EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI
GIUSEPPE PITRÈ
OPERE COMPLETE
DI
GIUSEPPE PITRÈ
XXVIII
SCRITTI VARI
EDITI ED INEDITI
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GIUSEPPE PITRÈ
LA VITA
IN PALERMO
CENTO E PIÙ ANNI FA
VOLUME SECONDO
G. BARBÈRA EDITORE
FIRENZE
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Proprietà letteraria riservata
9-1950 — Tipogr. G. Ramella e C. — Firenze — Via il Prato, 57-59 r.
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INDICE
- [I. Feste sacre e profane, civili e religiose.]
- [II. Spettacoli e Passatempi.]
- [III. I Teatri e le Artiste; i partigiani di esse. Lotte tra il S.a Cecilia ed il S.a Lucia.]
- [IV. Il «Casotto delle Vastasate», ossia il teatro popolare.]
- [V. I Musici e la loro Unione. Musicate, Oratorii, Cantate, Dialoghi.]
- [VI. La Bolla della Crociata.]
- [VII. Quaresimali e Quaresimalisti. Esercizi spirituali.]
- [VIII. Frati, Monaci e Conventi.]
- [IX. La professione di una monaca.]
- [X. Le Monache e la loro vita nei Monasteri.]
- [XI. Di preminenze in giurisdizioni.]
- [XII. Impeti e ragazzate.]
- [XIII. Indelicatezze, fallimenti, malversazioni.]
- [XIV. Asilo sacro, o Immunità ecclesiastica.]
- [XV. Oziosi, vagabondi, accattoni, «cassariote». Carestia.]
- [XVI. Liti, Avvocati, foro.]
- [XVII. Carceri e carcerati.]
- [XVIII. Il boia e le esecuzioni di giustizia. Grazia di vita. Dolorosa statistica di giustiziati.]
- [XIX. I giornali e la pubblicità.]
- [XX. Il Conte Cagliostro.]
- [XXI. L'Ab. Vella e la sua famosa impostura.]
- [XXII. I Medici e la loro vita. Nobili esempi di carità. L'Accademia dei medici e la prima Condotta medica.]
- [XXIII. Accademie e accademici. Genus irritabile...]
- [XXIV. Patriottismo degli studiosi. L'Ab. Cannella. Dispute filosofiche e teologiche. Storici, letterati, poeti.]
- [XXV. L'Accademia (Università) degli studi e gli studenti.]
- [XXVI. Scuole inferiori pubbliche e private, maschili e femminili. Castighi, monellerie, usanze vecchie e pratiche nuove.]
- [Conclusione.]
- [Ragguaglio tra i pesi e le monete del secolo XVIII e i pesi e le monete d'oggi.]
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[pg!5]
[CAP. I.]
FESTE SACRE E PROFANE, CIVILI E RELIGIOSE.
Gli spettacoli si alternavano con le feste, e le une e gli altri si succedevano con inalterata puntualità. Titolati, civili, popolani vi prendevano parte e se le godevano in ragione del loro grado, della loro inclinazione e dell'uso tradizionale.
La rassegna di quegli spettacoli e di quelle feste sarebbe essa sola materia d'un libro: tanti e così multiformi sono i gruppi nei quali, per funzioni civili e cerimonie religiose, per passatempi ordinarî e scene occasionali, per divertimenti continui e giuochi periodici, essa potrebbe scompartirsi e classificarsi.
Nei brevi cenni che la economia del lavoro ci consente, in questo e nel seguente capitolo il lettore potrà conoscere le principali feste delle varie specie.
Procediamo con ordine.
La impresa di Carlo V, che tolse al dominio turco le isole di Malta e del Gozzo e Tripoli, segna un fatto [pg!6] importante nella storia di Sicilia. Per compensare i Cavalieri di S. Giovanni della perdita dell'isola di Rodi, passata, dopo lunghissimo possesso, a Solimano imperatore, Carlo concedette loro Malta e Gozzo (1530). Per ciò dovevano i Cavalieri attestare la loro gratitudine e rinnovar la conferma della loro soggezione al Monarca di Sicilia con un formale tributo al suo rappresentante in Palermo.
Eseguita con un cerimoniale tutto proprio, questa funzione dal 1º novembre venne portata al 1º gennaio e verso la fine del secolo, per omaggio a Ferdinando, al 12, compleanno di lui.
In che consistesse il tributo, è presto detto: nella presentazione di un falcone per mano del Gran Maestro della Religione di Malta. Egli, partendo da quell'isola, veniva ossequiosamente a compiere nella Cappella del R. Palazzo l'atto, non pur di devozione, ma anche di vassallaggio. E poichè in Palermo era il Balio e Ricevitore di Malta, così sovente la funzione veniva da esso compiuta in forma di ambasceria: e per lungo tempo Gioacchino Requesenz dei Principi di Pantelleria rappresentò l'Ordine in faccia al Caramanico Vicerè ed al Lopez Presidente del Regno.
La straordinaria solennità della ricorrenza era fatta più clamorosa dall'assordante sparo dei cannoni del forte di Castellammare; ma nel 1779 questo era già, per economia, abolito: ed il Ministro di Napoli per la Sicilia, autore della riforma, l'aveva così motivata: «Dovranno parlar meglio siffatte lingue di fuoco nelle occasioni di far portare rispetto e far temere la maestà [pg!7] del Principe»[1]: ragione più cortigiana che coraggiosa: e certo antipatriottica, come quella che volea far temere il Re a furia di cannonate!
In tal modo si apriva il ciclo delle feste sacre e profane dell'anno.
Tra le ridde della tubiana e le ebbrezze dei ridotti, tra lo scompiglio dei carri e le misurate movenze del Mastro di campo, correva sbrigliato, frenetico, il Carnevale. Un paio di tamburini, qualche piffero, uno, due uomini che battevan le castagnette, raccoglievano intorno a loro una folla disordinata di maschere popolari: re, regine, caprai, pulcinelli, orsi, mastini, inglesi ubbriachi, dottori e baroni imparruccati, turchi neri come pece, vecchie armate di fusi e di conocchie. Al ripicchiar degli strumenti i sonatori eccitavano a balli paesani, a salti mortali, a corse sfrenate ed a smorfie e sdilinquimenti. Con un arnese formato da una serie di regoli a X mobili di legno una maschera faceva giungere fino ai secondi piani lumie e fiori ad amiche ed a parenti: era lu scalittaru. Un'altra offriva in un elegante cartoccio confetti e in una nastrata boccettina sorsate di liquore delizioso: era un azzimato spagnuolo. Altra maschera si affaticava a guadagnare i gradini d'una scaletta a piuoli, sostenuta da due compagni: e dopo mille contorcimenti e dinoccolature stramazzava goffamente per terra: era il pappiribella. Quest'accolta di maschere, guidata dalla infernale orchestra, era [pg!8] appunto la tubiana; la quale per lazzari, mammelucie, papere, ammucca-baddottuli, e d'ogni strana maniera travestimenti accrescevasi all'infinito.
Tutto un dramma comico svolgevasi alla Fieravecchia e in altre piazze: il Castello, parodia del Conte di Modica Bernardo Cabrera, che diede la scalata allo Steri (oggi Palazzo Tribunali in piazza Marina) per impadronirsi (gennaio 1412), vecchio libidinoso, della giovane e bella Regina Bianca di Navarra, vedova di Ferdinando: era il Mastro di campo[2].
Mentre siffatti spettacoli animavano i quartieri dell'Albergaria e della Loggia, di Siracaldi e della Kalsa, sontuosi carri salivano e scendevano pel Cassaro e per la Strada Nuova, gremiti di altre maschere raffiguranti scene mitologiche, storiche od anche fantastiche. Il Trionfo d'amore, secondo Petrarca, meritò il plauso dell'unico giornale del tempo. Cosa non mai vista le carrozzate del Principe di Pietraperzia e del Principe di Paternò, del Principe di Gangi Valguarnera e del Marchese Spaccaforno Statella, del Duca di Caccamo Amato e del Duca di Sperlinga Oneto. Precedute da strumentisti a piedi e da soldati a cavallo, lanciavano alle aristocratiche spettatrici sui terrazzini (balconi) scatolette ed alberelli, ed a larghe mani sulla folla plaudente confetti gessati[3]. Appena principiato il secolo XIX, nel Martedì grasso [pg!9] del 1802, anche Ferdinando volle prender parte ad una di cotali carrozzate spargendo confetti di eccellente fattura, mentre gli altri che lo accompagnavano ne lanciavano finti[4].
Altre maschere di altra levatura popolavano le case private con le eterne distinzioni di classi; chè, tra le nobili non erano ammesse le civili, e queste non avrebbero osato invitar quelle. Solo per eccezione il Principe di Paternò Moncada, che nella sua sconfinata grandezza aveva slanci fuori la propria cerchia, ammise alcune volte maschere del medio ceto nel suo palazzo; come la sua villa (quella che era intesa «Flora di Caltanissetta») non isdegnò di aprire, oltre che ad esso, al ceto dei plebei: il che ci fa ricordare del Vicerè Colonna di Stigliano, che migliaia di maschere d'ogni classe accolse nel Regio Palazzo e tutte volle servite da camerieri e da credenzieri vestiti da pulcinelli[5].
Anche pel Carnevale il secolo si chiudeva in forma eccezionalmente sontuosa. Erano i Sovrani in Palermo, e la eccezionale sontuosità partiva appunto da loro.
La sera del 18 febbraio a nome del Re il Capitan Giustiziere Principe di Fitalia invitava la più alta Nobiltà della Capitale ad una festa da ballo al R. Palazzo. Nell'invito si permetteva «qualunque sorte di maschera di carattere, dominò, e bautta», sotto la [pg!10] quale sarebbe stato «lecito portare dei fiacchi», o giamberghe, aggiungeva uno di coloro che ricevettero la partecipazione.
La festa doveva principiare alle 2, ma potè esser popolata solo alle 4 dopo mezzanotte, tale fu la difficoltà degli invitati di farsi strada pel piano del Palazzo.
Che eleganza di maschere! Che splendore di costumi! Che varietà di figure, l'una più bella, più curiosa dell'altra! L'occhio si confonde nel seguirne le mosse e gli atteggiamenti solenni, irrequieti, civettuoli. Questa che fa da pacchiana di Ischia è la Contessa di Belforte, Isabella Paternò, moglie del Marchesino di Villabianca. Con che grazia regge ella il suo cestino di frutta... della Martorana![6] E con che profondo, dignitoso inchino ne presenta al Re!... E le son compagne altre pacchiane di Napoli: la Principessa di S. Giuseppe, Barlotta; la Principessa di Iaci, Reggio; la Principessa di Valdina, Papè; la Principessa di Sciara, Rosalia Notarbartolo. Altre, attempatelle, sono Costanza Pilo, terza moglie di Benedetto di Villabianca, ed Annetta Vanni, parente di lei.
Ecco i quattro Elementi della Natura: l'Aria è la Duchessa di Ciminna, Grifeo; l'Acqua, la Marchesa di S.a Croce, Celestre; la Terra, la Marchesa delle Favare, Ugo; il Fuoco, la Principessa di Castelforte, Mazza. Ma non procedono sole; tien loro compagnia [pg!11] Eolo, il cav. D. Antonio Chacon; Nettuno, il Marchese Salines Chacon; Titano, il marito della Celestre; Vulcano, il Principe di Cattolica, Giuseppe Bonanno; il Ciclope Sterope, D. Andrea Reggio, ed altri ed altri ancora. Con i quattro elementi della Natura sono anche le Quattro Stagioni dell'anno e tutte le deità dell'Olimpo pagano. Dove più fervon le danze piovono cartellini in onore quando di questa e quando di quella deità. Prendiamone uno: è in versi francesi in onore di una vaghissima mascherina di Cerere, che non si riesce a indovinare, ed alla quale tengon dietro un Sileno, un Pane e pastori e pastorelle che intonano note d'amore:
Cerés vient de quitter ses riants campagnes,
Elle arrive au milieu de ses belles compagnes;
La déesse des fleurs, et celle des jardins,
Elle vient prendre part à ces brillantes Festins.
Silène, ausi que Pan, et bergers et bergères,
Ont délaissé leurs bois, leurs rustiques caumières:
Tous chantent de concert, par un élans d'amour[7].
A periodici ridotti carnevaleschi si aprivano sempre i teatri: e poche delle persone che il potessero vi mancavano. La varietà dei travestimenti non era da meno dello sfoggio degli abiti d'entrambi i sessi. I balli si succedevano ai balli, non turbati mai da poveri mortali, che con la origine modesta ne tentassero le sublimità inaccessibili.
Quei ridotti si ripetevano a brevi intervalli, e se ne contarono fino a una dozzina in una sola stagione. [pg!12] Molto prima del tramontare del secolo il costante buon successo di questi divertimenti persuase certo Cristoforo Di Maggio a costruire nel piano della Marina, rimpetto la Casa Calderone (una volta Castelluzzo, ora Fatta), una grande baracca di tavole solo per balli e spettacoli del tutto carnevaleschi. Era un teatro con ampia platea, con posto per due orchestre, ottantaquattro comodi palchi e logge in due ordini, parati con velluto cremisi, specchi e fiorami d'argento, a spese di ciascuno dei signori che s'erano impegnati per proprio conto. Vi si tennero da quindici tra veglioni e giuochi cavallereschi, ed una specie di circo equestre, con campeggiamenti di dame accorsevi fin dentro la platea con quattro carri tirati da mule bianche e assedî e assalti di torri tra cristiani e turchi. I forestieri «non poterono fare a meno di confessare che la veduta di tal ridotto fu sorprendente, a segno che in tutto il mondo non può darsi l'eguale». Lo afferma il Villabianca, che non uscì mai dalla Sicilia, e non abbiam modo di controllare i giudizî ch'egli raccolse dagli stranieri residenti allora a Palermo.
L'intervento di persone non titolate, consentito dalle Autorità e dalla natura dello spettacolo, allontanava qualche anno la vera e genuina Nobiltà; ma i veglioni si mantennero nel costante favore del pubblico, recando non lieve vantaggio alla cassa del Comune, che pur ne destinava gl'introiti alla Villa Giulia[8]. Il [pg!13] Santa Cecilia godè anche per questo speciale rinomanza, e non fu persona di riguardo che non ammirasse maschere e danze elette, non indegne della presenza di Vicerè e di grandi dignitarî. Ma così al Santa Cecilia come al Santa Caterina la sera del Martedì grasso era una gazzarra indiavolata di strumenti da scherno per l'accompagnamento tradizionale del canto e della recita degli artisti.
Secondo gli umori del Vicerè e le inclinazioni spenderecce o parsimoniose di Capitani Giustizieri abolito ripreso, il giuoco del toro trionfava nel classico piano della Marina, suscitando indimenticabili emozioni in tutta la cittadinanza[9].
Più clamorosa ancora, anzi vero baccanale, l'impiccagione del Nannu nella Piazza Vigliena: giustizia sommaria del Carnevale, personificato in un vecchio stecchito, che si menava al supplizio col corteo di popolani camuffati da Bianchi: altra parodia delle esecuzioni criminali con finto corrotto e con nenie, che volevan ritrarre le reputatrici o prefiche[10].
Scenate funebri simili, ma con particolari più strani, si perpetravano prima, a mezza Quaresima, nella Piazza di Ballarò segandosi il fantoccio di una megera mostruosa, fetida. Era l'immagine della magra, uggiosa, insopportabile Quaresima, tiranna impositrice di sacrifizi corporali, motteggiata in satire, indovinelli, giuochi di parole, e seguita, vedi contrasto! [pg!14] da una fioritura di devozioni e di spettacoli religiosi vuoi pubblici, vuoi privati[11]. Imperciocchè nella Settimana santa inacerbivasi nelle penitenze, e battuti e disciplinanti si flagellavano dentro le rispettive congreghe; e per quarantott'ore continue si digiunava in pane ed acqua, ed assistevasi alla processione dell'Addolorata tutta di servitori in abito da penitenti, a quella dei cocchieri padronali in parrucche e gallonati, all'altra della Soledad tutta di militari della guarnigione: e giudei in antiche armature, terrore e ribrezzo degli astanti, fiancheggiavano la veneranda effigie del Cristo morto.
E poichè la secolare costumanza non consentiva, come non consente, il passaggio delle carrozze per la città, «le dame della più alta aristocrazia, mescolate alle grisettes delle più umili classi, prendeansi lo spasso di correr le vie in grandi manti neri», come de Borch le vide, in portantine o a piedi, girando per le chiese e per le strade e visitando i così detti Sepolcri.
La Fiera dei crasti era sempre un lieto avvenimento pasquale, che dal piano di S. Erasmo con gran piacere del pubblico passava nel piano di S.a Oliva, lunghesso i muri del Firriato di Villafranca, ora compreso tra le due piazze Castelnuovo e Ruggiero Settimo,
Centinaia, migliaia i castrati che si sgozzavano per divozione gastronomica presso le urne d'acqua sotto la piramide commemorativa della Giostra (oggi imboccatura [pg!15] di via Paternostro, in via Villafranca). Bene avrebbe voluto qualche Senatore restituir queste fiere all'antico posto: e ne fece prova, anche alla Marina; ma nè la musica dei virtuosi, nè i giuochi d'antenna introdottivi ad allettamento dei cittadini, valsero a mantenervela[12].
Altra Fiera, più composta e di genere diverso, nei primi di maggio allegrava la ricorrenza annuale di S.a Cristina, ex-patrona di Palermo.
