The Project Gutenberg eBook, Avvenimenti faceti, by Giuseppe Pitrè

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CURIOSITÀ

POPOLARI TRADIZIONALI

PUBBLICATE PER CURA

DI

GIUSEPPE PITRÈ


Vol. II.

AVVENIMENTI FACETI

RACCOLTI DA UN ANONIMO SICILIANO

PALERMO
Luigi Pedone Lauriel, Editore
1885.


AVVENIMENTI FACETI

RACCOLTI DA

UN ANONIMO SICILIANO

NELLA PRIMA METÀ DEL SECOLO XVIII

E PUBBLICATI PER CURA

DI

GIUSEPPE PITRÈ

PALERMO
Luigi Pedone Lauriel, Editore
MDCCCLXXXV.


Edizione di soli 200 esemplari ordinatamente numerati

N. 114.

Tip. del Giornale di Sicilia.


INDICE

[Avvertenza di G. Pitrè] Pag. 5
1. [Verbo, Settimana Santa, Passione e Crocifisso] 19
2. [La Rappresentazione della Passione di G. C. in Naso] 20
3. [La Cena del Giovedì Santo] ivi
4. [Un balbuziente in S. Marco] 21
5. [La Rappresentazione della Passione di G. C. in S. Filippo] 22
6. [Bestemmia di uno di Veria] ivi
7. [Uno di Veria ferito da un colpo di crocifisso] ivi
8. [Risposta d'un prete di Longi] 23
9. [Verbo, messa] ivi
10. [Un prete vestito a messa che insegue un giovane] 24
11. [Un prete che a messa ricorda i suoi bachi da seta] 25
12. [Ignoranza canonica d'un prete] ivi
13. [La lettera d'un suddiacono] 26
14. [Bollito o arrostito?] ivi
15. [Effeminatezza ed ignoranza di un prete di Maletto] 27
16. [Miscellanea] 30
17. [Una recita dell'Officio divino] 31
18. [Atto di Fede teologica d'un fratello congregato nella Novara] ivi
19. [Benedizione data col braccio svelto dal corpo di una femina uccisa] 32
20. [Un notaro divenuto confessore] 33
21. [Città di Randazzo in iscena] 36
22. [Scena seconda] ivi
23. [Atto di dolore fatto da un moribondo] 37
24. [Confessore in Marsala] 38
25. [Morto che ride in Nicosia] 39
26. [Cappuccini di Nicosia in processione] 40
27. [Il P. Fortunato di S. Marco uccellato da D. Giuseppe Gallotto] 43
28. [Copia di una lettera] 50
29. [Copia d'una lettera] 53
30. [Copia di una lettera] 54
31. [Copia d'un biglietto] 55
31 bis. [Altra lettera] ivi
32. [In Frazzano, terra della Contea di S. Marco] 56
33. [Motto d'uno di Regalbuto] 57
34. [La manna del Monte di Trapani] ivi
35. [Seguenzia della gente di Mongiuffi] 59
36. [Salve Regina] 61
37. [Credo] ivi
38. [Veni Creator Spiritus] 62
39. [Confiteor] 63
40. [Varie preci divote] ivi
41. [Magnificat] 65
42. [Fragmenti di varie coselle dall'istesso] 66
43. [Litania] ivi
44. [De Profundis] 68
45. [Recitandosi l'ufficio dei morti] 69
46. [Miserere delli Romiti di Iudica] 70
47. [Sacerdote in Piazza che ricorda un moribondo] 71
48. [Le gare di Nicosia] ivi
49. [Ubbriaco in Regalbuto che dorme nel cataletto] 72
50. [Il Mirchio di Patti] 74
51. [Il morto della Giojosa] 76
52. [Il porco di S. Antonio nella Giojosa] 77
53. [Donna inflatata] 78
54. [Motivo di pazienza insegnato da un padre cappuccino] 79
55. [Vangelo d'un villano di Militello] 80
56. [Ragazzo che fa testimonianza alla madre d'essere stato alla messa] 81
57. [Misterij del Rosario nella Chiesa di S. Nicolò di Nicosia] 82
58. [Esempio] 84
59. [Barbaggianne in Trapani] 85
60. [Campana stimata sonare da se sola] 86
61. [Naso in giudizio condannato da un ficarrese] 87
62. [Panegirico di S. Antonio di Padova] 88
[NOTE] 99
[VARIANTI E RISCONTRI] 107

A TOMMASO CANNIZZARO

IN MESSINA

Questa Raccoltina di aneddoti, fatta da un messinese, va di ragione offerta a Voi, che della provincia di Messina siete il più dotto ed intelligente raccoglitore di novelle e canzoni popolari.

Nè che poco io vi dia da imputar sono,

Che quanto posso dar, tutto vi dono.

Vostro aff.mo
Giuseppe Pitrè.


AVVERTENZA

Il manoscritto di questi Avvenimenti faceti è nella Biblioteca Nazionale di Palermo (segnato XI. A. 20), e mi fu dato a vedere da quel gentile Bibliotecario Capo che è il comm. Filippo Evola, tanto benemerito degli studi bibliografici in Sicilia.

È in-16o piccolo, rilegato in pelle di montone, di cinquantasette carte (escluse tre bianche), pagine centotredici; e porta per titolo: Avvenimenti | Faceti | Per mantenere in ame-|nità innocente le one- | ste recreazioni, | Raccolte | In diverse città e | Terre di questo | Regno. La scrittura ne è nitida e chiara senza un pentimento: il che induce a ritenerla copia di un originale smarrito o distrutto.

Chi ne sia l'autore, non so; ma dalla natura dei fatti che egli ama di raccontare, tutti o quasi tutti di argomento ecclesiastico, con personaggi di chiesa e con particolari della vita di sacerdoti secolari e regolari, può ritenersi un prete o un frate predicatore della provincia di Messina, e probabilmente della Terra di S. Marco. Non altri che un ecclesiastico poteva occuparsi esclusivamente di persone di chiesa, discorrerne con piena conoscenza di abitudini, di occupazioni ordinarie, di offici divini e di altre cose siffatte; non altri che un predicatore, forse uno de' così detti quaresimalisti, poteva, nel passato secolo, recarsi da un vallo all'altro[1], girar mezza Sicilia, e trovarsi in grado di udire, dalla bocca di amici e di conoscenti, piacevolezze e storielle di Longi (prov. di Messina) e di Bagheria (prov. di Palermo), di Regalbuto (prov. di Catania) e di Marsala (prov. di Trapani), per non dire di Naso, Patti, Montalbano, Novara, Mongiuffi, Nicosia, Aggira, Bronte, Randazzo, Termini. Come appare da vari luoghi egli viaggiava e scriveva nella prima metà, e propriamente nel quarto decennio del sec. XVIII[2]; anzi nel n. 40 è ricordato, senz'altro, «quest'anno 1738[3]»; e chi non ignora le condizioni civili e morali della Sicilia in quel tempo, e le difficoltà di recarsi da un punto all'altro di essa, giudicherà se, guardato al genere dei racconti, altri, che non un frate o un prete, potesse fare quel che fece il nostro.

Che poi egli fosse, come oggi si direbbe, della provincia di Messina, non c'è ombra di dubbio, non tanto per il numero di fatti che egli racconta di quella provincia, e particolarmente di S. Marco, dove egli potè fermarsi di più[4], quanto per il dialetto in che egli scrisse, e che è del gruppo messinese. Laonde, senza dire del vermu di la sita (per vermi di la sita, baco da seta) che il Caglià ebbe cura di notare[5], del mi nella frase undi mi m'arricogghiu e di altre voci simili, giova rilevare la forma caratteristica di quel gruppo, cioè la d indocile di assimilazione quando preceda la n, forma unica e sola in tutti i dialetti dell'isola, ne' quali non esistono nè si sono mai sentite voci messinesi come le seguenti, che io raccolgo da tutto il libro: essendu, dicendu, mittendu, vardandu, undi, manda, andari, vindiri, mi ndi vaju, banda, vattindi, quandu ed altre.

La materia del libro è per più d'un terzo tradizionale, non pure in Sicilia, ma anche nel continente italiano, in Francia, Spagna, Germania, Inghilterra ed in altre contrade: aneddoti, cioè, novellette, facezie, burle, motti di spirito più o meno festevoli, più o meno vivaci, che ognuno di noi, tra una brigata di amici, ha molte volte udito a raccontare ed ha raccontato egli stesso come seguiti nel tale o tal altro luogo, in persona del tal de' tali.

In vero, questi fatti poterono bene avvenire qua e là, e ripetersi con circostanze simili o analoghe, o non avvennero mai, e furono spiritose invenzioni di begliumori quando per mettere in burla gli abitanti d'un paese in voce di sciocchi e grossi di cervello, quando per deridere una classe di gente, quando per depreziare il prodotto d'un suolo. Veri o inventati, unici o no, propri o d'altrui, questi fatti piacquero, si raccontarono, e passando di bocca in bocca, di paese in paese, per la innata tendenza del popolo a personificare, a localizzar tutto, si individualizzarono sempre più, acquistando colori e circostanze locali. Così leggendo per avventura le storielle che hanno richiami nella rubrica delle Varianti e Riscontri[6], si vede chiaro che molti di questi Avvenimenti, tradizionali assai prima che il raccoglitore li scrivesse, erano stati raccolti e scritti da altri in Italia; e che qualcuno ci venne, nientemeno, dall'Oriente, culla d'una gran parte de' racconti che corrono presso i volghi di Europa.

Senza esagerare il valore, per altro abbastanza limitato, del presente libretto, vo' rilevare i nn. 1-3, 5 e 22, riferentisi a sacre rappresentazioni in Naso, Bronte, Aggira, Randazzo e, più che altrove, in Nicosia, celebre per la sua Casazza, rimasta insuperata finora tra noi[7]; ed il numero 15, che è un nuovo documento da aggiungere alla storia delle prefiche in Sicilia[8]. Parecchi racconti ricordano deplorevoli gare municipali[9], tutt'altro che cessate a' dì nostri[10]; e più d'uno, pei colori locali e per i caratteri personali che offre, conferma l'ignoranza e gli abusi di certi ecclesiastici dell'isola, contro i quali per parecchi secoli gridarono i sinodi e le costituzioni diocesane di Messina, di Patti, di Siracusa, di Catania[11], oltrechè di Cefalù, Girgenti, Mazzara, Monreale e Palermo.

