; quando udì intorno a sè gli esuli di Napoli e di Sicilia preganti per la loro terra nativa; quando vide tra i complici e i fautori dell’insurrezione i suoi stessi amici e più fidati seguaci; quando s’accorse che il grido per la Sicilia non era artificio d’un sol uomo o d’un sol partito, ma eco schietta e profonda d’un sentimento dell’intera nazione; allora non vacillò più, e concesse a’ soccorritori tutto quello che a governante di Stato ordinato era lecito concedere: la balía di prepararsi, d’armarsi, di salpare all’ombra del suo Governo e sotto l’egida del suo Re.[20]
Così quando il Comitato del Milione di fucili fece intendere che le armi raccolte a Milano dovevano essere trasportate a Genova, finse di non saperlo; che se poi quell’armi furono negate e sequestrate, l’autore del diniego e del sequestro è noto; una appunto di quelle anime rettilinee e cavalleresche che non sapevano seguire la politica molto curvilinea del conte di Cavour; nè intendere si «potesse avere un rappresentante presso il Re di Napoli e mandar de’ fucili in Sicilia.[21]»
Così quando tra il 18 e il 19 aprile Giuseppe La Masa si presentava al conte di Cavour per chiedergli in nome de’ suoi compagni d’esiglio di voler concedere alla insurrezione un aiuto un po’ più efficace della semplice astensione e di risarcire almeno i fucili staggiti a Milano; ecco il Conte fare un altro passo ancor più decisivo, e ordinare al La Farina di somministrare a Garibaldi quante armi avesse disponibili ne’ suoi depositi la Società nazionale. Che se poi quelle armi parvero scarse e pessime, e furon date con avarizia e mala grazia, e rinfacciate poi con acrimonia e superbia, la colpa ricade sull’uomo che il Cavour s’era tolto a Ministro della sua politica segreta, un uomo di nobile mente, di infaticabile e fervido patriottismo; ma invasato di passione partigiana, infatuato nell’idea d’aver egli solo preparato la spedizione siciliana, e morto col rancore male dissimulato[22] di aver rappresentato sulla scena italiana una parte poco vistosa e poco applaudita.
E così finalmente, quando la spedizione fu in procinto di partire, inviava nelle acque di Sardegna l’ammiraglio Persano, coll’ordine di catturare i volontari se toccavano qualche porto dell’Isola, ma di lasciarli procedere nel loro camminino incontrandoli per mare; ordine, a dir vero, che non imponeva all’Ammiraglio alcuno sforzo straordinario d’acume, nè alcuna prova singolare di coraggio per essere nel suo vero senso interpetrato.[23]
IX.
Intanto Garibaldi, visitato nuovamente a Torino dal Crispi, dal Medici, dal Finzi, dal Bertani, e presi con loro gli ultimi accordi, partiva il giorno 20 aprile per Genova, e dalla casa del suo amico Coltelletti passato tostamente nella Villa Spinola presso Quarto, offertagli dall’altro suo amico Candido Augusto Vecchi, piantava colà il Quartier generale della spedizione.
Questa infatti pareva irrevocabilmente deliberata. Il Bixio, cercato indarno un bastimento che assumesse il viaggio periglioso, pel puro noleggio, era riuscito più fortunatamente a persuadere Raffaele Rubattino a lasciarsi rapire, con un simulacro di pirateria, e mercè la sola malleveria della firma di Garibaldi, due de’ suoi piroscafi, e al più era provveduto.
Le carabine di Milano si potevan dire perdute; ma i mille cinquecento fucili e le cinque casse di munizioni, promessi dal La Farina, e qualche diecina di carabine e di rivoltelle raccolte a Genova, parevan bastare al bisogno. I danari penuriavano, ma si contava sulla cassa del Milione di fucili e intanto si suppliva alle prime spese con ottomila lire mandate dai Pavesi e con qualche dono venuto a Garibaldi da Montevideo.
La gioventù abbondava e passeggiava anche troppo rumorosamente le strade di Genova: l’accordo infine tra i capi delle varie parti, o meglio dire tra i membri dei varii Comitati patriottici (quello di Soccorso degli Esuli siciliani; quello della Società nazionale; quello del Partito d’azione), pareva più o meno affettuosamente stabilito; e una voce già correva da Villa Spinola per tutte le fila che la notte del 27 aprile si sarebbero salpate le àncore.
Se non che le Bande siciliane toccavano appunto in que’ giorni la rotta di Carini; e un telegramma in cifra spedito da Malta da Nicola Fabrizi a Francesco Crispi venne interpretato così:
«Malta, 26 aprile 1860.
Completo insuccesso nelle provincie e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta.[24]»
Era quanto dire tutto finito; e se i più, gli esuli principalmente, non potevano ancora confessarlo, Garibaldi, il quale fin da principio aveva posto per condizione del suo soccorso la durata dell’insurrezione, e si era mostrato più d’ogni altro impensierito della gravità del cimento, appena udito l’infausto annunzio dichiarò che l’impresa era ormai impossibile, e ne disdisse egli stesso gli apparecchi. Con quale animo i principali attori e cooperatori della spedizione accogliessero l’inattesa risoluzione del loro Capitano, non si potrebbe con una sola parola ridire. I consigli e i propositi furono diversi secondo i caratteri e i temperamenti, gl’interessi e le parti. Chi esclamava, come il La Masa: Garibaldi non necessario, e lui essere sempre pronto a prenderne il posto; chi sconsigliava severamente la spedizione come il Sirtori, ma diceva: «se Garibaldi parte io lo seguo;» chi la dava addirittura per fallita e se ne ritornava rassegnato a Torino, come il La Farina; chi infine, come il Crispi, il Bertani, il Bixio persistevano a crederla sempre effettuabile, e con questa nobile ostinazione nell’animo si stringevano intorno al Generale, scongiurandolo a non desistere dal magnanimo voto, a non privare quella povera Isola combattente del poderoso soccorso della sua spada, a pensare a tanta gioventù accorsa d’ogni dove per combattere o morire con lui: a pensare all’Italia.
Generosi consigli, ma vani: Garibaldi ne’ solenni cimenti non li prende mai che da sè stesso. Però ascoltava cortesemente tutti; ma non dava risposta concludente e decisiva a veruno. Fin dall’arrivo di quell’infausto telegramma aveva mutato d’aspetto. Fattosi anche più pensoso e taciturno del consueto, andava solitario lungo la spiaggia del mare e vi restava lunghe ore immobile, silenzioso, cogli occhi fissi ad un punto dell’orizzonte, come se vi scorgesse tra le ultime brume la immagine dolente e insanguinata della Sicilia, e ognuna di quelle ondate che veniva a frangersi a’ suoi piedi gli portasse dal deserto infinito il responso del suo destino.
Così era fatto Garibaldi! Il consiglio decisivo egli non lo chiedeva più oramai ai sillogismi della ragione; ma lo aspettava da que’ moti istintivi, da quelle ispirazioni inconscie, da quei presagi fatidici che sono il sesto senso, la coscienza privilegiata, il Dio ignoto de’ poeti e degli eroi.
Però ripetiamo qui ciò che scrivemmo in altre pagine, per risposta ai tanti che si vantarono d’avergli persuaso Marsala: nessuno lo persuase; nessuno lo dissuase. Garibaldi non può essere misurato al metro comune, e chi lo dimentichi rischierà quasi sempre di sbagliare la giusta grandezza così delle sue colpe, come delle sue virtù. La Poesia, fatidica interprete della storia umana, attribuì sempre ad una volontà divina le gesta solenni degli eroi; e solo al celeste lume della Poesia convien cercare la spiegazione suprema di Marsala. È l’Araldo di Giove che strappa il Dardanide dai molli talami della Cartaginese, e gli rammenta il grande fato di Roma; è l’Angiolo del Signore che scuote in sogno il pio Goffredo e gli addita il Sepolcro di Cristo; son voci arcane dall’alto che suscitan la Vergine di Domrémy e l’armano per il riscatto della patria sua; e fu certo una gran voce echeggiata dentro le profondità più ascose dell’anima sua, quella che troncò tutti i contrasti, vinse tutte le dubbiezze di Garibaldi, e all’improvviso, imperiosamente, inappellabilmente, come un cenno di Dio, gl’intimò la partenza: «Partiamo,» disse il 1º maggio agli amici raccoltisi ancora intorno a lui a iterare le preghiere e supplicare la risposta: «Partiamo, ma purchè sia domani.» E domani non era possibile; ma quel grido subitaneo d’impazienza, quella fretta quasi febbrile, dopo tanti giorni d’indecisione, attesta una volta di più che l’eroe agiva oramai sotto l’impero d’una volontà arcana, e che scendendo nell’arena egli sentiva intorno a sè, come Achille e Rolando, l’egida d’una protezione divina.
X.
La sera del 4 maggio Genova ferveva d’insolito moto. Le vie brulicavano d’una folla straordinaria; capannelli di cittadini si componevano e scomponevano rapidamente in tutti i canti, e la voce: «Partono stanotte,» volava con accenti alterni di ansietà e di gioia su tutte le labbra. Intanto drappelli di giovani, all’aspetto forastieri, traversavano taciti e affrettati la città e si dirigevano tutti insieme, come mossi da un solo pensiero, fuori di Porta Pila. Poche ore dopo il Bixio, finto pirata, saltava con pochi seguaci a bordo del Piemonte e del Lombardo (i due vapori concessi dal Rubattino) e se ne impadroniva, e Garibaldi in camicia rossa e puncio americano, il sombrero sugli occhi, la sciabola sulle spalle, il rewolver e il pugnale alla cintura, scendeva sul far della mezzanotte da Villa Spinola alla spiaggia di Quarto, e colà attorniato tosto da’ suoi volontari giunti prima di lui al convegno, e tornato sereno e quasi ilare, vi attendeva in placidi ragionari l’arrivo dei predati bastimenti. Il Governo solo in tanto tramenío sembrava dormire profondamente.
Era però succeduto un piccolo incaglio. L’operazione de’ bastimenti era stata più lunga del supposto; la macchina del Lombardo non funzionava bene, talchè era stato mestieri che il Piemonte se lo attaccasse alla poppa e lo traesse a rimorchio; onde Garibaldi, dubitando di qualche inatteso sinistro, fu preso subitamente da una tal quale impazienza, e buttatosi in un canotto faceva vogare a forza di poppa verso Genova per verificare co’ suoi occhi la causa dell’indugio. Fortunatamente i bastimenti erano già in cammino; e Garibaldi balzato a bordo del Piemonte e preso da quel momento il governo della piccola flottiglia, comandò egli stesso la manovra per accostar la spiaggia di Quarto. Colà tutto era pronto: da Villa Spinola eran già stati calati i mille fucili, non più, dati dal La Farina[25] (i viveri, le munizioni e il resto dell’armi dovevano esser presi in mare); il Bertani aveva già consegnato a Garibaldi trentamila franchi in oro, terzo della somma offerta del Milione di fucili;[26] i Legionari «battevano il piede sulla spiaggia, come il corsiero generoso impaziente delle battaglie;[27]» e in brev’ora, senza strepito e senza disordine, tutto fu imbarcato.
Già biancheggiava l’alba del 5 maggio: le camminiere fumavano; la rotta era segnata; tutti gli ordini erano dati; il Bixio al comando del Lombardo, il Castiglia a quello del Piemonte, non attendevano più che il segnale; Garibaldi tuonò un sonoro: Avanti; le àncore furono salpate; le ruote si scossero; le prue si drizzarono verso sirocco, e in brev’ora le due navi non furono che due masse nere, sormontate da un pennacchio grigio, sulla glauca conca del Golfo ligure.
O nimis optato sæclorum tempore nati — Heroes salvete.[28]» Voi portate l’Italia e la sua fortuna; voi state per scrivere una delle più stupende pagine del secolo nostro; voi apparecchiate alla patria l’unità, alla poesia la leggenda, al valore latino una novella apoteosi, e felici o sfortunati siete immortali. Però scegliere tra voi la schiera de’ più eletti sarebbe ingiusto: vi accomuna la fede nella virtù, vi uguaglia la religione del sacrificio, e Omero dovrebbe scrivere il vostro eroico catalogo coll’intero Albo dei Mille.
XI.
Garibaldi non poteva cimentar sè e la causa d’Italia a sì perigliosa avventura senza chiarire alla nazione ed al suo capo i propri intendimenti e, soprattutto, senza stringere co’ suoi amici lasciati sul Continente tutti gli accordi che valessero ad assicurargli alle spalle una base d’operazione ed una fonte durevole di soccorso.
Al Re aveva scritto: non aver consigliato l’insurrezione dei Siciliani, ma dacchè essi s’erano levati in nome dell’unità italiana non poter più esitare a correre in loro aiuto. Sapeva la spedizione pericolosa, ma confidava in Dio e nel valore de’ suoi compagni. «Suo grido sarebbe sempre: Viva l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele, suo primo e più prode soldato. Non avergli comunicato il suo progetto, perchè temeva che la grande devozione che nutriva per lui l’avesse persuaso ad abbandonarlo.[29]»
All’esercito, memore della promessa fatta al Sacchi, raccomandava di non sbandarsi, di sovvenirsi che anche nel Settentrione avevamo nemici e fratelli, di stringersi sempre più ai suoi valorosi ufficiali ed a quel Vittorio, la di cui bravura «può essere rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà a condurli a definitivi trionfi.[30]»
Finalmente ad Agostino Bertani, creato da lui suo proministro per tutta Italia, lasciava questi amplissimi incarichi:
«Genova, 5 maggio 1860.
»Mio caro Bertani,
»Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio a voi gli incarichi seguenti:
»Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa;
»Procurare di far capire agl’Italiani, che, se saremo aiutati dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo, con poche spese; ma che non avranno fatto il dovere, quando si limitano a qualche sterile sottoscrizione;
»Che l’Italia libera d’oggi, in luogo di centomila soldati deve armarne cinquecentomila, numero non certamente sproporzionato alla popolazione, e che tale proporzione di soldati l’hanno gli Stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare; con tale esercito l’Italia non avrà più bisogno di stranieri, che se la mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla;
»Che ovunque sono Italiani che combattono oppressori, là bisogna spingere tutti gli animosi e provvederli del necessario per il viaggio;
»Che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ec., dovunque sono dei nemici da combattere.
»Io non consigliai il moto della Sicilia, ma venuti alle mani quei nostri fratelli, ho creduto obbligo di aiutarli.
»Il nostro grido di guerra sarà: Italia e Vittorio Emanuele; e spero che la bandiera italiana anche questa volta non riceverà sfregio.
»Con affetto
»vostro Giuseppe Garibaldi.[31]»
E questo mandato troppo per sè solo vago e indeterminato, combinato con altre lettere e discorsi di Garibaldi, diverrà poi il primo germe maligno di dissidi che minacceranno più d’una volta di turbar la concordia del partito nazionale e saranno origine di alcuni non lieti episodi che avremo a narrare fra poco.
