LA GIOVINEZZA
DI GIULIO CESARE.
VOLUME II.
LA GIOVINEZZA
DI
GIULIO CESARE
SCENE ROMANE
DI
GIUSEPPE ROVANI
VOLUME II
MILANO
LEGROS FELICE EDITORE
Via S. Sofia, 29
M DCCC LXXIII
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Tip. già D. Salvi e C., Via Larga, 19.
I. GORDIENE.
Eran corsi più giorni che Marco non vedeva Gordiene; e come al mattino era disceso per accostar l’orecchio alle porte del sotterraneo, e invitare Gordiene, nominandola, a fargli sentire il caro suono della sua voce, così non potè trattenersi in quell’ora del post meridiem, dal ripetere quella visita; e, di volo attraversata la casa e disceso, si soffermò innanzi alle porte dietro cui stava chiusa la fanciulla sua, e così sostando, pareva ripetesse quel vetusto motto: Si deam nequeo, templum adoro. Ma data e ridata e ripetuta più volte la consueta parola, non udì rispondere la voce consueta. Stette in una terribile apprensione. Un turbinìo fracassoso di voci diverse echeggiato dalle volte di quegli antri risuonava fino a lui; ma il suono ch’ei voleva e sapeva pur distinguere in quella sì romorosa confusione, non uscì.
Risalì, venne al cavedio; era affollato di clienti, di schiavi e servi. Chiese del padre, i servi erano muti; chiese di Gordiene, i servi erano muti; e strettisi in ischiera, si allontanarono da lui ritraendosi in un angolo. Se non fosse stato Marco dalle braccia di Milo, i servi avrebbero osato avventargli ingiurie, chè il tetro Publio ognora li eccitava contro il figlio, come chi aizza de’ sanguinari veltri ad assalire un passaggero sospetto. Ma essi temevano Marco. Questo, senza sgridarli, chè a ciò non aveva nè volontà, nè tempo, s’accostò alle stanze paterne, avendo dalla bocca stessa di Gordiene appreso come il padre le ordisse continue insidie. S’accostò; udì la voce del padre forte, aspra e roca nel tempo stesso; udì la voce di Gordiene alta, vibrata, minacciosa e tuttavia ancora attraente; udì un fremito come di grosse minugie sui legni cavi attrite dagli archi nel tono più basso; e la voce virile e la femminile staccarsi da quel fondo di note cupe, che non erano effetto d’arte musicale, ma espressione spontanea e non voluta di spavento e di terrore.
Marco non pensò all’ingiuria che stava per fare al padre, non vide il pericolo proprio, chè contavansi a centinaja i servi che a un cenno del padrone potevano avventarsegli contro ed atterrarlo; non fu sospinto che dall’affanno e dalla disperazione; e d’un calcio atterrò le chiuse imposte della paterna stanza. S’affacciò; sostette immobile sulla soglia, guatò il padre che guatò lui. Strano a dirsi: ebbero sgomento l’uno dell’altro. Gordiene tenacemente appoggiata alla parete serrava nel breve pugno la ricurva lama, esiziale come la lingua del crotalo. Dei tanti schiavi ch’eran là, tre giacevano morti; e le loro facce belvine apparivan tinte come di smorto azzurro. Il veleno preparato dal re Mitridate con bava d’aspide e con miscele di succhi vegetali che, maestro espertissimo in quell’arte, ei traeva dalle erbe dei funesti suoi orti, uccideva di colpo, senza dolore, senza dar tempo a lamenti.
Chiuso era il labbro di Publio; sol dagli occhi vibrava al figlio continui lampi di luce sanguigna. Poderoso appariva anch’esso ed era alto ed ampio, talchè uno spettatore non consapevole avrebbe creduto, osservandolo al primo, essere ancora più forte del figlio. Ma canuto egli era e gli occhi, sebbene fierissimi, aveva segnati di vene rossigne, e offese di rughe spesse e profonde le parti esterne; guardato più a lungo, mostrava una vita in decadenza: decadenza anticipata dai turpi costumi, da un morbo occulto, già antico e ribelle; dall’assenza non mai interrotta d’ogni mite affetto; da un livore implacato che lo faceva aspro a tutti, aspro e funesto a sè stesso.
Al giovine Marco la considerazione di quanto aveagli raccontato Gordiene, fece tosto indovinar la cagione della scena che gli si presentava dinanzi; onde più non soffrendo di comprimere gli sdegni:
— O degno d’esser nato in Argo, o Atreo o Atride; non umano padre. Da te pollute le due sorelle mie, tanto infelice io vivo, che perchè son morte avventurato mi debbo chiamare; chè la vergogna respinta invano dall’inerme virtù, seco nascosero sotterra. Nè ancora ti plachi, pur scendente a vecchiaja e dalla vendetta degli Dei inquinato nel sangue. Servi, che fate qui, perchè susurrate parole, mentre io parlo? Or sappiate che il padrone vi aveva condannati a morte. Tre vomitarono già l’anima dal vilissimo corpo. Io li conosco, e di voi tutti i più vili sono essi, chè di menzognere delazioni mi saturavano il padre a rendermigli sempre più odioso. Or ecco come li ha pagati; e non ancora nel vostro capo ottuso penetrò il vero? Guardate, non son ferite di morte queste; ma Gordiene stringe avvelenato il ferro, e una puntura lieve basta a dar morte. Tutto compresi. Il padrone v’ingiunse di disarmarla; e dei tanti che qui vedo, i più sarebber caduti l’un sopra l’altro, finchè alla fanciulla affranta sarebbesi estorta l’invincibile sua difesa; e inerme così, l’avreste gettata alle bramose mani del padrone ajutato dai pochi di voi superstiti. Questo vi dico, o turpi cani da preda, perchè vediate come vi compensa il padrone. Ma io sto qui adesso.
— Tu parli, o sciagurato, tuonò Publio, come libero cittadino innanzi a cittadino libero; ma qui cittadino tu non sei. Io patrizio, io senatore, io re nella mia casa; tu schiavo e servo innanzi a me e cane come costoro. Però gli Dei ringrazia e l’indulgenza mia se delle sacrosante leggi non mi valsi fin qui per punirti qual meriti.
— Obbedisci tu piuttosto alle sacrosante leggi, o violatore della legge. Rendimi quel che è mio; restituisci i vasi d’oro e il tripode d’oro aspro di smeraldi e di piropi; e questa fanciulla assai più preziosa di piropi e smeraldi; questa fanciulla che è mia, di me solo, e sulla quale tu non tieni diritti. Ella è schiava, tu dici, ed è; ella è cosa, anima non le spira nel petto; il diritto le invola l’umanità; dunque è mia come i tesori che portai dall’Asia, tesori che non hanno anima. Ma io ti citerò ai gradini del pretore. Cesare parlerà e consacrerà il tuo capo alla vendetta della legge ed al furore del popolo. Verre tu mi hai chiamato, più ladro di Verre; ma ben Verre sei tu nella tua casa e ai danni del figlio. Fremeranno i giusti, e per la prima volta sarà visto il figlio punire il padre.
— Empio; e nelle parole tue già parricida. Oggi prima che tramonti il sole scenderai sotterra. È da troppo tempo che nel suo antro solitario il carnefice vive e mangia e beve inoperoso.
— Io piuttosto sarò carnefice e indittore di morte qui. Ferisci costoro, o Gordiene; io ti proteggerò di me e del mio ferro; prostratevi in ginocchio, o servi chiamati all’assassinio dal padrone; e, sebbene non vi numeri a cento, siate ora ecatombe a questa donna mia.
— Codesti sciagurati, parlò allora Gordiene, che qui giaciono, io ho ferito, o Marco, perchè con feroce violenza m’aveano già stretto il fianco. Costoro non si mossero; io perdono ad essi.
Publio percuoteva intanto de’ suoi gravi passi il ligneo tabulato, aggirandosi intorno a sè stesso fremente, meditabondo, cupo, orrido a vedersi; poi si fermò, e dalla parete staccò l’antica larga sua daga che di là pendeva tra la lorica e l’elmo.
— Contro di me ti avventa, o scellerato, gridò poscia. La tua giovane daga attraversi l’antica mia; e se più vali, squarciami il petto. Io ti assolverò dal parricidio. Ma vo’ che tutta Roma debba inorridire vedendoti, e fuggire la folla da te come da lebbroso immondo. T’avventa dunque e fa sprizzare augurali scintille dall’avido mio ferro. Vieni ti aspetto, o scellerato.
— Non avverrà ch’io ti percuota, sebbene scellerato io sia; e sento di esserlo ora; perchè, standoti presso, mi par di assorbire tutto l’inferno dell’anima tua.
— Ebbene ferirò io primo — e fe’ tre passi.
Gordiene si staccò dalla parete dove immobile ancora si stava, e:
— No, o padre di Marco, no — non ferire; ei si lascierebbe ferire — egli è tuo figlio; ed io sono la schiava sua; ma sua donna anche e sua madre e sua sorella e sua figlia.
— E muori dunque tu.
E di tratto, come fulmine non atteso l’ampia daga di Publio a lei penetrò nel petto tra le mammelle e il cuore. Cadde Gordiene; grida di terrore ed anche di pietà mandarono i servi.
Marco Sceva rimase immobile come simulacro marmoreo; e la vitrea pupilla rivelava il subito deliquio dell’intelletto.
E stette immobile anche il nefario padre, e un istantaneo lampo di pentimento gli attraversò l’anima buja. Ma si scosse Marco e si gettò a terra in ginocchio accanto alla morente Gordiene; e le prese ambedue le mani ancor calde; e s’inchinò su lei imprimendole un bacio sul labbro, di sotto al quale ei sentì tremare il bacio che non potè esser ricambiato, perchè lo spirito si esalava in quel punto da quella bocca soave che si chiuse per sempre.
Un silenzio di tomba tenne quella stanza alcun tempo.
Nessuno movevasi; sentivansi gli aneliti, e il più grave di Publio. Ma fu rotto il funereo silenzio dal giovane Marco; fu rotto da un suo grido disperato; e poi tornò a stringere all’affannoso petto le mani di Gordiene; e l’eroe futuro di Lucano, il titano di Farsaglia tremava, singhiozzava, piangeva come un fanciullo percosso.
II. CESARE E PUBLIO SCEVA.
Cesare, quando Marco Sceva fu partito, continuò per qualche tempo a leggere Polibio e ad esaminare gli ampj papiri cartacei dove l’amico suo Varrone aveva fin d’allora delineato la geografia e la topografia del teatro della guerra cartaginese. Ma, di tratto, smessa la lettura, come se lo avesse colto un improvviso pensiero, chiamò un servo, al quale ingiunse dicesse all’auriga di apprestare il cocchio. Il racconto che Sceva gli aveva fatto, il dolore profondo dal quale avealo visto oppresso, l’indole generosa ma pericolosissima a un tempo di quel giovine straordinario, gli fece pensare essere necessario di provvedere ad ajutarlo. Cesare volgendo ognora e rivolgendo in mente più disegni d’imprese future, sebbene senza un punto determinato, ed essendo oramai giunto a quell’età che più non gli permetteva di star pago di una celebrità la quale si chiudeva entro le mura di Roma, celebrità senza fasti e senza gloria, si aggirava spesso fra centurioni e militi, armeggiava con essi, con essi versava in famigliari colloquj, si rendeva amicissimi i più forti e valorosi, all’intento di averli seco, quando mai dal Senato gli fosse decretato di condurre la guerra a conquista di paesi; però gli parve essere fra tutti di altissimo prezzo il giovane Sceva, il quale era stato di grande ajuto a Pompeo in molti pericolosi dubbj delle battaglie. Di quei tempi la forza fisica e l’impeto del coraggio quand’era fuor d’ordine della natura comune, potea rendere un sol milite romano formidabile a intere coorti.
