EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI

GIUSEPPE PITRÈ

OPERE COMPLETE

DI

GIUSEPPE PITRÈ

XXVII.

SCRITTI VARI

EDITI ED INEDITI

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GIUSEPPE PITRÈ

LA VITA

IN PALERMO

CENTO E PIÙ ANNI FA

VOLUME PRIMO

G. BARBÈRA EDITORE

FIRENZE

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Proprietà letteraria riservata

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COMITATO

Giovanni Gentile, presidente.

Maria D'Alia Pitrè.

Giuseppe Cocchiara.

Raffaele Corso.

Nino Sammartano.

Paolo Toschi.

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OPERE COMPLETE

BIBLIOTECA DELLE TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE

I-II. Canti popolari siciliani.

III. Studi di poesia popolare.

IV-VII. Fiabe, Novelle e Racconti popolari.

VIII-XI. Proverbi siciliani.

XII. Spettacoli e Feste popolari siciliane.

XIII. Giuochi fanciulleschi siciliani.

XIV-XVII. Usi e Costumi, Credenze e Pregiudizi del Popolo siciliano.

XVIII. Fiabe e Leggende popolari siciliane.

XIX. Medicina popolare siciliana.

XX. Indovinelli, Dubbi, Domande, Scioglilingua del popolo siciliano.

XXI. Feste patronali in Sicilia.

XXII. Studi di Leggende popolari in Sicilia.

XXIII Proverbi, Motti e Scongiuri del popolo siciliano.

XXIV. Cartelli, Pasquinate, Canti, Leggende, Usi del popolo siciliano.

XXV. La Famiglia, la Casa, la Vita del popolo siciliano.

SCRITTI VARI EDITI ED INEDITI

XXVI. Del Sant'Uffizio a Palermo e di un carcere di esso (inedito).

XXVII-XXIX. La vita in Palermo cento e più anni fa (il vol. III inedito).

XXX. Novelle popolari toscane (edite; ma con molte aggiunte).

XXXI-XXXII. Bibliografia delle Tradizioni popolari d'Italia (il vol. II inedito).

Corsi di Demopsicologia, cinque volumi (inediti):

XXXIII. I. La Demopsicologia e la sua storia.

XXXIV. 2. I Proverbi.

XXXV. 3. Poesia popolare italiana.

XXXVI. 4. Poesia popolare straniera.

XXXVII. 5. Novellistica e varie.

XXXVIII. La Rondinella nelle Tradizioni popolari (inedito).

XXXIX-XL. Viaggiatori stranieri in Sicilia (inediti).

XLI-XLVIII. Articoli di Riviste e di Giornali; Recensioni, Conferenze, Discorsi, Prefazioni, ecc. (editi e inediti).

XLIX-L. Carteggio con illustri contemporanei (inedito).

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INDICE

AL SENATORE

Prof. PASQUALE VILLARI

CON ANIMO RIVERENTE E AFFETTUOSO

L'AUTORE

[pg!xi]

[PREFAZIONE]

Sorprendere e fissare, prima che cominciasse a trasformarsi, la vita pubblica e privata delle varie classi sociali nell'antica Capitale dell'Isola, nell'ultimo ventennio del Settecento: ecco lo scopo del presente lavoro.

Quella vita, così diversa dall'attuale, è in certe sue esteriorità, per chi non se ne sia occupato di proposito, poco o punto nota: ed è tale, non tanto pel comune preconcetto che la storia contemporanea sia familiare a tutti, quanto perchè da molti si confonde la storia scritta dei principali e più clamorosi avvenimenti con la vita, da scriversi, del popolo in mezzo al quale gli avvenimenti si sono svolti.

I costumi, le consuetudini e le istituzioni nel periodo illustrato in questo libro sono d'una importanza che ha pochi riscontri nella storia generale di Sicilia. Perchè, se, per esempio, il quattrocento ha grande somiglianza o analogia col cinquecento e questo col seicento, in quanto inalterato rimaneva sempre l'ordinamento politico e civile, e con esso le condizioni fisiche, morali e religiose, il settecento invece non ha nulla che lo ravvicini all'ottocento. I due secoli divide un abisso, in fondo al quale è facile scoprire che non cento ma quattro, [pg!xii] cinquecent'anni ha corsi la Sicilia dagli ultimi decennii di quel secolo all'ultimo del seguente. Ciò che il 1789 ed il 1793 lasciarono intatto tra noi, solo per lenta, impercettibile evoluzione di tempi e di uomini si venne modificando, e potè del tutto mutarsi pei rivolgimenti politici, che principiarono dalla sapiente rinunzia (imposta, peraltro, dall'incalzare degli eventi) dei Baroni ai diritti feudali nel 1812; e finirono ai moti siciliani del 1860; onde più tardi le nuove idee e riforme sociali.

Come e per quali espedienti abbia io potuto dettare questo Palermo, parrà solo in parte dalle citazioni a piè di pagina. Dico «in parte», perchè esse son le poche indispensabili a confortare le notizie da me accennate. Se tutto quel che dico avessi dovuto documentare, le note avrebbero affogato il testo, ed io avrei scritto non già un libro pel gran pubblico, che cerca fatti in forma spigliata, ma un'opera per più ristretto cerchio di persone.

Atti, Provviste, Bandi del Senato Palermitano nell'Archivio del Comune, documenti svariati nell'Archivio di Stato, registri ed elenchi nella Congregazione dei Bianchi ed in alcuni Reclusori, carte e manoscritti d'ogni genere, e soprattutto diari non mai fin qui posti in luce (per non citare se non le cose inedite) del Torremuzza, del D'Angelo, del Camastra, e dell'inesauribile Villabianca[1] son le fonti alle quali ho largamente attinto. [pg!xiii] Da questo, le moltissime vicende, ed i fatti, per certi argomenti, nuovi, che io son riuscito a mettere insieme. Ma il soffio della vita del momento, non avvertito, perchè ordinario ed abituale, dalla vigile Polizia, dal provvido Senato, dal severo Governo, dai diligenti diaristi, io non ho potuto altrimenti raccogliere che tenendo dietro ai forestieri venuti tra noi. Le loro impressioni nessuno fin qui mise a profitto nello studio dei costumi e delle condizioni della civiltà nel secolo XVIII, nonostante che un illustre storico lo avesse autorevolmente raccomandato[2].

I trenta e più viaggi dell'ultimo terzo del settecento, distribuiti in meglio che cinquanta volumi pubblicati all'estero e non sempre reperibili, contengono preziose e quasi tutte sicure notizie di costumanze, pratiche, scene, qua e là vedute e udite da uomini colti, i quali da curiosità mossi, con gravi disagi, ingenti spese, pericoli immensi erano venuti a visitare un paese tagliato fuori del consorzio d'Europa, e rappresentato come l'ultima Tule. Qui essi non compievano inchieste in una sola settimana, come oggi purtroppo usa, correndo, volando con la vaporiera da Messina a Taormina, a Catania, a Siracusa, a Palermo, e viceversa, facendo escursioni a Girgenti, a Segesta, a Selinunte, ed [pg!xiv] interrogando i primi sfaccendati che s'incontrino nella piazza, o i primi malcontenti d'una amministrazione comunale del giorno. Essi invece si fermavano mesi e mesi girando, visitando attentamente ogni cosa, in portantina, su muli, a piedi, e patendo sovente il digiuno, il freddo, lo scirocco e gli inenarrabili supplizi delle osterie e dei fondachi.

E però non fu solo Goethe colui che, è stato detto, scoperse la Sicilia ai Tedeschi. Le sue lettere del 1787 non videro la luce prima del 1817[3]; e le dolci carezze tra le quali egli durante la primavera di quell'anno si cullò nella città mollemente adagiantesi ai piedi del Pellegrino, rimasero lungamente ignote. Prima e dopo di lui, durante cinque, sei lustri, percorsero, descrissero la Sicilia — Palermo soprattutto — i suoi connazionali Riedesel, Salis Marschlins, Stolberg, Reith, Hager[4], e quel Bartels, che, tanto ingiustamente da tutti dimenticato, ha il maggior diritto alla considerazione di ogni buon siciliano. La percorsero il danese Münter ed il viennese de Mayer e, prima di Swinburne, l'inglese Brydone, che del suo soggiorno tra noi offriva il primo modello di viaggio nell'isola con intendimenti moderni. Il suo Tour ebbe una dozzina di edizioni, versioni e riduzioni[5], nonostante il controllo che volle farne il Conte de Borch.

[pg!xv]

Nè ciò è bastevole: oltre le cose non originalmente descritte da Audot e da de la Porte, i francesi de la Platière, Houel, de Saint-Non, de Non, Derveil, Sonnini, d'Espinchal, e gl'italiani Onorato Caetani, E. Q. Visconti e Rezzonico, assai cose descrissero delle molte che videro, e videro quelle che i siciliani non guardavano, come vecchie e non degnate di attenzione.

A tutti questi viaggi io ho avuto la fortuna e la pazienza di far capo con insperato frutto; e le affermazioni di essi ho potuto controllare, corroborare e compiere con testimonianze d'altro genere: quelle dei poeti contemporanei.

Giovanni Meli, cui vieti pregiudizi d'oltremonte non ha fatto mai spassionatamente guardare in uno dei principali suoi aspetti, è il primo gran pittore morale dell'età sua. Nessuno più coraggiosamente, più argutamente di lui rilevò il guasto dell'ambiente e della società d'allora; nessuno fu più realista del Meli, cui, solo nel 1874, nella sua patria nativa, presso alla cattedra nella quale il simpatico poeta insegnò, un improvvisato professore d'Università dovea con audacia senza limite battezzare «arcade di buona fede!».

Se io sia riuscito a ricostruire nelle multiformi sue manifestazioni la vita di Palermo nei giorni del suo vero o fittizio splendore, quando questa vita per ineluttabile necessità di eventi si disponeva a cangiamenti radicali, giudicheranno coloro che vorranno seguirmi nella rassegna, forse apparentemente severa, ma sostanzialmente [pg!xvi] spregiudicata, di ciò che facevano, di ciò che pensavano, di ciò che volevano i nostri bisnonni.

Chi ha visto con quanto ardore e con quanta coscienza io mi sia preparato per conoscere appieno ed intimamente questo passato, mi terrà conto, se non altro, del buon volere e del mio culto per le memorie storiche della Sicilia.

G. Pitrè.

Palermo, 10 Febbraio 1904.

[pg!1]

[Capitolo I.]

STATO POLITICO ED ECONOMICO DELLA SICILIA NELLA SECONDA METÀ DEL SETTECENTO.

Chiamato al trono di Spagna Carlo III, la doppia corona di Napoli e di Sicilia passava al minorenne figliuolo di lui, Ferdinando[6]. Le riforme iniziate dal sapientissimo Principe venivano proseguite e fecondate dall'accorto Ministro Tanucci, educato ai principî di Montesquieu e di Hume: e l'Isola avviavasi ad altre riforme economiche, civili, sociali per quanto lo consentissero i tempi, a grandi novità poco disposti e pieghevoli.

La lieve scossa recata alla istruzione pubblica dalla espulsione dei Gesuiti (1767) veniva riparata dal savio provvedimento che assegnava il cospicuo patrimonio della Compagnia alla beneficenza, agli studî ed alle scuole che dappertutto si aprivano. Ustica e Pantelleria, approdo temuto di barbareschi, si venivano colonizzando. Le imposte, già lasciate alla capricciosa violenza di avidi appaltatori, passavano al Governo, che men dura dovea renderne la riscossione. Si abbandonava il monopolio dei grani e del tabacco; ed intanto che miglioravasi [pg!2] il Monte di Pietà, si volgeva l'animo alla censuazione dei beni comunali; e, per quelli della chiesa richiamavasi la legge dell'ammortizzazione di Federico II lo Svevo: richiamo seguìto, a breve distanza, dal divieto ai chierici di farsi agenti nei tribunali.

L'abolizione del S. Uffizio riempiva di gioia anche gli stessi ecclesiastici.

L'opera di rinnovamento progrediva rimediando a vecchie ingiustizie.

Dignità e titoli, sotto il dominio spagnuolo smisuratamente cresciuti nel ceto nobile, si trovavan di fronte al ceto medio, che guadagnava in diritti civili assurgendo a dignità non prima raggiunta. Molte disuguaglianze e prerogative alla medio evo cadevano in oblio; e la libertà e la indipendenza personale gradatamente si affermavano. Ai vassalli, numeri senza personalità, senza ordine, senza grado, concedevasi facoltà di lavorare fuori del territorio del signore: concessione addirittura rivoluzionaria in un tempo in cui nessuno di essi potea, senza permissione del Barone, trasportare da un luogo all'altro il proprio prodotto, nessuno allontanarsi dalla sua residenza[7]. Toglievasi per tal modo vigore a certi diritti angarici e contrattazioni di servigio, traducentisi, quelli in monopolî commerciali, queste in servitù personale. In altri termini, se il feudalesimo vigeva, gli abusi ne erano in gran parte aboliti, e la capacità giuridica delle persone rimaneva appena limitata dai vincoli che tuttavia inceppavano gli agricoltori [pg!3] nelle terre feudali, e che in ogni occasione venivan prescritti o almeno mitigati[8].

Intanto che promoveasi la costruzione di legni nell'Arsenale di Palermo[9], si deliberava quella di otto grandi strade rotabili per oltre 700 chilometri (1778), ma il voto dovea attender dell'altro il suo compimento.

Un intrigo di Corte spingeva nuovo Vicerè in Sicilia Domenico Caracciolo[10], il quale, informato alla politica anti-feudale ed anti-ecclesiastica del Tanucci, usanze e pratiche arditamente, benchè non sempre ponderatamente, affrontava; pur qualche volta costretto a ritornare sopra i suoi decreti o per revocarli o per ammollirne la durezza.

