La
Peste di Milano
del 1630


LA
PESTE DI MILANO
DEL
1630

LIBRI CINQUE

CAVATI DAGLI ANNALI DELLA CITTÀ
E SCRITTI PER ORDINE DEI LX DECURIONI

Dal Canonico della Scala

GIUSEPPE RIPAMONTI

ISTORIOGRAFO MILANESE

VOLGARIZZATI PER LA PRIMA VOLTA DALL’ORIGINALE LATINO
DA
FRANCESCO CUSANI

CON INTRODUZIONE E NOTE

Milano
Tipografia e Libreria Pirotta e C.
1841.


[INDICE]


A
SUOI CONCITTADINI
QUESTA NARRAZIONE
DI
TREMENDA CATASTROFE
CHE DESOLÒ LA COMUNE PATRIA
DAL PIÙ ELOQUENTE STORICO MILANESE
DI QUELLA ETÀ
TRAMANDATA AI POSTERI
NELL’IDIOMA DEL LAZIO
ORA
SVOLTA NELLA LINGUA D’ITALIA
PERCHÈ SIANO A TUTTI ESEMPIO
LA VIRTÙ GLI ERRORI LE SCIAGURE
DEI NOSTRI AVI
OFFRE
CON CANDIDO ANIMO
FRANCESCO CUSANI


Introduzione DA UN RAGIONAMENTO INEDITO
SUI PRINCIPALI STORICI E CRONISTI MILANESI

DI

FRANCESCO CUSANI

I.

Siamo all’epoca spagnuola, che comprende un periodo di cento settant’anni, d’allora che le armi vittoriose di Carlo V e il Trattato di Cambray aggiunsero anche il nostro paese agli sterminati possedimenti di quel monarca, fino alla venuta degli Austriaci sull’incominciare dello scorso secolo. Epoca fatale e di amara ricordanza pei Lombardi! Re lontani e di tanto più difficile accesso, che per giungere a Madrid era d’uopo traversare la Francia quasi sempre in guerra colla Spagna, ovvero altri Stati Italiani per prendere imbarco in qualche porto del Mediterraneo. Governatori, che rappresentavano il Sovrano, estranei alle leggi, alle abitudini, alla lingua nostra, avidi di saziare la loro ambizione e l’avarizia, non reggevano, ma angariavano il paese ad essi per tre anni lasciato in balìa. Un Senato, composto in buona parte di Spagnuoli, che giudicava inappellabile come Iddio. Il Consiglio segreto di Stato; il Magistrato di Sanità; i Sessanta Decurioni; il Capitano di Giustizia; il Magistrato ordinario, lo Straordinario, tutti poteri che agivano indipendenti nella propria sfera, urtandosi e collidendosi sovente nell’esercizio dei loro attributi non troppo chiaramente definiti. All’allegria ed all’attività ingenita nei Lombardi sottentrò il cupo sussiego, l’albagia e l’indolenza spagnuola; quindi i nobili abbandonarono il commercio, riputandolo disonorevole al casato; le manifatture andarono in decadimento, le arti e gli studj furono negletti, le opere pubbliche trascurate, in breve il nostro paese, consumandosi per lenta inedia, da florido e ricco che era, fu ridotto sterile e inerte per mancanza d’industria agricola e manifatturiera e di civile energia.

Però l’attribuire il decadimento e la ruina della Lombardia esclusivamente al dominio spagnuolo, come fecero parecchi scrittori, mi sembra un peccare d’esagerazione. E valga il vero: que’ disordini erano in buona parte conseguenza del trambusto d’idee e di passioni, generale fra i popoli d’Europa, che, usciti di recente dall’età di mezzo, incominciavano a stabilire su nuovi principj i loro governi.

Ma, per tornare a noi, in due periodi credo si possa dividere l’epoca spagnuola: dal 1537 al 1632, e da quest’anno al 1705 in cui vennero gli Austriaci. Le due pestilenze del 1576 e 1630 sono fatalmente i fatti più importanti del primo; come S. Carlo e Federico Borromeo ne sono i più celebri personaggi. Il secondo non è segnato da verun grandioso avvenimento, giacchè prostrata dalla carestia e dai contagi, e rallentato l’impulso dato al clero ed al popolo da quei due arcivescovi, la Lombardia giacque in un letargo sempre più profondo.

Esaminando quali sieno le tradizioni storiche, conservate tra il popolo fino a noi, ho dimostrato essere poche e confuse, e procurai indagarne le cause[1]. Or bene, del dominio spagnuolo, il più lungo di tutti fra noi, altra memoria non sopravvisse nel volgo fuorchè quella di S. Carlo e della peste avvenuta sotto il suo pontificato.

Le visite fatte in tutta la milanese Diocesi, le riforme di tanti abusi, l’istituzione delle scuole della dottrina cristiana, le generosissime e continue limosine agli indigenti d’ogni classe; lo zelo e l’esimia carità di lui durante la peste, radicarono profondamente negli animi dei cittadini e dei campagnuoli la memoria di S. Carlo.

La congregazione degli Oblati, che lo ebbe a fondatore, mantenne d’età in età, per mezzo de’ Seminarj, viva nel clero milanese la ricordanza de’ suoi benefizi. Aggiungasi la venerazione del popolo, il quale accorre a pregare al sepolcro del santo arcivescovo, ed ogni anno, ricorrendo la festa di lui, soffermandosi dinanzi i quadri, che rappresentano i principali fatti della sua vita, ne rinnovella la memoria. In tal guisa si andò perpetuando questa tradizione religiosa e civile ad un tempo; e se ben consideriamo i meriti esimj del Borromeo, non è meraviglia che il nome di esso rappresenti tutta un’intera epoca pel popolo milanese. De’ tanti governatori spagnuoli e dei nostri concittadini, che pure furono celebri per virtù o delitti, non conservò il medesimo la ricordanza di un solo nome.

Ed a chi mi citasse il cardinale Federico, degno imitatore delle virtù di S. Carlo, e la peste del 1630, senza confronto più micidiale della precedente, risponderei che sarebbe errore il credere che avanti la pubblicazione dei Promessi Sposi se ne fosse conservata una tradizione popolare. Il voler qui indagare le ragioni presumibili d’un tale obblio sarebbe troppo lungo. Basti il dire che Federico, per carattere e pe’ suoi studj, fu di gran tratto meno popolare del cugino. Quanto al contagio del 1630, il popolo, che confonde assai sovente le epoche, ne fece un solo coll’antecedente, di cui aveva conservata memoria a motivo sempre del Borromeo. In prova di che, interrogate anche in oggi gli uomini volgari intorno la peste di Milano, e vi risponderanno citando sempre quella di S. Carlo, come se mai vi fossero state altre pesti.

Onore dunque ad Alessandro Manzoni, che, adoperando con tanta potenza d’ingegno i materiali copiosissimi di cui riboccano le storie e gli archivii, sparse di luce sì viva quel luttuoso episodio della nostra storia, e richiamò gli studj e l’attenzione sopra uomini e vicende, caduti pei più in dimenticanza!

Ora, venendo agli storici ed ai cronisti milanesi dell’epoca spagnuola, incomincerò da[2]...

II.

Eccoci a Giuseppe Ripamonti, uno de’ più illustri e benemeriti scrittori delle cose patrie. Parlerò delle sue opere e della sua vita più a lungo che non abbia fatto degli altri storici, perchè le prime sono importantissime, e la seconda rimase finora ravvolta in una specie di nube misteriosa, che tenterò diradare.

Tutti gli scrittori milanesi contemporanei, i quali parlano del Ripamonti, lodandone alle stelle il sapere e l’elegante latinità, pochissimo dicono delle sue vicende. E per quanto io frugassi, non mi venne fatto di trovare neppure una parola intorno al processo e ad una prigionia di cinque anni da lui subíti.

Anche nella Biblioteca Ambrosiana, di cui fu dottore, non se ne rinviene traccia, meno un’annotazione[3], in cui è detto che il Ripamonti fu escluso, poi riammesso nel collegio, e null’altro. Girolamo Legnano, uno de’ 60 Decurioni, il quale lo incaricò di scrivere la storia di Milano, e che dopo la morte di lui pubblicò la Decade V.ª, contenente la vita di Federico Borromeo, serba egli pure un assoluto silenzio. Nella breve vita che premise a quella V.ª Decade dice: «Provò varj casi di fortuna, ora prospera, ora avversa; ma l’animo suo fu sempre imperterrito;» concetto così vago che significa un bel nulla. L’accusato medesimo, nelle sue opere posteriori, mai si lascia sfuggire parola intorno a’ proprj casi. Eppure il processo era stato sì lungo e clamoroso, che i contemporanei era impossibile l’ignorassero. Perchè dunque un sì generale ed assoluto silenzio? Per deferenza a’ dottori dell’Ambrosiana ed alla congregazione degli Oblati, parecchi membri della quale non figurarono troppo bene in quel processo. E la venerazione altresì al cardinale Federico indusse probabilmente al silenzio, giacchè, quantunque Egli non solo mitigasse la pena al Ripamonti, ma lo tenesse in seguito vicino a sè, colmandolo di favori, pure è sempre vero che lo aveva lasciato languire in carcere molt’anni per lenta procedura. Tutte le quali cose appariranno chiare da ciò che verremo esponendo.

Il primo a sparger luce sulla vita del Ripamonti fu Ignazio Cantù, consacrandovi il capitolo XLI delle sue Vicende della Brianza.

Egli esaminò il voluminoso processo sostenuto dal nostro storico, e che si rinvenne nell’archivio dell’Ill. Famiglia Borromeo, archivio prezioso per documenti importantissimi di storia patria[4]. Avendomi il conte Vitaliano Borromeo, colla cortesia che il distingue, permesso di esaminare i documenti relativi al Ripamonti ed alla Peste del 1630, io ne cavai molte nuove particolarità che varranno, di certo, a mettere del tutto in chiaro questa specie di mistero storico, non senza compiacenza degli amatori delle cose patrie.

III.

Nacque Giuseppe Ripamonti nel 1577 a Tegnone[5], paesello della pieve di Missaglia in Brianza[6]. I parenti di lui non erano ricchi, ma, senza coltivare la terra, vivevano con parsimonia del ricavo de’ loro campi. Il fanciullo, di belle forme, cresceva robusto nell’aria balsamica di que’ ridenti colli; e siccome appalesava ingegno precoce e svegliatissimo, fu dai genitori destinato alla carriera ecclesiastica, che allora schiudeva largo campo d’onori e di fortuna anche ai giovani del ceto medio.

È bello sentire lo stesso Ripamonti raccontare quali furono i suoi studj.

«Sino alli 17 anni io sono stato allevato da mio zio curato di Barzanò[7], chiamato prete Battista Ripamonte, che è morto. Studiavo grammatica che m’insegnava detto mio barba. Io andai dopo li 17 anni in Seminario ad interessamento di mio barba suddetto, il quale m’haveva insegnato parte della lingua Hebraica della quale il sig. Cardinale si dilettava, e da esso sig. Cardinale fui esaminato e da lui posto nel Seminario in Canonica, nel quale stetti un anno. Et in detto Seminario il sig. Cardinale mi fece attendere alla lingua Hebraica et io l’insegnavo a certi altri giovani. Et perchè mio barba non poteva o non voleva pagare la dozzina del Seminario, uscii fuori, e mi misi in una camera vicino a Brera in compagnia d’un prete Antonio Giudici di Macconaga, et andava a Brera a scuola alla logica, et lì stetti un anno. Finito poi l’anno, mi ruppi con questo mio barba, et andai a stare con il sig. Giacomo Resta in Milano per maestro d’un suo figlio che hoggi si chiama il sig. G. Battista, con il quale io stetti quattro anni. Dippoi andai a stare con il vescovo di Novara, monsignor Bescapè, quale mi voleva introdurre per scrivere sue lettere, con il quale stetti sei mesi. Dippoi ms. Settala, arciprete di Monza, mi fece andare a Monza per maestro di quella Comunità dove stetti duoi anni, et da Novara mi partii perchè non mi piaceva servire quel vescovo, et da Monza partii chiamato dall’Illustr. sig. Cardinale Borromeo nel Seminario di Milano, dove stetti per maestro di Grammatica per lo spatio di quattro anni circa. Nel qual tempo con li ammaestramenti et indirizzi dello stesso sig. Cardinale fui incamminato allo studio della Historia, et insieme della lingua Greca, Hebraica et Caldaica; nelle quali lingue avendo fatto qualche progresso, esso Cardinale, comandò ch’io attendessi solamente all’Historia. Et finiti detti quattro anni[8], dopo essere stato due anni nel detto Seminario a studiare ciò che il sig. Cardinale mi aveva ordinato, fui aggregato al Coleggio Ambrosiano et ivi addottorato, sebbene stetti altri quattro anni nel Seminario della Canonica. Poi per le liti che aveva coi rettori del Seminario, i quali pretendevano ch’io pagassi la dozzina, et io non pretendeva pagarla, il Cardinale per sua cortesia m’accettò in sua casa a sue spese, attendendo io al Coleggio Ambrosiano, dal quale era stipendiato di lire 1000 all’anno[9]».

Da questo passo apparisce chiara la predilezione che Federico ebbe pel Ripamonti, fin da quando lo conobbe giovanetto. Nel 1609, instituendo l’Ambrosiana, lo nominò dottore, affidandogli l’onorevole incarico di scrivere la storia patria; e più tardi, per toglierlo alle brighe in cui era avvolto coi colleghi del Seminario, l’accolse nel suo palazzo arcivescovile. Ne ottenne Federico gratitudine? non troppa. Il Ripamonti, d’indole altiero e irrequieto, e facile a sparlare d’altrui, era, bisogna pur dirlo, un accattabrighe: s’inimicò il rettore del Seminario, un Bernardo Rainoni, dileggiandolo di continuo perchè balbuziente, e gli altri colleghi, non volendo uniformarsi alle rigide discipline della congregazione. È vero che essendo costoro uomini di poco ingegno e pedanteschi, mal sapevano tollerare la superiorità d’un letterato il quale viveva tutto solo intento agli studj.

Nè le cose camminavano meglio coi dottori dell’Ambrosiana, tra per l’irascibilità di lui, tra per l’invidia che il favore del Cardinale gli suscitava contro. Uno dei colleghi, il teologo Antonio Rusca, una volta trafugò e nascose la medaglia che il Ripamonti portava al collo, come distintivo della carica. Corsero tra l’offeso e l’offensore dapprima parole d’insulto, poi vennero alle mani. Anche col primo bibliotecario Antonio Olgiato col Giggeo ed il Salmazia, furonvi aspri e ripetuti alterchi, i quali, sebbene eccitati da frivoli cause, esacerbarono in guisa gli animi contro il Ripamonti, che non tardò a scoppiare la tempesta. Uscita in luce nel 1617 la prima Decade della Storia Ecclesiastica di Milano, ottenne elogi universali, e lo stesso Federico ne lodò l’autore. Ma i suoi avversarj lo accusarono di aver narrato i proprj casi, e così pure di avere qua e là denigrato con maligne allusioni il buon nome di parecchi suoi colleghi, tanto del Seminario che della Biblioteca, e di avere, nel raccontare le vicende di un prete Fortunato, falsate le lettere di S. Gregorio Magno, d’onde aveva tolto quell’episodio.

Vociferavasi che, durante la stampa, avesse intrusa quella storia nel manoscritto già approvato dal censore Bariola, membro del Santo Uffizio.

Rispondeva il Ripamonti, averne avuta licenza a voce, ma siccome il censore era morto nel frattempo, riusciva impossibile dicifrare il vero. Frattanto, l’istabilità di carattere, l’amore di lucro e forse più di tutto il presentimento delle vendette minacciate, invogliarono il Ripamonti ad accettare l’offerta del conte di Toledo, governatore di Milano, il quale voleva condurlo in Spagna, stipendiandolo per iscrivere storie. Federico, zelante protettore degli studj, e buon letterato egli stesso, non poteva di certo essere indifferente alla perdita del suo protetto, il quale, ad onta d’un carattere irascibile e irrequieto, dava lustro al nascente Collegio Ambrosiano, ed avrebbe fatto onore all’arcivescovo ed alla patria, continuando a pubblicare le sue Decadi. Però Federico, come esigeva la dignità sua, non pose ostacolo all’andata di Ripamonti, limitandosi ad una tacita disapprovazione. Questa bastò a rendere dubbioso il nostro scrittore, che era d’un’instabilità senza pari.

Chiunque non abbia avuta la flemma di scorrere il lunghissimo processo di lui, mal crederebbe quante volte mutasse consiglio; ora lietissimo di recarsi in Spagna, ora pentito d’abbandonare la patria ed il suo illustre mecenate. In queste dubbiezze trascorse la primavera del 1618. Alfine lo stipendio di 400 ducatoni annui e la metà di questa somma che gli venne sborsata nel luglio dal segretario del Toledo, vinse la titubanza del Ripamonti a partire senza l’esplicito consenso del Cardinale. Ma, pochi giorni dopo, si pentì per la centesima volta, e col mezzo d’un Padre Ignazio cappuccino, «il quale fece il servitio[10]», fece restituire i 200 ducati. Mandò in pari tempo l’abbate di Chiaravalle ad intercedere perdono da Federigo, il quale trovavasi nella sua villa di Groppello, supplicando gli permettesse di rimanere ivi, perchè temeva una vendetta del governatore. L’arcivescovo non volle riceverlo, e rispose: «facesse quello che gli tornava a conto, che egli non ne voleva saper altro[11]». Suggerì però che si recasse in casa del proposto Melzi alla Canonica, presso Vaprio (29 luglio): «Et gli piacque (al Ripamonti) et andò et pregò me che subito fatta la restituzione dei suddetti denari dal Padre Capucino, io l’hauisassi subito per un uomo a posta per sua consolatione, perchè non hauria potuto dormire fin a tanto che non haueva nuova della restituzione: di che lo consolai la mattina seguente[12]». Ma la consolazione fu assai breve, perchè ai primi d’agosto venne ivi arrestato.

Vistosi a mal partito, trovò il mezzo di spedire segretamente una lettera al segretario del conte di Toledo: Mi vien fatta violenza, scriveva, dimani mi porteranno altrove e non so il luogo. Perciò supplico V. E. a cavarmi dalle mani, perchè ad ogni modo voglio venire in Spagna seco[13].

Ma il vecchio e bizzarro spagnuolo, per quanto ambisse d’avere al suo servigio un elegante storico, non era uomo da tirarsi addosso una seria contestazione coll’autorità ecclesiastica, per difendere un uomo di carattere così volubile[14]. Ripamonti fu tradotto il giorno seguente a Milano, dove ebbe per carcere una stanza del palazzo arcivescovile; e si aprì l’inquisizione.

I capi d’accusa furono:

D’avere nella Decade Prima della sua Storia Ecclesiastica di Milano intruso, mentre stampavasi, la storia del prete Fortunato dopo la revisione del censore, raccontando sotto il nome di Fortunato i casi del Rainoni, rettore del Seminario. — D’avere ricordate certe azioni di S. Agostino prima della sua conversione, che era bello tacere, e di aver derisa la canonizzazione di S. Carlo. — Gli si imputava che sotto il nome di certi finti religiosi, vissuti all’epoca di S. Ambrogio, raffigurasse alcuni suoi colleghi, deridendoli con maligne allusioni. — Che negli anni in cui era maestro in Seminario, trascurasse i doveri religiosi a tale che non l’avevano mai veduto recitare l’ufficio, e neppure farsi il segno di croce. — Da ultimo accusavasi perfino di ateismo, e di negare l’immortalità dell’anima. — Ripamonti venne imputato anche di vergognose turpitudini; ma fin da principio emerse sì patente la calunnia, che di ciò non si fece più motto durante la procedura o nella sentenza.

Oppresso da sì gravi accuse e spinto dal naturale desiderio della libertà, l’inquisito cercò sedurre il carceriere, promettendo venticinque scudi se voleva dargli mano, e rifugiarsi seco presso il Duca di Savoja, il quale, come dicemmo, l’aveva invitato alla sua Corte con largo stipendio. Trovato incorruttibile colui, una sera uscì pian piano, e, serratolo a chiave nella vicina stanza, stava già per uscire quatto quatto dall’arcivescovado, allorchè fu raggiunto dal custode, che i compagni accorsi alle sue grida avevano liberato.

Codesto tentativo d’evasione, di cui il Ripamonti cercava giustificarsi, dicendo temere che il Cardinale volesse farlo morire in prigione, complicò il processo, tanto più che il carceriere, per stolidaggine o per vendetta, l’accusò d’essere indemoniato. Crebbero i rigori, nè gli fu conceduto altro libro che il Breviario; soltanto a Pasqua 1619 gli si accordarono le Opere di Cicerone. La quale mancanza di libri dovè riuscire penosissima ad un uomo avvezzo dall’infanzia a studiare gran parte del giorno. Vennero esaminati tutti i dottori dell’Ambrosiana, gli Oblati del Seminario e quanti avevano avuta relazione in qualsiasi modo col Ripamonti, e le deposizioni loro furono aggravanti per l’accusato.

Il vicario ecclesiastico criminale Arcelli, cui era devoluta la causa, era suo personale nemico, e per soprappiù uomo da poco[15].