Quando Niebuhr, non all’intento di scoprire il verissimo vero, ma per libidine di singolarità, e per avversione alla gente latina, negò alla ricisa molti fatti gloriosi dell’antica Roma eccezionali, e negò il valore prodigioso di Coclite e la possibilità di star solo al ponte contro le irruenti schiere degli Etruschi, mostrò di non comprendere nè Roma nè i Romani. Lucano, poeta, che certo era più grande dello storico tedesco, e viveva e scriveva in tempi ancora prossimi alla battaglia di Farsaglia, e dalla tradizione orale non interrotta avea trovato quel vero che Niebuhr invano cercò nella sua fantasia inzuppata di cerevisia, narrò di Marco Sceva un fatto di guerra maraviglioso, al pari e più di quel d’Orazio.
Cesare dunque voleva gratificarsi quel giovane già fin d’allora singolarmente forte e coraggioso e glorioso fra i commilitoni, e dominarlo così da staccarlo da Pompeo. Uscì dunque in cocchio e recossi alla casa degli Sceva. Voleva parlare al padre di Marco, per tentar di placarlo e renderlo meno aspro al figlio. Discese alla casa; non vedendo l’ostiario, entrò senz’altro, e passato al cavedio, con sua meraviglia lo vide affollato di schiavi e servi e clienti, i quali pareva tendessero l’orecchio come in aspettazione di qualche notizia. Marco Sceva non era ancora uscito dalla stanza paterna, ed alcuni momenti prima aveano risuonato pel vasto palagio le voci alte, sonore, minacciose del padre e del figlio, e prima ancora le acute esclamazioni di Gordiene. L’ostiario aveva lasciato la porta senza custodia, chiamato anch’esso da quelle voci e da quelle grida accennanti a un litigio feroce. I servi si curvarono, in atto di soggezione, all’apparire di Cesare. I clienti di Publio gli si fecero incontro e gli baciaron le mani.
— Che è avvenuto? — chiese loro Cesare — mi sembra di vedervi tutti in qualche sospensione.
— I consueti contrasti tra il padre e il figlio — ma oggi siamo in timore del peggio — chè suonaron minaccie tremende, e grida e pianti femminili.
— E non è uscito Marco?
— Uscì e tornò, disse l’ostiario che sentì le parole di Cesare.
Questi espertissimo delle passioni umane e dei desiderj impazienti che comunicano a chi le ha in petto, indovinò la cagione del ritorno di Marco. Disse poi all’ostiario:
— Io m’inoltro alle stanze di Publio.
— Non entrare, o Cesare, in tal momento.
— È in tal momento ch’io debbo entrare.
L’ostiario non rispose. Cesare lasciò il cavedio; entrò nelle stanze interne. D’una in altra passò a quella di Publio.
Fermatosi al limitare, vide e inorridì. Guardò Publio appoggiato al dossale di un’aurea edra, guardò alla daga insanguinata che il vecchio aveva lasciata cadere sul tabulario. In sul primo affacciarsi, Cesare credette, ricordando Appio e Virginio, che Marco stesso avesse trafitta la fanciulla piuttosto che lasciarla in balìa del padre; ma la daga caduta e quella che ancor pendeva chiusa nella vagina dal fianco di Marco, gli rivelò il tutto; e l’orrore e la pietà furono in lui soverchiati dall’ira. Tacque tuttavia; chè Marco sempre inchinato sul corpo della sventurata, e sempre gemente, teneva il tergo rivolto a lui, ned erasi accorto della sua presenza. Nè Cesare pensò d’interrompere quel dolore con intempestive parole. Pure, dopo alcuni istanti, s’accostò a Marco e al cadavere della fanciulla. Marco si volse, vide Cesare; proruppe in nuove e più abbondanti lagrime, poi, ribaciata Gordiene:
— Guarda, o Cesare, esclamò, appena il decimo ed ottavo anno a lei traeva la parca; ed ospite eterna degli Elisi ella è già; e più non udrò il suono della sua voce; nè più il raggio almo degli occhi suoi; nè più il sorriso, onde pareva mi schiudesse il lucido Olimpo. Chi la trafiggeva è lì. Guardalo, o Cesare. Ned ei sente orrore di sè; nè sa l’insulto che fece alla natura, che liberale componeva questa beltà sovrumana. Nè ancora ei pensa ad uscire da questa stanza maledetta.
— Escine tu, gridò Publio allora, e per sempre; e che mai più io non ti veda. Fallo uscire da questa casa, o Cesare. Teco il conduci: chè se ancora qui s’indugia io lo consegno al carnefice, e così l’anima sua volerà più presto incontro all’anima della schiava.
— Non ti dico parole, o Publio, esclamò Cesare; nulla vi ha che ora torni opportuno a dire, nè che tu sii degno di sentire. Roma ti conosce appieno; Roma conosce il tuo figlio appieno. Usciamo, o Marco.
Questi s’inchinò un’altra volta a contemplare Gordiene, dalla quale non sapea staccarsi; le tolse il peplo insanguinato; levò dal tabulato la lama indarno esiziale che a lei, trafitta, era caduta di mano; tolse dal cinto di Gordiene l’aurea guaina di quel ferro e ve lo chiuse; e questo e il peplo portò seco, a commemorazione perpetua del suo sventuratissimo amore e di quell’orrido giorno. Muto si lasciò prendere la mano da Cesare che, muto, condusse Marco fuori della casa paterna. Salirono in cocchio; disse Cesare all’auriga: — Vola a Catilina.
Il cocchio si fermò innanzi al palazzo di lui, ma l’ostiario disse a Cesare:
— La nobile Sempronia mandò ora a chiamar Catilina. Se vuoi parlargli, è bisogno che ti rechi a quella casa.
L’auriga piegò al palazzo di Sempronia.
— Entra tu solo, o Cesare, disse Marco quando il cocchio si fermò. Troppo disfatto io sono, nè la mente può soccorrere alle mie parole.
— Non occorre che tu parli; parlerà il peplo e il sangue. Io dirò il resto.
Discesero, entrarono nel palagio; annunziati, misero il piede nella sala magna, dove Sempronia accoglieva a congressi, dissimulati da sollazzevoli apparenze, gran numero di cittadini.
— Ave, Cesare, disse Sempronia. Ave, Marco Sceva. Ma che veste e che sangue rechi tu sul braccio?
Tutti i seduti si alzarono: gli altri s’avvicinarono al giovane Sceva.
III. MARCO SCEVA, CESARE E CATILINA NELLA CASA DELL’EMINENTE SEMPRONIA.
In quel numeroso convegno oltre a Sempronia, v’erano la Dorestilla stata già amante di Catilina, e la ricchissima Babulca stancatrice di amanti indebitati; e la Gèmina, maschia d’aspetto e famosa di tenebrosa fama, nella di cui casa il bellissimo Bleso, inclito Endimione ognora tentato dalle Diane terrestri, era entrato vivo e, deposto nella sedia portoria, era uscito morto; e v’erano altre patrizie romane. La Precia cortigiana e la Flora e la Chiledone, sebbene care a Lucullo e a Pompeo e a Crasso, e soffiatrici instancabili nell’uragano che stava per prorompere, non v’erano. Le nobili dame peccatrici paganti si schermirono con arte atta a stornare ogni rancore, dal concedere l’accesso alle peccatrici pagate. Catilina, Lentulo, Quinto Curio, Cetego, lo zio dell’ucciso, più e più s’accostarono a Cesare e a Marco.
Cesare parlò:
— Sovente, o Catilina, con te e Lucullo, espertissimo di leggi e costumi, e Ruffo e Scevola giureconsulti, e Granio Flacco, il commentatore delle dodici tavole, abbiam discusso intorno al bisogno di far nuove leggi che surroghino le antiche e distruggano il fatto pel quale dobbiamo sottostare a molte che sono in manifesto contrasto coi presenti costumi, colle necessità che modi diversissimi di vita pubblica e privata, in sì lungo ordine d’anni andarono creando; e, quel che è più penoso a pensare e a dire, in contrasto colla natura, colla ragione, colla giustizia.
«So che in codeste adunanze corre spesso il discorso intorno alle cose che riguardano la patria, alla quale tanto più volenterosi contribuiscono i cittadini quanto più ripetono la domestica felicità dalla sapienza delle istituzioni e dalla equità dei diritti. Tu conosci, o Catilina, questo giovine forte, questo decoro della casa Sceva, e voi tutti conoscete il padre suo.
«Ma che vale al figlio s’ei provvede a rinnovare la gloria sacra degli avi e a coprire i vituperi paterni?
«Leggi così strane e assurde e spietate abbiamo noi, che condannano la virtù ad essere la schiava del vizio; perchè se un figlio pei suoi meriti è caro agli Dei ed alla patria, tuttavia è decretato schiavo perpetuo del padre, anco se questi per le scelleraggini sue venga in odio agli Dei e torni increscioso ai cittadini.
«Tuttavia la legge per cui nella famiglia il figlio non è uomo, venne in una sua parte riformata; ma le parti superstiti e antiche fecero inferma e impotente la nuova, se non per il diritto, per il fatto. Publio tenne per sè i tesori e le proprietà che questo amico mio, questo giovane forte e caro a Marte, si portò dalle terre dove militò gloriosissimamente. La legge nuova decretò non tangibile dal padre questa peculiare proprietà de’ figli; però il diritto castrense scolpito è in bronzo nel tabulario. Ma se il figlio al cospetto del padre non è uomo, se può essere manomesso e infranto dal padrone come una creta spregiata, percosso e ucciso come un cane vile, inutilmente splende la legge nel tabulario, quando il padre sia avaro, ladro, iniquo. Ben di cento e più talenti è il valore delle ricchezze che Marco recò dall’Asia; ma con esse portò seco un tesoro inestimabile, un tesoro vivo in cui spirava divina la Psiche, e di cui la beltà sovrumana era luce di cielo ai riguardanti, e a questo infelicissimo amico mio necessità di vita. Ora guardate quel peplo e quel sangue. Il padre gli uccise la bellissima fanciulla che seco aveva condotta a Roma; Gordiene ella si nominava ed era di greca schiatta, e stava già nella reggia di Mitridate, figlia a un primate. Non potendo toglierla al figlio, perchè la fiera virtù di lei gli rendeva impossibile manometterle il corpo di voluttuosa attraenza, ne fece scelleratamente uscir l’anima immortale, squarciandole il petto.
«Ben è vero che, a memoria d’uomini, fatto così atroce e fuori dell’ordine umano non avvenne mai in Roma. Ma te vedo, o Verguntejo, quantunque senatore, tenuto in tanta povertà dall’avarizia paterna, che per esser pari al tuo grado, hai dovuto tanto aggirarti nell’aere circumforaneo dove gli usuraj, augelli di preda, attendon le vittime, che, sprofondato nell’abisso dei debiti, a stento riesci a salvar dagli insulti dei creditori la senatoria toga. Nè tu, Lentulo Sura, sei più avventurato; nè voi, figli di Servio, fratelli Sulla, siete netti dell’immonda lebbra; e Cabinio e Cornelio e Statilio che qui vedo, sebbene consiglieri del Consiglio militare e tenuti in altissimo pregio nel campo e nel fôro, son tenuti in umiliante soggezione dal paterno rigore. Ma tutti mi guardate attoniti e forse ascrivete ad impudenza maravigliosa se io Cesare parlo di debiti a voi, io il più indebitato di quanti sono in Roma, sebbene non abbia padre che mi tenga in tirannico governo; ma io parlo qui per esortarvi a proporre finalmente una legge che distrugga o modifichi codesto mostruoso abuso della potestà paterna.