L'edizione è fedelmente condotta sull'originale, e ne conserva la grafia tutta fino alle strane abbreviature ed agli accenti. Forse trattandosi di un ms. d'un secolo non lontano avrei potuto essere meno scrupoloso; ma confesso che non ho saputo farlo[12], considerando che gli scritti altrui vanno pubblicati come sono, e che la forma materiale d'una scrittura rivela, non meno che la sostanza di essa, la mente dell'autore. Nel caso nostro l'autore è uno de' tanti mediocrissimi scrittori siciliani del secolo scorso, il quale nel suo dettato conserva più o meno fedelmente le forme del dialetto, senza preoccuparsi di stile e di lingua; ma, in compenso, ha un po' di quella schiettezza ed ingenuità che spesso manca agli scrittori d'arte.

Avrei anche potuto lasciar da parte le pagine contenenti il Magnificat, la Sequenza dei morti, le Litanie e gli altri inni e preci latine solite recitarsi in chiesa; ma il latino in bocca al popolo è documento di demopsicologia, ed è un notevole contributo allo studio delle etimologie popolari, che oramai si avvantaggiano degli importanti lavori di Gustavo Andresen per la Germania, di Nyrop per la Danimarca, di Karlowicz per la Russia, di Palmer per l'Inghilterra.

Di note illustrative ho voluto esser parco; e la rubrica delle Varianti e Riscontri ho limitata, com'è mio costume, a sole cose italiane edite. Ma siccome ora l'una ed ora l'altra di queste capestrerie si raccontano alla giornata, così qualcuna di esse, come variante inedita, mi è piaciuto di riportare a documento della loro popolarità, ed a svago onesto di chi legge. Nell'indice ho creduto di apporre di mio i titoli ai racconti che nell'originale non ne hanno.

Palermo, 1 Gennaio 1885.

G. Pitrè.

Avvenimenti
Faceti
Per mantenere in ame-
nità innocente le one-
ste recreazioni

Raccolte
In diverse Città, e
Terre di questo
Regno.

1. Verbo, Settimana Santa, Passione e Crocifisso.

In Nicosia[13], rappresentavano con personaggi vivi la Passione di Nostro Signore; per la Crocifissione pigliarono un uomo dozzinale, il quale quando fu l'ora di salire sù la Croce si tolse i calzoni, e li ripose al pie della Croce. Chi rappresentava S. Giovanni, s'era accorto, che nelli calzoni v'erano tarì dodeci[14], e destramente col piede procurava di allontanare dalla Croce i calzoni, per poi far quella preda. Il Crocifisso, che non guardava altro dal suo patibolo che quei calzoni; in accorgersi dell'astuzia di Giovanni, in cambio di proferire qualcheduna di quelle sette celebri parole, gridò ad alta voce, e disse: Giov.e, non ti riminè cù li causun, cha si nò si guasta la Passiun[15].

2.

In Naso[16] similmente facevano una rappresentazione della Passione di nostro Sig.e; quello che rappresentava il Crocifisso era un uomo dozzinale; a piedi della Croce v'era Giov.e e la Maddalena, ch'era figlia di quello che rappresentava il Crocifisso. Or la Maddalena, come ch'era giovina di mediocre aspetto, tirò e i sguardi, e gli amori di quello, che rappresentava il Giov.e, il quale con gesti e con altri segni sollecitava la Maddalena a corrispondergli; quando se ne accorse il Crocifisso, parlò a Giovanne, e gli disse: Giovanni, lassala stari a Maddalena. Vedutosi scoverto, Giovanne si rasciugava, fingendosi addolorato per il grande spettacolo; mà appena s'accorgeva che il Crocifisso rivoltava altronde lo sguardo, tornava Giov.e ad intendersi d'amare colla Maddalena; mà che? Ecco il Crocifisso ripigliò: Santu Dià![17] Giuvanni, lassala stari a Maddalena. Finalmente al 3.o assalto dato dal Giov.e alla Maddalena, scese da Croce il Signore, ed impugnando uno di quei gran chiodi d'essa, pretendea scaricarlo contro Giovanne, il quale per mettersi in salvo lasciò il Calvario e corse nel piano; ed il Crocifisso d'appresso perseguitando a Giovanne; e quella tragedia di dolore mutossi in comedia di riso.

3.

In Bronti[18] quell'Arciprete fece al solito la Cena nel Giovedì Santo. Un uomo semplice e mandraio di professione, intenerito per quella funzione, se ne andò al gregge del suo padrone, e scelse dodeci crasti[19]; indi per fare a quelli la lavanda de' piedi, ad uno ad uno li prese, e li mise nella caldaja dell'acqua bollente; d'un subito saltarono a quelli l'unghie; si resero incapaci di stare più in gamba. Intenerito poi quel semplice di quella funzione che avea fatto, tutto compunto con le lagrime agli occhi, comparve innanzi al padrone, e dimandato della cagione del suo lagrimare, rispose: Sig.ri, aju fattu la Zena[20] comu lu Patri Arcipreti: non intendendo quegli il mistero che Zena, ripigliò: Sig.ri, diceva il mandraio, lu Patri Arcipreti lavau li pedi a l'Apostuli, ed iu ficcai li pedi di dudici crasti ntra la lacciata[21] essendu iddi li mei Apostuli. S'infuriò il padrone, e se non era veloce a fuggire, quel pover uomo che avea fatto il Cristo, già averebbe ricevuto la condanna di quel Pilato, di morire anch'egli crocifisso.

4.

In S. Marco[22] v'era un gentil'uomo per nome il sig.r Ignazio Lo Presti; quest'era mezzo bleso, mutando nel parlare la r in un misto d'r e d e la l in d. Or trovandosi un giorno della Settimana Santa nella Chiesa del monistero del Salvadore, si faceva ivi una funzione, che si conduceva in un lenzuolo un simulacro di Cristo morto; mentre si cantavano le solite preci, era genuflesso il sig.r Ignazio, e si percuoteva il petto, dicendo: Perdunu, miu Diu, misericordia. Intanto passarono avanti a lui i preti; egli in vedere l'imagine di Cristo morto, investitosi d'una gran pietà, alzò la destra, e benedicendo quella sagra figura disse: Redequiem etednam dona ei Domine; et lux pedpetua luceat ei, commovendo con ciò tutti a risa; e mutando quella scena di pianto in trastullo di gioco.

5.

Nella città di S. Filippo[23] nel 1727 in circa fecero la rappresentazione della Passione. Prima che salisse in Croce quell'uomo che doveva rappresentare il Cristo, per non patir di sete volle da bere, e appunto gli diedero un barrile; non s'accorsero quelli che doveano scoprire la scena che quell'uomo non era ancor satullato in Croce; sicchè calarono la tela, e li spettatori che aspettavano quella funesta veduta, s'accorsero ch'il Cristo con un barrile in bocca dissetavasi. Vergognandosi intanto d'una tale apparenza, gittò il barrile sù la Maria, la quale compassionante delle pene altrui, ebbe ad essere compassionata per il gran dolore del colpo ricevuto in testa.

6.

In Veria[24] v'è una gran gara tra due chiese e confraternità sotto il titolo dell'Annunziata, e perchè una stà fabbricata nell'alto della terra, e l'altra nel basso, per distinguerle le chiamano la Susa, e la Jusa. Più volte i sudetti fratelli vennero alle mani. Or in un giorno ripigliandosi tra di loro, uno di quelli villani che portava il Crocifisso non potea rimenar le mani a suo modo contro i competitori, ed eruttò: Santu Dià! si non avia ddu diavulazzu di ddu Crucifissu, cci vulia fari a vidiri ecc.

7.

In Veria medesima restò mortalmente ferito un fratello da un colpo ricevuto in testa da quello che portava il Crocifisso dell'emola confraternità. Già arrivò all'ultima agonia. Il prete procurava ch'il moribondo facesse quegl'atti dovuti da un cristiano vicino a morte, e portato un piccolo Crocifisso; il moribondo in vederlo si voltò dall'altro lato; si maravigliavano i circostanti per un tale atto, e maggiormente il persuadeano di stringersi col Crocifisso; allora il moribondo disse: Livatimillu d'avanti, chi chistu picciriddu, quandu crisci divintirà chiù diavulu di sò patri. Alludendo al Crocifisso della confraternità, che sbattutogli in testa era la caggione della sua morte.

8.

In Longi[25] il sac.te D. Rosario Panghi avea in cura la cappella del Crocifisso. Or il Marchese padrone di quella terra, non saprei che cosa c'avea da dire attinente al Crocifisso. Apprese il sac.te ch'il Marchese avesse voluto disporre di quel simulacro: Sig.re, ripigliò il sacerdote: Lu Crucifissu vecchiu arditivillu, abruciativillu: non minni[26] curu; lu novu, Sig.ri, non voghiu chi mi lu tuccati.

Ciò lo sapevo per bocca dello stesso Marchese.

9. Verbo Messa.

Il sopradetto D. Rosario Panghi in Longi andò ad una caccia selvaggia in una selva vicina, e per l'ardor della caccia dimorò ben tardi fino doppo mezzo giorno; ed uccisa una piccola troja selvaggia, lieto se ne ritornava, e passando per le ville del sig.r Marchese, padrone di Longi, l'interrogò dove andasse; li rispose: Signuri, lassatimi stari, chi pri sta beneditta purcedda, aju lassatu la mmaliditta Missa. Tanto m'à raccontato lo stesso sig.r Marchese.

10.

In Capri[27] v'era un sacerdote assai attaccato all'interessi, ed ogn'anno al fin del nutricato del verme della seta, grano ecc., tante erano le sue sofesticherie con li maestri, ch'uscivano dalle bacce la seta; molti non potendo soffrire le sofistiche pretenzioni del prete, o se n'avevano da fuggire, o restavano in prigione ad istanze del prete, sicchè niun de' maestri voleva servirlo. Or in un giorno di festa radunati alla Chiesa tutte le genti della vicina campagnia, v'era un giovane forastiero, ed interrogato dal prete chi fosse; gli rispose esser un maestro di seta. Il prete l'indusse ad affittarsi con lui e doppo la Messa se ne sarebbono andati al manganello[28]. Ciò concertato andò a celebrare il sac.te, e mentre si vestiva a Messa alcune persone descrissero al giovane le pessime qualità e sofisticherie del sac.te; ciò udito il giovane aspettò finchè arrivasse il sac.te sino all'Offertorio, e quieto quieto partissene. Quando arrivò il sacerdote all'Orate fratres s'accorge ch'il giovane era alquanto distante dalla Chiesa, che se ne andava altrove. Scende dall'altare così vestito alla sacerdotale, escie dalla Chiesa, cominciò a chiamare il giovane; quello si mise in fuga, ed ecco il sacerdote alzandosi le vesti, cominciò a gran passi ad inseguirlo, e durò questo corso per un miglio continuo per quelle campagne, fintantoche arrivati nella Piana di Pietra di Roma tutta fangosa per risate; allora il sac.te disse: La senti b. f. mi l'ai fattu, mi la paghirai; e tornossene in Chiesa a proseguir la Messa. Il caso non si seppe se non doppo morte, tenendolo occulto quei sac.ti di Capri per proprio decoro, e facendo ivi che quei laici, che furono spettatori di quella comedia, o più tosto tragedia, tacessero anch'essi.