Nel largo della Cattedrale, in forma d'anfiteatro, con il monumento di S.a Rosalia e, finchè non le tolse l'architetto Fuga, le fontane laterali nel mezzo, sorgevano durante alcuni giorni belle logge con botteghe di rinomati mercanti e con quella ricca lotteria di minuterie che prendeva nome di Beneficiata di S.a Cristina e portava al Comune, per via di coloro che ne assumevano l'impresa, guadagni cospicui. Gradevolmente favorito ne rendevano il movimento le principali signore, come a proprio ritrovo recantivisi in tutto lo sfoggio delle vesti all'uso di Parigi. Da ciò quell'eccellente uomo che fu Jean Houel, visitatore con esse, trasse compiacimento a scrivere: «La città nella quale le donne godono della maggior libertà, nella quale esse son le meglio circondate da artisti, da amatori, da gente industriosa, dev'esser quella del tatto più fine, del gusto meglio esercitato, delle idee più sicure. Benchè naturalissima, l'arte di piacere ha [pg!16] come qualsiasi altra arte i suoi principî e le sue leggi»[13].
Accanto alla grande beneficiata per la haute era la piccola pel popolino; ove per attirar gente ad acquistar polizze abbandonavasi a mille smorfie il pestaceci, maschera coperta di sonaglini da capo a piedi.
Il Pretore vi esercitava autorità suprema di giustizia: e vi fece qualche volta prendere e mandare al carcere di sua giurisdizione ladruncoli e perturbatori dell'ordine pubblico, quantunque non riuscisse mai a scoprire gli autori d'un grosso furto nel 1793[14].
Ora che cosa è rimasto di quella Fiera?
Nient'altro che il mercato degli animali ovini, bovini ed equini nel gran piano dei Porrazzi. S.a Rosalia andò a poco a poco soppiantando S.a Cristina e tutte le sante patrone della Città, confinandole con commemorazioni a sistema ridotto nella Cattedrale.
Qui non è inopportuna una breve corsa attraverso l'immenso campo delle pratiche tradizionali dell'anno; e lo faremo rapidamente, guardando appena poche particolarità di costumi, al presente non del tutto scomparsi.
Come in tutta la Sicilia così anche in Palermo dalla mezzanotte alle prime ore del giorno della Ascensione era un vociare confuso di pastori, un rumoreggiare assordante di campanacci, un belare di pecore, un [pg!17] mugghiare di vacche. Capre, buoi, interi armenti dalle montagne si menavano (e l'uso è sempre vivo oggidì) alla marina pel lavacro che dovea renderli immuni da mali durante l'anno: e capre e vacche, condotte in giro per la città, andavano ornate di fettucce e di fazzoletti di seta e le corna fiorate; ed i vaccai vestiti dei loro abiti migliori e i pifferai li accompagnavano lietamente.
La bizzarra costumanza[15] richiama quella della benedizione degli animali da tiro e da sella, carichi di nastri e di campanelli, nella chiesa di S. Antonio Abate.
Tra pratiche superstiziose passava il giorno di S. Giovanni Battista (24 giugno); tra ghiottonerie culinarie di pescatori quello di S. Pietro (29 giugno), chiuso con allegre cene a base di frutti di mare sulla spiaggia ed in barchette per gli abitanti nel quartiere della Loggia. Tra burle ed innocenti furti di bambini e di oggetti di vestiari o di ornamento, che si andavano a mettere in pegno e che poi gli interessati disimpegnavano, era consumato il giorno di S. Pietro in Vincoli: onde il motto che raccomandava di evitare liti il 1º di agosto.
'Ntra festi e Ferragustu
Nun cci jiri si si' 'n disgustu
In baccanali simili a quelli dell'antica Calata di Baida nello scomparso medio evo, trascorrevano le quaranta ore nella grotta di S.a Rosalia (4 sett.), pretesto a [pg!18] chiassate di quanti fossero spensierati popolani, ed alle solite pompe del Senato, il quale vi si recava in portantina e vi veniva solennemente ricevuto dalla Collegiata dei canonici istituita dal Marchese Regalmici, che anche a S.a Rosalia volse le sue cure.
Di gradita consuetudine era una gita della Nobiltà, nella più sontuosa mise en scène, a Monreale per la vigilia della nascita di Maria: consuetudine la quale (facile cosa è il supporlo conoscendosi l'indole del nostro popolo) riusciva sommamente chiassosa per l'accorrervi della città tutta; come per la immediata ricorrenza della Esaltazione della Croce, della quale diremo alla fine del presente capitolo.
Quello spensierato dei re, o quel re degli spensierati che fu Ferdinando III, l'8 settembre del 1801 ebbe gran piacere di recarsi anche lui nella storica cittadina. Discesone, volle da una villa, forse quella di S.a Croce, già Velluti, godere sul Corso di Mezzo Monreale «il passaggio del pubblico, i bei tiri di cavalli e le corse dei barberi»[16]. Chi più contento di lui allora, dopo la recente nascita del futuro erede del trono, il figlio di Francesco I?[17].
Una delle tre nobili compagnie, quella della Carità, soleva ogni anno, pel giorno sacro a S. Bartolomeo, [pg!19] apostolo, tenere una processione per compiere un atto di beneficenza. Vestiti del loro sacco, a due a due, quei confrati portavano ceste piene di camicie e di filacicche all'Ospedale grande e nuovo. Quivi giunti, toglievano a ciascun infermo la propria camicia, gli indossavano la nuova e gli donavano delle filacicche per le piaghe.
Il pietoso costume ci fa pensare al difetto che i poveri ammalati di chirurgia pativano di mezzi di medicatura[18]: e dovette essere tanto celebre da far nascere altro costume del ciclo nuziale, ora del tutto dimenticato come questo della processione. Le ragazze del popolo promesse spose, nel medesimo giorno di S. Bartolomeo, regalavano ai loro dami una piccolissima camicia ed una manata di filacicche. «Oh che volessero intendere, chiede scherzando un letterato, che dall'amore all'ospedale non è molta la distanza?»[19] O non piuttosto, chiediamo noi, che si dovesse pensare operosamente agli infelici?
Senza confronti, come funzione religiosa, era la processione del Corpus Domini ai primi di giugno. Celebravasi di mattina, e si bruciava dal sole; un rescritto del Caracciolo la volle nelle ore pomeridiane (1782), e così fu fatto. Quanti soldati erano in Palermo, tutti in ordine di parata, stavano sotto le armi lungo le vie che il Divinissimo dovea percorrere. Dalla chiesa della [pg!20] Magione, dell'Ordine teutonico, alla Cattedrale, la soldatesca in doppia fila teneva in riga dietro di sè la folla nella via Porta di Termini, alla Fieravecchia, ai Cintorinai, alla Loggia, alla Bocceria, nel Cassaro, nella Strada Nuova. La cavalleria concorreva al buon ufficio di custodia, di ordine e di omaggio: ed avea appoggio nelle compagnie dei dragoni e dei granatieri. Il Generale, splendente di galloni e di armi, comandava tutti. Ov'era un balcone od una finestra, lì pendeva un arazzo, un drappo, un tappeto, un ornamento qualsiasi, e dietro o sopra erano donne ed uomini, attratti al consueto, immenso spettacolo, erano devoti o curiosi inginocchiati allo appressarsi dell'Ostia santa portata dal maggior dignitario del Duomo. La grande solennità esigeva l'intervento delle Autorità politiche e civili, e quindi della magistratura ufficiale. S. E. il Vicerè col Sacro Consiglio, il Senato con gli ufficiali nobili e la truppa pretoria, erano l'ammirazione di tutti; e di viva curiosità cittadina l'Eccellentissimo Pretore col suo giudice a latere e col suo ambito bastone di comando; giacchè in questo giorno, come in quello della Fiera di S.a Cristina, egli rappresentava l'alto grado di Capitan d'armi, Vicario Generale viceregio. Figurarsi quindi l'interesse del pubblico nel vederlo dalle truppe salutato con gli onori di Maresciallo di campo! E, come militare e sacra era la festa, così due ultime scene, militare l'una, sacra l'altra, la coronavano: erano queste, nel piano del Palazzo, l'assembramento di tutti i corpi dell'esercito compiuto a marcia forzata lungo le vie, fino a comporsi a mezza luna in parata di [pg!21] battaglia, e nella Cattedrale provvisoria (a Casa Professa) la benedizione del popolo[20].
La festa dell'Assunta non era più quella d'una volta; pure serbava avanzi stupendi, che la rendevano una delle principali del calendario cittadino.
Il Marchese Caracciolo diede, come abbiam veduto, un colpo mortale alle Maestranze, che ne formavano la parte attiva: quindi dal 1783 in poi, ridotto il loro numero, ridotti si vedevano anche i loro cilii[21].
Erano questi delle macchinette, rappresentanti scene della vita di santi, opere talvolta fini d'arte, portate a spalle da socî delle singole corporazioni; e prendevano il nome di cilii, dai colossali ceri che non solo esse ma anche le corporazioni maggiori dei farmacisti, dei medici, dei forensi, oltrechè il Clero ed il Senato, offerivano alla Madonna. La processione già di sera, fu imposta di giorno, ed anche per ciò perdette della sua gaiezza primitiva.
Lasciando le cerimonie che la ricorrenza avea di comune con altre dell'anno, non è da trascurarne una che rimase nelle costumanze pubbliche ed ufficiali: vogliam dire la visita alle carceri pubbliche della Vicaria. Per lungo volger di anni, anzi per secoli, la fece il Vicerè in gala, con cavalcata della Nobiltà e del corpo del Ministero e del Sacro Consiglio, in carrozze parate di fiocchi e in pompa tutta sovrana. Giunto alle [pg!22] prigioni, liberava carcerati, rimetteva, riduceva condanne, pagava anche per integrum debiti, faceva, insomma, tutto il bene che il cuore in armonia con le esigenze dello Stato gli consentissero. Ma appunto perchè ci andava spesso di mezzo la tasca, i Vicerè non erano sempre teneri di questa funzione: sicchè prendeva il loro posto il Capitan di Giustizia col Presidente della Gran Corte, e i rispettivi giudici e ministri fiscali delle loro corti, insieme con gli algozini armati di verghe e gli alabardieri di lance. Certo non era tutto: ma qualche cosa era, che nelle cause civili confortava di libertà molti infelici, graziati per virtù degli alti funzionarî.
Altro spettacolo le regate, che partivano dalla Arenella e giungevano alla Cala: lunghissimo tratto di mare che dava la misura delle forze fisiche e dell'agilità dei pescatori.
V'erano pure le corse dei cavalli, ripetizione di quelle di S.a Rosalia, per le quali il concorso della gente soperchiava qualunque spazio; v'erano cuccagne di mare e di terra per gare di giovani nel salire antenne verticalmente piantate, o nel percorrerne altre sporgenti sulla spiaggia, entrambe sparse di materia che le rendeva sdrucciolevoli. E v'erano altresì corse di fanciulli a piede libero, e corse di giovani insaccati o impastoiati, prove che suscitavano l'ilarità, ma che riuscivano talvolta pericolose.
In un pensiero, in un affetto si confondevano i cittadini tutti per la solennità della Immacolata.
Il 27 luglio del 1624, sotto l'incubo d'una pestilenza, [pg!23] il Pretore Vincenzo Del Bosco, Principe della Cattolica, avea convocato il popolo e proposto che riconoscesse Maria, pura del peccato originale, liberatrice della Città. Il popolo acclamò fervoroso, ed il Senato si obbligò ad un'annuale festa, la quale poi, sulla fine del secolo, assunse speciale carattere per il così detto voto sanguinario, giuramento formale del Senato medesimo di sostenere, anche a costo del proprio sangue, la verginità della Madre di Dio.
Di questo voto molti si occuparono pro e contro fuori Sicilia, e non benevolmente il Muratori; ma il Senato ed il Clero anch'esso giurò, senza versare una goccia di sangue, per quanto lo sostenesse o lo facesse sostenere a furia d'inchiostro, e rinnovava ogni anno, con costante fervore, la promessa.
Dopo un mese di pratiche divote, la sera del 7 dicembre, dentro le sue famose carrozze, circondato da paggi e da valletti con fiaccole accese, seguito dalle sue guardie, il Corpo senatorio si recava alla Chiesa di S. Francesco dei Chiodari, cioè di Assisi. La costumanza delle fiaccole, cominciata per necessità del tempo in cui la notturna illuminazione mancava, rimase come manifestazione di giubilo anche dopo gli eleganti fanali collocati nelle principali vie, e si associò a quella dei mazzuna, che anche noi abbiamo veduti fino a una trentina d'anni fa. Eran questi delle fascine di saracchio così colossali che a reggerne una ci volevano parecchi uomini: e tra le acclamazioni festose della folla si riducevano avanti la chiesa, vi stesse o no dentro la Rappresentanza della città. Allegri suoni [pg!24] di pifferi e di cornamuse, preludenti al prossimo Natale, e lancio di razzi, e sparo di moschetti riempivan di gioia i quartieri man mano che dai Cintorinai si riuscisse nel Cassaro e da questo, a destra ed a sinistra, s'imboccassero le vie più popolose.
La funzione del Vespro cantato era occasione alla tradizionale offerta delle cent'onze da parte del Magistrato civico. Sopra splendido vassoio il Pretore, salito sui gradini dell'altare, vuotava un sacco pieno di grosse monete d'argento, le quali rumorosamente cadendo suscitavano nei presenti un senso ineffabile di soddisfazione e di... desiderio: erano dugencinquanta scudi sonanti con le effigi di Carlo III e di Ferdinando IV, destinati al culto della chiesa.
Straordinariamente drammatico, al domani, lo spettacolo. I Gesuiti una volta, finchè ci furono, gli ecclesiastici, i chierici, gli scolari poi, quando i Gesuiti non c'erano più (1768-1805), processionando con granate in mano, venivano spazzando il Cassaro che la Madonna dovea percorrere.
Nella chiesa, con un cerimoniale che sarebbe stato delitto di leso privilegio il trascurare e che tutto studiavansi di osservare scrupolosamente, si passava al voto. Primo il Vicerè, genuflesso a piè dell'altare, confermava il giuramento; poi il Pretore ed il Senato: e l'uno dopo l'altro soscrivevano la formula del compiuto giuramento.
Assiso con regale dignità sopra un soglio, di fronte al Senato, il Vicerè medesimo teneva Cappello reale: assisteva alla messa e coprivasi il capo nel [pg!25] momento che riceveva l'incenso: prerogativa del Legato apostolico in Sicilia rappresentato dal Re, e pel Re da lui. Quella messa, in virtù di un breve pontificio, che faceva parte dei privilegi della ricorrenza, poteva celebrarsi fuori le ore canoniche.
E la processione si apriva coi soliti tamburi e si formava con le solite confraternite, con le solite corporazioni religiose, coi soliti corpi dei parroci, dei seminaristi dell'Arcivescovato, del Clero della Cattedrale: e, sul ferculo, l'artistico, prezioso simulacro d'argento della Madonna, coperto di gioielli, scintillante all'irreqieto tremolio delle fiammelle, lento nel muoversi, misurato nel fermarsi, raccoglieva la venerazione di centomila teste piegantisi riverenti, poichè ad inginocchiarsi ogni spazio mancava.
Maestoso anche qui il Vicerè, che, coi grandi dignitarî dello Stato, alla sacra immagine teneva dietro; maestoso col suo invidiabile toson d'oro, il Pretore, circondato dai Senatori, ed il Giustiziere con la sua Corte capitaniale, ed i magistrati, ed i nobili e quanti avessero carattere ufficiale. Mazzieri e servitori in livree sontuose, guardie pretoriane in vivide uniformi, soldati dagli alti berretti, dalle corte giacchettine, dalle larghe strisce di cuoio incrociantisi loro sul petto, dai grossi archibugi, completavano l'accompagnamento, civile e religioso insieme, come quello del Corpus Domini[22].
Ma la festa non finiva qui. Per otto sere e notti [pg!26] consecutive i devoti, uomini e donne, in peduli od anche, secondo il voto fatto, a piedi ignudi, dalla chiesa della Madonna si recavano alla metropolitana recitando di continuo orazioni e rosari. Questa pratica chiamavasi viaggio: e, quantunque compiuta dai singoli fedeli col maggior raccoglimento, pure riusciva delle più gradite per tutti. Il Cassaro rosseggiava di mazzuna e di torce a vento; i pifferai coprivano col loro suono il mormorio indistinto dei recitanti le preci. Avvolti nei tradizionali mantelli o nelle grandi fasce di lana, i venditori ambulanti gridavano: Mmiscu, petrafènnula e zammù!... Zammùu!... liquori e dolci del mese di Natale, che mettevano a prova le più forti dentature e le digestioni più vigorose[23].
Torniamo ora un poco indietro nel calendario per sorprendere la maggior solennità dell'anno palermitano, vogliam dire il Festino di S.a Rosalia.
Descrivere quella festività, è un far cosa superflua come il «raccontare i cinque giorni del Festino» secondo il notissimo adagio siciliano per esso nato.
Chi non la conosce? Chi, pur non conoscendola per tradizione, non ne ha letto delle descrizioni di viaggiatori che la videro o ne sentirono a parlare? Brydone, il 21 maggio 1770, scriveva da Messina esser considerata a Palermo «lo spettacolo più bello d'Europa»; e quando la vide, ne scrisse con la massima [pg!27] accuratezza[24]. Houel nel 1776 ne diede le particolarità più minute ricordando che «per questa solennità si accorre a Palermo da ogni parte della Sicilia, del Regno di Napoli ed anche dell'Europa», e che «per lo meno la maggior parte dei forestieri che sono in Italia non lasciano di passare lo Stretto per godersela[25]. L'ab. de Saint-Non ne riportò, per mezzo dei suoi artisti, disegni fedelissimi, degni «dell'entusiasmo devoto, unico anzichè raro che egli trovò nel luglio del 1785[26]; e Goethe, recatosi a visitare la madre e la sorella di Cagliostro nel quartiere dell'Albergaria, ebbe da esse raccomandato di tornare nei «giorni maravigliosi delle feste, non essendo possibile veder cosa più bella al mondo»[27].