Se non che la fortuna parve fin dai primi passi corrucciarsi dell’audace disfida, e suscitò ai navigatori una imprevista difficoltà. Una parte delle armi, e tutte le munizioni erano state caricate sopra due paranze, che dovevano aspettare con un fanale alla prua i due vapori all’altezza di Bogliasco e in essi trasbordare il loro carico. E difatti poco lontano dal punto indicato un fioco lume tremola sulle acque e par che navighi esso pure verso i piroscafi; quando, a un tratto che fu, che non fu,[32] il lume dà volta, s’allontana, dilegua, lasciando tutta la costa nella silenziosa oscurità di prima. Indarno Garibaldi fa rallentare le macchine, indarno fruga, quanto gira l’occhio, la costa ed il mare; il mare e la costa non gli danno altra risposta. Era una terribile verità: quella barca portava a bordo la più necessaria parte dell’arsenale della spedizione; senza quella barca anche quel migliaio di grami fucili del La Farina diventava affatto inservibile; i Mille non erano più che una turba di viaggiatori inermi, ed ogni altro capitano avrebbe giudicato la spedizione ineffettuabile e deciso il ritorno. Non Garibaldi. Ordinato ai suoi Luogotenenti, partecipi del segreto, di nascondere a chicchessia il contrattempo, ormai fidente nella sua stella, e avendo probabilmente già trovato nella fervida mente il rimedio del male: «Non importa, esclama, facciamo rotta per il canale di Piombino;» e le due navi ripigliarono all’istante l’interrotto cammino, e i Volontari, che s’erano tutti levati a commentar quella sosta inattesa senza nulla capirne, tornarono inconsci e tranquilli ad accucciarsi sul ponte, a spandersi nelle cabine, a dondolarsi sui bordi; taluno a scriver le prime linee delle sue Memorie; tal altro a battagliare, come Don Giovanni, tra i ricordi della bella lasciata al paese, e gl’ingrati effetti del rollío e del beccheggio.
Poichè v’era tutto un mondo su quel naviglio: la recluta ed il veterano; l’avventuriere e l’eroe; l’artista ed il filosofo; il settario ed il patriotta; il lafariniano intollerante ed il mazziniano arrabbiato: «il Siciliano in cerca della patria, il poeta d’un romanzo, l’innamorato dell’obblío, l’affamato di un pane, l’infelice della morte: mille teste, mille cuori, mille vite diverse; ma la cui lega purificata dalla santità dell’insegna, animata dalla volontà unica di quel Capitano, formava una legione formidabile e quasi fatata.[33]»
XII.
Oltrepassato il Canale di Piombino la mattina del 7 maggio, la piccola flottiglia andò a gettar l’ancora innanzi a Talamone, a breve tratto da Porto Santo Stefano, a poche miglia da Capo Argentaro e dalla fortezza d’Orbetello. Nè fu certo per riposarvi.
Parecchie potevano essere le ragioni di quella fermata, ma principale fra tutte quella di cercare su quella costa solitaria, ma spesseggiante di fortilizi e di arsenali terrestri e marittimi, un mezzo, un espediente qualsiasi per risarcire la grave perdita delle munizioni, o predate o smarrite colla paranza di Portofino. E però fu anche questo il primo scopo, cui Garibaldi converse i suoi pensieri. «Talamone (narra egli stesso) aveva un povero porto poveramente armato, comandato da un ufficiale e da pochi veterani. I Mille avrebbero potuto facilmente impadronirsene anche scalandolo; ma non sembrò conveniente, e perchè si sarebbe fatto troppo chiasso, e perchè non si era certi di trovarvi quanto abbisognava.»
Conveniva dunque fidare in qualche stratagemma, e Garibaldi, già, lo sappiamo, non ne fu mai a corto.
Sovvenutosi d’aver seco nel poco bagaglio la sua uniforme da Generale piemontese del 1859, appena sceso a terra la indossò, e fatto chiamare a sè il vecchio Comandante di Talamone, gli fu facile ottenere da lui, parte col prestigio del nome e l’affabilità de’ modi, parte coll’autorità di quell’assisa, tutto quanto gli occorreva. Se non che il Castellano era più volenteroso che ricco; nella sua vecchia bicocca non v’erano più che pochi fucili arrugginiti e un’antiquata colubrina; buoni pur quelli, pensò il Capitano de’ Mille, ma non certo bastevoli alla sua grande miseria. Fortunatamente però il Comandante di Talamone nel consegnargli que’ poveri rimasugli fece intendere che le scorte di guerra di tutto quel tratto di costa erano raccolte nel forte di Orbetello, e che colà certamente la spedizione avrebbe trovato quanto le poteva occorrere. Bastò. Pochi istanti dopo il colonnello Türr riceveva da Garibaldi l’incarico di chiedere al Comandante d’Orbetello quante armi e munizioni aveva in serbo ne’ suoi arsenali; e due ore dopo, munito di questo biglietto di Garibaldi: — «Credete a tutto quanto vi dice il mio Aiutante di campo, il colonnello Türr, ed aiutateci con tutti i vostri mezzi per la spedizione che io intraprendo per la gloria del nostro re Vittorio Emanuele e per la grandezza d’Italia;» — il Colonnello stesso si presentava al maggiore Giorgini, tale era il nome del Comandante, e gli esponeva l’oggetto del suo mandato. Il Giorgini in sulle prime, sgomento della grave responsabilità cui andava incontro, ne rifuggì apertamente; ma poi il Türr seppe tanto dire e fare e così destramente dimostrargli l’impresa esser voluta dal Re, andarne della Sicilia non solo, ma dell’Italia, ogni ritardo poter riuscire esiziale, infine la responsabilità del concedere essere in quel caso un nulla al paragone di quella del rifiutare, che il buon Giorgini, ascoltando certo più le voci del patriottismo che quelle della rigida disciplina militare, finì col darsi per vinto, e col concedere tutto quanto gli era richiesto. Nè infatti quel giorno era ancora tramontato, che lo stesso Giorgini conduceva a Garibaldi (tenersi dal vedere egli stesso il magico eroe non avrebbe potuto) centomila cartocci, tre pezzi da sei e milleduecento cariche, le quali, unite ai vecchi schioppi e alla barocca colubrina di Talamone, compirono l’armamento ben degno di quei Mille pezzenti alla conquista di un regno.[34]
Ma di pari passo a questa, un’altra operazione, importantissima fra tutte, era stata compiuta. La gente imbarcata a Quarto non era fino allora che una turba informe e confusa; conveniva darle al più presto una forma ed un aspetto militare. Però anche a questa bisogna poche ore bastarono. Scesi a terra i Legionari, e passata una prima rassegna, millesettantadue risposero all’appello. In seguito, divisa la gente in nove compagnie, ed eletti: a Capo dello Stato Maggiore Giuseppe Sirtori, del Quartier generale Stefano Türr, dell’Intendenza Giovanni Acerbi, del Corpo sanitario il dottor Ripari; fu letto un Ordine del giorno, nel quale, dopo aver stabilito che il corpo riprenderebbe il nome di Cacciatori delle Alpi, e raccomandata l’abnegazione e la disciplina, era proclamato che il suo grido sarebbe sempre quello, rimbombato già sulle sponde del Ticino: Italia e Vittorio Emanuele.[35] L’organizzazione poi, soggiungeva l’Ordine del giorno, sarebbe stata «in tutto simile a quella dell’esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, sono dati al merito, e sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.[36]»
A questo solo però non s’eran fermate le cure di Garibaldi. Il pensiero vagheggiato fin dai giorni della Cattolica di un’invasione nelle provincie romane, egli l’aveva sepolto in fondo al cuore, ma deposto non mai; e la riscossa siciliana non aveva fatto che ridestarlo e richiamarlo a vita novella. Nella mente sua un concetto non escludeva l’altro, anzi a vicenda s’integravano e insieme compievano quel disegno d’insurrezione generale di tutta Italia, che era il suo eroico sogno, e di cui i «cinquecentomila volontari e il milione di fucili» dovevano essere i fattori e gli stromenti.
Poichè l’eroe aveva promesso il suo braccio ai Siciliani, e’ non intendeva ritrarlo; ma pensava sempre che la Sicilia potesse essere soccorsa in due modi: recandole un rinforzo d’armi e d’armati; e suscitando nella restante Italia, rimasta schiava, segnatamente nelle Marche, nell’Umbria e nel Napoletano, una vasta sommossa che mettesse in fiamme tutta la Penisola, e finisse una buona volta, per dirla con lui, «le nostre miserie di tanti secoli.» Da ciò le parole al Bertani «che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque sono nemici;» da ciò la lettera al Medici (Genova, 5 maggio 1860), nella quale consigliandolo a serbarsi per altre imprese ed a fare ogni sforzo per inviare soccorsi di armi e di gente in Sicilia, gli aggiungeva di fare «lo stesso nelle Marche e nell’Umbria, ove presto sarà l’insurrezione, e dove presto conviene promuoverla a tutta oltranza.[37]» Da ciò infine l’appello agl’Italiani bandito da Talamone: «Che le Marche, l’Umbria, la Sabina, Roma, il Napoletano, insorgano per dividere le forze de’ nostri nemici;» e quale ultimo portato di quest’idea, quella diversione o spedizione nell’Umbria, che fu detta di Talamone.
Di questo fatto inesattamente si scrisse, e male si giudicò fin d’allora; ma alieni dall’occupare, con litigiose digressioni, il posto sacro alla Storia, ci restringeremo a dire del fatto, quanto a noi stessi, testimoni e attori involontari, consta in modo non discutibile, nè confutabile.
Nella mattina stessa del 7 maggio, Garibaldi faceva chiamare nella casa del Gonfaloniere, dove aveva posto il Quartier generale, il colonnello Zambianchi e gli proponeva di mettersi a capo d’una schiera di Cacciatori delle Alpi per tentare un’invasione nell’Umbria dal lato di Orvieto. Gli avrebbe dato, diceva, armi e danari; l’affidava che a poche miglia avrebbe trovato una colonna già in marcia di Livornesi che s’unirebbe a lui; lo lusingava che una spedizione si stesse preparando a Genova dal Cosenz e dal Medici, e ch’egli stesso, Garibaldi, potesse comparire nell’Umbria e pigliare il comando dell’impresa.
E questo fu il primo capitale errore del Duce dei Mille. Lo Zambianchi, colonnello nel 1849 de’ Gendarmi della Repubblica romana, aveva lasciato dietro a sè una fama piuttosto di brutalità che di prodezza; e non possedeva certo alcuna delle doti necessarie a governare una siffatta impresa. Appunto perchè grosso di cervello, quanto spavaldo di cuore, non si rese alcun conto della difficoltà e della responsabilità del mandato, e l’accettò. Garibaldi gli diè facoltà di scegliersi, fra i Mille, una schiera di cinquanta o sessanta volontari, gli assegnò egli stesso due o tre ufficiali (buoni, diceva il Generale), i quali, indarno supplicato di non essere staccati dai camerata coi quali eran partiti, ma non volendo in quell’ora solenne dar l’esempio d’una indisciplinatezza, si rassegnarono al sacrificio; gli pose nelle mani sessanta buone carabine, quaranta revolver e seimila franchi; gli consegnò un Manifesto da bandirsi ai Romani, e un foglio d’Istruzioni tutto di suo pugno e lo mandò con Dio.
Il Manifesto già noto diceva:
«Romani!
»Domani voi udrete dai preti di Lamoricière che alcuni Mussulmani hanno invaso il vostro terreno. Ebbene, questi Mussulmani sono gli stessi che si batterono per l’Italia a Montevideo, a Roma, in Lombardia! quelli stessi che voi ricorderete ai vostri figli con orgoglio, quando giunga il giorno che la doppia tirannía dello straniero e del prete vi lasci la libertà del ricordo!
»Quelli stessi che piegarono un momento davanti ai soldati agguerriti e numerosi di Buonaparte, ma piegarono colla fronte rivolta al nemico, ma col giuramento di tornare alla pugna, e con quello di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità che quella dell’odio all’oppressore ed ai vili!
»Sì, questi miei compagni combattevano fuori delle vostre mura, accanto a Manara, Melara, Masina, Daverio, Peralta, Panizzi, Ramorino, Mameli, Montaldi, e tanti vostri prodi che dormono presso alle vostre catacombe, ed ai quali voi stessi deste sepoltura, perchè feriti per davanti.
»I vostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra degli Scevola, degli Orazii e dei Ferrucci; la nostra causa è la causa di tutti gl’Italiani. Il nostro grido di guerra è lo stesso che risuonò a Varese ed a Como: Italia e Vittorio Emanuele! e voi sapete che con noi, caduti o vincenti, sarà illeso l’onore italiano.
»G. Garibaldi
»Generale romano promosso da un Governo
eletto dal suffragio universale.»
Le Istruzioni, ignorate sino ad ora e che per la prima volta si pubblicano, aggiungevano:[38]
Istruzioni al comandante Zambianchi.
«1º Il comandante Zambianchi invaderà il territorio pontificio colle forze ai suoi ordini, ostilizzando le truppe straniere mercenarie di quel Governo antinazionale con tutti i mezzi possibili.
»2º Egli susciterà all’insurrezione tutte quelle schiave popolazioni contro l’immorale Governo, e procurerà ogni modo per attrarre con lui tutti i soldati italiani che si trovano al servizio del Papa.
»3º Egli, campione della causa santa italiana, reprimerà qualunque atto di vandalismo col maggior rigore, e procurerà di farsi amare dalle popolazioni.
»4º Chiederà, come è giusto, dai Municipi ogni cosa, di cui possa aver bisogno in nome della Patria, che compenserà alla fine della guerra ogni spesa sopportata da particolari e Comuni.
»5º Egli propagherà l’insurrezione dovunque negli Stati del Papa ed in quelli del Re di Napoli, evitando, per quanto è possibile, di percorrere gli Stati italiani del re Vittorio Emanuele, il nome del quale e d’Italia saranno il grido di guerra d’ogni Italiano.
»6º Eviterà più che possibile d’accettare soldati dell’esercito nostro regolare, anzi raccomanderà a questi di non abbandonare le loro bandiere, e che non tarderà il loro turno in combattimenti maggiori.
»7º Trovandosi con altri corpi italiani nostri, procurerà di accordarsi circa le operazioni. Se alla testa di quei corpi si trovassero i brigadieri Cosenz o Medici, egli si porrà immediatamente ai suoi ordini, e se vi fosse guerra tra Vittorio Emanuele e i tiranni meridionali, allora si porrebbe agli ordini del comando superiore del Re o chi per lui.
»(Firmato) G. Garibaldi
»Generale del Governo di Roma, eletto dal suffragio universale
e con poteri straordinari.»
Ora come Garibaldi potesse dar per cosa quasi certa la prossima entrata del Cosenz e del Medici[39] nelle provincie romane, e molto più come potesse credere che l’esercito regio li avrebbe o preceduti o spalleggiati, è problema che forse Garibaldi stesso non saprebbe risolvere; uno dei tanti enigmi di cui tutte le congiure son piene, e quella del risorgimento italiano è riboccante.
Comunque, lo Zambianchi, radunata la sua piccola schiera, la sera stessa del 7 maggio spiccò la marcia verso Fontebranda, e incontrata la mattina vegnente la colonna promessagli de’ Livornesi,[40] continuò, attraverso tutta la Maremma grossetana, senza mai incontrare su suoi passi l’ombra d’un ostacolo. Soccorso dai Municipi di viveri, di vesti, e talvolta, come a Scansano, di armi; non molestato dalle Autorità governative, e spesso segretamente secondato, arrivò dopo dodici giorni di viaggio agiato e tranquillo a Pitigliano sul confine della provincia orvietana. Colà ospitato, mantenuto, al solito, festeggiato dagli abitanti, sostò comodamente altri tre giorni; e tra il 20 e il 21 sconfinò. I troppi saggi di volgarità e d’imperizia dati dallo Zambianchi non consentivano più alcuna illusione sull’esito finale dell’impresa, e i pochi che nelle file ragionavano ancora, lo prevedevano e ne tremavano. Ma che fare? Non avrebbero potuto denunciare l’inettitudine del Comandante senza taccia di sediziosi; non sottrarsi al destino de’ loro camerata senza taccia di disertori, e convenne loro rassegnarsi, tacere e marciare sino alla fine. Infatti, giunti alle grotte di San Lorenzo, tra Valentano e Acquapendente, la catastrofe, preveduta, precipitò. Il Colonnello, disposti a rovescio gli avamposti e trascurate le più elementari norme di cautela militare, aveva lasciato i volontari disperdersi tra le case e le cantine, dove col dolce vin di Orvieto gli abitanti medesimi li attiravano; e abbandonatosi egli stesso a copiose libazioni, era caduto, briaco fradicio, in pesantissimo sonno.