11.

In San Marco un sacerdote chiamato Muglia diceva Messa in una Chiesa della campagna in tempo di nutricato; in quel tempo due femine in cambio di stare attente a quel tremendo Sagrificio discorrevano tra di loro del nutricato, e facevano le loro querele, che il verme non mostrava fruttare. Egli, doppochè intese molti lamenti, si voltò dall'altare doppoche erano cominciate l'Orazioni segrete, e disse loro: Non vi maravigliati nò: ancora lu miu vermu ristan cu la spoghia a lu culu.

12.

Lo stesso Muglia si trovava un giorno vestito a Messa nella sagrestia ch'aspettava ch'entrasse un altro Sac.te che diceva Messa per poter uscire a dir la sua. Fratanto due sac.ti conoscendo l'ignoranza e la semplicità del Muglia, si raccapricciarono a far celebrare la Messa, e farle recitare nella Messa di Requiem al sudetto Muglia il Gloria e Credo. Pertanto finse uno di domandare all'altro se v'era Gloria e Credo in quella mattina nella Messa. «Non Signore, rispondeva l'altro, perchè nella Messa di Requie non v'è Gloria e Credo.» Sì, ripigliava l'altro, che nella Messa de' Santi dottori entrava la Gloria e Credo. Or il defonto per cui si celebrava, era stato dottor di Legge; gli toccava questo privileggio. Stava il Muglia a questo gran dubbio coll'orecchio attentissimo, e mostrava di sciogliere il gran dubbio. Quello ch'avea detto, che non toccava a dirsi la Gloria e Credo, mostrò di lasciarsi convincere, e rispose: Aviti ragiuni: non avia fattu riflessioni, chi lu mortu era Dutturi: ci tocca certa lu Credu e la Gloria. Intanto venne l'ora d'uscire il Muglia in Chiesa, per dir la sua Messa. Doppo il Khirie dice intrepidamente la Gloria, e doppo l'Evangelio il Credo, e quelli due furono truffatori nell'ingannarlo, spettatori nell'udirlo, e poi derisori nel beffeggiarlo.

13.

Non saprei in qual città o terra della Sicilia, cantandosi la Messa votiva de Passione Domini, il Suddiacono sprovisto di quello che doveva cantare, non s'era accorto, che il titolo della sua lezione era guasto, per un buco che v'era nella carta del Missale. Sicchè si leggeva bene: Lectio Hieremiæ Prophetæ, mancando della parola Prophetæ la prima sillaba Pro. Incominciò dunque la lezione con voce utentica, e disse così: Lectio Hieremiæ, c'è un pirtusu, e fete. Quali risa si sollevassero in tall'occasione, meglio è supporle che descriverle.

14.

In Aci Catena[29] v'era mansionario di quella colleggiata il sac.te D. Ignazio Quattr'occhi, al quale toccò una mattina dire l'ultima Messa. La sua madre avea posto in ordine per il pranzo del figlio un bel piccione; mà, non sapendo come lo volesse apparecchiato, spedì un suo nipotino alla Chiesa per domandare allo zio in qual maniera gustasse il piccione. Arrivato alla Chiesa trova in sull'altare lo zio giunto al Domine non sum dignus della sua Messa; e senza abbadare il ragazzino al tremendo misterio, accostasi tutto premura all'altare dicendo: Ziu, ziu, la nonna voli sapiri comu vuliti lu picciuni: si bughiutu, o arrustutu? Il Sac.te stava dicendo la seconda o la terza volta: Domine non sum dignus, [e] rispose: Arrustutu, prosequendo: ut intres sub tectum meum. Fu tanto celebre questo successo, che quando fui la seconda volta in Aci Catena, non solo me lo raccontarono i migliori gentil'uomini di quel paese; ma lo stesso D. Ignazio mel confirmò.

15.

D. Isidoro Lo Proto della Terra di Maletto[30], già morto in Bronte, ove solea abitare nel 1727 in circa. Quest'uomo fù un uomo da bene; mà tanto effeminato, che filava, tesseva, e s'impiegava nelle faccende proprie delle donne, qual'erano lo allievar galline, aver cura di pulcini, trattandoli delle maniere proprie donnesche; ed anche la voce sua s'assomigliava a quella delle donne; era ancora d'intendimento corto come le donne. Gli venne in testa di farsi ministro ne' sagri altari, e già n'andò in Messina per il Suddiaconato; mà essendo egli molto scarso di lettere, fù subito riprovato: non perciò disanimossi, mà tornando all'altra ordinazione in Messina con un carico di presciutti per regalarlo a chi potea promoverlo, ottenne l'intento di entrare negl'ordini sagri. Tornato al paese, e addimandato se fosse stato ordinato, rispose che se avesse portato più presciutti, avrebbe fatto ordinare il somaro che l'avea portato in Messina. Morì un giorno la sua madre; egli, mentre il cadavere della defonta era attorniato di donne, che, secondo il costume antico, tenevano il lutto con lamentazioni e con lagrime; situossi in mezzo ad esse con una tovaglia negra sul capo, dando in gridi e gemiti più dell'altre femine. Costume questo che osservollo nell'altre morti di altre sue congionti. Or questi arrivato già al sacerdozio, coll'uso del dir la Messa erano tante le smozzicature e li salti che non arrivava alla decima parte quella Messa che diceva. Soleva servirlo a Messa il chierico D. Mario Schillerò, che s'era tant'imprattichito della Messa del Proto, che anche dormendo ve la recitava. Io in sentirla lo pregai che me la scrivesse, e quello mi compiacque, ed è tale quale quì la trascrivo.

In nomi Patr artara Dei.

Judica me do scarsa gente uno doloso me

Emitte luce sme asserunt in monternacula tua.

Confitebor tu sturba sme.

Gloria Patri, e Spiritu Santu.

Introibo in nomine Domini.

Confiteor potenti B. M. sempri Micheli Arcangelu, beatu Battista, santis frates piccati niuri certionorbo, opere me culpa. Iddiu pregu beati onnes Santi Patri a D.nu nostru Misereatur vestri pervostra misera eterna. Indulgenza assolvi piccaturu onni corsu D.nu.

Deus tu misericordia tua.

Dominu estra oratiom mea.

Dominus obiscu. Oremus. Offeru nostru santu; Santoru reliqua sunt peccata mea. Leggeva poi strapazzatamente l'Introito, Kirieleison etc., Gloria in eccersi Domini meu, lamustè, andamustè, licistè in potera Patri ammè.

Collette e Lezioni.

Munda ori meu, mandasti, miseri evangeriu mutasti.

Jube Dos corde me.

Credo in de Onnipotenti Jesu Cristu, ed è spatrunatu saluti, et homo fattus est, crucifissu secundu scrittura in Ecclesia rationi vinti seculi ammè.

Per omnia sicura, securorum etc.

Vere dignu me justu mest nos tibi sempri supprici confessioni dicenti Santu, Santu, Santu. Hæc dona, hæc munira nlibata Papa nostru: Mementu Domini famularu, undè emors Dominu. Ostiampura, ostian santa, ostia maculata.

Con questo tenore arrivava alla consegrazione e proseguiva dopo d'essa sino al Pater noster.

Per onnia, securemus dicere. Pater.

Comunicatosi e detto il versetto del post comunio, Domine Sobiscu. Oremus. Quando diceva Messa de defonti, cominciava l'orazione doppo la communione; Animalibus quesumus Domine etc., Benedica vui meniput in Deu Patri e Spiritu Santu. Secundu Giuvanni. In principio era verbo, do, das, do, das, era verbu, e verbu ncaru factum est gratia e viritati.

Stimai io questa maniera di Messa una caricatura del chierico Schillerò, che me la scrisse, mà in sentirmela confirmare da migliori sacerdoti e gentil'uomini del paese, restai stupito, perchè non l'avessero sospeso[31].

16. Miscellanea.

Il sacerdote D. Mario Spitaleri in Bronte era un uomo di poca entità, mà zelante; prendea però le misure questo suo zelo dal suo naturale poco riflessivo. Quindi li Brontesi spesso lo stizzavano[32], per prendersi gioco delle sue proposizioni e delle sue impazienze. In un giorno il Tesoriere della Cappella del SS.o Sagramento, unito ad uno de' Deputati della medema Cappella, cominciarono a toccarlo[33], e specialmente sopra la sua cappellania. Era il D. Mario Cappellano della Chiesa di S. Marco, situata in campagna, sopra un pogetto esposto ai venti, che col loro impeto spesso faceano saltare le tegole di quel tetto; montato egli non saprei se in zelo o in collera cominciò a riprenderli che mandassero a male i frutti delle rendite pingui della Cappella, e poi soggiunse: Vui autri incappastivu cu l'altari di lu SS. Sagramentu, e vi lu mangiati vivu e mortu, ed illu [è] chiusu in mezzu a quattru tavuli e non parra; ma ju ncappai cu chill'armali di S. Marcu, chi tuttu lu jornu carriu canali[34] in collu.

Tanto a me il sig.r Barone D. Filadelfo Papotto.

17.

Trovavasi in un'altro giorno il sudetto D. Mario Spitaleri su d'un pogetto, volgarmente detto da' Brontesi il Pojo della Colla, in campagna, ove cominciò a recitarsi l'Offizio Divino; ed era arrivato a prima[35], quando capitò ivi l'Arciprete suo nipote D.r D. Mario Franzone, e chi c'è sigr Ziu? gli disse l'Arciprete; il D. Mario avea cominciato: Deus in adjutorium etc., [e] rispose subito: Lassatimi stari, jam lucis orto sidere: gran diavulu: Deum præcemur supplices, ut in diurnis actibus, nos servet a nocentibus: grandi diavulu di scecca. L'Arciprete tornò a dimandargli: Ch'aviti, chi ci fù? Ed egli, il D. Mario: E chi voghiu aviri! Sta santa scecca non m'à lassatu diri stu diavulu d'offiziu: Linguam refrenans temperet etc. L'azzioni del sudetto sacerdote sono celebri in Bronte.