Lasciamo dunque gli spettacoli che le resero famose. Noi non ci fermeremo neanche a prendere una polizza d'un baiocco della Beneficiata che le precede e le segue. Noi non vedremo il carro trionfale salire dalla Marina a Porta Nuova, brillante ai raggi dall'ardente sole di luglio, e scendere da Porta Nuova alla Marina illuminato da mille torce sotto il cielo di quelle incantevoli sere. Noi non assisteremo alle [pg!28] emozionanti corse dei cavalli nel Cassaro, alla solenne Cappella reale nel Duomo, alla lunga processione delle cento confraternite, delle cento bare e cilii, degli ordini religiosi, e dell'urna con le reliquie della Patrona della Capitale. Lasciamola, quest'urna, a percorrere un anno l'una, un anno l'altra metà di Palermo; lasciamo che i monasteri aprano i loro parlatorî maggiori al Senato, o lo trattino di lauti rinfreschi e di dolci squisitissimi; che il Pretore dia nel Palazzo senatorio il consueto ricevimento, ed il Vicerè nel Palazzo reale e l'Arcivescovo nell'arcivescovile diano il loro. Il Principe Conte di S. Marco, il Duca di Cannizzaro, il Principe di Trabia, Pretori dei varî anni che si occupano, sanno bene come vadano trattati i nobili loro pari. Caramanico, da uomo di governo e di lettere, sa armonizzare la dignità di Vicerè con la squisitezza del cittadino colto, e Monsignor Sanseverino non dimentica che il primo prelato dell'Isola dev'essere anche perfetto cavaliere non pur coi cavalieri, ma anche con le dame recantisi nella sua residenza a godervi lo spettacolo del carro e del palio. Se per tre anni il suo successore, più fortunato di lui, e come Arcivescovo e come Presidente del Regno e Capitan generale delle armi, riceve tutt'altro che signorilmente, lasciamolo al giudizio severo che ne porta la città, la diocesi, il Regno, questo Don Filippo Lopez!
Ciò che delle feste è poco noto si riduce a certe particolarità, minime, se si vuole, ma piccanti.
E, per esempio, il Caracciolo non potè mai persuadersi [pg!29] che per festeggiare S.a Rosalia si dovessero impiegare cinque giorni; e se ne arrabbiava sempre, e all'appressarsi di luglio più che mai. Una volta, non potendola mandar giù, decretò che i cinque giorni si riducessero a tre. Fu una scintilla scoccata sulla polveriera: la polvere, asciutta da un pezzo, scoppiò; Senato e cittadinanza conturbati, protestarono gridando, ed uno dei tanti cartelli attaccati per le strade minacciava: o festa o testa! ma il Caracciolo rimase impassibile. Riuscito vano ogni tentativo, il Senato mandò al Re in Napoli un memoriale del Segretario del magistrato della città D. Emanuele La Placa, un vero prodigio di erudizione patria municipale. Le feste, diceva il memoriale, si son sempre fatte per cinque giorni; esse rispondono al sentimento religioso della città; danno lavoro agli artisti ed agli artigiani, guadagno ai commercianti, lustro alla Capitale, allietata da numero considerevole di regnicoli e di forestieri; errore il ridurle; necessario, invece, il mantenerle come pel passato.
Frattanto la trepidazione dei Palermitani cresceva ogni giorno più. Caracciolo, benchè sicuro del fatto suo, non senza inquietudine aspettava le sovrane risoluzioni: e col suo indispensabile occhialino, da uno dei grandi balconi del palazzo non si stancava di lanciare sguardi di fuoco sui passanti nella Piazza, napolitanescamente mormorando parole di sprezzo contro questi incoscienti del progresso filosofico d'oltralpe, indegni de' tempi.
Quando il suo decreto venne tacitamente abrogato, [pg!30] fu visto mordersi le labbra e giurare di farla costar cara al Pretore, ai Senatori, ai nobili, al Clero, ai commercianti, a tutte le classi di Palermo non risparmiando neppure Sua Maestà.
Se non che, il tempo di costruire il carro non c'era più, ed egli si veniva fregando le mani pensando che non se ne sarebbe fatto di nulla.
Vano pensiero! La festa si volle e si fece: si centuplicarono le braccia, si lavorò di giorno e di notte e nelle prime ore pomeridiane dell'11 luglio il carro saliva glorioso; e più glorioso ancora tornava la sera del 14 a Porta Felice; e giammai grida di popolo festante echeggiarono più alte, e l'autorità venne più arditamente bravata.
Il lato comico delle feste patronali fu sempre il corteo de' Contestabili del Senato. I tamburini battevano un colpo a destra, un colpo a sinistra sui due tamburi che essi portavano a cavallo; e la loro battuta, comicamente nota, suscitava ilarità e motteggi. Siffatti Contestabili, dai cappelli a tegoli e dai lunghi ed ampî mantelli abbandonati sul dorso dei ronzinanti, erano lo zimbello del monellume, che avrebbe creduto di non passare allegramente lo spettacolo senza tirarsi dietro con le redini gli sbonzolati quadrupedi.
Muli perquisiti per la città e le campagne tiravano la macchina gigantesca, ed alla loro bolsaggine ed allo scarso loro numero s'attribuivano sovente gl'insuccessi dell'andare e del ritornare di essa. Non fu mai mistero per nessuno che gl'impresarî del trasporto [pg!31] per guadagnare di più sulla somma convenuta ad hoc, accettassero qualunque mulo anche avariato, e ne impiegassero meno del necessario. Nel 1791 il Barone D. Giuseppe Malvica e varî ortolani imploravano da S. E. che non volesse obbligarli a prestare i loro animali per questo faticoso servizio[28].
O per eccessiva sproporzione dello scafo, o pel pessimo lastricato del Cassaro, mal rispondevano i poveri animali alla solenne cerimonia. La macchina, sorpassante dalla cima le più alte terrazze della via, ora trasportava con sè una ringhiera, ora urtava contro il muro di un palazzo, ed ora sprofondava dall'un dei lati del mal basolato Corso. I ricordi di ruote sconquassate od uscite fuori dell'asse, di fermate d'interi giorni, abilmente poi superate per immani sforzi d'esperti marinai, son sempre vivi[29].
Presso il Carro in movimento era un pandemonio: facchini che non lasciavano un minuto di vuotare buglioli d'acqua sugli affusti delle ruote in pericolo di prender fuoco per l'intenso attrito; giovinastri schiamazzanti alle manovre d'innaffiamento ond'essi rimanevano bagnati fradici; alabardieri che con le culatte dei loro scopettoni scacciavano la ragazzaglia audace e molesta; musicanti che sonavano e perdifiato; fiori pioventi dai balconi, dalle finestre, dai tetti, e battimani scroscianti ed evviva prolungate fino ad assordare. [pg!32]
Non men chiassose, nè men pericolose le corse, attrattiva magica, affascinante pel popolo specialmente delle campagne e dei comuni. Per quante precauzioni si prendessero ad evitar disgrazie, queste non mancavano mai. Lungo le catene del Cassaro, a destra ed a sinistra, per molto spazio, addossati a palazzi ed a botteghe sorgevano palchi per chi volesse sottrarsi agli urtoni della folla. Ai Quattro Canti, dal Palazzo Costantini al palazzo Jurato (Rudini), dal palazzo Guggino (Bordonaro) a S. Giuseppe dei Teatini, altri palchi ostruivano i due sbocchi della via Macqueda. A Porta Nuova i palchi si moltiplicavano sotto il bastione che è ora il quartiere de' Carabinieri, e la gente pullulava, formicolava sopra e di fronte a questo, in alto, sotto i portici, sulla terrazza, fin sopra il cupolino della Porta, dove bandiere ed orifiamme sventolavano.
Nella interminabile, ma non continua processione dell'ultima sera, la curiosità veniva stuzzicata dalla corsa dei pescatori della Kalsa e dallo intervento dei caprai: ragione, questo, di burle, che con allusioni menelaiche, suscitate dal ricordo di bestie cornute, punzecchiavano la congrega, mal sofferente gli amari motti. Laonde il Pretore, per evitare disordini, dovette proibire che la confratria partecipasse alla festa; e così la statua del protettore San Pasquale fu alcuna volta messa da canto[30].
[pg!33]
Descrivendo la pericolosa corsa dei pescatori, Houel, che la vide, raccontava:
«Ciò che fissa di più gli sguardi del forestiere è la coppia sacra dei Santi Cosimo e Damiano, entrambi al naturale, entrambi dorati da capo a piedi, l'uno a lato dell'altro... Sono piantati su di una specie di barella a quattro aste in croce, sotto ciascuna delle quali stanno otto persone. Se non che, i trentadue uomini non portano le due statue d'un passo grave e maestoso, ma corrono a tutta lena gettando grida spaventevoli. Una grossa e lunga fune legata alla macchina, è tenuta da quante persone possono, poichè con la prestezza che corrono, se per poco si urtassero, la macchina rovescerebbero. Giunti in mezzo al Cassaro, con una celerità incredibile staccano la fune e fanno girare la macchina fino a restare sudati e trafelati. Per sostenerli in questo pio esercizio e rinfrescarli, un numero straordinario di ragazze e di donne li accompagnano, girano con essi e, agitando in aria i bordi dei grembiuli, soffiano a perdibraccia sui loro visi. Il giro cessa quando i portatori sono del tutto spossati, e mentre girano, tutti lanciano per aria berretti, cappelli e pezzuole e saltano attorno ad essi e gridano a più non posso: Viva i Santi Cosimo e Damiano! senza pensare che questi santi son morti da più secoli. Dopo un po' di sosta, riprendono i Santi, vi riattaccano la fune e si rimettono a correre come inseguiti»[31].
[pg!34]
Tronchiamo senz'altro la rassegna ed usciamo un poco dalla città.
La celebre festa monrealese di maggio avea di tanto in tanto un'appendice non meno celebre, nella prima quindicina di settembre, per la Esaltazione della S. Croce: era la Dimostranza.
Che cosa fosse una dimostranza, nessuno vocabolario siciliano o italiano lo dice; ma nell'uso comune risponde ad una processione figurata, una sacra, simbolica rappresentazione muta. Essa percorreva le vie e le piazze principali d'una città o d'un comunello, fermandosi tutta o parte in dati posti a riprodurre con atti e gesti un fatto biblico o qualche episodio della vita di Gesù, e particolarmente la crocifissione; le vicende più drammatiche, più commoventi, d'un martire, d'un confessore, d'un santo, d'una santa patrona qualsiasi. Lo componevano centinaia di persone, attori da strapazzo, presi dalle più modeste classi del popolo, e soprattutto dai maestri e dai contadini, precedentemente addestrati da qualche ecclesiastico. Costui era insieme autore del dramma mimico da rappresentarsi, direttore della effimera compagnia, maestro e censore di tutte quelle teste, spesso tutt'altro che buone a dimostrare. Vestiva ciascuno il costume del personaggio che dovea raffigurare, altri da imperatore o da re, altri da sacerdote o da levita, altri da apostolo, da martire, da vergine; questi da centurione o da soldato, quegli da littore o da carnefice, con costumi quando splendidi e quando ordinarî, ma tutti a fogge antiche diverse da quelle d'oggidì. Procedevano a [pg!35] due, a quattro, alla spicciolata, a gruppi, fermandosi in luoghi designati a riprodurre scene del tale e tal'altro avvenimento sia della Scrittura, sia del Martirologio, sia, in generale, del Leggendario dei Santi. Nessuno parlava, e da qui la qualificazione di muta, ed anche di ideale (il popolo con un qui pro quo, che risponde alla grandezza e magnificenza della messa in iscena, pronunzia reale) applicata alla processione; dove però alcuni personaggi portavano scritti a lettere cubitali su cartelli, dei motti, titoli, nomi che servivano a chiarire chi fossero e che cosa volessero significare.
Una di queste ricorrenze si ebbe nel settembre del 1783: ne sappiamo qualche cosa perchè vi si recò un signore lombardo oramai noto ai nostri lettori, il Rezzonico, giunto allora per visitare la Sicilia. Sentiamo la sua relazione.
«La prima volta (10 sett.) vi andai solo, e la seconda (15) in compagnia della Principessa di Belvedere e dell'amabile sua figlia donna Giovannina [questa donna Giovannina è la Giovannella, la quale, uscita di recente da un monastero, si disponeva ad andare sposa al Principe di Paternò, Giovanni Luigi Moncada, e dovea poi far parlare tanto di sè nei circoli nobiliari palermitani], e della Duchessa di Montalto. Pranzammo in buona compagnia di circa 24 fra dame e cavalieri, nel palazzo del pubblico; ma il caldo era eccessivo. La gente accorsavi da Palermo era infinita e fu bellissimo spettacolo il vederla ire e tornare in la gran folla ed occupare tutte le vie e le rivolte sul [pg!36] monte, e formare vari gruppi intorno alle pubbliche fontane che ad ogni passo s'incontrano[32]. Chi a piè, chi a cavallo, chi sulle carrette, chi dentro le lettighe accorreva da ogni banda e sprezzava i caldissimi raggi del sole e l'incomodo polverio da tanti piedi d'uomini e di animali eccitato. Le carrozze poi, le mute, i birocci, e le canestre s'affoltavano d'ogni intorno e discendevano in lunghissime file che dalle porte di Palermo a quella di Monreale non erano discontinuate; laonde conveniva aspettarne lo sviluppo pazientemente»[33].
La dimostranza, tutta popolare, concepita ed eseguita, come altre simili, per edificazione e svago della folla, non ebbe il plauso dell'illustre gentiluomo: e non poteva averlo, vivendo egli in mezzo a nobili e signori, e con principî severamente classici. Così il Rezzonico si lasciò andare a malinconiche riflessioni «sul bello dell'arte imitatrice e degli spettacoli, la cui perfezione indica più d'ogni altra cosa la cultura dello spirito e del cuore negli uomini assembrati».
Non importa però: lo spettacolo piacque a tutti, e tanto basta.
Dai punti principali del Vecchio Testamento, riferentisi alle tristi condizioni della Umanità pel peccato di Adamo, si passava a quelli del Nuovo, che mano [pg!37] mano conducevano alla Redenzione per opera del Dio-Uomo, venuto sulla terra a scontare la colpa del mondo. Il distacco tra gli uni e gli altri era notevole, e dove tra i primi, patriarchi e profeti si alternavano con le immagini dei fenomeni tellurici e meteorologici e delle entità astratte, tra i secondi la Passione coronava in forma tragica l'opera. Il simbolismo prevaleva «con molte prosopopee bizzarre come il Tremuoto, che gonfiando le guance e tirando gran calci e vibrando qua e là le braccia argomentavasi di figurare le desolazioni e i danni che reca ad incutere altrui spavento. La morte, la peste, l'idolatria, il peccato, la guerra altresì v'erano personificate».
La crocifissione svolgevasi crudamente realistica, e alcune circostanze di essa dovettero concorrere alla sgradita impressione ricevutane dal dotto visitatore.
Di più facile contentatura, Ferdinando III si divertì moltissimo della processione figurata del 4 maggio 1801, ripetuta nella medesima Monreale[34].
[pg!38]
[CAP. II.]
SPETTACOLI E PASSATEMPI.
Le notizie della stupefacente ascensione dei fratelli Montgolfier col loro pallone aerostatico giunsero in Palermo per mezzo delle gazzette: e fu un gran discorrerne per tutta la città.
Un libro francese stampato a Losanna venne ad accrescere lo stupore non solo con le particolarità maravigliose che accompagnarono la riuscita dei varî preparativi dell'avvenimento, ma anche coi disegni che parvero fatti a posta per fomentare l'ansiosa curiosità dei Palermitani[35].
«Le piazze, le conversazioni, i caffè risonavano globi volanti, navigazioni celesti, aerei viaggiatori Tutti volevano riprodotto lo spettacolo, e non fu persona che non s'interessasse di quegli esperimenti, creduti [pg!39] utili alla riuscita della non mai tentata impresa. Non è già che si volesse come a Parigi vedere un uomo salire in aria; perchè nessuno si sarebbe arrischiato se pure l'avesse saputo fare, a riprodurre la macchina con la relativa cesta o navicella e con un essere in carne e in ossa a dirigerla. Insofferente tuttavia era la curiosità di veder andare in alto un gran globo secondo le indicazioni dei giornali francesi, ed instancabile l'agitarsi di dotti e di indotti per l'attuazione del descritto disegno.
Si chiamarono i più periti macchinisti del tempo, si misero a parte del poco e del molto che si sapeva del meccanismo dell'opera e si fecero quanti più tentativi si poterono. E poichè le relazioni parlavano di taffetà, di taffetà rimbombava ogni angolo del paese: «ed ecco il taffetevole pallone, il quale, messo a prova, arrossendo di poggiar alto e sceso umiliato al suolo, fece arrossirne ma non umiliarne gli autori. La gravezza del peso in quel globo, abbenchè di picciol diametro, impedì che si innalzasse nell'aria atmosferica». Le prove si ripeterono col sussidio della chimica e della dinamica quali erano allora conosciute; ma i risultati furon sempre nulli, ed il ridicolo cadeva a larghe mani sopra gl'inesperti attori.