Intanto, scorsa poco più d’un’ora, uno squadrone di Gendarmi, condotti da quello stesso colonnello Pimodan che lasciò poi la vita a Castelfidardo, entrava di sorpresa nel villaggio e lo traversava ventre a terra in tutta la sua lunghezza. Se non che non tutti erano venuti a patti coll’Orvietano: una mano di valorosi oppose da un caffè una disperata resistenza; al rumore della zuffa accorrono via via i più vicini e i meno assonnati: la pugna si accende alla spicciolata in più luoghi: una barricata improvvisata dinanzi al caffè sbarra la via ai cavalli nemici; una scarica bene aggiustata, penetrando nei loro fianchi, ne abbatte alcuni, e sgomina gli altri; e in men di due ore gli assalitori sono costretti a dar volta precipitosamente, lasciando dietro a sè non pochi feriti e prigionieri. I Garibaldini dunque non furono sconfitti, siccome i Pontificii spacciarono e molti ripeterono:[41] essi restarono padroni del terreno; essi stettero ancora accampati sul territorio pontificio circa tre ore, e soltanto al calar della sera in ordine minaccioso, trascinando seco lo Zambianchi più come un ostaggio che come un capitano, ripassarono il confine a Sovano, dove il Governo di Ricasoli, che quindici giorni prima li aveva lasciati armare de’ suoi fucili, li disarmò.
E così nacque, procedette e finì la spedizione delle Grotte. Commessa a forze inadeguate, guidata da capo imbelle ed inetto, tentata in ora inopportuna fra popolazioni intorpidite ed avverse, essa doveva fallire al suo fine; ma se non fu vittoriosa nel suo campo, non ne recesse nemmeno disonorata; e fruttò almeno un’utile diversione all’impresa siciliana,[42] tenne incerti e confusi più giorni i governi nemici d’Italia sui veri passi di Garibaldi e agevolò, col sacrificio di sessanta dei Mille, la vittoria de’ loro compagni.
XIII.
I Cacciatori delle Alpi erano già tornati a bordo; i cannoni di Talamone già imbarcati; i vapori passati nella mattina dell’8 dal Porto di Talamone in quel vicino di Santo Stefano, vi prendevano il resto delle provvigioni da guerra e da bocca, e nel pomeriggio del giorno stesso il naviglio sferrava nuovamente con mare placido alla volta di Sicilia. E per due giorni e due notti nessun accidente notevole. Sulla prua del Piemonte erano stati posti in batteria la colubrina e sul casseretto della sua poppa il cannone da quattro; i Legionari pigliavano le armi e le munizioni: l’Orsini, nominato capo dell’Artiglieria, piantava in un camerino un laboratorio pirotecnico; c’era un po’ di maretta e qualche volontario pagava il tributo; ma nel rimanente tutto andava a seconda. Soltanto a una cert’ora del giorno: «Un uomo, un uomo in mare,» si udì gridare a prua del Piemonte; ed infatti un volontario, chi disse caduto per caso, chi buttatosi per accesso subitaneo di pazzia, dal bastimento, compariva e scompariva sull’onde, sì che fu mestieri che il Piemonte sciasse e mettesse in acqua una lancia per pescare, non si seppe mai di certo, se il naufrago o il suicida. Episodio insignificante, e che certo avremmo taciuto, se Garibaldi, combinando insieme il ritardo cagionato da quel salvataggio col perditempo occorsogli per la paranza delle munizioni e colla conseguitane deviazione per Talamone, non avesse tratto da tutti quegl’indugi la conseguenza che essi, anzichè nuocere, giovarono provvidenzialmente all’impresa; sia continuando l’incertezza del nemico sulla vera rotta dei due piroscafi, sia facendo in guisa che essi arrivassero allo scoperto di Marettimo proprio nel momento, in cui la crociera borbonica lasciava i paraggi di Marsala e correva a levante verso Capo San Marco.
Garibaldi invece non nota nemmen di sfuggita altro più grave caso avvenutogli tra la notte del 10 e 11 maggio, e che per poco non cagionò un cozzo rovinoso fra i due legni fratelli. Infatti era accaduto che il Lombardo, filando due nodi meno del Piemonte, aveva perduto tanta strada sul suo compagno, che al calar della notte era scomparso affatto dalla sua vista. Era un grave inconveniente tanto più che nelle tenebre il viaggiar di conserva diveniva indispensabile. Garibaldi però decide di aspettare lo smarrito; ma poichè era già nelle acque di Marettimo e poco lunge probabilmente dalla crociera nemica, così aveva fatto spegnere a bordo tutti i fanali e intimato il più rigoroso silenzio. Ma il Lombardo, che intanto aveva fatto strada, «giunto a poche miglia da Marettimo vide a un tratto davanti a sè una massa nera, immobile con tutto l’aspetto d’un nemico in agguato. Chi può essere, che cosa può volere a quell’ora in quelle acque un bastimento a vapore senza lumi, senza segnali, senza voci? Però è già da un quarto d’ora che Bixio è fisso con tutti i sensi su quell’inerte e cieco fantasma; ma più guarda, più ascolta e più il legno s’avanza e più gli cresce nell’animo il sospetto, che sin dal primo istante gli era balenato. Certo è una fregata nemica alla posta della preda. Che fare? Che fare? Bisogna risolvere, e presto, finchè ne avanza il tempo. Madido di freddo sudore, tremante di rabbia, ma coll’animo sacrato ad ogni più mortale cimento, il Bixio ha deciso. Si rammenta che Garibaldi fin da Genova gli mormorò all’orecchio: — Bixio, se mai.... all’arembaggio, — e credendo giunta l’ora di eseguire l’ordine del suo Generale, urla al macchinista di spingere a tutta forza, al pilota di drizzar la prua sul supposto incrociatore, e sveglia con un disperato ululo d’allarmi tutto il bastimento. In un baleno la voce corre che si è caduti nella crociera borbonica; i volontari, che dormivano sicuri, si svegliano in sussulto, danno di piglio alle armi, si schierano instintivamente lungo i parapetti, si preparano a combattere contro chi, perchè, come, non lo sanno; ripetendo macchinalmente quella parola all’arembaggio, che molti non sanno nemmeno che cosa voglia dire, che i più, capaci appena di tenersi ritti su un bastimento, non avrebbero nemmen saputo come si tenti. Ma hanno fede in Bixio, e la disperazione opera l’usato effetto di dar valore anche ai più imbelli.
»E Bixio, dal canto suo, continua a camminare in tutta furia sull’immaginario nemico, che immobile sempre pare che l’attenda e lo sfidi. A un tratto una voce sonora, piena, calda come un bramito, parte dal legno misterioso e rompe la silenziosa tenebra del mare: — Oh capitano Bixiooo! — Garibaldi! — scoppia in una voce sola il Lombardo. E Bixio già curvo all’estrema punta di prua per esser primo all’assalto, tremante ancora del disperato passo che era per dare, tremante anche più per l’irreparabile disastro che stava per cagionare, Bixio trova tuttavia la forza di rispondere:
» — Generale!
» — Ma cosa fate, volete mandarci a fondo?
» — Generale, non vedevo più i segnali.
» — Eh! non vedete che siamo in mezzo alla crociera nemica?... Faremo rotta per Marsala.
» — Va bene, Generale.[43]»
Marsala infatti era il punto che fin dalla sera del 10 era stato scelto per lo sbarco. In sulle prime Garibaldi aveva titubato tra Porto Palo e Sciacca; ma poi un esame più diligente della costa e degli andamenti della crociera, e soprattutto i consigli pratici d’un bravo pescatore trovato nelle vicinanze di Marettimo, lo indussero a preferire, fra quei tre punti, il primo. Sciacca infatti era troppo lontano; Porto Palo non aveva pescaggio sufficiente; mentre Marsala, oltre alla bontà dell’ancoraggio ed all’abbondanza di battelli da sbarco, offriva questo importantissimo vantaggio, che navigando tra Marettimo e Favignana vi si poteva accostar più facilmente al coperto e trovarvi men pericoloso l’approdo.
Oltre a ciò, spiando Garibaldi nella sera del 10 le mosse dei legni borbonici, li aveva veduti incamminarsi placidamente verso scirocco e levante, sicchè n’aveva argomentato che, quand’anche al suo uscire dall’Arcipelago delle Egadi fosse stato subito scoperto, egli si trovava però sempre assai più vicino a Marsala che gli incrociatori, quindi nella possibilità di afferrarvi molto prima che al nemico fosse bastato il tempo di traversargli il passo.
Tutto ciò ben ponderato e considerato, le navi corrono per la rotta indicata; scivolano tra Marettimo e Favignana, e girato il Capo della Provvidenza, mai come in quell’istante meritevole del suo nome, ecco apparire dalla cima dell’Erice alla punta del Lilibeo tutta la costa siciliana, e tra breve, entro una cerchia di mura merlate le bianche case di Marsala, il Porto d’Alì.[44]
Se non che quasi nel punto medesimo emersero alla vista, ancorate innanzi a Marsala stessa, due grosse navi. Erano, senza tema d’inganno, navi da guerra; ma di qual bandiera, con quali propositi? Un gran silenzio si fa a bordo. Tutti gli occhi son fissi sui due legni sospetti; il dubbio d’essere incapati nella crociera nemica accende la fantasia de’ più inesperti, e fa battere i cuori de’ più intrepidi; sullo stesso volto di Garibaldi passa una nube. Quando uno schooner inglese, che veniva facendo la rotta opposta al nostro naviglio, risponde al capitano Castiglia, che l’aveva interrogato, nella lingua sua: They are two vassel of the british squadron. — «Son due legni della squadra britannica.» — Un respiro allarga tutti i petti: le macchine sono spinte a tutta forza; l’onda fugge sotto le rapide ruote; l’ambito lido si disegna: crebrescunt optatæ aures portusque potescit; giù verso scirocco tre incrociatori nemici, richiamati dai telegrafi ottici della costa, rimontano col massimo della loro velocità verso i legni ribelli, ma è ormai troppo tardi: il Piemonte, già sorpassata la punta del molo, infila il porto; il Lombardo, sforzando la vaporiera fin ad investire la costa, lo segue a breve tratto; e al tocco dell’11 maggio 1860, i novelli Argonauti afferrano gloriosamente la lor Colchide agognata.
Nè l’opera dello sbarco fu tardata un istante: numerose barche, quali prese a forza,[45] quali volontarie, s’affollano intorno alle due navi, e prima ancora che i legni nemici, sempre accorrenti a tutto vapore, sian giunti a tiro de’ loro cannoni, il grosso della truppa, delle armi, delle provvigioni è già trasportato a terra. Anche gli incrociatori però ebbero tempo di sopraggiungere, e lo Stromboli, lasciata la Partenope che si trascinava al rimorchio, per nulla impedito, come fu novellato,[46] dai legni inglesi, rimastisi neutrali, veniva a postarsi traverso, cominciando tosto a fulminare l’acqua, i bastimenti, le barche, la rada, il molo, di furiose e disordinate bordate.
Vano rumore! Spreco impotente di polvere e di ferro! Ogni colpo, fosse la fretta, l’imperizia o la trepidazione de’ tiratori, muore nell’acqua o passa innocuo per l’aria, e le Camicie rosse sfilano in perfetta ordinanza fino alla città, salutando di viva, di motteggi, di risate la vana mitraglia.
La prima prova era vinta. Otto secoli prima,[47] i Normanni di Ruggiero sbarcavano in Sicilia a fondarvi sullo sfacelo della dominazione mussulmana una monarchia cristiana, ma feudale; ora altri Normanni guidati da un eroe, non men famoso del nipote di Tancredi, scendevano nella medesima Isola non più conquistatori, ma liberatori, a fondarvi una monarchia civile e redentrice, pietra angolare dell’Unità d’Italia.
XIV.
«Siciliani!
»Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all’eroico grido della Sicilia — resto delle battaglie lombarde. — Noi siamo con voi — e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. — Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. — All’armi dunque; chi non impugna un’arma, è un codardo o un traditore della patria. Non vale il pretesto della mancanza d’armi. Noi avremo fucili, ma per ora un’arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra d’un valoroso. I Municipi provvederanno ai bimbi, alle donne ed ai vecchi derelitti. — All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente volontà d’un popolo unito.
»G. Garibaldi.»
Con queste parole annunziava ai Siciliani la sua calata nell’Isola, e il gagliardo appello diffuso prestamente da mani fidate in tutte le terre circostanti, correva come caldo soffio sulle ceneri semispente della rivoluzione, e ne sprigionava una vampa novella.
Intanto però una cosa urgeva: marciare avanti al più presto. Marsala tanto propizia all’approdo, non lo era del pari alla dimora. Confinata in un angolo estremo dell’Isola, segregata dai maggiori centri dell’insurrezione, esposta ad essere circuita in brev’ora così dalla terra come dal mare, ogni buona cagione politica e militare consigliava a levarne senza indugio le tende.
Oltre a ciò Garibaldi aveva compreso che, se v’era impresa in cui confidarsi alla celerità delle mosse, era quella; e provetto di quell’arte, fu risoluto di usarla da par suo. Comandò quindi che alla prima alba dell’indomani fosse suonato a raccolta e tutta la Colonna pronta alla partenza. Non aveva ancora fermo in mente alcun disegno preciso; ma vedeva però già chiara questa necessità: camminare diviato, per la più retta, su Palermo, salvo a prender più tardi consiglio dai casi e dalle fortune. Ora la via più retta era quella appunto che da Marsala va per Salemi, Alcamo, Partinico, Monreale, e che correndo fra due altre strade conducenti con giri più tortuosi al medesimo scopo, gli lasciava aperto il campo a quei volteggiamenti ed a quelle finte, di cui era maestro.
Con questa semplice idea nella mente, la mattina del 12 fece dare nelle trombe. Nessuna marcia di esercito potente e vittorioso fu più allegra, come la prima di que’ poveri Mille, cui poteva attendere tra poco l’ultimo sterminio. Gli è che per essi il solo esser sbarcati su quella terra, era già una conquista, e il passeggiarla co’ loro piedi un trionfo. Alla lor testa camminava Garibaldi stesso. A Marsala erano stati presi alcuni cavalli, e il Generale aveva ricevuto in dono un’eccellente puledra; tuttavia dopo averla montata per breve tratto fuori della città, ne era sceso per marciare a piedi co’ suoi commilitoni e dividere con essi la fatica gioconda di quella prima tappa. E i Mille seguivano, alacri e giulivi quali mai non erano stati, ballando, avreste detto, più che camminando, burlandosi della canicola, non avvertendo la sete, cantando in dieci dialetti diversi le loro vecchie canzoni di guerra; osservando, paragonando, illustrando più come una brigata di viaggiatori artisti che come una colonna di soldati, gli spettacoli dell’insolita natura; apostrofando ogni Siciliano, e più, s’intende, ogni Siciliana, che incontrassero per via, di cui ammiravano e commentavano, secondo i gusti, il vernacolo melodioso, i grand’occhi neri, la tinta olivigna, i fieri aspetti de’ maschi, la selvaggia bellezza delle donne, l’orrendo sfacelo delle vecchie, la innocente nudità dei bambini.