«Io so che avrete avversissimo uno dei più grandi Romani, Cicerone, il quale è di sì formidabile eloquenza che contorce anche i più forti intelletti a cambiare sentenza, pur se questa sia effetto di convinzioni antiche e profonde. Però, quantunque ei rechi tanto onore alla patria nostra, e si prostri sacerdote devoto all’ara della virtù, nessuno è più di lui fatale a Roma, perchè di nulla vuol sapere che assecondi il corso naturale dei giustissimi desiderj degli uomini. Nella sua casa, toccando della riforma delle leggi, egli, in mezzo a Scevola e Rufo e Lucullo e Crasso e me, fu il solo che, quasi invasato da un arcano furore, non consueto in lui, d’animo così buono e mite, chiamasse sacrilego il solo pensiero di cangiare le antiche leggi. È un funesto pregiudizio che, quasi a mostrare che non v’è perfezione nell’uomo, penetrò come verme in quel nobilissimo intelletto. E giacchè è a proporre una tale riforma di legge, un’altra ve n’è a proporre in apparenza non giusta come la prima, ma giustissima al postremo della questione. Ora parrà ch’io voglia parlare pel mio vantaggio, ma parlando per me, parlo per tutti.
«Voi sapete come fra i legislatori greci sia altamente riputato Solone; sapete pure come esso, di colpo, saltando tutti gli ostacoli, abbia promulgata la legge dell’abolizione dei debiti. Ma io non propongo di ripetere il radicale pensiero di Solone. È troppo radicale, troppo eversore, e sembra varcare i confini della giustizia.
«Però io proporrei una legge che riducesse i debiti alla loro terza parte. Ai feneratori non si toglie quanto iniquissimamente hanno acquistato; non si spoglia nessuno di essi, quantunque a buon diritto lo si potrebbe, chè la pecunia rapita, dovrebb’essere restituita dai ladri; ma siamo indulgenti anche coi ladri; si tengano quel che possedono. Soltanto si riducano i loro crediti. A questa legge avremo avverso Catone, potentissimo in Senato. — Egli è grande Catone, è austero, è di costumi incontaminati — ma è venuto nella sentenza che del proprio si possa far l’uso che si vuole e chi cerca danaro e n’ha di bisogno lo paghi anche senza misura di proporzione. Egli è per tale persuasione che il virtuoso Catone, imprestando, arricchì di molto. Vuolsi adunque proporre anche questa legge; ma tranquillamente, ma senza turbare l’ordine pubblico, ma rispettando severissimamente le persone di questi splendori di Roma.
«Ed ora, perchè la presenza di Marco Sceva e le mie parole non possano far credere che codesto sia un convegno di troppo gravi e pericolosi intenti, mentre invece è una adunanza tutta devota a geniali esercitazioni, io e Marco partiremo, e Sempronia bionda e Gèmina bruna tornino a consolare dei loro canti questo Catilina che or mi si è fatto taciturno e fiero in vista.»
E sorridendo, Cesare uscì, invitando Sceva, che se ne stava immobile e ognora attonito, a seguirlo.
La notte di quel dì stesso, Catilina avea chiamato presso di sè Lentulo, Verguntejo, Quinto Curio, Manilio ed altri. Li condusse nei più intimi recessi del suo vecchio palagio.
— Ho mandato a chiamar Cesare, loro disse. Verrà tra poco. Come già considerammo, le sue parole avevano altro intento che di mitezza. Egli si avvolse ad arte; ma qui tra noi pochi e forti e di acuto intendimento si manifesterà.
«Il proporre le due leggi onde parlò, che significava? una rivoluzione vasta, profonda, lunga. Voi sapete come talvolta esso ama circondarsi di mistero come la Pizia. Rivoltare tutti i figli contro i padri, tutti i debitori contro i creditori, è spingere il naviglio in un mare di sangue più vasto, più procelloso di quel di Silla. E sì tremenda impresa m’invoglia.
«Cesare facendo le lodi di Cicerone, lo disse il più funesto a Roma; col raccomandare di rispettarlo, volle dunque accennare che, a toglierlo di mezzo, sarebbe atto pietoso a Roma. Sterminato come scaltro è l’ingegno di Cesare; qui lo aspetto con impazienza.»
Ma la notte procedette altissima e Cesare fu aspettato indarno. Nè mai più si accostò a quelle adunanze, nè il volle. Ei sollecitava gli intrepidi ad un’impresa tanto vasta quanto pericolosa e incertissima, per serbarsi poi intatto a raccogliere il frutto della audacia fortunata, o a non dividere la sventura che insegue e spegne gl’inconsulti. Cesare era d’ingegno presago e odorava l’avvenire.
Ma un’altra ragione ci fu perchè Cesare non si recò alla casa di Catilina.
IV. CESARE E SERVILIA.
Già udimmo il sedicenne Cetego, nell’aurora sanguigna che illuminò la sua morte, respingere il lagrimoso vale dell’idolatrata Servilia, presago del suo non duraturo affetto; e nelle parole ultime ond’ei prese commiato dall’odiato Cesare, suonare il presentimento e della repubblica che per lui sarebbe perita e dell’amante che gli avrebbe involata; ci accorgemmo come Cesare, pur nel più cupo dell’orrida scena, adocchiando vagamente Servilia, già fiutasse i profumi di non lontane voluttà, intanto che nel sangue del sacro giovinetto prevedeva quello che sarebbe grondato dalle ferite ch’ei meditava infliggere al gran corpo romano. E lui vedemmo infatti dopo i trionfi del circo, penetrare col balsamo avvelenato d’insolite parole, il cuore e il senso dell’incauta fanciulla, e coll’alloro agonale che Servilia aveva imposto sull’astro simbolico che gli brillava in fronte, infiammare la stolta plebe romana e sgomentar gli astuti, i forti ed i veggenti.
Ma codesti fatti lo salvaron forse da morte. Pareva che la fortuna più s’innamorasse di lui quanto più esso era in colpa. — E Cesare s’irrise dell’inflessibile fratello di Servilia, e lei piegò e vinse, pur nelle istesse case dei Catoni sino allora incontaminate. — Ma l’ardentissimo amore ch’egli mise in lei, fece sì ch’essa con suo pericolo accorse di nascosto ad avvisarlo che Catone sospettava di tutto, e però stesse in disparte dalle congreghe catilinarie.
Se non che questa Servilia istessa, non si può congetturare per qual cagione, se non forse per le transitorie movenze del cuore umano, di repente, ad onta di sì profondo amore per Cesare, dalle case dei Catoni, fiore indarno cresciuto in quella rigida flora, passò a concedere le seconde fragranze nelle case dei Bruti, sposa quale divenne dell’ultimo discendente di Giunio. Ma tosto ella riarse di Cesare, e lui cercava ovunque, nella sua casa alla Suburra, nell’antico palagio, nel fôro, nel pretorio, nei comizj; e ancelle e famuli eran messaggeri assidui e portatori di lettere. — E intanto nacque Marco Bruto, l’ultima parola della repubblica romana. Cesare vide quel neonato, e, in guardarlo, sorrise a Servilia, che sorrise a lui.
Quante varie fila annodava il destino di Roma! I Bruti, i Catoni, Servilia, Cesare; l’amore e l’adulterio preparanti la lotta della Repubblica e dell’Impero!
V. LA CONGIURA DI CATILINA E IL SENATORE QUINTO CURIO.
Di tutti coloro che si radunavano intorno a Catilina un uomo che fosse compiutamente onesto, un giovane che non fosse stranamente vizioso, se si eccettui Marco Sceva, una donna che non fosse cupamente adultera, perchè, come vedemmo, talune non paghe dell’adulterio semplice lo vollero insanguinato, non c’era. — E qui ci si offre una questione. — Come mai tanti uomini avvolti in così profonda corruzione s’avviavano ad un’impresa che ad ogni modo era grande? Grande era, perchè, pretermessi gl’intenti, diremo, individui che si riferivano alla radicale riforma del regime domestico, la repubblica allora procedeva di tal modo che a rovesciarla era sempre un bene. — Una cosa quando è pessima non può mai esser cangiata in peggio. — Non ordine, non sicurezza nè pubblica nè privata. — A vivere in Roma si era men sicuri di quel che si sarebbe a percorrere un bosco dove stesse in sull’arme una schiera di assassini. — Dunque Catilina ed i suoi procedevano ad una grande impresa dove per lo meno ci volevano le virtù del coraggio e del sagrificio. — Andavano ad incontrar la morte per un grande intento. — Eppure, ripetiamo, nessuno di loro era virtuoso.
Or come questo si spiega? non è un problema storico, è un problema umano. — Tranne le eccezioni gloriose e delle quali l’Italia or presenta alla storia maraviglioso esempio, chi è nato alle imprese arrischiate e va imperterrito incontro ai pericoli, tiene dalla natura qualche cosa che è squilibrio di facoltà; le fortissime soverchiano al punto le miti che queste scompajono poi affatto, e non rimane che la terribilità dell’indole. — Nell’inazione codeste nature sono tremende e straripano feroci, onde sono infestissime a chi le avvicina. — È noto che i più coraggiosi soldati del primo Napoleone, quelli che davvero potevano chiamarsi fulmini di guerra, e per virtù dei quali il gran capitano tenne per tanti anni in pugno la vittoria, allorchè, durante le tregue e le paci, si riducevano ai patrj focolari, erano così infesti alle loro case che queste desideravano si rinfiammasse la guerra per liberarsi da quegli insopportabili flagelli. — E toccando di qualche figura celeberrima, del Giovanni delle Bande Nere, per esempio, non v’era uomo che, fuori del talento e del coraggio guerriero maraviglioso, nell’ordine delle doti private non fosse detestabile al pari di lui; eppure fu un grande eroe e l’Italia va gloriosa del suo nome. — Cessa dunque lo stupore del come i congiurati di Catilina avvolti in tanta depravazione, pur s’avviassero generosamente al campo, i cui fasti gloriosi al cospetto della storia non dipendevano che dalla fortuna.
Tra i congiurati stati ammessi nelle stanze intime di Catilina e ai quali dopo il capo doveva esser dato il governo delle cose, v’era il senatore Quinto Curio. — Tra que’ dodici chiamati alla congrega segreta, allo sciogliersi di essa, erasi giurato di serbare il più profondo silenzio e di tenere a bada anche i giovani patrizj che già erano stati invitati da loro, col pretesto che per allora l’impresa era tenuta in sospeso, al fine di stornare tutti i sospetti; cogli altri giurò anche il senatore Curio. — È deplorevole come Catilina, uomo di fortissimo ingegno e profondo conoscitore d’uomini, non siasi accorto che taluni, e molti, non erano intellettuali affatto, nè capaci di fare alcun che di bene. — Tra questi v’era quel senatore appunto, uomo nullissimo e dedito all’ubriachezza. — Anche Sallustio lo dice. — Colui partitosi da Catilina, recossi come di consueto alla casa del senatore Messala, che fu poi Console, uomo turpe in ogni ordine di cose; e a tutte le ore del giorno e nella maggior parte della notte così putrido di vino, che quando i suoi clienti gli si presentavano, stavano in distanza da lui, perchè non ne potevano sopportare il vinoso fetore. — Ad ogni modo però, siccome era ricchissimo e possedeva il migliore falerno della repubblica, di notte molti patrizj si recavano nelle sue stanze e vi si trattenevano empiendo di continuo le tazze alle anfore indulgenti che stavano nel mezzo del circolo degli amici. — Quinto Curio venne dunque a lui e tante tazze tracannò che il suo discorso erasi ridotto al vaniloquio d’uno scemo; sorgendo dai sedili, mal si reggeva sui piedi, e in queste condizioni recossi come di consueto a visitare l’amante Fulvia.