Un signore di molto ingegno si fermò sulla inanità degli sforzi della scienza e della pratica del tempo; e andando più in là che non fossero andati i suoi concittadini, trovò modo di risolvere il problema del peso, della misura, della struttura del pallone in guisa da renderlo buono a sollevarsi da terra ed a prendere le [pg!40] vie aeree fino allora non tentate in Sicilia. Questo signore fu D. Ercole Michele Branciforti, Principe di Pietraperzia e futuro Principe di Butera: persona di grande perspicacia e di non comune disposizione alla fisica, dei cui segreti, del resto, era affatto ignaro. Egli lavorò indefessamente per la riuscita dei suoi disegni, e quando si credette sicuro di sè, invitò nel paterno palazzo Butera la Nobiltà siciliana di Palermo, e l'11 marzo del 1784 fece le prime fortunate prove, preludio a quelle stupende del 14. Spettatori i nobili più riputati e le autorità civili e militari, egli presentò il suo pallone, lo riempì di ossigeno, ne chiuse la bocca e quando gli parve buono ad affrontare la prova lo fece andar libero per mano del Vicerè. Il pallone si levò maestoso di mezzo all'ampia terrazza; e forte, solenne, non mai più sincero, fu lo scoppiettar di mani, l'applaudire degli astanti del palazzo, del popolo della Marina a così nuovo miracolo dello umano ingegno[36].
Il Vicerè Caracciolo non potè nascondere la sua grande soddisfazione ed espresse il maggior compiacimento a D. Ercole; ma certamente vivo dovett'essere il suo rincrescimento di trovarsi ospite e lodatore di colui che, pochi mesi innanzi aveva, per una fisima, tenuto abusivamente in prigione: e quando si congedò per ritornare alla Reggia, tirò il più lungo dei sospiri come liberato da un incubo per la mortificazione [pg!41] di aver dovuto festeggiare l'uomo che avea per tredici mesi soperchiato.
I lettori ufficiali dell'Accademia degli studî (i professori della Università) riflettendo sopra gli splendidi risultati del Branciforti, e non sapendo rassegnarsi a passare in seconda linea di fronte ad una persona la quale, priva della cultura tecnica, era arrivata là dove i maggiori di loro non avean sognato, pensarono di affermarsi ripetendo per proprio conto lo spettacolo del patrizio palermitano. Il dì 21 dello stesso mese l'abate basiliano p. Eutichio Barone, insegnante di storia naturale e botanica nell'Accademia, volle mandar su un suo pallone dalla loggia della Casa degli studî (l'ex-Collegio dei Gesuiti); ma ahimè! l'esito non poteva essere più disastroso: ed appena il pallone si alzò dal fabbricato, andò a cadere a pochi passi, nel giardino del monastero della Badia Nuova, sì che il vanitoso maestro ne restò con il danno e le beffe[37].
Da queste prove potè avere incremento, se non origine, l'uso dei palloni di carta velina che in estate si mandano in aria, specialmente in Palermo; il quale sospetto esprimiamo in forma dubitativa mancandoci documenti scritti di proibizioni di siffatti divertimenti al biondeggiar delle messi nella Conca d'oro: dove il cadere di palloni accesi avrebbe potuto recare gravissimi incendî. E certo è da supporre che prima di [pg!42] quello del Branciforti nessun globo consimile si fosse veduto in Sicilia, per quanto la cosa possa ora sembrare, qual'è, ovvia e la più naturale di questo mondo.
Alcuni anni dopo, nel 1790, Vincenzo Lunardi, ardito aerostata lucchese, dopo varie ascensioni, incominciate con quelle di Edimburgo e di Glasgow (1784), immediatamente dopo le famose dei Montgolfier (1783), pensionato da Ferdinando in Napoli e col grado di capitano onorario, venne a rinnovare i miracoli Montgolfieriani tra noi. La cittadinanza vi si apprestò come alla più grande festa della sua vita: e il dì 15 marzo la Villa Filippina, dentro e fuori, fu stivata di spettatori impazienti di una vista non mai da essi immaginata. Le terrazze, i balconi più alti delle case e dei palazzi, le logge dei monasteri, i campanili, le cupole delle chiese si videro occupate da persone d'ogni condizione, e da monache, da preti, da frati, da militari. Si parlava del Lunardi come di essere soprannaturale, e la leggenda particolareggiava di opere e di atti di lui e delle ragioni e dei mezzi delle sue aeree escursioni.
Aspetta, aspetta: l'ascensione non ebbe luogo. Il vento impetuoso non lo permise. Ma il popolo, stanco del lungo, penoso attendere, del digiuno e della sete nella Villa, nella campagna di S. Francesco di Paola, ne' dintorni del vecchio Cimitero, presso i baluardi, esplose in grida e minacce violente contro il Lunardi, bollandolo per giuntatore volgare, venuto in Palermo ad imbrogliare i cittadini. Il brav'uomo fu a un pelo di essere accoppato: e se sfuggì alla collera del pubblico, [pg!43] dovette andarne debitore al Vicerè ed alla Nobiltà, che lo protessero.
Ma il Lunardi non era un giuntatore: ben tredici volte avea tentato le vie de' cieli in tutta Europa: e teneva molto alla sua reputazione, perchè la smentisse nella Capitale della Sicilia.
Nei primi di luglio un avviso a stampa nelle Quattro Cantoniere e in varî posti del Cassaro e della Strada Nuova diceva che il capitano Lunardi avrebbe fatto la sua ascensione l'ultimo giorno del mese. Stavolta lo spettacolo sarebbe avvenuto a qualunque costo: dovesse andarci di mezzo anche la vita dell'attore.
Il 31 luglio tutta la città fu lì a S. Francesco di Paola: e chi non vi fu di persona, vi tenne sopra gli occhi tutta la giornata, da tutti i luoghi donde lo spettacolo fosse possibile.
Lunardi ascese col suo globo. Vicini e lontani sbalordirono, tremarono all'audacia di lui, il quale parve a chi un dio, a chi un demonio, sovrumano a tutti. Scomparso nello spazio, lo si rivide in capo ad alcune ore in trionfo per la città, lieto in mezzo al popolo tripudiante, acclamante; i nobili lo sovraccaricarono di doni, il Vicerè di danaro, le monache di dolci e di ghiottonerie. Onore supremo a quei tempi, il suo pallone venne disegnato; sparso per la città il suo ritratto, come quello di uno dei più grandi personaggi del tempo.
E come da quattro mesi correvan feroci le invettive in verso e in prosa contro il supposto inganno di lui, [pg!44] così da quel giorno cominciarono gli inni; e nacque subito e corse dappoi e si sente ancora dopo più d'un secolo una entusiastica canzone sulla mirabile impresa e sulle particolarità che la resero celebre. La canzone principiava così:
Nun si leggi 'ntra lunaria
Jiri un omu mai 'ntra l'aria;
Liunardu sulu ha statu
Ca li nuvuli ha tuccatu;
La sò forza a tantu arriva:
Liunardu viva viva!
Viva viva la sua virtù!
Un omu di terra 'nta l'aria fu!
e ripeteva questi due versi intercalari, strofa per istrofa, fino all'ultima:
Stu prudigiu di munnu
Pri 'n eternu 'un tocca funnu;
Liunardu lo sò nnomu;
Resta sempri di grann'omu;
Liunardu sulu ha statu
Ca li nuvuli ha tuccatu;
La sò forza a tantu arriva.
Liunardu viva viva!
Viva viva la sua virtù!
Un omu di terra 'nta l'aria fu!
La figura del Lunardi corse ammirata e ricercata per la città tutta: e venne ritratta nella mobilia e nei quadri.
Il 19 maggio del 1794 era in vendita nella bottega dell'orologiaio Giuseppe Mustica, dirimpetto il piano dei Bologni, dove ora è il palazzo Riso, «un oriuolo colla cassa di legno indorata, che ha la forma di un [pg!45] pallone volante e sostiene in una barchetta continuamente agitata Lunardi ed il suo compagno. Suona le ore, i quarti, il mezzogiorno, la mezzanotte, lo svegliarino, la ripetizione, mostra li giorni del mese, ha il sì e nò, e si carica pella parte del quadrante».
Così diceva il n. 7 del Giornale del Commercio.
Questo il più grande spettacolo fin de siècle. In faccia ad esso impallidirono i precedenti e quanti ne vennero in seguito. A che dunque dilungarsi in ricordi, anche interessanti, di altro genere?
Passiamo ad un divertimento ora del tutto dimenticato, e rifacciamoci dal 1770.
La mattina del 10 luglio di quell'anno Patrick Brydone scrivea da Palermo a Londra dover andare dopo colazione a giocare al pallone, al quale col suo compagno di viaggio Fullarton era stato invitato[38].
In uno dei suoi opuscoli inediti il Villabianca diceva del giuoco: «Si fa in campo aperto, con un pallone di cuoio che batte e ribatte in aria, da più giocatori robusti, armati di guantone di legno al braccio destro, punteggiato (il guantone) dell'istesso legno per balestrare più in alto il pallone. Si fa da persone civili, e vi accorre gran popolo anche per vedere gente rispettabile a giocarlo. Si suole fare nella fossata di strada suburbana, che sta sotto il baluardo dello Spasimo, e appo il popolo rendere un virtuoso trattenimento di divertimenti estivi. Vi giocano per bizzarria parecchi nobili, sacerdoti e persone civili. [pg!46] Male a chi l'erra e per imperizia non ribatte il pallone e lo fa cadere in terra!»[39].
Nello scorcio del settecento l'attrattiva divenne passione intensa: ed uno dei tanti che lo videro nel 1798 notava: «Si è quasi reso in furore il giuoco del pallone che si fa sotto il baluardo dello Spasimo con gran concorso di popolo e gente civile e nobiltà»[40].
Pare vi sia stata una vera fioritura di giocatori, ma pare altresì che non tutti fossero i robusti dei quali parla il Villabianca; perchè, proprio in quell'anno, D. Francesco Carì componeva il seguente pepato sonetto:
— «Chi son costor che a piè d'un baluardo
Le nerborute man menan con arte?
Forse quel legno acuto arma è di Marte?
Perchè muovono il piè[de] or presto, or tardo?
«Quel diavolo di globo che qual dardo
Spinto e respinto or sbalza, or torna, or parte.
E quei minchion, parte seduta e parte
Ritta, ed in cocchio, gira avido sguardo?
«Quei terminacci: fallo, passa, caccia,
Quel ventoso cristero e quel lachino[41].
Che ci scaglia il pallon a tutti in faccia
Che voglion dir? Cosa mai fanno, Elpino?» —
Elpin ride e s'accosta, indi m'abbraccia:
— «Semplicetto scioccon, chiede a Gazzino.» —
Gazzino, chiamato in ballo da quest'ultimo verso, risponde per le rime (e qui la frase vuole intendersi [pg!47] in significato letterale); ma la sua risposta è troppo vivace, e dobbiamo lasciarla nel manoscritto che la conserva[42].
La fortuna del passatempo si tradusse in una specie di frenesia tanto negli attori quanto negli spettatori. V'era un certo Di Blasi, un certo Natoli, Fazello, Pampillonia, Agarbato, Spadaro, Mineo, Monteleone, Barone[43] e non so quanti altri, che volevano parere agili e gagliardi, ed erano invece o pieni di velleità di ardimento, o slombati e fiacchi.
Anche su di essi si sbizzarrì la Musa: ed un anonimo dettò una lunga lettera in versi martelliani ad un ipotetico amico, nella quale, fingendosi straniero, conoscitore esperto del giuoco fuori Sicilia, metteva in canzonatura i guasta-giuoco di Palermo, de' quali dava brevi ma incisive notizie. Sentiamo un po' quel che egli scriveva:
Per darvi, amico, al solito, nova di quel che miro
In questo di Sicilia piccol'e grato giro,
Vi dico che nel giungere in questa Capitale,
Considerato avendola, non trovo tanto male.
Vi scorgo il buono, il pessimo, il dotto, l'ignorante,
L'onesto, il disonesto, il celibe, l'amante.
A' pregi, a' mali insomma, a dirla come penso,
In essa può abitarvi un uomo di buon senso.
La sera sempre portomi in una compagnia,
Ove ne godo al sommo di lecita allegria.
Nel giorno, essendo libero, vado per divertirmi
Al giuoco del pallone. Dovete qui soffrirmi.
Dal darvi nuove serie, allontanar mi voglio:
Queste ve le riservo scrivere in altro foglio,
E conoscendo appieno qualunque giocatore
Avendo quasi un mese passato in questo l'ore,
[pg!48]
L'aspetto, il nome, il vizio d'ognun vi scrivo in questo:
Sarò nel mio rapporto veridico ed onesto.
Gente la più bisbetica qui si raduna, amico:
Il giuoco, non v'inganno, a me non piace un fico.
Veduti i giocatori dell'altre nazioni
In paragone, questi, mi sembran cordoni[44].
E fa la rassegna minuta, particolareggiata di essi, che sono appunto quelli dianzi ricordati.
Nonostante, il giuoco proseguì con tale assiduità che al giungere di Ferdinando III in Palermo, i più appassionati pensarono di assicurarsi il possesso avvenire del terreno nel quale si divertivano tanto, presentando al Re un Memoriale, che dice assai più di quello che noi possiam dire:
«Li giocatori e dilettanti di pallone di questa città di Palermo espongono che sin da tempi immemorabili il luogo pubblico ove si è sempre fatto esercizio del gioco del pallone è stato tutto il pianterreno, che corrisponde sotto il baluardo nominato dello Spasimo, vicino alla Marina, ed oggi rimpetto all'Orto Botanico. Questo gioco incontra tanto il piacere di questa popolazione quanto in tempo di gioco concorre in quel sito una strabocchevole quantità di cittadini d'ogni classe o per giocare o per essere spettatrice del gioco; a segno tale che li dilettanti fanno continuamente delle spese per mantenere il cennato sito adatto alle giocate: ed anni due addietro, quanto a dire nell'a. 1797 e 1798, vi erogavano la somma di onze settanta circa... Vi abbisognano intanto delle altre spese e per la decenza del luogo, e per renderlo [pg!49] più commodo ai giocatori. Ma siccome questo gioco non porta una pubblica istituzione, e temono i dilettanti che un giorno all'altro dovrebbero avere impedito l'uso del terreno al presente addetto al riferito gioco per impiegarlo ad altro destino, così per potere impiegare con sicurezza il loro denaro, pregano affinchè si degni ordinare, che atteso il tempo immemorabile in cui il pianterreno che corrisponde sotto il baluardo dello Spasimo, che porta la longitudine di tutto il baluardo e la larghezza di canne 10 circa, è stato lasciato per commodo dei giocatori del pallone, resti il luogo suddetto addetto a tale uso, e non possano li giocatori essere molestati per qualunque causa nell'uso del suddetto terreno.
«Si tratta di un gioco di pubblico divertimento e di decoro per altro di questa città, che incontra l'approvazione d'ogni classe di cittadini, e quindi sperano i ricorrenti dalla Clemenza Vostra che loro sarà accordata tal grazia».
Il Re, abituato ad altri divertimenti meno leciti, non capì questo: e, senza punto scomporsi, rimise per mezzo del suo ministro Principe del Cassaro la istanza al Senato perchè ne facesse «l'uso che conviene». Ed il Senato la mandò, come in linguaggio burocratico si dice, agli atti, e concesse invece all'Orto Botanico quello spazio di terreno che fronteggia l'Orto medesimo[45].
[pg!50]
Una cosa non potè impedire, cioè che la contrada nella quale «da tempo immemorabile» si era giocato, si chiamasse, come in quel tempo si chiamava ed oggi si chiama tuttavia, Il Pallone; al quale battesimo non ebbe nessuna parte.
La lapide che non murò allora il Senato (perchè le prime lapidi state apposte son di poco anteriori all'anno 1802: e celebre fu quella del Cassaro morto, di fronte all'Ospedale di S. Bartolomeo, oggi S. Spirito), l'ha murata testè il Consiglio Comunale.
Se nobili e civili si divertivano sotto lo Spasimo al pallone, adulti e giovani non lasciavano passare giorno senza giocare alle bocce.
Questo passatempo, così diffuso dentro e fuori città, piaceva a tutti gli sfaccendati, e divenne una vera frenesia; di che non si saprebbe nulla oggi se i viaggiatori non avessero deplorato l'abuso pericolosissimo pei passanti. Fu notato infatti, che nei viali fiancheggianti la Villa Giulia si faceva a chi lanciasse più lontana la palla e a chi riuscisse al miglior colpo. Se il Capitan Giustiziere se ne occupasse, ed il Pretore vi mettesse gli occhi sopra, non appare dalle carte del tempo, perchè certe cose andavano allora un po' sommariamente, e ad alcuni inconvenienti, che ora metton sossopra la stampa giornaliera, non si guardava nè tanto nè quanto, quasi fossero le più naturali di questo mondo. Il medesimo passatempo, del resto, occupava nelle ore pomeridiane di alcuni giorni della settimana gli ascritti alle congregazioni della Villa Filippina, della Villa de Fervore, della Villa di S. Luigi; ma lì era innocuo, e vorremmo dire disciplinato. [pg!51]
La passione della caccia chiamava sul mare e lungo la spiaggia all'autunnale «passa delle allodole». Spettatore cotidiano di queste scene, Bartels, ne provava infinito piacere. In centinaia di barchette migliaia di cacciatori scorrevano il golfo. All'appressarsi d'uno stormo di quegli uccelli facevan silenzio; alla calma seguiva improvvisa tempesta, scariche di schioppi, e concitato abbaiar di cani tuffantisi in acqua a raggiunger la calda preda, ed alte voci pei colpi buoni[46].
Ma la passione fu qualche volta contrariata. Essendo in Palermo, Re Ferdinando, abile ed irritabile cacciatore, ebbe da non pochi proprietari aperti i loro fondi perchè vi cacceggiasse a tutto suo agio e diletto. Fu una processione di omaggi al Sovrano, ma fu anche un'astuzia degli offerenti per liberarsi dei tanti seccatori che per quel gusto si permettevano di scorrazzare in lungo e in largo le loro tenute; perchè, fatta la offerta, si affrettavano a proibire a qualsiasi persona lo accesso, col pretesto della caccia riserbata al Re.