Così la Colonna era giunta a Rampagallo, feudo di un barone Mistretta, a mezza via tra Marsala e Salemi, e colà fu ordinato il grand’alto. Se non che, considerato l’ora tarda, la stanchezza già incipiente della truppa, l’inopportunità di arrivare in Salemi di notte, la scarsezza di notizie del paese circostante, Garibaldi deliberò di fermarsi nel luogo stesso dove era giunto e di pernottarvi. E fu a Rampagallo che cominciarono a comparire i primi segni di quella insurrezione siciliana, di cui sino allora, a dir vero, eran corse più le novelle che apparse le prove. Infatti i due fratelli Sant’Anna e il barone Mocarta, che campeggiavano coi resti delle bande del Carini sui monti del Trapanese, appena udito lo sbarco del Liberatore, si erano affrettati, con una mano dei loro, sulle sue traccie, e raggiuntolo al bivacco di Rampagallo gli si eran presentati. Non eran più di cinquanta; coperti la più parte di pelli di caprone, e armati di vecchie scoppette e di pistole arrugginite; ma se Garibaldi avesse veduto arrivargli il soccorso d’un intero esercito, non sarebbe stato più radiante. Questi abbracciava, a quelli stringeva la mano, per tutti trovava qualcuna di quelle sue maliarde parole, di quelle sue note carezzevoli, di quei suoi sorrisi fascinatori che furono dovunque, ma saranno principalmente fra i Siciliani, il maggior segreto del suo trionfo.
Occupato pertanto il rimanente della giornata a riordinare la Legione, che fu ripartita in otto compagnie e due battaglioni ai comandi del Bixio e del Carini, e ad organizzare coi marinai del Piemonte e del Lombardo una compagnia di cannonieri; la mattina appresso la Colonna riparte per Salemi, e dopo una marcia alquanto più faticosa della precedente, in sulle prime ore del meriggio vi arrivò. E colà i Mille cominciarono ad avere una prima idea delle ovazioni siciliane. Intanto che da tutti i campanili della città le campane volavano a gloria, una turba di popolo, accompagnato da una musica, moveva incontro ai liberatori, dando loro un primo saggio di quel pittoresco linguaggio tutto meridionale, fatto insieme di mimica e di suoni, più dipinto, direste, che parlato e che nei momenti delle grandi ebbrezze scoppia in un tumulto bacchico di urla selvaggie, di gesti vertiginosi, di contorsioni quasi epilettiche, che ora direste un’eco lontana delle orgie dionisiache, ora vi dà l’immagine d’un ballo di Dervisch urlanti e danzanti al suono della darbouka, testimonianza a tutti sensibile che una ricca vena di sangue greco ed arabo scorre sempre sotto le carni infocate del Siculo nativo.
«Quando poi giunse il Generale (scrive uno dei Mille),[48] fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava, chi s’inginocchiava, chi benediceva; la piazza, le vie, i vicoli erano stipati, ci volle del bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e lieto, salutava e aspettava sorridendo.»
Entrato in città, dato quel resto di giornata al riposo, ed alla pulizia della sua truppa, raccolto il Consiglio de’ suoi maggiori Luogotenenti e dei capi delle Deputazioni inviategli a fargli omaggio, emanava due solennissimi decreti. Coll’uno assumeva, per la volontà dei principali cittadini e dei liberi Comuni della Sicilia, e in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia, la Dittatura; coll’altro bandiva la leva in massa di tutti gli uomini atti alle armi dai diciassette ai cinquant’anni, partendoli in tre classi di milizie: attiva, distrettuale e comunale, ordinamento che più tardi l’Italia crederà di apprendere dagli eserciti germanici, e le era antico e naturale. Che se quel secondo decreto, infrangendosi contro l’inveterata dissuetudine de’ Siciliani da ogni milizia obbligatoria, restò lettera morta, non affrettiamoci per questo a giudicarlo, come parve a taluno, sragionevole ed improvvido. Poteva essere, quanto a’ modi ed al tempo, meglio elaborato ed apparecchiato; ma quanto al concetto attestava, per dirlo con uno storico,[49] «della mente del Dittatore» e fa il suo miglior elogio. Garibaldi aveva compreso quant’altri che primo fondamento all’impresa d’Italia era una grande, stabile ed ordinata milizia. Che se più tardi fu costretto dalla necessità d’una guerra, che non permetteva tregua, a combattere con bande tumultuarie ed eserciti improvvisati, egli può gloriarsi d’aver saputo vincere con quelli, non essere accusato di non aver saputo ordinarne di migliori. E non vogliamo accusare nemmeno la Sicilia. Educata dalla funesta signoria borbonica a non vedere nelle milizie stanziali che gli stromenti della sua oppressione, era naturale che essa non discernesse subitamente la differenza che correva tra un pretoriano della tirannide e il difensore d’una libera patria, e si spiega senza colpa d’alcuno, fuorchè della triste eredità del passato, come essa non intendesse il grande diritto che il suo Liberatore le conferiva, chiamandola all’adempimento di quel supremo dovere.
A modo suo però, conforme le sue forze e il suo costume, la Sicilia aveva risposto all’appello. La rivoluzione si rianimava. Se le città ferreamente compresse da forti presidii non ardivano ancora rialzar la testa; le campagne, specialmente nelle provincie più occidentali dell’Isola, cominciavano a riscuotersi; e se altro non potevano, allargavano intorno alla Colonna liberatrice il terreno, su cui vivere e combattere. Il La Masa, popolarissimo in Sicilia pei ricordi del 48, inviato a sommuovere i distretti di Santa Ninfa e Partanna, correva quelle terre annunziando Garibaldi, rovesciando e istituendo governi, fugando i birri borbonici, raccogliendo i primi nuclei di quelle nuove bande che tra poco egli stesso comanderà.
Una banda di circa seicento, comandata da Giuseppe Coppola, era già calata dai ricoveri di Monte San Giuliano, e fin dalla sera del 13 arrivata a Salemi per offrire il suo braccio al Dittatore; un’altra squadra di un centinaio, la conduceva il giorno seguente quel frate Pantaleo, divenuto per brev’ora famoso, incontrato dai Mille presso a Rampagallo, che era ben lunge dal meritare il titolo di «novello Ugo Bassi,» da Garibaldi conferitogli; ma che però in quel momento colla simpatica figura, la scorrevole parlantina, il carattere non per anco sconsacrato e il bizzarro accoppiamento della cocolla e della camicia rossa, giovava ad apostolare quegl’ingenui Isolani ed a persuadere loro che Garibaldi non era quel Saracino che era stato loro dipinto, e che egli veniva non a spiantar la croce, ma a rassodarne nella giustizia e nella libertà il santo stelo.
Da lontano poi arrivavano non meno promettenti novelle. Rosolino Pilo (riuscito finalmente, dopo lunghe peripezie, ad unirsi agli insorti) teneva sempre con una mano di prodi le alture di San Martino nei dintorni di Monreale; e formava da quel lato un’estrema avanguardia utilissima; nel contado di Ventimiglia, di Ciminna, di Misilmeri, il La Porta, il Firmaturi, il Piediscalzi, il Paternostro, battevano ancora la montagna; infine, cosa nuova per Garibaldi e per vero significantissima, il Clero faceva quasi dovunque causa comune colla rivolta; anzi in molti luoghi ne era il principale istigatore e condottiero egli stesso; tanto profondo, universale, superiore ad ogni precetto di rassegnazione e ad ogni legge di perdono, era l’odio del nome borbonico.
E fu sotto l’impressione di quello spettacolo che Garibaldi bandì da Salemi stesso quel suo proclama ai «buoni preti» (un arguto disse: «Sarebbe stato meglio dire, ai preti buoni»), nel quale, «consolatosi che la vera religione di Cristo non fosse perduta,» li incoraggiava a perseverare nella loro santa crociata, «fino alla totale cacciata dello straniero dal suolo d’Italia.» E non solo tentava affezionarsi quei buoni preti coi proclami; ma li cercava, li voleva d’attorno, li festeggiava, li seguiva nelle loro chiese, s’inginocchiava ai loro altari; azioni codeste che in tutt’altri che Garibaldi si potrebbero dire volgari furberíe politiche; ma che in lui erano una riprova, un documento di più che una sola fede dominava veramente nel suo spirito: la patria; e che chiunque gli paresse disposto a dargli mano per redimerla, Papa o Re, zoccolante o soldato, angelo o demone, egli era pronto a celebrarlo, e, se occorreva, ad adorarlo.
XV.
Il Governo borbonico conosceva fin da’ primi suoi apparecchi la spedizione garibaldina; ma pur movendone qualche lagno al Governo sardo, l’aveva superbamente disprezzata, credendo che la sua crociera sarebbe bastata a colarla a fondo. Quando invece la vide sbarcar felicemente sotto gli occhi delle sue fregate, non potendo più negare il fatto, si provò a svisarlo, dipingendo gli sbarcati come una mano di filibustieri, annunciando come una vittoria la cattura de’ loro bastimenti, già abbandonati, consolandosi colla illusione che li avrebbe tutti esterminati, se non fosse stato l’impedimento de’ due legni inglesi. Finalmente quando i filibustieri presero terra, e malgrado i telegrammi de’ suoi Luogotenenti che li davano per distrutti e annichilati, li vide avanzare e ingrossare più vivi e baldanzosi che mai, allora scosse il letargo, e intanto che la sua Diplomazia protestava contro la perfidia del Gabinetto piemontese ed empiva di lai tutte le Corti dell’Europa; dava ordine a Palermo di inviare contro gl’invasori il nerbo delle sue truppe migliori, e di schiacciarli rapidamente in un sol colpo.
Per effetto di questi ordini, una colonna di tremila fanti, cento cavalli e quattro pezzi di artiglieria, agli ordini del generale Landi, marciava tosto per Partinico ed Alcamo alla volta di Salemi; mentre altre truppe navigavano per Trapani o salivano da Girgenti col proposito di mettere i filibustieri tra due fuochi e toglier loro ogni scampo.
Come però il Landi fu giunto, in sul pomeriggio del 14, a Calatafimi, vista la gagliardía del sito, deliberò di appostarvisi e di aspettare a quel varco inevitabile il nemico. Nè la postura, dato il concetto di una difensiva, poteva essere migliore. Essa offriva in un punto il doppio vantaggio tattico e strategico. Calatafimi, vecchia città saracena, giace sul dorso di un colle, dal quale mediante un’agevole sella se ne spicca un altro che serve quasi di spalla al primo, e scendendo a terrazze, degradanti fino ad un’aperta e brulla pianura, domina le due strade di Palermo e di Trapani, e come un bastione bifronte la serra. Tutto quel luogo porta ancora il funebre nome di Pianto de’ Romani, in memoria della rotta inflitta dagli Egestani al console Appio Claudio, nel 263 avanti Cristo, ed ora attende che un altro pianto lo ribattezzi Pianto de’ tiranni.
Un cozzo adunque appariva inevitabile; tuttavia il Capitano de’ Mille, non sperando di poter espugnare colle scarse sue forze quella formidabile altura, fermò da principio di tenersi in sulla difensiva sulle colline di Vita, provandosi, se gli riusciva, di tirar il nemico al piano per combatterlo quivi con maggior probabilità di fortuna.
Concepito pertanto questo disegno, stese in catena i Carabinieri genovesi, sostenuti da una compagnia del Carini, coll’ordine di non rispondere al fuoco nemico che assai da vicino, e assaliti da presso, di ripiegare scaramucciando; pose al centro il restante del battaglione del Carini; tenne in riserva quello del Bixio; lasciò l’Artiglieria sulla strada; spinse sulle estreme alture di destra e di sinistra le squadre siciliane dei Sant’Anna e del Coppola, e stette a sua volta ad aspettare.
Intanto verso le 10 del mattino anche la Colonna garibaldina era giunta a Vita a un’ora incirca da Calatafimi, e pochi istanti dopo le Guide del Missori, spinte innanzi ad esplorare, riportavano d’aver scoperto su per quelle cime il luccicare delle baionette nemiche. All’annunzio Garibaldi spronò avanti per riconoscere egli pure il nemico, e vide chiaramente che fitte colonne di Napoletani uscivano da Calatafimi per coronare il colle vicino e scaglionarvisi in battaglia. Nel frattempo però anche la catena dei Cacciatori borbonici era già discesa verso le falde del monte, e di là, colle sue eccellenti carabine rigate bersagliando la nostra avanguardia, aveva cominciato a farle patire qualche perdita. Per alcuni istanti i bravi Genovesi si ricordarono dell’ordine ricevuto e ressero, pazienti ed inerti, ai molesti saluti; ma poi, a poco a poco infastiditi e irritati, principiarono a ribattere colpo per colpo, fino a che, infocandosi l’azione, si gettarono a testa bassa, traverso la nuda vallata, contro l’inimico.
Non era quella l’intenzione di Garibaldi; però scrive egli stesso: «Chi fermava più quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati sul nemico? Invano le trombe toccarono: Alto! I nostri o non le udirono o fecero i sordi, e portarono a baionettate l’avanguardia nemica sino a mischiarla col grosso delle forze borboniche che coronavano le alture.[50]»
Allora il Generale vide che non c’era più tempo da perdere, o «perduto sarebbe stato quel pugno di prodi,» e ordinò una carica generale di tutte le sue forze. Il Bixio da sinistra, le rimanenti compagnie da destra; i Carabinieri, le Guide, lo Stato maggiore, Garibaldi stesso, s’avventano a baionetta calata sulla catena borbonica; traversano senza balenare un istante l’arsa pianura tempestata dalla moschettería e dalla mitraglia nemica; e nel solo tempo richiesto al tragitto, sforzano il nemico a riparare sulle prime falde del monte. Era il prologo della battaglia; ma il dramma e la catastrofe eran lontani, in alto, molto in alto, là sulla cima di quel monte che il nemico occupava, e per giungere alla quale era mestieri salire per sette ardui scaglioni, custoditi da forti battaglioni squisitamente armati e da quattro bocche d’artiglieria, e ai quali que’ poveri Mille non potevano opporre che le punte arrugginite delle loro baionette, il loro ardimento e i loro petti.
Lo vide Garibaldi, ma intendendo che la vittoria era a quel patto, e che in quel giorno, su quel monte, si decidevano le sorti della Sicilia, deliberò di tentare il cimento.
Concesso pertanto un po’ di riposo a’ suoi Legionari; prescritto lo stesso ordine di battaglia; avvisate le bande di appoggiare dalle loro cime il movimento; fece dar nuovamente nelle trombe, e si slanciò contro il primo scaglione. Era il tocco e mezzo! incominciava allora la vera battaglia.
XVI.
Noi non presumiamo descriverla. In siffatti combattimenti, dove tutta l’arte riducesi a chi primo avanza o retrocede, e tutto lo spettacolo in un succedersi alternato di assalti e di fughe, di singolari certami e di epiche mischie, lo storico militare non ha più voce; la tavolozza d’un Meissonier, la fantasia d’un Victor Hugo dovrebbero parlare per lui.
«Ad ogni terrazza una scarica, una corsa fremebonda sotto la mitraglia nemica, una mischia rapida, muta, disperata, un momento di riposo a’ piedi della terrazza conquistata, e daccapo un’altra scarica, un’altra corsa, un’altra mischia, altri prodigi di valore, altro nobile sangue che gronda, altri Italiani che uccidono Italiani;[51]» finchè viene un punto, in cui il coraggio avendo ragione del numero, e la costanza della morte, il nemico, scacciato da altura in altura, abbandona il campo: ecco Calatafimi.