Tra energici richiami forzatamente riducevasi dal 5 al 4% la rendita che lo Stato pagava per soggiogazioni; e se per alcun grave interesse di casta i tre bracci del Parlamento, quasi sempre uniti, erano in alcune quistioni in disaccordo tra loro (come quando il baronale chiedeva una legge contro il lusso e l'ecclesiastico un regolare catasto che comprendesse i beni ecclesiastici e feudali), l'accordo regnava sempre completo in tutto ciò che fosse bene del paese, e che servisse ad infrenare l'autorità regia o viceregia prevalente alla parlamentare. [pg!4] Laonde unanimi si opposero al Caracciolo medesimo, che il Parlamento volea chiamato congresso, e contributi i donativi (1782).

Sotto le terribili impressioni del tremuoto del 1783, Messina, ridotta a desolazione, otteneva il porto franco: provvedimento non bastevole a distruggere, ma efficace ad attenuare le conseguenze dell'immane disastro.

Mentre da un lato si proponeva il censimento dei beni feudali, dall'altro si restringeva — sgradito colpo alla feudalità — il mero e misto impero, che ogni dì si stremava di forze.

Dello scoppio dell'89 in Francia, la Sicilia, per ragioni feudali, civili, ecclesiastiche diversa da quella, non si risentì gran fatto; perchè se in Francia il terzo stato abbatteva nobiltà e clero, in Sicilia, clero e nobiltà sostenevano i diritti del Parlamento, qualunque essi fossero e per quanto logorati dalle leggi e dal tempo. L'aristocrazia e gli ecclesiastici aveano in sè tanto da esser giudicati liberali; la potestà regia, per assoluta che fosse, rompeva contro tutto un ordinamento, ch'era guarentigia dei diritti della nazione siciliana[11].

Quale codest'ordinamento, non è chi non sappia. Per antico istituto, non prima che la proponesse il Parlamento poteva il Re decretare una legge; nè decretata, derogarvi da sè; nè, se penale e non proposta dal Parlamento, farla valida per più d'un anno[12]. Il Re stesso, soggetto alle leggi dello Stato, non avea facoltà di far cosa che tornasse in pregiudizio delle [pg!5] Costituzioni, essendo lecito a' custodi di esse fin lo impedire la esecuzione dei sovrani decreti[13]. Le basi della monarchia riguardavano come incompatibile presso i privati l'esercizio del mero e misto impero: e le concessioni che si vantavano, erano precarie ad arbitrio del Re[14]. Ovvio pertanto il supporre come nessuna gravezza potesse dal supremo Capo dello Stato imporsi senza il suffragio del Parlamento, salvo che non intervenissero certi casi stabiliti da Giacomo d'Aragona; e medesimamente come nessun mutuo coattivo di danaro e di generi, non istimato necessario da quello, potesse dal monarca decretarsi[15].

Alle cariche dello Stato volevansi preferiti gli uomini virtuosi. Il Parlamento, sola autorità di punire i delitti dei magistrati e di altri pubblici funzionarî[16]. Condizione poi notevolissima: il Governo non avea un esercito; la forza era nelle mani del popolo.

Quale diversità di ordinamenti da quelli di Napoli! E frattanto quale disparità di trattamento per opera del Governo centrale! [pg!6]

Un testimonio non sospetto di sicilianesimo, dopo di aver visitata nel 1778 l'Isola, scriveva:

«Questa bella parte dei dominî del Re di Napoli, dove fiorisce un milione di uomini; alla quale la natura prodiga i suoi tesori; che in altri tempi nutrì i Romani, e che ad Atene, a Roma, all'universo intero diede d'ogni ragione capolavori d'arte, è da secoli abbandonata ai Vicerè ed all'Etna! I Siciliani son ritenuti a Napoli come stranieri; alla Corte, come nemici. Si crede che vessarli sia governarli, e che per averli sudditi fedeli se ne debba fare schiavi sommessi. La Sicilia è dal Ministero riguardata come un'escrescenza incomoda; la Corte non vede se non Napoli»[17].

Nel 1795 scendevano i Francesi in Italia: e nobili ed ecclesiastici profondevano denaro ed armi per difendere il paese. Solo pochi ardimentosi cospiravano a favore dei Repubblicani d'oltralpe, impromettendosi per siffatto espediente il bene dell'Isola; ma il nobile tentativo aveva il suo epilogo nel taglione di F. P. Di Blasi e nel capestro dei suoi compagni.

Stremato per gli ultimi donativi ordinarî e straordinarî lo Erario, un decreto del 1798 imponeva la consegna degli ori e degli argenti delle chiese e dei privati, il compenso dei quali assicurava con mendaci promesse. Larghe e tutt'altro che cordiali le consegne, ma alla bisogna insufficienti: quando il 26 Dicembre, inattesa, sbigottita, chiedente asilo, giungeva la Corte.

Da quarant'anni Ferdinando III regnava in Sicilia, e in quarant'anni non s'era mai sognato di mettervi [pg!7] piede. Nel 1792 il milanese Gorani avea detto: «I Siciliani si dolgono che il loro Re non li abbia mai visitati, che non siasi mai messo in grado di conoscere i loro mali, che li lasci vegetare sopra un suolo pel quale soltanto la natura ha fatto tutto»[18]. Quattr'anni dopo le cose erano immutate. «I Siciliani, osservava Hager, non vedono il loro Re, che pur vorrebbero vedere, e pel cui figliuolo [Francesco I] è stato preparato il palazzo reale di Palermo. Ferdinando viaggia per Genova, per Vienna, per Francoforte; ma non viene mai in Sicilia. Egli rimanda sempre questa venuta, e così è passato tanto tempo»[19]. Quando venne, un'eco sgradevole di Napoli rimpiangeva aver egli barattata la vecchia residenza di terraferma con la nuova dell'Isola![20].

No, non si poteva essere più ingiusti verso la Sicilia generosa!

Non ostante il lungo, semi-secolare rinnovamento che abbiamo fugacemente seguito, preludio della vita del secolo XIX, l'Isola rimaneva in tale depressione morale e materiale che a noi tardi nepoti parrà quasi incredibile. Palermo, la stessa Palermo, partecipava a quella condizione di cose, triste e dolorosa ad un tempo, nella quale di fronte alla sprezzante ricchezza brancolava dimessa la povertà; accanto alla dottrina profonda balbettava la crassa ignoranza. Quivi il culto sublime [pg!8] della Divinità si confondeva con la superstizione delle pratiche, lo smagliante corteo nuziale s'incontrava nel Cassaro col lugubre cataletto: e con periodica, alterna vicenda si urlavano sguaiate canzoni carnevalesche e si biascicavano paternostri di quaresime penitenti: e recenti licenze di usi venivan cozzando contro viete restrizioni di consuetudini, e leggi severe contro applicazioni negligenti, ed aspirazioni sincere al bene contro accidiose attuazioni di esse.

Gli è che tutto un avanzo increscioso di abusi e di miserie gravava sulla società. La forma del reggimento interno, rimettendo al Parlamento la spartizione delle imposte, non tutelava abbastanza l'infima classe da aggravî talvolta superiori alle sue forze. Se nobili e civili ne aveano il modo, la povera gente non poteva sopportare pesi, i quali, come quelli de' Baroni alle loro terre, incombevano alle città; dove, come dappertutto, pel comun difetto di agricoltura, di sicurezza, di commercio, di comunicazioni, di pubblica igiene, miserrime eran le condizioni, rese anche intollerabili dalla mancanza di un codice, dalla cattiva amministrazione della giustizia, non sempre controllata nè sempre controllabile da un magistrato esaminatore della condotta dei ministri del Regno[21].

Oh come avea ragione quel patriotto siciliano che nel 1790 diceva a J. H. Bartels: «Il suddito dell'Isola è tutt'altro che lieto. Se egli alza per un istante il capo, un singhiozzo gli si sprigiona dall'animo!»[22].

[pg!9]

[Capitolo II.]

SU E GIÙ PER PALERMO.

Palermo era tutta circondata da bastioni e, ad ineguali distanze, da porte. Gli uni e le altre, come alcune piazze e vie principali, portavano e portano ancora nomi di Vicerè, che, poche eccezioni fatte, non vi spesero mai un quattrino del proprio.

Porta e via Macqueda, porta d'Ossuna, porta di Castro, porta Montalto, porta Colonna, strada Toledo, strada Colonna (Marina), piazza Caracciolo, e poi il bastione Vega, il bastione Gonzaga, il bastione Montalto, la via Albuquerque son testimoni di questa piacenteria o servilità, nella quale, spinte o sponte, il Senato toglieva a sè ed ai suoi concittadini il vanto di un'opera edilizia od estetica.

Anche le vice-regine vi aveano la parte loro: e porta Felice e la Villa Giulia ricordano la prudente Felicia Orsini e la pompeggiante Giulia di Avalos, mogli dei due Marcantonio Colonna: il primo del secolo XVI, il secondo del XVIII.

La gente però, non guardando a certi battesimi officiali, consacrava, salvo rari casi, quelli da essa originariamente creati per circostanze di tempo e di luogo. [pg!10] Laonde la via Macqueda diceva e dice Strada nuova, quasi per distinguerla dalla vecchia, che per antonomasia è sempre il Cassaro; piazza Vigliena, le Quattro Cantoniere; piazza Caracciolo, il Garraffello; la strada Colonna, Marina; la Villa Giulia, Flora; la via Albuquerque, strada Cappuccini ecc. Un giorno del 1822 il viaggiatore tedesco Tommasini, montando sopra una carrozzella, ordinava al cocchiere che lo conducesse a via Toledo, ed il cocchiere, senza tanti complimenti gli rispondeva: Niente via Toledo; niente via Toledo; si chiama Cassaro.

Come allora così anche adesso la città chiusa era divisa in quattro rioni o quartieri: Albergaria, Siralcadi (Monte Pietà), Kalsa (Tribunali), Loggia (Castellammare), il più piccolo tra' quattro rioni. Con uno sforzo di fantasia archeologica questi si volevano considerare come altrettante città, divise dal Cassaro e dalla Strada nuova ed abbracciantisi in naturale amplesso alle Quattro Cantoniere, dette di Palermo per distinguersi da quelle di campagna, ribattezzate or non è guari, al chiudersi dell'ottocento, piazza Regalmici per quell'Antonino Talamanca-La Grua, marchese di Regalmici, che ne fu l'ardito autore, e che ora si presta a certi bisticci della cittadinanza palermitana, contrariata dal recente titolo sostituito al primitivo.

Questo Pretore (giacchè il Talamanca-La Grua fu uno dei più rinomati Pretori di Palermo), agitato dal desiderio incessante di nobilitare la città, non si dava riposo: ed ora con un disegno, ora con un altro, ordinava il lastricamento della Strada nuova, dal palazzo Castelluzzo in sopra; ed il prolungamento della via fuori [pg!11] la porta Macqueda fino al Firriato di Villafranca (cominciamento di via Libertà). Forte del sostegno del Vicerè, moltiplicava la sua energia: e in un giorno faceva man bassa sopra tutto un giardino e sopra una casa, costringendo le monache delle Stimmate a rifare sul modello di porta Felice porta Macqueda, fino allora piccola quanto S. Agata; abbatteva le principali tettoie (pinnati) delle botteghe, le quali toglievano ai cittadini agio di passare ed a chi vi entrava, aria e luce; accorciava i banchi sporgenti dagli usci dei venditori; costruiva selciati dove non ve ne fossero, ne ricostruiva, anche a spese dei privati, dove fossero già sciupati.

Non basta: tracciava la via oggi detta Stabile, e fino al 1860 Ciccu di Palermu, e lasciando ai Quattro Canti da lui formati due lapidi ed otto sedili ora scomparsi, si spingeva, rasentando a sinistra il Firriato di Villafranca (Giardino Inglese, o via della Libertà), verso la via del Mulino a vento. Ed intanto che un terreno montuoso e selvatico convertiva nella deliziosa Villa Giulia, livellava piazze, sventrava cortili, collocava fontane, ricorrendo, ove incontrasse resistenza, alla mano militare.

Il Senato, per forza di passività, lasciava fare, e forse mentre approvava davanti il Regalmici, mormorava dietro a lui per tante e così grosse spese, alle quali non rispondevano le entrate. I contribuenti, d'altro lato, stanchi delle gravezze ogni dì crescenti, una mattina facevan trovare alla porta maggiore del Palazzo Pretorio (Municipio) questo cartello:

Nun cchiù Villa, 'un cchiù funtani:

Ma bon vinu, carni e pani.

[pg!12]

Dicono che ogni rione avesse uno stemma suo: l'Albergaria, un serpente verde in campo d'oro; Siralcadi, Ercole sbranante un leone; la Loggia, l'arme di Casa d'Austria; la Kalsa, una rosa. Chi voglia sincerarsene, vada alla microscopica piazzetta del Garraffo all'Argenteria vecchia, e li troverà scolpiti in marmo, sotto la trisecolare statua del Genio di Palermo, dei tempi di quel Vicerè Caetani, Duca di Sermoneta, che fu soprannominato: Duca di far moneta (1663-1667).

Vero o no questo affare delle quattro cittadine stemmate, certa cosa è che ogni rione avea una santa patrona propria: l'Albergaria, S. Cristina; Siralcadi, S. Oliva; la Loggia, S. Ninfa; la Kalsa, S. Agata. La vergine Rosalia, santa sopra le sante palermitane, troneggiava su tutti i rioni. Ora nel dubbio, che la notizia possa o non comprendersi, o dimenticarsi, è bene guardare le Quattro Cantoniere, la fantastica «Piazza del Sole» dei nostri iperbolici scrittori antichi, e si vedrà che la santa torreggiante dall'alto dei quattro lati è la protettrice del quartiere; sotto di lei, è un re di Spagna; sotto il re di Spagna, una delle quattro stagioni: le beate del cielo, i beati della terra (allora sì che potevano dirsi tali i re: e Carlo V si compiaceva che il sole non tramontasse mai nei suoi Stati), i simboli delle quattro parti dell'anno.