I cacciatori ne furono desolati, ed a sua Maestà si rivolsero con un indirizzo, supplicandola di voler loro concedere libertà di cacceggiare nelle private proprietà[47]: domanda, in apparenza molto semplice, ma in sostanza stranissima, perchè rivela in che concetto si avesse l'autorità regia, dalla quale si reclamava il disporre come di roba di nessuno della roba altrui bastando l'ordine del Re.
[pg!52]
[CAP. III.]
I TEATRI E LE ARTISTE; I PARTIGIANI DI ESSE. LOTTE TRA IL S.a CECILIA ED IL S.a LUCIA.
Gli spettacoli teatrali, qualunque fosse la loro natura, costituirono sempre una delle passioni predominanti nei Palermitani; l'«opera però era sempre la più favorita»[48] per la quale venivano sempre con periodiche esecuzioni aperti i teatri di S.a Cecilia e di S.a Caterina, i maggiori del tempo.
S.a Cecilia era della Unione dei Musici: e vi aveano palchi di loro proprietà sontuosamente addobbati la Marchesa di Regalmici, Caterina La Grua Talamanca e la Principessa del Cassaro, Maria Cristina Gaetani. Dopo la riforma che ne fu fatta sotto il Vicerè Principe di Caramanico, non mancava ad esso nulla per esser degno di accogliere l'aristocrazia siciliana con opere musicali eroiche, di stile di cappa e spada e qualche volta comiche. I signori ne eran contentissimi, [pg!53] anche perchè ne era stato tolto il pericoloso ingombro del tamburo in legno, sostituito con altro in muratura[49].
Col S.a Cecilia, ma a certa rispettosa distanza, andava il S.a Caterina, o S.a Lucia; così chiamato per la vicinanza del Monastero di S.a Caterina e perchè apparteneva ai Marchesi di S.a Lucia Valguarnera, che vi aveano addossata la loro casa e da privato e domestico l'avean reso pubblico[50].
Come più piccolo, non potea esso pretenderla alla magnificenza del fratello maggiore, ed avea ricordi non alti nelle rappresentazioni comiche di antichi artisti buffi, giunti fino a noi col titolo di Travaglini; onde il nome che ne serbò lungamente. Ma a volte, la elevatezza degli spettatori veniva quasi indistintamente condivisa da entrambi i teatri, dei quali il S.a Caterina offriva d'ordinario opere comiche.
Un giorno il Vicerè Caracciolo, scontento anche dei teatri, persuase i patrizî a costruirne di sana pianta uno nuovo fuori Porta Macqueda. Tra quei patrizî erano Senatori: e fu appunto il Senato l'interprete o esecutore dei desiderî di S. E. Si fece il disegno, si stabilì il luogo dell'edificio e fu anche detto più tardi [pg!54] che le somme occorrenti sarebbero state prese dai fondi amministrati dalla Deputazione per le strade di Sicilia[51]. Ma all'ultima ora, quando si trattò dell'attuazione, nessuno osò avventurare il Comune in una opera non creduta necessaria. Se non che, quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini: ed i Barberini o barbarini furono gli allegri amministratori della città cent'anni dopo, quando demolirono quattro chiese e due monasteri per edificare un Teatro Massimo, proprio in quei medesimi paraggi nei quali fin gli spensierati signori del secolo XVIII non avevano avuto il coraggio di farlo.
Vicende dei tempi! Megalomania degli uomini!
Per Carnevale si aprivano non solo tutti e due i teatri, ma anche gli altri privati, permanenti ed occasionali, di Casa Abbate di Lungarini, del Marchese Roccaforte (a Mezzo Monreale), del Conservatorio degli Spersi turchini del Buompastore, del R. Convitto San Ferdinando, del Marchese di Salines Tommaso Chacon[52].
Quell'uomo scrupoloso (!) che fu Ferdinando III un giorno s'accorse o venne informato che questi teatrini di famiglia non dovevano lasciarsi liberi di rappresentare [pg!55] quel che ai padroni piacesse: e con un dispaccio li volle sottoposti alla comune censura[53]: quasichè negli istituti di educazione si potessero rappresentare cose contro o il Governo, o la religione, o la morale!
Le più riputate compagnie d'Italia interpretavano drammi in musica e in prosa non prima qui uditi. Gustosissima la commedia musicale Giannina e Bernardone del Cimarosa, della quale nel 1784 si interessò personalmente il Caracciolo[54], e che con grave errore si è detto essere stata la prima volta eseguita nel 1787 in Napoli[55].
Per non dire degli anni anteriori alla ricostruzione del S.a Cecilia, costata tremila scudi, dal 1787 in poi, dame e cavalieri vi udirono, deliziandovisi, l'Ariarate del Tarchi, l'Arbace di Fr. Bianchi, l'Alceste del Portogeloclo, l'Amor contrastato (chi non ricorda questo celebre dramma in musica del Paisiello?), la Didone abbandonata, sul cui tema rivaleggiarono il palermitano Piticchio (1780), il massese Guglielmi (1785), il veneto Gazzaniga (1787), il pesarese Federici (1794), fino al Paisiello (1797); il Fanatico burlato del Cimarosa, l'Alzira di G. Niccolini[56]. E dame e cavalieri risero e lacrimarono (senza mai piangere) alle patetiche, attraentissime voci delle prime cantanti italiane e straniere Teresa Pogg (1789), Margherita Delicati e [pg!56] Marianna Vinci (1791), Anna Nara e Marianna Marioletti (1792 e 1794), Giuseppa Netlelet, Carolina Danti (1793), e Teresa Marioletti Blasi (1794) e Carolina Bassi e Caterina Fiorentino (1797) e Teresa Bertinotti e Carolina Miller (1799) e Carolina Scaramelli (1800)[57].
Quando la musica veniva alternata con la prosa, e due compagnie si dividevano gli allori ed i quattrini del privilegiato teatro, la Morte di Carlo XII re di Svezia con altre tragedie dell'Alfieri vi ricompariva con sempre nuova simpatia, ed è notevole che in mezzo a tanta mollezza di costumi e svenevolezza maliziosa di operette serie e buffe potesse questa simpatia farsi strada e mantenersi in aperto contrasto con la natura dei componimenti tragici del sommo astigiano. Perchè, mentre le operette erano tessute d'intrecci strani, a base di pensieri e di affetti leziosi con linguaggio misuratamente appassionato, le tragedie dell'Alfieri si svolgevano con la massima semplicità d'intreccio, con la forza di pensieri magnanimi, con la robustezza, anche retorica, del linguaggio, con la frequente durezza dei versi.
La stagione classica era quella del Carnevale; ma vi erano anche altre stagioni dell'anno: e nel 1797 si principiò a gennaio e si finì a dicembre: un carnevale continuo: anno nei fasti del teatro in Palermo memorabile per i ridotti, gli svariati trattenimenti, gli artisti [pg!57] di cartello, la successione ininterrotta di rappresentazioni e per molte altre circostanze.
Il 28 gennaio andava in iscena col nuovo tenore Emanuele Caruso la Pietra simpatica del maestro di cappella palermitano D. Salvatore Palma[58]: e contemporaneamente, o quasi immediatamente dopo, parecchie opere musicali non eroiche, disimpegnate dalla Compagnia che dal primo suo buffo prendeva nome di Trabalza. La fiorentina Anna Andreozzi, prima donna, già nota e cara al paese, vi faceva miracoli d'arte, eguagliata qualche volta non superata mai dalla seconda donna Maddalena Menini.
Ecco la Quaresima con le sue penitenze e gli spettatori non erano ancor sazî di rappresentazioni. «Oh! pensavano essi, non sarebbe egli bello fare fermare, gli artisti in Palermo, ed eseguire opere sacre?». L'idea piacque e si espose all'Autorità politica ed ecclesiastica; la quale, poichè in assenza del Vicerè era accentrata nella persona dell'Arcivescovo Lopez, l'accolse benevolmente; ma sotto una condizione, cioè, che si dovesse stare strettamente alle opere sacre; che oratorio dovesse chiamarsi il teatro, e che al domani di una rappresentazione, lo spettatore dovesse andare a udir messa: fanciulleschi ripieghi, nei quali i nomi mal coonestavano le cose, e l'esercizio d'un atto religioso serviva di passaporto ad uno spettacolo mondano. [pg!58]
La Giuditta era tra le opere più accette[59]; il teatro fu sempre pieno zeppo, e «non vi fu sedia, gradetta o palco vuoto. Gli impresarî (Corrado Nicolaci Principe di Villadorata, Gaetano Campo ed altri) vi guadagnarono centinaia d'onze. Il teatro fu convertito in Oratorio e così chiamato, e chiesa e luogo sacro». L'esempio degli oratorî produsse effetto maraviglioso nel clero secolare e regolare. Poichè il teatro è stato convertito in chiesa — dissero molti — con sacri oratorî, perchè non si può andare anche a teatro per assistervi?... E poichè si assiste ad opere sacre, perchè non si può anche assistere ad opere profane?
Il ragionamento non faceva una grinza: ed ecco ecclesiastici d'ogni ordine accorrere al teatro. L'impresario, che non cercava di meglio, allargò la mano con opere musicali di giorno, per preti e regolari: «cosa, confessa il Villabianca, vergognosa, quasi sacrilega», spiegabile solo con «la mutazione dei tempi»[60].
Scorsa con questi mezzucci la Quaresima, la passione del teatro diventò febbre. Dopo il sacro venne il profano. Pel maggio apparecchiossi, con un'altra compagnia, Il trionfo di Diana in costumi così scollacciati che la Nobiltà fuggì inorridita, e l'impresario, responsabile dello scandalo, fu mandato in carcere, donde potè uscire solo per intercessione di quei medesimi nobili che aveano ricorso contro di lui. Il dramma [pg!59] musicale fu ripresentato con radicale riforma di costumi[61].
Così giungevasi alla estate, e con la compagnia Tassini si assisteva alla rappresentazione del Pimmalione di Bonifazio Asioli o del Sirotti in luglio, della Morte di Cleopatra del Nasolini in agosto: opera grandiosa, nella quale sul palcoscenico appariva un carro tirato da quattro cavalli; dei Tre eredi in settembre. Assunta la impresa da Pietro e Bartolomeo D'Affronti, ritornava il sempre desiderato Giuseppe Trabalza con le sue lepidissime commedie per musica; ma la diva Andreozzi non compariva, e in sua vece veniva la Cecilia Bolognesi, che nei Puntigli per equivoco del Fioravanti[62] faceva le parti di Bettina figlia di D. Fronimo, mentre Ludovico Brizzi rappresentava D. Eugenio, amante prima di Dorina, poi di Bettina. Così proseguivasi sino alla fine con l'Astuto in amore, che dopo due esecuzioni doveva mettersi da parte; con la Donna sensibile di Giacomo Tritto e con altre opere, tutte a lode anche del maestro di cappella D. Giuseppe Bracci, stato abilmente al cembalo, dei pittori delle scene D. Filippo Ferreri, D. Vincenzo Vulturi e D. Baldassare Pace, ed anche un po' del vestiarista D. Gaspare Siragusa, che fu il Settimo Cane del secolo XVIII.
Noi rivedremo tra poco l'Andreozzi nella Vergine del Sole del Cimarosa, ed intanto proseguiamo la nostra rapida descrizione. [pg!60]
Al S.a Lucia non si faceva da meno: e dove negli anni anteriori le opere comiche in musica vi avevano attirato uditori e spettatori, amici incondizionati, o con la Teresa Corisoli della compagnia comica Pinetti (1794), o con l'Agata Rubini (1795 e 1801), nel 1797 era una sequela di opere comiche e tragiche nuove per esso. Il Carnevale di gennaio e febbraio aveva una ripresa in autunno col Pirro re d'Epiro del Zingarelli, con La Serva padrona e con gli Zingari in fiera del Paisiello; e nel Carnevale seguente, passato clamoroso per gli applausi riscossi dalla prima donna Anna Davì o Davya piemontese, la quale, benchè attempatella, nella Zenobia in Palmira di Pasquale Anfossi cantava con grazia ed eccellenza singolare. Onde il Meli, attempatello anche lui, improvvisava la odicina intitolata:
Li Grazj.
Sai, bella Veneri,
Sai tu pirchì
Li Grazj currinu
A la Davì?
Pri fari vidiri
Chi ad idda sta
Rendiri amabili
Qualunque età;
E chi tu propria
Tu stissa tu,
S'iddi ti lassanu
Nun cunti cchiù[63].
Lucrezia Nicodemi nell'anno successivo non ebbe per la Finta amante del Paisiello i versi di un Meli; ma [pg!61] portò via i regali di parecchi giovani ed il cuore di più d'un adoratore: storia vecchia, e pratica sempre nuova!
Noi non abbiamo tempo di fermarci sulle opere musicali che si eseguivano tra noi; ma se per un momento potessimo farlo, ne vedremmo ogni tanto una siciliana o di Siciliani. Tutte o quasi tutte venivano da fuori e per lo più da Napoli, la cui scuola primeggiava, e donde il passaggio a Palermo era come una tappa geografica naturale. A Palermo facevan capo, come una volta le opere del Pergolese e dello Scarlatti, i recenti lavori del Paisiello, del Cimarosa, del Guglielmi; e le fresche ed eterne loro ispirazioni giocondavano una società che li comprendeva e li sentiva.
Nel resto però le opere teatrali erano melodrammi artificiosi, dai temi obbligati, dagl'intrecci unitipici, dalle situazioni imbarazzanti, dagli amori apparentemente divisi a più aspiranti, dai cuori a pani di zucchero, dalle sinfonie solo buone a solleticare senza commuovere, a pungere senza penetrare, a vellicare senza premere, a muovere a sdilinquimenti senza eccitare ad un fremito.
I partiti in teatro turbavano sovente la calma della rappresentazione, il godimento dello spettacolo, l'ordine della città.
«Nei primi tempi della mia età, racconta il Villabianca, fiorirono al Travaglini... la Turcotta con la Manfrè. Queste due donne attrassero talmente alcuni nobili che essi prendendosi a partito arrivarono a profondervi delle migliaia con molto danno delle loro [pg!62] famiglie. Profittando di queste gare, le due donne tornarono a casa con le tasche piene d'oro e argento palermitano. Giunse a tal segno la loro follia che per distinguersi gli uni dagli altri nella possanza di partitarî, feronsi leciti pubblicamente di portare in petto pendenti, dei nastri vermiglio e verde, le amorose insegne del gelsomino e dell'ancora non altrimenti che fossero state divise onorevoli dì ordini cavallereschi».
Più tardi, avvenne un vero scandalo per altre due donne del S.a Cecilia, protette da due gruppi contrarî, accalorati nell'ammirazione della mimica di esse, le quali gareggiando si contendevano il primato nell'arte di Europa; onde ebbero luogo scandalose ragazzate dei parteggiatori[64].
In questo tempo (1778) era al S.a Cecilia la più grande artista d'Italia, madama la Gabriella, detta la Cochetta. Non si sa come anche lei fosse entrata nella briga, lei donna di alto merito e di sconfinato orgoglio; fatto è che ci entrò. E di essa si racconta che in una sera del Carnevale 1771, essendosi rifiutata di cantare, il Capitano di Giustizia, stimando metterla a dovere col mandarla in carcere, n'ebbe in risposta: Piuttosto piangere mi posson fare che cantare[65].
[pg!63]
Questo è nulla a petto di quello che accadeva molto più tardi con l'Andreozzi.
Siamo nello scorcio del 1797 e nei primordî del 1798. Il partitario (impresario) Toti fa andare sulle scene del S.a Cecilia la nuova opera Vergine del Sole del Cimarosa con questa prima donna seria. Ma c'è in Palermo la prima donna buffa, Cecilia Bolognesi, alla quale il Capitano della città Principe di Torremuzza ha assegnato il grado e le mansioni di seconda donna. Offesa nell'amor proprio, essa riesce per via di aderenze a prendere parte alla rappresentazione vestita da Alonso. È una vittoria, questa della Bolognesi, che però non basta a soddisfare gli amici di lei, mentre lascia scontenta la Andreozzi e sconcertati i suoi partigiani. Le due artiste sono al colmo della rabbia, e i loro sostenitori, l'un contro l'altro armato, s'attendono al varco. La prima sera è sfavorevole all'Andreozzi; i suoi ammiratori vengono sopraffatti da quelli della Bolognesi. Il Principe di Torremuzza ordina la sospensione dello spettacolo; il pubblico se ne impermalisce, e al riaprirsi del teatro, senza tanti complimenti, conferma la sua opposizione; onde la Andreozzi, perduta la pazienza, gli rende un certo saluto retrospettivo che fa andare su tutte le furie lo spazientito pubblico. Dalle parole si passa ai fatti; dai fischi e dagli urli ai limoni ed ai gozzi di polli pieni d'acqua. Gli avversarî non la vogliono più sul palcoscenico: gli amici non possono più far nulla per lei; ed il Capitano, con indicibile risentimento della Nobiltà, che all'indecente saluto aspetta una [pg!64] ammenda, fa abbassare la tela. E che cosa dovrebbe egli fare il Torremuzza? — «Mandarla alla Carboniera!» gridano i più. — «Lasciarla stare!» dicono i meno. Si vuol trovare un accomodamento, e non si trova. Si cerca invano di fare sbollire la collera degli offesi. E se non fosse per l'alto ufficiale di giustizia Leone, che, capito il dietroscena di questa commedia, mostra i denti, chi sa dove si andrebbe a finire! Il paglietta ha ordinato l'esecuzione d'un'altra opera con la sola Bolognesi; ha fatto catturare due parrucchieri, e, a capo di alcuni giorni, ha permesso, con pace di tutti, la rappresentazione della Vergine del Sole: pace ottenuta in una maniera semplicissima: facendo circondare il teatro da sbirraglia e da truppa sotto il comando del brigadiere svizzero Xiudi. L'impresario Toti, che pel danno che gli è venuto dalla chiusura del teatro, ha messo sossopra tutte le autorità, tira un gran sospirone[66].