Svariati, invece, e mirabili gli episodi del valore personale. Qua il Bixio che urla, tempesta, fiammeggia, galoppa contra il nemico colla furia del Telamonio; là il Sirtori, montato su uno squallido cavalluccio, tutto vestito di nero, abbottonato fino al mento come un quacquero, che s’avanza in mezzo alla mischia, lento, impassibile, melanconico, più somigliante ad un sacerdote che benedica que’ bravi, o all’apostolo che cerchi il martirio, anzichè ad un soldato; mentre poco lunge, a render più vivo il contrasto, «un frate francescano caricava un trombone con manate di palle e di pietre, si arrampicava e scaricava a rovina.[52]» Altrove Deodato Schiaffino, da Camogli, leonardesca figura di Genovese, più biondo di Garibaldi, ma più alto e tarchiato di lui, presa in mano una piccola bandiera, s’avventa, seguito dal Menotti, dall’Elia e da altri pochi nel fitto de’ battaglioni napoletani; ma ad un tratto eccolo spalancare le braccia, abbandonare la bandiera e stramazzare crivellato il largo petto da una scarica intera, fra una cerchia di nemici. A quella vista il Menotti si precipita per ricuperare la bandiera e vendicar l’amico; ma una palla gli fracassa la destra, e lo costringe a sua volta a lasciare al nemico la contrastata insegna; preda male decantata dai Regi, poichè quella pretesa bandiera non era che un umile cencio tricolore improvvisato da qualche gregario, e di cui lo Schiaffino s’era fatto in quel momento dell’assalto volontario alfiere. Incontrastabile invece, glorioso il trofeo del cannone da montagna, centro per parecchi minuti d’una zuffa accanita, strappato finalmente ai Regi a prezzo delle vite più preziose.
E girando per il campo avreste incontrato ancora, ora il Bandi di Siena, grondante da più ferite; ora il Majocchi di Milano, fracassato un braccio; ora l’elegante Missori, l’occhio livido da una sassata; e qua e là stesi a terra, placidi, composti, colla faccia vòlta al nemico, il Sartori di Sacile, morto; il Pagani di Borgomanero, morto; il Montanari, veterano di Montevideo e di Roma, morto.
E non parliamo di Garibaldi. In quella pugna, dove il Capitano s’identificava all’eroe, egli era gigante. A piedi colla sciabola inguainata sopra una spalla, il mantello ripiegato sull’altra, inerpicandosi su per que’ greppi coll’agilità d’un montanaro e l’ardore d’un gregario; gridando di quando in quando uno squillante Avanti, che echeggiava nel petto dei Mille come un clangore di trombe; incoraggiando con amorose parole i feriti che trovava per via; pagando d’un sorriso i forti e invitandoli a riposarsi, egli seguiva, sereno, imperturbato, infaticabile, tutte le peripezíe della pugna; ed ora partecipandovi, ora dominandola, attento a tutti i casi, esposto a tutti i pericoli, e pronto a tutti i consigli, ne era davvero, per la sola sua presenza, l’anima invisibile e il Genio tutelare.
Finchè egli era vivo, la speranza viveva; lui morto, tutto era perduto. E lo sentivano i suoi Mille; lo sentivan così quelli che da lontano vedevano sparire e ricomparire nella zuffa il suo mantello grigio, come quelli che l’attorniavano e gli facevano scudo de’ loro corpi; l’aveva sentito il suo Bixio che fin dai primi assalti lo scongiurava a ritirarsi, per amor d’Italia; l’aveva sentito l’Elia, quando al vederlo preso di mira da un Cacciatore regio balzava davanti a lui e riceveva egli nella bocca la ferita quasi mortale, destinata forse al cuore del suo Generale.
Ma egli un’altra cosa anche più grande sentiva: che in quel giorno, su quel monte, bisognava vincere o morire; e che qual si fosse la sorte, egli doveva correrla tutta coll’ultimo de’ suoi. E fu anche quella l’idea salvatrice della battaglia. A un certo punto, dopo il secondo o il terzo assalto, affranti, sfiniti gli assalitori; sempre rinnovati, sempre più forti gli assaliti; parendo ormai impossibile la vittoria, e disperata la giornata, il Bixio stesso s’arrischiò a susurrargli: «Generale, temo che bisognerà ritirarsi.» — «Ma che dite mai, Bixio!» rispose, sereno e solenne, Garibaldi: «Qua si muore.» Sul campo d’Hastings, la Calatafimi normanna, Guglielmo il conquistatore gridava a’ suoi: «Qui fuira sera mort, qui se battra bien sera sauvé.[53]» Garibaldi esprimeva con diverse parole lo stesso pensiero; il pensiero di tutti i grandi Capitani,[54] il pensiero vincitore di tutte le battaglie: la più difficile delle vittorie appartiene sempre ai più costanti.
E l’ultimo sforzo della loro costanza i Mille non l’avevano fatto ancora. Sei terrazze erano conquistate, restava la settima. I nostri, decimati dalle perdite, dalla stanchezza, dal diradamento naturale che avviene su tutti i campi di battaglia, eran ridotti a poco più che tre o quattro centinaia; ma restava pur sempre quell’ultima terrazza, ed era forza espugnarla. «Ancora quest’assalto, figliuoli (disse loro Garibaldi), e sarà l’ultimo. Pochi minuti di riposo; poi tutti insieme alla carica.»
E quel pugno d’uomini, trafelato, pesto, insanguinato, sfinito da tre ore di corsa e di lotta, trovata ancora in quelle maliarde parole la forza di risollevarsi e tenersi in piedi, riprese, come gli era ordinato, la sua ascesa micidiale; rigando ancora ogni palmo dell’erta terribile d’altro nobile sangue; scrollando ancora senza vacillare il nembo infocato della moschettería nemica; risoluto all’estremo cimento, risoluto all’ecatombe. Ma come l’eroe aveva preveduto, la fortuna fu coi costanti. Incalzati nuovamente di fronte da quel branco di indemoniati che pareva uscissero di sotterra, sgomenti dall’improvviso rombo dei nostri cannoni che il bravo Orsini era finalmente riuscito a portare in linea, turbati dal clamore crescente delle squadre sui loro fianchi, i Borbonici disperano di vincere, e voltate per la settima volta le spalle, abbandonano il monte combattuto e non s’arrestano più che dentro Calatafimi.
Il miracolo era compiuto; la giornata era vinta; e all’indomani Garibaldi stesso lo annunciava ai suoi Mille, da Calatafimi già vuota di nemici, con quest’Ordine del giorno:
«Con compagni del vostro valore posso tentare qualunque impresa, e ve lo mostrai ieri conducendovi ad una vittoria, ad onta del numero dei nemici ed attraverso le loro forti posizioni. Feci un giusto conto delle nostre baionette ben taglienti, e vedete che non mi sono ingannato.
»Mentre deploro la triste necessità di dover combattere contro soldati italiani, debbo nullameno confessare di aver trovato una resistenza degna di una causa migliore. E tal fatto ci mostra quello che noi potremmo operare nel giorno, nel quale l’intiera famiglia italiana si radunerà intorno la gloriosa bandiera della redenzione.
»Domani la Terraferma italiana sarà tutta in festa per celebrare la vittoria dei suoi figli liberi e dei nostri valorosi Siciliani.
»Le vostre madri e le vostre amanti cammineranno per le strade alta la testa e con la faccia ridente, superbe di voi.
»Il combattimento ci ha costato molti cari fratelli che cadevano nelle prime file. Nei fasti della gloria italiana risplenderanno eternamente i nomi di questi martiri della nostra santa causa.
»Paleserò al vostro paese i nomi dei bravi che con sommo valore conducevano alla lotta i soldati i più giovani, i più inesperti, e che domani li guideranno alla vittoria sopra un campo più ampio; essi sono destinati a rompere gli ultimi anelli delle catene che tengono avvinta la nostra cara Italia.
»Giuseppe Garibaldi.»
Nel qual Manifesto però noteremo noi pure con uno storico,[55] che tanto erano dovuti gli elogi ai vincitori, quanto immeritati quelli dispensati ai vinti. Magnificare il valore de’ nemici per accrescere la gloria del proprio esercito è antico costume d’ogni Capitano, e Garibaldi fece ottimamente ad imitarlo; ma contro alla sentenza dettata dalla generosità o dalla convenienza, la verità storica tosto o tardi protesta e pronuncia in appello. Non è vero che la resistenza dei Napoletani a Calatafimi sia stata degna d’una causa migliore. Militarmente parlando, essa non fu degna d’alcuna causa. Combattere al sicuro, trincerati su posizioni quasi inespugnabili; accogliere gli assalitori finchè eran lontani con furiosi fuochi di fila nutriti colla precisione d’una piazza d’arme, ma appena che il ferro delle baionette garibaldine balenava sui loro occhi, ripiegarsi sopra una posizione più alta, e poscia sempre, colla stessa tattica, sopra una seconda, una terza, una quarta fino all’ultima, ecco tutto il valore, ecco la tattica loro. Non un contrassalto energico, non una diversione ardita, non una mossa qualsiasi che potesse far costar cara la vittoria agli avversari, e meritare il nome, a quella ininterrotta ritirata, di vera resistenza.
Nè con ciò vogliamo dire che ai vinti mancasse ogni prodezza: erano Italiani essi pure, e ci graverebbe il confessarlo, se anche fosse vero. Ma non è: i soldati sono dal più al meno uguali in tutti gli eserciti del mondo; quello che li fa diversi, è il diverso valore degli ufficiali, de’ generali principalmente; è sopra ogni cosa il diverso grado di quella forza morale, prodotta insieme dall’indole, dalle tradizioni, dalla educazione, dal paese, dall’essenza della causa difesa, e dal color della bandiera drappellata, e che si chiama spirito militare. Ora diciamolo qui per non averlo a ridire mai più; ciò che mancava all’esercito borbonico erano appunto quelle siffatte doti, che sole potevan renderlo eccellente. Generali che non videro mai un campo di battaglia; ufficiali invecchiati nelle caserme, impigriti nelle guarnigioni, carichi di famiglia, schiavi del pane, senz’altra fede che la carriera, senz’altra speranza che la pensione; soldati, infine, cresciuti in una lunga tradizione di violenza e di servitù, serbati alternamente agli uffici di scaccini e di sgherri d’una dinastia feroce e bacchettona, e condannati alle parti di pretoriani del più abbietto fra i dispotismi, non daranno mai la vita per il loro Re e pel loro Paese; non vinceranno mai una battaglia; non salveranno mai nemmeno l’onore; fuggiranno come i Napoletani a Calatafimi, o capitoleranno come i Lanza, i Briganti, i Ghio, a Palermo, a San Giovanni, a Soveria, trascinando nella immeritata vergogna anche lo stuolo eletto dei valorosi.
Però quanto la sentenza di Garibaldi: «La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la Campagna del 1860» è contestabile nel rigoroso senso militare, altrettanto ne sembra vera e indiscutibile nel senso morale. Dal giorno di Calatafimi la superiorità della camicia rossa sul cappotto bigio fu inconcussamente stabilita. D’ora in avanti ogni Garibaldino sapeva che, vinta alla baionetta una posizione, nessuno tornava più a contrastargliela; mentre ogni soldato borbonico era certo che, appena si trovava petto a petto con un Garibaldino, toccava a lui a cedere, e i suoi stessi ufficiali sarebbero stati i primi a comandargli la ritirata. E poichè la fede della vittoria nell’uno corrispondeva esattamente alla certezza della sconfitta dell’altro, così la ragione del numero, l’unica che ancora militasse pei Regi, non aveva più valore, e non contava più che ad ingrossare le torme dei fuggenti, dei disertori e dei prigionieri: miserabile ingombro ai vincitori.
XVII.
«Aiuto e pronto aiuto,» aveva scritto a Palermo, la sera stessa del 15, il general Landi; ma poi temendo che assai più dell’aiuto degli amici, fosse pronta una nuova visita dei nemici, alla prima alba del 16, in grandissima fretta, con raddoppiate cautele, diede le spalle anche a Calatafimi, e per la strada d’Alcamo e Partinico s’incamminava alla volta di Palermo. La sua partenza però ebbe ben presto più somiglianza di fuga che di ritirata. I Mille, spossati dalla cruenta fatica della vigilia, non avevan potuto inseguirlo; ma quello che essi tralasciarono, lo compierono i paesani. Gli abitanti di Partinico, infatti (fierissimi fra i Siciliani), esaltati dalle novelle di Calatafimi, s’erano accordati con alcuni sbrancati delle squadre di appostarsi fuori della città e al primo apparire della schiera aborrita piombarle addosso e finirla. Il disegno era temerario, e il successo prevedibile. I battaglioni regi ebbero presto ragione di quei contadini quasi inermi, e chi pagò per tutti fu la povera Partinico, che, abbandonata dallo stesso general Landi al ferro ed al fuoco, patì per tre ore tutti i flagelli del furore soldatesco. Ma il sangue frutta sangue; e appena il grosso della colonna nemica fu sfilata, guai agli sbandati, guai ai feriti, guai ai tardigradi! I Partinichesi sbucano dalle case ancora crepitanti dal recente incendio, tornano dai campi, ridiscendono dai monti dove li aveva dispersi il terrore, e avventandosi colla voluttà d’un lungo odio che si disseta su quanti Borbonici cadono loro fra le mani, ne fanno orrendo macello. Nè soltanto sui vivi infuriò la immane vendetta, i cadaveri stessi non ottennero perdono; e due giorni dopo i Mille passando per di là videro ammucchiati nei fossati cataste di corpi borbonici arrostiti, e strascinati per le vie, putrido pasto a’ cani, frammenti d’ossa e lacerti di carni umane.[56]
XVIII.
Intanto anche Garibaldi s’era rimesso in cammino. Scritto a Rosolino Pilo per annunziargli la vittoria del 15 e «la speranza di rivederlo presto;[57]» inviato nuovamente il La Masa[58] a far nuova gente nei distretti di Misilmeri e di Corleone; spediti messaggi sul Continente per annunziare la vittoria, e chieder soccorsi d’armi e munizioni;[59] il 17 di buon mattino riprese la marcia per Alcamo, dove, festeggiandosi l’Assunta, fu dal Pantaleo condotto in chiesa a ricevere la benedizione; il 18 continuò per Partinico; il 19 infine salì per Borgetto al Passo di Renna, d’onde s’offerse agli sguardi attoniti de’ Mille tutto lo splendido panorama della Conca d’Oro, e in quella gloria di cielo e di mare, Palermo.
Colà però era mestieri arrestarsi: Ercole era al bivio: qualunque passo fuori di quella gola di Renna poteva essere decisivo. Appunto perchè la mèta appariva sì attraente e sì prossima, tanto più conveniva non lasciarsene ammaliare e guardarsi da tutti gli agguati che potevano circondarla. Molte erano le vie che conducevano a Palermo; ma non era per anco dimostrato che la più breve e la più diretta fosse la più sicura. Nulla di più ovvio a primo tratto che scender rapidi da Renna, calar improvvisi su Monreale, e di là, ripetendo le cariche di Calatafimi, entrare, commisti al fiotto de’ nemici sgominati, nell’agognata città; ma chi assicurava che la tattica eroica sarebbe sempre la più fortunata, e non fosse invece da saggio e accorto Capitano scemare colla prudenza e coll’arte le difficoltà d’un cimento che poteva essere decisivo?
Questo il problema; e il solo avere ordinato quella sosta di Renna, dimostra che Garibaldi ne aveva presentito fin dalla prima tutta la gravità. Però non gli occorse gran tempo a risolverlo. Un rapido esame delle posizioni nemiche, un’occhiata alla carta ed al terreno l’avevano già fatto accorto di questi due fatti: che i Borbonici appostati a Monreale lo aspettavano da quella banda, sicchè ogni speranza di sorpresa dileguava; e che prendendo quella strada, all’aspetto più corta, egli andava a chiudersi in una specie di angiporto, nel quale, perduta una battaglia, tutto sarebbe perduto.