Sia che si voglia, i rioni differivano tra loro per indole, costumi, occupazioni, pronunzia. Anche oggi la vita e la parlata dei Kalsitani è un po' differente dalla vita e dalla parlata dei Brigarioti e dei Sampietrani. Per siffatti caratteri, che formavano un distacco tra palermitani e palermitani, nel secolo XV gli abitanti [pg!13] di un quartiere erano in relazioni niente cordiali, anzi assolutamente odiose, con gli abitanti di un altro; ed il Senato nel 1448 otteneva da Alfonso de' capitoli contro gl'ingrati disordini giornalieri[23].

Nel Gennaio del 1776 si fu a un pelo d'incorrere in un grosso guaio per una sassaiuola che dovea impegnarsi tra monelli di mestieri diversi[24].

Una distinzione tra' nativi di questi quartieri non è così facile come la divisione della città nei quartieri medesimi. V'hanno caratteri etnici comuni a tutti e quattro, e ve ne hanno di particolari, che pure qua e là si vennero intrudendo e confondendo, e che ora a somma fatica potrebbero sceverarsi. I Kalsitani, per esempio, se uomini, son pescatori; se donne, ricamatrici; e quando all'una ed all'altra occupazione non son più adatti, i vecchi rammendano reti, che servono pei loro figli; le vecchie fanno funicella di cerfuglione[25]: gente, dal più al meno, tranquilla, che solo due volte ha fatto parlare di sè: nel 1647, durante la sollevazione del Masaniello di Palermo, Giuseppe D'Alesi, e nel 1770, quando le donne kalsitane, messe con le spalle al muro dal Senato, che voleva costringerle ad una tassa sulle aperture delle case, si adunarono furenti sulle Mura delle Cattive, e con grida da spiritate e manate di fango dimostrarono contro il Pretore Duca di Cannizzaro, andato per la solita sua passeggiata alla Marina.

[pg!14]

Specie di colonia di pescatori della Kalsa era la frazione di S. Pietro nel rione della Loggia, che poi con quella venne a poco a poco formandone un'altra, parte di pescatori, parte di marinai, nel Borgo, dove i Lombardi, per ragioni di commercio, facevano vita propria.

Ma dalla Kalsa propriamente detta alla Corte Pretoria (Municipio) ed a porta di Vicari (S. Antonino) quant'altra gente, diversa per indole e per occupazioni!

Lattarini coi suoi fondaci aperti a tutti i mulattieri dell'Isola bastava sola per richiamare a costumi del tutto medievali ed al ceto meno colto, anzi addirittura incolto, dei comuni anche prossimi a Palermo.

La gente dell'Albergaria anche oggi ha la non buona riputazione di litigiosa: e brigariotu vale persona che non tenga peli in bocca, che non si faccia passare mosca al naso, che non rifugga dallo attaccar briga per un nonnulla: il rovescio della medaglia delle persone della Kalsa. Un po' lontanamente nelle inclinazioni medesime tenevan dietro alle persone dell'Albergaria, quelle del Capo nel quartiere di Siralcadi.

Siamo alla Kalsa e vogliamo percorrerla un tratto.

Nelle vie dell'Alloro e di Lungarini, a pochi passi dai tuguri della povera e rassegnata gentarella che vi si addensa, sono palazzi dalle ampie ma semi-buie corti, dai riposati scaloni, dalle luccicanti sale, ove i Marchesi Abbate, della Sambuca, di S. Gabriele, di Bonagia, lussureggiano di magnificenze. I credenzieri vi hanno le loro case, la loro chiesa i cocchieri, che nella processione del Venerdì Santo affermano la loro prestanza [pg!15] fisica e la aristocratica dei loro padroni nelle dorate livree e nelle bianche parrucche.

Ecco il monastero della Pietà, già palazzo Abbatellis, dalla strana, unica sua porta d'ingresso (sec. XV); ove pietose monachelle ogni anno, al domani di Pasqua, non tralasciano di recitare in suffragio degli Angioini freddati nel Vespro Siciliano l'uffizio dei defunti.

Imboccando la strada Butera, il palazzo di questo nome, ultimamente ingrandito con lo spazio del demolito baluardo del Tuono[26], e che si ingrandirà ancora dell'altro (1798) verso porta Felice, accoglie con isplendore reale ed ospitalità tutta siciliana sovrani e principi, ambasciatori e ministri. La via è come ostruita dalla parrocchia di S. Niccolò Anita la Kalsa, la quale ad oriente guarda porta Felice, ed a tramontana l'ospedale di San Bartolomeo. Fissiamolo bene questo cimelio d'arte innanzi che il tempo lo spazzi.

L'architettura medievale dell'Isola v'impresse la delicatezza delle sue linee. La finestra sulla porta d'entrata gareggia con quella di S. Agostino. Il campanile ha sagome che ricordano quelle della Cattedrale coi loro archi dolcemente acuti e le ogivali di purezza inappuntabile.

Guai se il cav. Fuga vi mettesse gli occhi!

Tutte le cure del Senato nel chiamarvi i più eletti [pg!16] parroci, nel mantenervi il culto più attivo[27], non impedirebbero ch'egli vi ripetesse, come in corpore vili, l'opera devastatrice del maggior tempio della Capitale[28].

Tre grandi palazzi, sorgenti sulla medesima linea e ad eguali distanze, dalla parte orientale alla occidentale della città, dal basso all'alto, furon teatri di avvenimenti drammatici nella storia cittadina: il palazzo Chiaramonte, ora dei Tribunali, il Pretorio, e quello del Vicerè, ora Palazzo Reale.

Che epopea d'arte, d'avventure romanzesche, di fasti religiosi e civili il palazzo Chiaramonte! Qui il fondatore Manfredi raccoglieva il fiore del baronaggio siciliano, traendo legittimo vanto dalle geste cavalleresche probabilmente della Casa Clairemont di Francia fatte da lui dipingere nel soffitto del grande salone. Qui, vinto da Martino II, lasciava sul palco la testa Andrea, uno dei quattro Vicari del Regno dopo la morte di Federico III il Semplice, padre della minorenne Maria. Qui il libidinoso vecchio Bernardo Cabrera Conte di Modica con comico insuccesso assaliva la bella Regina Bianca di Navarra involantesi da lui verso il Castello di Solante. Qui Luca Squarcialupo assediava il Vicerè Ettore Pignatelli, e la plebe in rivolta uccideva e precipitava [pg!17] giù dalle finestre i giudici della Gran Corte. Qui i piccoli Torquemada degli uomini e dell'arte martoriarono temerarî ed isteriche, visionarî e maliarde, e tagliarono architravi e ruppero colonne, che erano gioielli della migliore architettura dell'epoca aragonese. Dal sommo del prospetto rispondente sul Piano della Marina qui si precipitarono i trasgressori delle leggi della pubblica salute nei giorni paurosi di pestilenza. E qui, nelle notti scure e rigide d'inverno, quando il vento vi fischia sinistro, par di sentire come cupi gemiti di sepolti vivi e strida orribili di torturati e mormorii confusi ed imprecazioni feroci di giocatori al Lotto, interrotte dal monotono battere dell'immenso orologio, nel quale il poeta Meli ravvisò la grandezza dell'occhio di Polifemo.

Nell'andar su pel Cassaro, le vie laterali scompariscono al multicolore bucato teso tra un balcone e l'altro, tra una ed un'altra finestra. E non ci vuole di più per comprendere che si è in un paese del mezzogiorno, se pure non lo accusi quell'attentato permanente ai piedi dei passanti che è il ciottolato delle strade.

A destra è sempre la chiesa di S. Antonio, centro della città, donde partono gli avvisi dei generali Parlamenti del Regno e dei pubblici consigli, e le chiamate impellenti degli uomini atti alle armi, quando pericoli di corsari minaccino la sicurezza della vita e delle sostanze[29].

Più in su a sinistra sorge il Palazzo Pretorio con le sue tre porte, una delle quali, quasi per irrisione, serba ancora l'antico motto: Pax huic domui. [pg!18]

E pace sia!

In alto, sul cornicione, di fronte alla chiesa dei Teatini, furon sempre di orrore due gabbie di ferro, nelle quali stavano chiuse le teste di due giustiziati per delitto contro la fede pubblica e l'Erario del comune: Francesco Gatto (1611) e Carlo Granata (1721), cassieri della Tavola (Banco).

La fontana del cinquecento è sempre lì maestosa, ma le sue statue, più che scollacciate, ignude, offrono ancora le cicatrici dei nasi rotti per una vendetta, dicesi, compiuta dai Messinesi[30], o dalla barbarica abitudine dei monelli — ed anche dei non monelli — di guastare cosiffatte parti nei simulacri in marmo. Ad un prelato della famiglia Sermoneta di Roma, venuto a visitare Palermo (1773), fu assicurato la impudicizia di quelle statue essere stata in parte corretta da un suo antenato, (il Vicerè B. Francesco Caetani, dianzi citato) per riguardo alle monache di S. Caterina[31].

Dal lato di S. Giuseppe rendevano una volta gaia la piazza i fiorai della città, dagli antichi posti raccoglientivisi a giornaliero mercato[32], caro ai devoti di chiesa e di galanteria, che andavano a provvedersi di mazzolini da offrire a santi e a donne[33].

[pg!19]

Se non s'avesse fretta, potremmo guardare ad una ad una tutte le particolarità di questo edificio, dal secolo XV a noi centro di vita civile, religiosa e politica, teatro di grida di Morte! al domani di grida d'Evviva! ad un medesimo personaggio. La visita ci stancherebbe forse, perchè non poche son le curiosità da vedervi anche dopo l'orribile scempio dell'Armeria perpetrato all'ultimo piano dalla plebaglia pazza d'incosciente devozione pel suo Pretore Principe del Cassaro nei tumulti del 1773. Non tutto, peraltro, potremmo visitare, giacchè nel quartierino del Pretore non è permesso di metter piede: e quello superiore della rappresentanza, dopo i tumulti, non è sempre a tutti visibile come lo è l'urna dei privilegi di Palermo, specie di arca santa messa sotto la tutela d'una immagine della Immacolata.

V'hanno arazzi di squisita fattura e suppellettili di non ordinaria bellezza, e tutto un corredo di argenteria, che attesta munificenza di Pretori e dignità di Senato. E sopra, di fronte a S. Caterina, sono ancora seimila tra archibugi grandi di archiglio e serpentina (zuffioni), ed elmi e corazze e cimieri e bracciali ed altre armature, buone a mettere in pieno assetto un esercito per la difesa della capitale.

Chi ne voglia, però, sapere qualche cosa si affidi al Torremuzza ed al Villabianca, che gliene diranno per filo e per segno[34].

Noi potremo solo esaminare il portico, a tutti [pg!20] consentito di guardare. Vi sono statue in marmo: un David battezzato per Giovanni da Procida; un uomo in abito consolare con una matrona allato, ricordo di non so che lega tra Roma e Palermo: e che forse raffigura due coniugi romani. Un magro genio di Palermo col motto Fidelitas in uno scudo è sostenuto da mezza colonna di porfido, e seduto sopra un sasso, col solito detto: Panormus conca aurea, suos devorat, alienos nutrit: e vi sta fin da quando il Pretore D. Francesco del Bosco lo esumava da luoghi sordidi (1596). Nella medesima linea è un'urna cineraria, la cui recente iscrizione, male imitante le forme antiche, vuol confermare la vantata lega, essendo console per Roma in Sicilia Cecilio Metello.

La gente però si ferma volentieri innanzi a due statuette ignude: e vi si ferma non perchè tali, ma perchè ha sempre sentito narrare sul conto loro una certa storia, un po' triste, un po' allegra, che serve d'ammaestramento a chi abbia la tentazione di litigare. Il pittore Houel, messosi un giorno a disegnarle entrambe ebbe raccontato:

«Due fratelli piativano in questo Palazzo. La lite era di somma importanza, e tutti tenevano gli occhi fissi su di loro. Inesprimibile l'ardore che essi mettevano nella causa; l'agitazione, la fatica, la contenzione d'animo influì tanto sul temperamento dell'uno, che, appena udita la sentenza contraria, la sua statura s'accorciò improvvisamente d'un piede; mentre fu così viva la gioia dell'altro che le sue membra si allargarono, e di più pollici s'ingrossò la sua corporatura. Il duplice, strano prodigio sorprese tanto che si pensò a far eseguire due simulacri della grandezza dei due fratelli dopo [pg!21] la loro trasformazione: ed eseguiti, si collocarono alla porta del Palazzo senatorio ad ammaestramento dei litiganti; i quali, peraltro, non si correggono mai»[35].

E dire che le due statue leggendarie rappresentavano, l'una un Antinoo, l'altra un Mercurio! L'Antinoo è sempre lì al municipio; il Mercurio, da buon mezzano, prese il volo[36].

A scanso di molestie, nell'uscire non ci voltiamo nè a destra nè a sinistra. Sui due lunghi sedili, a piè del palazzo, stanno accoccolati straccioni e miserabili sollecitanti elemosine e grazie: e son già troppi quelli che s'incontrano per la città, la quale ne è tutta invasa!

Constatazione dolorosa: dal lato meridionale del monastero di S. Caterina e del Palazzo Pretorio evidenti rimasero le tracce dello sconsigliato tentativo di abbassamento del livello stradale. Voleva togliersi il rialzo della piazzetta S. Caterina; e, scava, scava, dopo dodici palmi di terriccio portato via, si scopriron le fondamenta dei due edificî minaccianti rovina. Si gridò alla improvvida opera, e con gravissima spesa del Senato dovette subito ricolmarsi il malfatto vuoto. Malfatto, sì, perchè metteva a pericolo la solidità di [pg!22] antiche fabbriche solo per vanità della Deputazione delle strade, e, sia detto senza riserbo, per vantaggio d'uno di essa, il Marchese Giacona, il quale avendo acquistato una casa nel piano di S. Anna, e riformatala, ad ottenere il comodo di uscire in carrozza per la più corta via nel Cassaro (salita Giudici, via S. Caterina, piazza Pretoria) sacrificava al suo privato il pubblico interesse[37]; esempio pernicioso ai futuri amministratori del Comune!