I torti reali del Ripamonti, e le suggestioni de’ molti suoi nemici, bilanciavano in cuore del Cardinale la stima e l’affetto che nutriva per esso, per cui mal sapeva indursi a condannarlo o ad assolverlo. Riferiremo in prova alcuni brani di lettere scritte a’ suoi procuratori presso la Corte di Roma che palesano l’animo benevolo e moderato dell’esimio Federico.

A Monsignor Settala.

Roma, 19 Settembre 1618.

Il Ripamonti non sta in privato carcere ma in prigione formale da quei primi giorni in qua, che si tenne in una camera sinchè si terminassero alcune cose concernenti la sua persona. Ne si trattiene per impedirgli l’andare e servire il Sig. D. Pietro di Toledos; ma per le cause che si vedranno a suo tempo dal medesimo processo, il quale si va facendo giuridicamente. Avvenga che si stimi d’andar procurando la verità con qualche destrezza e con un poco tempo, anzichè usare certi termini rigorosi di torture, e simili. Non essendo possibile d’ovviare che il mondo non dica ciò che le pare in questo come nel rimanente, Vostra Signoria assicuri Nostro Signore, et ogni uno con chi occorrerà trattarne, che dal vedere il processo quale si manderà, resteranno soddisfati della maniera con cui si procede, e vedranno i fini che si hanno in questa causa, ec.

A Monsignor Besozzo.

28 Marzo 1619.

Attendete voi a spedire il negozio del Ripamonti, restate in concerto col Padre Commissario che di tutto quello che qui seguirà, se ne darà parte costì. Et che bisogna solo pensare alla sicurezza, acciocchè non ci dia costui un giorno da sospirare a tutti; et che questo è il mio fine et timore. Perchè se non fosse questo io già l’hauerei lasciato di prigione 6 mesi sono, ec.

A Monsignor Besozzo.

17 Aprile 1619.

Alla carcere perpetua che certi disegnano condannare il Ripamonti, io non posso inclinare tenendola per troppo gran pena. Ma vorrei che fosse per qualch’anni, come già vi scrissi. Et con disegno di poterlo anco dopo alcun tempo habilitare per ajutarlo con ogni possibile mezzo, e non lasciarlo cadere in qualche miserabil stato o disperatione. Vedete però di operare che l’ispedizione sia tale che ci resti maniera di usarle misericordia, se si vedrà emendato, et speranza di ridurlo in buon segno. Almeno si potrà pigliar l’espediente di soprassedere un poco nella causa et tenerla alquanto sospesa, et dare un poco di tempo per poter meglio deliberare. Et il tempo mostrerà quello che si ha da fare. E se S. Santità dubita di qualche molestia che possa ricevere per questa causa tenuta così in sospeso, rispondere quando si sentirà alcuna cosa all’hora si potrà poi deliberare subito senza dimora. Così veremo a fuggire pericoli da tutte due le parti, ec.

Al medesimo.

11 Maggio 1619.

Nel negotio del Ripamonti per far bene bisogna che non sappia quello che si è deliberato costì perchè entrerebbe in superbia e sarebbe peggiore ogni dì più. Però desidero che lo tenghino in timore, poi staremo a vedere, ec.[16].

Da queste lettere avrete scorto, o lettori, come il Pontefice e la congregazione de’ Cardinali avessero avocato a loro, quai giudici supremi in materie ecclesiastiche, l’affare del Ripamonti. Il padre dell’accusato si rivolse al Papa nella primavera del 1619, col seguente ricorso che trovasi negli atti del Processo, e che riferiremo come documento importantissimo.

«Bartolomeo Ripamonti devotissimo servitore di Vostra Santità umilissimamente li espone qualmente Giuseppe suo figlio sacerdote ed autore dell’Historia Ecclesiastica di Milano, doppo longo servicio fatto al Sig. Cardinale Borromeo così nel Seminario come nel coleggio ambrosiano et in altre occasioni, a persecutione d’alcuni suoi emuli et maleuoli che con diaboliche suggestioni et falsi pretesti gli hanno implacabilmente irrittato contro il Sig. Cardinale viene ritenuto prigione a quella corte archiepiscopale da molti mesi in qua, senza sapersi il pretesto della sua carcerazione. Et per molte istanze che si siano fatte di haver copia degli indiccj, o di habilitarlo con sigurtà, et promesse haute della sua liberatione, non si è però potuto mai conseguire cosa alcuna, nemeno vedere che si formi altro processo contro di lui. Disperando pertanto il povero petente di poter hauere altro compimento di giustizia a quella corte, ne da alcuno de’ suoi ministri, et vedendo già in manifesto pericolo il figlio per la poca sua sanità offesa anche dal patire longo delle carceri, supplica humilissimamente Vostra Santità a degnarsi ordinare che la causa sia conosciuta per giustizia, e terminata da alcuno de’ Cardinali della Sacra Congregazione dei Vescovi, o da altro giudice di questa corte, con commandare che sia trasmessa la inquisitione, et processo contro di esso fabbricato quando ve ne sia, che sarà gratia della molta pietà di Vostra Beatitudine quam Deus, ec.

Giovan Ambrogio Crivelli
Per il Supplicante.

Infatti i cardinali Millino e Cadonisi scrissero, d’ordine del Papa, a Federico, che facesse terminare il Processo, custodendo frattanto l’accusato, ed informando a Roma de’ suoi diporti[17]. Ma che fosse, che non fosse, per due anni l’affare rimase stazionario, e trovasi una lacuna nella procedura dal 1620 al 1622.

Il prigioniero, languente in carcere da quattro anni, e ridotto a pessimo stato di salute, instava che lo mandassero a Roma per essere giudicato; anche la Congregazione lo reclamava colà; e infatti il cardinale Millino, tra le altre lettere, scrisse il 22 aprile 1622 avere il padre del Ripamonti presentato un nuovo ricorso al Papa: Il quale ordinò che si faccia venire a Roma insieme al suo processo, et per l’esecuzione S. S. mi ha comesso di scrivere a V. S. Ill. perchè il suddetto Giuseppe sia rilasciato con rinnovare la sigurtà data altre volte di 4000 scudi di venir qui addirittura tra 20 o 25 giorni et presentarsi a questo S. Ufficio, col mandare al tempo stesso le scritture relative[18]. Allora Federico, posto alle strette, nè trovando conveniente che un uomo così irascibile, ed inasprito da lunga prigionia, si recasse a Roma, affidò la causa all’inquisitore generale Abbondio Lambertenghi ed al vicario Antonino, succeduto all’Arcelli. Nel luglio vennero uditi per la prima volta, dopo sì lungo tempo, i testimonj in difesa. Il confessore del Seminario, varj parrochi e sacerdoti, alcuni segretarj del Senato e molte persone d’integra fama di Milano, Pavia, Lodi ed altre città, deposero tutti a favore del Ripamonti. Un canonico Rossignoli del Duomo, nominato difensore d’Ufficio con altri due causidici, sventò di molto le accuse, ed il 16 agosto di quell’anno venne finalmente emanata la sentenza.

Dichiarato nel preambolo essere egli meritevole di severo gastigo, ma che pure volevasi usare qualche benignità, venne condannato:

I. Ad incorrere nelle censure ecclesiastiche del Concilio Lateranense, con facoltà però d’invocarne l’assoluzione.

II. A tre anni di prigionia nelle carceri arcivescovili e ad altri due anni in qualche luogo pio a scelta dell’arcivescovo, e ciò a titolo d’emenda, e coll’obbligo di dare idonea sigurtà.

III. Sospesa la sua storia finchè non si ristampi colle debite correzioni.

IV. Proibita la pubblicazione di altre opere senza speciale autorizzazione del Santo Ufficio.

V. Gli fu ordinato di digiunare per un anno tutti i venerdì, e di recitare il rosario ogni settimana.

Venne lasciata facoltà all’Arcivescovo ed agli Inquisitori di commutare ed alleggerire la condanna.

Fu equa codesta sentenza ed il severo castigo pari alla gravità delle colpe? Ecco il dubbio che sorge nell’animo di ogni lettore imparziale. Siami quindi conceduto di esporre quanto, dopo il minuto esame ch’io dovetti necessariamente fare del Processo e d’altri documenti, emerge, a senso mio, di vero o almeno di molto probabile.

L’accusa d’aver falsato il passo di S. Gregorio, narrando i casi di prete Fortunato, è falsa, e basta a provarlo il semplice raffronto dei due testi[19]. Quanto ai passi, nei quali il nostro Autore venne accusato di sparlare di S. Carlo e di S. Agostino, è un’imputazione assai vaga e insostenibile, per poco che si ammetta una ragionevole libertà di opinioni nello storico.

L’accusa gravissima di ateismo e di materialismo, non solo manca di prove reali, ma è sventata da validissime testimonianze in contrario. Le quali testimonianze d’uomini riputati per dottrina e pietà non mancarono al Ripamonti per giustificarlo altresì di aver sempre trascurati i proprj doveri ecclesiastici.

Una riprovevole freddezza nell’adempiere gli obblighi del suo stato non curandosi d’altro che degli studj, un carattere irascibile e impaziente di qualunque disciplina, la facilità di mettere in ridicolo chiunque non gli andasse a genio, l’amor del denaro un po’ spinto e la poca gratitudine per l’Arcivescovo suo benefattore; ecco i veri e provati torti del Ripamonti, che lo rendevano meritevole di gastigo, ma che vennero oltre misura ingranditi dall’astio profondo de’ molti suoi nemici.

Persuaso di non aver meritato le severe pene inflitte dalla sentenza, egli voleva appellarsene a Roma; ma calmato il primo sdegno, con più savio consiglio invocò grazia dall’Arcivescovo, il quale, d’animo benigno e ritenendolo abbastanza punito, mutò la prigionia in un semplice arresto nel suo palazzo. Esultante il Ripamonti per tale grazia, che mitigava quasi per intero la rigorosa sentenza, dettò, la mattina del 29 settembre, la seguente dichiarazione:

«Constituito io Prete Gioseffo Ripamonti alla presenza di noi Notaro e testimonij infrascritti: Dico e protesto che mia mente non fu, nè di presente è, che hauendo io renontiato all’appellatione ch’era stata da me interposta dalla sentenza data contro di me dai signori Giudici Deputati da Monsignor Illustrissimo Cardinale Borromeo Arcivescovo di Milano mio Signore e Padrone con rimettermi del tutto alla pietà del Signor Illustrissimo acciò modificasse le pene e penitenze impostemi in detta sentenza, persona alcuna facesse più ricorso dal sommo Pontefice nè da altro superiore per ottenere la reuisione o altr’ordine contra detta sentenza, et se tal ricorso è stato fatto dopo detta mia renuntia, ciò non è stato fatto di mio consenso et più non uoglio che sortisca effetto alcuno. E perchè detto Monsignor Illustrissimo hieri per quanto da te notaro mi fu notificato, ordinò che io fossi allargato con assegnarmi (per sua mera gratia e benignità) tutto il palazzo arcivescovile, con che io dia prima sicurtà di non partirmi poi senza prima speciale licenza, dico et protesto, che l’intentione mia è, che quando io sarò posto in tal libertà, nel qual caso io potrò a mio piacere trattare con miei parenti et amici e dargli quei ordini che a me pareranno necessarj per mio seruitio se di nuouo fosse tentata cosa alcuna col far ricorso in mio nome, o in fauor mio al sommo Pontefice o ad altri superiori come sopra, ciò non sarà, ne uoglio che s’intenda fatto di mio consenso, se di ciò non constarà per qualche scrittura fatta o almeno firmata di mia mano perchè non intendo di far ricorso ad altro superiore per mio aiuto che al suddetto Monsignore Illustrissimo mio Signore e Pron. dalla cui pietà spero ottenere ogni giusta gratia[20]».

La lezione era stata amara, ma non inutile al nostro storico, poichè, rimessosi egli con ardore agli studj interrotti, ricuperò l’amicizia la protezione di Federico, e si aprì larga carriera di onori e fortuna. «Fu riammesso nei Dottori dell’Ambrosiana, anzi dichiarato di non licenziarsi mai, e graziato di aumento di soldo in lire 1600 all’anno in esecuzione della mente del Cardinale[21]».

Nominato dal re di Spagna canonico di Santa Maria della Scala, e storiografo regio[22] dal marchese di Legnanes, governatore di Milano, che lo tenne alcun tempo presso di sè[23], stampò la seconda (1625), indi la terza parte (1628) della sua Storia Ecclesiastica di Milano.

Cessata la peste, il Consiglio Generale lo incaricò di scriverne la storia, e Ripamonti la pubblicò nel 1640. Tre anni dopo diede in luce i primi dieci libri d’un grandioso lavoro affidatogli dal Consiglio medesimo, che l’aveva eletto a cronista patrio, vale a dire la Storia di Milano, dal 1313, dove ha termine quella di Tristano Caleo, fino alla morte di Federico Borromeo[24]. E attendeva a compiere quest’opera, ma i lunghi e laboriosi studj e la sofferta prigionia avevano logorato il robusto temperamento di lui. Soprappreso da lenta febbre, gli si enfiarono, per idropisia, il ventre e le gambe. I più esperti medici, per decreto pubblico, ne intrapresero la cura; ma vani furono i rimedj[25]. Allora decisero, come sempre, che l’unica speranza di guarigione stava nel respirare l’aria nativa. Il malato andò sui colli briantei a Rovagnate in casa del parroco, ma cresciuta l’idropisia, il 14 agosto 1643, con cristiana rassegnazione trapassò[26].

L’annunzio della sua morte rattristò Milano e i letterati[27], e trovai scritto in certe Memorie che il Senato sospese la seduta a solenne testimonianza di lutto per la perdita dell’istoriografo della patria. Ma fu momentaneo entusiasmo, che si esaurì in gran numero d’epigrammi, nei quali, con tutta la gonfiezza del seicento, si portavano alle stelle l’ingegno e le opere di lui, e s’inveiva perfino contro la Parca che ardì troncargli la vita. Io ve ne fo grazia, o lettori, e se v’aggrada conoscerli, li troverete stampati in fronte ai diversi volumi delle sue storie. Neppure fu posta una lapide, che nella chiesa di Rovagnate ne additasse il sepolcro, anzi cadde in tale dimenticanza, che le sue vicende, e perfino l’epoca della sua morte, rimasero una specie di mistero fino ai giorni nostri. Del che niuno vorrà farsi meraviglia, infiniti essendo in tutte le epoche gli esempj di noncuranza e ingratitudine verso gli uomini benemeriti del proprio paese!

Chiuderemo questa biografia, che i lettori mi perdoneranno d’aver forse allungata di soverchio, per la simpatia che ho a questo storico, e per il desiderio di rivendicarne la memoria, col ritratto che di esso ne lasciò un contemporaneo. «Imparò con tanta prestezza lettere greche et hebraiche, et arrivò tant’oltre nella perfezione di queste lingue, che facilmente si sarebbe fatto credere agli huomini d’esser nato et allevato piutosto in Atene o in Gerusalemme che in Lombardia. Ch’egli poi vaglia molto nella lingua latina, non m’affaticherò in accennarlo, posciachè riesce così mirabile in quella, come altri nella materna. Favorillo il cielo d’una sì tenace memoria, che di quanto ha letto distintamente si ricorda, e di questa virtù particolare se ne servì più volte nel sentire le prediche, le quali da esso nel tesoro della sua memoria portate a casa, nel latino idioma trasportava, come le aveva sentite in volgare. Al presente va componendo la vita del cardinale Federigo[28]».

IV.

Ora veniamo all’esame delle opere del Ripamonti in ordine cronologico. La Storia Ecclesiastica di Milano...

La Storia della Pestilenza del 1630 scritta, come abbiamo notato, per ordine dei 60 Decurioni, fu data in luce nel 1640 e dedicata al Consiglio Generale ed ai medesimi. È un volume in 4.º, di pagine 400 circa, diviso in cinque libri. La Carestia e la Peste. — Gli Untori. — Gesta di Federico Borromeo e del Clero durante il contagio. — Atti della Sanità ed altre magistrature. — Paralello fra gli antecedenti contagi e quello del 1630.

È libro importantissimo per autenticità, sì perchè l’autore fu testimonio oculare di gran parte degli avvenimenti, come perchè ebbe a sua disposizione gli archivj pubblici pei documenti necessarj. Il racconto è maestoso, energico, pittoresco; la lingua forbita, elegante, chè il Ripamonti conosceva e maneggiava il latino da maestro. Lo stile però si risente del falso gusto del tempo; quindi periodi intralciati, antitesi, arzigogoli, turgidezza di pensieri e d’immagini. I quali difetti rendono assai difficile ad intendersi, anche pei valenti latinisti, codesto libro.

Manzoni, che lo cita più volte ne’ Promessi Sposi, dice «questa narrazione va di gran lunga innanzi a tutte e per la scelta dei fatti e ancora più pel modo di vederli».

Le Decadi III, IV, V della Storia in continuazione di Tristano Calco...

V.

Alessandro Tadino, di antica e nobile famiglia milanese, fu aggregato al Collegio medico nel 1603. «Uomo, dice l’Argellati, che ad un grande ingegno e sapere univa molteplice esperienza e destrezza negli affari». Inviato dal Magistrato di Sanità come commissario sul lago di Como e nella Brianza, all’avvicinarsi della peste diede ottimi provvedimenti. Penetrato il contagio in Milano, il Tadino s’adoperò con zelo instancabile, e sostenne, si può dire, solo il grave incarico del Tribunale di Sanità, di cui era uno dei conservatori, stantechè il protofisico Settala era reso inabile ad operare dalla vecchiaja.

Tadino morì ottuagenario[29] il 26 novembre 1661, e fu sepolto nella chiesa de’ Cappuccini di Porta Orientale, benchè fino dal 1617 avesse posta, giusta una consuetudine non infrequente in quel secolo, la seguente lapide in Santa Maria della Passarella.

ALESSANDRO TADINO FILOSOFO E MEDICO
E GIOVANNA TADINO DONEGANA
CONJUGI CONCORDI
POSERO

Lasciò varie opere di medicina e la relazione della pestilenza del 1630, di cui diremo, avendolo appunto per essa annoverato fra i nostri storici. Ha il titolo pomposo di «Ragguaglio dell’Origine et Giornali Successi Della Gran Peste Contagiosa Venefica et Malefica seguita in Milano e suo Ducato dall’anno 1629 al 1631». Un volume in 4.º di pag. 150, stampato nel 1642, e dedicato al vicario di provvisione Francesco Orrigone.

Il Tadino dice che rimase perplesso in quale lingua scrivere, «sendoche in idioma latino dal fu D. Giuseppe Ripamonti alcuni anni sono fu data fuori. Ho risoluto valermi del naturale linguaggio anche perchè così dal pubblico era molto desiderata, come che con maggiore facilità da ogni qualunque persona potrà essere letta...... La mia fatica qual si sia contiene ciò che in questo contagio dal principio al fine è occorso. Un racconto minuto et distinto di tutti i casi di tempo in tempo et luogo seguiti in generale et in particolare, con molti ordini et provigioni fatte per beneficio publico».

Ed è veramente tale, offrendo questo Ragguaglio di particolarità storiche, mediche, statistiche, che invano si cercherebbero altrove. Quanto poi al pregio letterario del libro, il Tadino sta al Ripamonti come un disadorno ma esatto racconto prosaico sta ad un’elegante ed immaginosa narrazione poetica.

Un Agostino Lampugnani, benedettino, morto nel 1646 in S. Simpliciano, dov’era priore, pubblicò nel 1634 un libriccino, in cui nulla trovasi d’importante, e dettato con uno stile sì falso e barocco che non si potrebbe far peggio. Lo cito soltanto per essere stato il primo a scrivere intorno la Peste: «Correndo il quart’anno, dic’egli, ch’è cessata, ne veggendosene ancora alcun volume alla luce, ho voluto intraprendere io a raccontarti quel poco che, trovandomi in essa, ho avvertito».

Pio della Croce, guardiano de’ Cappuccini, cinquant’anni dopo compilò, servendosi, a quanto pare, di una cronaca esistente nel suo convento a Porta Orientale, la Memoria delle cose notabili successe in Milano in quel contagio e del Ricorso dei signori della città ai Padri Cappuccini pel governo del Lazzaretto. Il libro è dedicato al marchese Giuseppe Arconati, pronipote di quello che si distinse nel 1630 come presidente della Sanità, e tratta per diffuso di quanto operarono i Cappuccini durante il contagio. Sotto quest’aspetto è di molto interesse, perchè è noto il gran bene che fecero quei Padri adoperandosi con uno zelo superiore ad ogni encomio.

Il conte Carlo Cavazzo della Somaglia nel suo Alleggiamento dello Stato di Milano per le imposte, ec., opera di cui ragioneremo più innanzi, offre importanti particolarità di statistica ed economia intorno il contagio.

Omettendo parecchi altri libri e scritti su questo argomento, che riuscirebbe nojoso e superfluo l’enumerarli, conchiuderò con uno di sommo rilievo. È un manoscritto del cardinale Federico Borromeo che si conserva nell’Ambrosiana tutto di sua propria mano, col titolo: De Pestilentia quæ Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit. L’esposizione di varj fatti dei quali Federico fu testimonio, le sue opinioni intorno gli Untori, l’impulso che diede al proprio clero, sono dati preziosi a chi studia codesto periodo. Il Ripamonti trasfuse nel libro III della sua storia i passi più rilevanti di esso racconto.