Era evidente infatti che, se il colpo di mano su Palermo falliva, i Mille venivano a trovarsi rinserrati tra il mare da un lato ed i forti presidii di Palermo e di Trapani dall’altro, senza alcuna possibilità di scampo e di salvezza veruna. Ora Garibaldi non era uomo da cadere in siffatto errore; e prontamente risolvendo come prontamente aveva giudicato, abbandonava ogni pensiero d’assalire Palermo dal lato occidentale, e deliberava di tentarla dal lato di mezzogiorno, trasportandosi celeremente a cavaliere delle due strade di Piana de’ Greci e di Misilmeri, e manovrando su quello scacchiere. Ad effettuare però l’ardito disegno una condizione era indispensabile: che il nemico non avesse sentore della sua marcia di fianco, e perdurasse fino all’ultimo istante nell’inganno che egli mirasse sempre ad attaccare la capitale dalla banda di Monreale, scendendovi direttamente dal campo di Renna. Necessario perciò mascherare di molte finte e accorgimenti la mossa vera; al che Garibaldi si apprestò con tutta l’arte, di cui era maestro.
Mandato avviso a Rosolino Pilo di accendere molti fuochi, e di simulare grandi movimenti sulla sua montagna affine di attirare sempre più da quel lato l’attenzione del nemico, ogni cosa predisposta in Renna per la levata del campo, scende egli stesso a capo d’una forte ricognizione fino al villaggio di Pioppo, col duplice fine di scoprire più davvicino gli andamenti dei Regi, e di ribadirgli nella mente ch’egli meditasse sempre di tentar Palermo per quella via. E ci riesce. I Borbonici, colti al grosso zimbello, escono a loro volta da Monreale ad affrontare il temerario nemico; le due avanguardie si scontrano, barattano alcune fucilate: ma non appena l’accorto Condottiero le vide bene alle prese, lascia l’ordine all’avanguardia sua, divenuta retroguardia, di ripiegar combattendo; risale rapidamente col grosso della colonna a Renna; spianta il campo, smonta i cannoni e li affida alle spalle di robusti montanari; alleggerisce quanto può i carriaggi, e sul calar del giorno piega a destra per una via asprissima di montagna, cammina l’intera notte, entro una tenebra fittissima, sotto un uragano diluviale, sopra un terreno stemperato da pioggie quatriduane, e riesce tuttavia ad afferrare colla intiera colonna, miracolosa di costanza, come là, era stata a Calatafimi di valore, le opposte alture di Parco e a fronteggiar Palermo dal lato di mezzogiorno.
«Io non ricordo (scriveva quindici anni dopo Garibaldi stesso), io non ricordo d’aver veduto una marcia simile e tanto ardua nemmeno nelle vergini foreste dell’America,[60]» e certo egli avrebbe potuto contare la giornata del 21 maggio come una delle sue più fortunate, se non gli fosse stata amareggiata da un crudele annunzio: nel giorno stesso Rosolino Pilo, mentre dalle alture di San Martino stava scrivendogli, era colto in fronte da una palla borbonica e stramazzava freddo sul colpo. Onore perpetuo alla magnanima sua ombra!
XIX.
Della mossa del 21 però i vantaggi non potevano essere immediati: essa era un passo preparatorio, la condizione indispensabile al conseguimento dello scopo finale; ma non poteva ancora dirsi per sè sola decisiva. Garibaldi, con quella marcia, s’era sottratto, a dir così, alla vista del nemico, ponendosi «in più facile comunicazione coll’interno e la parte orientale dell’Isola;[61]» aveva guadagnato un terreno più acconcio alle utili manovre e che gli avrebbe permesso fin all’ultimo la scelta tra l’offensiva e la difensiva, tra l’attacco e la ritirata; ma l’ora e il modo della difesa o dell’offesa, anzi la stessa decisione tra l’assalto e la ritirata erano altrettanti termini nuovi d’un problema nuovo, e di cui soltanto gli eventi potevano suggerirgli la soluzione. Gli eventi però a que’ giorni correvano veloci.
Dopo avere per ben ventiquattro ore perduto ogni traccia di Garibaldi, anco i Regi s’erano raccapezzati, e scoperto alla fine il suo nuovo rifugio, parevan risoluti a non lasciargli più un sol giorno di tregua. Il general Lanza (inviato a Palermo Commissario alter ego del Re a surrogare il Castelcicala revocato) aveva ordinato infatti che due colonne muovessero simultaneamente dalla capitale, la prima da sinistra per Monreale, la seconda di fronte per La Grazia, ad assalire il filibustiere nel suo campo di Parco, procacciando di chiudervelo dentro e di schiacciarlo d’un colpo. Ma il filibustiere vegliava, e scoperta egli stesso dalla cima del Pizzo del Fico la duplice mossa del nemico, n’aveva indovinato l’ultimo fine. Sulle prime però, o non avesse ben calcolato le forze del nemico, o confidasse nella forte postura, o sperasse soccorso dalle bande del La Masa che campeggiavano sui monti di Gibilrossa alla sua destra, parve deciso ad accettare la battaglia, e ne fece tutti gli apparecchi. Ma alla mattina del 24, meglio contati i nemici e avvistosi soprattutto che la colonna di sinistra, capitanata dai colonnelli Von Meckel e Bosco, camminando per le scorciatoie dei monti, minacciava di cader sulla sua via di ritirata; composta prontamente una forte retroguardia coi Carabinieri genovesi e due compagnie, e imposto loro di contrastar più a lungo che fosse possibile le alture di Parco, ripiega col grosso della colonna su Piana de’ Greci. I nemici tuttavia avevan già guadagnato molto terreno; i Carabinieri eran già stati forzati a cedere da Parco; i Cacciatori del Bosco comparivano già sulle cime di sinistra a piombo della strada di Piana. Urgeva il pericolo, e Garibaldi fu pronto ancora al riparo, rimandando quegl’infaticabili Carabinieri a coronar le alture fiancheggianti la via e ponendosi egli stesso sulla difesa all’entrata di Piana; ma confidando assai più sulla probabile stanchezza de’ persecutori e sull’appressarsi della sera, che sulle sue forze. Nè s’ingannò. Durava da alcune ore l’avvisaglia sulla montagna, e già i Carabinieri, estenuati dalla fatica e dalle perdite, più non reggevano al disuguale cimento; quando il Comandante borbonico, visto che annottava e stimando forse opportuno di attendere l’arrivo delle altre colonne, deliberò, nella certezza di chi tiene ormai la preda in pugno, di differire all’indomani l’assalto. Appunto domani era tardi.
Garibaldi, approfittando della breve tregua, traversa Piana de’ Greci senza sostarvi; bivacca alcune ore della notte in una boscaglia vicina; poi innanzi giorno ripiglia di nuovo la ritirata per la strada di Corleone. Giunto però al punto dove si stacca la strada di Marineo, affida le artiglierie, gli impedimenti e una compagnia di scorta all’Orsini, ordinandogli di continuare, senza spiegargli di più, la marcia per Corleone;[62] mentre egli svolta rapido col forte della colonna per la traversa di Marineo, dove, riposatosi poche ore, contromarcia celerissimamente per Misilmeri, e si trova prima che la giornata del 25 tramonti, liberi i fianchi e le spalle da ogni nemico, sulla strada di Palermo.
All’alba del 25 però anche i Napoletani furono pronti alle armi; ma di quale maraviglia restassero colpiti nel veder Piana de’ Greci e tutti i dintorni vuoti di nemici, lo scrivano essi. Convinti però che oramai la sola paura sospingesse Garibaldi, si pongono risoluti sulle sue orme, e raccolto da paesani che cannoni, cannonieri e bagagli si son visti sfilare per la strada di Corleone, giustamente sillogizzando che con essi debba pure essere il maggior nerbo de’ ribelli, quindi il loro capo, ripigliano ad occhi chiusi la loro caccia spensierata, spacciando allegramente a Palermo ed a tutta l’Isola: «Garibaldi fuggiasco fra le montagne; prossima la sua totale disfatta.»
Era l’inganno, di cui Garibaldi aveva bisogno: era il compimento del suo disegno. Il qual disegno non nacque già tutto intero per miracolosa fecondità di genio, d’un sol getto e in un solo istante; ma fu lentamente covato, preparato, compíto, perfezionato; il che ne accrescerà agli occhi degl’intendenti il pregio e la meraviglia.[63]
Fino alla marcia da Renna al Parco, Garibaldi non ebbe ben ferme in mente che queste due idee: portarsi sopra un terreno più propizio; tirare il nemico fuori di Palermo per batterlo divisamente, potendo, stancheggiarlo o scivolargli in mezzo, secondo l’opportunità e la forza.
Quando però la mattina del 24 si vide piombare addosso, per due vie convergenti, una mole di nemici anche più grossa della preveduta, e conobbe non restargli pel momento altro scampo che una subita ritirata, cammin facendo, meditando alla distretta in cui si trovava, e compiendo rapidamente l’analisi e la sintesi dei molti partiti che gli si affacciavano, allora gli balenò l’ardito concetto di farsi della ritirata lo strumento della vittoria, e intanto che il nemico allucinato inseguiva la sua ombra sulla strada di Corleone, marciare per l’opposta via all’assalto di Palermo.
XX.
Ma i mezzi? Per l’opera, a dir vero, infaticabile di Giuseppe La Masa, s’eran venuti raccogliendo sulla vetta di Gibilrossa, centro dei monti che serrano Palermo da sud-est, un grosso campo di squadriglie, armate e istruite come sappiamo, ma che per le loro marcie irrequiete, i loro fuochi numerosi, e gli innumerevoli e altisonanti proclami coi quali il loro capitano ne magnificava il numero e la fierezza, erano riuscite fino allora a tenere in allarme il presidio di Palermo, ed a coprire l’estrema destra del corpo garibaldino da subitanei assalti. A dir il vero la prima volta che queste bande ricevettero il battesimo del fuoco, non fecero buona prova: al Parco anzi la mattina del 26 chiamate in sostegno della minacciata destra garibaldina, avevan dato volta ai primi spari, gridando per giunta (insania della paura!) «al tradimento di Garibaldi,[64]» e spargendo la loro fola e il loro terrore fin dentro Palermo. Tuttavia erano intorno a tremila; rappresentavano l’eletta militante del paese; confusi nella turba battevano i cuori più intrepidi della Sicilia, e non sarebbe stato giustizia, oltre che prudenza, trascurarli. Garibaldi inoltre ne aveva bisogno; sicchè salita la mattina stessa del 26 Gibilrossa (da Misilmeri distante poche ore) e passato a rassegna tutto il campo, ne ritrae così buona impressione, che promette al La Masa di porre a capo della colonna destinata alla marcia imminente su Palermo i suoi «bravi Picciotti.»
Sceso però da Gibilrossa, ebbe uno scrupolo e volle adempiere una formalità. Chiamati a consiglio, cosa insolita, i suoi principali Luogotenenti, Sirtori, Türr, Bixio, La Masa, Crispi, quando li vide tutti raccolti, diresse loro questa breve parlata: «Voi sapete che non ho mai radunato Consigli di guerra, ma le circostanze in cui siamo mi vi inducono. Due vie ci stanno davanti: l’assalto di Palermo, o la ritirata nell’Isola. Scegliete.»
Taluno dicesi fu per la ritirata, i più per l’assalto,[65] che era in quel caso, non solo il più eroico, ma anche il più prudente partito, per non dirlo senz’altro l’unico effettuabile. Allora Garibaldi, fedele sempre al tolle moras, riunita la sua colonna al campo di Gibilrossa e quivi raccolte tutte le sue forze, dà nella sera stessa gli ultimi ordini per la deliberata battaglia. L’assalto nel primo concetto doveva effettuarsi nel cuore della notte, la partenza quindi essere suonata per le prime ore della sera. Composte le ordinanze colle squadre del La Masa e uno stuolo de’ Mille per guida ed esempio alla testa; i battaglioni del Bixio e del Carini al centro; le squadre del Sant’Anna alla retroguardia; la colonna doveva scendere da Gibilrossa pel sentiero dei Ciaculli che va a cadere sulla strada di Porta Termini, poco lungi da San Giovanni, e passato l’Oreto al Ponte dell’Ammiraglio camminar diritta sulla città. L’ordine era: marciar serrati e silenziosi; avvicinarsi quanto più era possibile al nemico; giuntogli dappresso, rovesciar alla baionetta ogni ostacolo e penetrare al più presto, comunque, in Palermo.
Se non che, come accade sovente anco agli eserciti meglio ordinati, la marcia non cominciò per l’appunto all’ora designata; il sentiero preso, soggiorno quasi aereo di caproni selvatici, era oltre al preveduto aspro e malagevole; i Picciotti posti alla fronte, inesperti di marcie militari, molto più delle notturne, s’arrestano ad ogni tratto per ombre ed allarmi immaginari; talchè al sommar di tutte queste ragioni la colonna assalitrice non potè sboccare sulla strada di Palermo che allo spuntar dell’alba. Tuttavia non era per anco stata avvertita da alcuno, e la sorpresa era sperabile sempre, quando i Picciotti dell’estrema avanguardia, giunti ai così detti Molini della Scaffa e scambiandoli forse per le prime case di Palermo, alzano, probabilmente per darsi coraggio, tale un clamore di grida, con accompagnamento di fuochi, non sapremmo dire se di paura o di gioia, che i Regi di guardia, appostati al Ponte dell’Ammiraglio, ne sono riscossi in sussulto e corrono, tutt’ora assonnati, alle armi.
Di colpo improvviso non era più a parlarne, e non restava che supplire colla subitaneità dell’assalto e la forza dell’impeto alla fallita sorpresa.
Lo comprese tosto Garibaldi; lo comprese Nino Bixio, suo braccio destro; lo compresero quanti in quella falange avevan anima di soldati e senso della terribilità del momento. E prima di tutti l’avevan compreso il prode Tükery e i suoi compagni dell’antiguardo; i quali al primo grido, alla prima ombra può dirsi del nemico, s’avventano su di lui a testa bassa, e prima ch’egli abbia tempo di conoscere gli assalitori, lo sforzano ad accettare la pugna.
E da quel punto «avanti, addosso, alla carica tutti.» I Regi, fortemente asserragliati dietro il Ponte dell’Ammiraglio, spazzano con un turbine di moschetteria e di mitraglia la via ed i campi: i Picciotti, nuovi a quei cimenti a petto a petto, balenano, si sparnazzano, scompigliano col rigurgito le schiere sopravvenienti degli amici; ma non monta: il Bixio e il Carini colle coorti di Calatafimi sopraggiungono al rincalzo; i più animosi delle squadre stesse si mescolano agli agguerriti compagni e fanno valanga; i Regi già vacillano, già danno le spalle e il Ponte dell’Ammiraglio è conquistato.
Era un fausto preludio, ma non ancora la vittoria. Restava ancora Porta Termini, chiave della città; restava una seconda linea di nemici gagliardamente appostati dietro case e barricate, protetti da numerose artiglierie, fiancheggiati da una forte squadra, liberi di piombare sui fianchi degli assalitori per le due strade che dalla Porta Sant’Antonino e da Porta de’ Greci convergono sulla via di Termini, e dentro una cerchia di fuoco schiacciarli. Ma non era sfuggito il pericolo a Garibaldi, il quale, provvedendo a un punto all’attacco ed alla difesa, mandava quanti branchi di squadre poteva raccogliere a custodire quelle due vie, mentre ordinava un ultimo disperato assalto alla Porta. E «al concitato imperio» non seguì mai sì pronto «il celere obbedir.»