Torniamo alla piazza Vigliena, da poco stata proclamata nobile[38].

Otto altri sedili accoglievano altri disoccupati in attesa di chiamata.

Chi per avventura si affacciasse dalla ringhiera della Casa dei padri Teatini (S. Giuseppe), o da quelle del palazzo Jurato (oggi Rudinì), Napoli, Gugino (Bordonaro), poteva bene indovinare, a certi loro strumenti, che mestiere essi esercitassero. Ve n'erano con una cazzuola in mano, e questi eran muratori; ve n'erano con grandi pennelli: imbianchini; i falegnami aveano una sega; i fontanieri, una specie di elmo di ferro in mano ed una martellina; i cocchieri, una frusta; e non occorreva cercare insegne per i lacchè, i servitori, i barbieri, ed altri oziosi forzati e volontarî, i quali davan la misura del disagio delle classi operaie. Nel 1777 un ingegnere della marina francese li trovò armati di spadini: il [pg!23] ciabattino dal grembiule di cuoio e dal sudicio vestito; il parrucchiere dal sacco pieno di cipria. Inoltre qualunque artigiano, uscendo di casa nel costume proprio del mestiere, andava armato d'un'ampia e vecchia parrucca, sovente d'un paio d'occhiali inforcati sul naso[39].

Poco discosto, presso la chiesa di S. Giuseppe, s'aggruppavan preti e sagrestani privi d'elemosina di messe e senza occupazione; ed al lato opposto nella Calata dei Musici, la virtuosa canaglia, presso la quale gironzolava questuando qualcuno dei «figliuoli dispersi» del Conservatorio del Buon Pastore, in attesa di rientrare la sera nel pio Istituto[40].

Gente di bassa estrazione, facchini, lettighieri, si sarebbero cercati invano qui. Gli uni stavano alla posta di li vastasi, nella via dei Chiavettieri, presso la Vicaria, dove a quando a quando gridavano: Cu' mi chiama, cà sedu! i seggettieri, — portantini di sedie volanti — nelle loro vie dell'Albergaria (Lomonaco-Ciaccio) e del Monte di Pietà, e i cancelli, vetturali da soma[41], nei dintorni della chiesa di S. Maruzza, che da essi prende il nome, nella piazzetta di S. Cosimo[42].

Mastro Bernardo Rusciglione, dalla sua classica panca vendeva nelle Quattro Cantoniere acqua diaccia di estate, acquavite, centerbe, mmiscu d'inverno. E [pg!24] d'inverno, appunto, col piano della pavimentazione delle vie, le piogge correvan giù impetuose al mare, e le Quattro Cantoniere diventavano un lago, a traversare il quale, non bastando i passaggi tenuti dal Senato[43], chi non era un disgraziato, si lasciava caricare a spalla da uno dei tanti marangoni che per un grano a persona facevan da S. Cristoforo.

Qualche viaggiatore, venuto a svernare tra noi, pensò di far sapere a chi non se l'era mai sognato, che Palermo era una città divisa da un fiume ed unita da ponti. Il fiume sarebbe stato l'Oreto; i ponti, a vedere, i pezzi di legno di passaggio, dei quali era incaricato il famoso mastro Agostino Tumminello!

Se volessimo per un momento andare oltre, dovremmo sguisciare tra la folla che assiepa la strada. Tanta gente parve ad un inglese maggiore di alcune vie popolate di Londra[44].

Più sotto incontreremmo «uno stuolo di mercatanti seguiti da una turba più folta di piccioli rivenduglioli, o rigattieri, e traffichieri minori di basse merci di comodo e di vantaggio alla povera gente». Troveremmo sarti e calzolai lavorare all'aria aperta, proprio nel Cassaro, e in tanto numero, da sorpassare ogni immaginazione; e, sparsi per terra, libri usati e, in varie fogge distesa, roba vecchia[45]; e resteremmo confusi [pg!25] alla ressa di altri venditori, i quali con panchette, attaccapanni, tavole, sporte, paniere, canestre prendon posto sulle sponde (marciapiedi); e qui, presso la Piazza, nelle quattro vie che in essa convergono, più che mai all'apparato di stoffe e di abiti che impedisce la vista, ed alle seggette (portantine) che barricano dappertutto, alla moltitudine di uomini, ai quali solo da pochi anni, per la riforma delle maestranze, è stata fatta libertà di gridar la roba che spacciano, libertà non prima concessa[46].

Sprigionatici appena, potremmo a destra e a sinistra guardare i grandi palazzi, ai cui pianterreni son pannerie, botteghe, caffè, con entrate inegualmente divise da basse colonne sostenenti l'architrave e sópravi certi quartierini che sembrano gabbie da uccelli e sono abitazioni dei pigionanti delle botteghe medesime. Non uno spaccio di grasce, non uno di annona, non un'osteria od altro che non offra carattere di pulitezza. Antiche, inviolate ordinazioni del Senato non ne consentono uno nei due corsi[47].

Sopra le botteghe grandeggiano abitazioni di persone di foro e di toga, di gente arrendata e di gente [pg!26] di penna[48]; nei «quarti (quartieri) nobili», alti impiegati e magistrati del vecchio stampo, pei quali abituale è lo spandere più del pingue stipendio, gaudenti dell'oggi, non preoccupati del domani delle loro festaiole famiglie. Agli ultimi piani, sotto i tetti, son le logge coperte dei monasteri, dove in ogni spettacolo profano, in ogni grande solennità religiosa fiammeggiano occhi irrequieti, sui quali più oltre senza secondi fini alzeremo freddamente i nostri.

In altre vie, di secondo, di terz'ordine, stanno di casa e di bottega artigiani; dalla specialità dei loro mestieri prendono nome le vie: Materassai, Sediari, Formari, Pianellari, Spadari, Cintorinai, Tornieri, Gallinai. A brevi distanze singolare è il contrasto di vita e di movimento. Silenziosi i vicoli dei Calzonai, dei Frangiai e dei Mezzani, che pur danno sul Cassaro; stridenti quelli degli Schioppettieri, dei Chiavettieri (magnani), e dei Cassari, che intronano le orecchie.

L'ab. Meli raccomanda, rimedio infallibile alla sonnolenza, lo star di casa ai Calderai, che è, secondo Galt, «il sito forse più tumultuoso di tutta Europa», dove si ammassano «considerevoli blocchi di stagno per la manifattura di lampade, forchette e di altri utensili da tavola e da cucina»[49]. Nel medesimo rione (e deve esser la Kalsa) egli vede pure una strada tutta di ricamatrici: ed il ricamo è su mussolino di Caltanissetta, città produttrice di buona tela, come Palermo lo è di nastri di ogni dimensione e colore per le centinaia di piccoli telai che vi stanno in continuo moto.

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Sconfortante peraltro è il pensare che molto, moltissimo venga manifatturato all'estero su materie prime qui prodotte e da qui partite. Un uomo d'ingegno fa osservare (1793) che l'olio siciliano è di gran lunga inferiore al medesimo olio che, mandato fuori, ritorna depurato, meno verde e più squisito; ed aggiunge: essere di pelle siciliana i cappelli provenienti dall'estero, di potassa nostra i cristalli, di canape nostra le funi, di lana nostra i panni, di seta nostra molte stoffe[50]. Carte di archivî privati in Palermo confermano la osservazione; se mai di conferma fosse bisogno.

E sì che questo è il paese nel quale il cav. de Mayer di Vienna trovò della gente che sa fare un'ascia con una sega!...

Andiamo avanti: piazza di Bologni!

La statua di Carlo V pare la figura d'un cieco che s'appoggi al suo bastoncello ed allunghi la mano andando tentoni. Ai suoi piedi cresce dell'erba, ed alla base fan brevi apparizioni pasquinate che tutti vedono e nessuno sa chi le attacchi: nè i servitori del Principe di Belmonte che vi stanno di faccia (Palazzo Riso), nè i frati del Carminello (Tribunale militare), nè i corrieri del Principe di Villafranca, che vi stanno allato.

Nell'andar su verso porta Nuova copriamoci gli occhi per non veder la Cattedrale. Dal 1780 l'ingegnere Fuga vi perpetra restauri, che sono complete trasformazioni. C'era presso i campanili, dal lato orientale, una torre, ed egli l'ha convertita in cupolone quasi quanto quello di S. Giuliano; c'erano, qui sulla piazza [pg!28] meridionale, tre ordini di merli e di finestre, e li ha caricati di tredici cupole e cupolette per altrettante cappelle edificate distruggendo i muri laterali lungo le due navate laterali, e pel necessario sfondo alle cappelle guadagnando terreno a mezzogiorno ed a settentrione. Le statue gaginesche del coro le ha piantate innanzi queste cupole, e, sopravvanzandogliene, le ha messe a fianco delle incoronazioni di Vittorio Amedeo e di Carlo III, sotto il portico! C'era.... c'era tutto un tesoro d'arte siculo-normanna e non ha avuto ritegno di sfigurarlo, disperdendone le parti più belle!

E per tanto scempio, prima non permesso, poi voluto dalla Corte di Napoli, si sono spesi centomila scudi, ed altrettanti se ne ritengono ancora necessarî alla interna decorazione, nella quale neppure un arco venerando sarà rispettato! E già si parla dell'opera con immenso vantaggio, e si gongola al pensiero che per la festa del Corpus Domini del nuovo secolo (4 Giugno 1801) il ringiovanito, rifatto tempio verrà riaperto al culto dei fedeli![51].

Stringiamoci al monastero dei Sett'Angeli, e, senza guardare al vandalismo dell'abside e del lato settentrionale del sacro luogo, rasentiamo la chiesa della Incoronata, che vide giurare rispetto a diritti siciliani sovente conculcati. Pietro d'Aragona, al domani del Vespro, vi prese la corona. Alla porta del Palazzo arcivescovile sta sempre attaccata un'elsa che ricorda quella con la quale Matteo Bonello avrebbe squarciato il petto [pg!29] di Maione, triste ministro di più triste sovrano (Guglielmo I).

E siamo già nella maggiore piazza della città, in faccia al più grande edificio: il palazzo vicereale.

Anche dopo la scomparsa delle sue primitive torri, esso fu fortezza custodita sempre da alabardieri, quando spagnuoli, quando tedeschi, quando svizzeri, e munita di cannoni dominanti da solidi terrapieni la città. Ogni parte di esso è un monumento, ogni monumento una pagina di dolore, di fremiti, di dolcezze.

Considerazioni diverse, liete e tristi, suscita la sala ove lo svevo Federico II accoglieva il fiore dei dicitori in rima, e, contrasto lacrimevole, le laterali carceri della torre ioaria o rossa, ove per ordine di lui venivan fatte morire d'inedia donne d'alto legnaggio, ree d'esser mogli di baroni, veri e presunti ribelli[52]. Il Vicerè march. de Vigliena per tutto suo piacere ruppe l'antica armonia dell'edificio. Al domani della rivolta del D'Alesi, il card. Trivulzio, malevolo verso il popolo, irriverente verso la chiesa, la fortificò di due baluardi (1649) distruggendo il tempio della Pinta fondato da Belisario, capitano di Giustiniano Imperatore: tempio rimasto celebre per l'atto che da esso prese nome. Quella che è ora scuderia (risibile fortuna delle umane cose!) fu aula dei Parlamenti della nazione: ed un affresco, che riproduce l'apertura solenne di uno di essi, sta di fronte ad un altro: che è tutta la messa in iscena di un auto-da-fè. Sulla volta della nuova sala dei Parlamenti, nei piani superiori, [pg!30] il principe di Caramanico fece dipingere la Maestà regia, protettrice delle scienze e delle arti (1787). S. M. però la volle più tardi cancellata per farvi dipingere dal Velasquez le forze di Ercole, delle quali, non più giovane, Ferdinando III si sarà compiaciuto più che dell'arcadia allegoria.

Vicerè e Presidenti del Regno vi ricevettero baciamani di patrizî ed inchini di dame, piati di litiganti e suppliche di rei, voci di plauso ed urli di sdegno; e tra sorrisi e lacrime, tra carezze e minacce, tra condanne e grazie passarono non pure il decretato triennio, ma anche la conferma di altri triennî, invocata al monarca dai tre Bracci parlamentari che sovente li detestarono.

Vediamone qualcuno di questi potenti, che fecero tremare mezza Sicilia, ma che pur tremarono la parte loro al ruggito di una sommossa. Li troveremo dipinti nell'anticamera dei vicereali appartamenti, ritti, imponenti come per dirti: — Guarda chi siamo! —

Ecco la mingherlina figura di D. Giovanni Fogliani de Aragona, Marchese di Pellegrino (che però non è il nostro diletto monte!). Chi gli avrebbe mai detto che in un momento d'inconcepibile tumultuazione delle maestranze sarebbe stato mandato via? egli così affezionato al paese, egli che ne cercò, come meglio seppe, il pubblico bene, che ne sostenne con larghe limosine i poveri, ne protesse in ogni maniera la sicurezza! Oh andate ad aspettarvi la gratitudine dei popoli! Che bel parruccone questo suo! Dal 1770 in poi non se ne vide uno più prolisso; come non si vide viceregno più lungo del suo; la bellezza di quasi diciott'anni! Il suo naso potrebbe far credere ad un avido succhiatore di [pg!31] sangue; ma le sue opere furono di uomo bonario quasi altrettanto che il Principe di Caramanico, col quale ebbe parecchi punti di somiglianza. Perchè, entrambi ebbero un gran debole per le feste e la nobiltà; entrambi amarono il sapere e ne protessero generosamente i cultori; e come il Fogliani non se ne sarebbe andato senza la frenesia popolare, così questo vi sarebbe forse rimasto con la fiducia del Sovrano, se la morte non lo avesse colto all'improvviso.