18. Atto di Fede Teologica d'un Fratello congregato nella Novara li 17 Aprile 1739.

Fu giorno che toccava farsi la solita congregazione secreta per profitto de' Fratelli congregati, i quali per esercitarsi negl'atti delle 3 Virtù Teologali, esce in mezzo or l'uno, or l'altro a fare uno di questi atti. Toccò ad uno d'essi far l'atto di Fede, e genuflesso in mezzo alla Congregazione proruppe in quest'accenti: SS. Patri, iu cci cridu chi stati in Celu, ed ancora lu vostru SS. Fighiu, comu motrici di tutti li cosi; iu cridu, mà non cridu beni, pirchì senza la Fidi non pozzu iri in Paradisu, ne ad autra banda; la Fidi è fimmina, chi pozzu diri? lu Vicerrè manda un ordini, e non è obbedutu; dunca non è. Qui due o tre Fratelli cominciarono a ridere, ed il Padre della Congregazione fù necessitato che finisse. Uno d'essi era sacerdote; lo scrisse e lo consegnò a me, e colle medesime parole qui l'ò trascritto.

19. Benedizione data col braccio svelto dal corpo d'una femina uccisa.

Il sig.r Ignazio Lo Presti sentendo che fuori la terra di S. Marco nella campagna s'era ritrovato il cadavere d'una femina assassinata, accorse cogl'altri a vedere l'assassinio, e appunto trovarono quella sgraziata tutta ferite, una della quale era stata sì grave tra la spalla e braccio che stavan questi due membra congionte per un pezzetto di pelle rimasta sana. Allora il sig.r Ignazio va per maneggiare quel braccio e appena toccatolo si svelse subito dalla spalla, perchè eran tre giorni che quell'infelice era stata ammazzata, e perciò incominciando ad infracidirsi, quella pelle distaccossi dal suo busto; in avere già libero nelle sue mani il sig.r Ignazio quel braccio, alzatolo in aria cominciò a dire ai circostanti: Viditi, fighioli, quantu semu misedahidi! Cui c'avia a didi a chista chi ntra du meghiu di di sò capddicci avia a distadi comu li bestij ammazzata ndra la campagna? Mpadamu a spisi d'autrudu ad addrizzari li fatti nostridi[36]. Avrebbe voluto più proseguire a perorare; mà perchè non habebat usum a raggionare di Dio, gli finì la polvere a poter colpire i cuori, e ritornandosi quel braccio di quella uccisa peccatrice nelle mani, alzò come se fosse una reliquia di S. Agata o di S. Agnese, e poi dicendo: Benedicat vos Omnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus. Fatt'il segno della Croce con quel avanzo opprobrioso di quell'infame cadavere, gittato addosso a quel corpo assassinato, e partissene movendo a risa quei circostanti, i quali tanto più si diedero a cacchinare, quanto più il sig.r Ignazio pareva loro compunto, tanto ridicolosa era la specie che n'aveano.

Tanto a me i conoscenti del detto lo Presti.

20. Un Notaro divenuto Confessore.

Facea la Missione in una piccola terra il celeberrimo padre Andrea Genovese della Compagnia di Gesù, e in quei giorni santi arrivò all'arciprete un'editto del suo prelato, in cui gl'ordinava che pubblicasse a beneficio della sua pieve il Giubileo conceduto dal Papa con tutte quelle grazie solite concedersi in cotai giubilei, tra le quali si communicava la facoltà d'assolvere da peccati etc. regularibus et secularibus. L'arciprete restò sorpreso a queste parole, perchè religiosi nella sua terra non v'e n'erano; dunque interpretò la mente del Vescovo, che intendeva parlare nel regularibus di quei pochi preti, che l'ajutavano a pascolare il gregge a sè commesso; nel secularibus che si dasse podestà ad altri laici ch'in quella congiuntura divenissero coadjutori de' preti; «ma qui in questo piccolo paese non ve n'è che un solo intelligente, a cui possa io commetter la cura d'ascoltare le confessioni; tutti gl'altri sono contadini di esercizio, ed ignoranti per professione; dunque bisogna che io prevenghi a mio compare il notajo, affinchè a buon ora per di mattina si trovi in chiesa e nel confessionario[37], per aggevolarmi in quest'importantissimo impiego». Escie di casa ancorchè l'ora della notte si fosse avanzata, si porta alla casa del notajo, bussa la porta, si fà a sentire ch'avea a conferire con lui un'affare di somma importanza; impallidì il notajo quando a quell'ora vide in casa sua l'arciprete, che con tanta premura voleva parlargli, nè sapea dove andasse a parare una parlata così segreta; si ritirarono in un angolo della casa, si piglia lume, e poi consulta il caso pro regularibus et secularibus; gli spiega la sua sopradetta interpretazione, e quegli rasserenato rispose che non potea esser più savio il sentimento da quello ch'era uscito dalla sua bocca. «Dunque, ripigliò l'arciprete, sig.r compare, voi conoscete meglio di me questi terrazzani; nessuno tra tanti si ritrova che possa adempire meglio di voi il confessore; abbiate dunque la bontà di portarvi a buon'ora in chiesa; sceglietevi quel confessionario che più vi piaccia; e voi ed io confesseremo le donne, quei due sacerdoti come giovani farò che confessassero gl'uomini». Il sig.r notajo vedendosi promosso ad esser confessore senza esser ancor sacerdote, poco potè dormire in quella notte allo riflettere a tant'onore. Sicchè prima che si fosse aperta la chiesa, ei aspettava dietro le porte, poi sedendo pro Tribunali divenne di lancio Confessore e Pontefice, assolvendo tutti quei casi quantunque spinosi con tale franchezza che non l'avrebbe fatto il Papa: nel meglio delle sue fatighe comparve in chiesa il padre Andrea Genovese per celebrarvi la santa Messa, e scopre nel confessionario ad uno col collare della casacca amitato alla spagnuola, e stimandola una illusione degl'occhi, attua maggiormente lo sguardo, e gli scuopre la lunga zazzara rovesciata sull'orecchie per non essergli d'impedimento all'udito, e compartendo dall'uno e dall'altro lato assoluzioni a quelle femine accostate intorno al sig. notajo, che anelavano i suoi santi documenti, che l'avesse creduto un Penitenziere di S. Pietro o di S. Giovanni Laterano. Sbalordì il padre Genovese ad una tal vista, e senza dir nulla entrò in sagrestia, si fece chiamar l'arciprete, e ritiratolo in disparte, lo fece inteso della temerità del notajo. Quel dottissimo Parroco senza esitare rispose non esser quella temerità del notajo, mentre viene abilitato ad una tal carica e dal Vescovo e dal Papa, e subito escie dalla saccoccia l'editto, e si facea forte su quelle parole, pro regularibus et secularibus. Bisognò spiegarcele il padre Genovese, e non gli costò poco il persuaderlo a far uscir da quel tribunale di penitenza il compar notajo, avvertendolo ch'era tenuto all'inviolabil segreto di tutto ciò ch'avea udito da quel luogo, e avvisando tutte quelle femine che si riconfessassero, essendo nulle le loro confessioni fatte con uno, in cui non v'era ne la podestà dell'ordine, e molto meno quella della giurisdizione. Sarebbe meno deplorabile un'ignoranza sì crassa, se si fosse trovata in quella sola terricciuola. Troppo ella è palpabile in tante altre terre e città, non solo del nostro Regno, ma di tanti altri, de' quali si contano successi assai più luttuosi di questo.

21. Città di Randazzo in iscena.

Nell'insigne città di Randazzo fu rubbata una mandra di crastati; il padrone interessato fece rivelo al Capitano; quel signore avendo fatte molte indagini per aver notizia alcuna degl'autori del furto; mà riuscirono vane; premuroso il Capitano, e dall'istanze della parte e del proprio onore, per non esser proseguito dalla regia Gran Corte s'appigliò ad un mezzo termine; ordinò che fosse portato alla sua corte uno degli rimasti crastati; arrivato, sede egli col suo maestro notajo pro tribunali, e dimandò al crastato chi fosse stato il ladrone ch'avesse rubbata quella mandra? Il povero animale nulla rispondea perchè nulla sapea; ordinò che se gli dasse la corda per sapersi, a via di tormenti, chi fosse stato il ladrone; quella bestia appesa belò per tre volte. Allora il Capitano rivolto al Notajo gli disse: Scrivitinni l'informazioni, sù Notaru: à dittu tri voti mbè[38].

22. Scena Seconda.

Si doveva fare nella detta città un'opera sagra[39], ed avevano avvisato le vicine terre e città se volessero intervenirvi, e furono loro prefissi i giorni ne' quali dovesse rappresentarsi. In quei medesimi giorni capitò in Randazzo un delegato, non saprei se dalla Gran Corte, o del Tribunale del Patrimonio; e comechè alcuni dei recitanti si trovavano imbarazzati in quei conti reggij, giudicarono altri fugirsene da Randazzo, altri mettersi in salvo sù la chiesa[40], uno ancor de' personaggi gravemente ammalossi. Alla vista di tanti sinistri accidenti, si videro in debito i sig.ri Randazzesi di riavvisare i convicini paesi a farsi quell'opera sagra, e per render più sonoro un cotal avviso mandarono un tamburo, il quale doppo aver battuto la cassa in ogni capo di strada gridasse in questa forma: Oh chi a Randazzu l'opera non si fà! Lu Diavulu si cumunicau, l'Angilu si ni fuiu, lu Cristu pighiau la cresia[41]; batteva di nuovo la cassa, ed andava a cantare in un'altra strada la medesima canzona, che meritò d'esser cantata per tutti i secoli.

23. Atto di dolore fatto da un moribondo.

Il sig.r D. Giuseppe Gallotto fù chiamato in S. Marco per ajutare a ben morire un vecchiarello villano per cognome Sgurbio, e trovando il moribondo cogli sentimenti espediti ebbe campo d'insinuargli alcuni documenti spirituali; e quel buon'uomo a modo suo corrispondeva alli buoni impressioni. Orsù, gli disse il padre Gallotto, ziu Sgurbiu, facemu un attu di contrizioni, e dimandamu a Diu perdunu di li nostri piccati; e lo Sgurbio: Si sig.ri ora vegnu: era egli rivoltato dall'altro fianco. Cominciò a muoversi pian piano per rivoltarsi verso il Gallotto, ed in ogni piccolo moto si lagnava, e racchietato prorompe in questa finissima contrizione: Iecu lasmaterna duna sdomini e lu sperpetua luci a sdeu[42].