Serrati, concordi, non contando i nemici, disprezzando la morte, gareggianti solamente a chi prima arriva, si slanciano di fronte i Mille: alla destra, avanzando arditamente tra vigneti e giardini, li fiancheggiano, condotti dall’intrepido Fuxa, manipoli di Siciliani; da sinistra altri Picciotti e Cacciatori misti insieme, guidati dal Sirtori e dal Türr, tengono in iscacco i difensori della Porta Sant’Antonino: procombono sul fulminato terreno, della bella morte de’ prodi, Tükery, Rocco La Russa, Pietro Inserillo e Giuseppe Lo Squiglio; giacciono feriti Benedetto Cairoli, Enrico Piccinini, Raffaello Di Benedetto, Leonardo Cacioppo; Bixio stesso, ferito al petto da una palla, se la estrae da sè; ma i Napoletani, quasi sopraffatti da superstizioso terrore, più non reggono alla diabolica irruzione. Nullo, il Fieramosca della schiera, a cavallo, ritto, intrepido, stupendo nella sua marziale eleganza di cavaliere antico, ha già varcato, primo de’ primi, la Porta, e dietro a lui, come torrente che rompa le dighe, penetra da cento bocche la piena procellosa degli assalitori, i quali dilagando rapidi per tutte le vie, scacciando da ritta e da manca i residui dei nemici resistenti, e portando in trionfo, più che seguendo, il loro fatato Capitano, mondano Fiera Vecchia, il cuore di Palermo. Eran forse le 6 del mattino; due ore eran bastate alla prodigiosa vittoria, e il sole del 27 maggio, il sole di San Fermo, illuminava un’altra volta uno de’ più memorabili portenti del valore italiano.
XXI.
Palermo dormiva ancora. Sorpresi essi pure dall’inaspettato assalto, già tratti in inganno da falsi allarmi perfidamente simulati dalla Polizia, e minacciati di morte coloro che al tuonar del cannone fossero trovati per le vie, i Palermitani avevano alquanto esitato prima di prestar fede ad un risveglio tanto fortunato; e come gente non libera ancora dal sospetto d’un’insidia o dal timore d’un’imprudenza, si tennero chiusi e celati nelle loro case ad attendere che gli avvenimenti colla stessa luce del giorno si rischiarassero. Ma a poco a poco una finestra si socchiude; un uscio si apre; una, dieci, cento persone cominciano a far capolino; i più curiosi o i più animosi s’avventurano nella strada; altri corrono a’ campanili a dar nelle campane; la gran nuova si spande, il grande fatto si conferma, e finalmente tutta la più gagliarda e patriottica parte della popolazione (dir tutta la città sarebbe ancora troppo presto) si precipita festante sui passi dei liberatori, offre loro i primi conforti e i primi soccorsi e si mesce al gran fiume della rivolta.
Piano delle Operazioni sotto PALERMO ([Versione più grande])
E non v’era un istante da perdere. Alle 6 del mattino la situazione dei due belligeranti, per dirlo alla moderna, era questa: i ribelli occupavano precariamente Fiera Vecchia, e il tratto della città compreso tra la Porta Sant’Antonino e Porta Termini, meno alla destra la caserma di Sant’Antonino e, più a sinistra, i dintorni dell’Orto botanico; i Regi invece: Porta Montalto, Palazzo Reale, Porta Macqueda, il Castellamare, tutta la Marina; quanto dire quattro quinti della perifería.
E alla tattica bontà delle posizioni rispondeva la forza del numero e la ricchezza de’ mezzi di guerra. Per la rivolta ottocento camicie rosse[66] stremate, indigenti d’ogni cosa, e da tre ai quattromila Picciotti armati e agguerriti come sappiamo; per il Borbone ventimila soldati ben istrutti, ben pasciuti, straricchi d’artiglierie, di munizioni, di viveri, d’ogni ben di Dio, fiancheggiati da quattro fregate, protetti da due forti e da numerose caserme, massiccie quanto i forti, padroni di tutte le loro comunicazioni, liberi d’essere soccorsi dal mare e dalla terra, quando che sia.
Però nulla di più precario, di più incompiuto, di più periglioso della vittoria garibaldina. Tutta la loro conquista poteva dirsi la conquista d’una mina, che da un istante all’altro poteva saltare e seppellirli sotto monti di rovine. Conveniva dunque strapparne subito al nemico le miccie o, per uscir di metafora, metter Palermo in istato di difesa, allargarvi quanto più era possibile la rivolta, rompere la cerchia nemica, occuparne i principali punti strategici, assicurarsi infine quelle tre condizioni indispensabili ad ogni guerra: posizioni per combattere; comunicazioni per manovrare; base d’operazione per rifornirsi.
E a tutto ciò fu, con maravigliosa rapidità, provveduto. Garibaldi, appena raccolta la sua gente, si inoltrava fino al Palazzo Pretorio e vi piantava il suo Quartier generale; occupava i quattro Cantoni, centro delle due grandi vie che segano in croce la città, e vi si asserragliava; istituiva un Comitato provvisorio, di cui faceva capo il dottor La Loggia e poco dopo una Commissione delle barricate, di cui eleggeva presidente il duca Della Verdura; chiamava di nuovo tutti i Palermitani alle armi, ed abbozzava un primo nucleo di guardie nazionali; spingeva, non senza combattimenti, i suoi avamposti verso Palazzo Reale fino a Piazza Bologna, e verso Porta Macqueda fino alla Villa Filippina; faceva nella giornata stessa attaccare la caserma di Sant’Antonino rimasta in potere dei Regi, e prima di sera se ne impadroniva; infine trasfondeva in tutti i petti un raggio della sua serenità e una favilla della sua fede, forze inespugnabili.
E ciò non ostante il generale Lanza era sempre arbitro, purchè l’avesse voluto, del campo. Un istante d’energia, un contrassalto ben combinato, uno sforzo appena volonteroso di que’ ventimila uomini, e Palermo tornava sua. Ma era chieder troppo a siffatto Capitano ed a siffatto esercito. Però l’unica prodezza, di cui l’uno e l’altro furono capaci, fu il bombardamento; e già fin dalle 10 del mattino, dai forti di Castellamare e dalla Squadra ancorata di faccia a Toledo, cominciò a piovere sulla città, principalmente ne’ dintorni di Palazzo Pretorio, un nuovo diluvio di granate e di bombe; sprezzato, a dir vero, dai combattenti, e in sulle prime poco dannoso alla città, ma preludio di rovina maggiore.
L’indugio invece fu la fortuna dei ribellati. Giuseppe Sirtori, a capo d’una mano di Legionari e di Picciotti, fatta base il convento de’ Benedettini, riusciva ad impadronirsi del bastione di Montalto, punto avanzato sulla sinistra del Palazzo Reale; quasi contemporaneamente un’altra compagnia de’ Mille, Bergamaschi quasi tutti, guadagnava, non senza fiera lotta, la Piazza della Matrice e i dintorni del Burrone, del Papireto e di Porta Sant’Agata; sicchè per queste conquiste venivano tagliate le comunicazioni tra il Castello ed il Palazzo Reale, e gli approcci della rivolta avvicinati sempre più agli estremi baluardi della resistenza nemica. E quel che accresceva la maraviglia, era che ogni barricata sorgeva sotto il diluviare delle bombe; ogni palmo di terreno era guadagnato fra il crepitar degl’incendi, il crollar delle case, le urla delle vittime sepolte sotto le rovine, o trucidate nella fuga dalla ferina vendetta soldatesca.
Infatti il bombardamento dopo alcune ore di sosta aveva ripreso, nel 28 mattina, continuando fin nel cuore della notte con frenetica rabbia e facendo della miseranda, ma invitta città, un immane sterminio. Il vasto e ricco monastero di Santa Caterina ardeva tutto intero, assieme al lungo tratto di botteghe e di case che rispondevano sulla Strada Toledo: il Palazzo arcivescovile era saccheggiato, i ricchi monasteri dei Sette Angioli e della Badia Nuova saccheggiati e incendiati, il palazzo del principe di Carini distrutto; quelli del principe di Cutò e del marchese d’Artale smantellati. «In un remoto chiassuolo della città (scriveva un egregio Palermitano, spettatore della terribile tragedia[67]), presso alla Via del Pizzuto, la esplosione d’una sola bomba cagionava lo scempio di ventidue innocenti, ed erano in maggior parte donne e bambini: orrendo spettacolo quello di corpi oscenamente mutilati e squarciati, spettacolo commovente e pietoso quello d’intere famiglie, nude, raminghe, con vecchi e infermi che trascinavansi a stento e fuggivano gli abbattuti lor tetti. D’un subito, nella zona superiore della città, a dritta del Palazzo regio, sollevasi un vortice caliginoso di fiamme: ed è il bruciamento e la distruzione di tutto un quartiere. Dal Palazzo le napoletane milizie procedono verso la Piazza Grande e la Piazzetta de’ Tedeschi: la insurrezione ha preso appena a minacciar da quel lato; ed ecco i soldati trapassare di casa in casa, scassinare le porte, saccheggiare e disperdere quanto vi si trovasse per entro, macellarvi i sorpresi e sbigottiti abitanti ed appiccarvi l’incendio. A chi fuggiva sì traea co’ moschetti; a chi chiedeva mercede s’insultava, poi si dava la morte: s’inducevano i miseri a ricattarsi svelando le preziosità e le masserizie nascoste, e, appagata la rapace ingordigia, seguivano le ferite e il sangue; si stupravano donne e fanciulle, poi scannavansi, e dopo loro i padri, i mariti, i fratelli: il nome del Re suonava da’ manigoldi acclamato fra le strida che sfuggíano alle vittime: e di quelle immanità e di quei fatti potrebbero allegarsi senza fine gli esempi, e non era guerra, ma eccidio efferato e vilissimo eccidio, non da uomini, ma da bestie crudeli. Il fuoco infuriava quel giorno per vasto recinto di edifici e di strade; infuriava nella notte e ne’ due giorni seguenti; e in quell’accesa fornace cuocevano e soffocavano umane creature, senza difesa e senza scampo immolate.»
Mille e trecento furono le bombe lanciate dal Castello e dalla Squadra senza contar le palle e la mitraglia: cinquecento trentasette i cadaveri ufficialmente numerati fino al 12 giugno.[68] Orrendo scempio che Lord Brougham nel Parlamento inglese pareggiava al neroniano e Lord Palmerston aggiungeva: «indegno del nostro tempo e della nostra civiltà.[69]»
XXII.
La mattina del 29, con gran stupore dei bombardati, il bombardamento taceva; ma dell’inattesa tregua varie le cagioni, nessuna di pietà. Nella notte dal 28 al 29 due piroscafi della Squadra regia portavano da Termini a Palermo un reggimento di Bavaresi, col rinforzo de’ quali il Generalissimo borbonico aveva contato di tentare una sortita generale di tutte le sue forze, onde ricuperare i posti perduti la vigilia. Ora così per non molestare il passaggio dalla Marina al Palazzo Reale de’ nuovi arrivati, come per evitare il rischio di colpire i propri soldati durante il premeditato assalto, il generale Lanza aveva dato l’ordine che il bombardamento rallentasse per alcune ore, limitandosi a battere i dintorni di Castro Pretorio, nido della rivolta.[70] Ma invano. Per tutta quella giornata si combattè nuovamente al bastione di Montalto, all’Annunciata, ai Benedettini, al Duomo: in quest’ultimo punto anzi i Regi, sorpresi i Picciotti del Sant’Anna, ebbero alcune ore di sopravvento; ma poi sopraggiunti gli ormai terribili Cacciatori, riannodatesi le squadre, apparso Garibaldi, tutti i posti furono o conservati o ripresi, ed ai Regi toccò nuovamente di riparare a’ loro quartieri, più che vinti disperati di vincere; e riadorni soltanto di quei sanguinosi allori, a cui oramai sembravano aspirare: il saccheggio di nuove case e l’eccidio di nuove vittime.
Gli è che i soldati del Borbone non si battevano più. Quei tre fatti miracolosi della vittoria di Calatafimi, della ritirata del Parco e della sorpresa di Palermo avevano ispirato ne’ loro petti tale un superstizioso terrore, che era oggimai più forte d’ogni legge di disciplina e d’ogni punto d’onore. Per essi Garibaldi era ormai invincibile; vedevano in lui un essere privilegiato, protetto da una potenza sovrumana, contro la quale ogni forza terrestre doveva soccombere. Si spacciavano sul suo conto le più strane fole: chi lo diceva stregato; chi aggiungeva che fin da bambino fosse stato inoculato con un’ostia consacrata; e poichè gli ufficiali stessi per onestare la loro dappocaggine accreditavano queste insensatezze, non era più a sperarsi da siffatto esercito alcun atto, non che di energia, di decorosa resistenza.
Il Lanza però non aveva confidato soltanto sulla forza: un po’ di frode ad assodar l’opera gli era parsa giovevole. Infatti fin dal 28 mattina egli si era rivolto, per mezzo d’un ufficiale della regia Marina, all’ammiraglio Mundy, comandante in capo della Squadra inglese,[71] per pregarlo d’un favore, all’apparenza innocentissimo: di voler soltanto ricevere al suo bordo due Generali dell’esercito regio incaricati di conferire con lui; procacciando unicamente che, durante le conferenze, i ribelli sospendessero le ostilità e i due Generali potessero aver libero passo traverso le linee nemiche sotto la protezione della bandiera britannica.
L’agguato era ben preparato, e se gli riusciva, il Generale borbonico otteneva in un colpo solo parecchi scopi: metteva in tutela della bandiera britannica l’assisa, quanto dire, la causa borbonica; otteneva dai ribelli, mercè una mediazione potente, una sospensione d’armi, e ciò senza essere costretto a richiederla egli stesso al disprezzato avventuriero. Ma quanto il laccio era sottile, altrettanto era acuto l’occhio dell’Inglese, e scivolandogli in mezzo con destrezza e prudenza, faceva al Commissario del Re questa risposta: «Prontissimo alla conferenza, lietissimo di ricevere a bordo della sua ammiraglia i due Generali che gli erano annunziati; ma quanto al loro passaggio traverso le linee degl’insorti, necessario richiederlo al generale Garibaldi che solo aveva diritto di darlo.[72]» Non era questa la conclusione che il Borbonico s’aspettava, anzi era precisamente quella che più di tutte aborriva; ma ciò non ostante, per quanto egli tornasse all’assalto con nuove missive anche più ambigue e capziose, l’Ammiraglio non si smosse d’una linea dalla prima sua risposta, sventando così colla sua accorta tenacia una trama che intendeva a fare lui complice, e l’Inghilterra stromento della politica borbonica.[73]
Astretto da questa repulsa a non confidare più che nell’armi; ma nell’armi, dopo i falliti assalti del 29, non avendo più fiducia, il Generale borbonico si sentì a un tratto mancare quell’ultimo residuo, non diremo certo di coraggio, che non ebbe mai, ma di dignità umana e di pudore soldatesco che ancora gli era rimasto, e senza nulla dire al Mundy, all’improvviso, come preso da subitaneo terrore, scrisse al filibustiere, fino a ieri schernito, questa lettera quasi incredibile:
«Il generale Lanza a S. E. il general Garibaldi.
»Palermo, 30 maggio 1860.