Ora chi sono essi questi parrucchieri, e perchè catturati?
Cherchez la femme, se la femme non si vede anche troppo.
Perchè, è da sapere che la Andreozzi ha una certa amicizia col Pretore, ed il Pretore, che le vuole un gran bene, poco curante dalla sua alta dignità e del suo stato civile, la colma di regali, e le passa cinquant'onze al mese e la carrozza di casa sua ogni giorno, [pg!65] con quanto dolore della Pretoressa e scandalo de' Palermitani, si può immaginare...
A proposito di che si richiama l'aperta protezione accordata dal Vicerè Caracciolo (febbraio del 1782) alla cantante Marina Balducci, che egli avea conosciuta a Parigi; e si rifà la storia dei suoi inviti a pranzo e dei mormorii che destò nei nobili la presenza di una commensale rotta alla facile vita delle scene[67].
L'Arcivescovo e Presidente del Regno Lopez potrebbe metter fine allo scandalo, ma non volendo guastarsi col Pretore, ha legate le mani al Capitano, lasciando per tal modo crescere in arroganza la turbolenta artista. Contro di lei, come contro la sua rivale, pare sia stata ordita una congiura tra la Principessa di Belvedere, Caterina Del Bosco e la Duchessa di Montalbo, Marianna Ramondetta: congiura alla quale non sarebbe stata estranea la Capitanessa Maria Castello, Principessa di Torremuzza, interessata la parte sua a favore del marito. Ed ecco come c'entrano i due arrestati. I parrucchieri delle prime due dame sarebbero stati gli intermediarî ad esse ed ai più accaniti partigiani delle due artiste, e la loro cattura è stata seguita da quella del nobilotto Ignazio Costantino, che presto rivedremo. Il Governo ha fatto ingiungere alle tre dame di astenersi dall'andare a teatro; ma alcuni dicono di averle viste tutte e tre insieme nei palchi; e Pasquino, seccato dell'imbroglio e della temporanea sospensione dello spettacolo, si lascia andare [pg!66] a questo debole sfogo:
Montalbo, Ramondetta e Belvedere
Han privato il teatro del piacere.
Alla Andreozzi, prima e dopo i tumulti, son piovuti dai palchi dei suoi ammiratori sonetti e canzoni: composizioni, come di consueto, al di sotto del mediocre. Tra tutte ve n'è una d'un benedettino cassinese, P. Bernardo Rossi, aio dei figli del Principe di Trabia, il quale nasconde la sua mondanità sotto il semi-anagramma di Luigi Dorisse: Egli «in atto di vero ossequio» così incomincia la sua ode:
Ecco già canta: uditela
Oh come alterna il fiato
Seguito dalle Grazie
A rapir l'alme usato!
L'alata voce ed agile
In mille giri ondeggia,
Ora con volo rapido
Quale usignol gorgheggia;
Ora di luce eterea
Cinta dall'alto scende,
E con bell'arte insolita
I cuor' di gioia accende[68].
Contemporaneamente v'è chi canta le lodi di Maddalena Ammonini, prima donna assoluta del S.a Lucia; ed un tal Salvatore Pino ha il coraggio di offrirle un epigramma latino, che essa, s'intende, non avrà neanche guardato, ed un Giovanni Corifeo, pseudonimo, un sonetto, confortante nelle recenti lotte degli invidiosi, [pg!67] poi
Che dalla ruota e dal martel cadente,
Mentre soffre l'acciar colpi ed offese,
E più fino diventa e più lucente[69].
Ogni nuova compagnia di prosa o di musica che giungesse era un avvenimento che suscitava nuovi ardori nell'animo dei nostri giovanotti. Come prima, così dopo, essi non sapevano nascondere la loro passione: e comiche e cantanti e ballerine ricevevano gl'isolani adoratori come avevano ricevuto quelli, forse meno ardenti, perchè men privi di cosiffatti incontri, di Terraferma. Meli vide nella passeggiata della Marina questi ganzerini, che perdevano la testa appena incontrassero una sacerdotessa di Tersicore; e
Beati primi
esclamava in una meschina poesia,
Ch'ànnu ddu brazzu!
Cu quali sfrazzu!
Si purtirà!
E in un'altra migliore:
Tutta la sò limosina
Pri li cumidianti,
Pirchì su boni e santi
Nè sannu diri no[70]
Anche gli uomini serî e i grandi dignitarî di Stato non andavano esenti da cosiffatte debolezze. Nel 1799 l'Ambasciatore russo Puskin, alla Corte di Napoli in Palermo, marito della Contessa de Bruce, si accendeva [pg!68] per la bellissima cantante Miller, ed intrattenevasi volentieri con lei, alla cui abitazione si faceva precedere dal suo cacciatore: sistema non nuovo, perchè ordinariamente tenuto dal Re[71], cacciatore d'ogni genere anche dopo sgradevoli sorprese.
Le gelosie, che non eran troppo forti tra mariti e mogli, divenivano ardenti tra gli uomini e le artiste, e spingevano quelli a sconsigliati passi, che reclamavano l'intervento della polizia. Il nobile Diego Sansone guastavasi un po' clamorosamente con una ballerina, e veniva chiuso nella Colombaia di Trapani; Placido Bonanno dei Principi di Linguaglossa, cavaliere gerosolimitano, poco cavallerescamente correva dietro ad una donna della Compagnia comica, e commetteva per essa tante discolerie da essere relegato in Siracusa[72]. Più grosse quelle di un signore, il cui titolo marchionale oggi due casati si contendono, e di Filippo Cordova Marchesino della Giostra. Costoro, o ingelositi del primo ballerino di S.a Cecilia, o contrariati dalla sua opposizione e dalle sue pretese, per certi loro innamoramenti teatrali si decidevano ad una buona lezione. Di notte lo facevan sorprendere da lor gente e gli facevano aggiustare delle bastonate da orbo; in seguito alle quali per ordine immediato e de mandato venivano chiusi, questi, il Marchesino, nel Castello di Siracusa; quegli, che alla fin [pg!69] fine, perchè trascinato dall'amico, avea sorbito a beneficio altrui l'amaro senza aver gustato il dolce, nel Castello di Milazzo.
V'eran poi gli eterni disturbatori de' teatri, tanto cari a certi codiciai moderni, nati fatti per proteggere i birbanti; ma la polizia del tempo, senza permesso nè ordine di nessuno, metteva loro addosso le mani e li mandava al Castello. Il giovane Marchese Costantino, capo di codesti sconsigliati nel 1797, informi. Qualche volta la polizia non bastava, e doveva ricorrersi ad un buon nerbo di truppa, e non per una sera soltanto![73].
Ed ora passiamo ad altro ordine di cose teatrali.
Le relazioni tra i due teatri erano quanto di più brutto possa immaginarsi. Il S.a Cecilia tirava sempre a deprimere il S.a Lucia: ed il S.a Lucia, insidiato, colpito ad ogni istante, reagiva con vigile energia. Gli è che l'uno si vedeva leso dall'altro: e Governo e privati non sapevano dissimulare la loro predilezione pel S.a Cecilia, convegno favorito dell'alta cittadinanza, al quale tutto si permetteva, fino alle cose più lontane dalla giustizia e dalla equità. E la buona Marchesa di S.a Lucia, Valguarnera Gentile, che era sola nell'amministrare il patrimonio della famiglia e quindi il suo teatro, e che non poteva contare sulla cooperazione degli scioperati figliuoli, mai [pg!70] non si stancava di chiedere la denegata giustizia, di lamentare diritti conculcati, di sventare trame contro la sua esistenza economica.
Le si voleva impedire di tenere aperto il teatro quando era aperto quello di S.a Cecilia, e non si teneva conto del regio dispaccio del 1746, che imponeva restassero «ambi li teatri senza distinzione aperti» correndo «egualmente la fortuna»; e poichè a pochi mesi di distanza erasi dimenticata la precedente sentenza dell'autorità: che «ogni impresario è libero; niuno attenta sul diritto dell'altro, nè cerca, nè ottiene tampoco proibitiva» (4 luglio 1792), lo impresario Giuseppe Azzalli per la Marchesa invocava a favor suo, presso il Sovrano, quella sentenza (21 ott. 1793).
La questione rimaneva sempre insoluta; anzi s'inaspriva volendosi al S.a Lucia vietare opere sacre e serie in Quaresima. Giacchè, dice un sovrano rescritto del 1793, richiamato dalla parte avversa, queste opere si prestano alle scurrilità. «Una cosa sola può concedersi: la esecuzione degli oratorî; ma gli oratorî non si fanno altro che a S.a Cecilia; perciò il S.a Lucia non ha ragion di dolersi».
Così alla ingiustizia si aggiungevan le beffe! (14 febbr. 1797): e si mettevano in non cale esempî contrarî all'affermazione, come quello della concessione ad altra impresaria del S.a Lucia, Teresa Consoli (9 febbr. 1795), la quale però, perchè giovane, poteva aver avuto mezzi più persuasivi della vecchia Marchesa.
Le sopraffazioni non si rimanevano qui. Un nuovo [pg!71] impresario dianzi citato, Andrea Toti, forte delle alte protezioni ceciliane, chiedeva (20 maggio 1797) la proibizione delle opere in musica al S.a Lucia. La Marchesa se ne appellava al solito Capitan Giustiziere, il Conte S. Marco, il quale non poteva darle torto; ma tra il sì ed il no, era il parere contrario, cioè che due teatri in musica non potevano stare, tanto che uno di essi era stato per varî anni senza musica[74]: risposta che non dice nulla ed ha tutta l'aria di dar ragione alle due parti, mentre non ne dà a nessuna. Toti non s'acquetava, e rivolgendosi al Re, tesseva un po' di storia delle condizioni teatrali del tempo. «In S.a Lucia — osservava — si è sempre rappresentato la prosa (bugia smentita dalle notizie sopra riferite). A S.a Cecilia, dove io ho preso la impresa per due anni, e che è il maggior teatro, si è sempre rappresentato la musica. Io, credendomi unico per le opere in musica, mi caricai di doppia compagnia, per opere serie e buffe. L'impresario non può calcolare sull'intervento dei forestieri, ma solamente deve sostenersi con quella poca nobiltà che rimane in Palermo, e con pochi individui del mezzo ceto, in guisa chè in tutte le sere non si vedono altri in teatro che le stesse persone. Se in un paese situato in questa maniera si apre un altro teatro di musica, sarebbe lo stesso che in quindici giorni serrarsi l'uno e l'altro con positivo svantaggio del pubblico, che resterebbe privo dell'onesto divertimento del teatro» (2 giugno 1797).
[pg!72]
Stavolta il Re non poteva riconoscere un diritto proibitivo anche nelle opere da rappresentarsi; ma l'autorità locale, mortificata del ricorso, se la legava al dito e a breve scadenza se ne prendeva la rivalsa.
Siamo alla sera del 31 ottobre 1798, e deve andare in iscena la nuova opera buffa: Il Cartesiano fanatico del Tritto con la Nicodemi, prima donna. Il cartello della Piazza Vigliena annunzia il cominciamento ad un'ora di notte, consueta dell'opera. A quell'ora appunto il teatro ha principio. Il colto pubblico di dame e cavalieri manifesta il suo mal'animo verso la Nicodemi, e protesta che non vuol saperne, altro che per udire o riudire la Semiramide[75]. Al Capitan Giustiziere, Principe Carlo Gir. Castello, non par vero di cogliere la palla al balzo: e manda in carcere il messo ed il palchettiere. Ma come c'entrano questi disgraziati? chiede la Marchesa di S.a Lucia al Vicerè; ed il Capitan Giustiziere, che ha commesso un vero abuso di potere, posto tra l'uscio ed il muro, mendica per giustificarsi i più futili argomenti, e nasconde l'avversione al teatro di piazza S.a Caterina con questa magrissima scusa: A rispetto del digiuno, nelle vigilie, di estate si suole aprire il teatro a un'ora di notte; ma d'inverno non è così: le sere, le notti son lunghe, ed il pubblico non vuol esser congedato dal teatro presto. «Il moto che nelle vie cagiona il ritorno della [pg!73] gente dal teatro, tien desti i cittadini e rompe molti disegni nella città popolosa»[76]. Il messo ed il palchettiere — aggiunge — vennero subito rilasciati in libertà; ed in prova manda un certificato del carceriere capo della Vicaria, uno spagnuolo con quattro o cinque nomi e cognomi.
Un'altra per suggello dei due pesi e delle due misure nei due teatri.
Mentre ristrettissimo era il numero dei posti gratuiti ai quali obbligavasi il S.a Cecilia, illimitato era invece quello imposto al S.a Lucia. Noi non ne sapremmo forse nulla se la stanca proprietaria non l'avesse rotta con le camorre del tempo. Essendo Presidente del Regno il tante volte ricordato Arcivescovo Lopez, la Marchesa ricorreva a lui implorando la riduzione dei posti ch'ella, in un teatro piccolo come il suo, doveva mettere a disposizione delle Autorità e del personale ai servigi di esse. Facciamone la lista:
Palchettone di mezzo al Vicerè;
Due palchi per la paggeria e servitù:
Palco pel capitano della guardia;
Palco per la servitù di lui:
Palco pel capitano di Giustizia;
Palco per la sua servitù.
Posti in platea:
Sedia pel vice-Capitano di Giustizia;
[pg!74]
Sedia per l'Aiutante reale del Vicerè;
Sedia pel primo portiere della R. Segreteria[77].
In mezzo a questo arruffio d'impresarî del S.a Cecilia e di impresarî e proprietarî del S.a Lucia, una cosa si vede chiara: che coloro i quali si occupavano di affari teatrali non nuotavano in un mare di ricchezze. La città era sempre la stessa, la popolazione sempre una, non accresciuta mai da forestieri, che sogliono portare un contingente di frequentatori dei pubblici spettacoli. Ai teatri andavano i due ceti principali: il nobile ed il civile, e con essi a grande stento poteva riuscirsi, quando vi si riusciva, a francar le spese per parte di coloro che assumevano la impresa della stagione. I piati che abbiamo visti partire quando dal piano di S.a Cecilia, quando da quello di S.a Caterina, accusano insistentemente questo difetto. Avveniva, in conclusione, quel che avviene sempre: si voleva assicurata parte della spesa; e, non potendosi al Comune, peraltro impoverito, si ricorreva all'aristocrazia dei titoli, che al far dei conti rappresentava sovente l'aristocrazia del denaro. E poi non dobbiamo dimenticare che se il S.a Lucia avea pesi gravi, non men gravi ne avea il S.a Cecilia; tra i quali per gl'impresarî quello di dovere per un anno dugent'onze all'Unione dei Musici, che solo a questa condizione poteva, secondo i vecchi Capitoli, cedere il teatro[78].
[pg!75]
Il 18 novembre 1793 il Principe di Trabia, che rivedremo nell'esercizio delle sue funzioni di Capitan Giustiziere della Città[79], facea sapere che Cosimo Morelli nel dicembre dell'anno precedente aveva offerto per l'anno teatrale 1793-94 del S.a Cecilia spettacoli serî e buffi, balli e non so che altro, a patto che gli si assicurassero mille ducati di regalo e novemila altri ducati pei soli palchi. Il Principe da uomo liberale e generoso pagò di suo i mille ducati[80].
Dieci anni prima (1782), con l'attrattiva dei successi ottenuti dalla Marina Balducci, avevano assunta l'impresa per le opere in musica della stagione, sessanta avvocati, sicurissimi di lauti guadagni. Al tirar dei conti, ci perdettero 10.000 scudi, cioè sessant'onze (L. 755) l'uno!
A tanto danno continuo, invincibile si cercavano rimedî, e si giunse alla concessione, chiesta ed ottenuta dal Duca di Belmurgo, Capitan Giustiziere, al Re, di «una festa di ballo, o sia ridotto comunale per dare un divertimento al popolo e formare nell'istesso tempo un fondo da potersi sostenere con decenza l'anzidetto teatro», concessione forse unica in tutto il secolo[81], la quale dovette scandalizzare certuni, non abituati a veder l'infimo ceto profanare il tempio degli svaghi pei ceti superiori. Ma questo ed altri espedienti riuscirono infruttuosi.
Malgrado i partiti, malgrado i litigi continui e le [pg!76] altre miserie che abbiam dovuto purtroppo lamentare nei teatri della città, questi non sembravano indegni d'una Capitale. Il tedesco Hager ne diede un giudizio che deve rispondere perfettamente alla realtà se concorda con quello datone poco dopo dall'inglese Galt, testimonio oculare anche lui pel corso di tre anni.
«I due teatri di Palermo sono entrambi occupati dalle compagnie che di anno in anno circolano per l'Italia con nuovi cantanti, ballerine ed attori. Nessun arlecchino offende coi suoi scherzi le orecchie degli elevati spettatori, nessuna facezia la dignità del pubblico italiano. Rappresentazioni estetiche han soppiantato i lazzi, e caratteri perfetti a poco a poco le burle dei tempi passati.