Tanto a me lo stesso D. Giuseppe Gallotto.

24. Confessore in Marsala.

Un religioso in un convento della città di Marsala, già avanzato in età, era la rovina dell'anima di quei giovanastri libertini. Sapevano essi che assolveva dalla parte sua di pena e di colpa qualunque grave eccesso senza applicar loro nessuno spirituale rimedio; sicchè quelli impunemente correano come pulledri indomiti per tutte le praterie de' loro capricci. Veniva il tempo del precetto, o di qualche festa sollenne; l'andavano a trovare a buon'ora anche nel letto, bussavan la porta; egli rispondeva: Cu è ddocu? — Iu, lu N. N., — Trasi, chi cosa voi? — Mi voghiu cunfissari. — Ginocchiati. — Confiteor Deo et tibi, mea culpa, mea culpa. — Chi cosa ai fattu? — Aju bastuniatu ad unu. Il confessore: Chi diaulu facisti? passa avanti — Aju itu a la tali casa; aju avutu una fimmina schetta. Il confessore: Ora chistu è n'autru diaulu, passa avanti. — Aju rubbatu tali e tali cosa. Il confessore: Ti vitti nuddu? — Paternò. — Nè vistu, nè pighiatu non pò andari carsaratu; passa avanti[43]; ed uditi tant'altri eccessi, alzava la mano con l'assoluzione, non per proscioglierli, mà per maggiormente incatenarli ne' loro peccati.

Tanto a me il padre Lorenzo Spezzapane ed il padre Marino marsalese.

25. Morto che ride in Nicosia.

Un villano della medesima città di Nicosia, venendo dalla campagna, nell'inverno più crudo, fù assalito per istrada da una tempesta di tuoni, lampi, grandini e venti così freddi, che miracolo fu che non rimanesse morto in mezzo della via; arrivò alla sua casetta in atto che la moglie stava per infornare il pane, mà arrivò così sparuto ed interizzito, che non potea spiccare una parola, tanto gli s'erano serrati i denti, nè potea più scioglier un passo. La semplice moglie credendo di far un buon complimento al marito, per farlo rinvenire lo collocò dentro al forno, e serrò la bocca per farlo così ristorare, ed ella impiegossi ad accomodargli il letto, e fare altre masserie nella sua casa. Di là a qualche tempo mandò la figlia a vedere come se la passasse il suo padre; accorre, aprì il forno, e vide il padre colli denti di fuori; subito andò dalla madre a dirle che il padre non parlava, mà rideva. — «Sì, figlia, si consolò perchè ti vide.» Così contenta la madre e la figlia, di là ad altro poco di tempo tornarono, e trovatolo che seguitava a ridere lo richiesero se si sentiva ristorato; quegli non rispondeva, mà rideva; finalmente dal vederlo senza moto lo riscossero, e comparve senza senzo; lo sfornarono, e lo trovarono senza vita. Quest'è lo giudizio che han le femine: nell'istesso amare uccidono, e nel voler far bene cagionano l'ultimo di tutti i mali, verificandosi il detto dello Spirito Santo: Melior est iniquitas viri, quam mulier benefaciens.

26. Cappuccini di Nicosia in processione.

Riuscì molto cruda un invernata, non mi ricordo appunto in qual anno, e molto più in Nicosia, città situata nell'alto, e però più esposta all'inclemenza dei tempi. Passato il mezzo aprile, cominciò ivi ad addolcirsi la stagione, ed in una giornata che si fece vedere sgombro di nebia il sole, D.n Vincenzo Modica unito con un'altro sacerdote suo pari, per godere più agiatamente d'una solicchiata, se n'andarono nella selva de Cappuccini. Appena s'erano posti a sedere sù quelle tenere erbette, vedono ed odono le grida d'un padre cappuccino, che da una fenestra del convento caricava di mill'improperij quei due sacerdoti, trattandoli per lo meno da ladri; sbalorditi quelli al turbine di tant'ingiurie, risposero con mansuetudine esser ivi venuti, non per dar molestia ai padri, mà per ricrearsi dell'amenità di quel luogo; ed egli soprapigliandoli trattolli da indiscreti, sapendo che i padri Cappuccini vivono di limosina, contentandosi di poco pane accattato di porta in porta ed agli, vengono ad assassinar loro quei poco ortaggi, che sono la delizia di quei padri. «Padre, noi non siam venuti quà per rubar caoli ed insalata, che con un bajocco che spendiamo nella nostra piazza possiamo riempirne il ventre di due cavalcature. Ch'avete, che fate così.» — «Andate via, ne state a torci quello che non ci date.» Bisognarono cedere alle malcreanze que' civili sacerdoti, [e] ben carichi di mill'altre ingiurie, se ne andarono via. Il Modica però si stabilì di farli costare troppo cara una tale bravata, e andava penzando alla maniera, e al quando dovea disimpegnarsi; mà non passò molto che gli si offerì opportuna la congiuntura. Cadde nel seguente maggio la festa del Corpus Domini, che da per tutto si sollennizza colla più pomposa processione; i padri Cappuccini sogliono in quella sera cenare molto a buon'ora, indi per non succedere loro nella lunga processione qualche necessità corporale, tutti vanno ai luoghi communi, o ne abbiano o nò il bisogno, e si provedono questo frà loro; è un uso inveterato. Provisti che sono, tutti escono colla loro Croce in processione, e vanno alla Chiesa madre per collocarsi in quel luogo che lor tocca. Sapendo tutto ciò il Modica, buscò una o due cipollazze[44], il di cui sugo, se tocca l'umana carne, è così acrimonioso che fà gonfiarla, e le stuzzica un prorito spaventoso che necessita l'uomo a stropicciar la parte già tocca, mà non con altro profitto, se non con accrescer magiormente il prurito. Mentre dunque i Cappuccini tutti erano nel refettorio che cenavano, ebbe modo egli di segretamente salir sopra, stropicciò quelle cipollazze nell'orlo de buchi de luoghi impregnandoli bene del sugo consaputo, e parte via senza che nessuno di lui si fosse accorto; poi avvisò il suo amico, e si misero al posto fuori la Chiesa madre, come se vedessero passare la processione; mà propriamente per vedere passare i Cappuccini; ed ecco che compariscono ben composti, e tutti modestia secondo il suo solito. Passarono le compagnie e le confraternità; tocco il primo luogo tra tutti i conventi ai Cappuccini; entrarono nella chiesa già riscaldata col fiato di tanti, e molto più colla copia de' lumi, essi riscaldati col moto del convento fino alla chiesa, dentro d'essa finirono d'accendersi, e però cominciò con più di veemenza ad operare quel diabolico sugo, mettendo un prorito infernale nelle gonfie posteriora. In chiesa alla presenza di tant'ecclesiastici e di tante donne non misero mano all'opera i buoni padri, mà in uscir di chiesa perderono a poco a poco la pazienza; da prima brevemente dava or l'uno or l'altro colla mano una stropicciata, e tutto era lo stesso che attizzare magiormente il prurito con quella grossa lana, sicchè si vedeano de' Cappuccini chi teneva dietro la mano destra, chi la sinistra, in somma tutti passavano da una mano all'altra la candela accesa che tenevano, e l'altra mano libera impiegavano a dare ajuto, o, per dir meglio, ad irritare quell'inaspettato ed insolito prurito. I padri ed i fratelli davano questo tormentoso refrigerio al lor male, mà il chierico che portava la Croce, da cui pendea il palio (quest'è l'uso de' padri Cappuccini nella provincia di Messina, ch'il chierico con cotta, mà non il terziario, porti la Croce[45], non grande come quì, ma somigliante a quella degl'altri conventi col palio pendente, benchè lavorato di filo bianco, e non di seta) non avea questo commodo d'adoperare le mani impiegate tutte due a sostener la Croce, e però in ogni due passi dava due calci e caminava; non potendo finalmente più soffrire, nella prima manzione che si fece nella processione, appoggiò le posteriora al muro, e quello che non potevan fare le mani sostituì quella parete, in cui s'incontrò a fare la sua parte. La gente che vedeva i padri Cappuccini in quella forma, ne sapeva il perchè? non sapeva che penzare; altri attribuivan ciò ad effetto di rogna, altri dicevan: Mà Dio buono, tutta la communità è così mal'infetta! Altri: Che maraviglia se quest'è un'infermità contagiosa! — Mà tutti, ripigliava qualche altro, anno quest'infermità nella medema parte? Il Modica, però, ch'era l'autore di questo morbo, era crepato di ridere, e senza confidarsi in alcuno; godeva d'una tal vista, e specialmente di quel padre indiscreto che fù a lui tanto ingiurioso. Dopo alcuni anni raccontò a me quanto di sopra stà scritto; quale cosa se sia stato di lode o di biasimo, io nol decido; solo l'ò raccontato, perchè la cosa e veramente ridicola e potrà servire ad ogn'uno d'avvertimento e non aggravare ad alcuno de' nostri prossimi, potendo da essi riportare pregiudizij maggiori.