»Avendomi l’Ammiraglio inglese fatto sapere che riceverebbe con piacere a bordo del suo vascello due de’ miei Generali, affine di aprire con Lei una conferenza, della quale l’Ammiraglio stesso sarebbe il mediatore, purchè Ella consenta a conceder loro un passaggio traverso le sue linee; io la prego di farmi conoscere se vuole consentirvi, e in caso affermativo (supponendo le ostilità sospese da ambe le parti), io la prego di farmi sapere l’ora in cui la detta conferenza dovrà cominciare. Sarebbe allo stesso tempo utile che Ella accordasse una scorta ai summenzionati due Generali, dal Palazzo Reale alla Sanità, dove essi s’imbarcheranno per andare a bordo.
»In attesa d’una sua risposta, ec.
»Ferdinando Lanza.[74]»
«Quale non doveva essere l’avvilimento dell’esercito regio (scrive lo stesso ammiraglio Mundy), perchè l’alter ego d’un Sovrano acconsentisse a scrivere una lettera sì umiliante. L’uomo che fino a quel momento era stato stigmatizzato cogli epiteti più vituperosi dell’umana natura e denunziato nei proclami come un pirata, un ribelle, un filibustiere, eccolo elevato al titolo ed al rango di Generale e d’Eccellenza! Ciò equivaleva ad una ricognizione del suo carattere d’uguale, e ad una confessione d’impotenza di sottometterlo colla forza.[75]»
E questo pure dovette sentire Garibaldi; ma disprezzando in cuor suo le antiche e nuove codardíe del suo avversario e pensando solo a trarne profitto, rispose all’istante al Commissario di Francesco II esser pronto alla propostagli conferenza; fissarla per le due pomeridiane del giorno stesso; avrebbe fatto immediatamente sospendere il fuoco de’ suoi, e accordato il passo e la scorta a’ due Generali regi.
XXIII.
Se non che verso le 10 antimeridiane dello stesso giorno (30 maggio), dopo cioè che Garibaldi ebbe mandato a tutti i suoi posti l’ordine di cessare da ogni ostilità, un inatteso avvenimento rischiava di mettere in forse con un sol colpo tutta la conquistata fortuna. La colonna di Von Meckel e del Bosco, in maggior parte composta di Bavaresi, dopo aver per tre giorni perseguíto vanamente l’Orsini (il quale, inchiodati i cannoni e bruciati gli affusti, era riuscito a scamparla, sperdendosi per le campagne al di là di Giuliana), quella colonna, dicevamo, risaputa alla fine la notizia[76] che quel Garibaldi, da essi sognato fuggiasco sulla strada di Corleone, accampava già in Palermo, era tornata quanto più veloce aveva potuto sui suoi passi, e appunto la mattina del 30 maggio compariva innanzi a Porta Termini[77] e ne assaliva la barricata che la custodiva. Le squadre di guardia al posto ributtarono, com’era debito loro, l’inatteso nemico; questi incalzò più risoluto che mai, e la fucilata si accese vivacissima da ambe le parti. Indarno il luogotenente Wilmot, ufficiale di bandiera dell’ammiraglio Mundy, che per caso di là passava diretto al Castro Pretorio, sventolava il suo bianco fazzoletto e gridava agli assalitori: una tregua essere pattuita; fedifrago l’assalto; doverosa la ritirata; que’ Bavaresi, o avessero meditato un’insidia o la temessero, non vollero intendere ragione. Allora il combattimento si accanì più che mai: e a chi contava il numero soverchiante degli aggressori non era difficile prevederne il risultato. I Picciotti resistevano del loro meglio; una compagnia de’ Mille, guidata dall’intrepido Carini, tratteneva ancora per alcuni istanti quella piena irrompente; ma ferito gravemente ad un braccio lo stesso Carini, caduti molti de’ suoi, crescente l’irruzione nemica, la barricata sarebbe stata certamente perduta e la via aperta fino a Fiera Vecchia, se la fortuna non avesse voluto che presso il generale Garibaldi stesse in quel momento, inviato dal Lanza, l’ufficiale di Stato Maggiore regio, Nicoletti, il quale, udito l’evento e invitato con acerbe parole dallo stesso Garibaldi a cessare quella perfidia, accorse sul luogo del conflitto e colla sua assisa ed autorità riuscì a persuadere quei, non sappiamo se testardi o astuti Tedeschi, se non a ritirarsi, come avrebbero dovuto, a restar nei posti indebitamente conquistati.[78]
Superato anche questo nuovo periglio, indossata ancora la sua vecchia uniforme di Generale piemontese (divenuta buona un’altra volta), accompagnato dal solo Crispi,[79] poco prima delle due pomeridiane si mosse per recarsi al convegno fissato. Al Molo della Sanità l’aspettava la lancia dell’Hannibal: quivi il caso volle che arrivassero nello stesso punto il generale Letizia ed il generale Chretien; sicchè la medesima barca li tragittò insieme al bordo dell’Ammiraglio inglese. Colà giunti, i Generali borbonici lasciarono il passo a Garibaldi; l’Ammiraglio, così a lui, come a’ suoi avversari, fece rendere i dovuti onori militari e li invitò ad entrare nella sua cabina.[80] Non appena radunati però, quasi preliminare al trattato che stava per cominciare, sorse un singolare litigio, che qualificò subitamente agli occhi dell’Inglese il diverso carattere de’ negoziatori da lui ospitati al suo bordo.
L’ammiraglio Mundy per rendere più solenne la conferenza e porne la fede sotto il suggello di autorevoli testimonianze, aveva invitato ad assistere alla conferenza anche i Comandanti dei legni da guerra Francese, Americano e Sardo ancorati nello stesso porto, ed essi, accettato l’invito, stavano già sul ponte all’arrivo de’ negoziatori ed eran loro stati presentati. Quando però il generale Letizia li vide entrare assieme a tutti gli altri nella cabina dell’Ammiraglio e disporsi ad assistere alla conferenza, si fece innanzi e dichiarò ch’egli non era preparato ad intraprendere alcun negoziato alla presenza di quei Capitani stranieri, sicchè richiedeva formalmente che si ritirassero. Nè a questo si fermò. Soggiunse, «che quantunque egli avesse consentito a incontrare il generale Garibaldi a bordo della nave britannica, egli non intendeva riconoscergli alcuna officiale capacità, nè molto meno conferire con lui sopra qualsivoglia soggetto. Ogni mediazione, continuava egli, doveva aver luogo tra l’Ammiraglio inglese, lui ed il suo collega; e al generale Garibaldi non restava che confermare o disapprovare le parole del trattato che si fossero per usare. Queste le istruzioni da lui ricevute dal generale Lanza e dalle quali egli non poteva nè voleva dipartirsi.[81]»
A questa inattesa parlata, il cui senso era aggravato dal tuono dittatorio con cui era proferita, la sorpresa fu generale. L’Ammiraglio però, rotto per il primo il silenzio e raccomandata la calma e la temperanza, stimava suo debito chiedere prima d’ogni cosa, se anche il generale Garibaldi aveva da muovere qualche obbiezione circa alla presenza dei Comandanti stranieri. A cui Garibaldi rispose che ogni concerto preso dall’Ammiraglio inglese gli sarebbe stato gradito, e che quanto ai signori Comandanti era lieto di vederli rimanere. Ma nemmeno a questa lezione di tolleranza e cortesia il generale Letizia volle darsi per vinto, e arzigogolando cavillosamente sulle parole della lettera scritta la mattina dal generale Lanza, ribadì la sua tèsi che «i negoziati dovevano correre tra l’inglese Ammiraglio e gli incaricati napoletani, e il generale Garibaldi non dover prendervi alcuna parte.» Alla caparbia malafede del Napoletano proruppero indignati, tanto il capitano francese Lefebre, quanto l’americano Palmer; «solo il marchese D’Aste, antico ufficiale sardo, restò silenzioso;[82]» finalmente lo stesso ammiraglio Mundy interveniva a cessare l’alterco, protestando apertamente che, «se il generale Letizia non consentiva a trattar personalmente col generale Garibaldi e in presenza dei Capitani esteri, egli sarebbe obbligato di rimandare tutti a terra, e dichiarare rotti i negoziati.[83]»
A sì aperto e risoluto linguaggio il generale Letizia finì col rassegnarsi, e riconosciuta al generale Garibaldi la parte che gli spettava, le trattative s’avviarono. I quattro primi articoli della convenzione proposta passarono senza contraddizione o discussione di sorta; giunti al 5º: «Che la Municipalità rassegnasse un’umile petizione a Sua Maestà il Re, esprimendogli i reali bisogni della città.» — «No!» proruppe con veemenza Garibaldi; e alzandosi di scatto soggiunse: «Il tempo delle umili petizioni o al Re, o a chicchessia, è passato; inoltre non ci sono più Municipalità.... La Municipalità sono io. Io rifiuto il mio consenso. Passiamo alla sesta ed ultima proposta.»
All’udir queste parole sdegno e stupore si dipingono sul volto del generale Letizia, e sgualcendo la carta che stava spiegata sulla tavola, esclama: «Allora se questo articolo non è concesso, ogni comunicazione cessa fra di noi.[84]»
Garibaldi, il quale fino all’enunciazione del quinto articolo avea sempre serbato un calmo e imperturbato contegno, a quell’ultima albagiosa dichiarazione del suo avversario non seppe più frenarsi. «Egli denunciò in termini eccessivi[85] la mancanza di buona fede, anzi l’infamia della Reale Autorità nel permettere che truppe mercenarie, mentre una bandiera di tregua sventolava, attaccassero le italiane, le quali avevano avuto l’ordine di cessare il fuoco. Ed altre cose anche più appassionate soggiunse Garibaldi; a cui replicò con violenza non disuguale, ma certo con minor giustizia il suo antagonista. Sicchè l’Ammiraglio fu costretto di nuovo ad interporsi non solo per rimettere la calma fra i disputanti, ma per raddrizzare le torte argomentazioni, con cui il negoziatore napoletano continuava a sillogizzare.»
A tal punto Garibaldi, credendo ormai compiuta la rottura de’ negoziati, si levò dalla sua sedia e fece atto di disporsi alla partenza; «ma tale non appariva in alcuna guisa l’intenzione del Generale borbonico.[86]» Anzi dopo essersi consultato alquanto col suo collega, si rivolse di nuovo al suo avversario, annunziandogli che egli consentirebbe a cassare il quinto articolo della convenzione, quantunque sapesse che per quella concessione egli incontrerebbe il disfavore del suo Generale in capo.
E dopo questa dichiarazione tanto maravigliosa ed inattesa, quanto lo erano state fino allora tutte le parole del negoziatore regio, l’armistizio fu prolungato fino alle nove del mattino seguente, al solo fine di concordare definitivamente i punti controversi e di ottenere dal Commissario alter ego del Re la ratifica dei già patteggiati. Prima di lasciar l’Hannibal però il generale Garibaldi, cogliendo il momento in cui l’ammiraglio Mundy s’era stretto in privato colloquio co’ due Inviati regi, si traeva in un canto col capitano Palmer e col marchese D’Aste, e susurrò loro in tutta fretta e in gran secretezza: essere allo stremo di munizioni; questo il suo pensiero più tormentoso; lo soccorressero, se potevano, in quella necessità; avrebbe pagato un pacco di cartuccie a peso d’oro. Il capitano D’Aste non volle dare neanche un grano di polvere; il Capitano americano crediamo che desse la poca che aveva; al resto pensò la Provvidenza!
Ma sia che l’ultima impressione ricevuta da Garibaldi fosse che il pattuito armistizio non potesse durare oltre il vegnente mattino; sia ch’egli mirasse a trar profitto delle pretese esorbitanti del nemico, e della sua sdegnosa risposta per infiammare vieppiù gli animi già accesi de’ Palermitani, giunto a Palazzo Pretorio fece tosto pubblicare questo Manifesto:
«Siciliani!
»Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io ne accettai quelle condizioni che l’umanità dettava di accettare; cioè: ritirar famiglie e feriti; ma fra le richieste, una ve n’era umiliante per la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo. Il risultato della mia conferenza di oggi fu dunque di ripigliare le ostilità domani. Io ed i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli del Vespro una battaglia, che deve infrangere l’ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dell’eroismo.»
Alla lettura del fiero bando la città intera, può dirsi, si versò a Palazzo Pretorio per udire dalle labbra del Dittatore, quasi per leggere sul suo viso, la conferma della grande nuova. E Garibaldi, apparso al balcone di Palazzo Pretorio, parlò come sapeva parlare lui tutte le volte che il cuore lo ispirava, e la grandezza degli avvenimenti s’accordava alla lirica intuonazione della sua tribunizia eloquenza. Però quando disse: «Il nemico mi ha fatto delle proposte che io credei ignominiose per te, o Popolo di Palermo, ed io sapendoti pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua città le ho rifiutate....» un urlo, un urlo solo fu la risposta di quel popolo divenuto delirante: «Guerra, guerra;» e le donne stesse con parola anche più espressiva: «Grazie, gridavano al Generale, grazie;» e gli inviavano baci e benedizioni.... «E dal fondo della piazza (soggiunge uno de’ Mille testimonio alla gran scena) gli mandai un bacio anch’io. Credo che Garibaldi non sia mai stato visto sfolgorante come in quel momento da quel balcone; l’anima di quel popolo pareva tutta trasfusa in lui.[87]» Nè furono parole soltanto: ogni uomo armato corse a prendere il suo posto di combattimento: quante braccia erano atte lavorarono l’intera notte al compimento delle barricate; e per supplire alla mancata luminaria delle bombe e delle granate, Palermo illuminò tutte le sue case, se non è meglio dir le sue rovine, come fosse alla vigilia di una festa.
Risapute però queste nuove, anche i Generali borbonici vennero a miglior consiglio, e nella mattina del 31 lo stesso generale Letizia tornava al Dittatore per ripigliare gli interrotti negoziati e chiedergli un armistizio indefinito. Tanto non poteva concedere Garibaldi; consentì bensì ad una tregua di tre giorni, e fu in questi capitoli stipulata:
«1º La sospensione delle ostilità resta prolungata per tre giorni, a contare da questo momento che sono le 12 meridiane del dì 31 maggio: al termine della quale S. E. il Generale in Capo spedirà un suo aiutante di campo onde di consenso si stabilisca l’ora per riprendersi le ostilità.
»2º Il Regio Banco sarà consegnato al rappresentante Crispi segretario di Stato, con analoga ricevuta, ed il distaccamento che lo custodisce andrà a Castellamare con armi e bagaglio.
»3º Sarà continuato l’imbarco di tutti i feriti e famiglie, non trascurando alcun mezzo per impedire qualunque sopruso.
»4º Sarà libero il transito dei viveri per le due parti combattenti, in tutte le ore del giorno, dando le analoghe disposizioni per mandar ciò pienamente ad effetto.
»5º Sarà permesso di contraccambiare i prigionieri Mosto e Rivalta con il primo tenente Colonna ed altro ufficiale o capitano Grasso.
»Il Generale in Capo
»Firmato: Ferdinando Lanza.
»Il Segretario di Stato
»del Governo Provvisorio di Sicilia
»Firmato: Francesco Crispi.»
Taluno censurò il vincitore di aver concesso al nemico una tregua troppo lunga; noi pensiamo altrimenti. Per fermo i Regi potevan ricevere nuovi rinforzi; ma che importavano oramai alcune migliaia di nemici di più, se mancava tra di loro la mente che governasse e il cuore che combattesse? Per la rivolta invece ogni ora che passava era un passo alla vittoria: lo scoramento nelle file avversarie cresceva, le diserzioni moltiplicavano, la città s’agguerriva, e s’abituava all’idea della lotta disperata; e frattanto i Mille si ristoravano, le munizioni si risarcivano, le difese si perfezionavano, i soccorsi sperati o promessi dal Continente o arrivavano o potevano arrivare, come sarebbe stato debito loro.[88]