VI. FULVIA E QUINTO CURIO.
Allorchè il senatore Curio fu sul limitare del palagio, vi si trattenne un istante ed il suo corpo fece quel movimento tutto particolare agli ebbri e che somiglia a quello di un pendolo capivoltato.
Dei servi adunati nel cavedio la maggior parte stettero seriissimi e in silenzio, perchè sapevano ch’esso era l’amante della padrona ed esso medesimo quasi padrone. — I più stettero dunque serj, ma due o tre non poterono trattenersi e diedero in uno schianto di riso scandalosissimo. — Curio, barcollante, quantunque dignitosamente avvolto nel manto senatorio, si irritò di quelle risa, e:
— Bestie del foro boario, gridò con accento incerto e come d’uomo apopletico. — Bestie del foro boario, perchè ridete? Domani vi farò fustigare a sangue. —
E dal cavedio, barcollando, passò nelle stanze di Fulvia che soleva vegliare tardissimo.
I servi stettero in silenzio finchè furono in presenza di Quinto Curio, ma poi che questi se ne fu uscito, tutti quanti, anche quelli che avean saputo contenersi, diedero ancora nelle prime rumorose risa.
Quando il senatore fu nella stanza di Fulvia, la salutò come potè, e come potè si mise a sedere.
Appiedi della fatale Romana, in atto di presentarle un vaso, stava una giovinetta schiava:
— Per Venere e per Marte e per tutti gli Dei e Semidei del cielo e della terra, disse ebriosamente Curio, sai tu, Fulvia, che questa Alfesibene è oggi mai un portento di beltà? — Essa è degna di chi è la regina di questa casa; ma tu Fulvia, regina mia, dovresti regalmente farmi il dono di questa fanciulla creata dalla natura in un momento di giocondità e di afrodismo. Nelle tue mani essa non serve a nulla. — Cedila dunque a me.
Se Curio avesse immerso un pugnale in petto a Fulvia, non le avrebbe dato spasimo maggiore. — Un brivido d’invida ira la percorse tutta; nulla disse però; sibbene quel fuggitivo istante bastò per odiare quella fanciulla e per sempre. — E la schiava, adempiuto al debito suo, si alzò e a un cenno di Fulvia, il quale fu blando e quasi soave, uscì dalla stanza.
La faccia di Fulvia era di quelle che di primo tratto danno la sicurezza della perversità anche ai meno esperti leggitori dei volti umani. A Cicerone, stando al suo detto, riusciva ributtante; e non era sgarbo, che, presentandosi l’occasione, ei non le facesse.
Curio era l’amante suo manifesto, ma da lei era disprezzato e da qualche tempo le si era fatto insopportabile; essa lo sagrificava ad un amante occulto tanto bello quanto povero, e che sovveniva di danaro. — Avarissima però qual era e questo pesandole assai, s’era più volte recata alla casa di Cicerone perchè volesse dar collocamento a quel giovine in qualche magistratura.
Cicerone era Quartumviro alla Moneta di Roma, quel che oggi si direbbe direttore della Zecca, e Fulvia lo supplicò più volte perchè desse posto a quel giovine negli uffici della Moneta appunto. — Fulvia, sebbene ricca, d’istinto naturalmente ladra, credeva che a quel giovanetto, versante tra l’oro e l’argento, potessero facilmente rimaner tinte le mani.
Fulvia, quando la schiava fu uscita:
— Quinto, disse, si vede che ti sei immerso nelle anfore del senatore Messala — se tutti somigliassero a te, davvero che il Senato parrebbe una vasta taberna dove il popolo di Roma più lercio va a tuffarsi nella torbida onda ad esso versata da Bacco e Sileno. — Codesta è indegna cosa.
— Fulvia regina, non ti adirare.... Bacco più che Giove ed Apollo è sovente consigliero di alti pensamenti e..... (qui fece pausa perchè la lingua si rifiutava al suo istituto), e vo’ dire che Bacco infonde sapienza e coraggio. — Tu non sai, Fulvia, quello che io so, nè verrà mai dì che tu l’abbi a sapere: ovvero sia, no: errai, il dì verrà ed è prossimo che tu saprai tutto, ma oggi, Fulvia regina, sebbene io non abbia segreti per te, pure devi essere circondata dal più nebbioso mistero.
— Hai misteri per me tu? ebbene domani all’ostiario e agli altri servi comanderò d’impedirti la soglia del mio palagio.
Curio a quelle parole, pronunciate con asprezza, si riebbe dall’ebbrioso sopore, e:
— Dimmi, che pensiero faresti tu di me, se io mancassi a un giuramento?
— T’avrei in dispregio, se vi mancassi al cospetto degli altri tutti, ma io, da te, o Curio, debbo essere costituita in singolare privilegio. Chi ha misteri con chi dice d’amare, non ama. —
E pronunciò queste parole con accento blando e carezzevole, ma udendo il quale chiunque non fosse stato Curio sarebbesi accorto del suo suono perfido e mendace e insidioso.
Fulvia sapeva della congiura e provò anzi dispetto che Sempronia non l’avesse mai chiamata alle adunanze preparatorie; sapeva anche delle conventicole clandestine a cui erano invitati pochissimi; ma non avea mai sospettato che Quinto Curio fosse tra quelli; lo credeva uom dappoco e inetto a qualunque impresa; però si mise in sull’ale quando lo sentì a toccare del giuramento.
E Quinto tra i vapori del vino e quelli dell’amore e per la debolezza nativa non seppe trattenersi, e:
— Si sta maturando una grande impresa, ma a prepararla ha a compirsi un fatto pel quale anche tu, Fulvia, sarai vendicata.
— Io?
— Tu....
E Curio si soffermava come sonnolento.
— Prosegui dunque, diceva Fulvia, o quasi gridava, scuotendolo da quel letargo.
— Ah.... dunque sarai vendicata.... Più volte accesa d’ira m’hai detto che dal console Cicerone avesti a sopportar contumelia.
— Ebbene?
— Domani a quest’ora questo non sarà più possibile.... gl’inferni dei avranno già accolto il console.
— Oh.... che narri?
— Sì, domani Cicerone dev’essere ucciso nella medesima sua casa. — Verguntejo.... conosci tu Verguntejo?
— Sì, prosegui.
— Verguntejo e Manlio furono eletti a questo.... Domani sera visiteranno il console e.... La repubblica in quel punto verrà trafitta a morte insieme con lui.
— Gli Dei immortali guidino i colpi, ma tu, Curio, or parti di qui e va a rinchiuderti nel tuo palagio. — Guai se con altri ti manifesti; e perchè sfugga il pericolo di incontrarti con altri nel far la via, ti farò apprestare il cocchio e chiudere nelle tue stanze, e taci e dormi.
Chiamato il servo, gl’ingiunse di preparare il cocchio.
Curio intanto si addormentò davvero; Fulvia si alzò e passeggiando come se fosse impazientissima, lo andava guardando con disprezzo e sorrideva sugli occhi chiusi di lui con un sorriso veramente infernale.
Tornò il servo.
— Sveglia il senatore, gli disse Fulvia, sorreggilo, accompagnalo e mettilo in cocchio; dì all’auriga che s’affretti; flagelli i cavalli, e divori la via — già non è lunga; poscia ritorni a condurre me altrove.
Il servo obbedì, svegliò Curio, lo alzò, lo trasse seco sebbene ei si rifiutasse.
— Va, Quinto, diceva Fulvia, con ciglio aggrottato, va, ti ripeto. — Anche l’ora è tardissima. — Va.
Quinto si lasciò trascinare; mal piantava il piede e aveva l’occhio semispento. — Uscito ch’esso fu, Fulvia chiamò le famule; si fe’ cingere i fianchi e coprire di un denso peplo notturno.... e, così preparata, stette aspettando il ritorno del cocchio.
Il cocchio ritornò. — Fulvia prese allora una tavoletta e vi scrisse alcune parole; poscia uscì e salì in cocchio.
Disse all’auriga: — Va alla casa del console Cicerone.
L’auriga rispose: — Siam già presso alla seconda ora dopo la media notte.
— Va alla casa del console, replicò Fulvia, e sollecita i cavalli.
L’auriga tacque e attese al debito suo.
VII. FULVIA E CICERONE.
In brevi istanti furono al palagio di Cicerone. Un profondo silenzio lo circondava e lo occupava di dentro.
L’ostiario sonnecchiava sul limitare. — Gli ostiarj si davano il cambio e non abbandonavano mai le porte delle case.
Dice Fulvia all’auriga: — Sveglialo.
L’ostiario si svegliò, si alzò, guardò, si meravigliò, domandò che cosa era avvenuto.
— Reca questa tavoletta al console; anche se fosse nel cubicolo, sveglialo.
— A quest’ora è ancora nella biblioteca.
— Bene è.
L’ostiario chiamò un servo, al quale consegnò la tavoletta.
Il servo entrò nella biblioteca.
— E che hai tu? gli chiese Cicerone dimesticissimo.
— L’ostiario mi diede questo. Alla porta c’è un cocchio e una dama vi siede.
Cicerone lesse: «Fulvia a te viene, o console, sebbene l’ora di notte sia tarda; viene per cose gravissime che non ammettono indugio, cose relative alla patria e a te.»
Cicerone rimase stupito.
Cicerone che detestava Fulvia, sebbene non ne avesse una ragione, ma per un’avversione tutta spontanea, al primo fu per rimandarla. L’avversione che sentiva gli pareva un presagio, epperò la visita inattesa di quella donna a quell’ora gli dava molto a pensare. Tuttavia non volendo essere pusillanime in faccia a sè stesso e sollecitandolo anche la curiosità, disse al servo: — Falla entrare.
Cicerone si alzò — egli teneva la toga lunga; era quello un distintivo degli alti personaggi; ma il grande oratore e filosofo aveva portata quella lunghezza ad una misura non usata da alcuno in Roma, e ciò non per altro che per nascondere l’estrema sottigliezza delle sue gambe, sottigliezza troppo filosofica e che provocava il sorriso degli ignoranti ma densi centurioni. Quand’era seduto, al pari d’Ulisse in Omero, egli appariva maestoso e magniloquente come una delle sue orazioni. Alzato, presentava uno squilibrio tale di forme che offendeva l’occhio dell’artista. — Sarebbe dunque stato meglio per lui che, dovendo comparirgli innanzi una donna, fosse rimasto seduto. — Ma egli non aveva fiducia in quella donna, temette persino fosse venuta per qualche atto proditorio; però si alzò e nel fesso della toga nascose un ferro.
Fulvia entrò.
Faccia angolosa, sebbene a linee artistiche e grandiose, sopraciglia fitte, occhio nero e saettante, figura alta e maestosa. Ella si piantò innanzi a Cicerone.
— Non ti chiedo perdono, disse poi, o console, per la tarda ora: bensì voglio ringraziamenti da te.
— Siedi, e parla.
— Se io adesso non fossi qui, tu domani a quest’ora saresti già piombato in Acheronte.
— E da chi sai tu?