27. Il Padre Fortunato di S. Marco uccellato da D.n Giuseppe Gallotto.

Era il padre Fortunato religioso agostiniano, di patria Sammarcoto, e figlio di quel convento, mà perchè mai potè avere pace co' priori di quel convento, fù sempre d'essi tenuto lungi, e condannato a girare tutti i miseri conventoli della provincia. Avanzato già in età, parendogli duro lo star lungi da suoi e dalla patria, mise mezzi potenti, e fece più potenti promissioni di star nel dovere, per far ritorno alla sua cara patria; infatti ottenne quanto bramava, e pratticò fedelmente quanto promesso avea. Sapeva tutto ciò il sacerdote D.n Giuseppe Gallotto, fratello per sangue del sudetto notar Gallotto, mà più per l'amore e per lo genio, gli s'offerisce un'occasione, che dirò, d'uccellarlo; e per tenere in amenità tre amici, fà perdere il sonno d'un'intiera notte al riferito padre Fortunato. Il mese d'agosto di quest'anno fù calidissimo, sicchè molti non potean pigliar sonno; tra gli altri il sig.r D.n Giuseppe Filingeri disse a D.n Giuseppe Gallotto, ito in sua casa per visitarlo: «O Peppi, diamo quattro passi fuori a prender fresco, perchè mi sento languir per l'eccessivo calore». Uscirono di casa, e s'avviarono verso il convento di Sant'Agostino; essendo vicini, ripigliò il sudetto di Filingeri: «O Peppi, penza a qualche burla per divertirci». Il Gallotto: Ora, sig.ri, siditi dietru chistu murettu; e non vi dati a sentiri, chi vi daroghiu una bona ricreazioni[46]. Ubbidì il sig.r di Filingeri, ed il Gallotto si mise sotto la fenestra del padre Fortunato. La notte era bruna e non poteva esser scoperto; contrafece la voce d'un ragazzo, e cominciò a chiamare: Ah gnuri p. Fortunatu! gnuri p. Fortunatu[47]! e non cessava di gridare gnuri p. Fortunatu. Erano digià date l'ore due della notte, e quello era ito poco prima a letto; sente tante replicate chiamate, ed affaccia: «Ch'è là?» (così enfatico egli parlava). Il Gallotto: Iu, gnuri patri Fortunatu; e quello: Chi cosa voi? Il Gallotto: Mi manda lu miu patruni, e voli sapiri, si vui vinditi li ficu.Figghiu miu, rispose il padre, lu patri Priuri è ghiutu a lu locu di la marina; iu non sugnu nenti ntra lu cunventu; lassalu viniri, dumani cci lu dirrai ad iddu, e lu chi farà pri mia sarà ben fattu. Il Gallotto: Dunca ci dica a lu mia patruni, chi non ci vuliti dari li ficu. Il padre Fortunato turbossi, temendo che non fosse riferito al padre Priore, il quale cercava di vendere quei fichi impassiti, ed il sudetto padre avesse fatto perdere la congiuntura, e questa perdita potea esser di disturbi trà loro, per i quali il padre Fortunato avesse di nuovo a saltar fuori del convento; e però rispose con ardore: Iu, fighiu miu, non t'aju dittu chi non voghiu vindiri li ficu, pirchì chistu non spetta a mia, ma a lu patri Priuri; l'ai intisu? Il Gallotto: Si sig.ri, avi ragiuni V. S. Il p.re Fortunato: Lassa viniri a lu Priuri, e trattirai cun iddu lu negoziu. Gallotto: E quandu veni lu patri Priuri? Il padre Fortunato: Dumani matinu, aja pazienza; va dormi pri sta sira, e dumani t'affaccirai a lu cunventu. Il Gallotto: Si signuri, ma lu me patruni mi voli prestu. Padre Fortunato: Cu' è lu tò patruni? Il Gallotto: Oricchiazzi, sig.ri. Padre Fortunato: Nò lu canusciu. Gallotto: V. S. àvi tanti tempi chi manca di S. Marcu, e si l'àvi scurdatu li S. Marcoti. Il padre Fortunato: Cusì è: ora và riposati, e dumani torna. Gallotto: Comu voli V. S., bona sira. Padre Fortunato: Bona sira! Gallotto: Ah gnuri P. Fort. stà sira non aju undi iri; datimi un pezzettu di pani, e na stizzidda di vinu pir caritati. Padre Fortunato: Ah chi partita! e tu si chiddu chi voi cumprari li ficu! vattinni và, e dumani parlirai cu lu Priuri. Gallotto: Dunca mi ndi vaju? Bonasira a V. S.; dunca ci dicu a lu me patruni, lu patri Fortunatu mi mandau: non mi li vosi dari li ficu. Padre Fortunato: Taleccà, mulacciunottu[48], tu chi mi vuoi fari sciarriari cu lu Priuri! Iu non ti aju mandatu pirchi non ti voghiu dari li ficu, ma pirchi st'affari non spetta a mia, ed iddu lu mulacciunottu và dicendu chi nun ci voghiu dari li ficu. Gallotto: V. S. non si nichia[49]; V. S. avi raggiuni. Padre Fortunato, più benignato: Mà, fighiu miu, t'aju datu tutta la sodisfazioni, e tu sempri a na banda, chi canti sempri la stissa canzuna; m'ai fattu perdiri lu sonnu. Gallotto: Chi durmia V. S.? Padre Fortunato: Non era addurmintatu, mà già m'avia spughiatu, e m'avia curcatu. Gallotto: Dunca nudu è V. S.? Padre Fortunato: Si, fighiu miu, guarda (ed escie il braccio dalla fenestra, benchè per lo scuro niente si vedeva). Gallotto: Non fazza chi V. S. s'arrifridda; iu mi ndi vaju[50]; bona sira a V. S. Padre Fortunato: Bona sira. Gallotto: Ah gnuri p. Fortunatu! P. Fort.: Tu chi diavulu voi? Gall.: Sta sira mi fazzu dari un pezzettu di pani di lu gnuri D. Paulu vostru niputi, chi non aju undi mi m'arricogghiu[51]. P. Fort.: Chi cci capi D. Paulu miu niputi cu lu cunventu? — Non è tutta la stissa cosa V. S. e lu niputi? Dunca è la stissa cosa D. Paulu cu lu cunventu; mi lu fazzu dari e poi v'aggiustati ntra di vui autri. P. Fort.: Si non fussi ccà susu, bastardu mulu, ti pighiria a cauci; vattindi, dunca, cu na navi di diavuli. Talè chi pesta amara[52]! Gall.: Non vi nichiati, gniuruzzu, chi minni vaju;[53] Fort.: E va rumpiti lu coddu! Gall.: Bona sira a V. S. Durò questa scena dall'ore due della notte sino alle ore tre ad sonum campanulæ. S'alzò il sig.r D. Giov.i, e col Gallotto se ne tornavan a casa; di là a pochi passi incontrasi col signor D. Lorenzo Filingeri, il quale per il sommo caldo unitosi col D. Paolo nipote del padre Fortunato a cercare aria fresca, gli dice il D. Giov.i: O Lorenzo, son crepato di ridere, e non ne posso più. Peppi finto ragazzo con una delle sue convenzioni à fatto dare nell'impaziente il padre Fortunato, ed è stata una comedia degna d'esserle stato spettatore un rè. Il sig.r D. Lorenzo, che l'è d'umor allegro, udendo da suo fratello, ch'è d'umor serio, che con tanto piacere era riuscito quell'atto, «andiamo, disse, di nuovo a compir l'opera» e così fecero; s'appattarono li sig.ri Filingeri, ed entrarono a far le parti di recitanti il Gallotto, finto ragazzo, ed il D. Paolo Caputo, nipote del padre Fortunato. Comincia il Gallotto: Gnuri p. Fort.! ah gnuri p. Fort.! Quel poveraccio era ito la seconda volta a letto, mà avea la testa così riscaldata, che non ci poteva sonno. In udire di nuovo la voce di quello da lui appreso ragazzo, cominciò a dar nell'ismanie, benchè finse di non udire. Gall.: Gnuri p. Fort.! ah gnuri p. Fort.! affacciati, chi cc'è ccà lu gnuri D. Paulu[54]. Allora così nudo com'era affaccia alla fenestra, e dice: Tu fighiu miu si picciottu, o diavulu? talè chi sustu! Chi trivulu voi? Mi voi dassari durmiri[55]. Gall.: Pirdunatimi, gnuruzzu, iu vitti lu gnuri D. Paulu, chi V. S. m'avia mandatu und'iddu pri concirtari lu negoziu di li ficu e farimi dari un tozziddu di pani; iddu non mi vulia cridiri, ed iu l'aju carriatu undi V. S. pri fari la facci prova[56]. P. Fort.: Ah mariolu furfanti! iu nun t'aju dittu chi me niputi non avi negozij cu lu cunventu? Comu ci vai, e dici lu rivesciu! Gall.: Gnuruzzu, dunca strantisi[57]. P. Fort: Briccunottu, si vegnu, ti la voghiu dari la strina[58]. Sigri niputi, V. S. avi da sapiri chi stu picarunottu mi và mittendu in cimentu di disgustarimi cu lu Priuri; V. S. sapi di chi didicatu omuri iddu sia; sintirà chi c'aju fattu sgarrari stu partitu di li ficu, pò dimani scrivirà a lu Provinciali ch'iu c'intorbidu lu guvernu, e mi farà sautari di ccà comu un tappu di masculu, ed iu ora sugnu avanzatu in età, non pozzu fari chiu sti sfrazzi girandu tutti li conventoli di la provincia; giacchì lu sig.ri m'à fattu la carità di ricondurmi a la patria, procuru di lassaricci l'ossa[59]. Divi dunca sapiri V. S. (e qui lo ragguaglia di tutto ciò che sopra si disse) e passò un quarto d'ora, molto più che di tanto in tanto v'erano l'intermezzi del Gallotto. Ora vidia V. S. si iu aviria obligazioni di sfasciaricci un lignu di supra a stu mulacciunottu[60]? D. Paolo: Già mi sugnu risu capaci di l'affari; iddu mi dissi, lu picciottu, chi c'è l'ordini di Vostra Paternità di raccoghirlu a casa pri sta sira, e daricci a mangiari, chi non avi undi iri. M'ai dittu accussì, gioja mia? Gall.: Non mi lu dissi V. S., gnuri p. Fort. P. Fort.: A! mentituri latrunottu! Gall: Si sigri! portu li signali; mi lu dissi quandu iu vulia ristari pri sta sira ntra lu cunventu. P. Fort.: N'autru testimoniu cci voli; chist'è capaci a farimi impendiri. Sigri niputi, duviti sapiri... (e qui perde un altro mezzo quarto in giustificarsi). Gall.: V. S. avi raggiuni; sgarravi iu; mi nni vaju, chi cci dicu a lu me patruni? cci li dati li ficu? P. Fort.: Sig.ri niputi, daticci quattru cauci di parti mia. Non t'aju dittu chi s'aspetta a lu Priuri! Gall.: Ma lu me patruni mi dissi, chi si non c'è lu Priuri, ed iu aju aspittari, parrassi cu lu p.ri Fort. e ci purtassi la risposta; mà si nò s'accatta li ficu a nautra banda. V. S. mi dici d'aspittari; iu non aju undi iri, e cci dirroghiu chi lu gnuri p.ri Fortunatu non mi li vosi dari li ficu. P. Fort.: Tu sempri canti la stissa canzuna; ti vurria fari la sunata cu un bastuni; mancu mali chi c'è lu testimoniu di lu miu sig.r niputi; vattindi, mulu bastardu, chi dumani ti voghiu fari mettiri sutta, pr'imparari ntra la carsara dda verità chi vai negandu.

