LA GIOVINEZZA
DI GIULIO CESARE.
VOLUME I.
LA GIOVINEZZA
DI
GIULIO CESARE
SCENE ROMANE
DI
GIUSEPPE ROVANI
VOLUME I
MILANO
LEGROS FELICE EDITORE
Via S. Sofia, 29
M DCCC LXXIII
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Tip. già D. Salvi e C., Via Larga, 19.
ALLA GENTILE SIGNORA
C. S. M. V.
CHE CONFORTÒ L’AUTORE
DUBITANTE
NEL COMPIMENTO DI QUEST’OPERA
PRELUDIO
Alquanti anni addietro, parlando di letteratura, e di teatro, e di pittura, e della difficoltà di trovare argomenti degni e facilmente inspiratori, ci siam lamentati dell’odio, onde sul nostro suolo italo-greco si volle dar di martello a tutto ciò che sapeva di greco e di romano. In architettura tutto dovea essere gotico, arabo, longobardo; in pittura guai a vedere una clamide, un calzare, un pilo; in musica, se fu sopportato l’elmo di Ezio, fu perchè Attila aveva incendiato gli edificj antichi; e intanto i giovani pittori versavano nella disperazione di trovare un soggetto che non fosse stato stancato dalla scuola romantica; le Piccarde, e le Imelde, e le Pie, e le Parisine, e i dogi di Venezia, e le Violanti, e le Margarite, e i Torquati avevano bastantemente attediati i frequentatori delle sale di Brera; e intanto noi pensavamo che il dipinto più famoso e più mirabile e più attestatore di vero genio che mai siasi visto in Europa era stato l’Ultimo giorno di Pompei di Bruloff; che in Francia, Coutur vinse tutti i quadri del Luxembourg, colla sua Orgia romana; che l’illustre Hayez a vent’anni inspirandosi nel Laocoonte di Virgilio, aveva dato una grande promessa di mantenere la gloria delle arti italiane; e altrove il celebre Klenz, inspirandosi in Grecia e in Italia, aveva costrutti edifici mirabilissimi; e nelle faccende dell’arte drammatica, Parigi respirò, quando Ponsard dall’asma di Hugo e Dumas ricondusse il pubblico nel grande ambiente di Roma antica; e risalendo due secoli addietro, il dio Shakespeare che aveva fatto parere angusti persino Sofocle ed Eschilo, e fu il gran padre della poesia moderna, aveva date le massime prove del suo genio indovinatore, mettendo in iscena la Roma di Cesare e di Bruto colla potenza di un architetto archeologo che, completando i ruderi, rifaccia una città.
Queste cose noi pensavamo, ma i pittori, mentre a parole ci davan ragione, in fatto tornavano ai consueti amori; ma i giovani drammaturghi crollavan la testa se lor dicevamo: «tornate indietro se volete andare innanzi.» E la cagione della avversione loro stava in ciò, che vedevano il mondo antico nei libri di scuola e nella storia convenzionale di Rollin e nei quadri convenzionalissimi di David e Camuccini. Non consideravano che il mondo antico diventava un nuovo mondo per l’ispirazione dell’arte, se si sapesse davvero interpretar Tito Livio, se si facessero quadri, drammi e romanzi col pennello ricreatore, per esempio, di Gibbon.
Più volte anche noi fummo tentati di dettare qualche libro d’invenzione, ricercando inspirazioni intatte in temi vetusti.
Ma la certezza di cadere ci tratteneva sempre, in considerazione dell’inveterato pregiudizio del pubblico leggente. Non essendo imperatori e nemmeno principi di Monaco, non potevamo, oltre alle altre ragioni, aver l’autorità di far rivoltare tutta la folla verso quella parte da cui era fuggita. Ma la vita di Giulio Cesare scritta da un sovrano è stata così potente da far volger le teste di tutti gli Europei a quel lontano orizzonte.
Nell’esame che noi abbiam fatto di quell’opera, abbiam dimostrato, per ciò che riguarda il concetto, di essere avversissimi al modo sistematico onde l’ex Sua Maestà ci mise innanzi la figura di Cesare. Napoleone pretese di spogliare il suo eroe di tutte le basse scorie dei minori viventi, di innalzarlo ad improbabile ideale di virtù, di grandezza, di perfezione.
Troppi storici, egli dice, trovano più facile d’abbassare gli uomini di genio, che d’innalzarsi, per una generosa inspirazione, alla loro altezza, penetrandone i vasti disegni.
Ma il coronato scrittore, il quale comincia l’opera sua con quella nobile sentenza, «che la verità storica non deve essere meno sacra della religione» — la offese di tratto con questo sistema di esagerazione. Giulio Cesare fu un uomo stragrande; ma pretendere di purificarlo dei vizj che erano una fatale condizione dei tempi in cui nacque; ma negare che egli abbia fatto uso di mezzi perversi per raggiungere i suoi intenti; è dire ciò che la storia ricisamente rifiuta. Come si spiega la sua costante amicizia col dissoluto Sallustio? come quel perpetuo altalenare d’amicizia e di inimicizia con Pompeo, con Cicerone, con Catone? che segreti nasconde la sua deferenza per Catilina?
Se si dovesse dire quel che risulta dal vero storico e dall’analisi investigatrice dei più profondi pensatori, la figura di Giulio Cesare è una prodigiosa meraviglia considerata come un fenomeno umano, ma in un senso diverso da quello onde lo considera Napoleone; vogliamo dire che Cesare, tra le più grandi figure dell’umanita, si distingue per aver compenetrato in sè solo le qualità più disparate e più opposte, e tali, che pare un prodigio che un uomo solo, pur conservandosi nel più mirabile equilibrio, abbia saputo assumerle tutte. Dell’umano poliedro, Giulio Cesare mise in mostra tutte quante le faccie; è forse il solo in tutta la storia che presenti questo carattere straordinario. Diremo di più, il suo intelletto era così forte e la sua ragione così geometrica e rigorosa, che usufruttava a grandi intenti persino le debolezze e le aberrazioni del sentimento e del senso. Perchè dunque togliere al genio di Giulio Cesare una delle più singolari condizioni del suo carattere? Carattere che, sebbene con meno profonda impronta, si riscontra in altri veri grandi genj, sia nel campo dell’arte come in quello dell’azione. Il genio è un’arpa a mille corde; ciascuna alla sua volta manda il suo suono; la luce dell’umanità si decompone nell’anima del genio in raggi molteplici, ed esso li rimanda e li restituisce al mondo trasformati o in un’opera dell’arte o in un sistema di rivoluzione.
Giulio Cesare avendo passato la sua gioventù in mezzo ai vizj, vagheggino, bellimbusto elegante fino all’effeminatezza, fino a temere di turbare l’acconcia disposizione delle non spesse chiome, soffregandosi il capo con un dito solo, stando all’espressione di Cicerone; seducente a tutte le donne e amante riamato, aveva conosciuto il cuore umano e tutte le classi della società nei loro più intimi penetrali; indebitato fino agli occhi, aveva dovuto aggirarsi fra i turpi usurai di piazza, e colà scontrarsi e col veterano accattone e coi falliti e colle ombre, e approfondire altre terribili piaghe. Colla bacchettoneria di Catone non avrebbe mai potuto pescare si profondamente in quel torbido mare della feccia di Romolo.
Ecco perchè non conveniva spogliare Giulio Cesare di quegli errori e di quelle colpe che lo abbassarono fino a livello de’ più bassi mortali; ecco perchè conveniva dir tutta la verità anche ad onta che l’eroe dovesse sembrare talvolta uno scellerato. Inoltre l’ex Imperatore, per le sue ragioni, scrisse una storia dove si racconta e si discute, non si drammatizza. Esso poi non tenne conto di quelle intime cagioni che, apparentemente piccole, sono spesso i fattori dei più grandi avvenimenti.
Nel suo libro, perchè non è libro d’arte, ma di scienza storica, le figure non han rilievo, tra la moltitudine di esse non v’è prospettiva aerea; di più, Roma non si vede che in piazza e, per così dire, nelle ortografie degli edifizj. Ciò adunque che noi ci proponiamo è di vederne gli spaccati, di penetrar nelle case, di considerare il più grande dei Romani nei più minuti particolari della sua vita, limitandoci per ora alla sua gioventù, perchè è la parte più drammatica, perchè ci dà il modo di conoscere in tutta la loro varietà i costumi romani, e perchè ci offre ovvie le occasioni di ritentare alquanti problemi storici che lo scettrato scrittore sciolse alla sua maniera e troppo da sovrano.
I. IL TRIONFO DI POMPEO E L’ADOLESCENTE CESARE.
Correvano le none di maggio dell’anno di Roma 672, corrispondenti al giorno 7 di maggio dell’anno 82 avanti Gesù Cristo. Era il giorno statuito per il trionfo di Pompeo reduce dall’Africa, dove in soli quaranta giorni aveva debellato e ucciso Domizio, fatto macello di ventisette mila uomini, soggiogata la Libia, portata la strage persin tra i leoni e gli elefanti, e regolate le faccende dei re ostili ai Romani: per le quali cose era stato acclamato imperatore dai soldati, pur essendo egli di soli 24 anni. Senza parlare dei dotti che avranno letto gli annali di Fenestrelle e i commentarj Sillani e le vite di Oppio e le monografie di Teofane, di Mitilene e di Posidonio, chiunque ha scorso Plutarco saprà come quel trionfo gli era in prima stato negato da Silla, perchè la legge portava che nessuno potesse trionfare se non fosse già console o pretore. Ma Pompeo che faceva l’umile allorchè tutti lo esaltavano, e saliva in orgoglio se altri gli contrariasse, avendo avuto la millanteria di dire nell’adunanza istessa ove trovavasi il dittatore, che gli uomini adorano il sole che nasce a preferenza del sole che tramonta, con quell’insolita audacia percosse talmente colui, che pur sembrava un dio assai più che un re, e un dio crudele, da farlo prorompere in quelle parole:
— Ebbene trionfi, trionfi, trionfi.
Ma Silla prima aveva avuta l’imprudenza di dare l’appellativo di Magno al giovine Pompeo, forse perchè nell’assiduo altalenare dell’umor suo, tormentandolo i pidocchi meno del consueto in quel punto, e sperando di guarirne, erasi sentito trasportare alla bontà ed all’entusiasmo.
Così dunque venne decretato il trionfo.
Nella prima parte della mattina, che i Romani chiamavano diluculum, il campo Marzio era tutto occupato dalle soldatesche reduci dall’Africa. Il campo Marzio, il quale era situato in modo da invadere parte dell’area dove dopo Cesare fu il circo agonale ed oggi v’è la piazza Navona, era come il dietro le scene, dove apprestavasi tutto ciò che, nell’ora che chiamavasi mane ad meridiem, doveva passare in processione lungo la via trionfale sotto gli occhi del popolo romano. Alla quadriga in cui doveva sedere il Magno Pompeo erano già aggiogati quattro elefanti, chè così egli aveva voluto, disdegnando i cavalli; ma gli apprestatori del trionfo e della sua parte decorativa essendosi accorti che que’ quattro enormi bestioni non potevano passare per l’arco posticcio stato eretto all’uscita del campo Marzio, mandarono tosto due centurioni veterani alla casa di Pompeo per avvisarlo dell’inconveniente.