— Da Quinto Curio, il quale lasciata la casa di Catilina, dove Cajo Cornelio e Lucio Verguntejo si offerirono di portarsi alla tua casa e sotto colore di salutarti, darti la morte, passò come di consueto da Messala ad ubbriacarsi, e venuto poi a vedermi colla testa naturalmente melensa, fatta più immelensita dal vino, mi svelò tutto; onde io venni da te senza por tempo in mezzo; di tal modo provvidi a vendicarmi dell’assidue tue ripulse alle mie preghiere.
— Alle antiche ripulse rimediato sarà. Ora parti. — E chiamato il servo, — Appresta il cocchio, gli disse.
Fulvia si alzò, e:
— Se la repubblica più volte fu custodita con sapienza da te, questa volta crollava di certo se io non ero. Salute a Cicerone, e nella lotta che ancora non è cessata ti ajutino gli Dei immortali.
Così detto, si partì.
Cicerone si gettò sulle spalle il manto consolare, uscì, stette ad aspettare il cocchio, vi salì, e recossi alla casa del console Antonio.
— Di troppa indulgenza — pensava strada facendo — si usò con questo Catilina; lo si doveva abbattere fin da quando tuonai contro di lui in Senato.
Lo sfoggio del quousque tandem, onde le cattedre gonfiaron gli orecchi di tanti milioni di studenti, era già successo fin dai tentativi della così detta congiura di febbrajo.
VIII. CICERONE E IL CONSOLE ANTONIO.
Il console Antonio stava già nel cubicolo, ed era addormentato.
Il servo per comando di Cicerone fu, mal suo grado, costretto a svegliarlo.
E il console Antonio, vecchio soldato che per trent’anni aveva fatto le guerre con coraggio e con fierezza, e che vestendo squaglia di coccodrillo era duro e intrattabile anche nelle relazioni domestiche, quando fu svegliato coprì d’ingiuria il servo e quasi volea percuoterlo; se non che il servo fu presto a dirgli:
— Console, è qui Cicerone.
— Cicerone? chiese maravigliato Antonio.
— Egli mi comandò di svegliarti.
— Va, fa che non attenda troppo. Digli che lo aspetto.
Cicerone entrò. Antonio guardandolo fisso:
— E che avvenne di sì grande che a quest’ora io ti vegga qui? Ben potevi comandarmi, che sarei venuto io.
— Non c’è tempo a perdere; la congiura è matura e sta per esplodere. Io dovevo essere ucciso da Cornelio e da Verguntejo domani. Questo mi fa credere esser vero quanto mi fu riferito, avere lo stesso Cornelio e Lentulo, Sceva e Lucio Cassiolongio proposto di metter tutta Roma in fiamme e di governarne l’incendio. Or s’ha dunque a provvedere, Antonio, e come fulmine colpirli tutti.
Antonio tacque. Egli era a parte della congiura, e l’aveva incoraggiata. Affogato nella molesta onda dei debiti, non vedeva mezzo di liberarsi, se non ajutandola; epperò s’era lasciato attrarre dalle tentazioni di Catilina. Ma a questo punto, venne forzato a respingerla, e la repentina diversione, che era tradimento, lo rese più zelante di Cicerone stesso; pensò che era console e ridivenne soldato inesorabile e nimicissimo degli amici. Tuttavia la notte stessa Catilina ebbe segreto avviso di uscir tosto di Roma. Pare che lo stesso Caio Antonio abbia provveduto a ciò. Così almeno congetturò Catilina. Avvisati adunque la medesima notte, quanti poter dei propri seguaci e delle viragini donne, la Sempronia, la Precia, la Chiledone, la Flora, e di quelli che dovevano radunare i giovani patrizi uscirono tutti dalla città che ancora non era l’alba, e per diverse porte, prendendo per diverse vie, alfine di non destare sospetto. Fuori di Roma il luogo del ritrovo comune doveva essere oltre Tevere a Monte Castrilli. Da Porta Capena uscì Catilina a cavallo. Accanto a Catilina veniva il cocchio di Sempronia; sedeva con essa la Chiledone. Poi seguiva un altro cocchio dove stavano la Precia e la Flora.
Queste donne avevano fermato e giurato di combattere come uomini, di vincere o di morire. E ben potevasi esser certi che la loro fermezza era incrollabile.
Da Porta Trigemina uscì Manlio, da Porta Portuense uscì Marco Sceva, e a questi, lungo la via, come era stato ordinato da Catilina, vennero a congiungersi tutti i giovani patrizi. I veterani che Catilina aveva raccolti, pagandoli, e che erano condotti da un centurione di Fiesole, medesimamente assoldato, erano già a Monte Castrini quando Catilina vi giunse. Esso aveva pensato non sarebbesi potuto tentar la fortuna senza una mano di soldati esperti ed induriti nelle armi. Questi avrebbero dato coraggio ai giovani che non avevano ancora fatto sufficienti prove nelle varie battaglie.
Intanto che la gente di Catilina veniva a congiungersi tutta, i pochi sciagurati ch’erano rimasti in Roma furono da Cicerone fatti sostenere e strangolare nel carcere Mamertino, arbitrariamente, violentemente, senza processo. Ma Cicerone fu chiamato per questo Padre della Patria, così avendo voluto la fortuna, chè merito nessuno egli non aveva avuto in quel fatto; e senza l’ubbriachezza di Quinto Curio, e la scelleraggine della spia Fulvia, sarebbe caduto nell’insidia di Catilina. Eppure di questo avvenimento, del quale avrebbe dovuto vergognarsi, si vantò per tutta la vita, assai più che delle sue doti veramente insigni, e della sua grandezza oratoria e delle altre sue virtù straordinarie. Curio nell’ubbriachezza poteva aver detto il falso, e Fulvia per qualche vendetta poteva essere stata bugiarda; ma nel dì stesso che i congiurati erano stati messi a morte, essendo stato Cicerone ragguagliato che Catilina capitanava assai gente, la quale ogni dì ingrossava, e con essa tentava di far insorgere le città vicine alle quali chiedeva e da cui otteneva uomini, ingiunse a Cajo Antonio console di raccogliere quanti soldati potesse e muovere incontanente contro Catilina, e Antonio amico di Catilina e congiurato con esso, mise insieme un esercito, e quantunque avrebbe potuto schermirsi perchè soffriva di podagra, pure con maravigliosa alacrità, chè espertissimo soldato egli era, lo capitanò egli medesimo, e avendo per luogotenente il legato Marco Petrejo mosse contro all’amico, del quale avrebbe dovuto dividere i pericoli e la fortuna.
Ma Statilio, Gabinio, Cepario, Lentulo, Cetego e gli altri sventuratissimi erano stati strangolati, mentre egli sebbene vituperevole del vilissimo tradimento che compiva, procedeva burbanzoso alla testa dell’esercito, tenendosi certo della vittoria e per la fiducia che aveva nell’arte propria e nell’esperienza lunga e nel provato coraggio, e perchè sapeva o congetturava almeno di aver sotto di sè maggior numero di uomini, e soldati tutti, che non poteva averne Catilina, e perchè i giovani e gli adolescenti che, siccome gli era stato riferito, avevano seguito Catilina dovevano in campo riuscire a colui piuttosto d’impaccio che d’aiuto. — Nato fra le armi e copertosi di gloria, non aveva mai comandato un esercito nè governato mai per sè solo una guerra, però l’idea del tradimento egli velò e coperse sotto alla nube sanguinosa della gloria militare. — È degno d’osservazione come Sallustio non dica nulla di questo.
IX. LA BATTAGLIA DI PERUGIA.
Catilina saputo come il Senato gli mandava incontro un esercito poderoso, saputo inoltre, con sua grande meraviglia, che Cajo Antonio console lo comandava, fra aspri monti a gran giornate venne nel campo di Pistoja, ma Quinto Celere Metello, luogotenente di Antonio, volò esso pure a gran giornate nel Piceno e qui si accampò; e Antonio col forte delle sue genti veniva a congiungersi a Metello per ovvio e facile cammino all’intento di chiudere ogni scampo a Catilina.
E questi nella prima parte di questa breve guerra mostrò grande sapienza militare, tenendo ognora in iscacco il console, ora accennando di muovere verso Roma, quando Antonio lo sospettava avviato verso la Gallia Cisalpina, ed ora sollecitando le marcie verso la Gallia, quando Antonio lo sospettava avviato per gli Apennini a Roma.
Ma le notizie di Roma e la congiura scoperta e la morte dei congiurati tolsero a Catilina ogni speranza di potere, traendo in lungo la guerra, ricevere soccorsi da Roma per darlene tosto egli stesso. — Disanimati, moltissimi uscirono dalle sue file, per il che sebbene da principio egli avesse rifiutato l’aiuto degli schiavi accorsi a lui in gran numero per acquistar libertà, si piegò ad accoglierli, onde il suo esercito potè presto salire a quasi diecimila uomini.
Quinto Metello Celere con tre legioni occupò il campo Piceno, e Antonio e Petrejo lo andavano inseguendo celerissimamente e con esercito poderoso; però non sperando nulla per allora dagli amici che stavano a Roma, pensando che soltanto dalla fortuna delle armi e dalla vittoria, non facile ma possibile, poteva dipendere l’adempimento de’ suoi disegni, Catilina risolse di venire a battaglia.
Sotto a Perugia (chè dalle opinioni degli storici pare di dover desumere che qui avvenne il conflitto) dopo alcune marcie e contromarcie vennero ad incontrarsi i due eserciti.
Il fedifrago Antonio, quantunque non potesse combattere in persona per la podagra, pure scorreva a cavallo, di fila in fila, a incoraggiare i soldati: — Voi combattete — dicea loro — per la patria, pei figli, pei lari; l’oste nemica, è oste di vili, d’imbelli, di scellerati. Anche donne stanno in quel campo contaminato, e adolescenti non ancora addestrati nel campo di Marte; onde se l’ottenere vittoria contro coloro non può dare gloria nessuna a voi soldati veterani, una sconfitta ci coprirebbe di un’ignominia senza esempio, e tale che più non sareste accolti in Roma dalla sdegnata cittadinanza; però vi esorto a condurre la battaglia in modo che sia piuttosto una strage, e nessuno dal campo nemico possa tornare in Roma; chè tutti coloro, uomini, adolescenti, per la virtù fatale dell’infame Catilina, reduci in patria vittoriosi, spargerebbero un contagio esiziale, disperderebbero le sacre leggi, recherebbero la morte nel seno delle vostre case, ad intento di vendetta ed a compimento dei loro disegni feroci.
E come il console Antonio arringò i propri soldati, Catilina attese a infondere coraggio e fidanza ne’ propri. — È inutile ripeter qui le sue parole: bensì hanno a riportarsi quelle di Marco Sceva il quale capitanava la parte più giovane del campo catilinario. — Erano da due a tre mila giovinetti, tra cui non pochi avevano già militato. — Bellissimi giovani, e tutti d’aspetto fierissimo a vedersi e veramente strenui. Molti di loro non erano militarmente vestiti, nè tutti avevano armi da campo — tenevano lancie, ronche, pertiche, forche. Marco Sceva misurando dalla propria la virtù altrui, era pieno di speranza generosamente baldanzosa. — A quella parte del campo non v’era nessuno che varcasse gli anni ventiquattro; i più stavano fra il sedicesimo e il ventesimo anno. Marco Sceva dunque prima della battaglia disse parole forti a quei giovinetti forti.