Ecco Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, magro, diritto, dal corto parrucchino e dal bastone.... coi fiocchi. Come splende l'anello che porta al mignolo! Si direbbe che egli se ne tenga quanto della discendenza dal Vicerè suo omonimo, quanto delle carezze che riceve dai titolati e che ai titolati largamente profonde, quanto delle ordinanze che emanò a favore dell'annona e contro la forza operaia nei baluardi. Dicono avesse velleità poetiche; ma il ritratto non lo accusa: e nessuno sognò mai che partendo malaticcio da Palermo potesse perpetrare versi di amore, come quelli per La partenza da Clori, trovati autografi nel suo scrittoio:

Sorge l'infausta aurora,

Deggio partir, ben mio.

Ti lascio in questo addio

Un pegno di mia fè....

Ma già il nocchier s'affretta

Le vele a sciorre al vento.

Ecco il fatal momento.

Mi sento ohimè mancar!

Il Principe che si sdilinquiva per la poetica Clori, era marito, padre e nonno!... [pg!32]

Ecco D. Domenico Caracciolo, Marchese di Villamajna. Disimpacciato dal vicereale paludamento, tende in avanti la mano in atto imperioso: espressione della sua indole autoritaria in lineamenti comunali, che mal rivelano la irrequietezza del suo pensiero. Quell'atto compendia la storia di un governo: cinque anni di scatti e di calme, di vittorie e di sconfitte, di esaltamenti e di depressioni: lotte continue tra un carattere non pieghevole a transazioni e la necessità di ripieghi, che furono scomposta rassegnazione e dovettero parere indifferenza.

Che vita di agitazione quella sua! Che rumore di discussioni attorno alla sua condotta! Ogni ordine di cittadini ebbe parole violente all'indirizzo di quest'uomo, che affettò il più profondo disprezzo della pubblica opinione. Gli artigiani fremettero d'aver avuto tolto lo spadino dal fianco e di essere stati diminuiti nelle antiche loro rappresentanze; i civili, impermaliti delle restrizioni al libero esercizio delle loro professioni, lo misero alla gogna; i nobili, in odio ai quali egli, cadetto, ma portatore di titoli nobiliari, ridusse loro gli sconfinati privilegi, lo detestarono del pari che gli ecclesiastici, altri bollandolo come paglietta napoletano, altri additandolo novello Argante,

D'ogni Dio sprezzator, e che ripone

Ne lo scettro sua legge e sua ragione.

E in questa sala, ov'egli protende il dito altezzoso, si ripercuote ancora la sua voce altisonante: e la storia non tace il po' di bene che egli fece in mezzo al molto che non gli fu consentito di fare: ma non dimentica [pg!33] che agli occhi di chi lo conobbe appena tornato in Napoli l'antico ateo diventava ligio alla Corte Romana ed a quel pontefice che egli avea chiamato il gran muftì, e che l'uomo gaio appariva un buffone[53].

Ecco il piacevole D. Francesco D'Aquino, Principe di Caramanico, il quale tra il plauso dei letterati e gli ossequî dei patrizî sbarcò nove lunarî fino ai primi giorni del 1795. Ha cinquantasei anni, e ne mostra dieci di più, non ostante il suo viso rubicondo. Ha naso adunco, ma non fu un vampiro; fa un gesto di comando, ma solo per posa accademica: e pare non dimentichi le grazie sconfinate di Maria Carolina che lo levarono alla non prima sognata grandezza di Vicerè.

Tanta grandezza non può non destare un senso di profonda mestizia. Le ceneri del Caramanico giacciono inonorate, neglette nella chiesa dei Cappuccini, coperte da un semplice mattone. Tra' nobili i quali, appena morto, offrirono di ospitarne la salma nelle loro superbe sepolture, e la famiglia in Napoli, che si riserbava di richiamarla nella propria, si interpose la negligenza, lo abbandono, l'oblio!

In mezzo all'uno e all'altro di questi Vicerè superbiscono Presidenti e Capitani Generali del Regno, Vicerè [pg!34] provvisorî con facoltà quasi vicereali: il giovialone D. Egidio Pietrasanta, Principe di S. Pietro, Tenente Generale dell'esercito per la prima assenza del Fogliani (1768); D. Serafino Filangeri dei Principi di Arianello, benedettino cassinese napoletano (1773 e 30 Giugno 1774), solenne nel costume di prelato, modesto in quello di Presidente, involontariamente altero nella mossa della destra a guisa del Carlo V della piazza Bologni; e D. Antonio Cortada e Brù (1778), D. Gioacchino de Fons de Viela (1786) e D. Filippo Lopez y Royo, che pare smentisca il severo giudizio dell'ab. Cannella[54].

Da poco nell'antica torre di S. Ninfa, dallo Osservatorio Astronomico si leva gigante alla contemplazione del cielo l'ab. Piazzi, che presto darà al mondo scientifico la scoperta della Cerere e la numerazione delle stelle. «Un re eresse la torre, un altro la destinò a più nobile uso»: così dice una iscrizione latina sulla porta della Specola, alludendo a Ruggiero il Normanno ed a Ferdinando III Borbone.

Dalla terrazza di quest'Osservatorio girando attorno lo sguardo, lo spirito si sublima in una veduta che non ha confronti. La riviera compresa tra il Capo Zafferano e l'Arenella si stringe ai lambiti del mare di cobalto, carezzante la città bella. Palermo è tutta dentro le sue vecchie mura. Logge, cupole, campanili, si contano ad uno ad uno: e chiese, monasteri, conventi, palazzi, istituti si discernono in mezzo alle torri di Rossel (Albergaria), di Terranova, di Pietratagliata (Loggia), di [pg!35] Vanni, di Chirco, di Rombao, della Pietà, di Cattolica, alla Kalsa, il turrito tra' quartieri.

Le seduzioni politiche dei Vicerè, favorite dalla debolezza del Senato, tolsero ai baluardi i cannoni, resi, peraltro, inutili alla difesa, nocivi alle circostanti case. Quei cannoni furono imbarcati per Napoli; ma lunghesso la costiera altri ne rimasero (una sessantina circa), all'Acqua dei Corsari, al Sacramento, a S. Erasmo, alla Garita, alla Lanterna del Molo, all'Arenella ed altri ancora al forte del Castello, che però il sospettoso Governo tiene con le bocche parte sul mare, parte sugli inermi cittadini.

Siamo di primavera, e tutta verdeggia la Conca.

Nelle campagne che a vista d'occhio vanno a perdersi a pie' dei monti Gallo, Belampo, Billiemi, Caputo, Cuccio, Grifone, Gerbino, Gibilrossa, Solunto, lussureggiano viti ed aranci, olivi e mandorli, agavi ed opunzie.

L'aspetto di questi monti è d'un colore indefinibile tra l'azzurrognolo ed il rossastro se nudi; e se coperti di alberi, disseminato di macchie folte, irregolari, come capricciose, finchè lo comportino le immani rocce e le piccole balze, dove cadenti in bruschi ciglioni a picco, dove correnti in dolci linee di curve, di rialzi, di frastagliature, di punte, lisce, dentellate, taglienti, non tentate mai dalla mano dell'uomo.

A sinistra, sotto il crine meridionale del Pellegrino, a cavaliere della collina declinante verso l'Acqua santa, sorgerà tra non guari la villa Belmonte, ed al lato occidentale la Favorita, che dei rimpianti ozii di Capodimonte e di Caserta compenserà l'esule Ferdinando. Anche lontane, anche poco visibili, son sempre maestose [pg!36] laggiù le cospicue ville, anzi i grandi palazzi di Niscemi-Valguarnera, di Cassaro, di Montalbo, di Castelnuovo. Ai cipressi del finto eremo, alla chiesetta che questo fiancheggia, l'occhio distingue la villa Resuttano dalla villa Moncada, maravigliosa per verzieri, boschetti, labirinti, fontane, peschiere, statue e viali coperti; la villa Pandolfina dalla Airoldi, il cui padrone, custode della Legge, ha potuto in onta ad essa occupare un terreno.... pubblico.

Ed altre ed altre ancora son le ville della fatata pianura, e tutte, più o meno, si legano senza unirsi, si affiancano senza confondersi, in una gara di opulenza e di grandiosità, di fastigio e di spensieratezza. Il Conservatorio delle Croci, avanzo di una di queste ville (Cifuentes), non è più l'officiale albergo di nuovi Vicerè alla vigilia del loro solenne ingresso nella Capitale; ma Ospizio pietoso di povere orfane.

Dietro a noi, lassù, è il divin tempio in Monreale; e a destra della via che ad esso conduce, la Zisa, «il più bel possesso del più splendido dei re del mondo», secondo la iscrizione araba del coronamento della facciata dell'edifizio, che Guglielmo I incominciò ed il figlio «a tutta sua cura volle serbare».

Ma da questa terrazza non tutto ci è dato vedere; saliamo più in alto, torno torno alla Specola.

La Cuba, che a sinistra fronteggia quella via, è malinconica superstite degli ameni giardini, pei quali potè esser chiamata: «Paradiso della terra». Non più con imperiale pompa Arrigo VI vi riceve i commissarî della Repubblica di Genova, venuti a ricordargli le pattuite concessioni; non più, novellando il Boccaccio, [pg!37] Federico l'Aragonese vi tiene la vaghissima Restituta, dai marinai siciliani rapita in Ischia. Alla orientale immagine dell'Arabo Ibn Gubayr, valentino, intorno i manieri della Cuba e della Zisa sopravvive la gentile leggenda popolare, creduta anche dal Fazello, che Cuba e Zisa siano nomi di due figliuole d'un emiro di Sicilia; e la Cuba è dal seicento quartiere dei militari, i quali vi compiono l'opera devastatrice del tempo, e la Zisa, più fortunata, accoglie i Principi Sandoval[55].

A destra gli orti si alternano coi frutteti, i monumenti antichi attendono la giocondità dei moderni. Di costa, sulla sponda sinistra dell'immenso arido letto dell'Oreto, sorge deserta la chiesa di S. Spirito, ove col novello cimitero di S. Orsola il Caracciolo ha voluto, proprio al quinto centenario del Vespro Siciliano, confondere nelle medesime fosse i trucidati del 31 Marzo 1282 coi morti dal 1782 in poi. E i cittadini ne mormorano ancora come di offesa alle loro sacre memorie, e le famiglie dispettano di farvi seppellire i loro cari. Quivi, di fronte, sul poggiuolo di S. Maria di Gesù, i frati Osservanti furono spettatori dell'eccidio. Ora i loro successori, forse immemori, vivono la stretta regola di S. Francesco d'Assisi. Nella contrada di Falsomiele l'occhio corre in cerca del Monastero delle Basiliane, ma esso non c'è più, e la loro tradizione si continua raffinata nella vita delle monache del Salvatore nel Cassaro.

Solitario e triste, S. Giovanni dei Leprosi ospita [pg!38] infelici, che la demenza e la etisia han condannati all'ostracismo. Un cuore di donna li redimerà presto e li rifarà esseri umani tra uomini. Oh anche la Regina Carolina ha un po' di carità![56].

Lì presso, sul greto del fiume, è il ponte dell'Ammiraglio del Conte Ruggiero, Giorgio d'Antiochia, e sulle scarse acque vagolano di notte in bianche vesti le anime dei giustiziati sepolti nella vicina chiesa di S. Antoninello. E non molto discosto l'arabo castello della Fawarah o Maredolce, voluttuosamente cantato da' poeti musulmani; tra' quali fu chi disse: «Ciò che ho descritto l'ho visto coi miei occhi; ed è certo; ma se sentissi racconti di delizie eguali a queste, io li reputerei invenzioni assai sospette».

Spiccata la differenza di vita e di natura, di storia e d'arte in questa variopinta Conca d'oro! A destra tutto parla del passato; a sinistra tutto brilla del presente; là tutto è vecchio; qua tutto è nuovo. Ad ogni passo che si muova da quel lato è un'orma profonda di emiri e di principi normanni; ad ogni passo che si faccia da questo, è un'eco solenne di nobili palermitani. Non alla Guadagna, non a Falsomiele, non a S. Maria di Gesù ha cercato l'aristocrazia dolci riposi, ma più in là, più in là ancora, alla Bagheria; e dall'altro ai Colli. Dove cappelle, palazzi, flore sorgevano a testimoniare [pg!39] la sapiente grandezza dei Chiaramontani fiammeggiarono roghi paurosi ed echeggiarono strida raccapriccianti.

L'occhio è già stanco: rientriamo nel santuario del Piazzi. Guardato o no, il mare splenderà sempre ai raggi fulgenti del sole; l'aura carezzerà alberi e piante, ed al sorriso perenne d'un azzurro purissimo il cielo sarà sempre in perpetua festa di bellezza e di sublimità.

È tempo ormai di lasciare questo incanto, senza neanche affacciarsi là ove prima avremmo dovuto lungamente deliziarci. No, la Cappella palatina non va profanata con uno sguardo fuggevole alla guisa dei futuri touristi del sec. XIX. Visita di questa maniera potrebbe far credere ad incoscienza quel che è semplice nostra imperizia. La sorpresa che al primo entrarvi colpisce, lo stupore che invade appena alla temperanza della mite, dolcissima luce cominciano a scintillare i fulgidi mosaici, a disegnarsi gli arabeschi, a profilarsi le figure, a comporsi in un tutto l'armonia architettonica di quel tesoro d'arte, che pare prodigio di celesti ed è opera di uomini, toglie all'ammirazione la parola.