Il giovane ventiquattrenne stava nel suo cubicolo; sul letto, poco più alto del pavimento, coperto d’una gran pelle d’un libico leone che egli stesso aveva ucciso, era apprestato l’abito trionfale, fatto di porpora, il quale veniva chiamato toga picta, ovvero tunica palmata; v’era pure una corona d’alloro, e un ramo d’alloro. Traducendo quell’intima scena romana nel più umile volgare moderno, quella stanza del magno eroe pareva il camerino d’un tenore serio celeberrimo, che ripetendo sotto voce la grande aria di sortita, presenta già gli applausi strepitosi del pubblico in delirio.
Balbo il centurione fu introdotto nel cubicolo.
— Che cosa ti conduce qui? gli chiese Pompeo.
— Vengo per avvisarti, o imperatore, che gli elefanti non si possono aggiogare.
— Che? Perchè? gridò Pompeo uscendo dalla maestosa tranquillità che era il suo carattere esterno abituale.
— L’arco di campo Marzio è troppo angusto.
— E si atterri.
— Bisognerebbe atterrare tutti gli archi posticci fatti innalzare in questi giorni lungo la via trionfale dall’architetto Poliarte.
— Mandami dunque qui questo Greco poltrone, ch’io lo farò flagellare come una bestia da soma.
E Pompeo batteva i piedi al pari di una donna capricciosa che, un’ora prima di recarsi al ballo, s’accorga che la sarta non le preparò la veste secondo il suo gusto.
— Imperatore, interruppe allora il centurione....
— Che vuoi?
— Ricordati che i tuoi soldati ti han chiamato Magno sul campo di battaglia.
— E dunque?
— Tu non devi adirarti per così poco. Se ce lo comandi, noi centurioni tireremo il tuo carro. Crediam bene di valere quattro elefanti. Se ciò ti appaga, smetti lo sdegno, o Pompeo Magno imperatore.
Queste parole il centurione le pronunziò senza che la sua faccia si atteggiasse punto al senso affettuoso ch’esprimevano. Era una di quelle facce romane della prima razza, ampia, quadrata, magra, a risalti, di quelle fatte apposta per la scultura monumentale che modella le teste per esser vedute da lontano; di quelle facce che non piangono e non ridono mai e dissimulano sotto l’apparenza di un orgoglio indomabile perfino la tenerezza, perfino l’idolatria. E quel veterano infatti che più volte aveva palleggiato Pompeo fanciullo, quando aveva fatte le prime armi sotto a Strabone padre di lui, lo amava svisceratamente, ma per timore ch’ei se ne accorgesse, solea fargli le più generose profferte quasi sempre con faccia bieca.
Pompeo sapeva questo, e tranquillatosi di tratto, gli stese la mano, che il centurione strinse come da pari a pari — e:
— Va, gli disse, appresta i quattro cavalli bianchi, e non se ne parli più.
Il centurione partì. Pompeo, abbigliato che fu, uscì dal cubicolo, venne al portico, dove la lettiga l’attendeva, e si fece trasportare così al campo Marzio.
Colà giunto, appena mise piedi in terra e apparve la maestosa sua figura, ornata di porpora, cinto il capo dell’alloro aurato, proruppe un urlo giojoso di voci romane, e ben era, per ripetere Omero,
Di nove mila un urlo o dieci mila:
e tra quell’applauso spiccavano le parole:
Salve, imperator, salve, salve, salve.
Jo triumphe. Jo triumphe. Jo.
La quadriga stava nel mezzo del campo Marzio; i quattro cavalli bianchi erano aggiogati. Pompeo salì. Tutti i soldati si adunarono in cerchio presso al carro; intorno al circolo tutto fitto e lucido d’armi girava un altro cerchio di facce popolane. Pompeo tenne un discorso ai proprj soldati; in prima parlando a tutti insieme, ne esaltò il valore rammentando le vittorie ottenute; dopo lodò ciascuno in particolare. In seguito venne la distribuzione dei premj. I quattro centurioni più veterani presentarono a Pompeo i donativi, ch’eran per lo più cose militari, corone d’oro e d’argento; ed esso, leggendo il nome di coloro che ne dovevano essere insigniti, nomi che venivan scritti sui donativi stessi, chiamò i distinti a riceverli ad uno ad uno. Compiuta questa cerimonia, discese a fare il sagrificio; e del sangue del vitello sgozzato ne empì una tazza per versarlo sul carro d’oro, in modo che tutto apparisse chiazzato di macchie sanguigne. Finalmente Pompeo risalì sul cocchio e la processione si mosse, e nello stesso carro, dietro alle spalle istesse del trionfante, stava il carnefice, come voleva il costume, il quale sosteneva sopra alla corona d’alloro ond’era redimito il glorioso capo, un’altra pesante corona d’oro massiccio; ed il carnefice gridava spesso ad alta voce:
Respice post te hominem — memento te;
volendo con ciò ricordare al trionfatore l’incertezza dell’umana fortuna.
Nel sito in cui Pompeo sedeva eravi un idoletto contro l’invidia, e dal carro pendeva una sferza ed un campanello, che eran i segni dei condannati a morte, per avvertirlo che dal colmo della gloria poteva precipitare nell’estremo delle umane miserie. La quadriga trionfale era preceduta da molti carri pieni di spoglie ed armi nemiche, da trombettieri e suonatori d’istrumenti diversi; dopo di essi conducevansi i buoi destinati al sacrificio, ornati di corone e di bende, e colle corna dorate. Appresso spiegavansi i trofei della Libia e la completa armatura dell’ucciso Domizio. Gran numero di capitani dell’esercito di Domizio, seguivano il trionfo con catene leggiere al collo, alle braccia, alle ginocchia. Davanti a costoro precedevano saltando due giullari, che con gesti buffoni eccitavano al riso gli spettatori, facendosi beffe dei prigionieri incatenati; e un terzo giullare, che chiamavasi Manduco, moveva la bocca in modo come se stesse mangiando i vinti. Senatori, soldati, cittadini liberati, ambasciatori, centurioni, chiudevano la processione, la quale percorreva la via trionfale per più di due miglia; i cittadini accorsi erano per la maggior parte vestiti di bianco; i templi accanto ai quali il trionfatore passava, erano aperti, e da essi uscivano profumi ed incensi; il medesimo avveniva dei palazzi e delle case private che rispondevano su quella via tutta coperta d’erbe odorose e di fiori. La folla aspettante il carro trionfale, come lo vedeva giungere, prorompeva nel solito grido: Jo triumphe — Jo triumphe. Allorchè il trionfante Pompeo giunse al Campidoglio, discese nello spazio che era tra il tempio della Fortuna e l’arco di Scipione. Il tempio di Giove Capitolino allora non era ancora edificato; ma in sua vece sorgeva una semplice ara. Nel momento che i prigionieri passando innanzi al vincitore venivano condotti nel carcere Mamertino, Pompeo si prostrò davanti all’ara, e in mezzo al silenzio che subito e profondo si mise fra tanta moltitudine, pronunciò con voce sonora questa preghiera:
«A te, Giove Ottimo Massimo, a te Giunone regina, a voi tutti, o Numi, di questa arce abitatori e custodi, lieto rendo grazie perchè avete voluto che la repubblica romana venisse difesa ed ampliata dalle mie armi. Così vi scongiuro a conservarla, ed a proteggerla in ogni tempo, come ora fate.»
Finita questa preghiera, i vittimarj a’ piedi dell’ara uccisero venti giovenchi, mentre Pompeo deponeva sull’ara stessa le spoglie più preziose della vittoria.
Non è possibile immaginare spettacolo più grande, più maraviglioso, più pittoresco di quello che offriva in quel momento il Campidoglio colle sue adjacenze. Il fantasioso Martin che ritrasse con sì potente matita il festino di Baldassare, appena basterebbe per dare una idea di quella scena straordinaria, anche per la giacitura dei templi e degli archi e delle vie e dei clivj, e de’ cento gradi della rupe tarpea, e della gradinata che metteva all’arce capitolina; edificj e spazj che per la varietà delle altezze si mostravano tutti allo sguardo gremiti di popolo infinito. Al formicolìo dei cittadini e della plebe faceva contrasto l’apparenza delle splendide lettighe dove sedevano le nobili romane e alcuni dei più illustri patrizj; e fra tutti riluceva al sole il carro tutto d’oro ed aspro di gemme, dove stava assiso Lucio Cornelio Silla, il padrone di Roma.
Quantunque avesse cinquantasei anni e cominciasse già ad essere corroso da quel morbo pediculare che poi lo trasse a morte, visto da lungi, mostrava ancor bionda la chioma inanellata e spessa e prolissa, il solo dono di cui la natura lo fece insigne, e in gioventù potè farlo parere perfino avvenente. Ma ne’ suoi occhi grandi ed azzurri balenava una luce sinistra, piena di terribilità, che teneva in isgomento i soggetti e provocava in tutti un senso di disgusto indicibile, e tanto più che al color fulvo-chiaro delle chiome e alla tinta cerulea degli occhi faceva stranissimo contrasto il colore bruno della pelle chiazzata qua e là di macchie bianche, onde, allorchè fu in Atene, un Greco mordace avea chiesto chi mai fosse quel moro infarinato.
Ma intanto che sagrificavasi, tutte le teste a un tratto si volsero al culmine del colle Capitolino. Colà con maraviglia di tutti era salito un uomo a cavallo, per guardare la scena sottoposta; e subito per le bocche di tutti corse il nome di Giulio Cesare. Perdonato da Silla per intervento delle vergini Vestali, esso era in quei dì tornato a Roma con intenzione di ripartirne tosto, affine di prendere commiato dalla consorte e consolarla della morte d’una sua sorella, che era avvenuta in quei giorni appunto. Sebbene quel grado di consanguineità non fosse tale da obbligarlo a vestir la toga del corruccio, pure cercando esso tutte le vie per rendersi singolare e fermar la pubblica attenzione in ogni modo, apparve colà tutto bruno come la morte, e inforcando un cavallo tutto nero come la pece. Pompeo trionfava e tutta Roma era piena di Pompeo, pure in quel punto il diciottenne Giulio trovò il modo di distaccare da colui gli sguardi del popolo romano e farli rivolger tutti sopra di sè. Lucio Silla, seguendo il movimento di tutte le teste che gli ondeggiavano d’intorno, dirizzò anch’egli colà la sua truce pupilla, e vedendo l’abborrito fanciullo, ne torse indispettito la faccia.
II. LAJA PITTRICE E IL RITRATTO DI CESARE.
La ragione per cui sulla sommità del clivo Capitolino, intanto che Pompeo trionfava, era comparso improvvisamente Giulio Cesare, non era stata indovinata da nessun Romano; neppur da Pompeo, troppo saturo d’orgoglio, per sospettare in altri intenzioni rivali. Ma l’osservatore Lucio Cornelio Silla, che nella toga mal cinta del giovinetto parente di Mario aveva letto il futuro, tosto, allorchè volse la testa iraconda a quell’inattesa apparizione, ne intravide l’intento e ne parlò poi sdegnosissimamente con Lucullo banchettando seco lo stesso dì.
Cesare il seppe, e giacchè, anche senza questo nuovo sdegno, non riposava tranquillo sul perdono strappato all’onnipotente dittatore dalle preghiere e dalle lagrime delle Vestali, pensò, come tutti sanno, di lasciar Roma, e andò a militare in Asia sotto Marco Termo pretore, intrattenendosi in Bitinia presso Nicomede; poi militò in Cilicia sotto Servilio Isaurico, e non ritornò in Roma se non quando fu certissimo che le piattole vendicatrici avevano consegnato all’Averno il suo mortale nemico.