E basti, poichè di editti, processi, lettere e documenti d’ogni genere intorno la Peste del 1630 riboccano i nostri archivj pubblici, e varj delle famiglie private, in guisa che lo storico, nell’abbondanza dei materiali, trovasi imbarazzato a scegliere.

Venendo ora agli storici milanesi che scrissero durante il secondo periodo del dominio Spagnuolo, ecc....


Il desiderio di far conoscere a’ miei concittadini questa storia della Peste che rimaneva necessariamente ignota al più de’ lettori, m’indusse a tradurla. Come vi sia riuscito, ne giudichino gl’intelligenti latinisti, i quali condoneranno, spero, i difetti della versione, in vista della somma difficoltà del testo talvolta quasi inintelligibile.

Quanto alle note, io le desunsi dagli autori contemporanei e da documenti inediti, nè mi si farà, spero, rimprovero d’avere in esse ecceduto, ove si consideri che valgono a mettere in luce il più fatale e miserando periodo della storia milanese.

Il Traduttore.

Agli Illustrissimi Signori IL VICARIO ED I SESSANTA DECURIONI DEL CONSIGLIO GENERALE DELLA CITTÀ DI MILANO

Volge il terz’anno dacchè il Consiglio Generale, per decreto degli Illustrissimi Decurioni, affidommi la cura di raccogliere i documenti della patria storia, e di ordinarli in continuata narrazione dall’origine della città nostra fino al principio del regno di Filippo II ed alla morte di S. Carlo. E siccome la nostra Opera riuniva sotto un titolo ecclesiastico le cose sacre e le profane insieme, fu decretato, per servire alla fama di Milano, che le Memorie da me anche posteriormente raccolte fossero scritte nella lingua del Lazio, come quella che sempre venne giudicata propria alle storie, e che sola può rendere sempiterna la ricordanza degli umani eventi. Così statuirono i due sapienti decurioni Giovanni Maria marchese Visconti e Gerolamo Legnani[30], a’ quali era affidata la tutela della storia patria. Opinarono essi che i miei scritti aggiunti a’ volumi già da me dati in luce, formerebbero uniti un corpo di storia completo e d’uniforme tenore; monumento che fra tanti d’Insubria manca tuttora al desiderio degli studiosi.

Le memorie dell’Insubria e di Milano, dalla sua fondazione fino ai giorni nostri, ci furono, è vero, tramandate da molti e chiari autori; ma nè l’arte, nè la diligenza sono eguali in essi, nè tutti servironsi, nel compilarle, della medesima lingua. Talvolta si contraddicono gli uni gli altri; e la storia di Milano, come quella dei grandi imperj, pecca per soverchia copia di materiali, laonde soccombe, per così dire, sotto il proprio peso.

Non facilmente si troverebbe altrove una schiera numerosa di scrittori quale ne offre Milano, città dal poeta Ausonio, precettore dei Cesari, chiamata Roma Seconda; a misura che in essa succedevansi gli avvenimenti, cresceva tra gli uomini d’ingegno il desiderio di lasciarne memoria nei loro scritti. Ciò accadde ai tempi della Repubblica, allora cioè che i Milanesi liberi governavano l’Insubria con regime quasi eguale a quel de’ Romani, e vieppiù allorquando essa Repubblica cadde in eredità dei duchi. Da ultimo crebbe il numero degli scrittori dappoi che, spenta la milanese repubblica ed estinta poscia la stirpe dei duchi, venne la città nostra aggregata all’impero del cattolico monarca.

Fuvvi adunque, ripeto, una turba di storici i quali scrissero o di proprio moto o per ordine di chi comandava, e che sono diversi tra loro per indole e per tendenze. Galvano Fiamma inclina volontieri a’ favolosi racconti, derivando da’ tempi eroici i nomi delle più illustri famiglie, mescolando sempre qualche miracolo all’accaduto, vago di narrare cose incredibili anche laddove la nuda verità basterebbe ad allettare i leggitori. Altri, scrittore sincero, si smarrisce nella caligine dei tempi, e non dà per sicuro se non quanto rinviene negli archivj. Alcuni de’ nostri storici studiarono la brevità dello stile, invece l’Arluno, coll’ampollosità de’ vocaboli e lo scrivere prolisso, guastò le sue storie colla vaniloquenza, come del declamatore Alcidamante riferisce Platone.

Taluni lasciarono giornali delle cose accadute a’ tempi loro in Milano. Bonaventura Castiglioni, già canonico della Scala e nostro collega, fece raccolta di iscrizioni e di marmi, e con non lieve fatica, sebbene da molti stimata pedantesca, notando luoghi, epoche, nomi, e colla durevole memoria delle lapidi fe’ in guisa che la patria, per così dire, narrasse i proprj casi, divenuta storica di sè medesima. Tristano Calco e Simonetta, i soli due tra i nostri che si sforzarono di raggiungere il genio dell’antica storia romana, lasciarono imperfette le loro opere; il Simonetta la sua Sforzeide ed il Calco la Storia di Milano, che non continuò oltre la morte dell’imperatore Enrico III.

Per la qual cosa i due sullodati Decurioni stimarono partito più facile e più idoneo che io, ripigliando il filo delle storie milanesi, le quali scrissi e pubblicai in addietro, le continuassi collo stesso metodo. Sono tre anni che m’affidarono codesto incarico: morto nel frattempo il Visconti, il superstite collega di lui, Legnano, continuò ad instare perchè dessi mano alla storia di cui m’aveva incaricato, e che avrebbe potuto scrivere benissimo egli stesso. Io non reputai quindi di oltre procrastinare, e pigliate le mosse dalla fine del regno di Filippo II e dai principj dei due Borromei, dapprima reggente il vicario Sormani, indi il vicario Archinti, stabilii narrare i casi e le azioni di questo periodo, e la guerra che ora si combatte implacabile ed atroce fra i due re, e che sarà famosa anche alle venture generazioni. Un volume di questa storia consegnai al decurione Legnano perchè, esaminatolo giusta l’ufficio suo, decida se debbasi tosto dar mano a stamparlo, ovvero sospendere, secondochè approverà o no il mio scritto. Frattanto, avendo io raccolte parecchie note e memorie intorno la peste che fu in Milano nel MDCXXX, risolvetti, tra per sdebitarmi in parte col Legnano, tra per le vive istanze del vicario Castiglioni, poi dell’Alfieri, suo successore, di pubblicare il racconto di essa peste diviso in cinque Libri, stampandoli senza indugio, staccati dal corpo delle storie. E ciò, dietro l’esempio di celebri storici, i quali staccarono alcun brano dell’opera loro, allorchè o la grandezza d’un avvenimento superava ogni altro, ovvero l’ammirazione ond’erano compresi li infiammava ad illustrarlo con maggior cura. — Siami lecito imitare l’esempio loro, quantunque non possa eguagliarne i pregi.

Cercai procacciare un grand’onore a questo mio lieve e melanconico lavoro, pubblicandolo in nome del Consiglio Generale, e dedicandolo a voi, Illustrissimi Decurioni, com’era di diritto. Nato sotto i vostri auspicii, a voi era devoluto, che foste in quell’epoca funestissima padri della patria e di codesta città. L’ordine vostro, durante quella strage, erogò denaro in tal copia, che alle altre genti sembrerà incredibile come siasi potuto raccogliere, qualora con minuto esame de’ giornali e de’ libri non vedano in che fu speso. E invero, le generose vostre offerte furono tali da equivalere al valore di altre città.

Giuseppe Ripamonti

LIBRO PRIMO CONDIZIONE DI MILANO PRIMA DEL CONTAGIO. — LA CARESTIA. — LA PESTE.

I[31]

Scrittori sì nazionali che stranieri narrarono l’origine ed i primordj della città di Milano, e quanto in essa accadde poscia di memorabile per vizi e virtù cittadine, e pel volgere delle umane sorti. Noi pure imprendemmo, non ha molto, a trattare questa storia, esponendo in trenta libri molti avvenimenti degni di ricordanza. E in vero, dopo l’epoca romana, e quel Senato che governava il mondo, non fuvvi, a mio credere, repubblica o popolo alcuno che più del milanese offrisse esempj di beni e di mali, e un più continuo avvicendarsi di paci, di guerre e di studj civili. A Milano fiorirono, più che altrove, codesti studj, e gli scrittori qui volsero l’ingegno alla istruzione degli uomini. Tutte le quali cose io credo averle esposte nella citata mia storia.

Ma ora che m’accingo a narrare le orrende stragi della peste, la città stremata dalle morti, e i diritti più sacri di natura violati, m’è d’uopo impetrare indulgenza dai lettori, i quali, nella loro politica gravità, forse spregeranno me ed il mio racconto al leggere codesta atroce e mesta storia simile a squallido deserto. Però non fia inutile rivolgervi la mente: gli uomini onesti, stanchi delle frodi e delle tristizie che deturpano i nostri annali, vedranno in questo racconto il gastigo dei vizj, e stimeranno adequatamente cose che loro danno sì gran pensiero, qualora vedano tante migliaja di uomini essere periti pel loro alito avvelenato, tante famiglie rimaste senza eredi; la metropoli fatta deserta, e insultata la gloria e la rinomanza del nome. Da ultimo, per mostrare quanto più sia fatale codesta rinomanza, di cui taluni cotanto insuperbiscono, e perchè viemeglio si conosca la fierezza della pestilenza, e da quali principj originata, grado a grado diventasse così desolatrice, io premetterò alcuni cenni sulla posizione e lo stato di Milano prima della catastrofe che per poco non la distrusse.

II. Posizione e stato della città avanti la Peste.

Milano, situata in un’aperta pianura, riceve purissimi i raggi del sole, vantaggio non comune ad ogni città. L’aria salubre non è contaminata dai vapori degli irrigati terreni, i quali danno abbondanti raccolti, laonde il mite clima e il suolo ubertoso nulla lasciano desiderare di quanto serve a nutrire gli uomini ed a rendere loro piacevole l’esistenza; nè più lunga, nè più felice scorre altrove la vita, purchè l’intemperanza non distrugga l’effetto di tanti doni di natura. Buona copia di frumento si esporta fra gli Svizzeri, i Grigioni ed altre genti che scarseggiano di terre coltivabili; e con tal mezzo si riesce spesso ad averli alleati, e si ottiene dai medesimi pegno di fede che non apriranno al nemico i passi dei loro monti verso la Lombardia. Così anche il principe, per rimunerarli della fedeltà, concede talvolta agli stessi licenza di estrarre granaglie, dividendo a metà il guadagno dei trasporti. I governatori poi adoperarono sovente questo modo speditissimo di far denari, sì grande è l’esuberanza dei grani nell’ubertoso agro milanese.

I due celebri fiumi, l’Adda e il Ticino, agevolano l’importazione e l’esportazione. Uscendo il primo dal Verbano, il secondo dal Lario, abbracciano, in tutta la sua larghezza, il milanese territorio, e andando a gettarsi per diversa via nel Po, il quale mette foce nell’Adriatico, avvicinano in certo modo l’Oceano alla città nostra. Imperocchè ogni merce che o viene dal mare o ad esso si deve condurre, trasportasi per un canale navigabile, che, estratto dall’Adda e dal Ticino, fa il giro delle mura, e la congiunge co’ due fiumi anzidetti.

Milano, potente per uomini, armi e ingegni, non è soltanto dominatrice de’ confinanti popoli, ma nutrice altresì di estranee genti. E l’essere non ultima cura del re Cattolico cui è suddita, accresce vieppiù lo splendore del suo nome, che in uno coll’Italia è il più bell’ornamento e la forza dell’impero di lui, che si estende su due mondi. Non ha Milano più di sette mila passi in circuito, ma fu tanto popolata, che molti de’ suoi quartieri somiglierebbero ad altrettante città qualora venissero isolati. Contava un tempo trecento mila abitanti; duecento mila avanti la peste, cui mi sono proposto descrivere. Le abitazioni ed il vestire dei cittadini erano tali, che appalesavano ricchezza principesca; i grandi poi imitavano il fasto reale: i negozianti ed i banchieri erano divenuti sì ricchi, che, abbandonato il commercio e sprezzando ulteriori guadagni, innalzavano l’animo al dominare, e molti ambivano fregiarsi di coronati stemmi, ignoti ai loro oscuri antenati. Il mediatore si faceva coraggio di occupare i luoghi da essi abbandonati, l’infima plebe deponeva i cenci, e il marito spregiava la moglie se non indossava veste di seta ricamata in oro. L’abito di pura seta veniva ormai lasciato ai mendichi; il portar gemme, anello di gran valore in dito o orecchini divenne ostentazione spregiata, e le nobili matrone, cui tali ornamenti erano venuti a noja, quasi per soverchiare le donne del volgo, sfogavano la superbia vestendo con tutta semplicità. Del pari gli uomini facevano pompa di quadri, statue e d’altri miracoli dell’arte antica in sì gran copia, che io stimo non ve ne fossero tanti a Siracusa o nell’Attica, allorquando Marcello e Filippo il Macedone per diritto di guerra le devastarono.

Monumenti pubblici, oratori e poeti fanno fede che a Milano non fiorivano soltanto le belle arti, le quali, inventate dai Greci, dilettano gli occhi e l’udito, ma altresì le scienze educatrici degli uomini. Molti coltivarono con buon esito l’eloquenza e la poesia, lasciandone prova nelle opere loro. E come nella felice etade antica gli imperatori lavoravano colle proprie mani la terra, che, fessa da regio vomere, pareva dare più rigogliosi frutti, così a Milano i più nobili cittadini, applicando l’ingegno agli studj, ne traevano abbondevole messe. Nè la pestilenza, che tanti danni arrecò, mutando quasi interamente le cose, potè gran fatto nuocere alle lettere.

In esse coi ricchi gareggiavano anche i poveri, spronati, non come i primi, dalla gloria e dal desiderio di accrescere l’avita nobiltà, ma dall’amor del guadagno, e dalla speranza di premj in una città dove le lettere ottenevano la preminenza appo i dominatori. Infatti fu in ogni tempo sì grande la liberalità de’ principi nostri verso gli studiosi, che i fanciulli poveri ebbero agio ad istruirsi quanto i ricchi, e l’intera città sembrava un tempio sacro alle muse, se ponevasi mente alle scuole, ai collegi ed alle pubbliche librerie della medesima.

Così Milano, ricca, fiorentissima e beata un tempo, indi ridotta misera per intestine e continue discordie, superò altre città e popoli nelle scienze e nelle civili discipline. L’affetto alla religione primeggiava su tutto; e i costumi e le leggi del popolo milanese accrebbero fama alla metropoli per aver riunite cose fra loro disparate, e fatto sì che regnassero a vicenda la ricchezza pubblica e la temperanza, l’irrequietudine e l’ubbidienza dei cittadini, la carità pubblica ed il fasto, e quanti vizj per l’indole umana sono in continua lotta colle opposte virtù.

III. Come gli apparecchj di guerra, indi la fame, cominciassero ad affliggere Milano.

La pace inveterata e il lungo disuso delle guerre estere, che sono sorgente di beni e di mali per ogni città, avevano radicati i costumi e le abitudini da noi più sopra descritte. Dopo le guerre combattute tra Francesi e Spagnuoli sotto i re Carlo V e Francesco I, per le quali con gran strage d’ambe le parti fu decisa la sorte del milanese ducato, nemico alcuno non aveva più disturbata la metropoli lombarda. E siccome ella non mosse guerra ad alcuno, rimase per quasi cento anni (1535-1630) tranquilla, siccome mare cui non agita il più lieve soffio di vento. Ma dappoichè i capi di molti regni e provincie, congiurati col fiero Enrico re di Francia, cominciarono ad armarsi, quel mare, immagine della città nostra, s’agitò con moto sì intestino che esterno, suscitando tale una burrasca, che ne addusse la guerra, la fame, e da ultimo la pestilenza, che quasi interamente ne distrusse. La mano ed il furore d’un solo uomo, seppure non fu la mano d’un nume, fiaccò ad un tratto quella tremenda congiura che minacciava principalmente la nostra città[32]. Ma i semi di quella congiura, sparsi da lontano, furono causa di molte vicende, che misero sossopra re e principi minori cogli odj, i sospetti, la tema per le atroci insidie che si erano tese gli uni gli altri, aizzati a ciò segretamente dai loro ministri. Durante il qual tempo, la nostra provincia, in mezzo a continui apparecchi guerreschi, attendeva che scoppiassero le ostilità, come conseguenza inevitabile della congiura.

IV. Dei governatori di Milano Fuentes, Velasco e Mendozza, e ancora dell’origine e delle cause di guerra.

Governava a que’ giorni Milano Azevedo, conte di Fuentes, il quale, mentre tutte le cose erano sicure e quiete, non si abbandonava al riposo. Educato fin dalla prima gioventù alle armi, che gli avevano procacciata fama di valoroso, ora che già vecchiezza il premeva, più che la stessa morte, abborriva dal terminare tranquilli i suoi giorni. Egli, per indole guerriero in tutta la sua vita, impaziente d’ozio, irrequieto, smodato ne’ desiderj, acceso della gloria, ansioso per inveterata fedeltà al suo re, d’ogni cosa sospettoso, a tutti sospetto egli stesso, simulatore, indagatore degli altrui pensieri, stipendiava uomini che spiassero non solamente le aule, ma i pensieri de’ principi inimici. E radunando ad un tempo armi e soldati ed ogni apparecchio di guerra, aveva ridotto a tale le cose, da tener assopiti, in una falsa sicurezza, i nemici, e da poter egli stesso co’ suoi preparativi farli avvertiti del pericolo in cui si trovavano, suscitandoli a muoversi. Ma già i mal certi suoi alleati, che in segreto gli erano nemici, di loro spontanea volontà si agitavano, ed ordivano macchinazioni. Rimane ancor dubbio se il vecchio governatore le avesse sottomano suscitate, ovvero se ignorandole, morisse di dolore posciachè le ebbe scoperte.

Comunque sia, per mirabile coincidenza opportunissima a mantenere la quiete, l’assassinio del re di Francia e la morte del conte di Fuentes accaddero quasi al tempo stesso. Il qual ultimo non saprebbesi dire se mancasse di vita per vecchiaja o pel rammarico della sua congiura di repente sventata. Allora, per reciproca dissimulazione delle parti, non fu turbata la pace tra Francia e Spagna; e la Lombardia rimase più sicura che prima nol fosse nella vacillante pace.

Era questa però affatto precaria, e l’odio ed i guerreschi apparecchi tenevano in sospeso gli animi. Al morto Fuentes succedettero governatori Velasco e Mendozza, grandi di Spagna, nè temuti dai nemici, nè intenti a spiarne le mosse. Il Velasco, dedito agli studj ed ai piaceri, il Mendozza alquanto più attento all’ufficio suo, entrambi paghi della gloria dei loro avi, venivano lodati dai saggi perchè, malgrado le istigazioni di molti, mantenevano la pace e la tranquillità degli animi, cotanto necessaria a quell’epoca. Ruppe la quiete e l’ozio del Mendozza il duca di Savoja, il quale, nemico di suo genero, invase colle sue truppe il Mantovano, turbando la pace d’Italia, e dando un pessimo esempio agli altri principi col trascendere i limiti della moderazione. Le armi del re di Spagna s’interposero a difesa della parte più debole, e da ciò ebbe origine la calamità d’introdurre in Lombardia soldati stranieri, i quali vi diffusero il contagio. A questo precedette la carestia, di cui narrerò gli andamenti in quanto servono a rischiarare la storia di essa terribile pestilenza.

V. Toledo, Figueroa, Consalvo di Cordova governatori di Milano. — Origine della carestia.

Scoppiata, come dicemmo, la guerra, ed introdotti gli stranieri, si schiuse larghissimo adito alla fatale carestia ed alla peste desolatrice, che per ordine naturale sovente le tiene dietro. Gli artifizj e la tristizia dei dominatori, non che la malvagità degli uomini accesero la guerra, e da questa scaturirono la fame e la pestilenza.

Le vettovaglie in vero bastavano a Milano, a’ suoi cittadini, a’ forastieri, alle truppe, e fino al nemico avventizio, giacchè da quindici anni alternavasi la guerra e la pace, durante la quale, esportavasi più frumento all’estero di quanto se ne consumasse per gli abitanti e pe’ soldati.

Codesta abbondanza di granaglie era dovuta in parte ai saggi regolamenti dei due governatori mandati da Spagna a reggere il milanese ducato, il conte di Toledo ed il Figueroa, tanto lodati dal pubblico quanto vennero biasimati i loro due antecessori.

Il conte di Toledo, che correva fama appartenesse alla famiglia reale di Spagna, era uomo cupo, avido di gloria, insofferente di rivali, sprezzatore di tutti in cuor suo, esperto nell’armi, aspro in tempo di pace: tutta la vita conformò ad esempio dell’antichità. I prudenti del nostro secolo però ardivano dare ben altri nomi alla virtù, all’innocenza ed alla severità del conte di Toledo. Ora agevolando, or restringendo l’esportazione delle vettovaglie, secondochè l’annata prometteva scarso od abbondante raccolto, e bilanciando le spese coi redditi come un diligente padre di famiglia, egli sempre provvide alle vettovaglie, e in tempo di guerra e quando per l’inclemenza delle stagioni scarseggiavano i grani. Mercè tali provvidenze, la carestia era scomparsa, e neppure se ne ricordava il nome.