— A quale intento siamo qui noi oggi, o giovani generosi? che io chiamo eroi; chè già lo siete, non per altro che perchè siete qui. — Lo sareste anche senza la battaglia a combattersi, anche senza il sangue che verseremo, anche senza la vittoria che strapperemo al nemico, se gli dei la concederanno. — Ma perchè siamo qui? Voi tutti lo sapete; per infondere nuova vita nel cadavere di Roma; per rimediare all’atrocità di talune leggi. — Noi combattiamo qui oggi per tentare di far quello che Cesare propose — Cessi oggimai la Legge di divorare la Giustizia. — Ecco il motto del divo Cesare; la giustizia trasformi, rinnovi la legge, e la nuova che ne uscirà, sia tale che debba essere benedetta da quanti tengono l’onestà dell’intelletto e la sapienza sincera.
Noi combattiamo qui oggi, o giovani miei coetanei, per ottenere una legge ragionevole e per distruggerne una tanto feroce quanto antica — essa è tale, che essendo noi liberi, pur dobbiamo vivere schiavi in perpetuo. — Io non vi esorto a ribellarvi contro i padri. — Essi debbono essere religiosamente venerati. — Ma non dobbiamo essere in piena balìa delle loro ingiustizie, quando essi ne commettono. Non è bisogno che io v’infonda coraggio, già lo vedo sulle vostre facce ardenti. — Pensate che questo è un giorno supremo. Bisogna vincere o cader tutti sul campo. — Se vinti e vivi ritornaste in patria, sareste tutti scannati dai vostri padri, ed avreste così una morte vergognosa ed esecranda per voi e le case vostre; mentre cadendo col ferro in pugno avrete gloria e tale da comandare l’ammirazione ai vostri padri stessi, costringerli forse a inaspettati consigli, e persuaderli ad abrogare la legge nefanda.
Dopo queste parole di Sceva e quelle che già aveva dette Catilina, questi dopo aver comandato di discendere, accanto ai pedoni, a quanti stavano a cavallo, perchè così non credessero gli uni di essere in peggiore condizione degli altri, fece dar nelle trombe; esso aveva diviso le sedici sue coorti in due parti; la prima schierò di fronte, l’altra tenne in riserva. — Le truppe consolari sommavano a ventimila uomini; tra questi i più erano veterani; il resto constava persino di militi più o meno nuovi, constava persino di giovani patrizj avversissimi a quelli che sapevano combattere nel campo catilinario, e questo per diversità di sentimenti, e per ingraziarsi i padri, e per prepotenza di fibra cornea.
Erano quelli i colli torti di Roma antica.
Catilina, come fu detto, non aveva che dieci mila uomini, dei quali alquanti veterani, moltissimi schiavi, fatti tali in guerra, e sui quali Catilina, sebbene li avesse accolti con avversione, contava moltissimo perchè erano avvezzi alle battaglie, e la speranza di ricuperare la libertà doveva renderli formidabili.
È facile immaginarsi il cozzo orrendo dell’urto primo. — I veterani del console Antonio vi portavano la sicura fierezza che loro veniva dalla vecchia abitudine. — Quasi tutti i giovani sui quali al primo incontro toccarono i loro colpi caddero feriti o morti. — In quel primo scontro caddero la Chiledone e la Flora. — Caddero presso i loro amanti, che furibondi diventarono tremendi. — Erano essi armati di agricoli forconi. — Strano a dirsi! quest’arme diventò apportatrice di morte. — Il veterano si trovava incontro a un’arme nuova; la breve sua spada mal sapeva tener lontana la lunga asta, e alcuni di essi caddero colle facce trapassate o deformate. — Marco Sceva vedendo che quell’arme, pure maneggiata da giovinetti, era con sua meraviglia divenuta micidialissima, ringuainò la spada, prese uno di que’ forconi e si gittò nel fitto di un corpo di veterani, atterrandone molti colla destrezza del fortissimo suo braccio, e sgominandoli tutti coll’abile maneggio di quell’arme improvvisata. — In quanto a Catilina, esso era dappertutto, vedeva tutto, soccorreva tutti e faceva strage colla forza del suo braccio non inferiore che a quello di Sceva. Ci fu un momento in cui parve l’esercito consolare piegasse sotto al disperato assalto di Catilina e di Sceva, e al coraggio meraviglioso di tanti giovinetti, i quali, vedendo cadere tanti veterani del campo nemico, operavan prodigi. Ma il console Antonio, che per la podagra stava lungi dal campo, mandò a rimproverare Petrejo luogotenente, onde questi, infierito per l’amaro rimprovero, ricorse alla riserva che, a torto o a ragione, voleva tenere ancora in serbo. — Essa era fatta dalla Coorte Pretoriana; non avendo ordine di moversi, fremevano e taluni si mordevano le labbra per la vergogna a cui vedevano esposto l’esercito consolare. — Petrejo disse lor dunque: — Or fate strage e finite la giornata. A tal comando la Coorte Pretoriana, come torrente a cui nulla resiste, si precipita, invade, assale, solca, infila. Cade Manlio, cade il Fiesolano, cade Sempronia, la quale aveva fatto prodigi di valore accanto a Catilina — che vedendola cadere rimase come sconcertato. E mandando un grido, vedendosi vinto e in mezzo a un campo di morti: — Tentiamo or dunque l’ultima strage, disse a Sceva e ai pochi dai quali era attorniato — e così fece, ma cadde quasi sull’istante. E Sceva venne ferito; ma parve leone, e lo smisurato e furibondo suo valore sgominò di tal guisa gli avversarii, che molti ne uccise; cosicchè nel disordine estremo della battaglia rimase quasi in solitudine; cadde della ferita e della stanchezza.
Chi si recò dopo la battaglia a visitare il campo, vide Catilina ancora spirante fierezza in mezzo ad un cumulo di pretoriani estinti; e nella parte catilinaria furon visti insieme con tanti giovanetti, che dalla speciale forma esterna accorgevasi appartenere a famiglie distinte, cumuli di schiavi, che tali si riconoscevano per l’abito speciale, non avendo Catilina potuto vestirli. — Ma la massima sorpresa onde vennero colti i visitanti, fu quando s’imbatterono nei cadaveri di donne. — La prima di cui s’accorsero fu la Chiledone. Al primo pensavano non fosse che un giovinetto; ma le mani e le gambe, sebben queste fossero fasciate, rivelavano il diverso sesso. Di più meravigliarono quando videro altre donne. — La Sempronia vestiva una tunica di prezioso argento. — I curiosi ammiravano quel viso ancor bello nel pallore della morte. Qualcuno persino osò alzarlo, per guardarlo meglio — qualcuno varcò altro segno. — Ma intanto che i semplici curiosi si stupivano di tanta bellezza, i ladri da campo, antichissimi come le guerre, i quali esploravan tutto attentamente per tornare poi sul luogo quando gli altri fossero partiti, osservavano l’argentea lorica con occhio tristissimo d’avida impazienza — perciò alla notte, l’eminente Sempronia venne spogliata.
Dei pochissimi giovani che erano stati risparmiati dalla morte, nessuno tornò a Roma. — I due soli i quali ebbero una sì demente fidanza vennero scannati dai loro padri.
Così finì questa famosa congiura, la quale se fosse riuscita, Catilina sarebbe stato collocato fra gli eroi. — Ma l’eroe dovea esser Cesare, che fiutando gli eventi e sentendo odore di cadavere, astutissimamente si ritrasse, e lasciò che Catilina tentasse la sorte. E Catilina con sincerissimo, sebbene troppo fidente, coraggio, arrischiò l’impresa e cadde e passò ai posteri come uno scellerato, e nulla più.
X. CESARE E LA FIGLIA DI POMPEO MAGNO.
A questo punto ci rifacciamo con Giulio Cesare.
Un dì, recandosi egli a visitar Pompeo reduce dalla guerra mitridatica, vide seduta accanto al Magno eroe la sua figliuola maggiore, al cospetto della quale, forse perchè soffiava dal Porto d’Ostia il vento d’Africa, di repente sentì infiammarsi il sangue.
Accigliato mostravasi Pompeo, e il saluto reso a Cesare non pareva benevolo.
— Mal mi accogli, o Gneo, disse allora Giulio. Però meglio era se l’ostiario mi avesse rimandato.
— Mal non t’accolgo; bensì lo sdegno che ancora mi commove, non concede ch’io mostri a chicchessia lieta la fronte. Ora esci, o Pompea. Ascoltami, Cesare.
Pompea si alzò, mostrando, sebbene non ancora sedicenne, una statura e una costruzione dorica. Ell’era una beltà perfetta ma severa, se la severità non paresse smarrirsi e quasi consolarsi anch’essa nel completo rigoglio delle forme. Pure la serietà dell’occhio e dell’arco del ciglio e della linea acre del labbro disdegnoso quasi di sorriso, mentre sembravano vietare l’amore appassionato, provocavano nei giovani ammiranti l’avidità della conquista, un’avidità acuta, inquieta, indomabile, quantunque altri potesse sospettare che, compiuta la conquista, non sarebbe sembrato altrettanto prezioso il possesso. La severità pungeva il desiderio; l’assenza dell’amabilità non poteva mantenerlo.
Cesare disse parole di castissima lode a Pompea; parole che, sebbene avessero l’intento di rispettare la presenza paterna, pure, accentate come furono dalla voce dell’elegantissimo libertino, l’occhio sfavillante del quale pareva riscaldare quella castità al punto da trasmutarla nel suo opposto, agitarono per modo il sangue della fanciulla, che tutta si coperse di rossore, e rispondendo breve e decorosamente severa, di là si tolse.
— Ben si vede quanto anche tu stimi codesta sì formosa tua figlia, se fin qui la tenesti sempre lontana dagli sguardi altrui. Mai io non la vidi.
— Ben altri la vide; e mi fu chiesta in isposa oggi stesso. E ancora fremo pensando a colui che tanto osava.
— E chi è?
— Clodio. Ei la vide in Roma vicina a me come ora tu la vedesti. Però quand’io partii per l’Asia e mandai la fanciulla in villa, affidata a vigili ancelle, ei si recò fino a Brindisi ed entrò ne’ miei giardini e trovò modo di volger parole a lei, che tutto raccontò. Ed oggi ei mi trattenne al Tabulario, e sfacciatamente, com’è suo costume, minacciò volere mia figlia in moglie. Io negai asprissimo; egli rispose feroce; ma lo lasciai scornato dicendogli, non mi tenesse più parola di questo; chè, per gli Dei di Roma, giammai sarebbe avvenuto che mia figlia dovesse diventar cognata della infame Quadrantaria.
Codesto soprannome di Quadrantaria, dato alla sorella di Clodio, era di turpissima origine. Derivava dalla parola quadrante, la più vile moneta di Roma; e con ciò i libertini ozianti nelle terme, ad esagerazione di maldicenza, volevan significare come Clodia, ad onta dell’alto casato e delle ingenti ricchezze, fosse immonda di tanta avarizia quanto lo era di lussuria, onde, all’uopo, trafficavasi per un quadrante.
— Respinger dovevi le sue pretese a marito, rispose Cesare; non insultarne la sorella. A Orbilio Pupillo, te assente nell’Asia, fece ardere le case e i giardini, perchè insultò Clodia, chiamandola ad alta voce Quadrantaria, quand’essa passeggiava per la via Sacra.
— E arda i miei palagi, e gli orti miei, se il può. Non io lo temo.
— Ma più che a’ tuoi palagi e a te, potrebbe tendere insidie a Pompea. Tutto ei sa osare; di sotto a quella bianca sua pelle muliebre scorre sangue ferino.
— Ed io oggi stesso la farò sposa d’altri.
— E qual è il marito che sappia tener Clodio in soggezione?