Appena ritornato, il suo primo pensiero fu di abbandonare il palazzo avito che teneva sul Palatino e di farsi architettare nella Suburra una piccola casa grecamente elegante, che in breve gli costrusse il suo amico Ermodoro di Salamina, il celebre autore del tempio di Giove presso il portico di Metello. Non v’è atto della prima gioventù di Cesare, anche il più minuto e a primo tratto insignificante, che non meriti di essere intimamente esplorato. Tutto per lui aveva una ragione di essere; perfino le inezie tenevano in germe un remoto intento. Il Palatino era il quartiere dove sorgevano i palazzi del più vetusto patriziato romano (i nobiloni dei quattro quarti d’allora). Esso, come dice Ampère, era a Roma quel che il sobborgo St. Germain è a Parigi. Era la nostra Porta Nuova, il Borgo Nuovo, la via de’ Bigli, la via Monforte; quel che si vuole insomma. Sulla linea parallela del Palatino, al di là della basilica Opima e della via Sacra e del tempio degli Dei Penati, correva la via del Foro alle Carine, dove abitava la gente nuova, i cavalieri, gli uomini di toga e di borsa, i causidici, i banchieri, i ricchissimi aggiotatori della pubblica fame. Cesare abbandonando il quartiere della gente vetusta, non si degnò di traslocare in quello della gente nuova, ma trasportò la sua dimora dove s’affollavano a miriadi le casupole, le botteghe e le officine della porca plebe, dove rintronavan martelli e incudini e stridevan seghe, dove vagolavan meretrici e vespertini adulteri, dove stava persino l’abbominata dimora del carnefice di Roma.
La Vedra, le Vedrazze, il borgo di Cittadella, il vicolo del Sambuco in Milano potrebbero dare, sebbene con maggior decoro, una qualche imagine della Suburra, la quale si stendeva sul monte Celio appena fuor della mura (extra mœnia). E Giulio Cesare venne ad abitar qui precisamente. Or non si pressente già colui che preferiva di esser primo in un villaggio che secondo in Roma? La casa di Cesare, veduta da lunge aveva l’apparenza di un tempietto greco: sarebbesi detta la dimora di un nume, e ciò anche per l’eccessivo contrasto colle catapecchie che in lungo e in largo le sorgevano d’intorno. Correvan le none di maggio dell’anno di Roma 674 — ovverosia il cinque maggio. Era l’ora quinta del giorno (hora quinta diei; — mane ad meridiem). Intorno alla casa e sotto il portichetto a colonne joniche stavan clienti, ombre; vi eran soldati dalle profonde cicatrici, dalle braccia monche, dalle troncate gambe, dalle chiuse e bendate occhiaje, probabilmente i derelitti veterani di Mario; — e fra tutti, per le insolite vesti, si distinguevano i lerci ebrei, i vampiri usuraj che attendevano al varco il già tanto indebitato pronipote della Venere dea. — Ma si entrino i penetrali, a visitarvi il divo Giulio; e come l’Apollo sagittario ei ci si presenta infatti nudo come la celebre statua greca, bianco e diafano come il marmo pario, posante come quel dio. Egli stava in quel punto facendosi ritrattare dalla più valente pittrice di quel tempo, da quella celeberrima Laja di Mileto, che dipinse per la prima volta sè stessa nelle proporzioni del naturale adoperando gli specchi di cristallo grandi come il corpo umano: i quali specchi insieme coi vitrei musaici, erano stati introdotti in Roma dalla Grecia fin dai primi tempi di Silla (Specula totis paria corporibus). La giovine Laja, severa come una Minerva, inaccessibile a qualunque senso che non fosse il più profondo amore dell’arte, sedeva innanzi a quella statua viva disegnandone i contorni su di un’ampia tavola.
Presenti a quella seduta artistica c’era il vecchio Sopolis, il maestro di Laja, il più distinto ritrattista di Roma, prima che quella fiorisse, e che amava la sua allieva più di sè stesso e della quale, anzichè avere invidia, si gloriava. Medesimamente stava presso a Cesare il suo vecchio famulo Taltibio, che idolatrava il padrone avendolo portato fra le braccia infante. Cesare non credendo che Laja venisse in compagnia di Sopolis, per un tratto di squisita delicatezza volle presente il vecchio famulo, onde stornare sospetti e non scemare d’un punto l’innocente severità dell’arte. Taluno potrebbe dire: e perchè allora farsi ritrattare in quel costume così eccessivamente scoperto? Cesare non lo deve aver fatto a caso. Sapeva di aver forme bellissime e desiderava che ciò si sapesse in Roma e fosse testificato dall’inappellabile giudizio degli artisti.
— Una dote di più, pensava egli, è un’arma di più. Cinquantamila giovani dame romane ben possono, ad un bisogno e secondo i loro mezzi, confederarsi a cinquantamila strenui soldati; e in ogni modo aiutarmi nei privati convegni sollecitando a mio pro amanti, parenti e mariti.
La figura di Cesare, alta, elegante, asciutta come quella di tutti i giovani, offriva all’occhio le proporzioni del discobolo greco. Vista un po’ da lunge pareva aver braccia e gambe non fortissime; ma queste vedute dappresso e misurate, oltrepassavano la grossezza comune; grossezza che veniva dissimulata dall’egregia proporzione appunto. Alcuni autori antichi e moderni ebbero a far le meraviglie confrontando la gracilità alle fatiche incomportabili e straordinarie ch’egli solo potè sostenere. Ma fisicamente, non si fa se non quel che si può fare: e per quanto la virtù dell’animo, o a dir meglio, l’ispirazione, il soffio, il dio prepotente della volontà possa far prodigi, se non c’è la potenza dei muscoli, le fatiche non si possono protrarre a lungo. Alessandro, Cesare e Bonaparte ebbero tutti e tre forme apparentemente arrotondate; ebbero pelle candidissima e quasi muliebre; ma nessuno più di loro seppe resistere alle fatiche del campo. La forza veniva celata dall’epidermide; come l’ambizione sterminata e la profonda scelleraggine dall’amabile astuzia e dall’ingannevole volto.
Tuttavia, in quelle membra egregie di Cesare, c’era un lieve difetto. Verso le regioni dei lombi, la spina dorsale, quella che Napoleone al cospetto della scoperta di Volta, disse essere la pila della vita animale, appariva lievissimamente deviata; deviazione che l’anatomico riscontrò pur nel cadavere imbalsamato di Napoleone allorchè da Sant’Elena venne trasportato in Francia. Strana somiglianza che, sebbene in diverso modo, pur si riscontra nell’apollineo collo di Alessandro il Grande, di alcun poco inclinato da un lato. Si direbbe che il ganglio massimo, che è la testa, abbia voluto in questi tre uomini che rappresentano la più sterminata potenza delle facoltà mentali, dare indizio della sua eccezionale pesantezza gravitando sulle altre parti del corpo. E un altro difetto che non appariva ancora nel ventenne Cesare, ma doveva rivelarsi precocemente, era la calvizie. Non si può sapere da che questa sia derivata in lui, e come derivi in altri. Ma la testa di Cesare offriva un fenomeno strano; mettendo la mano al disopra di essa, anche alla distanza di un palmo, si sentivano gli effetti come di una forte irradiazione di calore e sovente una lieve onda di fumo vaporoso ne lambiva la superficie, quasi che una fiamma riscaldasse internamente le cavità del cranio.
La pittrice Laja non conosceva questi fenomeni, e non poteva prevedere la calvizie futura nella chioma corvina acconciamente inanellata dell’elegante patrizio; ed era tutta intenta invece, nella sfiducia che in quel punto l’aveva assalita, a cercar di ritrattare la luce degli occhi di Cesare (nigri et vegeti) che abbagliavano dominando, e parevano parlare pur nel silenzio del labbro, il quale era roseo e tumido a significazione di voluttà, e dava di tanto in tanto un tremito lieve come se la parola gli scorresse sopra ed ei volesse trattenerla. Pareva il labbro di lord Byron, questo Cesare non riuscito, come Champagny ebbe già a definirlo.
La seduta durò quasi due ore.
A un certo punto Giulio Cesare con morbido accento:
— Sarai stanca, o Laja, disse, proseguiremo domani. Non voglio che la tua mano s’affatichi più del conveniente. Tuttavia fammi certo, o Laja, del quando, impiegando due ore al giorno, il mio ritratto sarà compiuto.
— Oggi siamo alle none di maggio. A quelle di giugno il popolo romano vedrà l’effigie tua sotto al portico di Metello. In quel giorno farai in modo, o Giulio, di essere assente da Roma e farai correr la voce che ciò possa essere per qualche grande impresa, a meno che tu non t’incarichi di compirla davvero. Affinchè il ritratto sia convenientemente apprezzato e metta in entusiasmo il tuo popolo, conviene ch’ei senta il desiderio dell’originale lontano.
— Quel che possa avvenire tra un mese non lo so; ma certo sarà appagato il tuo desiderio.
Laja si alzò e uscì col vecchio Sopolis, attraversando un lungo androne affollato di cittadini romani.
Cesare infilò la toga che Taltibio gli porse e, guardandosi in uno di quegli specchi grandi fino alla proporzione dell’uomo, che gli eran venuti da Atene, se la cinse larghissima, studiando con gran cura un partito di pieghe che pareva riuscito a caso e per gli effetti della noncuranza. Voleva ei forse velare con quella, in apparenza, fortuita combinazione di linee, di occhi e di borzacchini l’incorreggibile deviazione della spina dorsale? Di Cesare in fuori, nemmeno Giove Ottimo Massimo poteva saperlo.
Quando ei si fu bene acconciato, entrò nell’androne girando lo sguardo intorno, sorridendo a quanti eran là congregati, stringendo la mano a tutti.
— La dea Murcia vi ajuti, disse poi. Essa vi faccia parer comodo l’avere aspettato e l’aspettare qualche poco ancora. I miei poveri veterani mi attendono sotto il portico.
Uscì infatti. Alla sua comparsa que’ miserabili soldati claudicanti e guerci e ciechi fecero circolo intorno a Cesare, ed egli stringendo la mano a tutti, diede una dramma a ciascuno. Tutti i giorni essi venivan là per ricevere quel sussidio e talvolta erano in numero di venti, di trenta, di cinquanta.
Quand’essi furon partiti, Cesare ammiccò a tre giudei che gli si erano avvicinati.
— È presta ogni cosa? domandò loro.
— Siam qui da due ore. Tutto è pronto.
— Entrate meco pel corritojo segreto.
Silenzioso procedette innanzi. Silenziosi lo seguirono i tre giudei. Cesare entrò nella biblioteca, sedette, e chiese severo:
— Quanto avete portato?
— Quello che ci hai imposto. Sessanta talenti.
— Di che qualità?
— Di tutte. Non si può sempre tenerne in serbo una qualità sola. Ne abbiamo di attici, di eginetici e di babilonesi.
Il talento eginetico aveva il valore massimo, ossia equivaleva a ottomila franchi circa; il babilonese a settemila, a seimila l’attico; onde, per adequato, quei tre sucidissimi giudei avevan portato a Cesare più di quattrocento mila franchi, una somma ben ragguardevole; ma pel giovinetto mal cinto assomigliavano a un getto d’acqua profluente sulle sabbie del deserto.