La medesima sicurezza continuò sotto il Figueroa, che gli succedette. Benchè fosse giovane, non era inferiore per senno e per esperienza al Toledo, il quale, ormai decrepito, gli rendeva giustizia, non sdegnandosi punto che venisse paragonato, e fino anteposto a lui. E veramente lo superava nella gentilezza dei modi e nelle arti d’ingannare gli scaltri, i quali si burlavano del vecchio e rabbuffato suo predecessore.

Dopo un breve interregno, ricominciando più accanita la guerra, venne governatore il Consalvo, uomo d’illustri natali e di animo grande; ma cui la sorte riuscì contraria negli affari d’Italia.

Dopo Consalvo, lo Spinola, tutto occupato nell’assedio di Casale. Per tale impresa, migliaja di soldati tedeschi discesero in Lombardia: il paese fu oppresso da imposte; i ricchi ammucchiavano grano, e la terra non dava raccolti. In tal modo, col trasportare il frumento pel campo, sprecarlo od occultarlo per avidità di guadagno, cominciò a patire la fame il nostro popolo, che dianzi alimentava le altre genti, e fu ridotto a tale, che anche vendendo ogni suppellettile, non trovava da comperare gli alimenti necessarj alla vita[33].

VI. Della fame che precedette la peste.

Molti e orribili esempj di fame trovansi raccolti negli storici, come più volte gli abitanti delle città assediate siansi nudriti de’ più schifosi animali, d’erbe e fin di cuojo, e come talora per smania di cibo taluni si gettassero dalle mura, offrendo l’inerme petto ai colpi del nemico, per morire di ferro anzichè spegnersi in lenta inedia, ai quali delitti spingeva la disperazione della fame. Ma io racconterò non già esagerazioni scritte per amor del meraviglioso, sibbene quanto ho veduto e pianto co’ miei occhi medesimi. Questa fatale carestia si diffuse tra il popolo non all’improvviso, ma grado a grado, e, sto per dire, metodicamente. Gli abitanti del contado furono i primi a morir di fame, poscia i campagnuoli più doviziosi, cui le glebe, oltremodo da loro stancate, negarono quasi a gastigo le messi.

Il lusso e i vizj de’ cittadini furono domati dalla calamità. La quale, se non fosse stata sì forte da istupidire le menti, avrebbe offerto uno spettacolo ridicolo, e in uno mortificante l’umana alterigia. Coloro poc’anzi terribili al popolo pei soprusi e pe’ bravi che loro facevan codazzo, pronti al menomo cenno ad eseguirne i sanguinarj capricci, ora giravano soli, mansueti, ad orecchie basse, con volto che sembrava implorar pace; e taluni colle vesti sdruscite appalesavano chiaro il mutamento delle cose.

Un somigliante spettacolo offrivano anche i servi ed i bravi, dianzi azzimati e profumati, ed ora vagabondi per la città, seminudi, e stendendo la mano a chiedere elemosina; a tal segno la fame aveva prostrata la superbia dei viziosi! Ma più aspramente furono colpiti gli innocenti contadini, gli artefici, l’infima classe quasi indigente, ed i mendicanti.

Dapprima cessarono i lavori, che, servendo al pubblico uso, e, diciam anche, a fomentare i vizj, alimentavano però un gran numero d’individui. Si cominciò dal chiudere le botteghe, dalle quali il popolo nelle città trae in gran parte la sussistenza; e le poche rimaste aperte, somigliavano a deserto campo, reso squallente dalla sterilità e dalla carestia. La plebe, priva di lavoro con cui guadagnarsi il pane, senza traffico alcuno, costretta a marcire nell’ozio, non usa a patire entro la città, anzi emulante perfino nel vestire e nelle vivande il lusso dei ricchi, la plebe cominciò a stentare, indi a languir per fame, e da ultimo moriva. Cessata qualunque elargizione, era la moltitudine divenuta tutta quanta mendica, gli accattoni novizj in ciò solo diversi dai vecchi, che mal sopportavano con pazienza le frequenti repulse.

Sfiniti per mancanza di cibo, cadevano morti per le strade, ovvero vagolavano per le piazze ed i tempj con faccia cadaverica. Nè scemava di numero quella turba infelice, poichè tanti più ne rapiva la morte, e tanto più ingrossavano i rimasti per le famiglie che ogni giorno piombavano nell’ultima miseria, trascinandone seco altre, sia col cessar di soccorrerle, sia col defraudarle con malizia de’ loro crediti. E quasi non bastasse la folla de’ mendichi accorrenti verso la città dalle nostre campagne e colline, ve ne giungevano altresì dalle città limitrofe e dall’estero come in asilo sicuro, dove non mancherebbe alimento, illusi dal nome di Milano, ed ignorando in che triste condizione fosse caduta.

Era uno spettacolo lagrimevole il vedere cittadini, campagnuoli e forastieri elemosinare insieme spinti dalla fame, mentre i nostri Milanesi andavano nelle campagne e nelle vicine città in cerca di pane. Ma delusi tutti egualmente nelle vane speranze, morivano per le strade o in terra straniera.

Vid’io, passeggiando con alcuni compagni lungo le mura sulla strada militare, una donna con un fardelletto sul dorso ed un bambino in fasce pendente dal seno, la quale, non trovando alimento, erasi, a quanto sembra, indotta ad uscire dalla città, seco recando il bimbo e i pochi oggetti più cari; ma sopraggiunta dalla morte, cadde estinta appena fuori delle porte. Le usciva di bocca un pugno d’erba semimasticato, il cui sugo verdastro le imbrattava le fauci, prova della rabbiosa fame: il bambino vagiva sul cadavere della madre. Noi rabbrividimmo a quell’atroce caso, e sopraggiunte alcune persone compassionevoli, raccolto il lattante, ne presero cura.

Parecchi casi simili, ed alcuni anche più atroci, si raccontavano giornalmente da persone che li avevano veduti o uditi da testimoni oculari. Per quegli infelici, ridotti a tanta miseria, la morte era il più lieve dei mali.

È legge di natura che l’uomo, animale ragionevole, nato alla virtù ed al cielo, si nutrisca di pane, che fu suo cibo dacchè abbandonò il vivere ferigno tra le selve, pascendosi di ghiande[34]. Ora in que’ giorni, mancato il pane ai contadini, e costretti a rosicchiare erbe come gli animali, vivacchiarono con corteccie d’alberi, che in breve li traevano a morte.

I contadini, tanto benemeriti della società, perchè colle fatiche alimentano anche gli oziosi, esalavano l’anima lungo le strade e sulle glebe medesime, che, bagnate dai loro sudori, diedero sovente copiose messi.

Ve ne furono molti i quali fuggirono in città, e coll’aspetto macilente, e il racconto della patita miseria, spinsero molti altri ad abbandonare la città stessa[35]. Le vedove coi figliuoli, il marito colla moglie, portando sulle spalle i bambini e i pochi attrezzi rusticali, si trascinavano alla volta di Milano, dove, arrivando giornalmente a frotte, sdrajati per terra sotto le grondaje, empievano le contrade frammisti ai vecchi mendicanti. Il tanfo che esalavano per sudiciume, i visi grami, e più l’immagine ributtante di miseria che in tutta la persona appariva, ispirava tal ripugnanza ai passaggieri, che questi turavansi la bocca e le nari, quasi camminassero in mezzo ad appestati. La misera turba rattristiva la città: il giorno coll’aspetto, la notte coi gemiti; ed era una nuova calamità, perchè ciascuno dava in parte a sè la colpa della disperazione cui vedeva ridotti que’ sciagurati.

In siffatto disordine, nulla conturbava maggiormente gli animi compassionevoli, quanto il mirare i semplici ed innocenti agricoltori ridotti come scheletri, e moribondi di fame. Come il bue dell’aratore, che, dopo aver lavorato l’intero giorno sotto la sferza del sole, tirando il pesante giogo per aprire i solchi, s’infuria, allarga le narici, e gira minaccioso il muso se gli viene negato il suo pasto; così i contadini giravano torvi gli occhi spalancati e invasi da egual furore, trovando di non aver potuto, col tanto affaticare, sottrarsi ai tormenti della fame, anzi ridotti, per mancanza d’ogni sussidio, a non poter lavorare. Vedevansi colle facce abbronzate dal sole, gli occhi stravolti, i petti vellosi, la pelle informata sull’ossa, lacere le membra, vergognarsi della loro nudità. E i cittadini arrossivano come di pubblico disonore al mirare in loro sì avvilita l’agricoltura, che dagli stessi romani imperatori venne cotanto nobilitata.

VII. Del pubblico Consiglio, ossia dei LX Decurioni di Milano che provvidero alla miseria generale.

Fra i magistrati di Milano, vi sono i sessanta Decurioni, scelti tra il fiore dei nobili, i quali hanno l’incarico di regolare l’annona, e d’amministrare il patrimonio municipale. Vengono eletti dal governatore tra i patrizj originarj, nè alcun straniero viene ammesso in questo Consiglio. Zelanti, istrutti nelle cose patrie, concordi, gareggiano pel bene dello Stato, e loro precipua cura è di conservare ed accrescere l’antico lustro di Milano, col ristaurarne gli edifizj. Un tempo novanta, sono oggidì sessanta, numero sufficiente pel decoro del corpo e pel disimpegno delle loro funzioni.

V’hanno fra essi alcuni educati alle pacifiche discipline, altri che conobbero le arti della guerra, secondochè sortirono dalla natura indole mansueta o focosa. Taluno vi entrò per bontà di animo e per sentimenti religiosi, tal altro, esacerbato per i vizj degli uomini, si trova costretto a immischiarsi fra le umane nequizie per l’ufficio suo. Questi opera con cautela, quegli propende sempre a facili concessioni, e cotanta varietà di opinioni giova mirabilmente al bene della patria comune, siccome notarono gli antichi Saggi, immaginando un perfetto governo, giacchè erano d’avviso che le aspre e blande sentenze temperandosi fra loro, riescano utilissime alla pubblica amministrazione. Ed io stimo che fu ottimo pensamento di scegliere, istituendo il Consiglio, per membri appunto coloro che hanno il maggior interesse alla prosperità del paese, e che ponno contribuirvi colle loro ricchezze.

I sessanta Decurioni vedendo il misero stato cui era ridotta per la carestia Milano, dove il popolo moriva di fame come fosse in un meschino abituro, per dar coraggio, aprirono il Lazzaretto, come un generale asilo ai bisognosi[36].

VIII. Del Lazzaretto e della moltitudine dei poveri in esso ricoverati.

Il Lazzaretto venne edificato dal duca di Milano all’epoca in cui Francesco Sforza, salito al trono, cercava renderlo ereditario nella sua famiglia. I successori di lui abbellirono la città, innalzando molti pubblici edifizj, tra i quali il Lazzaretto fa prova che l’animo de’ nuovi principi era superiore all’umile loro origine[37]. La porta che dicesi Orientale, perchè a destra guarda ad oriente, apresi nella parte più salubre di Milano, rimpetto alle colline donde spira un’aria mite. Non vi sono all’intorno fetide paludi che corrompano l’aere come in altri siti, e lo rendano greve[38]. Colà innalzarono il Lazzaretto gli Sforza, ricovero degli appestati, perchè in caso di contagio si provvedesse alla pubblica salute, dividendo i malati ed i sospetti dai sani. Credo che derivasse il nome da Lazzaro, il quale viene ricordato dal Vangelo, coperto di piaghe, come esempio della giustizia e in uno della misericordia divina.

L’edifizio è quadrato, e racchiude un gran campo; lo circonda una fossa piena di acqua. Ha tante stanze quanti sono i giorni dell’anno[39]; ciascuna capace di otto o dieci persone, oltre i portici che corrono all’ingiro dai quattro lati, e servono di ricovero ai malati, piene che sieno le camere. Inoltre sorgevano allora nel campo fila di capanne per iscaricare il numero soverchiante de’ malati, quasi in altrettanti cortili del Lazzaretto, come ricordavasi aver fatto i nostri padri allorquando la peste afflisse Milano. Sorge in mezzo la cappella visibile d’ogni parte, coperta da un tetto sostenuto da un portico a colonne che la circonda, affinchè nè la vista sia impedita, nè il vento o la pioggia turbino i sacri misteri in essa cappella celebrati.

Il Lazzaretto, fabbricato per caso di peste, diventò utile anche per la carestia, quantunque scorso poco tempo tornasse all’antica destinazione, ricoverando colà gli appestati. Tutti i poveri che trovavansi nella città, i venuti dalle campagne, e quanti vagavano o giacevano per le strade e le piazze, ignudi e famelici, vennero raccolti con decreto in quell’ospizio pubblico[40]. Il Municipio ed il Governo, scordando le proprie strettezze, provvidero largamente ai bisogni. Erasi indugiato alquanto ad aprire il Lazzaretto per timore di dar fomite all’imminente contagio, il quale, preceduto dalla fame, avvicinavasi minaccioso alla città nostra, dopo aver desolati i paesi limitrofi. Quindi tutte le merci provenienti da luoghi o da gente sospetta, venivano ivi rinchiuse, e in breve il Lazzaretto ne fu tutto quanto ripieno.

IX. Discipline stabilite al Lazzaretto e nell’ospitale della Stella.

Sussidiò il Lazzaretto un secondo locale di mendicanti, abbastanza vasto pel momento, e per la sua posizione, vicino a grandi ortaglie, facile, occorrendo, ad ampliarsi. Quel ricettacolo della più abbietta miseria chiamavasi ospitale della Stella, e vi si alimentavano fanciulli e fanciulle senza parenti, senza tetto, e ignari di loro origine, quasi fossero nati dalla terra.

In questo ospitale si raccolsero pel momento le turbe degli affamati, vecchi cadenti, giovani d’ambo i sessi, pei disagi sofferti simili ai vecchi, fanciulli, cittadini e forensi insieme; coloro che da lungo tempo pativano la fame e quelli che da poco penuriavano, i vergognosi per nuova miseria, gli sfrontati per vecchia abitudine, tutti spinti dalla fame e dal bisogno, vennero colà radunati. A misura che aumentavasi ogni giorno il numero, s’allargavano i confini dell’ospizio, e cresceva adeguata ai bisogni la munificenza dei cittadini.

Parecchi nelle domestiche strettezze restringevano i cibi, mandandone parte colà in elemosina, altri venuti a morte, deludendo la speranza e la cupidigia de’ parenti, legavano le sostanze alla Stella, per cui tanta moltitudine di poveri viveva in separate camere, e divise le mense secondo il sesso e l’età. In pochi giorni salirono a tre mila, e giornalmente crescevano. Ma fu osservato e conosciuto a prova la verità di quel proverbio che si diceva per ischerzo: «Esservi nel mendicare una tal quale dolcezza». Uomini e donne senz’asilo il giorno, senza ricovero la notte, nè certi di procacciarsi il giornaliero nutrimento, che sdrajavansi esposti ai venti ed al gelo, ora si trovavano al coperto, avevano cibo, letto e quiete. Cionnondimeno era d’uopo farveli condurre legati dai bargelli, i quali ricevevano dal magistrato due soldi per ogni povero che là traducevano. Era chiaro preferire i nostri accattoni il questuar per le strade e il piagnuccolare all’aperto, all’essere pasciuti e dormire rinchiusi nell’ospizio. Ormai i molti bagagli venuti dall’estero e mercanzie d’ogni genere sospette di peste, le quali ne’ primi giorni ingombrarono il Lazzaretto, spurgate co’ suffumigi e raccolte in un sol luogo, davano agio a potere ivi raccogliere i poveri, che l’ospizio della Stella ormai più non capiva. Laonde, aperto anche il Lazzaretto, una parte de’ medesimi fu trasferita colà, dove ebbero stanza un tempo gli appestati, ed aver la dovevano di nuovo tra breve.

Entrambi i luoghi in breve furono zeppi, venendovi ogni giorno alcuni spontaneamente, altri molti trascinati a forza; pure non iscemava la sollecitudine per nutrirli.

Ammiratori noi dell’antica età, e poco curanti di quanto è recente, non lodiamo per consueto le virtù dell’epoca nostra, spregiando quanto essa offre di splendido e di ammirabile. Ma io, quand’anche ritornassero i tempi lodati degli Spartani e le vecchie loro leggi, non credo che possano offrire istituzioni migliori per nutrir una folla di poveri in chiuso recinto, di quelle che adottarono in allora i nostri magistrati. Erano scomparsi l’inumano rigore e durezza, e quell’indulgenza che spinge a nuove colpe; difetti che, fuor di dubbio, deturpavano le antiche ed encomiate istituzioni dei Greci, allorquando, uniti nei medesimi recinti gli abitanti d’una provincia, mescolavansi i loro vizj e virtù. Presso di noi non stimavasi virtù la sfrenata libidine ed il furto come già nelle riunioni profane di quelle antiche genti. In un’accozzaglia d’uomini, prese le dovute cautele per l’onestà, si cercò, con tutto lo zelo, di rivolgere le menti di quei traviati ai doveri religiosi ed ai riti della Chiesa, da essi posti in dimenticanza. I magistrati ed i nobili milanesi offrirono in que’ giorni un esempio luminoso di cattolica pietà, alimentando ed instruendo ad un tempo il popolo. Nè i superbi politici mi faranno carico se faccio qui un cenno della disciplina introdotta nel Lazzaretto e delle sacre funzioni, alle quali più d’una volta io assistetti con indicibile piacere.

Celebravasi ogni giorno la messa nella cappella, sorgente, come dissi, in mezzo al campo, e che aperta all’intorno, è visibile da tutto il circostante portico. Dal quale e dagli usci delle stanze ciascuno poteva assistere all’incruento sacrifizio, in cui il figliuol di Dio è immolato per la salute del genere umano. Dappoi, andavano i poveri al lavoro, ciascuno secondo il mestiere che professava, procurando qualche utile al luogo, e sfuggendo l’ozio, dannosissimo anche ai più miserabili. Molti infingardi giravano qua e là sciupando il tempo fino all’ora del desinare. Costoro molestavano gli altrui lavorerj, nè fu possibile mantenere sì rigorosa la disciplina, che non pullulassero alcuni vizj tra quella moltitudine.

X. Il Lazzaretto è riprovato e si sgombra.

Ma ben più degli animi si viziavano i corpi, e ne seguirono tante morti, che quasi poteva chiamarsi un piccolo contagio. Certuni attribuivano la causa alla furfanteria degli inservienti, che avessero adulterato il pane, meschiando la farina con sabbia. Ma io sono d’avviso che la mortalità fosse attribuibile al caldo eccessivo di quell’anno, al sudiciume ed ai pidocchi, brutali compagni, quasi indivisibili dei mendici, e che ivi pel contatto più schifosamente li affliggevano. Intanto que’ poveri gementi e frementi, per aver perduta la libertà ed il diritto di vagabondare, anelavano le antiche ed a loro sì care abitudini. La noja, la melanconia, la disperazione e l’odio pel Lazzaretto trasparivano su tutti i volti: crescevano sempre più le lagnanze. Gridavano che per certo erano stati chiusi in quel recinto a morirvi fuori della patria senza che nemmeno volger potessero alla medesima gli occhi moribondi; così imprecando, esalavano molti l’ultimo respiro. I nobili anch’essi vergognavano e sdegnavansi che tante cure e la liberalità stragrande in quelle pubbliche angustie, non avessero servito che a far morire in maggior numero i poveri che si volevano nutrire[41]. Perciò, riferita la cosa in consiglio, trovarono che l’unico spediente era il mettere al più presto in libertà quella poveraglia, lasciando che tornasse, come per l’addietro, ad accattare. Ciò stabilito, si aprì il Lazzaretto, e le turbe irruppero con pazza gioja e gratitudine maggiore di quando, vagabondi senza fuoco e senza tetto, avevano ottenuto ricovero e nutrimento.

La città, liberata per poco dall’esosa vista dei mendici, ne rivide il funesto spettacolo; anzi s’accrebbe la pietà in coloro che pensavano come tanti poveri fossero morti, ad onta dei sussidj della pubblica carità, per cui ne arrossivano più ora che in prima, alloraquando li vedevano morire di fame.

XI. Tumulto popolare per la carestia[42].

Il giorno di S. Martino di quell’anno 1628 si tumultuò in Milano per la carezza del frumento. Rade volte in passato erano accaduti simili tumulti, giacchè, siccome accennai fin da principio, l’agro milanese, ubertissimo, forniva annualmente in copia i grani, non solo alle vicine popolazioni, ma altresì alle lontane. Narrerò l’origine e la fine di questa sommossa, quali disordini commise la plebe, e come vennero repressi, quali furono le misure adottate dal Consiglio, e per frenarla al momento e perchè non si rinnovasse, affinchè la plebe, animale di molte teste, terribile sempre alle città più potenti, avesse un gastigo condegno al suo ardire, nè s’attentasse alzar di nuovo il capo.