— Tu, o Cesare. Di troppo hai protratta la tua vedovanza. A te io do Pompea in isposa.
— Ed io la prendo; e ne ringrazio i Numi. E così le nozze furono statuite, e, ingiungendolo il padre, Pompea, non amante, venne sposa a Cesare.
XI. CLODIO E POMPEA.
Il tempo avea misurato un anno a quelle nozze, e Clodio fremeva ancora come il dì ch’erasi recato a Brindisi per veder Pompea; fremeva d’ira per Pompeo come il giorno che era stato respinto da lui; fremeva d’invidia e di gelosia per Cesare possessore tranquillo di colei, ad ottener la quale egli avrebbe mandato tutta Roma a soqquadro. Clodio, dopo le nozze, aveva visto più volte Pompea nelle feste, nei giuochi pubblici, nei templi; era riuscito ad avvicinarla, a parlarle, ad onta della custodia assidua della matrona Aurelia, la sapiente e virtuosa e rigida madre di Cesare, idolatra del figliuolo; per l’onore e la gloria e la fortuna e la grandezza del quale s’inginocchiava alle are votive, stancava auguri, faceva immolar vittime, supplicava Venere splendente in cielo; e nel raggio azzurro della stella, con devozione da visionaria e da estatica, le pareva veder le parvenze dell’amorosa diva.
In questa condizione di cose venne il giorno in cui dovevasi celebrare la festa della dea Bona. Esso cadeva nel primo di maggio. Questa dea era adorata a Roma da antichissimo, custodiva la castità, e inspirava la profezia. — Il suo culto era affidato alle sole donne, che in quella solennità dovevan sentire o simulare avversione per gli uomini, ad imitazione della dea che, maritata a Fauno, sempre lo avea respinto da sè, onde il dio cornuto erasi vendicato cangiandola in serpente. Cicerone nell’orazione in favore di Milone ci fa sapere come al suo tempo il santuario di lei era situato fra Aricia e Bovilla; pure la solennità celebravasi nel palagio del pretore. Nell’anno 678 di Roma, il giovane Cesare copriva una tal carica. Fra le osservanze religiose venute in qualche languore negli ultimi anni della repubblica, a questa concedevasi ancora sì grande importanza, che si reputava sacrilego quell’uomo che l’avesse turbata; a tal che, se plebeo, lo si puniva colla morte; se patrizio, veniva chiuso per un lustro nel carcere Mamertino, e poscia condannato a perpetuo esiglio.
Nella notte di quell’anno di Roma 678, chè quella festa celebravasi a notte alta, Clodio erasi chiuso nel proprio palazzo, volendo il rito che le vie della città fossero in quelle ore della festa affatto sgombre d’uomini. Da qualche tempo egli non aveva potuto veder Pompea, e una rabida smania di avvicinarla lo rendeva furioso e intrattabile a tutti.
Certissimamente che quello non poteva essere che un amore degno di Clodio; desiderio, vale a dire, smania, furore, delirio, ma senza affetto. Divinamente bello qual era, veniva adocchiato dalle matrone, dalle spose, dalle maritande; ed ei pur le adocchiava e le ambiva; ma guai se la deferenza per lui rivelavasi in esse oltre lo sguardo; subito al desiderio in lui subentrava il disprezzo; e lo mostrava con atti da schiavo e da gladiatore ubbriaco. Però non aveva suscitato mai uno di quegli affetti che si fanno passioni, e son duraturi. Ma intanto ardeva di Pompea, forsennatamente ardeva, e non aveva pace. Nè ella scoprì a lui solo come il proprio labbro fosse capace di sorriso; e nel proprio sguardo severissimo e fisso trovò per esso movenze inaspettate, ed espressioni desideranti, ignote a Cesare.
In quella notte Clodio stava nel cubicolo, assiso sul letto coperto da una pelle di pardo, dirimpetto ad uno di quegli specchi, di cui già parlammo, venuti dalla Grecia. Si vedeva, si guardava, si ammirava. Pensava che tutte le Romane sarebber venute obbedienti a lui; ma si tormentava di possedere un’ajtanza inutile per colei che sola ei bramava. In questo punto gli entrò nel cubicolo la sorella Clodia, la famigerata Quadrantaria, stata ripudiata pochi dì prima.
Egli aveva una predilezione speciale per colei. Sola fra tutti poteva venire presso lui non chiamata. Sola ell’era di cui gli sarebbe rincresciuta la morte; ma la sua maledetta natura fece sì che l’unica vena dolce scorrente nel suo sangue si convertisse in veleno fratricida, e incestuosamente preparasse la sorella all’abominio di Roma.
— Cessa il corruccio, o Clodio, ella gli disse; non è degno di un forte quale tu sei.
E si mise a sedere vicinissima a lui.
In questa posizione le due faccie venivano riflesse dallo specchio. Clodio, così meccanicamente, guardava il volto della sorella; questa il volto di lui, e a ciascuno pareva di vedere sè stesso, tanto si assomigliavano.
— Perchè non vai tu stanotte alla festa della dea? chiese Clodio.... Tu potresti dir parole a Pompea, e recarle il mio saluto....
— E se altri mi pigliasse per te?.... Guarda come le nostre faccie sono le medesime.
Clodio esaminò di nuovo nello specchio sè e la sorella... poi, a un tratto balzato in piedi:
— Ah! Fauno m’inspira, gridò, il cornuto marito della castissima dea. Chiama qui le tue ancelle, e dì loro che mi rechino le tue vesti più candide e più pompose.......
— E a che?
— Vo’ travestirmi qui in costume muliebre. Vo’ vedere se in beltà anche una donna possa venire a gara con me.
Clodia crollò la testa, sorrise, e:
— Se questo gioco, disse, può valere a placarti l’ira, io farò in modo che Paride abbia a gettarti il pomo nel confronto di Venere stessa.
E uscì; e poco dopo rientrò colle ancelle portanti lini e bissi e pallii e pepli e corone e cingoli e zone e vitte e rose di Persia e viole del lido argolico.
Adocchiati quegli addobbi, Clodio s’alzò, e gridando: — Fate presto — si sfilò per la testa la toga, e apparve ignudo come Alcibiade, scoperto da Socrate nel gineceo.
E la Quadrantaria s’affrettò ad indossargli la stola di bianchissimo bisso, il quale per le donne allora era in uso più del purpureo; e gli sovrappose una cerulea stola, e gli cinse strettamente i fianchi con una zona di lamina d’oro; e la testa gl’incoronò di asiatiche rose.
— Ammirate, o ancelle, esclamò allora; qual mai donzella si vide più avvenente di costei?
— E or s’appresti in sull’istante il mio cocchio dorato, disse Clodio.
— Che pensi tu....?
— Recarmi alla notturna festa, prostrarmi al simulacro della diva, e vendicar Fauno. Se mai mi valse questa beltà di donna, oggi si adoperi intera; e il nascosto phallo contamini le sagrificanti vestali, e Pompea mi abbracci e mi baci in gonna. Or che attendete? il cocchio io voglio.... e intanto mi si rechi un dolio di Falerno; ch’io sovrecciti il sangue all’estrema audacia, e prepari a Roma il non mai più udito scandalo.
Venne il dolio di Falerno; ed ei ne tracannò con avida gola, finchè lo si avvisò dei pronti cavalli. Uscì, strinse la mano a Clodia, che: — Bada a te, gli disse nel salutarlo. Storna lo scandalo, serba il segreto.
Tra le fiaccole tenute in alto dai servi, Clodio ascese il cocchio in modo sì virile, che contrastava troppo alla candida stola e alla corona di rose.
La silenziosa Roma risuonò poco dopo del sollecitato cocchio, il quale si fermò innanzi al palazzo del pretore Giulio Cesare, che in quella notte erasi ritirato nel suo picciol tempio della Suburra.
XII. LA FESTA DELLA DEA BONA.
Il palagio di Giulio Cesare, già fu detto, sorgeva sul Palatino. Era di costruzione etrusca; veduto all’esterno pareva una dimora cadente in isfacelo. Nè Giulio Cesare provide mai a ripararlo; l’avrebbe anzi smantellato in guisa da farlo parere una rovina ancor più illustre, assidua commemoratrice ai Romani della vetustà del suo casato. Ma varcato il pronao, anche perchè all’artista Cesare piaceva l’antitesi, tosto alle mura cadenti e cupe, succedeva, diremo, la luce della pompa orientale e meridionale. La madre Grecia, e la Grecia grande, e l’Asia, e l’alto Egitto, quasi a rappresentare là dentro l’assorbimento romano, e la divoratrice conquista, sfoggiavano tutto quello che l’arte, e il lusso, e la corruzione avevano trovato nelle patrie dell’alloro e del non ancora rivelato filugello. Varcato il pronao e un ampio spazio che divideva l’antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo biancheggiava delle conteste ossa di elefanti indiani; cinque porte rivestite di ebano davano accesso all’aula magna, e su quelle erano intarsiati i dorsi di testuggini eoe, dagli occhi delle quali usciva la verde luce degli smeraldi. Il procinto vi si aggirava dentro in cerchio; a quello facevan corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle quali rispianava un dorato architrave che sosteneva tre colonne riproducenti in aria il giro delle sottoposte. Le pareti interne erano serpentino con intrecci d’armi. Gli onici e le sarde lastricavano il pavimento, nel mezzo del quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che Cesare aveva fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Non v’eran lacunari; ma l’azzurro del cielo e le stelle e la luna mandavano i loro raggi là dentro a mettere gara tra il cielo e la terra.
Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati architettonici avevano aggiunti a profusione quelli della più fragrante flora romana, con frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che pareva interdire i pensieri della castità, chè le donne si preparavano alla festa colle più rigorose astinenze; così almeno era creduto. Le mogli per una settimana s’involavano agli amplessi maritali. Le fidanzate e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la testa e il cuore dai desiderj tentatori.
Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del recinto. Una ghirlanda di pampini ne cingeva la testa; un serpente era attortigliato intorno a’ suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran vaso colmo di vino. Quel vino significava la religiosa tradizione, che ricordava essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno l’uccise con un bastone di mirto, facendola degna in così strano modo dei doni immortali della divinità.
Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza ritegno, chiamavasi latte, a conciliare l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che produceva, e Mellario il vaso che lo conteneva, onde è a sospettare che quelle donne stessero innanzi alla dea, velate di devota incontinenza, preparando così la frase al poeta futuro.
Quando la vestale damiatrice s’inginocchiò davanti al simulacro, tutte le vestali, candide come cigni depurati dal rio, s’inginocchiarono; e con esse quante matrone e spose e fidanzate e fanciulle eran là convenute. Più presso al semigiro delle vergini sacre stava l’insigne Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma per l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini sante. Aveva raggiunto il nono lustro; pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda luce delle resinose faci, così beneficamente la vestiva, che due lustri parevano scomparsi dal suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa Pompea, la moglie di Cesare, non amante della suocera, che non amava lei. La beltà tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso, lento e solenne, e dai contorni che Tullio chiamò scientifici, e li dicea segnati dal geometra Euclide, faceva contrasto colla diversa severità della olimpica Pompea, severità ostentata per dissimulare le intime accensioni.
Non lungi da Pompea, vestita come una regina asiatica, coi piropi al collo, alle braccia, ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie del penultimo Bruto, la madre dell’estremo. Peccatrice nata, pure il peccato ella rendea perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla dea una giovinetta adolescente della casa Imperiosa. Colla chioma biondissima e l’alba pelle e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per la gagliarda fosforescenza del cervello, sembrava accennasse alle Gallie, alla Bretagna, alla Germania, e invitasse a non ancor noti connubii la cæruleam pubem.