«I prezzi d'entrata sono mitissimi. Costumi, orchestra, decorazioni non sono, è vero, da mettere a paragone di quelli del Teatro nazionale di Vienna o delle scene di Londra e di Parigi, ma in Palermo son forse migliori che in altre città popolose e ricche d'Europa. Gli artisti medesimi mettono bene in caricatura le parti dei rigidi Inglesi, dei piacevoli Francesi e dei Tedeschi. Io vidi a Palermo, l'una dopo l'altra, quattro rappresentazioni: Arianna di Nasso, Curzio, Coriolano innanzi la sua patria, l'Origine dello specchio»[82].
E Galt, con particolari del tutto nuovi, raccontava agl'Inglesi che in Palermo gli spettatori più astuti portavano in tasca dei punteruoli, che, entrando in teatro, piantavano dietro le spalliere delle sedie innanzi a loro come per caviglie per appendervi i cappelli. [pg!77] A nessuna donna era permesso sedere in platea. I servitori della Impresa aveano cura di fornire, nei palchi, agli spettatori che ne richiedessero, sorbetti: e chi ne aveva la privativa (la privativa anche qui!), sorbetti in platea. Nessun obbligo all'artista, ripetutamente, anche fragorosamente applaudito, di ripetere la canzone, la cabaletta, il duetto richiesto, salvo che il Capitan Giustiziere, credendolo conveniente, con un cenno all'attore od all'attrice non l'ordinasse.
Per tal modo, tutto procedeva regolarmente[83].
In mezzo a tante e sì strane vicende, noi siamo giunti alla soglia del secolo XIX, sulla quale dobbiamo arrestarci. Il varcarla ci obbligherebbe a seguire la fortuna dei due teatri anche nel nuovo secolo.
Il tanto combattuto S.a Lucia, nel 1809, sotto gli auspici della non lieta Regina, si trasformava, e da essa prendeva il titolo di Real Carolino, e dopo il 1860 di Bellini, col quale, imperturbabile e tranquillo, accoglie artisti di alto valore e cittadini d'ogni ceto; mentre il S.a Cecilia non è più che un nome, un nome sopravvissuto ai disastri finanziarî tra i quali è stato trascinato e travolto. L'eco fragorosa dei suoi solenni trionfi è stata soffocata dai piati della Compagnia dei musici e dai lamenti dello Spedale di S. Saverio; e nei palchi ove rifulsero ammalianti le più belle dame della Nobiltà del Regno domina triste, malinconico il silenzio, rotto soltanto dallo stridìo di luridi rosicchianti e dal sordo rumore del tarlo, che lavora, lavora a compiere l'opera devastatrice del tempo e.... degli uomini. [pg!78]
[CAP. IV.]
IL «CASOTTO DELLE VASTASATE», OSSIA IL TEATRO POPOLARE.
Deficienza di mezzi e umiltà di classe non consentivano al popolo di assistere alle rappresentazioni dei due teatri principali della città; necessarî quindi altri teatri ad esso confacenti, con rappresentazioni adatte alla sua intelligenza ed alle sue inclinazioni. Una volta c'era, come si è detto, quello dei Travaglini; ma, trasformato nel teatro di S.a Lucia (Bellini), il popolino non ebbe più un luogo di spettacoli pei suoi gusti e pei suoi limitati espedienti. Avea bensì, la parte infima di esso, quello che ha ora: i teatrini delle marionette per le leggende cavalleresche del ciclo carolingio (opra di li pupi), e solo da venti e più anni è scomparso di su la porta d'un magazzino di ferro attiguo al palazzo Partanna in Piazza Marina (magazzino che servì a rappresentazioni paladinesche) il titolo di Teatro di burattini. Un genere speciale di commedie era eseguito in modo divertente da pupattoli. Tofalo, che vi partecipava, parve ad uno straniero [pg!79] la personificazione dell'indole siciliana, come John Bull della inglese. Ma la parte più divertente dello spettacolo consisteva in certe scene nelle quali le marionette riproducevano esattamente i caratteri bizzarri della Città, in modo così sicuro che non isbagliava d'una linea la caricatura; il che non mancava mai di recare diletto indescrivibile ai Siciliani allegri e loquaci[84]. La città avea pure il suo pulcinella per rappresentare «la libera commedia pei passanti, col suo linguaggio abituale, che solo può imitarsi con un pezzetto di lamina sulla lingua»[85], vogliam dire quello che noi chiamiamo ancora tutùi, i Napoletani guarrattelle ed i Toscani castello.
Siamo proprio nell'ultimo trentennio del settecento. Una brigata di popolani d'ingegno pronto, di facile e colorito linguaggio, si propone di mettere su un teatrino tutto siciliano.
La letteratura non avea un repertorio comico dialettale da svecchiare, o sul quale metter le mani. Il carattere burlesco del Travaglino di Palermo e del Giovannello di Messina non facea più pei tempi; il servo siciliano Tiberio o Nardo era sciupato; bisognava modificarlo, rifarlo addirittura.
La brigata trovò persona che facesse le prime spese, pronta ad avventurarsi a rappresentazioni della vita e dei costumi dell'Isola.
Chi erano essi questi nuovi attori? Il portiere nella [pg!80] corte del Giudice di Monarchia, D. Giuseppe Marotta, il più piacevole, il più arguto spirito che Palermo avesse dato da oltre un secolo; Giovanni Pizzarrone, mastro Giuseppe D'Angelo, Giuseppe Sarcì, portiere anch'esso, ma del Lotto, Gaetano Catarinicchia, basso curiale, Ignazio Richichi, orefice, che è forse da identificare con quel Giovanni Richichi tiratore d'argento, il quale poi entrò nella Compagnia dialettale del R. Teatro S. Ferdinando; Mario Frontieri, sarto, Fr. Corpora, guardaporta nel Conservatorio del Buompastore, e parecchi altri maestri e bassi curiali, tutti, dal più al meno, analfabeti. Il teatrino sorse in forma di baracca di legno o, come si dice ancora, di casotto (nome che poi rimase classico) nel piano della Marina, e diede quanto di strano, di triste, di lieto offrisse Palermo. Nel 1785 la popolana brigata era già famosa: e se dapprincipio improvvisava secondo un piano prestabilito dal capo di essa, che inventava la favola, la scompartiva, designava i personaggi, tracciava i dialoghi, lasciando alla facoltà ed abilità di ciascuno quel che dovessero dire e come dovessero dirlo, più tardi il capo di essa, D. Biagio Perez, anima intellettiva della Compagnia, ideava e scriveva le sue farse o commedie, le faceva imparare a memoria dagli indotti artisti e ne dirigeva la esecuzione. Fecondissimo compositore costui, che, aggirandosi di continuo per i cortili, i vicoli ed i luoghi dove l'elemento più modesto delle città, uomini e donne, viveva, chiacchierava, litigava, ad esso attingeva gli argomenti, gl'intrecci, le forme del suo teatro. [pg!81]
Il segreto della fortuna era riposto nella caricatura del benestante provinciale, stravolto ed avaro, detto Barone, nel ridicolo, a piene mani gettato sul notaio messinese e nella somma abilità del celebre Marotta (celebre lo dicono i diaristi d'allora), che con impareggiabile verve sosteneva le parti di Nòfriu, facchino sciocco e beone: tipo stupendo che, nella sua assoluta ignoranza, il Marotta, anche sarto a tempo perso, non cessava di perfezionare ogni giorno oziando presso la Posta dei facchini (Posta di li vastasi), all'angolo della via dei Chiavettieri, dove il nome di lui era in mal repressa avversione come quello che li metteva in continua berlina.
Di questa avversione dà la misura un aneddoto non mai fin qui scritto.
Era d'inverno. Piogge torrenziali aveano ingrossato la solita piena, che per la via Toledo correva al mare. Alla Piazza Vigliena, passaggi in legno molto primitivi attiravano uomini, che da un lato all'altro della catena (marciapiede) trasportassero gl'inabili a traversar la fiumana. Questi uomini erano dei facchini autentici[86].
Ed ecco farsi innanzi un robusto omaccione con un uomo a spalla. Toccava già a mezzo la piazza, e la corrente gli giungeva furiosa fin sopra le ginocchia. A un tratto una voce stentorea e minacciosa gli grida: Infame! tu porti Marotta!... e la voce non era cessata, che il volgare san Cristoforo, poco cristianamente [pg!82] buttava giù nell'acqua l'ingrato peso. Il riconosciuto artista si ballottò per un momento tra la piena limacciosa, e dovette ringraziare il cielo se potè cavarsela con quel bagno d'inverno e con i fischi assordanti dei facchini del Cassaro.
Tornando ai personaggi, diremo che il Japicu, padre stupido, veniva a meraviglia disimpegnato dal Richichi, il quale vuolsi abbia sostenuto più tardi la parte di Nòfriu. Catarinicchia faceva da Laura, moglie di lui, vecchia ciarliera ma astuta. Altro giovane, che per la sua figura bionda e sbarbata e la voce muliebre figurava da donna (giacchè il sesso femminile era escluso dalla Compagnia) era il lepidissimo Sarcì, che a certo punto diè il nome alla Compagnia, e che ritraeva la nota Lisa, servetta scaltra e civettuola. Questo Sarcì, per la sua femminilità riuscì una volta ad innamorare un provinciale frequentatore del casotto, il quale però in una conversazione da lui sollecitata restò con un palmo di naso innanzi alla creduta e corteggiata donna. Mario Frontieri faceva da Tòfalu, facchino malizioso, degno riscontro di Nòfriu, dal quale non si scompagna mai nella tradizione. Corpora da Calòriu era un servitore provinciale torto e baggeo e più comunemente il ciancianisi; da Sabbedda, seconda servetta e imprudente, camuffavasi il merciaio Carmelo Ganguzza, che doveva passare poi a sostituire il Sarcì nelle parti di Lisa, quando questi trasformatasi in caratterista; e sosteneva, come non si sarebbe potuto meglio, l'ufficio del notaio messinese D. Litteriu Mario o Carlo Montera, a cui stava [pg!83] da presso altro servo accorto e raggiratore, Gaetano Gulotta, curiale.
Così composta, la Compagnia agiva nel casotto: e la gente accorreva numerosa, assai più che ai due maggiori teatri[87], e si divertiva alle facezie, agli equivoci, ai frizzi che scoppiettavano in bocca a questi pittori del dialetto e, non ostante la parte loro prescritta, improvvisatori di dialoghi vivaci e sfolgoranti. Una recita il giorno non bastava più: e a quella, tanto comoda per coloro che avean finito di lavorare ed avevano libero l'intervallo tra la luce del giorno che declina ed il buio che comincia, se ne faceva seguire un'altra di sera. Venuta l'estate, il favore del non colto pubblico imponeva altro luogo più fresco, alla Marina, presso la Garita. Di questo modo il teatro popolaresco si continuava alternandosi per la estate fuori e per l'inverno dentro città.
La vastasata, titolo della rappresentazione, è il nome col quale farse, commedie ed altri componimenti simili, detti anche improntate, corsero fin d'allora, su temi volgari, sovente piazzaiuoli, con personaggi della plebe, a prevalenza di vastasi (facchini). Un esempio pratico e cortigianesco, ma ritraente del genere d'allora, a base di tipi consacrati dall'uso (Nòfriu, Tòfalu, lu Baruni di li Cianciani, Donna Lisa) ce lo diede il Meli (1799) nei Palermitani in festa, farsa che il [pg!84] sommo poeta chiamò vastasata dal genere in voga da un pezzo[88].
I costumi eran sempre i medesimi, come i caratteri; non soggetto a molte novità l'intreccio e l'azione. Solo ogni tanto, per nuove vicende e per avvenimenti clamorosi, al tema ordinario se ne sostituiva uno occasionale. Il 30 luglio del 1789 la famigerata Anna Bonanno veniva strangolata nelle più alte forche alle Quattro Cantoniere, ed il 5 settembre seguente, in un casotto della Garita, si assisteva ad una rappresentazione sulla Vecchia dell'aceto, soprannome col quale dovea sinistramente passare alla posterità la infame propinatrice di aceto velenoso. Lo stesso era avvenuto della cattura e morte del famosissimo brigante Testalonga. Per la festa di S.a Rosalia poi era inibita qualunque rappresentazione d'argomento non sacro[89] vacanza era il venerdì e riposo assoluto si prendeva nei mesi di ottobre, novembre e dicembre[90].
Accadeva talvolta che nelle commedie fossero brevi cantate a due o tre voci; e allora ecco trovato un [pg!85] poeta che le sapeva scrivere secondo il gusto degli spettatori: l'ab. Catinella, a cui le Muse sorridevano lietamente.
Per mancanza di documenti un giudizio sulle vastasate non è possibile, quantunque sia stato affermato conservarsi gli scenoni o scenarî di ventinove di esse, parte inventate, parte rifatte da commedie scritte e adattate dal Perez al nostro teatro dialettale. Checchè ne sia, bisogna contentarsi dei soli titoli, dove è malagevole riconoscere la provenienza letteraria[91]; ma dove non è difficile indovinare l'assenza della prima, originaria forma del genere, la quale non venne mai scritta appunto perchè primo il Marotta non sapeva scrivere. Gli eruditi del tempo si limitarono a [pg!86] qualificarle, per la loro autenticità, come «le vere bastasate che da più tempo fra noi introdotte in Palermo, riescono accette al popolo»[92]. Hager, che le vide alla Marina, notò gli uomini travestiti da donne, le parti burlesche eseguite da uno che raffigurava da facchino; scherzi principali, le percosse e gl'inganni; linguaggio, tutto siciliano[93]. Galt, dopo Hager, trovò tra gli attori «il più popolare, uno che rappresentava il carattere volgare isolano più accentuatamente di quello che si facesse per i caratteri irlandese e scozzese a Londra»[94].
Più espliciti i pubblici funzionarî. Pietro Lanza Principe di Trabia, Capitan Giustiziere nel 1793, le diceva «spettacoli di non troppo odorato buono, perchè, per lo più, piene di sentimenti vili [intendi plebei] e spesso indecenti, e che sicuramente non corrispondono al fine per cui si permette la buona commedia, che sarebbe quello di onorare la virtù e porre in disprezzo il vizio». Ma nel 1794 modificava in questo modo il suo parere: «Analizzandosi questa improntata siciliana, comunque sia stata definita per spettacolo di sentimento alquanto indecente, non racchiude nelli medesimi che uno scherzo passeggiero e niuna conseguenza. Il ricorso peraltro in queste improntate suol accadere di persone che si uniscono tali sentimenti. Non si sono mai fatti leciti gli altri in queste improntate di scherzare contro la religione. [pg!87] Le persone poi che dirigono tali improntate sono più che circospette». Concludeva perciò: «Il governo le ha sempre permesse»[95].
Giovanni Meli guardava di mal occhio, non già la classe sulla quale era gettato il disprezzo del genere di rappresentazione, ma lo spirito della rappresentazione medesima. Il sentimento delicato del poeta faceva di lui un essere di tempi più progrediti, di idee più elette che non fossero quelle dominanti allora, facilmente, clamorosamente accolte nei teatrini. In una sua nota egli rilevava: «Per comprendere in quanto dispregio sono al presente presso i cittadini gli abitanti dei villaggi delle campagne, basta portarci una o due volte ad ascoltar le commedie nazionali, dove si osserva costantemente che fra li ceti degli uomini, quelli nell'ultima derisione sono i facchini e i contadini»[96].
Il successo ottenuto dal Marotta e dal Perez fu così trionfale, e continuò così costante, che fece attecchire un genere fino ad essi forse non tentato, ma senza forse non portato al grado a cui essi lo portarono. Il successo fece gola a molti, e nuovi artisti da strapazzo, e nuovi impresarî da dozzina vollero gareggiare con rappresentazioni del tipo, dato, imposto per opera della così detta coppia grande, che era la compagnia Marotta-Perez. E qui ha principio una pioggia incessante di domande di questo o di quell'impresario [pg!88] per ottenere dall'autorità competente la licenza di teatrini per commedie popolari buone per far divertire il pubblico basso, impossibilitato di assistere ai teatri alti. Le carte della R. Segreteria di Stato del tempo son testimoni di questa gara per invidia di risultati, per avidità di lucri, i quali, dividendosi, doveano per necessaria conseguenza attenuarsi fino alla irrisione. Un casotto alla Marina chiese il permesso di alzare ed alzò nel 1793 mastro Giovanni Pedone; ma non potè, per la scarsezza dell'annata, pagare le 16 onze volute dalla Deputazione per le strade[97]. Uno «con palchi aperti a tenore dell'ordine reale, per improvvisate siciliane» ne volle pel seguente 1794 mastro Antonino Demma; e come lui, nel medesimo anno, per proprio conto altro ne chiese un certo Pignataro, «per bastasate improvvisate di dilettanti ed altre burlette». Questo stesso sollecitava un Barcellona. Richiesto del suo parere dal Vicerè, il citato Capitan Giustiziere Principe di Trabia non sapeva che fare: e per uscirne mostravasi non molto tenero del genere, «che avrebbe voluto sostituito e modificato con commedie [pg!89] o burlette decenti». Non propendeva per le vastasate, fin lì «con una certa restrizione, come di tre o quattro nel Carnevale e raramente nelle altre stagioni», accordate, e raccomandava il Barcellona, come il più pulito e reputato. Ciò nel giugno del 1793. La parzialità non piacque a nessuno. L'anno seguente, sei nuovi o vecchi impresarî si affollavano per licenze d'altri casotti in Piazza Marina. Stavolta il Capitan Giustiziere era come l'aio nell'imbarazzo. Chi preferire? E se tutti chiedono di eseguire bastasate, come dir male di tutti? L'anno scorso si era lasciato sfuggire quel giudizietto poco gradito; ed ora non avrebbe voluto ripeterlo. Aggiungi che tra i richiedenti c'era la compagnia autentica delle vere bastasate, che si faceva avanti fiduciosa, come sicura della preferenza al Pignataro, trascurato l'anno scorso. D. Giuseppe Marotta, D. G. Sarcì, D. Mario Montera, D. Gaetano Gulotta, mastro Giuseppe D'Angelo, mastro Fr. Corpora pregavano il Vicerè che rinnovasse al Pignataro il permesso al quale pei suoi precedenti aveva un certo diritto. «Alcuni sconsigliati — essi scrivevano — han chiesta simile permissione per loro; ma costoro non hanno la coppia, che ha solo il Marotta supplicante. Pignataro vanta per licenze ciò sin dalla Capitania del Marchese di Giarratana. Ecco perchè questi poveri padri di famiglia si ridussero a scritturarsi con Pignataro».