Uno dei giudei come ebbe deposto sovra una tavola di porfido egiziaco i sessanta talenti, trasse di sotto al sajo un rotolo, lo spiegò dinanzi a Cesare, porgendogli lo stilo che pur trasse di sotto il sajo:
— Segna or qui, domine, gli disse; per le calende di novembre restituirai talenti cento.
— Che? esclamò Cesare, alzandosi iracondo. Quaranta talenti per mesi cinque?
Il giudeo non rispose, e voltosi ai due ebrei che lo seguivano:
— Riprendete quell’argento, disse loro. Dolabella lo aspetta. Quaranta talenti di premio son già pattuiti con lui.
Cesare smise l’ira di tratto e si diede a ridere, e battendo sulla spalla del giudeo:
— Ringrazia il tuo dio, soggiunse poi, come io ringrazio Mercurio se non t’ho ammazzato qui senza far parola, perchè sei un ladro simpatico. Ma chi credi tu che io mi sia? furfante. Se Dolabella ti promise quaranta talenti, il discendente di Venere te ne darà cinquanta, e tosto scrisse nel rotolo le cifre volute e ci mise il C. Julius Cæsar.
Usciti che furono i tre giudei, Cesare recossi di nuovo nell’androne.
— Siam qui da due ore, o Cesare, e ci conviene recarci tosto all’esperimento mattutino.
— Salve, o Cocceio; salve, Plauzio.
Eran quelli due celebri istrioni di Roma. Il primo rappresentava la maschera di Macco — qualche cosa tra il Pulcinella e l’Arlecchino — ed era di tanta valentìa segnatamente nell’introdurre versi improvvisati tra quelli di Plauto e di Terenzio, che tutta Roma accorreva per sentirlo. Non c’è nulla di assolutamente nuovo e di solitario sotto al cielo, e quel Cocceio forse era il grande arcavolo del celeberrimo Sacchi di Venezia. L’altro era Plauzio e rappresentava quella maschera che si chiamava Papposilene, dall’aspetto di un satiro velloso.
— Ho con me l’Eunuco di Terenzio, soggiungeva Cocceio, qui e qua intercalato da certi miei versi, pe’ quali mi sembra che tutta Roma riderà a crepapelle di Pompeo, di Cicerone, di Catone, di Lucullo e dell’indorato Crasso. Vorrei, o Cesare, che tu mi aiutassi ad aggiustarne la misura; a trovare ed aggiustar dardi per ferire chi ha ad esser ferito, e dare così il tono alla gran voce del popolo romano.
— Va prima all’esperimento, poi torna da me all’ora seconda di notte. Vale, o Cocceio; Plauzio, vale — e stringendo la mano all’uno e all’altro li licenziava, intanto che rivoltosi ai clienti:
— Porgetemi le vostre querele, disse loro, e a rivederci domani al pomeriggio sotto i portici del tribunale — ai gradi aurelj. — Ed entrò in un’altra stanza.
— Salve, o Sallustio.
— Salve, Cesare. Questa volta ho empiti due rotoli. Coprii di ridicolo l’affettato Ortensio; ho messo in evidenza tutti i difetti di Cicerone e berteggiata la pingue eloquenza del pizzicagnolo Crasso.... Or mi preme che tu legga la critica del modo onde Pompeo condusse la guerra spartacia. Mi proposi mostrare che ben più che alla virtù propria, ei deve tutto all’aiuto della cieca fortuna.
Ma chi era codesto Sallustio?
Nulla meno che il famosissimo Crispo Sallustio, l’autore della Guerra Giugurtina e della Catilinaria, l’autore tradotto e ritradotto per tanti secoli da miliardi di studenti.
Allora giovane ancora faceva quel che oggi si direbbe il giornalista, e redigeva coll’aiuto d’altri, e segnatamente di Cesare, il Commentarium rerum urbanarum; il Moniteur d’allora; perchè Roma fu la prima ad avere una gazzetta; e chi ne crede Venezia introduttrice per la prima volta nel secolo decimosettimo s’inganna.
— Ci vorrebbe qualche cenno profondo e terribile intorno alle imprese di Lucullo.
— Non posso parlare di lui. Egli mette a mia disposizione trecento liberti per moltiplicare le copie del Commentario. Tu vedi. Ciascun liberto me ne dà cinque copie al giorno. Uscendo tutte le settimane nel dì sacro a Mercurio, ne circolano diecimila e cinquecento copie.
— E a una dramma per copia; che, a parlarti liberissimamente, è troppo caro prezzo.
— Col tempo lo ridurremo. Per ora lascia andare. Mi gode raccogliere quarantadue mila dramme al mese, salve le spese che non varcano dramme due mila. Ciò che significa la rendita di quattrocent’ottanta mila dramme ogni anno. Val quanto essere in una delle più ricche provincie dell’Asia proconsole e senza essere ladri come Verre.
— Dunque Lucullo è il più gran condottiero che mai sia esistito?
— Sì, finchè mi presta i suoi trecento liberti. Nessuno saprebbe aiutarmi così. Nè tu pure — quattrocent’ottanta mila dramme mi lusingano la fantasia. (E una dramma valeva 97 centesimi di franco).
A questo punto il famulo Taltibio annunciò:
— Sergio Catilina.
E il bieco e livido Catilina spuntò sulla soglia.
— Venga, esclamò Cesare.
Ed or sentiremo come il mondo antico venne in quel dì palleggiato dall’interloquio di questi tre anticristi. E le donne che si annoiano di politica s’affidino per la presenza di Catilina. Per costui assisteranno a sì terribili scene, che sovente ne avranno irte le chiome.
III. CESARE, SALLUSTIO E CATILINA.
Si fece il ritratto di Cesare, ne’ suoi più minuti particolari, dei quali alcuni riescirono peregrini e stranissimi perfino a qualche studioso; così, prima d’entrare nel fitto dell’azione, si vuol fare il medesimo anche colla colossale e strenua figura di Lucio Sergio Catilina, intorno al quale venti secoli di storia non seppero mai dire compiutamente il vero manifesto, nè esercitare l’intuizione intorno al vero nascosto. La lettera morta dei narratori antichi, allorchè questi non sieno investigatori filosofi, e non abbiano l’immaginazione ricreatrice, non basta perchè altri s’acqueti su di essa, e possa farsi una idea precisa di quello che racconta. Il libello famosissimo di Sallustio è un lavoro di egregie forme e d’uomo che in vecchiaja si ricompiace d’arte, ma più fatto per insegnare a scrivere, che per comunicare altrui la potenza di far rivivere tutto intero un periodo della storia, ripresentandolo alla posterità col rilievo e la completa planimetria di una città distrutta, fatta ricomparire col lavoro degli scavi. Esso narra alla ricisa, e le sue pagine sono troppo fuggitive per poter abbracciare tutta l’ampiezza del prolungato cataclisma del tempo in cui visse. Quel libretto va dunque interpretato coll’ajuto d’altri lavori, va compulsato ostinatamente, va costretto, quasi diremo, colla tortura a confessare tutto quello che espressamente forse vi si tacque.
Quando Catilina si presentò sulla soglia della camera di Cesare, e, invitato, si assise, e, ancora invitato, stette ascoltando quel che Sallustio con voce sonora leggeva a Cesare intorno alle guerre di Pompeo, poteva avere trentacinque anni, ma ne dimostrava di più. Era di statura, come suol dirsi, vantaggiosa, ma non alta; dalle maniche della toga apparivan le braccia nude, affatto ossee, percorse da cordoni grossi e da vene gonfie. Si vedeva che quelle braccia e quelle mani avrebbero lasciato il segno dove fosser posate, press’a poco come, vedendo la zampa poderosa del tigre, si crede tosto al naturalista il quale assicura che quella può colla subita percossa rompere le reni al cavallo assalito. La faccia aveva di forme ampie, stupendo l’ogivale, ma il bianco dell’occhio era injettato di vene sanguigne, la fronte attraversata da una grossa vena, le guance livide ed esagitate, sulle quali appariva quel che potrebbe dirsi una battaglia di muscoli. Pure, allorchè, a certe espressioni di Sallustio con cui investiva di ridicolo Pompeo, egli sorrise, a un tratto parve che quella battaglia sostasse, che un raggio di sole illuminasse quel mare in procella; parve che quell’aspetto così tremendo e stravolto, potesse quasi riaversi e rinfrescarsi e balzar fuori bellissimo, se un desiderio appagato, se una fortuna raggiunta fosse venuta in suo soccorso; chè la bocca, aperta al riso, si rivelava di eleganti forme antiche, con una fila di denti, forti sì e grossi, ma bianchissimi.
Nella prima gioventù, allettato forse dalle lodi del rodio maestro Apollodoro, che gli disse congratularsi seco dell’aver avuto da natura il dono spontaneo dell’eloquenza, si diede insieme con Lucullo ad approfondirsi nelle lettere greche e nella filosofia, e come chi in ogni cosa si lascia portare agli estremi, affannavasi a poter riuscir primo in quelle discipline; ma la forza del corpo avendolo fatto attissimo alle fatiche del campo, a talchè divenne lo stupore de’ giovani e dei veterani, i quali dicevano non poter egli venir superato facilmente da altri combattendo corpo a corpo, tutto per molto tempo si diede alle cose di guerra, e con tale insistenza febbrile, che dagli albori a vespero si maneggiava continuamente in quelle.
Ma, per decreto della fortuna, tale e tanto apparato di insigni attitudini fuori affatto dell’ordine comune, dovevano, per l’esagerato contrapposto di altre, e per un fatto specialissimo, condannare la sua fama ad attraversare due mila anni perpetuamente avvolta di orrore. La uccisione del patrizio Gratidiano è nota a tutti: quello fu il fatto onde la figura di Catilina per la prima volta compare sulla soglia della storia.
Sappiamo da Sallustio e da Cicerone e da Tito Livio, com’egli nato da famiglia patrizia e ricchissima, nella prima gioventù, portato dalla sua natura non paga che di esagerazione, si fosse dato allo spendere ed al lussureggiare fuor d’ogni misura; apprendiamo altresì com’egli fosse prodigo non per sè solo, ma con tutti, anche coi ricchissimi, e che il donare altrui cavalli, armi dorate, opere d’arte, quando s’accorgeva che queste venivano appetite, era per lui un’abitudine. Questo non è indizio d’animo iniquo; ma tale abitudine, se giova altrui, è funesta a chi la tiene; epperò venuto in rovina quasi totale, sapendo per aver militato più volte, di essere attissimo anche alla condotta di una guerra, desiderò ardentemente di essere spedito proconsole in qualche provincia; ma per ciò gli occorrevan danari, onde placare i debitori, i quali come vespe gli ronzavano intorno all’avito palazzo, e per nessun conto non lo avrebbero mai lasciato partire senz’essere pagati. — Ora quel Gratidiano era un suo amico, di sfondata ricchezza, il quale volendo impiegare il molto oro lasciatogli dal padre stato più volte proconsole rapacissimo, ambiva di acquistare i latifondi dei ricchi venuti in basse acque, e li angariava usureggiando. Catilina si rivolse dunque a colui per cedergli le terre e le ville che gli erano rimaste; ma quegli negò assolutamente di fare il suo desiderio.