Sonarono in quel mentre l'ore quattro; Don Paolo disse: Sigr zio, l'ora è tarda; il negozio è inteso; V. S. mi benedica. P. Fort.: Bona sira a V. S. e mi compatisca; [e] si chiuse la finestra. La compagnia delli sig.ri di Filingeri e col Caputo e Gallotto ripetendo ciò che abbiam detto, e tutto quel che abbiam tralasciato per non portare più a lungo il racconto, andarono a dormire con tai penzieri allegri; non così il p. Fort., il quale passò tutta la notte in veglia. Sicchè il dimani all'ore otto era per la terra, cercando all'Oricchiazzi[61], padrone del supposto ragazzo, domandava ad ogn'uno con cui s'incontrasse, e nessuno sebbe darle nuova; s'abbattè con uno finalmente che n'aveva cognizione, e le soggiunse: «Questo, padre, sono anni 17 che ne passò all'altra vita». Più qui si confuse p. Fort. prevenuto dalla specie[62] che fosse vera l'incombenza di quella compra, ed appena era spuntato il sole, si porta alla casa del suo nipote, facendolo svegliare nel meglio del suo dormire, ed entrando in camera di quello, poco mancò che non si mettesse a piangere (tanto era il timore di esser rimosso dalla patria); lo priegò che l'ajutasse in quello a lui doloroso frangente. All'ora il D. Paolo lo rischiarò dicendolo essere quella stata una burla delli sig.ri Filingeri per mezzo del p. D. Giuseppe Gallotto, e sciolto già l'intrico della comedia, si serenò il p. Fortunato per una notte uccellato.

28. Copia d'una lettera

d'un fratello carmelitano dalla massaria del Celso nella piana di Milazzo inviata al F. Diodato carmelitano nel convento di Pozzo di Gotto, cavata dall'originale dal molto rev. p.re Esprovinciale m.ro Raffa, e consegnata a me nel 1739.

Lettera del fratello.

Prendo la pina imano en gra malicunia dil caso doloruso so cese a ceso doe stejo io. (Spiegazione: Prendo la penna in mano con gran malinconia per il caso doloroso, che successe nel Celso, dove io sto). Lettera: Alli 16 dell' corretti musi avia 4.4. chilini, e cheche frido non mi ditruai canigla, mà davia, e mi rimai, u pocu tracipitro di Plaga, doe cina sale pur lu tepu di la di la curnara per salare accuni cusuzi di callo di tunnu. (Spiegazione: Alli 16 del corrente mese avevo 44 galline, ed in questo freddo non mi trovai caniglia[63], ma ne avevo, e me ne trovai dentro un cesto di paglia, dove io tenevo sale per il tempo della tonnara, per salare alcune cose di callo di tonno). Lettera: Ora io zio tolae drette pistro di paglia, e cacciae tutto il sale cula cania, culaca cauda cila pizietra lu caino, e mi dii al curnito. (Spiegazione: Allora io scotolai detto gistro di paglia[64], e cascò tutto il sale con la caniglia, e con l'acqua calda ce l'impastai tra il bagano [tegame?] e me ne andai al cannito). Lettera: Alla minata di Curnito cacai le chiline, e non via nulla. Idai picudda picudda. (Spiegazione: Alla tornata del cannito, cercai le galline, e non vedea nulla; gridai: pulli pulli!). Lettera: Troo il Zazo, delli noaralli, e vejo tutti chilini, capuni e calli morti parti calu caglaro, e parti tra la Zacca, de staje lo cavallo trovai un callo e u pagani morto sutta di zichi di cavallo. (Spiegazione: Trovo il jazzo delle galline[65], e vedo tutte le galline, caponi e galli morti, parte tra lo pagliaro, e parte tra la stalla, dove stà il cavallo, e trovai un gallo ed un capone morto sotto li piedi del cavallo). Lettera: E così donadio mutino mi coglivi tutta la pugnani, e mi la misi tra la minazza, e mi dij a lu covetto, e trovaolo nosto patri piuri a letto, e io traso co la minazza i calli prena di cilini, e papuni, e calli morti. (Spiegazione: E così Domenica mattina mi pigliavi tutta la pollame, e mi la misi ntra la bisazza, e me ne andai al convento, e trovo il nostro p. Priore a letto, ed io entrai colla bisazza in collo piena di galline, caponi e galli morti). Lettera: Mi domandò il pati priuri, che sortio la cosa ta ca bicoza chi porti, io arrispusi porto gialini, papuni e calli morti, che morino tutta la pugnami. (Spiegazione: Mi domandò il padre Priore che cosa sortì? tra la bisaccia che cosa porti? Io risposi: porto galline, caponi e galli morti, chè morì tutta la pollame). Lettera: e detto pati piuri mi rispusi netra vota che sortrio la cosa. Io arrepuse fù canigla coi sale, e mi sacchetto di farici mali, mi promasi; e mi dicascu più lu murruni di la Cuzzuana. (Spiegazione: E detto P. Priore mi rispose altra volta che fusse la cosa. Io rispose: fù caniglia con sale, e non sapevo che gli facevo male; vi prometto: ve ne procurerò; più mi costò più il montone della carduana[66]). Lettera: Poi mi disse và fà chido, ed io li dedi tutti porcurito. Vesto è lo casco, che non oo pena di gilini, e capuni, canto oo pena di lo bello callo che era lo spasso di tutta sta silva, che mi catava ola pula spiziali di mezza notti a cornu. (Spiegazione: Poi mi disse: và fà quel che voi; ed io le diedi tutti per carità. Questo è lo caso che non hò pena delle galline e caponi, quanto hò pena del bel gallo, che cantava ora per ora, specialmente di mezza notte a giorno). Lettera: Era a putto come avissi auto unnoculo a coposo, non mi curao si si pirriano a tutti li gialini, purchè non muria lu callo. (Spiegazione: Era appunto come se avesse auto un orologio al capizzo; non mi curavo se si perdevano tutte le galline! purchè non moriva il gallo). Lettera: chesta è tutto listoria fracello caro: considerate vue si io mi ao pigliato una gra malacunia. (Spiegazione: Quest'è tutta l'istoria, fratello caro; considerate voi se io m'hò pigliato una gran malinconia). Lettera: Diti a fra Diodato che cè onze due ndi lu Proviciali Areno: i curru di do caletto Cavello: non resto abacion duvi vivero cori. A Ceso 21. fibraro 1. 3. 7. Vostro Sarvo N. N. (Spiegazione: Direte a fra Diodato, che vi sono onze due dove[67] l'Esprovinciale Arena, in conto di D.n Liberto Caravello: non altro, resto abbracciandovi di vero cuore. Dal Celso 21 febraro 1738. Vostro servo N. N.).

29. Copia d'una lettera

scritta da un calabrese di Cotrone a suo padre in Messina, in occasione del terremoto accaduto alli 10 febraro 1743; e gli dava conto del prezzo de' porci.

Cariss.mo Padre e Fratello amat.mo

Credeva scrivervi morto, e vi scrivo vivo per il gran terremoto, che ci hà stato; che se avesse durato altre due ore, saressimo tutti in paradiso, che Dio ci liberi. Qui li porci al mercato sono saliti tutti al Cielo. Io solamente vi invio qui acclusa un poco di sasiccia fatta colle mie mano salvaggine: li porci sono arrivati al Cielo[68]. O ricevete o non ricevete la presente, rispondetemi.

30. Copia d'una lettera

d'un Sacerdote della terra di monte Albano scritta al Prencipe della Cattolica, per confortarlo della morte del suo primogenito.

Ecc.mo Sigr Prencipe.

Non hò inteso tanta pena da venti anni che hò podagra, quanto sentì [sentii] la morte di suo figlio il più giovine. Questo Sig.r Gesù Christo mi dita il mio cervello che si serve della legge macchiavellistica che cui ci fa bene lo remunera in mali. Questo lo [l'ho] toccato e maniato sopra la mia persona[69]. Io non fazzo altro che diricci Ave marii, Creddi e Paternostri, ed io come lavassi la testa all'asino, e ci perdo la liscia[70]. Questo galantuomo di Dio avi la testa dura come Petru Paulu a la funtana, e con tutto ciò ci dico tre creddi la notte, e ci l'applicu a Maria Vergine che è tutta pietà, ed è amurusa, e al mio patriarca S. Francesco di Paula, S.n Nicolau e S. Antoni. Questi tre sono galantomini e fanno qualchi piaciri, ma lu primu, induratum est cor Faraonis. Soggiungo: chi si ci fussi autru Diu m'aviria appellatu; ma è sulu; bon prudu ci fazza! e bisogna fari costi di balena[71]. Quandu dicu la missa, e lu vidu, mi scantu vardandulu. E fazzu fini. Maria Santissima ci guardi!

31. Copia d'un biglietto

scritto dal Sac.te D.n Calogero Arrigo terminese, il quale trovandosi con due suoi amici in compagnia nella contrada dell'Arangio, pregava il Sac.te D.n Antonino Romano, che era in Termini, a mandargli due filetti ed un piccione per complementar quelli.

Il biglietto era del tenore seguente:

Sig.r D.n Antoni, pirchì mi ritrovu alla rancu, V. S. mi mandirà due firretti, ed un picuni, e perciò lu strincu ni li me brache.

[31. bis] Altra Lettera[72].

Trapani 21 marzo 1741.

Caris.mo in Cristo F.llo Chi dò notizia del mio passago da questa. I murriali como be sapi per la sartorea da quela. Io poi sono sepiri quello stesso serevo, e amico da comandarimi, e mi oferisco tuto per tuto da servirivi. Ditolo al saristano, che mi fara dare la suoa fornelo dal Priricaturi de la Matichesa[73] e mi lo rivarisi, e io mi ricasco di vostri favori a tenetimi comandarimi, mi saluti al F. Sanoto, F. Agostino, F. Ant.o Fio i questo finisco da bracalo da vero cori, coferirimi al suoi sa: oraz.i.

Il P.re Montiliuni mi saluta e fato una cappa al suoa colorazioni, eun Calucu. (Questa ultima parte significa che il P. Mon.ni fece alla sua congregazione una cappa ed un calice).

Vostro se.vo Giocchino Scibona.