Il Principe di Trabia, che era uomo di buon senso, prendeva, come suol dirsi, a quattro mani il suo coraggio, e da onesto Capitan Giustiziere favoriva la [pg!90] giustizia alla quale avea diritto questa brava gente, dicendo anche un po' di bene delle bastasate, non ostante il po' di male che ne avea detto innanzi. Marotta trionfava su tutta la linea, ma il trionfo era fortemente contrastato da emuli e da avversarî. Antonino Carini, esercitando un suo casotto nella Piazza Marina, faceva dei lagni contro gl'invidiosi attori della coppia grande, cioè contro il Marotta; ed era costretto a prendere la coppia piccola per superare questi, che essi chiamavano creatori di cabale; e, ad accrescere attrattive, domandava di poter «fare intermezzi con balletti di gente siciliana per maggior godimento del pubblico» (7 gennaio 1795); inutile pretesa, ridotta solo alla concessione di «opere serie ed oneste», ossia di «tragedie sacre per la prossima quaresima» (27 gennaio), concessione del nuovo Capitan Giustiziere, Principe di Galati.
Eppure anche questa riserva suscitava risentimenti. L'impresario del teatro di S.a Lucia, Giuseppe Azzalli, ci vedeva un disvio della sua clientela e richiamavasene all'autorità; ma non capiva o fingeva di non capire che l'uso dei casotti era inveterato, che il Governo li avea sempre favoriti, perchè la maestranza non avrebbe altrimenti avuto un'occupazione dilettevole spendendo pochissimo. «La gente che frequenta i casotti non frequenta il S.a Lucia, osservava giudiziosamente la medesima autorità. I casotti sono sforniti di tutti quei comodi che da per tutto vuol trovare la culta ed onesta gente; e in essi vengono dati degli spettacoli che quanto conciliansi l'immaginazione e [pg!91] soddisfano al gusto del popolo, altrettanto sono incapaci di trattenere le culte ed eleganti persone».
E proseguivano le richieste per casotti da vastasate, di mastro Antonino Lamanna, di D. Fr. Simoncini, di D. Giuseppe Aloj e di non so quanti altri. Il Capitan Giustiziere esaminava e consentiva, e le licenze non mancavano; sicchè il piano della Marina d'inverno, quello della Garita di estate avrebbero dovuto essere ingombri di baracche. Eppure non lo erano se non in parte: perchè primeggiava sempre la vecchia e originaria Compagnia; ai danni della quale, o al miraggio di larghi guadagni, fin due grossi speculatori si fecero innanzi con l'offerta, apparentemente vantaggiosa al Fisco, sostanzialmente offensiva alla libertà, del pagamento di 30 onze annuali pel diritto proibitivo di alzar baracche per commedie popolari (1795 e 1796).
E di che non si domandava monopolio, e quindi diritto proibitivo?
Ma tra tanti casotti che sorgevano e sparivano, tra tante compagnie di comici con programmi rigorosamente siciliani tendenti a mettere in evidenza i costumi e la vita del popolo, quella del Marotta e del Perez era sempre favorita e coperta di applausi. Lì era il genius loci, il creatore e, se vuolsi meglio, il restauratore di un teatro che rispondeva al momento storico, e che ritraeva caratteri non mai fino allora con parola più incisiva, più colorita, più affascinante saputi cogliere ed incarnare. Questo genius loci, giova ripeterlo, era il Marotta. [pg!92]
Ultimo e non indegno avanzo della vecchia Compagnia, Mario Montera proseguiva molto più tardi i miracoli artistici del suo bel tempo. Giovedì 25 dicembre del 1824, sui soliti luoghi di affissione di «Leggi ed Atti della pubblica Autorità» si leggeva il seguente:
Avviso teatrale
Il genio, la tendenza naturale ai leciti ed onesti divertimenti, di questo cortese non meno che dotto pubblico hanno indotto il Capo comico Nazionale Mario Montera a riunire una compagnia di tutti nazionali atta ad esporre le solite burlette antiche in lingua nazionale, ossiano vastasate: e prevj i dovuti permessi, ha fatto erigere un teatrino nella via Bottari, il quale sarà titolato «Il Teatrino della Compagnia siciliana».[98]
Il domani di Natale ebbe luogo la prima rappresentazione, alla quale altre ne seguirono negli anni dipoi quando Ferdinando II di Borbone, venuto a Palermo, ne intese parlare come di spettacolo tutto siciliano, che aveva pieno riscontro con quello di S. Carlino. Egli, che palermitano si ricordava di essere, e in Napoli era cresciuto e vissuto, non seppe resistere alla tentazione di vederlo: e lo vide. La commedia nazionale, la vastasata, era allora entrata (e forse fu distinzione d'un quarto d'ora) nel S.a Cecilia: ed il Re ci si divertì molto. Poca cosa parve l'intreccio; deficiente [pg!93] la catastrofe; «ma il dialogo, animatissimo; sorprendente l'attitudine dei comici, che in sostanza eran del volgo, e gli abiti ben il mostravano; e il dialetto talmente siciliano da rendersi difficile per gli stessi uditori siciliani, non che per un forestiero. Il Sovrano credette i comici più naturali di quelli che erano a S. Carlino, e ben credea»[99].
Fu l'eco tarda ma pur sempre sonora e gradita di una voce che per lunghi anni avea tenuto desta l'attenzione del popolo palermitano nel secolo precedente, e che facetamente lo avea giocondato.
Tre anni dopo, sotto la lettera V del Nuovo Dizionario siciliano di V. Mortillaro si leggeva per la prima volta la voce vastasata con questa spiegazione: «rappresentazione teatrale, che espone fatti popolari e ridicoli in lingua nazionale, sovente aggiungendo nel momento ciò che credono i recitanti a proposito, senza stare rigorosamente ai detti del suggeritore».
Di questo teatro, nulla, proprio nulla ci resta: dolorosa constatazione, che non ha il conforto di una prova contraria.
Che cosa è avvenuto delle due o tre dozzine di canevacci di commedie o anche delle commedie sceneggiate o scritte? Noi lo ignoriamo; ma se dobbiamo giudicare dall'unica che ci resta, il Curtigghiu di Ragunisi, quel teatro dovette rappresentare non solo il momento storico dianzi affermato, ma anche il momento sociale e letterario del nostro paese.
Il momento passò, e nè la storia civile, nè la storia [pg!94] letteraria dell'Isola seppe fissarlo in un giudizio che a' ricercatori del passato desse ragione esatta di un titolo volgare, assurto alla importanza della commedia dell'arte tra noi.
Non è guari la stampa palermitana, siciliana, italiana e financo estera a proposito d'un forte artista catanese e d'un valoroso scrittore di scene della vita del nostro popolo, diceva che noi non avevamo mai avuto un teatro dialettale: primo, anzi unico esempio, quello che si affermava sui teatri dell'Isola e del Continente col Grasso, coi suoi abili compagni e con l'esperto autore drammatico che dirigeva e presto tornerà a dirigere la comitiva. Quella stampa ignorava la storia di casa nostra, aggiungendo un altro ai cento errori ond'è purtroppo pregiudicata la conoscenza delle cose di Sicilia. No, non è vero che noi non avemmo mai un teatro popolare siciliano! Se poi il vecchio teatro siciliano si vuol paragonare col nuovo, probabilmente per trarne ragioni sfavorevoli al vecchio, allora si manca dei criterî elementari per giudicare che altro era il settecento, altro è il novecento, anzi manca addirittura uno degli elementi del giudizio. Un teatro dialettale, come abbiamo veduto, vi fu, e si credette così proprio e caratteristico della Sicilia che da tutti venne appellato nazionale: e commedie nazionali furon dette le vastasate, sì perchè la Sicilia era pei Siciliani una nazione, e sì perchè pei dotti di essa, specialmente nel sec. XVIII, il dialetto voleva levarsi a dignità di lingua[100].
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E questa è storia!
Spettacoli avventizî si vedevano nelle diverse stagioni dell'anno, e curiosi d'ogni classe vi godevano ora una mostra di dromedarî, di leopardi e di fiere africane ad essi ignote, ora macchinette automatiche e balli di orsi, ora giuochi atletici giammai visti, e stimati impossibili a forza umana, ed ora marionette d'una ingegnosa compagnia lombarda.[101]. Nel maggio del 1788 il patrizio palermitano Agostino Chacon dei duchi di Sorrentino esponeva statue parlanti, che sarebbero una meraviglia anche oggi non che al tempo che sorpresero V. Torremuzza[102]. Mentre Giustino Materangelis lucchese divertiva con fantocci curiosissimi, il napoletano Crispino Zampa eseguiva con altri fantocci di sua opera commedie, tragedie ed altre cose teatrali[103]. V'era la riproduzione d'un bucintoro che chiamava gran numero di visitatori, e v'era un nano tedesco, che la madre presentava sotto il palazzo Cesarò, rimpetto il Salvatore, contro pagamenti diversi secondo che i visitatori fossero nobili, civili e di bassa gente.
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[CAP. V.]
I MUSICI E LA LORO UNIONE. MUSICATE, ORATORII, CANTATE, DIALOGHI.
La passione pel teatro derivava in parte dalla passione per la musica, come in tutta l'Isola così nella Capitale.
Antica era in Palermo la Unione dei Musici (1679), fratellanza alla quale erano ascritti quanti «come strumentarii», o come cantanti, o come maestri, coltivassero l'arte dei suoni.
La chiesetta di essi, dedicata a S.a Cecilia, loro patrona, scompariva al sorgere del teatro di questo nome (1693), destinato alle opere musicali. Da quella Unione si direbbe partito il movimento artistico di questo genere in Sicilia; ad essa mettevano capo le esecuzioni musicali profane e sacre, di camera e di chiesa, pubbliche e private, dalle più modeste alle più solenni. Nel settecento i migliori componenti della Unione venivano dal Conservatorio del Buompastore. [pg!97]
In virtù di una bolla pontificia una metà dei fanciulli di questo Ospizio si consacravano alla musica vocale e strumentale, ed eran facili a distinguersi per una specie di lunga veste e per un mantello di panno turchino, che li copriva; onde il titolo di turchini.
Ogni anno, la mattina dell'11 luglio, usava dagli alunni cantare pel Cassaro in onore di S.a Rosalia un inno composto da uno di loro, e con questo canoro spettacolo s'inaugurava il festino. Giuseppe Licalsi e Carlo Mellino (1785), Raffaele Pepi (1786), Leonardo Giliberto (1788), Michele Rocco (1793), Domenico Spadafora e Raffaele Russo (1795-1797), Ignazio Taranto (1796) sono tra quelli che nello scorcio del secolo musicarono codesti inni, ispirati da gentile sentimento di devozione e forse da un po' di vanità.
Ma altri e più noti legarono i loro nomi all'annuale omaggio; e la lista è onorevole per l'arte in Sicilia. Vi sono Giuseppe Amendola, prescelto a scrivere la messa solenne pei funeri del Vicerè Caramanico (1795); Giuseppe Calcara, che più tardi, nella trasformazione del teatro S.a Lucia, musicò un'opera del Carolino; Michele Desimone, che rivestì di note (1799) un coro di Siciliani per la venuta dei Reali in Palermo, e quel Giulio Sarmiento, vice-Maestro della Cattedrale, che al S.a Cecilia si affermò con l'arguta sua opera i Tre Eugenj. Il favore del pubblico accompagnava sempre Salvatore di Palma, autore della pietra simpatica. Francesco Vermiglio, Maestro di Cappella straordinario del Senato, godeva non immeritata [pg!98] fama; e si levavano sopra tutti per opere illustri ed eminenti ufficî Michele Mantellone, che con l'Ezio (1777), la Semiramide (1785), la Troja distrutta (1778), l'Armida (1786) fece ammirare all'estero il genio musicale della sua Palermo; e, sopra di lui Francesco Piticchio, che, ricco degli allori raccolti in Dresda con gli Amanti alla prova (1784); con la Didone abbandonata (1786), in Brunswick; con Il Bertoldo (1787) qui pure passava ai servizî di S. M., mentre Benedetto Baldi, nell'aureola del suo valore artistico, conseguiva l'invidiabile onore di Maestro di cappella di Lady Hamilton; onde poteva nella palazzina De Gregorio al Molo quasi ogni giorno contemplare le grazie largite a lei dalla natura e la potenza onde la facea grande l'amor cieco e non incolpevole di Lord Nelson.
Semenzaio di musicisti, il Conservatorio trovava ragione di sviluppo e di continuato incremento nelle funzioni religiose, nelle cantate profane, nelle feste nobiliari e nelle popolari. La vita fiorentissima degli ordini religiosi portava con sè una lunga sequela di quasi giornaliere funzioni chiesiastiche, fonte di non laute ma sicure mercedi. Frequentissimi gli oratorî e gl'inni per santi e per sante, nei quali poeti, compositori, sonatori, cantanti, tutti avean da guadagnare; periodiche le commemorazioni di avvenimenti sacri, festeggiamenti per celebrazioni di pietose leggende; incessanti le monacazioni e le professioni di voti nei monasteri: e in questi e nei conventi e nelle confraternite vespri e messe cantate, funerali [pg!99] e tedeum. È stato rilevato che nella sola Messina ben centocinquanta giorni dell'anno erano feste patronali[104].
Non lasciamo andare senza qualche parola gli oratorî. Le tipografie ne stampavano e ristampavano sempre. Per la sola Congregazione di S. Filippo Neri c'è una ricca collezione del Solli, stata messa abilmente a profitto a larghi intervalli[105]. Per tal modo, il vecchio, dopo il silenzio di alcuni anni, ricompariva come nuovo, e Il trionfo di Giuditta davasi la mano con Il trionfo della Religione; La morte di Assalonne con La morte di Saulle o con La morte di Sansone, Sisara con Sedecia, Abramo con Giacobbe, e l'uno e l'altro con Atalia. La Passione di N. S. G. Cristo, «poesia dell'Abbate Pietro Metastasio romano», commoveva nella «musica del sig. Giovanni Paisiello, Maestro di cappella napolitano»; i Pellegrini del sepolcro di N. S. «del sig. D. Stefano Benedetto Pallavicini» con quelli «del celebre sig. D. Giovanni Rodolfo Hasse, detto il Sansone». Raffaele Russo, il Guglielmi, Federici creavano quando buone quando mediocri note su poesie del Pallavicini e del Metastasio, del cesenate Fattiboni, del siciliano Gaetano Salamone e di altri di minor conto. Il Piticchio stesso, [pg!100] non ostante l'alta sua posizione artistica ed economica, non negava l'opera sua, perchè i compensi dei padri Filippini dell'Olivella facevano gola a chicchessia.
Il dramma ora sempre diviso in due parti per due giorni diversi. Chi ne legga oggi con attenzione qualcuno, vi scoprirà forse uno strano accomodamento a musica anteriore. In uno il poeta confessa di avere ridotto «i sentimenti di un dramma profano per cui era composta la musica ad un oratorio sacro»[106]: delittuoso stratagemma non unico nè raro.
L'omaggio che rendevano alla Santa gli alunni del Buompastore lo rendevano egualmente i musicisti adulti della Unione: omaggio compartito in frequenti cantate o sinfonie secondo le fermate nel Cassaro, e chiuso con la generale comunione che essi andavano a prendere alla Cattedrale. Siamo alla vecchia frottola, nome che parrebbe non doversi intendere come canzone piuttosto volgare, ma in significato diverso stando almeno all'uso che se ne facevano. Un diarista, annunziando la funzione, scriveva: «12 luglio 1779. La flotta dei musici andò a farsi la comunione al Duomo dando luogo a diverse cantate o sinfonie» 11 luglio 1780: «flotta dei musici della Unione di S. Cecilia per il Cassaro»[107]: donde il sospetto che non [pg!101] si tratti di una frottola poetica, ma di una frotta, di una moltitudine, di persone che andavano cantando un inno, una canzoncina. I Capitoli della Unione però nell'indicare questo espresso dovere, volevano che tutti li virtuosi musici così cantanti come strumentarj di tasto, d'arco e di fiato e maestri di cappella abbiano da intervenire all'offerta... cantando e suonando la frottola, ripieno da cantarsi nei luoghi designandi dal Superiore»[108].
Agli eruditi la spiegazione d'un vocabolo, che in conclusione potrebbe aver avuto due significati.
Guardando qualche vecchio disegno della piazza Ottagona o Vigliena nella ricorrenza di eccezionali solennità, si scorgono quattro palchetti gremiti di virtuosi. I disegni illustrano i testi e ne sono alla lor volta illustrati: e i testi appunto descrivono gli artisti, altri a sonare ed altri a cantare incessantemente. Ne abbiamo per la entrata di Carlo III (1735); ne abbiamo per le feste di S.a Rosalia; e di molto prima (1711), ne abbiamo per la vittoria di Filippo V di Spagna sopra l'esercito degli alleati. Un poeta siciliano italianizzando cantava:
Nell'ottangula piazza insemi accampa
Di canora assemblea quattru parchetti
Remora duci in cui cu' passa inciampa[109]
[pg!102]