Ma la damiatrice pronunciò la preghiera, maritandola ad una antichissima cantilena del Lazio:
«Castissima dea, che le assidue ripulse al Fauno procace, a te, ancora terrestre, costaron sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse pietoso nella propria luce; inspira e consiglia e sgomenta il senso delle mortali che qui ti adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata Roma; e dalla muliebre purezza sia redento e salvo e fatto glorioso e invitto il popolo romano.»
Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena, vennero ripetute in coro da quante donne erano là inginocchiate, alcune delle quali si ribellavano all’alto concetto della preghiera.
Quando tacquero i canti, la damiatrice s’accinse a compiere il sagrificio che chiamavasi Damium, da Damia, altro nome che teneva la dea, donde venne l’appellativo della sagrificatrice. Questa immolò alquante galline di varii colori, tranne il nero; dopo di che, dodici tra le più giovani vestali, immersero nel Mellario altrettante coppe d’oro, e così colme le recarono in giro. Tutte le donne ne bevettero, e le vergini ìvano e redìvano colle coppe ognora vuotate e ognora ricolme, continuando in tale servizio, finchè il Mellario rimase esausto. Allora la sagrificatrice esclamò ad alta voce e in lingua greca: Evviva il frutto di Bacco — e tosto cominciarono le danze bacchiche; e alquante donne, tra le più giovani e formose, e indarno devote della moglie di Fauno, travestitesi in Mènadi e Tìadi e Bassaree, le seguaci assidue di Bacco, si sciolsero le chiome, svestirono le stole e i pepli prolissi, e apparvero in pelli succinte, scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine. Forse è per ciò che agli uomini era interdetta quella solennità sacra, perchè i fumi vinosi esaltando nella danza vorticosa talune di quelle che eran sazie della settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude baccanti, fors’anche per rivelare alle invide amiche le nascose bellezze.
Aurelia stava seduta volgendo intorno il ciglio severissimo, quasi disapprovasse quei danzanti cori, più che della dea, cultrici della troppo geniale arte greca, nè tuttavia potendoli vietare perchè erano concessi dal rito biforme; nè danzava Pompea, ma passeggiava tra gruppo e gruppo, lenta e aggrondata e oppressa dagli sguardi onde la suocera la teneva in soggezione. Se non che, a un certo punto, un’ancella s’accostò a lei, e, annunciandole la visita di una donna, la ritrasse fuori del Procinto.
— E chi è questa donna? chiese Pompea.
— La vedrai, o domina. Ma frena lo stupore e comprimi il grido, se mai nel vederla, tentasse prorompere dal tuo labbro.
— È forse qualche indovina dai nefasti augurii?
— No; è tale invece che ti colmerà di gioia. Ma comprimi il cuore perchè non ti scoppii, e soffoca il respiro, e raccomandati a Giove onnipotente.
E vennero a un recesso rimasto solitario, dove la luce dell’aula magna, attraversando atrii e fughe di colonne, si scioglieva in un pallido albore.
— È tra quelle colonne, disse l’ancella.
E la ignota donna incoronata di rose e bianco-vestita fece alcuni passi..... e prendendo a Pompea la tunica:
— Or vedi se t’amo! le disse.
L’ancella, smemorata della propria condizione, mise una mano sulla bocca di Pompea, con violenza non voluta a comprimere il grido che n’usciva, e si ritrasse poscia a qualche distanza.
— Domani, continuava quella donna, io starò nel carcere Mamertino. Ma oggi sto qui; qui, o Pompea; e ti abbraccio e ti bacio, e si sperda ogni fede maritale, e Cesare m’invidii, e mi abborra invidiandomi, e mi accusi innanzi a Roma esterrefatta del mio ardire sacrilego, ma ammirata anche dell’amor mio sovrumano. È un dio in me oggi che mi comunica un furor sacro e un potere che varca ogni umana idea. Esci meco, o donna. Fuggi di qui, o Pompea, fuggi con me; e saziato alfine e risaziato il vietato amor nostro, si discenda sotterra, e l’aura solo degli elisi lo smorzi, e calmi e trasmuti in una beatitudine eterna.
Pompea non rispondeva, e tutta tremante si lasciava abbracciare e baciare e ribaciare, non potendo por freno all’insanito impeto del travestito Clodio; nè volendolo forse, chè sentivasi rapita e inebriata anch’essa da quei detti infuocati e sincerissimi in quel punto.
Ma gl’istanti volavano, e da quel recesso del palagio si sentirono voci più vicine e fruscìo di vesti e suon di passi vicinissimi. Pompea, atterrita, tentò svincolarsi dalle braccia di Clodio; l’ancella confidente, che stava sull’ale a qualche distanza, accorse ad ammonirli che potevano essere scoperti; e Pompea, strappata dalle mani del giovane la propria stola, che mandò suono di prolungato squarcio, fuggì, e si ridusse tra la folla muliebre, occultando i lembi del diviso bisso.
Clodio si tolse di là, e movendo a caso e a tentone lungo le intime parti della casa, s’incontrò in alcune famule che là vegliavano. Quella donna aggirantesi colà solitaria provocò l’attenzione di esse; e la più vecchia ed astuta, domandando con voce alta di chi chiedesse o di che abbisognasse, le si accostò. Clodio rispose iracondo, ma la voce maschile, sebben di suono bastardo, non saputa alterare in quel momento di eccitazione e d’ansia e d’incertezza, lo tradì e lo scoperse; e la scaltra vecchiarda che, ben sapendo dei quotidiani inseguimenti di Clodio, e obbedendo riverente ad Aurelia, credeva gratificarsela con ostentare avversione a Pompea, lo conobbe e lo nominò forte; e corse ad Aurelia, ed empì di scandalo e di orror sacro le vestali e la moltitudine delle donne che affollavano il Procinto, annunciando che un uomo aveva invaso il tempio della dea antropofoba.
Allora le matrone travestite da Bassaree e da Tiadi, armate di bastoni intrecciati di pampini e d’ellera, mossero in cerca del profanatore, e lo trovarono che ancora s’aggirava lungo gli oscuri atrj. Lo circondarono affollate, gli gridaron d’uscire; nè ancora movendosi colui, lo percossero spietate, sospingendolo alle porte. Tra quelle Tiadi e Bassaree v’erano forse le smesse e dispregiate amanti di Clodio, che, immemori in quel punto della dea profanata, provvidero a vendicar sè stesse dei patiti insulti. E Clodio uscì, facendosi delle braccia valido schermo al volto che serbò inviolato.
Alla notte succedeva il conticinio, o il primo crepuscolo.
XIII. AURELIA E CESARE.
La solennità era compiuta. Nell’ampio spazio che si stendeva davanti al palagio di Cesare, scalpitavano cavalli e rumoreggiavano ruote di cocchj fastosi. L’ostiario dall’alto della scalea gridava i nomi delle uscenti patrizie; e gli aurighi accorrevano. Suonavano nell’aere crepuscolare gli appellativi delle più vetuste case romane: Arvina Domus, Bubulea, Calpurnia, Censorina, Fabia, Drusa, Imperiosa, Julia...
E dopo un’ora, allorchè al conticinio successe il dilucolo, e tutto fu silenzio intorno al palazzo, Aurelia uscì in cocchio dalle porte, e recossi alla Suburra, alla casa-tempio del figlio Giulio. Discese, entrò. Cesare vegliava nella biblioteca. Egli alzossi quand’ella gli comparve innanzi.
Osservandoli, non si rivelava, al primo, nessuna somiglianza tra loro. Aurelia aveva l’occhio ampio, azzurro, calmo. Cesare lo aveva nero, profondo, saettante. Della madre non teneva che la linea del mento larga e quadrata, linea che poi la scienza rivelò significare la fermezza implacabile del carattere, e la forza della volontà. Della madre teneva pure la pallidissima pelle e la bocca non descrivibile, ma parlante anche nel silenzio. Del padre, che non conobbe, ei teneva quegli elementi discrepanti, che rompendo la linea severa di una troppo uguale virtù, la estendono e le comunicano una varietà infinita. Il padre aveva rivelato ingegno naturale fortissimo; ma non volle mai stancarlo nè col greco d’Omero, nè con quello d’Esiodo; aveva militato strenuamente perchè a tutto era atto; ma appena gli fu concesso, erasi ritratto in villa, dove morì in età appena virile. Da codesti mortali che non fanno dispendio delle doti onde la natura fu con essi liberale, nascono per consueto i grandissimi uomini.
È il cervello forse, non mai adoperato, che trapassa nei generati, vergine, e intatto, e con moltiplicate forze, in quella guisa che l’avarizia paterna condensa ai successori inaspettate ricchezze.
— Qual grave fatto ti conduce da me in quest’ora, o madre?
— È più che grave; è inaudito: e volli che tu lo sapessi da me, prima che la voce di Roma giungesse al tuo orecchio. Clodio, in veste muliebre, penetrò questa notte nella casa Giulia; nella tua casa, che i Romani chiamano sacra, quasi tempio. L’osceno giovane insultò ai riti della dea, cui le vestali e noi, venerate matrone, sagrificavamo. Ei vide e parlò e tese insidie alla moglie tua. Gli schiavi espunsero il vero dalla lenonia ancella, battendola a verghe. Lungo la intera mia vita, che già misura nove lustri, non fu consumato mai così nefando sacrilegio. Appena se ne rammentava mia madre, che morì settantenne prima che tu nascessi. Ma domani, innanzi alla maestà del Senato, tutta Roma s’inchini alla maestà della tua vendetta. Le pene del carcere Mamertino vengano a tuo e a mio riguardo esacerbate; e dopo il decretato lustro, invece del perpetuo esilio, l’empio insultatore abbia morte sul Campo Scellerato. Una legge nuova surroghi l’antica.
Cesare stette in silenzio per qualche tempo, e sulla sua fronte chinata, si vedevano, quasi nubi, a passare i pensieri; ma, a un tratto, di tetro, fatto calmo e sereno:
— Abbi pace, o madre. Se un tigre s’avventa alle agnelle, non per ciò le agnelle vengono contaminate, nè patisce disonore il padrone dell’ovile. E, dopo tutto, era desso Clodio? desso certissimamente?
— Mille donne il videro.
— Era vuotato il Mellario quando lo videro?
— A che accenni tu?
— Guarda, o madre: io non bevo che acqua, acqua tersa e leggera, che attraversando cento miliari, mi deriva dalla Campania. Se nel Mellario sacro avesse brillato quest’onda, non avreste veduto Clodio; no, ma la sorella di lui. Castore e Polluce erano men gemelli di costoro due, e, in onta al sesso, assomigliavansi meno.
— E dunque?
— Io dovrei accusar Clodio domani, come la legge impone, ma non l’accuserò. Di codesti Clodj ve ne sono a migliaia in Roma; meno appariscenti, meno opulenti, ma Clodj in ogni modo: nella testa, nel cuore, nel sangue. E costoro mi abbisognano, o madre. Tu non sai quel che qui dentro ferve (e battevasi il fronte colla destra); non mi basta il tempo per provvedere alle inutili vendette che tu mi consigli. Altre vendette io voglio, ma grandi, più grandi di Roma, grandi come l’universo. Codesti Clodj son belve, e l’uomo usufrutta le belve, solleticandole. Però, credi a me, che non egli, ma sua sorella penetrò nell’apprestato santuario della dea.
— Ma e permetterai tu che Pompea?...
— Ella non fu che sventurata....
— Sventurata?