Onde Catilina, non potendo indovinarne il perchè, e parendogli un’indegnità, e sospettando che la cagione fosse d’impedire a lui di salvarsi dal naufragio dei debiti, e di rifarsi ricco e coprirsi di gloria militando, montò in tale furore, che lo percosse fierissimamente. Nè vi fu per allora altro. Ma quel rifiuto spietato fece tale effetto sull’animo di Catilina, che l’odio non ne uscì mai più; onde andava pensando al modo di vendicarsi.
E vennero le proscrizioni di Silla, di questo salassatore sistematico del mondo romano. Per livellarlo e togliere le sporgenze e far galleggiare un partito solo, colui aveva pensato di allagarlo di sangue, come altri, in altri tempi, essendo aboliti dalla gentilezza dei costumi i mezzi feroci, pur trovarono il modo di assassinar l’Italia unificandola con mezzi violenti, assurdi, funesti, scalzando autonomie, schiaffeggiando tradizioni gloriose, condannando, quasi coscritti, a perpetue tappe i funzionarj della nazione per tramescolare le genti; alternando la pubblica alla privata miseria; creando cariche inutili per assicurare i traballanti puntelli del governo, nominando a migliaja inutili impiegati nuovi, e licenziando utili impiegati vecchi, colla paga e l’obbligo di non far nulla, per trasmutarli così in piante parassite, in sanguisughe innocenti, ma sempre dannosissime all’erario, epperò affogandoci tutti non nel sangue, ma nell’abisso senza fondo d’un debito pubblico inaudito...
Chi sia stato più rovinoso all’Italia di quel vetusto Silla a sangue, e degli odierni Silla a secco, potrà giudicarlo la più veggente posterità.
Ma si torni a Sergio Catilina e a Gratidiano.
In uno di quei giorni orridi di Roma, al confronto dei quali è poca cosa perfino il tempo del terrore passato sulla Francia esterrefatta, e ne’ quali guai a chi era ricco e del partito antisillano (chè tutti avevano il diritto di ucciderlo, e troppo spesso la ricchezza faceva che si confondessero espressamente partiti e partigiani), Sergio Catilina vide da lunge passeggiante lungo Tevere Gratidiano, sicurissimo di sè perchè era patrizio, perchè era sillano. Quella vista gli fece di tratto balenar in mente un’orribile idea. L’odio non gli si era mai spento in petto; ma in quel punto divampò con un ardore che non può avere espressione. Accelerò il passo, onde presto raggiunse il lento Gratidiano, e a pochi palmi che fu da lui, giacchè gli veniva da tergo, Fermati, gli gridò, Gratidiano usurajo; e lo agguantò di colpo, e lo atterrò, e della daga due e tre e dieci volte il trafisse e ne fece colle mani stesse uno scialacquo di sangue; e così orribilmente sfigurato se lo prese tra le braccia, e portatolo di peso alla curia dove Silla stava dando ragione dall’alto di una gradinata, assiso in una sedia d’oro:
— Prenditi, o padrone di Roma, questo verro scannato; da me scannato. Esso possedeva dieci milioni di dramme, e tanto dell’agro romano quanto misurano cento pietre miliarie. Io lo dono a te, o padrone di Roma.
E, così detto, partì senza aggiunger altro, lasciando esterrefatto perfino Silla.
Un tale delitto è orrendo, e per nessun conto scusabile nemmeno da un iniquo, quantunque vi si riveli qualche ragion mitigante. Se quel Gratidiano, pur non danneggiando sè stesso, anzi lucrando, avesse ajutato Catilina, questo, chi sa? puro di macchie, avrebbe attraversato la storia e sarebbe giunto fino a noi forse come il più gran capitano dell’antichità dopo Alessandro e Cesare. Ma queste non sono che congetture, e il delitto sta e il modo atrocissimo di esso; a tal che, pur tra quei costumi efferati dell’antica Roma, quando, divenuto Silla dittatore, per alcun tempo un’apparente calma si sovrappose al non spento Vesuvio e celò i sintomi di più tremende eruzioni, la figura del giovane Catilina passeggiante per Roma faceva ribrezzo ai timidi riguardanti. E perfino dal fratello venne aborrito e scansato; e, fatalmente, venuti a parole, mentre armeggiavano nel campo Marzio, e dalle parole ai fatti, Lucio Sergio uccise il fratello. La storia registrò che gli tolse la vita per raccogliere tutt’intera l’eredità paterna — e qui la congettura è davvero men forte della storia.
Se non che, tornato ricchissimo per la morte appunto del fratello, di nuovo si diede a profondere oro, ed ingraziarsi, colla capziosa eloquenza e coi vischiosi allettamenti dei doni desiderati, i giovinetti patrizj, che banchettavan felici con colui che pure aveva ucciso un patrizio morto in fama d’onesto e un fratello vissuto siccome intemerato.
Ma a questo era trovata la scusa, e sovente, perfin la lode; la qual cosa ci dà a pensare.
E più che mai si diede ad ingraziarsi la plebe; e i veterani, senza riguardo che fossero piuttosto di Silla che di Mario; e i miserabili avanzi della proscrizione sillana, ovverosia i figliuoli poverissimi dei doviziosi padri stati legalmente assassinati, vaganti per Roma come larve a questuare l’indispensabile obolo.
A questo momento trovavasi la vita di Lucio Sergio Catilina, quando recossi a Cesare. Allorchè Sallustio Crispo stava leggendo a Cesare un rotolo del suo Commentarium rerum urbanarum, la milesia Laja avrebbe dovuto cogliere quel punto per ritrarlo. Nato essenzialmente scrittore e ardente di fiamma intellettuale, si animava di un impeto insueto allorchè declamava o leggeva qualche cosa di proprio o d’altrui. Allora la sua faccia, bruttissima quand’era nella calma dello spirito o nella concentrazione del pensiero, assumeva qualche cosa che, mentre era refrattaria all’arte, pur riusciva ad appartenervi, soggiogandola, quasi per conquista del più forte. I ritrattisti possono destare entusiasmi strani, riproducendo di tali faccie, anche senza far gran fatica; chè i punti salienti e le stravaganze e la vivacissima movenza dan già il dipinto bell’e fatto. Sallustio aveva i capelli rossi (rufi) copiosissimi, inanellati, scendenti fin quasi ai sopraccigli, rufi del pari e densi e grossi e arcuati — parevano due sanguisughe sovrapposte agli occhi per placarne il lampo infiammato — e gli occhi aveva non grandi, ma di quel glauco venereo che accusa il moto del cervello traducentesi a un tratto in conflagrazione sensuale. La voce avea sonora, profonda come quella del leone. Tre figure più dissimili, e nel tempo stesso più attraenti e caratteristiche di quelle di Cesare, Catilina e Sallustio, non era possibile trovare nemmeno allora, nemmeno a Roma. Era il vitreo prisma triedro riflettente tutti i raggi del mondo romano.
Nato di padre plebeo, ma non poverissimo, potè questi avviarlo allo studio delle lettere greche; e l’oratore Apollodoro si meravigliò di lui giovinetto, com’erasi meravigliato di Catilina; anzi nel ginnasio, volle contrapporlo a quest’ultimo per suscitarne un’emulazione feconda; e ciò che è strano, Catilina che voleva primeggiare in tutto, non sentì mai invidia di Sallustio, forse per la propria notevole superiorità, di cui Sallustio ebbe invidia: la quale ricomparve poi, a chi ben la cerca, nel famoso libello. Sallustio era, in confronto di Catilina, quel che Cicerone era in confronto di Cesare; il soggiogatore delle Gallie e l’eroe fulminato di Perugia certo che avrebbero superati ambidue, se non avessero avuto altro per il capo.
Ma Sallustio si addentrò più e più negli studj, e con tale ardore, che sapeva a memoria i brani più insigni di Sofocle, e i passi d’oro di Tucidide e Senofonte e le oda di Pindaro e i canti afrodisiaci d’Anacreonte e alcune delle parti mirabilissime dell’artista Platone assai più che filosofo. Declamava di maniera che anche lo zotico centurione, indurito nell’armi, si faceva attento alla sua voce e concentravasi in sè e dimenticava i castri e le guerre invocate. Le più illustri dame romane gareggiavano per averlo nelle proprie dimore; e più di tutte la eminente Sempronia, famosissima allora, talchè è famosa anche oggi; quella Sempronia dotta in greco e in latino, prima nell’arte del canto e del ballo, bellissima fra tutte le belle donne tiberine, ma ambiziosa ed aspirante a potenza ed a glorie virili; il Catilina del suo sesso, in una parola; talchè ebbe poi seco a confederarsi.
Ingraziatosi il così detto bel mondo dell’antica Roma, invitato, adulato, pregato dalle donne romane a intrattenere le loro adunanze perchè era anche eloquentissimo e audace nella disputa, onde, anche per la voce sonora, spesso metteva altri a tacere; si sentì portato all’eleganza, e, venduti gli augusti poderi aviti, tutto si diede al lusso ed agli amoreggiamenti, e, credendosi avvenente, si condusse come se lo fosse, e raccolse i premj dovuti alla sua fiducia. Usufruttando la fama di giovine dottissimo, credette opportuno di continuare quel Commentario romano che non sappiamo da chi sia stato iniziato primamente in Roma.
Divenuto ricco, accrebbe le eleganze e sdrucciolò alle dissolutezze, pur tra la toga azzimatissima e i compri e non compri baci innestando il greco di Tucidide e le armonie d’Omero.
A guardar certe apparenze e lasciando inesplorato il profondo dell’animo, parrebbe di scorgere qualche somiglianza tra Sallustio e Foscolo. L’eminente Sempronia, nelle pieghe del cui peplo il Romano inciampò, parrebbe somigliare a quella lombarda inclita patrizia, dotta in molti idiomi, bella come Venere, dalla cui rete afrodisiaca si lasciò prendere l’Italo-Greco moderno.
Ma, a non trarre altrui in inganno, giova il dir tosto che la generosa figura di Foscolo nè deve nè può entrare nell’accennato confronto.
Solo, certe somiglianze personali e talune abitudini della vita privata e l’eccellenza nell’arte e la fama non moritura di ambidue, ci suggerirono questo fuggitivo raffronto.
Ma Sallustio nacque povero e morì ricchissimo e di ricchezze derivategli dalle genti espilate; laddove Foscolo nacque agiato e morì in esilio e poverissimo, senza ottenere un frutto delle sue opere, indarno celebrato.
Sallustio fu il satellite perpetuo di Giulio, lo seguì, lo adulò, lo incensò quasi nume. Foscolo invece stette solo in piedi in mezzo all’universo prostrato davanti al Cesare moderno. — È questa una solenne grandezza che lo redime di tutti i suoi peccati.
Ma si ritorni al Cesare antico.
IV. ATTICA ACCADEMIA DI MUSICA E POESIA NEL PALAZZO DELL’EMINENTE SEMPRONIA.
Nelle aule del palagio di Sempronia, eretto sull’aristocratico Palatino, per l’ora della primæ noctis intempestæ ad mediam noctem era stata invitata la classe più alta, più elegante di Roma, onde assistere ad una attica accademia di musica, di canto e di danza. L’eminente Sempronia prediligeva tutto ciò che richiamava la Grecia, nell’idioma della quale ell’era insigne.