Reggeva la città e il ducato in quel tempo, trovandosi assente il governatore Consalvo, occupato nell’assedio di Casale, il gran cancelliere Ferrer. Egli, crescendo giornalmente la penuria del grano, nè trovandovi riparo, e sentendo il fremito ed i lamenti del popolo, immaginò un ripiego, che non tolse il fomite della sedizione, ma solo la protrasse. Al qual ripiego, i negozianti di frumento ed i fornaj, gente che conveniva blandire in quel tempo, esacerbati, minacciavano un’estrema ruina, d’abbandonare cioè il traffico dei grani, la fabbricazione e la vendita del pane. Il prezzo minimo del frumento era dalle quarantacinque alle cinquanta lire; prezzo adeguato e volgare, che il venditore non arrossiva domandare, nè gli acquirenti udivano con indegnazione. Ma gli incettatori danarosi, gli sfrontati usuraj ed i ricchi possidenti, fissato in segreto fra loro il prezzo, dissero, pronunziarono, richiesero con infame e sfrenata cupidigia prezzi enormissimi, quasi che fossero arbitri della vita dei cittadini, od essi solo avessero diritto di vivere. Mi consta che vi furono certuni, e li ho conosciuti, i quali pretesero cento lire al moggio, e non ancora contenti, per avidità di maggior guadagno in avvenire, tenevano chiusi i granaj, insultando la pubblica fame. Nè giovarono contro siffatta cupidigia, anzi rabbia degli avari, le solite gride con cui ordinavasi che ciascuno notificasse la quantità di frumento che aveva in casa.

Il gran cancelliere, in mezzo alle frodi ed all’avarizia degli uomini ed alla penuria di grano, in que’ difficili momenti, aveva immaginato, tenendo una via di mezzo, di far sopportare a’ fornaj il danno derivante dalla calamità dei tempi e dall’umana malizia. Ordinò che si facesse e si vendesse il pane al peso prescritto ad una meta che ragguagliavasi a lire trentatrè al moggio, fissando questo limite ai venditori ed ai compratori. Credeva egli per avventura che lo scapito si compensasse coi precedenti guadagni de’ fornaj, e con quanto lucrerebbero in appresso. Fors’anche aveva loro data lusinga, calmata quella burrasca, di compensarli a spese dell’erario; ma codeste erano speranze vaghe, e intanto la perdita sicura rendeva insopportabile l’editto. Schiamazzarono i fornaj, protestando senza tregua che avrebbero chiusi i forni ed abbandonata l’arte loro. Il gran cancelliere punto non si smosse, fermo nel voler eseguito il suo decreto, ed il popolo, quasi per rapire a gara il pane a sì buon prezzo, che era una specie di regalo, assediava l’intero giorno i forni con tanta importunità, che i fornaj, per quanto si sbracciassero a cuocere, non riuscivano a soddisfare i compratori. Rinnovaronsi più forti le grida e le lagnanze, cui i magistrati non sapevano ormai come rispondere. I Decurioni scrissero al governatore, al campo, e stabilirono di concerto con esso lui di trovare un temperamento. Consalvo nominò il presidente del Senato, i presidenti dei due magistrati e due fra i questori, i quali, adunatisi, fissassero il prezzo del frumento, tanto allo stajo, in modo che i fornaj potessero continuare a fare il pane. Favoriti i fornaj, venne cresciuto il prezzo di dieci soldi il moggio.

Grande fu la rabbia ed il furor della plebe per tale accrescimento, che dava agio a respirare ai fornaj, poichè aspettavasi che si calasse il prezzo del pane anzichè aumentarlo. Visto essere caduta in peggior condizione, non si curò altro di editti e tariffe, e si fece ella stessa padrona e dispensatrice dei grani. Allora in Milano, città rinomata dai tempi più remoti per ossequio ai governanti e per modestia degli abitanti, fu conosciuto a che servano le armi contro il popolo infuriato, anzi contro una turba imbelle di donne e ragazzi spinti dalla fame.

Correva il dì di S. Martino, giornata allegra sempre e geniale, perchè si finiscono le vendemmie, si mettono in botte i vini, e chiudonsi nelle case de’ ricchi i prodotti dell’annata. All’albeggiare molti garzoni di fornaj uscivano in volta con gerla e canestri pieni di pane per recarlo ai monasteri ed alle case dei signori, o per venderlo al minuto in altri luoghi. Il popolo si pigliò tutto quel pane come suo, e come se avesse già pattuito che dovessero portarglielo a casa. Drappelli di ragazzi, di giovanetti, donne e vecchi senz’alcun arme, ma forti pel numero, ed aizzati dal bisogno, mossero incontro ai garzoni de’ fornaj, che portavano in ispalla il pane, e quanti ne trovarono, costrinsero colla violenza a fermarsi e deporre il carico, intimando poscia che se ne andassero. Bisognava ubbidire, perchè, circondati all’improvviso, sbalorditi, gettavano il peso, e fuggivan a gambe, temendo di peggio: chiunque tentava opporsi, veniva malconcio a pugni ed a calci. Così ebbe principio la sommossa della plebe, che, adescata dalla gustosa preda ottenuta senza sangue, imbaldanzì, credendosi capace di tutto purchè l’osasse, e giudicando che la sofferta miseria era una conseguenza della mansuetudine fin allora usata. Il popolo erasi fatto superbo ed audace per aver rapito il pane con la sola intimazione, forzando pel momento a starne senza le famiglie cui recavasi. I magistrati però, invece d’irritarsi, compassionavano que’ traviati, ridendo essi medesimi, di dover in quel giorno aspettare assai tardi il pane. Ma il popolo proruppe a misfatti più gravi, e risoluto a distruggere il forno, s’avviò alla volta del medesimo senz’alcun capo, chè l’innumerevole turba era guida a sè stessa. Vociferavansi sediziose grida, strepitavano che avrebbero distrutte le botteghe de’ fornaj, centri di raggiri, di fame e della calamità pubblica.

Capitarono a caso dinanzi il forno di porta Orientale[43]. La moltitudine erasi già armata di bastoni, di sassi e di quanto gli capitava alle mani, come se andasse a battagliare[44]. Scassinarono le porte, e vi diedero fuoco, e rotti i cancelli, fecero man bassa su tutta la farina ed il grano ivi raccolti, spargendone per terra, e gettandolo anche in istrada per disprezzo.

Alcuni empirono di farina i sacchi rubati, e via se li portarono; altri caricarono con carri, e tornarono più volte senza che veruno si opponesse al loro depredare[45]. Le contrade per dove andavano e venivano i saccheggiatori, biancheggiavano di farina come se fosse nevicato, ed era preda dei poveri e dell’infima plebe, che s’affaccendava a raccoglierla. Intanto i caporioni della turba, avendo trovato il banco del fornajo in cui eravi il denaro di molti giorni, lo rubarono tutto quanto. Sfogata in tal guisa la rabbia sopra quanto aveva eccitata la sommossa, e più nulla restando da rubare, sfogarono da ultimo il furore sulle tavole, i banchi, i canestri e gli altri utensili da bottega, che non eccitavano l’avidità dei saccheggiatori, e fattone un mucchio, vi diedero il fuoco, quasi olocausto a Cerere, alla carestia ed in uno al Santo, la cui festa avevali riuniti a quell’impresa! Gettarono altresì tra le fiamme tutti i giornali ed i registri del negozio, e v’avrebbero gettati anche il fornajo ed i suoi garzoni, se questi, per buona ventura, non si fossero salvati fuggendo o appiattandosi. Il capitano di giustizia, co’ suoi satelliti armati accorso per ultimo spediente per sedare il tumulto colle armi, côlto da una sassata, mentre fuggiva, ebbe la buona sorte di rifuggirsi nella casa del fornajo, e nascosto in una soffitta, vi rimase in un angolo finchè, dispersa la folla, potè uscire a salvamento[46].

Trascorsa in tali fatti la mattina, la plebe giunse al colmo dell’atrocità, correndo delirante e furibonda per uccidere il vicario di provvisione (magistrato milanese, che viene eletto annualmente, ed è capo del pubblico consiglio, e quasi della città stessa), nobilissimo ed ottimo personaggio, contro il quale esternava un odio accanito[47]. Il suo nome, profferito forse da qualcuno a caso, risuonò in un subito per tutta la città. Il vicario, o sentito lo strepito o avvisato che fosse, si teneva chiuso e nascosto in casa.

Siccome la tempesta scoppiata da un negro nembo tutto riempie il paese d’acqua, di lordure, di spavento, così le caterve de’ plebei accerchiarono di repente la casa, traendo a sè dietro la morte e l’ignominia se riuscivano nell’intento. Recavano seco scale e ferri per spezzare le porte ed introdursi dalle finestre od anche dal tetto. Imposte e ferriate sarebbero riuscite inutili a schermo contro l’impeto della romoreggiante moltitudine, la quale voleva penetrare a tutta forza, ed era sicura di riuscirvi. Fu veduto un vecchio che portava chiodi, un martello ed una corda, e andava dicendo di voler impiccare il vicario alla porta della sua casa, dove sarebbe straziato ed ucciso dal popolo.

Con tali intenzioni assediavano la casa, battendola con spessi colpi, e tentando d’ogni parte la scalata. I magistrati chiamarono, dal prossimo castello di Porta Giovia, una squadriglia di soldati spagnuoli, per mandarla a presidiare la casa del vicario; ma quei soldati, invece dell’incutere timore, furono côlti da subita paura al vedere il popolo che circondava, come un esercito, quell’abitazione. Che far potevano cogli archibugi, scaricati che li avessero sulle donne ed i fanciulli misti cogli uomini? dar mano alle spade? Non ne avevano l’ordine, e d’altronde avrebbero inferocita vieppiù la moltitudine, la quale, già rotto ogni freno, correva agli estremi delitti. Titubarono gli Spagnuoli, e si tennero lontani, mentre il popolo gl’insultava insieme ai loro archibugi, che temuti sempre perchè colpiscono da lungi, allora diventavano inutili e soggetto di scherno. L’arrivo dei soldati non rallentò punto la furia di quelli che battevano la casa.

A frenare alquanto l’impeto loro, sopraggiunse il gran cancelliere Ferrer, venerabile per vecchiaja, e che si guadagnò la simpatia del popolo, appunto perchè non temeva di esporsi in quel parapiglia. Avanzandosi in carrozza tramezzo la folla, ora chiedeva colla mano silenzio, supplicando che lo ascoltassero, ora coll’alzar delle spalle e col piegar la testa interrogava che cosa volessero. E quando, cessato un momento il fracasso, poteva farsi sentire, egli, ponendosi la mano al petto, imprometteva pane a josa, sedando colla sua dolcezza il tumulto. Ma più gli giovò l’arte, che riuscì sempre anche nelle antiche sedizioni utilissima agli uomini, che il popolo voleva uccidere. Affermava il gran cancelliere ch’egli veniva per condurre il vicario colla sua carrozza in castello, dove, se era colpevole di qualche ingiustizia contro una tanto benemerita popolazione, sarebbe punito giusta gli antichi statuti di Milano. Questa promessa calmò la plebe, ed il vicario, messo in carrozza, sotto finta di condurlo al supplizio, evitò, in quel terribile incontro, la morte[48].

Era già tardi, e tra per la sorvegnente notte, tra per la fatica e la sazietà, tutti a poco a poco si ridussero alle proprie case, contenti del bottino e della vendetta che loro pareva aver fatta de’ sofferti stenti; e tra le domestiche pareti gustavano il riposo, e raccontavano gli avvenimenti di quel giorno. Non riposavano però i magistrati ed i decurioni, timorosi che durante la notte si commettessero nuovi delitti; assicurarono la casa del vicario con travi[49], e vi posero a guardia una mano di soldati; indi si raccolsero a consulta.

Provvidero in prima affinchè l’indomani, che era domenica, vi fosse pane in abbondanza: i forni lavorarono tutta la notte. Al tempo stesso diedero gli ordini opportuni che si cercasse dappertutto frumento, onde non mancasse. Nominarono gli anziani, che, recandosi ciascuno di buon mattino al suo posto, custodissero il forno del loro quartiere coll’autorità del nome, cercando, col favore di che godevano presso il pubblico, d’impedire il tumulto qualora ricominciasse, siccome accadde. Spuntato il giorno, il popolo era tranquillo, ed uscendo, mezzo sonnolento, a comperare i viveri, ciascuno andava per la sua strada, appena soffermandosi per scambiar parole. Avresti detto che erano confusi per vergogna della precedente sommossa.

Ma fu una breve sosta, ed ecco infuriare, con più violente impeto, la plebe, non tanto per far bottino nelle botteghe de’ fornaj, quanto per atterrarle dai fondamenti e darvi il fuoco.

La nuova rabbia mirava principalmente al forno del Cordusio, e già dilapidata quanta farina vi si trovò, il frumento e ogni utensilio, stavano per incendiarlo e involgere tutto il caseggiato nelle fiamme, sia che non badassero alle conseguenze, sia coll’intenzione di propagare l’incendio alle vicine case, indi alle lontane. Mentre stavasi per commettere il delitto, un uomo pio del vicinato, scorto il pericolo, riuscì, se non a calmar subito la ferocia della plebe, almeno ad evitare un’irreparabile sciagura. Prese egli un crocifisso, ed accese alcune candele, lo calò d’improvviso innanzi la bottega. Il Salvatore pendente dalla croce, che salvò il genere umano, sembrava chiedesse il termine della follia e dei misfatti. I tumultuanti si mitigarono un poco, chè i Milanesi, anche nei tempi più calamitosi, non obbliarono giammai l’avita pietà; al mirare l’immagine di Cristo crocefisso rimasero stupefatti.

Giunse nel frattempo[50] tutto il clero della metropolitana a croce alzata: i canonici colle cappe procedenti in fila si mescolarono tra la folla[51]. Avevano lasciato in Duomo gli arredi solenni per timore della sommossa. In tal modo si evitò il minacciato incendio. La minuta plebe allora corse alle botteghe di secondo ordine, in cui vendevasi il pane nero; e cessò dal tumultuare allora soltanto che il gran cancelliere ebbe fissata la tariffa di quello e del pane di frumento ad un prezzo che non potevasi desiderare più vile. Fu decretato che il pane nero di otto oncie costerebbe un soldo, e l’altro migliore si vendesse in ragione di tre lire lo stajo[52]. A tale annunzio i plebei tripudiarono con pazza gioja, ridevano amaramente, e su per gli angoli delle vie e nelle taverne si millantavano d’aver essi medesimi creata così bassa la tariffa. In pari tempo cavillando, borbottavano che finirebbe in breve la baldoria: dicevasi il pane esser mescolato con materie venefiche, non aver fiducia in sì gran beneficio, però volerlo intanto godere. Laonde correvano in folla ai forni, comperandone oltre il bisogno; o ne empivano le casse, le caldaje, gli orciuoli, nascondendolo in mille guise, come se ormai fossero i medesimi venditori quelli che dovevano rapir loro il pane di bocca.

Io fui spettatore di tutti questi avvenimenti: testimonio per caso del principio della sommossa, il desiderio di ben conoscere l’indole umana in quella circostanza, mi spinse ad osservarla fino al termine, lontanissimo dal pensare che un giorno avrei dovuto esserne lo storico. In seguito trovai esattamente registrato, negli atti della città, l’origine e il crescere del tumulto, non che il finire e reprimersi spontaneo di esso, come appunto io aveva veduto.

La sommossa della plebe milanese afflisse ed angustiò il pubblico Consiglio, il quale altresì ne arrossiva, come un padre di famiglia se scopre svergognato il casato, violato il pudore dei figli e macchiato il suo buon nome. Un’altra volta, a nostra memoria, fuvvi penuria in Milano di granaglia, perchè vendevasi il frumento sette lire lo stajo ed anche più; ma non per questo il popolo, amato e stimato dai nobili, e per la sua fedeltà ed ossequio verso il monarca, tenuto come un’altra classe di nobili, non per questo ruppe il freno all’ubbidienza, nè ribellossi ai decreti del Consiglio. Ora invece aveva calpestata l’autorità pubblica, insultando lo stesso re e la patria nostra, a lui carissima, perchè nutrice sempre di uomini forti e in uno modesti.

Siffatti riflessi angustiavano i magnati, per tema che la notizia dell’accaduto, misto il vero col falso, non pervenisse al monarca, come se la popolare sommossa per la carestia fosse scoppiata per colpa del Consiglio. Aveva la città, per altre sue faccende, spedito al re cattolico un legato[53], il quale trovavasi allora in Madrid, con buona speranza di riuscita in alcuna delle trattative affidategli, di altre disperando. A lui il Consiglio inviò, con apposito corriere, lettere del seguente tenore.

Pochi dell’infima plebe, colla speranza di rubare, aver eccitati da principio ragazzi e donne, a questi essersi uniti altri, poi altri, finchè il tumulto, per la carezza del pane, diventò una specie di sommossa. Dilapidati i forni, il vicario di provvisione cercato a morte, e quanto avvenne dappoi. In conseguenza scrivevano al legato, si presentasse, quanto prima, ai piedi del re, ed esposto il caso, soggiungesse: Che fu un impeto repentino ed una follia del popolo, non mai una meditata rivolta, chè la nobiltà conservava intatta la fede ereditata dai suoi maggiori verso Sua Maestà, che non eravi in Milano alcun nobile il quale titubasse a sacrificare la vita, se quella popolare agitazione non si calmava[54].

I membri del Consiglio aggiunsero a questa altre lettere, di cui doveva servirsi il legato a tempo e luogo, ove mai, sotto pretesto dell’accaduto, si tentasse ledere gli antichi statuti della città, e indurre il re a gastigarla, promulgando nuove leggi. Raccomandavano di esporre la premura del Consiglio, le spese sostenute, e la non interrotta diligenza affinchè non mancassero al popolo i viveri. E come recentemente avesse comperato a spese pubbliche quindici mila moggia di frumento e dodici mila di segale, trattando inoltre, per un acquisto maggiore, da trasportare in città, alla quale non sarebbe giammai mancato grano, se si fosse eseguito quanto i Decurioni avevano impetrato dall’autorità suprema, vale a dire, che a chiunque non fosse lecito l’esportazione. Invano avevano i medesimi implorato si decretasse con leggi e pene gravissime che non potessero gli incettatori venire dagli estremi confini del Verbano fino sulle porte della città co’ somari a far compera di grano, e poscia dalle loro case portarlo ai confinanti Svizzeri, come loro riusciva facile per la vicinanza.

Ed eziandio si proibì di trasportare in esteri paesi il frumento della Lumellina, che è il granajo di Milano. Ai fornai ed ai mugnai di questa città era stata negata la chiesta licenza di comperarlo e trasportarlo ne’ loro magazzini.

XII. La peste scoppia in Milano.

Sono il Ponte Vetro ed il borgo di Porta Orientale quartieri di Milano, paragonabili, per ampiezza, a due piccole città. In essi apparvero i primi sintomi della peste, la quale, al pari di fiamma sbuccante dai tetti, doveva invadere le vicine case, percuotere quasi tutti i cittadini, e diffondersi lontano nelle campagne, cessando soltanto allorchè, ministra dell’ira celeste, avesse ogni cosa purgata. Non fia inutile notare in che luogo e in che giorno scoppiò il contagio, e quali persone furono le prime colpite per vedere, come da lievi principj, ingrossata la tremenda procella, invase l’intera città, uccidendo tante migliaja di vittime. Il primo fu un soldato di nome Pietro Paolo Locato, il quale, trovandosi di quartiere a Chiavenna, a motivo delle agitazioni della Valtellina, ebbe un permesso dal suo comandante. Entrato in Milano il 22 novembre[55], recossi da certa Elisabetta sua zia, e vi rimase per tre giorni nè visitato, nè custodito, quantunque proveniente da luoghi infetti. Ammalò, e peggiorando, venne trasportato all’ospital grande, non avendo mezzi da farsi curare in quella casuccia. A capo di due giorni morì, e fatta l’autopsia del cadavere, si trovarono i bubboni, indizio sicuro di peste, non mai riscontrati per l’addietro in città, benchè il volgo molto ne cianciasse. Morirono in breve quanti abitavano in quella casa, togliendo ogni dubbio che la peste fosse introdotta in Milano. Denunziato il caso al magistrato di Sanità, venne posta sotto sequestro la casa di cui era proprietario un Colona, il quale morì egli pure insieme alla moglie ed ai figli[56].

Il morbo incominciò a serpeggiare lentamente, quasichè Iddio misericordioso, concedendo respiri ad intervalli, desse campo ad usare rimedj. Ma i nostri nobili, nelle cui mani risiedeva il governo dello Stato, non giovandosi della bontà divina, non curanti opponevansi alla strage, come accade sempre quando il cielo vuol gastigare gli uomini. Furono lenti i rimedj, quantunque la peste, che minacciava la città, ne’ primi giorni si nascondesse come timorosa.

L’essere disceso il contagio dalle valli Rezie, e rimanendo pochi giorni in casa del Colona, fu causa, e per la distanza del luogo donde veniva e per la lentezza a diffondersi, che si considerasse come tutt’altra malattia. Eppure, prima dei suaccennati casi, verso il principio del febbrajo 1627 erasi sparso un vago romore di vicina pestilenza: più tardi giungevano ogni dì avvisi funesti, che la calamità ne sovrastava. Ormai era venuta, ed in segreto, e quasi di furto, colpendo i cittadini, alcuni ne prostrava a viva forza; sostava, irrompeva di nuovo, alternando così, giusta l’indole degli uomini, la speranza e i timori, per cui ora si davano a credere aver esagerato per vano sospetto il pericolo, ora di non aver usate sufficienti cautele per guarentirsi dal medesimo. Quindi furono posti cancelli e guardie a ciascuna porta, istituite le quarantene ed altri consueti provvedimenti; ma non andò molto, che si levarono, negligentando per indolenza le precauzioni con tale volubilità ed incostanza, che sembrava uno dei fenomeni della peste.