Qui potrebbe, pel molto ancora che ci resta, troncarsi la nostra passeggiata; ma vi son cose che non dobbiamo trascurare. Noi non abbiamo idea di quel che sia un rione popolare della città; l'Albergaria ne è il tipo: e facile è lo andarvi per la discesa del Piano del Palazzo sino alla piazzetta dei Tedeschi, ove alabardieri alemanni, guardie del corpo dimorano.

Noi non ci avventureremo in questo laberinto di straducole anguste, meandri tortuosi che si aggirano ed avvolgono, di usci che mettono in ignoti chiassuoli, [pg!40] di tane ove così di sovente brulicano come vermi esseri umani. A noi non importa se intatte siano le vecchie casupole, inalterati i nomi dei vicoli e dei cortili, fresca la memoria di scene, due, tre volte secolari; se refrattarî ad ogni novità vigano i costumi d'una volta. Potremmo tutt'al più mettere il piede nel vicolo di quel Matteo lo Vecchio che fu il più efferato aguzzino sotto il breve tempestoso regno di Vittorio Amedeo e maestro insuperato nell'arte di ordir calunnie, preparar denunzie, eseguire catture, onde di poveri accusati le carceri pullularono. Potremmo affacciarci all'antro recondito ove Anna Bonanno, la famigerata vecchia dell'Aceto, manipolò fino a ieri (1782) beveraggi arsenicati per amanti che vagheggiavano scellerati disegni sopra molesti rivali; sì che mariti e mogli misteriosamente finirono. Potremmo anche accostarci a guardare la finestra alla quale si fermava fanciullo Giuseppe Balsamo, il futuro Conte Cagliostro, e donde la madre e la sorella di lui fiduciosamente salutarono W. Goethe, venutovi a conoscerle ed a raccoglier notizie sulla infanzia del celebre impostore (1787). Potremmo anche deplorare il sopravvivere di pratiche refrattarie ad ogni umano progresso. Nient'altro che questo.

Ma nelle strade Maestra e di Porta di Castro rumoreggiano confusamente i venditori: e non si riesce a sentire neanche i carretti che ci minacciano alle spalle, carichi di barili di quel di Partinico o di verdure di Denisinni e dei Settecannoli; nè i venditori ambulanti, che con le loro immense canestre c'impediscon l'andare, o ci tolgono il vedere i cento usci ingombri di merci pendenti dagli stipiti od ammucchiati ai fianchi. Una [pg!41] sequela interminabile di bottegucce ti dà la mostra di quel che in esse si spacci: dalle brocche e dalle pentole al nocciolo ed alla carbonigia, dalle funicelle e dagli spaghi alle punte ed alle cordelle, dalle sporte e dalle ceste alle ferule ed alle granate: e pane e pasta e carne e gli avanzi delle frutta di inverno.

Quando tu credi di uscir di tanta confusione sboccando a Ballarò, allora il frastuono accresce lo sbalordimento. Altre botteghe con altre merci si succedono come rincorrendosi a destra ed a sinistra: ed un vinaiuolo grida come nella Fata Galanti del Meli[57]:

Tasta ch'è di Carini, veni, tasta!

ed uno spillettaio:

Haju spinguli, agugghi e jiditali,

Haju curdedda pri faudali!

E nel mezzo, tra la gente che deve comprare, e lesina sul quattrino, rigattieri (pescivendoli), erbivendoli, panettieri, fruttaiuoli: e comari che cicaleggiano, e facchini che si bisticciano, e monelli che dagli schiamazzi non fanno udire un nuovo bando che il Senato pubblica.

Più in su, verso il piano del Carmine, o verso quello di Casa Professa, i caminanti (spacciatori di libretti e stampe popolari) vendono per due, tre grani le storie di S. Alessio e di S. Cristoforo e quella di Piramo e Tisbe, men ricercata del contrasto tra la Suocera e la Nuora, della Storia della vecchia che ha perduto il gallo e la Leggenda delle Vergini, [pg!42] che Napoli in numero straordinario di copie riversa su Palermo.

Qui come negli altri rioni fanno le loro frequenti affacciate i soliti cantastorie col loro ricchissimo repertorio di pratiche religiose per tutte le feste dell'anno, di preghiere per tutti i giorni della settimana, di orazioni per tutti i santi di Palermo, di leggende per tutti i fuorusciti della Sicilia e per tutte le novità più clamorose. Nuova di zecca quella di Testalonga; sempre nuova e sempre vecchia quella della Principessa di Carini, e per poco che ci accostiamo, udremo la patetica ottava sopra i due sfortunati amanti:

La Vernagallu, beddu Cavaleri,

Di Carini a la figghia fa l'amuri.

Ma cchiù chi cci usa modi 'nnamureri,

«Pri mia fôra (idda dici) Don Asturi».

Iddu la voli in tutti li maneri,

Cci va d'appressu e l'invita a l'amuri;

E currennu, a la fini, da livreri

La junci, e tutti dui dicinu: amuri.

Nata di fresco una filastrocca, che a Ballarò si canticchia ad onore e gloria del Pretore Marchese di Regalmici:

Quant'è beddu stu Prituri,

Ca nn'ha fattu lu stratuni!

Fici 'i Quattru Cantuneri

Pri li frati e li mugghieri....

E ci si ride sopra amaramente pensandosi che mentre si fanno tante spese di lusso, il costo dei viveri cresce a marcio dispetto di tutte le mete e di tutti i Pretori. [pg!43]

Intanto che ci troviamo nel più antico e popoloso mercato, non vorremmo prender conto del prezzo di qualche derrata? Oh sì: esso ci potrà essere certamente utile. Fissiamo la data: 1798. Ecco: v'è del pane di prima qualità per dodici grani e tre danari un rotolo; la gente lo vuole a forma di guastidduni e di puliddi (la forma più grande, cioè, e la mezza forma): e grida se non è del peso regolare di un rotolo e mezzo, e magari due, per un tarì. Della pasta bianca come cera di Venezia si ha per dieci grani e quattro danari. Di carne non si fa molto consumo; e di Venerdì e Mercoledì e nei giorni di vigilia, non se ne cerca altro che per gli ammalati, la migliore però si ha a tre carlini e tre danari, quanto l'olio. Le galline abbondano, ma chi volete che ne mangi a tre tarì l'una, quando fino a pochi anni sono (1794) costavano due tarì e sei grani quanto le paga l'Ospedale grande e nuovo? Le uova son tre grani l'uno; il carbone non va a misura, ma a peso, anche a minuto; ed un rotolo si paga cinque grani; un quartuccio di vino sette; un rotolo di sapone, sedici; uno di formaggio, ventotto; uno di sugna, due tarì e sedici grani[58].

Non diversi gli altri mercati, sia quello della Fieravecchia, sia l'altro del Garraffello, che da poco il Senato, pur biasimandone il nome, ha battezzato Caracciolo, ed il volgo, Vucciria: titolo che un sedicente romanziere nel 1870 dovea derivare, non già da beccheria (boucherie), ma dalle voci che vi si fanno![59].

[pg!44]

Questa la città nella rapidissima visita che ne abbiamo fatta. Ma chi sono, e che sono essi i cittadini alla fine del secolo?

Ecco una breve statistica, buona a far capire molte cose.

Fissiamo la data anche qui: l'anno 1798. La popolazione, secondo l'ultimo rivelo o censimento, è di 148,138 abitanti. Esistono 38 conventi, 39 monasteri, 152 chiese con 7379 preti, frati, monaci e monache. (Avvertiamo qui una volta e per sempre che per convento in Sicilia s'intende monastero, con uomini; e per monastero, convento, con monache; ma di ciò, meglio a suo luogo, cioè nel capitolo dei Monaci e delle Monache).

Moltissimi, come più innanzi si vedrà, i nobili tra autentici e falsi, tra veri, presunti e sedicenti. Il ceto medio o civile è sempre ascritto a corporazioni: e tra esse va ricordato il collegio dei medici, quello degli aromatarî, dei dottori, dei procuratori, dei sollecitatori e le nazioni dei Napoletani, dei Genovesi, dei Milanesi. Numerosissimi gli artigiani, divisi, non ostante i vicereali decreti, in maestranze di argentieri, caffettieri, barbieri, fornai, cocchieri, bordonari.

Queste cifre sono officiali; ma vanno controllate medesimamente che quelle del censimento del 1774, nel quale per un malinteso interesse delle loro chiese, i parroci fecero riveli per 216,000 anime, compresi i sobborghi di S. Lucia e di S. Teresa, dei Colli e di Bagheria, ed esclusi 6000 ecclesiastici: rivelo così sorprendente da eccitare i patriottici ardori del Villabianca, che esclamava:

«Faccia Dio onnipotente colla sua infinita beneficenza [pg!45] portare avanti siffatto aumento costantemente nell'avvenire, e un anno miglior dall'altro, a gloria del suo servizio ed a vantaggio di essa metropoli!». Così i parroci potevano di buona fede nel 1774 far credere al loro ordinario, Monsignor Filangeri, stragrande il numero delle anime commesse alle loro cure; e nel 1798, forse accortisi dell'errore di ventiquattr'anni prima, o forse insospettiti della fiscalità governativa, inacerbita nelle forme più insidiose di contribuzioni volontarie e forzate, di mete e di balzelli comunali, poterono scendere al numero che abbiam visto di poco più che centoquarantottomila abitanti. Esagerazione la prima, all'indomani della rivolta del 1773; esagerazione la seconda, alla vigilia della entrata delle armi repubblicane di Francia in Napoli.

E allora qual'è la verità?

La verità non si sa, ma si suppone: e la supposizione è questa: che nel 1774 la popolazione potè essere di circa 184,000 anime, e nel 1798 potè giungere a 200.000! Così la pensa un bravo nostro statistico, il quale, ha delle cifre in mano per affermarlo[60].

Ora che da buoni palermitani abbiam fatto un po' di giro, guardando dove l'una, dove l'altra delle particolarità della città nostra, non vorremmo noi sentire quel che di essa dicono i forestieri? Perchè, altra è la impressione d'un paesano, altra quella d'uno straniero. Al paesano sfuggono le cose alle quali egli ha, fin dai suoi primi anni, abituato l'occhio; mentre quelle medesime cose allo straniero si appresentano, per poco che [pg!46] egli le veda, come nuove o caratteristiche. Per lui tutto è curioso: le vie, le case, i monumenti, gli abitanti, e, degli abitanti, il vestire, il muoversi, il gestire, il chiacchierare. Grande perciò il contrasto fra il giudizio del nazionale e quello dello straniero: mentre poi si completano entrambi a vicenda.

Degli ultimi trent'anni del sec. XVIII abbiamo quasi trenta libri di viaggi in Sicilia. Alcuni si ripetono: e noi, che siam costretti a brevità, dobbiamo restringerci a pochi, i quali valgono i molti.

Primo nel nostro interesse viene Jean Houel, architetto e pittore del Re di Francia. Data del suo viaggio: 1782.

«La situazione della città, egli dice, è felicissima; lo spettacolo del mare, delle colline, delle montagne, trasformandosi in aspetti deliziosi, rende questo suolo più che adatto a formare artisti. Palermo è piena di monumenti pubblici, di chiese, di monasteri, di palazzi, fontane, statue, colonne: non tutto è bello, non tutto di secoli di buon gusto; ma tutto è buono ad attestare che questo popolo ha amore alle arti e genio di decorazione.

«Le acque sorgive vi sono abbondantissime, e non v'è rione che non abbia le sue fonti, per lo più di marmo, tutte ornate di sculture, tutte d'acque copiosissime».

Questo delle fontane è un ricordo prezioso per noi. Dentro e fuori la città se ne incontrava sempre qualcuna. Due, per esempio, erano a Porta Felice, addossate ai grandi pilastroni; due fiancheggiavano, come vedremo in quella piazza, il teatro della musica alla prossima via Borbonica (Marina). Tra la prima e la [pg!47] seconda casetta di questa via, nello spessore della cortina (bastione delle Mura delle Cattive) era una ricca sorgente, alla quale andavano ad attingere gli acquaiuoli ambulanti della passeggiata[61], ed a fornirsi pei loro viaggi i legni ormeggiati alla Cala, come quelli del Molo si fornivano alle due fonti a lato dell'Arsenale. Ve n'erano a Porta Reale, a Porta S. Antonino. Con premurosa curiosità additavasi quella nella quale in forma di sirena l'innamorato Vicerè Marcantonio Colonna avea voluto ritratta la indimenticabile Baronessa di Miserandino, che gli fece incontrare avventure romanzesche. Dentro città, una piramidale eravene nel piano del Carmine (1795); una in quello del Monte di Pietà; altre sotto lo Spedale di S. Giacomo, alla Fieravecchia, nel piano della Conceria, nella piazzetta di S. Francesco, alla Bocceria, dietro le regie Carceri. Eccellente reputavasi l'acqua di Vatticani, nel Cassaro, e l'acqua del Garraffello, presa a tipo di leggerezza e freschezza in Palermo, a termine di paragone in tutta Sicilia. E chi lo ignora? Essa a quanti ne bevevano dava come il battesimo della scaltrezza e della avvedutezza dei Palermitani. La sua fama giunse fino alla Corte di Napoli; quando questa giunse a Palermo, volle esserne servita nei caldi giorni di estate, mentre dell'acqua pretoria beveano abitualmente molte famiglie nobili, i cui servitori in lucide mezzine di rame andavano a provvedersene all'ora del desinare.

Cent'anni dopo, molte di queste acque, già proprietà del Senato, erano parte per vicende telluriche [pg!48] o per appropriazioni indebite scomparse, parte per dichiarazione dei batteriologi inquinate!

Torniamo ai viaggiatori.