Gemeva Roma divisa in più partiti, la miseria affannava crudelmente le derelitte plebi, gli odj imperversavano tra gli uomini nuovi e la classe senatoria, e fervevano odj e inimicizie implacabili pur tra senatori e senatori, tra patrizj e patrizj, tra console e console: era una guerra di tutti contro tutti; guerra che perdurava per l’arbitrio dei prepotenti che tutto avevano invaso, per la maestà delle leggi strascinata nel fango, per la dea Giustizia esule dal suo tempio, e fatta oggetto di scherno, ridotta qual era a larva di minaccia senz’ajuto di pene inesorabili. Eppure su questo fondo procelloso, su questa immensa negra acqua acherontea non mancavano le apparenze di un perpetuo gaudio, di una ricchezza babilonese inesauribile, e i circensi costavano tesori; ed Emilio Scauro spendeva duemila talenti per l’erezione di un teatro temporario, ornato di trecentosessanta colonne e di tremila statue; e le tuniche, e i pepli, e i flammei, e le vesti femminee accusavano l’oro profuso, per le perle e per le gemme dell’Indo, e i coralli e le cocciniglie dell’Eritreo.
È a un tale spettacolo che assisteremo nelle aule della eminente Sempronia.
Nell’ora seconda della notte esse cominciarono ad affollarsi.
L’aula magna mostrava nel pavimento un mosaico di Eraclito, scolaro di Sosos, rappresentante le danze efesie; nella vôlta, era assiso un Apollo citaredo tra le nove Muse, dipinto del greco Marco Plauzio Ceta.
Sei giri di sedie dorate stavano disposte a gradi e in emiciclo — nel mezzo era quel che diremmo l’orchestra, per chi doveva suonare, cantare, declamare; a questa si accedeva per una porta, attraverso la quale, quand’era dischiusa, vedevasi una lunga fuga di sale, tutte quante illuminate. Una reggia d’oggidì appena potrebbe venire al confronto di quelle magnificenze d’allora. E venne l’ora che l’emiciclo fu tutto gremito di viri togati e di pretestati giovinetti e di matrone e di fanciulle. Brillavano di gemme le zone ond’esse avean cinti i fianchi; alcune portavan la vitta o il reticolo, foggia adoperata a far pompa della stessa prolissità delle chiome, sotto colore di nasconderle:
Vitta coercebat positos sine lege capillos;
altre avean coperto il petto del capizio, e dei suoi nodi s’eran strette a dismisura per comparire più gracili e più aggiustate di vita:
Demissis humeris, cincto pectore, ut graciles fient.
Gli uomini di toga e di spada, allora già famosi in Roma, comparvero ultimi, il che, o per vanità o per altro, fu sempre fatto dagli antichi e dai moderni, e si adagiarono su certi stalli di greca fattura addossati alle pareti laterali dell’aula. Comparvero Pompeo e Lucullo; comparve Pomponio Attico; elegante la toga di un partito di pieghe che sembrava preparato da Fidia, si mostrò Ortensio, l’oratore numeroso ed a cadenze musicali, e nel quale più che il genio impetuoso dell’eloquenza valevano i lenocinj dell’arte la più ricercata, e nelle vesti appunto ne mostrava riprodotto lo stile; ed entrò Marco Tullio Cicerone, a cui tutti volsero gli sguardi. E in vero, che malgrado il vario frastuono dell’aula magna, e l’impaziente aspettazione degli intervenuti, e i discordamenti accordati de’ suonatori già comparsi in orchestra, soffianti nelle trombe argive ed egizie, e ne’ flauti frigj, e pizzicanti cetre e formingie e testudis e magadis e anacreontici bárbiton, siam costretti a fermarci più di quel che comporterebbe il momento innanzi a questa grande tanto quanto eccezionale figura dell’antichità.
Esso aveva la fronte amplissima e sì sporgente alle regioni del sopracciglio, che gli occhi parean protetti da una tettoja; e quelli avea profondi e di smorta luce e accusanti miopia, chè solea stringerli ogni qualvolta mettea attenzione nel guardar qualche cosa. Pure da quella cavità profonda e da quella semispenta luce, usciva di tant’in tanto un baleno specialissimo di arguzia gioconda e amabilmente ironica, che pareva rivelasse un perpetuo e filosofico sorriso dell’intelletto.
Il quam ridiculum consulem habemus onde Catone ebbe a definire poscia in pieno Senato il carattere di Cicerone, manifestossi in quella stessa notte, appena ei si mise a sedere tra Pompeo e Lucullo, chè, girato lo sguardo intorno, tosto, parlando sottovoce con loro, liberò il volo a tali celie e scherzi ed epigrammi, che Lucullo rideva ad ogni sua parola, e Pompeo, che non avrebbe voluto compromettere la dignità imperatoria con risa scomposte, s’affannava a comprimerle, onde, per la legge appunto della compressione, più violento che mai e plebeo gli scoppiò un cachinno, che fece volgere su di lui tutte le pupille delle dame romane.
Di lì a poco entrò Clodio, il giovinetto Clodio tanto bellimbusto, azzimato e amante riamato delle tiberine beltà, quanto facinoroso e accattabrighe sanguinario. Nessuno, nemmeno il più esperto investigatore d’indoli umane, avrebbe potuto indovinare quel che stava sotto a quelle formose apparenze; e come le chiome di femminile mollezza e il volto imberbe di etrusca perfezione potessero dissimulare un carattere sì feroce e protervo, e un cuore fatto d’agata, assai più che di ferro. Soltanto la qualità della sua voce poteva renderlo sospetto: chè quella non era nè maschile nè femminile, e mandava de’ suoni misti come se fosse ancora in quella età critica in cui l’adolescenza si svolge alla gioventù; e anche l’occhio, sebbene di linee fidiache, mandava tratto tratto un guizzo di luce sinistra e serpentina, che tosto si spegneva, quasi che una pellicola simile a quella dell’avoltoio discendesse a coprirne la pupilla.
E in compagnia di Sallustio apparve Catilina. Il primo si recò nell’orchestra. Catilina, torbido e accigliato e manifestamente convulso, se ne stette in piedi, chè tutti gli stalli erano occupati.
Entrato quasi di celato alcuni minuti prima, aveva gettato l’occhio lungo i gradi dell’emiciclo dell’aula magna per vedere se vi stesse già seduta la sua Aurelia Drusilla, non la Dorestilla di cui parla Sallustio, e che era già stata abbandonata da Catilina; — ma Aurelia non vi era. Chi gli stava presso s’accorse che, messosi l’indice tra’ denti, se lo compresse. Irrequietissimo uscì di nuovo, percorse tutte le sale, discese alla soglia del palazzo. In quel punto per sua fortuna, Aurelia balzava a terra dall’aureo cocchio, preceduta da due servi e accompagnata dall’ateniese Armodio, suo commentatore quotidiano di Omero ed Esiodo e d’Aristofane e dei tre tragedi. Catilina, tramutatosi in viso di tratto e mandando luce dagli occhi e sorridendo, le si mise d’accosto; ma, a un tratto:
— Tu, di recente, hai versato lagrime, le disse.
— Sì, rispose Aurelia, e ognora ne verserò finchè Tullo non sia mandato a militare in qualche remota provincia.
— E che dunque avvenne?
— Quel che un tempo ogni dì, prima che venisse a morte l’infesto Cetego; e il figlio è peggiore del padre, ed è mio figlio. Nessuna madre al mondo fu mai tanto bistrattata come da costui. Però tu ne sai la cagione, o Sergio.
Catilina si rifece cupo; seguìto dall’ateniese Armodio accompagnò Aurelia presso Sempronia, la quale in solitario recesso stavasi provando al canto accompagnata dal citaredo Psosias. E tosto Sempronia si recò nell’aula magna, insieme con Aurelia, che pure doveva aver seggio nell’orchestra, come la più insigne, in quel tempo, suonatrice di simikion, specie di lira da quaranta corde accordate all’ottava a due a due.
Appena Sempronia e Drusilla si mostrarono in orchestra, proruppe un lungo applauso, al quale successe il più profondo silenzio; e comparve allora Giulio Cesare; un prolungato bisbiglio femminile turbò il silenzio alla comparsa di lui, che non a caso venne ultimo.
Anche nel secol nostro fu notato che gli uomini i quali furono o vollero diventare illustri, sempre, quasi sovrani, comparvero ultimi ai ritrovi e ai banchetti e alle feste cui erano invitati. È il desiderio ognor vigile che li affanna di staccare sul fondo della buja folla come individualità raggianti. Alle mense della veneziana Teotochi, lord Byron, questo Cesare non riuscito, fece sempre attendere per più di mezz’ora i commensali mormoranti d’impazienza.
Giulio Cesare, non vedendo stalli vuoti, si collocò, stando in piedi, presso a Catilina. Sallustio era entrato in orchestra, e del suo vale sonoro diretto a Sempronia e Drusilla echeggiò tutta l’aula magna.
E proprio dirimpetto a Catilina, tra il vano d’una porta d’ingresso e lo stallo dov’era assiso il maestoso Pompeo assai più che Magno, venne a piantarsi un giovinetto in pretesta, dalla faccia fierissima ed arrotante gli occhi come bissonte provocato, e li fissava su Catilina sfacciatamente.
Figlio del defunto Cetego e di Drusilla Aurelia, matrona di appena trentatrè anni, e insigne di non superabile beltà, talchè pareva non varcasse il quinto lustro, egli odiava Catilina, quantunque il proprio zio fosse amicissimo di colui, di un odio che anelava di tradursi in atti di sangue — l’odiava per il disdoro che la madre propria si fosse invaghita di uno scellerato sanguinario, e più forse perchè, doviziosissima qual ella era, veniva a metter tutto nelle mani dilapidatrici di colui che, per forza, voleva diventargli marito. Tra il figliuolo e la madre i dissidj e le rampogne e le ingiurie duravano assidue da tempo, e un dì ei si lasciò trarre a percuotere il bellissimo volto materno, ond’essa, apertasi con Sergio, questi giurò di mettere in brani quell’adolescente furioso.
Ma eran già aperti sui leggii i rotoli della musica, i cui segni stavano a quelli d’oggidì, ossia alle note di Guittone d’Arezzo, come i numeri latini agli arabici. La musica romana, che era pur sempre la greca, constava nientemeno che di 845 segni, così per le voci come per gli strumenti, e venivan rappresentati dalle lettere dell’alfabeto, naturali, rovesciate, inclinate, accentate, dimezzate.
L’accademia doveva aver principio da una sinfonia composta dal citaredo Psosias, d’Atene, il quale, chi mai lo penserebbe? ad onta che l’idioma della vocale sua patria, tutto soave di eufonie, e già musica per sè solo, avesse dovuto di preferenza innamorarlo della melopea, pure, al pari del più irto contrappuntista tedesco, s’affannava di comparir dottissimo nella ritmopea; la quale da tutti i musici greci era stimata più importante degli stessi pensieri e delle stesse idee. Era già l’arte della decadenza ellenica, per la quale vennero nel massimo dispregio i canti semplicemente sublimi che avean messo il tumulto nei cuori dei contemporanei di Sofocle. Nulla v’è di nuovo sotto al cielo, e la grandezza dell’arte che sta nel semplice, essendo sempre dono di pochissimi, tosto dall’impotente mediocrità viene disprezzata, perchè gli uomini in ogni sfera e dell’azione e del pensiero e delle sue diverse discipline ostentano di tenere in nessun conto quel che sono impotenti a raggiungere.