Scorsero circa tre anni fra le ansie cure e la fatale trascuranza; scoppiata la peste in casa del Colona, non più di cento morirono nel decorso di quattro mesi; piccolo numero, avuto riguardo alla natura del male, all’ampiezza di Milano ed alle tante migliaja che tra breve dovevano caderne vittima.

Ben presto però la belva, irritata dai vincoli che la raffrenavano, gli spezzò, lacerando senza contrasto i corpi. E furono veri strazj, quantunque non fatti da armi o ferite. Spettacolo più orribile le morti pel contatto, l’alito e l’occulta tabe, che non è il vedere sul campo lacerate viscere, sparse cervella, tronche braccia ed altre orrende ferite, allorchè due nemiche schiere, spinte dal furore, vengono a battaglia.

XIII. Furore e stoltezza della plebe circa la credenza della peste.

Io son d’avviso che tra i fomiti del contagio, molti pur troppo e fatali, nessun altro contribuì di più ad accrescerla, quanto l’ostinazione della plebe in negarlo, insultando con fischi, con ghigni ed improperj chiunque ne profferiva il nome[57]. E tale follia non era invalsa soltanto tra la plebe: ma anche in alcuni medici, i quali, perdendosi in dispute interminabili, ridevansi de’ bubboni e della gonfiezza degli inguini, chiamandoli effetti di sfrenata libidine ogni qual volta un appestato mostrava loro quei segnali certissimi di peste, e chiedeva rimedj. Quegli ignoranti[58] andavano vociferando ne’ crocchi, che le stesse febbri sono un contagio, e che molti morivano all’improvviso per mancanza di vitalità, ovvero per occulti guasti de’ visceri. Con tali assurdi e con altre dicerie, proprie dell’arte loro fallacissima, distolsero i malati dal prendere i rimedj cui bisognava ricorrere in tempo. Codesti medicastri si guadagnarono il favore del volgo a segno, che i savj, i quali, ben altrimenti opinando, convinti esistere omai la peste in città ed essersi l’influenza morbosa indonnata dei corpi, predicavano doversi usare ogni cautela, furono trattati come impostori, anzi quai nemici della patria[59]. Gridava la plebe che essi cercavano occupazione, e che per avidità di guadagno introdurrebbero la peste anche dove non esisteva.

XIV. Pericolo corso dal protofisico Lodovico Settala all’incominciare della peste.

Ricorderò il caso di tale cui la pubblica catastrofe sopraggiunta avrebbe potuto accrescere gloria, se egli non ne avesse già raggiunto l’apice per chiari studj e ingegno grandissimo. Era Lodovico Settala, il primo dei medici e dei filosofi, e letterato esimio[60]. Alla dignità dell’arte sua aggiungeva una vita illibata, ed il disprezzo del denaro ogni qual volta veniva chiamato dai poveri o dai letterati ed amici, menomo questo de’ suoi pregi. Vecchio e sommamente autorevole per l’esattezza de’ suoi pronostici, l’Ippocrate del secol nostro godeva un’illimitata fiducia anche tra i più circospetti, e la plebe l’aveva in gran venerazione prima ch’ella s’infatuasse nella sua pazza credenza. Un giorno che il Settala recavasi a visitare i suoi ammalati in lettiga, a cagione della vecchiaja, fu insultato con tali urli da’ facchini e donnicciuole, che i portatori della lettiga, temendo per la sua vita, entrati nella vicina casa d’un amico, vi si trattennero finchè, quetato il subbuglio, quei mascalzoni si fossero dispersi.

Vociferavano tutti in coro, essere il protofisico capo di coloro che asserivano vera la peste, spargere egli colla barba e col cipiglio il terrore in tutta la città, affinchè non rimanesse in ozio la turba de’ medici e si trovasse modo da occuparli. In tal guisa l’ottimo vecchio, che aveva salvata la vita ad un gran numero di persone colla perizia dell’arte e col largire il proprio denaro, corse un grave pericolo per la stolidaggine e la petulanza del volgo. Il quale non insultò lui solo, ma gli stessi tribunali e la santa giustizia, osando deludere le leggi sanitarie come inutili ed ispirate dal solo timore alle pubbliche autorità.

XV. I Magistrati pensano a più efficaci rimedj.

Ormai la peste era patente, confessata anche dai più ostinati contraddittori, e faceva mostra di sè colle stragi e i mucchj di cadaveri come in battaglia, invadendo ogni parte della città: pur nondimeno molti disprezzavano la furia e la tremenda possa di lei. Fu necessario istituire tribunali, mettere guardie, pubblicar editti, e d’ogni cosa aver cura con somma attenzione e previdenza.

Furono eletti a presidenti della Sanità due gravissimi senatori; Giovanni Battista Arconati, e M. Antonio Monti suo successore[61]. Entrambi con vera carità della patria esposero la vita nell’ufficio loro, sprezzando il pericolo per difendere con prudenza, fedeltà e vigilanza le reliquie della misera città e la nostra milanese provincia, bellissima tra le contrade soggette al cattolico re.

Il regime fu il seguente: tutti gli altri magistrati e i primarj nobili davano consiglio ed ajuti alla Sanità, a misura del coraggio di ciascuno e della prudenza nel pericolo. In ogni porta e regione di Milano vennero fissati i giorni e le volte che ciascun nobile doveva visitarle, e gli uffici da esercitarvi. Si ordinò primamente che uomini, animali e merci non si lasciassero entrare in città senza prima esaminare le bollette comprovanti la provenienza loro da’ luoghi sani. E perchè non si sforzasse il passo, si misero cancelli fuor delle porte, e dietro i cancelli s’innalzarono capanne, dove stavano giorno e notte i soldati a custodia.

Altri nobili e persone dai medesimi elette, giravano ogni giorno nelle regioni, nelle parrocchie e nei borghi di Milano, visitando le case e provvedendo ai bisogni di molti a spese pubbliche, ed anche con private elemosine.

Quanto al male, ai sospetti ed ai casi giornalieri di peste, fu proveduto nel modo seguente. Quelli che ammalavano venivano immediatamente trasportati al Lazzaretto, in uno colla famiglia, e quanti dimoravano sotto lo stesso tetto; ovvero se esternavano il desiderio di rimanere in casa, si custodivano, postevi le guardie di Sanità[62]. Coloro poi su’ quali non eranvi che vaghi sospetti, venivano per cautela segregati, ma con meno severa custodia, ricevendo gli alimenti dal pubblico se riconosciuti poveri. I cadaveri trasportavansi sopra carri, preceduti da un fante, il quale, gridando, allontanava i passaggeri, avvisando ad alta voce chiunque venisse all’incontro di tirarsi in disparte, d’astenersi da qualunque contatto e scansare i Monatti, chè erano ivi i morti, ivi la peste. Furono scavate immense fosse profonde sino al livello dell’acqua, e depostivi i cadaveri, gettavasi sopra ogni fila uno strato di calce viva, perchè col suo caustico più presto assorbisse il putridume, pericoloso anche da sotterra, alla vita ed alla comune salute[63].

Ma ormai sembrava non esservi più speranza di vita e salute, chè quanti più morti seppellivansi ogni giorno, e tanto più ne cresceva ad ogni momento il numero. Riempite quelle immani voragini, altre ed altre se ne scavarono, e neppur queste bastavano.

XVI. Il corpo di S. Carlo viene trasportato solennemente per Milano, onde impetrare che cessi la Peste.

I Magistrati, visto che umani provvedimenti più a nulla giovavano contro sì fiero morbo, ed il terrore della moltitudine, impetrarono, dal cardinale arcivescovo Federico, che aperta l’arca in cui riposava il corpo di S. Carlo, venisse reso alla luce e trasportato per la città. Nutrivano vivissima speranza che le spoglie mortali del Santo, rivedendo le contrade un tempo percorse, il cielo e l’aure della città natìa, ne scaccerebbero la tabe, il veleno e qualunque influsso spirava funesto ai corpi ed alla vita. L’eminentissimo Borromeo annuì alla preghiera fatta dai Decurioni a nome della città, e permise che, tratto dal sepolcro il corpo di S. Carlo, venisse portato per Milano. Senz’indugio si disposero apparati e pompe, in guisa che le vie, le pareti e fino i tetti delle case, l’aspetto del popolo supplichevole, e, sto per dire, l’aere circostante, facessero palese testimonianza del vivo affetto pel Santo, avvalorando, per così dire, le preci al medesimo indirizzate.

La privata magnificenza gareggiò colla pubblica, e i cittadini non badarono a dispendio in quelle pompe, con cui la misera umanità pretende onorare il supremo Fattore. E la gara non fu soltanto tra privati e privati, ma di questi col municipio, forzandosi superare quanto i Decurioni ordinarono co’ loro editti. Aveva il Vicario[64] pubblicato un ordine, che in tutti i luoghi pei quali transiterebbe il cortèo, ciascuno adornasse colla maggior pompa la fronte della sua abitazione, aggiungendo che ove i cittadini si fossero mostrati indolenti e avari non avrebbero forse avuta mai più occasione di dar prova della divozione e dell’agiatezza loro. Ogni casa senza padrone, ovvero abitata da poveri inquilini, veniva adorna a spese di qualche ricco vicino o dell’erario. Da ultimo fu imposto che per quel giorno non potessero girare carrozze carri ed altri impedimenti, affinchè le strade tutte e le piazze dove passerebbe le processione rimanessero sgombre alle reliquie del Santo, del quale imploravasi il patrocinio. Anche il cardinale arcivescovo emanò un cerimoniale pel clero: che si raccogliessero i sacerdoti nel giorno e nell’ora fissata in Duomo, e purificati prima coi Sacramenti, procedessero in modesta schiera cogli occhi proni a terra, senza tumulto e senza distrazioni.

L’ordine della processione, le fermate dell’arca, il giro vennero stabiliti come segue:

Dal Duomo doveva avviarsi per la strada detta anticamente Decumana, indi piegando per la contrada dei Tre Re, al Bottonuto, poscia per la contrada Larga e la piazza di Santo Stefano, svoltare nel corso di Porta Tosa, fin dove sorge la croce vicino agli olmi. Di là entrar nella via che mette alla cloaca di essa porta; indi alla croce di Porta Orientale, donde procedendo in linea retta, dopo la chiesa di Sant’Andrea, giungerebbe a capo della contrada ove s’innalza la croce di Porta Nuova. Presa una scorciatoja, pel vicolo di Sant’Agostino, venire alla croce del Ponte Vetro, poi alla chiesa di San Tomaso, e piegando per la contrada dì San Prospero, alla croce di Porta Vercellina; indi alle Cinque Vie, a San Sepolcro, al Cordusio, e finalmente per la Piazza dei Mercanti, far ritorno in Duomo. Stabilito in tal modo il giro, si fecero i preparativi con siffatta pompa, che non avresti detto essere la città in preda allo squallore per tremenda pestilenza, bensì celebrare con pubblico tripudio una festa nazionale. In quel giorno la stessa letizia de’ Milanesi e l’apparato festivo dei proprj funerali era spettacolo lugubre. Ne lieve saria stato il dolore e la compassione de’ nazionali come pure degli stranieri, qualora avessero posto mente a tali pompe e presagito quanto stava per accadere. Avrebbero essi contemplata l’allegria e la magnificenza d’una città già invasa dalla peste, e di una popolazione tra breve moritura; le ricchezze profuse e un’ingegnosa gara per ricevere, con modeste acclamazioni, le ossa dell’Arcivescovo, il quale, vivente, aveva, giusta la popolare credenza, scacciata la peste da Milano. Ma come presagire l’immensa strage imminente, e che, coloro i quali addobbavano a festa la città, per trarre in luce il cadavere del Santo, tra breve, quasi Iddio si fosse irritato del pubblico supplicare, giacerebbero ammucchiati cadaveri!

Tre soli giorni v’ebbero pei preparativi, ed in tempo sì corto, le vie tutte ed i crocicchj assunsero un aspetto trionfale, che teneva dell’antica magnificenza romana: anche le iscrizioni erano nell’idioma latino. Tanto fecero i cittadini, che l’ingegno natio e la peste già contratta agitavano con febbrile inquietudine. Emblemi, versi, cento e cento iscrizioni a lettere cubitali dorate, rammentavano le virtù del defunto Arcivescovo, e sentenze sublimi a consuetudine degli antichi Romani, quasichè la festa nel Lazio si celebrasse, e non in una città longobarda. Sorgevano frequenti archi ed altari, e cori posti sui balconi, udivansi ad ogni angolo di strada dove svoltava la processione. Arazzi, quadri, drappi d’ogni genere, vasi e tutto quanto di prezioso e d’antico possedeva ciascuna famiglia, fu esposto per dove passava il cadavere di S. Carlo. I tetti e le mura delle case de’ poveri risplendevano per lusso regale: tutta la strada era coperta al disopra con drappi, che difendevanla dai raggi del sole, e qua e là rami d’alberi, fiancheggianti la via, ancor più l’abbellivano. Invero che se non era statuito negli eterni decreti di purgare od ammonire il popolo, io sono d’avviso che tanto ossequio e tante preci avrebbero placata l’ira divina salvando la città nostra dal fatale eccidio.

Il corpo di S. Carlo, o piuttosto le reliquie di esso, sopravanzate alla voracità del tempo, che distrugge fino i più duri metalli, giaceva entro un’arca coperta d’un drappo di seta bianca con ai lati finestrette di cristallo, traverso le quali intravedevasi la consunta faccia del Santo, più venerabile agli occhi dei divoti, che se fosse stata intatta. Portavano l’arca i canonici della metropolitana, preceduti da una parte del clero e del popolo, seguìti dal restante; adorni delle loro insegne venivano i sacerdoti, i magistrati, i più cospicui della città, con doppieri accesi; molti a pie’ scalzi e colle vesti strascicanti quai penitenti, palesavano la costernazione dell’animo. Però gli sguardi d’ognuno, non distratti dai circostanti oggetti, rivolgevansi ansiosi alla calva e mitrata testa di S. Carlo, alla bocca semiaperta, ai pochi denti, che più la sformavano, alle livide e vuote occhiaje, chè in tal guisa la morte, coll’ineluttabile sua possa, aveva guasto il venerabile capo del santo Arcivescovo. Pur nondimeno rimanevano alcune tracce indicanti la benevola fisonomia del Pastore quale la tramandarono ai posteri gli antichi simulacri.

Ad esso erano rivolte le preci di mille labbra, che osavano quasi per diritto implorare che di nuovo difendesse colla sua intercessione, appo Iddio, il popolo già da lui altra volta salvato. Il guardavano ed oravano, e da quel teschio inanimato e corroso, volgendo le preci e la speranza al vivente capo della Chiesa milanese, ad alta voce supplicavano il cardinale arcivescovo Borromeo, il quale seguiva da vicino l’arca, che offerisse i pubblici voti al cugino, cui egli andava dappresso per parentela, per dignità, per meriti[65].

XVII. Dopo la processione s’accresce la peste.

Riuscirono vane le preci; e la pestilenza, quasi eccitata dal vociferare de’ supplicanti, più crebbe e inferocì. Non è lecito a noi l’indagare le cause di sì grande arcano, ed il voler determinare per qual motivo il contagio, che prima lentamente serpeggiava, si diffondesse terribile appunto dopo la traslazione del corpo di S. Carlo. Gli uomini savj e pii, vedendo la violenza del morbo crescere a dismisura, dopo che s’era invocato il celeste patrocinio, lo dissero un gastigo divino; gli stolti invece sostenevano che neppur lo stesso Iddio poteva domarlo[66]. Da alcuni mesi la peste, nascosta, s’era mostrata ad intervalli qua e là; ma ormai infuriava a tutto potere.

L’undici di giugno, giorno sacro a S. Barnaba, erasi fatta la solenne processione con somma gioja de’ cittadini, e da quel giorno veramente la peste acquistò nome, forza e impero, giacchè dianzi non esisteva che l’ombra di essa[67]. È da notare che tutti i contagi e simili mali che afflissero e noi ed altri popoli e città, assumono il nome improprio di peste.

L’arca in cui giaceva il cadavere del santo Arcivescovo in abiti pontificali e mitrato, rimase otto giorni e altrettante notti esposta in Duomo sull’altar maggiore. Il popolo v’accorreva in folla, implorando, con lagrime ed orazioni, quell’ajuto che per gli imperscrutabili decreti divini era ormai ad esso inesorabilmente negato.

In que’ giorni molti perirono, come se le morti fossero la risposta del Cielo. E perchè niuno ne dubitasse, cresceva giornalmente il numero delle vittime, finchè giunse a mille e ottocento[68] per giorno. Vuotavansi le case, e si trasportavano sui carri i cadaveri d’ogni età, sesso e condizione, chè la morte non perdonava ad alcuno. Le grandi fosse scavate fuori della città non bastavano a seppellire i cadaveri, come le stanze del Lazzaretto erano poche alla moltitudine degli agonizzanti appestati che invocavano, come un sollievo, la morte.

E costoro erano più sgraziati di quelli che il terribile morbo repentinamente uccideva.

XVIII. Aspetto ributtante di Milano pe’ mucchi di cadaveri e l’insolenza dei Monatti.

Miserandi spettacoli degli umani eventi pei furori guerreschi o per le stragi della morte, che i sommi agli infimi adegua, vengono descritti nelle storie; ma io son d’avviso che in nessun luogo mai fu visto tale ludibrio quale presentava Milano in quel tempo ad ogni ora della giornata. Nessuno ignora che razza d’uomini fossero i Monatti, disperati ministri della peste, ed i becchini, i quali, sprezzatori della morte, affrontavano qualunque pericolo.

Il loro nome deriva dalla solitudine in cui devono stare, chè ad alcuno non è conceduto l’immischiarsi con essi[69]. Codesta genia maneggiava, senz’alcuna precauzione, morti e moribondi, toccando i bubboni, la tabe, le membra sanguinanti, e perfino facendo gozzoviglia con pazza gioja sopra i mucchi de’ cadaveri. I Monatti, arrossisco in narrare tanta turpitudine! violarono gli stessi cadaveri, ultimo eccesso della libidine e dell’umana pazzia, che neppure riscontrasi fra le belve! Introducendosi in ogni casa, fosse o no sospetta di peste, perchè ormai era lecito il sospettare di tutti, afferravano i mariti, le mogli, i figliuoli per trascinarli al Lazzaretto, se non redimevansi sborsando denaro. Alcuni giovani sfacciatissimi, legatesi le campanelle a’ piedi, s’introdussero per le case, frugando le stanze, ed anche per le strade facevano quanto loro saltava in capo come se fossero Monatti rivestiti di pubblica autorità[70]. Accadde una volta che nella casa medesima s’incontrassero codesti Pseudo-Monatti coi veri, e ne seguirono risse e colpi, nè l’alterco terminò senza sangue. Fu altresì una calamità pubblica il modo con cui i magistrati provvidero a simili disordini, perocchè gli stessi impiegati subalterni ed i satelliti irrompevano nelle case, commettendovi, colla maggior petulanza e impunità, i furti, le rapine, le ingiurie cui sempre sono usi. E non cessarono dal rubare e dall’estorcere denaro, finchè accusati e presi alcuni di essi, vennero, per gastigo ed esempio, condannati alle forche. Un giorno che si doveva impiccarne tre, mancando il carnefice, si esibì ad uno la grazia qualora volesse farne le veci: accettò con gioja, e strangolò i compagni.

Ma la ciurma de’ Monatti maltrattava a sua voglia e viventi e morti, trascinandone i cadaveri, come il beccajo trascina al macello, legati tutti con una sol corda, vitelli e capretti. Andavano a fascio uomini e donne, adolescenti, fanciulle, bambini pendenti dalla poppa materna, giovani, vecchi. Il servo coricato addosso al padrone pestandogli coi piedi la faccia, ricchi e poveri ignudi, raro essendo che un cencio loro coprisse per pudore le nudità, e se a caso veniva gettato sovr’essi un lenzuolo, tosto gli avidi becchini via lo strappavano. Teste, braccia, gambe spenzolavano dal carro, s’intricavano fra le ruote, ed i cadaveri rotolavano qua e là per terra![71]

FINE DEL LIBRO PRIMO.

LIBRO SECONDO GLI UNTORI.

I

A molti era entrata nell’animo la persuasione che la peste fosse seminata e diffusa per frode dei principi congiurati, affine d’invadere la città e il territorio di Milano con buon esito, dopo che invano l’aveano tentato altrimenti. Devastate così, e rese dappertutto squallide le campagne per mancanza d’agricoltori, nè più essendovi chi impugnasse le armi, avrebbe chiunque potuto occupare il nostro paese inerme e deserto. Re potenti, e ministri loro, si accusavano autori di sì disperato consiglio, e il publico, nell’impeto della sua disperazione ingiuriava altresì coloro che forse commiseravano altamente i nostri guai. Nè faccia meraviglia se in tal guisa agivano i cittadini, incriminando lontani ed estranei, poichè nutrendo eguali sospetti, si diffamavano a vicenda gli uni gli altri.