Pel naturalista tedesco Stolberg, «mediocremente larghe sono le vie del Cassaro e Macqueda: e sarebbero belle se gli abitanti delle case fossero eletti. Ogni apertura ha il suo balcone a ringhiere ferrate, le quali danno alle vie un aspetto tutt'altro che bello, specialmente se lavorate con poco gusto. In certe strade larghe ci si sta come in gratelle di ferro»[62].

Ad un connazionale dello Stolberg, non pur le ringhiere, ma anche l'architettura delle chiese, le variopinte decorazioni delle case a colori stridenti sembrano meridionali[63]; e ad un altro, tedesco anch'esso, tutto si presenta diverso dal continente[64]: un insieme singolare e bizzarro, pieno «di vita e di operosità», un paese ove «anche uno sguardo fugace vede il centro del benessere siciliano:... e commercio ed arti»[65].

«L'affabilità ed onestà dei Palermitani, peraltro, rende sommamente gradito ai forestieri questo soggiorno»[66]. Fatidica poi la previsione di Houel: «Palermo diventerà una delle migliori città del mondo; [pg!49] l'Isola della quale essa è Capitale, coltivata come un giardino, potrà essere la più deliziosa abitazione della terra»[67]. E già nel 1814, per Kephalides, Palermo era «un vero paradiso!»[68].

La nostra passeggiata è andata troppo in lungo perchè ci sia consentito di prolungarla dell'altro. Siamo a mezzogiorno, e si pensa a desinare.

Un'onda di forensi, chi a piedi, chi in carrozzelle, chi in portantine, scende dai tribunali del Palazzo del Vicerè spargendosi per tutta la città. Compiuta la via crucis dei loro ammalati, i medici rincasano stanchi delle sofferenze udite e viste. Scolari d'ogni età e d'ogni disciplina, fornite le lezioni antemeridiane, si affrettano verso le loro abitazioni. Le botteghe si chiudono, le strade si spopolano. Un tedesco che le vide disse: «Come diventi il Cassaro, non può meglio esprimersi, che paragonandolo alle nostre vie a mezzanotte».

La siesta dura ordinariamente due, tre ore, nelle quali ognuno schiaccia il sonnellino pomeridiano principiando dalla primavera e finendo all'autunno ed anche più in là; gli ecclesiastici, dal 3 Maggio al 14 Settembre, ricorrenze commemorative della Santa Croce consacrate nel detto: A Cruce ad Crucem.

Poco dopo le vent'ore (4 prima dell'Avemmaria) tutto torna all'ordinario; il movimento si riattiva, si ripopolano le vie; fanciulli e giovani raggiungono le [pg!50] loro scuole e, se di vacanza, le ville delle pie congregazioni alle quali sono ascritti[69].

In estate, si va alla Marina.

Noi la vedremo più innanzi questa Marina deliziosa; qui non vogliamo, con una pallida descrizione, sfruttarne l'entusiasmo.

Vediamo, invece, la città di sera.

L'orologio di S. Antonio batte la castellana (due ore dopo l'Avemmaria). Una volta questo segno imponeva agli artigiani la chiusura delle botteghe; ora (1787) lascia ad essi le facoltà di tenerle aperte: indizio della lenta evoluzione dei pubblici costumi[70].

Le porte della città si chiudevan tutte; ma gli abitanti de' sobborghi ne soffrivano disagio: e più volte ebbero a muover lagnanze al Pretore contro la vieta pratica, che li condannava a rimaner fuori quando avean bisogno di entrare; e viceversa. Tra le lagnanze più insistenti eran quelle degli abitanti presso S. Teresa, i quali domandavano che Porta di Castro, almeno fino a due ore di sera, rimanesse aperta, come gli altri di fuori Porta di Termini (oggi Garibaldi), insistevano perchè l'apertura si protraesse tutta la notte[71].

[pg!51]

Il Senato concedeva l'uno e l'altro, e S. E. ordinava guardiani ad hoc[72].

L'appetito viene mangiando: e quei di S. Teresa, «non contenti delle due ore, chiedevano completa libertà di entrata ed uscita da Porta di Castro di notte»; e poichè stavolta il Senato facea orecchie da mercante, il Re emanava provvedimenti in proposito[73].

Porta Felice, spalancata di estate, si chiudeva a tarda sera d'inverno, quando, cioè, l'orologio grande dello Spedale di S. Bartolomeo (S. Spirito) sonava la mezzanotte, se pure l'orologiaio D. Francesco Melia non pigliava un'ora per un'altra nel caricarlo[74].

Sul vecchio catenaccio di questa porta scherzavasi con l'indovinello d'un poeta d'allora:

Cu' fu lu mastru quali fabbricau

Lu catinazzu di Porta Filici?[75]

La quistione delle Porte era grave, anche per l'ordine pubblico. Alcune di esse costituivano un pericolo permanente per la morale e la igiene. Porta di Termini, ad esempio, prolungandosi quanto l'androne sottostante alla Congregazione della Pace, di giorno era popolata di ciabattini, ma di sera, essendo al buio, diventava rifugio di malviventi. Porta S. Antonino di Vicari formava un lungo tratto di via coperta, che era un orrore. Erasi [pg!52] gridato a perdigola contro la indecenza di certa gente che vi si andava a ridurre come a luogo innominabile; ma solo il 2 Gennaio 1789 il Vicerè si decise a farla finita. S. E. affidò al Principe di Mezzoiuso l'incarico delle opere necessarie alla cessazione dell'indegno spettacolo; ed il bravo Principe, senza pastoie di commissioni, senza lustre di contratti, fece diroccare un pezzo del bastione, ricostruire molto più ampia, in linea della via Macqueda, la porta, e nel nuovo spazio di dentro ordinò botteghe, e di fuori fontane secondo l'architettura della Porta Carolina (Reale).

Ma le porte non si toglievano; anzi le vecchie si rifacevano o si rimettevano a nuovo[76].

Meno le due vie principali, il piano del Palazzo, la via Alloro ed altre di second'ordine, delle quali il Senato prendeva speciale interesse[77], tenendovi fanali che anche oggi sarebbero singolare ornamento[78]; la maggior parte della città rimaneva al buio. Solo qualche rado lumicino e la scialba luce delle lampade innanzi le edicole dei santi rompeva le fitte tenebre delle viuzze [pg!53] e dei cortili quando la città era immersa nel silenzio della notte[79]; e se un improvviso lume guizzava, era fugace come il passaggio d'un signore che, dopo una leziosa conversazione o una disastrosa partita alle carte, frettolosamente rincasasse accompagnato da lacchè con torce a vento o da un fedel servo col lampioncino acceso.

Preceduta da un «cavarretta», che rischiarava strade e viuzze[80], la ronda andava in giro. Ogni persona dubbia che incontrasse, la ronda la fermava, ed il cavarretta con la sua lucerna fissavala di sorpresa. Per poco che un sospetto cadesse su lei, veniva tratta in arresto.

Una canzone, nata e cantata nel Luglio del 1774, ricorda la severa pratica:

Pigghiannu la lanterna

Mittennula a la facci,

Chiddu chi 'un avi 'mpacci,

Già vota e si nni va.

La qualificazione di porta-lanterna anche oggi viene applicata al più spregevole aguzzino, e, per traslato, a chi commette azioni birresche. [pg!54]

La oscurità non poteva non favorire anche il mal costume, fomentato soprattutto dall'eterno bisogno. Dove quella era più fitta, quivi si raccoglievano male femine, delle quali era una vera falange. Nel rione dell'Albergaria esse infestavano luoghi reconditi, attiratevi specialmente dalla vicinanza dei quartieri militari. Il vicolo degli Zingari, presso Porta di Castro, parla ancora. In tutta la città però queste sacerdotesse di Venere si raccoglievano all'ombra delle conniventi pinnati[81], numerosissime anche dopo il provvido repulisti che ne fece, Pretore il Regalmici, la Deputazione delle strade[82], e per vecchio costume riducentisi in que' posti del Cassaro che agevolavano le fermate e ne proteggevan le clientele; onde il titolo di cassariote col quale le vedremo[83].

[pg!55]

[Capitolo III.]

PULIZIA E CONDIZIONI IGIENICHE DELLA CITTÀ; BANDI DI PALERMO!...

Una delle ultime forme, e forse l'ultima, di quella specie di magna charta della pulizia urbana, che nel suo complesso organico apparve nel 1782[84], sul finire del secolo ammoniva gli abitanti di Palermo de' loro doveri «per il mantenimento e limpidezza delle strade di questa città e suo territorio».

Il 22 aprile del 1799, infatti, con tanto di visto del Principe di S. Giuseppe sindaco, veniva bandito un lunghissimo ordine regio pel decoro e la nettezza della Capitale e per la salute dei suoi abitanti.

Chi ne scorra oggi i cento e più articoli, non può non riconoscervi un documento di civiltà moderna: e vorremmo tutto metterlo sotto gli occhi del lettore [pg!56] se dal farlo non distogliesse la soverchia lunghezza di esso.

Nella impossibilità materiale di riportarlo nella sua interezza, noi dobbiamo contentarci di un magro spoglio delle cose più utili a far conoscere usanze inveterate, e, con esse, condizioni topografiche, interne ed esterne della città, in mezzo alle quali si movevano padroni e servi, venditori e compratori, pedoni e cavalieri, femmine e donne; e carrettieri e vetturali e boari e panicuocoli e fabbriferrai e fallegnami e rigattieri e perfino cenciaiuoli e spazzaturai.

Il dettato del bando conserva l'antica nomenclatura, dal popolo così bene intesa, specchio fedele di quella lingua mezzo siciliana, mezzo italiana, nella quale esso venne originariamente composto.

A quello tra' lettori che non tutto potrà comprendere, gioveranno senza dubbio le spiegazioni intramezzate al testo; ma forse non basteranno, perchè troppo di dialetto e di antiche istituzioni locali, non a tutti i Siciliani d'oggi note, risentono questi documenti, avanzo d'un tempo oh! quanto diverso dal nostro.

Cominciamo la lunga rassegna.

D'ordine del Vicerè e ad istanza della Deputazione per le strade si ordina:

«che nessuno, e specialmente padroni di botteghe e conduttori, possa piantare focolai in mezzo le strade, dentro o fuori città, senza licenza, per non dare incomodo al pubblico passaggio; e caso mai, il cufolaio (focolaio) non sia più di palmi due, appoggiato al muro delle botteghe proprie e non già in mezzo le strade; che nessuno getti fuori di casa immondezze (spazzatura), [pg!57] che la sterratura ed altro materiale di fabbricatura sia portato in luogo designato fuori città, senza seminarlo per istrada, sotto pena di doverlo riprendere; che i fumalori (spazzaturai) che raccolgono immondezze, non debbono sporcare le strade; che ogni persona che abbia casa, debba ogni mattina scopare innanzi di essa la polvere, di estate, innaffiando, e il fango d'inverno, fin mezzo la strada raccogliendo in monzelli (mucchi) quella roba ad un lato della rispettiva casa o bottega fuori la rispettiva sponda delle abitazioni senza impedire il passaggio, così come con le immondezze interne, che poi dai soliti animali per le immondezze possono essere portati; ma, in ragion dei bandi 10 ottobre 1747, 20 novembre 1751, 18 aprile 1757, 12 settembre 1775; che nessuna persona possa gettar dalle finestre, balconi, aperture, porte, acqua lorda, di bagni, orina, bruttezze, immondezze ecc. di giorno e di notte; che le bancate, pinnate di botteghe, caciocavallari, fogliajoli, mercadanti, drappieri[85], pannieri, orologiari che sono oltremisura siano ridotte alla misura voluta, di palmi 4 la pinnata, 2 palmi la bancata; che non si lascino di notte fossi praticati di giorno».

Contro l'ingombro delle vie:

«E perchè li costorieri (sarti), spadari, cappellieri, scarpari, scrittoriari (moganieri), maestri d'ascia d'opera gentile e opera grossa, bottegai (fruttivendoli), venditori di qualunque genere di comestibili ed altre persone di qualsiasi mestiere ed arte, anche quelli che non hanno [pg!58] bottega, si mettono tanto nella strada Toledo e Macqueda, quanto nell'altre strade e nelli luoghi pubblici di questa città e sobborghi con sommo detrimento, con sedili, percie, rastelli, cartelli, cannestri, boffette[86] ed altri, con le quali si viene ad impedire il pubblico passaggio alli cittadini, con qualche pericolo, e particolarmente nel Cassaro di questa città, ove vi è la frequenza delle carrozze, talmente che non si può sopra la sponda seu catena della strada Toledo e Macqueda nè per altre strade camminare.... così vien fatto divieto che più oltre si continui con questi abusi».

Assoluta è la proibizione che si occupi in un modo o in un altro il suolo pubblico:

«I venditori sia per giuoco di cannamelli o di granata, o di miele d'apa[87] o venditori di fichi d'India che non si possano situare nel Cassaro o Strada Nuova, Quattro Cantonieri, piano della Corte, Piano delli Bologni e della madrice Chiesa, siano obbligati tener limpie e nette così delle foglie di dette cannamele, delli sopravanzi delli granati, delle scorze di fichi d'India ed altre immondezze, che facciano li suddetti venditori nelle banchette del Cassaro e Strada Nuova, purchè non impediscano il passaggio al pubblico in quelle parti ove saranno dalla Deputazione per le strade situati; come pure li venditori di fichi d'India, che vanno camminando per la città con le cartelle (corbe), non possono fermarsi in nessun luogo portando con essi altra cartella per cogliere le scorze di detti fichi, e questo per [pg!59] non sporcare li luoghi, strade e fontane pubbliche; come pure lo stesso si proibisce alli venditori di celsi neri (gelse more).

«E più essendosi osservato che tanti tengono nelle strade, avanti le loro rispettive porte, delle mangiatoie per cavalli, asini, muli ed altri animali, con grave pericolo ed incomodo di chi passa, si ordina che fra il giro di giorni 15 dalla pubblicazione del presente bando si debbono disfare».