E per verità, che quella sinfonia, sebbene perfettissimamente eseguita, non piacque troppo all’uditorio, e dispiacque a Cesare intendentissimo dell’antica musica greca; a tal che non si tenne in silenzio, e: — Bene, optime, gridò a Psosias colla sua voce armoniosamente sonora, — tu sei profondo al pari d’Archimede; — ma quegli coi numeri di Pitagora e coi segni d’Euclide aperse nuovi cicli agli umani intenti. — Tu invece, a chi servi tu? l’arte non deve servire che all’arte — officio della musica è di esprimere alla sua maniera i pensieri e gli affetti. Tutti i tuoi greci poeti furono sommi perchè fecondarono di idee e scossero di efficaci commozioni chi li leggeva e li ascoltava. Ma tu e i tuoi Greci moderni riduceste la musica ad un vuoto e sterile rumore. Tuttavia, sei dotto, o Psosias — e ammiro le tue fatiche; bensì mi lagno teco, perchè, percuotendomi l’orecchio, mi opprimesti il cuore, vietandogli che battesse più alacre. Ed ora salvaci tu da tanto gelo, o eminente Sempronia, col tuo canto divino; e tu pure, o Aurelia, dalle dita vocali. —
Allora assurse la eminente Sempronia. Ella fu la prima forse tra le donne tiberine ad ottenere in dono dai concittadini quel predicato di eminente. Questo le fu concesso e a significato delle doti eccezionali della decòra forma, e delle virtù dell’intelletto, e delle tre Grazie che pareano averla tenuta in custodia fin dalla culla; ed anche perchè, a sollievo di chi non voleva toccar l’accusa d’adulazione, essendo nata a Tivoli, derivava dai luoghi eminenti della campagna romana e da’ suoi dolci colli. Anche oggidì si chiamano eminenti a Roma le donne cresciute sugli alti suoi poggi. Sempronia, che i devoti amanti chiaman diva, avea questo di specialissimo, che rendeva completamente il tipo antico e perpetuo della donna romana; quella tremenda austera beltà che già tenne Clelia attraversante il Tebro sotto i dardi nemici, e nel tempo istesso nell’arco del sopracciglio e nel suo frequente aggrottarsi qualcosa che richiamava la erinnica Tullia trasvolante sul cocchio parricida. Il volto di Sempronia, precisamente come si osserva anche oggidì nelle più belle Tiberine, era il trionfo della legge dei contrasti, la legge massima dell’arte; severa e chiusa in sè, pareva una divinità sdegnata che fulminasse i mortali. Ma se appena il sopracciglio si alzava e tremolava il raggio della pupilla e il sorriso rivelava il tesoro dei denti eburnei, tosto pareva dischiudersi un luminoso olimpo; a tal che quel repentino trasmutamento aveva, quasi diremmo, tutti i caratteri d’una solennità.
Non aveva che ventisei anni, e com’era il trionfo della bellezza era anche il trionfo del peccato:
E il peccato era in lei fatto natura.
Orfana di padre e di madre e ricchissima, sebbene fosse liberale di soccorsi ai miseri, la sola virtù morale che avesse, non isdegnò i lautissimi doni de’ suoi amanti, presentantisi talvolta in processione, e paghi, sebbene fossero consoli e proconsoli e sacerdoti di Giove e d’Apollo e duci dei cavalieri, di ottenere una minima quota dei suoi sguardi, che dall’alto faceva cadere su di essi quasi fossero pioggia d’oro. Era tempra di Semiramide colei, dall’ampia mente fatta al dominio, e dal cuore non mai commosso proclive alla tirannia. Pure avea una strana deferenza per Sallustio Crispo, deferenza, non amore, perch’egli sovente doveva pure acconciarsi ad essere spettatore di erotiche accademie.
Ma se lo storico sembrò ai posteri fatto di diamante, l’uomo ai contemporanei apparve duttile come verga di sanguinella.
Annunciata da un preludio suonato da Drusilla sul trigono, ella cantò un canzoncino di Anacreonte.
In quel canto, perchè le regole trovate dall’arte non sono che una riproduzione della natura, v’era quasi tutto ciò che si ammirò nella musica posteriore. Ella sfoggiò scale ascendenti, ossia l’Agoge, e dalle basse balzando di tratto alle note alte con felicissimi ardimenti, si fece ammirare in quella che chiamavasi Ploke, e il limpido zampillo della voce prolungava sulle note tenute con inalterabile eguaglianza, per virtù della Jone.
Dopo di lei Drusilla, accompagnata dal flauto frigio, suonò un concerto sul simikion; e Psosias toccò la cetra, in cui era inarrivabile, provocando le lodi di Cesare, che esagerò per compensarlo del rabbuffo onde prima lo aveva investito, e del quale erasi pentito, perchè troppo gli premeva di non inimicarsi nessuno.
Ci fu un quarto d’ora di riposo.
Catone, il rigido Catone, che aveva passeggiato nelle altre aule, involandosi dispettoso alle blandizie della musica ch’ei soleva chiamare effeminatrice d’eroi, comparve sulla soglia perchè seppe che Sallustio Crispo, l’incomparabile declamatore, stava per esporre il terzo canto dell’Iliade. Comparve, prese una sedia, s’accostò all’orchestra, e, incrociate le braccia, stette ascoltando attentissimamente.
Sallustio, annunciato che quel canto della Iliade era una traduzione di esametri latini di ignoto scrittore, cominciò la recitazione. Più che le donne stettero attenti gli uomini di spada.
Agli esperti, a Cicerone in ispecial modo, parvero stupendi e di nuova eleganza quei primi esametri; e mirabilissimo quel passo onde Ettore investe Alessandro di contumelie:
E non la cetra
Ti gioverìa, nè quelle ciocche e il viso,
Nè Venere e i suoi doni, ove la polve
Ti contamini in campo. Oh se i Troiani
Fosser men sofferenti, io ti vedrei
Vestito di una grandine di pietre
E pagato oggimai d’ogni lor lutto.
Gli esametri latini recavan forse davvero questa perfettissima concinnità dei versi Foscolani.
Onde l’artista Cicerone non seppe trattenersi, e gridò:
— Non v’è poeta antico del Lazio; non Ennio, non Nevio, non altri, che abbian scritto di tali carmi. Però se tu sei il felice traduttore, o Crispo Sallustio, giacchè so che tieni altissimo ingegno, dillo, ch’io ti bacerò sulla fronte.
— Non io, rispose Sallustio, ma è Giulio Cesare astante, che ora mi fulmina degli occhi perchè ho tradito il suo segreto. Ei me li diede a leggere, facendomi giurare che a nessuno al mondo li avrei mai dati a vedere. Ma se a rompere un tal giuramento ho bene operato, lo dica il tuo senno, o Marco Tullio; e Cesare mi perdoni.
E Cicerone attraversò tutta l’aula, si fermò innanzi a Cesare, e, alzatosi, lo baciò in fronte, esclamando:
— A grandissime cose sei nato, o Giulio, io te lo annuncio..... e sempre ti circondi Venere de’ suoi raggi, Venere la tua grand’ava celeste. —
Proruppe un lungo applauso, e le fanciulle tenevan gli occhi intenti sul giovinetto Giulio; che, stringendo la mano a Tullio, chinò il capo girando lo sguardo intorno a ringraziar l’uditorio, ma con tale maestà, che sembrava prenunciasse l’agitar della testa del Giove futuro.
E l’accademia vocale, istrumentale e poetica si sciolse, e dai gradi dell’emiciclo discesero matrone e fanciulle; e tutte precorse da famule eleganti, che dovevano apprestare altri seggi, passarono nell’aula delle danze.
L’ora era tarda, l’inclinatio mediæ noctis era già sopravvenuta. Si cominciarono le danze, delle quali era conduttrice l’instancabile Sempronia. Si produssero balli egizj, incessi etruschi, danze argive. La decadenza di quest’arte non era ancora avvenuta; toccava infamarla all’osceno Nerone. Ma allora, tuttavia, segnatamente nella danza argiva, le movenze, gli atteggiamenti, i passi, il girare e l’inclinare delle teste, la flessione delle braccia, il piegar delle dita, tutto si proponeva l’intento di suggerire alle arti plastiche giri di linee elegantissimi e scelti contorni e lievi protervie dissimulate da casti sguardi.
In ultimo comparvero Sempronia e Drusilla in costume di Niso ed Eurialo venuti a gareggiare in mezzo ai giuochi del campo dì Enea; e danzarono accompagnandosi coi crotali che dall’antico Ilio eran passati in eredità alla gente latina. Fremettero a quel ballo audace (primo annuncio di decadenza) i giovani romani, e acuti ardori li investirono allo spettacolo di quei popliti fatali e di quelle pafiche gambe, tradite agli sguardi dalle lievi e brevi tuniche che si alzavano troppo spesso. Ma più di tutti fremette Catilina di forsennata fiamma; e fremette il sedicenne Cetego maledicendo alla beltà materna.
E sangue, scellerato sangue, apprestò quella danza.
V. L’IRA DI CETEGO.
Come cessò quella danza fatale, cui susseguì un urlo d’applausi baccanti; e intanto che si disponevano a novi balli, novi attraenti côri di alfesibee e alfesibei, Giulio Cesare fermò Catilina.
— E perchè, gli disse, ti aggiri irrequieto e terribile, così che sembri un tigre bramoso?
— Tengo l’averno qui — quegli rispose, premendosi il cuore col pugno serrato.
— Ma e la gloria della donna tua non ti lusinga invece? non ti accomuna agli Dei?
— Sì, tutto che vuoi.... se non vivesse quell’irto cignale di fanciullo che tu vedi or là... in fondo...
— È il figlio di lei. — Impara dunque a sopportarlo.
— Lo tentai; mi feci acuta violenza; ma colui non sopporta me... nè la madre... e un dì fu sì feroce e codardo che la percosse in volto. Però ei deve andar sotterra, e presto.
— Ami tu Aurelia davvero?
Catilina guatò Cesare con lampeggiante pupilla, e:
— Tu me lo chiedi?... Roma, l’Italia, il mondo, tutto che sta in cielo e in terra, manderei in isfacelo io... per questa donna, a me, oltre ogni umano pensiero, dilettissima. E così dicendo, strinse della propria con sì tenace stretta la mano di Cesare, che questi ne diè segno doglioso in un fuggitivo aggrottare del ciglio.
— Senti, Sergio, disse allora Cesare... Io mi propongo di renderti amico e ligio il giovane Tullo, se concedi che in questa istess’ora io gli parli. — Vedi ch’ei sta in profondo abboccamento colla giovanissima Servilia, sorella a Catone; terrestre Ebe che lui infiamma d’amore, come Roma vocifera. Non v’ha macigno che, tocco in sì rovente bragia, a placito nostro tosto non si squagli.
— Hai seco parlato altre volte?
— No.
— Dunque vedo che non lo conosci, se credi ammansarlo. Però, se ci riesci, ti ringrazierò ammirando.