La quale agitazione degli animi, non meno fatale della strage della peste, dobbiamo attribuirla agli imperscrutabili decreti della Provvidenza. E tanto crebbe la cosa, sia per calamità e miseria, sia per superbia e pazzia, che ogni giorno si punivano gli Untori in città, mentre al tempo stesso nel Lazzaretto, simile ad una pubblica sepoltura, i sospetti e gli indizj del loro delitto sussistevano e in una svanivano.

Mirabile a dirsi! si trovarono nel Lazzaretto alcuni con indosso cassettine, ampolle e tutti gli altri utensili del delitto. Confessarono, e non ricredutisi sotto il cruccio della tortura, vennero tradotti al patibolo. Ma ivi nelle mani del carnefice, che già avea loro posto al collo il laccio, protestarono d’essere innocenti, gridando al popolo che morivano volontieri per altri misfatti da loro commessi, ma che giammai avevano praticata l’arte di ungere, ignari di qualunque veneficio e incantesimo. Tale era l’infamia degli uomini, ovvero la malvagità ed il livore del demonio. Per tal modo sempre più si confondevano gli indizj, e gli animi dei giudici rimanevano perplessi.

Il primo e fondatissimo sospetto degli unguenti sparsi dall’umana malizia per creare od alimentare la peste, nacque allorchè fu visto in tutta la lunghezza della città le pareti delle case a destra ed a sinistra contaminate qua e là di grandi macchie. Ciò accadde il 22 aprile allo spuntare del giorno, che era sereno, cosicchè ognuno vedea chiaramente co’ proprj occhi tali macchie. Alcuni che uscivano pei loro affari sull’albeggiare le videro; poi altri che eccitarono i passanti ad esaminarle, finchè cresciuta la curiosità v’accorse il popolo in folla. Erano codeste macchie sparse e sgocciolanti in diverse guise, come se alcuno avesse imbevuta una spugna di marcia, appiccicandola alle pareti. Anche le porte delle case e gli usci qua e là scorgevansi bruttate da quell’aspersione. Funesto delitto di recente commesso quasi per insultare il popolo, e che io pure andai a vedere. Inorridirono i circostanti, ma, giusta il consueto, presto le ebbero dimenticate; se non che crescendo il male e le stragi quotidiane, tornarono loro più vivamente al pensiero le vedute macchie. Ogni dì si andava narrando essersi trovati oggetti unti e bisunti, ed avere in un subito contratta la peste coloro che li toccarono. Diffusa tale credenza, si ritenne che venissero unte altresì le persone, cosicchè nel gran numero dei morti pochi si credeva non fossero stati in tal guisa infetti; sia perchè unti all’insaputa loro, sia pel contatto avuto con altre persone già contaminate con quel veleno, sia finalmente per aver tocco legni, muri, o checchè altro serve ad uso giornaliero. In breve la pubblica credenza s’accrebbe a tale, che non solo i ferri, i legni, e simili oggetti, ma le contrade medesime della città e l’aere si temevano infettati dagli untori. E siccome correva quella stagione dell’anno in cui il frumento ammucchiasi, secondo l’usanza, sulle aie e nei campi, il timore persuase fosse appestato anch’esso. La pubblica voce aggiungeva avervi parte gli incantesimi, e che i demonii erano congiunti cogli uomini per desolare Milano e il suo territorio[72].

II. D’un terribile e falso rumore divulgato in Milano ed all’estero.

Non ignoro che a taluni sembreranno esagerate le cose che narrai e quelle che mi rimangono a dire; ed io suppongo altresì favoloso quanto a que’ giorni venne divulgato e creduto tra simili vaneggiamenti degli uomini o esempii di calamità. Fu adunque in Milano comune la credenza, non isventata come assurda nemmeno dagli uomini di senno, tenere i demonii sicure stanze in essa città, nelle quali avevano stabilito l’emporio delle loro arti per dispensare gli unguenti. Molti osavano indicare il quartiere dove erano situate quelle case, nominandone perfino i proprietarii. Finalmente citavasi a nome, e s’indicava a dito un tale che faceva il seguente racconto.

Essendo un giorno fermato a caso sulla piazza del Duomo, vide venire un cocchio tirato da sei cavalli bianchi, nel quale, scortato da numeroso seguito, sedeva un uomo con aspetto da principe, ma con fronte infocata, occhio fiammeggiante, irti capegli, labbro minaccioso, e con una fisonomia che mai egli non aveva veduta l’eguale. Mentr’ei stava guardando a bocca aperta lo strano personaggio, il cocchiere, tirate le briglie a sè, arrestò la carrozza, e gli disse di salire e andar con loro. Avendo annuito per cortesia, lo condussero alquanto in giro per la città, finchè giunti dinanzi la porta di una certa casa, scese e v’entrò insieme coi forastieri.

Quella casa, continuava il narratore, gli parve somigliantissima a colui che l’aveva fatto montare in carrozza, e i cui ordini osservò che là venivano da tutti ubbiditi. La descrizione della medesima, si può dire eguale a quella che fa Omero, immaginando nella Odissea l’antro di Circe. Orrori congiunti a maestà, un non so che di ameno e di terribile: qua fulgori e luce, là tenebre e notte artificiale; dove larve sedute in giro quasi a consesso, dove vasti deserti, sale, boschi, giardini, e dall’orlo di nereggianti scogli acque cadenti con gran fracasso nel sottoposto bacino. Altri portenti meravigliosi aggiungeva il nostro narratore, i quali, esaminati sul serio, divengono insulsi e ridicoli. Da ultimo conchiudeva che in quella casa gli furono mostrati immensi tesori, e scrigni pieni di denaro, colla promessa che ne avrebbe la sua parte, e di più quanto mai potesse desiderare, purchè, giurando in nome del principe, coadiuvasse a quanto si doveva fare. Ove gli offerti patti accettasse, desse il segnale del consenso, alzando il dito, facendo un giro sulla persona e piegando il ginocchio a terra. Il che avendo egli ricusato di fare, repentinamente si trovò trasportato sulla piazza del Duomo dov’era salito in cocchio.

In simil guisa impastoiava colui la sua favola, che molti ritennero desunta da un fatto riferito nell’antica storia. Credettero i Milanesi, credettero gli esteri, ed i libraj di Germania trassero partito da quella fola per guadagnar denaro, alle spalle della curiosità pubblica, vendendo una stampa rappresentante il supposto mirabile avvenimento.

Ho veduto io stesso frammenti di un disegno in carta eseguito in Germania, sul quale scorgesi il demonio sopra un alto cocchio, e con sotto un’iscrizione in lingua tedesca, in cui è detto qualmente l’apparizione di lui illudesse i Milanesi. Ho veduto altresì lettere scritte dall’arcivescovo di Magonza al cardinale nostro, richiedendo lo informasse sulla veracità dei maravigliosi avvenimenti che la fama divulgava accaduti tra il suo popolo. Gli venne rescritto che nessun cocchio infernale, spettro nessuno erasi veduto in Milano. Così le estranee genti non davano piena credenza a tali fole, perchè vivendo da noi lontani, poco interesse vi prendevano, fra noi invece il malore crescente ogni dì sotto gli occhi, e nell’ime viscere, rendeva vieppiù credibili tutti i racconti quanto più erano truci e stravaganti.

Dappoichè adunque il timore che gettasi prontamente ad ogni stolta credenza ebbe persuaso avere le frodi e le malvagità degli uomini, compagni all’opera i demonj, ed esistere in Milano un’officina per ispargere il contagio, nacque quella noncuranza che suole venir compagna della disperazione. I primarj cittadini, incapaci di trovar rimedj e purgare la città, vedute le tante stragi della peste, andavano tra loro commentando con sottigliezze le dicerie del volgo ignorante, e indagavano da qual principe o re straniero avesse potuto chiamare l’inferno in ajuto, e far ministri i demonj della sua malevolenza contro noi. Codesta era la insana investigazione, nè ritengo che mai riuscissero a scoprire l’autore del misfatto, stantechè non ne esisteva per avventura alcuno. Mentre la tabe, i cadaveri a mucchj e i moribondi qua e là giacenti facevano inorridire, ed i morti commisti ai vivi tramutavano questa città in un solo sepolcro ed in un rogo, la pubblica calamità diveniva vieppiù orrenda per gli odj intestini, l’esacerbazione degli animi e il mostruoso sospetto che taluni, corrotti e compri dai demonj, a prezzo d’oro attendessero a disseminare la pestilenza. I congiunti medesimi e gli amici si schivavano; nè paventavasi solo il vicino e l’ospite come pericoloso, ma i genitori, il figlio, il fratello, il marito e la moglie, cui ne uniscono i vincoli dell’affetto. Orribile e vergognoso a dirsi! la mensa, il talamo geniale, e checchè altro v’ha di santo per diritto di natura e delle genti, incuteva terrore, come se ivi appunto s’appiattasse e si effondesse il morbo. Trepidanti e con piè sospeso giravano i cittadini le strade, sopraffatti dalla tema de’ pestiferi unguenti[73].

III. Del Piazza, del Mora, del Baruello, e d’altri Untori.

Io non credo cadere nell’assurdo introducendo in questo tragico racconto anche i rei degli unguenti e dei maleficj, affinchè, siccome tra i ferri innanzi ai giudici o tra i tormenti offrirono uno spettacolo tetro e in un curioso, così sieno in oggi spettacolo ai leggitori, ed essi, e le risposte loro, e ciò che fecero, o vennero convinti d’aver eseguito[74]. Un certo Piazza[75], capo di tutti gli untori, fu messo in carcere: alcune donne, chiamate ad esame, dissero averlo veduto dalle loro finestre imbrattare con unguenti i muri. E sì bene concordarono nelle risposte, descrivendo la fisonomia e gli abiti del Piazza, che, riconosciuto dai magistrati, fu tradotto in carcere. Era egli uno degli ufficiali incaricati di girare giornalmente per le case, e notare in un elenco i nomi dei malati: gli era stato destinato il quartiere della città detto di Porta Ticinese. Arguivasi che incominciando dallo sbocco della Vedra de’ Cittadini avesse unto tutte le vicine case, gli angoli, i vicoli, le contrade, le chiese ed i palazzi dei nobili[76]. Il capitano di Giustizia, per ordine del Senato, lo fece tradurre in carcere il sabato 22 giugno. Era il Piazza un furfantaccio d’alta statura, scarmo, di barba rossigna, capelli castagni, portava calzoni e stivaletti stracciati, ed un corpetto di panno nero; un cappello a falde cascanti gli copriva la testa e la faccia.

Interrogato, dopo i consueti preliminari solenni del foro, se avesse udito dire che si erano trovate in Porta Ticinese molte pareti stropicciate d’unguento, negò, dichiarando essere al tutto inscio di ciò. Si misero i giudici a redarguirlo ed a convincerlo, giacchè, sendo ormai la cosa nota e divulgata in tutta la città, non era verosimile che egli, incaricato di visitare le case in Porta Ticinese, nulla ne sapesse, e fosse l’unico che ignorava una faccenda sì conosciuta e sì pericolosa per tutti.

Le interrogazioni e le risposte si smarrirono in ambiguità, perocchè il malizioso co’ suoi sutterfugi lottava per sottrarsi al sapere ed alla prudenza de’ giudici.

Posto sull’eculeo, e sospeso alla corda, fu tormentato più del consueto con tutte le carneficine della tortura per le sue contraddizioni, dalle quali emerse il delitto, che egli persisteva a negare. Pure, anche in mezzo ai tormenti, negava con risposte sempre intralciate, le quali davano campo a maggiori sospetti, laonde fu più volte sottoposto alla prova.

Il quarto giorno, insistendo egli pur sempre sulla negativa, i giudici, dopo avergli indarno fatte squassare le membra, lo fecero per stanchezza, anzichè per clemenza, calare. Allentate le corde che gli annodavano le braccia, stava per essere sciolto, e, senza rimettere a luogo le ossa slogate[77], ricondotto nella sua prigione, allorquando, contro l’aspettativa d’ognuno: — Un barbiere, gridò, mi diede gli unguenti![78]

I giudici, raccolta avidamente questa spontanea confessione, che sembrava palesare l’origine del delitto e della pubblica salvezza ad un tempo, cominciarono ad esaminarlo con gran diligenza sui particolari. Nè finirono prima d’aver indagato chi fosse il barbiere, in qual giorno e luogo, ed a che patti avesse il medesimo somministrato l’unguento. Diceva il Piazza avergli il barbiere insieme coll’unguento dato un ampollino con certa acqua, la quale, bevendola, possedeva la virtù d’impedire, per occulta forza, che uno confessasse. E gridava non poter egli in conseguenza palesare cosa alcuna finchè i giudici lo tenevano sospeso alla corda: e quando veniva calato a basso, e rientrava in sè, ricuperando il senno, offuscato da quel beveraggio, non solo abborriva di confessare il delitto, ma gli usciva anche di memoria chi fosse il reo.

Ciò detto, spiegava il modo tenuto per ungere, quanto denaro gli esibì il barbiere se avesse lavorato con zelo e fedeltà; però fino allora era rimasto colla speranza, non avendo ancora toccato denaro. Il barbiere, accusato dal Piazza come autore e complice degli unti, aveva nome Giacomo Mora[79], abitava alla Vedra dei Cittadini, ed aveva casa e bottega, laddove oggidì sulle ruine di essa casa sorge la Colonna Infame, monumento del commesso delitto, siccome si legge nell’appostavi iscrizione.

Il giudice, udito che ebbe quanto il Piazza affermava con giuramento, recossi colla sua squadriglia all’officina del delitto, credendo cogliere sul fatto il nemico della pubblica salute. Entrati, trovarono il Mora occupato ad un fornello con ampolle: anche il cammino ardeva, perch’egli distillava acque in diverse maniere; piena la casa d’utensili per accendere il fuoco e di caldaje. Gli scrivani, i birri, lo stesso giudice, susurrando tra loro, profferirono che quella era l’officina degli unguenti.

Il barbiere, a tutta prima imperterrito, disse che quelle acque erano medicinali e spiegò per qual uso le componesse o le mescolasse. Indicava specialmente un rimedio contro i contagi, chiedendo scusa d’averlo composto senza licenza della pubblica autorità, mosso dal desiderio di salvare dal generale flagello almeno i congiunti e gli amici, ai quali era sua intenzione dare esso medicamento[80]. Le sue parole furono udite in mezzo al fremito eccitato dai sospetti e dall’ira.

Gli uffiziali si misero a perscrutare la casa, e postala in un momento tutta sossopra, ricominciarono più adagio a frugare, finchè ordinatamente ebbero presa nota dei vasi, degli orciuoli, barattoli, trepiedi, caldaje, e di quant’altri utensili, atti a nuocere, rinvenivano in quell’infelice abitazione. Più d’ogni altro irritò gli animi una cosa forse per sè innocua, e scoperta a caso, comechè sudicia, e che dava maggior adito a sospettare di quello che cercavasi.

Trovarono due caldaje di rame piene di liscio marcio e vecchio, aventi sul fondo un sedimento sporco, tenace come vischio, color di cenere, e che puzzava come gli umani escrementi. Ispezionato e analizzato codesto sedimento dai medici, i quali per abitudine non hanno a schifo siffatte immondezze, non rimase dubbio che tale materia servisse a preparare veleni[81]. Furono trascinati in prigione il barbiere, la moglie, i figli, i parenti di lui, i garzoni di bottega, e coloro che venivano ad impararvi il mestiere. L’infelice ed imprudente padre, accusato di sì infame delitto, persisteva, in mezzo ai tormenti, a negare, giusta la usanza dei malfattori. Allorchè il tormento vinceva, egli implorava alcun sollievo, dando lusinga che scoprirebbe il vero, e alcuna cosa andava dicendo che aveva del verosimile; ma tosto si ritrattava, accusando la violenza degli spasimi che suo malgrado gli avevano strappata la parola dal labbro. Ritormentavasi più aspramente, ed egli di nuovo, per aver tregua, rispondeva a beneplacito de’ giudici, poi subito si contraddiva.

Si fece venire il Piazza, accusatore e complice suo; messi al confronto, altercarono fra loro i due rei, ma con notabile differenza. Il Piazza volgevasi con parole familiari ed amare al Mora; e questi negava d’averlo mai conosciuto neppure: s’ingiuriavano l’un l’altro. Il Piazza rimproverava al barbiere l’infame delitto, le stolte sue speranze, e il fine cui si trovavano ridotti; l’altro gridava, invocando la vendetta di Dio contro la calunnia e le insidie che qualunque malevolo può tendere ad un innocente. Sottoposto di nuovo alla tortura, il Mora continuò nell’alterno confessare e ricredersi, fintantochè, smarrito d’animo, quasi gloriandosi del misfatto, palesò fedelmente l’origine delle unzioni, l’arte adoperata, il progetto di distruggere la città, quanto aveva apparecchiato nei singoli barattoli, e quai luoghi fossero di già contaminati ed unti.

Mentre ferveva il processo del Mora, e facevansi indagini, si scoprirono altri indizj e novelli untori, gente da bettola e da lupanare, e tutti usciti da quell’officina, nomi degni di forca e di rogo: un Migliavacca, un Baruello, un Bertone[82]. Mandata per essi la sbirraglia, furono tradotti dinanzi ai giudici, e con poca fatica confessarono il delitto, come s’erano trovati e che avessero operato in quella iniqua congrega. Sorse una voce che fece abbrividire i giudici stessi d’orrore, senza che osassero parlare, come accade lorquando gli uomini neppur ardiscono palesare i proprj mali. L’untore Baruello, fra le sue deposizioni, disse che eravi un gran capo all’ombra, e sotto il patrocinio del quale ascondevansi tutti gli untori, senza temere danno o pericolo di sorte.

Questa confessione fu tenuta per indizio di un male maggiore, ed insistendo i giudici per conoscere chi fosse codesto gran capo sì potente, riuscirono a fargli dichiarare essere Giovanni Gaetano Padilla[83], colui che aveva somministrato il denaro, promettendo un politico cambiamento, quindi onori e titoli, qualora rovesciato il vigente Governo di Milano e dello Stato, egli ne diventasse il supremo signore. Riferirono senz’indugio i magistrati tutto ciò al governatore prima di continuare le investigazioni: frattanto occultavasi la cosa sotto rigoroso silenzio. Per ordine del governatore venne replicato l’esame, ed i furfanti, ora interrogati con dolcezza, ora sottoposti a tormenti d’ogni sorte, esponevano, incominciando dall’origine, quanto segue. Avere avuto frequenti colloquj col Padilla; molte cose aver discusse e pattuite insieme, e essere corsi avanti indietro messaggi tra loro, finchè da ultimo si trovarono di notte oscura sulla piazza del castello, ed ivi, nella spianata dove fa i suoi esercizj la cavalleria, scelto un luogo per eseguire l’incantesimo, e confermare con riti infernali i patti dianzi fra loro convenuti, asserivano aver evocati i demonj a prendere parte nei veneficj, giurando ai medesimi con empie cerimonie di ungere. In quell’incantesimo apparì un Pantalone, con indosso una toga, colle brache, ed in testa una perrucchetta; il Padilla che si copriva la faccia con un tabarruccio, ed un prete, il quale, tenendo in mano una bacchetta, descriveva linee e circoli[84]. Queste ed altre cose che soggiunsero, cadono nell’assurdo e nel ridicolo. Il Padilla, incarcerato, confutò gli accusatori suoi, i luoghi, l’epoca, provando all’evidenza essere egli a que’ giorni assente da Milano, e non avere conosciuti nè mai veduti costoro. Gli untori furono nonostante puniti con sì acerbi supplizj, che la città ne avrebbe inorridito, ove la gravezza del misfatto non avesse fatta parer lieve qualsiasi pena[85].

IV. D’altri che a torto furono creduti untori, o per tali imprigionati.

Molti innocenti, che la fisonomia, l’abito sdruscito, o il soffermarsi qua e là rendeva sospetti, furono accerchiati dal popolo con grida e con tale tempesta di sassi e di colpi, che anelavano d’arrivare al carcere, come in porto di salvamento. I campagnuoli e gli agricoltori, gente nelle calamità crudelissima, irritati dai proprj mali e dalla scarsezza delle biade, se scorgevano alcun viandante camminare a rilento lungo le strade maestre, o lasso riposarsi sul terreno, unendosi a frotte, lo circuivano, e, ben legato, lo traducevano a Milano. Ogni giorno capitavano turbe di contadini con siffatti prigionieri in catene[86].

Io stesso fui testimonio della disgrazia toccata ad un vecchio, che oltrepassava gli ottant’anni, e che all’aspetto ed al vestire appariva di agiata condizione. Entrò il medesimo nella chiesa di Sant’Antonio, dei Padri Teatini, i quali sono modello a Milano di sapere e di virtù, seguendo le orme dell’Abate istitutore del loro Ordine. Recitate che ebbe in ginocchio le sue preci, sentendosi stanco, e volendo riposare alquanto, spazzò col mantello la polvere da una panca per sedervisi. Alcune donne, lì vicine, al vedere un tal atto, gridarono che il vecchio ungeva le panche, e quanti erano in chiesa vociferando, fecero coro.