32. In Frazzano, terra della Contea di S. Marco.

Vi era un sacerdote per nome D.n Giuseppe Laurello. Questo faceva il maestro di scuola; ma nel spiegare quel verso: Pre rape prepositum vocali dicque praeustus, lo spiegò nella seguente maniera: «Sintiti, picciotti: vui autri nun sintiti la forza di stu versu, si iu nun cci dicu la rudizioni. Li P. Teatini sunnu di una religioni di cavalieri, e sunnu dotti; ànnu chisti lu sò superiuri, e lu chiamanu lu P. Prepositu. Ora chistu cadiu ammalatu; pinzati vui quantu medici e medicini si misiru in rumuri; tra l'autri mali chi patia, unu era chi non avìa appittittu; lu frattu[74] chi lu sirvia, sapia fari beni assai di manciari, e ci proposi varj pitanzi, e videndu chi di tanti nudda ci piacìa, finalmenti ci dissi si gustassi[75] una ministrina di rapi ben cundita. — Sì, falla, dissi lu P. Prepositu. Ci l'apparicchiau lu frattu bella assai, tantu chi lu malatu si la mangiau cu gran gustu. Allura li Patri, comu chi sunnu omini dotti, ficiru lu versu chi avemu a dichiarari, e fu misu 'ntra lu manuali[76]. Chista è l'erudizioni; dichiaramu: Pre rape, pri la minestra di rapi; prepositum, chi vosi lu Prepositu; vocali, doppu avirila mangiatu cu la bucca; dicque praeustus, dici ca ci intisi un grandissimu gustu. Ora viditi comu si addichiara! Cui nesci, arrinesci».

Tanto a me il P.re D.n Giuseppe Gallotto della terra di S. Marco.

33.

In Regalbuto nel 1735 nel mese di aprile un omo di bassa condizione dissi: Chi si voli fari, quandu lu binidittu Diavulu voli accussì!

34. La manna del Monte di Trapani.

L'arciprete che hà governato le anime della città detta Monte di S. Giuliano, con altro nome monte di Trapani, che fu l'anticha Erice. Questo, più semplice che scaltro, si era invogliato a fare scendere la manna del Cielo, come scese un tempo nel deserto, a sostegno e delizia degl'Isdraeliti; diede l'impulso maggiore ai suoi desiderij la vicinanza delle feste di Pentecoste. Onde cominciò a predicare al suo populo che si preparasse con orazioni e mortificazioni nella novena dello Spirito Santo, per ricevere da esso sì segnalato dono; altro non inculcava in quei nove giorni [a] quella gente, che allora era d'altra pasta più semplice che non è la presente; appunto di giorno in giorno aspettavano il celeste favore. Era corsa già tutta la novena, senza ricever la grazia bramata. «Non dubitate, la inanimava l'Arciprete, che i doni quanto sono più grandi, tanto tardono a venire; forse dommattina gioverà a noi ciò che anelanti spettiamo». Non era ancora nella Domenica spuntato il sole, che il sagrestano si porta alla chiesa per apparecchiare gli altari; mà che! sù l'altare maggiore ritrova come una ciambella di materia liquida e bruna, e stimandola un gran misterio corre dal'Arciprete a dargliene la bona nova. Subito la credette ciò che non era; si portò in chiesa per osservarla, e decise esser di già piovuta in quella notte la manna desiderata; convocò il popolo con il sono festivo delle campane; il quale ragunato insieme col suo maggistrato, montò sull'altare il Pastore di quel gregge per pascerlo prima colla divina parola, poi colla manna piovutali. Mostrò in primo luogo il favore distinto dal Cielo in mandar loro quel benefizio così grande. In secondo luogo la preparazione che ricercavasi in quelli che dovean riceverlo, e chi mai si sentisse lesa la coscenza di qualche colpa la detestasse con dolore e con fermezza di mai più commetterla, altrimente quel prezioso cibo invece di fargli gustare quel sapore che si desiderava, sarebbe divenuto insipido e disgustoso; «venghino dunque ad assaggiarla i sig.ri del magistrato!» e quelli con una straordinaria umiliazione si appressarono all'altare, ove l'Arciprete con un cocchiarino di argento in mano ne prendea una piccola porzione dal altare, e mentre il riponea nella bocca del Capitano gli diceva che sciegliesse coll'interno del suo cuore quel sapore che più gli aggradisse. Tanto fece il Capitano, mà in entrar quella manna nella sua bocca, al sapore, all'odore parevagli escremento di gatto, mà nulla disse, stimando ciò pervenire dalla sua rea coscienza; tanto avvenne ai giurati, altrettanto alle primarie persone, alcune delle quali si vomitarono; fecero migliore indagine, e ritrovarono che il gatto che si allevava nella chiesa per guardarla dai sorci, costume che pur tutta via si mantiene, avea piovuto alli Montesi la sua manna preziosa.

35.

La seguente Seguenzia è commune alla gente della terra di Mongiuffi[77] vicino alla terra di Tauormina.

Stianzidda Stianzidda

Nsolia nsolia in faidda

Testi d'agghi cù Sibidda.

Quantu tremu malfatturi

Quandu judici avvinturi

Cu tri testi di scursuni.

Turba miru sparanzonu

Pri limburgu di Sionu

Focu a donni lampi e tronu.

Morsu stà pebbia e natura

Curri, surci, a criatura

Giudicanti arraspatura.

Libri scritti pri lu fetu

In quo totu continetu

Quandu mundu judicetu.

Giuda l'erramu chi vili

Ciocchi lati chiappareddi

Nuddu ndurtu rumaneddi.

Chi si miseru tu Dutturi

Lu patruni arragghiaturi

Cu' nun vidi stà a li scuri.

Rè trimenda majestati

Chi sarvandu sarvi e gati,

Sarvi a mia chi ti su frati.

Ricurdari Gesu Pia

Pri la casa e pri la via

Non mi perda stiddaria.

Cridi a mia si diti lassu

Ti nni ridi in cruci a spassu

Tantu labru di mulassu.

Giugu dudici minzioni

Donna fù rimissioni

Ntra dia curazioni.

Tu ci mbiscu tocca reu

Cu carbuni vultu meu

Giudicanti parcu a Deu.

Chi Maria assurbisti

E Latruni m'esaudisti

Michi oculi spirdisti.

Preci mei non sù digni

Si tu bonu fà benigni

Non ti perdiri ntra li vigni.

Intra l'ova locu apprestu

E dibiddi m'assiquestra

Statueddi parte a destra.

Confutati maliditti

Xammi larghi e burzi stritti

Voca a mia cu biniditti.

Ora a suppa mi l'inchivi

Cori cuntritu quasi lini

Ciciri crudi senza fini.

Lagrimusa stanza ad idda

Ca risurgi la faidda

Givolicandu l'omu reu.

Circhi cersi parci Deu

Gesù pia Domini tu

Raccumandu arma mia.

Dacci o ricchume nonnu me nonna me

Zia e cu splendenti visu

Abbiati in paradisu.

36. Salve Reggina.

Parte della quale suol dirla [la] monachella la Miccina giojosana abitante in Patti, parte un ragazzo di Raccuja[78], e parte da una donna di Bronte.

Salve Reggina, tri misi di corda, vita torcedo, spara nostra salvia, a tia chiamamu, a tia sparamu giumenti suffrenti, nacchi lagrimaru valli, jergo avvocata nostra lo stu scunverti, Jesu biniditta putari, vintis tui, o notivo spusu o siliu lu stenni crimensi, o Spia, o dulcissima virga Maria.

Ora pro nobisi S. di Genitrici.

Benefiziamu grazia a Christu dumandamu a me.

37. Credo

raccolto dalle parole di esso[79], dette da un cieco palermitano, da un ragazzo raccujto[80], e communemente dalla gente della terra di Mongiuffi.

«Credu in nuetetu Diu Patri me ripitedda Stazzuni di lu celu e di la terra e di Matru Franciscu nfilamicci unicu Dominu nostru, chi fù cunzertu di mastru Santu e cugnatu di Maria Virgini, passau sutta lu ponti di li Puntani, fù crucifissu, mortu e siburcu; sesti scindi a la Ninfia co to zia Diana, resurresci a mortu senza a la Zena, sedi a la destra di Putenzia, e d'idda scindiu all'Indij a guirriggiari cu li vivi e cu li morti. Creddu lu Spiritu di Santu, santi Matri Cresia, santi cumunicati e scomunicati, rimissioni di li mei piccati, ne carni, ne surra cè [c'è], la vita materna a me».

L'ho avuto dal sig.r D.n Silivestro Mustica di Trojna, e parte l'ho inteso io.

38. Veni Creator Spiritus.

D'una femmina di S. Militello Valdemoni[81].

Veni lume crea spiritu

Vintrisca ora mbistia

Inchi perna la grasta

Chi cuneria sti pecuri.

E di celu si sprattica

Altissimu coni un Diu

Ponzio vivu si digna

E sparti tu la sunza.

Setti infurma e smura

Di lu celu paterna testa

Nchiacca strittu a Diu Patri

O Simuni ditta e sgutta.

Da la carma a lu Missenziu

Vanfundu, mura e accorda

Calunfernu nostru corpora

Virtuti ferma e sperfida.

Oste bella di Longi

Da ammèa duna sprocchinu

Ditturi senza premiu

E videmu donni nostri.

Per tia non scindu Patri

Scampamu d'acqua fili

Travu travustu sfini

Non cridemu pri lu tempu.

A Diu Patri senza gloria

Ed affili menzu mortu

E di retica sparlati.

Consecula seculoru a mia.

L'hò avuto per mano del sig.r D.n Biaggio Calderone di Micello.

39. Confiteor.

Confiddiu, Diu, e nipitedda Beata M.a chi la sirvizza, B. Micheli ca cianci, B. Giov.e ca trisca, Santi Pazzozzuli Petru, e D. Paulu, e triulu Patri ca piccavi cimici cuncinzioni, erba ed obbra mi curcu, mi curcu cu Masi, mi curcu, judeu pregu la B. M. ca fà sirvizza, lu B. Micheli ca chiangi, lu B. Giu.pe ca trisca, li SS. Pazzozzuli Petru e D. Paulu ora e pri mia D. Ninnu lu nostru.

L'hò inteso dal P. Duci, e molte parole da penitenti ignoranti nel confessionale.

40. Varie preci divote

solite a recitarsi da S.ro N. N. moniale vecchia di molta semplicità nel Monastero di S. Giovanne in Regalbuto[82], attualmente vivente in questo anno 1738.

Anima Christi santifica me.
(ella dice): Arma di Christu saccu fiatimi[83].

Corpus Christi salva me.
Cocu di Cristu non mi sanati.

Sanguis Christi inebria me.
Saccu di Cristu mbriacatami.

Acqua lateris Christi lava me.
Acqua di Christu lavatimi tutta.

Passio Christi conforta me.
Passuli di Christu appanatimi.

O bone Jesu exaudi me.
Bonu Jesu non m'ascutati.

Intra tua vulnera absconde me.
Tra la tua gurna mettimicci.