E Cesare, lasciato Catilina, scansando con leggiadria i danzanti côri, s’accostò ai due giovani. Ei non aveva mai parlato nè con l’uno nè con l’altra; inoltre, è quasi ingiunzione di legge, l’aliare disattenti e inconsapevoli e ciechi intorno a due che sieno infervorati in amoroso colloquio. Ma Cesare invece infranse la legge di colpo, e si fermò innanzi ad essi, e li guardò fisso; ma con sì benigna movenza di pupilla, che nè a Servilia nè a Cetego venne in mente di chiamarlo importuno; — e Cesare, inclinatosi tra l’una e l’altra testa:
— Cari colloquj io interrompo, soggiunse, ma contemplandovi invidioso da lungi, sentii la necessità di gratularmi con te, o giovinetto Cetego, che tanto premio ti meritasti; e con te, fanciulla, che Ebe a me sembri: Ebe dalle chiome fragranti di nettare e ambrosia, fidente in costui, il quale mi sembra una promessa di Marte.
Sorrise a Cesare Servilia d’ineffabile sorriso, pur tacendo, l’animo grato le brillò nella pupilla: e Cetego li fissò pure, ma di uno sguardo involontariamente fiero; chè natura gli aveva per tal modo modellato il fortissimo ciglio, che mal poteva atteggiarsi a dolci movenze: e codesta fierezza, che pareva dovesse renderlo inamabile alle donne, era quella appunto che le traeva a sè, dominandole, e sovente anche involontarie.
— Belle parole tu ne dici, o Cesare, esclamò poi... ma se son belle pronunciate da te, ben migliori sarebbero, e a me più profittevoli, se venissero dalla scellerata mia madre, e dall’inflessibile fratello di costei.
— Nè tua madre è scellerata, nè inflessibile è Catone. Però, se lo concedi, vorrei per poco trattenermi teco.
Dopo queste parole, Servilia essendo stata invitata a nove danze, Cetego s’alzò, e:
— Sono con te, soggiunse; ma già ti avviso che tu alimenti impossibili speranze. Non c’è altro che il ferro, nè altra dea che Nemesi a cui mi affidi.
Cesare precedette, recandosi sopra un terrazzo del giardino pensile. Cetego il seguiva; ma il giovinetto Clodio gli si attraversò allora dicendogli:
— Che vuol Cesare da te?
— Lo saprai.
— Bada che i miei servi son pronti.
— A che i servi? Basto io solo in ogni modo.
— No, Cetego. Colui ha sempre seguaci numerosi di notte. Provvedi a te.
— Ora attendi. Tosto ritorno.
Il palazzo di Sempronia sorgeva sovra un dei più alti declivi del monte Palatino. Dal terrazzo ove Cesare erasi recato, vedevasi gran parte della sottoposta Roma, quella segnatamente che da porta Romanula si estendeva fino alle stazioni dei municipj. Nereggiavano sull’azzurro cielo in gigantesche proporzioni la basilica Porcia e la Opima e la Fulvia Emilia; illuminate dalla luna, potevansi contar le colonne del tempio degli Dei Penati e di quello di Castore e Polluce e della curia Ostilia. Cesare, a guisa di chi vagheggia un latifondo cui sospira di possedere, osservò, prima di parlare a Cetego, quella maestà romana accresciuta dalla notte e dal cielo profondo e dai confini indeterminati pel giuoco delle tenebre in contrasto colle varie ed ampie macchie bianche della luce lunare. — E questa posò sulle figure di Cesare e di Cetego, tagliando il viso di quest’ultimo, di maniera che la parte inferiore era in ombra, spiccando netta la superiore, la quale pareva uscire, come di soppiatto e sospettosa, da una selva densissima di capegli a larghe anella, che, al par di quelli che si vedono nel busto di Lucio Vero, aveano la loro radice a mezza fronte, e insieme coi sopraccigli congiungentisi fitti all’inizio della linea nasale, davano un aspetto terribilmente fantastico a quella testa giovanile, cui Cesare artista ed esploratore di caratteri guardò a lungo; e in guardarla, parea pensasse: Or vedo che le mie saran parole al vento.
— Dimmi, o Cetego, entrò primo a parlar Giulio Cesare, hai tu fiducia in me?
— Più di quella ch’io ho in altri, perchè tu sei il più giovane di quanti hanno già qualche fama in Roma.
— E non per altra ragione?
— Sì, anche pel tuo ingegno, come assicura il greco Armodio; e perchè sei il primo nel cogliere il bersaglio col pilo; e perchè sei il solo che freni il cavallo pancia a terra tenendo le braccia intrecciate dietro le terga.
— E non per altro?
— Altro non so di te... Ma della giovinezza in fuori... nessuna tua virtù mi aggiunge fiducia... perchè quelle che ti ho accennate, se saranno utili a te, temo possan riuscire dannosissime agli altri.
— Sebbene tu mi dica ingiuria, pure mi congratulo teco che in sì giovane età parli, se non con senno verace, certo con tutte le apparenze e le scaltrezze di un senno che par fatto d’esperienza.
— Chi rimane orfano ancor fanciullo, impara assai prima degli altri a vivere e a giudicare degli uomini. Io poi non ebbi che affanni e dolori atroci nella casa mia... Mio padre morì trentenne... e ancor ne ignoro il come.
Qui Cetego stette muto un istante, poi ripigliò:
— Sventuratissimo colui che nacque da madre bellissima, la quale, giovane tuttora, vede crescersi innanzi, quasi assiduo rimbrotto, un figliuolo di tale apparenza ed aitanza e forza, che minaccia di farla parer vecchia innanzi tempo.
— Ami tu la madre tua?
— No.
— E perchè?
— Per corrispondere all’odio suo...
— E come puoi credere ch’ella t’odii?...
— Insultando alla propria fama, ella insulta alla mia... però mi odia...
— In che modo insulta alla propria fama?... Il suo nome echeggia dovunque in suon di lode...
— E di che lode mi parli tu?... mal t’infingi, o Cesare... e concedi troppa importanza al fatto che nella vita mi precorri di sette anni. Ma pensa che la mente mia è forte e scaltrita, come è virilmente muscoloso codesto mio braccio gladiatorio. Guarda, o Cesare — e squassò al chiaro di luna il suo braccio dritto, di sì poderosa apparenza, che se allora vi fosse stato il dinamometro, esso ne avrebbe di tratto oltrepassato la misura.
— Se la densità delle braccia fosse espressione d’intelletto..... Ercole sarebbe Apollo..... Ajace avrebbe cantato Ilio invece di Omero.... Burro, il gladiatore, tuonerebbe dai rostri come Tullio.....
— Degli altri io non so... Ben di me so questo... che mi sento uscito d’adolescenza, e, precorrendo natura un buon tratto, or mi trovo compiuto sì di fuori che di dentro e nel corpo e nell’animo al par di chicchessia... E guai a chi s’attentasse insultarmi.
— Lode a te, o Cetego; ch’egli mi sembra sii stato battuto all’incude, dove già stridette il ferro di Mario. Or se tu sarai quel che or sembri, Roma dovrà gloriarsi del nome tuo.
Queste cose diceva Cesare; ma nell’intimo provò in quel punto per Cetego la stessa inesplicabile avversione che Silla aveva sentita per lui; ma Silla aveva palesato quel che Cesare dissimulò con arte profondamente lusinghiera, intanto che a Cetego porgeva la mano, la quale non fu respinta, ma nemmeno accolta dall’arcigno fanciullo che tosto soggiunse:
— Non posso stringere la mano che stringe quella di Catilina. — Anche di ciò mi loderai, o Cesare?
— Ammiro la tua sincerità selvaggia, non l’errore del tuo giudizio...
— Io detesto Catilina, assassino e fratricida. E tu, Cesare, ti contamini della sua velenosa dimestichezza.
— Tu non lo conosci; nè conosci i fatti che detesti. — Ti do tempo sette anni a darmi ragione.
— Nè sette, nè settanta. Odio quell’uomo, e l’odio mio è fatto disprezzo. Però da questo punto, guaj se egli s’attenta di riporre il piede nella casa degli avi miei. Sulla soglia di quella io farò di lui quel ch’ei fece di Gratidiano in riva al Tevere. Lo giuro ai numi dell’Averno; ad essi consacro il suo capo scellerato.
— Ma dimmi, o Cetego, hai tu il diritto di vietare alla madre tua di venir sposa a quell’uomo che più le piace?
— Ne ho la volontà, se non ne ho il diritto; se poi tu parli di Catilina, anche il diritto è con me.
— E credi che Aurelia tua madre debba obbedire a te, quasi a padrone?
— Non a me padrone, ma più che a padrone, al tiranno onore. E in forza di questo io comando nella casa dei Cetegi.
— E Servilia? Non pensi a Servilia?
— È a lei che penso, e se Catone mi è avverso, non è già perchè io sia Cetego, ma perchè sono il figlio dell’amante di Catilina.
— E se io parlassi, e se Catone non opponesse più l’inesorabile sua parola ai desideri tuoi... e se la divina Servilia diventasse tua moglie.... allora, pago di te stesso, non ti placheresti con tua madre, col suo marito futuro?...
— Marito futuro? Ma chi è, ma chi ha ad essere costui?
— Non andare in escandescenze, o giovinetto; e giacchè ti credi già degno della toga virile, fa che a me non sembri di soverchio la tua pretesta. Or su, dêssi far senno e provvedere al tuo avvenire, pel quale già temo.
— Altri piuttosto dee tremar per il proprio.
— Tu sarai padrone nella casa tua. Io farò in modo che l’intero asse paterno venga tosto nelle tue mani; nè altri ti debba più governare. Questo ottenendo, come puoi tu pretendere che altri debba essere tuo schiavo?
— Non m’importa nè d’asse paterno, nè di libertà, nè di padronanza, nè d’altro; quel che ho detto, ripeto, e quel che voglio, esser deve. Intanto, io ti prego, o Cesare, di riferire a Catilina, che se questa notte pensasse mai di toccar la soglia della casa dove io sto.... là si fermerebbe cadavere, nel proprio sangue immerso.....
— Ti credetti acciajo da Mario... Or non mi sembri che zanna da tigre. Però ti rinselva, e fa la tua strage se ti riesce. E Cesare, senz’altre parole e senza saluto, lasciò Cetego sul terrazzo.
Le danze proseguivano. Cesare attraversò le sale, venne a Catilina, e:
— Nulla c’è a fare.
— Ben te lo dissi.
— Or devi star sull’avviso, o Sergio. Colui ha propositi di sangue, se tu non rinunci a Drusilla, se non rinunci a metter piede nella casa dei Cetegi.
— Quando così si vuole, quasi urlò Catilina allora, domani ella sarà mia sposa... e stanotte dormirò nella casa dei Cetegi. E lui, lui stesso padrone ultimo dell’antico palagio, getterò dalla torre che guarda Tevere; e lunge lo scaglierò, come Pirro fece d’Astianatte, ed Ercole di Lica. Lo giuro ai numi.
— Lascia i numi lassù, e a te provvedi. Ma le aule si vuotano, chè l’ora del conticinium è presta. Che pensi di fare or tu? Attendere il diluculum, o uscir tosto?
— Uscir tosto, e in modo che Cetego se n’accorga. Spesso lo vidi in colloquio con Clodio, il quale mi guatava bieco. Vo’ vedere se avran l’audacia di seguirmi.
— Attenditi il peggio, o Sergio.
— Ho braccia strenue e daga sotto la toga, com’è mio costume di portar sempre; e una siepe di giovani indebitati che strappai sovente alle ugne dell’usurajo.
— Ed io verrò teco.
— No, piuttosto veglia in disparte, e governa le fila non osservato.