Correva in quel giorno, non mi ricordo che festa, ed il concorso del popolo era numeroso quanto permetteva il tristo tempo del contagio e lo squallore della città. Udite appena le grida essere un untore, tutti gli astanti si precipitarono addosso a lui. I più vicini, afferrato l’infelice vecchio, gli strappano i capegli, lo pestano a pugni ed a calci, e lo trascinano, già semivivo, per le gambe. Un solo pensiero trattenne que’ furibondi dal ferirlo di coltello nella testa o nel ventre; volevano tradurlo in prigione per serbarlo alla tortura dinanzi i giudici.

Io lo vidi trascinare, nè seppi altro che ne avvenisse, ma ritengo sia morto in breve, tanto era malconcio. Coloro che, sdegnati per quell’atroce caso, indagarono chi fosse il vecchio, raccontarono che era persona rispettabile ed onesta.

Il dì seguente fui spettatore d’un caso consimile, ma meno luttuoso, perchè la stolta plebe non inferocì contro un concittadino, ma contro Francesi. Certi giovani di quella nazione eransi associati per visitare l’Italia, e investigarne gli antichi monumenti. Seppesi dappoi essere i medesimi istrutti nelle arti che valgono a guadagnarsi il vitto lontano da casa, quale letterato, quale pittore e meccanico, in guisa che potevano essere utili a Milano se vi fossero capitati in tempi diversi.

Essi destarono sospetti nel popolo, perchè contemplando i bassirilievi della facciata del Duomo, non paghi di saziare la vista, gli andavano con diletto toccando colle mani. Un passaggero si fermò a guardarli, poscia un secondo; s’aggiunsero altri, e in un momento si fe’ calca, e tutti a bocca aperta e con occhi spalancati affissavano i pretesi malfattori. A poco a poco la folla circondò gl’incauti stranieri, e li vide tasteggiare quanto a loro sguardi sembrava pregevole in que’ marmi.

Questo bastò per giudicarli colpevoli; il popolo non seppe più a lungo frenarsi, e tanto più inferocì contr’essi, che dal vestire, dalle zazzere, dal fardello che portavano in spalla, e dalle grida con cui cercavano sottrarsi alle busse, furono riconosciuti per francesi. La prigione li salvò dal furor popolare; interrogati da’ magistrati, e conosciuti innocenti, vennero posti in libertà.

Ho narrati questi due casi per mostrare la leggerezza e la crudeltà della sospettosa plebe in quei giorni. E li scelsi a preferenza, non già come i più atroci tra quanti accadevano giornalmente, ma perchè d’entrambi fui spettatore io stesso: piansi il destino di quegli innocenti, e più ancora la follia cui abbandonavasi la nostra plebe durante il contagio.

Oltre codesti casi lagrimevoli, per tutti coloro che hanno senso d’umanità, altri pure ne accaddero faceti e quasi ridicoli a segno, che in mezzo a tanto pubblico lutto costrinsero a involontario riso chi ne fu spettatore o li udì raccontare. Ed ora, cessata la calamità, giovi il ricordarli a sollievo de’ leggitori, servendo, per così dire, di piacevoli fermate nel mesto campo che percorriamo.

Infuriando, come dissi, la pestilenza e gli atroci sospetti delle unzioni in Milano, il nostro Cardinale Arcivescovo volle sottrarre al pericolo due chierici suoi famigliari, de’ quali molto servivasi, e sì fedeli e industri, che difficilmente avrebbe potuto supplire se il contagio glieli rapiva. Mandolli perciò a Senago, villa discosta sette miglia da Milano, dove poco prima aveva comperata la rocca e gli orti ameni che la circondano. L’umano e dotto Arcivescovo, mentre viveva parcamente e fra gli stenti col restante della famiglia in mezzo alle morti quotidiane e le afflizioni di quei giorni, ordinò che venissero cautamente trattati i due chierici che dovevano in essa villa occuparsi d’alcuni lavori letterarj.

La peste non era fin allora penetrata in Senago, che anche in seguito rimase illeso[87], quindi i terrazzani lo custodivano vigilantissimi, e per la propria salvezza ed anche per l’ambizione di preservare fino all’ultimo sè stessi incolumi nel generale incendio; ricinto di cancelli il villaggio, non vi lasciavano penetrare alcuno.

Sorge la casa del Borromeo sopra una collinetta che domina Senago; i chierici nel dì stabilito, girando intorno al paese, giunsero in cima, senza che i guardiani li vedessero, seppure non dissimularono d’averli scorti. Il giorno seguente non uscirono, aggirandosi per le vuote e silenziose sale, pieni ancora l’animo dello sbalordimento e del terrore recato seco da Milano. Trascorso però alcun tempo, s’inanimarono a metter piede nell’atrio, poi nell’orto: contemplavano i fiori, gli alberi, il frutteto, e allettati dall’amenità del luogo, valicarono la siepe, e salirono il colle vicino. Ivi sedettero al rezzo degli alberi, ed avendo seco loro il breviario, per non isprecare il tempo nell’ozio, si misero a salmeggiare alternativamente l’ufficio divino di quel giorno.

Il luogo ameno e solitario andava loro a genio, per cui recitato che ebbero alacremente l’uffizio, tratte di tasca le loro lezioni, si diedero a ripassarle, lieti d’adempire in quel giorno, senza noja, i doveri ecclesiastici e i letterarj. E tanto più volentieri s’ajutavano a vicenda negli studj, che non eravi maestro cui ricorrere durante il pericolo del contagio.

Quattro fanciulli che trovavansi sopra la collina a custodia del gregge, si divertivano a giuocare alle palle: uno di essi, scorgendo sdrajati all’ombra i due giovani in negre vesti, i quali parlavano ad alta voce e gesticolavano con in mano scartafacci, li additò ai compagni, e tutti estatici, affissarono que’ sconosciuti. D’improvviso decisero essere due di coloro che dalla casa del demonio in Milano (già erasi sparsa nel contado la favola) mandavansi nelle campagne a spargere gli unti. Non si avvilirono per questo i contadinelli, due corsero ad avvisare i terrazzani di Senago, affinchè accorressero armati, e due restarono a guardia per vedere se quei malefici fantasmi si dileguavano nell’aria. Intanto i due supposti untori a tutt’altro pensando che all’imminente pericolo, discorrevano tranquilli di poesia al rezzo degli alberi, alloraquando, alzati gli occhi a caso, videro il vicino bosco pieno di contadini armati di archibugi e di ronche. Era corsa l’intera popolazione di Senago, e molti giungevano altresì dai circostanti villaggi, cui erasi dato l’avviso per affrontare i ministri dei demonj, schiamazzando essere venuto il momento di vendicarsi di quei mostri infernali. Già avevano circondati i due chierici, ed i più lontani altro non aspettavano per scaricare gli archibugi che un cenno di coloro, i quali, essendosi di più avvicinati, volevano guardare in faccia que’ neri uomini, e interrogarli d’onde venissero, e con quali intenzioni. I chierici, alzatisi senza profferir parola, meravigliavano di quella turba d’armati; per loro ventura sopraggiunse un contadino di Senago al servizio del Cardinale come custode della casa, il quale, essendo stato esonerato d’ogni altra incumbenza per servire i due giovani, appena avuto sentore del tumulto, corse anelante con uno spiede da caccia, e visto di che trattavasi, arse di rabbia e di vergogna, e insieme ridendo dell’equivoco, disse loro di seguitarlo.

Per tal modo sfuggirono ad una morte sicura gli innocenti giovani, che non già di veleni e di unzioni, ma dei proprj doveri e di letteratura si occupavano.

V. D’un grande e insigne personaggio sul quale cadde il medesimo assurdo sospetto.

Ricorderò un altro fatto che nel tragico e lugubre aspetto di Milano pur mosse al riso. E fu caso tanto più ridicolo, in quanto non trattavasi di chierici oscuri, ma d’uomo conosciutissimo e stimato. Il rispetto dovuto al medesimo e la dignità storica esigono ch’io ne taccia il nome; però egli era tale che riuniva quanti pregi danno diritto all’altrui stima ed alla gloria: uno di quegli uomini che nel corso dei secoli di rado fioriscono nelle città.

Dotto nelle lettere sacre e profane, filosofo, teologo, oratore, poeta, commoveva e calmava a voglia sua gli animi quando parlava al popolo; e, dote rara in un sacro oratore, era sì esperto nel maneggio degli affari, che pochi politici l’avrebbero superato. Conosceva i segreti e le intenzioni dei principi, e quanto ciascuno di essi poteva meditare ed eseguire; famigliare e ministro d’un potentato, che gli ignoranti dell’età nostra tennero per astutissimo, corse gravi pericoli alla corte del medesimo, ma da ultimo ne uscì salvo. Di nobile schiatta, d’aspetto dignitoso, riuniva la pietà e la religione a modi affabili e lepidi, doti che ben di rado trovansi congiunte. Tenevasi come un oracolo in Milano, ed ogni giorno molti andavano da lui per consigli. Poco prima che scoppiasse il contagio, volle peregrinare a Roma per la brama, dicevasi, di rivedere quella metropoli e baciare devoto le glebe innaffiate dal sangue dei Martiri, ed i luoghi nobilitati dalle vestigia de’ Santi. Siccome però alla pietà egli univa, come dicemmo, le cure civili, taluni affermavano avere intrapreso il viaggio per qualche affare.

I curiosi sfaccendati, sempre proclivi al misterioso, susurravano essersi recato a Roma per trattare di una guerra importante che andavasi macchinando in segreto, per far conquista di regni e provincie. Altri interpretavano più semplicemente la cosa, affermando che il Papa, mosso dalla celebrità ovunque divulgata dell’ingegno ed erudizione di lui, avevalo, per conferire seco, chiamato a Roma. Ivi giunto dalla Toscana, venne ricevuto con grandi onori nella Corte pontificia, e tutti gli altri uffiziali, giusta il consueto delle corti, lo festeggiarono, vedendolo così accetto al Pontefice.

La nostra patria, quantunque di certo non bisognosa delle lodi d’estranei, pure rallegravasi che un suo cittadino venisse in tal guisa onorato. E noi udivamo con piacere narrare che il Papa gli aveva fatti alcuni regalucci, e l’invitava a pranzo in Vaticano, o a villeggiare con lui sugli ameni colli cari alle muse; che uno ed anche più cardinali erano stati lo stesso giorno a fargli visita per salutarlo e parlar seco. Cotanto in Roma, ammiratrice solamente delle cose proprie, era piaciuto quest’uomo per l’ingegno, i modi e que’ pregi che rendono benevisi gli inferiori ai personaggi oppressi dalla loro medesima grandezza. Divulgavansi per Milano notizie anche più liete, non essere improbabile ch’egli divenisse cardinale in quella città dove gli uomini ponno repentinamente salire in alto. E vieppiù ci rallegravamo in udire che il nostro concittadino con elevatezza di sentimenti aveva sprezzato d’usare le solite arti con cui ivi spianasi la via agli eminenti gradi.

Così un solo uomo peregrinante lontano dava argomento a discorsi in mezzo a tante miserie e tante stragi, per cui l’afflitta Milano paventava l’estrema ruina. I nostri, quantunque afflitti, pure si divertivano con quelle dicerie, e non essendo proibita ancora la venuta a’ forastieri, questi vi recavano notizie d’esteri paesi, e in pari tempo diffondevano in altre contrade i discorsi giornalieri e le favole credute nella città nostra.

Quand’ecco all’improvviso spargersi una stolida e atroce diceria infamante quest’uomo: da sicuri indizj risultare che egli era il capo degli untori. Trovossi il nome d’un nuovo delitto, ma che in quel tempo ammettevasi come le altre colpe comuni, e per tale veniva punito. Scorsi sette od otto giorni, si sparse nuovamente nel pubblico la voce, che egli, rinchiuso in profondo carcere, veniva custodito dai soldati: che il Papa aveva ordinato si recassero a lui ogni sera le chiavi della prigione, di nessuno fidandosi, ch’eransi suggellate le porte, cambiati e raddoppiati i guardiani. Aggiungevasi come si sperasse ottenere dal reo indizj di cose portentose, e tutte codeste notizie si affermavano con tale uniformità, che gli stessi congiunti ed amici più autorevoli dell’assente non ardivano aprir bocca e rispondere agli accusatori.

Attivissimi a spargere siffatta calunnia erano i nobili e le persone addette alle più cospicue famiglie. Arrossivano d’essere lontani parenti di lui, negando aver avuti comuni gli antenati, e ricusavano, spergiurando, quei legami di cui per l’addietro andavan superbi, falsando perfino le genealogie, tanto premeva loro di vantare una benchè lontanissima parentela con uomo sì pieno di meriti e sì rinomato. Nè tralasciarono nei discorsi e nei crocchi di spargere calunnie, come s’usa a danno degli infelici colpiti da qualche sventura o da un disonore di famiglia. Vennero a duello, e fu detto che taluni sostennero fino cogli schiaffi la verità dei loro racconti.

Infrattanto acquistava più fede la notizia che il reo, in catene e con una scorta di cavalleria, per togliere ogni adito di fuga, veniva tradotto, dietro un ordine del Papa, a Milano, non già per sottoporlo ad una procedura, essendo manifesto il delitto; ma perchè salisse al patibolo, ove le straziate sue membra servirebbono di spettacolo alla città, ch’egli voleva coi veneficj distruggere. Sparse la plebe simili dicerie, e le credettero anche i nobili minori[88], e con tale convincimento, che s’indicavano le fermate del viaggio, ed il giorno dell’arrivo. Si precisava l’ora della notte in cui il prigioniero, levato dal carcere e messo in carrozza, era uscito da Roma; quando per la via Emilia valicò i gioghi dell’Appennino, giunse a Bologna, sostò a Modena, fu aspettato a Parma; ed altre particolarità del viaggio, come se venisse tradotto fra l’armi quel re dei Vandali che poco prima aveva tumultuato[89]. Fissavano il giorno in cui giungerebbe a Milano, e il genere di supplizio cui era dannato, spacciando il tutto con tale asseveranza, che se fosse stato vero, non avrebbe ottenuta più ferma credenza.

Allora i parenti di lui non si lasciarono più vedere in pubblico, ed i suoi nemici, che poc’anzi imbaldanzivano per l’accadutagli disgrazia, compiangevano con finta pietà il caso d’un sì onorando cittadino, rattristandosi, come se fosse loro propria, dell’onta che i delitti ed il supplizio d’un solo uomo recherebbero alla patria e ad una stimabilissima famiglia. Ma non esisteva ombra di colpa o di vergogna, perocchè mentre quel cittadino assente era fatto ludibrio tra noi, godeva il favore del Papa e di tutta la romana Corte, che sel teneva carissimo. Reduce in seguito a Milano, vi fu più stimato e ben voluto di prima, per avere, come dicevasi, ricusati tutti gli onori e le ricchezze offerte. Tali ridicole scene accadevano quasi ogni giorno in mezzo alla strage, all’incendio, e, per dir giusto, alle esequie di Milano. Ed io credetti farne cenno come nelle tragedie, fra le lagrime introduconsi talvolta cori e danze.

Ora mi si fa innanzi un argomento incerto e difficile a svolgere; se oltre questi innocui untori, uomini dabbene, che nulla macchinarono di male, e corsero nonostante pericolo di vita, vi siano stati altresì veri untori, mostri di natura, infamia del genere umano e nemici alla vita comune, siccome con troppo ingiurioso sospetto si andava affermando. E non solo è argomento arduo perchè dubbioso in sè stesso; ma altresì perchè non mi è conceduta la libertà sì necessaria allo storico di emettere e sviluppare la propria opinione sopra ciascun fatto. Ov’io volessi dire che non vi furono untori, e che indarno si attribuiscono alle frodi ed alle arti degli uomini i decreti della Provvidenza ed i celesti gastighi, molti griderebbero tosto empia la mia storia, e me irreligioso e sprezzatore delle leggi.

L’opposta opinione è ora invalsa negli animi: la plebe credula, com’è suo stile, ed i superbi nobili essi pure, seguendo la corrente, sono tenaci in dar fede a questo vago rumore, come se avessero a difendere la religione e la patria. Ingrata ed inutile fatica sarebbe per me il combattere siffatta credenza, laonde esporrò soltanto le altrui opinioni e i detti senza affermare o negare, e senza propendere nè per gli oppugnatori, nè pei sostenitori delle unzioni[90].

VI. Si espongono le opinioni di filosofi e medici chiarissimi circa gli unguenti pestiferi; e vari casi.

Esposi nel precedente libro qual fosse il carattere ed il sapere di Lodovico Settala, e di che fama godesse, narrando il pericolo da lui corso con stolidi plebei, i quali per nulla volendo credere alla peste, schiamazzavano essere egli medesimo che ne spargeva il nome tra il volgo. Alessandro Tadino, alunno ed amicissimo di codesto filosofo, cui era eguale, o almeno somigliante per indole, cuore, nobiltà di stirpe, studj, in una parola, per tutto, l’età eccettuata, ebbe anch’egli a soffrire le ingiurie della plebe, e trovò scampo ricoverandosi in una casa; il corso pericolo accrebbe la riputazione d’entrambi.

Il Tadino, nel fiore della virilità, quasi di già principe de’ medici egli stesso, compagno assiduo negli studj ed emulatore del venerando ed illustre Settala, cui stava di continuo a fianco, lo pareggiò, per così dire, dappoichè fu morto[91]. Entrambi, per quanto concedevano gli affari e la vita operosa, specialmente in quel tempo di peste, molto filosofavano insieme circa l’origine del morbo e l’avvelenamento di cui i Milanesi credevano essere vittima.

Morto il Settala, il superstite Tadino continuò ad esaminare tali fatti, giovandosi e delle proprie osservazioni e dei colloqui già tenuti coll’amico; ed espose la sua opinione diffusamente e con sottigliezza. Avendo io avuto sott’occhio alcuno de’ suoi scritti, ed udendo egli che già stava per uscire in luce questo mio libro, mi comunicò gentilmente le proprie opinioni e dispute, prestandomi i suoi commentarj[92]. Dai medesimi riferirò fedelmente le principali sentenze di codesto medico e filosofo chiarissimo circa la peste manufatta, e codesta diabolica fattura degli unti. Ma non pertanto rimarrà ancora per noi indecisa la cosa; in quantochè le unzioni, siccome d’origine diabolica e tenebrosa, ingeneravano mille dubbiezze negli animi.

Il Tadino, giusta lo stile dei filosofi, incominciava la sua disputa con argomenti cavati dagli astri, essendo egli non meno abile nello studiare le regioni celesti, di quel che fosse nella medicina, che vien detta una delle tre scienze nate, e in uno adulte. Scriveva egli avere preceduto agli unguenti una cometa, apparizione che si ritenne sempre presagio di grandi novità e sciagure. Tale cometa, d’aspetto più spaventevole ancora dell’usato, comparve nel cielo il mese di giugno, tempo in cui è opinione aver maggiormente lavorato l’officina degli unguenti[93]. Brillava a settentrione, e molti la videro; ed uomini esperti e presaghi delle future cose, dietro giornaliere osservazioni del cielo, vaticinarono da essa cometa quanto avvenne dappoi. Un’altra cometa apparì nel 1628 nel cardine destro per la congiunzione di Saturno, portento che fra tutti i celesti è ritenuto il più minaccioso e sanguinario.

Queste ed altre conseguenze deduce Tadino per mezzo di quella scienza sublime che ascende tra le celesti sfere, vi soggiorna, ne scruta gli arcani, e ardisce perfino trarre gli astri sempiterni, a partecipar colla vita e i casi dei mortali, ed imparenta il firmamento col genere umano. E forse egli ne è capace[94]; ma io, privo di siffatto coraggio o potenza, e chino a terra, sto pago di narrare alcune cose comuni e terrestri al par di me, citate anche dallo stesso a proposito degli unguenti. A confermare la credenza nei quali, furono non tanto un argomento quanto una specie d’oracolo le lettere che il re nostro scrisse al governatore Spinola del seguente tenore.

Eransi scoperte in Madrid quattro persone[95], le quali avevano recato seco unguenti per spargere la peste nella reggia. Fuggirono, ma ignorandosi per dove fossero rivolte, avvertiva il governatore stesse sull’avviso affinchè Milano e il ducato, cui egli presiedeva, non rimanessero vittime di quella scelleraggine.

Queste lettere, essendo firmate di propria mano del re, furono di gran peso sugli animi de’ cittadini, già proclivi a credere ogni più nefando delitto. Spedite dal governatore al Tribunale di Sanità, comunicate ai grandi, divulgate per Milano, suscitarono in tutti sì fieri sdegni, indignazione, sospetti, che ormai fu creduto lecito il dubitare di chicchessia.

Codesto avviso del monarca si tenne dunque per prova certissima degli unti ben più della cometa, cui attribuiva tanta influenza il citato filosofo. Subito dopo ricevute le lettere regie, occorse il caso d’un forastiere, che sulle prime accrebbe la fede del temuto e misterioso delitto delle unzioni, spargendo nuovi terrori; ma dappoi ridotto a nulla, come parecchi altri fatti, mescolò vieppiù, per una specie di fatalità, il vero coll’ambiguo in codesta faccenda, aggiungendo tenebre a tenebre, perocchè succedettero altre cose, le quali confermarono quant’era dubbioso.