E per altre maniere d'ingombri delle vie:

«Avendosi osservato la mostruosità delli venditori di robbe, che si situano nelli Quattro Cantonieri di questa città, con perdersi la visuale di quel bellissimo ornamento, come di essere di impedimento al pubblico passaggio; per tanto si ordina, provvede e comanda che nessun venditore di qualsiasi robba abbia in avvenire da pratticare detta vendizione o situazione di robbe per venderle, come quelle portarle in altri luoghi e per tutto il Cassaro e Strada Nuova[88].

«Nessuna persona possa fare ascare (fendere) legni, nè scaricare qualunque sorta di robba, ferro ed altro sopra le strade balatate (lastricate) di questa città; come pure non accendere, nè fare accendere fuoco per non devastarsi le dette strade balatate».

Tra le altre disposizioni, ve n'è una che permette ai chiodaiuoli di piantare le loro tende e fucine solo nella Piazza Marina, rimpetto alla Vicaria, nella piazzetta della Chiesa di S. Sebastiano, e sotto gli archi [pg!60] di S. Giuseppe dei Teatini, nell'attuale via Giuseppe D'Alesi.

Un'altra vieta ai carri da buoi carichi di pietre di passare per la via del Borgo, dal ponte di S. Lucia a Porta S. Giorgio, perchè la renderebbero impraticabile e guasterebbero i fossati del Bastione presso quella porta; e indica la via da tenere, per la cui manutenzione i padroni di carri si erano obbligati con atto notarile.

«Si è osservato che altrettanta mostruosità apportano ed impedimento al pubblico passaggio l'essere collocati nelli Quattro Cantonieri sino alla punta delle banchette le sedie portatili (portantine), essendo anche causa di perdersi detta visuale ed impedimento al pubblico passaggio; intanto si ordina che d'oggi innanti le suddette sedie si dovessero situare e collocare in dette Quattro Cantonieri e nella Strada Nuova e nel muro della Chiesa dei PP. Teatini una dopo l'altra in fila, con lasciare libero il passaggio su la sponda, seu catena, per il commodo del pubblico. Siccome anche tutte l'altre sedie nel Cassaro e Strada nuova avessero da praticare lo stesso».

Non era vigilanza che bastasse ad infrenare cocchieri e portantini, abituati a qualunque abuso, e coloro che si lasciavano condurre in carrozza o in sedia volante.

Perciò provvedimenti richiamati in vigore dalla Deputazione per le strade fanno fede che nel sec. XVIII, come, del resto, nel XIX e nel neonato XX, certe pratiche persistevano inalterate. Un bando di quattr'anni prima, che è uno dei tanti sui medesimi inconvenienti, suona così: [pg!61]

«Che i conduttori di bestie da soma entrando in città camminino e conducano a mano o per le redini le rispettive vetture.

«Che ogni carrozza che cammina [non] si fermi a capriccio o col pretesto di volere o il padrone o il cocchiere discorrere con altri.

«Che nel passeggio della Marina si vada in più di due file di carrozze e sedie volanti, dovendosi lasciare vacuo il centro o mezzo per libertà di S. E.»[89].

L'abate Cannella, che l'avea contro Mons. Lopez, avrebbe potuto applicare a lui l'eterno rinfaccio del Cicero pro domo sua.

E di vero, il vanitoso Presidente non pensava se non alla sua libera passeggiata nello spazio libero tra le due file di carrozze; pure stavolta il Lopez riproduceva sic et quatenus gli ordini dei suoi predecessori.

La malattia delle fermate nel Cassaro è antica quanto la carrozza e la portantina, quanto lo spagnolesimo, quanto lo spirito aristocratico, potremmo anche dire quanto il comodo umano. Un bando del Vicerè Niccolò Pignatelli, Duca di Monteleone, ordinava nell'Agosto 1720 «che nessuna carrozza, sterzino o sedia volante possa fermarsi al Cassaro o alla Marina durante il passeggio; e chi voglia fermare qui a sentire la musica deve mettersi in una delle due file rimanendo quella di mezzo pel libero passaggio del Vicerè»[90]. — Proprio come nell'anno 1775, quando il secondo Marcantonio [pg!62] Colonna richiamava in vigore la medesima disposizione[91]; proprio come nel 1795!

E non diverse le pene ai contravventori, anzi più gravi delle solite: «I cocchieri, la frusta e quaranta sferzate o zottate del carnefice sopra un cavalletto nella piazza Vigliena; i padroni, la multa di onze cento o la perdita istantanea con la vendita irremissibile nella medesima piazza della carrozza, o calesse, o biroccio, o corso, o tariolo»[92].

Le provvide ordinanze di pulizia pubblica, richiamate in vigore nel 1799, trovavano compagne non meno provvide contro tutto ciò che potesse anche lontanamente nuocere al comodo ed al decoro della città. Assidue le cure che il Senato prendeva degli alberi copiosi e folti ond'eran pieni e ornati i dintorni di essa; incessanti le premure di accrescerne il numero e la estensione fin dove gli espedienti finanziarî e la natura del suolo il consentisssero: onde il proponimento di piantarne nella montagna di Gallo, che si vagheggiava d'imboschire[93]. Guardie all'uopo destinate ne avean la custodia; carrettieri con botti, l'annaffiamento; frati di varî ordini, la potagione[94]. In casi rari minacciavasi e senz'altro [pg!63] applicavasi la pena dell'esilio a chi si permettesse di metter la mano devastatrice sopra uno di quegli alberi[95].

La seguente ordinanza dimostra quale senso di estetica e di igiene fosse negli antichi amministratori del Comune:

«Osservandosi da questa illustre Diputazione delle strade, che di giorno in giorno vanno mancando e seccando gli alberi di pioppi, olivi ed altri, piantati nelle strade che conducono da Porta S. Giorgio sino al Molo e sino al Ciardone, per dare non meno il comodo a' cittadini di passeggiare ne' tempi caldi e di rendere vieppiù magnifica la strada, per causa che li padroni delle case, casini, luoghi od abitanti di essa, in mille modi e maniere artificiose, li fanno desiccare e recidere e scorticare; quindi la Diputazione, volendo ciò evitare, si è rivolta al Re, il quale ha ordinato gravi pene pei trasgressori chiamando responsabili i proprietari delle case e casine vicine e obbligandoli a ripiantare il doppio degli alberi recisi, spiantati, scorticati, mircati, scomparsi».

Gli ordinatori della pulizia urbana del sec. XX non sanno che la esperienza del passato era stata guida di coloro che prima, assai prima di loro, avevano studiato argomento così multiforme, ed importante per la vita pubblica e privata. Eppure essi non hanno se non ripetuto inconsciamente quello che avevano detto e fatto i nostri vecchi. La esperienza è maestra: e la esperienza aveva insegnato quanto gravi fossero le conseguenze di una dimessa pulizia stradale ed a quali [pg!64] pericoli si esponessero gli abitanti trascurandone certi particolari apparentemente frivoli. Chi presume il contrario, sconosce la vita di casa sua, che è vita di quella grande famiglia che è la patria.

E poichè pulizia ed igiene si danno la mano, gli Archivi della città e dello Stato ci offrono altre disposizioni acconce alla tutela di questa. Ma per poco che voglia farsene la rassegna, si resta non solo confusi al numero di esse, ma anche disillusi della vantata nostra sapienza del genere.

Nel periodo che ci sforziamo d'illustrare sono disposizioni di tempi anteriori. Ne rileviamo due, documenti della saviezza di molte altre.

Un nuovo bando del Pretore Marchese di S. Croce ordinava la buona qualità del tabacco (1785). Altro se ne rinnovava ogni anno per le modalità della immersione dei lini e del canape nei fiumi e pel seminato dei risi.

Tanta ragionevolezza di provvedimenti, se ben seguita, avrebbe dovuto far di Palermo una delle più pulite città d'Europa; ma, purtroppo, non era così. La Capitale dell'Isola era molto lontana da ciò che il suo magistrato si sforzava di avere. Ci sarebbe da giurare che tutti gl'inconvenienti previsti, tutte le imitazioni designate, tutte le licenze minacciosamente vietate, eran pratiche d'ogni giorno, d'ogni ora. Oh! è proprio il caso di esclamare: Bandi di Palermo e privilegi di Messina! Solo a fermarsi sulla tanto desiderata nettezza delle strade c'è da arrossire.

D'inverno le vie eran piene di mota; d'estate, di polvere. In una solenne adunanza dell'Accademia [pg!65] del Buongusto nel Palazzo del Principe di S. Flavia, in onore del Marchese di Regalmici, Onofrio Jerico conchiudeva con questa spiritosa sestina una sua laude al riformatore energico della città:

Dixi. Però 'na grazia v'addimmannu:

Com' 'un aju carrozza e vaju a pedi,

Vurria li strati netti tuttu l'annu.

O fangu, o pruvulazzu chi arrisedi

Sfascia li scarpi, allorda li quasetti,

E in procintu di càdiri mi metti[96].

A qualche cosa il Senato rimediava con la famosa botte di Giacona, che dal 1746 offriva un modo pratico d'annaffiare le vie: una botte sopra un carro, che al davanti avea un mulo, e di dietro, con le spalle al carro medesimo, un uomo il quale, cianchettando ritroso, veniva dimenando a destra ed a sinistra un grosso tubo di pelle sulla molesta polvere.

Povero Giacona! Il pubblico ingrato tradusse la tua manichetta in un gesto somigliante a quello dell'annaffiatore, e in un motto che non risponde alle tue ingegnose intenzioni, per le quali un annuale servizio di 70 onze potò esser compiuto con sole 40![97].

Secondo un'antica ordinanza, passata in uso, ogni popolano ripuliva al far del giorno il tratto innanzi all'uscio di casa sua, come ogni mercante del Cassaro quello innanzi il suo negozio.

Goethe però il 5 Aprile del 1787 se la pigliava con un merciaiuolo, e per esso coi Palermitani, «che lasciavano [pg!66] ammucchiare, diceva lui, innanzi lo botteghe tante immondezze[98], che poi il vento ritornava alle botteghe medesime»; ed il merciaiuolo, malizioso, gli faceva osservare che «coloro ai quali spettava di provvedere alla pulizia aveano grande influenza, e non si riusciva ad obbligarli a fare il loro dovere. Se si sgombrasse, aggiungeva, tutta quella lordura, verrebbe in luce lo stato miserando del sottostante selciato, e si scoprirebbero le malversazioni della loro disonesta amministrazione» (Oh! come il mondo è sempre lo stesso!).

Concludeva poi scherzando: «le male lingue dicono essere la nobiltà quella che favorisce questo stato di cose, affinchè le carrozze, andando di sera alla passeggiata, possano proceder senza scosse, sopra un pavimento meno duro»[99].

Ma quel merciaiuolo se non conosceva la storia del suo paese, se non sapeva che già fin dai primi del quattrocento esistessero disposizioni per la pulitura delle vie, se ignorava che nel 1600 il Comune avea dato in appalto lo spazzamento ed annaffiamento giornaliero delle varie strade e piazze[100]; poteva almeno dire a Goethe, cosa della quale egli era testimonio, che otto anni innanzi (7 Ag. 1779) si era concertato la spazzatura [pg!67] del Cassaro e della Strada Nuova in una maniera più rispondente allo scopo. Poteva fargli osservare che certi carrettieri aveano impegnata con gli ortolani la spazzatura; anzi, come s'è visto in principio di questo capitolo, per antico decreto del Senato, le bestie da soma che entravano in città cariche di ortaggi non potevano uscirne senza la spazzatura delle famiglie, tanto nociva alla pubblica salute quanto utile alla agricoltura[101]; e che i padroni delle botteghe pagavano un bajocco (cent. 4) l'uno, per due spazzate la settimana, fatte da 20 forzati. Poteva anche soggiungere, ed egli doveva saperlo di preferenza, che per quanto il Senato facesse e nel Cassaro e nel Piano della Martorana lastricando, ripulendo, non riusciva mai a sbarazzare la immensa mota che le piogge continue vi producevano: difetto comune ad altri punti della città, ed alla Marina particolarmente[102].

Quando il Presidente Lopez ordinò delle spazzate periodiche, il Senato non potè se non tornare a destinare una somma ad hoc per l'avvenire, ed affidare a «partitarî» questo servizio per le vie principali e per una volta la settimana[103].

D'altro lato, bisogna esser logici. Il merciaiuolo di Goethe doveva sapere qualche cosa, se con un forestiero [pg!68] a lui sconosciuto si apriva intorno ad una pubblica accusa contro coloro ai quali incombeva la sorveglianza della pulizia della città; altrimenti conviene ammettere la solita malevolenza palermitana verso i Palermitani. Chi saranno stati i malversatori aventi l'interesse di non far vedere le reali condizioni del pavimento stradale? «I partitarî (appaltatori) delle strade o i deputati alla nettezza», potrebbe dirsi; ma chi può affermarlo con piena coscienza? Una sola rivelazione ci giunge per mezzo dei diaristi del tempo, ed è: che i «maestri di mondezza» (sorvegliatori di pulizia stradale) non erano immuni da colpe a danno del paese. Forse per loro oscitanza, forse per delittuosità, questi maestri venivano dalla voce pubblica accusati di corruzione; se no, come spiegarsi la sordidezza delle strade ed il lezzo delle carogne di cani e di gatti?

È vero che questo inconveniente non era nuovo; ma gli spazzini addetti a sì bassi servigi, portavano legati alla cintura degli uncini di ferro coi quali rimovevano i ributtanti ospiti.

Stanco di tante porcherie un giorno il Senato mandò a spasso questi inutili o disonesti «maestri»: e senz'altro ne abolì l'ufficio; contemporaneamente provvide alla pulitezza ed al decoro della città con una Deputazione di nobili, la quale con ufficiali adatti rispondesse alla bisogna[104]. E così fu fatto.

[pg!69]

[Capitolo IV.]